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giovedì 27 aprile 2023

brutto ambiente a Gaza

 

Territori occupati, quell’apartheid che distrugge l’ambiente -Violetta Silvestri

 

Nel frastuono mediatico che ha accompagnato la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP26) di Glasgow, nel novembre scorso, l’intervento del primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese non verrà forse ricordato dalla cronaca. Eppure, nel breve discorso di appena qualche minuto di Mohammad Shtayyeh, si sono palesati dettagli tutt’altro che trascurabili sull’azione israeliana nei territori occupati di Cisgiordania e Gaza e che riguardano la distruzione ambientale.

Le parole del premier palestinese sono state dure, a testimonianza di una pace assai difficile per quello che è uno dei conflitti più lunghi, complessi e drammatici della storia. Gli occupanti israeliani rappresentano, a suo dire, “la minaccia più critica a lungo termine per l’ambiente palestinese.” Basta osservare una mappa della Palestina moderna, secondo Shtayyeh, per rendersi conto di come “l’ambiente viene sistematicamente distrutto. Dal 1967, Israele ha sradicato circa 2,5 milioni di alberi, inclusi 800.000 ulivi“.

Un esempio che, in realtà, apre una riflessione molto più ampia sulle conseguenze che la strategia israeliana degli insediamenti e del controllo sui territori palestinesi sta provocando in termini di sostenibilità ambientale, accesso alle risorse, inquinamento, distruzione dell’ecosistema.

Nel 2015 le Nazioni Unite avevano lanciato un allarme: la Striscia di Gaza potrebbe diventare “inabitabile” entro il 2020. Tra le cause veniva menzionata la grave crisi dell’accesso all’acqua, con falde acquifere per lo più non potabili e in esaurimento. All’inizio del 2022, quello della mancanza della risorsa idrica resta una delle emergenze non risolte, legata soprattutto agli effetti della politica israeliana sull’ambiente e sull’accaparramento delle risorse che spetterebbero alla popolazione palestinese.

La questione ha radici profonde. Dal 1967, Israele controlla di fatto tutti gli accessi alle fonti d’acqua nella Cisgiordania occupata e la firma degli accordi di Oslo II nel 1995 ha riaffermato lo status quo dell’epoca. Ventisei anni dopo, la situazione sul campo per molti villaggi è peggiorata. Attualmente, circa l’87% dell’acqua di falda della Cisgiordania viene assegnata agli israeliani e il 13% ai palestinesi. Inoltre, Tel Aviv proibisce agli abitanti arabi di accedere al fiume Giordano per usufruire della risorsa idrica necessaria alla vita quotidiana. Non solo, qualsiasi proposta di costruire infrastrutture idriche o pozzi deve essere approvata dalle autorità israeliane, che raramente danno il via libera ai progetti palestinesi.

Le denunce di Amnesty International sono state esplicite su questo tema e hanno sottolineato come la compagnia idrica statale israeliana Mekorot abbia sistematicamente scavato pozzi e sfruttato sorgenti nella Cisgiordania occupata per rifornire di acqua la sua popolazione, compresi i cittadini che vivono in insediamenti illegali, per scopi domestici, agricoli e industriali. Inoltre, le autorità israeliane negano o limitano l’accesso all’acqua della Cisgiordania in quei territori da loro stessi denominati “aree militari chiuse”. I palestinesi non possono entrarvi, perché sono vicine agli insediamenti e alle strade utilizzate dai coloni e dai militari israeliani.

Nella Striscia di Gaza sta avvenendo una crisi idrico-ambientale ancora peggiore. Secondo l’ONU e gli standard dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 97% dell’acqua nel territorio “non è adatta al consumo umano”, perché inquinata e non trattata come dovrebbe con impianti di desalinizzazione. In più, i danni causati dalle operazioni militari israeliane pesano sulla scarsità della risorsa pulita. Nel maggio 2021, per esempio, le aggressioni dell’esercito di Tel Aviv a Gaza hanno distrutto o reso inutilizzabili le infrastrutture idriche e i tubi che servono almeno 800.000 persone.

Il tutto sta avvenendo in un’area del mondo arida e a rischio elevato per l’effetto dei cambiamenti climatici. Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha dichiarato, in un suo documento ufficiale del maggio 2020, che il l territorio palestinese occupato si trova all’interno di una regione generalmente calda, arida e povera d’acqua che ha registrato un aumento delle temperature negli ultimi cinquant’anni. Le proiezioni climatiche indicano che entro la metà del secolo ci saranno tra 1,2° e 2,6°C in più.

Questo cambiamento modifica il ciclo dell’acqua, alterando i modelli e le stagioni delle precipitazioni: le piogge medie mensili potrebbero diminuire di 8-10 mm entro la fine del secolo, portando a una maggiore aridità. Si prevede che i rischi legati al clima, come ondate di calore, siccità, inondazioni, cicloni e tempeste di sabbia e polvere, diventeranno più frequenti e gravi.

La falda acquifera costiera, la principale fonte di acqua dolce sotterranea di Gaza, è sempre più a rischio a causa dell’innalzamento del livello del mare. Molto prima che l’acqua salata raggiunga la terraferma, perforerà la lente d’acqua dolce e la renderà salmastra e dunque non potabile. La mancanza di accesso a un’elettricità affidabile rende la desalinizzazione un processo costoso e ad alta intensità energetica, quasi impossibile.

