Visualizzazione post con etichetta economia circolare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta economia circolare. Mostra tutti i post

venerdì 22 agosto 2025

Rifiuti: l’Adriatico punta sull’economia circolare - Marta Abbà

Non solo microplastiche, ma anche mozziconi di sigaretta e bastoncini cotonati, pezzi di polistirolo, salviette, vetro e ceramica, sdraio e frammenti di ombrelloni. Le spiagge dell’Adriatico sono pesantemente “frequentate” dai rifiuti e, a differenza dei turisti, molti di essi le occupano tutto l’anno, registrando numeri di presenze ben superiori a quanto tollerato dall’Unione Europea.

I numeri dei rifiuti spiaggiati sulle coste adriatiche

Non esistono dati specifici per le coste adriatiche, ma l’entità del fenomeno può essere in parte dedotta dalle medie nazionali italiane. Se la quantità massima di rifiuti (“beach litter”) che una spiaggia europea può ospitare per essere considerata “in buona salute” è di 20 elementi antropici ogni 100 metri, in Italia si parla di almeno dieci volte tanto.

Secondo l’ARPA, nel 2023, tra Tirreno e Adriatico, si sono registrate oltre 250 unità. Lo scorso anno, i volontari di Legambiente ne hanno rilevate addirittura 900. Oltre a confermare il quasi scontato trionfo della plastica, questo lavoro meticoloso ha servito anche a sottolineare la presenza permanente degli oggetti usa e getta: ufficialmente scomparsi dal mercato da anni, ma ancora ben presenti nelle nostre acque.

Rifiuti a confronto: come cambiano lungo le coste dell’Adriatico

A causa del suo profilo concavo e della sua scarsa profondità, l’Adriatico è condannato all’accumulo di rifiuti sulle spiagge, mentre i fiumi – il Po in primis – li trasportano anche dall’entroterra verso nord, aggravando ulteriormente il problema, e non solo nei pressi delle foci. Non esistono latitudini o confini, che siano coste dell’Unione europea o meno: lo scambio d’acqua è continuo e ogni elemento galleggiante si sposta da una sponda all’altra come una nave da crociera. Quando finisce nello stomaco di pesci, uccelli o altri organismi marini, attraverso la catena alimentare può arrivare anche sulle nostre tavole, con conseguenze dannose per la salute.

Massimiliano Falleri, responsabile della divisione subacquea di Marevivo, monitora e combatte questo fenomeno da anni, con campagne di sensibilizzazione e attività di raccolta rifiuti sia in mare che sulle spiagge. È sempre più convinto che serva un impegno collettivo. «Tutti dovrebbero contribuire sia riducendo l’uso della plastica che smaltendo i rifiuti in modo corretto, altrimenti questo ciclo non avrà mai fine», spiega. «Anche se negli ultimi cinque anni la consapevolezza di governi, organizzazioni e cittadini è cresciuta, la quantità di rifiuti resta alta, soprattutto a causa di pratiche di smaltimento scorrette e dell’uso ostinato della plastica monouso».

La pandemia di Covid-19 aveva inevitabilmente fatto aumentare la presenza di rifiuti, ma il calo atteso nel periodo post-Covid non si è mai verificato. Secondo Marevivo, il “beach litter” nell’Adriatico resta una «sfida importante: la sua evoluzione recente conferma la necessità di intensificare sia gli sforzi di prevenzione che di gestione».

Il caso dell’Albania: turismo e acque reflue tra le cause principali del “beach litter“

Attraversando il mare, la quantità di rifiuti ritrovati sulle spiagge non cambia molto, ma cambia la tipologia, dimostrando come la pulizia di queste strisce di terra dipenda da ciò che accade sia in mare che a terra, sul proprio territorio e su quello altrui. Analizzando il beach litter sulle coste albanesi, ad esempio, emergono caratteristiche specifiche che aiutano a ipotizzare interventi mirati di mitigazione. Grazie a un recente studio scientifico dell’Università di Cadice dedicato esclusivamente al litter sulle spiagge albanesi, si è osservato che, pur prevalendo frammenti e oggetti in plastica (82%) come altrove, nel caso dell’Albania essi derivano principalmente dal turismo locale e si mescolano a elementi provenienti da acque reflue.

