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domenica 1 settembre 2024

Una diga sul Vanoi per risolvere la crisi idrica. Ma che diritto abbiamo di sacrificare una valle? – Italia Nostra

 

 

Poco più a monte di dove abitiamo, nelle terre a confine tra Trentino e Veneto, si sta dibattendo animatamente sul progetto che prevede la costruzione di una diga nell’ultima valle dove un torrente scorre libero. Scarse notizie sono arrivate in pianura, eppure la vicenda riguarda tutto il Veneto, tutto il Trentino e tutta l’Italia. Il progetto della diga sul Vanoi risale agli anni Venti del secolo scorso e a più riprese è stato valutato e scartato a causa dei reali pericoli idrogeologici. Dopo un centinaio di anni, tenendo conto degli studi degli anni 60 e degli anni 80, un nuovo progetto, un po’ più a monte dei precedenti, si è fatto avanti per ingabbiare anche queste acque che scorrono selvagge e per ora libere.

Lo Studio di fattibilità delle alternative progettuali (DOCFAP) redatto da un raggruppamento temporaneo di imprese il cui capogruppo è Lombardi Ingegneria S.r.l., su affidamento del Consorzio di Bonifica Brenta, è stato inviato con una lettera datata 2 luglio 2024 – all’interno della fase di consultazione preliminare (ex art. 5 del DPCM n. 76/2018) – solo ad alcuni Enti, avvisando dell’intenzione di avviare il dibattito pubblico, previsto dalla Legge, obbligatorio poiché la diga supererebbe i 30 m di altezza. In seconda battuta altri Enti e alcune associazioni, fra cui le nostre, sono state aggiunte e invitate a esprimere interesse a partecipare e a proporre eventuali osservazioni al riguardo: è stato quindi possibile venire a conoscenza dei documenti relativi al progetto.

Notizie più specifiche e la possibilità di essere convocati per il dibattito pubblico si sono palesate a seguito di una diffusa mobilitazione popolare del trentino e del bellunese, animata da un susseguirsi di pronunciamenti avversi da parte di enti pubblici di quella zona. Di particolare rilievo fra questi una diffida firmata il 12 luglio 2024 dal Presidente della Provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti al Consorzio di Bonifica Brenta a non dare seguito al progetto. Del resto, come sottolineato da molti, questa opera non appare in alcun documento di programmazione urbanistica comunale, provinciale o regionale.

Alcuni dei nostri Comuni, invece, si erano già precedentemente pronunciati a favore della realizzazione di questo invaso e nessuna mobilitazione finora è avvenuta in pianura, dove molti cittadini – probabilmente – non sono consapevoli dei rischi che questo progetto potrebbe comportare: per esempio il possibile allagamento dei territori a valle dell’invaso in caso di ipotetico collasso della diga, aggravato anche dalla conseguente probabile tracimazione della diga del Corlo di Arsiè, evento che potrebbe quindi interessare una estesa parte del territorio di Bassano e poi numerose altre zone lungo l’asta fluviale fino a Piazzola sul Brenta (come da documento obbligatorio di simulazione di DAM BREAK prodotto dagli stessi progettisti). La localizzazione dell’invaso viene prevista nella Val Cortella lungo il corso del torrente Vanoi, poco prima della sua confluenza col Cismon, in un luogo i cui problemi idrogeologici sono stati già segnalati nei precedenti studi e confermati dalla Carta di Sintesi della Pericolosità della Provincia di Trento, nella quale è segnata a livello P4, ovvero il grado più elevato.

La diga è fortemente voluta da chi sostiene sia indispensabile per la pianura al fine di risolvere i problemi causati dal cambiamento climatico, rendendo più efficaci le infrastrutture irrigue, la bonifica idraulica, la difesa dalle esondazioni e costituendo un nuovo bacino di accumulo. I problemi della pianura, tuttavia, non sono dovuti esclusivamente al cambiamento climatico ma ad un modello di urbanizzazione e un sistema di agricoltura che sono stati riconosciuti da molti come non più sostenibili. La realizzazione dell’invaso, per alcuni opera imprescindibile per tentare di risolvere la crisi idrica della pianura e per questo molto attesa, potrebbe portare con sé una serie di notevoli ripercussioni di carattere ambientale che influirebbe non solo a monte ma su tutto l’ecosistema fluviale, alterando le dinamiche di deposito dei sedimenti, la portata del fiume e gli habitat delle comunità vegetali e animali, determinando nella valle del Vanoi lo stravolgimento della vita, del benessere e delle attività di tutti i suoi abitanti. La localizzazione in quell’area di una massa d’acqua di almeno 20 milioni di m3 (previsti nella meno impattante e più accreditata delle 4 ipotesi analizzate nello studio, l’ipotesi C) influirebbe sul clima degli abitati a monte e i cantieri decennali altererebbero la viabilità e implicherebbero sbancamenti di notevoli dimensioni e la probabile messa in circolazione di una grande quantità di polveri.

