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martedì 11 febbraio 2025

Nat Turner, lo schiavo-profeta che mise a ferro e fuoco la Virginia

Nell’agosto 1831, la rivolta di Nat Turner in Virginia esplose come uno dei momenti più decisivi e violenti della lunga storia della schiavitù negli Stati Uniti. Turner, un predicatore schiavo, guidò un gruppo di ribelli in un attacco violento contro i proprietari di schiavi e le loro famiglie, causando la morte di decine di persone. Questo episodio non fu l’unico, ma si distinse per la sua intensità e per la sfida diretta al sistema che reggeva l’economia del Sud. Attraverso un’analisi delle fonti storiche e delle diverse interpretazioni, esploreremo le cause, lo sviluppo e le conseguenze della rivolta che segnò un punto di rottura di un ordine che sembrava invincibile.

Lo schiavismo era il fondamento economico e sociale del Sud, un sistema che si giustificava con leggi e ideologie razziste, ma che trovava anche la sua forza nel silenzioso assenso delle classi dominanti. Sebbene apparisse solido e imponente, nascondeva contraddizioni e crepe che non potevano essere ignorate.

Gli schiavi vivevano in condizioni estreme, privati di ogni diritto, sottoposti a violenze e separazioni familiari. Tuttavia, la loro risposta a questo ordine era quotidiana, fatta di gesti sottili, di tentativi di fuga, di sabotaggi, e anche di creazione di comunità di fuggitivi, le “maroon communities”.

Prima dell’episodio della rivolta di Nat Turner nel 1831, la storia dello schiavismo americano era costellata da numerose altre rivolte che, sebbene meno note, indicano la persistente resistenza degli schiavi al sistema oppressivo. Gabriel Prosser, nel 1800, organizzò una rivolta in Virginia che, sebbene fallita a causa del tradimento e delle avverse condizioni meteorologiche, dimostrò la possibilità di una resistenza organizzata. Similmente, Denmark Vesey, nel 1822, tentò di guidare una rivolta a Charleston, in Carolina del Sud, che fu scoperta prima di poter essere attuata. Questi tentativi, pur terminando in tragedie per i loro protagonisti, evidenziarono le crepe nel sistema schiavista e la determinazione degli schiavi a lottare per la propria libertà.

 

Il ruolo della madre e della fede

Nathaniel “Nat” Turner nacque in una piantagione di Southampton, in Virginia, il 2 ottobre 1800, in un contesto di oppressione e privazione di libertà. La madre di Nat, Nancy, una donna di origini africane, giocò un ruolo cruciale nella formazione del carattere e delle convinzioni del figlio. Fin dalla più tenera età, Nancy inculcò in Nat il desiderio di libertà, instillando in lui la convinzione che la vita sotto la schiavitù non fosse un destino accettabile per alcun essere umano. Questa influenza materna fu determinante nel forgiare la personalità di Turner, la sua aspirazione alla libertà e la sua resistenza all’oppressione.

Turner dimostrò fin da giovane una predisposizione per la spiritualità e una profonda fede religiosa. La sua capacità di leggere e scrivere, non comune tra gli schiavi dell’epoca, gli permise di studiare la Bibbia e di diventare un predicatore all’interno della comunità schiava. La religione divenne per Turner un rifugio spirituale e una fonte di ispirazione e guida per la sua missione. Nel corso degli anni, cominciò a sperimentare visioni e a percepire segni che interpretava come messaggi divini. Queste esperienze mistico-religiose rafforzarono la sua convinzione di essere stato scelto da Dio per compiere una missione di liberazione.

 

La rivolta

La ribellione iniziò con un attacco mirato alla famiglia Travis, i proprietari di schiavi presso cui Turner era al servizio al momento dell’insurrezione. L’attacco iniziale fu eseguito con precisione e brutalità. Turner e sei dei suoi seguaci più fidati, armati di asce e coltelli, irruppero nella casa della famiglia, uccidendo tutti i membri presenti. Tutti, anche donne e bambini. Questo atto di violenza estrema aveva un duplice scopo: eliminare una delle famiglie di proprietari di schiavi più influenti della zona e inviare un chiaro messaggio di ribellione contro l’intero sistema schiavista.

Dopo l’attacco alla famiglia Travis, il gruppo di Turner crebbe rapidamente in numero, man mano che altri schiavi si univano alla ribellione, ispirati dal suo coraggio e dalla sua determinazione. La strategia di Turner era chiara: muoversi velocemente, colpire di sorpresa e liberare il maggior numero possibile di schiavi, armarsi con le armi prese ai proprietari delle piantagioni e, infine, diffondere la rivolta in tutta la contea e, se possibile, oltre.

Nel corso delle successive 48 ore, il gruppo guidato da Nat Turner lanciò una serie di incursioni contro diverse abitazioni appartenenti a famiglie di schiavisti nella contea di Southampton, in Virginia. Questi attacchi risultarono nella morte di 55 persone, uccise da una violenza che non faceva distinzione tra adulti e bambini, uomini e donne. L’azione di Turner e dei suoi seguaci non era casuale ma frutto di una scelta deliberata e simbolica, mirata a seminare il terrore nei cuori dei proprietari di schiavi e inviare un messaggio potente e chiaro: la fine della tolleranza verso un sistema che si perpetuava sulla negazione di qualsiasi diritto fondamentale alla popolazione schiava.