Il rapporto 2019 del Relatore Speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati ha evidenziato che la crisi idrica sta creando un grave pericolo per la salute pubblica degli abitanti. La mancanza di un’alimentazione elettrica sicura – a causa di una centrale danneggiata dalla guerra e una cronica mancanza di carburante per far funzionare ciò che rimane dell’impianto – ha fatto sì che il sistema di trattamento dei rifiuti di Gaza funzioni male, quando riesce a essere attivato. Ciò si traduce nello scarico giornaliero nel Mar Mediterraneo di 110.000 metri cubi di rifiuti parzialmente o interamente non trattati. I liquami grezzi vengono raccolti in lagune instabili e pozze di rifiuti, che spesso si riversano nel sottosuolo e nella falda acquifera. Tutto ciò ha portato a livelli molto elevati di nitrati, sostanze chimiche e cloro nelle acque di Gaza, che contribuiscono alla minaccia di malattie trasmesse dall’acqua.

Tale disperata situazione è spesso legata anche al blocco di merci in entrata e in uscita nella Striscia imposto da Tel Aviv e da Il Cairo. Come affermato da B’tselem, centro di informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati, questo impedimento del commercio verso Gaza ha fortemente limitato la reperibilità di materiali da costruzione che servono per i sistemi idrici, sanitari e di trattamento dei rifiuti.

Ad aggravare il problema ci sono anche i frequenti attacchi aerei e i bombardamenti su Gaza da parte di Israele, che diffondono inquinanti nocivi nell’ambiente, come uranio impoverito, fosforo bianco, tungsteno e mercurio, ponendo gravi rischi per la salute della popolazione.

Negli ultimi anni, inoltre, sono state documentate altre pratiche di aggressione ambientale e umanitaria. Israele ha spruzzato erbicidi dannosi sui raccolti palestinesi vicino al confine di Gaza, con il ministero della Difesa che ha giustificato l’azione per “ragioni di sicurezza”. Non si è trattato di singoli episodi, ma di una pratica strategica per allontanare i palestinesi da quei terreni.

Nel 2019, Forensic Architecture ha pubblicato un’indagine intitolata Herbicidal Warfare in Gaza, mostrando che dal 2014 lo sgombero e l’abbattimento di terreni agricoli e residenziali da parte dell’esercito israeliano vicino al confine orientale di Gaza è stato integrato dall’irrorazione aerea di erbicidi che uccidono le colture. La combinazione letale spesso era formata da Glifosato, Oxyfluorfen (Oxygal) e Diuron (Diurex), componenti chimici classificati dall’Agenzia per la ricerca sul cancro dell’OMS come probabilmente cancerogeni per l’uomo.

Come denunciato dal primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese nella cornice della COP26, inoltre, non è raro che i coloni israeliani, generalmente sostenuti dalle forze di difesa della loro nazione, sradichino, brucino e distruggano migliaia di uliveti coltivati ​​da agricoltori palestinesi.

Si dice che Israele dal 1967 abbia forzatamente strappato dal terreno più di 800.000 ulivi in ​​Cisgiordania, molti dei quali antichi. Tra il 2010 e il 2020, circa 101.988 ulivi sono stati distrutti, secondo Nazeh Fkhaida, direttore del dipartimento di documentazione dei danni agricoli palestinesi. La stessa ONU ha denunciato lo sgombero selvaggio di terreni da parte di Israele per costruire basi militari, zone cuscinetto, strade di raccordo (che sono generalmente inaccessibili ai palestinesi).

Lo stravolgimento del paesaggio è in corso anche a causa del cosiddetto sistema delle tangenziali. Israele ha costruito una vasta rete di queste strade, comprese altre infrastrutture che servono solo i suoi coloni negli insediamenti dei territori palestinesi. In particolare, quando quest’ultimi asfaltano le proprie strade, Israele le demolisce. Qualsiasi edificio o albero entro 75 metri da queste tangenziali viene distrutto con i bulldozer e dichiarato zona militare chiusa. Sono migliaia i metri quadrati in Cisgiordania ricoperti di asfalto con strade di sicurezza, che circondano le case dei coloni senza alcun scopo civile se non quello, proclamato da Tel Aviv, di proteggere i suoi cittadini. In questo nodo, Israele confisca terra generalmente usata dai palestinesi per l’agricoltura, il pascolo, la vita quotidiana.

Uno studio dell’istituto di ricerca Arij, menzionato dalla giornalista di Haaretz Amira Haas, ha inoltre evidenziato che ogni anno i posti di blocco e le deviazioni stradali imposte ai palestinesi in Cisgiordania provocano lo spreco di 80 milioni di litri di carburante. In termini di inquinamento dell’aria significa 196.000 tonnellate di anidride carbonica in più all’anno.

Questa desolante situazione che non accenna a migliorare, è stata definita come un apartheid ecologico dallo studioso Ashley Dawson, del dipartimento di scienze umane ambientali presso la City University di New York, nel suo libro del 2017 “Extreme Cities“. Con questa espressione si intende “l’inasprimento dei confini e le restrizioni ai movimenti di coloro che sono colpiti da disagi ambientali e sociali”, come sta accadendo ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania.

Più esplicito è stato il Relatore Speciale delle Nazioni Unite Michael Lynk:

Per quasi cinque milioni di palestinesi che vivono sotto occupazione, il degrado delle loro riserve idriche, lo sfruttamento delle loro risorse naturali e la deturpazione del loro ambiente, sono sintomatici della mancanza di qualsiasi controllo significativo che hanno sulla loro vita quotidiana.

