Crollano le certezze per il comparto agricolo e per il mondo rurale a venticinque anni dalla pubblicazione scientifica che ha governato l’agricoltura del nuovo millennio, rassicurando che l’erbicida della Monsanto, colosso della chimica agricola, fosse innocuo per i terreni e per la salute umana e animale. Si scopre infatti che le pubblicazioni scientifiche che attestavano la bontà del più diffuso pesticida a livello mondiale erano tutte falsificate e sostenute da immensi finanziamenti allo scopo di produrre montagne di utili che avrebbero consentito alla Bayer-Monsanto di diventare un colosso globale in grado di condizionare le sorti dell’agricoltura in tutto il pianeta e rendere il mondo rurale schiavo del sistema agroindustriale con tutte le conseguenze catastrofiche che ne sono conseguite per la salute umana e dei suoli.
“Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio
del roundup di erbicidi e del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri
umani”, è il titolo dello studio, uscito nell’anno 2000 sulla rivista Regulatory
Toxicology and Pharmacology, che attestava che il glifosato,
commercializzato dalla Monsanto con il nome di Roundup,
non era dannoso. Gli autori concludevano che l’erbicida non rappresentava alcun
rischio per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali
effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino. Questa pubblicazione è
stata considerata negli anni una pietra miliare nella valutazione della
sicurezza del glifosato, citata a livello globale in oltre
ottocento pubblicazioni accademiche e anche da autorità come l’Agenzia per la
protezione ambientale. Il fatto è che il caporedattore della
rivista scientifica ha di recente ritirato l’articolo a causa di
“gravi preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità
degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla
cancerogenicità presentati”, mettendo in evidenza come “i dipendenti
della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura
dell’articolo”. Lo studio sembra essere stato prodotto o quanto meno orientato
dai ricercatori dipendenti della Monsanto e anche la peer
review viziata da questa pratica in conflitto con la ricerca
indipendente. A detta del caporedattore, gli autori potrebbero aver ricevuto un
risarcimento finanziario da Monsanto per il loro lavoro su
questo articolo: “Il potenziale compenso finanziario solleva significative
preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente obiettività accademica
degli autori in questa pubblicazione”.
Lo dice la scienza che il glifosato è un prodotto
“biologico”, una panacea contro le “erbacce”: questa era la versione che aveva
preso piede sin da quando il glifosato è stato imposto nelle pratiche agricole
quotidiane in tutto il mondo. Se per l’agricoltura industriale il principio
fondamentale è l’utile sempre e comunque, allora il glifosato è
l’ideale per liberarsi delle erbe “infestanti” perché sbrigativo, efficace e
bisognoso di poca manodopera, giusto il trattorista per le irrorazioni.
In Puglia, addirittura, tra la fine degli anni Novanta e il 2010 il
glifosato della Monsanto, in base a questo dogma riduzionista, è
stato diffuso in lungo e in largo per le campagne, con l’accordo e il sostegno
delle istituzioni politiche a ogni livello. Nello specifico, il Salento è
stato ambiente privilegiato per la sperimentazione massiva di Roundup Gold e
Platinum, che non ha risparmiato nessun areale. La tecnologia testata rientra nel programma
GIPP (Gestione Infestanti Piante Perenni) della Monsanto iniziato
nel 2011 e proseguito fino alla primavera 2013, finalizzato al controllo delle
erbe infestanti negli oliveti, attraverso l’utilizzo dell’erbicida contenente
glifosato. Il progetto ha avuto il sostegno delle autorità scientifiche
regionali e il totale consenso degli amministratori.
Il fatto che molti organismi vegetali, dequalificati
come infestanti e invece dotati di qualità microbiologiche e nutrizionali di
altissimo pregio, siano stati distrutti dal glifosato, tanto da averne azzerato
le specie e la biodiversità, avrebbe dovuto mettere in allarme non solo gli
agricoltori ma anche gli amministratori di ogni ordine e grado, teoricamente
dotati di un livello di istruzione superiore rispetto al mondo rurale, da
sempre definito come ignorante e attardato. Sebbene Bayer, che ha acquisito
il Roundup nel 2018, continua a sostenere che la sostanza chimica è
sicura se utilizzata secondo le istruzioni, anni dopo ci accorgiamo che il
mondo rurale è tra le prime vittime per livello delle insorgenze tumorali in
tutto il mondo e il Salento è la prima regione in Europa per
insorgenze tumorali nelle vie urinarie e respiratorie. E pensare che tecnici e
scienziati assoldati dalla regione Puglia hanno sposato la causa della
innocuità del glifosato, sostenendo in incontri pubblici, con sicumera e
arroganza, che “il glifosato si può bere”. Per anni abbiamo dovuto subire una
sorta di colonizzazione del pensiero scientifico secondo il quale “se lo dice
la scienza allora è vero” e di fronte alla verità scientifica, resa sempre più
una sorta di dogma inoppugnabile, bisogna arrendersi.
