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lunedì 10 aprile 2017

ricordo di Vincenzo Migaleddu (nelle parole di chi l'ha conosciuto)

"Il diritto alla salute è il diritto di vivere sani, non quello di curarsi"
Vincenzo Migaleddu


Conoscevo Vincenzo dal tempo del liceo - lui al classico, io all'istituto d'arte - e di certo non era uno che passava inosservato: era acuto, intelligente, informatissimo. Con lui rischiavi sempre che ne sapesse una più di te. Aveva una capacità di approfondimento che spesso stupiva. Se una cosa gli interessava andava a fondo: segnava, sottolineava, era attento ai rimandi bibliografici. Personalmente, quando poi sono partito a Bologna per l'università e lui invece è rimasto a Sassari a medicina, pensavo sarebbe diventato un prof dell'università. Ma era ancora giovane e non conoscevo i risvolti del termine "nepotismo", un male non solo sardo, sia ben chiaro. 
Però meglio così: le cattedre universitarie spesso rovinano le migliori intelligenze.
Sta di fatto che fu tra i primi in Sardegna a interessarsi del male oscuro dell'industrialismo selvaggio che già dagli anni sessanta stava pesantemente colpendo le nostre zone: quel petrolchimico che sembrava aver portato in Sardegna un benessere da società industriale era un bluff e Vincenzo non si vergognava a sottolinearlo. E Vincenzo, quando affermava qualcosa, aveva il dannato vizio di documentarsi fino a scoprire il codicillo più nascosto. Era fastidiosamente informato. Lui sapeva ed era cosciente del fatto che per vincere bisognava sapere una parola in più del suo avversario! 
 Un vero rompimento di scatole per molti di noi che imbevuti come eravamo di operaismo lo guardavano con sospetto. Lui diceva che quelle torri maledette che buttavano ceneri e rifiuti tossici in mare ci avrebbero fatto pentire di averle volute. 
Ma la sinistra, in quegli anni, in quel periodo, guardava l'ecologismo, la difesa dell'ambiente e tutti gli argomenti che vi stavano intorno con sospetto e con un evidente fastidio. 
Questo medico, che parlava del fatto che solo difendendo la terra che ci ospita come razza umana avremmo avuto un futuro, era veramente una spina nel fianco per molti verbosi politici di destra come di sinistra che sull'immagine dell'operaio e della supposta modernità di cui erano portatori, avevano creato la loro fortuna polica e il loro immeritato potere, 
Questo medico secchione che tirava di Judo, parlava correntemente francese e inglese, suonava la chitarra, componeva canzoni in sardo e italiano, che di certo non gli mancavano le buone letture era un vero rompimento. Un fastidioso critico delle loro fesserie e tostu che balla. Le castagne le sapeva tirare senza alzare la
voce ed erano castagne pesanti.
Beh, il discorso su Vincenzo sarebbe ora troppo lungo. Spero che un giorno lo si faccia. 
Io so che oltre che un dolore personale, sono dispiaciuto perché una intelligenza come la sua è venuta a mancare.
Sembra retorico dirlo, ma la Sardegna di lui aveva ancora molto bisogno.
A menzus bidere Vincé.
Nello Rubattu


Il sindaco e l'Amministrazione Comunale di Bortigiadas ricordano con stima e riconoscenza la figura di persona e di uomo di scienza del Dottor Vincenzo Migaleddu scomparso ieri. 
Dal 2013 Vincenzo Migaleddu è sempre stato a fianco di questa amministrazione - in maniera gratuita e disinteressata - per comprendere i meccanismi tecnico-burocratici, i rischi per la salute umana, l'esproprio di competenze per le amministrazioni e le comunità locali su due progetti di trivellazione denominati "Sedini" e "Martis". 
La Sardegna, con la sua morte, perde non solo un illustre uomo di scienza, ma soprattutto un militante pacifista della difesa dell'ambiente e della salute umana. Alla Sardegna mancheranno la sua umanità, la sua competenza e il suo coraggio. 
La Sardegna oggi è più debole e più sola. 
[Il sindaco - Emiliano Deiana]


Anche chi non l' ha conosciuto, deve sapere che oggi ci ha lasciato un grande uomo, gentile di modi e grande di cuore, che si è speso senza risparmiare la fatica per aprire gli occhi a tanti di noi, per spiegarci gli effetti di questa terra malata, gli abusi che questa terra ha subito, l' inquinamento grande che c'è. È stato lui l'artefice del mio disincanto riguardo "l'isola incontaminata e felice" e gli saró per sempre grata per avermi spiegato tante cose. Amava la Sardegna, più di tanti, Martis il suo paese che mi ha mostrato con orgoglio. I comitati tutti sono in lutto, con una profonda tristezza consapevoli di aver perso un grande punto di riferimento, una grande spalla, una persona franca, una guida che sarà impossibile continuare ad avere. 
Il cuore stretto stretto dalla tristezza infinita per te caro, carissimo Vincenzo Migaleddu. E le parole che trovo non sono abbastanza per descrivere questo immenso dispiacere.