Si sottolinea che la valle del Vanoi è tutelata in quanto sito Natura 2000 e che esiste specifica normativa appena approvata dal Consiglio Europeo che impone fra l’altro il rispetto della naturalità dei corsi d’acqua e del loro fluire libero per almeno 25.000 Km entro il 2030, ristabilendo quindi connessioni e abbattendo sbarramenti esistenti. Una direttiva volta nel suo complesso a mitigare gli effetti della crisi climatica e a contrastare la drammatica perdita di biodiversità in atto. Che diritti abbiamo allora di sacrificare l’ennesima valle in nome dell’emergenza climatica, senza valutare l’attuazione di interventi veramente sostenibili e notevolmente più economici di questa impresa titanica che a colpi di cemento cancellerebbe un territorio intero?

Il progetto in realtà non presenta alternative alla costruzione di invasi di diverse dimensioni e capienza. Ma molti sottolineano altre possibilità per risparmiare, tesaurizzare l’acqua. Gli esempi di forme alternative di ricarica della falda acquifera sono già stati sperimentati e hanno dato ottimi risultati: si pensi alle Aree Forestali di Infiltrazione (le cosiddette AFI) o all’allargamento dell’alveo dei fiumi. Politiche di risparmio dell’acqua dovrebbero essere adottate con sistematicità, sia nell’industria che nel settore domestico, mentre è improrogabile l’implementazione di pratiche agricole meno idroesigenti. Piccoli bacini di accumulo delle acque piovane potrebbero essere ospitati da ex cave o realizzati vicino ai luoghi di utilizzazione accogliendo acque di riciclo come già sperimentato. Infine, lo sghiaiamento dei 5 bacini già presenti lungo la valle del Cismon e dei suoi affluenti permetterebbe di recuperare la capacità degli invasi attivi e disponibili.

Non siamo i comitati e le associazioni del “no” come alcuni politici, in maniera superficiale, ci hanno etichettati. Non è questione di dire “no” a tutto, ma di dire “basta” allo sperpero di territorio, al restringimento degli habitat naturali, alla distruzione di quella che è la casa nostra e degli altri esseri viventi! È tempo di cambiare paradigma: in altri paesi si riconosce personalità giuridica ai fiumi e ai laghi, mentre in Italia si continua ad agire secondo una logica di estrattivismo e di predazione delle risorse. È necessario rovesciare il modo di pensare, scostandosi dal concetto di “utilità immediata” e adottando un pensiero lungimirante e rispettoso. C’è bisogno di essere accompagnati in questo cambiamento da contributi esperti, sia sulle dinamiche ambientali sia sulle esperienze di nuovo governo della risorsa idrica e sulla innovazione delle pratiche agricole. Proporremo a metà settembre un evento pubblico al quale inviteremo alcuni studiosi con cui siamo in contatto per trovare soluzioni basate sulla natura piuttosto che su interventi ingegneristici così impattanti.

Italia Nostra Bassano del Grappa
Acqua Bene Comune Vicenza
Associazione per il Rispetto Ambientale A.RI.A. bassanese
Centro di Iniziativa Politico Culturale Romano Carotti Bassano del Grappa
Consulta per l’Ambiente

da qui

martedì 4 febbraio 2020

La possibile decarbonizzazione della Sardegna, senza spendere miliardi di euro per il metano



