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domenica 7 settembre 2025

Gaza: genocidio di popolo e terra - Paola Caridi

Un bulldozer che sradica un ulivo. A Mughayyir, un villaggio palestinese a neanche 30 km di distanza da Ramallah. Cisgiordania. Ben lontano da Gaza. Ancor più invisibile (che paradosso!) di Gaza. È uno dei simboli del genocidio che Israele sta compiendo sui palestinesi. C’è tutto, in questo fermo immagine ricavato da un video in cui la soldata israeliana alla guida del bulldozer si assume tutta la responsabilità (morale e penale) di un gesto che a prima vista sembra folle. Tutto è, meno che folle. Descrive nella sua essenza il genocidio, sottolinea il senso di impunità che da decenni segna le azioni delle forze armate israeliane, mostra il senso di onnipotenza e, intrinseca, la rimozione totale che gli israeliani esercitano sui crimini che stanno commettendo. Ne hanno già sradicati tremila, di ulivi, a Mughayyir: il sostentamento economico, produttivo del paesino cisgiordano, con il preciso obiettivo di espellere, cacciare la popolazione palestinese.

L’ulivo, l’albero non può neanche accusato di essere un terrorista. Viene, però, considerato palestinese. La soldata dice: oggi l’albero, domani ti demolisco la casa. Ed è ben singolare che, per la soldata israeliana e per tutti gli israeliani che bruciano gli alberi o non fanno niente per fermare la spirale di ferocia in cui sono attanagliati, l’albero venga abbattuto e sradicato in quanto palestinese. Ma come, quella terra non è Eretz Israel? Non è parte fondamentale del ritorno – appunto – “alla terra” di “un popolo senza terra”? Qui è la differenza fondamentale tra le comunità, tra l’israeliana e la palestinese. Per la prima, l’ulivo è da abbattere, bruciare, sradicare,  come fanno da decenni coloni ed esercito. Centinaia di migliaia di alberi sacrificati, c’è chi parla di un milione. E’ tutto legato all’idea di dominare, anche la terra: possederla, esserne proprietari. Per i palestinesi, invece, l’albero è compagno, un elemento del sistema, dell’ecosistema, della terra: come della terra sono elemento gli umani.

La ferocia si esprime in modi differenti, in questo ultimo capitolo della questione israelo-palestinese. Anche nella violenza irriducibile, nella rabbia protetta da una impunità incomprensibile e inaccettabile che prende di mira… un albero.

È per questo che per il genocidio in atto dei palestinesi, da parte di Israele, andrà cercata una nuova parola. Genocidio non basta, anche se è termine ineludibile perché è quello che gli israeliani stanno compiendo, e che è sanzionato dalla convenzione sul genocidio del 1948 che abbiamo sottoscritto (come Italia), e che è crimine punito dalla nostra stessa legislazione attraverso la legge 962 dell’ottobre 1967 (firmata dall’allora presidente del consiglio Aldo Moro). Dettaglio importante: dovrebbero leggerla tutti e tutte, questa legge, politici compresi, giornalisti compresi, perché nessun cittadino, nessuna cittadina è esclusa da possibili accuse e condanne.

Una parola aggiuntiva, dunque, oltre quella conclamata di genocidio. L’ecocidio, di cui s’è già scritto: la distruzione dell’ambiente. Non basta, però. È genocidio ed ecocidio assieme, tentativo di annichilire, cancellare popolo e terra assieme. E in quell’assieme c’è la relazione indissolubile che non ne fa due ‘cidi’ staccati. Non è genocidio sommato a ecocidio. È popolo e terra assieme, ed è questa relazione ancestrale, consolidata, naturale che fa più paura a chi ha orchestrato, intenzionalmente, lo sterminio in atto. Com’è successo ai popoli nativi oggetto dei genocidi in epoca coloniale, certo. Ma qui, ora c’è una misura che va oltre, non solo perché la tecnologia la rende più feroce. Bisogna azzerare la terra, espellere il popolo. Fare tabula rasa per cancellare la sua storia.

Gaza è a ferro e fuoco, da quasi due anni. E in questi ultimi giorni è la città di Gaza a essere il bersaglio primo. La città di Gaza, la città che ha migliaia di anni e di storia, la città-porto terminale della via dell’Incenso e della via delle Spezie, la città della scuola teologica cristiana di Gaza, la città delle moschee e dei commerci e dei festival poetici delle rose, la città capoluogo di una regione molto più estesa della Striscia in cui è stata rinchiusa dal 1948. Non penseranno mica, gli israeliani, di bombardare, minare, distruggere l’abitato di Gaza e cancellare, in questo modo, la storia plurimillenaria di Gaza? Come se la storia plurimillenaria di Gaza possa essere azzerata da un misero insieme di ferraglie che si chiama caterpillar. Come se non risorgerà proprio dalla sua distruzione per dire: “sono perché sono stata, la storia di questo posto, e lo testimonia il mare che ha sempre bagnato Gaza e non può essere distrutto”.

da qui

lunedì 15 marzo 2021

Lo immaginavate, no? Il virus fa bene al Tap - Alice Mi

  

La pandemia da coronavirus del 2020, dal punto di vista economico, non è stata per tutti un’ecatombe. Anzi, per alcuni settori si può dire che abbia comportato dei vantaggi. Uno di questi settori è rappresentato dalle attività economiche basate sull’estrattivismo. 

Con questo concetto si fa riferimento a un fenomeno multiforme e, benché il termine faccia pensare in modo più immediato all’estrazione delle materie prime dalla terra, che certamente ne fanno parte, il suo significato si estende all’estrazione di valore: “Infatti, oltre che dal suolo, si sottrae ricchezza (fertilità) ai terreni con le colture intensive; o alle comunità con la privatizzazione di beni comuni (p.e. l’acqua); o alla società in generale con la costruzione di grandi opere inutili che sottraggono risorse sia naturali che monetarie alla cittadinanza tutta, con effetti diretti e indiretti spesso gravi sulla qualità della vita (p.e. l’inquinamento del suolo, dell’aria o delle falde acquifere)1.

Nonostante la quarantena, o forse proprio grazie ad essa, l’estrattivismo, appoggiato dalla complicità dei governi, ha proseguito la sua opera di distruzione e di sottrazione di valore dai territori e dall’esistenza di chi li abita.
Anche i lavori per il Trans Adriatic Pipeline, in Salento, sono proseguiti senza sosta.

Il TAP è l’ultimo tratto, lungo 878 km, di un mega gasdotto di quasi 4.000 km che parte dal giacimento di Shah Deniz 2 in Azerbaijan, fino ad approdare sulle coste salentine, precisamente sulla spiaggia di San Foca, marina di Melendugno. Il suo percorso prosegue fino a Brindisi, dove si allaccia alla rete SNAM, che attraversa il paese, passando per le zone ad alta sismicità del centro Italia, fino a raggiungere l’Europa. Il TAP è considerato la pietra angolare delle strategie energetiche europee, che puntano forte sul gas dell’Azerbaijan in nome di un presunto affrancamento dalla dipendenza dalla Russia.

In seguito alla comparsa del virus nel dicembre del 2019 a Wuhan e alla sua rapida diffusione, l’11 marzo del 2020 l’OMS ha dichiarato lo stato di pandemia. L’Italia è stata travolta dall’ondata pandemica alcune settimane prima rispetto agli altri paesi europei e la sera del 9 marzo, con un decreto in vigore dal giorno successivo, è diventata “zona rossa”. Il paese si è fermato, per 69 interminabili giorni, assecondando il principio del “chiudere tutto”. Ma a quel “tutto” sono sfuggite varie eccezioni e non le migliori che si potevano sperare.

Il 21 marzo il presidente del consiglio Conte anticipa l’emanazione di nuove misure per contrastare la pandemia. Tra queste la chiusura di tutte le aziende non strategiche fino al 3 aprile, data successivamente prorogata al 3 maggio: “Aperti solo supermercati, farmacie e altri servizi essenziali”. 

Proprio tra i “servizi essenziali” si nascondeva l’escamotage utilizzato dalla multinazionale e dal governo per imporre la prosecuzione dei lavori del TAP. Nella voce “servizi essenziali” rientravano infatti le “Attività dei servizi di supporto all’estrazione di petrolio e di gas naturale” e la “Fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata”. Questo è bastato per forzare l’interpretazione del DPCM, che si riferiva chiaramente alle opere terminate e attive, ed estenderla anche alla prosecuzione dei lavori di cantiere, permettendo a TAP e SNAM di lavorare indisturbate.Intanto sulla pagina facebook del Movimento No TAP, movimento nato per contrastare la costruzione del megagasdotto, venivano pubblicati i primi post che avanzavano dei dubbi riguardo al rispetto da parte della multinazionale delle regole anti-contagio delineate a livello nazionale. 

