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domenica 12 aprile 2026

La “guerra civile” degli scimpanzé che sfida le teorie sui conflitti. Lo studio su Science

 

Non servono ideologie, religioni o identità etniche per arrivare a una guerra civile. A volte basta che si spezzino i legami. È questa la conclusione più inquietante di uno studio pubblicato il 9 aprile 2026 sulla rivista Science, che documenta un caso senza precedenti tra gli scimpanzé: la più grande comunità mai osservata in natura si è divisa in due, dando origine a una sequenza di attacchi letali tra ex compagni.

Per oltre vent’anni, gli scimpanzé di Ngogo, in Uganda, hanno vissuto come un’unica comunità: una società complessa fatta di alleanze, gerarchie e cooperazione. Poi qualcosa cambia. Nel 2014 muoiono diversi individui chiave, quelli che tenevano insieme sottogruppi diversi, e l’anno successivo cambia la leadership maschile. Le relazioni iniziano a riorganizzarsi e due blocchi, occidentale e centrale, smettono progressivamente di interagire. Nel 2015 compare un segnale mai osservato prima: i due gruppi si evitavano. Non si separano ancora, ma smettono di riconoscersi come parte della stessa rete. Negli anni successivi la tensione cresce. Tra il 2016 e il 2017 compaiono i primi pattugliamenti territoriali interni e le prime aggressioni. Nel 2018 la rottura è definitiva: due gruppi distinti, territori separati, nessuna relazione sociale o riproduttiva. La comunità, di fatto, non esiste più.

A quel punto la divisione si trasforma in qualcosa di diverso, che somiglia sempre di più a una guerra civile. Tra il 2018 e il 2024 il gruppo occidentale conduce almeno 24 incursioni nel territorio del gruppo centrale. Gli attacchi sono collettivi, coordinati, ripetuti nel tempo. Non sono scontri occasionali, ma azioni organizzate che seguono uno schema preciso: pattugliamenti, ingresso nel territorio dell’altro gruppo, aggressione. Il bilancio è pesante: almeno sette maschi adulti uccisi e 17 cuccioli, in media un adulto e due piccoli all’anno. E potrebbe essere una stima al ribasso, perché altri maschi sono scomparsi senza cause note e potrebbero essere stati vittime di attacchi non osservati.

Il dato più sconvolgente è che le vittime non sono estranei, ma ex compagni: individui che per anni hanno condiviso territorio, alleanze e gerarchie. La nuova appartenenza cancella quella precedente, riscrive il confine tra “noi” e “loro” e rende possibile una violenza che fino a poco prima sarebbe stata impensabile.

È questo che rende il caso simile a una guerra civile: la violenza nasce dentro una comunità, non contro un nemico esterno. Gli scimpanzé non hanno linguaggio simbolico, né religioni o ideologie politiche, eppure sviluppano una dinamica che ricorda da vicino i conflitti umani più laceranti. Lo studio mette così in discussione una spiegazione diffusa, secondo cui sarebbero soprattutto le differenze culturali a generare le guerre civili: qui non ci sono, eppure la violenza emerge lo stesso. Secondo i ricercatori, basta la dinamica delle relazioni. Quando i legami si indeboliscono, quando la rete sociale si spezza e i gruppi si chiudono su se stessi, nascono nuove identità. E queste identità possono diventare ostili. Le ideologie, in questa prospettiva, arrivano dopo: non sempre sono la causa, ma spesso il modo in cui il conflitto viene giustificato e organizzato.

Nel caso di Ngogo diversi fattori si intrecciano: la dimensione molto grande del gruppo, la morte di individui che fungevano da ponte tra sottogruppi, i cambiamenti nella leadership e le tensioni legate alla competizione riproduttiva. Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, è sufficiente a spiegare la rottura. Ma insieme producono una trasformazione irreversibile. Quando le relazioni smettono di attraversare la comunità e si concentrano in blocchi separati, la divisione diventa strutturale e il conflitto diventa possibile.