Elisabetta Pau

lunedì 5 dicembre 2016

Porto Torres aspetta la bonifica e una vera alternativa al petrolchimico - Marina Forti



Un uomo con tuta protettiva e maschera antigas armeggia accanto a un capanno di lamiera. La campagna sarda è verde intenso dopo le piogge autunnali, cielo terso, la spiaggia poco distante, il mare blu, i belati di un gregge di pecore e all’orizzonte l’isola dell’Asinara, zona naturale protetta. E quella tuta bianca con maschera antigas. Sta prelevando campioni d’acqua di falda da un pozzo, spiega: “Ma voi qui non potete stare”. In effetti siamo in una zona interdetta, sotto le tubature di un oleodotto e a un tiro di schioppo dalla discarica chiamata Minciaredda, uno dei punti più contaminati del sito industriale di Porto Torres, Sardegna nordoccidentale.
Oltre la discarica si vedono le ciminiere del vecchio petrolchimico, gli impianti costruiti dalla Sir negli anni sessanta proprio a ridosso dell’abitato, e passati all’Eni intorno agli anni ottanta. Per più di quarant’anni quegli stabilimenti hanno lavorato petrolio per produrre chimica di base, dal pvc alle gomme sintetiche al polietilene; con il tempo si sono aggiunti serbatoi di stoccaggio di prodotti petroliferi e una centrale termoelettrica, poi un indotto di aziende chimiche e metalmeccaniche, laterizi, cemento. Nel momento di massima espansione il petrolchimico occupava 15mila persone, che raddoppiavano con l’indotto.
È la storia dell’industrializzazione italiana: per alcuni decenni il polo petrolchimico ha dato lavoro a migliaia di famiglie, sfornato operai specializzati, creato professionalità. Ha anche impestato l’aria, ma allora non molti ci facevano caso. Oggi qualcuno ricorda che quando pioveva molto, dalle falde risaliva acqua inquinata, maleodorante. Ma solo più tardi, quando la chimica ha cominciato ad andare in crisi e le fabbriche a chiudere, anche a Porto Torres è apparso chiaro l’impatto di quelle fabbriche. Per decenni il petrolchimico aveva riversato reflui tossici e nocivi nell’aria e nei terreni, contaminato le falde idriche e il mare. Reflui tossici erano stati sepolti senza nessuna particolare precauzione, come a Minciaredda.

Monumenti all’inquinamento
Così, anche se in una limpida giornata d’autunno si possono voltare le spalle alle ciminiere e ammirare il mare turchese e l’isola dell’Asinara che chiude il golfo di Porto Torres, questo è uno dei siti più inquinati d’Italia. Siamo in uno dei 44 Sin, o “siti d’interesse nazionale” per la bonifica, elencati dal ministero per l’ambiente: luoghi come l’Ilva di Taranto e l’ex petrolchimico di Augusta-Priolo in Sicilia, Porto Marghera in Veneto, l’Acna di Cengio in Liguria, la valle del fiume Sacco a sud di Roma, e tanti altri. Monumenti all’inquinamento industriale della penisola.
“Aspettiamo da anni la bonifica, ora sembra che qualcosa finalmente si muova”, dice Pietro Marongiu, lavoratore del petrolchimico oggi in pensione. Il 27 gennaio di quest’anno infatti il ministero dell’ambiente e la regione Sardegna hanno approvato in via definitiva la prima fase dei progetti di risanamento ambientale; alcune attività preliminari sono cominciate, nelle prossime settimane potrebbero aprire i cantieri. “Aspettiamo anche un serio investimento per la riconversione industriale”, aggiunge Enrico Pescio, lavoratore dello stabilimento Matrìca-Eni-Versalis, che incontro una mattina nel centro di Porto Torres.
Il sito industriale, infatti, resta in attività, almeno in parte. Il vecchio petrolchimico è fermo da tempo, salvo un impianto di gomme nitriliche (che l’Eni continua a lavorare perché, dice, è una produzione specializzata con alto valore aggiunto). Restano in funzione anche due unità alimentate a carbone nella centrale di Fiumesanto, già proprietà della tedesca E.On, ora Ep Produzione proprietà del gruppo ceco Eph. Soprattutto, su parte dei vecchi impianti si è insediata la nuova fabbrica di bioplastiche dove lavora Pescio, che produce materiali ottenuti “non più dagli idrocarburi, cioè materia fossile, bensì da materia vegetale, semi oleosi”, spiega. Tecnologia d’avanguardia, aggiunge con un certo orgoglio, “produzione ecocompatibile”.
A Porto Torres dunque la bonifica arriva preceduta dalla “chimica verde”, una riconversione industriale che suscita grandi aspettative – ma anche grandi polemiche.
Per capire, bisogna dare un’occhiata alla zona. Partiamo dalla torre aragonese, che è un po’ il simbolo di Porto Torres e chiude il porto. Passiamo accanto al sito archeologico con le vestigia della città romana (ma bisogna saperlo, che esiste: altrimenti non si nota, come pure il ponte romano nascosto da una tubatura industriale). Poco oltre ecco la darsena, dove le analisi hanno rivelato la presenza di benzene, un idrocarburo aromatico, in concentrazioni parecchio superiori alle soglie ammissibili. Un cartello avverte, “area interdetta per motivi ambientali”. Solo che il cancello è spalancato ed entriamo tranquillamente, anzi in pochi minuti vediamo entrare e uscire diverse automobili. Del resto, anche senza entrare, nulla vieta di guardare dal rialzo che chiude la darsena a est. “Senti il benzene?”, chiede Marongiu. L’odore si sente eccome, soprattutto nelle giornate ventose: ciò significa che chiunque transita nel porto lo respira. E poiché la darsena è attigua agli attracchi della Tirrenia e della Grimaldi e ha di fronte un imponente molo industriale, migliaia di persone ogni anno ci passano accanto, inconsapevoli di quella sostanza volatile e cancerogena.
“La priorità oggi è proteggere il bagnasciuga e la costa, impedire che i reflui tossici e nocivi vadano a compromettere la flora e la fauna marina”, spiega Pietro Marongiu. Ma questo è vero ormai da quattordici anni. L’area industriale di Porto Torres è stata dichiarata Sin nel 2002. L’anno successivo un decreto del governo ha definito il perimetro dell’area interessata alla bonifica, che comprende 1.874 ettari su terraferma nei comuni di Porto Torres e Sassari, e 2.741 ettari a mare; alla zona strettamente industriale sono stati aggiunti i terreni usati come discariche e l’area in cui c’è una ricaduta sanitaria.
Nel 2006 è stata completata la “caratterizzazione” del sito, cioè una diagnosi approfondita della contaminazione, necessaria per definire gli interventi di risanamento. Sono serviti migliaia di prelievi e analisi svolte dall’Arpas, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Sardegna, e i controlli sono ripetuti nel tempo (come testimonia l’uomo con la maschera antigas). L’area da bonificare è stata divisa in quattro settori: quello A include il vecchio sito produttivo, il B comprende le discariche di rifiuti speciali, e così via.
La diagnosi è pesante. Risulta che i suoli sono contaminati da metalli pesanti e da idrocarburi leggeri e pesanti. I 35 ettari di Minciaredda contengono alifatici clorurati, metalli pesanti, solventi aromatici, idrocarburi. Le acque di falda contengono metalli, solventi clorurati (anche cancerogeni) e idrocarburi, e in molti punti sono coperte da uno strato galleggiante di prodotti organici che raggiunge a volte diversi metri di spessore.

