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venerdì 14 giugno 2024

L’inesorabile declino della popolazione mondiale - Nicoletta Dentico

 

La politica si agita sull’inverno demografico ma si rifiuta di analizzare le cause profonde della infertilità umana che spopola il Pianeta. La rubrica di Nicoletta Dentico

Tratto da Altreconomia 271 — Giugno 2024

I diritti sessuali e riproduttivi delle donne non sono diritti umani, ha dichiarato qualche mese fa il delegato russo all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), suggestionato evidentemente dalla necessità di nuove leve per la prosecuzione del progetto imperialista di Mosca. L’aggressione dell’Ucraina ha fatto strame di soldati russi; fonti indipendenti calcolano che in Russia siano morti circa 83mila militari dall’inizio dell’invasione. Non se la passa meglio l’Ucraina, tormentata dall’enorme quantità di profughi fuggiti all’estero, dalla perdita della popolazione residente nelle aree occupate da Mosca e dalle morti dei civili sotto le bombe e dei giovani sui campi di battaglia.

Il Paese vive un inevitabile incubo demografico: secondo studi recenti, le nascite (187mila nel 2023) non sono mai state così basse, in termini assoluti, da 300 anni. Le macerie demografiche dell’Ucraina sono altrettanto preoccupanti di quelle fisiche ed economiche.

Guerre a parte, il calo demografico è ormai un’inesorabile realtà a trent’anni esatti dalla conferenza del Cairo su popolazione e sviluppo. Il fenomeno sconfessa tutti i predicatori della crescita a dismisura della popolazione mondiale, e del controllo delle nascite imposto nei programmi di cooperazione sanitaria, com’è accaduto nei decenni passati in alcuni Paesi a basso reddito. Solo qualche mese fa, uno studio sulla fertilità mondiale apparso sulla rivista Lancet ha preso in esame 204 Paesi e territori del Pianeta, considerandone diacronicamente le tendenze demografiche dal 1950 al 2021. In questo lasso di tempo i tassi di fertilità sono più che dimezzati, da 4,84 a 2,23.

Formulando previsioni fino al 2100, l’analisi demografica di Lancet proietta uno scenario di ostinato decremento dei tassi di fertilità che saranno sotto il livello di sostituzione -i due figli per donna che garantiscono l’equilibrio tra nascite e decessi- nel 95% dei Paesi esaminati. E resteranno bassi, sostiene lo studio, malgrado l’attivazione di politiche pro-natalità quali i sussidi per l’infanzia, l’estensione di permessi genitoriali, la copertura sanitaria per interventi contro l’infertilità.

Il picco di 142 milioni di nascite in un anno è stato raggiunto nel 2016, declinando repentinamente a 129 milioni nel 2021. Le previsioni suggeriscono una progressiva denatalità globale. I tassi di fertilità passeranno da 1,83 nel 2050 a 1,59 nel 2100 (Fonte: Lancet, 2024)

A poco servirà dunque la presenza delle associazioni pro-vita nei consultori; a poco giovano le recenti declamazioni del governo agli Stati generali della natalità: se ne faccia una ragione la ministra Eugenia Roccella. Al netto dei luoghi comuni che velatamente mirano a colpevolizzare le donne e i loro presunti diritti, per dirla con il delegato russo, l’unica azione di senso sarebbe rimuovere le cause profonde della crescente anemia di abitanti sulla Terra. Di questo nessuno parla, invece.

Il problema investe il modello di sviluppo industriale del nostro tempo e la devastazione del Pianeta che ne consegue. Il sistema riproduttivo umano è particolarmente vulnerabile alle interferenze antropogeniche sull’ambiente e il liquido seminale maschile rappresenta lo specchio più fedele di quanto l’aumentata esposizione alle tossine ambientali nel lungo termine -inquinamento, erbicidi, avvelenamenti- e le patologie legate al cibo e agli stili di vita, influenzino la salute riproduttiva. La conta media degli spermatozoi nel 1940 era infatti di 113 milioni/ml ed è scesa a 66 milioni/ml negli anni Novanta.

La fine degli spermatozoi come la perdita della biodiversità: questioni di salute pubblica globale. E di salute planetaria.

Nicoletta Dentico è giornalista ed esperta di diritto alla salute. Già direttrice di Medici senza frontiere, dirige il programma di salute globale di Society for International Development


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domenica 12 maggio 2024

La lobby vinicola italiana sul piede di guerra - Nicoletta Dentico

 

(Tratto da Altreconomia 270 — Maggio 2024)

 

Partecipando alla prima conferenza internazionale sul vino, il ministro dell’Agricoltura e della sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, ha denunciato l’esistenza di “un’aggressione al sistema del vino”, uno dei simboli del made in Italy. Che questo comparto rappresenti una voce importante dell’economia italiana e sia “un gioiello per il nostro Paese”, per usare le parole del ministro, nessuno lo mette in dubbio: le esportazioni valgono 14 miliardi di euro e il settore impiega 1,3 milioni di addetti.

Ma non è solo una questione economica. L’occasione della conferenza è servita a serrare le fila dell’agguerrita lobby vinicola contro l’etichettatura sanitaria sull’alcol proposta dall’Irlanda in sede europea. Nonostante i violenti attacchi dei produttori di vino (soprattutto italiani) a maggio 2023 Dublino è diventato il primo governo al mondo ad approvare avvertenze sanitarie complete per l’alcol.

Le nuove regole -che entreranno in vigore a maggio 2026, per dare tempo alle aziende di adeguarsi- prevedono l’indicazione obbligatoria in etichetta sul legame tra alcol e cancro e sui rischi per la salute e quelli collegati al consumo in gravidanza. “Un atto pericoloso”, ha commentato Filiera Italia, fondazione impegnata a “valorizzare il cibo 100% italiano”. Mentre secondo la Società italiana di alcologia è “un atto di civiltà”.

Anche all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stato approvato un piano di azione 2022-2030 per sollecitare i governi a un’azione più energica volta a ridurre il consumo di alcol nel mondo. L’iniziativa, che si fonda sulle ultime evidenze scientifiche sugli effetti delle bevande alcoliche e sull’impennata del consumo di alcolici durante la pandemia, aveva mandato su tutte le furie l’Italia e le associazioni di categoria, che hanno incalzato con solerzia l’ambasciata italiana a Ginevra, oltre che il ministero della Salute a Roma.

Non è la prima volta che il nostro Paese si mette di traverso quando l’Oms tenta, coerentemente con il proprio mandato, di intervenire su fenomeni globali dannosi alla salute. Nel 2015, l’isteria diplomatica della delegazione italiana, infiltrata da un rappresentante della Ferrero, si scatenò contro l’agenzia delle Nazioni Unite quando propose nuove linee guida sugli zuccheri semplici, per ridurne l’assunzione da parte di adulti e bambini. “Una decisione che viola le nostre tradizioni gastronomiche”, ebbe a dire l’ineffabile ministra della Salute, Beatrice Lorenzin.

Ma torniamo al vino e alle bevande alcoliche. Le regolamentazioni sul marketing non vengono fatte rispettare, sicché le pubblicità spopolano in televisione e ancora di più su internet e i sociale network, dove queste regole neppure esistono (e l’Italia non fa eccezione).

 

In un rapporto del 2022 l’Oms descrive come i produttori di alcolici riescano ad aggirare le norme nazionali sfruttando la rete, i social network e il product placement per promuovere gli alcolici, in particolare tra i giovani. Un altro importante target sono le donne, che tradizionalmente consumano meno e quindi rappresentano un’opportunità di espansione del mercato. I produttori utilizzano campagne pubblicitarie in cui l’alcol è simbolo di emancipazione. Inoltre, organizzano iniziative a supporto di temi di interesse femminile, come il cancro al seno e la violenza domestica. Scelte paradossali, considerando che l’alcol è cancerogeno e il suo abuso scatena spesso episodi di violenza.

Lo slogan “bere responsabilmente” veicola l’impressione sbagliata che i produttori di alcolici siano parte della soluzione piuttosto che una causa del problema. Il tono moralistico del messaggio oscura i rischi insiti nel consumo di vino e di alcol, facendo ricadere la responsabilità sui soggetti che non sono in grado di controllarne l’assunzione. Ma dal 1995 la letteratura scientifica ha dimostrato che nessun consumo può ritenersi sicuro.

https://altreconomia.it/la-lobby-vinicola-italiana-sul-piede-di-guerra/

mercoledì 13 settembre 2023

Le crepe profonde del servizio sanitario nazionale - Nicoletta Dentico

  

A Fiesole, con Laboss, una importante discussione a tutto campo sui problemi della sanità. Tra interdisciplinarità, partecipazione intergenerazionale e le tante mobilitazioni europee a difesa della sanità pubblica.

 

Una intensa partecipazione laboratoriale ha segnato i tre giorni di discussione sulle sorti del servizio sanitario nazionale organizzati dal Laboratorio su salute e sanità (LABOSS) a Fiesole. Grande era la fame di un luogo libero da condizionamenti nel quale poter affrontare una delle più grandi tragedie italiane: la progressiva erosione della salute pubblica italiana.

