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mercoledì 3 settembre 2025

Sull’Alzheimer - Mario Fiumene

L’estate in genere è considerata stagione durante la quale si può avere tempo di letture definite leggere, per trascorrere le lunghe giornate di luce in relax.

Ma non sempre è così: avendo seguito una trasmissione televisiva di divulgazione culturale ho segnato negli appunti un titolo che mi ha incuriosito: «Alzheimer S.P.A. e sottotitolo «Storie di errori e omissioni dietro la cura che non c’è». Si tratta di un testo di circa duecento pagine.

La lettura è stata centellinata per la necessità di metabolizzare le nefandezze di molti scienziati (sic!) che con la connivenza di Aziende interessate al solo profitto hanno preso in giro migliaia di ammalati. Riporto testualmente uno dei commenti della autrice: «i medici e i pazienti stanno capendo che, per quanto le aziende vantino le magnifiche sorti dei loro prodotti, purtroppo la cura dell’Alzheimer ancora non c’è, e i discutibili benefici di terapie pubblicizzate come rivoluzionarie non giustificano per nulla la spesa astronomica e i rischi per i pazienti che esse comportano.

Il sistema è traballante, in alcuni aspetti guasto. […] ma la verità no, prima o poi interviene quando si tratta di scienza e di salute». Questo ultimo passaggio mi ha spinto a scrivere. La malattia di Alzheimer colpisce in Italia più di una persona su cento ed è in crescita: la Sardegna è compresa in questa problematica. Praticamente non c’è famiglia che non abbia avuto esperienza, diretta o indiretta, dei crudeli effetti di questa patologia.

Vedere svanire la mente dei propri cari, che giorno dopo giorno perdono contatto con il mondo, è un’esperienza devastante e fisicamente faticosa. L’autrice Agnese Codignola dopo essersi laureata in Chimica e tecnologie farmaceutiche, ha conseguito un dottorato in farmacologia e dopo aver fatto la ricercatrice ha intrapreso la difficile attività di giornalista professionista su temi di salute a tutto campo. Il suo racconto prende spunto da una pubblicazione sulla rivista «Nature» del 2023 che si occupava della ricerca scientifica tra il 1945 e il 2010 e che sottolineava le molteplici scoperte dopo il 2010 e la carenza di progressi nella cura dell’Alzheimer.

Il suo lavoro di ricercatrice la ha portata a scoprire che per decenni la ricerca si è intestardita a cercare la cura per neutralizzare la proteina chiamata beta amiloide, nella convinzione che ciò fosse sufficiente, nonostante la mole di dati contrari a tale ipotesi continuasse a crescere. Mentre nel caso del cancro, la ricerca è stata dirompente portando ad aggredire le cellule malate in vari modi, con l’Alzheimer non è accaduto. A parità di miliardi investiti e di ricercatori coinvolti, nello stesso arco di tempo, non è successo altrettanto. L’autrice ci rivela che poi qualcosa è cambiato, e non solo per i fallimenti del pensiero dominante, ma anche perché il lavoro di decine di persone serie ha raggiunto una tale forza che non è stato più possibile ignorarlo.

Se tra qualche anno potremo avere cure efficaci, è probabile che sarà merito di chi ha avuto libertà di pensiero e si è ribellato alle lobbies. Per questo motivo, vale la pena di leggere le storie personali e scientifiche di alcuni di questi ricercatori: rappresentano l’incarnazione della parte migliore della scienza.

Il libro è Alzheimer S.P.A. di Agnese Codignola, edito da Bollati Boringhieri

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sabato 7 dicembre 2024

Caffè croce e delizia: fa dimagrire, riduce rischio di diabete, depressione e Alzheimer ma ecco la dose da non superare

 

Diversi studi dimostrano che chi consuma abitualmente il caffè ha un rischio più basso di contrarre il diabete di tipo 2, il morbo di Alzheimer, la cirrosi epatica e la depressione

Il caffè è la sostanza psicoattiva più consumata al mondo e sappiamo con certezza, perché lo abbiamo tutti provato, che dà dipendenza. Ma che effetto ha sul nostro sistema nervoso? Insomma fa bene o fa male? Gli effetti più controversi riguardano in particolare le eventuali ripercussioni del caffè sul benessere cardiovascolare, ma anche altri aspetti come il suo ruolo sul funzionamento della sfera nervosa appunto.