Tracce pesanti sulla salute pubblica
In mare, sia in acqua sia nei sedimenti, sono state trovate concentrazioni elevate di reflui industriali e civili, idrocarburi pesanti, mercurio, cadmio. Nel settore C, in quello che era il petrolchimico Syndial-Eni, l’area di stoccaggio di palte fosfatiche rivela una concentrazione di radionuclidi superiore al fondo naturale (una buona sintesi è nel dossier sulle bonifiche industriali elaborato nel 2014 da Legambiente).
Fatta la diagnosi però, gli unici interventi realizzati finora sono quello che i tecnici chiamano “mettere in sicurezza”, interventi d’emergenza per impedire che la contaminazione dilaghi ulteriormente nelle falde idriche e nel mare. In pratica sono state costruite “barriere idrauliche”, che significa scavare decine di pozzi tra il sito inquinato e il mare: attraverso i pozzi l’acqua contaminata viene estratta e passata a un impianto di decontaminazione (Taf, trattamento acque di falda), poi reimmessa sottoterra. Una sessantina di pozzi è stata scavata intorno al vecchio petrolchimico, una ventina intorno alla discarica di Minciaredda: ma è solo un intervento d’emergenza, e sembra che il “contenimento idrochimico” non sia neppure del tutto efficace.
Decenni di contaminazione industriale hanno lasciato una traccia pesante sulla salute pubblica. Nel territorio del sito d’interesse nazionale di Porto Torres abitano poco più di 146mila persone (al censimento del 2011). Le indagini epidemiologiche sono inconfutabili, la popolazione “mostra eccessi di mortalità per tutte le cause e per tutti i tumori”, si legge nel secondo rapporto Sentieri, coordinato dall’Istituto superiore di sanità e pubblicato nel 2014. Ovvero, qui tutti i tipi tumore sono in “eccesso” rispetto alla media della regione Sardegna; sono in eccesso rilevante in particolare i tumori al polmone e alcune malattie respiratorie che la letteratura scientifica collega all’esposizione a raffinerie, petrolchimici e centrali termoelettriche. (Sentieri è l’acronimo di Studio epidemiologico nazionale dei territori e insediamenti esposti a rischio da inquinamento; è il progetto avviato nel 2006 dall’Istituto superiore di sanità per studiare 18 dei Sin nazionali, quelli in cui esiste un registro ufficiale dei tumori. I primi due rapporti hanno studiato i periodi 1995- 2002, e 2003-2010; un aggiornamento è atteso all’inizio del prossimo anno).
“Un dato allarmante è che il cancro al polmone è soprattutto in eccesso nella popolazione femminile”, osserva Vincenzo Migaleddu, medico radiologo e presidente della sezione sarda dell’associazione Medici per l’ambiente (Isde), che incontro nel suo studio a Sassari. Questo è un indizio dell’impatto dell’inquinamento industriale all’esterno dagli stabilimenti, sottolinea, dato che i lavoratori del petrolchimico erano per lo più uomini.
Migaleddu è una delle persone più impegnate nel diffondere una coscienza pubblica del rischio sanitario a Porto Torres. Ma resta un vuoto istituzionale: nessuno qui ricorda un incontro pubblico delle autorità con le cittadinanze per spiegare la situazione sanitaria e informare dei rischi. Mentre la crisi rende tutto più pesante. Il comune di Porto Torres ha segnalato quest’anno un aumento di circa il 40 per cento dei casi di tumore tra persone in stato di “disagio economico e sociale”, che devono ricorrere all’aiuto della regione per finanziare le cure.
Ci sono stati momenti di grande scalpore, certo: come quando due deputati sardi hanno compiuto un “blitz” di denuncia a Minciaredda. Era il 2003 e la cittadinanza scopriva per la prima volta che quella collinetta davanti al mare era una discarica industriale abusiva. I giornali parlavano di “collina dei veleni”. Denunce simili si sono susseguite nel tempo (sono aperte anche diverse indagini giudiziarie), senza però grande informazione pubblica. “Sull’area di Porto Torres c’è un debito conoscitivo”, osserva Pietro Comba, direttore del reparto di epidemiologia ambientale all’Istituto superiore di sanità (dove coordina il progetto Sentieri). “Va colmato, per garantire il risanamento ambientale e anche per governare l’industrializzazione futura”.