Questo caso non spiega da solo le guerre civili umane, ma obbliga a guardarle in modo diverso. Forse non iniziano solo con grandi differenze — etniche, religiose o politiche — ma molto prima, nei rapporti che si deteriorano, nei gruppi che si isolano, nei legami che si spezzano. Gli scimpanzé non fanno politica, ma mostrano un meccanismo essenziale: una comunità può trasformarsi in un campo di battaglia senza bisogno di ideologie. Comincia quando i legami si rompono.

Lo studio su Science

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sabato 4 ottobre 2025

Jane Goodall avrebbe meritato il premio Nobel. L’ho incontrata e mi parlò in “scimpanzese” - Ferdinando Boero


Con una piccola variazione, il proverbio inglese: you are what you eat (tu sei quello che mangi), diventa: You are who you meet (tu sei quelli/e che incontri). In italiano l’assonanza non rende e quindi mi rassegno ad usare l’inglese. Tra le persone che ho incontrato, alcune fugacemente, altre con qualche profondità, non posso non pensare a Jane Goodall, una zoologa molto speciale, che ha studiato gli animali più simili a noi.

Con gli scimpanzé condividiamo gran parte del patrimonio genetico (il 98%) e discendiamo da un antenato comune relativamente recente: se discendessimo da loro, sarebbero i padri (e le madri) e noi i figli, mentre la discendenza comune ci dice che siamo fratelli: deriviamo dagli stessi “”genitori”. Capire gli scimpanzé, quindi, ci aiuta a capire noi stessi, riportandoci alle origini: Goodall più di ogni altro ci ha fatto conoscere gli scimpanzè.

Jane ci ha lasciato a 91 anni, ma non possiamo essere tristi per lei. Ha fatto la vita che ha desiderato fin da bambina, e l’ha vissuta in attività fino alla fine, sopraggiunta durante un ciclo di conferenze. Jane aveva la biofilia, la naturale propensione verso gli esseri viventi che hanno tutti i giovani umani. A scuola cercano, di solito riuscendoci, di estirparla, anche se ne restano tracce nell’amore che molti umani nutrono per gattini e cagnolini. Jane non si fermò a gattini e cagnolini: andò a Gombe, in Tanzania, e si innamorò degli scimpanzé.

Non era laureata, ma nel 1965 conseguì il dottorato in Etologia a Cambridge, dove fu ammessa in base alla sua esperienza sul campo, pur non avendo titoli formali accademici. Scrisse molti articoli su riviste di divulgazione e libri, ma in seguito pubblicò anche articoli scientifici su riviste prestigiose che le permisero di essere universalmente riconosciuta come l’esperta mondiale degli scimpanzé. Fondò il Jane Goodall Institute nel 1977, per proteggere gli scimpanzé e promuovere una convivenza sostenibile tra esseri umani e ambiente. Nel 1991 diede vita al programma Roots & Shoots, per coinvolgere giovani di tutto il mondo nel prendersi cura della Terra, non come spettatori, ma come protagonisti attivi.

Il suo contributo alla conoscenza dei nostri fratelli scimpanzé, mirò poi alla creazione di una consapevolezza della loro importanza biologica e storica, visto che condividiamo con loro, e con i bonobo, gli scimpanzé nani, gran parte della nostra storia evolutiva. Jane non si accontentò di conoscere, decise anche di agire, e puntò sui giovani per creare una “pace” tra la nostra specie e il resto della natura. Una volta cresciuti, a fronte del condizionamento dell’educazione corrente, gli umani diventano insensibili alla natura, la considerano al loro servizio e non si curano di tutelarla. La biofilia va coltivata.

Vista la rilevanza dei suoi contributi, secondo me avrebbe meritato il premio Nobel per la Medicina e Biologia, e anche quello per la Pace.

Il Jane Goodall Institute ha una branca anche in Italia, presieduta da Daniela De Donno, collaboratrice di Jane fin dagli anni Novanta, ed è stato grazie a Daniela che ho incontrato Jane. La prima cosa che mi stupì fu che poteva passare dal nostro linguaggio a quello degli scimpanzé, lo “scimpanzese”, per spiegarne il significato. Noi “scienziati” professionisti non approviamo legami emotivi con l’oggetto dei nostri studi. Per Jane, invece, gli scimpanzé sono persone come noi.

