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martedì 27 gennaio 2026

Bisogna partire dalle proprie forze - Guido Viale

Nel paese il cui elettorato ha mandato al potere, con un programma dichiaratamente razzista, un personaggio come Trump – peraltro reduce da un colpo di Stato fallito contro le regole del sistema elettorale – si è manifestata la reazione generale di un’intera città contro la caccia all’uomo scatenata dalla milizia di Stato, l’ICE, addetta alla cattura dei migranti.

Secondo il manifestotra i pochi che ne hanno parlato, il conflitto è acutissimo: “Ci sono intere famiglie che non escono più di casa, e i vicini fanno la spesa per loro, portano fuori la spazzatura, lavano i panni per chi non ha una lavatrice e deve usare quelle a gettoni. Questa organizzazione capillare esiste in tutta la città. Comprende anche gruppi di osservatori che, sfidando il freddo estremo di Minneapolis, presidiano le zone a maggiore concentrazione di immigrati, armati di fischietti e megafoni per lanciare l’allarme: «La migra, la migra»… Tutti si sentono in dovere di fare qualcosa e, esattamente come sotto un’occupazione, bisogna sabotare le manovre degli occupanti usando le armi a disposizione… La distinzione tra attivismo organizzato e società civile è saltata. A partecipare alla resistenza è l’intera città. Non solo attraverso le grandi manifestazioni, ma con una costellazione di azioni quotidiane, diffuse, difficili da reprimere”.

Un “mutuo appoggio” come questo può assumere le forme più diverse, ma lo spirito che spinge una parte della popolazione ad aiutarsi a vicenda per salvare i propri concittadini da un assalto squadristico non è diverso da quello che altrove o in altre circostanze la induce a far fronte alle devastazioni di una guerra o a una catastrofe prodotta dalla crisi climatica. Certo, queste azioni collettive non bastano se non portano quello spirito di fratellanza e sorellanza che le anima a solidificarsi in organismi permanenti (quelli che chiamiamo “comunità”) e questi a mettere insieme le forze per condizionare l’azione dei governi, a tutti i livelli. Ma le radici di una nuova democrazia sostanziale oggi vanno cercate innanzitutto nella resistenza quotidiana contro ogni devastazione: tanto quelle prodotte dalle guerre contro i nemici sia “esterni” che “interni”, quanto quelle provocate dalla crisi climatica e ambientale. Ma c’è un nesso stretto tra queste “disgrazie”.

La crisi climatica si manifesta da tempo in una molteplicità di eventi catastrofici – uragani, incendi, alluvioni, siccità e altro ancora – che forniscono a un campione sempre più ampio di abitanti del pianeta un anticipo di ciò che dovranno affrontare quasi quotidianamente i nostri figli e nipoti. Ma ai livelli governativi se ne parla sempre meno; la scena ufficiale è stata occupata dalle guerre, dall’invasione russa dell’Ucraina, dalla strage del 7 ottobre, dallo sterminio degli abitanti di Gaza. Non che prima di guerre non ce ne fossero: ma non occupavano la scena al punto di impedire a un numero crescente di cittadini, e soprattutto di vittime del clima, una progressiva consapevolezza della gravità della crisi ambientale; né alla componente dell’establishment mondiale più esposta agli umori dell’opinione pubblica, una ipocrita assunzione di responsabilità, ampiamente esibita nella serie infinita quanto inconcludente delle conferenze sul clima.

Ma le guerre non si svolgono solo nei teatri dei combattimenti e delle stragi. Impregnano di sé tutto: dallo “spirito pubblico”, alimentato da media sempre più bellicosi, all’economia, dalla cultura alla ricerca scientifica, dalla cronaca all’istruzione. Il risultato è comunque una corsa generale agli armamenti; quelli “vecchi” e costosi: bombe, razzi, cannoni, carri armati, aerei e navi, per far sì che l’economia torni a “tirare” (con il ripristino della leva per farli funzionare); e quelli “nuovi” o “smart” che le forme attuali della guerra hanno portato alla ribalta: droni, sensori, satelliti, reti informatiche e intelligenza artificiale; e poi hackeraggio e false flag per disorientare l’opinione pubblica, ma anche milizie private e iniziative terroristiche, sia anonime che rivendicate.