Dalla cassa integrazione alla “chimica verde”
Ora costeggiamo il vecchio impianto petrolchimico, ridotto a uno scheletro vuoto in attesa di essere smantellato. “Sono entrato in questa fabbrica nel 1973”, ricorda Pietro Marongiu. Racconta che prima in quelle terre si coltivava il grano. Alla fine degli anni sessanta l’avvento delle fabbriche aveva suscitato proteste, e alcuni suoi coetanei distribuivano volantini contro la chimica in Sardegna.
“Però le prime battaglie per migliorare l’ambiente le abbiamo fatte proprio noi lavoratori”, dice Marongiu. Le proteste degli operai hanno costretto l’azienda a istituire una “commissione ambiente”, ricorda. Gli stessi sindacati hanno cominciato solo allora a considerare il tema della sicurezza e della “nocività” sul lavoro. Guardando oltre il recinto Marongiu indica quelli che erano i punti chiave dell’impianto: “Gli impianti diventano tutt’uno con gli operai”, mormora, “li disegnano gli ingegneri, ma poi sono gli operai che sanno correggere i difetti e farli funzionare”. Ecco la colonna degli aromatici, nome dal suono esotico (è la colonna di distillazione che serve a estrarre dal petrolio i prodotti intermedi fondamentali: benzene, toluene e xileni).
Indica la palazzina della direzione, e la terrazza sospesa dove i lavoratori si erano asserragliati nel 2009 per protestare contro la cassa integrazione alla Vinyls, una delle aziende insediate nel petrolchimico. Pochi mesi dopo Marongiu è diventato uno dei volti più noti della clamorosa protesta di un gruppo di lavoratori che sono andati a occupare il supercarcere dell’Asinara, ormai dismesso. La chiamarono “l’isola dei cassintegrati”. Ci sono rimasti tutto il 2010 e oltre, ben 15 mesi, con le famiglie e un gran viavai di visitatori. Rivendicavano investimenti e lavoro. Protestavano per l’imminente chiusura dell’impianto del pvc (policloruro di vinile, una delle plastiche più usate al mondo), che però era ormai riconosciuto come una fonte di inquinamento e di rischio per la salute dei lavoratori.
L’occupazione dell’Asinara fu un’epopea che suscitò attenzione e simpatie in tutta Italia e nel mondo. “Però ci rendemmo anche conto che la vecchia chimica non era sostenibile”, continua Marongiu. “Generazioni di operai hanno sputato sangue, si sono avvelenati, hanno contribuito ad avvelenare l’ambiente, poi quando non servivamo più ci buttavano via”. In quei mesi di battaglia alcuni esponenti ambientalisti erano andati a trovare i cassintegrati all’Asinara. Oggi Marongiu lavora con Legambiente.
La “chimica verde” a Porto Torres è un risultato di quella battaglia – e i lavoratori ne vanno orgogliosi: hanno costretto Eni a cercare alternative alla chiusura definitiva del petrolchimico. Nel maggio 2011 l’Eni e il governo hanno firmato un protocollo d’intesa per la riconversione industriale, secondo cui nell’area dello stabilimento Syndial (Eni) sarebbe sorto un polo per la produzione di biomonomeri, bioplastiche, biolubrificanti, che doveva essere alimentato da una centrale di cogenerazione elettrica a biomasse. Gli ultimi lavoratori sono stati pensionati o messi in cassa integrazione; quelli che lavoravano nell’indotto sono rimasti a terra.
Intanto però l’amministratore delegato dell’Eni (allora era Paolo Scaroni) prometteva di investire 1.200 milioni di euro nella riconversione, di cui 450 milioni per avviare la “chimica verde”, e 530 per le bonifiche, almeno nei 600 ettari più inquinati. Così è nata la società Matrìca, joint venture tra Eni-Versalis e Novamont. Il nuovo impianto è stato avviato nel 2014. Oggi Eni dichiara di averci investito circa 200 milioni di euro; è composto da tre impianti in ciclo integrato e ha una capacità nominale di 70mila tonnellate all’anno di prodotti – dai sacchetti della spesa biodegradabili a vari prodotti intermedi, come l’acido zelaico. Capacità nominale, ma in realtà lavora ancora poco.
Torniamo verso la città: lo stabilimento Matrìca-Versalis-Eni-Syndial (sui cancelli ci sono i quattro marchi) ha i cancelli a mare vicino alla darsena, e l’ingresso principale appena più su. Per i lavoratori che si erano spesi a difesa dei posti di lavoro, la “chimica verde” è una speranza, e si capisce. “Riconvertire gli impianti, rilanciare le attività produttive e il lavoro ma con un nuovo tipo di produzione, compatibile con l’ambiente”, riassume Enrico Pescio.