Proprio quest’anno si celebra il 45mo anniversario della legge 883/78 istitutiva del servizio sanitario nazionale (SSN). Una legge decisiva per lo sviluppo socioeconomico del nostro paese, con cui il Parlamento italiano – seppur con oggettivo ritardo – dava piena attuazione all’articolo 32 della Costituzione sul diritto alla salute, svincolato dalla cittadinanza.

Gavino Maciocco ha tratteggiato il farsi di queste straordinarie intuizioni della politica nel dopoguerra (1946- 1948), tra negoziato internazionale sulla costituzione dell’Oms, affermazione del sistema sanitario pubblico in Gran Bretagna e dibattito della Costituente italiana.

Percorsi che hanno dialogato tra loro con irripetibile reciproca contaminazione di principi vincolanti: universalità, gratuità, effettività, equità di accesso, uniformità territoriale, finanziamento pubblico, partecipazione democratica, li ha ricordati più volte Chiara Giorgi.

Tre sono stati i tratti distintivi della sessione fiesolana. La intenzionale interdisciplinarità, la partecipazione intergenerazionale e la apertura alle esperienze europee di mobilitazione a difesa della sanità pubblica.

Appare sempre più evidente come la complessità crescente intorno ai determinanti della salute – sociali, commerciali, ambientali, legali – collida fragorosamente con la medicalizzazione della salute così cara alle industrie del farmaco, la sua riduzione alla logica delle prestazioni sanitarie, il soluzionismo tecnologico a discapito di una strategia di prevenzione a tutto campo.

La prevenzione è la chiave della salute

E’ la prevenzione la chiave della salute e questa richiede diversità di competenze e molteplicità di approcci, non solo in ambito sanitario: una visione prismatica, insomma, che è l’opposto della rigidità medica dei protocolli e dei criteri di sostenibilità finanziaria che hanno strangolato l’accesso alla salute in Italia – 37 miliardi di tagli e 39.000 operatori perduti dal 2010.

Questo è anche il tempo di consolidare e aggiornare una consegna intergenerazionale alle future leve interessate alla salvaguardia della sanità pubblica. Occorre non solo irrobustire la formazione universitaria di specializzandi e dottorandi scientemente plasmati alla medicalizzazione della salute. Indispensabile è la costruzione di una sponda operativa di senso – ben oltre le analisi storiche e le nostalgie del passato – ai nuovi dirigenti sanitari costretti ad operare oggi negli interstizi sempre più irrisori della sanità pubblica.

“Dove trovare le crepe dentro cui insinuarsi – ha chiesto una dirigente dell’Emilia-Romagna – quando il pubblico avrebbe gli strumenti per regolamentare i contratti di committenza con il privato, e invece delega a quest’ultimo la determinazione della tipologia di prestazione da erogare, e il relativo utilizzo del budget?”.

La privatocrazia è la vera cancrena del sistema sanitario nazionale

La privatocrazia è la vera cancrena del sistema sanitario nazionale, appunto, si è detto a Fiesole in tutte le lingue. La presenza del privato in sanità, ha spiegato un veterano come Marco Geddes, interessa una infinita molteplicità di aspetti non solo in Italia, man mano che si assiste a una contrazione e riconfigurazione del ruolo dello Stato in ambiti di produzione di beni e servizi, ricerca, regolamentazione e formazione. Una percolazione culturale micidiale e inarrestabile. Un assalto e poi un assedio, con la metafora di Nerina Dirindin, dimenticando però di citare le gigantesche responsabilità del centrosinistra in Italia.

Nel segno della più freudiana rimozione del conflitto di interessi, l’aggiornamento del personale sanitario sta in capo ad attori privati sia un ambito farmaceutico che di competenze gestionali e finanziarie delle aziende sanitarie, alla faccia dei “civil servants”.

Dotarsi di una scuola di formazione del personale sanitario è la proposta di Silvio Garattini, che ha fatto un ampio excursus sulle disfunzioni strutturali della ricerca farmaceutica, e delle lacune di un’indagine scientifica consegnata nelle mani delle multinazionali. Il blocco del turnover non è più in vigore dal 2019, eppure non si fanno assunzioni, le regioni continuano ad esternalizzare la partita dei servizi piuttosto che assumere personale direttamente.

11 miliardi di euro versati per il welfare aziendale

La pandemia ha aggravato la situazione e la attuale metastasi dei “gettonisti” – assai costosa al servizio sanitario – è un tema da sfidare normativamente impugnando la sicurezza dei pazienti, la effettiva conoscenza dei singoli protocolli ospedalieri, la possibilità di contatti diretti con gli specialisti delle aziende in cui costoro si trovano ad operare.

E poi c’è l’intramoenia introdotta dal governo Amato nel 1992, una non più tollerabile atipicità del sistema sanitario che ha effetti assai distorsivi sulla attività ambulatoriale e diagnostica.

La corposa presenza dei rappresentanti sindacali alla iniziativa di LABOSS – CGIL, CISL e ANAO – ha messo criticamente a tema il welfare aziendale, ovvero l’insieme di beni e servizi che sostituiscono gli incrementi salariali, e i suoi effetti distorsivi sulla sanità pubblica in quanto ad essa sostitutivo.

Parliamo di oltre 300 fondi sanitari (oltre 10 milioni di iscritti), l’85% dei quali riassicurati e/o gestiti da compagnie assicurative. I contributi versati ai fondi da persone fisiche ammontano a oltre 11 miliardi di euro, con un onere di deduzioni per la fiscalità generale di 3,5 miliardi di euro. Va invertita la rotta.

Le lotte in Europa. E in Italia?

La tavola rotonda finale con rappresentanti di Germania, Inghilterra, Francia, Portogallo, Grecia, paesi europei dove si agitano – al contrario dell’Italia – importanti mobilitazioni per la sanità pubblica, consegna un quadro di analogie piuttosto desolante. In Germania, usata spesso come modello di riferimento, l’industrializzazione sanitaria si traduce nella massiccia chiusura dei reparti di pediatria e ostetricia.

Se ha pesato come un macigno la domanda del come siamo arrivati fin qui, ben più soverchiante è il quesito sul che fare.

L’incontro seminale di Fiesole demarca il punto di partenza di un itinerario fondato sull’universalismo, non un semplice evento. A LABOSS ora la responsabilità di non deludere le aspettative di un incontro ricco di domande e di proposte.

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lunedì 24 luglio 2023

Il valore dei corpi in ostaggio - Nicoletta Dentico


Siamo, forse, al di là dell’immaginario da film dell’orrore. Eppure, il sequestro – da due anni – del corpo senza vita della mamma di Franciska Wanjiru da parte del Nairobi Women’s Hospital, perché la famiglia non può pagare le spese ospedaliere, è la rappresentazione plastica di come il profitto riesca a farsi carne, a ucciderci, e poi a impadronirsi anche del corpo senza vita. Più necropolitica ed espropriazione della vita – e di ogni suo simulacro – ai fini dell’accumulazione di denaro di così, ci pare francamente impossibile. Sia chiaro: non si tratta affatto di un caso isolato, e nemmeno di una “specificità” africana, come spiega magistralmente Nicoletta Dentico in questo articolo, a commento dei nuovi studi di Oxfam che fotografano gli effetti perversi della finanziarizzazione della salute nel Sud del mondo. I protagonisti di queste storie, racconta, sono personaggi del calibro di Arif Naqvi, il fondatore del Gruppo Abraaj che ha convinto le istituzioni finanziarie e l’Onu a indirizzare miliardi di soldi pubblici per incentivare i finanziamenti privati. Il tutto, ma guarda un po’, per la realizzazione dell’Agenda 2030, quella che impazza nei progetti della Ue e nelle ricerche interdisciplinari dei nostri figli a scuola. Semplice il mantra di Navqi: finanziando fondi di azionariato privato come Abraaj, il capitalismo agisce da leva per arricchire gli investitori e intanto «porre fine alle sofferenze dei poveri». La favola s’è incagliata nel 2018, quando il gruppo è stato coinvolto in una delle più grandi frodi della storia, con centinaia di milioni di dollari fatti sparire dal Global Health Market Fund, finanziato anche da Bill Gates. Dice: ma a noi che ce ne frega? Si sa che la povertà di quei mondi, lontani, genera da sempre barbarie. Mica possiamo farci carico degli orrori di tutto il pianeta, abbiamo già sotto gli occhi le loro piaghe, con tutti quei barconi… Neanche per sogno, perché gli ospedali privati raccontati da Oxfam sono foraggiati dalle istituzioni finanziarie europee per la cooperazione allo sviluppo, ma anche dalla Banca Europea per gli Investimenti e la International Finance Corporation, il braccio privato della Banca Mondiale. Il 56% degli investimenti europei è destinato a ospedali privati e a una miriade di provider (privati) che operano tramite intermediari finanziari del comparto sanitario. Le operazioni, in crescita dopo la pandemia, si articolano in una invisibile trama di intermediari finanziari, perlopiù fondi di azionariato privato. Impenetrabili. Hanno sede nei paradisi fiscali – l’80% dei 140 intermediari intercettati da Oxfam sono domiciliati alle Mauritius e alle Isole Cayman. Per i suoi traffici, il capitalismo che estrae valore da ogni forma di vita (e ormai non solo), non usa mica gli scafisti, lavora a una scala diversa.