Non fece esperimenti, Jane: osservò. Nel 1960, scoprì che gli scimpanzé usano ramoscelli per estrarre termiti da un termitaio, utilizzando uno “strumento” per procurarsi cibo: l’uso di strumenti non è una nostra prerogativa. Questa scoperta fu pubblicata su Nature e fece scalpore, aprendo un dibattito duraturo nella comunità scientifica. Nel nostro immaginario, gli scimpanzé mangiano banane, come Cita, lo scimpanzé compagno di Tarzan. Tanto che Umberto Veronesi dichiarò di essere vegetariano perché “l’animale a noi più vicino, lo scimpanzé, è vegetariano”: era un luminare dell’Oncologia, ma non della biologia degli scimpanzè. Goodall, infatti, osservò che gli scimpanzé cacciano altre scimmie e altri piccoli animali: non sono esclusivamente vegetariani. Sono onnivori proprio come noi. E come noi, purtroppo, hanno un comportamento bellico.

Durante le sue osservazioni a Gombe, Goodall documentò conflitti prolungati tra comunità di scimpanzé, incluse incursioni, uccisioni e divisioni, mostrando che la guerra sociale non è esclusiva dell’uomo. In alcuni casi documentati, alcuni scimpanzé attaccarono orfani o infanti di altri gruppi, e in casi estremi osservò episodi cannibalistici. Proprio come noi, gli scimpanzé hanno personalità individuali e Goodall li trattò come individui: diede loro nomi, osservò differenze individuali nel carattere, temperamento e preferenze, con individui timidi e altri dominanti. Le sue osservazioni mostrarono che gli scimpanzé hanno strutture sociali complesse.

Jane Goodall ha perfezionato la scoperta di Darwin sulla nostra origine animale (e quindi non divina) e i suoi risultati ci insegnano una dote per noi rara: l’umiltà. Non siamo fatti a immagine e somiglianza di una divinità, siamo molto simili ai nostri fratelli scimpanzè, abbiamo sviluppato tecnologie più efficienti, soprattutto nella letalità, ma restiamo pur sempre animali. Come diceva Bracardi: l’uomo è una bestia! e nessuno più di Jane ci ha anche insegnato che non solo siamo bestie ma che ci sono altre bestie molto umane.

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mercoledì 8 aprile 2020

Caro Scimpanzé, ti scrivo - Paolo Andreozzi





Il Pianeta ha varcato la soglia del ‘sesto grande evento di estinzione di massa‘: è la conclusione di tre studi americani condotti dalle Università di Standford, Princeton e Berkeley, pubblicati su ‘Science Advances‘. Le cause: riscaldamento globale, inquinamento e deforestazione.

