Il 2025 si chiude in termini drammatici per la Sardegna. Una serie di partite, alcune di portata strategica, si avviano a conclusione decretando la sottomissione di interessi generali e strutturali a logiche accaparratorie di stampo coloniale. Altre si avvitano su se stesse reiterando dinamiche di subalternità mai così dolorose.
Pochi esempi
basteranno per dar conto di una situazione grave e apparentemente senza
soluzione.
La questione
dell’aggressione speculativa in materia di produzione energetica non solo non
ha trovato sbocchi positivi ma si è anzi ulteriormente approfondita. Il decreto-legge n. 175 di poche settimane fa e
la sentenza della Corte Costituzionale sulla L.R. 20/2025 (aree idonee)
espongono l’isola alle mire estrattive del governo centrale e dei vari soggetti
privati coinvolti nell’operazione. Le oltre 700 domande di realizzazione di
impianti industriali di produzione da FER si sommano ai progetti di stoccaggio
energetico (leggi, distese di batterie) che minacciano di occupare in modo
irrimediabile migliaia di ettari spesso a vocazione agricola o di rilevanza
storico-archeologica e/o paesaggistica.
Di pari
passo, procedono i lavori del Tyrrhenian Link e degli altri collegamenti tra
l’isola e il continente. A dispetto dei tentativi di edulcorare la questione o
di negare del tutto il problema, appare evidente, a chiunque non abbia
interesse a mentire o a chi non preferisca vivere nella finzione, che non c’è
nulla, in tutto questo gigantesco piano, che sia rivolto a portare vantaggio
alla popolazione sarda, nemmeno accessoriamente.
La politica
tace e acconsente, simulando a volte una blanda contrarietà, almeno per le
operazioni più scandalose, ma lavorando in realtà per favorire la realizzazione
del piano governativo. Sarà una coincidenza il progetto di un gigantesco data center dalle parti di Milano, che
avrà bisogno di un’enorme quantità di energia? Quando i vertici TERNA e gli
esponenti del governo Meloni parlavano della necessità di produrre energia in
Sardegna a vantaggio delle aree più produttive del Paese (l’Italia
settentrionale) avranno avuto in mente anche questo? Domande oziose e sospetti
infondati, sicuramente.
Altra
partita: il trasferimento di tutti i reclusi italiani in regime di art.
41bis nelle carceri sarde. Il fatto è talmente serio che persino dal
Palazzo e dalle amministrazioni locali – troppo spesso silenti e/o complici –
si è levata qualche voce critica. Gli esponenti sardi della minoranza in
Consiglio regionale, vincolati alla loro fedeltà alla destra italiana al
governo a Roma, minimizzano o addirittura respingono le proteste come
ingiustificate. È notorio e certificato come in realtà un’operazione del genere
porterà automaticamente un trapianto in Sardegna dei clan che ruotano intorno
alla detenzione dei capi delle organizzazioni criminali detenuti, con tutte le
conseguenze immaginabili.
Non c’è
alcuna ragione sensata a sostegno di tale operazione governativa, al di fuori
della solita visione coloniale della Sardegna, per cui l’isola per l’Italia è
da sempre una “zona di sacrificio”. Spostare tutti i più pericolosi criminali
in un territorio a sé stante, col mare a separarlo dal “resto della penisola”,
a Roma sembra una soluzione tanto geniale quanto pienamente giustificata. Che a
qualcuno, nella negletta “isoletta africana”, non stia bene non conta nulla. La
già esigua forza elettorale della cittadinanza sarda, a livello statale, è
ulteriormente debilitata dalla pochezza della nostra classe
politica, sia quella che staziona nelle istituzioni isolane, sia
quella accomodatasi a Roma.
E veniamo al
tema dei trasporti, che, come al solito, esplode nei periodi di
grandi spostamenti vacanzieri. In attesa che si chiuda la procedura del nuovo
bando per la continuità territoriale aerea, si manifestano i disagi per chi
deve lasciare l’isola o farvi ritorno, non necessariamente per ragioni di
svago. Purtroppo, non c’è niente di nuovo: è come se la politica sarda
lavorasse costantemente a vantaggio di chiunque, fuorché della
popolazione che amministra. I diversivi e le distorsioni del discorso pubblico
su questo problema servono solo a continuare a non risolverlo. Eppure
basterebbe mutare radicalmente la logica degli interventi in materia, per
trovare una soluzione più consona alle reali necessità dell’isola, ossia
partire da queste e pianificare di conseguenza. Ma, si sa, i bisogni basilari
della popolazione sarda non sono mai in cima alle priorità di chi governa la
Sardegna e tanto meno di chi governa l’Italia. Con la differenza che in questo
secondo caso la noncuranza è comprensibile (benché non giustificabile, in un
ordinamento che pretenda di essere democratico).
Al tema
trasporti è inevitabilmente legata la questione della privatizzazione dell’aeroporto di Cagliari-Elmas.