Parole inascolatate, come spesso avviene dinanzi alle gravi ingiustizie nel conflitto israelo-palestinese.

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Gaza: la sistematica distruzione ambientale ad opera di Israele

Un ambientalista palestinese ha fornito delucidazioni sulla distruzione sistematica dell’ambiente della Striscia di Gaza da parte israeliana, attraverso la deviazione dei rifiuti verso la Valle di Gaza e nelle aree circostanti.

Iyad al-Qatrawi, membro dell’Autorità per la qualità ambientale con sede in Cisgiordania, ha raccontato in un’intervista a Press Tv: “Israele ha aperto una discarica ad est della Valle di Gaza, e questa è motivo di disastri ambientali”.

E infatti, decine di abitazioni palestinesi a Gaza sono sommerse da rifiuti non trattati proprio in seguito all’apertura della discarica da parte israeliana ad est del territoro palestinese assediato.

“Le acque reflue circondano le nostre case….raggiungono le nostre fabbriche…e hanno contaminato e distrutto ogni cosa. Il personale per il soccorso fa il proprio meglio e, tuttavia, non si dispone di attrezzature adeguate per gestire il problema nella sua portata”, ha commentato un residente di Gaza.

Non solo Israele è dietro questi problemi ambientali, ma il suo regime è lo stesso che nega a oltre 1,5milione di palestinesi di Gaza i diritti fondamentali; libertà di movimento e il diritto a vivere in condizioni dignitose, quello al lavoro, alla salute e all’istruzione.

“E’ un’altra forma di aggressione israeliana contro la gente di Gaza. Gli israeliani tenatano in tal modo di costringerci a lasciare le nostre case. Siamo sotto assedio israeliano da anni ormai. E’ tempo che la comunità internazionale faccia qualcosa a sostegno del popolo palestinese”, ha aggiunto un altro residente della Striscia di Gaza.

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domenica 17 ottobre 2021

Ambiente: estrazione alluminio, spina nel fianco alla svolta green - Violetta Silvestri

 

Se la transizione energetica è il più ambizioso e necessario obiettivo per salvare il mondo, sapere quanto costa davvero la sua realizzazione potrebbe smorzare i più convinti entusiasmi. Ogni medaglia ha il suo rovescio e alla base del passaggio alle energie rinnovabili si scoprono storie di violazioni di diritti, sfruttamento, distruzione dell’ecosistema.

Come è possibile? Per produrre in modo intenso pannelli solari, pale eoliche, automobili elettriche servono risorse minerarie e materie prime in quantità sempre maggiore. La responsabilità nella loro estrazione, trasformazione e produzione farà davvero la differenza su quanto sostenibile diventerà il mondo. Il rischio, invece, è di danneggiare ulteriormente la natura e privare comunità locali di diritti e mezzi di sussistenza.

La Banca Mondiale ha messo in evidenza quanto, con gli impegni dei Governi mondiali verso l’azzeramento delle emissioni di carbonio, ci sarà sempre più bisogno di risorse quali alluminio (incluso il suo costituente chiave, la bauxite), cobalto, rame, minerale di ferro, piombo, litio, nichel, manganese, il gruppo dei metalli del platino, le terre rare, argento, acciaio, titanio e zinco. I territori dei Paesi in via di sviluppo ne sono ricchi e già ne stanno pagando le conseguenze. 

Un esempio per capire il delicato equilibrio tra maggiore produzione di energia verde e più sfruttamento di materie prime è quello dell’alluminio. La sua produzione è un processo in più fasi che trasforma la bauxite scavata nel terreno prima in allumina mediante frantumazione, lavaggio, trattamento e cottura della bauxite (processo Bayer), e poi in alluminio tramite elettrolisi (processo Hall-Héroult).

Questo metallo leggero è molto richiesto innanzitutto dal settore auto, che solo nel 2019 ne ha impiegato il 19% di tutto quello utilizzato nel mondo. Con l’aumento della domanda di veicoli elettrici, l’International Aluminium Institute prevede che entro il 2050 il metallo vedrà raddoppiare le sue richieste.

Inoltre, l’alluminio è impiegato per le tecnologie dell’eolico ed è considerato un elemento efficace e importante per la produzione di energia solare tramite i pannelli fotovoltaici. Non solo, il metallo è in grado di riflettere più di acciaio e ferro i raggi infrarossi (calore) del sole. I tetti in alluminio adeguatamente rivestiti possono assorbire fino al 95% dell’energia solare, migliorando notevolmente l’efficienza energetica e per questo esso è un componente chiave negli edifici verdi certificati.

Si prevede, quindi, un forte aumento della domanda di questo metallo, che rischia di avere impatti devastanti. Poiché la bauxite viene estratta a livello superficiale, le miniere spesso si estendono su aree molto vaste, distruggendo i terreni agricoli che sono alla base dei mezzi di sussistenza delle comunità locali. Inoltre, esse danneggiano le acque di fiumi, torrenti e fonti sotterranee su cui le popolazioni fanno affidamento per il consumo domestico e l’irrigazione.