L’azione era anche finalizzata a suscitare una risposta emotiva e fisica da parte di altri schiavi, spingendoli a unirsi alla rivolta e a lottare attivamente per la loro liberazione. La strategia di Turner comprendeva l’attacco a proprietà notoriamente note per la loro crudeltà verso gli schiavi, incrementando così l’impeto rivoluzionario di chi, fino a quel momento, aveva solo sognato la libertà.

Nonostante l’elevato numero di vittime e la determinazione dei rivoltosi, alcuni degli assalti non andarono a buon fine. In certi casi, gli stessi schiavi scelsero di non aderire alla ribellione e si posero in difesa dei loro padroni. Questa fedeltà può essere interpretata in diversi modi: da un lato, ciò riflette il complesso legame psicologico che si instaurava tra schiavi e padroni, noto come “sindrome di Stoccolma” negli studi psicologici moderni, ma può anche essere visto come risultato della paura di rappresaglie o della mancanza di un’alternativa concreta alla vita che questi schiavi conoscevano.

 

Il contrattacco e la repressione

Immediatamente dopo l’inizio della rivolta, le notizie degli attacchi si diffusero rapidamente tra le comunità bianche locali, generando panico e richieste di azione rapida contro i ribelli. Le autorità locali, comprendendo la potenziale portata della rivolta se lasciata incontrollata, organizzarono milizie di volontari bianchi. Questi gruppi erano spesso composti da proprietari di schiavi determinati a difendere a tutti i costi il loro modo di vita basato sulla schiavitù.

Parallelamente, il governatore della Virginia rispose inviando truppe regolari per assistere le milizie locali nella repressione della rivolta. Questa combinazione di forze locali e statali creò un fronte unito contro Turner e i suoi seguaci, determinato a ripristinare l’ordine e la supremazia bianca con ogni mezzo necessario.

La repressione che seguì fu caratterizzata da una violenza estrema. Gli scontri tra i ribelli e le forze di repressione furono spesso sanguinosi e senza quartiere. Oltre alla caccia diretta a Nat Turner e ai suoi seguaci più stretti, le milizie e le truppe regolari si resero responsabili di numerosi atti di violenza indiscriminata contro la popolazione afroamericana della zona, molti dei quali non avevano alcun legame con la rivolta.

Relazioni dell’epoca descrivono esecuzioni sommarie, torture e linciaggi compiuti dalle milizie contro gli schiavi catturati o semplicemente sospettati di simpatizzare con la causa di Turner. Questi atti di violenza avevano lo scopo di punire i ribelli e di terrorizzare la popolazione schiava, riaffermando il controllo bianco attraverso l’esibizione di potere e crudeltà.

Dopo essere stato nascosto per oltre due mesi, Turner fu trovato da Benjamin Phipps, un agricoltore locale, in un nascondiglio ricavato tra le boscaglie. La sua cattura non fu il frutto di un tradimento ma piuttosto il risultato di una meticolosa ricerca da parte delle autorità, che avevano dispiegato risorse significative per assicurarlo alla giustizia. Per incentivare la collaborazione della popolazione, il governatore della Virginia Floyd emanò persino una taglia di 500 dollari per chi consegnasse Nat Turner.

 

Il processo e l’esecuzione

Il processo a cui Turner fu sottoposto si svolse rapidamente, riflettendo il desiderio delle autorità di chiudere la vicenda e ristabilire l’ordine. Durante il processo, Turner ammise la sua responsabilità nella pianificazione e nell’esecuzione della rivolta, sostenendo di essere stato guidato da visioni divine che lo incitavano a combattere contro la schiavitù. La sua testimonianza, in cui espresse senza remore la sua convinzione di essere stato scelto da Dio per condurre la rivolta, non fece altro che aumentare l’interesse pubblico e l’attenzione mediatica sul caso. Fu perciò giudicato colpevole di cospirazione, ribellione e omicidio e condannato all’impiccagione. Aveva da poco compiuto il 31esimo anno di età.

L’esecuzione pubblica di Nat Turner fu un evento carico di simbolismo, volto a sottolineare il ripristino dell’autorità e il fallimento della rivolta. A mezzogiorno del 11 novembre 1831, Nat fu impiccato a un albero secolare nei pressi di Jerusalem, Virginia. La notizia della sua morte si diffuse rapidamente, suscitando reazioni miste tra la popolazione. Mentre alcuni videro nella sua esecuzione la necessaria conclusione di un periodo di insicurezza e terrore, altri percepirono Turner come un martire della causa abolizionista.