Ma contro quale nemico è diretto quel riarmo? Quelle armi, soprattutto quelle “nuove”, sono tutte “dual use”; possono essere usate in una guerra o in una campagna di sterminio, ma sono anche strumenti di sorveglianza, di controllo o di liquidazione di un “nemico interno”. Innanzitutto, i migranti, quelli già inseriti e quelli in arrivo; ma sempre più anche quelli in partenza da paesi lontani. Poi la popolazione giudicata ostile, o superflua, o “ingombrante” (Gaza insegna). Poi, ovviamente, i dissidenti, di qualsiasi tipo. Infine, le rivolte di popolazioni colpite da un disastro ambientale contro i governi locali o nazionali che non hanno fatto nulla per prevenirle né per favorire il ripristino di condizioni di vivibilità, come a Valencia. È una estensione del ricorso alla forza delle armi che si avvale – e non potrebbe funzionare altrimenti – del clima di belligeranza e di odio creato dal primato attribuito alla guerra. Lo spirito pubblico che aleggia sull’operato di tutti i Governi non è che una versione specifica di un clima perverso che li accomuna tutti.

L’assalto alle libertà, alle condizioni di vita, all’integrità e all’esistenza stessa del “nemico interno” non attenua comunque la promozione e l’intensificazione delle guerre contro quello “esterno”; né l’attenzione e le risorse sconfinate dedicate a queste riducono – caso mai accelerano – le devastazioni che il procedere della crisi climatica e ambientale porta con sé. Visti dalla posizione delle vittime, la reazione contro questi assalti contigui non offre possibilità di scelta: bisogna affrontarli tutti e tre, in modo che le relative resistenze si rafforzino tra loro. Senza deleghe ai governi, alle istituzioni o alle “forze politiche” nazionali, sovranazionali o locali impegnate per lo più non a combatterli, ma a promuoverli, a sostenerli o a consentirli. Dunque, bisogna contare sulle proprie forze. Ma quali? Oggi a disposizione ci sono quasi solo quelle del “mutuo appoggio”: bisogna ricominciare di lì.

da qui

sabato 26 febbraio 2022

Le altre violenze - Gustavo Esteva

  

Per sopravvivere e creare una qualche opportunità, dobbiamo prendere in considerazione seriamente la grottesca metamorfosi che ha subito il patriarcato capitalista e democratico che avevamo prima nel momento in cui al suo posto si è installato il regime che oggi subiamo.

Quello che la ribellione delle donne inizia a definire “agonia patriarcale” sta spingendo all’estremo i peggiori tratti del patriarcato. Non è solo una violenza che sembra illimitata. È la centralità del suo vangelo di morte, secondo il quale si cerca di sostituire tutto il vivente con i prodotti dell’uomo. La tecnologia per dare ordini dal cervello a tutte le cose che ci circondano, in fondo, simboleggia bene quella che è sempre stata la pretesa del maschio. Ecco perché la lotta anti-patriarcale rimette la cura della vita al centro della preoccupazione personale e dell’organizzazione sociale.

Il nuovo regime porta ancora più avanti il degrado morale delle élite che è proprio del capitalismo. I nostri 100 omicidi al giorno [Esteva vive Messico, ndt] sono qualcosa di terribile. Ma quella contabilità non tiene conto del fatto che tutti sono continuamente esposti a prodotti che uccidono, lentamente e silenziosamente. E sono esposti a condizioni come l’inquinamento atmosferico, che causa ogni anno più decessi di quelli attribuiti al Covid da quando è iniziato.

La maggior parte delle persone è già caduta in una forma di dipendenza dallo stomaco che è, letteralmente, mortale. Sempre più spesso, è necessario cercare sul mercato il proprio cibo. Quello che vi si trova non è solo poco nutriente; molto di esso è chiaramente tossico e sottrae lentamente la vita a coloro che lo consumano.

Il fatto che il Messico abbia il primato mondiale per il consumo pro capite di bibite analcoliche e il più alto tasso di obesità infantile illustra bene lo stato delle cose. I bambini ricevono “alimenti” zuccherati molto presto e, a poco a poco, finiscono per respingere quelli che non contengono la dose di zucchero a cui sono stati abituati. Quasi tutte le bibite analcoliche, molti altri “alimenti” e persino le medicine usano, invece che lo zucchero di canna, il fruttosio, che è più economico ma molto dannoso.