La Guinea è testimone diretta di questo impatto distruttivo. Il Paese africano è secondo soltanto all’Australia come produzione di bauxite e nel 2020 ne ha estratta una quantità pari a 80.000 tonnellate. La nazione ha i più grandi giacimenti di bauxite del mondo e ha rapidamente ampliato la produzione, aumentando la sua quota di mercato globale dal 4% nel 2014 al 22% nel 2020. Oggi la bauxite della Guinea è diretta principalmente verso le raffinerie in Cina, che produce la maggior parte dell’alluminio mondiale.

Uno studio del Governo guineano prevede che nei prossimi 20 anni ci sarà un boom di estrazione di bauxite che rimuoverà 858 chilometri quadrati di terreno agricolo e distruggerà più di 4.700 chilometri quadrati di habitat naturale, uno spazio sei volte più grande di New York City. Circa l’80% dei residenti nella regione mineraria della Guinea fa affidamento sull’agricoltura per il proprio sostentamento e queste previsioni suonano come un allarme per la loro sopravvivenza.

In realtà, le comunità locali già soffrono a causa dell’intensa attività estrattiva sulle loro terre. Nella nazione guineana tutto è cambiato nel 2016, quando la Société Minière de Boké (SMB), la più grande compagnia mineraria di bauxite del Paese, ha iniziato a sgomberare centinaia di ettari di terreno intorno a Diakhabia per far posto a un porto industriale. Dal 2017 da lì vengono spedite ogni anno milioni di tonnellate di bauxite alle raffinerie appartenenti soprattutto alla China Hongqiao, il più grande produttore di alluminio al mondo. Tutta la regione di Boké è ormai circondata da una cintura di miniere.

Prima di questa intensa attività estrattiva, intere famiglie facevano affidamento sull’agricoltura per il cibo e il reddito, piantando riso e altre colture sulla terra fertile lungo le rive del vicino fiume Rio Nunez. In generale, c’erano alimenti sufficienti per i nuclei familiari e si potevano guadagnare fino a 1,5 milioni di franchi guineani ($ 152) a settimana durante una buona stagione del raccolto, portandone a casa circa 10 milioni all’anno.

Poi tutto è cambiato e dozzine di famiglie hanno perso la terra a causa della costruzione del porto, diminuendo i loro pasti quotidiani. Altre comunità si sono improvvisamente ritrovate senza acqua, poiché i sedimenti provenienti dalle miniere hanno bloccato corsi di ruscelli e fiumi. Promesse mai mantenute di risarcimento o indennizzi irrisori da parte delle compagnie minerarie si sono aggiunti alle frustrazioni delle popolazioni locali.

La raffinazione della bauxite in allumina produce grandi quantità di fango rosso, un materiale altamente pericoloso che, se non trattato e immagazzinato adeguatamente, può inquinare i corsi d’acqua e danneggiare le persone che ne entrano in contatto. Nello Stato brasiliano del Pará, un’organizzazione non governativa che rappresenta oltre 11.000 persone ha citato in giudizio una miniera di bauxite, una raffineria e una fonderia di alluminio per la presunta contaminazione dei corsi d’acqua nel bacino amazzonico.

In Ghana, una coalizione di società civile e gruppi di cittadini locali afferma che una miniera di bauxite progettata nella foresta pluviale di Atewa minaccia di contaminare i fiumi che forniscono acqua potabile a milioni di persone. E la preoccupazione sta salendo anche in Indonesia.

Le foreste e le fattorie del Borneo indonesiano sono piene di crateri con pozzi acquitrinosi lasciati dagli anni del boom dell’estrazione del minerale di bauxite. I metalli pesanti depositati nel suolo continuano a disperdersi nell’aria e nei corsi d’acqua. A meno che non venga sostituito il terreno a livello superficiale, esso non potrà essere utilizzato per l’agricoltura. I coltivatori locali, che non possono più piantare riso in questa area, chiedono da tempo – invano – l’intervento del Governo per non cadere nell’insicurezza alimentare.

Meno di dieci anni fa, la maggior parte della bauxite indonesiana veniva esportata in Cina. Dai primi anni Duemila, l’aumento della domanda cinese ha visto un’esplosione di attività minerarie in tutto il Kalimantan occidentale. Tutto questo si è fermato nel 2014, quando la nazione ha vietato le esportazioni del suo minerale grezzo per incentivare piuttosto l’industria locale e sostenere la raffinazione in loco.

Ora una serie di nuove leggi favorevoli all’estrazione mineraria mirano a far rivivere quei pozzi abbandonati e a riportare a pieno ritmo l’estrazione anche con l’intento di esportare. Molti vincoli prima imposti alle compagnie minerarie sono stati allentati, compresi i rigidi limiti di tempo sui permessi di esercizio delle miniere. E a ottobre il Parlamento è andato oltre nel ridisegnare il panorama normativo, approvando la cosiddetta “legge omnibus” nella quale viene disciplinato anche il settore minerario, a tutto vantaggio di una intensa attività estrattiva. Le nuove leggi limitano i reclami formali e le azioni legali dei residenti delle zone occupate dalle miniere e il compito di rilasciare i permessi ambientali sarà affidato al Governo centrale, con l’impossibilità di impugnarli da parte delle comunità.

Anche gli investitori internazionali e la Banca mondiale si sono opposti a questa legislazione. Un gruppo di 35 multinazionali ha firmato una lettera in cui avverte che la deforestazione guidata dalle miniere mette a rischio gli impegni per combattere il riscaldamento globale.

