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martedì 8 settembre 2026

Mangiamo più cadmio di quanto pensiamo: a rischio soprattutto i bambini - Rita Cantalino

 

In breve

  • Un bambino di 1-2 anni può superare il 143,7% della dose settimanale tollerabile di cadmio mangiando solo pasta, secondo l’indagine di Valori e Il Salvagente su cento prodotti alimentari italiani.
  • Il cadmio si accumula nei reni e nelle ossa per 10-30 anni; i bambini assorbono una dose più alta perché pesano meno e mangiano di più in proporzione al peso.
  • Gli esperti interpellati non demonizzano pasta e cereali, ma chiedono di ridurre il cadmio nei fertilizzanti fosfatici e di avviare biomonitoraggi nazionali sull’esposizione reale della popolazione.

 

Un bambino tra 1 e 2 anni può arrivare a ingerire il 143,7% della dose settimanale tollerabile (TWI) di cadmio solo attraverso il consumo di pasta.

È il dato più clamoroso che abbiamo rilevato nell’indagine che, insieme a Il Salvagente, abbiamo condotto su prodotti alimentari alla base della dieta nel nostro Paese per misurare il livello di esposizione reale della popolazione a questo metallo pesante e alle conseguenze che, la sua assunzione, ha sui nostri organismi. L’inchiesta è nata sulla scia dell’allarme scoppiato in Francia la scorsa primavera, quando l’agenzia sanitaria Anses ha denunciato una grave contaminazione. Cittadine e cittadini francesi sono esposti a una «bomba sanitaria»: metà degli adulti e un quarto dei bambini superano la dose tollerabile nella loro alimentazione quotidiana. Sotto accusa i fertilizzanti fosfatici utilizzati in agricoltura, con limiti francesi fermi a 90 mg/kg contro i 60 europei e i 20 raccomandati dalla stessa Anses. La minaccia ha spinto i deputati transalpini a esaminare una legge per imporre una drastica riduzione dei contaminanti nei concimi. 

E in Italia? Qual è la situazione? Abbiamo acquistato cento prodotti simbolo della nostra spesa quotidiana nei supermercati e nei discount di molte città italiane. Pasta, pane, riso, biscotti e cereali per la prima colazione sono poi stati inviati a un laboratorio accreditato. Luana Izzo, ricercatrice del Dipartimento di farmacia dell’Università Federico II di Napoli, ha incrociato i dati analitici forniti dal laboratorio con quelli di consumo reale di italiane e italiani e ha costruito un’analisi del rischio effettivo. Se per la popolazione adulta il quadro finale è rassicurante, per le più piccole e i più piccoli la nostra indagine svela un margine di sicurezza che si assottiglia.

Le esperte e gli esperti che abbiamo intervistato, però, rassicurano: piccoli accorgimenti nella dieta da un lato e un intervento politico e istituzionale sull’agricoltura industriale dall’altro possono limitare l’esposizione.

 

Cos’è il cadmio e che effetti ha sugli esseri umani

Il cadmio è un metallo pesante presente nell’ambiente. Non ha alcuna funzione fisiologica o biologica per l’organismo umano, ma è estremamente tossico anche a basse concentrazioni. Si lega a specifiche proteine di trasporto, viene riassorbito e si accumula stabilmente nei reni e nelle ossa per un periodo che va dai 10 ai 30 anni.

Come spiega la professoressa Chiara Dall’Asta, docente di chimica degli alimenti all’Università di Parma e membro della Società Italiana di Tossicologia (Sitox), il pericolo reale non è un avvelenamento immediato, ma l’effetto di bioaccumulo. Superare regolarmente le dosi tollerabili durante l’infanzia non genera una tossicità acuta istantanea, ma compromette il “cuscinetto” di protezione biologica, aumentando sensibilmente il rischio di sviluppare gravi patologie croniche, come l’insufficienza renale o la demineralizzazione ossea, una volta diventati adulti.

 

L’esposizione reale in Italia

Per tradurre i risultati di laboratorio in un’analisi del rischio concreto, la ricercatrice Luana Izzo ha incrociato i dati analitici con l’indagine nazionale sui consumi INRAN SCAI IV. La valutazione prodotta si basa su diversi parametri. «Il rischio – spiega – non dipende soltanto dalla concentrazione di cadmio presente negli alimenti, ma anche dalla quantità effettivamente consumata, dalla frequenza di consumo, dall’età, dal sesso e dal peso corporeo». Per questo un quadro piuttosto rassicurante per la popolazione adulta non fornisce, però, le stesse garanzie per bambine e bambini. «Un bambino riceve una dose proporzionalmente più elevata rispetto a un adulto. Per esempio, nel nostro studio il peso corporeo medio considerato per i bambini di 1-2 anni è di circa 12,5-13,2 kg. Mentre negli adulti varia indicativamente tra 64 e 81 kg. La stessa quantità di cadmio viene pertanto distribuita su una massa corporea molto più piccola». 

È a partire da questa specifica che vanno letti i dati. Il più clamoroso riguarda la fascia d’età più bassa (1-2 anni). Nello scenario massimo, infatti, per il consumo di pasta, i bambini superano la TWI fino al 143,7%; le bambine al 138,2%. Salendo con l’età, nella fascia tra i 3 e i 9 anni, i maschi superano la soglia dell’116,8%; le femmine dell’84,7%. La differenza di genere, spiega, dipende dal fatto che statisticamente i bambini mangiano più pasta delle bambine (136,6 g contro 99 g al giorno).

I biscotti comuni coprono da soli il 25,5% della dose settimanale tollerabile per i bambini di 1-2 anni. Mentre sono molto più sicuri i biscotti specificamente destinati alla prima infanzia, che si fermano al 7,6%. Anche senza contare lo scenario peggiore, la pasta basta da sola a coprire una percentuale tra il 27,4% e il 44% della dose settimanale raccomandata per bambine e bambini tra 1 e 9 anni.

Ma c’è un altro dato rilevante. Izzo fa notare che gli studi attuali analizzano i cibi separatamente, ma nella vita reale i bambini mangiano pasta, pane e biscotti nello stesso giorno:

«Nella dieta reale il cadmio può provenire anche da pane, riso, biscotti, cereali per la colazione… Il dato evidenzia comunque la necessità di passare, nei futuri studi, dalla valutazione per singolo alimento a una valutazione cumulativa dell’intera dieta».

I bambini risultano più esposti per motivi fisiologici

Perché l’organismo dei più piccoli si trova così indifeso di fronte a questo contaminante? Il motivo è innanzitutto una sproporzione fisica ed energetica.

«Il bambino non è un piccolo adulto», chiarisce Ruggiero Francavilla, professore ordinario di Clinica pediatrica all’Università di Bari. «Nei primi anni di vita i bambini mangiano, in proporzione al loro peso, molto più di un adulto. Di conseguenza raggiungono più facilmente livelli di esposizione elevati».