 

Le conseguenze della rivolta

Nei giorni e nelle settimane che seguirono l’esecuzione di Turner, la violenza nei confronti degli afroamericani, sia schiavi che liberi, non cessò. In un clima di paura e sospetto, milizie e cittadini bianchi si resero responsabili di atti di rappresaglia brutali e indiscriminati, spesso giustificati dalla volontà di prevenire future rivolte. Queste azioni non erano limitate alla contea di Southampton ma si estendevano a molte parti del Sud, creando un’atmosfera di terrore tra la popolazione afroamericana.

La repressione della rivolta di Nat Turner lasciò cicatrici profonde nella comunità afroamericana e modificò permanentemente il paesaggio politico e sociale della Virginia e del Sud più in generale. Oltre alla feroce rappresaglia che causò l’uccisione di circa 200 neri, la repressione segnò un punto di svolta nella legislazione e nelle politiche schiaviste. In risposta alla rivolta, furono approvate leggi ancora più restrittive sulla vita degli schiavi e dei neri liberi, limitando severamente la loro capacità di riunirsi, viaggiare e accedere all’istruzione.

La ferocia con cui fu repressa la rivolta di Nat Turner rivela la profonda paura che il sistema schiavista aveva della resistenza degli schiavi. La brutalità degli attacchi contro gli afroamericani, colpevoli o innocenti che fossero, dimostra la determinazione delle autorità e dei proprietari di schiavi di mantenere il loro potere e controllo a ogni costo, rivelando le profonde crepe morali e etiche su cui si fondava la società schiavista del Sud.

 

Eredità e memoria

La figura di Nat Turner rimane controversa e complessa. Per alcuni, è un eroe della resistenza contro l’oppressione e un martire della lotta per la libertà. Per altri, è un personaggio problematico a causa della violenza della rivolta. Nonostante queste divergenze di opinione, la storia di Turner è emblematica della lotta incessante per la dignità umana e la libertà. La rivolta di Nat Turner continua a essere studiata e ricordata come un momento cruciale nella storia americana, un atto di sfida estrema che mise in discussione le fondamenta stesse del sistema schiavista.

Quando consideriamo Nat Turner, e la ribellione da lui guidata, dobbiamo anche riflettere su come la memoria storica venga costruita e tramandata attraverso le generazioni. I racconti di questo evento sono stati modellati non solo dalle verità documentate ma anche dalle tensioni etniche e dalle lotte per il potere che hanno pervaso la società americana, tanto nel XIX secolo quanto nei secoli successivi. La storia di questo leader carismatico e della sua insurrezione è stata spesso minimizzata, distorta o dimenticata a seconda dei cambiamenti nei discorsi pubblici su razza e diritti civili. Ma ci pone davanti al compito di esaminare criticamente il passato riconoscendone le varie voci, anche e soprattutto quelle che sono state represse e marginalizzate.

 

Nat Turner nella cultura popolare

La rivolta di Nat Turner ha ispirato diverse opere nella cultura popolare, estendendo il suo impatto dal contesto storico a quello letterario e cinematografico. Tra queste, spiccano romanzi e film che hanno cercato di esplorare e reinterpretare la vita di Turner e le circostanze che portarono alla rivolta del 1831.

 

Libri

The Confessions of Nat Turner” di William Styron (1967): Questo romanzo, vincitore del Premio Pulitzer, offre una narrazione immaginaria della vita di Nat Turner, basandosi sulla vera “Confessione” raccolta da Thomas R. Gray. Styron immerge i lettori in una profonda introspezione del personaggio di Turner, dando vita a un dialogo immaginario che, sebbene controverso per alcune interpretazioni e rappresentazioni, ha contribuito a riaccentrare l’attenzione sulla figura storica di Turner e sulla sua rivolta.

 

Fires of Jubilee: Nat Turner’s Fierce Rebellion” di Stephen B. Oates (1975): Diversamente dal lavoro di Styron, “Fires of Jubilee” è un’opera di saggistica che si propone di raccontare la storia della rivolta di Nat Turner con un rigoroso approccio storico. Oates ricostruisce gli eventi che portarono alla ribellione, analizzando le motivazioni, il contesto e le conseguenze della rivolta, il tutto attraverso una narrazione avvincente che restituisce complessità e umanità alla figura di Turner e ai suoi seguaci.

 

Film

The Birth of a Nation” (2016), diretto e interpretato da Nate Parker: Questo film, che condivide il titolo con l’omonimo e controverso film di D.W. Griffith del 1915, si distacca completamente dal messaggio razzista del predecessore per concentrarsi sulla vita e sulla rivolta di Nat Turner. Attraverso una narrazione potente e visivamente impressionante, Parker esplora la radicalizzazione di Turner e la sua ascesa come leader della rivolta, offrendo al pubblico contemporaneo una nuova prospettiva su uno degli episodi più significativi e tragici della storia americana pre-bellica.

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lunedì 3 febbraio 2025

Come i Māori hanno salvato la loro lingua dall’estinzione

Nel 1972, un gruppo di giovani attivisti Māori marciò verso il Parlamento di Wellington con una petizione firmata da 30.000 persone. Chiedevano che il te reo Māori, la loro lingua ancestrale, fosse insegnato nelle scuole pubbliche della Nuova Zelanda. Non era una semplice rivendicazione linguistica: era una sfida aperta al sistema coloniale che, per più di un secolo, aveva tentato di cancellare quella lingua e tutto ciò che rappresentava.

