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mercoledì 9 agosto 2023

Coltiviamo l’antispecismo, non la carne - Rita Ciatti

 

La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta - Theodor W. Adorno


Nel dibattito sulla carne coltivata sembrano esserci solo due possibili risposte: favorevoli o contrari. Ogni narrazione alternativa, come quella proposta da Adriano Fragano in questo articolo viene presa come atto di lesa maestà, accompagnato dal ricatto morale: non ci pensi a tutte le vite che potresti salvare?
Eppure trattandosi di un’innovazione importante il discorso merita di essere approfondito sotto tantissimi aspetti, in particolare quello antispecista perché in quanto persone umane attiviste per la liberazione animale dovremmo innanzitutto avere non solo sempre presente l’obiettivo che ci prefiggiamo, ma anche essere in grado analizzare ogni campagna, progetto o invenzione alla luce di quest’ultimo.

In questo articolo vorrei provare a fare un discorso ampio in cui la carne coltivata non è tanto l’oggetto principale, semmai il pretesto.
L’antispecismo (analogamente all’anarchismo), non è una teoria finalizzata a riformare l’esistente – la nostra società, la politica, l’economia, il sistema culturale, simbolico e materiale, entro cui viviamo e di cui assorbiamo e interiorizziamo schemi di pensiero, di valori e morale –, ma a cambiarlo radicalmente.
Uno dei capisaldi del nostro attuale sistema è il dominio: sulla Natura in senso ampio, ossia i territori, le foreste, i fiumi, i mari, le montagne, ecc., le mappe geopolitiche (che vengono ridefinite continuamente in base a interessi economici o di controllo delle risorse) e su tutti i viventi del pianeta, in particolare le minoranze, i più fragili e soprattutto sugli altri Animali. Per giustificare questo dominio la nostra specie nel corso dei secoli ha elaborato ideologie diverse usando di volta in volta le narrazioni più efficaci in base al contesto: razzismo, specismo, sessismo, motivazioni economiche, equilibri politici, per citarne alcune.
Lo specismo, che è quello che ci interessa in questa trattazione, è appunto un’ideologia finalizzata a giustificare, normalizzare e naturalizzare il trattamento di assoluto dominio che riserviamo agli Animali di altre specie; la loro esclusione morale da cui ne consegue la definizione di un sistema di valori del vivente, gerarchico e autoreferenziale, o meglio, autoriferito. Dentro questo sistema specista prendono vita alcune vie di fuga che risultano però illusorie. E lo sono, non tanto perché non vanno dritte al punto, ma perché da questo punto ideale, che nel nostro caso è la liberazione animale (materiale e simbolica) deviano in maniera pericolosa; il problema infatti, metaforicamente parlando, non è il passo intermedio o la deviazione in sé, ma il tipo di deviazione o di strategia attuate.

Immaginare una società antispecista significa immaginare una società come finora non è mai stata realizzata ed è in tal senso che, seppur tra mille difficoltà, impedimenti, ostacoli – anche proprio nella definizione di un orizzonte ideale – dovremmo muoverci. L’antispecismo, l’abbiamo sempre detto, è una teoria e una prassi in costruzione, non una soluzione immediata che si può pensare di raggiungere con qualche innovazione tecnologica, ma lasciando intatto il concetto di dominio; sarebbe come pensare che l’invenzione della lavatrice e della lavastoviglie abbiano potuto liberare le donne dal patriarcato. Indubbiamente sono state invenzioni utili che hanno di parecchio migliorato e alleggerito il lavoro delle donne, ma non sono servite a scardinare i ruoli di genere associati ai sessi che tutt’oggi perdurano (secondo i quali sono le donne a dover lavare i panni e i piatti), tanto meno la violenza di cui le donne sono ancora vittime. Allo stesso modo non può bastare un’innovazione come la carne coltivata a scardinare il ruolo entro cui da sempre releghiamo gli altri Animali.
Ciò che facciamo, compreso ciò che mangiamo e le nostre scelte in generale, definiscono anche il nostro cervello, nel senso proprio di modificazione materiale, in quanto il cervello è un organo plastico. Gli atti, ciò che apprendiamo per imitazione, plasmano il pensiero. Ed è per questo che si continua a restare affezionati al mito della carne, anche se sappiamo bene che non abbiamo bisogno di mangiare Animali per stare in salute.
Mangiare carne di Animali significa mangiare corpi di Animali, quindi considerarli alla stregua di prodotto, non di soggetti senzienti paritari, e questo a prescindere da come tale carne sia ottenuta.
Le persone umane speciste chiedono la carne e noi gli diamo la carne, anziché proporgli alternative.
Possiamo davvero parlare di innovazione?

