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martedì 4 maggio 2021

Alcune note di riflessione sul Green New Deal europeo - Redazione EcorNetwork

 

Come da manuale, la recessione che accompagna la crisi pandemica – la peggiore, secondo l’OCSE, dal dopoguerra – sta imprimendo un nuovo impulso all’aggressione del profitto contro i territori.
L’illusione che la pandemia potesse portare ad un ripensamento sull’assurdità di questo modello di sviluppo si è dissolta molto in fretta, a fronte della capacità del capitale (infinitamente maggiore della nostra) di trasformare le crisi in opportunità.

Poco importa se per garantire il rilancio dell’accumulazione del capitale verranno riprodotte esattamente le condizioni per lo sviluppo delle pandemie del futuro.
Condizioni la cui origine viene riconosciuta, peraltro, anche ufficialmente:


«Il cambiamento dell’uso del suolo è qui definito come conversione di territori naturali in terreno agricolo, urbanizzato e in altri ecosistemi dominati dall’uomo, compresi quelli dell’agricoltura intensiva e dell’estrazione di risorse naturali, come legname, minerali e petrolio. Il cambiamento dell’uso del suolo è un fattore trainante a livello globale delle pandemie, e ha causato l’emergere di oltre il 30% delle nuove malattie segnalate dal 1960. La distruzione dell’habitat e l’invasione di esseri umani e bestiame in habitat biodiversi forniscono nuovi percorsi per la fuoriuscita di agenti patogeni e l’aumento dei tassi di trasmissione».

 

La citazione è tratta dal documento che riunisce i pareri di ventidue scienziati di livello mondiale, convocati alla fine del luglio 2020 dall’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services per far luce sull’origine delle pandemie. Il report dell’IPBS, che è un’organizzazione istituita dall’Onu per migliorare la comunicazione tra scienza e politica in materia di biodiversità, ha sicuramente il pregio di affermare, con tutti i crismi dell’istituzionalità, la correlazione che lega l’emergere delle pandemie all’espandersi dell’agroindustria, degli allevamenti intensivi, delle miniere e dell’estrazione di combustibili fossili.

La sua impostazione fallisce però nell’attribuzione delle responsabilità della catastrofe ecosistemica, nel momento in cui classifica genericamente la distruzione dei territori naturali come anthropogenic changes, definizione che ne riversa l’imputabilità della colpa sull’intera umanità indistinta, scevra da differenze di classe e di potere. Evita di indicare gli attori reali della devastazione, e di analizzare nel merito il ruolo degli Stati, delle istituzioni sovranazionali e delle loro responsabilità storiche nei processi all’origine dell’attuale collasso.
Ironia della sorte, identifica proprio in tali istituzioni i principali referenti per una possibile inversione di tendenza.

Vediamo dunque come le istituzioni suddette, nelle quali dovremmo teoricamente confidare, affrontano nel concreto il tema della distruzione territori naturali, a partire dall’Unione Europea, luogo di sintesi dei desiderata degli attori finanziari e industriali dei suoi singoli Stati e di definizione delle politiche conseguenti, di cui i nostri governi (tutti) non sono che mera cinghia di trasmissione.

Nel dicembre 2019 la Commissione Europea ha pubblicato il documento sul “Green New Deal Europeo”, vale a dire i fondamenti della nuova strategia di crescita dell’Unione: una svolta verso una economia verde e digitale finalizzata, nelle retoriche, a restituite all’UE un ruolo di protagonista sullo scenario globale.
Una strategia che ha assunto nei mesi successivi il ruolo salvifico di strada maestra per l’uscita dalla recessione pandemica, con la creazione di linee e strumenti di finanziamento fino ad allora impensabili, quali il Recovery Fund e il NextGenerationEU1.

Il Green New Deal si basa sulla bizzarra teoria della “crescita verde” – caldeggiata anche dalla Banca Mondiale, dall’Ocse e dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente – che ritiene possibile conciliare la continuità della crescita economica con una riduzione dell’impatto sul pianeta tale da scongiurare la catastrofe climatica.
Nella realtà, in Europa (come altrove) la “crescita green” sta innescando una nuova spinta verso l’aumento dell’estrazione mineraria, della proliferazione di gasdotti e di grandi opere infrastrutturali, dell’espansione dell’agroindustria.

In funzione del Green New Deal, nel settembre 2020 la Commissione Europea ha pubblicato la Comunicazione dal titolo “Resilienza delle materie prime critiche: tracciare un percorso verso una maggiore sicurezza e sostenibilità”.
Un documento che trabocca di termini rassicuranti, quali neutralità climatica, biodiversità, trasformazione verde, economia circolare, arrivando alla creazione di ossimori sublimi come quello di “ecosistemi industriali”.

Dietro tale abbondanza di vocaboli resilienti e sostenibili, la Comunicazione traccia in sostanza le linee per il rilancio dell’attività mineraria interna per l’estrazione delle “materie prime critiche” indispensabili per la transizione energetica e digitale, oltre che per svariati comparti produttivi, quali l’automotive, difesa/aerospaziale, l’edilizia e l’agricoltura.
L’elenco dell’UE 2020 comprende 30 materie prime – Antimonio, Afnio, Fosforo , Barite, Bauxite, Berillio, Bismuto, Borato, Carbone da coke, Cobalto, Elementi pesanti delle terre rare, Elementi leggeri delle terre rare, Indio, Fluorite, Fosforite, Gallio, Germanio, Gomma naturale, Grafite naturale, Litio, Magnesio, Metalli del gruppo del platino, Niobio, Silicio metallico, Scandio, Stronzio, Tantalio, Titanio, Tungsteno, Vanadio – alcune presenti nei giacimenti europei, in particolare in Scandinavia, Penisola Iberica, Francia, Austria, Slovacchia, Romania.

Giacimenti europei che comunque risultano del tutto insufficienti per soddisfare la domanda interna, dati i volumi di aumento della domanda a servizio del Green New Deal:

per le batterie dei veicoli elettrici e lo stoccaggio dell’energia, l’UE avrebbe bisogno, rispetto all’attuale approvvigionamento della sua intera economia, di una quantità di litio fino a 18 volte superiore e di una quantità di cobalto fino a 5 volte superiore nel 2030 e di una quantità di litio 60 volte superiore e di una quantità di cobalto 15 volte superiore nel 2050”.

All’estrazione interna si affiancherà dunque la crescita esponenziale delle importazioni, da garantire attraverso le classiche modalità neoliberiste, quali gli accordi di libero scambio e i meccanismi di garanzia per sanzionare il mancato rispetto dei contratti da parte dei paesi esportatori.
Meccanismi da far valere magari a seguito dell’esito di referendum popolari o di sentenze delle magistrature dei paesi produttori contro lo svolgimento di attività minerarie devastanti. In questo modo l’UE riconferma la sua attitudine neocoloniale e l’esternalizzazione dei costi ambientali del suo sviluppo green.

