Visualizzazione post con etichetta Friday for Future. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Friday for Future. Mostra tutti i post

mercoledì 9 febbraio 2022

Il litio serbo e la transizione ecologica - Ferdinando Pezzopane, Stefano Ditella

 


Le proteste di Friday for Future e altri movimenti contro una miniera altamente impattante nella valle del fiume Drina ci insegnano che bisogna abbandonare il paradigma estrattivista

Proteste di massa come non si vedevano da anni. Fiumi di persone hanno invaso strade e autostrade delle principali città della Serbia a inizio dicembre. Da Belgrado a Novi Sad centinaia di migliaia di cittadini hanno marciato in segno di protesta contro quella che definiscono l’ennesima prevaricazione delle multinazionali sulle popolazioni locali. Il progetto in questione è una nuova miniera di litio della compagnia Rio Tinto, che sorgerebbe presso Loznica, una cittadina della Serbia occidentale al confine con la Bosnia-Erzegovina, nella valle del fiume Drina. In quest’area sarebbero custodite le più grandi riserve di litio in Europa e tra le più grandi al mondo, riserve che fanno gola alla compagnia mineraria anglo-australiana, la quale ha in piano un progetto da 2,4 miliardi di dollari per un’estrazione prevista di circa 2,3 milioni di tonnellate di carbonato di litio, da cui si ricava il materiale oggi necessario per la produzione di batterie per veicoli elettrici e pannelli fotovoltaici. 

La produzione del litio, per quanto necessaria per la transizione ecologica, è altamente impattante dal punto di vista ambientale e il progetto in questione, oltre a causare un potenziale inquinamento delle acque sotterranee e superficiali, produrrebbe circa 57 milioni di tonnellate di rifiuti difficilmente smaltibili, danni all’ecosistema locale per 145 specie protette e comporterebbe un utilizzo d’acqua spropositato, tale da causare forti scompensi della portata dei fiumi Drina e Sava. Un prezzo ambientale troppo elevato, che i cittadini serbi non intendono pagare, come hanno dimostrato lo scorso 4 dicembre paralizzando le principali vie di comunicazione, per chiedere al governo del presidente Vučić un passo indietro.

Per comprendere appieno questa mobilitazione e cosa ha spinto così tante persone a unirsi abbiamo avuto l’occasione di intervistare Andjela, 18 anni, attivista di Fridays For Future Serbia e Marš sa Drine, il movimento di cittadini che si oppone al progetto di Rio Tinto.

Come sei entrata in contatto con le manifestazioni? 

Sono parte dell’organizzazione che ha deciso che fosse necessario fare qualcosa nei confronti di questo progetto. Una delle prime cose che abbiamo fatto è stata proprio chiedere alle persone di unirsi e di vedere il problema che abbiamo. Quando ho partecipato alle prime manifestazioni sono stata sorpresa dal numero di persone che c’erano. In quel momento ero veramente entusiasta perché ho realizzato che le persone si stanno finalmente svegliando, stanno vedendo le cose che stanno succedendo e sono pronte a scendere in strada per cercare di catturare l’attenzione dell’opinione pubblica. La cosa interessante è che il governo e i media hanno iniziato, sin da subito, a condividere notizie false sulle manifestazioni, dicendo che alle varie proteste non avevano partecipato più di 20 o 30 persone, quando in realtà erano migliaia le persone in strada. I media nazionali per supportare la narrativa governativa hanno manipolato l’informazione, scattato foto dei piccoli gruppi presenti, non fotografando il corteo nella sua interezza. Quindi se volevi effettivamente sapere come fosse andata la manifestazione dovevi cercare su Instagram e Twitter gli account dei manifestanti o delle organizzazioni che hanno lanciato la protesta.

Avete una piattaforma politica comune e, se sì, le organizzazioni coinvolte condividono tutte le stesse richieste al governo serbo? 

Sì, abbiamo discusso insieme le richieste da fare al governo serbo, tutte le richieste che abbiamo formulato sono rappresentative di ogni organizzazione. 

Quali sono? 