“Tap ha una protezione speciale dal Coronavirus? I suoi operai e le imprese che arrivano dalla zona del focolaio principale, non hanno bisogno di precauzioni?” scriveva il Movimento No TAP, sottolineando come in quei primi giorni di marzo, in cui la paura per una malattia virale sconosciuta e l’inadeguatezza del sistema ospedaliero del sud Italia la facevano da padrone, sapere di operai provenienti dalle zone focolaio del nord Italia, che circolavano liberamente nei piccoli centri, facevano la spesa nei supermercati locali, alloggiavano in strutture ricettive del Salento (che a rigor di legge in quel periodo avrebbero dovuto essere chiuse), lavoravano a stretto contatto con persone del luogo, creava nella popolazione uno stato d’animo di sconcerto e rabbia. 

Il 16 marzo, a pochi giorni dall’inizio del lockdown, il sindaco di Melendugno, Marco Potì, segnala alle autorità locali e alla magistratura, la presenza, presso i cantieri del gasdotto TAP di San Foca, di numerosi lavoratori, «molti dei quali» provenienti da altre regioni, «comprese ex zone rosse, con possibile violazione dell’ordinanza del Presidente della Regione Puglia» che prevede l’obbligo di quarantena per chi proviene da altre regioni. Lavoratori che, secondo il Sindaco, sarebbero entrati pericolosamente in contatto con i lavoratori delle ditte locali. Il primo cittadino invia la segnalazione all’Ufficio di Presidenza della Regione Puglia, all’Asl Lecce e alla Procura della Repubblica di Lecce. Nella nota chiede che si provveda con urgenza ad accertare “l’applicazione delle misure previste dalle normative emergenziali da parte delle aziende e ditte in questione, al fine di attenuare il rischio di propagazione del contagio dal Covid-19 attraverso l’attività posta in essere in detti cantieri”2. 

A dare man forte al primo cittadino melendugnese, pochi giorni dopo, si uniscono altri Sindaci dei paesi vicini, come Fulvio Pedone (Lizzanello), Francesca De Vito (Calimera), Fabio Tarantino (Martano), Franco Leo (Vernole), Dina Manti (Corigliano), Andrea Pascali (Castrì), chiedendo al Prefetto di Lecce l’immediata chiusura dei cantieri TAP e SNAM, al fine di contenere il rischio del contagio.

L’appello a fermare i cantieri arriva anche dal Movimento No TAP che il 19 marzo scrive: “Mentre Italia e gran parte del mondo sono in balìa di un virus sfuggito di mano, tra contagi in continuo aumento, morti, locali chiusi e danni economici, Tap e Snam continuano a lavorare nei cantieri tra San Foca e Brindisi non adottando nessuna delle precauzioni richieste per la limitazione dei contagi da Covid-19”. 

Il Movimento sostiene inoltre di essere in possesso di foto e comunicazioni dal cantiere che evidenziano la mancanza di dispositivi di sicurezza, quali mascherine o altro, e operai con personale tecnico a stretto contatto tra di loro nonostante la richiesta distanza di almeno un metro.
Ad avvalorare la tesi e le preoccupazioni dei sindaci, nonché le informazioni in possesso del Movimento No TAP, arriva la denuncia da parte di un operaio impiegato proprio nel cantiere TAP. L’uomo, intervistato da RaiNews il 22 marzo, afferma senza mezzi termini, che lavorare in quel cantiere è pericoloso:
“Usiamo mascherine non idonee, che si strappano e non a norma, gli operai sono tutti a stretta vicinanza, perché per il lavoro che fanno non possono avere la distanza di sicurezza, specialmente elettricisti e metalmeccanici” – e aggiunge – “quelli della sicurezza escono con le mascherine a norma, noi lavoriamo con la carta igienica. Il rischio di contagio non è alto, è altissimo. In uno spogliatoio siamo 10-15 operai e non abbiamo neanche i 20 centimetri di distanza l’uno con l’altro.” 

L’operaio conclude dicendosi preoccupatissimo per l’eventualità dello scoppio di un focolaio all’interno del cantiere, che potrebbe propagarsi anche tra la popolazione locale.

Le deputate del gruppo misto Veronica Giannone e Silvia Benedetti rincarano la dose e parlano di “Guanti e mascherine non a norma indossate anche per due tre giorni, operai che arrivano settimanalmente dal Nord, spogliatoi con 20 persone senza protezioni, distanze di sicurezza non rispettate, controlli farsa della Asl, che avvisa preventivamente i dirigenti sul giorno dei controlli, così da renderli perfettamente a norma. Insomma parliamo di violazioni gravissime che mettono tutti a rischio di contagio, operai e cittadini”.3

Su quest’ultimo punto aveva attirato l’attenzione anche il Movimento No TAP, denunciando che “Subito dopo la pubblicazione dell’esposto del 16 Marzo 2020 (Prot. N. 6005) da parte del Comune di Melendugno a firma del Sindaco Marco Potì, l’azienda sanitaria locale (ASL Lecce) si è recata nei cantieri per effettuare alcune verifiche, ma nel cantiere sono stati trovati solo la metà degli operai che mezz’ora prima erano presenti”.

 

Nonostante la multinazionale respinga tutte le accuse e sostenga che l’attenzione al rispetto delle norme di sicurezza sia massima, i fatti smentiscono le parole e il 2 aprile esce la notizia di due contagi sulla nave TAP che lavora a largo di San Foca e la conseguente quarantena di tutto l’equipaggio.  Si tratta della nave Protea, battente bandiera cipriota e utilizzata in attività di analisi dei fondali, che approda il 19 marzo a Costa Morena, con un sospetto caso Covid, un biologo marino. 
A bordo della nave sono presenti 53 persone, tra equipaggio, sub, biologi e un referente della multinazionale. Poco dopo emerge la positività di un altro membro dell’equipaggio, un marittimo. 
La nave, non potendo attraccare, è costretta a rimane alla fonda davanti al porto di Brindisi. 

“Con ancora più sgomento e incredulità – commenta il sindaco di Melendugno Marco Potì – apprendiamo della nave che lavora per Tap, in quarantena per il Coronavirus. Riteniamo, io e altri sindaci del territorio, che è urgente e non più rinviabile la sospensione di questo cantiere a Melendugno. Idem per quello dell’area compresa tra Lecce a Brindisi. Noi supplichiamo il prefetto di Lecce, affinché intervenga immediatamente, sospendendo il cantiere di Tap e delle ditte appaltatrici. Non possiamo tenere in uno stato di angoscia i cittadini che stanno soffrendo, già sottoposti alla rinuncia al lavoro e o ad aprire i propri negozi. Tap, per rispetto, deve bloccare tutto e andare via. Siamo tutti tenuti a rispettare le leggi per evitare il contagio”.

 

Possiamo sostenere, a ragione, che la pandemia abbia giocato a favore dell’estrattivismo e in questo caso della multinazionale TAP, soprattutto grazie alla neutralizzazione dell’opposizione sociale. 
La militarizzazione dei territori, dispiegata in tutto il paese, è stata un forte deterrente per ogni tipo di protesta o controllo dell’operato di TAP. Con le comunità costrette a stare in casa, al distanziamento fisico, all’isolamento, la multinazionale ha avuto la strada spianata per continuare a depredare e distruggere il territorio
: 

“Non sapremo mai, visto che nessuno controlla, di quanto si è espanso abusivamente il cantiere”, scriveva il Movimento No TAP. 

 

La conta dei “danni” è avvenuta solo allo scadere dei 69 giorni di quarantena, quando finalmente alle persone comuni è stato permesso di uscire e muoversi nel territorio. 

Ed ecco, giorno dopo giorno, un macabro resoconto dei luoghi naturali devastati da TAP: “Merine di Lizzanello, zona “bosco degli Lei” vicino la grande quercia”;
“Strada provinciale che collega Vernole a Calimera”;
“Zona “fondone”, Lecce”;
“Grande Quercia o “lizza dei briganti”, patrimonio dell’Unesco, tra Pisignano e Lizzanello”;

Un post del Movimento No TAP, datato 6 maggio 2020, titola:

 “L’inquietante post quarantena: Ci giungono immagini terribili delle nostre campagne. Una cicatrice larga 40 metri e lunga decine di Km punteggiata di tanto in tanto da piccole discariche di materiali di cantiere”.

