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martedì 14 aprile 2026

L’orso bruno non dorme più: l’allarme che arriva dagli Appennini - Michele Agagliate

Il tempo delle tane blindate e dei lunghi sonni sotto la neve sembra appartenere a un’altra epoca geologica. Oggi, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, l’orso bruno (Ursus arctos) deve fare i conti con un nemico più insidioso dei bracconieri: il termometro. Con temperature che non accennano a scendere e l’assenza cronica di manti nevosi, il letargo – pilastro biologico per la sopravvivenza della specie – sta diventando un optional pericoloso.

I numeri parlano chiaro: sono rimasti circa sessanta esemplari. Un equilibrio fragilissimo che il riscaldamento globale sta facendo saltare. Se in passato era il freddo a “chiudere” gli orsi bruni nelle tane, oggi la scarsità di neve spinge molti individui a restare attivi. “Il periodo di ibernazione si è ridotto drasticamente e in alcuni casi è del tutto assente”, spiega Stefano Orlandini, presidente dell’associazione Salviamo l’Orso. Il caso limite? Una femmina con tre cuccioli che quest’anno non è mai andata in letargo.

È un dettaglio fondamentale: per le femmine, partorire fuori dalla protezione della tana o interrompere il riposo significa bruciare riserve energetiche vitali. Il rischio concreto è che i piccoli non superino l’inverno o che il successo riproduttivo della specie crolli verticalmente.

Altro fattore importante: quando l’orso bruno non dorme, cerca cibo. E se i frutti selvatici scarseggiano a causa della siccità appenninica, l’animale si sposta verso valle, attirato dagli odori dei centri abitati. È qui che la biologia incrocia la cronaca. La “confidenza” con l’essere umano, spesso forzata dalla fame, trasforma l’orso bruno in un frequentatore di cassonetti, aumentando il rischio di incidenti, investimenti o conflitti sociali.

Valeria Barbi, naturalista e responsabile comunicazione dell’associazione, conferma la tendenza: il letargo è ormai un “termometro” della crisi ecologica. Se gli orsi americani (bruni e neri) stanno già modificando i ritmi stagionali da anni, il Marsicano – isolato geneticamente da millenni – è ancora più vulnerabile a questi sbalzi.

La partita per salvare il più grande mammifero italiano si gioca ormai fuori dai confini protetti, nei cosiddetti “corridoi d’espansione” che arrivano fino al Terminillo e alle Marche. Qui, l’attivismo civile prova a tappare i buchi della gestione pubblica. Tra l’installazione di recinti elettrici per proteggere gli apiari e la sostituzione dei cassonetti tradizionali con modelli “a prova d’orso” (già 49 quelli posizionati), l’obiettivo è uno solo: rendere possibile la convivenza.

Resta però il nodo delle risorse idriche. Il progetto Drop by Drop punta i riflettori sulla sete dell’Appennino: senza acqua pulita e accessibile in quota, l’orso bruno è condannato a scendere tra le case.

In ultima analisi, la mancata latenza invernale altera l’omeostasi della sottospecie: il passaggio da un regime di ipometabolismo a uno di attività costante in assenza di trofismo naturale espone gli esemplari a un deficit calorico che ne compromette la fitness riproduttiva. La persistenza di questo trend climatico rischia di trasformare l’Appennino in un sink ecologico, dove la sopravvivenza dei sessanta individui rimasti dipenderà esclusivamente dalla capacità di minimizzare il dispendio energetico legato alle interferenze antropiche.

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mercoledì 8 aprile 2026

Il miraggio della tradizione - Michele Agagliate

Ogni anno, mentre la primavera si riaffaccia e le campane annunciano la Pasqua, l’Italia si prepara a celebrare uno dei suoi riti gastronomici più radicati, quasi immutabile nel tempo. L’agnello torna a occupare il centro della tavola come se la sua presenza fosse un elemento architettonico necessario della festa, una consuetudine che non richiede spiegazioni. La parola “tradizione” viene sollevata come uno scudo dorato, una barriera che blocca ogni tentativo di riflessione critica e che santifica una scelta alimentare che, se osservata con lenti diverse, rivela contorni decisamente meno celebrativi. Questa parola magica chiude il discorso prima ancora che possa nascere un interrogativo: si è sempre fatto così, dunque è giusto continuare a farlo.