Caro Scimpanzé,
se leggi questa mia allora ciò significa due cose: che la mia specie si è estinta, e che hai imparato la mia lingua.
Ti chiamo scimpanzé, alla nostra maniera, ma tu sicuramente chiamerai te e i tuoi simili con un altro nome comune, e te stesso con un determinato nome proprio. Ma io non conosco né l’uno né l’altro, scusami.
Abbiamo fatto un bel casino, noi uomini, vero? Abbiamo innescato la sesta estinzione di massa nella storia della Terra, e l’abbiamo portata avanti al punto che noi non ci siamo già più e, immagino, anche tante altre specie animali e vegetali sono scomparse; e nessuno, almeno tra i viventi più complessi, se la passa niente bene. (Quel gran culo del batterio, si sa, qualunque cosa succede al pianeta da 3.5 miliardi di anni, se ne frega beato!)
Ma in generale -voglio dire: anche prima delle estinzioni- ne abbiamo combinate di ogni.
Intanto, tra noi, gli uni contro gli altri, abbiamo infarcito la nostra storia di crimini orrendi: lo sfruttamento, la schiavitù, il razzismo, la guerra, il genocidio. Ci avrete osservato, e chissà che pensavate di noialtri.
E poi, con una tirannide di ferocia senza pari, abbiamo condannato a sofferenze inaudite miliardi e miliardi e miliardi e miliardi e miliardi di animali, grandi e piccoli, per secoli, per millenni, trasformandoli in una pura e semplice catena di montaggio per la soddisfazione del nostro appetito (magari fosse stato per fame  -magari!) e del nostro bisogno che qualcuno facesse i lavori di fatica al posto nostro, per i nostri agi e i nostri lussi, per la nostra propensione alla paura, alla superstizione e paranoie varie per cui voialtri animali ci andavate comunque di mezzo, e perfino per saziare il nostro puro e semplice divertimento  -come di sicuro riportano le storie che voi, caro Scimpanzé, tramanderete nella vostra cultura su quei luoghi che noi chiamavamo circhi o zoo. Vi abbiamo fatto soffrire come cani (scusa  -è un modo di dire che non vuol dire niente) anche col motivo di studiarvi, certo; e, studiandovi, di conoscere meglio noi stessi, per guarire o prevenire le nostre malattie. Ma anche ammesso fosse per noi lecito farlo, visti i nobili (solo un filo egoistici) obiettivi, però la percentuale delle sofferenze immense che gli uomini hanno inflitto ad altri esseri capaci di provare dolore, causate dalla ricerca (e così pure dalla fame vera) è porzione ridicola sul totale imbarazzante.
Infatti, diciamo la verità  -ormai che non c’è più nessuno di noi a scandalizzarsi o a vergognarsene: così come noi uomini (che però almeno, diciamo così, ce la siamo cercata), anche voi animali avete per millenni patito l’inferno semplicemente per soldi, perché noi facessimo o spendessimo sempre più soldi. E -en passant (questo è, o meglio era, francese)-  è appunto per quella nostra dannata psicosi di ammonticchiare soldi prima e poi sprecarli, che la sesta estinzione si è messa in moto, che io oggi non esisto più, che non c’è più un uomo sulla faccia della Terra, e che tu ora leggi questa mia.
Il nostro destino si è compiuto. Lo chiamavamo capitalismo  -voi, suppongo, oggi la chiamerete più direttamente con la parola che nella vostra lingua significa suicidio di massa.
