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sabato 12 luglio 2025

E se la soluzione allo spopolamento fosse un flusso migratorio virtuoso verso i paesi? - Paolo Piacentini

 

Partendo dal dibattito che si è acceso sul tema in questi giorni, Paolo Piacentini – presidente onorario di FederTrek – prova a immaginare una risposta al problema dello spopolamento delle aree interne.

 

Nelle ultime settimane è esplosa la polemica politica sul tema dello spopolamento delle aree interne. Il confronto dal Parlamento si è trasferito all’esterno coinvolgendo l’antropologo Vito Teti, chiamato in causa in modo alquanto maldestro dal ministro Foti. Vito ha risposto con la sua consueta lucidità e altrettanto ha fatto lo storico dell’Appennino Augusto Ciuffetti. Entrambi hanno evidenziato l’assenza di una visione chiara che, bisogna ammetterlo, viene da molto lontano e quindi ha responsabilità politiche bipartisan. 

Alle prime risposte accennate è seguita una lettera molto importante per contenuti e valenza politica da parte del sindaco di Gagliano Aterno Luca Santilli, a cui ha fatto seguito un articolo a più pagine, sul quotidiano il Centro. A seguito della ferma presa di posizione del sindaco di Gagliano Aterno si sono fatti sentire altri sindaci per evidenziare tutti quei fenomeni di nuovi insediamenti che danno quella speranza che il governo sembra non voler cogliere.

Parlare dello spopolamento come fenomeno irreversibile vuol dire lasciare che le nostre aree interne, soprattutto in alcune aree montane più lontane dal “centro” politico e geografico, diventino un territorio da invadere con un economia estrattivista sempre più imperante. Senza riprendere le riflessioni di Vito e di Augusto, che pur nelle loro sfumature e diversità condivido da tempo, provo a mettere il dito nella piaga di alcune problematiche troppo spesso sottovalutate. 

 

Quando si parla di politiche per arginare lo spopolamento o addirittura provare ad attivare un controesodo la presenza della natura o del valore dei paesaggi sembrano essere elementi secondari perché non hanno un valore economico tangibile. Come a essere trascurata è la fragilità della maggior parte delle aree interne, soprattutto quelle montane. Di quest’ultimo problematica ci si rende conto solo quando arriva la frana di turno, fenomeno che negli ultimi è sempre più frequente

Partiamo dalla presenza delle risorse naturali nel loro insieme alle quali, da molti anni, è stato riconosciuto un valore economico attraverso il meccanismo virtuoso dei servizi ecosistemici. L’aver dato un valore economico alle risorse naturali per incentivare le comunità locali a mantenerle nel tempo anche a beneficio delle future generazioni è stata una grande novità, ma purtroppo ad oggi siamo all’anno zero. Qualche situazione è stata attivata ma rispetto alla grande opportunità di trasformazione  culturale, sociale ed economica sul come riabitare le aree interne con una nuova consapevolezza purtroppo nulla di significativo sembra emergere. 

Il mancato funzionamento dei servizi ecosistemici sta, in piccola parte, nella complessità del meccanismo, ma il limite più grande lo troviamo nelle  istituzioni preposte e nella politica tutta che non hanno creduto alle potenzialità di tale strumento. Immaginate una piccola comunità, anche quella più marginale in termini geografici, che viene coinvolta nella corretta gestione delle risorse naturali traendone un vantaggio economico e sociale. A quel punto, se il meccanismo dovesse andare a regime forse non servirebbero altre politiche fiscali di vantaggio e nel medio lungo termine i finanziamenti d’investimento o per la spesa corrente potrebbero trovare una finalizzazione più coerente con le esigenze delle comunità interessate. 

 

Il territorio urbano e l’area rurale hanno perso le funzioni storiche dell’attività umana e con queste anche la ritualità che dava un senso all’abitare. Se i luoghi non trasmettono più un significato legato alle attività umane – siano esse produttive, ludiche, religiose o altro – a subentrare è quello che Vito Teti definisce in modo molto chiaro come spaesamento.