Intanto, però, le attività estrattive di bauxite stanno riprendendo. I timori per quello che accadrà nel medio-lungo periodo sono molti tra le comunità locali. Se la politica del Governo di trasformare l’Indonesia in una centrale elettrica per la raffinazione del minerale avrà successo, i locali sono convinti che più agricoltori saranno sfollati e che il terreno fertile si perderà nei corsi d’acqua. Se fallisce, le miniere possono essere abbandonate con pochi benefici trasferiti alle comunità.

L’estrazione di bauxite avviene spesso vicino a fattorie e aree residenziali e quando la terra viene disboscata, la polvere può diffondersi nell’aria e nell’acqua poiché il vento raccoglie particelle dalle miniere e dai camion che viaggiano con il minerale.

In Malesia, dove l’estrazione di bauxite è un settore importante, i funzionari della sanità pubblica hanno riferito che l’industria è stata associata a un aumento delle visite ospedaliere per infezioni respiratorie e all’incremento dei livelli di ferro e alluminio nei fiumi.

Nel Kalimantan occidentale, la polvere di bauxite ha ricominciato ad accumularsi sui bordi delle strade. Alcune persone, in particolare i bambini, hanno sviluppato eruzioni cutanee attribuite ai metalli pesanti che inquinano fiumi e torrenti. Inoltre, il deflusso ricco di sedimenti dalle miniere sta innalzando i livelli dell’acqua e aumentando la gravità delle inondazioni. Il governatore Sutarmidji ha accusato proprio l’attività estrattiva di aver causato le inondazioni mortali nel giugno scorso. Nonostante ciò, la “legge omnibus” di ottobre ha abolito i regolamenti che avevano protetto fiumi e suoli fino a quel momento.

Cosa fare per evitare una ennesima catastrofe ambientale e, allo stesso tempo, rispondere al fabbisogno di materie prime per la transizione energetica? Un report di Human Rights Watch ha indicato la strada nel suo studio sull’impatto delle aziende automobilistiche nell’estrazione di bauxite: è necessario ogni sforzo per una produzione responsabile certificata, mappando le catene di approvvigionamenti di alluminio e facendo in modo che esse rispondano rigorosamente a standard ambientali e di rispetto dei diritti umani.

Identificare specificatamente quali miniere e fonderie forniscono il minerale o il metallo deve essere prioritario, in modo da risalire alla qualità dell’estrazione. I grandi gruppi automobilistici devono inoltre garantire che le comunità locali private delle loro terre siano equamente e prontamente risarcite, dando loro denaro ma anche nuove aree fertili da abitare.

Alcuni passi in avanti sono stati compiuti. Per esempio, nel report si legge che Drive Sustainability, una coalizione di 11 aziende automobilistiche che include BMW, Daimler, Ford, Toyota, Volkswagen e Volvo, nel maggio 2021 ha avviato un progetto per valutare i rischi per i diritti umani inerenti alle catene di approvvigionamento dell’alluminio e quelli di altre nove materie prime.

Nel gennaio 2021, l’organizzazione ha scritto anche a The Aluminium Association, un’associazione di decine di produttori di alluminio, per esprimere preoccupazione per la situazione in Guinea e per dare sostegno a una mediazione in corso tra una società mineraria guineana e 13 comunità danneggiate.

Nel novembre 2020, il BMW Group ha dichiarato che, se l’estrazione di bauxite nella foresta di Atewa in Ghana avesse violato gli impegni del Governo per combattere i cambiamenti climatici e proteggere la biodiversità, BMW non avrebbe accettato l’alluminio proveniente dalla foresta nella sua catena di approvvigionamento.

Sono, queste, piccole gocce in un mare di ingiustizie e soprusi ancora troppo marcati e poco disciplinati. La corsa all’energia rinnovabile, così urgente per evitare la catastrofe climatica, rischia di creare danni ulteriori al mondo già in sofferenza. L’unica soluzione è la severa regolamentazione dell’intensa attività estrattiva, in nome di una responsabilità produttiva finora quasi assente.

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martedì 11 dicembre 2018

Città del futuro, in Asia e Africa la sfida dei prossimi anni - Violetta Silvestri



