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domenica 14 dicembre 2025

Corruzione, in Italia quasi 100 indagini nell’ultimo anno. Mazzette pure per falsi cambi di residenza e certificati di morte

 

 

The Italian job. È con il titolo preso in prestito da un film che investigatori e giornalisti in Belgio cominciano a rifersi alle inchieste per corruzione. È successo nel caso dell’ex ministra Federica Mogherini, ma non solo. Negli ultimi tempi, in effetti, quando in Unione europea si indaga per tangente a finire sotto inchiesta sono spesso cittadini italiani. Quasi che le mazzette siano diventate una prodotto tipico del Belpaese. Una tendenza confermata dal dossier Italia sotto mazzetta, preparato da Libera in vista della giornata della lotta alla corruzione del 9 dicembre. L’associazione fondata da don Luigi Ciotti ha censito le inchieste sulla corruzione dal primo gennaio al primo dicembre 2025, basandosi sulle notizie di stampa: ne ha contate ben 96 , praticamente il doppio rispetto al 2024 quando erano appena 48. Negli ultimi 11 mesi, invece, sono state aperte almeno 8 indagini al mese per mazzette, con il coinvolgimento di 49 procure in 15 regioni e 1.028 persone indagate, quasi un raddoppio rispetto ai 588 dello scorso anno.

 

Campania maglia nera

Le regioni meridionali con le isole primeggiano con 48 indagini, seguite da quelle del Centro (25) e del Nord (23). La Campania è “maglia nera” con 219 persone indagate, segue la Calabria con 141 e la Puglia con 110. La Liguria con 82 persone indagate è la prima regione del Nord Italia, seguita dal Piemonte con 80. I reati ipotizzato spaziano dalla corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio al voto di scambio politico-mafioso, dalla turbativa d’asta all’estorsione aggravata dal metodo mafioso. Ci sono mazzette in cambio di un’attestazione falsa di residenza per avere la cittadinanza italiana o per ottenere falsi certificati di morte. In altri casi le dazioni hanno facilitato l’aggiudicazione di appalti nella sanità, per la gestione dei rifiuti o per la realizzazione di opere pubbliche, la concessione di licenze edilizie, l’affidamento dei servizi di refezione scolastica. Ci sono scambi di favori per concorsi truccati in ambito universitario. E ancora, le inchieste per scambio politico elettorale e quelle relative alle grandi opere con la presenza di clan mafiosi.

53 politici sotto inchiesta

Da Torino a Milano, da Bari a Palermo, da Genova a Roma, passando per le città di provincia come Latina, Prato, Avellino, nel corso del 2025 risuona un allarme mazzette con il coinvolgimento di un migliaio di amministratori, politici (53), funzionari, manager, imprenditori, professionisti e mafiosi. Dall’analisi delle inchieste, ancora in corso e dunque senza un accertamento definitivo di responsabilità individuali, emerge una corruzione “solidamente” regolata, spesso ancora sistemica e organizzata, dove a seconda dei contesti il ruolo di garante del rispetto delle “regole del gioco” è ricoperto da attori diversi. Tra i 53 politici indagati (sindaci, consiglieri regionali, comunali, assessori) pari al 5,5% del totale degli indagati, 24 sono sindaci, quasi la metà. Il maggior numero di politici indagati sono in Campania e Puglia (13), seguite da Sicilia con 8, e Lombardia con 6. “Si tratta di un quadro sicuramente parziale, per quanto significativo, di una realtà più ampia sfuggente”, spiega Libera.

 

“Non è un’anomalia, ma un sistema”

“I dati che presentiamo ci parlano con chiarezza: la corruzione in Italia non è affatto un’anomalia, bensì un sistema che si manifesta in mille forme diverse, adattandosi ai contesti, riflettendo l’impiego di tecniche sempre più sofisticate. Da quelle più classiche (la mazzetta, l’appalto truccato, il concorso pilotato) fino a quelle ormai pressoché legalizzate, frutto di una vera e propria cattura dello Stato da parte di un’élite impunita: leggi e regole scritte su misura per i potenti di turno, conflitti di interesse tollerati, relazioni opache tra decisori pubblici e portatori di soverchianti interessi privati”, dice Francesca Rispoli, copresidente nazionale di Libera. “La questione – aggiunge – va molto al di là delle singole responsabilità individuali. Sono all’opera meccanismi che, se non svelati e contrastati, rischiano di consolidare un sistema di potere sempre più irresponsabile. Non basta invocare pene più severe, o attendere l’ennesima inchiesta giudiziaria, spesso destinata ad arenarsi in un nulla di fatto: occorre rinnovare un patto forte e lungimirante tra istituzioni responsabili e cittadinanza attiva. Da un lato, le istituzioni pubbliche consolidino i presidi di prevenzione e si dotino di strumenti efficaci di contrasto della corruzione, anziché delegittimarli e indebolirli come si è fatto negli ultimi anni. Dall’altro, la cittadinanza deve potenziare la capacità di far sentire la propria voce, investendo in una crescita della cultura della segnalazione, del monitoraggio civico, dell’impegno condiviso nel difendere i beni comuni e l’interesse pubblico”.

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mercoledì 30 luglio 2025

La resa di Milano al cemento - Sarah Gainsforth

 

Quando hanno cominciato a costruire un edificio nel cortile del suo palazzo, Simona Franchetti ha chiesto spiegazioni. “Signora, si può arrabbiare quanto vuole ma Milano sarà tutta così”, le ha detto l’ingegnere responsabile del cantiere. Quando lei ha minacciato di presentare un esposto alla guardia di finanza, cosa che poi ha fatto, l’amministratore del condominio vicino le ha detto: “Ma cosa si è messa in testa, qui siamo a Milano, mica a Catanzaro, dove si costruisce abusivamente”. Lei ha risposto che la cosa non la convinceva e che sarebbe andata avanti. Aveva ragione.

Nel maggio 2024 il cantiere in via Lepontina, nel cortile interno tra i civici 7 e 9, è stato sequestrato dalla procura di Milano. Gli oneri urbanistici, cioè i contributi per finanziare i servizi, erano stati sottostimati, i volumi e le superfici non erano a norma e mancava un piano di opere pubbliche: dalle fognature al servizio idrico, agli spazi verdi. È stata una violazione “dell’abc dei principi costituzionali di legalità”, ha scritto il giudice per le indagini preliminari, Mattia Fiorentini.