Si vive in un territorio come residenti senza esserne dei veri abitanti se leghiamo questo sostantivo al prendersi cura di uno spazio geografico ben definito. Non ci potrà mai essere una seria politica per la montagna e per le aree interne se le istituzioni preposte non andranno oltre quelle misure legislative, economiche e fiscali che comunque vanno messe in campo, per andare a lavorare seriamente per far nascere una nuova cultura dell’abitare

Mi capita spesso di affermare, nel mio girovagare appenninico, che il vero abitante di un luogo è colui che si prende cura dei paesaggi, intesi nella loro complessità storico-culturale, naturale e ambientale. Può esistere anche un abitare temporaneo, come accade ad esempio al viaggiatore consapevole che contribuisce a far ri-nascere un nuovo modo di rapportarsi ad ogni singolo territorio. Certo non può definirsi abitante temporaneo il turista mordi e fuggi, fosse pure “ lento” e dolce.

Il territorio urbano e l’area rurale hanno perso le funzioni storiche dell’attività umana e con queste anche la ritualità che dava un senso all’abitare

Capita sempre più frequentemente che a ridare un senso all’abitare in modo nuovo le aree interne e montane siano i nuovi arrivati ed è per questo che non è assolutamente banale pensare a una politica demografica che incentivi un virtuoso flusso migratorio verso i piccoli paesi. Per stare con i piedi per terra e cercare di tenere aperto un confronto laico con chiunque ha a cuore le aree interne della nostra Penisola bisogna allora avviare una nuova stagione d’ascolto e proposta che abbia alcuni punti fermi:

  • Effettiva attuazione dei servizi ecosistemici, compresa la parte dei benefici immateriali per attivare la non più rinviabile alleanza tra città e montagna basata sulla consapevolezza di quanto l’urbanizzazione delle pianura e della costa dipendono dalle risorse della “spina dorsale” del Paese.  
  • Favorire i processi migratori dalla città alle aree interne – cosa che, in piccola parte, accade da qualche anno – attraverso una seria defiscalizzazione delle attività produttive, sociali e culturali.
  • Frenare con norme molto stringenti i fenomeni speculativi che, oltre a essere molto spesso eterodiretti, estraggono risorse senza nessun vantaggio per le comunità locali. 

La politica per frenare la crisi demografica è molto complessa e la mia vuole essere un’analisi parziale che tocca aspetti scarsamente attenzionati nel dibattito pubblico. Ci torneremo.

da qui

giovedì 9 febbraio 2023

La montagna non è una fabbrica - Wu Ming, Paolo Piacentini

Piacentini – In questi giorni è arrivata un po’ di neve ma nulla cambia ed invece vedo un accanimento terapeutico verso un modello di sviluppo turistico quasi sacralizzato, come se quella forma di fruizione della montagna in inverno fosse l’unica possibile.

Situazione preoccupante perché non si vuole prendere atto di quello che sta accadendo e si pensa di risolvere tutto con l’illusione “tecnocratica”

Si posizionano cannoni sparaneve sempre più potenti anche ad alte temperature, non importa se intorno la terra è brulla: pura follia. 

Wu Ming – Anzitutto c’è un problema simbolico, di immaginario: la montagna è vista come una fabbrica che d’inverno deve produrre neve, e questa neve ha l’unico scopo di imbiancare il paesaggio e consentire lo sci. Così, quando la neve non arriva, nessuno pensa al danno per le sorgenti, per la biodiversità, per gli equilibri ambientali, i pascoli, l’agricoltura. L’unico problema è che non si può sciare, e nessuno dice che proprio l’industria dello sci, con il suo enorme dispendio di energia, contribuisce al riscaldamento globale, il quale comporta meno neve naturale, quindi un maggiore ricorso a quella artificiale, e un maggiore consumo energetico: il classico serpente che si morde la coda.

Il mito della “settimana bianca” è talmente forte che certi rifugi, in assenza di neve, invece di puntare su chi cammina, organizzano serate disco sul modello delle “Vacanze di Natale” dei film di Vanzina. Perché la montagna d’inverno dev’essere quella roba lì. Se non c’è la neve, bisogna farla a tutti i costi: trovare una soluzione tecnologica, non cambiare mentalità.

D’altronde, succede così anche con la “transizione ecologica”: invece di ammettere che c’è un intero modello economico da cambiare, si preferisce pensare che le rinnovabili, i crediti del carbonio e qualche milione di alberi piantato qua e là ci permetteranno di mantenere le stesse abitudini.

Piacentini – Per questo parlo di conversione ecologica perché la transizione è più che sputtanata e comunque saremmo in netto ritardo. Va cambiato radicalmente il modello socio-economico. La necessità di una svolta radicale deriva proprio dalla tua riflessione, dalla considerazione che nell’immaginario del turista non si riesce a smontare un modello di fruizione che nasce negli anni del boom economico e che arriva ad oggi con una progressiva degenerazione.