Quel giorno del 1972 segna una svolta, ma la storia del te reo inizia molto prima, con un progetto di assimilazione forzata che aveva l’obiettivo preciso di eliminare la lingua Māori. Oggi, quella stessa lingua, che negli anni ’80 rischiava di scomparire, è parlata nei telegiornali, nelle scuole e persino negli stadi di rugby. Come è avvenuta questa trasformazione? E perché il modello Māori è diventato un esempio seguito da altre comunità indigene di tutto il mondo?

La scomparsa programmata: il Native Schools Act del 1867

Ogni storia di resistenza inizia con una sconfitta. Nel caso dei Māori, questa sconfitta arriva con il Native Schools Act del 1867, una legge che vietava l’uso del te reo Māori nelle scuole. L’intento era chiaro: trasformare i bambini Māori in “buoni sudditi dell’Impero Britannico”, e farlo partendo dalla lingua. I maestri delle scuole erano obbligati a insegnare solo in inglese, e i bambini sorpresi a parlare te reo venivano picchiati o umiliati pubblicamente.

Si trattava di una forma di repressione invisibile ma potentissima. Quando ai genitori Māori fu chiaro il rischio a cui esponevano i figli, fecero una scelta drammatica: smisero di parlare te reo anche a casa. Questo comportamento, perfettamente comprensibile dal punto di vista della protezione familiare, risultò però nella rottura della trasmissione intergenerazionale: i nonni parlavano te reo, i figli lo capivano, ma i nipoti non lo parlavano più.

Negli anni ’70, il te reo era diventato una lingua “in pericolo”, con meno del 20% dei Māori in grado di parlarlo fluentemente. Ma proprio in quegli anni, la resistenza iniziò a prendere forma.

Ngā Tamatoa: la marcia del 1972 e l’inizio della resistenza

Nel clima globale di lotte per i diritti civili degli anni ’60 e ’70, anche in Nuova Zelanda emerse una nuova generazione di attivisti Māori. Provenivano dalle università e dalle città, dove le comunità Māori si erano trasferite in cerca di lavoro, ma portavano con sé il senso di ingiustizia ereditato dalle loro famiglie. Questi giovani, spesso laureati, urbanizzati e formati nelle università neozelandesi, si riunirono in un collettivo: Ngā Tamatoa, “I Giovani Guerrieri”.

Tra di loro c’era Tame Iti, un attivista che sarebbe diventato importantissimo per la resistenza culturale dei Māori. La loro azione più clamorosa fu proprio la marcia su Wellington del 1972, durante la quale Ngā Tamatoa e la Te Reo Māori Society presentarono una petizione con 30.000 firme chiedendo che il te reo Māori venisse insegnato nelle scuole pubbliche.

La marcia fu un vero colpo di scena. La loro protesta convinse la comunità Māori che la lotta per la lingua era possibile. Fu un momento spartiacque: da lì in poi, il te reo non sarebbe più stato visto come una lingua destinata a scomparire, ma come un campo di battaglia culturale.

La rivoluzione educativa: nascono le Kōhanga Reo (1982)

Se chiedete a uno storico di individuare l’evento più importante per la rinascita del te reo, vi risponderà con due parole: Kōhanga Reo. Cosa sono? Letteralmente, “nidi di lingua”. Nati nel 1982, le Kōhanga Reo sono scuole per bambini da 0 a 5 anni dove si parla esclusivamente te reo Māori.

L’idea era tanto semplice quanto rivoluzionaria: se il sistema scolastico pubblico non era in grado di insegnare la lingua, la comunità avrebbe creato le proprie scuole. E così fecero. Non fu il governo a lanciare il progetto, ma le stesse famiglie Māori. Spesso gli insegnanti erano nonni, genitori e membri della comunità. I genitori non si limitavano a iscrivere i figli, ma partecipavano attivamente all’insegnamento, imparando a loro volta la lingua che molti di loro non avevano mai parlato. Poiché le Kōhanga Reo non godevano avevano diritto ai fondi pubblici, si mantennero attraverso autofinanziamenti e donazioni delle comunità Māori. Le famiglie trasformarono garage, salotti e chiese in aule scolastiche. La vera rivoluzione, però, fu un’altra: il controllo dell’istruzione tornava nelle mani della comunità Māori. Nel 1985, in soli tre anni, le Kōhanga Reo divennero più di 300, guidate da donne come Dame Iritana Tāwhiwhirangi, che organizzarono raccolte fondi, misero a disposizione le loro case e divennero insegnanti e volontarie.

I bambini uscivano dalle Kōhanga Reo parlando te reo Māori con la stessa naturalezza con cui i loro antenati avevano fatto per secoli. Ma c’era un problema: dove mandare questi bambini dopo i 5 anni? Le scuole pubbliche non parlavano te reo.

