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giovedì 2 aprile 2026

Lo Stato spende, il privato incassa. La crisi del personale sanitario in cifre - Federico Giusti

La popolazione europea invecchia, i lavoratori attivi diminuiscono  e la Ue è alle prese  con un grave problema ossia la necessità di reperire circa 1,2 milioni tra medici, infermieri e ostetriche.

Il numero di infermieri attivi, ma ormai prossimi alla pensione, sta diventando elevato e l'Italia dovrebbe pentirsi di avere istituito il numero chiuso nelle facoltà universitarie afferenti alla branca di medicina. Gli infermieri italiani sono considerati tra i migliori dei paesi Ue, per questo risultano particolarmente richiesti da nazioni nelle quali gli stipendi sono decisamente più alti e per questo offrono condizioni migliori, risultano decisamente attrattivi.E' fin troppo noto che il personale sanitario italiano debba fare i conti con orari lunghi, carenze di organico, stipendi bassi e elevato stress con migliaia di casi di burnout che si manifestano anche con l' abbandono della professione o la rinuncia al profilo professionale.

Per evitare contenziosi tra i paesi aderenti, la Ue ha messo a punto un'iniziativa triennale per programmi di formazione destinati al settore infermieristico, nel frattempo l'Italia, e non solo lei, deve affrontare il problema della carenza di personale sanitario attratto all'estero da situazioni contrattuali migliori e carichi di lavoro più accettabili.

Stesse politiche nei paesi nordici ove il costo della vita decisamente caro include nell'offerta i costi dell'alloggio, le bollette e qualche biglietto aereo. Difficile competere per l'Italia con la miseria dei salari della PA e del Servizio Sanitario nazionale, difficile colmare il divario economico e al contempo assicurare anche opportunità di crescita economica e professionale.

Non sono notizie nuove, è sufficiente andare in rete per trovare rapporti, studi e relazioni, la classe politica e i dirigenti pubblici dovrebbero almeno conoscere certe situazioni e risolvere, una volta per tutte, le problematicità derivanti dai carichi di lavoro elevati, dalla carenza cronica di personale. Invece di acquisire consapevolezza provano a ridurre i tempi necessari per acquisire i titoli di studio, trasformano le scuole tecniche in apprendistato, limitano le ore di insegnamento e riscrivono i programmi scolastici su diretto suggerimento delle imprese. 

Non capiscono che la eccellenza sta proprio nel sistema scolastico pubblico che invece si accingono a distruggere.

Ed è comunque paradossale che un paese come il nostro importi infermieri dall'estero, da assumere attraverso agenzie interinali e cooperative quando permette alle professionalità di casa propria l'espatrio all'estero, anzi invoglia la fuga verso altri paesi mantenendo bassi i salari.

Colmare le carenze strutturali del sistema sanitario nazionale sembrerebbe una missione impossibile per i governi italiani di qualsivoglia maggioranza politica, perfino chi da anni invoca la precedenza agli italiani sfugge alle proprie responsabilità, se vogliamo offrire una seria alternativa ai giovani neo laureati urge investire e farlo partendo dalle condizioni di lavoro e dai livelli contrattuali e retributivi.

da qui

venerdì 21 novembre 2025

Scuola e Rearm Europe - Federico Giusti

 

Gira una battuta tra i docenti delle scuole, ossia che il Ministero dell’Istruzione e del Merito si stia trasformando in Ministero dell’Istruzione Militare. A prescindere dall’ironia c’è del vero in questa considerazione, se pensiamo alle innumerevoli circolari del Ministero e alla presenza di militari nelle scuole di ogni ordine e grado.