Giorgio Anfuso Melfi, uno degli autori della ricerca, racconta che, oltre ai “soliti” rifiuti come mozziconi, tappi di bottiglia e frammenti plastici, ha trovato anche arredi da spiaggia abbandonati, come vecchie sdraio e ombrelloni: «Non comuni altrove e chiaramente legati agli stabilimenti balneari».

In Albania, seppur in modo stagionale, il turismo sembra essere la principale fonte di beach litter, mentre la pesca contribuisce in modo meno significativo. Secondo Anfuso Melfi, «è quindi necessario studiare interventi mirati per migliorare la consapevolezza dei bagnanti e potenziare le attività di pulizia da parte di Comuni e stabilimenti balneari».

I rischi per animali marini, turisti e comunità costiere

Che sia in mare o in spiaggia, plastica o mozziconi, gran parte dei rifiuti presenti nell’area adriatica «rischia di essere scambiata per cibo da pesci, uccelli, tartarughe e molti altri organismi marini, causando anche la morte, ad esempio se la plastica ostruisce l’apparato digerente o rilascia sostanze tossiche», spiega Falleri. «Il beach litter può anche danneggiare habitat naturali, come le biocenosi a coralligeno e le praterie di Posidonia, compromettendo la loro capacità di sostenere la vita marina. In questi casi, rappresentano una minaccia anche per spugne, briozoi, coralli e gorgonie, che restando intrappolati perdono la possibilità di nutrirsi».

Anche le comunità costiere sono vittime dei rifiuti marini, in particolare quelle che vivono di pesca e turismo. «A seconda del mare, spesso si trovano costrette a sostenere e finanziare attività di pulizia per ridurre l’impatto visivo, paesaggistico ed economico», aggiunge Falleri, riportando in particolare la voce di Marevivo Puglia. «Senza contare che questo tipo di inquinamento può anche rappresentare un rischio per la salute: alcuni rifiuti possono ferire o avvelenare, se sono in plastica o altri materiali tossici e finiscono nella catena alimentare».

È un pericolo per chi vive vicino a spiagge invase dai rifiuti, e i pescatori professionisti devono anche tenere conto dei danni economici: le reti e le attrezzature possono impigliarsi o danneggiarsi con i rifiuti galleggianti, riducendo le catture e aumentando i costi di manutenzione.

Il progetto Bluecircle: l’economia circolare per pulire le spiagge adriatiche

Pesci e organismi marini, pescatori e abitanti delle coste: con i rifiuti in spiaggia, tutti ci perdono in salute, alcuni anche economicamente. Nessuno ne trae davvero beneficio. Eppure, nessuna campagna di sensibilizzazione e raccolta ha finora ridotto significativamente il fenomeno. Per questo motivo, da circa dieci mesi è in corso la sperimentazione di un approccio di economia circolare grazie al progetto interregionale europeo Bluecircle (Boosting Circular Economy Solutions for Marine Litter Collection and Recycling in the Adriatic-Ionian Regions).

Destinato a Italia, Albania, Montenegro, Croazia, Grecia e Bosnia Erzegovina, il progetto non si limita a pulizie, raccomandazioni e controlli, ma testa nuovi metodi di trattamento dei rifiuti spiaggiati, «trasformando una criticità in un’opportunità». L’obiettivo è ambizioso, ma c’è tempo fino alla fine dell’estate 2027 e oltre un milione e mezzo di euro di fondi UE per raggiungerlo. Non tutti i sette partner sono ugualmente ottimisti: il più convinto è quello scientifico, l’autore dell’impianto sperimentale stesso, il Politecnico di Bari.

Tecnologie mobili per il trattamento dei rifiuti spiaggiati

Michele Notarnicola, a capo del team Bluecircle, è certo che il sistema mobile possa funzionare sulle spiagge. Nei prossimi mesi verrà testato prima in Italia e poi negli altri Paesi partecipanti, essendo un impianto piccolo e replicabile in qualsiasi contesto.