Le Associazioni Ambientaliste Italia Nostra e WWF della Sardegna, insieme ai Sindacati di base Cobas Cagliari e Unione Sindacale di Base Sardegna, hanno elaborato un documento tecnico dal titolo “Sardegna zero CO– phase out 2025” che conferma la possibilità per la Sardegna di conseguire l’obiettivo previsto dalla Strategia Energetica Nazionale 2017 di chiusura entro il 2025 degli impianti di produzione di energia elettrica alimentati col carbone, senza che sia messa a rischio stabilità della rete ed approvvigionamento dell’energia elettrica.
Tale documento è scaturito a seguito della partecipazione da parte dei rappresentanti dei firmatari all’in- contro sul tema tenutosi nel luglio 2019 al MISE, e nelle more della nuova convocazione del tavolo tecnico presso lo stesso Ministero che si terrà il prossimo 31 gennaio.
Col presente documento, inviato ai Ministeri dello Sviluppo Economico, Ambiente, Beni Culturali e alla Regione Sarda, si è inteso inoltre dare un contributo al dibattito in corso sul futuro energetico della Sardegna, cercando di proporre soluzioni alternative e sostenibili rispetto a quelle avanzate da Governo Regionale, Confindustria e Sindacati Confederali, tutte convergenti sul duplice obiettivo di differire la data del 2025 per la decarbonizzazione e nell’ostinarsi a voler proseguire la fallimentare politica indu- striale che ha distrutto l’ambiente, l’economia e la salute dei cittadini. Si sono volute riconfermare le ragioni che inducono ad opporsi a progetti di infrastrutturazione antieconomici ed obsoleti quali quelli di metanizzazione dell’Isola, evidenziando nel contempo l’assenza di una programmazione economica che possa giustificare millantati risparmi sulla bolletta energetica per i cittadini, realmente perseguibili se di converso vengano attivati percorsi di smart policy.
Nella Conferenza Stampa che si terrà a Cagliari sabato 25 gennaio 2020 alle ore 10,30 presso la sede dei Cobas Cagliari in via Santa Maria Chiara (Pirri) n. 104 verranno illustrati i punti rilevanti del documento e le opportunità ambientali, economiche e occupazionali, che potrebbero derivare alla Sardegna da una seria politica di abbandono dei combustibili fossili al fine di raggiungere in anticipo rispetto ai termini fissati dalla CE l’obiettivo dell’impatto climatico Zero.
SARDEGNA “ ISOLA ZERO CO2” – Phase out 2025
Proposte operative per la decarbonizzazione della Sardegna
SINTESI DEL DOCUMENTO
Col presente documento si intende dare un contributo al dibattito in corso in Sardegna sulla possibilità o meno di conseguire nell’isola l’obiettivo previsto dalla Strategia Energetica Nazionale 2017 e dal PNIEC 2030 di chiusura entro il 2025 degli impianti di produzione di energia elettrica alimentati con carbone.
Il phase out è possibile senza rischio per la rete e la sicurezza energetica dell’isola
Sulla base delle informazioni tecniche disponibili, partendo dai dati utilizzati per l’elaborazione del PEARS del 2015 e dai report annuali pubblicati dall’azienda TERNA, gestore della rete elettrica nazionale, e dal GSE, gestore dei servizi energetici, si ritiene che tale obiettivo possa essere raggiungibile in Sardegna senza che sia messa a rischio la stabilità della rete e l’approvvigionamento dell’energia elettrica.
Una significativa quota della produzione di energia elettrica viene esportata
Nel 2018 infatti in Sardegna si è avuta una produzione di energia elettrica pari a 12.210,7 GWh, di cui 9.138,1 GWh destinata alla richiesta interna e 3.072,6 GWh esportata, quindi con un supero della produzione equivalente al 33,6 % rispetto alla richiesta (dati TERNA 2019 relativi al 2018).
Sempre secondo TERNA le ore di funzionamento annue medie complessive delle due centrali a carbone – ubicate a Portovesme e Fiumesanto – non superano nel complesso le 3.300 ore. Attualmente quindi le due centrali a carbone hanno un peso modesto nel sistema produttivo elettrico sardo ma un costo elevato dal punto di vista ambientale.
Le FER possono sostituire l’energia prodotta da fonti fossili
La produzione netta di energia elettrica da fonti rinnovabili soddisfa il 33,70% dell’energia richiesta nell’Isola e il 66,00% della domanda se si esclude l’industria. Tale produzione risulta inoltre quasi doppia rispetto all’obiettivo del 17,8% fissato al 2020 dal Burden sharing per la Sardegna.
Nonostante sia in costante aumento la potenza installata di energia elettrica derivata da FER, il suo utilizzo ottimale risulta fortemente condizionato da una rete di trasmissione e distribuzione inadatta. Se si procedesse ad un adeguamento del sistema elettrico nel suo complesso, alla realizzazione di sufficienti impianti di accumulo e ad un incremento della produzione da FER, si potrebbe assicurare con le sole fonti rinnovabili il soddisfacimento dell’intero fabbisogno energetico dell’Isola.