Eppure, dietro questa facciata di convivialità e calore familiare, si nasconde una realtà fatta di numeri crudi e di una sofferenza programmata su scala industriale che troppo spesso scegliamo di non guardare. Se proviamo a squarciare il velo della narrazione bucolica, ci accorgiamo che la richiesta stabile e prevedibile di questo periodo alimenta una filiera del sacrificio che non ha nulla di spirituale. Parliamo di circa due milioni di creature che ogni anno, in Italia, vengono macellate per rispondere a una domanda che si impenna proprio nei giorni della “rinascita”. La maggior parte di questi animali sono in realtà neonati, piccoli che hanno trascorso sulla terra appena venti o trenta giorni, giusto il tempo di essere strappati alle madri per garantire al mercato quella carne bianca e tenera che la tradizione esige. È un paradosso atroce: celebriamo la vita e la risurrezione mettendo nel piatto il corpo di un individuo che non ha avuto nemmeno il tempo di conoscere il pascolo o la luce del sole in modo pieno.

Ma il problema non si esaurisce entro i confini nazionali. La macchina del consumo pasquale è così vorace da richiedere massicce importazioni dall’estero, specialmente dall’Europa centro-orientale, in particolare da nazioni come la Romania e l’Ungheria. È qui che la “zona grigia” del nostro consumo diventa ancora più opaca. Questi agnelli, esseri senzienti e spaventati, vengono stipati in tir a più piani per viaggi che possono durare trenta, quaranta ore. Immaginiamo per un momento la realtà di questi trasporti: chilometri di asfalto percorsi in condizioni di sovraffollamento, spesso senza accesso adeguato all’acqua, con i piccoli che chiamano madri che non risponderanno mai. È una parte del processo che raramente entra nel discorso comune, perché ammettere l’esistenza di questo calvario renderebbe il pranzo pasquale indigesto per chiunque conservi un briciolo di empatia. È un costo invisibile che viene pagato da creature nate con il solo scopo di essere consumate in un picco di mercato stagionale.

A questo scenario di sofferenza individuale si aggiunge un carico ambientale che non possiamo più permetterci di ignorare, specialmente in un’epoca di crisi climatica conclamata. Gli Ovis, in quanto ruminanti, partecipano a quel sistema di allevamento intensivo che è tra i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra. La produzione di metano, un gas che ha un potere riscaldante molto più incisivo dell’anidride carbonica nel breve termine, e l’enorme consumo di risorse idriche — si stima che servano circa novemila litri d’acqua per produrre un solo chilo di carne ovina — rendono questa tradizione un lusso insostenibile per il pianeta. Non è solo una questione di cosa mangiamo, ma di quanto quel cibo pesi sull’ecosistema che dovremmo proteggere. Eppure, nel dibattito pubblico, l’impatto ambientale delle nostre abitudini festive viene quasi sempre derubricato a dettaglio trascurabile, sommerso dal rumore delle ricette tipiche.

La cosa più curiosa, e forse la più triste, è come tutto questo conviva senza attriti con il significato simbolico che l’agnello riveste nella nostra cultura. Lo riconosciamo universalmente come l’animale dell’innocenza, della mitezza assoluta, della purezza che si offre senza resistere. È l’icona del sacrificio divino, un’immagine che ispira tenerezza e devozione in milioni di persone. Ma nel passaggio dalla simbologia alla pratica, quel significato sembra evaporare, svuotarsi di ogni sostanza etica. L’agnello smette di essere il simbolo della vita innocente da proteggere e diventa merce, un ingrediente tra i tanti, un oggetto da smembrare e cucinare. Questa scissione cognitiva ci permette di commuoverci davanti a un’immagine sacra e, un istante dopo, di consumare il corpo reale di quell’innocenza senza avvertire alcuna contraddizione.

Non è una gara a chi è più coerente, né un tentativo di moralismo sterile. È una questione di onestà intellettuale. Oggi, a differenza dei secoli passati, non siamo spinti dalla necessità di sopravvivenza. La nostra non è una scelta obbligata dalla fame, ma una preferenza culturale che possiamo decidere di modificare in qualunque momento. Questa libertà cambia radicalmente il peso della nostra responsabilità. Continuare a seguire una tradizione che richiede il massacro sistematico di cuccioli e il logoramento delle risorse ambientali, quando abbiamo infinite alternative etiche a disposizione, non è più un gesto neutro. È una scelta politica e morale che compiamo ogni volta che facciamo la spesa.