  


 

Come risposta alla Comunicazione della Commissione Europea, nel settembre scorso si sono levate le voci di 234 fra organizzazioni europee della società civile e accademici, con le seguenti rivendicazioni:

-rendere prioritaria la riduzione dell’uso delle risorse
-rispettare il diritto delle comunità di dire NO ai progetti minerari
-assicurare il rispetto e il rafforzamento della normativa ambientale europea
-interrompere lo sfruttamento di paesi terzi, soprattutto del Sud Globale, proteggendo realmente i diritti umani

I firmatari hanno anche stigmatizzato il sostegno della Commissione Europea alla ricerca di materie prime critiche nei mari profondi, che mette a rischio ecosistemi particolarmente vulnerabile, chiedendo un’immediata moratoria.

Oltre ai “critical raw materials” va ricordato che la green economy ha anche un immenso bisogno di materiali tradizionali, quali il rame per l’espansione delle reti elettriche, il ferro, cromo e nichel per l’acciaio delle pale eoliche, il cemento per i plinti che le sostengono e per nuovi impianti idroelettrici2, oltre a tutte le materie prime necessarie alla sostituzione dell’intero parco degli autoveicoli, e tanto altro.
Estrazione e produzioni che, anche quando esternalizzate al di fuori dell’Ue, avranno impatto sul pianeta, e che necessitano a loro volta di energia, il che è inconciliabile con una riduzione delle emissioni climalteranti a breve termine.

Nel dicembre 2020 il Consiglio Europeo ha approvato «l’obiettivo vincolante di una riduzione interna netta di almeno il 55% delle emissioni di gas serra entro il 2030», completamente inutile se sarà basata sulla rilocalizzazione delle produzioni di carbonio all’esterno dei suoi confini. Tanto più che non si tratta di un abbandono dei combustibili fossili, visto che “l’obiettivo vincolante” è da raggiungere anche tramite «tecnologie di transizione come il gas».
Viene avvallata in questo modo la prospettiva dell’utilizzo del gas come sostituto del carbone, eludendo però un particolare: il metano, oltre ad essere un combustibile fossile, è un gas serra molto più potente della CO2, e la sua estrazione e trasporto comportano inevitabilmente emissioni fuggitive in atmosfera tali da renderne l’utilizzo più climalterante del carbone stesso.

Il metano come “tecnologia di transizione” rimanda anche alla questione delle infrastrutture critiche, e in particolare ai 32 progetti di interconnessione del gas considerati “di interesse comune” dall’Unione Europea, che provvederà dunque ad innervare il continente di gasdotti, con tutto il loro portato ambientale, sociale e coloniale. Riguardo a quest’ultimo aspetto, fra le infrastrutture critiche di interesse comune europeo troviamo l’EastMed che promette di portare ad Otranto il gas dei giacimenti al largo di Israele e Gaza, assieme all’ EuroAsian Interconnector, la “autostrada elettrica” che collegherà gli insediamenti illegali di Israele nei territori palestinesi occupati con la rete elettrica europea.

Gli investimenti nelle infrastrutture critiche – interconnettori energetici, reti multimodali europee, reti trans-europee di trasporto passeggeri e merci – sono espressamente citati nella “Strategia annuale per la crescita sostenibile 2021”, come requisito preferenziale per l’accesso ai fondi del NextGenerationEU.
Il che prefigura una nuova fase di finanziamento e di sviluppo dei corridoi TEN-T, cioè le 
reti trans-europee di trasporto considerate rilevanti a livello comunitario, con il loro corollario di grandi opere autostradali e per l’alta velocità/capacità ferroviaria, la cui compatibilità ambientale e climatica è ben conosciuta in Val di Susa.
Corridoi di cui è stata evidenziata recentemente anche la funzionalità dal punto di vista del “
miglioramento della mobilità militare”.

Infine, al di là della retorica dei documenti fondativi del Green New Deal e dei loro richiami alla «biodiversità, agroecologia, benessere animale», anche la Politica Agricola Comune (PAC)3 dell’Unione incarna un evidente carattere estrattivo.
La riforma della PAC votata dal Parlamento Europeo alla fine di ottobre 2020 non contiene nessun tetto massimo alla densità di animali negli allevamenti intensivi, nessun obbligo di protezione della biodiversità sui terreni delle aziende agricole, ma in compenso abolisce il divieto di arare e convertire i prati permanenti nei siti della rete Natura 2000dove gli agricoltori potranno ricevere sovvenzioni per trasformare zone protette in campi agricoli.

La nuova PAC è stata definita a più voci come una politica contraria ai dettami del Green New Deal. In realtà è del tutto coerente: la “transizione energetica” ha bisogno di suolo.
Ha bisogno di biomasse, e questo era stato già stato espresso chiaramente nel 2018 dalla 
Strategia Europea di Bioeconomia, che punta allo sviluppo di «bioraffinerie sostenibili in tutta Europa», e di conseguenza ha bisogno che tali biomasse vengano prodotte. Formalmente tramite i rifiuti o i residui agricoli inutilizzati, ma nella realtà, come esperienza già insegna, tramite coltivazioni ad hoc, standardizzate e gestite a livello agroindustriale.
La prospettiva che si apre prefigura una maggior pressione sui territori naturali, l’erosione degli spazi dedicati alla produzione di cibo, un’ulteriore distruzione di biodiversità, la trasformazione delle vocazioni rurali in funzione delle centrali a biomasse. Territori che saranno contesi anche dalle estensioni fotovoltaiche e dai grandi parchi eolici, gestiti dalle multinazionali dell’energia.
Tanti segnali di come in Europa, come altrove, proprio nel momento in cui dovremmo porre freno alle pressioni sul pianeta per scongiurare il cambiamento climatico e prevenire l’emergere di nuove pandemie, la gestione capitalistica della transizione energetica spinga sull’acceleratore.


NOTE:

1 Non possiamo affrontare in questa sede tutti i risvolti di questa operazione ma, sotto la retorica green, l’obiettivo che traspare dalla cd “transizione digitale”è quello di determinare un salto tecnologico funzionale ad imprimere una nuova spinta verso la flessibilità del lavoro, la dematerializzazione della pubblica amministrazione, la didattica digitale, lo sviluppo e applicazione di nuovi strumenti di controllo sociale. Quanto alle modalità di finanziamento, la creazione di nuovo debito “nel rispetto dei parametri della stabilità macroeconomica” prefigura all’orizzonte il rilancio delle politiche del rigore.