Da qualche tempo il mondo della scuola si sta risvegliando, e non solo per la buona partecipazione ai due scioperi generali tra settembre e ottobre (pur con percentuali ancora troppo basse come del resto nell’intera Pubblica amministrazione), ma perché oltre ai bassi salari e ai rinnovi contrattuali – con aumenti irrisori pari a un terzo dell’aumento reale del costo della vita – sta prendendo corpo un diffuso malessere verso le politiche educative del Governo, tra circolari e continue intrusioni atte a generare un sistema di controllo dopo le centinaia di mozioni in solidarietà con il popolo palestinese, e contro il genocidio, che sconfessano la politica dell’Esecutivo.

Poiché a tal riguardo stanno diffondendosi nelle scuole svariate iniziative che vedono protagonisti docenti e studenti, questa unità di azione turba i sonni del Ministro Valditara il cui apporto riguardo alle necessità inerenti il suo settore di competenza per la Legge di Bilancio è del tutto ininfluente.

Il malcontento nella scuola cresce: le risorse sottratte all’educazione, al rinnovo dei plessi scolastici, ai salari di tutto il personale vanno a finire nelle spese militari; mentre Valditara non lesina finanziamenti agli istituti privati, favorisce l’assicurazione sanitaria con enti privati, non ci sono interventi per ridurre i costi dei corsi abilitanti e formativi, e si taglia o si risparmia perfino sulle supplenze e sugli insegnanti di sostegno.

Il 4 Novembre avrebbe dovuto tenersi un corso di formazione per docenti, ad organizzarlo una struttura abilitata dal Ministero e vicina al sindacato Usb in accordo con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’Università. Il ministero ha impedito lo svolgimento di questa attività formativa per i docenti adducendo motivazioni del tutto discutibili come ad esempio la impossibilità di costruire corsi di aggiornamento su tematiche di attualità, mentre è invece del tutto evidente che i temi e i relatori scelti per quel convegno siano la causa dell’intervento repressivo.

Per anni ha fatto comodo al ministero avere dei centri accreditati che facessero formazione senza costi aggiuntivi per lo Stato; proprio oggi si è scoperto che attraverso questi corsi prende corpo una visione critica all’operato del Governo e ai suoi programmi didattici, in aperta contestazione delle linee guida ministeriali, ad esempio, quelle sulla educazione civica. E di conseguenza diventa inaccettabile lo svolgimento di queste giornate formative.

La scelta del 4 Novembre, per parlare di riarmo, guerra e Palestina, non era casuale ma una coincidenza voluta. Con la legge 27 del 1º marzo 2024 è stata istituita la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate che all’articolo 2 legittima l’ingresso delle forze armate nel mondo dell’istruzione. Scegliere di organizzare un corso iin tale data, con la adesione di 1300 docenti che si sarebbero collegati online, ha rappresentato un autentico schiaffo morale al Governo e ai suoi valori militaristi; meglio dunque che nella scuola non si parli del Rearm Europe, del genocidio, della demilitarizzazione del sapere o di educazione alla pace. Ma il MIM è andato ben oltre giudicando la iniziativa in aperto contrasto con i percorsi formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, mentre ben altri sono i giudizi sulle attività intraprese dalle forze armate nelle scuole che invece godono del plauso assoluto da parte del ministero.

L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università scrive a tale riguardo:

Il termine militarizzazione delle scuole e delle università, rimanda sia a quel processo di verticalizzazione e gerarchizzazione della “gestione scolastica” e la conseguente delegittimazione degli Organi Collegiali ridotti a organismi ratificanti (entra in questo discorso anche il tentativo della ministra Bernini di riformare le università con i CDA asserviti al governo), sia al crescente fenomeno di vera e propria occupazione degli spazi dell’istruzione da parte delle forze armate, delle forze dell’ordine e delle industrie della filiera bellica, che inevitabilmente comporta l’inserimento nel mondo dell’istruzione di “valori militari” e “pratiche educative” totalmente estranei al ruolo che la Costituzione attribuisce a scuole università.