A questa asimmetria tra massa corporea e consumi alimentari si aggiunge una fragilità biologica interna intrinseca. Come spiega Luana Izzo, «nelle prime fasi della vita, i sistemi fisiologici coinvolti nella detossificazione e nell’eliminazione delle sostanze estranee sono ancora in fase di maturazione. Ciò rende l’organismo infantile potenzialmente più vulnerabile agli effetti dei contaminanti». Vulnerabilità che rischia di trasformarsi in una minaccia a lungo termine a causa delle dinamiche di assorbimento e accumulo del metallo.

«I bambini tra 1 e 3 anni sono una popolazione sensibile», conferma la professoressa Chiara Dall’Asta, illustrando la differenza radicale tra il cadmio e le sostanze che il corpo sa gestire ed eliminare facilmente. «Prendiamo per esempio la vitamina C: se ne assumo troppa, la elimino attraverso le urine. Per il cadmio non funziona così. Si lega a proteine di trasporto, viene riassorbito dal rene e si accumula in quell’organo e nelle ossa per un lungo periodo anche fino a 30 anni. Fino ad arrivare a soglie che possono essere tossiche».

Questa zavorra silenziosa va a colpire direttamente gli organi bersaglio nel pieno del loro sviluppo. Il cadmio, specifica l’esperta, «colpisce in particolare il rene e la funzionalità ossea. Interferisce con la vitamina D e la corretta deposizione del calcio». Un aspetto su cui Francavilla lancia un monito decisivo per la crescita dei bambini: «fino ai vent’anni circa si costruisce il patrimonio osseo. Se in questa fase si riduce anche di poco la capacità di fissare calcio nelle ossa, il problema può avere conseguenze nel lungo periodo».

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lunedì 24 agosto 2026

Dimenticate l’ascensore: il gesto di ogni giorno che può ridurre del 39% il rischio di morte cardiovascolare

Un gesto semplice, quotidiano e alla portata di tutti potrebbe rivelarsi uno degli alleati più potenti per la longevità. Scegliere di ignorare l’ascensore e salire le scale a piedi è una vera e propria strategia salva-vita avvalorata dalla scienza. Una vasta meta-analisi condotta dai ricercatori dell’Università dell’East Anglia e del Norfolk and Norwich University Hospital NHS Foundation Trust ha dimostrato che l’uso regolare delle scale riduce in modo significativo il rischio di mortalità precoce e il pericolo di sviluppare patologie cardiovascolari gravi.

La ricerca, presentata al congresso scientifico ESC Preventive Cardiology della Società Europea di Cardiologia, ha analizzato i dati relativi a nove studi indipendenti che hanno coinvolto un campione complessivo di oltre 480.000 partecipanti di età compresa tra i 35 e gli 84 anni. Il monitoraggio, proseguito per un periodo medio di 14 anni, ha preso in esame sia individui in buone condizioni fisiche sia soggetti con un passato di eventi cardiaci o malattie arteriose periferiche. I risultati emersi mettono in luce come la continuità in questa abitudine sia correlata a una riduzione del 24% del rischio di morte per qualsiasi causa rispetto a chi non sale mai le scale.

L’impatto più impressionante della ricerca riguarda tuttavia la salute del sistema cardiocircolatorio. Per coloro che utilizzano abitualmente i gradini, la probabilità di morire a causa di complicanze cardiovascolari crolla infatti del 39%. Inoltre, la pratica costante è associata a una netta diminuzione dell’incidenza di infarti del miocardio, insufficienza cardiaca e ictus. “Anche brevi esplosioni di attività fisica – spiega Sophie Paddock, cardiologa e autrice principale dello studio – hanno impatti estremamente benefici sulla salute, e brevi sessioni di salita delle scale dovrebbero rappresentare un obiettivo raggiungibile da integrare facilmente nelle routine quotidiane”. L’efficacia di questo esercizio risiede nella combinazione unica tra lavoro aerobico e sforzo muscolare contro gravità, un mix che stimola rapidamente la frequenza cardiaca e attiva grandi gruppi muscolari come quadricipiti e glutei senza richiedere attrezzature specifiche.

Un altro aspetto rilevante evidenziato dai ricercatori è l’effetto dose-risposta: i benefici sembrano crescere in modo proporzionale al numero di gradini affrontati ogni giorno. Sebbene ulteriori approfondimenti siano necessari per stabilire la quota ideale di rampe quotidiane, i dati preliminari confermano che ogni sforzo aggiuntivo porta un contributo concreto al benessere generale. “Sulla base di questi risultati, incoraggeremmo le persone a incorporare la salita delle scale nella loro vita quotidiana. Lo studio suggerisce che più scale si salgono, maggiori sono i benefici”, aggiunge Paddock, concludendo con un invito diretto rivolto a tutti. “Che sia al lavoro, a casa o in qualsiasi altro luogo, se avete la possibilità di scegliere tra le scale e l’ascensore, prendete le scale: aiuterà il vostro cuore”.

Lo studio


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lunedì 17 agosto 2026

I pesticidi e l’ipotesi di un rischio fino al 71% di sviluppare la Sla per chi è esposto, lo studio sui dati di otto paesi tra cui l’Italia - Valentina Arcovio


Alcuni lavori potrebbero aumentare il rischio di ammalarsi di Sclerosi laterale amiotrofica (Sla), una malattia neurodegenerativa altamente invalidante e mortale. Un nuovo studio condotto dalla Robert Suave Institute For Research del Quebec (Canada), basato su un’ampia revisione di dati scientifici, rivela che chi è stato esposto a pesticidi sul luogo di lavoro presenta un rischio maggiorato del 61-71% di sviluppare questa grave patologia. Un dato significativo, pubblicato sulla rivista Occupational & Environmental Medicine (edita dal BMJ Group), che tuttavia gli esperti invitano ad analizzare con estrema cautela.

La Sla è la forma più comune di malattia del motoneurone. Debilitante e con una progressione spesso rapida – la sopravvivenza media dopo la diagnosi si attesta tra i 2 e i 3 anni -, compromette la capacità di parlare, mangiare, respirare e deglutire. Colpisce prevalentemente tra i 40 e i 70 anni, con un’incidenza superiore del 20% negli uomini rispetto alle donne. Nel 90% dei casi la malattia si presenta in forma sporadica, cioè in individui privi di una storia familiare o di una causa genetica identificata. Solo il restante 10% ha un’origine genetica nota. Sebbene i fattori scatenanti esatti rimangano in gran parte sconosciuti, la comunità scientifica ritiene altamente probabile un’interazione dinamica tra predisposizione genetica e fattori ambientali. Il nuovo studio ha aggregato i dati di otto ricerche condotte in diversi Paesi — cinque negli Stati Uniti, uno transnazionale tra Canada e Francia, uno in Italia e uno in Australia —, prendendo in esame un totale di 1.734 pazienti affetti da Sla.