Il caffè sveglia!

Quando lo sorseggiamo, in una manciata di minuti arriva al cervello dove si lega ai recettori che di norma ricevono l’adenosina, una sostanza chimica prodotta dall’organismo che induce sonnolenza. Ecco perché il caffè fa passare transitoriamente la sensazione di stanchezza: agisce come un freno momentaneo all’impulso a dormire. Il picco di concentrazione di caffeina nel sangue avviene 45-60 minuti dopo l’assunzione. Questa sensazione dura circa tre ore.

Per cosa fa bene il caffè

E' ricco di potenti antiossidanti come i polifenoli. Inoltre tale bevanda contiene altri nutrienti fondamentali tra cui la riboflavina, l’acido pantotenico, il manganese, il potassio, il magnesio e la niacina. Alcune ricerche dimostrano che chi consuma abitualmente il caffè vive più a lungo e ha un rischio inferiore di morte prematura. Un’ampia ricerca sul rapporto tra caffè, caffeina e diabete ha dimostrato che assumere due-tre caffè al giorno riduce il rischio di sviluppare il diabete. Soprattutto per merito del suo contenuto di caffeina, il caffè è una bevanda che aumenta la termogenesi, ovvero facilita il processo attraverso il quale l’organismo brucia energia sotto forma di calore. Dunque attiva il metabolismo e aiuta il dimagrimento. Inoltre l’azione diuretica del caffè fa da supporto per chi soffre ritenzione idrica, mentre l’effetto anoressizzante (ovvero di riduzione dell’appetito) potrebbe essere utilizzato anche per contenere gli attacchi di fame nervosa.

Col caffè, meno depressione e suicidi

Secondo uno studio del National Institutes of Health, chi consuma all’incirca quattro tazzine di caffè espresso al giorno ha un’inclinazione del 10% in meno a entrare in uno stato di depressione, rispetto a chi non ne beve proprio. Quest’effetto è dovuto al suo contenuto elevato di antiossidanti. L’Harvard School of Public Health ha confermato quest’ipotesi e ha affermato che per chi assume caffeina il rischio di suicidio si riduce del 50% sia per gli uomini sia per le donne.

Qual è la dose massima di caffè

Per ottenere questi effetti come abbiamo accennato in precedenza non bisogna esagerare, secondo lo studio finlandese superare le quattro tazzine di caffè al giorno, può causare invece degli effetti contrari, portando invece alla depressione. Una ricerca condotta da Yassa e poi pubblicata sul Nature Neuroscience ha verificato che l’assunzione di una buona dose di caffè e caffeina migliora anche la longevità ed ha degli effetti protettivi sul cervello e sulla preservazione dei neuroni. Ad esempio, il caffè potrebbe incidere positivamente sulla prevenzione del Alzheimer. Lo studio ha concluso che l’assunzione di caffeina agisce sulla memoria e ne promuove la giusta conservazione nel tempo prevenendo così malattie come l’Alzheimer.

Caffeina e metabolismo

La scienza suggerisce di non assumerne più di quella contenuta in tre, quattro tazzine di caffè al massimo. Gli effetti di questa sostanza sono però altamente soggettivi: diversi studi genetici hanno identificato specifiche varianti genetiche che sembrano predisporre al metabolismo di caffeina (e quindi a un suo maggiore consumo).

Gli effetti sul nostro intestino

Negli ultimi anni numerosi studi si sono concentrati sul rapporto tra intestino e caffè e microbiota e caffè. Moltissime persone, infatti, lamentano mal di pancia dopo il caffè, suscitando l’interesse dei ricercatori. Altri, invece, lo assumono per una scossa di caffeina, altri ancora lo fanno con la consapevolezza che questa bevanda possa aiutare l’evacuazione.  Ma un’accentuata peristalsi dopo il caffè non sarebbe legata alla caffeina, ma ad altri composti bioattivi contenuti nei chicchi. Di recente si è visto che oltre alla caffeina, la bevanda contiene anche componenti specifici, tra cui minerali, alcaloidi, vitamine e lipidi.