2 Attualmente ci sono 21.000 impianti idroelettrici nell’Ue, e altri 8.000 in progetto (generalmente di capacità ridotta) di cui alcuni con finanziamento UE. Martin Hojsik, Hydropower sector has to keep in line with the European Green Deal, Euractiv, 3 novembre 2020.

3 La politica agricola comune (PAC) europea è una delle politiche comunitarie previste dal Trattato istitutivo delle Comunità, gestita e finanziata con risorse del bilancio dell’UE. Info su: https://ec.europa.eu/info/food-farming-fisheries/key-policies/common-agricultural-policy/cap-glance_it

 

da qui 

mercoledì 13 maggio 2020

La conversione ecologica? Si deve fare - Guido Viale


“Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità è il problema”. Cioè, la fine – o la sospensione – dell’emergenza coronavirus (fase 2 e 3) sarà segnata da nuove manifestazioni della ben più grave crisi climatica e ambientale in corso, con un’urgenza che troppi cercano di dimenticare. Ma anche di una inevitabile crisi economica dai connotati impensati.
Certo, le strade torneranno a riempirsi di automobili e smog, perché disservizio e distanziamento riducono drasticamente le capacità del trasporto pubblico attuale; ma c’è qualcuno che può credere che il mercato automobilistico europeo, crollato dell’80 per cento – e a cui l’industria meccanica italiana forniva gran parte dei componenti – possa riprendersi nel giro di qualche mese o di un anno? O che le navi da crociera – principale specializzazione (oltre alle navi da guerra) di Fincantieri – possa ricominciare dopo aver visto quei mostri galleggianti trasformati in prigioni, e anche in tombe, di chi pensava di andare in vacanza? O che, ora che anche H&M abbandona il mercato italiano, la moda – quella di massa, del pret-à-porter, di cui le sfilate di Milano e Firenze non sono che l’appariscente punta dell’iceberg – possa riprendere al ritmo forsennato di prima? O, ancora, che ritorni presto, e alla grande, il turismo internazionale, d’arte o d’affari, quello che “porta valuta” alle casse del paese? O che possa spuntarla l’agroalimentare che – anche e soprattutto per ragioni climatiche – rischia in tutto il mondo una crisi di approvvigionamento che metterà in forse, anche nei paesi più ricchi, la capacità di sfamare i poveri?
L’amara scoperta di quanti verranno richiamati al lavoro o sono stati costretti a non abbandonarlo – a rischio della propria salute e di quella delle loro famiglie – per soddisfare ordini in sospeso sarà quello di ritrovarsi nel giro di pochi mesi in cassa integrazione o senza lavoro; senza nuovi ordini o senza le necessarie forniture; senza clienti e senza soldi. La Grande Iniezione di Liquidità che Governo e – forse – l’UE si apprestano a somministrare per tenere in vita produzioni e attività senza futuro colmerà, per un po’, il vuoto lasciato da committenti insolventi e da clienti svaniti, ma per inabissarsi subito dopo nel buco nero di una “continuità produttiva” di cui sono venute meno le basi. O forse si pensa veramente che la ripresa dei lavori nelle Grandi Opere – Tav Torino-Lione in primis, e poi autostrade, stadi, grattacieli, Olimpiadi, la sanguisuga del Mose, e via dissipando – possa “far ripartire l’Italia” come blateravano le madamine torinesi (e chi se le ricorda più?) che vedono il sacro Gral in una galleria? C’è solo da notare quanto governi di paesi membri dell’UE, tanto tirchi nel concedere a chi è in difficoltà quel sostegno finanziario che dovrebbe stare alla base del patto europeo, si rivelino invece così “di manica larga” nel confermare i finanziamenti della Commissione per opere come il Tav, destinate a farci sprofondare nel nulla.
In realtà l’unico modo per salvare una “continuità” produttiva e occupazionale nella maggior parte delle fabbriche italiane è la loro riconversione ecologica: molti impianti e molte competenze potrebbero esservi applicate in poco tempo e con poco sforzo. Ma quella riconversione non può essere fatta azienda per azienda: in ogni ambito occorre ricostruire o ricomporre intere filiere – di forniture e di sbocchi: una nuova supply chain – e in molti casi far convergere su di esse risorse di interi territori: ci vogliono consapevolezza e coinvolgimento di tutti – management, maestranze, associazionismo, università, governo locale – ma anche regia e, ovviamente, denaro.
Dove sono in gioco lavori pubblici e infrastrutture (i mille piccoli interventi e la messa in sicurezza di territori e comunità, innanzitutto in campo sanitario, in sostituzione delle poche Grandi opere inutili e dannose), occorre restituire capacità di intervento e di spesa ai Comuni, riconvertendo anch’essi con una forte partecipazione e capacità di controllo popolari.
Dove sono in gioco consumi finali, vanno messi a disposizione della cittadinanza – di ogni azienda, quartiere, condominio, scuola, ente o istituto – gli strumenti per conoscere e valutare, in termini di fattibilità tecnica e di convenienza economica, le proprie potenzialità per partecipare alla transizione ecologica.
Come? Costituendo, innanzitutto in campo energetico, dei team pluridisciplinari – ingegneri, architetti, economisti, sociologhi – finanziati dai Comuni, singolarmente o in consorzio, reclutandone il personale tra neolaureati e neodiplomati da formare sotto la guida di esperti del ramo, per svolgere – senza oneri sia per i chi ne fa richiesta che per chi non la fa – check-up, progettazione di massima degli interventi, valutazione della loro convenienza economica, individuazione delle fonti di finanziamento e direzione dei lavori, da affidare poi a ditte convenzionate. Interventi analoghi possono essere messi in campo per rivoluzionare il sistema dei trasporti (condivisione dei mezzi e ridisegno di linee, cadenze, orari e mezzi del trasporto pubblico) e per costruire filiere di prossimità in campo agroalimentare. Un’iniziativa che può creare migliaia di posti di lavoro qualificati per giovani e innescare una autentica svolta nei principali ambiti interessati dalla conversione ecologica. Certo, con processi random, senza aspettare “il piano” del New Green Deal del Governo, ma adoperandosi concretamente perché se ne faccia uno.