Oltre il danno, la beffa. 
Con riguardo al processo che vede imputata la multinazionale TAP e le aziende a cui sono stati appaltati i lavori, accusati a vario titolo di disastro ambientale e costruzione abusiva, il 20 novembre 2020 viene diffusa la notizia del rinvio del processo, causa covid. 

Ma l’aula bunker del carcere di Lecce non resta vuota, perché il processo a TAP viene rimpiazzato con uno dei numerosi processi contro i No TAP, i cui capi di accusa rasentano, spesso, il ridicolo. 

“È chiaro che in rappresentanza di TAP il covid diventa un problema insormontabile – commenta il Movimento No TAP – mentre per quei processi super affollati, con 96 imputati, dove a giudizio vengono messi gli attivisti NO TAP, non esiste alcun problema di diffusione del virus.
Ma, del resto, era così anche quando i lavori nel cantiere continuavano, mentre l’intera nazione era in lockdown”.

TAP ha mostrato alla popolazione salentina che l’estrattivismo non si ferma davanti a niente. Va avanti nonostante tutto e tutti, nonostante la legge, nonostante le violazioni dei diritti umani e della natura, nonostante le accuse, nonostante le morti (come quella di un giovane operaio salentino, deceduto il 27 maggio 2020 per un incidente nel cantiere di interconnessione SNAM di Pisignano), nonostante una pandemia mondiale che blocca l’intero pianeta. 

Mentre eravamo chiusi in casa, mentre i nostri cari morivano da soli in ospedale, mentre tanta gente doveva rinunciare allo stipendio e si domandava se sarebbe riuscita a pagare il mutuo, a fare la spesa, ad assicurare un pasto ai propri figli; mentre tanti malati cronici restavano senza cure, mentre medici e infermieri mettevano a repentaglio la propria vita per salvarla agli altri, mentre ci abituavamo a non baciare i nostri genitori, a non stringere le mani dei nostri amici, mentre nelle carceri aumentavano i contagi e, le proteste dei detenuti, privati di tutto, venivano sedate con la più bruta violenza; mentre gli stadi, i cinema, i teatri erano vuoti e tutti facevamo i conti con le nostre paure, TAP continuava a lavorare, ferendo ulteriormente e irrimediabilmente un territorio e le vite dei suoi abitanti. 

 

Note:

1) Appendice all’edizione italiana di R. Zibechi “La nuova corsa all’oro. Società estrattiviste e rapina”, p.82
2) La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 marzo 2020, ‘Coronavirus Melendugno, il Sindaco: “Rischio contagio cantiere TAP”’.
3) Salento Metropoli, 31 marzo 2020, “L’Italia si ferma ma il cantiere TAP no”.

Questo articolo fa parte dell’eccellente Speciale Estrattivismo e Pandemia di EcorNetwork.

https://comune-info.net/lo-immaginavate-no-il-virus-fa-bene-al-tap/

martedì 19 febbraio 2019

Guerra contro la natura: il colonialismo sionista ha distrutto l’ambiente in Palestina - Ramzy Baroud e Romana Rubeo




Le ultime vittime della guerra contro l’ambiente in Palestina sono stati 450 ulivi distrutti la scorsa settimana da bulldozer dell’esercito israeliano. La distruzione di alberi di proprietà palestinese ha avuto luogo nei villaggi di Bardala, nella valle del Giordano, e di Yatta, nel sud della Cisgiordania. Anche altre decine sono state distrutte da coloni ebrei illegali.
È un mito che solo l’Israele sionista abbia “fatto fiorire il deserto.” Al contrario, da quando è stato fondato sulle rovine di più di cinquecento villaggi e cittadine palestinesi che distrusse e cancellò dalla carta geografica, Israele ha fatto l’esatto contrario. Nel lasso di qualche decennio la terra abitata da palestinesi musulmani, cristiani ed ebrei da migliaia di anni è stata sfigurata al di là di ogni immaginazione.
“La Palestina contiene un ampio potenziale per la colonizzazione di cui gli arabi non hanno necessità né sono in grado di sfruttare,” scrisse uno dei padri fondatori di Israele e primo capo del governo, David Ben Gurion a suo figlio Amos nel 1937.
Tuttavia l’Israele sionista ha fatto di più che “sfruttare” semplicemente quel “potenziale per la colonizzazione”: ha anche sottoposto la Palestina storica a un’incessante e crudele campagna di distruzione che continua tuttora. È probabile che essa continui finché prevarrà il sionismo, in quanto ideologia razzista, egemonica e sfruttatrice.
Fin dai suoi inizi, a metà e alla fine del XIX^ secolo, il sionismo politico ha ingannato i suoi seguaci con la descrizione della Palestina storica. Per incoraggiare la migrazione ebraica in Palestina e per fornire un simulacro di giustificazione etica per la colonizzazione ebraica, il sionismo ha costruito miti che rimangono tuttora un tema centrale. Secondo i primi sionisti, per esempio, la Palestina era una “terra senza popolo per un popolo senza terra”. Venne anche detto che si trattava di un deserto arido, che attendeva i coloni ebrei dall’Europa e da altre parti con l’urgente missione di “farlo fiorire”.
Tuttavia quello che i sionisti hanno fatto alla Palestina invece è incompatibile con il loro discorso teorico, in quanto razzista, colonialista ed esclusivista, come è sempre stato. La terra di Palestina, circa 16.000 km2 dal fiume Giordano a est fino al mar Mediterraneo, diventò l’oggetto di un crudele esperimento, iniziato nel 1948 con la pulizia etnica del popolo palestinese e con la distruzione dei suoi villaggi, della sua terra e delle sue coltivazioni. Questo sfruttamento della terra e del suo popolo è cresciuto con intenso fervore nelle generazioni successive.

Sradicare alberi, bruciare coltivazioni
Le colonie ebraiche illegali a Gerusalemme est e nella Cisgiordania occupate sono state costruite su terre agricole e da pascolo palestinesi confiscate. L’ impatto immediato di queste azioni è stato lo sradicamento di milioni di ulivi e di alberi da frutto, e la conseguente erosione del suolo in molte parti della Palestina occupata.
Coloni armati aggrediscono contadini palestinesi in tutta la Cisgiordania, spesso con la protezione dell’esercito israeliano. Una delle loro principali missioni è sradicare gli alberi palestinesi e dare alle fiamme le coltivazioni, nel tentativo di obbligare i palestinesi ad andarsene, come primo passo prima di rubare la terra e costruire altre colonie illegali.
Per avere un’idea di quello che ciò significhi a livello locale, si legga parte della testimonianza del contadino palestinese Hussein Abu Alia, pubblicata in uno studio dell’ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei territori palestinesi occupati (UNOCHA OPT): “All’inizio abbiamo sorpreso i coloni che rubavano le olive dai nostri alberi. Poi hanno iniziato a spezzare i rami, ma quelli ricrescevano e abbiamo anche piantato nuovi alberi per sostituire quelli danneggiati. Allora tre anni fa, quando siamo andati a raccogliere le nostre olive, siamo rimasti scioccati nel trovare gli alberi tutti gialli e secchi…I coloni hanno forato i tronchi e hanno iniettato una sostanza velenosa che ha ucciso gli alberi fin dalle radici.”

Prosciugare il fiume Giordano
Le colonie ebraiche illegali consumano grandi quantità delle già impoverite risorse idriche palestinesi. Di fatto il controllo dell’acqua è stato una delle prime politiche messe in atto da Israele dopo l’inizio della sua occupazione militare nel 1967. Le politiche discriminatorie di Israele riguardo all’uso e abuso dell’acqua sono note come “apartheid idrico”. Lo sconsiderato consumo di acqua da parte di Israele e l’irregolare uso delle dighe hanno un esteso e forse irreversibile impatto ambientale, alterando profondamente l’ecosistema idrico.
“A causa delle nuove dighe costruite nel nord per fornire ai contadini (cioè ai coloni ebrei illegali) accesso all’acqua”, ha informato l’israeliano Ynet News [sito informativo in rete, ndtr.], “la portata del fiume Giordano è significativamente diminuita.”
Queste informazioni dei media sull’impatto distruttivo di Israele sul Giordano sono state per anni importanti notizie.

Spianare il paesaggio
La costruzione per abitazioni, per l’agricoltura e per le infrastrutture da parte e per i coloni ebrei è di per sé un disastro ambientale. C’è un significativo impatto sulla biodiversità locale della Cisgiordania.
Il livellamento del terreno e gli scavi alterano il suolo e hanno un notevole impatto sull’agricoltura. Oltretutto interrompono anche l’uniformità del paesaggio e il rapporto organico tra gli esseri umani e l’ambiente naturale.
Israele non dimostra alcun rispetto per la Palestina e la sua gente. Lo Stato colonialista sionista sta distruggendo l’habitat locale, gli animali e le specie uniche della regione.

