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sabato 12 settembre 2026

La sanità sarda oltre i gettonisti: una crisi che parte da molto più lontano - Matteo Cardia

L'addio ai gettonisti ha aperto una nuova fase, ma le criticità restano: organizzazione, medicina territoriale, attrattività e programmazione continuano a mettere sotto pressione il sistema.

Immagine di sfondo repertorio Canva

«Quella della Sardegna è una realtà dove il sacrificio dei professionisti copre carenze organizzative e di sistema. È qualcosa di abituale per i medici, per gli infermieri e talvolta anche per gli operatori socio sanitari». Giovanni Marco Ruggiu, presidente dell’associazione Mèigos – Giovani Medici Sardegna e Consigliere dell'Ordine dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri di Sassari e Gallura, risponde in un orario diverso rispetto a quello inizialmente accordato. Il motivo sono i tempi più lunghi del previsto allo smonto del turno nel reparto dove lavora. Basterebbe questo piccolo spaccato della quotidianità di un professionista e le parole che lo accompagnano a spiegare quella che è la situazione del sistema sanitario isolano.

«Manca ancora nel sistema sanitario regionale una regia che permetta di assicurare ed ottimizzare i servizi» ammette Ruggiu, mentre l’analisi passa velocemente alle guardie turistiche che non si sono evolute nel corso degli anni, così come la continuità assistenziale [l’ex guardia medica, ndr]. Luoghi dove il medico spesso si ritrova solo, senza una storia clinica e con pochi strumenti a disposizione per rispondere alle richieste del paziente odierno. A poco a poco si risale verso l’apice del sistema, a quegli ospedali sardi che meno di un mese fa vedevano finire l’era dei cosiddetti “gettonisti” e che oggi, malgrado gli sforzi di lavoratori e lavoratrici e l’ottimismo della Giunta regionale, continuano a essere percepiti come isole di incertezza.

Gettoni d’oro

Il 30 giugno si concludeva il capitolo dei gettonisti chiamati a rispondere ai codici minori nei pronto soccorso e il 4 luglio, con un messaggio sui propri canali social, la presidente della Regione Alessandra Todde ringraziava i professionisti impegnati nei pronto soccorso dell’isola per i loro sforzi, parlando di «giornate particolari per il servizio sanitario regionale». Ammettendo così, ancora una volta, le difficoltà tra le corsie. Cinque giorni dopo, Todde commentava un sistema di emergenza-urgenza capace di reggere l’urto dell’assenza dei medici provvisori.

Tuttavia, nel frattempo il primo luglio la direttrice del Pronto soccorso dell’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia annunciava le proprie dimissioni, il 4 luglio il pronto soccorso di Isili chiudeva per ventiquattro ore mettendo in allarme un intero territorio e il giorno successivo, a Sorgono, si ripeteva l’ennesima manifestazione dei cittadini per chiedere un servizio emergenziale all’altezza delle richieste. L’isola è la stessa, le impressioni, invece, appaiono differenti. Con la risonanza delle spese dei gettonisti - oltre 328 milioni spesi tra il 2024 e il 2026 secondo l’Autorità nazionale anticorruzione - e l’assenza di risposte sul territorio oramai data per endemica sul fronte ospedaliero e della medicina di base, che hanno continuato ad alimentare il malcontento e la preoccupazione della popolazione.

«Va fatta una premessa - afferma Claudia Zuncheddu, presidente della Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica - la crisi nei nostri pronto soccorso era prevedibile ed è la conseguenza inevitabile dello smantellamento del sistema sanitario pubblico, a partire dalla sanità territoriale. Stupisce però che la presidente Todde non riesca a interpretare la drammaticità della sanità sarda. L’emergenza-urgenza è sotto pressione, ma questo ha poco a che fare con i costosissimi e impreparati gettonisti - chiosa Zuncheddu - Il problema è la gestione e l’organizzazione del personale che invece di essere attratto, a oggi, si mette nella condizione di fuggire».