I risultati indicano che l’esposizione professionale a pesticidi, categoria che comprende insetticidi, fungicidi ed erbicidi, è associata a un incremento del 61% del rischio di sviluppare la malattia rispetto a chi non ne è mai stato esposto. L’associazione risulta ancora più marcata nel caso specifico degli erbicidi, con un aumento del rischio che raggiunge il 71%. Dall’analisi emerge inoltre un legame più forte tra l’esposizione ai pesticidi e la Sla negli uomini, anche se non è ancora chiaro se questo rifletta una reale differenza biologica o semplicemente una diversa accuratezza nella rilevazione dei dati relativi alla popolazione femminile. “I risultati di questa revisione – commentano i ricercatori – si aggiungono alle prove che l’esposizione professionale ai pesticidi può aumentare il rischio di Sla e dovrebbero incoraggiare l’attuazione di interventi volti a ridurre l’esposizione durante l’uso professionale di pesticidi”.

Nonostante la rilevanza dei numeri, gli stessi autori dello studio invitano a non interpretare questi risultati come una prova diretta di un rapporto di causa-effetto. La metanalisi presenta infatti diversi limiti strutturali. In primo luogo, si riscontra un’eterogeneità dei fattori di rischio: molti degli studi inclusi segnalano la compresenza di altri elementi nei pazienti, come traumi cranici o l’esposizione ad ulteriori tossine, che l’analisi non è riuscita a isolare completamente rispetto ai soli pesticidi. Inoltre, va considerata la presenza di scenari atipici, come uno studio sui reduci di guerra esposti all’Agent Orange durante il conflitto in Vietnam, un contesto di esposizione estremo e nettamente differente da quello lavorativo quotidiano. Infine, pesa il fenomeno della distorsione del ricordo (recall bias): la maggior parte delle ricerche si è basata su informazioni riferite dai pazienti stessi, e chi è affetto da una patologia così grave tende a ricordare con maggiore enfasi le passate esposizioni ad agenti chimici rispetto ai soggetti sani.

Gli studi condotti con misurazioni indipendenti dell’esposizione hanno infatti mostrato associazioni meno marcate. Le evidenze attuali supportano l’ipotesi che l’esposizione professionale ai pesticidi rappresenti un tassello nell’insorgenza della malattia, ma il quadro rimane complesso. “Alcune delle domande più importanti a cui dovremo rispondere sono quali componenti dei pesticidi potrebbero aumentare il rischio per la persona e se un’esposizione prolungata ai pesticidi aumenti ulteriormente tale rischio”, dicono i ricercatori.

Lo studio


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martedì 21 luglio 2026

La plastica che ci ostruisce il cuore: nei pazienti con infarto acuto l’84% ha frammenti nelle arterie

 

La ricerca pubblicata sull'European Heart Journal individua nel fumo e nello smog un "cavallo di Troia": danneggiano le barriere polmonari e facilitano l'ingresso dei frammenti plastici nelle arterie del cuore.

 

Chi subisce un grave infarto ha livelli nettamente più alti di micro e nanoplastiche nel sangue coronarico, e i fumatori rischiano sei volte di più di avere queste particelle in circolo. Lo rivela uno studio italiano pubblicato sull’European Heart Journal, che dimostra come il fumo agisca da “apripista” nei polmoni, facilitando l’ingresso della plastica nel flusso sanguigno fino ad ostruire le arterie del cuore.

I ricercatori hanno scoperto una correlazione chiarissima: chi subisce un grave infarto ha livelli molto più alti di micro e nanoplastiche nel sangue rispetto a chi soffre di altri disturbi cardiaci o ha coronarie sane. E in questo scenario, c’è un fattore che amplifica drasticamente il pericolo, agendo da vero e proprio “cavallo di Troia”: il fumo. Lo studio – frutto della collaborazione tra l’Università Sapienza di Roma, l’Università di Verona e il Centro di Ricerca sull’Inquinamento Ambientale e le Malattie Cardiovascolari dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” di Napoli – ha analizzato il sangue prelevato direttamente dai vasi coronarici di 61 pazienti. I risultati non lasciano spazio a molti dubbi sulla diffusione di questi materiali.

Ebbene, la plastica è stata rilevata in ben l’84% dei pazienti colpiti da infarto acuto. Inoltre, in questo gruppo è stata riscontrata una varietà di tipi di plastica decisamente maggiore, tra cui il polietilene (il materiale più comune per imballaggi e contenitori monouso). Mentre nei pazienti con cardiopatia ischemica cronica, la presenza di plastica è scesa al 40%. È crollata al 32% nei pazienti con coronarie sane (gruppo di controllo).

A guidare questa complessa e delicatissima fase di analisi clinica sul campo è stato Pasquale Paolisso, cardiologo presso l’Ospedale Sant’Andrea – Università Sapienza di Roma e primo autore dello studio. È stata proprio l’intuizione di Paolisso e del seu team a permettere di mappare per la prima volta la presenza di questi contaminanti direttamente all’interno della circolazione coronarica. “Le micro e nanoplastiche sono ormai ovunque nell’ambiente, ma fino ad oggi sapevamo pochissimo sulla loro reale capacità di penetrare nel cuore”, spiega Paolisso. “La nostra ricerca dimostra non solo che queste particelle raggiungono la circolazione coronarica, ma che esiste un legame diretto tra l’esposizione ambientale, lo stile di vita e l’accumulo di plastica nel sangue. Averle identificate in percentuali così elevate nei pazienti con infarto acuto rappresenta un punto di svolta per comprendere i nuovi fattori di rischio cardiovascolare legati all’antropocene”.

Se la presenza di plastica nel sangue è già di per sé preoccupante, i dati su come queste particelle riescano a penetrare così facilmente nel nostro sistema circolatorio lo sono ancora di più. È qui che il ruolo del fumo e dell’inquinamento atmosferico diventa centrale. Secondo lo studio, infatti, i fumatori hanno una probabilità sei volte maggiore di avere microplastiche nel sangue rispetto ai non fumatori. Chi è esposto a lungo termine a livelli elevati di polveri sottili (PM2.5) mostra una presenza di plastica significativamente più alta. Il dato record è che il 100% dei pazienti fumatori esposti ad alto inquinamento atmosferico presentava plastica nel sangue coronarico.

Tra chi non fumava e viveva in aree meno inquinate, la percentuale scendeva ad appena il 12,5%. “La storia clinica dei fumatori è strettamente legata alla presenza di microplastiche nel sangue”, spiega Emanuele Barbato, ordinario di Cardiologia alla Sapienza e direttore dell’Unità di Cardiologia dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma, che ha guidato la ricerca spiegando il legame biologico. “I nostri risultati suggeriscono che il fumo potrebbe danneggiare le barriere protettive dei polmoni, rendendo molto più facile per le micro e nanoplastiche penetrare nel flusso sanguigno attraverso le vie respiratorie”. In altre parole, il fumo di sigaretta non solo introduce sostanze tossiche di per sé, ma agisce come un ‘apripista’ che rende i polmoni permeabili a queste piccolissime particelle plastiche disperse nell’ambiente.