Quello di via Lepontina è uno dei 150 cantieri finiti nell’inchiesta della magistratura sugli edifici tirati su senza permessi di costruzione a Milano. I costruttori hanno infatti presentato solo una segnalazione certificata di inizio attività (Scia), cioè una richiesta di autorizzazione che non prevede un assenso esplicito da parte del comune. L’inchiesta ha svelato le responsabilità di diversi dirigenti del comune di Milano.

Franchetti scorre i rendering del progetto nel cortile interno del suo palazzo. Lo hanno chiamato Giardino segreto e prevede la costruzione di 61 appartamenti al posto di un fabbricato un tempo usato come deposito di medicine delle farmacie comunali, ora demolito. “Le case in sé non sembrano neanche male”, commenta. “È il contesto che è sbagliato. Quelli dei piani alti avrebbero avuto sotto gli occhi un panorama di pannelli solari e bidoni per la raccolta dell’acqua piovana. Il verde sarebbe stato decorativo. Ho chiesto se fossero previsti dei servizi, un asilo, un parco. Niente, non era previsto niente”.

Nel quartiere c’è un asilo con diverse classi, spiega Franchetti, ma da alcuni anni i posti non bastano per soddisfare la domanda. Presentando la costruzione di edifici di decine di piani come ristrutturazioni, costruttori e fondi immobiliari hanno evitato di pensare ai servizi, risparmiato milioni di euro di contributi per realizzarli e aumentato i possibili guadagni. I cittadini, di contro, rischierebbero di ritrovarsi proporzionalmente con meno parcheggi, scuole, piscine, biblioteche, parchi, e tutto quello che distingue una città da un aggregato di case abusive. È questo il prezzo pagato da Milano per attirare capitali finanziari privati. Secondo il giornalista Gianni Barbacetto, il danno erariale potrebbe ammontare a un miliardo e mezzo di euro, tra contributi per i servizi scontati e non incassati dal comune.

“Costruivano alla velocità della luce, in un anno hanno tirato su di tutto”, racconta Maria Castiglioni dell’associazione Parco piazza d’Armi, indicando un complesso edilizio che affaccia sul lago Cabassi nel parco delle Cave. Qui la multinazionale francese Nexity stava costruendo tre torri residenziali tra i 27 e 43 metri di altezza, in grado di ospitare più di duecento nuovi inquilini. “Abitare in armonia con la natura” è lo slogan sul sito del progetto immobiliare Residenze lac. Quella proposta è una “Milano vista lago”.

“All’inizio del novecento da questi terreni si estraeva la sabbia e la ghiaia per costruire il duomo, le strade e i palazzi del centro”, racconta Amelia Rinaldi, dell’associazione Le giardiniere. Poi nelle cave sono finiti i rifiuti. Negli anni novanta, grazie alle battaglie dei cittadini, l’area è diventata un parco e le cave, che intanto si erano riempite d’acqua, dei laghi. A dicembre del 2023 Le giardiniere e Parco piazza d’Armi hanno presentato un esposto contro la Nexity e a luglio del 2024 il cantiere è stato sequestrato: anche le Residenze lac sono state tirate su con una Scia e senza un piano per i servizi. La convenzione urbanistica tra i costruttori e il comune non è passata dalla giunta o attraverso il consiglio comunale, ma è stata firmata nello studio di un notaio, come se la trasformazione della città fosse un fatto privato.

 “C’è stata una resa del pubblico, che non ha spinto le aziende immobiliari a costruire per realizzare anche qualcosa per la collettività, con un senso per la città”, commenta Christian Novak, professore di progettazione urbanistica al Politecnico di Milano.

A Milano, come altrove, è possibile costruire entro certi limiti in base alle zone, ma ci sono delle eccezioni, spiega Novak. Se il proprietario di un’area non può costruire perché il terreno è destinato a servizi, può vendere il suo diritto edificatorio. Chi compra lo può sommare ad altri diritti fino a raggiungere cubature molto grandi e costruire un grattacielo. La legge nazionale, però, stabilisce dei limiti: non si può costruire un edificio di più di 25 metri senza un cosiddetto piano attuativo dei servizi, cioè un progetto dettagliato che spiega come saranno creati i servizi pubblici.

Il comune di Milano non solo ha ignorato questa legge, ma nel 2023 ha pubblicato una circolare affermando che non c’era bisogno di piani attuativi, soprattutto nelle aree storiche della città, quelle con una struttura stabile, costruite secondo i piani del passato. “Vuol dire che si può passare direttamente da un garage a un grattacielo residenziale, senza valutare le conseguenze di un’operazione simile”, commenta Novak. “Dal Bosco verticale in poi a Milano si è puntato tutto sullo sviluppo in altezza. Stiamo diventando come New York, con grattacieli strettissimi e altissimi perché, a parità di suolo occupato, il valore di un edificio aumenta”, spiega Novak.

Le case sono concepite come strumenti finanziari. “È tutto pensato per sfruttare al massimo lo spazio libero. Lo scopo è quello di guadagnare e basta”, sostiene Simona Franchetti. Il problema è che anche chi compra spesso lo fa per questo: “Le persone acquistano soprattutto appartamenti piccoli e poi rivendono al doppio del prezzo. Stanno facendo tutti così”, racconta. Una città senza servizi, con case piccole, buie e costose sta diventando la norma. “La gente si abitua e non protesta”, commenta Franchetti.

Per alcuni però il cambiamento è violento. In via Melchiore Gioia quattro torri nere di uffici, chiamate Portali, stanno soffocando il cortiletto di un complesso residenziale costruito negli anni quaranta. Una torre nera sta letteralmente privando di tutto gli abitanti di uno degli edifici, togliendo loro aria, luce e la vista del parco.

Grazie al risparmio sui contributi per i servizi pubblici, i guadagni immobiliari sono triplicati. Una piattaforma online di raccolta fondi immobiliare, che raccoglieva capitale immobiliare da piccoli investitori che speculano sull’aumento del valore delle case, prometteva un ritorno annuo di più del 16 per cento (contro la media italiana del 5 per cento) per il complesso in via Lepontina.