La spazzatura di Israele
Secondo uno studio condotto dall’Ufficio per l’Ambiente dell’Amministrazione Civile [l’istituzione militare che governa i territori palestinesi occupati, ndtr.] in Cisgiordania, giornalmente vengono prodotte dai coloni israeliani circa 145.000 tonnellate di rifiuti domestici. Come prevedibile, molta di questi rifiuti, comprese le acque reflue, vengono scaricati su terra palestinese senza tenere in alcun conto l’ambiente palestinese o le persone e gli animali che vi vivono.
Nel solo 2016 sono stati sversati in Cisgiordania 83 milioni di m3 di acque di scarico. Questa quantità sta aumentando costantemente e rapidamente.
Strade solo per ebrei
Per di più, i danni inflitti all’ambiente dalle colonie ebraiche vanno oltre lo spazio fisico di quelle colonie illegali. Negli anni Israele ha costruito una fitta rete di strade che uniscono le colonie illegali tra loro e con Israele. Lo scopo è fornire un “transito sicuro” per i coloni ebraici. Queste strade di comunicazione sono solo per l’uso degli ebrei, ai palestinesi è vietato utilizzarle per qualunque ragione.
I cosiddetti “percorsi sicuri” circondano completamente molti villaggi palestinesi nella Cisgiordania occupata e la loro costruzione ha comportato la confisca di centinaia di ettari di terra palestinese fertile. Oltretutto col tempo le fattorie palestinesi situate all’interno di queste strade di collegamento diventano inaccessibili ai loro proprietari e sono quindi lasciate incustodite o occupate da Israele per ragioni “di sicurezza”.

Avvelenare la Striscia di Gaza
La guerra di Israele contro la natura va oltre le colonie ebraiche illegali. L’uso da parte dello Stato sionista di uranio impoverito, fosforo bianco e altri tipi di armi tossiche ha ucciso e ferito migliaia di palestinesi, per lo più civili, nella Striscia di Gaza assediata. Oltretutto esso ha distrutto anche l’ambiente in modo quasi irrimediabile.
Le massicce offensive militari contro i palestinesi a Gaza nel corso dello scorso decennio hanno lasciato terribili ferite sulle persone e sul loro ambiente. L’incalcolabile numero di bombe e missili lanciati da Israele nei bombardamenti del 2008-09, del 2012 e del 2014 ha lasciato nel suolo un’alta concentrazione di metalli tossici.
Secondo il “New Weapons Research Group” [Gruppo di Ricerca sulle Nuove Armi] – un gruppo di scienziati indipendenti e medici con sede in Italia – frammenti metallici lasciati da armi israeliane includono tungsteno, mercurio, molibdeno, cadmio e cobalto. Sono tutti elementi tossici che si sostiene provochino tumori, infertilità e serie malformazioni congenite.

Raccolti rovinati
All’ambiente di Gaza non viene risparmiato un destino terribile neppure quando finiscono le offensive e le incursioni militari, seppur di solito in modo temporaneo. Anzi, l’esercito israeliano spruzza regolarmente erbicidi nei pressi della barriera che separa il territorio assediato da Israele. L’erbicida più comunemente utilizzato è il glifosato.
La Croce Rossa ha avvertito che il danno causato dal frequente uso di erbicidi nelle zone di confine da parte di Israele va al di là della distruzione delle coltivazioni palestinesi. Provoca alle persone che vivono nella Striscia di Gaza anche complicazioni a lungo termine per la salute.

Il prezzo del muro dell’apartheid
Mentre il muro dell’apartheid, che Israele ha costruito sulla terra palestinese nella Cisgiordania occupata, è spesso preso in considerazione da un punto di vista politico o dei diritti umani, il suo impatto sull’ambiente è raramente affrontato.
Tuttavia, perché venisse costruito, sono stati sradicati dai bulldozer israeliani decine di migliaia di ulivi, alcuni vecchi di 600 anni. Il fatto che alcuni di questi alberi fossero protetti dalla legge sul patrimonio culturale internazionale ha semplicemente fatto rallentare l’esercito israeliano. La distruzione continua tuttora.
Per fare posto al muro, anche migliaia di ettari di terra palestinese sono stati bruciati, insieme agli alberi e all’habitat che li circondava. Al loro posto Israele ha costruito un muro alto otto metri massicciamente fortificato, totalmente estraneo al paesaggio palestinese e accompagnato da tutto l’armamentario dell’occupazione, comprese torri di guardia, recinzioni elettrificate e telecamere di sorveglianza.
È questo il “vasto potenziale per la colonizzazione” di cui si vantava Ben Gurion più di 80 anni fa? La verità è che i palestinesi hanno dimostrato di essere molto più “qualificati” a coesistere con la natura piuttosto che a “sfruttarla”, come hanno fatto i sionisti. Il costo di questo sfruttamento, tuttavia, non è solo pagato dal popolo palestinese, ma anche dall’ ambiente. Le prove davanti ai nostri occhi mettono ulteriormente l’accento sulla natura colonialista ed egocentrica del progetto sionista e dei suoi fondatori, totalmente privi di prospettiva.
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor)
(traduzione di Amedeo Rossi)


mercoledì 15 aprile 2015

la difficoltà di essere ulivo in Puglia

Ci sono giorni in cui devi alzare il sedere - Alice Mi.

Martedì è stata una giornata di mobilitazione per alcuni, pochi. La mobilitazione, quella vera non si fa dietro alla tastiera del computer. Quello è un lavoro utile per diffondere le informazioni, sensibilizzare … ma quando si tratta di impedire di commettere un’enorme ingiustizia, un crimine contro la natura direbbero gli ambientalisti – un crimine e basta dico io che sono una semplice cittadina – ecco quando si tratta di impedire che un albero sano venga abbattuto, solo perché potenzialmente infetto (da un batterio con cui in molti paesi hanno imparato a convivere e a nessuno è venuto in mente di abbattere gli alberi) allora in quel momento devi alzare il sedere e andare in campagna per opporti fisicamente a questa ingiustizia. È l’unico modo.

Quello che provo dopo questa giornata è, da un lato una certa soddisfazione perché gli alberi non sono stati toccati, proprio perché c’eravamo noi. Dall’altro la sensazione è quella dell’impotenza perché gli ulivi verranno abbattuti lo stesso, magari di notte, al buio, o appena qualcuno non sarà nel luogo giusto, al momento giusto.
Ma la sensazione predominante è senza dubbio l’incredulità: oggi ho visto amici, ragazzi che impiegati nei call center hanno rinunciato alla già misera paga giornaliera, attivisti, giovani anarchici, associazioni, professori universitari, gente comune, contadini, proprietari terrieri, molti giornalisti, purtroppo persino qualche fascista… ma chi proprio mi aspettavo di vedere e non c’era erano le istituzioni, i nostri presunti “rappresentanti” politici, uno almeno un consigliere, un candidato alle prossime elezioni (a parte un cinque stelle a onor di cronaca), loro prima di chiunque altro mi sarei aspettata a difendere la nostra terra, a rappresentarci, a tutelare i contadini che impotenti verranno privati del frutto del lavoro di una vita.
È in questi momenti che cadono le maschere.
‪#‎difendiamogliulivi

 

da qui



Noi siamo gli ulivi. Fermiamo la strage – Donpasta



Al Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina
Al Governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola
Al Presidente della Provincia di Lecce, Antonio Maria Gabellone