Perché ad alcuni il caffè fa venire mal di pancia

Tra le cause dell’irritazione intestinale c’è l’aumento dei livelli di gastrina e colecistochinina, due ormoni coinvolti nell’evacuazione: la gastrina favorisce l’attività del colon, mentre la colecistochinina favorisce il transito intestinale. Ha degli effetti positivi importanti. Dagli studi in vitro sono emerse le proprietà antinfiammatorie ed antiossidanti sulle cellule dell’intestino e nei casi di adenocarcinoma colorettale. Sembra addirittura che il consumo moderato di caffè possa rallentare l’evoluzione del cancro del colon e del retto. Tuttavia, sono necessarie ulteriori ricerche per approfondire questi temi. Come in ogni situazione, il consumo di caffè deve essere adattato alle caratteristiche fisiche di ciascuno. In linea generale, le persone che soffrono di sindrome dell’intestino irritabile (IBS) potrebbero trovare che il caffè peggiora i sintomi

Quando è pericolosa?

In casi estremi la caffeina può essere letale: 10 grammi di caffeina sono quasi sempre sufficienti a provocare reazioni che portano a un arresto cardiaco. Una tazzina di caffè, però, ne contiene meno di 100 milligrammi (0,1 grammi). Occorrerebbero quindi 100 tazzine di caffè in rapida successione per assumere una dose mortale.

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sabato 21 settembre 2024

Alzheimer: tra burocrazia e costi crescenti, le famiglie allo stremo

 

La gestione economica della cura per le persone affette da Alzheimer rappresenta un problema non ancora risolto nel sistema sanitario italiano, e rischia di aggravarsi nei prossimi decenni.

Una questione particolarmente critica riguarda chi debba sostenere i costi della permanenza nelle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) quando viene diagnosticata la demenza.

Nonostante le normative prevedano che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) debba coprire gran parte delle spese, la realtà spesso lascia a carico delle famiglie oneri pesanti.

In Italia, il numero di persone colpite da demenza è destinato ad aumentare in modo significativo: dai 1,5 milioni attuali a 2,3 milioni entro il 2050, secondo le stime della Federazione Alzheimer Italia.

Questo incremento pone interrogativi seri su come il sistema sanitario potrà far fronte alla crescente domanda di assistenza, soprattutto considerando che i fondi stanziati per supportare queste esigenze non vengono utilizzati in modo uniforme.

Diverse regioni, infatti, pur avendo accesso a finanziamenti specifici, non li impiegano adeguatamente per potenziare le cure e i servizi.

 

Il fondo destinato al sostegno dei malati di demenza è stato recentemente rifinanziato con 34,9 milioni di euro per il triennio 2024-2026, come ricordato da Beatrice Lorenzin (Pd).

Tuttavia, la mancata spesa di queste risorse da parte di alcune regioni, evidenziata anche da Annarita Patriarca (Fi), dimostra come la burocrazia e la gestione disomogenea dei finanziamenti rappresentino una barriera all’accesso alle cure.

Oltre alla questione finanziaria, resta aperto il dibattito sulle modalità di ripartizione delle spese per le RSA. Solo poche strutture ricevono finanziamenti diretti dal SSN per la cura di pazienti affetti da demenza, mentre in molte altre i costi vengono divisi tra le famiglie e le autorità locali.

Quando una diagnosi di Alzheimer sopraggiunge dopo il ricovero, le famiglie si trovano spesso a sostenere spese che dovrebbero essere a carico dello Stato. Questa mancanza di chiarezza legislativa e operativa ha spinto Uneba, l’associazione che rappresenta le RSA, a chiedere un intervento del governo per definire regole precise.

