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lunedì 13 gennaio 2025

Pensieri angelini, per capire il perche' - Maria Rita D'Orsogna

Un sacco di domande, lo so.

Anche io ce le ho.

Perche’? Perche’ non si fermano le fiamme?

Iniziamo con le responsabilita’ individuali, che certo ci sono.

Il sindaco Karen Bass non ha fatto una gran figura. Ha tagliato i fondi ai pompieri di quasi 18 milioni di dollari, ha considerato secondario far si che le pompe dell’acqua funzionassero, che ci fosse manutenzione nella cura di sterpaglie in zone altamente incendiabili, ed e’ andata a far non si sa che cosa in Ghana mentre che qui bruciava. Non risponde alle domande della stampa. Nel frattempo abbiamo speso 10, 20, 30 billion dollars, non si sa, sui senza tetto in nome di una compassione malata.

Ma il problema e’ molto piu’ profondo, io penso e pure se avessimo avuto Churchill o Roosevelt alla guida di questa citta’ i danni sarebbero stato ingenti.

Sono arrivata qui nel 1999, per caso quasi, nel senso che non sapevo niente di Los Angeles, se non che c’era il sole pure d’inverno.

Pero’ mi piace sapere, e capire, e conoscere, ed ho letto un sacco di libri sulla sua storia. Proprio per farla mia. Ho cercato di visitare tutti gli angoli piu o meno famosi della contea. Non ho ancora finito, ed e’ interessantissimo. A tutti quelli che sono curiosi, consiglio i libri di Mike Davis, City of Quartz e sopratutto Ecology of Fear. Ce ne sono tanti altri, di Joan Didion e di Reyner Banham. E questo e’ quello che ho imparato.

Los Angeles non e’ una citta’ europea, proprio a partire dalla sua geografia, e dal suo clima. E’ anche una citta’ giovane, la cui urbanizzazione a grande scala arriva nel dopoguerra. E l’averla sviluppata come una citta’ europea, cosi in fretta, alla lunga, non e’ stata una cosa intelligente.

Essenzialmente, mentre sulla East Coast e in Europa in qualche modo la natura la puoi piu’ o meno domare, qui assolutamente no e devi essere preparato per eventi estremi ma rari. Ottant’anni sono pochi.

Innanzitutto l’idea delle stagioni in senso trimestrale qui e’ secondaria. Molto piu’ importanti sono i cicli che possono durare anni. Ci sono gli anni della siccita’ e gli anni delle piogge. E di mezzo, alluvioni, venti, terremoti, che possono diventare estremi proprio per questi cicli prolungati.

Quando piove qui, piove tanto. E’ una pioggia sempre scrosciosa e abbondante che dura per giorni, e si concentra in Febbraio. A volte a causa di queste piogge ci sono le alluvioni e gli smottamenti. Soprattutto c’e’ vegetazione che cresce incontrollata nelle aree non addomesticate, per esempio nei canyon e nelle vallate, e pure in quelle domesticate, cioe’ nei giardini. Dopo le piogge, la fioritura e’ spettacolare e la gente va a vedere i papaveri e quelli che qui chiamano flower bloom.

Questo succede sempre, ma ovviamente e’ tutto piu’ potente, e i fiori piu’ belli, negli anni delle piogge abbondanti.

Poi arrivano Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre.

Sono questi i mesi piu’ caldi, anche nelle annate di pioggia, e tutto si secca. E iniziano gli incendi che possono essere piu o meno infernali, alimentati da tutto quello che era cresciuto a Febbraio o Marzo.

Alla fine dell’anno, quando la temperatura e’ piu’ fresca e il clima e’ piu’ secco, puntuali compaiono i venti di Sant’Ana. Anche questi forti, fulminanti. Cadono tutte le fronde delle palme.

Ora in annate normali, questi venti di fine anno e la calura estiva non si incrociano troppo e quindi il pericolo incendi non e’ troppo grave a Dicembre o Gennaio.

Pero’ in questo tempo di cambiamenti climatici, non c’e’ niente di normale.