Aspettative deluse
La bioplastica è la via del futuro, insiste: “Bruciare petrolio è insostenibile. Serve un cambio di mentalità. Basta consumare risorse fossili e spargere sostanze tossiche nell’ambiente, bisogna favorire il passaggio a produzioni ecocompatibili. Dobbiamo anticipare i cambiamenti”. Anche Legambiente ha commentato con favore: è una filiera innovativa, la strada maestra per tenere insieme compatibilità ecologica e lavoro.
La realtà però è al di sotto delle aspettative. Lo stabilimento Matrìca oggi occupa circa 130 lavoratori diretti e un altro centinaio nell’indotto, spiega Pescio: “Gli impegni presi erano ben altro”. Il piano industriale è stato ridimensionato, dice; la centrale a biomasse è scomparsa dai progetti, lo stabilimento resta allo stato sperimentale. Eni si sta tirando indietro, dicono i lavoratori. “Quando hanno fatto tutte quelle promesse il petrolio costava più di cento dollari al barile. Ora che è crollato, la vecchia petrolchimica torna conveniente”. Non è un mistero che Eni abbia tentato di vendere la consociata Versalis (si era anche profilato un compratore, il fondo d’investimento statunitense Sk), anche se poi ha rinunciato.
Secondo i portavoce dell’Eni, la chimica verde a Porto Torres è “in corso di fine-tuning”, va rimessa in sintonia, “per ragioni sia tecniche sia commerciali”. Insomma, i sospetti dei lavoratori sono fondati. Del resto, in ogni discorso pubblico, amministratori locali e dirigenti politici parlano di “rilanciare Matrìca”. “Ci aspettiamo che Eni mantenga gli impegni definiti dal protocollo del 2011”, diceva in ottobre il presidente della regione Sardegna, Francesco Pigliaru, a Porto Torres per inaugurare due cooperative di lavoratori dell’ex petrolchimico (sostenute da Legacoop e da un programma pubblico di sostegno ai lavoratori in mobilità che avviano attività proprie).
Nel progetto originale, Matrìca sarebbe stata alimentata dai cardi coltivati in Sardegna: una pianta autoctona che avrebbe fornito semi oleosi da trasformare in bioplastica e massa secca da bruciare. Intorno al vecchio stabilimento in effetti vediamo campi coperti di cardi, distesa verde intenso tra i depositi di carburante e l’oleodotto che corre dal porto alla centrale di Fiumesanto. Ma sono circa 500 ettari, irrisorio per il fabbisogno dello stabilimento, perfino nell’attuale versione sperimentale: e infatti oggi Matrìca lavora oli vegetali importati (dall’Europa, sostiene Eni). Nei progetti iniziali si parlava di creare coltivazioni di cardo su 30mila ettari: solo “terreni marginali e incolti”, era stato detto, senza nulla sottrarre all’agricoltura esistente. Ma con ogni evidenza non ci sono abbastanza terre disponibili o proprietari disposti a coltivare cardi.
L’idea di trasformare decine di migliaia di ettari in piantagioni di cardi è quella che solleva le obiezioni più forti dei critici della “chimica verde”. Semplicemente, sostiene Migaleddu, non ci sono le estensioni di “terre marginali” da coltivare, a meno di stravolgere l’ambiente della regione e trasformare la macchia mediterranea in monocoltura. “Critichiamo le monocolture in Africa e dobbiamo accettarle qui?”, argomenta (in una serie di pareri tecnici sul progetto di centrale di cogenerazione a biomasse, faceva notare che per alimentare l’impianto sarebbero servite ogni anno circa 250mila tonnellate di foglie e torsoli secchi di cardo o altri vegetali: calcolando il rendimento della pianta, sarebbe necessario coltivare tra 50mila e centomila ettari, ben più di quanto stimato dal progetto Matrìca).
La “chimica verde” è fumo negli occhi, obietta Vincenzo Migaleddu. “La realtà è che hanno costruito un nuovo impianto industriale senza prima fare una vera bonifica”. Anzi: l’impianto di Versalis, ha incrementato la combustione di fuel oil of cracking (Foc, il residuo della lavorazione dell’etilene, ovvero uno scarto del petrolio), importato dalla Sicilia: “Sprigiona quasi 180mila milligrammi per chilo di idrocarburi policiclici aromatici, tossici e cancerogeni, cioè quantità ben maggiori rispetto all’olio combustibile, aumentando il rischio di sviluppare tumori polmonari”.
Già, la bonifica. Dopo un lungo processo di pareri, revisioni e valutazioni, in gennaio è diventata esecutiva la prima fase del progetto presentato nel 2014 da Syndial, la consociata Eni specializzata in “servizi ambientali”, che ha la responsabilità di eseguirlo – secondo il principio “chi inquina paga”– e che ha affidato la progettazione ad Astaldi. Il “progetto Nuraghe” copre l’area dell’ex petrolchimico, cioè 1.200 ettari (sui 1.800 totali del Sin); include aree come Minciaredda, il sito delle palte fosfatiche (sono i residui fangosi della lavorazione dell’acido fosforico), l’area chiamata Peci Dmt (che sta per dimetiltereftalato). Ovvero i punti più contaminati della zona (il nuraghe c’è davvero: piccolo, diroccato, s’intravede dalla strada seminascosto da depositi e vecchi impianti).
La prima fase dell’intervento prevede la costruzione di una “piattaforma polifunzionale” dove trattare il terreno contaminato che bisognerà asportare da Minciaredda (circa 800mila metri cubi di terreno e scorie) e dagli altri punti dello stabilimento. Quello che non potrà essere trattato, sarà immagazzinato in un “sito di raccolta materiali irrecuperabili”, cioè una nuova discarica – di cui però saranno state impermeabilizzate e isolate le pareti. A questo si aggiungono alcuni nuovi interventi alla bonifica della falda. Eni-Syndial investirà più di 200 milioni di euro nella bonifica, diceva l’assessora all’ambiente della regione Sardegna quando il progetto è stato approvato. All’Eni dicono che la spesa sarà 90 milioni per la prima fase del progetto e cinque milioni per la seconda (quando sarà approvata), oltre sei milioni per la darsena. Certo sarà un lavoro di parecchi anni.
A Porto Torres i cantieri della bonifica sono attesi: finalmente un po’ di lavoro. Torniamo alla torre aragonese, da cui partono il lungomare e una delle vie principali della cittadina. Nel pomeriggio di un normale giorno lavorativo molte saracinesche sono chiuse. Nei bar si parla di cassa integrazione, di lavoratori in “mobilità”, di cantieri.
Con 23mila abitanti, Porto Torres ha seimila disoccupati. L’area industriale oggi conta circa 500 addetti in tutto – chimica verde, gomma. La crisi è visibile, la città non si è mai ripresa dal declino della sua area industriale. “Troppi giovani disoccupati, non sarò tranquillo finché non avrò visto una vera riconversione”, dice Pietro Marongiu. Per questo molti qui continuano a sperare nella chimica verde: “Porto Torres è il primo caso concreto”, dove un impianto è entrato in attività. “Guardatela nel quadro nazionale: se la chimica verde fallisce qui, non è un problema solo per la Sardegna ma per tutta l’Italia”, sostiene Enrico Pescio: “Si tratta di dimostrare che una riconversione industriale è possibile”. Che la “chimica verde” e la bonifica possano andare insieme, questa è una scommessa.
da qui

