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sabato 27 giugno 2026

La parata militare umilia il 2 giugno. E pure i cavalli - Tomaso Montanari


“Chissà che discorsi geniali / sanno fare i cavalli”. Affiorano alle labbra questi versi di Gianni Rodari leggendo che la notte di venerdì un gruppo di cavalli, quasi sperando di tornare branco libero, è scappato dai preparativi della parata militare del 2 giugno, galoppando via in mezzo al caos romano. Erano stati spaventati, pare, dai botti sparati da un vigile urbano: cioè, con rispetto parlando, da una versione caricaturale dei soldati che tirano le bombe. Così, spaventati dalla finzione della guerra hanno provato a fuggire dalla pomposa celebrazione della guerra in cui sarebbero stati mute comparse.

Chissà che discorsi davvero geniali saprebbero farci, quei cavalli pacifisti – o almeno pacifici. Certo più geniali di quelli della classe politica italiana, che in ottant’anni di Repubblica non è riuscita a trovare un modo di onorare il 2 giugno che non tradisse clamorosamente lo spirito della Costituzione.

La parata del 2 giugno, questa “mala parata”, è di fatto un’esibizione di armi. Tanto pervasa da spirito militarista che i volontari del servizio civile, che vi prendono parte, hanno dovuto scrivere una lettera ai vertici dello Stato per chiedere di non essere obbligati a marciare inquadrati e a passo cadenzato come se fossero militari: pratica alla quale venivano formati nelle caserme! La parte del Paese che ha a cuore la pace, e la Costituzione, guarda con sgomento a questa esibizione, che traduce in liturgia armata le infelici parole dell’inno nazionale (un altro pezzo di storia che andava serenamente pensionato dopo la Costituzione) per cui saremmo pronti non già alla vita, ma “alla morte”.

Nello scorso aprile, su Avvenire, Luigino Bruni, Elena Granata e Tommaso Greco (insieme ad altre e altri) hanno proposto di “sostituire la parata militare del 2 giugno, con le sue liturgie che rimandano a un passato da ripudiare, con una sfilata civile, come gesto politico concreto per dare spazio a una riflessione comune sulle ragioni che ci tengono assieme davanti a sconvolgimenti epocali”. E in questo 2 giugno la Rete italiana Pace e Disarmo e “Sbilanciamoci!” promuovono in numerose città diverse iniziative popolari per festeggiare una Repubblica che “ripudia la guerra”: biciclettate, flash-mob per la pace, letture della Costituzione e presìdi nei territori.

E invece a Roma – sulla via fascista e colonialista dei Fori imperiali, e sotto lo sguardo annuente del garante supremo della Carta – sarà drammaticamente visibile, e pubblicamente onorata “la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche (che) genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche” (sono parole, profetiche, della prima enciclica di Leone XIV). La “nazione armata” al posto della “Repubblica che ripudia la guerra”: che colossale atto di diseducazione collettiva. Come si fa a celebrare il ripudio della guerra, questo principio rivoluzionario che spacca in due la nostra storia, continuando stancamente a sfilare in una parata militare che si pratica sostanzialmente identica dai tempi del militarismo imperiale dei romani antichi, e probabilmente anche da prima?

L’articolo 11 della Costituzione è una rivoluzione culturale sconvolgente, come capì don Milani: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Buttare tutto all’aria significa – ancora con don Milani – capire che “allora l’esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza”. Quell’articolo obbligava a rileggere la storia italiana, per costruire un futuro completamente diverso. Don Lorenzo l’aveva fatto, con i suoi ragazzi: “Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (utili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati a cento anni di storia italiana in cerca d’una ‘guerra giusta’. D’una guerra cioè che fosse in regola con l’articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l’abbiamo trovata”.

Ecco perché oggi, invece della della “nazione armata”, vorremmo vedere sfilare la Repubblica disarmata, e disarmante. Vedere sfilare donne e uomini che lavorano negli ospedali e nelle scuole, nei tribunali e nelle procure, nella cooperazione e nel terzo settore, nelle università e nei musei: e anche nelle caserme, sì, ma non in divisa e con le armi. Una parata buona, aperta dalla Flotilla per Gaza e da Emergency, e chiusa dai nostri diplomatici e da chi studia e insegna Diritto internazionale. Di questo abbiamo bisogno, in questo 2 giugno in tempo di guerra e genocidio. Bisogno di cittadine e cittadini pronti a disertare la guerra: a disertarla come quei cavalli in fuga, animali geniali.

da qui

martedì 9 aprile 2024

Franco Battiato era vegetariano

Non critico chi mangia carne, questa è una mia scelta venuta con il tempo. 

Per esempio: ho smesso di mangiare pesce in un secondo tempo. In Sicilia frequento degli amici pescatori bravissimi che mi hanno voluto coinvolgere nella pesca di fondo. Alle tre di una notte di agosto ho pescato un pesce, ma quando lui mi guardò e io ho corrisposto il suo sguardo, è come se ci fossimo capiti ed ho deciso di ributtarlo in acqua e da allora non mangio più pesce.

Un'esperienza analoga mi ha portato a decidere di non andare a cavallo. Ci monto sopra e sono felice. Tiro a sinistra lui fa resistenza ed io ho deciso di scendere, perché ho pensato: ma siamo pazzi? Perché deve sentire il mio peso di ottanta chili sulla schiena? Lo so che molti dicono che è nato per quello, ma io non accetto la regola della preda e del predatore anche in natura. La capisco ma non la accetto.

Ha degli animali?

Non direi così, loro vengono da me e mi fanno compagnia. Cani e gatti che non considero animali, ma esseri. Con loro ho una comunicazione reale. Non amo la cattività, non li tengo legati a delle catene, per questo mi sono stati avvelenati quattro cani.

da qui