La prima è che la legge approvata dal Parlamento il 25 novembre scorso e firmata dal Presidente Vučić venga cambiata. La nostra richiesta principale è proprio il cambio della legislazione esistente in materia di referendum e di consultazioni pubbliche. Ciò a cui noi ci opponiamo è la misura per cui il principale criterio che rende costituzionalmente valido un referendum – ossia la votazione da parte del 50% degli elettori – viene eliminato. Questo significa che ogni risultato verrà considerato valido, portando a una situazione dove una piccola percentuale della popolazione potrà prendere delle decisioni vitali per l’intera popolazione. Questo nel contesto serbo significa che se la maggioranza non vuole qualcosa, ma solo coloro che vogliono quella cosa hanno partecipato al referendum, il risultato passerà lo stesso. La seconda nostra richiesta è che venga modificata la legislazione sugli espropri, poiché l’attuale proposta di legge ha introdotto una procedura veloce, secondo la quale l’intero esproprio può durare anche solo 8 giorni dalla decisione alla formalizzazione da parte degli organi di controllo. Il tutto lasciando ai cittadini solo 5 giorni per contestare la decisione. Prese insieme queste due leggi renderanno molto più semplice per gli interessi privati il prevalere sugli interessi pubblici per lo sviluppo di progetti di varia natura. Queste leggi sollevano serie domande sulla protezione dei diritti umani e sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.  

Ci sono partiti che considerate più vicini alle vostre richieste?

Non credo che ci siano partiti vicini a quello che facciamo, non siamo in alcuna relazione con loro. Abbiamo visto comunque dei partiti che hanno espresso la loro opinione sulla questione, ma siamo abbastanza neutri sul loro operato.

Secondo te quale sarebbe il modo migliore per portare avanti la transizione ecologica, visto che il litio è attualmente una componente fondamentale per le batterie delle auto elettriche e anche per i pannelli fotovoltaici? 

Personalmente penso che il litio non possa essere considerato in toto un’alternativa verde, perché nella sua estrazione c’è comunque una forma di inquinamento. Non è pensabile che un paese debba essere inquinato per fini estrattivi, qui non stiamo parlando solo della Serbia ma di tutti i paesi che sono coinvolti nei processi di estrazione delle risorse minerarie necessarie per la «Green economy». La migliore alternativa è trovare un sostituto al litio, dovremmo investire in quelle soluzioni che causano non solo meno inquinamento, ma anche meno sofferenza, perché non c’è alcun fine nobile nel sacrificare una nazione per tutte le altre. 

La miniera di litio di Loznica, secondo alcune stime, dovrebbe rendere possibile la costruzione di un milione di auto elettriche l’anno: è chiaro che questa non possa essere la soluzione, ma debba necessariamente essere presa in considerazione l’idea di sviluppare un trasporto pubblico capillare, efficiente e accessibile a tutti. 

Il trasporto pubblico è una possibile soluzione. Ovviamente ci sono persone che magari per diverse ragioni potranno non ritenere questa la soluzione ottimale, ma non abbiamo bisogno che tutti quanti facciano la scelta giusta. Abbiamo però bisogno che sia la maggioranza ad andare nella giusta direzione. 

Pensi che il governo stia prendendo in considerazione queste alternative? 

Non penso che il governo sia veramente interessato all’ambiente e non credo nemmeno che il governo veda il litio come una soluzione alla crisi climatica, penso che sia solo greenwashing. Qualora veniste in Serbia vedreste che abbiamo tanti problemi dal punto di vista ecologico per i quali ci siamo battuti in passato. Nessuno ha mai veramente  risolto i nostri problemi e per queste ragioni saremmo felici se almeno riuscissimo a risolvere il problema legato all’estrazione di litio. La costruzione di questa miniera non è solo un problema di sostenibilità ambientale, ma anche di sostenibilità sociale. La nostra opposizione al progetto è anche dovuta alla storia di Rio Tinto: abbiamo visto quello che hanno fatto in altri paesi, tra corruzione, violazione di diritti umani e disastri ambientali, e questa è la ragione principale per cui non crediamo che agiranno diversamente, curandosi delle persone e della natura. Hanno già fatto queste promesse in passato…