Il primo aspetto fondamentale riguarda la possibilità di raccogliere e trattare i rifiuti spiaggiati direttamente sulle coste adriatiche. «Per noi è essenziale intercettarli prima che vengano classificati come rifiuti urbani, perché altrimenti verrebbero considerati come “indifferenziati”, comportando una perdita di risorse e costi economici elevati», spiega Notarnicola. «Per questo ci siamo dotati di mini robot che aspirano gli oggetti ritrovati e li trasportano in un mini contenitore dove, con tre diverse tecnologie, selezioniamo le varie frazioni».

Anche se per l’osservatore casuale i rifiuti spiaggiati sembrano ammassi indistinti, chi vuole inserirli nelle filiere e ridurre la quota non recuperabile deve saperli distinguere. Nei cumuli trovati, plastica, vetro, alluminio e legno si mescolano con elementi naturali come Posidonia, piante acquatiche, alghe in decomposizione, sabbia, conchiglie e materiali di varie granulometrie. Occorre dividerli almeno in tre categorie: inorganici, organici naturali e antropici.

Le tre tecniche per separare e riciclare i rifiuti marini: densimetrica, aeraulica e triboelettrostatica

A ciascuna categoria corrisponde una tecnica di separazione:

  • Separazione densimetrica: divide sabbia e ghiaia in base al peso specifico, per poi reinserirle nell’ambiente o usarle come materia prima per il calcestruzzo.
  • Separazione aerodinamica (aeraulica): usa getti d’aria per isolare le frazioni più leggere (alghe, Posidonia), da restituire al mare o trasformare in compost, a seconda del degrado.
  • Separazione triboelettrostatica: la più innovativa, progettata dal Politecnico di Bari, separa la plastica.

«Utilizzando l’attrito, le particelle si caricano elettricamente in positivo o negativo, e vengono divise in base al comportamento superficiale», spiega Notarnicola. La plastica così separata può poi essere smaltita nei normali circuiti di raccolta. Con questo tridente tecnologico dell’economia circolare, Bluecircle punta a trattare 100 kg di rifiuti spiaggiati all’ora, con un impianto mobile trasportabile in 2–3 giorni.

Per ora, è in fase di test un prototipo da 10 kg/ora, che verrà collaudato su ogni costa adriatica, portando con sé anche campagne di sensibilizzazione e standard di classificazione. Perché nel bacino adriatico tutto possa circolare meglio — tranne i rifiuti.


Questo articolo è stato pubblicato da Osservatorio Balcani e Caucaso nel contesto del progetto “Cohesion4Climate” cofinanziato dall’Unione europea. L’UE non è in alcun modo responsabile delle informazioni o dei punti di vista espressi nel quadro del progetto; la responsabilità sui contenuti è unicamente di OBCT.

da qui

giovedì 26 agosto 2021

I conflitti ambientali e il bluff dell’economia circolare - Elena Camino

 

3.492 pallini sulla carta, indicatori di altrettanti conflitti ambientali segnalati e descritti dall’Environmental Justice Atlas (EJ Atlas),  uno straordinario archivio, tuttora ‘in progress’, che dagli anni ’70 del Novecento segnala al pubblico storie di comunità che in tutto il mondo sono impegnate nella difesa dei loro territori – terra, acqua, foreste, aree di pesca, fonti di  vita e di sussistenza – contro attività estrattive e contro azioni che provocano gravi impatti ambientali e sociali: miniere, dighe, coltivazioni intensive, inceneritori, estrazioni di combustibili fossili, aeroporti, ecc.  

L’EJ Atlas si propone di rendere visibili le ragioni di queste comunità e di descrivere le lotte intraprese per ottenere giustizia ambientale. Intende anche servire come spazio virtuale per mettere in contatto comunità che sono impegnate in situazioni simili, per fornire a ricercatori e attivisti informazioni utili per la ricerca e l’azione, per aumentare la consapevolezza dei consumatori che – involontariamente o per leggerezza – contribuiscono ad alimentare gli atteggiamenti predatori delle grandi corporation.     