Difficile spiegare meglio quanto accade, se non fosse che ad essere minacciata è la stessa libertà di insegnamento, come dimostrano i tentativi di censura di alcuni libri di testo, la introduzione del codice disciplinare e di condotta del MIM (con conseguente creazione di uffici per i procedimenti disciplinari); si sono create le condizioni atte a favorire logiche e pratiche repressive, securitarie e belliciste come dimostra a anche quel Programma di comunicazione del ministero della Difesa, da poco rivisitato, il cui intento principale è trasformare la Difesa in un concetto vasto e onnicomprensivo, dove l’elemento militare si unisce ad una nozione pervasiva di sicurezza. E in questa ottica ogni contestazione alla presenza di militari nelle scuole, anche quando impartiscono lezioni revisioniste della storia del secolo scorso, diventa una sorta di minaccia alla identità e appartenenza alla Nazione. Se qualcuno lo ignorasse ancora, i termini utilizzati sono assai più vicini al Ventennio che alla storia democratica della Repubblica nata dall’antifascismo, o se preferiamo siamo davanti a una mera retorica militarista funzionale al riarmo europeo, all’aumento delle spese militari, al disimpegno del pubblico nell’università per favorire l’ingresso di aziende – anche di armi – e di fondazioni private.

La recente Risoluzione del Parlamento europeo sull’Attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune dell’anno in corso invita l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate, e a rafforzare la resilienza e la preparazione delle società alle sfide in materia di sicurezza, consentendo nel contempo un maggiore controllo e scrutinio pubblico e democratico del settore della difesa.

Da qui si arriva al Libro Bianco della difesa europea per il quale «È giunto il momento per l’Europa di riarmarsi. Per sviluppare le capacità e la prontezza militare necessarie a scoraggiare in modo credibile le aggressioni armate e garantire il nostro futuro, è necessario un massiccio aumento della spesa europea per la difesa»1.

L’intero documento in esame propone una costante drammatizzazione dell’esistente, evitando nella maniera più assoluta di prefigurare alternative, traiettorie di sviluppo differenti, fosse anche solo come prospettiva ideale: bisogna mirare al sodo delle questioni evitando di ammettere la possibilità di percorsi alternativi al riarmo. Per l’appunto, vi si trova scritto che se non si potenzierà il settore militare, «In un’epoca in cui le minacce proliferano e la concorrenza sistemica aumenta, (…) l’Europa sarà meno in grado di decidere del proprio futuro e sarà sempre più strumentalizzata da grandi blocchi economici, tecnologici e militari che cercano di ottenere un vantaggio su di noi»2.

E se queste sono le premesse per giustificare il riarmo europeo c’è solo da attendersi la stessa militarizzazione delle scuole di ogni ordine e grado; la strada intrapresa negli ultimi mesi va proprio in questa direzione.

1 Ivi, p. 3.

2 Ivi, p. 4.

da qui

lunedì 1 settembre 2025

Credere. obbedire e combattere: quando il silenzio attorno agli interessi economici e militari ha bisogno della nostra passività - Federico Giusti

Partiamo dalla Gazzetta ufficiale del 21 dicembre 2023 ove è pubblicato il decreto-legge n. 200 del 2023 (A.S. 974) che proroga al 31 dicembre 2024, l’autorizzazione all'invio di armi all’Ucraina,

«È prorogata, fino al 31 dicembre 2024, previo atto di indirizzo delle Camere, l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina».

Una sorta di proroga automatica senza alcun passaggio Parlamentare, del resto oggi un deputato o un senatore della Repubblica non può accedere alle basi militari per accertarsi della eventuale presenza di armi nucleari al suo interno, siamo davanti a luoghi sui quali anche la cosiddetta sovranità nazionale è di fatto sospesa. 

Dopo anni di mancate discussione e di proroghe automatiche siamo arrivati al punto che numerose decisioni in materia militare sono ormai sottratte al dibattito parlamentare bypassando anche gli enti locali nel caso in cui si parli di basi militari e di utilizzo del territorio per il trasporto di sistemi d'arma. 

