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martedì 14 maggio 2024

Spazio e tempo del mercato - Marco Aime

 

Quei non-luoghi dei centri commerciali restano uno dei simboli delle tristi e violenti società consumiste del Nord del mondo. In alcuni angoli dell’Africa occidentale invece lo scambio commerciale non è neppure la funzione principale dei mercati, che servono ad esempio a scandire la settimana, a discutere di tanti temi, a gestire conflitti, ma sono prima di tutto i luoghi nei quali gli innamorati si incontrano, alcuni bevono una birra insieme e altri fanno festa. Spesso non ci sono edifici che li ospitano: il mercato è un meccanismo sociale creato dalla presenza dell’assemblea e definito dalla sua periodicità ciclica e quindi anche dalla sua esistenza effimera. Al mercato del popolo Taneka del Benin è dedicato questo testo tratto dal libro di Marco Aime Il patto delle colline (elèuthera). Si tratta di un popolo che ha saputo creare legami tra piccole comunità di origine diversa per difendersi dai razziatori bianchi di schiavi, non limitandosi a una resistenza ma inventando modi di vivere e regole per intrecciare le differenti appartenenze oltre qualsiasi localismo e nazionalismo. E oltre le ossessioni del profitto.

 

Tutte le cerimonie iniziano il giorno in cui si tiene il mercato di Copargo, quando inizia la fase di luna nuova prescelta. In questa regione, come in molte altre parti dell’Africa occidentale, i mercati non rappresentano solo un luogo di scambio commerciale, anzi, questa non è neppure la loro funzione principale.

I mercati, per esempio, assolvono anche a un’altra funzione fondamentale: il calcolo del tempo breve. Raggruppati in cicli (di quattro nel caso dell’Atakora) danno vita alla «settimana» taneka. Come in tutto il Benin settentrionale il ciclo dei mercati è di quattro giorni. Ogni area ruota attorno a quattro località che a turno «si animano» e diventano yaké, mercato. In questi giorni convergono sul luogo i contadini provenienti da tutte le fattorie sparse nel territorio taneka e nei dintorni. Ciò non significa che negli altri giorni non ci sia mercato, ma si tratta di yarà, il piccolo mercato quotidiano gestito solamente dalle donne del luogo, senza la partecipazione di individui esterni. I Taneka adottano la sequenza dei mercati per determinare la successione dei giorni. La «settimana» si calcola in questo modo: il primo giorno, quello in cui si tiene il mercato a Djougou, si chiama yaké, il giorno successivo il mercato si terrà a Pabégou e il giorno si chiamerà dur; all’indomani è il turno di Copargo ed è tam; infine, il mercato sarà a Katabam nel giorno chiamato barhà. Poi la «settimana» ricomincia.

Il «tempo del mercato» è particolarmente funzionale in quanto si fonda su esperienze condivisibili dall’intera comunità e combina i fattori spazio/tempo. Come sostiene Giorgio Raimondo Cardona, uno dei modelli più adottati dalle diverse culture è quello spaziale, sul quale si sovrappone una percezione sequenziale del tempo. Infatti, il ciclo dei mercati è il riferimento per il calcolo del tempo breve, ma fornisce anche una dimensione spaziale. I Taneka abitano i loro villaggi solo nella stagione secca (dicembre-aprile). Per il resto dell’anno risiedono in abitazioni sparse nella campagna in prossimità dei loro campi e ogni famiglia fa riferimento al mercato più vicino alla propria abitazione, anche se non manca di partecipare agli altri tre. Il mercato non costituisce solamente un luogo di compravendita o di scambio commerciale, è un luogo caratterizzato da una intensa celebrazione di scambi sociali, diventa luogo di incontro con i membri della propria famiglia e del proprio villaggio di origine. Il grande albero che sorge nel centro della piazza è un vero e proprio arbre a palabre dove gli anziani si riuniscono per lunghe discussioni e fumate di pipa. Come afferma Paul Bohannan: «I mercati non servono solo a determinare l’economia e il calendario. Sono un importante collegamento nelle comunicazioni di ogni tipo».