Le mire della società F2i, già proprietaria degli aeroporti di
Alghero e di Olbia, sullo scalo sono note da tempo. I legami di questa
compagine con settori della politica sarda e con la proprietà del giornale La
Nuova Sardegna sono noti (senza dimenticare gli interessi conclamati nel campo
della produzione energetica). A ciò si aggiunge la rapacità della grande
finanza internazionale (stiamo parlando niente meno che del fondo di
investimento Black Rock). Insomma, una questione in cui la classe politica
sarda dovrebbe agire in nome e per conto della collettività che rappresenta, senza
tentennamenti e con una visione strategica chiara. Invece anche in questo caso
siamo lasciati in balia del destino. Chi ci guadagna? È lecito chiederselo.
Così come è
lecito porsi delle domande sull’acquiescenza ingiustificabile
della Giunta Todde riguardo il richiesto ampliamento della
fabbrica di armi della RWM a Domusnovas. La postura della politica
sarda, anche in questo caso, è quella consueta da podataria, da rappresentante
e garante di interessi e obiettivi estranei all’isola, quasi sempre ostili. Il
tema ha diversi risvolti, sia etici, sia sociali, sia internazionali, in un
periodo in cui il mondo si avvita in una spirale conflittuale mai vista da
decenni e l’Europa sembra collassare su se stessa sotto le spinte delle destre
oscurantiste, nazionaliste e spesso dichiaratamente fasciste e l’ottusità
affaristica delle sue élite.
Se a quanto
precede si aggiungono i problemi stratificati e incancreniti del nostro
comparto agricolo e zootecnico (pensiamo al nuovo disciplinare
del pecorino romano, che penalizza la produzione sarda, tanto per dirne una),
della sanità, della scuola, dei trasporti interni, dello spopolamento, del
disagio sociale si compone un quadro a dir poco allarmante.
Nonostante
tutto, la Giunta Todde e i suoi sostenitori hanno comunque trovato il tempo per
inscenare una invero grottesca campagna di auto-gratificazione per aver “risolto la vertenza entrate”. Sarà almeno
la quarta volta, in vent’anni, che la vertenza entrate viene dichiarata
risolta. Esiti concreti: blande concessioni da parte del governo italiano e
qualche spicciolo promesso (da versare in comode rate). Davvero è questo il
meglio che dobbiamo aspettarci? Non sarà il caso, per chi ha votato in buona
fede e senza secondi fini questa compagine, di farsi qualche domanda e trarre
le debite conclusioni? Ma con le maggioranze e le giunte precedenti non è che
il discorso cambi in meglio.
Non meno
imbarazzante la rievocazione, alquanto improvvisata e decisamente fuori
contesto, del Congresso del Popolo sardo tenutosi nel maggio
del 1950 con la presidenza di Emilio Lussu. Allora si trattava di porre le basi
per attuare il famoso articolo 13 dello Statuto di autonomia, quello in cui si
parla di Rinascita. La propensione di quel momento storico era molto
propositiva. Si trattava di riempire l’autonomia appena ottenuta di contenuti
concreti, strategici, emancipativi. Come si sa, le conclusioni del Congresso
vennero radicalmente disattese dal governo italiano, che puntò sull’industria petrolchimica,
da impiantare appunto nella sua confortevole “zona di sacrificio” oltremarina.
Il parterre di questa celebrazione non lasciava sperare in contenuti
particolarmente avanzati, e così è stato. Vacua
retorica più o meno autonomista, ma un sostanziale disinnesco di qualsiasi
elemento conflittuale e di rottura con lo Stato italiano. La rimozione del
nucleo incandescente della questione sarda – l’inevitabile contrasto tra gli
interessi e i bisogni generali e strutturali dell’isola e quelli dell’Italia –
è sempre in cima alle priorità del nostro ceto politico, custode interessato
dello status quo coloniale.
In definitiva,
a fronte della mole dei problemi che incombono sull’isola non c’è al momento
alcuno strumento disponibile non dico per risolverne qualcuno, ma nemmeno per
affrontarli. È difficile
trovare nel nostro passato più o meno recente un’altra fase storica in cui
siamo stati così deboli davanti alle sfide del momento. Di questo però né la
classe politica né lo stuolo dei suoi intellettuali organici (più o meno
palesi) sembra darsi pensiero. Il dibattito pubblico è penoso, l’ignoranza è
diffusa a tutti i livelli. Siamo esposti come mai prima a narrazioni tossiche e
a mitologie tecnicizzate rivolte a perpetuare la nostra subalternità e a
renderla definitiva. Antoni Simon Mossa parlava ai suoi tempi di genocidio
culturale, termine ripreso di recente da Cristiano Sabino. Le polemiche
suscitate non hanno affatto dato alcuna risposta all’allarme che si intendeva
lanciare, ma sono state utili per spostare il focus dalla questione in sé,
comunque la si voglia chiamare, alla solita disputa lessicale e semantica, con toni
polemici e scomuniche varie, a cui troppo spesso si riducono le discussioni
importanti sui social (e non solo). Intanto però la situazione rimane grave e
in via di peggioramento. Niente lascia pensare che il 2026 porterà novità
significative, se non nel senso di confermare la tendenza distruttiva che ci
sta conducendo verso un disastro difficilmente rimediabile. Le persone che
abbiano conservato un minimo di coscienza civica e di sensibilità democratica
dovrebbero fare uno sforzo per superare pregiudizi, posture di comodo e
timidezze politiche per portare qualche contributo costruttivo, prima che sia
davvero troppo tardi.
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