Mi sembra molto importante anche la tua riflessione sulla carenza di neve – Si chiedono risorse pubbliche ingenti gridando all’emergenza come si trattasse di affrontare una catastrofe legata ad un terremoto devastante. Un’emergenza da carenza neve senza per nulla considerare che il vero problema semmai è la conseguente carenza d’acqua nel sistema idrografico.

Wu Ming– Sì, l’ordine delle priorità viene capovolto. Ma non è accaduto lo stesso anche con l’emergenza Covid? Una cassiera di supermercato poteva lavorare otto ore a contatto con i clienti, però, tornata a casa, non poteva farsi una passeggiata nel parco. Inutile stupirsi: come diceva Marx, «il morto afferra il vivo e lo tiene prigioniero»

Piacentini- Dovremmo avere la forza di lavorare per un nuovo paradigma e provare a cambiare l’immaginario sul come abitare e fruire le nostre montagne. Il turismo ok ma va diversificato davvero, le “terre alte” non possono vivere solo di turismo.

Penso al tema dei Cammini, quando nel periodo della pandemia per due anni il Cammino di Santiago ha visto un annullamento del flusso turistico con gli enormi danni relativi. Certo non è facile cambiare rotta visto il forte intreccio tra politica ed imprenditoria, una sorta di patto per utilizzare risorse ingenti che andrebbero indirizzate su progetti a favore delle comunità locali con un occhio rivolto al futuro. Come possiamo secondo te provare, nel nostro piccolo, a ribaltare l’immaginario delle comunità locali oltre a quello della città e dei turisti e portarli alla costruzione di una sorta di patto tra città e montagna che include anche quello tra generazioni?

 

Wu Ming – L’importanza economica del turismo è sovrastimata, perché un Paese come l’Italia, quando è in crisi nera e non ha idee per rilanciarsi, si rifugia in quel che ha già, per certi versi a costo zero, e prova a convincersi che sia la panacea di tutti i mali. Lo stesso vale per la montagna. Che offre, e potrebbe offrire ancora di più, lavoro nell’agricoltura, nell’allevamento, nell’artigianato, nella salvaguardia e cura del territorio, nella cultura. Ma per sviluppare questi settori bisognerebbe investire sui servizi, sui trasporti pubblici, sugli ospedali, sull’abitare. E allora si preferisce la montagna parco giochi, perché tenere aperto un parco giochi è più semplice, più compatibile con l’idea che certe zone non vanno davvero abitate, vanno solo consumate. Chi invece vorrebbe fare altro viene zittito, intimidito, non rappresentato, isolato. Eppure sull’Appennino ci sono ormai tanti giovani che svolgono attività slegate dal turismo. Si dice che senza quest’ultimo la montagna si spopola, ma in realtà il turismo è perfettamente compatibile con una montagna poco abitata: bastano poche centinaia di persone che garantiscono l’accoglienza stagionale.

Per questo, e non solo per le evidenti ragioni ambientali, prima di spendere per dei cannoni energivori che sparano la neve anche a 10 gradi, bisognerebbe garantire collegamenti frequenti, anche notturni, tra montagna e città, e tra comune e comune.

Piacentini – A proposito di servizi è ridicolo strumentalizzare i disabili narrando che gli impianti servono a portarli in alto anche d’estate, quando poi in paese non c’è nessuna attenzione all’accessibilità diffusa. Altro scandalo è che questi finanziamenti spesso arrivano dal PNRR con un’operazione di scippo verso le future generazioni che può fare scattare sentimenti di ribellione più che legittimi.

Bisognerebbe creare i presupposti per far crescere la coscienza su come lo sperpero di risorse pubbliche per alimentare un’economia “estrattiva” toglie l’aria al futuro dei giovani e delle comunità locali. Penso anche alla follia degli impianti eolici industriali nei fragili crinali appenninici.  Bisogna rivedere radicalmente il paradigma dello sviluppo lineare che non tiene conto dei vincoli naturali. Urgono nuovi progetti che mettono al centro la conservazione e la cura del territorio. Un’economia che sposa il concetto del limite e la sfida alla complessità.

Wu Ming – Parlando degli impianti di risalita, prima o poi si arriva sempre alla contraddizione tra ambiente e lavoro, l’occupazione viene usata come ricatto per perpetuare i danni al territorio. Invece, proprio la montagna è un territorio dove la cura dell’ecosistema può produrre lavoro, in tanti settori. Occuparsi di un castagneto, per dire, può avere una valenza produttiva, culturale e turistica allo stesso tempo. In un Paese con un dissesto idrogeologico mostruoso sarebbe facile creare nuova occupazione puntando sulla messa in sicurezza del territorio. O sul patrimonio forestale.