Le mappe collaborative dell’EJ Atlas costituiscono una sfida alla cartografia dominante, che spesso propone l’ambiente come uno spazio punteggiato da risorse strategiche, dando per scontato che la loro gestione e sfruttamento costituisca l’interesse principale delle politiche locali. L’Atlante sposta invece l’attenzione dagli aspetti puramente economici alla dimensione del controllo e della gestione dei ‘beni ambientali’. Dà voce alle vittime della violenza esercitata dagli esecutori di un modello di sviluppo iniquo; ai morti, ai criminalizzati, ai feriti, agli impauriti, agli sfollati che nella narrativa dominante non hanno voce, o che addirittura non sono considerati come soggetti.

Un crescendo di conflitti ambientali

Via via che aumenta la pressione verso l’ambiente da parte delle industrie che estraggono risorse e scaricano rifiuti, e vengono invase aree più periferiche del pianeta, dove ancora sopravvivono economie di sussistenza, si moltiplicano i conflitti. È ormai evidente che non si tratta semplicemente di conflitti per specifiche risorse o per inquinamenti / danneggiamenti locali: essi esprimono – come si usa dire adesso – l’intersezionalità di problematiche agricole, squilibri di genere, relazioni città/campagna, salute pubblica, discriminazione razziale… Sono conflitti causati da una iniqua distribuzione degli spazi e degli usi dei beni ecologici.

L’economia classica e ancor più la moderna economia neoliberista, che tendono a ridurre la complessità dei conflitti a dinamiche di mercato, esternalità, compensazioni monetarie, si trovano sempre più di fronte ad attori sociali che mettono in campo sistemi di valori diversi. Contestano la narrativa dominante che da secoli accompagna l’affermarsi delle strutture istituzionali e delle relazioni di potere del sistema militar-industriale capitalistico.

La dimensione del sacro, i diritti della natura e dei popoli indigeni, i valori estetici ed ecologici, il ruolo della conoscenza esperienziale… i cosiddetti conflitti ‘ambientali’ chiamano ormai in causa tutte le dimensioni del contesto ambientale e delle relazioni socio-culturali. Mettono allo scoperto l’inconciliabilità di visioni del mondo e di senso della vita tra una minoranza predatrice – che sta causando irrimediabili danni alla trama della vita che ci sostiene – e una maggioranza impoverita, che subisce una doppia violenza, sia diretta e locale, sia globale, provocata dai cambiamenti climatici innescati nell’intero pianeta.

I confini estremi della Terra

Dagli anni ’70 del secolo scorso ad oggi l’invasione degli spazi più remoti del mondo si è ormai compiuta. La presenza umana, e la presenza di ‘manufatti’ e di prodotti dell’attività umana, sono rintracciabili in ogni angolo del pianeta. Non c’è più luogo ‘incontaminato’ sul pianeta. E’ stata proprio la ricerca di ‘risorse’ con le quali alimentare i processi di trasformazione che sostengono le moderne società, e la ricerca di ‘pattumiere’ dove smaltire la crescente quantità di scarti e di rifiuti dell’economia lineare ad aver alterato profondamente e irreversibilmente la nostra casa comune: la biosfera, il substrato abiotico sul quale essa si è sviluppata nel corso di miliardi di anni, e persino aree sempre più estese dello spazio intorno alla Terra, il cyber-spazio colonizzato grazie al crescente sviluppo della tecnosfera.

L’invasione prepotente ai luoghi più remoti del mondo ha messo in pericolo, decretandone spesso la morte, tante comunità umane, ambienti naturali, grandi foreste, popolazioni animali, nicchie e habitat, luoghi viventi di biodiversità. Tutti irrimediabilmente distrutti.   Le frontiere fino alle quali si sono spinte le ruspe, le trivellazioni, le dighe e le rotaie, le irrorazioni chimiche e le discariche di rifiuti tossici coincidono ormai con i margini di Gaia, la nostra terra vivente. E in tutto il mondo i conflitti ‘ambientali’ sono diventati questioni di vita o di morte per tutti coloro che – loro malgrado – sono stati coinvolti inesorabilmente dall’avanzata di predatori intenti alla trasformazione del naturale in artificiale: dalle miniere ai prodotti ai rifiuti, utilizzando le riserve energetiche accumulate sottoterra nei tempi geologici, e disperdendo gli scarti nell’atmosfera e negli oceani.