 

«È terribile vederla così, il suo corpo è trasformato. Non sembra più nemmeno un corpo, ma un ammasso di pietra». Franciska Wanjiru parla della salma di sua madre, trattenuta da due anni presso il Nairobi Women’s Hospital, in Kenya, per il mancato pagamento delle spese ospedaliere. «Imploriamo l’ospedale di restituirci il corpo, almeno come regalo di Natale. Non saremo mai in grado di saldare quel conto, non ha senso che si tengano il cadavere».

Quella di Franciska è solo una delle storie che sgorgano, con rara potenza di denuncia, dalle pagine del rapporto gemellare Sick Development e First, do no Harm. Un lavoro che è frutto di una complessa e coraggiosa ricerca dell’organizzazione umanitaria Oxfam sulla finanziarizzazione della salute che comprende un volo radente sul mondo e un approfondimento specifico sull’India.

Pazienti detenuti negli ospedali come forma di intimidazione

Il debito di Franciska equivale a 43mila dollari. Aumenta ogni giorno, man mano che la detenzione in morte di sua madre continua. La notizia della detenzione dei pazienti e delle salme come forma di intimidazione e di estrazione finanziaria ha attirato l’attenzione della stampa kenyana sin dal 2016. Ma le cattive abitudini sono dure da estirpare. Nel 2017 una donna si è vista trattenere il figlio appena partorito per oltre tre mesi, per l’impossibilità di pagare i 3mila dollari richiesti.

A nulla è servito il pronunciamento di un tribunale contro l’ospedale per violazione della Costituzione. Nel marzo 2021, la Corte Suprema ha imposto al Nairobi Women’s Hospital un risarcimento di oltre 27mila dollari a favore di Emmah Muthoni Njeri, illegalmente detenuta per oltre cinque mesi. Non si contano le ritorsioni contro il personale sanitario per aver affrettato le dimissioni, le pressioni sui medici per richiedere nuove diagnosi, il consiglio di interventi chirurgici inutili. Tutto documentato nel rapporto, inclusa la paura dei familiari che temono ritorsioni sui loro cari.  

 

Dal Kenya all’India, il problema è sistematico

Sia chiaro. Il Nairobi Women’s Hospital non è una mela marcia. E il problema non riguarda solo il Kenya. In molti paesi del sud del mondo, gli ospedali privati sfruttano i bisogni di comunità spesso prive di strutture sanitarie pubbliche. E abusano sistematicamente dei pazienti. Imprigionandoli se non pagano il conto, negando loro il pronto soccorso se sono poveri, strattonandoli finanziariamente con tariffe improponibili anche quando spetterebbero loro cure gratuite. Sospingendoli in un abisso di dolore e impoverimento di cui vengono investiti familiari e amici, e da cui è praticamente impossibile riscattarsi.

Non guardano in faccia a nessuno. In India due ospedali convenzionati, rispettivamente negli stati di Chhattisgarh e Odisha, hanno rifiutato cure gratuite a titolari di assicurazioni governative e altre esenzioni. Costringendo le famiglie di questi pazienti a «conseguenze finanziarie catastrofiche». Oxfam racconta dettagli raccapriccianti: medicinali messi in conto al prezzo gonfiato del 50%, cateteri monouso riutilizzati e addebitati più volte, casi da medicina d’urgenza rifiutati per insufficienza finanziaria (in India vige l’obbligo di cure d’emergenza per gli incapienti).

Neppure il Covid-19 è servito per immunizzare questi avvoltoi. Quale migliore occasione della pandemia, dopo tutto? Hanno volteggiato sulla paura e sui sintomi dei pazienti senza farsi scrupoli. In Uganda, il Nakasero Hospital di Kampala faceva pagare un letto in terapia intensiva l’equivalente di 1.900 dollari al giorno. Al TMR Hospital, i familiari di un paziente poi deceduto a causa del virus si sono ritrovati l’esorbitante cifra di 116mila dollari da pagare.

 

Le storture della finanziarizzazione della salute

La vera patologia sta a monte: i proprietari e gestori di questi ospedali pensano alla salute solo come profitto. I protagonisti di queste storie sono personaggi del calibro di Arif Naqvi, il fondatore del Gruppo Abraaj che ha convinto le istituzioni finanziarie e le Nazioni Unite a indirizzare miliardi di soldi pubblici per incentivare i finanziamenti privati. Il tutto per la realizzazione dell’Agenda 2030. Semplice il mantra di Navqi: finanziando fondi di azionariato privato come Abraaj, il capitalismo agisce da leva per arricchire gli investitori e intanto «porre fine alle sofferenze dei poveri». Ma la favola si è incagliata nel 2018. Il gruppo è stato coinvolto in una delle più grandi frodi della storia, quando si sono volatilizzati centinaia di milioni di dollari dal Global Health Market Fund finanziato anche da Bill Gates. 

Questo scandalo ci riguarda. Gli ospedali privati raccontati di Oxfam sono foraggiati dalle istituzioni finanziarie europee per la cooperazione allo sviluppo. Inseguendo le tracce di circa 400 investimenti si approda a tre distinte entità europee: la British International Investment (BII), la Proparco francese e la tedesca Deutsche Investitions und Entwicklungsgesellschaft (DEG). Ma anche alla Banca Europea per gli Investimenti (BEI) e alla International Finance Corporation (IFC), il braccio privato della Banca Mondiale. La ricerca individua 358 investimenti in aziende sanitarie private nel sud globale fra il 2010 e il 2022, per un totale di 3,2 miliardi di dollari. Il 56% degli investimenti europei è destinato a ospedali privati e a una miriade di provider privati che operano tramite intermediari finanziari del comparto sanitario.

Fondi per la salute che finiscono nei paradisi fiscali

La mobilitazione finanziaria verso i privati per la salute dei Paesi in via di sviluppo si aggancia oggi agli Obiettivi di sviluppo sostenibile, in particolare alla copertura sanitaria universale, nel più avvilente deficit di trasparenza e accountability. Le molteplici operazioni, in crescita dopo la pandemia, si articolano in una invisibile trama di intermediari finanziari, perlopiù fondi di azionariato privato. Impenetrabili. Hanno sede, infatti, nei paradisi fiscali – l’80% dei 140 intermediari intercettati da Oxfam sono domiciliati alle Mauritius e alle Isole Cayman. 

Privatizzazione e finanziarizzazione della salute vanno allegramente a braccetto nel sud del mondo con i nostri soldi, a nostra insaputa. Ma il rapporto di Oxfam dà la sveglia anche a noi: l’alternativa alla salute pubblica, che stiamo perdendo in Italia, è una disumanizzazione sanitaria.