La risposta arrivò con la nascita delle Kura Kaupapa Māori, scuole primarie e secondarie che, proprio come le Kōhanga Reo, insegnavano solo in te reo Māori. La prima scuola di questo tipo aprì nel 1985, e non passò molto tempo prima che il governo si rendesse conto che la pressione della comunità Māori non poteva essere ignorata.

Fu così che, nel 1987, il governo approvò il Māori Language Act, che riconobbe il te reo Māori come lingua ufficiale della Nuova Zelanda, al pari dell’inglese. Questo atto garantì ai cittadini il diritto di usare il te reo nei tribunali e nelle istituzioni pubbliche, un evento di portata straordinaria: non solo il te reo era salvo, ma veniva finalmente riconosciuto sul piano legale e politico.

Un modello globale

Il modello delle Kōhanga Reo non rimase confinato in Nuova Zelanda. Nel 1984, un gruppo di attivisti hawaiani, ispirato dall’esperienza neozelandese, lanciò la prima scuola di immersione in lingua hawaiana, la Aha Pūnana Leo. Anche le comunità indigene degli Stati Uniti, come i Paiute e i Puyallup, cominciarono a studiare il modello delle Kōhanga Reo.

Oggi, la filosofa e linguista Christina Dawa Kutsmana Thomas si ispira proprio a questo modello per creare scuole di immersione linguistica per la sua comunità Paiute in Nevada. “Il modello Māori è una guida per noi”, ha dichiarato.

Anche le comunità indigene in Canada, la popolazione Sámi in Finlandia e persino le comunità indigene in Brasile stanno studiando e replicando il modello.

Oggi, il te reo Māori non è più in pericolo. È parlato da decine di migliaia di persone ed è presente praticamente ovunque: nei telegiornali, negli spot pubblicitari e sugli scaffali dei supermercati. “Kia ora” ha quasi soppiantato “Hello” nei saluti quotidiani. Il Primo Ministro Jacinda Ardern ha dichiarato di voler insegnare il te reo a sua figlia, e il governo si è impegnato a rendere la lingua accessibile a un milione di neozelandesi entro il 2040.

La rinascita del te reo ha trasformato l’idea stessa di cosa significhi essere neozelandesi. Non è più una lingua confinata nei “villaggi” o tra i nostalgici di un passato perduto, ma una parte centrale del discorso pubblico e delle politiche di riconciliazione post-coloniale. È il segno tangibile di una nazione che sceglie di fare i conti con il proprio passato e di restituire dignità a chi per troppo tempo ne è stato privato.

Perché in fondo la lotta per la lingua è una lotta per il controllo del proprio destino. La lingua non è mai solo un insieme di parole: è il potere di raccontare la propria storia.
Come ha detto Sir Tīmoti Kāretu, uno degli artefici di questa rinascita: “Non aspettare che arrivino dei soldi, non aspettare il permesso di nessuno. Se vuoi salvare la tua lingua, inizia. E non smettere mai”. Le sue parole non sono rimaste lettera morta. La rinascita del te reo Māori ha mostrato al mondo intero che le lingue non scompaiono mai del tutto. Possono essere represse, bandite, ridotte a poche decine di parlanti, ma finché c’è una comunità disposta a lottare, possono sempre risorgere. E quando una lingua rinasce, non tornano in vita solo dei termini desueti: un popolo si riprende il proprio posto nel mondo.

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martedì 15 marzo 2022

Dietro la prima causa ambientale contro lo stato italiano - Ilaria Cagnacci

Marica Di Pierri, portavoce dell’Associazione a Sud, spiega ai lettori di Frontiere News il contesto ambientale italiano che ha fatto sì che lo scorso 5 giugno 24 associazioni e 179 persone (17 delle quali minorenni) abbiano fatto causa allo stato italiano, rappresentato dalla presidenza del Consiglio dei ministri, al tribunale civile di Roma.

Il 14 dicembre si è svolta la prima udienza della causa climatica contro lo stato italiano: un evento storico che vede per la prima volta nel nostro paese clima e diritti umani approdare insieme nell’aula di un tribunale. L’azione legale, nata grazie all’iniziativa di movimenti, associazioni e centinaia di singoli cittadini nell’ambito della campagna Giudizio universale, punta il dito contro lo stato italiano per inerzia nel contrasto al cambiamento climatico, violando, di conseguenza, diritti fondamentali tra cui il diritto alla vita e ad un ambiente salubre tutelati dalla nostra Costituzione. Marica Di Pierri, portavoce dell’associazione A Sud, primo ricorrente nella causa climatica, e presidente del Centro di Documentazione conflitti ambientali di Roma, ci racconta la vulnerabilità climatica del nostro paese e perché questa è la causa del secolo.