Frontiere abbattute

Il sistema economico tuttora dominante ha a lungo ‘esternalizzato’ i suoi impatti negativi, scaricandone gli effetti sulle periferie ambientali e sociali, sulle popolazioni marginalizzate e sui luoghi lontani dalla vista e dagli interessi delle minoranze privilegiate. Ma arrivare ai confini estremi significa che questi impatti non si possono più nascondere. Le violenze contro le comunità e gli avvelenamenti degli ambienti emergono all’evidenza e finiscono per coinvolgere tutti. L’intera biosfera reagisce alle trasformazioni globali che le sono state imposte. La globalizzazione del sistema economico ha portato con sé la cancellazione di confini naturali che delimitavano ambienti diversi, e consentivano alla biodiversità di fiorire, alle fasce climatiche di differenziarsi, ai diversi habitat di conservare le loro peculiarità, alle comunità umane di costruire culture e linguaggi.

A innescare la drammatica situazione sanitaria provocata dal COVID-19 è stata probabilmente la ‘forzatura’ di uno dei confini che regolavano le relazioni tra umani e altri viventi. La continua erosione degli spazi di vita degli abitanti non umani ha costretto animali selvatici (e con loro varie coorti di parassiti, batteri e virus) ad avvicinarsi all’uomo, causando un crescendo di ‘salti di specie[1]’ con conseguenze imprevedibili e potenzialmente devastanti, di cui l’attuale pandemia è solo un esempio.

Il nostro pianeta sta dunque cambiando. Innescate dall’azione umana, si stanno manifestando trasformazioni globali, con esiti che solo in minima misura possiamo cercare di prevedere. Ma ci manca l’immaginazione per intuire come evolverà l’avventura della Terra.  Le scelte compiute da una piccola parte dell’umanità negli ultimi due secoli hanno messo in moto un processo che coinvolge tutti gli abitanti del pianeta (gli Earthlings, come li chiama lo studioso Bruno Latour con una parola difficilmente traducibile, forse ‘figli della Terra’?). Impossibile tornare indietro. Ma forse è possibile intraprendere a livello globale delle azioni in grado di rallentare il processo? Almeno di ridurre il nostro impatto?  Le strade sicuramente da intraprendere non mancano:

  • L’abolizione immediata degli apparati militari e delle guerre;
  • Una drastica trasformazione degli stili di vita della minoranza ricca e consumatrice; sicuramente un rapido passaggio da un modello di società basato sui consumi a un modello basato sulla frugalità e la sufficienza;
  • Scelte politiche basate su equità e giustizia…

Molti sono i suggerimenti, ma non vengono ascoltati.

La soluzione tecnologica e la circolarità dell’economia

Purtroppo la fiducia umana nelle soluzioni ‘intelligenti’ offerte dalla tecnologia non conosce limiti. Dalle mega-dighe che hanno devastato i bacini fluviali dei maggiori fiumi del mondo agli allevamenti intensivi di animali che stanno favorendo inaspettati salti di specie; dall’utilizzo sempre più spregiudicato dell’energia nucleare (le cui scorie sono ineliminabili) fino all’ invasione elettro-magnetica dello spazio circumterrestre. La visione del mondo del potere dominante non conosce ripensamenti. Le inaspettate disponibilità finanziarie messe in campo per affrontare la crisi globale socio-sanitaria-economica in cui siamo sprofondati hanno stimolato nuove fantasie. Le potenzialità dell’intelligenza artificiale e della robotica si intrecciano con la crescente inconsapevolezza e avidità di chi le ha progettate.