Lo stesso meccanismo di vulnerabilità polmonare viene innescato dall’esposizione costante allo smog e al particolato fine. Fino ad oggi, la plastica nel corpo umano era considerata un problema principalmente teorico o limitato all’apparato digerente. Questa ricerca, unita ad altre recenti evidenze (come il ritrovamento di microplastiche nelle placche aterosclerotiche carotidee), dimostra che la contaminazione da plastica è un fattore di rischio cardiovascolare concreto. Le particelle di plastica non si limitano a “galleggiare” nel sangue: studi collaterali indicano che la loro presenza è associata a un forte aumento dei marcatori infiammatori (come il TNF-alfa e l’interleuchina-6), che possono destabilizzare le placche nelle arterie e favorire la formazione di trombi, scatenando l’infarto. La lotta alle malattie cardiache, dunque, non passa più soltanto dal controllo del colesterolo, della pressione o della sedentarietà. Ridurre l’uso della plastica, bonificare l’ambiente, ripulire l’aria delle nostre città e, soprattutto, dire addio al fumo di sigaretta sono oggi più che mai passi fondamentali per proteggere letteralmente il nostro cuore.

Lo studio

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martedì 19 maggio 2026

Brasile: «Non asfaltate l’Amazzonia»


Quell’autostrada in Brasile che fa esplodere il rischio di epidemie globali su Avvenire. Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali i lavori sulla BR-319 potrebbero innescare un devastante effetto a catena. Ecco perché.

 

Lavori stradali in Amazzonia realizzati dall’esercito

La BR-319, l’autostrada che taglia l’Amazzonia brasiliana da Nord a Sud, da Manaus a Porto Velho, è stata costruita negli anni della dittatura militare, tra il 1968 e il 1976. Gli ambientalisti la chiamano «la cicatrice della foresta», e mai avrebbero pensato che proprio un presidente progressista e – in teoria – ‘eco-friendly’ come Lula ne autorizzasse i lavori di completamento. Degli 885 chilometri totali di autostrada quasi la metà, circa 400 chilometri, sono ancora senza asfalto: il governo ha appena dato il via libera ad un cantiere che intuitivamente è ad altissimo rischio ambientale, in quanto espone l’area al disboscamento, e anche sociale, perché secondo le Ong viola i diritti delle popolazioni indigene.

 

Timori nel mondo

«Ma c’è anche dell’altro, che potrebbe spaventare non solo i brasiliani ma i cittadini di tutto il mondo, e non solo perché l’Amazzonia è il più efficace catturatore di CO2 e dunque il maggior fornitore dell’ossigeno che ci serve per sopravvivere sulla Terra», sottolinea Giuseppe Baselice . Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali e pubblicato sulla rivista Science, i lavori di asfaltatura della BR-319 potrebbero innescare nuove pandemie con impatto globale. L’articolo elenca i dati di un’indagine che ha identificato più di 18.000 agenti patogeni nella regione attraversata dall’autostrada, tra cui virus e batteri sconosciuti, con caratteristiche preoccupanti come elevata virulenza, tossicità, resistenza agli antibiotici e capacità di scambiarsi informazioni genetiche.

 

L’autostrada dei virus

«Il disboscamento della foresta amazzonica aumenta i rischi per la biosicurezza a livello locale, regionale e globale – scrivono gli scienziati, tra cui quelli dell’università di Utrecht e della Trinity University di San Antonio, in Texas -. Se completata, la pavimentazione dell’autostrada BR-319 collegherebbe uno dei più grandi ‘serbatoi zoonotici’del mondo (popolazioni animali selvatiche che ospitano naturalmente agenti patogeni—virus, batteri, parassiti—capaci di trasmettersi all’uomo) agli aeroporti internazionali, aumentando velocità e portata con cui nuovi agenti patogeni potrebbero diffondersi a livello globale». I grandi fiumi amazzonici, infatti, agiscono come una barriera naturale, isolando queste comunità microbiche da migliaia di anni.

 

L’intervento umano suicida

L’intervento umano, ancora una volta, può sconvolgere questo delicato equilibro e provocare severi problemi di ordine sanitario, consentendo ai microrganismi di diffondersi e creare nuove varianti di virus e batteri. «Anche perché, spiega inoltre lo studio, fino ad oggi la maggior parte della deforestazione è avvenuta nelle zone perimetrali dell’Amazzonia. Raramente, se non appunto per costruire la BR-319, ci si è addentrati così all’interno, mettendo mano all’ecosistema». E per la verità qualche conseguenza c’è già stata: una nuova variante del virus Oropouche, che causa febbre alta, è stata individuata nel 2024 proprio all’altezza del tratto centrale dell’autostrada incriminata, ed è giunta fino all’Europa e all’Italia.

 

Coronavirus

Non solo: nel 2021, la variante gamma del Coronavirus è stata identificata per la prima volta a Manaus. E poi ci sono i rischi per l’agricoltura e quindi per l’alimentazione: il Brasile è la «fattoria del mondo», essendo primo esportatore globale di diversi prodotti alimentari, tra cui zucchero, soia e carne bovina, e i patogeni rilevati dai ricercatori possono infettare proprio le piantagioni di canna da zucchero, di soia e gli allevamenti bovini.Infine, lo studio punta il dito contro l’estrazione di potassio, che pure può contribuire al formarsi di una nuova pandemia, essendo particolarmente diffusa in quella area.

 

E il governo Lula, che dice?

Interpellato dalla stampa brasiliana, il ministero dell’Ambiente ha fatto sapere che il dossier è ancora in fase di analisi: «Ribadiamo che l’analisi del processo viene condotta con rigore tecnico e in conformità con la legislazione vigente, nel rispetto delle decisioni giudiziarie e dei limiti di competenza». La sensazione è che nonostante le polemiche si procederà, come è avvenuto con l’autorizzazione concessa a Petrobras per trivellare la foce del Rio delle Amazzoni.

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giovedì 15 gennaio 2026

Non c’è pace tra gli ulivi. Il glifosato da medicina a veleno - Giuseppe Vinci

 

Crollano le certezze per il comparto agricolo e per il mondo rurale a venticinque anni dalla pubblicazione scientifica che ha governato l’agricoltura del nuovo millennio, rassicurando che l’erbicida della Monsanto, colosso della chimica agricola, fosse innocuo per i terreni e per la salute umana e animale. Si scopre infatti che le pubblicazioni scientifiche che attestavano la bontà del più diffuso pesticida a livello mondiale erano tutte falsificate e sostenute da immensi finanziamenti allo scopo di produrre montagne di utili che avrebbero consentito alla Bayer-Monsanto di diventare un colosso globale in grado di condizionare le sorti dell’agricoltura in tutto il pianeta e rendere il mondo rurale schiavo del sistema agroindustriale con tutte le conseguenze catastrofiche che ne sono conseguite per la salute umana e dei suoli.

“Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani”, è il titolo dello studio, uscito nell’anno 2000 sulla rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology, che attestava che il glifosato, commercializzato dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Gli autori concludevano che l’erbicida non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino. Questa pubblicazione è stata considerata negli anni una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato, citata a livello globale in oltre ottocento pubblicazioni accademiche e anche da autorità come l’Agenzia per la protezione ambientale. Il fatto è che il caporedattore della rivista scientifica ha di recente ritirato l’articolo a causa di “gravi preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”, mettendo in evidenza come “i dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo”. Lo studio sembra essere stato prodotto o quanto meno orientato dai ricercatori dipendenti della Monsanto e anche la peer review viziata da questa pratica in conflitto con la ricerca indipendente. A detta del caporedattore, gli autori potrebbero aver ricevuto un risarcimento finanziario da Monsanto per il loro lavoro su questo articolo: “Il potenziale compenso finanziario solleva significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”.

Lo dice la scienza che il glifosato è un prodotto “biologico”, una panacea contro le “erbacce”: questa era la versione che aveva preso piede sin da quando il glifosato è stato imposto nelle pratiche agricole quotidiane in tutto il mondo. Se per l’agricoltura industriale il principio fondamentale è  l’utile sempre e comunque, allora il glifosato è l’ideale per liberarsi delle erbe “infestanti” perché sbrigativo, efficace e bisognoso di poca manodopera, giusto il trattorista per le irrorazioni. In Puglia, addirittura, tra la fine degli anni Novanta e il 2010 il glifosato della Monsanto, in base a questo dogma riduzionista, è stato diffuso in lungo e in largo per le campagne, con l’accordo e il sostegno delle istituzioni politiche a ogni livello. Nello specifico, il Salento è stato ambiente privilegiato per la sperimentazione massiva di Roundup Gold e Platinum, che non ha risparmiato nessun areale. La tecnologia testata rientra nel programma GIPP (Gestione Infestanti Piante Perenni) della Monsanto iniziato nel 2011 e proseguito fino alla primavera 2013, finalizzato al controllo delle erbe infestanti negli oliveti, attraverso l’utilizzo dell’erbicida contenente glifosato. Il progetto ha avuto il sostegno delle autorità scientifiche regionali e il totale consenso degli amministratori.

Il fatto che molti organismi vegetali, dequalificati come infestanti e invece dotati di qualità microbiologiche e nutrizionali di altissimo pregio, siano stati distrutti dal glifosato, tanto da averne azzerato le specie e la biodiversità, avrebbe dovuto mettere in allarme non solo gli agricoltori ma anche gli amministratori di ogni ordine e grado, teoricamente dotati di un livello di istruzione superiore rispetto al mondo rurale, da sempre definito come ignorante e attardato. Sebbene Bayer, che ha acquisito il Roundup nel 2018, continua a sostenere che la sostanza chimica è sicura se utilizzata secondo le istruzioni, anni dopo ci accorgiamo che il mondo rurale è tra le prime vittime per livello delle insorgenze tumorali in tutto il mondo e il Salento è la prima regione in Europa per insorgenze tumorali nelle vie urinarie e respiratorie. E pensare che tecnici e scienziati assoldati dalla regione Puglia hanno sposato la causa della innocuità del glifosato, sostenendo in incontri pubblici, con sicumera e arroganza, che “il glifosato si può bere”. Per anni abbiamo dovuto subire una sorta di colonizzazione del pensiero scientifico secondo il quale “se lo dice la scienza allora è vero” e di fronte alla verità scientifica, resa sempre più una sorta di dogma inoppugnabile, bisogna arrendersi.

Di fatto, l’overdose pluridecennale di glifosato ha reso le piante più vulnerabili ai patogeni e ha devastato la fertilità dei suoli del Salento già sottoposta alla pressione della desertificazione associata alle cattive pratiche agricole. In letteratura scientifica, la povertà dei suoli trattati con prodotti chimici e, dunque, la maggiore vulnerabilità delle piante alle malattie, è conosciuta da tempo. Per quanto riguarda il glifosato, sono stati osservati molti problemi: una riduzione significativa di macro e micro nutrienti riscontrata nei tessuti delle foglie e nei parametri fotosintetici, la sua interazione con la disponibilità dei nutrienti della pianta (necessari per conservare la salute della pianta), lo sviluppo di malattie e patogeni delle piante nei raccolti.

Guarda caso, nel Salento, terra di ulivi secolari e monumentali, dal 2013 si comincia a parlare di un batterio colpevole del disseccamento degli ulivi, la xylella fastidiosa. Come abbiamo scritto, l’affare xylella ha fatto leva sulla normalizzazione di uno stato di emergenza per imporre misure arbitrarie non motivate dalla realtà dei fatti e non fondate su evidenze scientifiche. Il risultato: oltre quindicimila alberi abbattuti, il paesaggio devastato, l’agricoltura contadina distrutta, l’imposizione di nuove varietà brevettate che producono olio di bassa qualità e rendono elitario l’olio buono. Infatti, per eradicare l’infezione, vengono disposte drastiche misure di emergenza che prevedono l’estirpazione delle piante positive al batterio. La Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati rilevava l’avventatezza nel decretare l’emergenza mentre “ancora non è certa la natura e l’entità del fenomeno e il livello di diffusione” e impegnava il governo ad adottare iniziative che permettessero “l’accertamento della patogenicità di xylella fastidiosa prima di dare seguito a interventi radicali senza cognizione di causa”, nonché “di scongiurare la eradicazione totale di un’area vastissima” e  “allargare il campo di indagine della malattia di disseccamento degli ulivi anche all’eventuale correlazione con l’utilizzo massiccio di glifosato”.

In effetti, osservando la zona focolaio, si era accertato come i disseccamenti fossero a macchia di leopardo con maggiore presenza di sintomi nei terreni che utilizzano in modo massiccio i disseccanti, in particolare il Roundup della Monsanto, rispetto agli uliveti a conduzione biologica. Come mostra Margherita Ciervo, se si considera la relazione tra distribuzione degli erbicidi e superficie agricola utilizzata (SAU), si osserva un’anomalia nella provincia di Lecce, dove sono stati osservati i primi fenomeni di disseccamento degli olivi; la distribuzione degli erbicidi sulla SAU, dal 2003 al 2010, è fino a due volte più alta che nella provincia di Bari, e fino a quattro volte superiore rispetto alla provincia di Foggia.

Cosa ci dice questo accadimento per niente nuovo, che cala ombre sulla qualità della ricerca scientifica e le sue ricadute pubbliche? Che scienza e scienziati, lungi dall’essere immuni da passioni, conflitti e interessi di vario genere, sono a tutti gli effetti sottoposti a pressioni talvolta addirittura maggiori rispetto a quelle della politica, e il ruolo e la posizione sociale che ricoprono può essere più determinante rispetto, come in questo caso, a problematiche che coinvolgono la salute delle persone e dell’ambiente; che la peer review può essere aggirata e inficiata in diversi modi e da diversi fattori, per esempio dal meccanismo perverso delle citazioni e auto-citazioni che diventano una garanzia per il successo, spesso commerciale, prima che scientifico, di alcuni prodotti, tecnologie e personalità afferenti al mondo scientifico. Le pubblicazioni relative a xylella (test di patogenicità, brevetti relativi a presunte piante, immuni, resistenti e tolleranti a patogeni vari) sono emblematiche di questa crisi della scienza e della ricerca sempre più esposta a interessi industriali, legati alle esigenze di carriera e affermazione bibliometrica di taluni scaltri ricercatori sollecitati dalla prospettiva degli affari.