Il tema dell’occupazione viene anche usato per etichettare “gli ambientalisti” come un’élite cittadina, che vive comoda e dà più importanza ai faggi che agli esseri umani. Dobbiamo invece sottolineare l’ingiustizia profonda di un’industria come quella dello sci, che in molti territori si regge sul denaro pubblico, speso per tenere in piedi una macchina inquinante e prossima alla rottamazione, invece di aiutare attività virtuose.

Quest’anno il governo italiano ha chiesto ai cittadini di ridurre i consumi energetici: poi però i signori dello sci da discesa ricevono aiuti per le loro bollette e parlano di usare ancora più energia, e più acqua, per l’innevamento artificiale. Anche questa è un’ingiustizia che andrebbe denunciata.

Piacentini– Come vedi il rapporto con la politica istituzionale? Non credo siano tutti uguali e quindi credo sia opportuno aprire dei canali di confronto istituzionali, mantenendo una piena autonomia. Oggi la politica istituzionale è troppo spesso condizionata dagli interessi economico – finanziari e non è assolutamente indenne anche un pezzo importante dell’ambientalismo politico ed associativo. Lo dimostra anche l’approccio alla politica energetica cosiddetta green.  Davanti a questo scenario pensi si possa riuscire a far penetrare in alcuni ambiti le nostre istanze o non rimane invece che concentrarsi sulla costruzione di vertenze dal basso ?

Wu Ming -Paolo, anch’io non credo che siano tutti uguali, però sono quantomeno simili: fanno gli interessi dei loro clientes, almeno finché ritengono che questo non li danneggi sul piano dell’immagine pubblica, ovvero della carriera politica.

Oggi servono cambiamenti radicali e questi non sono mai venuti dall’interno delle istituzioni, dove il cerchiobottismo è una tattica di sopravvivenza, se non proprio una forma mentis. Una vera alternativa è possibile solo se molte persone la sostengono, la raccontano, la praticano sui territori, la pretendono e hanno la forza per pretenderla.

Piacentini– ti ho fatto la domanda perché pensando, ad esempio, alla posizione dei Verdi che da una parte provano a spingere verso un cambiamento radicale e dall’altra arriva la “necessità politica” del compromesso. Un po’ come la lista civica di Bologna che dice di sì al Passante basta che sia green.

Dovremmo provare a comunicare meglio le contraddizioni della politica. Far capire che alcune scelte sono, non solo insostenibili, ma profondamente incompatibili con le vere azioni virtuose. Non basta opporsi ma bisogna fare rete per costruire e praticare alternative radicali da comunicare in modo efficace.

Wu Ming – Qualche giorno fa, il danneggiamento di nove cannoni sparaneve sul Corno alle Scale ha fatto gridare all’ecoterrorismo. Io non so se sia stato un sabotaggio consapevole o un semplice vandalismo.  Però sono sicuro che ad essere sabotato con progetti insostenibili e ingiusti è il futuro dei territori, delle comunità locali e delle nuove generazioni. Non si può continuare a inseguire una monocultura, quella del turismo invernale, che non ha prospettive e sega il ramo su cui stiamo sedute.

da qui 

martedì 5 gennaio 2021

Prendersi cura è fare politica - Paolo Piacentini

In questi lunghi mesi segnati dalla crisi pandemica ho approfondito alcune riflessioni sul concetto di cura e salute all’interno di una visione sistemica.

Molto inchiostro ho continuato a versare sul tema della prevenzione di cui la conoscenza e la cura sono fondamentali elementi propedeutici. Non può esistere una seria opera di prevenzione se non si torna a riprendere un cammino di conoscenza che va dalla sfera individuale a quella collettiva e di territorio.

 

Prendersi cura delle città

Mentre mi accingo a scrivere questa riflessione le piogge torrenziali e di lunga durata stanno mettendo a dura prova il mio terreno. Ogni mattina la prima azione è lo sguardo attento per capire se l’acqua sta drenando bene, se i piccoli canali di scolo, che la raccolgono e la spostano lontano dalla casa sottostante, assicurano uno scorrimento ottimale.
Nel frattempo nel centro storico di Amelia, situato a pochi chilometri da casa, è franato un pezzo di muro vicinissimo al Duomo ed il piccolo torrente sta per esondare.