Lo studio “Solar Photovoltaic Electricity Generation: A Lifeline for the European Coal Regions in Transition” pubbli- cato a luglio del 2019 a cura dall’EU’s Joint Research Centre, dimostra ad esempio come gli impianti fotovoltaici, installati tenendo conto degli impatti ambientali correlati, abbiano in Sardegna un potenziale energetico tale da rendere ridondante l’utilizzo delle centrali termoelettriche alimentate a carbone.
Incentivare la produzione diffusa
Al fine di evitare ulteriori speculazioni sulla produzione di energia elettrica e contenere sprechi e sovrapproduzioni i futuri incentivi destinati alle FER dovrebbero privilegiare la produzione diffusa, l’autoconsumo e la costituzione delle Comunità Energetiche.
Decarbonizzare significa eliminare i combustibili fossili
La decarbonizzazione non si esaurisce con la chiusura delle centrali a carbone. Essa deve mirare alla progressiva riduzione, fino all’azzeramento, di tutte le emissioni di gas serra, (prima tra tutte l’anidride carbonica) conseguenti alla combustione di ogni tipo di fonte fossile. Per tale motivo la metanizzazione dell’isola appare in esplicito contrasto con i contenuti dei protocolli internazionali sul clima.
I sistemi di accumulo di energia a batteria attualmente in fase di sperimentazione nel polo multi tecnologico (Storage Lab di TERNA) in connessione con i compensatori sincroni studiati per una migliore gestione delle fonti rinnovabili, consentiranno di migliorare stabilità e sicurezza della rete elettrica e grazie al previsto collegamento tramite cavo HVDC Sardegna-Sicilia-Continente sud, verrà garantita la sicurezza energetica dell’Isola.
Una nuova policy energy
A tale policy energy deve affiancarsi una pianificazione interna del sistema energetico, che attui una diversa organizzazione territoriale (Distretti Energetici), in modo da ottimizzare il rapporto produzione-consumo in vista della creazione di una smart community territoriale a bilancio energetico annuale quasi zero.
Distretti energetici e Comunità energetiche
Le Comunità energetiche, definite come “un insieme di soggetti che all’interno di un’area geografica sono in grado di produrre, consumare e scambiarsi energia con una governance locale capace di favorire l’utenza in un’ottica di autoconsumo e autosufficienza”, rappresentano un modello avanzato di approvvigionamento, distribuzione e consumo diffuso e condiviso dell’energia, che ha l’obiettivo di facilitare utilizzo e scambio dell’energia generata da rinnovabili e ridurre i consumi energetici.
L’Efficientamento e il Risparmio Energetico rap- presentano una vera e propria forma di energia.
Una vera e propria fonte di energia può essere considerato l’efficientamento del sistema energetico, sia dal lato della produzione che dal lato dei consumi: un obiettivo da perseguire a partire dal patrimonio immobiliare pubblico. Il risparmio energetico è infatti la prima delle pratiche virtuose da attuare perché, per quanti sforzi si pongano in atto per migliorare il sistema produttivo della nostra società, esso determina comunque l’erosione delle risorse planetarie sottraendole alle generazioni future.
Il Green New Deal per un’Europa sostenibile interesserà anche la Sardegna
Il 15 gennaio 2020 il parlamento Europeo ha approvato il Green New Deal per un Europa sostenibile. Il Piano, che nasce con una dotazione di dieci miliardi di euro, è destinato a creare un “contesto in grado di agevolare e stimolare gli investimenti pub- blici e privati necessari ai fini della transizione verso un’economia climaticamente neutra, verde, competitiva ed inclusiva”. Tra le Regioni interessate la Sardegna ha trovato assoluta priorità con l’annunciato finanziamento delle attività di bonifica del petrolchimico di Porto Torres e delle miniere del Sulcis, iniziative che beneficeranno di un miliardo di euro.
La Democrazia Energetica
L’uso dei combustibili fossili presuppone un’ideologia che massimizza i consumi, incentiva gli sprechi e scarica sulla collettività i costi ambientali. Le rinnovabili ri- chiedono invece una visione comunitaria della produzione, che implica l’economia dei consumi nell’ottica di una tutela dell’ambiente. I due modelli si pongono in termini di paradigmi inconciliabili, poiché l’uno si basa su una struttura produttiva piramidale e unidirezionale, l’altro si configura come un sistema a rete di cui tutti sono attori in termini di produzione e consumo.
E’ possibile scaricare e consultare l’intero documento al seguente indirizzo:


lunedì 27 marzo 2017

Ancora assistenzialismo e nuovo inquinamento per il Sulcis - Italia Nostra

Sulcis, quando Pigliaru scriveva “Lasciamo le imprese al loro destino”! Ce lo ricorda Italia Nostra (ignorata dai giornali) - Vito Biolchini 
Me lo ricordavo quell’articolo, e probabilmente lo ho anche conservato da qualche parte. Sì, quell’articolo in cui il professor Pigliaru dalle colonne della Nuova Sardegna diceva che, insomma, era venuto il momento di dire basta alle industrie decotte nel Sulcis e che sarebbe stato “più saggio lasciare le imprese al loro destino e occuparsi invece dei lavoratori”. Era il 31 agosto 2012: anche per effetto di dichiarazioni del genere Pigliaru ha avuto il mio voto e quello di tanti altri sardi.
Quattro anni e mezzo dopo il professore, diventato presidente della Regione, fa invece esattamente il contrario di quello che allora teorizzava e prova a salvare l’Eurallumina che, come ho avuto modo di scrivere, prima chiude definitivamente, meglio è  (
“Io sto con i lavoratori ma non con l’Eurallumina: che prima chiude, meglio è per tutti”).
A ricordare le parole di Pigliaru ci ha pensato Italia Nostra con un documento inviato ieri a tutte le testate ma che i nostri quotidiani hanno pensato al momento di ignorare. Io ve lo propongo integralmente perché a mio avviso contiene degli spunti di riflessione interessanti.
L’altra notizia che voglio condividere con voi è la seguente: sta girando voce che la questione Eurallumina sarà avocata dal Ministero: ovvero, il Soprintendente ai Beni paesaggistici di Cagliari ed Oristano Fausto Martino, che coraggiosamente si è opposto all’ampliamento del bacino dei fanghi rossi perché in contrasto con il ppr, potrebbe vedersi sfilare la pratica, e questo su sollecitazione della Regione che conta così di avere il via libera direttamente da Roma. Nelle prossime ore sapremo se si tratta solo di una voce. Nel frattempo, buona lettura.
***
Ancora assistenzialismo e nuovo inquinamento per il Sulcis
I giorni scorsi è stata rinviata la Conferenza di Servizi che avrebbe dovuto decidere la riapertura dell’Eurallumina, la raffineria di bauxite di Portovesme. Motivo del rinvio il parere contrario del Ministero dei Beni Culturali per incompatibilità con il Piano Paesaggistico Regionale.
Desta quanto meno stupore il fatto che l’unica criticità rilevata, nell’ambito del procedimento autorizzativo per la rimessa in funzione dell’impianto, da parte degli Organi decisori, sia di esclusiva natura paesaggistica. Eppure si tratta di un impianto a forte impatto ambientale perché, per poter riprendere l’attività, si dovrà sollevare di 10 metri (fino a 46 metri di altezza totale) l’attuale bacino, che sarà riempito con fanghi inquinanti e pericolosi, contribuendo in tal modo a rendere irreversibile il processo di degrado ambientale del Sulcis, un Sin tra i più inquinati d’Italia. Nell’ambito di un tale “revamping” industriale dovrà per di più essere realizzata una nuova centrale a carbone, in una regione dove il 78% dell’energia prodotta proviene dall’uso di combustibili fossili, di cui il 25% circa ottenuta dalla combustione del carbone.
Nuovi e inquinanti progetti per rilanciare uno stabilimento i cui dirigenti sono attualmente sotto processo per danno ambientale, disastro ambientale consumato e traffico illegale di rifiuti.
Le motivazioni contrarie alla costruzione della nuova centrale a carbone a Portovesme sono state esposte ed adeguatamente argomentate nelle Osservazioni al PEARS del 2016 da parte di Italia Nostra, WWF e LIPU. È appena il caso di ricordare che la centrale risulta in aperto contrasto con gli enunciati di sostenibilità contenuti negli indirizzi e negli obiettivi del PEARS e la scelta, dettata esclusivamente da motivazioni economiche connesse al basso costo del carbone, risulta essere in perfetta antitesi con i contenuti della Road Map 2050 e i trattati COP21 e COP22, che impongono un percorso ispirato alla decarbonizzazione, riduzione delle emissioni di CO2, risanamento ambientale.
Attualmente il sistema elettrico sardo produce una quantità di CO2 per Kilowattora di energia superiore di oltre l’80% rispetto alla media italiana, con una quantità di circa 700 grammi di CO2 per unità di energia rispetto ai 400 grammi prodotti nella penisola.