Vi scrivo sul tema degli ulivi del Salento e della Puglia tutta, caro a tutti noi, perché nell’anno di Expo, l’Italia rischia di perdere uno tra i monumenti simbolicamente più importanti agli occhi del mondo, l’ulivo secolare Tema complicato, di difficile risoluzione, in cui l’unica certezza per l’Unione Europea è l’ordine di isolare il focolaio per non toccare le altre regioni e gli altri Stati. Per farlo «saranno obbligatori quattro trattamenti insetticidi su tutto il territorio e l’eradicazione di tutte le piante infette con interventi di manutenzione a completo carico dei produttori ». Vorrei partire da una costatazione. In cinquant’anni di finanziamenti agricoli il risultato è che le campagne sono in gran parte deserte. Il paradosso è che gli ulivi sono stati o troppo trattati, oppure abbandonati a loro stessi.
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Ma c’è tanta, tantissima gente che dei propri olivi si prende cura e lo fa in modo sano, pulito. Da loro si deve ripartire. Magari le piante di fronte ad attacchi così violenti forse non si salverebbero comunque. Ma è chiaro che una pianta sana, come un uomo sano, ad una malattia reagisce meglio, con più vigore, più anticorpi. Il nocciolo della questione è triplice: -Identitario: noi senza gli ulivi non siamo niente, siamo come Sansone con i capelli. Se li tagli perdiamo la forza. Perdiamo l’essenza stessa del nostro essere in pace con la terra, in equilibrio con il territorio, con la storia, anche con un autarchico modo di concepire l’economia domestica. -Turistico: perché si crede che la gente abbia scelto il Salento come incontrastata meta nazionale e anche internazionale.
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Per il bel mare? Per il buon cibo? Per la tanta musica? Tutte quelle cose per ogni salentino sono il frutto di un’unica e sola cosa. Non aver omesso, cancellato, cosa rara nella contemporaneità, la nostra essenza più intima racchiusa in quella pianta, simbolo di un mondo che in qualsiasi parte di Occidente era già scomparso. Perché si era pensato che la contemporaneità non avesse bisogno di passato, quindi di memoria. Da noi resiste ancora. Per quanto? – Economico: c’è un mondo la fuori che sta miseramente crollando, che spazza via ogni cosa. Ma noi abbiamo una chiave di volta. Sembra utopico in effetti dire e dirsi che si debba tornare alla terra. Ma esiste un mercato europeo, mondiale, di gente pronta a comprare olio di qualità al giusto prezzo.
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I consumi sono cambiati, in bene e in male, ma diverse forme di organizzazione del commercio vengono incontro a questo tipo di offerta e fanno saltare ogni filiera commerciale per il bene dei nostri contadini. Magari inventando un modo nuovo di concepire i consorzi, le cooperative, l’organizzazione della vendita perché diano veramente accesso alla terra alle nuove generazioni. Non mi inoltro sugli aspetti tecnici delle regole imposte, ma una serie di quesiti vanno posti: si è pensato alla salute degli uomini e della terra dopo interventi così impattanti? Come avverranno questi trattamenti, con che prodotti? C’è un obbligo di trasparenza su azioni del genere. Le eradicazioni che impatto avranno, con che tipologia di alberi verranno sostituiti? Come poter tutelare chi pratica agricoltura biologica e naturale? Ciò che serve, è vero è che ognuna di quelle singole piante sia trattata con cura. Che non significa imbottirla di veleno. Significa prendersene cura come per millenni si è saputo fare, per dargli forza e anticorpi.
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Servono soldi, tanti soldi. Togliete soldi alla sanità, alle strade fatte per i turisti, alla cultura e al turismo che nulla potrebbero raccontare senza quegli ulivi. I turisti non verranno più in un deserto che era un tempo valle rigogliosa. Il Salento e la Puglia, caso raro al mondo, possono fregiarsi di costruire un intero modello di turismo sulla propria identità. Questo modello ha funzionato. Ma questo modello non esiste, non può esistere senza la base, il fondamento di ogni cosa. Noi non siamo nulla, siamo ulivi, lo siamo sempre stati, nella loro metafora di braccia, tante braccia, ad abbracciare, ad avvolgere una comunità tutta.
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Salvare gli ulivi salentini è questione di vita o di morte e noi abbiamo da credere al nostro passato millenario, più che alle soluzioni contemporanee, di demiurghi privi della nozione di memoria e storia, spesso corrotti, condizionati dagli interessi biechi magari di multinazionali, di Commissioni Europee che hanno cecità evidenti sul rapporto tra economia e benessere del cittadino in un territorio. Siamo in una fase talmente drammatica in cui o si ha a che fare con le catastrofi o con la risoluzione delle stesse attraverso utopie. Le mezze misure non funzionano più. Dobbiamo noi tutti prenderci cura degli ulivi, di ogni singolo olivo. Fate fiducia al coraggio dei cittadini, dei contadini, quelli veri, credete in loro, appelliamoci ai nostri anziani, detentori di un sapere infinito su cosa volesse significare essere in equilibrio con la terra. Altrimenti, e sarebbe un peccato, non potrei più dire in giro per il mondo come faccio da tanti anni, quello che mi insegnò mia nonna, “Daniele, se hai un problema aggiungi olio”.


In piazza, con il ramoscello d’ulivo - Massimiliano Guerrieri

 

Abbiamo bisogno di vegliare sulla nostra storia. Siamo un popolo costantemente minacciato. Inchiodato nella gabbia delle nostre medesime paure. Sempre in allerta. In lotta permanente, contro le minacce manifeste e latenti.
Quella del disseccamento degli ulivi non è una fatalità della storia riservata a un manipolo di viventi in un lembo del Mediterraneo. È una storia tra le tante, una storia comune. È la storia che mette in relazione un’infinità di narrazioni apparentemente diverse, è il fil rouge dei dannati della terra.
Noi, non siamo privilegiati rispetto agli altri sud. C’è un sud in ogni parte del mondo e ciascuno porta la sua dannazione.
Noi, siamo i nuovi anfratti di un sud da colonizzare. Merce da gestire, senza limitazioni. E, talvolta, prestati come animali nei combattimenti clandestini. In un clima sempre più emergenziale. Come legittimo arbitrio alla sospensione delle regole democratiche. Affidate ad un sedicente sapere tecnico-scientifico che non ammette diritto di parola. Il tutto, dentro una guerra dichiarata: la quarta guerra mondiale. La guerra dei mercati e del neoliberismo. Dell’egemonia del profitto e del pensiero unico omologante. Del denaro come unica chiave di lettura delle complessità. Degli schemi economici come medicine di ogni male. Le sole ricette accreditate per spiegare fenomeni sociali e ambientali.
In questo scenario, la sola unità possibile che possa favorire un’incrinatura di sistema è nell’essere sud consapevole di appartenere a un mondo in cui il nord rappresenta la speculazione della finanza, l’avarizia del capitale, la brama del potere. Dopo anni di sperimentazioni nei vari sud del mondo, anche noi, siamo divenuti congegno di un dispositivo funzionale alla creazione della loro ricchezza: un meccanismo, a tal punto diabolico, da trasformarci in rigattieri nella nostra stessa miseria.
Per questo credo che, difendere gli ulivi, oggi, significhi qualcosa in più di ciò che appare. Serve più informazione e più coscientizzazione, non possiamo fermarci a testimoniare azioni di dissenso davanti ad un dramma caduto dal cielo. Perché la spocchia con cui si tenta di blindare il dibattito intorno ad un manipolo di esperti accreditati dal potere, ad una politica asservita, ad un ristretto numero di associazioni di categoria e ad un giornalismo ammanicato è la cifra del fanatismo con cui avanzano gli affari di quel nord prima citato.
Nessun dubbio può essere ammesso di fronte alla parola di dio. Non puoi fare domande sulle cause perché bisogna fare in fretta. Non puoi contestare il metodo perché bisogna agire prima che sia troppo tardi. Non puoi parlare perché non conti, non sai e non capisci. Nemmeno quando vorresti dire, pacatamente e con buon senso, attenzione, perchè una soluzione affrettata che mette in pericolo la salute di un milione di persone, che devasta il patrimonio ambientale e paesaggistico di un territorio è qualcosa che irreversibilmente potrebbe danneggiare il nostro futuro, dei nostri figli, delle prossime generazioni. A quel punto realizzi che la battaglia va oltre una fatalità caduta in terra salentina.
La storia comune non può che essere un ulivo che diventa cappello condiviso del dissenso di un’intera comunità che considera ogni albero un patrimonio collettivo dell’umanità, prima che risorsa economica da cui trarne profitto. Che guarda all’ulivo come simbolo di protezione delle biografie dei dannati: paravento dei senza voce, ombrello dei migranti, riparo degli sfruttati, uno scudo contro i sacerdoti della modernità, una corazza per un popolo che rivendica la dignità di esistere, di domandare, di decidere.
Per questo oggi sarò in piazza, con il ramoscello d’ulivo in mano elevato a simbolo di resistenza, contro lo sradicamento selvaggio, contro l’uso indiscriminato dei veleni, dalla parte di chi griderà #difendiAMOgliulivi.
Perché, difenderli, significa soprattutto custodire tutti i volumi di un’antica e sterminata biblioteca comune.


