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domenica 10 aprile 2022

La pace, il condizionatore e le nostre dipendenze - Antonio Tricarico

 

Dopo 40 giorni di guerra e un dibattito senza fine sulle sanzioni alla Russia, anche in Italia è arrivato con forza il dilemma sull’imporre o meno un embargo energetico totale, inclusi carbone, petrolio e gas, per tagliare il principale meccanismo di finanziamento della macchina bellica guidata da Vladimir Putin. Un dibattito che ha spaccato la Germania e alla fine l’Unione europea.

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi, piccato dalle domande poste in conferenza stampa, ha messo l’uditorio davanti a un aut aut: la pace fermando anche l’import di petrolio e gas dalla Russia o il nostro benessere impersonificato dagli energivori condizionatori. Di emergenza in emergenza, i condizionatori diventano così i “nuovi runner”. Insomma, se fossimo coerenti e fermassimo subito il flusso energetico dalla Russia, pagheremmo un prezzo tutti noi provando ad ottenere una pace il prima possibile.

 

Si succedono le analisi su quale sarebbe il vero impatto economico se avessimo subito meno petrolio e gas, chiudendo i rubinetti con la Russia. Il documento di programmazione economica parla di fino a 3 punti di PIL persi . Stime paragonabili a quelle menzionate in Germania e altrove, comunque inferiori al tonfo del 9 per cento del 2020 in Italia a causa della pandemia.

Forse la risposta alla domanda di Draghi non va trovata nei numeri economici, quanto ponendosi invece un’altro quesito, ancora più serio. Molti di noi hanno avuto in famiglia persone con delle dipendenze o è stato vicino a chi ne ha sofferto: alcool, droghe, gioco d’azzardo o altro. Sappiamo quindi quanto sia difficile uscire dalle dipendenze gravi. È una lotta durissima e bisogna pagare un prezzo, soprattutto nel breve termine. Se fossimo onesti, dovremmo dirci senza giri di parole che la nostra società ha una dipendenza cronica dall’import di combustibili fossili e in particolare da dittatori o regimi ben poco democratici. Lo abbiamo fatto per decenni chiudendo gli occhi e accampando scuse, proprio come fa chi ha una dipendenza che non vuole ammettere.

Non sono serviti 30 anni di negoziati internazionali contro il cambiamento climatico o le grida di dolore dei popoli devastati, che soffrono la maledizione della presenza di combustibili fossili nel loro sottosuolo. Ma proprio come quando si inizia a realizzare la propria dipendenza, ci si illude subito che si ppossa uscirne piano piano. Riduciamo un po’, ancora qualche dose o giocata, un ultimo bicchiere. Dai smettiamo con il carbone, proprio la roba più inquinante, e poi un domani anche il resto. E poi ci sono subito le ricadute: andiamo dal dittatore dietro l’angolo, in Algeria o in Egitto, e prendiamocene un altro po’. Che sarà mai, poi smettiamo. Tutto si fa, pur di non accettare che per uscirne davvero va pagato un prezzo e non ci sono sconti che reggano.

Se volessimo davvero farla finita e cambiare, dovremmo avere il coraggio di accettare la sofferenza ed il prezzo da pagare smettendo da subito di avere l’energia russa come inizio vero della nostra uscita dal fossile, russo e non russo. Basta ascoltare il petulante monito di Confindustria, degli economisti saputelli o di chi di brama affari fossili con la Russia e i dittatori, pur di continuare a fare lauti profitti. Perciò la vera domanda è se vogliamo farla davvero finita, per la pace, ma anche per il clima e soprattutto per guarire una volta per tutte noi e la nostra economia.