Con il crowdfunding chiunque può diventare azionista di una società immobiliare: investe, aspetta e incassa. E alimenta la crisi abitativa: a Milano i prezzi delle case sono aumentati del 58 per cento tra il 2015 e il 2023. A crescere di più sono stati i prezzi delle abitazioni nuove: più del 10 per cento in un solo anno, tra il 2022 e il 2023. I salari invece sono aumentati molto meno, secondo l’Osservatorio casa abbordabile del Politecnico di Milano. Ora che le inchieste hanno bloccato il meccanismo, in molti si lamentano: “Chi ha investito, chi ha comprato: vanno tutti a piangere in televisione”, dice Franchetti, “ma questo modo di costruire e comprare case, basato solo sulla speculazione, dovrebbe essere vietato. E noi che abitavamo già qui, chi ci tutela?”.

“Chi è più furbo costruisce di più”, commenta Novak. “Ed è sempre una torre, una torre di lusso. Nelle pubblicità delle case spesso non si capisce neanche dove siano. La torre è una narrazione, la narrazione dell’attico, del lusso, dell’essere staccati da terra. Poi che nella torre ci sia chi abita al primo e al secondo piano non importa. Ti vendono un sogno”.

È un sogno di esclusività e isolamento. “Le ricadute sulla città sono diverse, con edifici fuori scala e in contrasto con il contesto circostante”, spiega Novak, mentre sullo schermo del computer zooma su un edificio più alto di diversi piani rispetto a quelli vicini.

Quando la magistratura ha cominciato a indagare, il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha sostenuto che il modo in cui si costruisce in città è corretto. Come hanno rivelato le indagini, su diretta richiesta dei dirigenti indagati, per bloccare le inchieste è nata la proposta della cosiddetta legge Salva Milano, che amplia il concetto di ristrutturazione edilizia, con una validità retroattiva.

Approvata alla camera il 21 novembre 2021 e passata al senato, è una proposta di legge secondo cui le determine dirigenziali milanesi avrebbero interpretato correttamente la legislazione urbanistica nazionale, consentendo trasformazioni rilevanti senza una pianificazione attuativa, senza oneri e senza un’offerta di servizi.

Dopo la pubblicazione di un appello, partito dal Politecnico di Milano e firmato da numerosi urbanisti, in senato il disegno di legge non è passato. “Se fosse approvato il Salva Milano, molte delle nuove costruzioni sarebbero classificate come ristrutturazioni, che per legge prevedono il pagamento di contributi ridotti. Ogni comune in Italia avrebbe il 60 per cento in meno di soldi da spendere per realizzare i servizi. Tra 15 o 20 anni ci troveremo con amministrazioni che non avrebbero più soldi per tenere aperte le piscine, le biblioteche, i parchi”.

Milano già oggi è così. Nell’estate 2024 funzionavano solo tre delle otto piscine pubbliche. “Stiamo assistendo alla riduzione e privatizzazione di tutti i servizi pubblici”, dice Luca (nome di fantasia), attivista del comitato Amici della Scarioni che si batte contro la privatizzazione dell’omonimo centro balneare, progettato dagli architetti del comune e inaugurato nel 1957.

Nel 2003 la giunta di centrodestra ha speso dodici milioni di euro per ristrutturare la Scarioni, affidandola in gestione alla Milano sport, una partecipata del comune, che non ha fatto la manutenzione, l’ha dichiarata inagibile e l’ha chiusa, spiega Luca. Tre anni dopo una multinazionale spagnola, la Ingesport, poi denominata Go Fit Life, ha proposto al comune di prenderla in gestione. La Ingesport è finanziata da capitali finanziari in cerca di un ritorno economico. Oltre alla Scarioni ha preso di mira anche le piscine Lido e Argelati.

Alla Scarioni il progetto prevede l’eliminazione della piscina per bambini e la divisione della vasca grande in due piccole. “Lo spazio è ridotto per spendere il meno possibile per l’acqua: è tutto orientato al profitto. Si vuole fare l’ennesimo centro fitness. È il concetto di svago, di ricreazione, di riposo, che è cancellato”, dice Luca. Non ci sono stati confronti con le associazioni sportive, con i cittadini, né ipotesi alternative da parte del comune o studi sui costi per dimostrare la convenienza della gestione privata della Scarioni, che durerebbe quarant’anni.

Il comitato Sai che puoi ha pubblicato un report sui centri balneari, redatto insieme a due urbanisti, per spiegare come il modello di gestione adottato dal comune, il partenariato pubblico-privato, vada tutto a favore del privato. “Il contributo pubblico è un ‘aggravio per le casse del comune’ o un investimento sociale?”, si legge nella ricerca. A Parigi, in Francia, l’ingresso in una piscina pubblica costa 3,50 euro; a Berlino, in Germania, va dai 2,50 ai 5,50 euro. A Milano, invece, la Ingesport vorrebbe introdurre abbonamenti annuali e mensili e aumentare il biglietto giornaliero a 18 euro.

Eppure, in tempi di crisi climatica le piscine, gli spazi verdi e i luoghi pubblici all’aperto sono fondamentali per la salute. Lo scorso agosto 3.500 persone sono morte nelle città italiane a causa delle isole di calore, secondo un testo scritto da urbanisti ed esperti di diritto ambientale.

Luca vede un disegno preciso in quello che sta succedendo alla piscina Scarioni: “Si vogliono allontanare i poveri, che abitano nel quartiere e che da sempre frequentano la piscina”. A Niguarda stanno chiudendo tutti i servizi: il consultorio, il mercato comunale e l’anagrafe in via Passerini. I circoli Arci e le associazioni culturali fanno fatica. “L’impressione è che vogliano mandarci via”, aggiunge Luca. Nel quartiere Isola, dov’è cominciata la moda delle torri di lusso, i vecchi abitanti non sanno più neanche dove comprare il pane, spiega l’attivista.

Come se non bastasse, negli ultimi due anni diverse persone sono state schiacciate da betoniere, quelle che fanno il cemento per le nuove torri. “Scatta il verde, la bici va dritta sulla ciclabile, la betoniera gira, non vede il ciclista e lo schiaccia”, spiega Massimo Lafronza, del comitato Sai che puoi. “Anche per questo c’è stata una grande mobilitazione di cittadini sul tema della sicurezza dei ciclisti. A Milano si è affermato un modello di città arrogante”, dice Lafronza. La presenza di enormi Suv parcheggiati dove la sosta è vietata, sulle strisce pedonali, sui marciapiedi, in doppia fila, nelle aree verdi, è un fatto ordinario. “Ma la sottrazione di spazio pubblico non è percepita come un problema, neanche dal comune: è culturalmente accettata”, continua Lafronza. Una sera di maggio del 2024, grazie a duemila volontari divisi in ottocento squadre, il comitato ha mappato tutte le auto parcheggiate sui marciapiedi di Milano, contandone ben 64mila che occupavano illegalmente un’area grande quanto 77 campi da calcio.