L’assenza di un approccio uniforme alla gestione delle strutture per anziani fragili si riflette anche nelle diverse normative regionali. Ogni regione stabilisce requisiti specifici per il personale e i servizi offerti, e questo genera complicazioni per gli operatori del settore.

Questi ultimi, vincolati a rispettare leggi diverse a seconda della località, non hanno autonomia decisionale riguardo la copertura dei costi. Di conseguenza, Uneba sottolinea che le RSA non dovrebbero essere ritenute responsabili per le difficoltà economiche delle famiglie, essendo esse stesse soggette a normative stringenti.

Tuttavia, mentre la questione dei costi continua a pesare sul sistema, i progressi nel campo medico e scientifico non si fermano. A Brescia, ad esempio, il Comune ha siglato un accordo con l’Associazione Alzheimer Uniti d’Italia e altre fondazioni, tra cui l’Istituto di Ricerca Fatebenefratelli, unico in Italia specializzato nella ricerca sulle demenze adulte.

Questo centro è impegnato nella sperimentazione di nuove tecnologie e trattamenti, ma ha anche messo in evidenza le sfide che le famiglie devono affrontare, in particolare per quanto riguarda l’esclusione sociale e la mancanza di supporto.

La Federazione Alzheimer Italia e Alzheimer’s Disease International hanno lanciato un appello affinché il tema della demenza venga portato all’attenzione del prossimo G7 Salute, sollecitando una risposta coordinata a livello globale.

Nonostante i continui progressi scientifici, una cura definitiva per l’Alzheimer rimane ancora lontana. Questo rende la prevenzione fondamentale: fattori di rischio come l’obesità, il fumo, l’alcol e la sedentarietà possono aumentare la probabilità di sviluppare la malattia. Secondo Alessandro Padovani, presidente della Società Italiana di Neurologia, ridurre questi fattori potrebbe abbassare il rischio fino al 40%.

Tra le iniziative più significative nel campo della prevenzione si segnala lo studio ComfortAge, guidato dalla Fondazione Policlinico Gemelli. Questo progetto sta cercando di mappare i fattori di rischio e sviluppare strategie per ridurre l’incidenza della demenza, aprendo nuove strade per affrontare una malattia che coinvolge sempre più persone e famiglie.

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martedì 28 maggio 2024

La Terapia del Viaggio: fornire sollievo alle sofferenze dei malati di Alzheimer - Lucrezia Ciotti

 

La Terapia del Viaggio è una delle terapie non farmacologiche adottate per favorire il benessere dei malati affetti da vari tipi di demenza. Prendere un autobus o un treno per ritornare a casa è, spesso, il desiderio che maggiormente viene espresso dai pazienti affetti della sindrome di Alzheimer. A tal proposito, con la Terapia del Viaggio, viene ricreata l’ambientazione di un treno, all’interno di una Residenza Sanitaria Assistenziale, nella quale vivere virtualmente questa esperienza. Attraverso questa esperienza, il paziente riduce il suo stato d’ansia ed è rassicurato di essere nel posto giusto per poter tornare a casa.

Ivo Cilesi e le terapie non farmacologiche

L’iniziativa è nata dopo un’attenta analisi e riflessione su cosa potesse aiutare i malati di Alzheimer, portando loro conforto e aiuto. Ivo Cilesi, esperto di terapie non farmacologiche, ma anche pedagogista e musicoterapeuta, ha passato tutta la sua vita a cercare di lenire le sofferenze dei pazienti affetti da demenza e Alzheimer attraverso nuovi progetti: la Terapia del Viaggio e la cosiddetta Doll Therapy, in grado di gestire le difficoltà comportamentali e stimolare l’area cognitiva dei degenti.

Ivo Cilesi è venuto a mancare, all’ospedale di Parma, nel marzo 2020, in seguito ad una crisi respiratoria dopo il ricovero per la positività al Covid. Tuttavia, lo si ricorda, appunto, per la sua vita professionale caratterizzata da una forte attenzione per i problemi clinici delle persone affette da demenza: credendo ai risultati delle terapie non farmacologiche, metodi innovativi ed alternativi.