Ancora: l’antispecismo non contempla semplicemente la fine della sofferenza degli Animali, ma la fine del nostro dominio sugli Animali e in generale l’affrancamento dal concetto di dominio stesso, compreso quello intraspecie. In questo senso l’antispecismo implica una ridefinizione anche dell’Umano e di quella rete di significati e significanti che chiamiamo lingua, atti, politica, etica, morale, quindi cultura in senso ampio, intesa come tutto ciò che la nostra specie produce, sia di materiale, che di intellettuale; senza questa rete di significanti e significati non esisterebbe la ben nota opposizione tra umanità ed animalità ed è proprio dal tentativo di conciliare e sanare questa cesura che l’antispecismo dovrebbe partire. Ridefinire questo universo entro cui ci muoviamo e agiamo è un compito arduo ed è compito dell’antispecismo perché la liberazione animale non può che esigere un cambiamento radicale di pensiero e di atti. Gli Animal Studies oggi sono materia di ricerca, approfondimento e studio, non solo passatempo di gente annoiata che ama gli Animali.
Se questo dominio da cui dobbiamo affrancarci sia solo socio-culturale o anche biologico è ancora da appurare. Sono fermamente convinta che tutto ciò che l’Animale umano pensi possa prima o poi essere realizzato, per il solo fatto che l’abbia pensato. Finora la Storia ci ha dimostrato che tutti i sogni tecnologici dei decenni passati sono o stanno per essere realizzati, purtroppo non in maniera orizzontale e includente per tutti i viventi. La tecnologia infatti ha migliorato le sorti di una percentuale minima di popolazione umana (anzi, il gap tra soggetti ricchi e poveri negli ultimi decenni sta aumentando) e di certo ha peggiorato quella degli Animali. Allevamenti intensivi, mattatoi automatizzati gestiti da robot (se ne parla ormai da un po’), allevamenti-grattacielo, Animali modificati geneticamente così da avere carni più magre o ridurre l’impatto ecologico delle loro deiezioni, tanto per fare qualche esempio. L’ultima trovata ingegneristica è la carne coltivata.

Premetto subito che nei confronti della carne coltivata mantengo comunque un atteggiamento non del tutto negativo (anche se come idea in sé la trovo abbastanza aberrante), anzi, ne vedo almeno un utilizzo positivo (che dirò tra poco), ma assolutamente non la considero un passo avanti nella realizzazione di una società antispecista, né argomento che dovrebbe essere incluso negli Animal studies o nell’attivismo, dal momento che non mette in discussione il concetto del nostro dominio sugli altri Animali, né l’opposizione umanità vs animalità, né ci dice nulla di nuovo sugli Animali (che continuano a essere considerati risorse rinnovabili).
La carne coltivata, esattamente come il neowelfarismo, rientra infatti nel campo delle riforme del reale all’interno di un paradigma di pensiero ancora specista, in cui il nostro rapporto con gli Animali non solo non viene minimamente intaccato (figuriamoci radicalmente), ma addirittura ne riconferma l’impronta al dominio.
La premessa errata di chi obietta dicendo che intanto risparmieremmo molte vite animali, a parte il ricatto morale, è che ci si continua a muovere nel campo del reale così com’è, abbandonando ogni proposito di cambiamento radicale. Il fine di chi per motivi etici appoggia la carne coltivata infatti non è evidentemente l’antispecismo, né il cambiamento del nostro rapporto con gli Animali, bensì il riduzionismo, ossia la riduzione della sofferenza e del numero degli Animali ammazzati. Provvedimento questo assai analogo a quello delle riforme sul benessere animale, che difatti mirano a ridurre un poco la sofferenza degli Animali allevati e a migliorare le pratiche di uccisione; analogo anche alle campagna, sempre riduzioniste, questa volta del consumo di carne, che fanno uso degli argomenti indiretti e che invitano a ridurre il consumo di carne perché è cancerogena, è causa di malattie cardiovascolari, o perché gli allevamenti inquinano, o ancora perché (come in una abbastanza recente campagna della LAV uscita durante la pandemia da Covid-19), gli allevamenti possono portare al verificarsi di zoonosi.
Il concetto di lotta all’ingiustizia nell’obiettivo del riduzionismo è totalmente espunto. Come se un’ingiustizia dovesse sparire nella misura in cui ne diminuiscono i soggetti oppressi. Quindi per un mero motivo di calcolo, quantitativo. Da notare che nessuna lotta contro altre ingiustizie propone una riduzione della violenza, bensì la sua abolizione. Nessuno direbbe mai che dovremmo ridurre la violenza sulle donne o i crimini omofobici. Che poi di fatto non sarà mai possibile abolire in toto la violenza umana, non significa che non dovremmo combattere quella che ha motivazioni ideologiche specifiche (patriarcato, eteronormatività, specismo, razzismo, ecc.).
La carne coltivata ridurrà l’uccisione di un gran numero di Animali? Sì. Ma ridurrà ciò che è alla base del nostro dominio sugli Animali? No. L’ingiustizia dell’uccisione del numero restante, anche se piccolo, e di quelli allevati e trattati come mero magazzino di materia organica su cui fare biopsie sparirà? No. Come non spariscono le ingiustizie delle minoranze etniche o delle comunità in cui le donne sono totalmente sottomesse, anche se nel resto del mondo stiamo messe meglio di decenni fa (almeno sulla carta).
Non si può inoltre fare a meno di notare l’incongruenza di chi lamenta l’orrore della realtà così com’è, della società in cui si vive, salvo poi appellarsi a questo reale ogni qual volta sembra troppo faticoso, anche solo mentalmente, provare a cambiarlo. Se il reale non ci piace, dovremmo provare a cambiarlo. Siamo diventati antispecisti proprio perché non ci piaceva la realtà dello sfruttamento animale ora vorremmo fare spallucce affermando che il reale è quello che è, la gente vuole mangiare carne? La carne coltivata anche se ne riduce la sofferenza e il numero degli individui uccisi, non va evidentemente nella direzione della liberazione animale.