[Pubblicato dall’Agenzia Pressenza]


giovedì 31 ottobre 2019

Un clima socialmente desiderabile - Guido Viale




Di fronte all’evidenza della crisi climatica i negazionisti non negano più il cambiamento, ma ne contestano l’origine antropica. Per continuare sulla loro strada. Come ha spiegato Naomi Klein, i “Signori del petrolio” sanno bene che la CO2 ci sta portando alla catastrofe, ma hanno compreso anche che il transito a un nuovo regime energetico non è un fatto tecnico: comporta il passaggio da un sistema centralizzato, in cui potere e ricchezza sono concentrati in poche mani, a un sistema decentrato, in cui potere e risorse possono essere distribuite. Non vogliono perdere i loro privilegi, a costo di mandare l’umanità in malora; contano che per loro un modo per mettersi in salvo ci sarà sempre. Il negazionismo non va quindi confuso con l’ignoranza delle cause della crisi, che coinvolge forse la maggioranza della popolazione mondiale; a partire da coloro che quella crisi la vivono già sulla propria pelle.
Ma nel campo “interventista” affiorano subito le differenze. Da un lato, green-washing: spacciare per lotta per il clima le misure messe in cantiere ben prima dell’allarme di Greta Thunberg e dell’IPCC. Come fanno l’attuale governo italiano, confermando la vecchia SEN di Passera e Monti, o il sindaco di Milano, che fa passare il PGT messo a punto quando era il direttore della giunta Moratti per la risposta della città alla dichiarazione di emergenza climatica. Dall’altro, coloro che lavorano a una svolta si ritrovano quasi tutti i sotto un unico ombrello chiamato Green New Deal: finanziare la transizione energetica con un grande piano pluriennale di investimenti.
In questo magazzino troviamo versioni diverse, sgranate tra due polarità che, schematizzando, sono “Sviluppo sostenibile” e “conversione ecologica”. Sviluppo significa crescita e sostenibile (in francese durable) vuol dire infinita: cosa impossibile in un pianeta finito. Ma i fautori di questo indirizzo protestano: la crescita è solo quantitativa; lo sviluppo riguarda anche il “fattore umano”. Vero. Ma per loro uno sviluppo senza crescita non è possibile: questa è condizione di quello. Crescita però, dicono, non significa necessariamente continuare ad aggredire le risorse dell’ambiente e intasarlo di scarti; è possibile separare aumento del Pil e consumo di risorse fisiche (decoupling). E’ una tesi su cui si sono spese per anni le principali agenzia mondiali (OCSE, Commissione Europea, Unep, Banca Mondiale) senza trovarne alcun riscontro empirico se non per pochi settori e per periodi limitati; ma è stata affossata da molti studi e, in modo definitivo, da Decoupling debunked: metastudio dell’European Environmental Bureau su ricerche di 143 enti in 30 paesi.
A differenza di chi fa solo green-washing, questo filone di pensiero, che in Italia ha il suo principale esponente nell’Asvis presieduta da Enrico Giovannini, ritiene che una svolta ecologica sia, sì, necessaria, ma non imponga un sostanziale cambiamento di stili di vita (una “cartina al tornasole” è: abolire le auto private, anche elettriche?) e dell’organizzazione sociale. A produrre la svolta saranno infatti le imprese, sotto lo stimolo di una forte pressione popolare, ma soprattutto in vista di convenienze (leggi profitto) da creare con incentivi e penali: affidando cioè a un mercato “governato” il compito di portarci fuori dai fossili. Rientrano in un approccio simile le tesi di Jeremy Rifkin nel saggio Un Green New Deal Globale che prospetta, sì, una generale redistribuzione del potere nel passaggio dall’era fossile alla “Terza rivoluzione industriale”, ma sviluppa una visione tecnica e quasi deterministica della transizione, imposta, a suo avviso, dai quattro pilastri del futuro assetto: l’internet dell’informazione, dell’elettricità, delle cose e dei trasporti.

Ma a un Green New Deal si richiamano anche figure che si dichiarano socialiste come Bernie Sanders e Alexandra Ocasio-Cortez negli Usa e Jeremy Corbyn e Yanis Varoufakis in Europa, o movimenti e attivisti che non si connotano in tal senso, come Sunrise o Naomi Klein. L’elemento che li accomuna, assente nelle visioni precedenti, è il conflitto: per loro la lotta contro la crisi climatica ricomprende in sé obiettivi e istanze delle classi, delle comunità e dei gruppi sfruttati, emarginati, più esposti al degrado ambientale e sociale. Obiettivi che gli esponenti inseriti nei processi istituzionali riassumono in programmi di governo, sconfinando facilmente, come nel caso di Diem25, nella prospettiva di uno stato imprenditore. E che invece gli esponenti più legati ai movimenti cercano di portare alla luce a partire dai conflitti in corso, mettendo a fuoco sia il tema che accompagna in tutto il mondo occidentale l’avanzata delle destre negazioniste: la fobia e la caccia ai migranti, sia, soprattutto le ferite che le politiche estrattiviste e sviluppiste infliggono ai territori, intesi come ambiti entro cui si concretizza il rapporto che ogni comunità dovrebbe poter intrattenere con l’insieme del vivente per potersi costituire come tale. Un rapporto in cui qualità, distribuzione e origine del cibo svolgono un ruolo centrale.
Al centro di questo approccio emerge il nesso indissolubile tra giustizia sociale e giustizia ambientale, la “conversione ecologica” che Alex Langer aveva prospettato trent’anni fa, precisando che per affermarsi doveva essere “socialmente desiderabile”. Tema presente nell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, dove la conversione ecologica è sviluppata come rovesciamento della cultura antropocentrica – quella che vede nell’uomo non il custode ma il padrone del “Creato” – per promuovere la riconquista di una sorellanza con la Madre Terra (tema al centro del sinodo sull’Amazzonia chiuso ieri): il presupposto irrinunciabile di un conflitto che permetta ai poveri di tutto il mondo di far valere i loro diritti contro la crisi climatica di cui sono le principali vittime.