Questo articolo si deve alla collaborazione con Valori

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martedì 29 novembre 2022

La prevenzione non c’è nel nuovo trattato dell’Oms – Nicoletta Dentico

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha licenziato la bozza zero «concettuale» del trattato pandemico, il cui percorso negoziale è stato deciso all’unanimità da una sessione dell’Assemblea nel 2021.
Al trattato è rivolta l’attenzione e l’impegno della comunità sanitaria globale. C’è molta agitazione nell’aria, e anche un bel po’ di confusione. Infatti l’Oms uno strumento vincolante per gestire le emergenze sanitarie ce l’ha già: i Regolamenti Sanitari Internazionali, aggiornati nel 2005 dopo l’epidemia di SARS, ma inefficaci nella vicenda di Covid-19 (una défaillance, le cui cause profonde non sono state indagate). Ora, dunque, i delegati sono chiamati a negoziare il nuovo trattato pandemico entro il 2024 e ad emendare il vecchio trattato dell’Oms.
COME ERA PREVEDIBILE i due percorsi si intrecciano, confondono, e competono fra loro, sicché le delegazioni faticano non poco a tirare le fila, persino quelle europee. Le minuscole delegazioni dei Paesi del sud del mondo, con il respiro cortissimo, se la giocano tra intimidazioni e fatalismo diplomatico. La consegna è chiara - avanti a tutta velocità. La pressione per il nuovo trattato è forte, come si evince anche dalla presa di posizione del Nobel Giorgio Parisi, convinto che la comunità internazionale abbia umilmente appreso le razionali pedagogie di Covid.
Sul nuovo trattato pandemico, invece, diversi esperti di salute globale nutrono perplessità, a partire dalla genesi dell’iniziativa, a forte trazione europea e sostenuta dalla Fondazione Gates che sta investendo a piene mani nei think-tank internazionali per farla avanzare. Oggi, la bozza zero «concettuale» non fa che confermare i dubbi. Certo è presto per parlare, visto che si tratta di un proto-testo, e il negoziato vero e proprio deve ancora cominciare. Ma chi ha seguito il percorso fin dalla prima ora, come chi scrive, sa bene che l’impostazione politica del trattato e i paletti negoziali sono ben saldi, e noti all’Inter-governmental Negotiating Body (INB), il piccolo solerte gruppo intergovernativo cui è affidato il compito di tessere il processo diplomatico.
IL TRATTATO PANDEMICO dell’Oms punta alla prevenzione, preparazione e risposta alle prossime pandemie. Ora, a prescindere dal fatto che - Covid ce lo ha insegnato - una pandemia non è un evento naturale ma un colossale fallimento di governance mondiale, nella attuale proto-bozza balza agli occhi la assenza di ogni serio riferimento alla prevenzione e l’esclusiva attenzione alla preparazione e risposta.
L’EPISTEMOLOGIA del testo guarda esclusivamente alle soluzioni biomediche, punta a fissare le dinamiche sullo scambio di patogeni (come faceva il vecchio trattato), il trasferimento di tecnologie per la creazione di hub regionali a vocazione farmaceutica. Il testo spende pagine sull’accordo TRIPS sulla proprietà intellettuale, sulla Dichiarazione di Doha per favorire l’accesso ai farmaci, richiama anche la possibilità di waiver limitati della proprietà intellettuale e afferma l’obbligo per le aziende di rivelare i prezzi e gli accordi siglati per ogni singolo prodotto farmaceutico nelle prossime emergenze sanitarie nei contratti di procurement pubblico.
NELLA MACEDONIA di proposte c’è di tutto sulla sola declinazione di salute che l’Oms e la comunità sanitaria internazionale sanno interpretare da decenni a questa parte: quella della sua medicalizzazione. Una agenda tecnologica occidentale decisamente egemonica, che piace alle case farmaceutiche perché conferisce loro sconfinato potere. Dopo la storia dei vaccini anti-Covid, i Paesi del sud globale dovrebbero sapere che questa dipendenza non porta fortuna. Il problema però è più profondo e riguarda tutti. Nella concatenazione di crisi, sanitaria e climatica, siamo sicuri di poter gestire le prossime emergenze sanitarie come se fossero malattie infettive da contenere e sorvegliare? E siamo davvero convinti di prepararci alle prossime zoonosi con vaccini, farmaci e diagnostici coordinati su scala globale?
La visione del negoziato ufficiale resta inchiodata a uno sproporzionato soluzionismo farmaceutico che non induce a grandi aperture di credito, anche perché il coordinamento sarebbe affidato alle entità pubblico-private a matrice filantropica che hanno fatto il bello e cattivo tempo durante Covid, senza lode e con molta infamia.
LA TANTO ACCLAMATA One Health, l’approccio che dovrebbe ridisegnare i contorni della salute umana nella sua interconnessione con salute animale e dell’ambiente, viene evocata e poi citata a pagina 23 (su 32) solo come sorveglianza, mentre è chiaro che senza colossali politiche e investimenti nella mitigazione climatica, senza un cambio netto di direzione sui determinanti industriali delle malattie - allevamento del bestiame e monoculture industriali - le pandemie continueranno. L’Oms si gioca il futuro su questa partita, ma anche la sua definitiva trasformazione genetica nelle mani del settore privato, che per la prima volta viene chiamato al tavolo negoziale per discutere un trattato senza che per ora sia previsto il minimo accenno alle clausole di salvaguardia dal conflitto di interessi. Non era questa la lezione di Covid.

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lunedì 4 aprile 2022

La guerra, una malattia che non lascia scampo - Nicoletta Dentico e Pirous Fateh Moghadam

 

L’incremento delle spese militari è una vergogna, ha detto Papa Francesco. Tanto più intollerabile perché nel 2022 il governo ha previsto un taglio di 6 miliardi di spesa in ambito di sanità pubblica, dopo due anni di pandemia che hanno sconquassato il servizio sanitario e lasciato un’eredità di disuguaglianze profonde.

Il 24 febbraio 2022 l’esercito russo ha violato il diritto internazionale invadendo l’Ucraina e scatenando una devastante guerra di aggressione che perdura da oltre un mese. La responsabilità dell’invasione e del brutale conflitto armato che ne consegue ricade unicamente sul presidente Putin, il quale persegue da due decenni una politica imperialista ultrareazionaria. La nostra solidarietà va al paese aggredito e alla sua popolazione profondamente violata dalla guerra, senza dimenticare però la solidarietà a quanti in Russia si sono opposti finora alla politica bellicista del proprio governo, pagando un prezzo altissimo per il loro esplicito dissenso. Neppure questa cosa possiamo dimenticare: che anche la Nato e diversi Paesi occidentali che la compongono perseguono a loro volta una politica imperialista che, nella storia recente, non ha esitato a più riprese a ricorrere all’uso della guerra, in violazione del diritto internazionale, provocando stragi tra la popolazione civile. Questo fatto storico, incontestabile, non può essere addotto però come attenuante della scellerata strategia di Vladimir Putin.

Fatta questa premessa, il nostro obiettivo qui è dimostrare come uno sguardo sanitario sull’attuale scenario ucraino, vale a dire uno sguardo rivolto alla promozione e alla tutela della salute, possa fornire una bussola per tracciare un posizionamento genuinamente politico e umanitario rispetto al conflitto che infiamma l’Europa, e per intravedere un percorso di fuoriuscita dall’attuale disordine globale. Sono decine gli scenari di guerra oscurati e tuttora in corso che incendiano il pianeta; una lente sanitaria può tornare molto utile dunque a sospingere il dibattito e la azione politica verso un mondo meno vocato alla belligeranza. Lo segnalava opportunamente lo storico della medicina Giorgio Cosmacini, in uno dei suoi libri sulla storia della medicina, in riferimento alle prime due guerre mondiali:

“Il fatto che nessuno – o pochissimi – tra i protagonisti della medicina (…) si sia posto il problema della prevenzione di una tra le più micidiali pandemie della storia delle società umane deve far riflettere sull’effettiva coerenza di una scienza medica che, nel mentre si professa al servizio della vita, rifiuti di accamparsi e si dichiari neutrale. (…) Se l’ideologia e la politica al potere portano seco, o non contrastano efficacemente, una calamità sociale e biologica come la guerra, la medicina, se non vuol essere «un modo del potere», deve esercitare una critica coraggiosa del calamitoso contesto ideologico-politico. (…) I medici devono esplorare una nuova provincia della medicina preventiva: la prevenzione della guerra”.

Per assumere il punto di vista sanitario non occorre essere medici o infermieri, ovviamente. Chi esercita una professione sanitaria ha qualche scusa in meno per non farlo, però.

Guerre moderne e impatto sulla salute

La narrazione mediatica della guerra in Ucraina, con le sue inevitabili forzature emotive, sembra talvolta costruita in modo da aver scoperto per la prima volta l’orrore della guerra. Purtroppo, la conduzione di una guerra moderna prevede da decenni oramai la distruzione di dighe, centrali elettriche, sistemi di approvvigionamento idrico, ospedali, scuole, strade, ponti, ferrovie, aeroporti. Da questo punto di vista, l’attuale conflitto in Ucraina non si distingue affatto da quanto è stato documentato negli interventi di alleanze ONU (Golfo 1991) o della NATO (Repubblica Federale di Jugoslavia, 1999), della coalizione angloamericana (Afghanistan 2002, Iraq 2003) o della Russia in Cecenia (1999) e in Siria (2015). Si tratta del resto della stessa modalità militare usata da Israele nelle sue “operazioni speciali” in Libano (2006) e a Gaza (2009). Sempre, l’obiettivo finale è quello di distruggere deliberatamente l’ambiente fisico e la fibra sociale di un intero paese e del suo territorio. Sempre, l’esito è la devastazione di un trauma che raramente trova una sua ricomposizione.

La guerra fa male alla salute. Molto male. La constatazione è banale. Nel caso dell’Ucraina, i dati riportati dall’Oms dopo un mese di combattimenti (al 31 marzo) parlano di 18 milioni di persone colpite dalla guerra, 4 milioni di rifugiati, 6,4 milioni di sfollati interni, 1935 civili feriti e 1232 civili uccisi. Sono dati parziali e non del tutto attendibili su morti e feriti, vista l’impossibilità di accesso umanitario ai siti degli attacchi – Mariupol è la città più devastata, ma non l’unica sotto assedio. Sono numeri destinati ad aumentare, drammaticamente.

A un mese dall’inizio dell’invasione, l’Oms ha identificato specifiche aree di significativo rischio sanitario – oltre ai traumi e alle ferite, la salute materna e neonatale, l’insicurezza alimentare e la malnutrizione, l’insorgenza di malattie infettive e la impossibile gestione delle malattie croniche, i rischi legati ad azzardi tecnologici nella conduzione della guerra, la salute mentale, il traffico di esseri umani e l’escalation della violenza sessuale e di genere. Ha inoltre verificato attacchi diretti a 18 strutture sanitarie, bersagli d’elezione delle guerre moderne, come già visto in Afghanistan, o in Yemen. In Siria, Physicians for Human Rights è riuscita a documentare 601 attacchi su 400 diverse strutture sanitarie da marzo 2011 – inizio della guerra – a febbraio 2022. 942 persone, tra medici e infermieri, sono stati uccise.

La guerra produce sempre un asfittico blackout di informazioni e si possono fare con estrema difficoltà stime da prendere per quello che sono: stime appunto. Ma la letteratura scientifica che si è cimentata sulla conta dei morti ha calcolato che, anche soltanto per gli effetti diretti, si computa solitamente almeno un morto civile per ogni soldato ucciso. Da tenere sempre presente che i morti e i feriti per gli effetti indiretti, ancora meno documentati e documentabili, rappresentano un multiplo di quelli diretti.