In ultima analisi, il punto non è semplicemente convincere qualcuno a cambiare dieta per spirito di appartenenza a una fazione. Il vero obiettivo è capire se quel gesto, l’atto di consumare un agnello a Pasqua, venga fatto con una reale consapevolezza di ciò che sta dietro il piatto: il viaggio nel freddo, lo strappo dalla madre, la paura nel macello e l’impronta ecologica lasciata sul mondo. Perché tra un gesto compiuto per inerzia e uno compiuto con gli occhi aperti, anche se all’apparenza il risultato sembra lo stesso, passa una differenza abissale. Riconoscere l’agnello come individuo, e non come pietanza, è il primo passo per trasformare la Pasqua da una celebrazione del sacrificio a una reale festa della vita, dove la rinascita non sia solo una parola antica, ma una pratica quotidiana di rispetto per ogni essere vivente.

Tra il sacro e il macello, alla fine, cambia solo il racconto che ci facciamo per stare tranquilli.

da qui

venerdì 20 marzo 2026

La montagna che non sappiamo più riconoscere - Michele Agagliate

 

Un lupo grigio attraversa di notte le strade di Valstrona, alle porte del parco naturale dell’Alta Val Sesia e dell’Alta Val Strona. Viene fotografato tra le case poco dopo mezzanotte. L’immagine circola, la notizia finisce sui giornali e scatta subito l’allarme.

Il sindaco del comune, Ivan Rainoldi, commenta così l’avvistamento:

«Ora abbiamo paura: non si può più aspettare, si deve intervenire».

È una frase che merita di essere riletta con calma. Prendetevi tranquillamente il vostro tempo.

Bene. Qui non stiamo parlando di un animale esotico; di una specie aliena arrivata per sbaglio nelle Alpi. Stiamo parlando di un lupo grigio. In una valle alpina. You get what I mean, right?.

Rainoldi guida Valstrona con una lista civica che si chiama “Vivere la montagna”. E proprio il nome della lista, a questo punto, solleva una domanda piuttosto semplice: che cosa significa davvero vivere la montagna?

Significa convivere con gli ecosistemi che la abitano, oppure pretendere che la natura si comporti come un giardino pubblico?

Il lupo non è un intruso nelle Alpi. È una specie autoctona che per secoli ha fatto parte di questi territori. Semmai l’anomalia storica è stata la sua scomparsa, causata da persecuzioni sistematiche e sterminio. Il suo ritorno non è il segno di una natura fuori controllo, ma il contrario: è uno dei pochi indicatori che gli ecosistemi alpini stanno lentamente recuperando equilibrio.

Questo non significa negare le difficoltà di chi vive e lavora in montagna: gli allevatori sanno bene che la convivenza con i predatori non è mai stata semplice. Ma proprio per questo sorprende che un amministratore locale trasformi un episodio del tutto normale in un’emergenza.

Se davvero vogliamo “vivere la montagna”, forse il primo passo è ricordare a tutti i Rainoldi che la montagna non è una scenografia turistica né un parco urbano. È un ecosistema. E negli ecosistemi italiani, ogni tanto, passano anche i lupi.

Rainoldi parla di paura. È una parola potente, ma andrebbe usata con cautela.

Gli attacchi mortali di lupi all’uomo nel mondo moderno sono eventi rarissimi. Le statistiche internazionali parlano di poche decine di casi in quasi vent’anni, la maggior parte legati a contesti molto specifici o alla rabbia. In Europa e in Italia si tratta di episodi praticamente inesistenti.

Nel frattempo, però, ogni anno sulle strade italiane muoiono più di tremila persone. Nel mondo gli incidenti stradali provocano circa 1,2 milioni di vittime l’anno.

Eppure non vediamo sindaci invocare “interventi urgenti” contro le automobili.

Con rischi immensamente più grandi conviviamo ogni giorno senza farci caso. Basta salire in macchina e girare la chiave.