martedì 1 dicembre 2015

In difesa di Vandana Shiva - Vincenzo Migaleddu

E’  singolare  che  un  articolo che  ha  come  obiettivo  quello  di  contrastare  tesi  “anti scientifiche” sostenute da spinte emotive, non possa fare a meno di ricorrere a suggestioni emozionali quali uno sketch cinematografico o una rievocazione favolistica. Le tesi antiscientifiche di Vandana Shiva vengono ricondotte alle affermazioni: “L’abbondanza di cibo esaltata  dagli  alfieri  dell'agricoltura  industriale  si  è  basata  non  già  su  miracoli tecnologici o genetici, ma sul saccheggio delle risorse di energia fossile. Allo stesso modo la rivoluzione verde, dal 1950 al 1985, ha fatto crescere la produzione mondiale di grano del duecentocinquanta per cento. Un grande successo si direbbe. Ma nello stesso periodo l'uso di combustibili fossili in agricoltura è cresciuto del cinquemila per cento!”; e ancora “Sappiamo bene che i fertilizzanti chimici uccidono i microrganismi del suolo, rendendolo sterile, esposto all'erosione, incapace di trattenere l'acqua e via di seguito”; e infine “Sono gli agricoltori biologici le fondamenta del nostro cibo e del nostro futuro, restituendo materia organica al suolo e coltivandone la fertilità. Praticando l'agricoltura biologica contribuiscono alla conservazione dell'acqua e all'assorbimento della anidride carbonica dall'atmosfera riducendo così il problema del cambiamento climatico.”

Di contro la prima “suggestione” narrativa cui ricorre Antonio Pascale, poggia sulla rievocazione di una scena di un film dove Troisi non sa se sia più giusto ringraziare, per il pane quotidiano, il Padre Eterno o quello “naturale”. La seconda mette in scena Pinocchio e il paese di “Bengodi” e dimentica il paese dei “balocchi”, inclusi il gatto e la volpe che volevano far crescere l’albero degli zecchini d’oro sotterrando nel top soil le poche risorse finanziarie del burattino. Altrettanto significativo è che la difesa dell’agricoltura industriale si basi su un lungo sguardo all’indietro verso la storia dell’agricoltura europea e occidentale fino  alla  rivoluzione  verde  che,  secondo  l’articolista,  ha  saputo  dar  da  mangiare  a  due miliardi di persone. Il proseguo si incentra su argomentazioni per cui il resto degli abitanti del mondo dovrebbero chinare umilmente il capo di fronte alla superiorità culturale delle colture dell’Occidente.