Una lettura che allontana la narrazione di professionisti che non si vogliono spostare per assumere incarichi in altre zone dell’isola. «Prima di tutto - continua Zuncheddu - un medico, come chiunque di fronte a una proposta lavorativa, sceglierà la proposta più conveniente. Per agevolare la vita del sistema esistente, bisognerebbe impegnarsi per rendere il lavoro più semplice e meno gravoso, ma soprattutto chiedersi continuamente che qualità dell’assistenza sanitaria si intende garantire a chi si ammala».

A monte

Bassa retribuzione, monte orario in ascesa e responsabilità medico-legali in continuo aumento sono alcuni degli elementi che influiscono sullo stato non solo dell’emergenza-urgenza in Sardegna, ma su tutto il sistema ospedaliero regionale e sulle condizioni di lavoro dei professionisti. Un sistema che soffre anche di alcune scelte del passato sul fronte della formazione di cui oggi si notano maggiormente gli effetti. A partire dal passaggio dei test d’ingresso per le scuole di specializzazione dal piano regionale a quello nazionale, che ha negato la possibilità di controllare la programmazione del turnover nel sistema sanitario regionale.

Una realtà contrastata in parte con le borse di specializzazione finanziate direttamente dalla Regione Sardegna, 185 nell’area medica tra le Università di Cagliari e Sassari nel 2025, ma che ha prodotto conseguenze sull’attualità: «Nel nostro percorso come Meigos - sottolinea Ruggiu - facemmo una statistica: su una base del 100%, solo il 10% dei colleghi venuti da fuori poi decideva di scegliere la Sardegna come luogo dove esercitare la professione. C’era chi decideva di trasferirsi durante il corso della propria scuola di specializzazione o appena specializzato. Questo anche perché non avendo un sistema sanitario attrattivo per noi sardi, difficilmente poteva esserlo per chi proveniva da altre realtà».

Ogni livello conta

Quello dell’attrattività è un concetto che torna anche guardando ai bandi annunciati dalla Regione lo scorso 15 luglio. Il primo dedicato alla ricerca di 1.000 infermieri e di 500 medici da assumere a tempo indeterminato, dalla valenza extraregionale. Il secondo, valido per assunzioni a tempo determinato per il biennio 2027-2028, indirizzato al reclutamento di professionisti internazionali: una soluzione temporanea, che sembra ripercorrere le rotte tracciate dai gettonisti e che vedrebbe professionisti destinati "prioritariamente alle strutture territoriali delle aree con maggiori criticità e ai pronto soccorso individuati dal provvedimento", lì dove il termine continuità appare ancora più sconosciuto. 

Tutto accade mentre convincere medici e infermieri a restare è una necessità che avvolge l’intero sistema, vittima però di una coperta sempre più corta, in qualunque direzione la si tiri. Anche perché sullo sfondo rimangono le domande su Case e Ospedali di comunità, per cui la Regione avrebbe raggiunto gli obiettivi messi nero su bianco dal Pnrr, e sul futuro della medicina di base. «Quando parliamo di Case di comunità - riprende Zuncheddu - torniamo sempre al problema del personale e all’orientamento delle risorse economiche a disposizione. Le scelte fatte sulla presenza del medico curante per sei ore settimanali ad assistere chiunque arrivi in queste strutture è in realtà una tendenza a scardinare l’ultima roccaforte del sistema sanitario pubblico, ovvero il medico di famiglia».

Una figura, quella del medico di base, che soffre di fronte a carichi di lavoro e responsabilità che divengono sempre più grandi e di una burocrazia che ha finito per cambiare la professione, fino ad allontanare anche i giovani laureati dalla scelta di perseguire la scuola di formazione specifica. Nel settembre scorso, la morte a Dorgali della dottoressa Maddalena Carta, sopraffatta dal peso di giornate lavorative infinite, sembrava poter aprire una riflessione sulle condizioni di vita dei medici di medicina generale che ancora, tuttavia, non è iniziata malgrado l’importanza.