Tra le proposte meno fantasiose, quindi in grado di trovare qualche adesione nell’ingenuità del pubblico, vi è quella di trasformare l’economia da processo lineare a processo circolare. “In effetti abbiamo compiuto qualche errore, sottovalutato qualche aspetto” – sono disposti ad ammettere gli economisti – “ma possiamo rapidamente e facilmente rimediare. Trasformiamo il flusso lineare (che parte dall’estrazione di risorse a produzione di rifiuti) in un ciclo chiuso, in cui la materia si riutilizza continuamente, eliminando quindi contemporaneamente l’estrazione e l’inquinamento”.

L’intersezionalità tra economia, ecologia e giustizia

Torniamo all’argomento iniziale di questo articolo: l’Atlante dei conflitti ambientali. Lo studioso che negli anni ’70 del 900 ha dato avvio alla ricerca e alla documentazione che hanno permesso la costruzione di questo Atlante è un economista: Joan Martinez Alier. Laureato in Economia a Barcellona nel 1961, ha trascorso alcuni anni all’estero per poi rientrare in Spagna nel 1975, presso il Dipartimento di Economia e Storia Economica dell’Università Autònoma de Barcelona. Ha insegnato anche in prestigiose università internazionali (Oxford, Stanford, Yale). Il suo contributo – sia teorico sia applicativo – integra approcci ecologici con quelli orientati allo sviluppo e alla giustizia. Ha ricevuto premi importanti per la qualità dei suoi contributi alla fondazione dell’economia ecologica, per la sua analisi pionieristica delle relazioni tra economie e ambiente, per il suo approccio interdisciplinare e comparativo e il suo ruolo attivo nella promozione della giustizia ambientale.

È stato lui a dare avvio alla raccolta di documentazione per la costruzione dell’Atlante della giustizia ambientale. Ha anche messo in evidenza le responsabilità etiche del modello di sviluppo liberista; un modello caratterizzato da manifestazioni di violenza diretta e indiretta verso le comunità umane e l’ambiente. Anche se da tempo ha lasciato il suo ruolo professionale, Joan Martinez Alier è tuttora impegnato nel divulgare i risultati dei suoi studi e nel difendere i diritti delle popolazioni impegnate in conflitti ambientali. Ne è testimonianza un suo recente articolo di riflessione critica sull’idea di ‘economia circolare’. La sua riflessione tiene insieme ciò che l’economia liberista continua a tenere separati: la competenza scientifica, il rispetto dei diritti e il senso di giustizia.   

Il ‘gap’ della circolarità

Il concetto di economia circolare implica che le risorse per le attività produttive siano sempre più attinte all’interno dei passaggi intermedi di trasformazione; e che grazie al riuso e al riciclo dei materiali si riducano gli impatti ambientali. L’input di energia arriverà dal sole dicono gli economisti – e gli scarti diventeranno risorse da immettere, grazie alle tecnologie più moderne, in un ciclo virtuoso.

Tuttavia è stato da tempo dimostrato che l’economia industriale non è circolare, ma entropica. Vale a dire che non può funzionare se non estraendo nuove risorse e producendo nuovi rifiuti.   Il semplice schema circolare proposto dagli economisti che omettono le frecce che indicano entrate e uscite è sbagliato.  La ‘giostra’ tra produttori e consumatori ha bisogno di energia (input) per girare. Non solo: non tutti materiali possono essere riciclati, quindi esistono sempre anche scarti (output) non eliminabili. I dati sperimentali lo confermano. Una recente pubblicazione segnala che l’economia dei 27 Paesi dell’UE ricicla intorno al 12% dei materiali (dati del 2019). La concentrazione di CO2 (uno dei ‘rifiuti’ rilasciati in atmosfera), che era di 320 ppm nel 1960, ha raggiunto il valore di 415 ppm nel 2020, e sta avviandosi a raggiungere i 450 ppm nel 2050.  

Come mai non si riesce a ‘chiudere il cerchio’? Martinez Alier (riprendendo numerosi studi degli ultimi decenni) osserva che il basso livello di circolarità ha molte cause, di cui due principali:

  • la prima è che il 44% del materiale trasformato (i combustibili fossili) viene usato per fornire energia, che viene dissipata quindi non si può riciclare;
  • quanto alla seconda, gli stock socio-economici (cioè l’ambiente costruito, edificato) continuano a crescere. In un primo tempo richiedono energia e materia e per la costruzione. Successivamente continuano ad aver bisogno di energia e materia per la manutenzione e l’operatività.