I parcheggi non si trovano anche perché quando realizzano le case i costruttori possono raggiungere un accordo economico con il comune per evitare di farlo. Questa procedura si chiama “monetizzazione dei servizi”. Il comune però spesso usa queste entrate per la gestione ordinaria e i servizi non li realizza nessuno. A febbraio il sindaco Sala ha minacciato di tagliare i servizi se non si fosse approvato il Salva Milano per sbloccare i cantieri.

Le città dovrebbero rompere la dipendenza economica dall’attività immobiliare privata per finanziarsi: in un paese che ha concesso 170 miliardi di euro in crediti d’imposta per bonus edilizi a favore di privati, il problema non è tanto la mancanza di risorse pubbliche, quanto il modo in cui sono usate. In secondo luogo, i contributi pagati dai costruttori sono stati per molto tempo di gran lunga più bassi che altrove in Europa, facendo dell’Italia un paradiso fiscale. A Milano questi ultimi sono un terzo rispetto a quanto dovuto in città come Monaco di Baviera. Secondo l’urbanista Roberto Camagni, che si è occupato a lungo di questo tema, bisogna alzare le tasse sulle trasformazioni urbane, che generano enormi plusvalenze, per redistribuire quel valore tra i cittadini.

È l’interesse pubblico che a Milano è saltato. Se il comune avesse multato tutte le auto parcheggiate male la notte della mappatura avrebbe ottenuto un gettito di 5,3 milioni di euro, secondo il comitato Sai che puoi. “Con quei soldi si potrebbero finanziare 134mila abbonamenti mensili al trasporto pubblico o seimila rette annuali per gli asili nido”, si legge nel report Via libera.

Un tempo i piani regolatori garantivano i diritti dei più deboli, ma a partire dagli anni ottanta il peso dei proprietari privati nella trasformazione della città è cresciuto fino a prevalere. Il Salva Milano è solo l’ultima di una serie di attacchi alle regole attraverso cui l’urbanistica garantisce l’equilibrio tra pubblico e privato. Il tutto in nome di una semplificazione delle norme che gli investitori chiedono per aumentare i guadagni realizzati con la rendita immobiliare.

Dopo le proteste e le inchieste, il Salva Milano è fermo al senato. Ma l’attacco alle città continua. A Roma l’aggiornamento del piano regolatore sembra riproporre il “modello Milano”, favorendo i privati invece che la collettività. Un altro disegno di legge in discussione in senato propone di delegare la rigenerazione urbana a interventi edilizi privati, anche per singoli edifici, che godranno di incentivi pubblici. La proposta tratta un tema politico, quello della trasformazione delle città, come una questione edilizia, appannaggio dei soli costruttori. Il tutto in nome della battaglia per arrestare il consumo di suolo. Ma costruire in altezza non ha arrestato questo processo, neanche a Milano. Soprattutto, però, non spetta a proprietari e costruttori decidere il futuro delle città, che sono di tutti.

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venerdì 30 maggio 2025

La speculazione eolica e fotovoltaica come colonialismo energetico - Maria Giovanna Bosco

 

«Le rinnovabili? Una bolla speculativa che arricchisce pochi e devasta l’ambiente: energia più cara per cittadini e imprese»

(intervista a Maria Giovanna Bosco di Paolo Paolini)

 

Maria Giovanna Bosco e lo studio sul “caso Sardegna” pubblicato da Il Mulino: il settore privato ha infiltrato quello pubblico ottenendo miliardi per un settore che economicamente non si regge

«È un tipico fenomeno che si osserva nelle relazioni tra economia e politica: si chiama “cattura regolatoria”, branca della political economy, che studia il sistema usato dal privato – in certe condizioni – per influire sulla sfera pubblica orientando la legislazione a favore del proprio settore. Nel caso delle energie rinnovabili, gli effetti sono i contributi massicci erogati dallo Stato per i progetti di pale eoliche e pannelli fotovoltaici con i quali si vorrebbero foderare campagne, colline, le pendici del Limbara, perfino spicchi di mare davanti alle coste di Gallura, Riviera del corallo, Sulcis e Cagliaritano. Iniziative che sacrificano l’ambiente, redistribuiscono il reddito arricchendo solo chi le porta avanti, limitano le occasioni di sviluppo per chi vive in quel territorio. Una certa narrazione ha coniato lo slogan “rivoluzione green”, ma la realtà è che si scaricano i costi sulle spalle di cittadini e imprese attraverso le bollette. Ecco perché il prezzo dell’energia può solo aumentare, come già avviene».

Tempiese cresciuta a Olbia, Maria Giovanna Bosco vive a Milano e fa ricerca all’università di Ancona, dopo aver insegnato Macroeconomia, Economia internazionale ed Europea ed Economia del lavoro alla Bocconi, nell’ateneo Milano-Bicocca, al Politecnico di Milano, alle università di Modena e Reggio-Emilia, alla Marshall school of finance (University of Southern California, Los Angeles). Su L’Industria, la rivista edita da Il Mulino, ha pubblicato una dettagliata analisi sul “Caso Sardegna” che sarà illustrata a fine giugno a Oslo: «L’idea di impegnarmi nello studio sulla transizione energetica nasce da diverse ragioni. Primo: mi occupo di transizione ecologica all’università Politecnica delle Marche. Motivo numero due: ho un’attenzione personale per quanto sta accadendo in Sardegna, dove si vorrebbe produrre un settimo dei gigawatt previsti dai progetti presentati in tutta Italia: 52,88 contro 354.35. È chiaro che qualcosa non torna». A Olbia per il fine settimana, accetta di parlare a una condizione: «Ciò che ho scritto riguarda me e non può essere attribuito in alcun modo all’ateneo nel quale lavoro attualmente».

Cos’ha scoperto?