«Non esiste una medicina generale che riesce a fare bene il suo lavoro senza i servizi specialistici ospedalieri di supporto e viceversa - aggiunge Giovanni Marco Ruggiu - I pronto soccorso soffrono perché si confrontano con le carenze dell’assistenza primaria, ma nel frattempo manca una lettura della società isolana: una realtà che invecchia, dove paradossalmente è in aumento l’emigrazione dei giovani in età attiva lavorativa mentre rientrano i pensionati con tutte le problematiche croniche tipiche dell’isola. Un medico di medicina generale di nuovo incarico oggi si trova a far fronte al triplo dei pazienti cronici, pluripatologici ed allettati rispetto al passato. È incredibile - continua - come le aziende sanitarie si ritrovino a chiedere a questi medici l’incremento del numero degli assistiti (da 1500 a 1800), quando per riumanizzare le cure sarebbe molto più utile ridurne il numero, riconoscendo il maggiore impegno e mantenendo intatta la retribuzione».

Game over (o quasi)

La sanità sarda sembra trasformarsi in un videogioco anormale, dove puoi conoscere tutti i livelli essendo però consapevole che a ogni step si presenterà un problema che appare insormontabile. Una serie di sfide, a cui si aggiunge una spesa sanitaria extraregionale in continua crescita, che per essere risolte hanno bisogno di una risposta sistemica di cui, però, non si sa ancora la combinazione. «C’è bisogno di una politica che smetta di far fronte sempre all’emergenza - conclude Ruggiu - Inutile dire che la responsabilità faccia sempre capo al Ministero, quando si ha un'autonomia che si dovrebbe essere in grado di far funzionare». 

Senza la descrizione del passato e la comprensione del presente, sarebbe difficile prevedere il futuro, avrebbe forse ricordato Ippocrate parlando della medicina ancora oggi. Una lezione valida anche per la politica, in una Sardegna che aspetta ancora una presa di coscienza sullo stato di salute di ogni forma di uno dei diritti più sentiti dalle comunità.

da qui

sabato 7 febbraio 2026

Sanità sarda: considerazioni a confronto a sinistra

La sanità pubblica in Sardegna, come da altre parti (forse ancora peggio che in altre parti), attraversa un brutto momento che si ripercuote inevitabilmente nella gestione delle istituzioni regionali e nel dibattito politico.

Riportiamo una analisi di Claudia Zuncheddu, medica e attivista, in risposta ad un “editoriale” del giornalista Mario Guerrini, che riportiamo sotto.

 

Lettera aperta di Claudia Zuncheddu a Mario Guerrini

Caro dott Guerrini,

la salute non aspetta i commissariamenti e le nuove nomine dei Direttori Generali. I giochi di potere non possono essere la priorità. La presidente deve esercitare i suoi poteri politici e dare  segni di discontinuità con il passato. Ma così non è!

La Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica, mi sollecita, in quanto portavoce, qualche chiarimento sul perché non sia possibile assolvere nessuno/a dalle responsabilità politiche del tracollo della Sanità pubblica in Sardegna.

Solinas è Solinas, il Pd è il Pd, ma l’operato della presidente Todde andrebbe interpretato in un contesto politico più ampio e poco analizzato. La memoria storica è d’aiuto. Per dovere di cronaca.

la grande crisi della Sanità sarda è esordita con il “Riordino della rete ospedaliera sarda”, con Pigliaru presidente. In nome del Riordino, dei Pareggi di bilancio, della Razionalizzazione, Riorganizzazione e Accorpamenti, furono smantellati gli ospedali dei nostri territori, per poi smantellare i grandi ospedali di Cagliari, al servizio di tutta la Sardegna.

E’ sotto la giunta del centro sinistra, che si firmò l’accordo con Al Thani, l’emiro del Qatar, per finanziare con le casse sarde il Mater Olbia. L’ospedale simbolo per eccellenza della privatizzazione del Sistema sanitario pubblico in Sardegna. L’accordo fu talmente conteso tra centro sinistra e centro destra, tanto da accapigliarsi tra loro.