Qualcuno obietterà che i governanti ci hanno spinto in questa dipendenza dal fossile, che non ci è stata data scelta. Sì, però l’obiezione ricorda molto le scuse di chi ha dipendenza da qualcosa, che da sempre la colpa a qualcun altro. Certo, che le élite hanno una responsabilità decennale, e l’accumulazione di profitti e potere è spesso avvenuta grazie ai combustibili fossili e alla combutta con i dittatori che li fornivano. Ma non c’è scusa che tenga per noi cittadini che abbiamo una dipendenza grave. Ogni cambiamento richiede uno sforzo e un prezzo da pagare. I veri statisti lo direbbero chiaramente alla popolazione, ma incoraggerebbero questa anche ad accettare il prezzo da pagare nel breve termine, a partire dalle forze sociali. La transizione fuori dal fossile richiede sacrifici, ma chi ha beneficiato di più del bengodi fossile deve pagare il prezzo più alto in nome dell’equità sociale a livello nazionale ed internazionale. Per questo, il paragone di Draghi del condizionatore è fuorviante, poiché mette tutti sullo stesso piano sociale, chi il condizionatore non ce l’ha e chi ne ha troppi. Maschera anche, e ancora una volta, che il caro prezzo che stiamo già pagando per l’energia è così caro proprio perché il governo ha scelto di favorire – con fior fiore di sussidi nascosti – un sistema energetico incardinato nelle fossili, che premia silenziosamente le conversioni dal carbone al gas per la produzione di energia, e gli investimenti in nuovi gasdotti e terminal GNL, ma ci fa pesare ogni euro che potrebbe essere destinato alle rinnovabili.

La gestione della crisi pandemica ci dimostra che nelle economie avanzate abbiamo tutte le risorse, dalle banche centrali alla spesa pubblica, alle amministrazioni, alla solidarietà per poter pensare e realizzare l’impossibile, se vogliamo. La domanda è quindi se vogliamo pagarlo subito questo prezzo, per emanciparci dalle dipendenze, per davvero, e riprenderci un futuro diverso, più giusto, più sostenibile, più democratico e finalmente senza i poteri fossili, russi, esteri e nostrani, e se vogliamo che questo prezzo sia distribuito con equità invece di farlo ricadere sulle spalle di chi non ha voce.

da qui

mercoledì 17 febbraio 2021

Transizione ecologica: che cosa fare per uscire dalla crisi climatica. E dall’ipocrisia - Antonio Tricarico

(pubblicato su Altreconomia.it)

Improvvisamente il tema della transizione ecologica è salito alla ribalta nel dibattito sofferto sulla formazione del governo Draghi sotto l’auspicio perentorio del presidente della Repubblica. Come sempre, la “provinciale” Italia scopre un tema ampiamente discusso già da anni in alcuni Paesi europei e di sicuro nell’ambito delle politiche dell’Unione europea sul Green Deal e il nuovo bilancio settennale dell’Ue. Meglio tardi che mai. 

Alcuni si sono rallegrati perché sembrerebbe che il presidente del Consiglio incaricato voglia procedere alla creazione in un singolo ministero per la Transizione ecologica, che dovrebbe accorpare alcuni dei ministeri esistenti (Ambiente, Sviluppo economico e in caso alcuni dipartimenti di altri dicasteri). Tutto interessante, sulla carta. Occorre però porsi delle domande più concrete e che mettono le mani nel piatto finanziario che Mario Draghi e “sodali” gestiscono in autonomia dalla politica da tempo.

Come premessa chiariamo che è inutile farsi illusioni sull’esistenza di governi amici e non amici, a maggior ragione se abbiamo a che fare con governi tecnico-politici. Nel caso specifico, Mario Draghi è sempre stata una figura influente ma ambivalente nella sua traiettoria economico-politica: neo-keynesiano doc di formazione, sedeva sul Britannia al tempo delle privatizzazioni (un po’ alla russa) italiane di inizio anni 90. Paladino della trasparenza e del corretto operato nei mercati internazionali come direttore alla Banca mondiale e poi al Tesoro a Roma, ma anche consulente di alto livello di Goldman Sachs, non proprio stinco di santo della finanza globale. Governatore di visione in Banca d’Italia, ma anche fautore di accorpamenti di banche come un mantra, che non sempre hanno aiutato i territori produttivi italiani; ed infine salvatore dell’euro quando a capo della Banca centrale europea, ma anche castigatore neo-liberista di governi in preda alla crisi sovrana una decade fa.