Del resto molti capitoli di bilancio concorrono alla spesa militare complessiva e non sono afferenti al solo Ministero della Difesa, quando viene calcolata la spesa bellica  si continua a sostenere che l'obiettivo da raggiungere è il 2% del PIL  come la Nato invoca dal 2014. Ma guardando a tutti i capitoli di bilancio si capisce che la spesa militare reale è assai superiore a quella dichiarata e vale non solo per l'Italia ma per altri paesi ad esempio gli Usa come si apprende da un articolo, disponibile anche in lingua italiana, pubblicato su una importante rivista della sinistra statunitense 

https://monthlyreview.org/2023/11/01/actual-u-s-military-spending-reached-1-53-trillion-in-2022-more-than-twice-acknowledged-level-new-estimates-based-on-u-s-national-accounts/

Il rinnovo automatico del rifornimento di armi è ormai una prassi consolidata come del resto la conferma annuale delle missioni militari all'estero (per le quali la spesa è stabile o in lieve incremento), quando poi ci si imbatte in un dibattito parlamentare non sono mai presi in esame i mutevoli scenari politici ed internazionali, la presenza nelle aree interessate di conflitti  armati non solo dalla vendita di armi ma anche dalla volontà delle multinazionali di accaparrarsi il controllo dei prodotti energetici e del sottosuolo, specie quelli vitali per la riconversione green. 

A guidare l'operato dei vari Governi occidentali restano accordi commerciali e interessi economici e militari con il settore bellico divenuto strategico proprio l'alta reddittività e le tecnologie dual use. 

Il rapporto tra approvigionamento energetico e ricorso alla guerra è divenuto dirimente e lo sarà in misura crescente nei prossimi mesi o anni. 

La Commissione europea si prefigge l'ambizioso obiettivo di  coordinare e potenziare la filiera della produzione energetica comunitaria sotto una unica regia per  sviluppare il potenziale economico latente. A questo discorso però va ricollegata anche l’idea di avere un esercito europeo (da qui nasceva il documento strategico denominato la Bussola Europea) per intervenire ovunque siano minacciati gli interessi economici delle multinazionali occidentali, nazionali e comunitarie: un interventismo bellico indispensabile per depredare terre e popoli delle loro risorse del sottosuolo e per attenuare eventuali rischi e pericoli per le catene di approvvigionamento (energetiche e commerciali). 

Non è un caso se, tra gli investimenti che garantiscono un ritorno maggiore, oltre a quelli nei settori a più alto tasso tecnologico in generale vi siano quelli nelle tecnologie dual use ( prodotti a uso civile che possano essere utilizzati anche in ambito militare.) e nel settore militare. L'intervento del Governo italiano per semplificare le procedure (o meglio ridurre i controlli ) di importazione, esportazione e transito sul territorio nazionale di armi non è stato un fulmine a ciel sereno, parliamo della modifica della L. 185/1990:che consentirà all'Italia la vendita di armi anche a  paesi in guerra e colpevoli di violare i diritti umani come in buona parte accade già da tempo. Ma la novità dirimente arriva dal ridimensionamento dell' Uama ossia l’Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento  se i sistemi di arma saranno in parte o in toto finanziati con fondi europei. 

Proprio in questi giorni il ministro della Difesa Crosetto ha chiesto alle commissioni Difesa del Parlamento alcuni programmi di riamo per l’acquisto di droni armati di produzione italiana e di batterie lanciamissili ATACMS di produzione americana invocando la difesa del territorio nazionale. 

Il sistematico ricorso alla guerra e alla militarizzazione avviene in una fase storica nella quale l'opinione pubblica risulta sempre più contraria all'invio delle armi, stando ai sondaggi meno del 30% dei cittadini italiani si dichiara favorevole al sostegno dell'Ucraina e ancora meno sono schierati a favore di Israele. 

Poco prima di Natale è arrivato l' “Ottavo pacchetto” di invio di materiali ed equipaggiamenti militari all’Ucraina senza alcun dibattito in Parlamento ma solo con una semplice comunicazione del ministro Crosetto alle Camere. 