La Sanità pubblica perdeva un numero esorbitante di posti letto, con l’impegno della RAS, sotto forti pressioni di Renzi su Pigliaru, di finanziare con 60 milioni di Euro all’anno, per dieci anni il Mater Olbia. L’ex ospedale San Raffaele, fu rilevato dall’emiro del Qatar Al Thani, per un miliardo e 200milioni. Ma per l’emiro, alla Sanità si legava un altro interesse: la riforma urbanistica (ndr). Su Sanità e Riforma Urbanistica si scavò la fossa il governo Pigliaru, per far strada ad altri pessimi governi con devastanti politiche sanitarie e non solo.

Mentre in Sardegna imperversavano le lotte per la difesa della Sanità Pubblica, sul Mater Olbia fecero pace le grandi religioni con il Bambin Gesù e l’emirato arabo, nonché la destra e la sinistra sarda. Per la più eclatante operazione neocoloniale arabo/italiana in Sardegna, ad una nostra scolaresca si fece intonare l’inno d’Italia, all’insegna del danno e della beffa per noi sardi.

Ma al fascino perverso della privatizzazione della sanità pubblica, non si sottrae nessuno e ancor meno il M5S.

Beppe Grillo, al culmine del successo del M5S, dichiarò che il Mater Olbia avrebbe salvato noi sardi.

La ministra della Salute Giulia Grillo, del governo Conte I (ex capogruppo M5S Camera dei deputati), rispose ad un documento della Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica, di cui già ero portavoce, che “non disdegnava la sanità privata….”.

Ma non solo. Nel pieno delle lotte contro i finanziamenti pubblici dalle casse sarde al Mater Olbia, con la legge di bilancio, il governo Conte stabiliva addirittura l’incremento da parte della RAS dal 6% al 20% del finanziamento al Mater Olbia, per l’acquisto di prestazioni sanitarie private. Un’azione di pirateria politica con cui si confermava che i tagli previsti con il decreto del 2012 sulla “spending review”, erano solo per la sanità pubblica.

Come nei gialli più intricati, dietro quest’operazione, c’era il capo di Gabinetto della ministra Grillo, proprio lui, Guido Carpani, già capo di Gabinetto del ministro Renato Balduzzi del governo Monti, autore della “spending review”. Eppure il M5S scelse Carpani, grande sostenitore della sanità privata e figura di spicco della sanità e università del Vaticano.

Ma a sciogliere il mistero degli ulteriori finanziamenti che secondo il governo Conte, la Regione Sardegna doveva garantire all’ospedale privato del Qatar, è che Guido Carpani risultava membro del consiglio di amministrazione del Mater Olbia, sino a qualche giorno prima del suo insediamento nel Gabinetto della ministra Grillo.

Carpani subentrò al costituzionalista Alfonso Celotto, che rassegnò le dimissioni da capo di Gabinetto della Grillo per lo scarso sostegno finanziario del governo Conte alla sanità pubblica e non solo. C’erano contrasti giuridici con la normativa dell’ordinamento italiano, ma anche l’incoerenza del M5S che disattendeva il programma elettorale, addirittura svendendo la sanità pubblica a quella privata di un altro Stato: il Vaticano.

Oggi, con la presidente-assessora Todde, non c’è alcun segno di discontinuità con il passato e a vincere sarà sempre la conservazione, mentre tutto precipita. Il giudizio politico sul suo operato in campo sanitario, per non parlare di quello sul fronte energetico e non solo, impone un cambio di paradigma che escluda l’ingenuità, il vittimismo e la difesa del bene pubblico. Nulla di tutto questo pare appartenerle.