Lontano dallo scrittore è la preoccupazione per la tenuta di questo sistema di produzione; tutti dovremmo ignorare ciò che i ricercatori dello Stockholm Resilience Centre scrivono sulle “nove potenziali soglie biofisiche le quali, se superate, potrebbero provocare cambiamenti  ambientali  intollerabili  per  il  genere  umano:  il  cambiamento  climatico; l’ozono nella stratosfera; le modifiche di uso del suolo; il prelievo di acqua dolce; la diversità biologica; l’acidificazione degli oceani; gli apporti di azoto e fosforo nella biosfera e negli oceani; la concentrazione degli aerosol; l’inquinamento chimico. Questo studio sottolinea come tali limiti siano fortemente interconnessi - cioè a dire, attraversarne uno può seriamente compromettere la nostra capacità di non oltrepassare gli altri” (Terra Viva pag 9).

Dovremmo mostrare insofferenza e non preoccupazione nell’attesa dei risultati che potrebbero emergere dalla conferenza sul clima di Parigi 2015? Dovremmo auspicare che tutto si concluda con l’affermazione della “grandeur” occidentale e non con un accordo universale costrittivo per una drastica riduzione delle emissioni di gas serra, al fine di contrastare i cambiamenti climatici? Dovremmo pensare che ciò che muove gli scienziati che lanciano l’allarme sul clima sia un complotto contro le sorti progressive e occidentali dell’umanità intera? Ci piace invece individuare problemi e trovare soluzioni.

Relativamente alla nostra formazione, ben sappiamo che è sbagliato affermare “se non ci nutriamo non cresciamo”; infatti cresciamo per programmazione genetica e controllo ormonale fino ai 18-20 anni per poi svilupparci in maniera più o meno equilibrata sul piano psichico in età adulta; la crescita oltre la tarda età adolescenziale è legata ad una disfunzione endocrina e costituisce una patologia: l’acromegalia. Quindi anche la natura pone dei limiti alla crescita; sembra incredibile che alcuni brand intellettuali trovino fastidio per questi limiti e ripongano la loro fiducia sconfinata in una tecnologia idolatrata come entità superiore che ci aiuterà a superare tali limiti. Troviamo, anche in campo sociale, posizioni più avanzate: “La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri.” (Laudato Sì’ pag. 19).

I recenti dati dell’OCSE e dell’OMS (Haifa, aprile 2015) pongono l’accento sull’insostenibilità etica, sociale ed economica dei costi sanitari da inquinamento dell’aria. Si parla, per il 2010, di 600 mila morti premature provocate dall’inquinamento dell’aria (indoor e outdoor), che causerebbero una spesa di 1.400 miliardi di dollari all’anno alle casse dell’Europa. A questa cifra vanno aggiunte però le spese che devono essere sostenute per curare l’insorgenza di una svariata gamma di malattie, sempre legate all’inquinamento dell’aria, di altri 200 miliardi di dollari, per un totale di 1.600 miliardi di dollari. Un importo pari al 10% del PIL di tutta l’Unione Europea calcolato per il 2013 che, valutando le spese di ogni singolo Stato, arriverebbe al 20% del PIL nazionale in almeno 10 Paesi europei. Alla luce dei soli aspetti economici è imbarazzante giudicare l’entusiasmo di alcuni decisori politici di fronte a stime di crescita dello 0,2-0,8 % dell’economia Statale. Quindi si crea ricchezza più di dieci volte in meno di quanta se ne distrugga.

Il merito di Vandana Shiva sta nel collocare la difesa del suolo tra le priorità nella lotta ai cambiamenti climatici che invece vede gli sforzi dei vari governi concentrarsi solo nella riduzione delle emissioni. Tenendo in considerazione il focus sui cambiamenti climatici, argomento centrale del prossimo incontro di Parigi, Vandana Shiva ha scritto che “Il 40% dei  gas  serra  climalteranti  provengono  da  un  modello  industriale  e  globalizzato  di agricoltura  e  produzione  alimentare.  Questo  comprende  il  CO2  da  combustibili  fossili,  l’ossido di azoto da fertilizzanti sintetici azotati (che è il 300% più destabilizzante del CO2) e il metano da allevamenti intensivi e scarti alimentari. Nell’agricoltura industriale viene sprecato il 50% del cibo. L’agricoltura ecologica e le coltivazioni biologiche accrescono il tenore di materia organica nel suolo, trasferendo l’eccesso di carbonio dall’atmosfera, a cui non appartiene, al suolo, a cui invece appartiene. Con un aumento di carbonio nel suolo pari  a  2  tonnellate  per  ettaro,  saremmo  in  grado  di  colmare  il  “gap  delle  emissioni” riducendo di 10 gigatonnellate la CO2 presente nell’atmosfera. Oltre che contribuire al cambiamento climatico, le monocolture chimiche risultano anche più esposte a eventi estremi. Agricoltura biologica e biodiversità accrescono la resilienza di suoli, piante, ecosistemi e comunità locali”; ancora, ricordando il legame tra Terra e Mare, Vandana Shiva ribadisce che occorre “Conservare e usare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine. La terra è collegata al mare. Le emissioni di gas serra prodotti dall’agricoltura industriale stanno provocando cambiamenti climatici, riscaldamento e acidificazione degli oceani e un innalzamento del livello del mare. La dispersione dei nitrati provenienti dall’agricoltura industriale sta creando zone morte anche negli oceani. La cura del suolo attraverso l’agricoltura biologica si traduce quindi in cura degli oceani.” (Terra Viva pag. 111).