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giovedì 3 aprile 2025

“Ho la sclerosi multipla, ma posso fare gli esami solo a pagamento”: la denuncia della giornalista Francesca Mannocchi

Ha la sclerosi multipla, ma è costretta a fare gli esami privatamente nel Lazio. Un’attesa di giorni per mettersi in contatto con il centralino regionale. E alla fine quando, il Recup ha risposto, l’appuntamento è stato possibile fissarlo solo in un’altra provincia, a mesi di distanza. È quanto accaduto alla giornalista e scrittrice Francesca Mannocchi che lo denuncia in un post sui social. “Ogni sei mesi devo fare la mia terapia di Ocrelizumab per la Sclerosi Multipla. E ogni sei mesi devo ripetere una lunga serie di analisi e la risonanza magnetica”, ha raccontato su Instagram.

“Chiamo il Cup della mia regione per avere un appuntamento, la cui spesa dovrebbe essere coperta dallo Stato. Per giorni il messaggio pre-registrato mi dice che le linee sono intasate e dunque suggerisce di richiamare in un altro momento. Oggi, finalmente, rispondono. La prima risonanza magnetica disponibile è a luglio 2025 a Frosinone, in un’altra provincia, a 90 chilometri da casa mia. Per le due strutture dove di solito faccio le risonanze non c’è proprio disponibilità e non si sa per quanto”, continua nel post la giornalista.

La risposta cambia chiamando invece la clinica dove fece “la prima risonanza”, chiedendo costi e disponibilità per fare gli esami privatamente: “Costa 680 euro e c’è posto dopodomani, mi hanno risposto con la cortesia che si riserva a chi paga. E quindi ho preso appuntamento. Perché ne ho bisogno, perché è urgente, perché ho la fortuna di potermelo permettere”, ha scritto ancora Mannocchi, ribadendo che è “così che si demoliscono le democrazie”, mettendo nero su bianco l’ Art. 32 della Costituzione Italiana: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

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lunedì 10 giugno 2024

I “migranti” sardi della salute, ventimila partenze all’anno

La maggior parte sono donne con problemi oncologici o cardiaci

Liste d’attesa che superano abbondantemente i 30 giorni previsti dai protocolli medici e nel luglio scorso, in un solo mese, 15 pazienti del Businco sono andate a fare l'intervento di tumore alla mammella a Milano.

Negli anni della pandemia oltre 15mila sardi sono partiti per curarsi, si stima che nel 2023 la quota salirà a 20mila.

Numeri sempre più in aumento: cinque anni fa l'11% delle donne sarde operate di cancro al seno sono andate fuori regione, nel 2022 la percentuale è salita al 19,1% (secondo le rilevazioni Agenas).

Secondo gli ultimi studi sulla mobilità passiva, in Italia la maggior parte dei migranti per la salute (il 63%) è rappresentata da donne che hanno in media 45 anni, partono principalmente dal Sud e dalle Isole, in particolare per problemi oncologici e cardiaci.

In base ai dati ufficiali forniti dalla Regione, dalla Asl di Cagliari sono volati nella Penisola 4.503 pazienti; da quella di Sassari 3.550; dalla Gallura 2.666; dal Nuorese 1.423; dalla Asl di Oristano 1.234; da quella del Sulcis 928; dal Medio Campidano 606; dall'Ogliastra 474.

Renato Pischedda, nuorese, ex operatore del 118, è il responsabile dell'associazione Svs-Viaggi per la salute, nata due anni fa, prima in Italia, per offrire un servizio «a tutti coloro che per motivi di salute devono andare in strutture sanitarie dentro e fuori dall'Isola, gestendo per conto del paziente tutti gli aspetti necessari a raggiungere la legittima speranza di guarire». Per dire, si aiuta chi deve compilare tutti i documenti necessari per avere il rimborso in base alla legge regionale 26 del 2011, si anticipano le spese a chi non è in grado di sostenerle, si cercano e si acquistano i biglietti aerei o navali, si accompagna chi non ha nessuno, si mette a disposizione il taxi sanitario. «Siamo una sorta di patronato per i migranti sanitari», prosegue Pischedda, «l'obiettivo è quello di aprire più sedi, la prossima, entro fine anno, sarà a Quartu, grazie alla collaborazione di Domu Mia, inoltre, abbiamo vinto una gara a Genova e ci hanno assegnato due locali, dove inaugureremo un centro servizi a 360 gradi per chi viaggia».

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giovedì 23 maggio 2024

Le sostanze anti-cancro di frutta e verdura

 






Dieta anti-cancro: il cibo incide per il 40% sui tumori, l'alcol su quelli al seno. Cosa non dobbiamo mangiare

Alessandra Longhi, oncologa dell'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna: "No a zuccheri, proteine animali e alcol, sì a vegetali"

 

Ormai è da anni che si sa. I tumori si nutrono di zuccheri e grassi animali, limitarne il consumo ci aiuta a prevenire il cancro. La dieta infatti incide su circa il 40% dei tumori e l'alimentazione in relazione al cancro è un argomento sempre più sentito, infatti oggi più del 50% dei pazienti, dopo la diagnosi di tumore, chiede cosa può fare per favorire la guarigione, specie in relazione alla dieta.

Il parere dell'esperta

Alessandra Longhi, oncologa dell'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna in occasione di un incontro su "Alimentazione e tumori", presso la Casa della cultura di Calderara di Reno, organizzato da "Incontri di scienza e di vita a Calderara". Centrale per la prevenzione del cancro, nonché anche per ridurre il rischio di recidive dopo un primo tumore, è mantenere un peso corporeo sano e fare esercizio. Per quanto riguarda la dieta è importante prediligere i cereali integrali, le verdure, la frutta, evitando i cibi ipercalorici, le bevande zuccherate, i cibi ricchi di sale, gli insaccati, le bevande alcoliche che incidono ad esempio sul tumore al seno.

Zuccheri e grassi

La dieta, inoltre, deve essere ricca di fibre e povera di grassi e proteine di origine animale, povera di zuccheri e cibi che aumentano la glicemia. Gli zuccheri, spiega Longhi, favoriscono la presenza di un fattore di crescita - il fattore insulino-simile, che stimola la crescita tumorale; inoltre i tumori consumano tantissimo zucchero, quindi una dieta ricca di zuccheri ne aiuta la crescita. Uno studio ha dimostrato che più la glicemia è bassa, minore è il rischio di cancro al seno. Anche il rischio di recidive è più alto per chi beve bibite zuccherate. Il diabete, quindi, è a sua volta un fattore di rischio per il cancro. Il fattore di crescita insulino-simile può essere ridotto mangiando meno, mentre la sua concentrazione aumenta nelle diete ricche di proteine di origine animale.