Il mondo gira sempre più intorno alle città, di anno in anno in crescita per dimensione, popolazione, richiesta di servizi. L’urbanizzazione è arrivata oggi al 55% e la previsione è un aumento fino al 68% per il 2050. Considerando l’aumento della popolazione mondiale previsto per i prossimi decenni, 2,5 miliardi di persone potrebbero aggiungersi nelle già affollate città tra circa 30 anni.
Asia e Africa si contendono il primato per l’espansione dei centri cittadini. Infatti, proprio il 90% dell’incremento urbano previsto per il 2050 avverrà nei due continenti. Le città dell’India, della Cina e della Nigeria rappresenteranno, da sole, il 35% dell’aumento di persone nei contesti urbani tra il 2018 e il 2050. I numeri che si leggono in queste previsioni sono eloquenti: nello Stato indiano le città ospiteranno 416 milioni di persone in più; nella grande Nazione cinese arriveranno 255 milioni di cittadini nuovi e in Nigeria 189 milioni.
Ad oggi, è Tokyo la città più grande e popolata del mondo, con 37 milioni di persone. Seguono Delhi, con i suoi 29 milioni di abitanti, Shangai, 26 milioni, San Paolo e Città del Messico che ospitano 22 milioni di cittadini. Se le previsioni indicano che la capitale giapponese subirà un declino della popolazione nei prossimi decenni, le proiezioni nei Paesi in via di sviluppo parlano di altro. L’urbanizzazione, infatti, avrà una velocità impressionante soprattutto in Africa e in Asia, con evidenti e importanti conseguenze.
Tra il 2018 e il 2035 si stima che la percentuale di crescita media annua della popolazione in alcune città africane sarà tra il 5% e il 4%. Nello specifico, questo esponenziale incremento si concretizzerà a Kampala in Uganda (5,1%), Dar-es-Salaam in Tanzania (4,8%), Abuja (4,5%) e Lagos (3,5%) in Nigeria, Addis Abeba (4,3%) in Etiopia e Luanda (3,7%) in Angola. In più, le città africane con maggiore crescita vedranno moltiplicare proprio la popolazione giovanissima, sotto i 14 anni.
La capitale nigeriana Lagos registrerà il più grande aumento di popolazione nel 2030, seguita da Dacca in Bangladesh, Karachi in Pakistan e Kinshasa nella Repubblica Democratica del Congo. L’Asia sarà protagonista della crescita delle città grazie soprattutto al significativo ampliamento di centri urbani come Pechino e Taijing in Cina, Giacarta in Indonesia, Delhi e Mumbai in India, posizionate tra le dieci città del mondo con il più forte aumento demografico. L’impennata della popolazione, però, non sarà sempre accompagnata da una parallela ed equilibrata crescita dell’economia e del benessere.
Innanzitutto, occorrerà offrire maggiori opportunità economiche e soddisfare classi sociali in continuo cambiamento. La stima del 2030 è che ben 17 città cinesi entreranno a far parte dei 50 centri più importanti per il PIL, scalzando il mondo occidentale. Megalopoli come Chengdu, Hangzhou e Wuhan saranno centri nevralgici dell’economia mondiale. I consumatori cinesi cittadini si moltiplicheranno e le famiglie ad alto reddito faranno un grande balzo in avanti.
L’urbanizzazione in rapida crescita, quindi, sconvolgerà gli equilibri mondiali ed economici, come già sta emergendo nei nostri tempi. Rivoluzionerà, inoltre, la governance cittadina e la capacità di adeguarsi ad un tasso demografico così galoppante. Più popolazione, infatti, non significa matematicamente più lavoro, più ricchezza, più opportunità per tutti.
Il rischio di questa impennata dei cittadini è quello di creare sacche di disuguaglianze e povertà, che potrebbero andare ad allargare quelle già esistenti. Le proiezioni indicano che i cittadini di Pechino, per esempio, ci metteranno circa 24 anni per raggiungere il livello di PIL pro-capite di New York. Per Dehli gli anni saranno 50 e gli abitanti nigeriani di Lagos probabilmente raggiungeranno i livelli di ricchezza statunitensi tra 150 anni.
Come leggere questi dati? Lo sviluppo demografico, anche se accompagnato da più forza lavoro e produzione come potrebbe accadere in Cina, è affiancato da fattori di rischio. Gli esperti parlano di vulnerabilità delle città del futuro. Le città dovranno offrire sempre più alloggi, reti fognarie e idriche funzionanti, trasporti pubblici, infrastrutture, risorse energetiche. Non sarà una sfida facile.
L’ultimo Africities Summit tenutosi in Marocco poche settimane fa, si è concentrato proprio su come rendere vivibili le città del continente, minacciate da urbanizzazione e cambiamenti climatici e sociali in modo significativo. Il tema è considerato centrale per il prossimo futuro.
Luanda, in Angola, ha già cercato di affrontare l’aumento di popolazione costruendo nuovi alloggi che permettano ai più poveri di abbandonare le baraccopoli, insicure e pericolose. Il piano di fornitura di acqua e servizi igienico-sanitari, però, non riuscirà a supportare tempestivamente la crescente domanda prevista nei prossimi decenni.
A Lagos, come nelle principali città grandi e in via di sviluppo africane, il trasporto di persone e di merci avviene principalmente su strada. La capitale nigeriana è collegata da pochi ponti spesso bloccati da un traffico disordinato. Il 93% degli spostamenti avviene su gomma. Il Governo ha lanciato un progetto ferroviario cittadino non ancora completato.
A Dar El Salaam, in Tanzania, i disastri delle frequenti inondazioni che colpiscono la città spesso sono causati da un’urbanizzazione selvaggia e senza piani. L’insufficiente sistema di drenaggio delle acque piovane, la costruzione di abitazioni di fortuna lungo corsi d’acqua e gli insediamenti non formali in pianure alluvionali accentuano le drammatiche conseguenze delle abbondanti piogge. La popolazione che aumenta e si ammassa in alloggi non pianificati rischia di non sopravvivere ai fenomeni atmosferici, oltre a diventare facilmente attaccabile da malattie infettive.
Giacarta, in Indonesia, potrebbe addirittura affondare. Il veloce passo dell’urbanizzazione, infatti, sta causando problemi reali, come le violente inondazioni. Il fenomeno non è solo meteorologico. La città indonesiana vede ogni anno la sua terra sprofondare di circa 3 cm e il livello del mare aumentare di 6 mm. Le alluvioni, di conseguenza, sono più violente. La crescita demografica fa aumentare il bisogno di acqua nelle case, convogliata con normali tubature solo nel 50% delle famiglie. Il resto della popolazione acquista acqua ricavata da illegali trivellazioni del terreno. Oltre ad abbassarsi la falda acquifera e a crollare parte del territorio, la gente utilizza risorse idriche non sicure.
A rendere più vulnerabili le città ci sono anche i cambiamenti climatici. L’aumento delle temperature previsto nei prossimi decenni farà innalzare la richiesta di energia elettrica per il raffreddamento. Se, infatti, nel 2016 l’uso mondiale di energia per rinfrescare ammontava a 2.000 TWh, entro il 2050 questo dato triplicherà.
Più caldo, più persone nelle città, più richiesta di energia elettrica: questa catena metterà in difficoltà il rifornimento energetico di molte città in via di sviluppo. Ci saranno maggiori black out e interruzioni di elettricità. I centri manifatturieri asiatici Delhi e Dacca, per esempio, subiranno molto questa carenza energetica, a discapito della produzione industriale. In Africa le imprese sono già costrette a subire frequenti interruzioni di energia. La crescita demografica entro il 2050 in molte città africane difficilmente troverà risposte adeguate nelle infrastrutture elettriche. Tutto questo a discapito anche di nuovi investimenti economici.
E l’inquinamento, in tutto questo cambiamento, è destinato a salire vertiginosamente. Le città del futuro, quindi, sono chiamate a vincere una sfida vitale: la sostenibilità.