«Sono partita dagli elementi narrativi – proteste dei comitati di cittadini, articoli sui giornali – per cercare i fatti che indicano l’infiltrazione del mondo dell’industria nella politica, al punto che il processo decisionale e politico è stato asservito agli interessi di soggetti privati ben definiti. A far da cornice le norme che agevolano gli espropri, il tentativo di silenziare i movimenti di opposizione per conquistare il pubblico con una narrativa ad hoc. C’è una dinamica industriale che include aiuti di Stato nonostante il generale divieto europeo: investire in sanità no, perché c’è il vincolo di bilancio, che invece cade per le rinnovabili. Il risultato è che il soggetto pubblico ha finito per portare avanti le esigenze dei privati spacciandole per interesse generale. Non solo: c’è l’evidenza scientifica che l’obiettivo di ridurre l’emissione della CO2 è una chimera, perché a livello globale tutti tranne l’Europa continuano a investire in fonti fossili. Il nostro sforzo per quanto lecito, degno, moralmente accettabile, sarà inutile. Il mio compito si conclude con la raccolta dei dati di fatto. Ovviamente può essere solo un magistrato a individuare i potenziali reati, a capire se e quando è stato commesso un danno ambientale, se c’è stato un interesse privato in atto pubblico, corruzione e così via. So che è stato presentato anche un esposto a tutte le Procure della Sardegna dal Comitato per l’Insularità».

Il libero mercato non vale per gli impianti di rinnovabili?

«Già nel 2014 il professore di economia politica Ross McKitrick denunciava il problema per l’Ontario, nel civilissimo Canada. Diceva: “Purtroppo l’idea di dover decarbonizzare a tutti i costi ha indirizzato il sistema degli incentivi economici quasi esclusivamente verso le rinnovabili che però dal punto di vista economico sono fallimentari”. Perché ciò che richiedono per l’installazione e quel che provocano in termini di danno ambientale è un’enormità rispetto a ciò che producono. Non difendo le fonti fossili o il nucleare, ma nel confronto sulla produttività non c’è paragone. Per questo motivo l’unico modo per rendere sostenibili l’eolico e il fotovoltaico è che lo Stato intervenga foraggiando i progetti, annullando la concorrenza e diventando il primo cliente per vent’anni di attività, offrendo la garanzia di acquistare l’energia a un determinato prezzo. Un’attività senza rischi per chi possiede le società che, di riflesso, ha cancellato il libero mercato».

Corruzione?

«Comportamenti criminali ci sono già stati e sono stati sanzionati, ne cito alcuni nell’indagine, così come sono accertate le infiltrazioni mafiose».

«Le promesse di agevolazioni in bolletta sono falsità. Un rapporto di Morgan Stanley di marzo 2025 evidenzia che i prezzi in Europa sono cresciuti da due a quattro volte più degli Stati Uniti, cinque-sette volte più di Cina e India».

Chi ha deciso di indirizzare i progetti verso la Sardegna?

«Sicuramente la scelta non è stata fatta dalle comunità locali. Nel 2021 l’Enel l’ha individuata in alcuni comunicati come futuro hub energetico del Mediterraneo. La digitalizzazione estrema verso la quale stiamo andando ha bisogno di una quantità enorme di energia, mi chiedo: c’entra qualcosa il disegno sul futuro della Sardegna? Di sicuro la mercificazione del sole e del vento rischia di perpetuare un atteggiamento neocolonialista da parte delle istituzioni nei confronti dell’Isola».

I rischi?

«Da un punto di vista identitario, culturale e psicologico veder deturpato il paesaggio è una forma di violenza che equivale a perdere una parte di se stessi: come se mi guardassi allo specchio e non mi riconoscessi più. Da una prospettiva economica, stravolgere l’ambiente farebbe diventare la Sardegna meno appetibile e incepperebbe il turismo: chi mai vorrebbe andare in vacanza in un paradiso industriale fatto di pale e pannelli fotovoltaici? Penso a Tempio, il gioiello del nord est che rischia di essere snaturato sulla spinta dell’affitto dei terreni per impianti che arricchiscono pochi e danneggiano tutti. Alcuni proprietari che ho intervistato si stanno pentendo perché non è certa neppure la redditività: quando finirà il ciclo di vita l’impianto sarà abbandonato e i costi di smaltimento sono enormi. Come è accaduto a Nasca, sull’isola di San Pietro: le pale sono lì da decenni anche se non funzionano».

Ha analizzato la legge regionale sulle Aree idonee?

«La Regione l’ha varata rifiutando di valutare la Pratobello, nata su iniziativa popolare e sostenuta da centinaia di migliaia di firme. Si basava sulla prerogativa assoluta in materia urbanistica. Ho intervistato un esponente della Giunta regionale, mi ha detto: “Sarebbe stata impugnata dallo Stato per incostituzionalità”. Di sicuro questa sorte è toccata alla Moratoria e alla legge 45 sulle Aree idonee. Dunque, c’è stata incompetenza o malafede?».

Cos’è l’ambientalismo industriale di cui scrive?

«Propone una transizione che di verde ha solo l’aggettivo. È ancorato a norme che consentono l’utilizzo di parchi, foreste e aree agricole per impianti di energia fotovoltaica, eolica, termovalorizzazione dei rifiuti e, in generale, di qualsiasi altra fonte energetica non fossile. Un tempo la legge era più restrittiva, la realizzazione era limitata alle aree incolte o degradate del territorio. Oggi se un agricoltore o un piccolo proprietario terriero non desidera vendere o affittare i propri terreni sui quali deve nascere un parco eolico, le norme prevedono l’esproprio. Ed è in questo passaggio che, per l’ambientalismo industriale, risiede il significato della transizione ecologica: passare da un modello economico territoriale ad alto contenuto occupazionale basato su agricoltura di qualità, turismo e cultura, a un modello industriale specializzato nella produzione di energie alternative, a basso contenuto occupazionale e con rendimenti molto elevati. Va da sé che alla base ci sia un ambientalismo fasullo che danneggia l’economia, non crea posti di lavoro, impoverisce il territorio e cancella i paesaggi per cui siamo famosi nel mondo. Si cita sempre la Danimarca, patria dell’eolico: vi risulta che qualcuno vada fin lì per ammirare le pale?».

L’atteggiamento delle associazioni ambientaliste?

«Tranne Italia Nostra e alcuni piccoli movimenti, fingono di non vedere gli interessi di chi fino al giorno prima produceva CO2 a tutto spiano e oggi si è raffrescato l’immagine - tipo l’Erg a Saccargia - buttandosi nel business delle energie rinnovabili».

Perché non è stato individuato un tetto alla produzione?

«Può essere stata una svista del legislatore, oppure un riflesso del dolo sottostante, cioè l’aver creato volutamente una bolla speculativa simile a quella dei mutui subprime che nel 2008 terremotò l’economia mondiale».