I meccanismi che generano gli effetti indiretti di una guerra sulla salute sono molteplici. Non sempre analizzati con sufficiente attenzione. Possono essere provocati dalla distruzione o dai danneggiamenti appunto delle strutture sanitarie, delle fonti di rifornimento di energia elettrica, dell’approvvigionamento idrico/alimentare, dall’impossibilità dello smaltimento dei liquami.  Sono dovuti alla sistematica sottrazione di risorse a favore dell’investimento militare, ovvero all’aumento delle diseguaglianze sociali e all’erosione dei diritti che invariabilmente si producono sia nel paese aggredito sia in quello aggressore. I bombardamenti di industrie (chimiche e non solo) scatenano conseguenze rilevanti e di lunga durata sull’ambiente, e sulla salute. Ci sono poi gli effetti a lunga latenza delle armi (mine, bombe a grappolo e altri ordigni non esplosi, armi chimiche).

Nel caso dell’Ucraina, per la prima volta, siamo direttamente esposti al pericolo di incidentale attivazione delle centrali nucleari, ciò che comporterebbe un netto sconfinamento degli effetti indiretti della guerra ben oltre i territori direttamente interessati al conflitto. Infine, come documentato dal New York Times, gli analisti non escludono il ricorso russo ad ordigni nucleari tattici. Ma tra gli effetti indiretti e di lunga gittata sulla salute vanno annoverati l’interruzione di ogni attività culturale e dell’istruzione, il caos generale che la guerra produce, le migrazioni forzate e la precarizzazione di popolazione avviate a una vita sospesa, in assenza di un progetto migratorio. Le priorità cambiano, le persone si concentrano sulla sopravvivenza immediata e tutto il resto non conta più.

Le caratteristiche dei conflitti armati moderni – l’assenza di limiti spaziali e  temporali; la privatizzazione e digitalizzazione del conflitto; la non discriminazione tra obiettivi militari e civili; la normalizzazione di uno “stato di eccezione” sul piano del diritto internazionale; gli effetti di lungo periodo e la sempre possibile escalation in guerra atomica – sono tali per cui nessun fine solidaristico nei confronti del paese sotto assedio può, oggi,  giustificare il ricorso al mezzo della guerra, che rappresenta un indiscusso fattore di rischio per la salute pubblica mondiale.

Militarismo e guerra vanno considerati alla stessa stregua di altre cause prevenibili di malattie e morte. La richiesta di armi o di altro sostegno militare da parte di chi è impegnato in una lotta armata di difesa rispetto all’aggressione subita è legittima. Ma altrettanto legittimo va considerato il rifiuto di tale richiesta, in relazione alla necessità di prevenzione di un’ulteriore escalation del conflitto. Lo scrive con implacabile lucidità Hannah Arendt nel suo saggio sulla violenza: “Dato che il fine dell’azione umana, a differenza dei prodotti finali della manifattura, non può mai essere previsto in modo attendibile, i mezzi usati per raggiungere degli obiettivi politici il più delle volte risultano più importanti, per il mondo futuro, degli obiettivi perseguiti”. Non si difende un popolo aggredito con più violenza e più guerra. L’atteggiamento alternativo possibile, senza voltarsi dall’altra parte, è il sostegno alla resistenza nonviolenta, è il ricorso a forze di interposizione, senza timidezza nel far valere il diritto internazionale e la tenacia della diplomazia. Per la costruzione della pace, quasi ad ogni costo.

La minaccia atomica: un’apocalisse possibile

Le recenti dichiarazioni sia del presidente russo che del presidente americano di essere disposti a considerare l’utilizzo di armamentario nucleare a loro disposizione palesano la coltre minacciosa sotto la quale l’umanità si trova a vivere, finché queste armi continuano ad esistere. Più che di armi bisognerebbe parlare di “campi di sterminio montati su missili”, con la definizione di Michael Christ di International Physicians for the Prevention of Nuclear War (IPPNW), associazione fondata nel 1980 da medici statunitensi e sovietici per la prevenzione della guerra nucleare, premio Nobel per la Pace nel 1985. Anche nel 2017 il comitato del Nobel ha puntato alla abolizione delle armi nucleari assegnando il premio per la Pace a ICAN, la campagna nata per far avanzare il trattato internazionale sulla messa al bando delle armi nucleari (UN Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, TPNW). Crediamo sia importante sottolineare come qualsiasi ragionamento sulla “guerra giusta” perda ogni senso residuale se confrontato con il potenziale distruttivo della moderna tecnologia nucleare, realtà più che mai plausibile nella vicenda ucraina: ciò non equivale ad assumere una posizione di equidistanza o a negare la legittimità di una resistenza, anche armata, di fronte ad una aggressione.

Siamo ciechi di fronte all’apocalisse, non riusciamo ad immaginarci che possa capitare davvero, diceva Günther Anders. Può esistere una iusta causa per legittimare il sostegno a una guerra in cui il ricorso allo strumento nucleare viene anche solo contemplato?  Meglio farebbe l’Italia, in questa situazione di tensioni senza limiti, a prendersi la briga di firmare repentinamente il trattato di messa al bando delle armi nucleari entrato in vigore il 22 gennaio 2021, e partecipare al primo incontro degli Stati-Parte in programma a Vienna dal 21 al 23 giugno. Altro che l’aumento al 2% del bilancio delle spese militari!

L’alternativa esiste

Difficile negare che la militarizzazione del discorso politico, la servitù militare con la presenza di armi nucleari sul suolo italiano (si stimano da 70 a 90 ordigni), l’incondizionato sostegno finanziario all’industria bellica (il cui lavoro è stato considerato essenziale persino in tempo di pandemia) e lo scriteriato commercio delle armi – anche in violazione della legge 185/90 per regolamentarlo – facciano parte di quello che Giorgio Cosmacini definirebbe un “calamitoso contesto ideologico-politico” in cui le soluzioni militari possono apparire le uniche possibili. Certo, è molto più facile stare dalla parte di chi proclama di voler difendere il popolo ucraino mandando armi.

Ma non è vero che non esista una alternativa a questa distruzione.  Solo che l’Europa deve apparecchiarla con lena, con un’opzione incondizionata per la diplomazia. Lo sostiene coraggiosamente anche il movimento pacifista ucraino. Dalla brutalità di quest’ultima tragedia bellica, che non sappiamo quando finirà, occorre trarre la spinta per un nuovo disegno di sicurezza europea, e per la trasformazione dell’esercito in una organizzazione di interposizione e protezione, anche tramite i corpi civili. La comunità di sanità pubblica deve sentirsi chiamata in causa in questo momento di dialogo pubblico e attivarsi senza nascondimenti, anche con l’impegno di società scientifiche e dell’associazionismo sanitario e sociale, non facendosi tentare da capziose forme di pacifismo belligerante. L’incremento delle spese militari è una vergogna, ha detto Papa Francesco. Tanto più intollerabile perché nel 2022 il governo ha previsto un taglio di 6 miliardi di spesa in ambito di sanità pubblica, dopo due anni di pandemia che hanno sconquassato il servizio sanitario e lasciato un’eredità di disuguaglianze profondissime nella società. Anche questa, una guerra ai diritti fondamentali.

 

Nicoletta Dentico e Pirous Fateh Moghadam

Il testo di questo articolo è stato pubblicato da “Sbilanciamoci”. Nicoletta Dentico, esperta di cooperazione internazionale e diritti umani, dirige il programma di salute globale di Society for International Development (Sid); Pirous Fateh Moghadam è responsabile del servizio di osservazione epidemiologica della Apss di Trento.

 

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lunedì 7 marzo 2022

Salute e guerra, una lezione al contrario - Nicoletta Dentico

 

La grande intuizione del dopoguerra fu l’assoluta centralità della salute di fronte a un’Europa grande ospedale da campo. Nel terzo anno del Covid-19 nel nostro paese sembra che la lezione non sia stata imparata, a vedere la legge lombarda che privilegia i privati. Mentre infuria una nuova emergenza guerra.

 

Esattamente tre anni fa, il nostro paese scopriva che il nuovo coronavirus aveva trovato la sua agile via di approdo in Italia, da Wuhan. Come, ancora non è dato sapere, visto che il paziente zero non è mai stato identificato. Abbiamo scoperto che SARS-CoV-2 già abitava fra noi il 21 febbraio a Codogno. Per caso, anzi no, piuttosto per ostinazione di una giovane anestesista di Cremona, Annalisa Malara, che in scienza e coscienza ha deciso di violare i protocolli ordinari per la gestione del paziente, ha firmato assumendosi tutte le responsabilità del caso di fronte alla amministrazione sanitaria, e ha ostinatamente eseguito il tampone a Mattia Maestri. Con questo gesto personale non scontato ha ufficialmente decretato il primo focolaio di Covid-19 in Lombardia. Un passaggio denso di significanze: alcuni giornali hanno parlato della “pazzia clinica” di Annalisa Malara. Iperboli giornalistiche a parte, la scoperta di SARS-CoV-2 in Italia allude, si può ragionevolmente dire, a una insostenibile forma di nemesi medica, tanto per ricorrere al saldo bagaglio analitico di Ivan Illich. Rimanda cioè a un’evidente disfunzione della scienza e del sistema sanitario, che mentre crea incessantemente nuovi bisogni terapeutici, non riesce più a rispondere – se non per eccezione, appunto – ai bisogni reali che sollecitano a riappropriarsi della salute. Il fatto che, come sostiene Illich, il cosiddetto progresso della medicina sia una variabile dipendente di trasformazioni che si riflettono in ciò che i medici fanno/non fanno e dicono/non dicono propone una chiave di lettura, ancora prima del tampone di Codogno, sulla storia di mancata sorveglianza relativa alle due morti di novembre 2019 a Milano, tra cui un bambino di 4 anni, cui era stato sommariamente diagnosticato il morbillo. 