Niente di tutto questo è segreto. Tutte le informazioni al riguardo sono in Internet, a disposizione di tutti. Di tanto in tanto qualcosa di particolarmente scandaloso filtra nei giornali. Ma niente lo ferma. Dobbiamo prendere atto in pieno di quel che dobbiamo affrontare: una mafia criminale e cinica fornisce il cibo alla maggioranza della popolazione e la sua attività irresponsabile provoca anche immensi danni ambientali.

Ci sono organizzazioni che per decenni hanno denunciato questa situazione. Innumerevoli pressioni sono state fatte su tutti i governi affinché agissero di conseguenza, perché è chiaro che loro potrebbero porvi rimedio in breve tempo se solo si decidessero a usare le loro facoltà e le leggi appropriate. Sarebbe possibile, ad esempio, emanare leggi che vietassero la produzione e la distribuzione di molti prodotti; che limitassero drasticamente le quantità di zucchero e altri ingredienti che possono essere immessi in alimenti e bevande; che ponessero il veto alla propaganda che spinge al consumo di cibi tossici o nocivi, e molte altre cose ancora.

 

Niente di tutto questo è nuovo. Abbondanti argomenti e buone motivazioni sono stati offerti per tutte queste misure. Ma sappiamo da molto tempo che i governi non lo faranno. Non si tratta tanto del fatto che sarebbero misure molto impopolari, cosa che potrebbero affrontare con una tempestiva e adeguata diffusione delle loro ragioni e degli obiettivi che si propongono. È soprattutto perché i governi non hanno la volontà e il potere politico necessari per affrontare le élite economiche a cui scelgono di essere subordinati, quelle che guidano realmente la rotta della società e del governo.

È stato detto che potrebbe essere in corso uno spostamento a sinistra nei governi dell’America Latina. Così sembra. Ma questo non cambia la situazione. La palese incapacità dei governi di agire in base agli interessi della gente in questioni tanto fondamentali come il cibo è evidente in tutto l’arco dello spettro ideologico, dall’estrema sinistra all’estrema destra.

La pandemia ha aggravato il problema, ma ha prodotto anche un risveglio per molti. Sempre più persone si uniscono oggi a coloro che da parecchi anni agiscono come si deve: aumentano, passo dopo passo, la capacità autonoma di produrre ciò che mangiano e intessono reti che collegano i consumatori urbani con i produttori rurali.

Questa linea d’azione, che sfugge in modo evidente dal mercato e che, per rimediare ai suoi guai, confida sulle proprie forze e non su quelle dello Stato, sfida apertamente il regime dominante e lo smantella dal basso. Sebbene affronti grandi difficoltà, è alla portata di quasi tutte le persone e i gruppi, anche e specialmente dei più poveri. Per molti di loro, questa modalità di azione comincia a essere una formula di sopravvivenza. Oggi, inoltre, chi ha appena iniziato questo cammino può avvantaggiarsi degli esempi (che si moltiplicano ovunque) di coloro che lo seguono da molto tempo e sono disposti a condividere la propria esperienza. Non c’è città, nel paese o nel mondo, in cui non ci sia un’esperienza di questo genere. E in molte città c’è perfino un’effervescenza spettacolare… che alimenta la speranza in mezzo al disastro.

Fonte originaleLa Jornada

traduzione di Camminardomandando

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domenica 20 settembre 2020

La banalità della violenza - Mauro Armanino


Dalla banalità del male, termine coniato da Hannah Arendt in seguito alla complicità della ‘gente normale’ nello stermino nazista del popolo ebreo, alla banalità della violenza il passo è breve. Lo ha ricordato persino Emmanuel Macron venerdì scorso in occasione dell’incontro con l’Associazione presidenziale della stampa. Dopo il tempo di ‘confinamento’ dovuto alla pandemia, si assiste ad una intensificazione e ‘banalizzazione’ della violenza quotidiana, ha affermato Macron. Una non sta senza l’altra perché male e violenza sono come il frutto da cui si riconosce l’albero. Sono in fondo interscambiabili malgrado i patetici tentativi di redimere la violenza come necessaria o quanto meno tappa transitoria per un futuro differente.