L’Italia non è il primo paese in cui argomentazioni basate sui diritti umani sono diventate la base di contenziosi sui cambiamenti climatici. Nell’ultimo decennio è aumentato notevolmente il numero di stati citati a giudizio dai propri cittadini nella lotta al cambiamento climatico: secondo il Global Climate Litigation Report delle Nazioni Unite, da luglio 2020 il numero di casi è quasi raddoppiato con almeno 1.550 contenziosi climatici presentati in 38 paesi. Tra i più significativi nel contesto europeo sicuramente il caso Urgenda dove la Corte suprema olandese ha confermato il dovere del governo dei Paesi Bassi di limitare le emissioni del 25% (rispetto ai valori del 1990) entro il 2020 e che ha fatto da apripista nel nostro continente.

Una via, quella legale, non solo per far riconoscere la responsabilità dei nostri stati nel contrasto al cambiamento climatico ma anche per chiedere l’assunzione di misure urgenti nel rispetto degli obiettivi internazionali per il clima. “A livello di causa legale non indichiamo nessuna soluzione, questo sarà compito del parlamento, del governo e degli enti preposti al varo delle politiche pubbliche”, spiega Pierri. “La richiesta formulata dai ricorrenti italiani riguarda la condanna dello Stato a realizzare una drastica riduzione delle emissioni di gas serra del 92% nel rispetto dei limiti previsti dall’Accordo sul clima di Parigi che prevede l’impegno delle parti aderenti a contenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C, impegnandosi a limitarlo a 1,5°C. L’assunto su cui si basa la nostra causa è che l’impatto dei cambiamenti climatici sono oggi uno dei fattori di maggior vulnerazione dei diritti umani fondamentali e questo vale ancora di più per le future generazioni che pagheranno un prezzo altissimo”.

 

La causa

Un’iniziativa interamente mossa dalla società civile tra cui spiccano 17 minori, rappresentati in aula dai loro genitori. “Tutte le climate litigation sono cause mosse dalla società civile per spingere a politiche climatiche più ambiziose. I minori sono sicuramente uno dei gruppi di maggior rilievo emersi negli ultimi anni, il tema dei diritti e delle giovani generazioni future sta assumendo sempre più centralità nella rivendicazione della giustizia climatica intergenerazionale. In Europa, ad esempio, un gruppo di sei giovanissimi portoghesi tra gli 8 e i 21 anni hanno fatto causa a 33 Paesi e hanno intentato la causa presso la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo”.

 

In tutti i contenziosi climatici la scienza del clima ha svolto un ruolo fornendo le basi fattuali per le rivendicazioni legali avanzate. Per quanto riguarda la realtà italiana gli scenari futuri delineati dai rapporti più autorevoli sui cambiamenti climatici, tra cui l’ultimo rapporto uscito nel 2020 del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici e quello del Climate Analytics, quest’ultimo allegato all’atto di citazione della causa italiana, ci dicono che fenomeni sempre più intensi colpiranno il territorio con pesanti conseguenze sul piano sociale, economico, e ambientale.

“La particolare vulnerabilità climatica del nostro paese è sicuramente una delle argomentazioni alla base della causa climatica. Gli scenari che riguardano il territorio italiano sono particolarmente drammatici e il nostro paese sta già pagando un prezzo altissimo sull’altare dei cambiamenti climatici. Gli aspetti di vulnerabilità italiana riguardano tutti gli impatti climatici: dall’aumento delle temperature, all’innalzamento dei mari fino ad arrivare a fenomeni metereologici estremi. Pensiamo soltanto all’ultimo Capodanno con temperature record: sull’Appennino lucano dove mi trovo ci sono stati venti gradi, sono scoppiati i semi del glicine e le piante stanno andando in fioritura. Si tratta di uno stravolgimento totale delle stagioni con gravi conseguenze sia sulla biodiversità che sulla salute umana. Per quanto riguarda eventi estremi come alluvioni o trombe d’aria in Sicilia nei mesi scorsi ci sono stati undici tornado e gli uragani mediterranei sono un fenomeno che si sta sempre più consolidando. Inoltre, nonostante in maniera semplificativa si pensi sempre e solo a Venezia, l’innalzamento dei mari minaccia ampie zone del nostro Paese tra cui buona parte della zona adriatica e anche delle regioni centrali tirreniche”.

Secondo il Global Climate Index Risk 2021, che analizza e classifica gli impatti del cambiamento climatico sugli stati nel mondo, tra il 2000 e il 2019 hanno perso la vita 475mila persone e l’Italia risulta ai primi posti nell’infelice classifica per il numero di decessi dovuti all’emergenza climatica.

“Una cosa che mi ha colpito molto è che l’Italia risulta al sesto posto a livello mondiale per decessi causati da eventi climatici estremi negli ultimi vent’anni. Si tratta di un dato davvero allarmante che sottolinea il dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini”.

Comunicare qualsiasi scienza è difficile, ma la scienza del clima presenta sfide particolari. “Dal punto di vista informativo c’è sicuramente uno spazio maggiore rispetto le tematiche inerenti ai cambiamenti climatici. Se ne parla di più ma se ne parla solo in prossimità di eventi internazionali come la Cop26 o quando si verifica un evento calamitoso. Inoltre, quando se ne parla lo si fa in maniera molto riduttiva facendo magari accenno al fatto che questi eventi sono legati al cambiamento climatico ma non facendone un elemento centrale di riflessione. In questo modo risulta difficile avviare un ragionamento serio su quali possano essere le soluzioni reali per invertire la rotta, come l’abbandono immediato dell’energia fossile”.