L’intervento di Claudia Zuncheddu faceva seguito a questo, sempre sulla sanità sarda, del giornalista, ex RAI, Mario Guerrini:

I nemici di Alessandra Todde, Presidente della Regione Sardegna. Sono tanti. E terribilmente potenti. Intanto ci sono le lobby dell’imprenditoria, fortemente collegate anche alla massoneria.  Parlo di lobby perché in Sardegna c’è un ristretto circuito economico che si aggiudica sempre, da anni (troppi), i grandi affari. Ed è un circuito in cui sono comprese anche forze politiche (colluse). Poi ci sono i parassiti del sistema. Quelli che vivono di appalti pubblici, succhiando enorme risorse a Mamma Regione. Anche qui sfruttando le complicità trasversali della politica. E poi pullulano gli interessi nel grande business della Sanità. Dove taluni DG sono particolarmente corteggiati da frange politiche (destra e sinistra) per gli appalti o i finanziamenti o i favori. Qui ci sono anche le espressioni politiche trasversali che lavorano per la Sanità privata. Con danni evidenti al Servizio Pubblico. Ci sono quindi i gruppi editoriali. Il cui obbiettivo è addossare alla Presidente le mille responsabilità di tutto ciò che non funziona. Come se i mali atavici dell’isola li avesse creati lei. Infine ci sono gli alleati infidi. Quelli che soffrono per la sua visibilità. Aver chiuso i rubinetti, non tutti (purtroppo), ha suscitato contro la leader 5 Stelle una forte reazione di negatività. Bisogna tenerne conto. Per meglio comprendere la sua azione politica. Non scevra, peraltro, da errori. Come non manco di sottolineare. La realtà è che il potere, i poteri, che hanno goduto abitualmente di magnanime elargizioni, quando trovano le porte chiuse, si alterano furiosamente. Troppe ambiguità, in certe parti politiche “amiche” importanti, rivelano l’insoddisfazione per avidità e esigenze non soddisfatte. Mamma Regione è da sempre considerata una mucca benigna in grado di allattare mille estroverse aspirazioni. In poltrone e denari (nostri).

 

da qui

domenica 11 maggio 2025

Il Servizio Sanitario Regionale riesce a garantire la salute delle cittadine e dei cittadini? - Mario Fiumene

 

Il Servizio Sanitario Regionale riesce a garantire la salute dei cittadini? Come possiamo ampliare lo studio dell’efficacia dell’assistenza, compresi settori trascurati come le cure di base per adulti e bambini e specialistiche ambulatoriali, attualmente in una situazione di notevole crisi?

Quali sono le conseguenze della progressiva privatizzazione dell’assistenza? A proposito di privatizzazione c’è da dire che in Sardegna abbiamo una condizione di Privato convenzionato a macchia di leopardo, come esempio basta per tutti il Mater di Olbia, che riceve fondi cospicui dalle tasse di tutti i sardi, ma si trova a Olbia, così altre realtà importanti sono a Cagliari. Facilmente raggiungibili?

La proposta di un “Nuovo Servizio Sanitario Nazionale” (NSSN) dell’Epidemiologo Cesare Cislaghi richiede una visione politica chiara, una mobilitazione delle competenze epidemiologiche e un impegno collettivo per difendere e rilanciare un sistema che ha garantito per decenni il diritto alla salute. Questo dibattito non solo è urgente, ma rappresenta una delle sfide più rilevanti per il futuro della sanità pubblica italiana. E la Sardegna come si pone davanti a questa proposta?

Al momento in Sardegna è in corso una “rivisitazione” delle Direzioni Generali delle varie Asl e Aziende Universitarie, del Brotzu e dell’AREUS (area emergenza). Non possiamo omettere di dire che sei mesi di commissariamento, non daranno risposte esaustive alla carenza di Medici di medicina generale, è una branca che pochi giovani medici scelgono. Entro il 2026 (lo prevede il PNRR) devono essere definiti sia le Case di comunità, che gli Ospedali di comunità: ad oggi le risorse umane non ci sono, a partire dagli Infermieri di Famiglia Comunità (IFeC), figure di raccordo per le COT (La Centrale Operativa Territoriale garantisce e coordina la presa in carico, da parte dell’Azienda sanitaria locale, dei pazienti “fragili”, intercettando i bisogni di cure e/o di assistenza, assicurando la continuità tra Ospedale e Territorio). Credo che tutti concordiamo sulla certezza che le Case di comunità sono nell’ambito delle cure primarie. Andando a rileggere la Dichiarazione di Alma Ata (1978) il primo livello di contatto degli individui, delle famiglie e della comunità con il sistema sanitario del paese, sono le cure primarie.