L’obiezione che viene mossa più di frequente a chi si sforza di immaginare soluzioni che possano realmente andare in direzione della costruzione di un mondo nuovo (non quello distopico immaginato da Aldous Huxley ne Il Mondo Nuovo, ma uno antispecista, anarchico, non gerarchico, dove tutti i viventi hanno pari accesso alle risorse e cooperano per una felicità condivisa) è che si tratterebbe di utopia perché “Il mondo è quello che è e non diventerà mai vegano”. Questa frase mi è stata detta, negli anni e in ordine sparso, da attiviste a attivisti di Greenpeace che fanno propaganda di pesca sostenibile mentre vogliono salvare le Balene, da allevatori a favore del benessere animale, quindi con ovvi interessi economici, da persone umane ovviamente speciste che tarano la loro morale non sull’idea di giusto e sbagliato (inteso nell’accezione laica di beneficio o danno a qualcuno), ma su ciò che viene considerato normale dalla maggioranza, da persone umane che, come diceva Adorno, non hanno capito che la libertà, a volte, non è scegliere tra due posizioni offerte dal sistema (conservativo e conservatore), ma saper immaginare una via di fuga totalmente estranea all’agire corrente.
Partire dalla premessa che il mondo è quello che è e non cambierà mai significa non provare nemmeno a cambiarlo, significa tirare i remi in barca e al massimo muovere la manina per far oscillare appena la barchetta su cui ci troviamo, senza spostarci di un millimetro verso l’orizzonte di una terra diversa, nuova, ancora da scoprire e dove, chissà, davvero potrebbe essere possibile un vivere più armonioso tra tutti i viventi; allora l’unica scelta sensata potrebbe essere proprio quella di scendere da quella barchetta e imparare a nuotare. Senz’altro più faticosa, ma l’antispecismo e l’attivismo non sono un hobby per passare il tempo.
Ci si aggrappa a tutte quelle riforme illusorie come l’abolizione delle gabbie (End the Cage Age, sottoscritta da allevatori e associazioni animaliste insieme), la riduzione del consumo di carne (flexitarismo, che è un modo diverso per dire onnivorismo, ossia mangiare anche corpi di Animali) promossa sempre anche da associazioni animaliste, battaglie giuridiche per decidere se uccidere un’Orsa sottratta ai suoi boschi e ai suoi figli o spostarla in un’altra prigione, solo un po’ più grande; e ora la carne coltivata.
Partire dall’assunto che il mondo non diventerà mai vegano (tradotto: non si smetterà mai di mangiare Animali) significa sostenere e rafforzare proprio il consumo dei corpi Animali; significa propinare agli interlocutori di una società malata lo stesso veleno che l’ha fatta ammalare, solo ottenuto in modo diverso. Quel veleno è il dominio, corredato o meno da violenza fisica (e se non fisica, psicologica).
“Il mondo non cambierà mai” è l’aforisma dei poveri di immaginazione.
L’antispecismo invece è una teoria seria, rivoluzionaria, una teoria che si sposa per passione, per volontà, per desiderio di giustizia; non un termine da tradire continuamente nella pratica e nei pensieri.

Per quanto detto sopra, a mio avviso la carne coltivata non è argomento di cui si dovrebbe occupare l’antispecismo, nel senso della sua promozione e divulgazione, esattamente come le associazioni animaliste non dovrebbero aderire a riforme sul benessere animale: non dovrebbero spendere denaro ed energie in campagne che da una parte dichiarano di voler migliorare le sorti degli Animali, dall’altra non ne rinnovano nemmeno lo status apparente, figuriamoci quello ontologico, continuando persino a chiamarli “carne”, “prodotti alimentari”, solo più salubri dal punto di vista della salute umana. Ci pensa già il sistema a proporre e portare avanti – e con mezzi e risorse economiche ben più ingenti delle nostre –, a diffondere e promuovere queste campagne o innovazioni tecnologiche, nate in seno di una società specista.
La carne coltivata è carne del corpo di individui senzienti che continueranno a essere visti, pensati, immaginati, usati e mangiati in quanto cibo. La differenza è certamente nel modo di far arrivare sul piatto questa carne e certamente non è una differenza da poco, eppure poco cambia in un’ottica antispecista perché non contempla nessun cambiamento, né simbolico, né reale, del nostro rapporto con gli Animali. Gli Animali continueranno a essere allevati, anche se in misura minore, per essere sottoposti a biopsie. E, dato che rimarranno Animali, il loro corpo verrà usato SENZA IL LORO CONSENSO. Continueranno a essere i consumati e noi i consumatori: si potranno uccidere quando non serviranno più o comunque usare in tutti gli altri modi possibili che conosciamo.

Se una pratica è ingiusta questa va abolita alla radice, non riformata in alcuni suoi aspetti. L’antispecismo, come già affermato, non mira a eliminare la sofferenza, ma a cambiare il nostro rapporto con i viventi di altre specie e anche l’idea stessa di Umano e di umanità.
Un’umanità e animalità senza sofferenza è già stata immaginata e descritta tante volte in letteratura e nel cinema: basta assopire le emozioni, le sensazioni, anche tramite l’assunzione di droghe o panacee: del resto è quello che il sistema ci propone da sempre, stordimenti vari che siano alcol, sostanze stupefacenti, televisione, mito del lavoro e della produzione (sei felice se produci e consumi), religioni, ecc. (suggerisco la visione di un bellissimo film degli anni Settanta, Rollerball).
L’antispecismo invece non è assopimento o eliminazione del dolore, giacché non prevede l’eliminazione della sofferenza, ma delle ingiustizie e soprusi a danno di altri esseri senzienti.
Il dolore e la sofferenza, quando non provocati intenzionalmente a causa di soprusi e ingiustizie, fanno parte della vita.