mercoledì 5 settembre 2018

Nigeria, tra conflitti, povertà e il più alto numero di migranti - Violetta Silvestri



La Nigeria continua a vivere una drammatica situazione a causa di instabilità, violenza, fragilità economica. La crisi dei rifugiati ha iniziato il suo quinto anno, accrescendo i numeri di una vera tragedia umanitaria. Secondo i dati Unhcr, 1.700.000 Nigeriani risultano sfollati all’interno del Paese. Più di 203.000 persone sono rifugiate e circa 482.000 sono sfollati in Camerun, Ciad e Niger.

Lo Stato africano si trova coinvolto in una endemica spirale di scontri fra comunità, terrore che affonda le radici in storie di soprusi, ingiustizie, povertà, iniqua distribuzione delle risorse.
Terrore e instabilità, innanzitutto, attanagliano ancora alcune zone del Paese a causa delle attività terroristiche di Boko Haram. Il gruppo di militanti islamici, nonostante sia stato in gran parte respinto dalle forze di sicurezza della Nigeria, continua a diffondere terrore con esplosioni suicide e azioni di violenza. Il Borno e alcune parti degli stati di Yobe e Adamawa, le zone epicentro della conquista di Boko Haram, restano ad alto rischio. Il gruppo esercita potere e pressione attraverso attentati suicidi nei mercati, nelle università e nei campi profughi, imboscate e saccheggi nei villaggi. Attentati e scontri non cessano, lo dimostrano gli eventi degli ultimi mesi. Circa 31 persone sono morte a causa di bombe a Damboa e altre 27 sono rimaste uccise dopo una violenta esplosione nei pressi della moschea di Mubi nei mesi di maggio e giugno scorsi.
Almeno 300 sono le vittime civili negli attacchi del gruppo nel 2017 e nell’arco degli otto anni sono stati circa 20.000 i Nigeriani deceduti nella guerra tra lo Stato e Boko Haram. Un periodo lungo e tragico per la nazione africana, che ha visto ripetersi in questa parte nord-orientale abusi su donne e bambini – spesso utilizzati dai militanti islamici come kamikaze – e rapimenti. 5,2 milioni di persone nel Nord-Est hanno bisogno di assistenza alimentare, di queste circa 450.000 sono bambini sotto i cinque anni. Considerando un periodo di esempio, solo nel luglio 2017 240 bambini sono morti per denutrizione nello Stato del Borno.
La guerra contro Boko Haram sta lasciando segni profondi in Nigeria e nei Paesi limitrofi. Il bacino del lago Ciad è al collasso. Qui i rifugiati in fuga dai militanti islamici vivono in condizioni di povertà e di insufficienza alimentare. Da quando è iniziata la guerra al terrorismo, è proprio in questi territori che si sono intensificate le operazioni belliche contro il gruppo islamico, ad opera non solo delle forze armate di stato nigeriane.
La Civilian Join Task Force, CJTF, è nata in Nigeria e in alcuni Stati confinanti per intensificare la lotta contro Boko Haram. Questi vigilantes civili armati e tutt’oggi operanti sul territorio spesso agiscono incontrollati e, con l’obiettivo di difendere la propria comunità da violenze e soprusi, spesso abusano del potere. Non mancano le accuse di violenze e illegalità contro di loro, che si aggiungono ai crimini commessi contro i civili da militanti di Boko Haram, militari nigeriani, officiali governativi, tutti vittime e carnefici di questa tragedia.
Le detenzioni illegali, per esempio, sono un fenomeno diffuso. I militari hanno arbitrariamente arrestato e detenuto migliaia di giovani uomini, donne e, pare, persino bambini nei centri di detenzione in tutto il Paese. Ai detenuti è stato negato l’accesso ad avvocati e familiari. I militari hanno arrestato illegalmente anche centinaia di donne, senza accusa, alcune perché si credeva fossero imparentate con i membri di Boko Haram.
Le violazioni dei diritti umani in questo ambito hanno spinto alcune donne di Bama, nel Borno, a dar vita al Knifar Movement, movimento nato per la liberazione dei loro mariti, detenuti dai militari per presunta appartenenza a Boko Haram – accusa che le donne negano.
Proprio nei giorni scorsi sono stati arrestati 28 membri del gruppo militante da parte delle forze speciali messe in campo dallo Stato africano. Alcuni hanno confessato di aver partecipato al rapimento di oltre 200 giovani studenti nel Borno nel 2014. Inoltre, tutti hanno dichiarato la colpevolezza di crimini gravi, quali invasioni e attacchi in città e villaggi.
L’emergenza umanitaria causata dalla guerra contro il gruppo islamico ha accelerato un’altra grave crisi. La tensione tra contadini e pastori semi-nomadi nella parte centrale del Paese – Middle Belt e, soprattutto, Stato di Plateau – ha provocato già migliaia di morti.