La sua forza è che sa ed è rispettato da chi conta sui mercati globali. Chiediamoci quindi se questi poteri forti -senza dietrologie o cospirazionismi- vogliono oggi davvero la transizione ecologica, se sì perché, e quale transizione, prima di pensare che “super-Mario” si scontrerà lancia in resta con costoro come nuovo paladino dell’ambientalismo globale. Per sgombrare il campo da equivoci, a Draghi è stato chiesto di salvare l’economia italiana -e di conseguenza quella europea- nel contesto della pandemia e delle azioni di recovery da questa, ma non il clima né il Pianeta. Di sicuro il professore non ambisce a tanto, anche perché saggio e dotato di buona dose di realismo.

Il “debito buono” del Recovery fund, come lo definisce Draghi, riguarderà principalmente investimenti di lungo termine e questa è l’opportunità per l’Italia, vero. Ma quali investimenti saranno davvero trasformativi nella transizione ecologica che dobbiamo navigare? E quali in realtà, anche se porteranno maggiore sostenibilità ambientale nel lungo termine, invece non cambieranno affatto la struttura sociale e democratica che ha marcato un modello alquanto fallimentare che ci ha portato alla crisi ecologica e climatica negli ultimi decenni e probabilmente ci porterà a nuove crisi sociali e ambientali? In breve, il “debito buono” esso stesso si divide in “trasformativo” e da “business as usual”, ossia che non altera gli equilibri di potere e i cicli economici in maniera profonda. Senza modificare questi, poche grandi multinazionali e pochi attori gestiranno la transizione, le energie pulite o presunte tali, decidendo chi vince e chi perde, non la politica, come avvenuto nell’economia fossile fino ad oggi.

E queste risposte non la darà la super-struttura di un ministero, ma il quadro di politiche ecologico-industriali del governo che dovranno decidere quale coerenza nelle politiche si vuole proporre e realizzare: una transizione che non altera i piani per una globalizzazione centrata sull’accelerazione del commercio mondiale, mega infrastrutture ed una riscrittura della geo-economia -quella che Goldman Sachs nel 2008 ha modestamente definito “building the world”, costruire il mondo- oppure un’altra transizione centrata sulla resilienza dei territori, anche sulla riduzione dei consumi e sulla creazione di lavoro in altre forme? 

Insomma Draghi, e chi oggi lo sostiene, ritiene che mammut quali Eni, Snam e altre corporation a stelle e strisce che a oggi hanno intralciato la transizione in Italia, la dovranno di fatto guidare sulla base di una presunta, quanto improbabile ed in ogni caso ipocrita riconversione, oppure queste vedranno finalmente ridotto il loro potere lasciando spazio a nuovi attori di un più profondo cambiamento? E il governo italiano, che controlla il 30 per cento di questi giganti, interferirà con forza nelle loro politiche ed operazioni, o aspetterà in silenzio la loro conversione sulla strada della COP26 sul clima di Glasgow?

E se pure volessimo dare credito al fatto che la struttura di un super-ministero per la transizione ecologica farà da volano a questo conversione, chiediamoci però se poi la nuova struttura includerà davvero le parti dell’amministrazione che contano, ossia, e Draghi lo sa bene, la finanza pubblica. Chi deciderà in ultima istanza le priorità di spesa nel Recovery Plan? Ma non solo: quanto l’operato di tutti i bracci finanziari dello Stato -da Cassa depositi e presititi a Sace, enti che il presidente Draghi ben conosce- saranno davvero soggetti di una trasformazione profonda e non di una transizione di facciata. Sace che oggi finanzia a piene mani progetti a combustibili fossili nel mondo, smetterà di farlo subito o no? E così per altri gangli della finanza pubblica italiana. Ed infine, cambieranno anche i vertici delle potenti partecipate di Stato, a partire da Eni, che da sempre dettano la politica “fossile” energetica, estera e di fatto industriale italiana?