Oggi noi sappiamo che il virus era già presente ben prima del 21 febbraio in Lombardia. Uno studio pubblicato lo scorso dicembre su Epidemics-The Journal of Infectious Disease Dynamics registra 527 casi di persone con sintomi di Covid-19 in età tra i 75 e i 78 anni in Lombardia, di cui 38 sanitari, prima della identificazione del focolaio di Codogno. Già nel 2019 il Covid-19 circolava silente e non intercettato in almeno 222 dei 1506 Comuni lombardi, dice lo studio coordinato da Danilo Cereda: una notizia che non risulta particolarmente rassicurante, e che forse sta all’origine della catastrofe che il patogeno invisibile e sconosciuto ha inferto poi a tutto il sistema sanitario italiano. Uno tsunami che allora seminò il panico nel mondo. Se soccombeva l’Italia, un paese dotato di uno dei migliori sistemi sanitari pubblici al mondo secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che cosa poteva accadere altrove? Che cosa avrebbe scatenato il nuovo coronavirus nei paesi del Sud globale, sguarniti di sistemi sanitari degni di questo nome, o con servizi fatiscenti e scarni di strumenti e risorse umane, malgrado le vagonate di miliardi di dollari investiti in salute globale negli ultimi venti anni? 

Il sociologo e filosofo francese Bruno Latour ha scritto che la pandemia ha assunto in questi anni il ruolo di Socrate, il quale effettivamente si paragonava a un tafano quando, mischiandosi alla gente nelle piazze di Atene, punzecchiava i suoi concittadini per svegliarli, persuaderli, rimproverarli. Il virus, con la cinetica delle sue varianti, è un avvertimento feroce ma inconfutabile che arriva dalla natura, il cui contrattacco continua a imporre un profondo ripensamento, anzi un cambio di civiltà. Dopo due anni, è arrivata l’ora di accorgersene. La posta in palio non riguarda solo il superamento della visione antropocentrica del rapporto fra esseri umani e natura – non sarà più abitabile il pianeta alle stesse condizioni di vita che abbiamo conosciuto nel mondo occidentale – ma anche la necessità di ripartire da una visione di diritto alla salute come pilastro per la costruzione della società e la definizione di politiche che mettano al centro la dignità della persona e la cura degli ecosistemi. Condividiamo lo stesso destino come esseri viventi, pandemia e crisi climatica sono oggi le matrici di un’unica pedagogia. 

Era stata la grande intuizione del dopoguerra, al momento della costituzione delle Nazioni Unite, la assoluta centralità della salute. E non a caso: l’Europa era un ospedale da campo. Il diritto alla salute, quindi, nacque formalmente diversi mesi prima della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: il 7 aprile 1948, con l’entrata in vigore dell’Oms. La comunità internazionale aveva ben chiara un’idea di futuro: per ricostruire vita sulle macerie ancora fumanti di due guerre mondiali era necessario cominciare dal diritto primigenio, quello in cui tutti si riconoscono a prescindere dalle appartenenze e ideologie, il diritto che in un certo senso prepara le condizioni di accesso e fruizione di tutti gli altri diritti. Il diritto alla salute poteva a ragione denotarsi come spazio privilegiato di sperimentazione per una agenda dei diritti tout court, a partire dal quale le nazioni sopravvissute alle devastazioni di due conflitti sarebbero state in grado di rimettere insieme i dolorosi frantumi delle rispettive società. La rigenerazione, allora, ebbe molto a che fare con visioni forti, e con il loro presidio. 

Nel 2022, dopo quattro decenni di una globalizzazione sfrenata – anch’essa, in fondo, una guerra – i due sconvolgenti anni di Covid-19 che ci lasciamo alle spalle portano alla luce i limiti della bufera che chiamiamo progresso, per dirla con Walter Benjamin, con tendenze di stratificazioni delle disuguaglianze destinate a incidere, anche geneticamente, nelle future generazioni. Allo stesso tempo, invocano la necessità di una nuova alleanza terapeutica, una nuova strategia della cura. Davanti a una malattia che continua a colpire l’intimità dei corpi, in modalità impreviste ancora da valutare appieno nelle diverse fasce della popolazione, noi non possiamo reagire limitandoci a consumare e produrre merci. 

Ma cosa sta succedendo, invece?  Il modello privatistico della salute in Lombardia, che in nome dell’efficienza non ha solo pervicacemente smantellato dagli anni ‛90 in poi la sanità pubblica sul territorio, ma ha anche depotenziato il sistema pubblico di laboratori di sorveglianza – nel 2021 si dava in Lombardia un solo laboratorio ogni 1,2 milioni di abitanti, contro un laboratorio ogni 500.000 abitanti in Veneto, secondo un rapporto internazionale – prosegue senza soluzione di continuità nello spirito e nella lettera della riforma Moratti, nuovo terreno di aspro confronto. Nella nuova legge sulla sanità della giunta regionale lombarda sono pervicacemente assenti la centralità della prevenzione, la programmazione socio-sanitaria territoriale, la tutela dell’ambiente, mentre si insiste sulla sanità privata, lasciata in piena libertà d’azione; ad essa viene attribuita la possibilità di “concorrere alla istituzione delle Case e Ospedali di Comunità” previste e finanziate dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). La stessa cosa avviene a livello nazionale: mentre si registra un grande attivismo per assicurare ai soggetti privati l’accesso ai finanziamenti europei del PNRR, malgrado il generale consenso politico generato da Covid-19 di rafforzare il servizio sanitario pubblico e universalista, nessuna buona notizia arriva dal fronte del personale del servizio sanitario nazionale (SSN), che nell’ultimo decennio ha subito un drastico ridimensionamento. Né si intravede alcun segnale di inversione di tendenza, dati i limiti imposti dal governo Monti alla spesa corrente che neppure l’impatto di Covid è riuscito a soppiantare, e data anche la mancata rimozione dei vincoli che limitano le assunzioni stabili.

Nessuna speranza. Le assunzioni di medici e infermieri, effettuate ancora in emergenza, restano a tempo molto determinato e spesso con contratti a cottimo. Le università, dal canto loro, non hanno ancora adeguato l’offerta formativa alle esigenze socio-sanitarie della popolazione, con una visione integrale della salute che comprenda l’ambiente e tutti i suoi determinanti. Restano invece appiattite a una estrema medicalizzazione, a una visione specialistica e biomedica che scientemente elude i fondamentali approcci di promozione della salute, oltre le mere prestazioni sanitarie sempre più tecnologiche.

Ha ragione David Quammen quando scrive che non eravamo preparati alla pandemia per mancanza di immaginazione. E pare proprio che non siamo guariti. Neppure se rivolgiamo lo sguardo al piano internazionale riusciamo a intravedere un ravvedimento. In una congiuntura di bassissima marea dell’azione multilaterale, l’Oms si appresta a negoziare da marzo un nuovo strumento vincolante per adeguare la governance globale della salute alla preparazione e risposta alle prossime pandemie, come se queste fossero ormai un destino. L’idea scaturisce dalla fantasia del presidente del Consiglio d’Europa Charles Michel, il quale ha lavorato sodo nel 2021 per incardinare la proposta a Ginevra e per conseguire in poche battute il sostegno incondizionato del direttore generale dell’Oms e la adesione globale – in parte forzata – a questa iniziativa europea. Sotto l’impalcatura retorica del consenso diplomatico si ravvisano tuttavia crepe di realismo non trascurabili.

Alcuni governi del Sud globale denunciano le sfide irrisolte nella loro gestione di COVID-19, difficoltà che rimandano alla annosa questione della loro impossibilità di finanziamento dei sistemi sanitari pubblici – il solo realistico baluardo contro il contagio. In Nigeria, ad esempio, la spesa sanitaria pro-capite è aumentata da meno di un dollaro a 7 dollari nel 2021, ma le condizionalità dei presiti della Banca Mondiale impediscono al governo nigeriano di programmare un rilancio dell’ancora fragile servizio pubblico. La lotta al virus deve invece passare per la ricetta che la comunità internazionale dello sviluppo si ostina a somministrare, il private sector leveraging, cioè la facilitazione agli attori della sanità privata, sulle spalle dell’accresciuto debito pubblico. L’evidenza empirica lo dimostra senza equivoci: i sistemi sanitari più deboli sono nei paesi costretti a pagare il servizio del debito ai paesi ricchi. Nel 2019 si contavano 64 governi ingabbiati nella morsa debitoria e vincolati a spendere più in servizio del debito che per investimenti in salute pubblica. Il debito è il loro virus incurabile. Più pagano, più il debito incalza: un peso cresciuto dal 35% al 65% nell’ultimo decennio, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI, 2019). 