E’ evidente come, al di fuori delle suggestione emotive, queste osservazioni abbiano inciso sulla ricerca delle soluzioni da parte degli scienziati che compongono il panel IPCC (Intergorvernmental Panel on Climate Changes), cosicché quest’anno le Nazioni Unite hanno proclamato il 2015 “Anno internazionale del Suolo, perché le persone siano rese consapevoli del ruolo cruciale che il suolo stesso gioca in termini di sicurezza alimentare, adattamento e mitigazione delle conseguenze del cambiamento climatico, servizi ecosistemici   essenziali,   riduzione   della   povertà   e   sviluppo   sostenibile”   (FAO,   2015
International Year of Soil ;  www.fao.org/soils-2015).

Si deve, dunque, a Vandana Shiva la soluzione del “loop” che assillava molti scienziati e che consisteva nel considerare come unica misura efficace di contrasto al cambiamento climatico  la  sola  riduzione  delle  emissioni.  Il  loop imponeva  di  dover  applicare  questo criterio a quella metà di popolazione mondiale che non può esser colpevolizzata per quote di emissioni di gas serra mai emesse; d’altra parte i cosiddetti paesi a rapida, spesso caotica, industrializzazione vedevano queste limitazioni come un freno alla loro crescita posto da quei paesi già industrializzati; tra questi ultimi troviamo anche i paesi che stentano ad adeguare, all’odierno principio di sostenibilità, il loro modello economico e finanziario. E’ indicativo che proprio in questi paesi nascano, da parte dei nostalgici di una vecchia egemonia incontrastata, gli attacchi ai temi innovatori portati avanti da Vandana Shiva. Nella nostra “provincia” questi attacchi nascono anche nell’area che si autodefinisce progressista; tutto ciò è sintomatico di crisi di proposte culturali e di governo.

Quel che spaventa forse di più nei ragionamenti di Vandana Shiva è la capacità di creare soluzioni differenti quanti sono i “luoghi” del mondo; l’economia circolare delle risorse si può applicare nella foresta amazzonica come nella metropoli di New York; pertanto, a chi ha come sola risorsa naturale il suolo e beni e a chi possiede materie e merci (sia che le produca sia che se ne appropri). Il limite finito delle risorse del pianeta riguarda tutti, anche se esiste chi ancora non se ne accorge e si ostina a supportare un sistema conflittuale di diseguaglianza.  Infatti, malgrado il “progresso” dell’occidente, la diseguaglianza economica globale continua ad aumentare; “La fetta di ricchezza mondiale in mano all’1% più ricco della popolazione è passata dal 44% nel 2009 al 48% nel 2014 (OXFAM, Wealth: having it all and wanting more, 2015); continuando in questa direzione “l’1% più ricco, presto possiederà di più del resto della popolazione mondiale. Lo scorso anno, le 300 persone più ricche del mondo hanno aumentato la loro ricchezza di 524 miliardi di dollari, più dell’intero reddito dei 29 Paesi più poveri messi assieme” (Savio R., Inequality and Democracy, IPS, 2014).

Infine, non si può non riflettere sul fatto che “La diseguaglianza economica influisce sulla violenza, estremizzando il nostro modo di pensare, di agire e relazionarci con gli altri. Più una società è polarizzata fra ricchezza e povertà estreme, maggiori sono i tassi di violenza” (Wilkinson R. & Pickett K., The Spirit Level, The Equality Trust).

La proposta di Vandana Shiva è articolata su queste basi: “Il futuro nascerà dall’abbandono dell’approccio lineare e del metodo estrattivo passando al pensiero circolare, alla cooperazione e alla condivisione. Nascerà dalla diversità a ogni livello, in ogni forma e non dall’uniformità e dalle monocolture della mente. Il futuro emergerà da una nuova visione che impedisce la trasformazione di ciò che è vivo - il suolo, il cibo e la terra - in rifiuti e materiali inerti, considerando le persone sacrificabili e ininfluenti. Lo spreco di risorse e di persone non ha posto nella natura e nelle società giuste. La democrazia locale è la base per una vera democrazia globale. La cittadinanza planetaria deriva dal radicamento nel locale - nel  suolo,  nella  terra.  Il  futuro  sarà  ricavato  dal  suolo  e  crescerà  dalla  terra  e  non  dal mercato globale di una finanza fittizia, da aziende con diritti superiori agli Stati e dal consumismo. Abbiamo smesso di considerarci parte del suolo: l’eco-centrismo ha ceduto all’antropocentrismo che adesso sta cedendo alla centralità delle corporations.” E’ evidente che il processo di globalizzazione impone delle nuove soluzioni per consentire la partecipazione di cittadinanza ai processi di democrazia globale. Chi vuole può rimanere attaccato ai suoi loops.