La Terapia del Viaggio: un trattamento alternativo per i malati di Alzheimer

La Terapia del Viaggio o trenoterapia, ideata nel 2009 come trattamento alternativo alle tradizionali terapie farmacologiche, si è dimostrata efficace nel fornire sollievo alle sofferenze dei malati di Alzheimer e di altre forme di demenza senile. Oltre a mantenere vive le capacità cognitive, non ancora compromesse dalla malattia, l’approccio si è rivelato utile nel contrastare sintomi tipici come: stati di agitazione, aggressività e comportamenti come il wandering, cioè la tendenza a vagare senza meta.

La Terapia del Viaggio, Cilesi, la descriveva così:

«Per i pazienti che si distaccano dalla realtà, essere proiettati in un viaggio ideale significa entrare nel presente e dimenticare il proprio malessere. Vivendo un rituale, fatto di preparativi e attese, ci si immedesima nella tensione verso una nuova meta. Abbiamo osservato comportamenti meno ansiosi, meno agitazione, in genere, e più presenza».

Attraverso questa terapia viene simulata l’esperienza del viaggio in treno che fa da contenitore affettivo e relazionale, permettendo di raggiungere la parte emotiva della persona in un luogo strutturato e sicuro.

Nel viaggio la persona si rilassa, attiva i ricordi, le relazioni e i contatti, oltre che sperimentare la fuga, il viaggio verso casa o verso un luogo desiderato. Per giunta, tale situazione può essere utilizzata anche dal professionista come strumento per stimolare le funzioni cognitive. Per tali motivi, non è importante né il punto di partenza né quello di arrivo, ma è il viaggio stesso ad avere una fondamentale azione terapeutica.

L’organizzazione della Terapia del Viaggio per i pazienti affetti da Alzheimer

Dentro le aree della quotidianità di una Residenza Sanitaria Assistenziale, in uno spazio dedicato, si realizza su misura uno scompartimento e viene organizzato il programma del viaggio. È fondamentale l’organizzazione dell’ambiente collegata ad una precisa metodologia: ci sono disturbi comportamentali difficilmente gestibili entro uno spazio; spesso è proprio lo spazio chiuso e contenitivo a rafforzare i disturbi psico-comportamentali, man mano che aumentano le difficoltà di riconoscimento della realtà vissuta.

Dalla partenza, con la timbratura dei biglietti, i pazienti vengono poi fatti accomodare nei posti all’interno del vagone, tenendo in considerazione che è essenziale realizzare una corrispondenza veritiera nell’allestimento del contenitore poiché, è bene ricordare che, per il paziente si tratta di un viaggio reale. A tal proposito, è fondamentale la fase preparatoria del viaggio, che comprende i colloqui preliminari con la famiglia di ogni degente al fine di raccogliere informazioni sugli eventi vissuti dal malato nel passato.

In questo modo, il treno potrà percorrere i luoghi della sua infanzia, attraverso il suo paese d’origine, ma anche semplicemente accanto a paesaggi a lui cari. Ogni minimo particolare deve essere scelto e correttamente posizionato, per essere evocativo ad una vera stazione ferroviaria: sala d’attesa, biglietteria, indicazioni segnaletiche, tabellone partenze e sedili; solo a questo punto è possibile dare inizio al percorso con alla guida del mezzo un operatore esperto.

Inoltre, il tipo di viaggio viene scelto partendo dal vissuto dell’ospite: viaggi a tema mare, montagna, città, campagna o altre tipologie, in base ad altre valutazioni che gli operatori considerano prioritarie. L’ambiente rievoca ogni dettaglio: i suoni del convoglio che viaggia sulle rotaie e le immagini dei luoghi proiettate sul finestrino laterale, rappresentato da un televisore e occultato come fosse proprio il finestrino del treno.

Dunque, l’esperienza della Terapia del Viaggio serve per stimolare nei pazienti il dialogo, la capacità di attenzione, oltre che risvegliare le emozioni positive connesse ai momenti del passato, facilitandone il rilassamento e i ricordi, che emergono durante il viaggio, sono poi impiegati a livello medico per la stimolazione cognitiva.