Un signore del luogo commenta con tristezza sui social che c’è una causa importante e sono le sempre più frequenti bombe d’acqua, poi ci sono le colpe dei tanti che non curano più il loro piccolo orticello, del comune che non fa pulire i tombini ai propri addetti e via elencando.

Torrenti e fiumi non hanno più la vegetazione ripariale che fungeva da filtro e controllo della velocità dell’acqua.

Il mio amico scrittore appenninico Federico Pagliai, nel suo ultimo libro, racconta di un viaggio immaginario lungo uno dei torrenti delle sue montagne. Seguendo lo scorrere della sua “torrenta” narra di come la conoscenza profonda del territorio e la cura di un tempo portavano ad utilizzare il fiume per i mille usi quotidiani senza sfruttarlo in modo eccessivo.

È di grande emozione la descrizione di come la vegetazione ripariale svolgeva un ruolo fondamentale nel filtrare le acque e di come ne governava un flusso regolare.


Addirittura l’uso produttivo della piccola centrale idroelettrica a valle non stressava più di tanto il fiume e nessuno si è mai posto il problema di non intaccare il minimo deflusso vitale perché non si arrivava ad uno sfruttamento così alto.

I torrenti e i fiumi erano vissuti come elemento vitale che offriva servizi fondamentali alle comunità attraversate.
Di nuovo al centro la cura, che nasceva da una sapienza antica stratificata culturalmente attraverso l’azione quotidiana che considerava una risorsa vitale come l’acqua un bene inestimabile ed inalienabile.

Per carità poi l’acqua i padroni hanno sempre cercato di controllarla e gestirla a proprio favore ma lo sfruttamento di oggi è drammatico e va assolutamente ricondotto ad una corretta e parsimoniosa gestione pubblica.

L’esempio dell’acqua, della sua gestione per prevenire frane e smottamenti e del suo utilizzo sobrio e a beneficio della collettività, è l’esempio più chiaro di cosa può voler dire prendersi cura del mondo che ci circonda.


La cura però non riguarda solo l’acqua, il paesaggio rurale o le aree interne ma va declinata assolutamente nel contesto urbano, dalle piccole città fino alle grandi metropoli. Prendersi cura della città vuol dire partire dalle vie e piazze del nostro quartiere.

 

Come si può avviare il processo di cura verso la città, come possiamo riabitarla in salute coinvolgendo i cittadini?
Elemento fondamentale è il tornare a creare un rapporto autentico e lo si fa riconoscendosi nei luoghi, nello spazio di cui siamo ospiti. Uno degli strumenti di conoscenza è il camminare, è lo sguardo lento e attento per scoprire gli angoli degradati bisognosi di cura come, per altri versi, è l’esplorazione meticolosa delle realtà virtuose che provano a ridare un’anima alla città.


Ha un senso profondo avviare questo nuovo cammino di conoscenza e cura proprio ora che tutti attendono con speranza l’uscita dal tunnel della pandemia attraverso il vaccino o cure miracolose.


La cura di cui abbiamo bisogno non è solo quella farmacologica, perché altrimenti ci culleremmo su falsi allori. Allora non perdiamo questa occasione che ci consegna la storia e costruiamo un nuovo futuro basato su una grande rigenerazione dei suoli, come diceva bene Carlo Petrini, delle persone, delle comunità e quindi dei territori.

 

Cura come progetto politico

È possibile trasformare in progetto politico il concetto di cura nell’abitare un territorio? Credo sia fondamentale.
Cura di sé stessi, degli altri, della comunità, dell’ambiente. Cura come costruzione di salute globale. Non può esistere un sistema in salute se alla base non si pone il principio fondamentale della cura.

Del profondo valore culturale e politico di questo sostantivo femminile forse troppo abusato, ma pochissimo praticato, dovremmo avere maggiore consapevolezza.

Dare centralità alla cura quotidiana delle cose come presupposto che dà senso al nostro essere al mondo è la più grande rivoluzione possibile, quel ribaltamento del tavolo di cui avevo provato a parlare all’inizio della pandemia da Coronavirus.

Se la mattina non vado nell’orto a curare la crescita delle piante non avrò i frutti desiderati, allo stesso modo non posso assaporare il buon vivere in un mondo migliore se non inizio a coltivare, davvero, un rapporto nuovo con me stesso e con l’ambiente che mi circonda, diventando protagonista di quel cambiamento desiderato.