La cancellazione del debito sarebbe il loro vero vaccino. Se si estinguessero i pagamenti di 76 paesi a basso reddito dovuti nel solo 2020 – primo anno pandemico – si libererebbero 40 miliardi di dollari, 300 miliardi se si contasse anche il 2021. E invece che succede? In un rapporto di inizio 2021 il FMI ha previsto l’introduzione di misure di austerity in 159 paesi entro la fine del 2022: l’equivalente di una pandemia finanziaria che si abbatte su 6,6 miliardi di persone, ovvero l’85% della popolazione mondiale. Un’iterazione che lascia senza respiro, destinata com’è a stratificare vecchie e nuove disuguaglianze. E poi c’è la questione del mancato accesso ai vaccini e il persistere dell’apartheid sanitario, una ferita profonda di questo tempo, nonché l’espressione più abrasiva del disfacimento di ogni vera cooperazione internazionale tra gli Stati.

La caparbia resistenza di un manipolo di paesi – Unione Europea, Svizzera, USA e Gran Bretagna – contro la moratoria dei diritti di proprietà intellettuale (non solo brevetti, ma anche know-how, dati clinici e segreti industriali) per ampliare l’accesso alla conoscenza scientifica e permettere la decentralizzazione della produzione dei rimedi contro il Covid paralizza da un anno e mezzo ogni negoziato all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc). La possibilità di sospendere i monopoli della conoscenza è prevista dallo stesso trattato fondativo dell’Omc, ma risulta impossibile utilizzare questo dispositivo del diritto internazionale nel contesto pandemico perché secondo l’Occidente l’oligopolio farmaceutico non può essere messo in discussione, anche se – stando ai rapporti più accreditati – il pubblico finanzia la ricerca in campo farmaceutico in larghissima misura, anche prima di SARS-CoV-2, non solo direttamente ma tramite agevolazioni fiscali e incentivi di varia natura. Non è quindi un azzardo intellettuale parlare di appropriazione privata della ricerca pubblica favorita dai governi, ai quali invece spetterebbe negoziare le migliori condizioni per difendere la salute delle loro società. Ne danno evidenza due notizie di questi giorni. La prima riguarda l’indagine a Bruxelles sull’eccessiva familiarità della presidente della Commissione con il CEO della Pfizer Albert Bourla, a fronte della persistente opacità sulle clausole contrattuali che l’Europa ha stipulato con le aziende farmaceutiche per l’acquisto dei vaccini (solo l’Italia ha speso 24 miliardi di dollari!). La seconda notizia ci porta in Sudafrica, dalla azienda Afrigen Biologics and Vaccines, che con il supporto della Oms è riuscita, a replicare il vaccino mRNA di Moderna con un processo di ingegneria inversa. La società civile sudafricana sta in allerta; sarà da vedere se Moderna avrà davvero la faccia tosta di sfidare il paese africano per rivendicare diritti esclusivi su un vaccino totalmente finanziato dall’operazione Warp Speed dall’amministrazione Trump (anche se omette di esplicitarlo nelle documentazioni brevettuali ufficiali in USA). 

Su questa geopolitica sanitaria si combatte con multiformi vicende una guerra strutturale sulla gestione della conoscenza che da decenni semina morti, una patologia dalla quale neppure Covid-19 è riuscito a immunizzare il mondo. Si tratta di un crinale di tensione del tutto speculare alla roboante minaccia del ricorso alle armi che si traduce nella stessa desolante iterazione di violenza e morte. Quella che registriamo oggi in Ucraina, a pochi giorni dall’invasione russa. Nel tempo di una pandemia non ancora risolta, in mezzo allo scriteriato agitarsi di una comunità internazionale allo sbando, ci mancava solo il sibilo delle armi per dissipare e uccidere ogni speranza di uscirne migliori. 


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domenica 19 settembre 2021

La ridefinizione dello scenario sanitario internazionale - Nicoletta Dentico

Il G20 Salute a guida italiana a fine ottobre avrà la sessione decisiva. Mentre al Sud del mondo arriva solo l’1,6% dei vaccini e il Patto di Roma non ha appoggiato lo stop ai brevetti. A vantaggio di Big Pharma che punta a una endemizzazione, non al superamento della pandemia.

A quasi due anni dall’inizio del contagio che piega il mondo, e delle inequivocabili pedagogie che assimilano l’emergenza umana alla emergenza sanitaria del pianeta, la salute domina la scena come scacchiera di una partita geopolitica aspra e confusa.

L’annunciato nuovo coronavirus – che oramai tanto nuovo non è più – non avrebbe mai dovuto diventare una pandemia. Lo ha dichiarato senza fronzoli il rapporto del Panel Indipendente della Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms): la comunità internazionale aveva tutte le competenze tecniche e le regole operative vincolanti per serrare i confini del primo focolaio virale e farne una epidemia circoscritta geograficamente. Non lo ha fatto. La catastrofe sanitaria in cui ci troviamo ancora, con la fame acuita e la crisi socio-economica che fanno da corollario pandemico, è il frutto avvelenato della incapacità dei governi di aderire alle norme del diritto internazionale e di cooperare, come pur accadeva in passato durante la guerra fredda, sul terreno della salute.

Forse sulla scia di questa responsabilità storica non propriamente interiorizzata, la comunità internazionale continua a incontrarsi – non si sono mai visti tanti appuntamenti multilaterali sulla salute globale come nel 2021 – ma nella totale incapacità di andare oltre le formule di circostanza, che sono il metronomo della nostra vita pubblica. Il sostanziale rigetto di un impulso universalistico, sotto l’egida delle istituzioni internazionali deputate a governarlo, si è infilato come un virus nella Babele di iniziative individuali e di strutture che germinano come schegge di un multilateralismo in frantumi.

Qualche esempio? l’Europa ha avviato a gennaio una demarche a favore di un trattato pandemico in seno all’Oms; a maggio la Svizzera ha lanciato il suo BioHub e la Germania il suo l’Hub globale per la intelligence pandemica ed epidemica. A giugno il consigliere scientifico della Casa Bianca, Eric Lander, è partito con l’idea che un vaccino debba essere pronto in 100 giorni dallo scoppio della prossima pandemia e solo qualche giorno fa il presidente Joe Biden, assai poco propenso all’idea di negoziare un trattato, ha proposto un summit internazionale sul Covid-19 e sulle vaccinazioni in concomitanza con la Assemblea dell’ONU a New York. E’ notizia recente anche il piano di USA ed Europa di resuscitare l’esplosivo Transatlantic Trade and Investment Partnership (notorio come TTIP), dissotterrando il negoziato seppellito nel 2016 per ripescare l’alleanza atlantica in versione anti-Cina. La posta in palio della nuova rotta bilaterale, annunciata prima del G7, non punterà più solo a specifici settori dell’industria, ma all’intelligenza artificiale, alla governance dei dati, agli standard industriali tout court. Il primo incontro del Trade and Tech Council fra Bruxelles e Washington è previsto a Pittsburgh il 29 settembre . 

La pandemia insomma ha ridisegnato i contorni dell’ordine internazionale, non solo sanitario, con impreviste forme di protagonismo e pigli di potere debitamente mascherati dalla retorica della interdipendenza, della cooperazione. La comunità internazionale si proietta in un futuro pandemico come fosse un destino a cui non può più sottrarsi. Vero: altre pandemie prosperano silenziose – ad esempio la antibiotico-resistenza, per cui l’Italia vanta il record di casi nel contesto europeo; incombe il pericolo di nuovi salti di specie dei virus, in linea di continuità con le incalzanti zoonosi che hanno marchiato l’inizio del millennio – visto che nessuno sembra intenzionato a mettere in discussione il conflitto irriducibile fra capitalismo e sostenibilità ecologica.

Ma la costruzione di uno scenario di “preparazione e risposta alle pandemie” (pandemic preparedness and response), al posto di una loro futura prevenzione, serve eccome a riconfigurare gli assetti della governance sanitaria mondiale. E’ una prospettiva munifica di benefici per quanti indirizzano la salute verso pratiche sempre più securitarie e personalizzate grazie a soluzioni tecnologiche non più obiettabili, perché considerate la strada più economica e affidabile per intercettare ogni avvisaglia futura. I cantori di questa strategia, tutt’altro che neutrale, apparecchiano danni ambientali non trascurabili ma soprattutto non trascurabili profitti per l’industria digitale che nessuno controlla, men che meno in tempo di pandemia. 

Dal canto loro, è chiaro che le aziende che producono vaccini non hanno alcun interesse ad eradicare la pandemia, casomai puntano a endemizzarla, così da prolungare al massimo la grande abbuffata che Covid-19 ha servito su un piatto d’argento. Uno tsunami di investimenti pubblici e zero rischi d’impresa: in un anno la pandemia ha generato 8 nuovi miliardari farmaceutici, 5 dei quali afferiscono alla start up americana Moderna. L’idea di un Global Health Threats Board and Fund per gestire le emergenze sanitarie, avanzata dal Panel indipendente dell’Oms e dal G20 con la benedizione della amministrazione americana, va dritta in questa direzione: l’ennesimo dispositivo multi-stakeholder per una nuova immuno-politica farmaco-digitale. Con lauti finanziamenti pubblici, l’industria farmaceutica terrà ben stretto il coltello dalla parte del manico per sfornare le tecnologie bioinformatiche e le soluzioni biomediche per future pandemie. 