domenica 17 marzo 2019

Investire nel Green New Deal come se fossimo in guerra - Brad Johnson



È tempo che l’America sia nuovamente ambiziosa. I sostenitori nel congresso di un “Green New Deal” stanno invocando una «mobilitazione nazionale, sociale, industriale ed economica di una portata che non si vede dai tempi della Seconda guerra mondiale e dell’Era del New Deal» al fine di de-carbonizzare l’economia statunitense entro il 2030. 
Prendere sul serio la crisi climatica significa portare gli Stati Uniti a inquinamento zero o negativo entro dieci anni, tentando nel frattempo di rimediare ai danni già fatti. Ciò implica non solo ripensare la nostra rete elettrica, ma anche la mobilità e i trasporti, il sistema agricolo, finanziario, sanitario, le infrastrutture già costruite, gli scambi e la produzione, l’uso della terra, le relazioni di genere e l’apparato militare: la nostra intera economia, le relazioni che intratteniamo l’uno con l’altro e con il resto del mondo.
Seppur tutto questo sembra impossibile a chi guadagna nel settore dei combustibili fossili, sarebbe comunque perseguibile se gli Stati Uniti si mobilitassero sul piano finanziario in modo paragonabile a quello avuto nella storia nazionale durante la Seconda guerra mondiale.
La mozione del Green New Deal prevede che gli Stati Uniti raggiungano «livello zero di emissioni gas a effetto serra […] attraverso una mobilitazione nazionale di dieci anni». L’obiettivo di una rapida e totale de-carbonizzazione è gli antipodi degli intenti dell’amministrazione Trump e delle proiezioni di giganti inquinanti come l’ExxonMobil; ed è anche considerevolmente più ambizioso rispetto ai recenti piani della leadership del Partito Democratico, che mirano a una riduzione dell’80% rispetto al livello del 2005 entro il 2050, mantenendo come riferimento la campagna Step It Up del 2007.
Una rapida e totale de-carbonizzazione è necessaria in questo periodo di emergenza climatica. Le conseguenze dell’estrazione e combustione di centinaia di miliardi di tonnellate di carbon fossile nei decenni recenti sono oggi visibili. Gli stati nazionali stanno vacillando a causa di un clima sempre più degradato: siccità catastrofiche, inondazioni, incendi, tempeste, aumento del livello dell’acqua, scioglimento dei ghiacciai e il collasso della biodiversità stanno mettendo in un pericolo colossale gli individui in tutti gli angolo del globo.
Se l’umanità non mette fine all’utilizzo dei combustibili fossili cercando di invertire il processo di deforestazione, la possibilità che condivida il destino della stragrande maggioranza delle specie esistite su questo pianeta – l’estinzione – è irragionevolmente troppo alto. Il prezzo di un’azione insufficiente, come ricorda l’economista di Harvard Martin Weitzman con  il “dismal theorem”, è potenzialmente infinito, «in quanto le catastrofi che causerebbero l’estinzione umana rimangono troppo plausibili per essere ignorate». 
Gli Stati Uniti, il più longevo governo ininterrotto sul pianeta e il più grande produttore e beneficiario dell’inquinamento di carbonio, affrontano questo pericolo come una qualunque altra nazione. Dopo aver perso case e mezzi di sussistenza, milioni di americani sono divenuti migranti climatici all’interno delle nostre frontiere. Le nostre istituzioni politiche e sociali stanno cadendo a pezzi, mentre c’è una gara tra i capitalisti esperti nei disastri per estrarre tutto il profitto che possono dalle nostre risorse naturali e sociali sempre più impoverite.
Le conseguenze del riscaldamento globale di 1°C sperimentate finora sono considerevolmente più gravi delle proiezioni scientifiche, e ciò ha portato le nazioni del mondo a raccomandare (senza impegno) di mantenere il riscaldamento globale se possibile sotto l’1.5°C, o al massimo 2°C. Gli impegni presi dall’amministrazione Obama (e rinnegati da Trump) di abbassare l’inquinamento prodotto dell’80% entro il 2050 sono insufficienti per mantenere il riscaldamento globale sotto i 2°C, figuriamoci sotto l’1.5°C. 
Il piano di non azione di Trump (nella migliore delle ipotesi) porterebbe il riscaldamento globale a 2°C entro dieci anni, e probabilmente ci potrebbe portare all’inimmaginabile e catastrofico 4°C, o addirittura più alto. A un certo punto, anche l’economia globale troverebbe necessaria una rapida de-carbonizzazione: attraverso una catastrofe globale che ridimensionerebbe la vastità della Grande Depressione o delle Guerre Mondiali. 
Abbiamo bisogno di sostenibilità. Prendere la crisi climatica seriamente implica portare gli Stati Uniti a inquinamento zero o negativo entro dieci anni. Per arrivarci, è necessaria una mobilitazione finanziaria come quella effettuata durante la Seconda guerra mondiale. Per eguagliare quel livello di mobilitazione, la spesa federale statunitense dovrebbe raggiungere una cifra tra i 30 e gli 80 miliardi di dollari l’anno. La mobilitazione nazionale per la Seconda guerra mondiale ha visto la spesa federale crescere dal 10% del Pil (che rappresentava già il doppio rispetto alla spesa precedente alla Grande Depressione) a oltre il 40% nel 1945, una cifra ampiamente superiore al livello delle spese federali fino a quel momento…

*Brad Johnson è autore di un libro di prossima pubblicazione sul movimento per la giustizia climatica. Questo articolo è uscito di Jacobinmag.com. La traduzione è di Matteo Boccacci.