Se pensiamo che il concetto di cura possa appartenere solo alla dimensione personale senza trasferirlo al senso di appartenenza ad una comunità e al territorio che la ospita, vuol dire rinunciare a quella trasformazione profonda di cui avremmo bisogno per vivere in salute.

 

I presupposti per la costruzione di una società più giusta

Partiamo dalla nostra casa, proviamo a sentirla solo come un angolo piccolissimo ed intimo della nostra esistenza quotidiana. Uno spazio vitale in cui raccoglierci nel corpo e nello spirito, in cui coltivare la dimensione più riservata e meditativa una sorta di eremo in cui rifugiarsi senza pensarlo però, parafrasando Adriana Zarri, come un guscio di lumaca.

La casa vista solo come una piccola parte del nostro essere abitanti del mondo. Abitiamo un luogo se entriamo in relazione con esso, se interagiamo da cittadini attivi, se ne riconosciamo i segni. Non basta vivere fisicamente in un determinato territorio, urbano o di campagna che sia, per essere un vero abitante.

Si abita interagendo, riscoprendo un senso di appartenenza, altrimenti rimaniamo forestieri in casa. Abitiamo se vicoli, strade, piazze, giardini, parchi, campagne, fiumi, valli, pendii, boschi, crinali ed ogni parte del paesaggio in cui siamo ospiti, suscitano in noi desiderio di conoscenza e di cura.

Non ha senso racchiuderci dentro le mura di casa per sentirsi protetti da una realtà esterna che invece dovremmo abbracciare come fosse il prolungamento della nostra esistenza.
Se abbandono una casa, un campo, un bosco, se non me ne prendo cura per anni, se la casa cade a pezzi, se i campi un tempo coltivati si riempiono di rovi, è giusto conservare il diritto di proprietà?

La proprietà di un bene dovrebbe presupporre il principio della cura. Non si tratta di praticare l’esproprio proletario ma di riportare nella res – pubblica il principio universale di un corretto uso del territorio.

 

Le nostre città, le nostre campagne ed aree interne sono disseminate di edifici in abbandono, di terreni incolti, di boschi non curati. Se la cura diventa il faro di un progetto politico locale e globale l’abbandono di un bene, privato o pubblico che sia, non è accettabile, soprattutto se l’incuria va a danno della collettività. Cura della persona, delle comunità, dell’ambiente e del territorio sono il presupposto fondamentale per la costruzione di una società più giusta e meno malata.

 

Cura e salute: binomio inscindibile

Se permangono diseguaglianze diffuse nell’accesso ai servizi, se non creiamo le condizioni per una vita più “salubre” capace di determinare un diffuso benessere individuale e collettivo che mette al centro il giusto equilibrio tra bisogni materiali e spirituali non riusciremo ad uscire da quella “normalità” malata denunciata da Papa Francesco in quell’indimenticabile Piazza San Pietro vuota ma carica di energia.

La fase post-COVID è il momento giusto per proporre questa grande rivoluzione copernicana: cura e salute come binomio inscindibile.

La crisi sanitaria ha mostrato la necessità di essere uniti nell’affrontare le grandi emergenze ma anche che la disarticolazione dello Stato a beneficio della frammentazione delle politiche locali e delle privatizzazioni non può garantire la costruzione di una società in salute.

Secondo l’OMS, la salute non è semplice assenza di malattia ma una situazione di benessere che va dalla persona, alla comunità fino ad interessare la cura del territorio.

Siamo lontani, credo, da questi principi quando pretendiamo un approccio solo farmacologico ed ospedalizzante. La medicina preventiva nella sua applicazione pratica mette al centro la cura, un approccio che si misura con la storia di ogni singola persona, ne fa un’anamnesi attenta e la inquadra anche nel contesto sociale ed ambientale.

 

La nuova centralità della medicina 

Franco La Cecla, in un interessante articolo uscito su Avvenire il 9 novembre 2020, riflette con una sana provocazione sul fatto se possiamo considerare la medicina una scienza esatta.

Analizzando il ruolo della medicina nel passato e le considerazioni di alcuni importanti studiosi arriva a collocare la medicina nel novero delle scienze sociali come, ad esempio, l’antropologia.

La sua riflessione-provocazione nasce dall’attuale fase pandemica, in cui anche il confronto tra virologi ed epidemiologi mette in luce quanto la medicina non possieda una verità assoluta.

