martedì 6 gennaio 2026

Sardegna sotto attacco, senza difese - Omar Onnis

Il 2025 si chiude in termini drammatici per la Sardegna. Una serie di partite, alcune di portata strategica, si avviano a conclusione decretando la sottomissione di interessi generali e strutturali a logiche accaparratorie di stampo coloniale. Altre si avvitano su se stesse reiterando dinamiche di subalternità mai così dolorose.

Pochi esempi basteranno per dar conto di una situazione grave e apparentemente senza soluzione. 

La questione dell’aggressione speculativa in materia di produzione energetica non solo non ha trovato sbocchi positivi ma si è anzi ulteriormente approfondita. Il decreto-legge n. 175 di poche settimane fa e la sentenza della Corte Costituzionale sulla L.R. 20/2025 (aree idonee) espongono l’isola alle mire estrattive del governo centrale e dei vari soggetti privati coinvolti nell’operazione. Le oltre 700 domande di realizzazione di impianti industriali di produzione da FER si sommano ai progetti di stoccaggio energetico (leggi, distese di batterie) che minacciano di occupare in modo irrimediabile migliaia di ettari spesso a vocazione agricola o di rilevanza storico-archeologica e/o paesaggistica.

Di pari passo, procedono i lavori del Tyrrhenian Link e degli altri collegamenti tra l’isola e il continente. A dispetto dei tentativi di edulcorare la questione o di negare del tutto il problema, appare evidente, a chiunque non abbia interesse a mentire o a chi non preferisca vivere nella finzione, che non c’è nulla, in tutto questo gigantesco piano, che sia rivolto a portare vantaggio alla popolazione sarda, nemmeno accessoriamente.

La politica tace e acconsente, simulando a volte una blanda contrarietà, almeno per le operazioni più scandalose, ma lavorando in realtà per favorire la realizzazione del piano governativo. Sarà una coincidenza il progetto di un gigantesco data center dalle parti di Milano, che avrà bisogno di un’enorme quantità di energia? Quando i vertici TERNA e gli esponenti del governo Meloni parlavano della necessità di produrre energia in Sardegna a vantaggio delle aree più produttive del Paese (l’Italia settentrionale) avranno avuto in mente anche questo? Domande oziose e sospetti infondati, sicuramente.

Altra partita: il trasferimento di tutti i reclusi italiani in regime di art. 41bis nelle carceri sarde. Il fatto è talmente serio che persino dal Palazzo e dalle amministrazioni locali – troppo spesso silenti e/o complici – si è levata qualche voce critica. Gli esponenti sardi della minoranza in Consiglio regionale, vincolati alla loro fedeltà alla destra italiana al governo a Roma, minimizzano o addirittura respingono le proteste come ingiustificate. È notorio e certificato come in realtà un’operazione del genere porterà automaticamente un trapianto in Sardegna dei clan che ruotano intorno alla detenzione dei capi delle organizzazioni criminali detenuti, con tutte le conseguenze immaginabili.

Non c’è alcuna ragione sensata a sostegno di tale operazione governativa, al di fuori della solita visione coloniale della Sardegna, per cui l’isola per l’Italia è da sempre una “zona di sacrificio”. Spostare tutti i più pericolosi criminali in un territorio a sé stante, col mare a separarlo dal “resto della penisola”, a Roma sembra una soluzione tanto geniale quanto pienamente giustificata. Che a qualcuno, nella negletta “isoletta africana”, non stia bene non conta nulla. La già esigua forza elettorale della cittadinanza sarda, a livello statale, è ulteriormente debilitata dalla pochezza della nostra classe politica, sia quella che staziona nelle istituzioni isolane, sia quella accomodatasi a Roma.

E veniamo al tema dei trasporti, che, come al solito, esplode nei periodi di grandi spostamenti vacanzieri. In attesa che si chiuda la procedura del nuovo bando per la continuità territoriale aerea, si manifestano i disagi per chi deve lasciare l’isola o farvi ritorno, non necessariamente per ragioni di svago. Purtroppo, non c’è niente di nuovo: è come se la politica sarda lavorasse costantemente  a vantaggio di chiunque, fuorché della popolazione che amministra. I diversivi e le distorsioni del discorso pubblico su questo problema servono solo a continuare a non risolverlo. Eppure basterebbe mutare radicalmente la logica degli interventi in materia, per trovare una soluzione più consona alle reali necessità dell’isola, ossia partire da queste e pianificare di conseguenza. Ma, si sa, i bisogni basilari della popolazione sarda non sono mai in cima alle priorità di chi governa la Sardegna e tanto meno di chi governa l’Italia. Con la differenza che in questo secondo caso la noncuranza è comprensibile (benché non giustificabile, in un ordinamento che pretenda di essere democratico).