Sulle armi all'Ucraina ci sono numerosi dubbi provenienti anche da settori politici non certo vicini a noi, ad esempio il portale Analisi Difesa in un articolo di cui riportiamo il seguente passaggio:

Secondo il rapporto dell’Ufficio dell’ispettore generale del dipartimento della Difesa, è stato perso il controllo del 59% degli 1,7 miliardi di dollari in equipaggiamenti militari di cui gli Stati Uniti dovevano monitorare la consegna e l’impiego. Sono mancate “misure appropriate per monitorare la consegna delle forniture”, che includono missili, droni e visori notturni per le armi in dotazione ai militari ucraini.(da qui) 

La prassi del Governo Meloni non è nuova nel panorama politico italiano tanto che i governi precedenti si sono mossi in maniera analoga accampando motivazioni di interesse nazionale ed internazionale. 

La sospensione della democrazia, della partecipazione attiva dei cittadini e dei loro rappresentanti alle decisioni più importanti è ormai una prassi consolidata destinata a diventare regola e non eccezione. Ecco spiegata la ragione per la quale ogni decisione in materia militare deve diventare un interesse strategico da salvaguardare ad ogni costo anche a discapito del mero diritto alla informazione, alla critica e al controllo democratico. 

Per favorire questi processi neo autoritari la militarizzazione delle scuole e dell'università diventa dirimente e non solo per ragioni economiche ma per costruire un modello sociale nel quale il ricorso alla guerra e alla militarizzazione sia costante, condiviso e ovviamente avvolto nel silenzio con una cittadinanza passiva, disattenta e sostanzialmente ignara dei fatti reali, ovviamente in linea con il fatidico, si fa per dire, motto Mussoliniano: credere, obbedire e combattere.

mercoledì 24 aprile 2024

Ti ammali ? Vieni demansionato o messo a zero ore senza stipendio - Federico Giusti


Il personale dichiarato inidoneo alla funzione per motivi di salute non dorme sonni tranquilli, la inidoneità può arrivare come un fulmine a ciel sereno e distruggere ogni certezza nella nostra vita.

Oggi i diritti degli inidonei sono ridotti a carta straccia, nel settore autoferrotranviario un tempo venivano collocati in altre mansioni oggi invece rischiano di trovarsi a casa senza stipendio.

Manca in tante aziende private la possibilità di percorsi formativi per ricollocare l’inidoneo ad altre mansioni e una recente Sentenza della Corte di Cassazione consente al datore di lavoro pubblico di inquadrare il lavoratore  in mansioni inferiori specie se lo stesso non ha presentato alcuna istanza per essere adibito ad altre mansioni previste dalla normativa contrattuale. Ma questa istanza può anche non essere avanzata specie se la inidoneità arriva in un momento di crisi aziendale o se interi settori sono stati nel frattempo oggetto di esternalizzazioni.

I contratti nazionali offrono ormai scarse tutele, se nel corso della visita periodica aziendale vengono riscontrate problematiche di salute incompatibili con la mansione svolta non esiste alcun automatismo che preveda la salvaguardia dei diritti pur con mansioni diverse specie se l’azienda è piccola e non sa ove ricollocare l’inidoneo.

Dopo la visita medica arriva il documento di idoneità alla mansione, in caso contrario inizia un autentico calvario per evitare il quale si va al lavoro cercando di occultare anche uno stato di salute precario. In teoria ogni lavoratore è obbligato a rilasciare dichiarazioni non fallaci sul suo stato di salute ma davanti al rischio di essere licenziati quanti di noi sarebbero disposti a dire la verità fino in fondo?

Molte volte la patologie riscontrate sono anche conseguenza di ritmi insostenibili, si contraggono patologie proprio per la tipologia del lavoro, per lo stress psico fisico a cui veniamo sottoposti. La Sentenza di Cassazione esclude il licenziamento del dipendente per inidoneità fisica o psichica prima di aver cercato di ricollocarlo ad altra mansione, ma se queste mansioni alternative non esistono in azienda cosa succederà?