Di fatto, l’overdose pluridecennale di glifosato ha
reso le piante più vulnerabili ai patogeni e ha devastato la fertilità dei
suoli del Salento già sottoposta alla pressione della
desertificazione associata alle cattive pratiche agricole. In letteratura
scientifica, la povertà dei suoli trattati con prodotti chimici e, dunque, la
maggiore vulnerabilità delle piante alle malattie, è conosciuta da tempo. Per
quanto riguarda il glifosato, sono stati osservati molti problemi: una
riduzione significativa di macro e micro nutrienti riscontrata nei tessuti
delle foglie e nei parametri fotosintetici, la sua interazione con la
disponibilità dei nutrienti della pianta (necessari per conservare la salute
della pianta), lo sviluppo di malattie e patogeni delle piante nei raccolti.
Guarda caso, nel Salento, terra di ulivi
secolari e monumentali, dal 2013 si comincia a parlare di un batterio colpevole del disseccamento
degli ulivi, la xylella fastidiosa. Come abbiamo scritto, l’affare xylella ha fatto leva sulla
normalizzazione di uno stato di emergenza per imporre misure arbitrarie non
motivate dalla realtà dei fatti e non fondate su evidenze scientifiche. Il
risultato: oltre quindicimila alberi abbattuti, il paesaggio devastato,
l’agricoltura contadina distrutta, l’imposizione di nuove varietà brevettate
che producono olio di bassa qualità e rendono elitario l’olio buono. Infatti,
per eradicare l’infezione, vengono disposte drastiche misure di emergenza che
prevedono l’estirpazione delle piante positive al batterio. La Commissione
Agricoltura della Camera dei Deputati rilevava l’avventatezza nel decretare
l’emergenza mentre “ancora non è certa la natura e l’entità del fenomeno e il
livello di diffusione” e impegnava il governo ad adottare iniziative che
permettessero “l’accertamento della patogenicità di xylella fastidiosa prima di
dare seguito a interventi radicali senza cognizione di causa”, nonché “di
scongiurare la eradicazione totale di un’area vastissima”
e “allargare il campo di indagine della malattia di disseccamento
degli ulivi anche all’eventuale correlazione con l’utilizzo massiccio di
glifosato”.
In effetti, osservando la zona focolaio, si era
accertato come i disseccamenti fossero a macchia di leopardo con maggiore
presenza di sintomi nei terreni che utilizzano in modo massiccio i disseccanti,
in particolare il Roundup della Monsanto, rispetto agli uliveti a conduzione
biologica. Come mostra Margherita Ciervo, se si considera la relazione tra distribuzione degli erbicidi e
superficie agricola utilizzata (SAU), si osserva un’anomalia nella provincia
di Lecce, dove sono stati osservati i primi fenomeni di
disseccamento degli olivi; la distribuzione degli erbicidi sulla SAU, dal 2003
al 2010, è fino a due volte più alta che nella provincia di Bari, e
fino a quattro volte superiore rispetto alla provincia di Foggia.
Cosa ci dice questo accadimento per niente nuovo, che
cala ombre sulla qualità della ricerca scientifica e le sue ricadute pubbliche?
Che scienza e scienziati, lungi dall’essere immuni da passioni, conflitti e
interessi di vario genere, sono a tutti gli effetti sottoposti a pressioni
talvolta addirittura maggiori rispetto a quelle della politica, e il ruolo e la
posizione sociale che ricoprono può essere più determinante rispetto, come in
questo caso, a problematiche che coinvolgono la salute delle persone e
dell’ambiente; che la peer review può essere aggirata e
inficiata in diversi modi e da diversi fattori, per esempio dal meccanismo
perverso delle citazioni e auto-citazioni che diventano una garanzia per il
successo, spesso commerciale, prima che scientifico, di alcuni prodotti,
tecnologie e personalità afferenti al mondo scientifico. Le pubblicazioni
relative a xylella (test di patogenicità, brevetti relativi a presunte piante,
immuni, resistenti e tolleranti a patogeni vari) sono emblematiche di questa
crisi della scienza e della ricerca sempre più esposta a interessi industriali,
legati alle esigenze di carriera e affermazione bibliometrica di taluni scaltri
ricercatori sollecitati dalla prospettiva degli affari.
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