Latte sconsigliato

Il latte è sconsigliato nei pazienti oncologici. Non a caso il consumo di latte aumenta il rischio di tumore della prostata e dell'endometrio. Anche carni rosse ricche di grassi saturi sono collegate al rischio di cancro di prostata e seno, in quanto esercitano una azione pro-cancerogena. Infatti, sottolinea l'oncologa, vegani e vegetariani sono meno a rischio tumori. Il 40% dei tumori, inoltre, è in relazione all'obesità.

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venerdì 3 maggio 2024

Borotalco provoca il cancro, Johnson & Johnson pagherà 6,5 miliardi di dollari per chiudere le cause civili

L'azienda annuncia un grande piano di risoluzione. Più del 90% delle cause sono state intentate da donne che accusano il talco del colosso farmaceutico di contenere amianto e di provocare il cancro alle ovaie

Johnson & Johnson ha deciso di porre fine alle cause civili sul talco accusato di provocare il cancro: per risolvere le controversie il colosso americano è disposto a pagare circa 6,5 miliardi di dollari. La maggior parte dei reclami attuali – il 99,75% - sono stati intentati da donne che hanno contratto il mesotelioma, una forma di cancro ovarico collegato all'uso di prodotti contenenti talco.

J&J pagherà 6,5 miliardi

J&J ha accettato di pagare circa 6,475 miliardi di dollari in venticinque anni. Gli altri disturbi per i quali sono state intentate le cause riguardano il mesotelioma, soprannominato 'cancro da amianto', e vengono trattati separatamente. Il piano proposto dal colosso farmaceutico prevede un periodo di tre mesi durante il quale i ricorrenti saranno informati della sua esistenza. Sarà convalidato se il 75% lo accetterà. Il gruppo precisa che gli avvocati dei ricorrenti che hanno collaborato al suo sviluppo "lo appoggiano".

Le altre cause legali

Questo accordo è associato alla terza dichiarazione di fallimento di una sussidiaria di J&J, la LTL Management. La società ha precisato che le rimanenti cause legali in sospeso saranno gestite al di fuori di questo nuovo piano di risoluzione. J&J ha dichiarato di aver già risolto il 95% delle cause legali relative al mesotelioma.

Talco, amianto e cancro

Il talco è accusato di contenere amianto e di provocare il cancro alle ovaie. Cosa che l'azienda continua a smentire, anche se l'ha ritirato dal mercato nordamericano. Erik Haas, vicepresidente degli affari legali di J&J. ha denunciato in questo senso la "distorsione degli studi scientifici". Una sintesi degli studi pubblicati nel gennaio 2020 e riguardanti 250.000 donne negli Stati Uniti non ha trovato un legame statistico tra l'uso del talco sui genitali e il rischio di cancro alle ovaie

Interrotta la produzione dal 2023

Dal 2023 Johnson & Johnson ha deciso di interrompere la produzione del suo talco per bambini. In seguito alle numerose aazioni legali che hanno  accusato il prodotto di causare il cancro per la presenza di amianto, il colosso americano della farmaceutica e dei prodotti per la cura personale ha optato per promuovere una polvere a base di amido di mais, già lanciato sui mercati americano e canadese. "Continuiamo a valutare e ottimizzare il nostro portafoglio per essere meglio posizionati per la crescita di lungo termine, Questa transizione aiuterà a semplificare la nostra offerta di prodotti", ha affermato la società ribadendo di continuare a ritenere il suo tradizionale borotalco sicuro.

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giovedì 25 aprile 2024

Ecco come proteggere la salute dalle microplastiche

 

Non passa giorno senza che venga pubblicato uno studio scientifico sui danni che le microplastiche provocano a diversi organi e tessuti, oltre che all’ambiente

“In un’epoca in cui la coscienza ambientale e i temi di One Health sono al centro del dibattito globale quello delle microplastiche resta un problema ancora largamente sottovalutato e misconosciuto, anche se profondamente impattante – Queste minuscole particelle di plastica (le microplastiche hanno un diametro inferiore a 5 mm e le nanoplastiche inferiore a 1 micron), in genere invisibili a occhio nudo, hanno invaso ogni angolo del nostro pianeta, comprese le acque di fiumi e oceani e rappresentano una minaccia significativa per la salute dell’uomo, degli animali e di tutto l’ambiente. È dunque urgente mettere in campo azioni di consapevolezza e prevenzione”. Le microplastiche sono particolarmente insidiose anche per la loro capacità di accumulare sostanze tossiche come pesticidi, metalli pesanti e altri inquinanti. Queste tossine inquinano l’ambiente e trovano la loro strada nella catena alimentare, venendo in questo modo a rappresentare una minaccia diretta per la salute. Studi recenti hanno confermato l’allarmante grado di contaminazione da microplastiche del cibo e dell’acqua che consumiamo ogni giorno. L’ingestione di microplastiche provoca danni a tutti gli organi e apparati, determinando disturbi gastrointestinali e del microbiota, problemi riproduttivi, effetti cancerogeni, problemi neurologici (è dimostrato che compromettono l’integrità della barriera emato-encefalica) e cardio-vascolari. Microplastiche sono state isolate persino nei vasi, all’interno delle placche di aterosclerosi e possono aumentare il rischio di infarti e di ictus. Presenti anche nell’aria che respiriamo, possono essere inalate e arrivare profondamente nei polmoni, causando problemi respiratori e aggravando condizioni come asma e bronchite. Dovremmo cercare di adottare una serie di azioni individuali volte a limitare l’esposizione alle microplastiche, anche se è chiaro che servirebbero iniziative politiche di ampio respiro, coordinate a livello internazionale. Le azioni auspicate dalla comunità scientifica internazionale vanno da regolamentazioni rigorose per limitare la produzione e l’uso di plastica monouso, a investimenti in tecnologie avanzate di filtrazione per rimuovere le microplastiche dalle acque reflue, alla promozione di pratiche sostenibili di gestione dei rifiuti. “La consapevolezza del pubblico e l’educazione giocano un ruolo cruciale nel combattere l’inquinamento da microplastica. Migliorando la cultura di tutela ambientale e la consapevolezza dei rischi, si possono prendere decisioni informate mirate a ridurre il contributo delle singole persone all’inquinamento da plastica, adottando una serie di azioni volte a mitigare l’impatto delle microplastiche sulla loro stessa salute. Mancare l’appuntamento con azioni di prevenzione e mitigazione del rischio afferma il professor Sesti – potrebbe avere conseguenze terribili per le generazioni presenti e per quelle future”. 

un decalogo UN Le raccomandazioniLe raccomandazioni della SIMI per proteggerci dalle microplastiche

Ecco dieci azioni pratiche, proposte dagli esperti della Società Italiana di Medicina Interna, che tutti possono adottare per proteggere sé stessi e l’ambiente dalle microplastiche, facendo guadagnare in salute chi vive oggi e le generazioni future.