Strage degli ulivi in Puglia, una follia tutta italiana – Antonia Battaglia


In visita a Lecce qualche giorno fa, il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali non ha perso tempo ad indicare l’intenzione del Governo di chiedere lo stato di calamità naturale per il Salento. Avanti tutta con il cosiddetto “piano Silletti”, che prevede l’abbattimento di migliaia di alberi per combattere il batterio della Xylella fastidiosa, del quale, fino al momento, non vi è prova scientifica di patogenicità sugli alberi di ulivo in Puglia. 

Il Ministro Martina, assieme alla Regione, ha invitato da Lecce gli agricoltori ad arare le proprie terre, concludendo poi che in effetti non si taglierà un milione di ulivi, ma forse “solo 35.000”. Cifra poi smentita dallo stesso Commissario Silletti, che ha parlato di un monitoraggio in corso, di potature e sfrondature. 

Sembra, pertanto, che la questione Xylella sia dominata in ambito istituzionale dal caos, da un rincorrersi di stime, cifre, metodiche, minacce. L’Assessore regionale alle Risorse Agroalimentari ha dichiarato che se sarà necessario, ci saranno multe per chi non avrà arato i campi e ha affermato che “santoni e pseudo-ambientalisti, (sono) gli unici che veramente speculano sulla questione Xylella”. 

Andiamo per punti. L’allarme europeo di quarantena da Xylella fastidiosa viene lanciato dalla Regione Puglia, certa che il disseccamento rapido degli ulivi nella Regione sia causato dal batterio e che tale batterio possa quindi diffondersi altrove sul continente. La Commissione Europea, di conseguenza, lancia un allarme da quarantena nonostante l’EFSA (European Food Security Agency) si fosse già espressa in maniera molto mitigata sulla questione. Il pressing che viene però dall’Italia è molto forte e convinto, e quindi si adotta la misura di quarantena. 

Peacelink, per conto delle associazioni salentine riunite attorno all’Associazione Spazi Popolari, interviene in Commissione, apportando al dibattito le risultanze di ulteriori studi, che evidenziano come la Xylella potrebbe non essere la prima causa di malattia degli ulivi pugliesi, ma semplicemente una concausa o comunque un agente tra altri, riscontrato, dopo l’effettuazione di analisi, NON su tutti gli alberi affetti da disseccamento. 

Studi realizzati dall’Università di Foggia, dall’Università della California nel 2014, pareri scientifici e diverse testimonianze in arrivo da numerose parti del mondo concordano nel sottolineare che la causa prima della malattia potrebbero essere i funghi. Il direttore dell’EFSA risponde a Peacelink con una lettera del 1 aprile 2015, dichiarando clamorosamente che ad EFSA non è mai stato chiesto uno studio sulla eziologia della malattia, quindi sul rapporto causa-effetto del disseccamento rapido degli ulivi. 

Dopo l’intervento di Peacelink, la Commissione Europea ha invitato l’EFSA a fornire un ulteriore urgente parere sulla questione, al fine di discuterne al prossimo Consiglio Europeo Agricoltura e di prendere una decisione per fine aprile, quando si riunirà il Comitato sulla Salute delle Piante. 

Quindi, ancora adesso, non ci sarebbe nessuna certezza scientifica sulla causa della malattia degli ulivi, come invece la Regione Puglia ha dichiarato sin dall’inizio e come sostengono le azioni che vengono messe di nuovo in campo da Regione stessa e Ministero. 

Quello che appare singolare, di nuovo, è il fatto che Governo e Regione si apprestino a preparare un decreto legge per la dichiarazione dello stato di calamità naturale senza avere la certezza scientifica che si tratti di Xylella. 

Ci sono state centinaia di voci che si sono levate, in queste settimane, contro l’abbattimento degli alberi, ma la Regione ha messo in campo un comportamento molto aggressivo, ottuso, chiuso nella propria decisione di continuare sulla strada dello sradicamento degli alberi. 

Coldiretti, sin dall’inizio primo sostenitore della necessità dell’abbattimento immediato, in questi giorni ha sprecato parole durissime nei confronti della Francia, la quale ha bloccato l’importazione di poco più di un centinaio di piante dalla Puglia. Misura esagerata, dice Coldiretti, tuttavia “molto utile” per sostenere l’urgenza dello stato di calamità naturale. 

La misura adottata dalla Francia è fuori dubbio eccessiva ma essa è conseguenza diretta dell’allarme lanciato dalla Regione Puglia e dal Ministero, che continuano a dichiarare urbi et orbi la pericolosità della Xylella per tutto il settore agricolo. 

La Puglia, così facendo, si elimina da sola dal mercato mondiale, grazie alla miopia della propria classe politica e agli interessi spiccioli di una parte di essa che, probabilmente pressata dalla necessità di dover portare a casa un risultato propagandistico a fini elettorali (vedi prossime elezioni regionali del 31 maggio), si getta a capofitto in una storia dai contorni così tanto fumosi che la Magistratura di Lecce continua ad indagare a ritmo serrato. 

E’ difficile immaginare che la Francia, per esempio, dichiarerebbe mai lo stato di calamità naturale nella regione del Bordeaux, laddove ci fosse un qualche rischio di patologia vegetale, mettendo a repentaglio le produzioni, l’esportazione, l’economia, il turismo, l’intero ecosistema di una regione ricca tanto quanto la nostra Puglia, pur di ottenere indennizzi e sussidi europei e nazionali.

La Puglia è un produttore strategico non solo di olio, ma anche di uva, agrumi, prodotti agroalimentari di diversa natura, frutta (mandorle, pesche, albicocche, gelsi, etc.), pomodori, piante aromatiche, cereali, piante ornamentali. Un fatturato annuo di circa 1.3 miliardi di euro. 

Una ricchezza incredibile che dovrebbe esser difesa, protetta e non incautamente svenduta. Il danno all’immagine della regione è una ulteriore conseguenza gravissima di quanto accade: da diversi paesi europei, giungono testimonianze di preoccupazione per ciò che traspare della situazione. Sembra possa essere messa a rischio la stessa identità unica del Salento, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. 

Ci si chiede come sia possibile affrontare sfide di questa portata in modo così malaccorto. Il danno produttivo, economico, non solo sul piano agroalimentare ma anche turistico, può diventare dirompente. La classe politica che si è trovata a gestire la questione avrebbe dovuto farlo cominciando dalla scienza e dalla terra. 

Le misure di sostegno dovrebbero essere indirizzate alla ricerca, al rilancio dell’agricoltura biologica, alla garanzia del rispetto del paesaggio e dell’ecosistema della nostra Regione. 

Coldiretti ha chiesto “un risoluto impegno di tutto il Parlamento italiano affinché sia resa possibile la dichiarazione di stato di calamità naturale nel Salento, dove sono a rischio 11 milioni di piante di ulivo”. 

Ma se davvero a Coldiretti interessa proteggere gli 11 milioni di ulivi, perché non si impegna affinché la cura che ha guarito già più di 500 di questi ulivi venga estesa a tutte le piante malate? Perché non si convoca con immediatezza un panel indipendente di ricercatori che possa non solo produrre un nuovo urgente avviso scientifico, da sottoporre ad EFSA, ma anche testare la cura che già funziona? 

Sarebbe interessante conoscere le risposte alle seguenti domande da parte del Ministro Martina e del Presidente Vendola: 

1) sulla base di quali test di patogenicità siete convinti che il disseccamento degli ulivi sia prodotto dalla Xylella? 

2) perché gli agricoltori che da più di un anno curano con efficacia gli alberi colpiti non vengono ascoltati? 

3) perché non vengono presi in considerazione i numerosi studi scientifici italiani ed internazionali che evidenziano, in linea con l’EFSA, che esistono tipi di funghi riscontrati sulle piante malate che potrebbero essere la causa prima del disseccamento degli alberi? 

4) perché l’azione del Governo e della Regione si concentra non sulla ricerca della causa della malattia ma sull’obiettivo dell’abbattimento e sulla richiesta di indennizzi all’Unione Europea? E questo nonostante la dichiarazione dell’EFSA sull’incertezza dell’eziologia della malattia? 

Vengono prese decisioni così radicali sulla base di poco più di nulla, decisioni le cui conseguenze potrebbero essere devastanti su diversi piani e per centinaia di anni. Un ecosistema finirebbe, un’intera Regione verrebbe sfigurata e trasformata in una landa industriale competitiva e senza identità. 

«Quista è casa mia, terra mia
Lu Salentu nu se tocca!» (Sud Sound System).