Ma, suicidio a parte, per sopportare l’idea mostruosa che stavamo facendo proprio gli infami contro tutto il resto del mondo vivente, col tempo ci inventammo la storia che solo noi avevamo una cosa che nessun altro aveva, l’anima, il che ci dava il diritto di comandarcela perché l’anima ce l’aveva regalata un essere soprannaturale che aveva creato tutto quanto  -voi animali e vegetali compresi- perché noi ci regnassimo sopra a nostro comodo: dio. Ma questa è letteratura  -lo saprai già. Così come saprai che, pure per non esagerare con gli effetti di quella folle presunzione, ci eravamo costruiti anche un sistema di premi e punizioni che l’essere-dio avrebbe applicato nell’aldilà (pure questo, inventato di sana pianta) su chi, uomo, avesse fatto del bene (agli altri uomini  -voi, mi dispiace, non vi abbiamo mai calcolato) e su chi, invece, avesse fatto del male. E però  -ora è evidente-  non deve aver funzionato tanto: la paura delle punizioni nell’aldilà, tanto meno la prospettiva dei premi, non ci ha minimamente impedito di mandare l’aldiquà perfettamente in vacca.
Non ci stiamo più. Voi sì.
(…Voi sì? Ci state ancora? Ora che ci penso, mica lo so. Oddio, Scimpanzé – lo spero!
Farò così: scrivo questa stessa lettera in diverse versioni, ognuna intestata e indirizzata a un rappresentante di una specie differente, tra quelle che ipotizzo ci siano sopravvissute, dall’apparato neuro-cerebrale abbastanza sofisticato  -per ciò che se ne sapeva dagli studi ai miei tempi-  da aver potuto rilevare al posto nostro il ruolo di cultura razionale e simbolica, e società consistente e organizzata, almeno in quella parte di mondo dove sia ancora possibile la vita decisamente pluricellulare. Sì, sì: farò così! Una dunque è questa, un’altra sarà caro Delfino, un’altra caro Ratto, una caro Polipo, cara Tèrmite…)
Noi, caro Scimpanzé, non ci stiamo più. Voi sì. E se è vero quello che ho detto prima, sulla nostra tirannide, per voi tutti  -per la tua specie e per le altre- sarà un sospiro di sollievo. Un po’ meno sollievo vi darà constatare il fatto che noi ci saremo sì tolti di mezzo, ma nel quadro di una crisi ecologica epocale da noi stessi innescata, per la quale ora nelle peste siete voi  -e chissà quando e come, e se, ne uscirete (batteri a parte, ripeto).
Io vi auguro di risolverla con meno danni possibili per la tua specie e per tutte le altre, con minor sofferenza (ulteriore) possibile sulle spalle di ogni singolo essere senziente (che lo so che sono miliardi e miliardi). E vi auguro che quella cultura razionale e simbolica e quella società consistente e organizzata, alle quali la tua specie sta dando vita (esplicitamente, dopo la nostra scomparsa  -ma magari da chissà quanto prima, senza che noi ci dessimo la pena di scoprirlo) ebbene, superata la crisi, che costruiscano un qualche modello di esistenza con tanti begli anticorpi; anticorpi sia contro la psicosi che ci ha suicidato (o simili) sia contro la ferocia che vi ha tormentato (non ci copiate nel peggio, insomma).
Ecco, sì: se la nostra parabola esistenziale (di qualche milione di anni) avesse avuto anche solo la funzione di un vaccino su tutto il regno vivente, affinché le nostre cazzate e le nostre cattiverie nessun’altra specie abbia più a ripeterle, allora saremo serviti a qualcosa!
No, scherzo, caro Scimpanzé, io in realtà ti ho scritto per questo; per confermarti sì che è tutto vero e giusto ciò che col cuore in mano ho ammesso fin qui, che certo già sapevi, e te ne domando scusa davvero in ginocchio per quel che può consolarti.
Ma pure per dirti che l’uomo è stato non solo cazzate e cattiverie, bensì anche un’altra roba.