La società taneka risponde alla definizione fornita da George Dalton e Paul Bohannan di «società con mercati periferici» nelle quali è presente come istituzione il luogo di mercato, ma dove «le vendite sul mercato non costituiscono la fonte principale per la sussistenza materiale». Il surplus prodotto dall’agricoltura è infatti minimo e non giustificherebbe da solo l’importanza assunta dal mercato. I mercati taneka, come quelli konkomba descritti da David Tait, «sono tutt’altro che una pura occasione economica e forse la maggior parte dei frequentatori vi si reca per bere birra, incontrare gente e divertirsi. Quello del mercato non è solo un giorno di riposo, ma un giorno di festa. Gli amici si incontrano, i fidanzati organizzano i loro incontri mentre gli affari commerciali vanno avanti».

Un altro elemento caratterizza il mercato tradizionale: l’essere caratterizzato non da un qualche elemento oggettivo della sua esistenza, come una costruzione o un edificio, ma dalla loro completa assenza. Il mercato è un meccanismo sociale, creato dalla presenza dell’assemblea e definito dalla sua periodicità ciclica e quindi anche dalla sua esistenza effimera.

L’importanza del mercato aumenta soprattutto in contesti non urbani, dove funge da vero e proprio centro di riferimento. Rappresenta anche l’apertura verso l’esterno di ciascun gruppo locale; è un luogo di confine, quasi una terra di nessuno. Ovunque esistessero situazioni nelle quali segmenti dello stesso gruppo tribale entravano in conflitto o in antagonismo, «si stabiliva un terreno neutrale di incontro, nella terra di nessuno, al limite dei territori di ogni clan. Commercio e comunicazioni intertribali erano le motivazioni principali per frequentare tali mercati». In molte parti dell’Africa, infatti, i mercati sono innanzitutto spazi neutri da cui ogni conflitto è bandito, dove anche un nemico può venire a parlamentare, dove la gente si incontra e la merce che circola di più è la parola. La neutralità del mercato appare anche nell’antica proibizione, vigente nella maggior parte dell’Africa occidentale, di portare armi all’interno dello spazio designato.

Esiste inoltre un legame tra mercato e religione, anche per questo a volte i mercati svolgono il ruolo di luogo neutrale dove risolvere dispute tra gruppi, e la magia a essi connessa viene spesso invocata per dirimere dispute di natura politica. I luoghi dei mercati, infatti, sono stati scelti dagli antenati, come mi ha detto Dagnerì: «Ogni mercato ha un suo principio, non può essere scelto a caso. I primi che sono venuti qui hanno scelto un luogo dove la gente sarebbe venuta a fare il mercato». Questo deve quindi occupare un terreno in accordo con le forze divine che dominano la zona. L’esatta collocazione non è però sufficiente e il terreno deve essere «preparato» prima di potere accogliere il raduno di persone che si raccolgono nello spazio destinato al mercato. Elliot Skinner descrive così la cerimonia che si celebra presso i Mossi del Burkina Faso: «Per preparare il mercato versa acqua e miglio sulla terra e pronuncia questa formula: ‘Buon dio, prendi quest’acqua, bevila e prendine ancora e dalla a tutti gli spiriti nei villaggi, affinché il mercato sia sempre buono e non ci siano litigi al suo interno’. Se il sacrificio non viene accettato, si sceglie un altro luogo».

Nei primi anni Novanta il mercato di Copargo era stato oggetto di una feroce disputa locale che aveva condotto alla sua distruzione. Dopo la ricostruzione i sacerdoti sostenevano che, a causa degli scontri, il mercato «era partito» e pertanto era necessario andarlo a cercare per riportarlo al suo posto. I sacerdoti incaricati fecero appello ai loro legami con le forze divine per ritrovare lo spirito del mercato e ristabilire un ordine che era stato turbato da eventi violenti. Il giorno stabilito il mercato venne riaperto con l’esecuzione di alcuni sacrifici animali. Ancora oggi, di fronte al luogo del vecchio mercato di Copargo, c’è un altare dove gli anziani vanno a fare dei sacrifici perché il mercato si animi bene.

da qui

giovedì 3 novembre 2016

Benin, il villaggio sotterraneo che rimette in moto la Storia - Antonella Sinopoli