Le ‘grandi opere’ sono un chiaro esempio di scelte non cicliche, insostenibili dell’economia.  Ma anche in un’economia industriale che non cresce gli ambienti costruiti richiedono senza sosta energia e materia per funzionare e non deteriorarsi. Il mondo artificiale consuma!!  Questo modello di sviluppo, che privilegia l’artificiale a scapito del naturale, continuerà ad aver bisogno di nuovi rifornimenti di energia e di materiali.

Dai dati a disposizione risulta che nel 2017 la percentuale globale di materia riciclata è stata dell’8,7%. Se meno del 10% della materia (incluse le risorse energetiche) è stato riciclato, da dove arriva il restante 90%?  Questa domanda permette di riconnettere l’economia alla società, all’ambiente, alla giustizia, e di riconoscere l’intersezionalità dei conflitti ambientali. Nel 2017 sono state estratte 92Gt di ‘nuove’ risorse provenienti dalle ‘commodity frontiers’, le frontiere lungo le quali continuano ad essere estratte le materie prime; continua anche a produrre scarti e rifiuti, che sono riversati in singoli luoghi e nelle grandi ‘pattumiere’ globali, l’atmosfera e gli oceani.

Non c’è dubbio quindi – sostiene Martinez Alier – che senza un radicale ripensamento dell’economia e del modello di sviluppo si manifesteranno nuovi conflitti ambientali, aggiungendosi alle migliaia già documentati dall’EJ Atlas. Ed è quanto sta succedendo. Le frontiere dell’estrazione e le frontiere degli scarti vedono intensificarsi i saccheggi, gli atti di espropriazione, le devastazioni dei luoghi di vita, che aumentano di dimensioni e profondità con la complicità di tecnologie sempre più potenti e invasive.

Basta alla teoria della Terra piatta!

Secondo Martinez Alier un’economia perfettamente circolare è impossibile da realizzare in un sistema industriale e dovremmo smettere di fingere che questo sia un risultato raggiungibile. Bisogna smettere cioè di promuovere l’illusione che l’iperconsumo e ipermaterialismo possano continuare per sempre come purché i consumatori gettino i loro rifiuti nel cestino giusto. Infatti, suggerendo che il riciclaggio può essere efficace al 100% e neutrale per il clima, questo discorso sta scoraggiando opzioni più realistiche e concrete. Cioè rifiutare e ridurre.

Secondo Giampietro e Funtowicz l’idea della circolarità dell’economia è una “leggenda popolare” che nega la scomoda verità dell’impossibilità di disaccoppiare il funzionamento dell’attuale sistema industriale dai flussi di energia e materia in entrata e in uscita dal sistema Terra. Questi Autori tracciano un parallelo tra il mito dell’economia circolare e la credenza medioevale della Terra piatta: secondo loro sono entrambe forme di “ignoranza socialmente costruita” per mantenere lo status quo e l’autorità delle élites egemoniche. Sono credenze che rendono difficile prendere atto e accettare la necessità di passare a una società post-crescita e post-capitalista.

Combinando le conoscenze dell’economia ecologica, dell’ecologia industriale e dell’ecologia politica, Martinez Alier (e molti studiosi che si sono occupati di questo tema) conclude  che il “gap di circolarità”, ovvero la necessità per l’economia industriale di ottenere materiali ed energia “freschi” in ogni momento, è la causa principale del grande e crescente numero dei conflitti di distribuzione ecologica: quei conflitti che drammaticamente continuano ad aumentare, e di cui l’EJ Atlas testimonia le tragiche conseguenze umane, sociali  e ambientali, ponendo la società opulenta, le istituzioni, le grandi corporation… e tutti noi di fronte a responsabilità sempre più pesanti.