Detto ciò, la carne coltivata potrebbe avere indubbiamente almeno un enorme lato positivo: nutrire tutti quegli Animali carnivori obbligati che per qualche ragione hanno bisogno del nostro aiuto, magari perché feriti e quindi in momentanea cattività in un rifugio o CRAS o anche in condizione di cattività a lungo termine poiché impossibilitati a essere reimmessi in Natura (gravemente disabili, bisognosi di cure continue, ecc.). Da persona vegana e antispecista, nonché anche gattara, ho sempre vissuto con molto dolore la contraddizione di dover dare carne ai Gatti che vivono con me e a quelli di cui in passato mi sono occupata in colonie urbane; inoltre talvolta mi è capitato di dover soccorrere e accudire per qualche giorno o anche solo una notte Uccelli carnivori. Ora, premettendo che sulla questione “Gatti come Animali domestici” ci sarebbe da fare un discorso a parte, rimane aperta la questione “come aiutare un carnivoro senza per questo dover causare la morte di altri Animali?”. La carne coltivata potrebbe essere la risposta. Pensiamo anche alle cliniche veterinarie che hanno necessità di tenere a disposizione grossi quantitativi di carne per nutrire i loro pazienti.
Ovviamente da persone umane antispeciste è giusto che includiamo nella nostra considerazione morale tutti gli Animali bisognosi di aiuto, carnivori compresi, ma non è giusto che per aiutarli si contribuisca allo sfruttamento e uccisione di altri Animali. La carne coltivata ovvierebbe a questo enorme dilemma morale.
Questa per me è l’unica propaganda che dovremmo fare noi antispecisti riguardo la carne coltivata: cibo per gli Animali carnivori.

Chi ha a cuore la vita degli Animali prigionieri degli allevamenti, invece di appoggiare la carne coltivata, potrebbe agire in favore dell’abolizione dei sussidi europei agli allevamenti. Certo, nemmeno questa è una richiesta antispecista, ma perlomeno va nella direzione giusta perché mira a creare danni economici alla filiera della zootecnia (persino nel manifesto dell’Animal Liberation Front c’è come obiettivo quello di danneggiare e sabotare le strutture che sfruttano e uccidono gli Animali).
La liberazione animale non è un processo che si possa ottenere nell’immediato ed è evidente che necessiti di passi intermedi, ma questi passi devono essere compiuti nella direzione giusta (quella di un cambiamento radicale) e si devono avvalere di strumenti adeguati, che non siano le, seppur invitanti, innovazioni tecnologiche proposte da un sistema che comunque non ha nessuna intenzione di rinunciare al dominio sui viventi.

da qui

giovedì 29 dicembre 2022

Tempo di andar via - Dario Manni

 

Le circa centomila persone che hanno preso parte alla grande marcia per la pace Europe For Peace del 5 novembre a Roma, hanno dato vita a una vera festa della partecipazione; uno di quei momenti che, insieme all’occupazione studentesca della facoltà di Scienze Politiche de La Sapienza avvenuta solo qualche giorno prima, segna una discontinuità nella fitta trama apatica e depressiva del capitalismo senza sogni, senza speranze e senza alternative di questa prima metà di secolo. La marcia è stata un’occasione magica e inaspettata di comunione di scopo, se non proprio di visioni politiche e strategiche che, anzi, erano piuttosto diverse fra loro. A esemplificare questa diversità è stata la contemporanea presenza del segretario del Pd Enrico Letta, convinto fautore dell’invio di armi all’Ucraina; e di Giuseppe Conte, leader del M5S, che ha iniziato a opporsi al coinvolgimento bellico indiretto dell’Italia, ancorché timidamente. In strada c’erano movimenti e anche liste elettorali fortemente critiche verso l’invio di armi, e più in generale verso una politica internazionale filo-atlantista che sembra schiacciata sugli interessi Nato; e altri movimenti e organizzazioni convinte invece della necessità di armare l’Ucraina per strappare la pace alla Russia, e di farlo in un quadro di adesione all’alleanza atlantica. Posizioni che, eccezion fatta per la piattaforma promotrice e i gruppi che più la animano e che più vi si riconoscono, come Rete Italiana Pace e Disarmo e Movimento Nonviolento, che sono disarmisti esigenti, spesso si mescolano all’interno di una stessa organizzazione. Ad animare questo corteo composito c’erano CGIL e ANPI, Emergency e Greenpeace, Libera e Sbilanciamoci, ARCI e Rete dei Numeri Pari, Unione Popolare, Comunità di Sant’Egidio e molte altre ancora. Altri, come i movimenti romani per il diritto all’abitare, Fridays for Future e la campagna contro il caro-bollette Noi Non Paghiamo, pur condividendo le ragioni della manifestazione di Roma, erano a Napoli per la tappa campana di mobilitazione nazionale di “Insorgiamo”, promossa dal collettivo di fabbrica dei lavoratori e delle lavoratrici ex-GKN. L’assenza delle organizzazioni animaliste e antispeciste da entrambe le piazze è passata pressoché inosservata.