Attraverso le cure primarie si porta l’assistenza sanitaria quanto più vicino è possibile a dove la popolazione vive e lavora (dicasi prossimità) e costituendo il primo elemento di un processo continuo di assistenza. E’ questo il livello dove emergono e si manifestano i bisogni di salute della popolazione (applicazione del welfare della comunità). Su un piano più operativo, si tratta di dare gambe a questo sistema di sanità: tradurli in modelli efficaci di intervento. I servizi di prossimità dovrebbero essere forniti principalmente (non esclusivamente) da medici infermieri di famiglia (la definizione “di famiglia” vale appunto sia per i medici per gli infermieri).

I determinanti sociali della salute e l’attenzione alle disuguaglianze, riflette una comprensione più completa e integrata delle necessità assistenziali. La decisione di includere il benessere mentale tra le priorità assistenziali, è particolarmente significativa. Ma dal dire al fare restano tante le famiglie costrette a farsi carico dell’assistenza alle persone con malattie mentali e neurologiche. Come poter pensare positivo riguardo i cinque progetti finanziati dal CCM (Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie) del Ministero della Salute. Questi studi, che affrontano temi di grande attualità e rilevanza, spaziano dagli effetti a lungo termine del COVID-19 alle linee guida per lo screening neonatale uditivo e visivo, fino a nuove strategie per affrontare le infezioni sessualmente trasmesse e il monitoraggio delle colonizzazioni da batteri resistenti ai carbapenemi (sono antibiotici).

Siamo alle prese con problematiche ambientali: la complessità delle attività inquinanti presenti in tutta l’Isola, tra Siti di interesse nazionale per le bonifiche (SIN) e Siti d’interesse regionale (SIR), si citano come “peccato originale” le fonti di inquinamento militare e il Petrolchimico non hanno una bonifica programmata adeguata alle necessità dei territori interessati, come peraltro gli impianti industriali Fluorsid s.p.a. a questo si aggiunge la più recente contaminazione da PFAS nell’area del Sulcis. Parlando di screening, ci viene ricordato che è un obiettivo del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) il prendersi cura delle persone lungo tutto il percorso, garantendo test, diagnosi, trattamenti e follow-up completamente gratuiti.

Ma nella realtà gli screening hanno subito un lungo blocco e solo in alcune zone della Sardegna si è ripreso ad effettuarli. Ed è altrettanto necessario mettere in luce che oggi immigrati, migranti, persone transgender, popolazione carceraria, individui con disabilità, malattie mentali, residenti in zone isolate non ricevono lo stesso trattamento del resto della popolazione dei centri urbani. È evidente la necessità di un contesto sanitario più inclusivo e non discriminante, che si occupi attivamente dei gruppi più vulnerabili e difficili da coinvolgere. Nel nostro mondo, ovvero di quelli che si preoccupano della situazione ambientale e climatica e si impegnano per il cambiamento, troviamo poca visibilità sulla stampa cartacea della Sardegna (leggasi Unione Sarda e Nuova Sardegna).

Altrettanta difficoltà, ad essere supportati, incontriamo tra i colleghi del settore sanitario. Concludo con una annotazione: da laico sento di poter dire che la scomparsa del Papa Franziscus, diminuisce la possibilità di divulgare una narrativa nuova e molto potente per costruire un futuro sostenibile che non ripeta gli errori di oggi e del passato – fondati secondo Francesco sulla cultura dello scarto e sul paradigma tecnocratico dominante – proponeva un profondo cambiamento degli attuali modelli di sviluppo. Le parole di Bergoglio sono risuonate forti in un momento storico scosso da tremendi rigurgiti di odio e di disprezzo dei diritti fondamentali delle persone. Sono parole che vanno rilette: dico che non devono mai essere dimenticate, anche e a maggior ragione in momenti difficili come quelli di oggi in cui proprio il multilateralismo è messo in discussione dalle forze più reazionarie.

da qui