Cita aziende che hanno costi operativi annuali di 28 mila euro e incassano incentivi per tre milioni?

«Mi sono limitata a raccogliere i dati di numerose aziende del settore: tutte hanno in comune una sproporzione tra costi e soldi ricevuti dallo Stato».

La via d’uscita?

«Basterebbe coprire i capannoni industriali con i pannelli fotovoltaici: gli obiettivi sarebbero raggiunti senza cementificare le vigne. Se poi si aggiungessero tutti i tetti delle case sarebbe risolto il problema italiano, tenendo presente che per “stabilizzare” il sistema energetico sarebbero comunque necessari anche i combustibili fossili».

Geotermia?

«Il potenziale sardo è molto elevato quanto inutilizzato, secondo solo a quello della Toscana. Per la produzione di energia elettrica si potrebbe prelevare acqua bollente in profondità per poi reimmetterla nel sottosuolo. In questo modo si creerebbe un ciclo produttivo interamente rinnovabile. Non mi sembra che qualcuno sia intenzionato a farlo».

da qui


La speculazione eolica e fotovoltaica come colonialismo energetico - Maria Giovanna Bosco

L’alta Gallura, come altre zone in Sardegna, è soggetta ad un attacco di speculazione energetica da parti di imprese che mirano al lucro di breve periodo garantito anche dagli incentivi pubblici, in un’autentica fase di colonialismo che rischia di minare l’identità culturale ed economica del territorio.

In queste settimane in Gallura, così come in altre zone della Sardegna, si dibatte su progetti relativi all’installazione di una iperbolica quantità di pale eoliche e impianti fotovoltaici per ottemperare agli ‘sfidanti obiettivi europei di decarbonizzazione’ (Terna, 2024). In una regione già gravata da 31 basi militari, – il 65 per cento di quelle presenti in tutta Italia (Arcai, 2024) – e drasticamente depredata delle aree boschive in duecento anni di dominio sabaudo (Casula, 2017), anche il territorio dell’alta Gallura è soggetto all’interesse di multinazionali del settore energetico che, forti del quadro normativo, sono persino legittimate ad espropriare terreni privati, deturpando il paesaggio e le acque costiere della regione con la costruzione di nuovi impianti.

In Sardegna, le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna S.p.A. al 31 marzo 2024 risultano ben 809, pari a 57,67 GW di potenza (Figura 1). 57,67 GW significa quasi 30 volte gli impianti oggi esistenti (GIG, 2024).

L’alta Gallura, in particolare, è contraddistinta da un susseguirsi di colline, rocce e vallate di macchia mediterranea, zone adibite a pascolo e rocce spettacolari, aree archeologiche uniche oltre che da zone costiere dalla fragilità e bellezza incomparabili. L’impatto anche solo visivo delle pale eoliche, di cui alcune alte oltre 200 metri, come quella già in costruzione nei pressi nella zona del Marganai nel Sud Sardegna (L’Unione Sarda, 2024), è semplicemente devastante.

Gli impianti eolici, le cui pale dissacrano il profilo del territorio in quanto idealmente destinate ai deserti o ad aree off-shore lontane dalle coste, determinano anche un danno diretto sulla salute umana a livello uditivo e neurologico (Hanning, 2009Havas & Colling, 2011), oltre che a flora e fauna. Dove sono installate le pale eoliche, gli uccelli spariscono e le rotte migratorie vengono deviate. Sotto i pannelli fotovoltaici, certo non sono possibili coltivazioni. La riduzione delle aree verdi naturali, fattore che incrementa la concentrazione nell’aria di anidride carbonica, entra in contraddizione con l’ideologia della ricreazione delle aree pristine supportata dalle istituzioni comunitarie. A ciò si aggiunge l’altro grave problema ecologico che riguarda lo smaltimento degli impianti a fine vita, i cui costi sono esorbitanti. Se costruiti per poi essere abbandonati, con un risparmio sui materiali come è già stato documentato nella zona di Calangianus, insiste sulla comunità anche il costo della bonifica.

Questa depredazione denota un atteggiamento coloniale che mira a cancellare tradizioni culturali e il nesso che gli abitanti instaurano con il loro territorio in nome di investimenti che di “green” hanno ben poco. Tali progetti calati dall’alto, infatti, non solo eliminano pascoli e aree agricole, ma non creano nemmeno un incremento di posti di lavoro (perché gli “esperti” vengono perlopiù chiamati da fuori area e la manutenzione è minima). Si riduce inoltre il valore dei terreni e delle abitazioni che si trovano anche a distanze ragguardevoli e si creano minacce economiche anche per il settore turistico che costituisce una fonte primaria di reddito per tutta l’area.

Voler forzosamente imporre modelli di sviluppo ideati altrove e per altri contesti sul territorio sardo sembra inteso a sradicare un modello di gestione agri-turistica a favore di un asservimento ad una produzione energetica che verrebbe peraltro destinata a soggetti terzi, dato che la Sardegna è già autonoma dal punto di vista energetico. Peraltro, l’extra-produzione non potrebbe nemmeno essere assorbita dalla rete per limiti di capacità (GIG, 2024).

Ancora più grave è che, benché esistano alternative meno impattanti dal punto di vista ambientale e territoriale, queste non vengono nemmeno prese in considerazione e gli enti preposti si fanno beffe delle alternative ragionate e sostenibili – come la collocazione di pannelli fotovoltaici su tutti i capannoni e fabbricati industriali compresi quelli in disuso (Confartigianato Sardegna, 2023). A dar prova della scarsa sensibilità del soggetto pubblico nei confronti dei temi legati alla sostenibilità sociale ed ambientale, vi è la recente pronuncia del Consiglio di Stato che ha rigettato un ricorso della Regione Sardegna contro il potenziamento di un parco eolico proprio alle spalle della celebre Basilica della SS. Trinità di Saccargia (La Nuova Sardegna, 2024).

Non si può cancellare il sospetto di essere in presenza di un tipico schema di “regulatory capture” (Dal Bó, 2006), fenomeno in cui le gerarchie lobbistiche riescono a piegare il decisore politico alle proprie logiche espansionistiche e predatorie. In questo caso, il bene pubblico, inteso come benessere sociale, economico ed ambientale, è soppiantato, anche attraverso il posizionamento di figure chiave in ambito istituzionale, dalla logica di arricchimento e speculazione che vanno a remunerare ristrette élite a discapito della stragrande maggioranza delle persone. Tale tendenza di lungo periodo alla redistribuzione dei redditi e della ricchezza in favore di un’accentuata polarizzazione presso pochi soggetti è ben rilevata sia a livello finanziario che industriale, ed è quindi coerente con questa interpretazione.