Per quanto riguarda la politica, invece, il clima rimane spesso confinato nel mondo della retorica perdente continuando a risultare il grande assente nell’agenda delle priorità “come associazione guardiamo con grande preoccupazione alla retorica della transizione ecologica che si è consolidata nel nostro paese e che ci sembra non stia portando nella direzione giusta. Ancora oggi abbiamo come obiettivo di riduzione l’obiettivo prefissato dallo PNIEC che è ampliamente superato dalla legislazione europea che prevede una riduzione delle emissioni del 55%. Inoltre, la grande centralità del gas con investimenti infrastrutturali, che stanno creando grande conflittualità territoriale, e il ritorno del nucleare in auge ci preoccupa molto e non crediamo che sia la strada giusta”.

 

“Si tratta di una causa che ha a che fare con la sopravvivenza della vita così come la conosciamo oggi. La scienza ci dice che è entro questo secolo che definiremo i destini climatici del pianeta e questo è il secolo dove questa battaglia va vinta. È presto per misurare l’efficacia nel medio lungo termine di queste cause ma si può dire che in generale si assiste ad un miglioramento delle politiche pubbliche climatiche. Da questo punto di vista il caso tedesco è uno dei più significativi: dopo la sentenza della Corte costituzionale il governo ha riscritto la legge climatica alzando la soglia di riduzione delle emissioni al 65%”.

Questi anni verranno ricordati come gli anni in cui l’intera umanità è stata messa in ginocchio di fronte ad un nemico invisibile ed estremamente letale ma potranno essere ricordati anche come gli anni in cui l’umanità ha affrontato la sfida più grande della nostra storia: la crisi ambientale.

In questo contesto i contenziosi sul clima rappresentano uno strumento concreto per un cambiamento di rotta, affermando nella sostanza che l’attuale crisi planetaria non è solamente una questione ‘reale’ ma anche e soprattutto filosofica ed esistenziale: la nostra vita e i nostri diritti sono indissolubilmente legati alla salute della Madre terra.

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mercoledì 3 marzo 2021

Scappare dal clima: le migrazioni che non fanno rumore - Ilaria Cagnacci

 

Si stima che entro il 2050 una persona su 45 sarà un migrante ambientale. Il Centre for research on the epidemiology of disasters (CRED) nel 2019 ha registrato 396 disastri naturali che hanno comportato la morte di più di 11mila persone e 24,9 milioni di sfollati: si tratta del più alto numero mai registrato a partire dal 2012, di tre volte più alto rispetto a quello riferito a spostamenti causati da conflitti e violenza.

A livello regionale l’Asia è risultato il continente più colpito da questi eventi estremi con il 40% dei disastri naturali e il 45% delle morti sul totale registrato, seguita da Africa, America ed Europa.

Negli ultimi vent’anni il numero delle inondazioni è più che raddoppiato, passando da 1.389 a 3.254 (40% del totale dei disastri climatici), mentre l’incidenza delle tempeste è cresciuta da 1.457 a 2.034 (28%), seguite da terremoti (8%) e temperature estreme (6%). L’evento più letale del 2019 invece è stato l’ondata di caldo che ha colpito l’Europa e che ha causato la morte di più di 2500 persone.

Cambiamenti climatici e migrazioni

Il motore delle catastrofi naturali è senz’altro il cambiamento climatico. Già in un rapporto pubblicato nel 2014 il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) aveva previsto che i rischi associati ad eventi estremi sarebbero aumentati di pari passo con l’aumento della temperatura globale riconoscendo anche che l’influenza antropogenica sul clima, secondo le sempre più numerose evidenze di tipo scientifico, è una delle cause principali del progressivo riscaldamento che stiamo registrando.

Il cambiamento climatico non è solo responsabile di eventi estremi ma anche di cambiamenti radicali sul pianeta che avvengono in maniera lenta e graduale. Come la desertificazione delle terre, che porta ad un vero e proprio sconvolgimento dell’ecosistema. Questo fenomeno sta aggravando le condizioni di Paesi già in poverissimi e dipendenti dalle rese minime che possono essere garantite da un’agricoltura di sussistenza così come nel caso dei Paesi presenti nella fascia del Sahel, zona più colpita al mondo dal fenomeno della desertificazione dove siccità permanente, mancanza di cibo, conflitti che nascono per la diminuzione delle risorse naturali e migrazioni di massa sono solo alcune delle devastanti conseguenze di questo fenomeno.