Gli ulivi sono creature vive - Cristina Carlà 


Iou ae te quandu su piccinna ca stau a mienzu all’arviri. Te ulia. Percè si, l’auri magari potenu puru essere chiu raffinati e colorati ma quiddhru ca me tanu l’arviri te ulia nu me lu tae ceddhri, mancu li cristiani. Anzi, soprattuttu li cristiani. Appena trasi intra la Masseria, intra lu feu te zziuma ncete quiddhru addu m’aggiu ssittata pe la fotu cu l’abitu te sposa. Matonna cce stia contenta ddhru giurnu, me ssittai torta storta e me misi a ritere percè a ncapu mia ddhru sorrisu ia durare minimu cent’anni. Comu a dhhr’arviru.
Poi ci camini picca picca sulla desthra nci ndete n’auru ca tene le troncu spaccatu a metà. Addhrai nu giurnu quand’era piccinna me purtau nu vagnone, anzi, la verità lu purtai iou, e ndi tiesi nu baciu, lu primu baciu te la vita mia. Sapia te terra russa, te fugghiazze sicche ca se scaffanu intra le scarpe e te pizzicanu, tantu cu te ricuerdi ca si bbiu. Insomma iddhru me uardau e disse: “St’arviru ete nuesciu pe sempre!”  E poi quarche annu dopu ne battezzammo n’auru, arviru sempre. Successe dopu na pasquetta, parlandu parlandu ni firmammu sutta na chioma immensa, beddhra, e siccomu era metà aprile la ntrata brillava allu sule, o sirai era iou ca ia biutu e la itia brillare. Tante stiddhre tutte pe nui ca ni amammu comu mancu sapiamu fare ncora, e ritiamu e ni mbrazzavamu, chianu chianu cunussia ni faciamu male. Cce fose bellu, ddhra fiata.
E già. Però nu bbe spicciata quai ca li arviri su tanti. Nu picca cchiu nanzi nci ndete unu ca stae tuttu piegatu, ria quasi a ‘n terra, iou l’aggiu chiamatu Pigro. Sirma m’ha dittu ca quandu era piccinnu iddhru l’ha aiutatu cu nu se spezza e infatti quiddhru s’a piegatu tuttu ma nu s’è spizzatu. E nu se spezza. Figghiuma ogne tantu ae e se setta ddhra subbra percè tene lu troncu comu na panchina. Certi giurni ci te ttruei all’ura giusta e lu uardi cu la luce giusta pare ca tene la facce disegnata cu l’ecchi, lu nasu e la ucca ca te sorride. Ndaveru sai? Ete beddhru fattu, cu nu piettu forte e le razze sempre perte all’aria prontu cu te mbrazza. E poi nci ndtete n’auru ca a mie me face nu picca paura perè tene le ratici ca essenu tutte te fore a triangulu, tantu ca te lu largu parenu ddo porte e ci sape cce ncete ddhra rretu.
Allu Beneficiu invece ncete n’arviru cu nu troncu talmente scavatu e scaurtatu te lu tiempu ca intra s’è formata comu na grotta e iou quand’ete tiempu te natale au ddhra sutta e mintu li pupi te lu presepe. La Matonna, san Giuseppe e Gesù Bambinu e poi ccappa sempre ca li re magi se li scundenu li musci e nu li ttrou cchiui. Ci rueddhri intra lu fondu sta chinu te Gasparri e Melchiorri. Sicuru! E cce aggiu fare? Pacienza.
L’arviri te Li Scaloti l’anu chiantati li bisnonni mei, praticamente li genitori te la nonna mia, allu 1900. Roba ca quandu all’inviernu au cu ba cogghiu le ulie e pensu ca ddhr’arviri su stati chiantati cu le manu te lu sangu miu, signori, la sacciu ca su sthrana però a mie me ene te chiangere, anzi no, me ene cu me li baciu tutti, cu li ccarizzu, cu ndi pettinu le fronde. Cce su beddhri l’arviri mei. Ca ui li ititi fermi e silenziosi ma ci bbu ssitati ddhra sutta e bu stati citti citti ititi quante storie bu potenu cuntare. Ci bbu stati sittati sutta n’arviru o ci bu stinditi comu uliti, a nu certu puntu ncignati a sentere uci e tamburieddhri, canti antichi ca nu se sentenu cchiui, ncignati a sentere lu rumore te la terra quandu ene mpastata te l’aratru, lu frusciu te le fogghie quandu lu ientu le moe, lu sbattere te ale te n’auceddhru ca se moe te nu ramu all’auru. Storie, nu saccu te storie te sirda e poi te nonnuta e poi te lu nunnu te lu nonnu tou, e poi te lu nonnu te lu nonnu te lu nonnu tou.
A fiate ccappa cu stai nu picca maru, no? Ca tuttu te pare niuru e nu sai propriu te ddu a ncignare. Quandu me sentu cussi iou me nde bbau fore e me scaffu intra a n’arviru, intra propriu, percè sulamente cussì me sentu protetta. Me ticu ca ci ddh’arviru a risistutu tantu tiempu a tante te ddhre disgrazie, beh, nu picca te forza me la pote tare puru a mie. E ma la tae! L’arviri suntu creature vive, suntu cristiani ca tenenu n’intellingenza loru, nu movimentu, na vita ca osce te tae e crai te llea. L’arviru ete comu li cristiani, te tratta pe comu lu tratti, e allora iou aggiu fattu nu pattu cu l’arviri mei. Iddhri me tanu lu fruttu pe quantu è possibile e iou li curu e li rispettu comu quandu ca eranu santi. E pregu pe iddhri cu stanu sempre bueni percè bu immaginati ci te lu oce allu crai l’arviri te ulia nu nc’eranu cchiui? A quai dintava nu desertu e intra lu desertu poesie nu nde cuntanu e nu nde scrivenu.
Ncete gente ca se uanta ca tene lu “sangue blu”. Sapiti cce bu ticu? Iou lu sangu lu tegnu olivastru. Densu, brillante, cu na gradazione intornu allu 0.8, o chiu acida a secundu te quantu me fannu nnervosire. Lu sangu miu ete profumatu, ete na miticina ca te ddu passa pulizza e depura. Ete sacru percè te unge e nu se nda bbae chhiui.
Lu sangu miu ete benitittu, ete nu gigante cu lu troncu spezzatu esattamente a metà, ca quandu lu uardi te lu largu pare ca le ddo parti se sta cercanu e se sta avvitanu comu a nu corteggiamentu ca tura te secoli e nu spiaccia mai. Ratici mbrigghiate una all’aura e rami superbi, te na parte lu passatu e te l’aura l’avvenire ca ballanu pe sempre a ritmu te ientu.