Tra un paio di settimane saranno due anni da quando Pierluigi Maccalli, missionario nel cuore della savana nigerina, è stato portato via, rapito, tolto alla sua gente, creando una ferita che non arriva a rimarginarsi. Come lui altre centinaia di persone del Paese, rapite, scomparse, e alcune tornate dopo aver pagato il riscatto, obbligate ad integrare i gruppi armati terroristi, violentate e ridotte in oggetti di scambio. La banalità della violenza è talmente pervasiva da trasformare la percezione della realtà e dunque facendo apparire come ineluttabile la quotidiana dose di violenza che si assume come una parte costitutiva. L’amica Zeyna, a cui è stato asportato un seno, oltre ad essersi pagata l’operazione, il soggiorno in ospedale (ridotto se la camera è a due), sborsa anche il necessario per la medicazione diaria della ferita. I guanti, le siringhe, i prodotti da utilizzare e quanto occorre per sapere l’esito dell’esame della parte asportata. Una violenza che precede, accompagna e affossa ogni velleità di cura e guarigione quando non ci sono i mezzi per sostenere le spese.

La violenza è da tempo banalizzata alle frontiere, dove abusi di ogni tipo nei confronti di chi viaggia, sono parte del rischio legato al commercio di beni e al transito dei migranti. Malgrado la chiusura, ancora in vigore, si transita a proprio rischio e pericolo e per la maggior gloria di doganieri e altri simili faccendieri di frontiera. Nell’ambito educativo la violenza si è istituzionalizzata da quando, negli anni ’80, coi programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale, si sono smantellate le scuole statali di ogni grado aprendo la via a quelle private che fioriscono sull’abbandono delle prime. Le strade di Niamey, la capitale, sono ogni giorno percorse, trivellate da centinaia di bambini che, in nome di un’educazione ‘coranica’ e in barba alle leggi in vigore, sono obbligati alla mendicanza sotto pena di digiuno e percosse. Questa violenza, banalizzata perché assunta come parte del paesaggio cittadino, diventa gradualmente invisibile salvo apparire sotto altre spoglie ai nuovi semafori della città. Appena installati e godendo di una relativa accalmia studentesca legata al Covid, contano i secondi di attesa e dunque creano code di macchine prima inesistenti. Venditori di fazzoletti, giocattoli, piscine e anatre di plastica, guinzagli per cani, prodotti per smacchiare le zanzare, detersivi per l‘auto e miriadi di pulitori di parabrezza, si moltiplicano in proporzione con la crisi economica che rende il settore ogni volta più informale. La violenza scompare quando il semaforo passa al verde e torna la normalità fino al semaforo successivo (se funziona).

La banalità della violenza si avvale della collaborazione del sacro campo umanitario. Numeri, tabelle, cifre, centri, case, transiti, questionari, progetti, rafforzamento di capacità e occasionali rivolte di migranti e rifugiati. Il Paese non ha affatto bisogno di ‘eroi’ umanitari. Il drammaturgo Bertold Brecth definiva… ‘sfortunata la terra che ha bisogno di eroi’. Ciò è conseguente alla dichiarazione costituzionale del Niger che, all’articolo 4, ricorda che la sovranità appartiene al popolo. La prima e fontale violenza ‘banalizzata’ è proprio quella di derubarlo di questa esclusiva e sovrana dignità. Ciò a cui abbiamo assistito, impotenti per la maggior parte del tempo e inconsapevoli spettatori per il resto, è stata la graduale e sistematica confisca della sovranità popolare. Cancellati i giovani, i contadini, le donne e, in generale i poveri, con la complicità esteriore di chi finanzia una classe politica predatrice, non rimane che prendere atto della miseria nella quale il Paese è ormai da anni prigioniero. L’attualizzazione della ‘Pedagogia degli oppressi’, opera di Paulo Freire,  potrebbe ridare il coraggio della dignità. Qui come altrove questo porta il nome di Resistenza.

                                                                                   Niamey, agosto 2020

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