Il cambiamento tecnologico non basta

È chiaro che la transizione ecologica non possa passare solamente attraverso un cambiamento tecnologico, ma debba necessariamente essere portata avanti con un cambiamento sociale. Pensiamo ad esempio a cosa accadrebbe se l’intero parco auto europeo venisse sostituito con automobili elettriche: quanto litio sarebbe necessario per una motorizzazione di massa e cosa comporterebbe? Considerando che in media sono necessari 10kg di litio per ogni auto elettrica e nell’Unione europea (comprendendo anche Svizzera, Norvegia e Regno Unito) circolano 242,7 milioni di auto, sarebbero necessarie circa 2,5 milioni di tonnellate di litio per convertirle interamente in veicoli elettrici. Ciò significa che avremmo bisogno di circa 12,8 milioni di tonnellate di carbonato di litio. Il progetto di Rio Tinto, della nuova miniera nella valle del fiume Drina, prevede l’estrazione di circa 2,3 milioni di tonnellate di carbonato di litio: ne consegue che sarebbero necessarie quasi sei miniere di questo tipo per sostituire con auto elettriche i nostri veicoli, una quantità che – volendola visualizzare – necessiterebbe per l’estrazione di un’area estesa grosso modo come la città di Parigi.

Uno scenario al 2040 – coerente con gli Accordi per il clima di Parigi – vedrebbe la domanda di litio aumentare di 42 volte rispetto a quella attuale e la maggior parte di questa domanda sarebbe proprio trainata dai veicoli elettrici, unitamente – in maniera minoritaria – alle batterie per l’accumulo di energia da fonti rinnovabili. Per quanto un’auto elettrica utilizzi 6 volte più kg di minerali rispetto ai veicoli tradizionali (210kg vs 35kg), in realtà a uno sguardo più attento risulterà evidente che non vadano presi solo in considerazione i dati relativi alla quantità di minerali necessari per quella determinata tecnologia, sia essa un’auto elettrica o un pannello fotovoltaico, ma anche la quantità di materiali che serve a usufruirne. Nel caso di un’auto tradizionale usiamo tipicamente una tonnellata di benzina l’anno o 15 tonnellate per tutta la durata della sua vita: questo significa che un’auto a combustione utilizza una quantità di materiale 71 volte maggiore in peso, se esaminiamo anche il petrolio.

Pur considerando tutti questi ragionamenti, è lecito chiedersi se questa domanda di litio non possa essere comunque diminuita attraverso un ripensamento del mondo dei trasporti. Con l’attuale sistema di produzione, tale impatto ambientale sarebbe a tutti gli effetti devastante. Sia chiaro, i combustibili fossili vanno abbandonati il prima possibile e lasciati sotto terra, ma è necessario ripensare attentamente il modo in cui ci spostiamo, perché è impensabile che tutti si possano muovere con auto elettriche: è necessario un trasporto pubblico capillare, di qualità e una diffusione della micromobilità integrata. In sintesi, ci serviranno meno auto, ma elettriche.

Questo implica però anche un profondo cambiamento del sistema economico-produttivo, un cambiamento che metta in discussione l’attuale modello di sviluppo, che oggi è basato sulla mera crescita infinita. Ecco, sicuramente possiamo dire che non sarà questo modello di sviluppo a salvarci dal collasso climatico ed ecologico, soprattutto considerando che il suo presupposto si basa sulla costante appropriazione di risorse da parte dei pochi che detengono il potere economico-finanziario. Un modello di sviluppo che mostra a tutti gli effetti una polarizzazione globale in corso tra centri – in cui di fatto avviene la transizione – e periferie – sulle quali vengono scaricati i costi più importanti in termini sociali e di sfruttamento delle risorse.