La mancanza dell’animalismo e dell’antispecismo italiano dalle manifestazioni – come quella di novembre – “umaniste” (cioè quelle che si pensano di interesse solo umano), è la norma (in questo articolo “animalismo” e “antispecismo” sono utilizzati come sinonimi, mentre non lo sono affattoi, e comprendono più fenomeni che hanno in comune l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita degli animali non umani). Si registrano, ovviamente, partecipazioni isolate e sporadiche; ma queste partecipazioni sono la classica eccezione che conferma la regola, e la regola è che gli attivisti e le attiviste animaliste e antispeciste sono o disinteressate rispetto alle lotte umaniste, che considerano irrilevanti per la causa animale; o troppo poco convinte che tali lotte siano in realtà rilevanti anche per la loro causa.

In occasione delle proteste antirazziste negli Usa, durante l’estate del 2020, da cui emerse il movimento Black Lives Matter, rispondendo a chi li criticava per non essersi esposti a favore della comunità afroamericana e povera in lotta, l’organizzazione internazionale antispecista abolizionista Anonymous for the Voiceless scrisse pubblicamente che non vedeva ragione di spendersi su questioni non strettamente animaliste dato che la sua missione è di occuparsi esclusivamente degli animali non umani; e che esistono già centinaia di realtà attive sui diritti umani, assumendo quindi che il loro supporto non fosse necessario.ii A rendere dubbio che si trattasse semplicemente di una divisione di compiti fra organizzazioni animaliste e umaniste, c’è un contenuto social, pubblicato in quel periodo, in cui Anonymous confessò di non credere all’esistenza del razzismo sistemico negli Usa.iii La marcia indietro compiuta quando l’organizzazione era stata ormai travolta dalle critiche non rende meno facile immaginare che in Anonymous e nelle realtà antispeciste a essa analoghe la motivazione a prendere posizione e agire in favore delle altre lotte non sia particolarmente elevata. Ma l’assenza dell’antispecismo dalle piazze umaniste – e questo è il nocciolo della questione – è un fenomeno quasi bipartisan. Benché in queste piazze capiti di imbattersi in singoli attivisti e attiviste e in organizzazioni informali e gruppi più piccoli, infatti, le grandi associazioni animaliste e antispeciste, anche quelle che hanno posture e valori progressisti, sono quasi sempre assenti. La loro partecipazione si riduce perlopiù a social media managing e all’adesione moralistica a una concezione distorta dell’intersezionalità come pratica di virtù individuale senza concretamento politico. A monte del problema si può scorgere l’infiltrazione del neoliberalismo e della sua carica spoliticizzante in seno al movimento, che disgrega e atomizza illudendo invece di unire e comporreiv. La scarsa coscienza politica dell’attivismo animalista e antispecista di base, spesso estraneo alla dimensione di piazza, si riflette nella tendenza anti-popolare da parte delle organizzazioni più strutturate che seguono inerti la virtualizzazione della partecipazione, schiacciata sulla dimensione social e incapace di aperture al sociale. La trasversalità politica e il qualunquismo delle sigle, così funzionale ad attrarre sostenitori e donazioni, limita il movimento all’attivismo single-issuev, confermando il pregiudizio diffuso che animalismo e antispecismo siano preoccupazioni da “amanti degli animali” piuttosto che questioni di interesse generale. Eppure i tempi sarebbero maturi per cambiamenti radicali.

Dopo la fine del primo movimento alter-mondialista e nonostante la repressione in atto da parte degli ultimi governi, infatti, siamo entrati in un nuovo periodo di mobilitazioni, in cui l’esperienza dei forum dei movimenti sociali da una parte, e l’irruzione dei nuovi movimenti ambientalisti sulle scene dall’altra, hanno aperto spazi di manovra prima impensabili che animalismo e antispecismo potrebbero sfruttare per crescere e assumere maggiore importanza sociale. Mentre animalisti e antispecisti li criticavano perché non promuovevano abbastanza il veganismo, o li cooptavano con il pretesto dell’intersezionalità onde imporgli la propria agenda, movimenti come Fridays For Future ed Extinction Rebellion portavano in strada centinaia di migliaia di persone, molte delle quali teenager, ventenni e trentenni mai state attive prima. La progressiva saldatura fra nuovi movimenti ambientalisti e lotte sociali ha poi mostrato che le questioni ambientali sono di interesse innanzitutto per le classi subalterne, e ha affrancato le battaglie “verdi” dalla dimensione della conservazione borghese e del consumo individuale virtuoso per consegnarle a quella della giustizia ambientale e dei diritti delle popolazioni MAPA (Most Affected People and Areas)vi. Ancorché ambiguo, l’ideale del “movimento dei movimenti” è tornato ad attraversare strade, piazze e organizzazioni esplodendo nella “Ribellione” di Londra del 2019vii.