Sembra lecito chiedersi chi sia il soggetto intenzionato a deturpare e cannibalizzare il territorio. Quali sono, inoltre, i guadagni a cui sta puntando? In presenza di alternative reali e dimostrabili, si punta solo al profitto economico derivante dalla vendita di energia, oppure si cerca di minare anche le attività locali? Se fosse così, l’intento si trasformerebbe da speculativo a propriamente criminale.

Riferimenti

Arcai, F. (2024). La pesante eredità delle basi militari aleggia sul voto in Sardegna, https://www.wired.it/article/sardegna-basi-militari-inquinamento/

Casula, F. (2017). Quando i tiranni sabaudi rasero al suolo la Sardegna, https://www.manifestosardo.org/quando-i-tiranni-sabaudi-rasero-al-suolo-la-sardegna/

Confartigianato Sardegna (2023), Potenzialità dell’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti dei capannoni nelle aree produttive presenti in Sardegna,  https://confartigianato.cagliari.it/settimana-energia-sostenibile-lautonomia-energetica-della-sardegna-puo-arrivare-dai-pannelli-fotovoltaici-sui-capannoni/

Dal Bó, E. (2006). Regulatory capture: A review. Oxford review of economic policy, 22(2), 203-225, https://doi.org/10.1093/oxrep/grj013

GIG – Gruppo di Intervento Giuridico (2024). Sardegna, realtà della speculazione energetica e normativa di salvaguardia del territorio, https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2024/04/11/sardegna-realta-della-speculazione-energetica-e-normativa-di-salvaguardia-del-territorio/#more-37799

Hanning, C. (2009). Sleep disturbance and wind turbine noise. Broadview Energy Developments. Sleep disturbance and wind turbine noise | Wind Energy Impacts and Issues (wind-watch.org)

Havas, M., & Colling, D. (2011). Wind Turbines Make Waves: Why Some Residents Near Wind Turbines Become Ill. Bulletin of Science, Technology & Society, 31(5), 414-426. https://doi.org/10.1177/0270467611417852

La Nuova Sardegna (2024). Pale eoliche accanto alla basilica di Saccargia: il Consiglio di Stato respinge il ricorso della Regione, via libera al progetto, https://www.lanuovasardegna.it/regione/2024/04/08/news/pale-eoliche-accanto-alla-basilica-di-saccargia-il-consiglio-di-stato-respinge-il-ricorso-della-regione-via-libera-al-progetto-1.100503147

L’Unione Sarda (2024). Devastazione eolica alle pendici del Marganai, https://www.unionesarda.it/news-sardegna/devastazione-eolica-alle-pendici-del-marganai-v1w0w1jm

Terna S.p.A. (2024). Econnextion: la mappa delle connessioni rinnovabili. https://www.terna.it/it/sistema-elettrico/rete/econnextion

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mercoledì 14 maggio 2025

I nostri soldi - Mario Guerrini

  

Valeria Satta. L'ex assessora leghista della Giunta Solinas. Pluriindagata dalla Procura di Cagliari. Condannata tra l'altro dalla Corte dei Conti a restituire 220 mila euro per danno erariale. Pochi mesi fa ha annunciato di essere stata nominata presidente per la Sardegna di FederTerziario, organismo datoriale "apolitico" di consulenza per il "mondo della micro, piccola e media imprenditoria". Opera, è scritto nel suo logo promozionale, senza fini di lucro. Ebbene, questa associazione privata, è appena destinataria dalla Regione Sardegna, con apposito emendamento-mancia (come vengono definiti), di un regalo di 300 mila euro sotto il titolo emblematico del nulla: "Dialoghi di impresa". Stiamo parlando di soldi pubblici (ripeto, 300 mila euro). È un esempio clamoroso di come vengano utilizzati i soldi dei contribuenti. Con affidamento diretto e senza bando. In questo caso ad un organismo gestito da una esponente di primissimo piano della politica sarda, con incarichi di assessore regionale agli Affari regionali e poi all'Agricoltura. Un pacco di soldi pubblici. Mentre i sindaci di molti Comuni della Sardegna lamentano di non aver avuto neanche un soldo. Pur con le loro croniche emergenze dovute alla carenza di contributi pubblici. Sarà interessante capire (per ora non ne ho certezza) chi è stato il promotore di questa perla di finanziamento pubblico. Immagino peraltro chi possa essere e a quale giro appartenga. Comunque, complimenti a Valeria Satta. A pochi mesi dalla nomina a Presidente di FederTerziario (novembre 2024) ha saputo subito attirare l'interesse degli amministratori per il suo organismo "apartitico". In cui figura, come consulente, un altro "soldato di Salvini", l'avvocato Carlo Tack, già referente della città di Cagliari per il Carroccio. Però FederTerziario è apartitico. 300 mila euro sottratti alle nostre tasche. Pecunia non olet, dicevano i latini.

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La denuncia di Anci Sardegna: «Nella Finanziaria 179 milioni di spese poco trasparenti» - Alessandra Carta

L’associazione dei sindaci denuncia i finanziamenti autorizzati dal Consiglio regionale con l’approvazione della manovra lo scorso 17 aprile

«Nella Finanziaria 2025 risultano stanziati circa 179 milioni di euro riconducibili alla categoria delle cosiddette spese puntuali. Si tratta di risorse assegnate a enti, associazioni o soggetti specifici, spesso in assenza di un chiaro impianto programmatorio e con modalità di assegnazione difficilmente verificabili dai territori». Porta la firma dell’Anci Sardegna la denuncia sulle “mancette”, per dirla senza giri di parole. Una corsa che si ripete ogni anno, ma stavolta, stando ai sindaci dell’Isola guidati da Daniela Falconi, è stato superato il limite.

È sufficiente andare sul Buras, il Bollettino ufficiale della Regione dove la Finanziaria è stata pubblicata, per verificare ogni singola voce della manovra 2025. Ce n’è per tutti i gusti: dall’estate putzese, cioè quella di Decimoputzu, ai festival, incluso quello “InVaso” di Muravera. Come se tutte le altre manifestazioni valessero meno. Idem sulla promozione turistica: Assemini l’ha spuntata e molti altri Comuni no, sebbene l’estate arrivi uguale per tutti. Discorso identico sulla riqualificazione dei campetti da calcio.