È bene ribadire, in conclusione, che la Terapia del Viaggio non ha lo scopo di sostituire le cure farmacologiche, ma si va ad aggiungere ad esse per favorire un miglioramento dell’umore stimolando l’attivazione di emozioni positive, utile, quindi, a diminuire la quantità di farmaci da assumere.

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sabato 25 febbraio 2023

Aiutiamola a casa loro - Alessandro Ghebreigziabiher


C’era una volta una donna, okay?
Una signora anziana, ovvero una persona come tante, banalmente definibile un essere umano.
Anzi no, altrimenti qui ci si guadagna di nuovo l’etichetta buonista, e d’altra parte la legge è legge, cribbio, che poi qualcun altro allude pure alla carta del razzismo e stavolta non è il caso, dico sul serio.
Diciamo una straniera in terra straniera, va bene? Così restiamo sul generico e nessuno si sente toccato sul nervo nascosto, più che scoperto.
La nostra ha 74 anni ed è anche in gravi condizioni di salute. Alzheimer, dicono, il che aggrava ogni cosa, dalla storia alla protagonista di quest’ultima.
Per colpa della malattia, o forse della follia del mondo in cui tutti viviamo, non è stata in grado di completare in tempo i documenti per restare nel Paese che la ospita.
Così, dopo 18 anni vissuti in una nazione che è ormai diventata la sua, secondo le norme vigenti dovrà tornare nella terra d’origine.
“Sono distrutto e arrabbiato”, ha dichiarato il figlio. “È disumano spostare da dove vive una persona che ha l'Alzheimer ed è troppo malata anche solo per prendersi cura di se stessa.”
L’uomo ha sposato una ragazza del luogo ed è per questo che la madre si è trasferita da lui. Per trascorrere l’ultimo tratto di vita vicina ai suoi cari, figlio, nuora e soprattutto i quattro nipoti.
In una calpestata, ancor prima che sottovalutata parola, per amore, quando intorno al 2005 la vittima di questa vicenda ha lasciato la sua patria con il marito che ora non c’è più. Un'auto deportazione, se volete, ma nell’accezione migliore.
Circa otto anni dopo il nemico pubblico numero uno della memoria e dell’intelletto ha cominciato a farsi impietosamente vivo e col tempo le condizioni della donna sono repentinamente peggiorate, sino a renderla incapace di nutrirsi, lavarsi o perfino parlare.
Così, il figlio si è convinto ad affidarla a una casa di cura.
Da un certo punto di vista, la seconda deportazione, malgrado con affetto e per necessità.
Nondimeno, è la terza che forse farà più male a tutti i soggetti interessati, con facoltà di intendere o meno.
Perché a decidere la definitiva separazione tra la nonna e i suoi familiari è un pugno di parole ottuse più che crudeli scritte da qualche parte e sottoscritte da individui altrettanto stolti, riluttanti a capire che le conseguenze delle decisioni prese dall’alto sulla vita di una quantità enorme di nostri simili, negli aspetti maggiormente disumani ricadono su ciascuno di essi.
A prescindere da ogni trascurabile quanto significativa differenza nelle origini e le fattezze del disgraziato di turno, quanto nello scotto da pagare al momento del dunque.
Perché si dà il caso che la donna che rischia di essere messa su un aereo e spedita al mittente alla stregua di un pacco, nonostante l’età e soprattutto la malattia, si trova in Svezia ed è una cittadina del Regno Unito, lo stesso Paese che si sta impegnando ossessivamente a fare lo stesso con i migranti per definizione…

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domenica 6 giugno 2021

Terapia della bambola per la demenza

 

 

Nel corso degli anni sono sorte diverse terapie non farmacologiche per trattare le demenze. Musicoterapia, terapia occupazionale, pet therapy… Hanno tutte un elemento comune: riportano alla luce ricordi ed emozioni passati per aiutare il paziente a riconnettersi con la propria vita. A questo proposito, oggi parliamo di una terapia molto recente: la terapia della bambola.