Anche quando ha simpatizzato con i nuovi movimenti ambientalisti, la lotta per i diritti e la liberazione animale è stata condotta sulla base di presupposti idealistici e neoliberali che l’hanno resa irricevibile negli ambienti popolari e presso molti movimenti e organizzazioni che si occupano di giustizia sociale. L’isolazionismo settario è comunque stata la cifra della partecipazione di animalisti e antispecisti a Climate Strike e simili, con mini-spezzoni slegati dal contesto e slogan e messaggi critici più nei confronti dei compagni e delle compagne di piazza che di governi e aziende. La diffusione di negozi e ristoranti, influencers, intellettuali da salotto e fiere del consumo cruelty-free non buca la filter bubble del veganismo di mercato e asfissia mentre illude di magnifiche sorti e progressive. L’escatologia animalista confida nelle aziende di alternative vegetali ai prodotti animali e diserta assemblee, “punte materiali”viii e piazze che, dopo le grandi manifestazioni degli ultimi decenni (quella contro Green Hill su tutte), non sa e non può più riempire. Laddove in piazza si va ancora, si va troppo spesso per convincere più persone possibili a cambiare stile di vita e di consumo, per dare un “segnale” al mercato che si pensa, come da professione di fede liberale, risponda adattandosi all’onda veg e sfornando sempre meno salsicce e cotechini. Invece di cambiare il sistema che genera sfruttamento si cerca di “normalizzare” il veganismo, che in un sistema ingiusto e irrazionale come quello capitalistico significa rendere ingiusto e irrazionale anche il veganismo. Ne nasce un antispecismo dal volto pulito e rassicurante, non solo socialmente presentabile ma soprattutto socialmente subalterno alle classi dominanti e al Capitale di cui, interessato com’è soltanto alla sua lotta (e concependo la lotta per i diritti e la liberazione animale come totalmente disgiunta e nettamente distinguibile dalle altre), tenta di guadagnare i favori. A parte alcuni gruppi frammentati più coscienti (ma troppo spesso caratterizzati da forme anarchiche di rifiuto acritico verso l’azione politica), le grandi associazioni sono le uniche a interessarsi della modificazione del sistema giuridico ed economico che preserva ed eterna lo sfruttamento animale. Ma, come detto sopra, lo fanno con un approccio politicamente trasversale e in un’ottica single-issue tipicamente liberale che le integra al sistema impedendo loro di incidere sulla sua struttura fondamentale. La chiusura dei loro processi decisionali interni rende queste associazioni assimilabili a vere e proprie organizzazioni aziendali, cui in effetti assomigliano sempre di più, che invece di includere escludono perfino soci e tesserati con cui non concertano azioni, progetti e campagne. Gli attivisti sono ridotti a semplici figuranti adibiti a reggere un cartello o uno striscione a favore di foto e di social, clienti da ingraziarsi affinché comprino un prodotto concepito, realizzato e confezionato altrove. Così facendo, le “sigle” abdicano al compito di organizzazione – se non politica, almeno attivistica – che dovrebbero svolgere e che sarebbe necessario svolgere per rivitalizzare un movimento in stato comatoso, ridotto a esultare per l’introduzione di un panino vegano in qualche catena di fast-food. In questo contesto le lamentazioni sulla divisione del movimento e le litanie sulla necessità dell’unione, che certo assicurerebbe maggiore efficacia ma che è assolutamente impossibile senza che si chiariscano prima i presupposti sui quali unirsi (e con essi la definizione dei problemi e della strategia di lotta), non sono altro che manifestazione di impotenza e frustrazione, e di nostalgia dei bei tempi andatiix. Di più: sono espressione della diffusa apoliticità del movimento e della spoliticizzazione di chi vi era entrato nutrito di qualche cultura politica andata perduta, nel tempo, dietro a questa o quella ricorrente emergenza – l’animale da salvare, il rifugio da difendere – che invariabilmente cattura sforzi e attenzioni fino a tramutarsi nel suo contrario, cioè nello status quo emergenziale. In base allo status quo emergenziale si giustificano alleanze e collaborazioni, perlopiù impossibili per i movimenti umanisti, come quelle con persone e organizzazioni di estrema destra che, con il pretesto di fornire aiuto durante l’emergenza, si infiltrano nel movimento conquistando simpatie, tessendo relazioni e guadagnando contatti e crediti da riscuotere al momento opportuno. Via via che i movimenti sociali umanisti chiariscono a sé stessi la comune appartenenza al più ampio movimento che intende cambiare lo stato di cose esistenti, malgrado il maldestro opportunismo con il quale ha saputo parlare (non senza forti critiche interne: per qualcuno, la querelle fra argomenti diretti e indiretti è ancora in auge) del legame fra sfruttamento animale e crisi sanitaria, crisi sociale ed eco-climatica, l’antispecismo rischia perciò di finire ancor più isolato di quanto non sia ora. Come evitare l’irrilevanza sociale e politica? Dobbiamo ammetterlo, non resta che il suicidio: l’antispecismo deve morire.