La medicina può trovare una sua nuova centralità se riparte dalla cura e allora mi piace concludere proprio con un pezzo della riflessione di La Cecla perché è parte del cammino verso un nuovo umanesimo in cui il concetto di cura fa la quadra con quello di salute: «Oggi in piena pandemia sembra che la verità stia solo dal lato degli epidemiologi e che i malati siano numeri da fare balzare sulle cronache o su cui elaborare statistiche e indici.

Ed è il motivo per cui scompaiono caratteristiche culturali, geografiche, ambientali, modi di vivere. Come se la pandemia fosse soprattutto azzeramento della diversità umana. E invece gli infiniti dubbi che questa pandemia ci ha messo addosso partono proprio dalle specificità ambientali, climatiche culturali, sociali.

La carica immunitaria essendo una variabile di infinite caratteristiche di questo tipo. Viene da pensare che la medicina è una scienza sì, ma al pari delle scienze umane e che dovrebbe misurarsi con esse».

*Presidente di Federtrek e studioso di Aree interne

Articolo pubblicato anche sul blog di Labsus.org

da qui

giovedì 17 dicembre 2020

L’inutilità di sfregiare le montagne - Paolo Piacentini

Quest’anno la crisi dello sci da discesa, legata al sempre più scarso innevamento, sarà aggravata dalle condizioni dettate dalla crisi sanitaria.

E’ il momento di mettere in campo le alternative di fruizione della montagna che ormai sono, in molte zone dell’arco alpino, una bella realtà.

Pensare, ad esempio, di giustificare la realizzazione di nuovi impianti di risalita con la necessità di metterli a servizio dell’escursionismo estivo a piedi, in mountain bike o per far salire i disabili in quota è una cosa che non si tiene in piedi sotto tutti i punti di vista: oggi più che mai.

La montagna nel periodo estivo può diventare una vera palestra all’aria aperta e ormai qualsiasi studio sul benessere psico-fisico delle persone mette al centro la pratica del camminare o dell’andare in bici come le fondamentali attività motorie da esercitare anche in vacanza.

Se proprio qualche pigro vuole salire in quota senza camminare lo può fare con gli impianti esistenti, che se necessario possono essere riammodernati, anche se in alcune località gli impianti più impattanti e ormai in disuso sono stati smantellati.

Considerate che per i più pigri sul nostro Appennino e sulle Alpi esistono delle strade di penetrazione che possono condurre gli escursionisti a quote molto elevate e quindi la passeggiata in quota diventa più leggera.

Se parliamo della bici va considerata la forte innovazione della pedalata assistita che ormai consente di salire in quota senza grandi difficoltà anche alle persone meno allenate.

Vogliamo parlare poi dei disabili? Andate a chiedere al mondo della disabilità se non si senta strumentalizzato dal tentativo di aprire nuove strade o impianti di risalita in montagna per trasportarli in quota.

In molti casi per assicurare un servizio ai disabili si potrebbero utilizzare delle navette e favorire, nel contempo, forme di fruizione con accompagnatori attraverso l’uso della joelette.

Insomma, chi prova a giustificare nuove opere impattanti in montagna con la scusa che servono alla ulteriore promozione dell’escursionismo estivo ed invernale ha le cartucce scariche su tutti i fronti.

 

Mi auguro che le risorse della Next Generation EU non vadano a finanziare vecchi progetti ammuffiti nei cassetti regionali e che oggi, alla luce dei cambiamenti climatici da una parte e all’evoluzione del turismo attivo dall’altra, che mette al centro il concetto di salute anche nella dimensione del viaggio, si possa resettare il tutto per disegnare un altro modo possibile di fruire della montagna.

Lo sguardo dobbiamo voltarlo oggi senza aspettare ancora un attimo. La montagna ha bisogno di una nuova visione strategica ripartendo dal Manifesto della Montagna di Camaldoli e dalla Carta dell’Appennino elaborata da una serie di comitati territoriali.

Dobbiamo “Riabitare l’Italia”, come ci indica il nome del Manifesto a cui ho aderito con convinzione e quindi anche la  montagna.

Dobbiamo sostenere una nuova alleanza con le città per formare fruitori consapevoli degli ambienti naturali fragili ma che ci donano una bellezza infinita. 

Dobbiamo sostenere quei sindaci che stanno prendendo coscienza di una nuova progettualità sostenibile che faccia rinascere le comunità nel rispetto delle vecchie e nuove vocazioni territoriali.