E infatti, il 2022-2024 e’ stato un ciclo di piogge abbondantissime. Piogge record. Solo agli inizi del 1900 piovve cosi tanto per 3 anni di fila. Pero’ non piove da 9 mesi ormai, perche’ forse entriamo nel ciclo della siccita’, una siccita’ acuita dal clima che cambia.

E cosi arriviamo a Gennaio 2025.

L’umitita’ e’ bassissima rispetto alla media.

La vegetazione di Febbraio e Marzo 2024, ora secca, e’ foltissima rispetto alla media.

I venti di Santa Ana sono piu’ forti della media.

Metti tutto assieme e voila’, basta uno starnutino per fare venire l’incendio, Gennaio o Luglio che sia.

C’e’ di piu’.

La popolazione aumenta e si continua sempre di piu’ a costruire nelle zone di montagna o in zone arroccate. Pacific Palisades e’ una di queste zone (per ricchi) e pure Malibu (per quelli ancora piu’ ricchi), e pure Altadena (per quelli un po meno ricchi).

Ma le stradine in tutti e tre i posti sono sempre le stesse, piccole e anguste. La gente e’ tanta, le ville megagalattiche sempre piu megagalattiche. Anche se circondate da giardini, la densita’ e’ elevata a sufficenza in tutti questi posti per creare queste ondate di fiamme, specie quando ci sono i venti, con il fuoco che passa da una casa all’altra.

Un tempo qui c’erano ranch e poi agricoltura, limoni e aranceti, adesso il costruito non finsice mai.

La palme, bellissime ma non autoctone, sono dei veri e propri tramiti per lo spargersi delle fiamme. Le braci vanno in alto, si attaccano alle palme e il fuoco cammina.

Il fatto che restino solo i camini dopo gli incendi, o che molte costruzioni di mattoni del 1920 sono resistite ci ricordano pure che costruire in legno non e’ proprio il massimo. Come pure avere i pali della luce in legno. Quelli del far west che fanno cosi California nella valle della morte o lungo le strade di Hollywood. A volte sono proprio questi pali che trasmettono il fuoco. E poi quando crollano se ne va pure la corrente.

Tutte queste cose creano situazioni esplosive.

Quelli delle assicurazioni lo sanno, e quindi ogni anno i costi aumentano. Per assicurare una casa a Malibu ci vogliono circa 15,000 dollari l’anno, in aggiunta a tasse ed assicurazioni di altro genere. Alcune ditte assicuratrici si rendono conto che non ce la potrebbero fare mai con tutte le regole che ci sono qui, e quindi abbandonano la California completamente, rendendo sempre piu difficile e costoso assicurarsi.

E’ per questo che occorre avere memoria dei cicli stagionali, e sapere che qui e’ tutto estremo. E per questo che occorre essere sempre pronti. Le sterpaglie vanno pulite, le pompe devono essere sempre alla massima pressione. Il numero dei pompieri non puo’ essere tagliato. E infine occorre cercare di costruire con piu’ spazi fra i confini. Ma la memoria e’ breve, e come detto ottant’anni sono pochi. I politici dimenticano e pensano che spendere i soldi per pompe e sterpaglie e vigli del fuoco non sia cosi sexy come iniziative per la diversity o per le olimpiadi.

Terremoti, piogge, alluvioni, siccita’, fiamme. Tutto estremo.

Ma allora perche’ uno resta qui?

Perche’ io vivo qui?

La verita’ e’ che non lo so con certezza.

Quando una arriva qui si rende conto che tutto quello che ne farai della California arrivera’ da te. Certo e’ stato cosi per me. Uno si sente un po pioniere, e fra le cose che ti rendono pioniere c’e’ la determinazione, la voglia di metterti alla prova, di provarci nonostante tutte le incertezze attorno a te. Terremoti, piogge, alluvioni, siccita’, fiamme. Lo sai che arriveranno, ma vai avanti lo stesso. Fa parte dell’incertezza del tuo futuro.