venerdì 15 marzo 2019

Un nuovo movimento globale - Francesco Martone



C’è voluta la mite determinazione che ha portato una ragazza svedese, Greta Thunberg, sa scioperare ogni venerdì per smuovere finalmente l’attenzione dell’opinione pubblica e dei decisori politici sui cambiamenti climatici?  Indubbiamente il climate strike sta diventando un movimento pulviscolare quasi globale. Sono le nuove generazioni che finalmente si riappropriano del futuro, per prendersi cura della Madre Terra consegnata loro in pessima salute dai loro genitori. Basta vedere la mappa delle iniziative previste in oltre 40 stati in ogni parte del mondo per il  15 marzo.
Il significato di queste mobilitazioni, tuttavia, va inquadrato in un contesto più ampio, che vede la proliferazione di iniziative a vario livello tutte centrate sull’urgenza di evitare la catastrofe climatica e sulla volontà di chiamare i decisori politici alle loro responsabilità. Non si parte da zero, non ci troviamo di fronte ad un’onda anomala.  Questo 15 marzo può assumere un significato davvero dirompente, a maggior ragione se – a casa nostra – viene letto in relazione alla mobilitazione del 23 marzo contro le grandi opere imposte e per la giustizia climatica. Per evitare che la sua forza si dissolva nelle solite promesse da mercante, o in risposte di comodo che non scalfiscono lo status quo, è necessario collocare il climate strike nel contesto politico e nel quadro più ampio di iniziative che da anni impegnano movimenti globali e comunità locali. Accanto a quest’inedita presa di parola delle giovani generazioni riprende ad esempio quota negli Stati uniti il dibattito sul Green New Deal grazie all’iniziativa di un’altra donna, neoeletta al Congresso, Alexandra Ocasio-Cortez, ispirata da  una forte matrice socialista con un approccio ecologista, che potremmo definire eco-laburista. Un Green New Deal che prevede la transizione giusta verso l’economia decarbonizzata, che i sindacati globali chiedono da anni ai paesi che s’incontrano alla Conferenza Onu sui cambiamenti climatici. E che oggi torna con forza nelle agende politiche non solo di oltre oceano ma anche nel percorso verso le prossime elezioni europee.
Sul Green New Deal ci sarà molto da approfondire, come già evidenziato dall’interessante dibattito che si è sviluppato negli States e che ha messo d’accordo centinaia di organizzazioni ed associazioni che in questa proposta hanno trovato finalmente il grimaldello che potrebbe scardinare l’ostinata resistenza delle lobby petrolifere ora rappresentate dall’amministrazione Trump di avviarsi verso l’abbandono del fossile. E quindi di impegnarsi a tenere i combustibili fossili sotto terra, giacché in ultima analisi, come ricordano i movimenti dei nativi quali Indigenous Environmental Network, quella dev’essere la strada.
Così non è ancora, anzi le multinazionali statunitensi sembrano intenzionate a aumentare il volume di estrazione di combustibili fossili convenzionali e non. E poi la nascita di Extinction Rebellion, movimento di resistenza popolare ed azione diretta nonviolenta nato in Inghilterra e che si sta insediando anche in Italia e che il 15 aprile rilancerà in una giornata di azione globale le sue tre parole d’ordine semplici e chiare: che i governi dicano la verità sullo stato del pianeta, che si impegnino a ridurre le emissioni allo zero netto entro il 2025 e che venga convocata un’assemblea dei cittadini per decidere democraticamente il da farsi. 
Tre fatti relativamente recenti, lo sciopero climatico, il rilancio della giusta transizione e del Green New Deal ed Extinction Rebellion che – accompagnati da atti concreti – possono dare a questo appuntamento del 15 marzo il senso di un rilancio di un movimento globale, plurale che da varie prospettive va diffondendosi. Il contesto è quello dettato dalla scienza, dall’ultimo rapporto dell’Ipcc reso noto a ridosso della Conferenza delle parti (Cop) Onu di Katowice in Polonia. Un rapporto che riafferma l’urgenza di misure drastiche per il contenimento dell’aumento della temperatura a 1,5 gradi e che la Cop non ha avuto la capacità e la determinazione politica di far proprio come cornice di riferimento per l’attuazione degli impegni presi alla Cop di Parigi di cinque anni fa. Vista dall’alto, un ennesimo fallimento. Visto dal basso da un’altra prospettiva il quadro cambia. Sulla spinta della resistenza di comunità alle grandi infrastrutture, e delle mobilitazioni e della pressione internazionale cresce infatti il numero di compagnie di assicurazioni istituzioni finanziarie e governi che decidono di disinvestire dalle attività di esplorazione e sfruttamento di combustibili fossili.
Si calcola che nel solo 2018 il valore dei fondi di investimento che hanno deciso di uscire dal fossile sia pari a 6 trilioni di dollari, con circa 1000 investitori che si sono impegnati in tal senso. Indubbiamente la parte del leone la gioca il settore delle assicurazioni, seguito però da paesi come l’Irlanda, o da città come New York, seguita da Londra. Come in un ricorso storico, la campagna per il disinvestimento partì dai campus statunitensi e oggi il Climate Strike parte dalle scuole e dagli studenti.  Aumentano anche i casi di ricorso alla giustizia per condannare stati ed imprese per crimini ambientali connessi ai cambiamenti climatici: oltre 100 in vari paesi del mondo lo scorso anno, una strategia di uso creativo del diritto per riaffermare i diritti dei popoli e della natura. Su tutto ciò Blockadia, la comunità globale che nei territori di mezzo mondo, dal Salento alla Val Di Susa, dall’Inghilterra, al Canada all’Amazzonia, resiste all’avanzare della frontiera estrattivista, ultima riconfigurazione del modello capitalista. È un fattore da tenere sempre a mente, poiché senza un cambio radicale di sistema o come di diceva in passato, di paradigma, non sarà possibile alcuna soluzione autentica, reale, e giusta ai mutamenti climatici.

giovedì 14 marzo 2019

Un’alleanza contro l’estrattivismo per Madre Terra - Francesco Martone


Decarbonizzare l’economia va di pari passo con decarbonizzare il pensiero. Per contrapporsi alla “necropolitica” si deve connettere la questione dei cambiamenti climatici alle vertenze contro le grandi opere, legare le mobilitazioni del 15, del 23 marzo e del 15 aprile a una visione improntata sulla giustizia.