L’ultimo episodio di violenza risale al 24 giugno scorso, quando 86 persone sono rimaste uccise in diversi villaggi della regione Plateau con l’accendersi di tensioni tra agricoltori e pastori. La lotta per la terra, vitale per entrambi i gruppi sociali, è frutto di una situazione complessa.
Lo spostamento dei pastori verso i territori del Sud, infatti, è solo in parte innescato dalla necessità di scappare dalle terre colpite dalla violenza di Boko Haram, nel Nord-Est del Paese. Alla base di questo scontro dalle sfumature etnico-religiose – i pastori sono soprattutto musulmani Fulani e gli agricoltori cristiani – ci sono diverse ragioni.
Innanzitutto, la siccità e la desertificazione hanno degradato i pascoli, prosciugato molte sorgenti d’acqua naturali e costretto un gran numero di pastori a migrare verso Sud alla ricerca di terra e risorse idriche per le loro mandrie. Inoltre, la crescita della popolazione, l’espansione delle infrastrutture pubbliche e l’acquisizione di terreni da parte di grandi agricoltori e altri interessi commerciali privati hanno ridotto le riserve di pascolo. In un Paese in rapida crescita com’è la Nigeria, terza dopo India e Cina per numero di neonati nel 2018 e con una popolazione che attualmente conta circa 190 milioni di persone, la distribuzione delle risorserappresenta un problema da affrontare con politiche mirate.
La guerra per le terre tra agricoltori e mandriani dimostra la mancanza di piani strategici per la crescita economica del Paese e per la sicurezza. Il clima di conflitto, quindi, si acuisce, alimentato anche dalla rigida divisione etnica e religiosa di questa parte di Nigeria. La maggioranza delle comunità cristiane del Sud risentono dell’afflusso di pastori prevalentemente musulmani, considerato come una “forza di islamizzazione”. Le azioni violente, dunque, si intensificano. I pastori spesso sono armati ed episodi di furti di bestiame, scontri, intimidazione tra mandriani e agricoltori sono piuttosto diffusi.
Lo scontro religioso, in Nigeria, ha assunto già da anni dei toni drammatici proprio contro le comunità cristiane. Attentati in Chiese e in villaggi popolati da persone di questa religione, infatti, si sono intensificati e hanno portato a dichiarare una “guerra religiosa contro la cristianità“. Gli appelli dei vescovi sono accoratiquanto inascoltati.
L’instabilità domina un po’ tutto il Paese, con tensioni che continuano anche tra le milizie statali e i separatisti del Biafra IPOB. Nel corso dell’anno 2017 ci sono stati scontri e uccisioni tra soldati e militanti, che restano in uno stato di agitazione.
Malcontento e frustrazione dominano anche la regione del Delta del Niger, dove il Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni reclama giustizia contro le azioni illecite e l’inquinamento causato da compagnie petrolifere straniere. I piani di recupero ambientale, infatti, non sarebbero rispettati.
In questo quadro così complesso e fragile, la povertà dilaga. La Nigeria detiene il triste primato per la popolazione povera in Africa. Sono quasi 87 milioni, infatti, le persone che vivono in condizioni di estremo bisogno nel Paese. Un dato che può essere affiancato a quello dei migranti presenti in Europa.
Tra il 2010 e il 2017 sono 390.000 i Nigeriani sul territorio europeo. La più numerosa tra le comunità africane. Scappare da condizioni economiche e di povertà così difficili e cercare opportunità di lavoro all’estero sono tra le motivazioni che spingono i Nigeriani a lasciare il loro Paese.
La grande nazione africana occidentale presenta, quindi, diverse problematiche e situazioni contraddittorie. Le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale, infatti, rivelano una buona prospettiva di crescita per il Paese, con la previsione di aumento del PIL del 2,3%. Un buon traino per l’intera regione sub-sahariana. Gli esperti sottolineano che il Paese si sta riprendendo da una terribile contrazione causata soprattutto dal calo dei prezzi del petrolio e dalla scarsità di valuta estera per importare materie prime.
Nonostante tutto, le disuguaglianze restano. Le sfide per le prossime elezioni nel Paese, previste per il 2019, sono, quindi, ancora molte. Il presidente in carica Buhari – che ha annunciato di ricandidarsi – non ha del tutto convinto soprattutto sul tema della lotta alla corruzione e sulla risoluzione della tensione tra cristiani e musulmani, agricoltori e pastori.
L’opposizione al presidente si sta organizzando. A febbraio 2019 la popolazione potrà scegliere come e con chi affrontare le complesse vicende irrisolte.