L’antispecismo dovrebbe suicidarsi e cioè, al contrario di quanto sostenuto da Anonymous for the Voiceless e dagli antispecisti morali e non intersezionali in generalex, tralasciare o almeno mettere in secondo piano ogni questione prettamente “animalista” che non sia in grado di inceppare il meccanismo che crea e riproduce universalmente ingiustizia e sfruttamento; meccanismo che possiamo senz’altro individuare nel capitalismo. Se è vero infatti che il superamento del capitalismo non è condizione sufficiente al superamento dello specismo e dello sfruttamento animale, è però vero che ne è condizione necessaria: sembra altamente improbabile che un modo di produzione che si basa sul processo di auto-valorizzazione infinita, sulla reificazione e sulla mercificazione dell’esistente e che non si cura di calpestare i diritti della specie umana (quella che, secondo l’antispecismo moralista e misantropo, sarebbe invariabilmente privilegiata rispetto alle altre) possa permettere la liberazione delle specie meno consideratexi. Questa consapevolezza, benché relativamente diffusa, non si è ancora tradotta in una rivisitazione delle pratiche di lotta, che insistono sul ricorso all’azione diretta e sulla politica prefigurativa di rifugi e collettivi sempre più settari; e che al massimo si spingono, come nel caso della celebre campagna SHAC (Stop Huntingdon Animal Cruelty) e di Animal Rebellion UK, contro specifiche aziende o filiere produttive locali. Nel loro “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro”, Nick Srnicek e Alex Williams hanno descritto questo tipo di attivismo con l’espressione folk politics. “Per rispondere alle astrazioni e alla violenza del capitalismo, la folk politics punta a riportare la politica a una ‘scala umana’ enfatizzando un’immediatezza che è contemporaneamente temporale, spaziale e concettuale. Fondamentalmente – scrivono – il ragionamento alla base della folk politics è che questa immediatezza sia sempre preferibile, oltre che più ‘autentica’, con il sentimento corollario che astrazione e mediazione siano inevitabilmente sospette”xii. Da qui, il rifiuto per ogni forma di rappresentanza, dalla democrazia parlamentare partitica fino all’organizzazione “gerarchica” e meno che spontanea. “In termini di immediatezza temporale, la folk politics è generalmente reattiva (nel senso che piuttosto che agire di propria iniziativa, tende a rispondere alle azioni compiute da corporation e governi); ignora gli obiettivi strategici a lungo termine in favore di tattiche di corto respiro (mobilitandosi per singole rivendicazioni o enfatizzando il processo stesso della mobilitazione); favorisce spesso pratiche intrinsecamente a breve termine (come occupazioni o zone autonome temporanee). Infine predilige come spazio di autenticità il “locale” (come nel caso dell’alimentazione a chilometro zero, o delle valute locali); al grande preferisce il piccolo (celebrando la comunità su piccola scala e l’impresa autoctona); favorisce progetti comunitari non riproducibili su scala più ampia (per esempio, assemblee generali e forme di democrazia diretta); e tende a rigettare qualsiasi progetto egemonico, valorizzando la fuga e il ritiro interiore a scapito della controegemonia di ampio respiro”xiii. Un’analisi che si adatta non solo alle (dis)organizzazioni antispeciste di sinistra, ma anche ai movimenti sociali umanisti dagli zapatisti a Ultima Generazione, passando per 15M e Non Una di Meno. È la sinistra neoliberal e/o “antiautoritaria” nata dalla crisi dei partiti e dei metodi di organizzazione tradizionali, ma anche (e forse soprattutto) dall’ideologia della “fine delle ideologie”: retorica antipolitica diffusasi già dagli anni ‘90 del secolo scorso, così cara al neoliberismo e in cui echeggiano ideali anarchici, che ha preteso l’irrilevanza della distinzione fra destra e sinistra. “Di sinistra”, infatti, alcuni di questi movimenti non si sono mai dichiaratixiv. Da questo punto di vista, animalismo e antispecismo non sono poi così diversi dalle altre lotte single-issue che, anzi, presentano livelli simili di spoliticizzazione. Difatti la condizione dei movimenti umanisti non è molto migliore rispetto a quella dell’animalismo e dell’antispecismo. “Trent’anni di lotte ‘dal basso’, di impegno ‘individuale’ in ambito di politica del lavoro – scriveva Marco Maurizi ormai dieci anni fa – hanno portato allo smantellamento dei più elementari diritti dei lavoratori costruiti in duecento anni di politica ‘alienata’ […] Se l’antispecismo aspira ad ottenere gli stessi risultati dell’antirazzismo e dell’antisessismo si condanna all’irrilevanza sociale e a farsi mero movimento di testimonianza esistenziale. Con buona pace dei suoi propositi di liberazione “definitiva” degli animali”xv. Eppure, nella retorica tambureggiante della “convergenza” e dell’“intersezionalità” delle lotte sembra profilarsi, sia pure ancora inconsapevolmente, un’insoddisfazione nei confronti di forme organizzative che purtroppo si sono rivelate fondamentalmente inefficaci, perlomeno se l’obiettivo era quello di sovvertire l’ordine capitalistaxvi, che potrebbe portare a qualcosa di nuovo. Si tratta di non cedere alla fascinazione particolarista (il “movimento dei movimenti” sarebbe tale) che consentirebbe al massimo forme repubblicane di federalismo; ma di riscattare un ideale e una forma organizzativa universali e contro-egemonici, centralizzati ma non burocratici, che operino dentro e fuori dai palazzi del potere: il che si staglia come necessità storica al di là della nebbia dell’“orizzontalità” dogmatica, dietro cui si nascondono velleità individualistiche radicalmente neo-liberali. Come dicono gli operai ex-GKN, ciò che serve è diventare classe dirigente.