 

 

Chi scappa degli effetti dei cambiamenti climatici non ha protezione

Lo spostamento in alcuni casi è l’unica via di salvezza per un individuo in cerca di protezione dagli effetti dei cambiamenti climatici ma è bene sottolineare che solo una piccolissima fetta di coloro che ‘decidono’ di emigrare attraversa le frontiere del proprio paese. L’86% delle migrazioni ambientali infatti riguarda spostamenti a corto raggio: o all’interno del paese stesso o verso i Paesi vicini, soprattutto Paesi cosiddetti ‘in via di sviluppo’ che ad oggi ospitano l’84% dei migranti ambientali.

 

Nonostante la portata sempre più ampia del fenomeno ancora oggi non esiste alcun tipo di accordo internazionale che fornisca protezione a queste persone. Chi si ritrova al di fuori dei propri confini nazionali, quindi, viene considerato un migrante ‘irregolare’ e rischia di subire ulteriori violenze e discriminazioni. I migranti ambientali restano quindi esclusi da quello che a livello internazionale è ritenuto uno dei documenti più autorevoli e fondamentali in tema di protezione: la Convenzione di Ginevra del 1951.

L’art. 1 della Convenzione considera “rifugiato” «qualsiasi persona che, a causa di un ben fondato timore di essere perseguitata per questioni di razza, religione o opinioni politiche, si trova all’esterno del paese di cui possiede la nazionalità e non può, o a motivo di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di quel paese». È evidente che l’inapplicabilità della Convenzione derivi sia dalla stessa definizione di rifugiato sia dal fatto che ad essere protetti da suddetta normativa siano soltanto coloro che si ritrovano a far richiesta di asilo in un altro Stato: il che escluderebbe la maggioranza dei casi riguardanti spostamenti dovuti a questioni ambientali che, come già sottolineato, avvengono all’interno dei confini degli Stati di origine.

A partire da quale sia il termine più appropriato da utilizzare, migrante, rifugiato o sfollato climatico, fino ad arrivare al tipo di percorso giuridico da intraprendere, una modifica della Convenzione di Ginevra o un testo ad hoc, le questioni aperte sul riconoscimento e la tutela dei migranti ambientali rimangono ancora molte.

Di positivo c’è che sul piano internazionale stiamo assistendo ad un sempre più esplicito riconoscimento del legame tra il cambiamento climatico e le sue implicazioni a livello sociale. Il Patto Globale sulle Migrazioni del 2018, ad esempio, ha ribadito la necessità di un impegno della comunità internazionale per ridurre al minimo i fattori avversi che costringono le persone a lasciare il proprio paese d’origine, tra cui quelli che derivano dagli effetti negativi del cambiamento climatico. Nell’Agenda 2030 sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile troviamo invece quello di “adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e il suo impatto”.

Lotte e resistenza

 

A pagare le conseguenze di un modello di sviluppo che getta le proprie basi su una logica di dominio e violenza, sia contro gli umani che la natura, sono le popolazioni più povere e vulnerabili del mondo, laddove vulnerabili significa tutt’altro che passive al cambiamento. Oggi, infatti, stiamo assistendo a un incredibile proliferazione di movimenti locali e transnazionali che si oppongono alla distruzione della terra e che mirano a ristabilire una sinergia tra l’uomo e la natura. Tra queste l’incredibile iniziativa della Grande Muraglia Verde, un movimento a guida africana con l’ambizione di far crescere una fascia di vegetazione di 8.000 km attraverso l’intera larghezza dell’Africa, fino alle innumerevoli lotte portate avanti dalle comunità indigene protettrici dell’80% della biodiversità sul nostro pianeta che da decenni continuano a essere oggetto di violenza fisica, psicologica e sessuale, nonché di razzismo, esclusione, sgomberi forzati, espropriazioni illegali. E che troppo spesso pagano con la vita la difesa dell’ambiente: soltanto nel 2019 sono stati uccisi 212 difensori dell’ambiente, il che significa una media di più di quattro persone a settimana.


Ingiustizia climatica, da dove ripartire

Sottolineare la natura antropogenica del cambiamento climatico è senz’altro un punto di partenza ma ciò che bisogna riconoscere è le responsabilità di uno specifico sistema di produzione e consumo di tipo capitalista che ha comportato negli anni non solo un incredibile aumento delle disuguaglianze in termini di ricchezza bensì anche in termini di costi ambientali: secondo un rapporto di Oxfam e Stockholm Environment l’1% più ricco degli abitanti del pianeta inquina il doppio del 50% più povero.

Oltre a dover far fronte a quelle che sono le cause reali e tangibili del cambiamento climatico ecco quindi che risulta fondamentale affrontare anche un certo tipo di considerazioni di natura etica che riguardano l’ingiustizia del cambiamento climatico e la necessità di un cambiamento sistemico.

Affrontare il cambiamento climatico significa in primo luogo affrontare un certo tipo di sistema di potere razzista e privilegiato che per decenni ha respirato il mito della supremazia occidentale sbranando le terre e le risorse del sud del mondo. Questa sarà la vera premessa di un cambiamento radicale sia nel modo di relazionarci gli uni agli altri sia nel modo di relazionarci alla natura trasformando la presenza umana sulla Madre Terra da presenza distruttiva a presenza costruttiva di un futuro sostenibile per le generazioni che verranno.

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