Che la società civile italiana, prima di facili entusiasmi, rifletta. Il clima, così come la giustizia sociale, vanno salvati “Whatever it takes”, Draghi o non Draghi, e che ci si organizzi da subito in solidarietà con le comunità di base che continuano a resistere in tanti angoli di Italia in tal senso e che potrebbero aiutare a definire cosa è davvero trasformativo, per una volta, nella tanto chiacchierata transizione ecologica.

da qui

giovedì 24 settembre 2020

La trappola della ripartenza - Antonio Tricarico

Dopo la pandemia del Covid-19 nulla sarebbe stato come prima, ci è stato detto a lungo dai media e dai governanti del pianeta. Ed è sembrato un po’ così per le prime settimane dell’emergenza sanitaria. Si pensi solo al mercato dell’energia, al tracollo del prezzo del petrolio che ha disintegrato in due mesi i profitti delle oil majors e generato panico e incertezza sistemica.

Ma poi, ridimensionata temporaneamente la crisi sanitaria, sono entrate in campo le banche centrali, le misure urgenti della ripresa da parte dei governi e le richieste di aiuto faraonico dalle imprese.

“Ricostruiamo, ma meglio, più verdi, più giusti”, si è chiesto da più parti. Sei mesi dopo l’inizio del lockdown globale, i numeri e le scelte dei vari esecutivi purtroppo ci dicono ben altro.

Gli analisti dell’IHS Crude Oil Market Service qualche giorno fa hanno annunciato che la domanda mondiale di petrolio è già risalita all’89 per cento dei livelli pre-Covid ed è attesa al 95 a inizio 2021. “Siamo quasi normali”, secondo gli esperti del think tank; all’appello mancano solo l’aviazione e alcuni trasporti. Inevitabile, con il virus che ancora circola per il mondo.

Allo stesso tempo la mole finanziaria di aiuti per le società fossili ed energetiche messa in campo da governi e banche centrali è spaventosa.

Dall’inizio della pandemia, la Banca Centrale Europea ha iniettato oltre 7 miliardi di euro nelle casse dell’industria fossile, Eni inclusa.

In Italia, oltre al caso più noto di FCA, la lista di multinazionali che in questi mesi hanno beneficiato di aiuti pubblici è lunga, e comprende colossi come Fincantieri, che ha appena ricevuto un prestito da 1,15 miliardi tramite Garanzia Italia, e Maire Tecnimont, società specializzata nell’oil&gas, a cui sono andati 365 milioni.

La lista è destinata ad allungarsi, viste le mire delle lobby europee del gas sui nuovi soldi del tanto ambito “Recovery Fund”, in nome del mantra delle nuove infrastrutture che faranno ripartire il Bel Paese.

Insomma, sussidi di stato ai soliti noti, in nome della ripresa e lo sviluppo, ben poco di nuovo nella narrazione delle élite.

Ma non si tratta solo di soldi. Il Decreto “Semplificazioni”, in in questi giorni in dirittura di arrivo con la sua conversione in legge in Parlamento, prevede addolcimenti dei vincoli di legge a man bassa per le grandi imprese fossili ed energetiche.

Nei mille cavilli del decreto del governo per la ripresa post-Covid si trovano permessi più semplici per le conversioni degli impianti da carbone a gas (leggi Enel, A2A), esenzione da bonifiche attese da decenni con auto-certificazioni all’acqua di rosa, ricorsi amministrativi più difficili e velocizzati in caso di gasdotti e nuove mega opere (leggi Snam e TAP) e tanto altro ancora.

Per ripartire tocca fare presto e fidarsi che i campioni italiani delle grandi opere fanno tutto solo per noi cittadini, non per i loro interessi. Certo, lo sappiamo bene dalla Tav Torino-Lione in poi. Anche qui nessuna novità, ahimé.

A livello europeo, la dinamica sembra meno tradizionale di quella italiana. Ma anche lì l’azione delle lobby non è da meno.

Ad esempio, in questi giorni si sta chiudendo il pacchetto sui fondi per la transizione giusta, e si moltiplicano le voci per rendere eleggibili i progetti a gas, e quindi fossili, che ritarderebbero di decenni una vera decarbonizzazione.

In effetti, come si legge in un recente studio dell’Università di Oxford che ha analizzato 3mila utilities a livello mondiale, si capisce come tre quarti non hanno investito in rinnovabili e delle rimanenti almeno la metà ha investito tanto anche in nuovi impianti a gas. Altro che sviolinate giornaliere sulla sostenibilità ed i cambiamenti climatici!

(Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common)

da qui