Ora, se hai imparato la mia lingua forse sai fare un sacco di altre cose. Tipo custodire un museo, uno scavo archeologico, tipo far vivere una biblioteca, suonare o ascoltare una sinfonia, tipo restaurare un affresco, far andare un proiettore e illuminare uno schermo, mettere in scena un testo teatrale  -certo riadattandolo, non pretendo di no-, tipo far funzionare un osservatorio, un microscopio, tipo condurre un vasto programma di ricerca, risolvere equazioni che noi lasciammo a metà, tipo creare e curare un giardino, o aiutare a far nascere, accudire un animale di un’altra specie per il suo solo bene, tipo scrivere regole giuste per la vita in comune, o formulare e difendere dei diritti, o capire finalmente cosa diavolo è il benedetto comunismo…
Allora, ti chiedo, se sai  -se voi sapete-  fare anche tutto questo, come credo e confido, ecco io ti scrivo, caro Scimpanzé che mi sei sopravvissuto, pregandoti, pregandovi di farlo.
Di fare tutte queste cose, proprio con le nostre povere vestigia  -quelle che saranno rimaste rintracciabili. Perché l’uomo è stato anche altra cosa dalla presunzione e dalla follia, da sfruttamento e tirannide, dalla psicosi e dai fottuti soldi- è stato, fummo, amore.
Ma noi non ci stiamo più, adesso che tu leggi; e quindi chiederti di preservare in vece nostra quell’amore che pure l’uomo è stato, talvolta, per il quale però sarebbe necessario che l’uomo esistesse tra altri uomini  -perché esso è un abbraccio, una mano tesa, una parola di conforto e di verità, un progetto e un desiderio, una fatica e una leggerezza insieme, un cammino spalla a spalla, una rinuncia per il fratello, una lotta in favore dello sconosciuto-, ebbene è impossibile e insensato. E forse sarebbe perfino superfluo chiedertelo, perché qualcosa mi dice che anche voi siete amore  -il vostro tipo di amore: coi vostri abbracci e discorsi, i vostri desideri e cammini, le vostre lotte e leggerezze, le vostre rinunce e i vostri accudimenti. E ciò non sai quanto mi conforta!
Però quell’altro nostro modo di essere amore, sì  -quello steso dai colori su una tela o suonato dalle corde di un arco o scritto in una poesia, su una costituzione o nella ricetta del composto che salva un vivente qualunque- quello sarebbe proprio un peccato che sparisse nel nulla insieme al nostro sparire.
Sono testardo, a osare di volerlo? Inguaribilmente romantico?
Avrete già voi i vostri cicli epici, i vostri film, la vostra matematica, i vostri microscopi? Non vi serve la nostra vecchia roba, non val la vostra pena di comprenderla e usarla?
Allora mi scuso, ancora una volta. Che siano  -in tal caso-  la bellezza e il valore e il sapere sub specie Pan Troglodytis (latino, alla Spinoza, vino vecchio ma buono) ad illustrare la Terra d’ora in poi. E’ sacrosanto!
Eppure insisto, perdonami; anche così, una volta ogni tanto -a tempo perso- suonate Mozart, soffiate via la polvere da Michelangelo, ripetetevi un verso di Omero, leggete una pagina di Darwin, riflettete su un pensiero di Gandhi, riandate a ciò che fu, o provò ad essere, il cammino di liberazione di tutte le nostre minoranze, e a quello di auto-emancipazione delle femmine della nostra specie.
Così  -ogni tanto. Che non si annichiliscano col nostro suicidio, la bellezza e il valore e il sapere  -cioè l’amore- che nonostante tutto fummo talvolta. Non l’oblio eterno  -non subito, almeno.
Per favore. Da scimmia a scimmia.
Posso contarci, caro Scimpanzé?
Grazie, comunque.
Non ti disturbo di più. Ma non è facile smettere di scrivere  -comprenderai, suppongo.
Va bene.
Fai buon viaggio, fratello mio!
Buon vento e buona luce, nello spazio e nel tempo!
firmato: Uomo
(Paolo, nella fattispecie)