La Serbia non vuole essere considerata la periferia dell’Europa, privata delle sue ricchezze, in cui le risorse vengono saccheggiate dalle compagnie minerarie per il benessere delle nazioni più ricche, lasciando inquinamento e sfruttamento. È una democrazia piuttosto giovane, soprattutto considerando il suo passato e il fragile contesto balcanico, che spesso non si è dimostrata abbastanza forte da tutelare i propri cittadini dagli interessi economici delle multinazionali, che continuano ad arricchirsi a discapito delle popolazioni locali, alle quali rimane invece poco o niente. Savo Manojlović, leader di Kreni-Promeni – una delle organizzazioni dietro le proteste contro la costruzione della miniera –, ha dichiarato al Financial Times che il progetto porterà benefici ai cittadini serbi come è stato nel caso dei diamanti per i congolesi. Una metafora che rende in maniera chiara cosa pensano i manifestanti. È per questo che la cittadinanza serba deve avere il diritto di «dire di no», di autodeterminarsi e di avere potere decisionale sul proprio territorio. 

Oltre a porre fine allo sfruttamento delle persone, è necessario porsi seri interrogativi sul come rendere socialmente accettabile lo sfruttamento delle risorse minerarie: la sovranità popolare delle risorse dovrebbe essere il punto di partenza di questo processo. È necessario costruire una strada verso la democratizzazione delle risorse naturali, che può passare attraverso la nazionalizzazione, che va nella direzione dell’affermazione della sovranità popolare su importanti mezzi di produzione e sostentamento.

È però centrale integrare i processi di nazionalizzazione su scala nazionale con lotte dal basso per democratizzare l’estrazione e la gestione delle risorse. Un esempio di ciò è l’idea di community mining, avanzata da una delle principali federazioni indigene della Bolivia che è coinvolta nella formulazione collettiva di un’ambiziosa proposta del movimento sociale di riforma costituzionale e ha insistito per il riconoscimento dei principi di proprietà condivisa e di cogestione delle risorse naturali. Secondo questa proposta, le risorse chiave, come i minerali negli altipiani ricchi di risorse del paese, sarebbero di proprietà e gestite congiuntamente dalle organizzazioni statali e comunitarie, determinando l’entità e le modalità di estrazione, nonché la distribuzione di benefici e oneri. Le comunità sarebbero inoltre coinvolte direttamente nel processo estrattivo, basandosi su una lunga tradizione di estrazione mineraria su piccola scala e cooperativa nelle Ande. Ciò potrebbe quindi portare a una gestione collettiva di una parte dell’attività mineraria e un’altra parte sarebbe di proprietà statale, con un livello significativo di controllo dei lavoratori e della comunità.

Per rendere socialmente accettabile lo sfruttamento delle risorse minerarie e naturali è quindi necessario aprire una strada che porti verso una riaffermazione della sovranità delle risorse, attraverso un processo di democratizzazione dal basso, verso una redistribuzione delle ricchezze e verso un rimborso del debito ecologico, che non può gravare sulle periferie. Oltre a ciò, per avviare una giusta transizione ecologica è necessario ragionare su una riduzione dei consumi, abbandonando il paradigma dell’estrattivismo sul quale si basa oggi il nostro sistema economico, iniziando a concepire la produzione per il bisogno piuttosto che per il profitto.

*Ferdinando Pezzopane studia Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione presso l’Università degli Studi di Torino e la Scuola degli Studi di Torino, è attivista di Fridays For Future Italia. Stefano Ditella, 22 anni, della Val di Susa, è uno studente laureando in Scienze Geologiche all’Università di Torino ed è attivista di Fridays For Future Italia.

da qui

lunedì 19 luglio 2021

Green Deal europeo, un piano da difendere nonostante le ambiguità - Monica Frassoni

 

 

La Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen insieme ai Commissari Timmermans, Gentiloni, Simson, Aldean e Wojciechowski ha presentato ieri quello che è uno dei più consistenti pacchetti legislativi mai completati nella sua storia; 8 proposte di revisione di direttive e regolamenti esistenti e 4 nuove iniziative in materia soprattutto energetica che rappresentano un pezzo centrale del Green Deal europeo, il programma partito due anni fa per portare la UE a essere il primo continente a emissioni zero nel 2050, attraverso una lunga lista di norme in tutti i settori dell’economia, industria, ambiente, accompagnate dal riorientamento e dall’aumento delle risorse a disposizione della UE.