1.       

o    Riduci il consumo di plastica monouso e optare per alternative riutilizzabili come bottiglie/borracce termiche in acciaio inossidabile, contenitori di vetro, borse della spesa (shopping) in tessuto.

o    Scegliere per l’abbigliamento le fibre naturali. Nella scelta dei vestiti e dei tessuti, preferire sempre quelli in fibre naturali come cotone, lana, viscosa e canapa, rispetto a materiali sintetici come poliestere, poliammide, polipropilene e nylon (molto diffusi soprattutto nella fast fashion perché economici), che rilasciano microplastiche durante la produzione e il lavaggio.

o    Installa filtri contro le microplastiche nelle lavatrici per catturare le microplastiche rilasciate dai tessuti durante i cicli di lavaggio, impedendo loro di entrare nel sistema idrico; così si rispetta di più l’ambiente ad ogni lavaggio.

o    Evita prodotti cosmetici contenenti microplastiche. I microgranuli in polietilene (presenti in esfolianti, dentifrici, creme da barba e scrub a risciacquo) sono vietati dal 2020, ma i cosmetici possono contenere altri polimeri insolubili. Controlla dunque sempre l’elenco degli ingredienti in etichetta per assicurarti che non contengano PE (polietilene), PMMA (polimetil metacrilato), PET (polietilene tereftalato) e PP (polipropilene).

o    Consuma acqua filtrata. Investi in un sistema di filtrazione dell’acqua di alta qualità per rimuovere le microplastiche e altri contaminanti dall’acqua di rubinetto, o scegli acqua minerale e bibite in bottiglia di vetro. Evita invece quelle in bottiglie di plastica.

o    Previeni la contaminazione dei cibi con la plastica. Riduci al minimo l’acquisto di cibi confezionati in imballaggi e contenitori di plastica, optando per alternative in vetro, acciaio inossidabile, silicone o sacchetti di carta per ridurre il rischio di ingerire microplastiche. Anche in frigorifero, ridurre o eliminare l’uso di contenitori di plastica e pellicole.

o    Mangia alimenti freschi e integrali. Scegli alimenti freschi e integrali anzichè prodotti processati e confezionati; questi ultimi, oltre ad esser meno salutari, potrebbero contenere livelli più alti di contaminazione da microplastica (per imballaggi di plastica e modalità di lavorazione).

o    Sostieni pratiche di pesca sostenibili. Acquistando prodotti ittici provenienti da fonti sostenibili, riducendo la probabilità di consumare pesce e frutti di mare contaminati da microplastiche.

o    Smaltisci correttamente i rifiuti. Pratica lo smaltimento responsabile dei rifiuti, separando la plastica quando possibile e gettandola nei bidoni designati; è un altro modo per evitare che la plastica inquini l’ambiente e contamini cibo e acqua.

o    Sii ‘ambasciatore’ del cambiamento, dando il buon esempio e sensibilizzando familiari, amici e colleghi di lavoro sugli effetti dannosi delle microplastiche per la salute dell’uomo e dell’ambiente.

Ecco come le microplastiche danneggiano la nostra salute

L’inquinamento da plastica è una delle sfide ambientali e sanitarie più urgenti e impattanti del nostro tempo. La presenza pervasiva della plastica minaccia l’integrità dei nostri ecosistemi e la salute delle generazioni attuali e future. L’impatto delle microplastiche sulla salute umana è molteplice e richiede immediata attenzione. Queste sono alcune delle principali conseguenze per la salute, associate alle microplastiche, a seconda della via di penetrazione nell’organismo.

1.       

o    Ingestione: le microplastiche possono essere ingerite attraverso cibi e fonti d’acqua contaminate. Una volta ingerite si possono accumulare nel tratto gastrointestinale, dove e causare irritazione, infiammazione e disturbi gastrointestinali.

o    Disfunzione del microbiota intestinale: le microplastiche ingerite, giunte nel tratto gastrointestinale possono alterare l’equilibrio del microbiota intestinale, essenziale per mantenere la salute digestiva e del sistema immunitario, contribuendo a causare malattie infiammatorie intestinali, obesità e disturbi metabolici.

o    Effetti sull’apparato respiratorio: le microplastiche in sospensione nell’aria, possono essere inalate e causare dunque irritazione delle vie respiratorie e infiammazione, portando ad un peggioramento di condizioni come l’asma e la bronchite. L’esposizione cronica alle microplastiche nell’aria può anche compromettere la funzionalità respiratoria e aumentare la suscettibilità alle infezioni.

o    Assorbimento di sostanze chimiche tossiche: le microplastiche possono assorbire e concentrare sostanze chimiche tossiche come pesticidi, metalli pesanti e inquinanti organici persistenti (POP) presenti nell’ambiente. Queste tossine assorbite con le microplastiche una volta ingerite possono comportare un rischio di tossicità sistemica e provocare effetti a lungo termine sulla salute.

o    Effetti sul sistema immunitario: l’esposizione alle microplastiche e alle sostanze chimiche tossiche associate può compromettere la funzione del sistema immunitario, portando ad una maggior suscettibilità alle infezioni, alle allergie e alle malattie autoimmuni.

o    Effetti neurologici: recenti ricerche suggeriscono che le microplastiche possano attraversare la barriera emato-encefalica e andare ad accumularsi nei tessuti cerebrali, dove potrebbero causare effetti neurotossici. L’esposizione prolungata alle sostanze neurotossiche rilasciate dalle microplastiche potrebbe dunque contribuire allo sviluppo di patologie neuro-degenerative quali la malattia di Alzheimer e di Parkinson e contribuire al decadimento cognitivo.

o    Effetti sull’apparato cardiovascolare: un recente studio pubblicato su The New England Journal of Medicine, a firma di ricercatori italiani, ha dimostrato la presenza di microplastiche e nanoplastiche all’interno delle placche aterosclerotiche di alcuni pazienti. I soggetti con queste caratteristiche presentavano un rischio maggiorato del 450% di incorrere in un infarto, ictus o mortalità per tutte le cause, nell’arco dei successivi 2-3 anni, rispetto alle persone che non presentano microplastiche nelle placche.

o    Interferenza endocrina (endocrine disruption): alcune sostanze chimiche presenti nelle microplastiche, come ftalati e bisfenolo A (BPA), sono degli interferenti endocrini, possono cioè interferire con i sistemi ormonali nel corpo. L’esposizione prolungata a queste sostanze può contribuire a problemi dell’apparato riproduttivo, disturbi dello sviluppo e squilibri ormonali.

o    Genotossicità: le microplastiche in esperimenti di laboratorio hanno prodotto effetti genotossici, cioè danni al DNA e mutazioni. La genotossicità può aumentare il rischio di cancro e comportare altre gravi conseguenze per la salute.

https://smips.org/2024/04/22/ecco-come-proteggere-la-salute-dalle-microplastiche/