martedì 11 aprile 2017

Cecilia, nostra sorella


…La causa per Cecilia era stata aperta da una Ong locale perché la scimpanzé, dopo la morte di due suoi compagni, viveva da sola nella gabbia dello zoo, "depressa dalla solitudine, in pochi metri di spazio". Una sentenza accolta come "storica" dalle associazioni animaliste che sottolineano come "anche i primati non umani hanno diritto a leggi specifiche che li proteggano dalla commercializzazione e dagli affari dei giardini zoologici riconoscendo i loro diritti di base.
Nella sentenza il giudice, Maria Alejandra Mauricio, aveva spiegato che "non è possibile negare che questi grandi primati, come gli scimpanzé, sono esseri senzienti, e per questo soggetti a diritti non umani. Come quello fondamentale a nascere, vivere, crescere e morire nell'ambiente proprio alla loro specie. Non sono oggetti da esposizione come accade negli Zoo neanche fossero opere artistiche create dall'uomo"…

Qui o qui immagini di Cecilia

martedì 15 marzo 2016

Il misterioso comportamento degli scimpanzé potrebbe indicare una forma di spiritualità - Lorenzo Brenna

Gli scimpanzé sono tra le creature più simili all’uomo, nel bene e nel male. Questi primati, con cui condividiamo circa il 98,5 per cento del Dna, sono infatti in grado di utilizzare utensili, usano ramoscelli per catturare le formiche dai formicai o pietre per rompere la frutta, ma sanno anche essere aggressivi e violenti, proprio come noi.
Un video girato da un gruppo di ricercatori dell’università Humboldt di Berlino, guidato da Laura Kehoe, mostra un comportamento insolito che potrebbe svelare un altro punto in comune tra Homo sapiens e Pan troglodytes, il senso del sacro. Lo scopo della missione era quello di osservare un gruppo di scimpanzé selvatici che non era mai stato studiato prima.
Le immagini, ricavate grazie ad alcune fototrappole piazzate nella foresta della Repubblica di Guinea, nell’Africa occidentale, mostrano prima un esemplare maschio che si avvicina al tronco di un albero cavo, afferra una pietra e la scaglia contro l’albero, un secondo video mostra invece un primate che accumula pietre all’interno della cavità del tronco, si può osservare anche una madre con il cucciolo sulla schiena che si avvicina all’albero quasi timorosa.
Secondo lo studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, questi gesti si prestano a numerose interpretazioni, alcuni ricercatori ritengono che potrebbe trattarsi di prove di forza per stabilire le gerarchie tra i maschi del branco, o di una forma di comunicazione mirata a ribadire la propria supremazia. Ci sarebbe tuttavia una spiegazione alternativa, sostiene Laura Kehoe, potrebbe trattarsi di una sorta di rito ancestrale che viene dalla notte dei tempi, per accattivarsi il favore di qualche divinità.
I cumuli di pietre creati dagli scimpanzé all’interno degli alberi cavi potrebbero rappresentare la costruzione di un rudimentale santuario. “Quello che abbiamo scoperto ci ricorda il nostro passato. Segnare i percorsi e i territori con cumuli di pietre è un passaggio importante nella storia dell’uomo – ha dichiarato la ricercatrice dell’università Humboldt. – Potremmo veramente aver scoperto la prova degli scimpanzé intenti a creare una sorta di rituale simbolico. Cumuli di pietre fatti dall’uomo sono comunemente osservati in tutto il mondo e anche le popolazioni indigene dell’Africa occidentale accumulano pietre vicino agli alberi ritenuti sacri”.
La scoperta non fornisce al momento risposte sicure, solleva però un affascinante interrogativo che finora non ci siamo mai posti, siamo veramente l’unica specie con il senso del sacro? Per svelare questo mistero, e fare luce anche su noi stessi e le nostre origini, dobbiamo però proteggere questi animali e il loro habitat, nella sola Costa d’Avorio le popolazioni di scimpanzé sono diminuite di oltre il 90 per cento negli ultimi 17 anni.

domenica 26 luglio 2015

le belve umane

L'associazione Sea Shepherd ha denunciato l'arresto di tre attivisti (ed il fermo di altri due) durante le proteste alle isole Faroe dove si erano recati per difendere le balene pilota dal tradizionale massacro. Circa 250 mammiferi marini, secondo l'associazione, sarebbero stati crudelmente uccisi nelle due baie dove si è svolta la battuta di caccia. La pratica, illegale secondo la Comunità Europea e la Danimarca, è consentita nelle Isole Faroe dove è considerata una caccia tradizionale da tutelare.


Era il 1974 quando il New York Blood Center strappò dal loro habitat naturale 66 cuccioli di scimpanzé per trapiantarli in un laboratorio sperduto nella giungla liberiana, a 40 chilometri dalla capitale Monrovia. Per tre decenni gli scimpanzé sono stati utilizzati come cavie per una ricerca sui vaccini di malattie infettive mortali, come l'epatite e la "cecità fluviale" (Oncocercosi). Nel 2005 il laboratorio medico ha sospeso la ricerca per mancanza di finanziamenti e, nonostante avesse assicurato di prendersi cura delle scimmie, ha pensato bene di abbandonare i 66 esemplari, ormai adulti e infetti, in sei piccole isole a largo della Liberia, le cosiddette "Monkey Island", con poco cibo e circondate da imbevibile acqua salata. Per gli scimpanzé, cresciuti a contatto diretto con l'uomo, il ritorno alla natura è stata un'ulteriore tortura, perché totalmente incapaci di difendersi e procurarsi il cibo autonomamente. La società statunitense di protezione degli animali Humane Society è al momento l'unica ancora di salvezza per questi animali: ogni giorno i volontari portano cibo fresco e acqua, un lavoro che al mese costa ben 20mila dollari. Così l'associazione ha aperto una campagna fondi per raccogliere 150mila dollari, cifra che garantirebbe l'assistenza agli scimpanzé per cinque mesi. In poco più di un mese la Human Society ha raccolto già 130mila dollari grazie alla sensibilità delle persone, quella sensibilità che invece è mancata al New York Blood Center quando decise di sfruttare gli animali prima di abbandonarli.


domenica 7 dicembre 2014

Tommy non è una persona giuridica

Usa, gli scimpanzé come gli schiavi africani nel '700: la stessa legge potrebbe renderli liberi - Anna Guaita