Iniziano ad essere tanti gli amministratori locali che vorrebbero ribellarsi a vecchie logiche che nulla hanno di strategico ma che servono solo ad accontentare il sindaco di turno, il politico locale o qualche pseudo-imprenditore che prende il sacco dei finanziamenti pubblici e scappa lasciando piccole o grandi cattedrali nel deserto.

Oggi ci sono le premesse per rivitalizzare i piccoli centri montani con l’arrivo delle persone che stanno scegliendo di andare via dalla città .

E’ un fenomeno che andrebbe veicolato verso una scelta consapevole e non vissuto solo come fuga dalla città a causa della crisi sanitaria.

Invece di favorire finte chimere di una rivalutazione del patrimonio immobiliare fatto di seconde case in montagna, a trarre vantaggio da una riqualificazione e rivalutazione economica possono  essere le tante case abbandonate nei piccoli centri dell’Appennino se solo si cogliesse la novità a cui sta dando impulso, indirettamente, la crisi sanitaria. Fermiamoci, resettiamo tutto e ripartiamo con una nuova visione strategica.

da qui

giovedì 26 marzo 2020

Il coraggio di capovolgere il mondo - Paolo Piacentini

Se provassimo ad approfittare di questo momento per capovolgere il mondo? La mia prima moglie è morta di cancro e da quel momento il rapporto con la malattia è cambiato radicalmente. E’ subentrata una certa dose di sano fatalismo che mi ha portato a curare l’anima e il corpo ogni giorno seguendo le indicazioni dell’OMS che parla da decenni di prevenzione attraverso stili di vita sani.
Dopo quel lutto ed altri più o meno vicini, non ho più cercato la cura per vivere 100 anni, non sta a noi decidere quando morire: può accadere all’improvviso per mille cause. Ho pensato solo a fare ogni giorno ciò che poteva nutrire d’amore il mio corpo e la mia anima per pensarli in salute. Svegliarmi la mattina e ringraziare per esserci. Pensare alla morte come parte della mia vita.
Ho deciso che dovevo provare a stare bene ogni giorno, sentire dentro di me un’energia positiva per donarmi amore e trasmetterlo a chi mi è vicino: non solo fisicamente. Oggi gli studi più importanti ci dicono che il cancro e anche altre patologie importanti si curano attraverso un rafforzamento delle difese immunitarie.
Ci sono storie vere di persone che stanno lottando contro il cancro camminando o altre che affrontano la malattia attraverso la scrittura, la recitazione, il canto, l’arte, la musica. Le difese immunitarie si alzano curando corpo e spirito : io amo citare anche l’anima.
Lungi da me entrare nel merito di come limitare la diffusione di questo virus simil-influenzale ( i virologi di fama mondiale dicono di chiamarlo così) ma credo che ci sia una grande contraddizione nel chiudere gli eventi culturali, gli spazi dove andiamo a curarci l’anima per lasciare aperti i supermercati dove fare incetta di cibo in abbondanza per magari fare ammalare davvero i nostri corpi.

Capisco la necessità di procurarsi il cibo ma non si vive solo di quello che inviamo alla nostra pancia. A forza di alimentare solo lo stomaco abbiamo dimenticato che esiste una testa collegata alla dimensione dello spirito.
Mi ha sorpreso molto la raccomandazione fatta ai viandanti ad evitare di percorrere un tratto della Via Francigena in Lombardia.
Se c’è un modo per alzare le nostre difese immunitarie è proprio quello di mettersi in cammino, ci sono dati medici comprovati, non lo dico io.
Si parla di un crollo verticale di vari settori economici e tra questi il turismo.
Se provassimo a capovolgere il mondo potremmo fare emergere quelle che ci hanno costretto a chiamare economie di nicchia, residuali, marginali.
Provate ad immaginare i ” margini” fisici, geografici, sociali ed economici che finalmente squarciano il velo di un modello non più sostenibile e che cade a pezzi alla prima epidemia.
Un modello sociale che ritrova linfa vitale ribaltando il tavolo, mettendo in un angolo un “centro” malato. Quello che vale per la nostra salute individuale si può traslare alla dimensione della comunità.
Abbiamo la grande occasione di prendere coscienza che viviamo in una società malata nel profondo. Approfittiamo di questa grande occasione non per pensarci eterni ma per riscoprire la gioia di una pienezza di vita del qui ed ora.
Una gioia da condividere costruendo nuove reti di comunità solidali. E’ illusorio pensare di salvarsi da soli alzando muri in ogni dove.
I muri sono contagiosi più del virus ma noi possiamo abbatterli se avremo il coraggio di ”capovolgere il mondo”.