Le fasce tricolori ne fanno prima di tutto una questione di giustizia. E per questo hanno deciso di scrivere a Giunta, Consiglio e capigruppo. «Seppure formalmente sia tutto legittimo – chiariscono le fasce tricolori – le modalità utilizzate fanno sollevare significative perplessità in ordine politico e istituzionale, sia per quanto riguarda l’individuazione delle spese sia per la loro assegnazione. L’Anci, sul merito, evidenzia disparità territoriali, mancanza di trasparenze e indebolimento del ruolo dei Comuni». Un j’accuse in tre punti che non lascia niente al caso. «L’allocazione discrezionale dei fondi, così come articolata nella manovra, può generare squilibri tra enti locali, a prescindere da criteri oggettivi quali fabbisogno, progettualità o emergenza sociale». Ancora: «L’assenza di procedure pubbliche e di bandi aperti compromette la tracciabilità e la legittimazione democratica nell’uso delle risorse pubbliche», si legge nel documento dell’Anci. Da qui il terzo punto chiave: «I sindaci, primi rappresentanti dello Stato nei territori, spesso non sono messi nelle condizioni di concorrere equamente all’accesso ai fondi né vengono coinvolti nei processi decisionali relativi alla loro assegnazione».

I sindaci chiedono alla Regione che d’ora in avanti «ogni erogazione di fondi pubblici sia fondata su criteri trasparenti, partecipati e programmatori, preferibilmente tramite bandi e in coerenza con le priorità espresse dai Comuni». Verrà anche promossa «la costituzione di un Osservatorio permanente sulla qualità e l’equità della spesa pubblica regionale, quale strumento strategico di supporto alle decisioni politiche e programmatiche».

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martedì 12 febbraio 2019

Corrotti, corruttori e resistenze di sabbia - Mauro Armanino

Ci risiamo. Nell’indice sulla percezione della corruzione del 2018, pubblicato qualche giorno fa da Transparency International, ci troviamo al numero 114 su 180 iscritti (si parla del Niger,ndr). Due punti persi rispetto all’anno precedente quando abitavamo la casella numero 112. Inezie, se paragonati alla Somalia, prima in ordine inverso, o ad altri Paesi in via di corruzione. Quanto all’Italia, pur facendo parte del continente ‘meno corrotto’, secondo la stessa agenzia, è classificata comunque tra i 13 Paesi più corrotti dell’Europa. Ad ognuno le sue corruzioni.
Qui da noi anch’esse sono di sabbia, si spostano a piacimento dalla polizia alla dogana e hanno tendenza ad accumularsi nella politica. Nulla di nuovo, insomma, sotto il sole del Sahel e di quello che splende altrove. I grandi corrotti non cercateli qui. La stessa Transparency è figlia del sistema che la genera. Cercateli invece tra gli azionisti delle banche, nelle direzioni delle multinazionali e in coloro che, in tutta impunità, orientano le grandi scelte politiche del sistema-mondo. Sono ben vestiti, hanno uno stile di vita incompatibile con gli altri umani e per certo hanno le mani pulite. Sono loro i grandi corruttori che viaggiano in tutta impunità.
Quelli di cui si parla nei rapporti sulla Trasparenza sono i piccoli corrotti, quelli che, per intenderci, usano le carriole o alle dogane fanno la cresta sui documenti e le merci. Pesci piccoli, che poi nelle foto di propaganda appaiono con soldi da mano a mano, Euro o franchi CFA, come va di moda da queste parti. Qui nel Niger, abbiamo persino una commissione statale che si prefigge di sconfiggere o almeno ridurre la corruzione nel Paese. Per pudore non dissimulato l’hanno chiamata Halcia. Alta autorità contro la corruzione e le infrazioni assimilate. La Commissione sta bene e il suo ruolo è del tutto simbolico: non gode di nessun potere giuridico. Essendo un’emanazione dello Stato, si guarderà bene dal segnalare ciò che potrebbe nuocere alla sua sempiterna sopravvivenza. Voluta per ridurre la corruzione, resta da chiedersi chi veglia, ora, su questa commissione e allora il tutto diventa una spirale senza fine. Perchè i corruttori organizzano le Grandi Frontiere del Mondo futuro. Queste ultime includono d’ufficio i ricchi, che possono pagarsi la cittadinanza del Nord. Ai più poveri, quelli a cui è vietato procacciarsi il visto d’ingresso, rimangono i canotti o al meglio le prigioni. Ad ognuno il suo.
 ‘Il Sole 24 ore’, giornale della Confindustria, menzionava qualche giorno fa che “nell’ultimo decennio sono stati almeno 133 mila gli oligarchi dell’ex Unione Sovietica, i milionari cinesi e arabi, i ricchi uomini d’affari turchi, libanesi, brasiliani, venezuelani e sudafricani, che hanno acquistato a mani basse la cittadinanza o la residenza in un Paese dell’Unione europea in cambio di soldi”. Detto da questo giornale, dev’essere vero. Corruttori e corrotti camminano assieme e riproducono il sistema solo a condizione di avere discepoli o almeno indiretti tifosi. Sono coloro che, tirano o pensano di trarre, un qualche beneficio dai misfatti delle categorie citate e che, per semplificare, possiamo chiamare ‘corruttibili’. Cittadini comuni che votano, si informano, seguono l’attualità quanto basta e attendono che arrivi il loro turno per mettersi in vista.
Nel frattempo, raccattano le briciole e le ossa che corruttori e corrotti si degnano di buttare sotto il tavolo alla fine del banchetto. I corruttibili applaudono a buffoni, cortigiani e mercenari perchè riducano la politica a spettacolo, l’economia a rapina naturalizzata e l’umana dignità a opzione da congressi. Sono gli spettatori indifferenti o i cittadini occasionali che compongono la base di coloro che permettono alla ‘banalità del male’ di installarsi in modo durevole nella storia. Fortuna che nella sabbia che tutto circonda, spuntano, grazie al vento, resistenze anonime che, per esempio, fanno memoria dei tre studenti uccisi in questo giorno, nel lontano 1990. Qui molti li chiamano martiri, e forse solo da questi ultimi si riorganizza l’ultima resistenza, quella di sabbia.
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