Nota

[1] Spillover è il termine con cui si indica il salto di specie; è anche il titolo di un libro straordinario, scritto da David Quammen nel 2012 e tradotto in italiano nel 2014 da Adelphi. Il libro anticipa molte delle circostanze e delle problematiche emerse poi dal 2019 ad oggi. 

da qui

giovedì 21 gennaio 2021

Cartoni per bevande, le difficoltà nella catena del riciclo - Antonio Carnevale

 

Il riciclo e la circolarità sono requisiti indispensabili per l’imballaggio ma, nonostante le aziende produttrici di alimenti sembrano impegnate con sempre crescente consapevolezza nell’utilizzo di un packaging sostenibile – parliamo di involucri, scatole e imballaggi facili da riciclare – i numeri non sembrano riservare buone notizie.

Un’economia circolare dipende da catene del valore del riciclo sostenibile, che assicurano che i cartoni vengano raccolti, smistati e riciclati nella pratica e su vasta scala. Una ricerca commissionata da Zero Waste Europe a Eunomia Research & Consulting ha rivelato però che il tasso effettivo di riciclaggio del cartone per bevande in quattro Paesi europei è purtroppo molto inferiore a quello attualmente riportato.

I tassi di riciclaggio dei cartoni per bevande multistrato nel 2020 nel Regno Unito, Germania, Spagna e Svezia – calcolato utilizzando la nuova metodologia di calcolo dell’Unione europea – mostrano infatti che questi materiali plastic free (o quasi), come i cartoni delle bevande, non si dimostrano così sostenibili come promesso.

“Sebbene la plastica sia stata sotto i riflettori per i suoi bassi tassi di raccolta e riciclaggio, questo studio mostra che altri materiali complessi come i cartoni non stanno andando molto meglio”, ha spiegato Joan Marc Simon , direttore di Zero Waste Europe.

Si stima che il tasso di riciclaggio effettivo della Germania sia del 47,8%. Estremamente più basso rispetto a quello attualmente riportato  dall’Alliance for Beverage Cartons and the Environment (ACE) del 75% e del tasso di raccolta dell’87,4% comunicato sempre dall’ACE. Il tasso di riciclaggio stimato del cartone della Spagna è significativamente inferiore al 21,5%, in calo rispetto alla stima di ACE dell’80% contro un tasso di raccolta del 51,2%. Si stima invece che Svezia e Regno Unito abbiano riciclato il 21,9% e il 29,5% dei loro cartoni, meno rispetto alle stime di ACE rispettivamente del 33% e del 36%.

I cartoni per bevande sono particolarmente difficili da riciclare a causa della loro composizione. Sebbene infatti i materiali utilizzati nella realizzazione di un cartone siano tecnicamente riciclabili, la presenza di vari strati, tra cartone, polimeri plastici e alluminio, rende difficile una loro separazione per il riciclaggio e il ritrattamento.

Il rapporto ha anche rilevato altri fattori che hanno avuto un impatto negativo sul tasso di riciclaggio: la difficoltà nell’individuare e separare i cartoni per bevande negli impianti di smistamento dei materiali e la mancanza di impianti idonei per riciclarli al meglio (in Italia sono solamente due), per via delle carenti capacità di elaborazione presso gli impianti di riciclaggio specializzati.

La riciclabilità e la prevenzione della dispersione degli imballaggi nell’ambiente è diventata il principale requisito di sostenibilità per gli imballaggi e sta definendo quali tipi di imballaggi verranno utilizzati nei prossimi decenni. Ma, secondo Simon, “l’UE dovrà sviluppare linee guida e metodologie chiare per garantire una reale riciclabilità”. Cosa fare dunque?

Secondo il direttore di Zero Waste Europe bisognerà muoversi lungo quattro direttive principali. Innanzitutto, “garantire che i produttori di imballaggi complessi pongano la circolarità al centro del processo di progettazione”. Sarà poi necessario mobilitare gli investimenti verso il riutilizzo e il riciclaggio delle infrastrutture e implementare sistemi di raccolta e smistamento efficaci. Infine, spiega Simon, bisognerà “disporre di un’unica etichetta di riciclabilità, affidabile e ampiamente riconosciuta, con attribuzione dipendente dalle caratteristiche del prodotto e dalle tecnologie di raccolta e riciclo attualmente disponibili su scala industriale”.

da qui