La scienza parla chiaro, mai più chiaro di così. A meno che la comunità internazionale non imprima un netto cambio di passo e decida una volta per tutte ad accelerare l’uscita dal circolo vizioso del petrolio e dei combustibili fossili, l’obiettivo minimo di contenimento dell’aumento della temperatura a 1.5 gradi centigradi resterà un’illusione. E con esso l’obiettivo di arrivare a zero emissioni nette di carbonio entro il 2050. Con buona pace di chi alla recente conferenza delle parti ONU sui Cambiamenti Climatici (COP) di Katowice – Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita e Kuwait – ha impedito che la comunità internazionale facesse proprie le raccomandazioni del rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) pubblicato poco prima, e determinasse i propri impegni sulla base dei dati scientifici in esso contenuti. Ed a detrimento di milioni di persone, uomini, donne che ne soffriranno le conseguenze in ogni parte del Pianeta. Giacchè il climate change, con i suoi effetti diffusi, ha stravolto le geografie tradizionali del potere e della distribuzione delle risorse. O meglio ne ha sovrapposta una alternativa, fatta di siccità, inondazioni, migrazioni forzate, carenza di acqua e cibo, oltre i confini tradizionali che vedevano il mondo diviso tra un Nord sordo ed un Sud nudo o denudato.
C’è chi si cimenta nel definire i contorni e le caratteristiche di quella che viene considerata da molti l’era dell’Antropocene, ossia della trasformazione della Terra ad opera dell’uomo. Chi si affanna a fissare la data alla quale far risalire l’inizio dell’Antropocene, immaginando che se la mano dell’uomo ha alterato la Terra può anche contribuire a mitigarne gli effetti con la tecnologia, facendo di necessità virtù. E chi invece più giustamente ricostruisce le responsabilità storiche dell’alterazione dei cicli naturali e climatici all’avanzata inesorabile del capitalismo, fondato sul mito della crescita economica illimitata e sulla liberalizzazione estrema del mercato e degli scambi commerciali. “Capitalocene”, per molti, è oggi il termine indicato per definire questa fase storica, termine che aiuta ad identificare le cause politiche e strutturali della crisi climatica, ossia nel modello dominante di sviluppo e in quella che Mark Fischer nel suo visionario “Realismo Capitalista” definisce una vera e propria Weltanschauung che caratterizza ogni aspetto del vivente. Se la leggiamo in questa chiave, la crisi climatica offre importanti spunti di elaborazione e pratica politica. Anzitutto politica, o forse ancor prima culturale, giacché sarà urgente uscire dalla trappola mentale che legge la questione esclusivamente in termini di emissioni di carbonio o gas serra.
Qualora si decidesse di affrontarla solo da questo punto di vista, il rischio è di giustificare soluzioni-tampone, di ripiego che non scalfiscono il paradigma, ma cercano di accomodarlo alle urgenze future o per rispondere alla pressione dell’opinione pubblica. Pompare carbonio sotto terra, dislocare le emissioni sostenendo la protezione di foreste, o la piantumazione massiccia di alberi in terre lontane immaginate deserte, continuare a circoscrivere la transizione energetica al sostegno a combustibili quali il gas naturale o non convenzionali come quelli prodotti con il fracking, sono soluzioni che servono solo a rinviare ad libitum il momento nel quale praticare finalmente un  cambio radicale di paradigma.
Decarbonizzare l’economia va quindi di pari passo con la decarbonizzazione del pensiero, delle dottrine, delle politiche pubbliche e di quelle ambientali, e con la scelta di tenere i combustibili fossili sotto terra, per saper cogliere appieno la molteplicità dei valori e dei significati della cura della Madre Terra, sistema complesso del vivente.
Se poi inseriamo anche una categoria di analisi fondata su spazio e tempo si dipana davanti agli occhi un’altra serie di piste di analisi e di proposta politica. Anzitutto il “climate change” ridisegna nello spazio le geografie del potere e dell’esclusione, opera come un demiurgo che plasma e ridefinisce le relazioni tra i popoli, e tra l’umano e la Natura. Altera ecosistemi e paesaggi, territori e comunità, né più e né meno come il suo motore principale, l’estrattivismo, caratteristica prima di questa fase del capitalismo descritta nell’ultima recentissima fatica di Sandro Mezzadra e Bret Neilson “The politics of operations. Excavating contemporary capitalism” 
Unica possibilità di contrasto all’estrattivismo appare essere quella di impedire l’estrazione di giacimenti ancora inesplorati e chiudere progressivamente le infrastrutture esistenti da subito. Così esisterebbero secondo uno studio della rivista Nature il 64% di possibilità di contenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi. Rinviare al 2030 i programmi di mitigazione, che prevedono appunto l’uscita dal fossile ridurrebbe notevolmente questa possibilità. Ed allora, la soluzione sarà quella di “Keep them in the ground” tenere i combustibili fossili sottoterra, senza estrarli, per indurre uno “shock” al sistema produttivo capace di imprimere la svolta necessaria. E per tenerli sottoterra, le pratiche sono plurali, dalla riduzione della domanda attraverso l’incentivo alle rinnovabili ed alla decarbonizzazione del sistema produttivo o al Green New Deal, alla riduzione dell’offerta attraverso la resistenza all’espansione della frontiera estrattivista o il disinvestimento nell’esplorazione e estrazione di combustibili fossili. O l’uso “creativo” del diritto per rimettere al centro la primazia dei diritti umani e del diritto dei popoli rispetto a quello del mercato e dell’economia.
Per contrapporsi, insomma, ad una nuova declinazione della “necropolitica”. Una politica che causa morte di ecosistemi e di popoli, della loro speranza presente e futura, a causa dei disastri ambientali connessi alo sfruttamento ed alle infrastrutture dei combustibili fossili ed agli eventi estremi causati dal climate change (alliuvioni, uragani, siccità) . Per una tragica coincidenza o fatalità, ad esempio, il disastro dello sversamento di greggio nel Golfo del Messico con i sui effetti persistenti sull’ecosistema marino e sugli ecosistemi delle comunità umane, può essere letto anche in connessione con quello arrecato da Katrina, con tutte le caratteristiche del caso. C’è però un’altra modalità con la quale la “necropolitica” attraversa l’oggetto del contendere. La maggior parte delle fonti energetiche fossili convenzionali e non oggi si trovano infatti in terre delicatissime dal punto di vista ecologico o abitate da comunità indigene o contadine, che si trovano a dover scontare non solo il costo sociale ed ambientale del climate change, ma anche le ricadute devastanti dell’espansione della frontiera estrattiva. E non solo in termini ambientali.
Non a caso, la stragrande maggioranza dei difensori e difensore della Madre Terra uccisa o minacciata, è rappresentata da chi si oppone alle grandi infrastrutture o all’avanzata del agribusiness o dell’estrazione di petrolio e affini. Un dato che va letto in termini di capacità rinnovata dei movimenti che “dal basso” resistono all’espansione delle infrastrutture e delle attività di estrazione di combustibili fossili, quella che Naomi Klein ha definito Blockadia. Una sorta di entità globale i cui cittadini sono coloro che mettono i loro corpi a difesa del clima e della terra, dal Salento come in Amazzonia, a Standing Rock come nelle foreste canadesi, nella foresta di Hambach in Germania sede di un presidio contro l’espansione della miniera di carbone di Ende Gelaende, di recente teatro di una forte repressione da parte della polizia tedesca. Così il circolo vizioso tra estrattivismo e climate change crea anche nuove geografie di repressione e di diniego progressivo degli spazi di agibilità democratica, evidenziando ancora una volta il nesso indissolubile tra clima e diritti umani.