Al tema trasporti è inevitabilmente legata la questione della privatizzazione dell’aeroporto di Cagliari-Elmas. Le mire della società F2i, già proprietaria degli aeroporti di Alghero e di Olbia, sullo scalo sono note da tempo. I legami di questa compagine con settori della politica sarda e con la proprietà del giornale La Nuova Sardegna sono noti (senza dimenticare gli interessi conclamati nel campo della produzione energetica). A ciò si aggiunge la rapacità della grande finanza internazionale (stiamo parlando niente meno che del fondo di investimento Black Rock). Insomma, una questione in cui la classe politica sarda dovrebbe agire in nome e per conto della collettività che rappresenta, senza tentennamenti e con una visione strategica chiara. Invece anche in questo caso siamo lasciati in balia del destino. Chi ci guadagna? È lecito chiederselo.

Così come è lecito porsi delle domande sull’acquiescenza ingiustificabile della Giunta Todde riguardo il richiesto ampliamento della fabbrica di armi della RWM a Domusnovas. La postura della politica sarda, anche in questo caso, è quella consueta da podataria, da rappresentante e garante di interessi e obiettivi estranei all’isola, quasi sempre ostili. Il tema ha diversi risvolti, sia etici, sia sociali, sia internazionali, in un periodo in cui il mondo si avvita in una spirale conflittuale mai vista da decenni e l’Europa sembra collassare su se stessa sotto le spinte delle destre oscurantiste, nazionaliste e spesso dichiaratamente fasciste e l’ottusità affaristica delle sue élite.

Se a quanto precede si aggiungono i problemi stratificati e incancreniti del nostro comparto agricolo e zootecnico (pensiamo al nuovo disciplinare del pecorino romano, che penalizza la produzione sarda, tanto per dirne una), della sanità, della scuola, dei trasporti interni, dello spopolamento, del disagio sociale si compone un quadro a dir poco allarmante.

Nonostante tutto, la Giunta Todde e i suoi sostenitori hanno comunque trovato il tempo per inscenare una invero grottesca campagna di auto-gratificazione per aver “risolto la vertenza entrate”. Sarà almeno la quarta volta, in vent’anni, che la vertenza entrate viene dichiarata risolta. Esiti concreti: blande concessioni da parte del governo italiano e qualche spicciolo promesso (da versare in comode rate). Davvero è questo il meglio che dobbiamo aspettarci? Non sarà il caso, per chi ha votato in buona fede e senza secondi fini questa compagine, di farsi qualche domanda e trarre le debite conclusioni? Ma con le maggioranze e le giunte precedenti non è che il discorso cambi in meglio.

Non meno imbarazzante la rievocazione, alquanto improvvisata e decisamente fuori contesto, del Congresso del Popolo sardo tenutosi nel maggio del 1950 con la presidenza di Emilio Lussu. Allora si trattava di porre le basi per attuare il famoso articolo 13 dello Statuto di autonomia, quello in cui si parla di Rinascita. La propensione di quel momento storico era molto propositiva. Si trattava di riempire l’autonomia appena ottenuta di contenuti concreti, strategici, emancipativi. Come si sa, le conclusioni del Congresso vennero radicalmente disattese dal governo italiano, che puntò sull’industria petrolchimica, da impiantare appunto nella sua confortevole “zona di sacrificio” oltremarina. Il parterre di questa celebrazione non lasciava sperare in contenuti particolarmente avanzati, e così è stato. Vacua retorica più o meno autonomista, ma un sostanziale disinnesco di qualsiasi elemento conflittuale e di rottura con lo Stato italiano. La rimozione del nucleo incandescente della questione sarda – l’inevitabile contrasto tra gli interessi e i bisogni generali e strutturali dell’isola e quelli dell’Italia – è sempre in cima alle priorità del nostro ceto politico, custode interessato dello status quo coloniale.

In definitiva, a fronte della mole dei problemi che incombono sull’isola non c’è al momento alcuno strumento disponibile non dico per risolverne qualcuno, ma nemmeno per affrontarli. È difficile trovare nel nostro passato più o meno recente un’altra fase storica in cui siamo stati così deboli davanti alle sfide del momento. Di questo però né la classe politica né lo stuolo dei suoi intellettuali organici (più o meno palesi) sembra darsi pensiero. Il dibattito pubblico è penoso, l’ignoranza è diffusa a tutti i livelli. Siamo esposti come mai prima a narrazioni tossiche e a mitologie tecnicizzate rivolte a perpetuare la nostra subalternità e a renderla definitiva. Antoni Simon Mossa parlava ai suoi tempi di genocidio culturale, termine ripreso di recente da Cristiano Sabino. Le polemiche suscitate non hanno affatto dato alcuna risposta all’allarme che si intendeva lanciare, ma sono state utili per spostare il focus dalla questione in sé, comunque la si voglia chiamare, alla solita disputa lessicale e semantica, con toni polemici e scomuniche varie, a cui troppo spesso si riducono le discussioni importanti sui social (e non solo). Intanto però la situazione rimane grave e in via di peggioramento. Niente lascia pensare che il 2026 porterà novità significative, se non nel senso di confermare la tendenza distruttiva che ci sta conducendo verso un disastro difficilmente rimediabile. Le persone che abbiano conservato un minimo di coscienza civica e di sensibilità democratica dovrebbero fare uno sforzo per superare pregiudizi, posture di comodo e timidezze politiche per portare qualche contributo costruttivo, prima che sia davvero troppo tardi.

da qui

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