 

Il contenuto del programma

Se il Green Deal è un elemento chiave di Next Generation EU ed è quindi integrato anche nello sforzo di uscita dalla crisi pandemica intrapreso a livello europeo.
Il Green Deal, la decisione di aumentare dal 
40% al 55% gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030 e di raggiungere la neutralità climatica nel 2050, racchiusi nella Legge sul Clima che entra in vigore questo mese, sono una conseguenza diretta dei richiami incessanti di scienziati ed esperti, delle grandi mobilitazioni dei Friday for Future e della crescente consapevolezza dell’estrema minaccia rappresentata dai cambiamenti climatici non solo per l’ambiente, ma anche per l’economia e la vita tout court: l’idea è cioè che il Green Deal sia una “strategia per la crescita” alternativa a quella attuale ancora fondata sui combustibili fossili; ha anche l’obbiettivo di portarci fuori dalla crisi, di dare nuove prospettive di lavoro e di inclusione sociale, di ridisegnare il nostro modo di muoverci, di abitare, di consumare, il tutto riducendo le diseguaglianze e il nostro impatto su risorse e ambiente.

Un sogno? Forse e come vedremo i problemi non mancano. Ma bisogna riconoscere che, al di là del merito, il grande lavoro fatto dalla Commissione europea e il suo scarso (in termini numerici) e spesso criticato staff è stato davvero straordinario e rappresenta bene il senso e l’utilità del progetto europeo; in questi mesi c’è stato anche uno sforzo reale di ascolto dei vari attori in campo, dalle ONG all’industria, anche se ovviamente alcune voci sono forse state più ascoltate di altre.

Le proposte di direttive, regolamenti e altre iniziative riguardano l’aumento degli obbiettivi per rinnovabili, l’efficienza energetica, la riorganizzazione del sistema di scambio delle emissioni (ETS) e la sua controversa estensione al settore degli edifici e dei trasporti, il regolamento detto di “condivisione dello sforzo” di abbattimento delle emissioni nei settori finora non coperti dall’ETS, la tassazione energetica, che prevedeva finora stimoli ai combustibili fossili, l’uso del suolo, silvicultura e strategia forestale, norme più stringenti per ridurre le emissioni di automobili e furgoni, regole per le infrastrutture, per i carburanti alternativi (leggi ricariche per mobilità elettrica) e per i carburanti per aviazione e navigazione, misure per imporre dazi ad importazioni ad alto contenuto di CO2 (misure di adeguamento del carbonio alle frontiere); viene poi proposto un Fondo Sociale per il Clima per contribuire a rimediare al rischio gilets jaunes, cioè una reazione di rigetto di queste misure da parte dei settori sociali più in difficoltà. Il Fondo verrebbe finanziato con 72,2 miliardi di risorse europee provenienti per il 25% dai proventi del sistema di scambio di emissioni e potenzialmente da altrettante nazionali nei prossimi 7 anni.
Nei prossimi mesi il pacchetto sarà inoltre completato dalle proposte sulle linee guida per l’applicazione concreta del principio “
Energy efficiency first”, il super controverso pacchetto sul gas, la direttiva sugli edifici e le nuove linee guida sugli aiuti di stato, tutti aspetti molto importanti dell’agenda sul Green Deal. Ora la parola passa al Parlamento Europeo e al Consiglio dei rappresentanti degli Stati, che sono co-legislatori a pari livello. Si prevede che i negoziati dureranno per tutto il 2022.