A Parigi la Conferenza delle Parti ONU aveva riconosciuto questa stretta correlazione, ricordando che i cambiamenti climatici generano effetti devastanti sul godimento dei diritti umani fondamentali, e che ogni politica climatica dovrà essere centrata su un approccio fondato sui diritti umani, sulla lotta alla povertà, i diritti dei popoli indigeni, la partecipazione pubblica, l’eguaglianza di genere, la giustizia climatica ed intergenerazionale. Parole che alla Conferenza di Katowice sono rimaste tali, mentre per un paradosso, proprio coloro che oggi rischiano la vita per proteggere le foreste o resistere all’avanzata della frontiera estrattivista vengono riconosciuti – grazie alla loro conoscenza tradizionale – come attori rilevanti per l’adattamento e la mitigazione ai cambiamenti climatici.
Secondo alcune analisi svolte dal Rights and Resources Institute, ad esempio, le comunità indigene e locali che oggi gestiscono foreste e territori contribuiscono a immagazzinare 300,000 milioni di tonnellate di CO2, che quindi non vengono immesse nell’atmosfera. Una cifra pari a ben 33 volte le emissioni del settore energetico globale dal 2017. Dati che indicano l’urgenza di un’inversione di prospettiva non solo in termini di spazio e tempo, ma anche di “alto” e “basso”, oltre che di abbandono progressivo di una visione antropocentrica del mondo. Spazi e territori che non solo subiscono gli effetti fisici, politici, culturali e sociali dei cambiamenti climatici o delle infrastrutture dell’estrattivismo, ma che sempre più sono luoghi di resistenza e di pratiche alternative. Spazi e territori i quali, proprio come le generazioni future, non hanno mai avuto udienza nei fori ufficiali, nei negoziati internazionali, se non come omaggio al politicamente corretto.
Per questo è essenziale connettere la questione generale dei cambiamenti climatici e dell’estrattivismo alle vertenze e mobilitazioni dei movimenti italiani contro le grandi opere imposte e per la giustizia climatica che si sono dati appuntamento a Roma il 23 marzo prossimo per una grande manifestazione nazionale. Ed ecco perché la mite determinazione di una ragazza svedese, Greta Thunberg, il suo grido di accusa verso la società degli “adulti” incapace di consegnare alla sua generazione una Terra vivibile, oggi assume un significato unico nel suo genere. Giacché lei, ed i suoi coetanei e coetanee che scioperano ogni venerdì e che il 15 marzo prossimo scenderanno nelle piazze di mezzo mondo per i “Fridays for the future”, sono i soggetti incarnati di quella che nei negoziati internazionali è stata accettata sulla carta come giustizia intergenerazionale. Greta e le migliaia di ragazzi e ragazze che gridano alla società degli adulti, che decidono di prendersi carico della Madre Terra, che quegli adulti stanno loro consegnando in stato catatonico, spostano i termini del dibattito dal qui ed ora, inteso come urgenza di fare subito qualcosa, al futuro, alla sopravvivenza della specie e del Pianeta.
Affinché quest’ inedita capacità di mobilitazione non inneschi risposte equivoche da parte di chi ha il potere, visto che legittimamente non è nelle sue corde la critica radicale al potere ed al modello dominante, sarà necessario contestualizzarla nel quadro più ampio di mobilitazioni dal basso che da anni attraversano ogni angolo del pianeta. Giacché spesso –  si veda ad esempio in passato il caso di Live Aid, e della figura di BonoVox come paladino della lotta alla povertà –  è la modalità di mobilitazione ed il messaggio che prefigurano la risposta che alla stessa verrà data. Nel caso di BonoVox e Live Aid il capitalismo compassionevole e filantropico di Bill Gates. Nel nostro caso una sorta di Green Economy compatibile con il modello capitalista. L’assenza di critica radicale a quel modello  è anche uno dei rilievi mossi “da sinistra”, o per lo meno da una parte,  all’altro importante fenomeno di mobilitazione popolare sul tema del climate change, quello di Extinction Rebellion, nato in Inghilterra ed ora in crescita in ogni parte del mondo, Italia inclusa, e che chiamerà alla mobilitazione globale il prossimo 15 aprile.  Anch’esso come i Fridays for the Future parla di un futuro a rischio, dell’urgenza di evitare ora e subito l’estinzione futura, facendo leva su messaggi non rassicuranti ma, anzi, quasi apocalittici. Attraverso le pratiche della disobbedienza civile e dell’azione diretta vengono articolate tre parole d’ordine semplici e chiare: che i governi dicano la verità sullo stato del pianeta, che si impegnino a ridurre le emissioni allo zero netto entro il 2025 e che si convochi un’assemblea dei cittadini per decidere democraticamente il da farsi. 
E’ interessante notare che anche in quello che pareva il monolite del modello capitalista si stanno aprendo crepe importanti. Da chi decide di decarbonizzare i propri cicli produttivi, a chi decide di disinvestire dal fossile. Questo è forse il dato più rilevante che illustra un cambiamento radicale di rotta nel settore finanziario, e soprattutto quello assicurativo.  Si calcola che nel solo 2018 il valore dei fondi di investimento che hanno deciso di uscire dal fossile sia pari a 6 trilioni di dollari, con circa 1000 investitori che si sono impegnati in tal senso. Indubbiamente la parte del leone la gioca il settore delle assicurazioni, seguito però da paesi come l’Irlanda, o la Nuova Zelanda, o da città come New York, Londra. Di recente dal fondo sovrano norvegese, il più grande al mondo con un valore di un trilione di dollari, alimentato dalle rendite petrolifere de giacimenti del Mar del Nord ha deciso di disinvestire dal fossile, escludendo però multinazionali quali la Shell o la BP, per sostenere la loro transizione verso le rinnovabili. Fatto sta che Shell e BP assieme ad altre imprese petrolifere si sono aggiudicate nuovi permessi di estrazione nel Mar Artico norvegese, mentre la Norvegia aumenta i suoi fondi per la protezione delle foreste tropicali per mitigare le sue emissioni. A suo tempo alcune associazioni ambientaliste provarono a portare in giudizio il governo norvegese per violazione dei diritti delle generazioni future a vivere in un ambiente sano, perdendo a causa. Centinaia di altri casi di “litigation” si sono però susseguiti nel corso degli anni con l’obiettivo di  condannare stati ed imprese per crimini ambientali connessi ai cambiamenti climatici.
Last, but not least,  il dibattito sul Green New Deal che sta prendendo quota negli Stati Uniti grazie all’iniziativa di un’altra donna, Alexandra Ocasio-Lopez che ha voluto così caratterizzare il suo mandato al Congresso, coniugando una forte matrice socialista con un approccio ecologista, che potremmo definire eco-laburista. Un Green New Deal che prevede la transizione giusta verso l’economia decarbonizzata, grosso modo quel che i sindacati globali chiedono da anni ormai ai governi che ritualmente si incontrano alla Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici per fare il punto sullo stato di salute del pianeta e mettere a punto strategie di azione. E che oggi torna con forza nelle agende politiche non solo di oltre oceano ma anche nel percorso verso le prossime elezioni europee. Sul Green New Deal ci sarà molto da approfondire, come già evidenziato dall’interessante dibattito che si è sviluppato negli States e che ha messo d’accordo centinaia di organizzazioni ed associazioni che in questa proposta hanno trovato finalmente il grimaldello che potrebbe scardinare l’ostinata resistenza delle lobby petrolifere ora rappresentate dall’amministrazione Trump di avviarsi verso l’abbandono del fossile.     
Non si parte quindi da zero. I “Fridays for the future” non nascono dal nulla, ma si innestano su uno scenario in continuo movimento, pieno di contraddizioni, ma anche di opportunità. E per saper cogliere quelle opportunità, per insinuarsi in quelle contraddizioni, sarà necessario connettere le mobilitazioni del 15 e del 23 marzo e quelle del 15 aprile ad una visione diversa della questione climatica, improntata sulla giustizia, sul superamento del modello capitalista estrattivista, sul ruolo centrale delle comunità e dei movimenti che resistono e creano alternativa, sulla decarbonizzazione dell’economia e delle menti, e sul superamento dell’antropocentrismo. Ce lo chiede la Madre Terra, e ce lo chiedono con forza le generazioni a venire.