Nell’aprile 2020, la creazione dell’Access to Covid-19 Tool Accelerator (ACT-A) per la ricerca e distribuzione globale dei rimedi contro il Covid – proposto dalla Fondazione Gates con l’estatica accoglienza della Commissione Europea e della presidenza francese, e l’imprimatur della Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) – ha decretato la scelta della comunità internazionale di affidare a partnership pubblico-private la gestione internazionale della prima crisi di salute planetaria. Sono entità di diritto privato e densamente popolate da Big Pharma come Global Alliance for Vaccine Immunization (GAVI) e Coalition for Epidemic Preparedness and Innovation (CEPI), che detengono la conduzione operativa della emergenza su scala globale, finanziata dai governi. Con inspiegabile euforia, l’analista brasiliano Carlos Federico Pereira da Silva Gama scrive che il pilastro vaccinale di ACT-A, COVAX, è il trampolino di lancio della nuova governance della salute globale dopo la pandemia. Peccato che COVAX sia “una sorta di banca d’affari che usa capitali pubblici per conformare l’industria della preparazione dei vaccini e il mercato dei consumatori nel Sud del mondo”, con grave vulnus per la cooperazione multilaterale, secondo l’ex diplomatico Harris Gleckman. 

Nella retrocessione e deformazione del ruolo dello Stato, i governi dei paesi più influenti non risultano quasi più distinguibili dal settore privato, ingabbiati come sono in politiche che generano iniquità, ma condite di parole positive che vengono di volta in volta profanate, sfigurate: People, Planet, Prosperity, Peace and Partnership. La adesione governativa alle classiche istituzioni sanitarie multilaterali si è friabilizzata con la progressiva istituzionalizzazione degli interessi privati degli ultimi venti anni. 

Oggi la surreale incapacità di un impegno governativo adeguato alla razionale pedagogia di Covid-19 non risparmia nessuno. Ne è un recente esempio la sessione ministeriale del G20 salute tenutasi a Roma il 5 e 6 settembre con il banner ufficiale “Together Today for a Healthier Tomorrow” (“Insieme oggi per un domani in miglior salute”). Questa si è conclusa con il cosiddetto “Patto di Roma”, un documento di undici pagine infarcite di aspirazioni altisonanti sistematicamente smentite dalla realtà di apartheid sanitario nella gestione della pandemia. Il ministro Roberto Speranza ha dichiarato che il Patto di Roma “manda un messaggio fortissimo al mondo: che il globo è unito”. Ma le fonti raccolte alla vigilia dell’incontro, e il suo svolgimento seguito in diretta dai colleghi del G-20, raccontano di tensioni insanabili all’interno. Soprattutto, ma non solo, fra Stati Uniti e Cina. Tali per cui non si va oltre i luoghi comuni e la vaghezza operativa. 

Così, nel secondo anno pandemico, la salute resta terreno di un confronto aspro. D’altronde, la disuguaglianza nella distribuzione e somministrazione globale dei vaccini restituisce una realtà molto netta: la solidarietà resta un miraggio, impigliata com’è nei fili spezzati di un multilateralismo di facciata. L’IMF-WHO COVID-19 Supply Tracker, il dispositivo che fornisce i dati aggiornati sulle linee di approvvigionamento certe o attese di vaccini in rapporto alla popolazione, spiega come Canada, Australia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Stati Uniti si siano assicurati dosi per una copertura stimata tra 200 e 400% della loro popolazione. Ursula von der Leyen ha annunciato il 70% di copertura in Europa a fine agosto. Ma le 5,3 miliardi di dosi somministrate finora hanno raggiunto solo l’1,6% della popolazione del Sud del mondo, con la prima iniezione. E così 3,5 miliardi di persone attendono la prima vaccinazione, in uno scenario tecnicamente complicato da vaccini Covid inadatti ai paesi con scarse strutture sanitarie – si pensi alla improbabile catena del freddo, o alla necessità della doppia dose in assenza di registri vaccinali centralizzati.  

Si contano 4,6 milioni di decessi a causa di Covid-19, ma il numero reale potrebbe essere almeno il doppio, visto che la pandemia è sempre più concentrata nei paesi del Sud globale. Così, mentre COVAX rivede al ribasso le proiezioni di fine anno per la distribuzione dei vaccini, lo iato tra accaparramento vaccinale dei paesi ricchi – oggi concentrati sulla terza dose – e la radicale penuria di vaccini nei paesi impoveriti si aggrava, soprattutto in Africa.

Si stima che la popolazione africana raggiungerà il 60% di copertura vaccinale solo nella metà del 2023 – con una perdita di PIL calcolata in ragione di 2,3 miliardi di miliardi di dollari tra il 2022 e il 2025. Nella sola Italia a presidenza G20 (60,36 milioni di abitanti) sono stati somministrati più vaccini di quanto non siano stati iniettati in tutto il continente africano (1,3 miliardi di persone). Come all’inizio, questa condizione spiana la strada alla cinetica del virus, più ostica in forza delle nuove varianti. E infatti i casi, le ospedalizzazioni, le morti stanno in risalita in molte parti del pianeta. Israele, la nazione apripista per le spregiudicate strategie vaccinali dell’inizio 2021, si ritrova in piena ripresa del contagio con la variante Delta dominante e la Mu che emerge sulla scena: 1.000 casi su 1 milione di abitanti, il numero più elevato al mondo. 

Ma il G20 salute non demorde. Neppure il rutilante Patto di Roma, in cui i paesi del G20 si impegnano a fare di tutto, si azzarda ad osare un minimo accenno alla concreta misura politica, prevista dal diritto internazionale, che riguarda la sospensione temporanea dei diritti di proprietà intellettuale (TRIPS Waiver). Fra i suoi Stati membri, il G20 annovera India e Sudafrica promotori della proposta: in febbrile discussione mentre scriviamo al Consiglio dei TRIPS, al WTO. Non basta l’insistenza di diversi governi del G20 in favore del waiver per trovarne un riferimento nel documento della ministeriale: la stucchevole retorica sul vaccino bene comune si incaglia per la seconda volta, dopo il summit sulla salute globale del G20 del 21 maggio, nel silenzio tombale su questa ipotesi di lavoro sostenuta da oltre cento paesi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e da molte istituzioni internazionali.

La sospensione dei diritti di proprietà intellettuale forzerebbe una transizione verso la logica di cooperazione tra Stati, spesso del tutto inconsapevoli dei meccanismi che regolano l’industria farmaceutica. Indicherebbe una possibilità di nuove rotte per immunizzare la comunità internazionale dal feudalismo della economia della conoscenza. Ma no: questo waiver non s’ha da fare, secondo il G20. Né ora né mai. 

Anzi, la politica è in piena fase regressiva su questa materia. Covid ha dato alla UE il pretesto per rivedere il Piano di Azione sulla proprietà intellettuale a sostegno della strategia di Ripresa e Resilienza, per indirizzarlo al sconcertante rafforzamento della proprietà intellettuale e alla promozione sperticata delle licenze volontarie come “la via maestra per la condivisione della conoscenza”. La stessa cosa sta facendo in Italia il MISE con il piano di riforma della proprietà industriale. Non deve dunque sorprendere la sindrome da rimozione del G20 e del Patto di Roma. Il documento cita sì la necessità di diversificare e rafforzare le produzioni medicali nel Sud del mondo, abbattendo però solo gli ostacoli commerciali e doganali. Il G20 prevede un complesso meccanismo di spinta pubblica alle aziende farmaceutiche perché trasferiscano le loro tecnologie con licenze volontarie che lasciano intatti i monopoli della scienza medica. Uno scenario che si sta dinamizzando da qualche mese, ma anche con vicende paradossali. Alla vigilia del G20 Salute, Ursula von der Leyen ha accettato alla fine di rimandare in Africa milioni di dosi di vaccini anti-Covid prodotti dalla joint venture di Johnson & Johnson e la sudafricana Aspen Pharmacare: erano stati esportati in Europa! 

Intanto le decisioni del G20 che contano sulla salute saranno forse prese nella sessione congiunta salute-finanze di fine ottobre. Il sito del ministero della Salute lo annuncia: sarà la sede “per affrontare in particolare la questione fondamentale di come migliorare l’architettura globale della sanità”. Spetta dunque alle logiche finanziarie sancire le priorità sanitarie da sostenere, in uno schema di gioco che rischia di ripetere quanto già visto dagli anni ’90 in poi con Banca Mondiale e FMI. Non c’è di che stare tranquilli: uno studio della Initiative for Policy Dialogue della Columbia University segnala uno tsunami di politiche di austerity in arrivo. Le analisi delle proiezioni fiscali del Fondo Monetario Internazionale (FMI) indicano che nuove misure di austerity sono attese in 154 paesi nel 2021 e in 159 paesi entro il 2022 – una pandemia finanziaria che si abbatte su 6,6 miliardi di persone, l’85% della popolazione mondiale, e con una tendenza patologica destinata a durare fino al 2025.

David Quammen ha scritto che non eravamo preparati alla pandemia per mancanza di immaginazione. Forse è questo il vero virus che uccide molto più di Covid.


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