Si potrà in teoria essere adibiti a mansioni diverse, mansioni compatibili con la stessa qualifica, ma ormai è acclarato che per conservare il posto di lavoro si subisce il ricatto dell’inquadramento in qualifiche inferiori che ormai è nelle potestà datoriali. E se nel pubblico è possibile che esista anche una carenza di posti e di mansioni alle quali adibire l’inidoneo, immaginiamoci cosa potrà accadere nel privato o negli appalti, nelle cooperative e in piccole aziende.

Il diritto del lavoro è ormai diritto del più forte a solo vantaggio della parte datoriale, la salvaguardia della salute e degli stessi diritti diventano un optional.

da qui

mercoledì 29 novembre 2023

Il crollo della spesa sanitaria - Federico Giusti

 

L’incremento del fondo sanitario viene previsto dalla prossima legge di Bilancio ma il presunto aumento di spesa in realtà non corrisponde a verità, stiamo parlando infatti di risorse destinate ad alcune voci afferenti al capitolo sanità ma non propriamente alla salute pubblica.

Figura 1. Spesa sanitaria pubblica nei paesi OCSE in % del PIL (anno 2022 o più recente disponibile)



Trattasi infatti di soldi vincolati al rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro dei dipendenti della sanità pubblica che da due anni sono senza contratto fino all’Accordo per i medici di base che da qui a pochissimi anni saranno in numero insufficiente anche a causa del numero chiuso per l’accesso ai corsi di laurea, breve e lunga, delle facoltà di Medicina. Questioni dirimenti per capirci ma da qui ad asserire che la spesa sanitaria aumenti corre grande differenza, in realtà Meloni segue la strada dei tagli al settore già intrapresa da Mario Draghi.

Figura 2. Spesa sanitaria pubblica nei paesi OCSE in $ pro-capite (anno 2022 o più recente disponibile)



Fatti due conti parliamo di 2,3 miliardi inseriti nella Legge di Bilancio mentre per abbattere le liste di attesa, assumere personale in deroga ai tetti di spesa, investire insomma nella salute pubblica servirebbero ben altre cifre. E non si dice che le risorse stanziate alla sanità privata sono invece in aumento mentre il Fondo Sanitario Nazionale resta fermo e non tiene conto della inflazione. Per capire quanto un paese spenda per la sanità e la salute pubblica occorre guardare rapporto tra spesa sanitaria e PIL nazionale tanto che nel settembre scorso Sole 24 Ore, impietosamente, scriveva che la spesa sanitaria italiana nel 2022 era inferiore, del resto come i salari, alla media OCSE e il nostro paese si collocava al sedicesimo posto per spesa pro capite. In allegato una tabella che evidenzia la reale spesa italiana in materia di sanità.

Figura 3. Trend spesa pubblica pro-capite 2008-2022: media paesi europei area OCSE vs Italia



Molte patologie oggi sono legate all’inquinamento, allo stress correlato al lavoro, al diffondersi di malattie e tumori, alla scarsa prevenzione derivante dalle croniche difficoltà in cui si trova il Servizio Sanitario Nazionale, dalle difficoltà economiche insorgenti e tali da precludere a molte famiglie l’accesso a strutture private magari per non attendere un anno prima di sottoporsi a una mammografia. Molti sanitari oggi sono in realtà interinali o dipendenti di cooperative e ditte in appalto e con marcate differenze salariali rispetto a colleghie del SSN. Prima di cantare vittoria il Governo dovrebbe guardare i dati invece di occultarli dietro a presunti stanziamenti che servono a malapena a rinnovare i contratti scaduti mentre invece sono assenti i fondi reali ossia quelli destinati all’abbattimento delle liste di attesa, al potenziamento della medicina di base e preventiva, alla riapertura dei plessi sanitari chiusi a colpi di tagli e di spending review.

da qui