 

I rischi di una proposta ambigua

La proposta della Commissione è un insieme di migliaia di pagine di norme e articoli e ci vorrà un po’ per digerirli tutti, ma già possiamo fare alcune considerazioni generali. Innanzitutto, il pacchetto è al centro dell’attenzione di due forti tendenze, che vanno in senso diametralmente opposto, come è evidente da alcune delle primissime reazioni. Da un lato ci sono le voci di coloro che pur non potendo più negare che i cambiamenti climatici esistono e vadano governati, dopo avere per anni impedito di agire per tempo, oggi continuano a spingere per ritardare, fare dei distinguo, chiedere prudenza, usando l’argomento sicuramente importante della salvaguardia dei posti di lavoro per non attrezzarsi a cambiare e soprattutto pretendono il privilegio di continuare ad essere esentati dai costi reali della transizione, che anche in questo pacchetto continuano ad essere in buona misura scaricati su cittadini e finanze pubbliche: parliamo di una parte ancora troppo importante dell’industria automobilistica e energivora che soprattutto in Germania (e quindi in Commissione), ma anche in Italia, ha un impatto davvero sproporzionato (vedi le dichiarazioni di Cingolani sul “bagno di sangue” rappresentato dalla transizione ecologica) data la sua capacità di influenza e la sua disponibilità economica nel fare lobby a tutti i livelli.
Dall’altro c’è invece l’evidenza dell’obiettiva accelerazione dei fenomeni distruttivi e di grande e negativo impatto dei cambiamenti climatici, dello sfruttamento eccessivo delle risorse e dell’inquinamento che 
non permette di perdere tempo: bisogna liberarsi al più presto della dipendenza dai fossili, gas incluso.

Greta Thunberg in un recente intervento, durissimo e lucidissimo come sempre, denuncia come le azioni intraprese potrebbero essere molto positive perché siamo ancora in tempo per invertire la marcia, ma ci sono troppe scappatoie, ambiguità, continuano investimenti e sussidi miliardari ai fossili e le politiche in atto non sono assolutamente abbastanza radicali e i governi si danno a un greenwashing continuo ed irresponsabile. È chiaro che la trasformazione necessaria sarà difficile e dura. Ma è la conseguenza del grande ritardo accumulato e più tempo si perde facendo scelte a metà, e peggio sarà anche da un punto di vista della sostenibilità e consenso sociale. E comunque l’alternativa lo sarebbe ancora di più. Se scegliamo questo secondo punto di vista, è chiaro che il pacchetto presenta molti gravi punti deboli e che bisognerà mettere in atto una mobilitazione notevole in Italia e in Europa per poterlo migliorare. Peraltro, se in Europa esistono gli strumenti di relativa trasparenza per capire chi dice cosa e chi preme in quale direzione, è molto più difficile vedere come si forma la posizione che l’Italia rappresenta in Europa su questi temi, data l’assenza di dibattito pubblico, il disinteresse dei media e l’opacità dei meccanismi di controllo.

Il macroscopico punto debole del pacchetto sta nel tentativo della Commissione di trovare una impossibile ed inefficace mezza via tra i due orientamenti spiegati più sopra. Ma questo tentativo rischia di mettere in pericolo l’essenza stessa del Green Deal, come denunciano da tempo le associazioni ambientaliste europee riunite in Climate Action Network o EEB, ma anche diverse associazioni dell’industria più consapevole dei rischi ma anche delle enormi opportunità che esistono in termini di business, competitività e lavoro.
Una ragione fondamentale della debolezza del pacchetto sta nel target insufficiente di 
riduzione delle emissioni del 55% per il 2030 inserito dalla Legge sul Clima dopo una battaglia furibonda; la scienza considera invece necessario che l’UE contribuisca con una riduzione di emissioni del 65% entro il 2030 al raggiungimento dell’obbiettivo globale di 1,5° massimo di riscaldamento del pianeta entro la fine del secolo; dunque ci vorrebbe un aumento delle rinnovabili e dell’efficienza rispettivamente del 50% e del 45%. Gli obbiettivi proposti di aumento di rinnovabili (40%) e di efficienza energetica (36%) sono quindi insufficienti da soli ad avvicinarci per tempo alla neutralità climatica.