Perché riaprire uno stabilimento, come quello dell’Eurallumina, che copre una fase intermedia nel ciclo dell’alluminio, con una produzione slegata completamente da un territorio ridotto alla fame, e per questo costretto ad accogliere qualsiasi impianto ad alto tasso di inquinamento in cambio di qualche posto di lavoro?
NOI non esitiamo a dire che è necessario fermarsi e riflettere, perché è folle perseverare nell’errore di tenere in vita industrie senza futuro per il territorio, insostenibili sotto l’aspetto ambientale ed economico, che per paradosso drenano risorse pubbliche.
“Il fatto è che di fronte a emergenze di occupazione e di reddito, l’istinto italiano, sbagliato, è di esercitare un vero e proprio accanimento terapeutico a favore dell’impresa in crisi, anche quando le prospettive di mercato sono improbabili o nulle. Sono interventi che bruciano risorse pubbliche preziose e, creando false aspettative, consumano futuro. Quasi sempre sarebbe più saggio lasciare le imprese al loro destino e occuparsi invece dei lavoratori, sostenendo il loro reddito e accompagnandoli con servizi di qualità (orientamento e formazione, in primo luogo) verso una nuova occupazione”, scriveva il prof. Francesco Pigliaru il 31 agosto del 2012 sulla Nuova Sardegna.
Nel rammentare al prof. Pigliaru, attuale Governatore della Regione Sardegna, queste sue non lontane dichiarazioni, chiediamo con forza l’effettiva applicazione di quei sani e condivisi principi che da un lato garantiscano ai lavoratori del Sulcis il diritto al lavoro e dall’altro tutelino la salute dei Sulcitani che vivono all’interno del SIN, sotto l’incubo di varie e gravi patologie che presentano percentuali di incidenza sulla popolazione che non si possono continuare a ignorare. Il Rapporto SENTIERI ha evidenziato gli elevatissimi rischi per la salute mettendo in relazione la presenza delle industrie, la pregressa attività mineraria e la produzione energetica da combustibili fossili con l’eccesso di mortalità per le malattie dell’apparato respiratorio e del tumore della pleura.
Riportando ancora le parole scritte dal prof. Pigliaru nel 2012 ricordiamo che nel “Sulcis non mancano proposte ragionevoli e di buon senso … in grado di creare occupazione diffusa e sostenibile: la straordinaria dotazione di bellezze naturali e la ricchezza della storia mineraria. In più, c’è un agro-alimentare di qualità… Bisogna però capire questo: che la vera emergenza per il Sulcis non è una fabbrica che va via o una miniera che chiude. È invece una qualità delle istituzioni che oggi non dà garanzie sufficienti a coloro che devono affrontare le profonde e anche dolorose (socialmente ed economicamente) trasformazioni necessarie per raggiungere una nuova sicurezza economica. Chi li accompagnerà in quel percorso? … Chi è in grado di sbloccare le bonifiche per rendere credibile la prospettiva di un decente e sostenibile sviluppo basato sulla bellezza paesaggistica del territorio?”.
La risposta a queste domande, non può e non deve essere l’installazione di un ulteriore impianto industriale a Portovesme – in contrasto con lo stesso strumento urbanistico comunale – che continuerà a impedire le produzioni agroalimentari, la pastorizia e l’agricoltura, la pesca e il turismo, settori capaci di garantire migliaia di posti di lavoro produttivi a costi di gran lunga contenuti rispetto a quelli delle attività industriali.
Rispetto ad un quadro ambientale, sanitario e paesaggistico così degradato, si resta attoniti nel constatare che l’unico parere negativo sul nuovo disastro ambientale annunciato provenga con isolato coraggio dagli uffici periferici del Ministero dei Beni Culturali, con le cui riserve ed eccezioni non possiamo che pienamente concordare in quanto rivendicano semplicemente l’applicazione delle regole paesaggistiche che la stessa regione Sardegna si è data. Di contro Enti, Ministeri e Assessorati preposti alla tutela dell’ambiente e della salute non solo non fanno udire le inoppugnabili ragioni del dissenso, ma si accodano con supina acquiescenza e subalterna connivenza, alle posizioni demagogiche di quei tanti politici che con le loro scelte passate e presenti hanno contribuito a creare nel Sulcis il più grande disastro ambientale, sanitario ed economico dell’Europa intera.
li, 5 febbraio 2017

Il Consiglio Regionale di Italia Nostra Sardegna