Il lupo grigio, invece, continua a farci paura anche quando si limita ad attraversare una valle che è sempre stata casa sua. Do you understand the paradox?

da qui

domenica 26 ottobre 2025

La setta col biglietto numerato - Michele Agagliate

 

Shen Yun, il culto che vende la grazia come fosse uno spettacolo. In un mondo che ha perso la fede ma non la carta di credito.

A chi non è capitato, negli ultimi mesi, di aprire YouTube o Instagram e trovarsi davanti lo spot di Shen Yun Performing Arts?

Quel carosello di sete colorate, sorrisi estatici e promesse di “un viaggio spirituale nella vera Cina”, sparato ovunque come se stessero pubblicizzando l’Apocalisse in 4K.

E poi quella frase, ripetuta con la convinzione di chi ha appena assistito alla Seconda Venuta:

Uno spettacolo veramente importante!

Sembra un trailer della Disney diretto dal Dalai Lama dopo una settimana di ayahuasca.

Tutti estasiati, tutti redenti, tutti con lo sguardo di chi ha appena visto la luce – o, più probabilmente, la fattura.

È la spiritualità del XXI secolo: con biglietto su TicketOne, musica dal vivo e merchandising incluso.

Ma il problema non è lo spettacolo in sé — i costumi sono splendidi, i ballerini impeccabili — il problema è il messaggio che passa sotto le pieghe delle sete.

Dietro la patina di “arte tradizionale cinese” si muove un’operazione ideologica vera e propria: un culto fondato dal signor Li Hongzhi, un predicatore che sostiene che l’evoluzione sia un’invenzione aliena, che le razze si separeranno in paradiso e che l’omosessualità sia un errore cosmico.

Il tutto condito da rivelazioni sul fatto che lui, sì, può attraversare i muri e rendersi invisibile.

Altro che spiritualità: questa è fantascienza da discount.

Eppure, milioni di spettatori nel mondo assistono in silenzio, applaudono, si commuovono, si convincono.

Perché l’illusione del “ritorno ai valori tradizionali” è potente, specie in un’epoca che ha svuotato di senso tutto il resto.

Ci siamo disabituati alla verità, e così ci bastano quattro proiezioni colorate per scambiare la propaganda per arte e la fede per intrattenimento.

È la religione del capitalismo spirituale: preghi, ma pagando; mediti, ma su prenotazione; ti elevi, ma solo se hai il posto in platea.

Intanto, gli organizzatori si presentano come i custodi della purezza morale contro la “decadenza del mondo moderno”, mentre vendono biglietti da 80 a 150 euro nei teatri più borghesi d’Europa.

Predicano l’ascesi, ma a prezzo pieno.

E i teatri, i giornali, le istituzioni? Zitti.

Perché quando la fede porta incasso, nessuno osa chiamarla setta: diventa “evento culturale”.

A dicembre arriveranno persino al Teatro Regio di Torino, la mia città: quella dove un tempo si facevano rivoluzioni operaie e oggi si ospitano liturgie orientali sponsorizzate sulle piattaforme web.

E tutto questo in una Torino che, intanto, affoga nel degrado urbano, nello sfruttamento, nella povertà crescente e in una nuova schiavitù del lavoro che passa anche attraverso l’immigrazione mal pagata e senza diritti.

Non è razzismo, è realtà: se un operaio bengalese lavora dodici ore a quattro euro l’ora, anche un italiano finirà per accettarne cinque.

È così che muore il vero laburismo — non per colpa dei migranti, ma per chi li sfrutta mentre predica l’accoglienza.

C’è qualcosa di profondamente tragico in questo bisogno collettivo di comprarsi la purezza.

Abbiamo trasformato la fede in un’esperienza premium, la grazia in un evento da prevendita.

Ci raccontano che basta un costume di seta e un violino cinese per ritrovare l’anima, e noi ci crediamo — come sempre.

È la fame di senso di un mondo che non crede più in nulla, ma ha ancora bisogno di sentirsi buono.

Ed ecco che, in mezzo alle macerie morali di un Paese stanco, si cercano miracoli nel posto sbagliato: sul palco, tra gli applausi, sotto le luci.

Ma se il divino esiste ancora, di certo non danza per 80 euro a sera.

E di sicuro non ha bisogno di un coreografo.

da qui