Altro elemento di grandissima preoccupazione, perché se è vero che la trasformazione è urgente e necessaria è anche vero che i suoi costi devono essere sostenuti in modo equo, è la proposta di ampliare il sistema di scambio di emissioni – che ha lo scopo di spingere al cambio di sistema aumentando i prezzi delle tecnologie più inquinanti – ai settori degli edifici e dei trasporti, mantenendo allo stesso tempo fino al 2035 (!!!) un sistema di esenzioni e vantaggi per le industrie energivore e non facendo nulla per ridurre i sussidi pubblici ai settori “fossili” (in Italia 19 miliardi di euro all’anno). È evidente che in questo modo si segue il modello tedesco di fare pagare ai cittadini il costo della transizione. Modello improponibile per una parte importante della UE e un’arma formidabile in mano ai boicottatori del Green Deal. Non è un caso che le prime voci “fossili” che si sono levate hanno usato l’argomento dei costi sociali per respingere le misure più ambiziose del pacchetto ritenendole insostenibili. Personalmente, sono anche abbastanza diffidente sulle assicurazioni date dalla Commissione rispetto alla capacità dell’istituendo Fondo sociale di coprire davvero i costi dei vantaggi concessi all’industria poco green, ma anche all’agricoltura che resta il settore meno toccato dalle nuove regole del Green Deal e l’unico per il quale non esistono obblighi numerici di riduzione delle emissioni. Come ha sottolineato recentemente la Corte dei Conti Europea il principio di “chi inquina paga” è applicato in modo ancora inefficace nella UE e fondi pubblici coprono costi che dovrebbero essere gli inquinatori a pagare. Quindi c’è il rischio che anche questo fondo copra spese, come l’acquisto di auto elettriche, che  finirebbero per avvantaggiare ancora una volta settori restii a contribuire direttamente o come aiuti diretti in bolletta non condizionati al cambio del sistema energetico.  Peraltro questa politica di sconti ed esenzioni ha fortemente rallentato la decarbonizzazione di una parte importante dell’industria e del settore agricolo europei. Sono sicura che li vedremo agire molto attivamente per mantenere i loro privilegi nell’imminente processo legislativo.

 

Riprendere le mobilitazioni

Mi preoccupa anche l’insistenza sul potenziale dell’idrogeno e delle biomasse come nuove soluzioni miracolo, a discapito di una valorizzazione che sarebbe invece molto più tempestiva ed efficace sia per la decarbonizzazione che per la creazione di posti di lavoro di qualità di economia circolare e cambio di modelli di produzione e consumo.
Ovviamente, ci sono 
numerosi aspetti molto positivi e molto importanti da difendere con le unghie e con i denti nel pacchetto. Dalle misure sull’efficienza energetica, che estendono obblighi sfidanti a tutte le attività del settore pubblico, dall’acqua agli edifici, ed escludono i risparmi ottenuti con dispositivi fossili, all’importanza del principio dell’”efficienza energetica prima di tutto”; dall’inclusione delle emissioni marittime e dell’aviazione nell’ETS, all’allineamento della fiscalità energetica  che se adottato avrebbe un impatto positivo sulla riduzione dei vantaggi dei combustibili fossili, alle misure che faciliteranno l’istallazione di energie rinnovabili (in Italia dovremmo moltiplicarle per 6 per realizzare i nostri obiettivi!), ecc..

Ma è chiaro che ancora nulla è acquisito e il lungo percorso verso la neutralità climatica dell’UE, che ci permetterà di giocare a pieno il ruolo positivo ed essenziale che ci siamo dati nella battaglia globale per il clima, è ancora irto di ostacoli. Sono perciò convinta che solo una ripresa potente e immediata, dopo lo stop imposto dal COVID, della mobilitazione dei giovani (e meno giovani) dei Fridays for Future e di tutto l’associazionismo ambientalista e non solo, un controllo stretto del processo legislativo da parte dei media, del mondo accademico, dell’impresa e agricoltura green potranno spingere le istituzioni a tutti i livelli a rinunciare alla loro persistente dipendenza fossile e a realizzare pienamente il Patto verde europeo.

da qui