Prima di descrivere nel dettaglio questo approccio, è importante fare chiarezza su alcuni concetti. Secondo la Treccani, per demenza si intende “grave processo di deterioramento delle facoltà intellettive”.

L’OMS la definisce come “una sindrome, solitamente di natura cronica o degenerativa, caratterizzata dal deterioramento delle funzioni cognitive (ovvero dalla capacità di rielaborare il pensiero), ben oltre a quello che potremmo considerare una normale conseguenza del processo di invecchiamento”.

Secondo Nitrini e Dozzi (2012), la demenza è una sindrome caratterizzata dalla presenza di deterioramento cognitivo persistente che interferisce con la capacità dell’individuo di svolgere in autonomia le proprie attività lavorative o sociali. La OMS indica come più comuni i seguenti tipi di demenza:

·         Morbo di Alzheimer.

·         Demenza frontotemporale.

·         Demenza da corpi di Lewy.

Non ci sono dubbi sul fatto che una stessa malattia colpisce ogni individuo in modo diverso. Ne consegue che definire un piano personalizzato e che pone al centro l’individuo è fondamentale per garantire il successo dell’intervento.

È bene chiarire che si parla di “successo dell’intervento” quando vengono raggiunti gli obiettivi prefissati all’inizio dello stesso.

 

Il benessere delle persone con demenza è il risultato diretto della qualità dei rapporti che manteniamo con chi ci circonda.

-Kitwood-

 

Origini della terapia della bambola

Questa terapia non farmacologica è stata ideata negli Stati Uniti d’America. Come afferma Rodriguez (2018), Anne Burnett -direttrice del The Limes Care Home (centro per pazienti con demenza sito negli Stati Uniti)- è l’ideatrice di questo innovativo metodo terapeutico: la terapia della bambola.

La Burnett stava studiando il caso di una donna anziana che aveva perso un figlio da giovane e che chiamava sempre il piccolo gridando. Un giorno la dottoressa provò a dare alla paziente un’orsacchiotto di peluche durante uno dei suoi attacchi e lei si calmò.

A partire da quel momento, iniziò ad applicare questo metodo anche con altri pazienti, con pari successo sia nelle donne sia negli uomini.

 

Benefici della terapia della bambola

Sebbene molto spesso il trattamento farmacologico sia inevitabile, l’intervento con una terapia che non prevede l’uso esclusivo dei farmaci sta prendendo piede in tutto il mondo.

In Spagna, nella città di Salamanca, esiste un centro all’avanguardia in cui vengono applicate diversi intervento che ricercano l’equilibrio tra l’uso della terapia farmacologica e quella non farmacologica.

Secondo Carballo, Arroyo, Portero e Ruiz-Sanchez (2013). alcuni benefici dell’intervento non farmacologico in caso di demenza potrebbero essere:

·         Preservazione e/o stimolazione delle abilità.

·         Promozione dell’autonomia e dell’indipendenza dell’utente.

·         Migliori rapporti sociali e abilità comunicative.

·         Minore sensazione di solitudine e di isolamento.

·         Migliore concetto di sé e della propria immagine e, quindi, dell’autostima.

·         Migliore qualità di vita del paziente e della sua cerchia più ristretta.

·         Acquisizione di forza da parte del paziente.

·         Sviluppo bimanuale e motorio del paziente.

Altri benefici

·         Si instaura un clima di calma e positività prima e dopo l’intervento.

·         Sviluppo dell’affettività del paziente.

 

In sostanza, l’applicazione di questi interventi ha un effetto molto positivo sulla vita delle persone con demenza e, indirettamente, su quella dei loro familiari.

Si tratta senz’altro di un traguardo non indifferente. L’assenza di rimedi che consentano la regressione dei sintomi di diversi tipi di demenza (come nel caso della malattia di Alzheimer) non significa che non disponiamo di un buon margine di intervento utile a rallentare il decorso del declino cognitivo.

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