Tommy, Kiko, Hercules e Leo potrebbero un giorno essere famosi nella storia come lo sono gli schiavi della “Amistad”. Facendo ricorso alla stessa legge che portò nel 1839 alla liberazione degli schiavi africani che si erano ribellati nella goletta negriera spagnola “Amistad”, un gruppo di avvocati americani sta intentando in questi giorni in vari tribunali dello Stato di New York una serie di azioni legali per il riconoscimento del diritto alla libertà fisica di quattro “persone non-umane”, cioè di quattro scimpanzè. Appunto, Tommy, Kiko, Hercules e Leo.

Gli avvocati fanno parte di un progetto legale, il NonHuman Rights Project, che sostiene che gli esseri umani non sono gli unici esseri viventi ad avere diritti che devono essere formalmente riconosciuti dalla legge: l’associazione vuole ottenere che anche alcuni animali passino dallo stato giuridico di “oggetti” a quello di “persone” in possesso di alcuni diritti fondamentali, quali il diritto alla libertà e all’integrità fisica. A giudizio di questi avvocati, «l’evolversi della morale, le scoperte scientifiche e la stessa esperienza umana» garantiscono questi diritti anche alle “persone non-umane”.

Gli avvocati si appoggiano esattamente alla stessa legge che venne usata nel 1772 nel Regno Unito nel primo caso in cui uno schiavo africano ottenne di riconquistare la libertà. In quell’occasione il giudice, Lord Mansfield, riconobbe che uno schiavo non era un “oggetto” ma una persona, e quindi non poteva appartenere a un altro essere umano. Quella stessa legge è stata usata poi molte volte negli Stati Uniti dagli schiavi fuggitivi del sud che arrivavano negli Stati abolizionisti del nord, prima che con la Guerra Civile del 1861 la schiavitù venisse ufficialmente abolita ovunque. Si tratta dell’habeas corpus, letteralmente “che tu abbia la tua persona (libera)”. E’ un mandato con cui il giudice viene urgentemente chiamato a decidere se la detenzione di una persona sia legale o meno.

Dunque, un giudice è stato chiamato già ieri, lunedì, a decidere se la detenzione dello scimpanzè Tommy sia legale, o se Tommy non sia una “persona” imprigionata senza giusta causa e quindi non abbia diritto a tornare libero. Se la libertà gli venisse riconosciuta, Tommy verrebbe accolto alla North American Primate Sanctuary Alliance http://www.primatesanctuaries.org/ dove scimpanze, bonobo, gorilla e orangutanghi che siano stati oggetto di ricerche o siano sfuggiti a prigionie crudeli trovano protezione e cura nella loro vecchiaia.

Tommy vive all’aperto, in una gabbia di cemento, nel nord dello Stato di New York, in temperature molto più fredde di quelle che sarebbero giuste per lui. Altri scimpanzè che vivevano con lui sono morti. Kiko è uno scimpanzè di 26 anni, che ha fatto l’attore ma ora che soffre di un’infezione ai timpani e ha perso la sua agilità è tenuto in gabbia. Hercules e Leo sono oggetto di ricerche ed esperimenti presso un laboratorio che vuole determinare come camminavano i primi ominidi, anche loro vivono in gabbia.

Gli avvocati che hanno presentato il mandato di habeas corpus avevano già programmato di tentare una simile azione lo scorso aprile, per due scimpanzè prigionieri di uno zoo privato, Merlin e Reba, ma prima che il ricorso ai tribunali potesse prendere forma tutti e due quelle “persone non-umane”, per usare il termine adottato dagli avvocati, erano morte di malattia.

Va sottolineato che ieri era la Giornata Internazionale per la Abolizione della Schiavitù, un giorno in cui le Nazioni Unite ricordano che nel mondo ci sono tuttora milioni di schiavi umani, donne e bambini, e che “tutti coloro che hanno una coscienza devono combattere per porre fine a questa vergogna”. Gli avvocati della “NonHuman Rights Project” sperano che un giorno questa “sacrosanta lotta per la libertà” includerà anche i nostri cugini primati.