Africa da scoprire. Il continente africano – nonostante si pensi forse il contrario –  è rimasto praticamente inesplorato (e, sotto questo aspetto, trascurato), soprattutto a Sud del Sahara.
A parte le razzie di opere del passato, oggi “custodite” nei più grandi musei al mondo e quelle delle risorse naturali, rimane nell’ombra e nascosta buona parte della storia dell’epoca pre-coloniale ma anche quella molto, molto più addietro.
L’archeologia in Africa ha privilegiato il periodo preistorico, anzi si è concentrata a lungo solo su quegli aspetti che riguardano l’evoluzione degli esseri umani. Questo ha reso difficile doversi ricredere su quel pregiudizio che vuole che il continente non abbia sviluppato opere, manufatti e culture senza bisogno di attendere gli arabi o gli europei. E che vuole che gli africani siano rimasti in uno stadio infantile, di sottosviluppo e privi di storia (parole del razzista ante litteram, il filosofo tedesco Hegel) fino all’arrivo dei colonizzatori.
Sul sito di History List che presenta “10 incredibili siti archeologici in Africa” c’è una frase che ingenuamente manifesta un razzismo radicato e strutturale. La frase è: “I siti archeologici in Africa hanno aiutato a spiegare alcuni dei più grandi misteri nella storia dell’umanità ma ce ne sono anche molti che stupiscono gli scienziati moderni. Questo perché non si presupponeva che tali antiche società fossero così avanzate“. Inutile dire che i 10 siti che hanno lasciato con la bocca aperta gli scienziati sono una infinitesima parte di altri che stanno venendo alla luce e di chissà quanti ancora ancora celati.
Oggi, per fortuna, c’è del movimento e anche sul web è possibile trovare aggiornamenti su studi e … lavori in corso. Uno dei pochi modi per rimanere aggiornati visto che certe informazioni vengono spesso custodite e trasmesse solo tra gli addetti ai lavori. Uno dei siti/archivio è The World Wide Web Library of African Archaeology.
Molte delle scoperte fatte finora nell’Africa Sub-Sahariana, sono state quasi sempre frutto del caso. Come quello che ha portato recentemente alla luce in Benin una città sotterranea, risalente a un periodo in cui il Paese si chiamava ancora Dahomey e vi regnavano re potenti e orgogliosi.
La scoperta – di quello che è stato poi chiamato Villaggio sotterraneo di Agongointo – si deve a operai di una ditta danese che stavano lavorando alla costruzione di una strada nell’area di Bohicon. Un mezzo finì in una sorta di botola che in realtà altro non era che una delle migliaia di cunicoli che formano la città sotterranea. I primi scavi parlavano di un periodo compreso tra il 1600 e il 1700 ma successivamente si è capito che le costruzioni erano anche antecedenti, al XV-XIV secolo.
Ingresso di uno dei rifugi sotterranei portati alla luce. Foto tratta dal web
Costruite a circa dieci metri dalla superficie le “case” servivano da nascondiglio e strategia di guerra per i soldati dei re ma erano strutturate come vere e proprie abitazioni, con delle salette e due aree circostanti per raccogliere l’acqua con un sistema di filtraggio naturale, il che consentiva di rimanere nascosti per periodi anche lunghi.
Il luogo dove è avvenuta la prima scoperta. Foto tratta dal web
Gli scavi del sito – ora sotto nella lista dell’UNESCO – hanno contribuito a portare alla luce anche un’altra scoperta – ancora più stupefacente del villaggio sotterraneo. Si tratta di scorie di materiale ferroso che – secondo rilevazioni al carbonio 14 – risale a prima del 1000 a.C. Una scoperta che potrebbe cambiare – e forse lo ha già fatto – la storia del continente, e non solo.
A Bohicon abbiamo incontrato la guida – e studioso – che fin dal primo momento ha seguito gli sviluppi degli scavi e dei successivi ritrovamenti. Lasciamo raccontare a lui – nell’intervista/video che abbiamo realizzato sul posto – il valore e il significato di questa scoperta. Che ancora non è conclusa.
Si tratta – dice Théodore Atrokpo – della più antica città al di là di quelle che esistevano in Egitto“. La più antica dell’Africa Sub-Sahariana.



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