Ovviamente non si tratta di trascurare tutto il resto per concentrarsi solo sull’obiettivo finale del superamento del capitalismo e dell’affermazione di una società non basata sul profitto: se non altro perché a questo obiettivo si arriva per gradi. “Se gli uomini risparmiano per i propri figli, il loro fine principale è di assicurar loro i mezzi di sussistenza. Se dopo la morte dei genitori i figli avessero ciò di cui hanno bisogno, i genitori non si preoccuperebbero di lasciar loro i mezzi necessari per vivere; ma finché ciò non accade, l’abolizione del diritto di proprietà non farà che generare difficoltà; essa irriterebbe e impaurirebbe la gente e non sarebbe di alcuna utilità. Invece che l’inizio, questa misura può soltanto essere la conclusione di una rivoluzione. Dapprima devono venir create le condizioni per la socializzazione dei mezzi di produzione.xvii” Il problema è che, al momento, animalismo e antispecismo non hanno neanche iniziato a lavorare alla creazione delle condizioni per la socializzazione dei mezzi di produzione; in effetti, la maggior parte degli attivisti e delle attiviste non la comprende nemmeno, e se la comprende non la desidera e non la ritiene propedeutica alla realizzazione di una società più equa, meno crudele e più solidale per gli individui di ogni specie. Tradendo i suoi propositixviii, la lotta per i diritti e la liberazione animale di sinistra non si è ancora elevata dal piano delle mille battaglie particolari, dell’“economicismo” e del “sindacalismo” animalista e antispecista, dalla condizione passiva della reazione e della resistenza a quella attiva dell’azione, dell’universalismo e della politica rivoluzionaria. Proprio per le difficoltà che essa incontra nel portare avanti la sua lotta in una società profondamente specista e contraddistinta dal modo di produzione capitalista, però, l’antispecismo si trova nelle migliori condizioni per compiere il salto verso la lotta unitaria, rinunciando a sé stesso. Così facendo, esso indicherebbe il cammino a tutte le altre lotte sociali, e si realizzerebbe come loro avanguardia. Perché ciò avvenga noi animalisti, noi antispecisti e antispeciste dovremo imparare a disprezzare la nostra piccola felicità, così faticosamente conquistata, e imboccare la via della transizione e del tramonto. Saremo in grado di farlo?

“Della morte, in realtà, nessuno può sapere con sicurezza neanche se sia il supremo bene toccato all’uomo, e tuttavia vien temuta nella certezza che sia il supremo male”xix.


i Per chiarire le differenze fra animalismo e antispecismo si legga Marco Maurizi, “La filosofia dei cani. Animalismo o Antispecismo?”, Edizioni Lulu, 2015. Si legga anche Sabina Tonutti, “Diritti animali: storia e antropologia di un movimento”, FORUM Udine, 2007, che aiuta a ridimensionare una differenza che per alcuni antispecisti sembra diventata più una faccenda identitaria che di analisi storica e filosofica.

Note

ii Protesters, Pigs & the Diversity Problem in Animal Welfare (sentientmedia.org)

iii 3MT: Anonymous for the Voiceless & Racism – YouTube

iv Sul tema si legga l’articolo scritto con Marco Maurizi, “Politiche della relazione”. Politiche della relazione – Comune-info

v Cioè a quello interessato a singole questioni, a materie specifiche, e privo di un impianto teorico e programmatico complessivo.

vi Per esempio: What is MAPA and why should we pay attention to it? – Newsletter – Fridays For Future

vii A Movement of Movements for the October Rebellion – Extinction Rebellion UK

vii Gli appuntamenti per preparare materialmente l’attrezzatura per azioni, cortei, scioperi e manifestazioni

ix“Bei tempi andati” che davvero belli non sono mai stati. Dopo Green Hill, il movimento animalista si è diviso quasi spontaneamente anche per via dell’emergere di gruppi destroidi e per l’approfondirsi della coscienza politica progressista e, in alcuni casi, apertamente di sinistra di altri gruppi. Prima di tale divisione, comunque, semplicemente non si notavano, o si notavano di meno, contraddizioni che oggi, fortunatamente, sembrano sempre più palesi.

x Cioè che come animalisti e antispecisti dovremmo interessarci soltanto alle questioni che attengono direttamente alle condizioni e allo status degli altri animali perché mentre esistono moltissime realtà attive sui diritti umani non è lo stesso per quelle attive sui diritti animali.

xi Su questi aspetti si legga Marco Maurizi, “Al di là della natura. Gli animali, il capitale e la libertà”, Novalogos, Aprilia, 2011

xii Nick Srnicek, Alex Williams, “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro”, Nero, Roma, 2018, pp. 21, 22

xiii Ibidem

xiv E tuttavia, ai fini di un loro inquadramento teorico, per molti aspetti lo sono senz’altro. Il punto è di quale sinistra siano, se quella liberal-progressista, quella cristiana e cattolica di sinistra, quella comunista libertaria e anarchica, o quella socialista; e che conseguenze abbia sul loro agire il fatto che non sempre si riconoscano e/o non si dichiarino di sinistra.

xv Marco Maurizi, “L’antispecismo non esiste. Storia critica di un movimento fantasma”, Asinus Novus, vol. 1, n. VI, luglio/agosto 2012

xvi E non lo era quasi mai, ragion per cui molti di questi movimenti sono ancora attivi.

xvii Karl Marx, negli atti della seduta del 20 luglio 1869 del Consiglio Generale della Prima Internazionale. In Karl Marx, Friedrich Engels, “La critica dell’anarchismo”, PGRECO EDIZIONI, Milano, 2016, pp. 279, 280.

xviii Per esempio: “Contro la falsa opzione impostaci tra il welfarismo e l’abolizionismo vegan rivendico un approccio olistico che integri veganismo e liberazione animale all’interno di un progetto politico più vasto che abbia come obiettivo l’abolizione del capitalismo e della dominazione gerarchica”. Steven Best, “Liberazione totale. La rivoluzione del 21° secolo”, Ortica editrice, Aprilia, 2017, pag. 99

xix Platone, “Apologia di Socrate”, BUR, Milano,2007, pag. 139

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