È da quando son piccola che vivo in mezzo agli alberi. Di ulivo. Perché si, magari gli altri possono essere più raffinati e colorati ma quello che mi danno gli alberi di ulivo non me lo dà nessuno, neanche le persone, anzi soprattutto le persone. Appena entri nella Masseria, nel terreno di mio zio c’è quello su cui mi sono seduta per la foto con l’abito da sposa. Com’ero contenta quel giorno! Mi ci sedetti sopra mezza storta e iniziai a ridere perchè nella mia testolina quel sorriso doveva durare minimo cent’anni, come quell’albero.
Un po’ più avanti sulla destra ce n’è un altro che ha il tronco spezzato esattamente a metà. Lì un giorno quand’ero piccola mi portò un ragazzo, anzi per la verità lo portai io, e gli diedi un bacio, il primo bacio della vita mia. Sapeva di terra  rossa, di foglie secche che si infilano nelle scarpe e ti pizzicano, giusto per ricordarti che sei vivo. Insomma, lui mi guardò e disse: “Quest’albero sarà nostro per sempre!”. E poi qualche anno dopo ne battezzammo un altro, albero si intende. Successe dopo una pasquetta, mentre parlavamo ci fermammo sotto una chioma immensa, magnifica, e siccome era metà aprile le foglie nuove brillavano al sole, o forse ero io ad aver bevuto e a vederle brillare. Tante stelle tutte per noi che ci amammo come neanche sapevamo fare ancora, e ridevamo e ci abbracciavamo, piano piano per non farci male. Come fu bello, quella volta.
E già. Però non è finita qui perché gli alberi son tanti. Un po’ più avanti ce n’è uno che sta tutto piegato, tocca quasi terra, io l’ho chiamato Pigro. Mio padre mi ha detto che quand’era bambino l’ha aiutato a non spezzarsi e infatti quello si è completamente piegato ma non s’è spezzato. E non si spezza. Mio figlio ogni tanto ci si siede sopra perchè ha il tronco come una panchina. Alcuni giorni se ti lì trovi all’ora giusta e lo guardi con la luce giusta sembra che abbia il viso disegnato con gli occhi, il naso e la bocca che ti sorride. Davvero! È possente, con un petto forte e le braccia sempre aperte verso il cielo pronto ad abbracciarti. E poi ce n’è un altro che mi fa un po’ paura perché ha le radici che escon tutte fuori a forma di triangolo, tanto che da lontano sembrano due porte e chissà cosa c’è lì dietro.
Al Beneficio invece c’è un albero con un tronco talmente scavato dal tempo che dentro s’è formata una specie di grotta e quand’è tempo di Natale io vado lì sotto e ci metto i personaggi del presepe: La Madonna, San Giuseppe e Gesù bambino e poi i re magi li nascondono sempre i gatti e non li trovi più. Se ti metti a cercare nel terreno sarà pieno di Gasparri e Melchiorri. Sicuro. E che devo fare? Pazienza.
Gli alberi degli Scaloti li han piantati i miei bisnonni, praticamente i genitori di mia nonna, nel 1900. Roba che quando in inverno vado a raccoglier le olive e penso che quegli alberi son stati piantati con le mani del sangue mio, lo so che son strana ma mi viene da piangere, anzi no, mi viene da baciarmeli tutti, da abbracciarli, da pettinar loro i rami. Come son belli gli alberi miei. Perchè voi li vedete fermi e silenziosi ma se vi ci sedete sotto e state un po’ in silenzio vedrete quante storie potranno raccontarvi. Se ve ne state seduti sotto un albero o vi ci stendete, fate voi, ad un certo punto comincerete a sentire voci e tamburelli, canti antichi che non si sentono più, comincerete e sentire il rumore della terra mentre viene impastata dall’aratro, il fruscio delle foglie quando il vento le muove, lo sbattere d’ali di un uccellino che si muove tra un ramo e l’altro. Storie, un sacco di storie di tuo padre e poi di tuo nonno e poi del nonno di tuo nonno, e poi del nonno del nonno di tuo nonno.
A volte capita di esser un po’ triste, no? Di veder tutto nero e non saper più da dove iniziare. Quando mi sento così io me ne vado in campagna e mi ficco in un albero, proprio dentro, perché solo così mi sento protetta. Mi dico che se quell’albero ha resistito a tante di quelle disgrazie, beh, un po’ di forza potrà darla anche a me. E me la dà! Gli alberi sono creature vive, sono persone con una propria intelligenza, un movimento, una vita che oggi ti dà e domani ti toglie. L’albero è come le persone, ti tratta per come lo tratti, e allora io ho fatto un patto con gli alberi miei. Loro mi danno il frutto per quanto è possibile e io li curo e li rispetto come se fossero santi. E prego per loro perché stiano sempre bene: vi immaginate se dall’oggi al domani gli alberi di ulivo non ci fossero più? Qui ci sarebbe un deserto e nel deserto poesie non se ne recitano e non se ne scrivono.
C’è gente che si vanta di avere il “sangue blu”: sapete che vi dico? Io il sangue ce l’ho olivastro. Denso, brillante, con una gradazione intorno allo 0.8 o più acida a seconda di quanto mi fanno innervosire. Il sangue mio è profumato, è una medicina che da dove passa pulisce e depura. È sacro perché ti unge e non se ne va più.
Il sangue mio è benedetto, è un gigante col tronco spezzato esattamente a metà, e quando lo guardi da lontano sembra che le due parti si stiano cercando e avvitando come in un corteggiamento che dura da secoli e non finisce mai. Radici avvinghiate una all’altra e rami superbi, da una parte il passato e dall’altra il futuro che ballano per sempre a ritmo di vento.

Il popolo degli ulivi - Rosaria Gasparro 


«Quello che so io è che sono un albero d’ulivo», dice Nandu Popu. Ed è quello che sa e che sente ognuno dei presenti. Siamo in migliaia, siamo qui per dichiarare il nostro patto d’amore per la nostra terra. Lo cantiamo insieme a lui che non dimentichiamo le radici da cui veniamo e che oggi ci chiamano.
«Quista è casa mia, terra mia, lu Salentu no nù sse tocca».
Ci sono tantissimi giovani. Bellissimi figli degli ulivi, con i ramoscelli tra i capelli. Ci sono i medici per l’ambientedell’Isde, gli oncologi della Lilt, il Forum ambiente e salute. Perché «sarà un attentato alla salute di tutti, saranno usati pesticidi, alcuni dei quali clorati, che entreranno direttamente nella membrana delle cellule» come dice il dottor Carlo De Michele. Sono settanta fra enti e associazioni presenti. Ci sono quelli che hanno fatto quaranta chilometri in bici per essere qui. Ci sono quelli che hanno saltato il pranzo perché oggi è qui la festa. Paola e Marc con il loro campo coltivato con la permacultura. I giovani contadini e gli imprenditori agricoli. Gli anziani che parlano con gli alberi, che sanno che l’ulivo vuole cinque cose: largo, pietra, letame, accetta e sole. Ci sono gli agronomi e gli artisti, i Sud Sound System, Mimmo Cavallo ed Enza Pagliara.
Ivano Gioffreda, l’agricoltore combattente, presidente di Spazi Popolari, uno degli organizzatori dell’evento, infiamma gli animi quando dice che ci vuole l’università della saggezza popolare, che la ricerca deve essere libera e che invece non lo è, che dopo cinquant’anni di agrochimica le università farebbero bene a insegnare come si zappa la terra, come si ama, come si cura, che nessuno può permettersi di eradicare la nostra cultura, il simbolo di ciò che siamo. Ivano, che i denigratori chiamano santone e complottista, che ha guarito i suoi alberi malati disinfettandoli con poltiglia bordolese autoprodotta a base di solfato di rame e grassello di calce.

Ci sono le donne, tante, quelle su cui contare, quelle come Antonia Battaglia di Peacelink che ha sollevato dubbi, presso la Commissione europea, sulla causa del disseccamento rapido degli ulivi, che potrebbe non essere attribuibile al batterio xylella, ma ad altri fattori patogeni come i funghi tracheomicotici. Donne di scienza come Antonia Carlucci, evocata dal palco ricavato sugli scalini, ricercatrice presso l’università di Foggia in patologia vegetale, secondo la quale il fenomeno del disseccamento deve esser ulteriormente studiato, dal momento che non è ancora chiaro se la xylella sia il patogeno primario o secondario e quale ruolo abbiano i funghi nella malattia che sta colpendo gli ulivi salentini.
Donne di legge, come il sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone che indaga da un anno sul batterio e che ha denunciato il fatto che l’Istituto agronomico mediterraneo, dove si è svolto il workshop del 2010 nel quale è stato portato il batterio da xylella per scopi scientifici, gode per legge di immunità assoluta e l’autorità giudiziaria non può andare a indagare. Un caso unico nello scenario mondiale.

«È nato un popolo» dice Luigi Russo, presidente del Csv, uno dei promotori della giornata, che si è appellato al principio della precauzione come principio a cui attenersi in assenza di dati certi. Che si chiede come mai nell’ultimo rapporto sulle agromafie, coordinato dal procuratore Caselli, il primo capitolo è dedicato proprio alla xylella fastidiosa.
È nato il popolo degli ulivi, che si ribella all’eradicazione, che si legherà ai tronchi millenari per impedirne la strage. «Gli ulivi non hanno bisogno di essere benedetti, ma di essere accuditi» ha detto don Raffaele Bruno. «E che continuino a interrogarci con la loro salute malferma». Anche la Chiesa è scesa in campo per il bene comune con il messaggio dei vescovi salentini “Terra del Salento, alzati e cammina”.
C’è un popolo senza politici, che si appella alla propria intelligenza, alla propria passione, che rivendica il possesso della propria terra, che rifiuta la politica dell’emergenza, che sa che non c’è risarcimento possibile per un solo ulivo eradicato, che pretende studi e conoscenza, trasparenza e partecipazione. Che rifiuta questo modo d’intervenire così distruttivo che cambierà il volto del Salento, ne farà un deserto aperto alle speculazioni, e segnerà per sempre il destino delle sue genti. Un popolo resistente che da Sofocle in poi sa che l’ulivo è inviolabile e che “nessun uomo, giovane o vecchio, lo distruggerà sradicandolo con forza”.

C’era bisogno della xylella – qualcuno dice – per ripensare il modo di vivere, di sprecare, di trattare la terra e il creato. Con la xylella impareremo a vivere. Questa è la Magna Grecia, qui nacque la cultura. Non svenderemo nulla.
«Quista è casa mia, terra mia e lassu sempre aperta la porta».