E quando arrivano questi disastri, e a un certo punto lo sai che arriveranno, e ti fanno male, e’ li che ti accorgi che sei diventato un po’ californiano pure tu.

da qui

lunedì 4 settembre 2023

Un po’ di mare tra la plastica - Maria Rita D'Orsogna

 

Nell’oceano c’è un vero e proprio smog di plastica, fatto di 171 trilioni di pezzettini di plastica, con cosi tanti zero che è difficile anche scriverli. È un numero enorme e straordinario. Tutti assieme pesano 2,3 milioni di tonnellate e sono stati versati nel mare per la maggior parte a partire nel 2005, in una crescita rapida e inaspettata. Tutto questo è il frutto di una analisi su dati collezionati nel corso di quarant’anni, dal 1979 al 2019, in 12.000 punti di raccolta negli oceani Atlantico, Pacifico, Indiano e nel mar Mediterraneo.

I ricercatori che hanno studiato questi dati concludono che fino al 1990 la plastica in mare è stata a livelli medi e la crescita lenta, ma dal 2005 in poi è tutto esploso. È esplosa anche la quantità di plastica trovata sulle spiagge. E se non facciamo nulla, e molto probabilmente non faremo nulla, la quantità di plastica nel mare e fra la sabbia continuerà ad aumentare, e ci saranno ancora più zeri.

Ma perché succede questo? Perché negli scorsi quindici anni è aumentata a dismisura la produzione di plastica, e soprattutto il consumo di plastica mono-uso. I petrolieri ne sono ben contenti, visto che la plastica arriva dagli idrocarburi, e anzi spesso sono proprio loro a mettere pressioni per il consumo di plastica mono-uso, e cercando di fare passare il messaggio che “tutto è riciclabile”. Anzi, si prevede che la produzione di plastica quadruplicherà da qui al 2040. E cosi, c’è proliferazione di bicchieri e di forchette di plastica, di involucri e di bottigliette. In realtà riciclabile o no, solo il 9 per cento della plastica a livello globale viene riciclata. In alcuni paesi sono messi meglio, in altri, spesso paesi del Sud del mondo, molto peggio. Produrre e usare plastica costa poco, costa molto raccoglierla, riciclarla, e soprattutto è difficile creare una cultura del riuso e dell’attenzione su dove finisce l’immondizia.

Volenti o nolenti, molta di quella plastica finisce in mare, spesso passando per i fiumi e spinta dal vento, o a causa di acque di tombini che fuoriesce. A volte invece ci sono scarti della pesca, come reti o scatole di polistirolo, che finiscono in mare. Una volta giunta in mare la plastica si spezzetta e invece di degradare finisce nei corpi dei pesci e degli uccelli e degli umani se è sufficientemente piccola.

La legislazione è del tutto insufficiente anche se è dal 1970 che vari paesi cercano di approvare leggi per fermare la presenza di plastica in mare. Ma è tutto fatto su base volontaria, i paesi hanno differenti standard e non ci sono seri monitoraggi. Occorrono invece soluzioni internazionali e vincolanti. Per esempio negli anni Ottanta furono approvate vari leggi nazionali sullo smaltimento illegale di attrezzatura usata nella pesca e scarti dalle navi. Nel corso degli anni, queste leggi sono state dimenticate, e molti paesi che fino a pochi anni fa non usavano troppa plastica, sono invece oggi grandi consumatori e non hanno legislazione alcuna.

L’Onu ha deciso già di creare protocolli vincolanti sulla produzione e smaltimento di plastica nel 2024. Anche l’UE ha una sua commissione specifica. Ma i dettagli non sono ancora chiari e non si sa se la produzione di plastica debba essere limitata: il potere dell’industria petrolchimica è cosi forte che non sappiamo se le Nazioni unite avranno il coraggio di mettere stop al proliferare della creazione di plastica nuova senza sosta. Perché è proprio qui la soluzione: meno ne produciamo, meno finisce in giro nell’ambiente, meno ne finisce nel mare, e nei corpi del creato. Ovviamente questo vuol dire pure meno soldi per i petrolieri e per l’industria petrolchimica. Buonsenso contro profitti, è sempre qui il problema.

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giovedì 16 febbraio 2023

Destino nigeriano per l’Uganda - Maria Rita D'Orsogna

 

Abbiamo sempre sentito parlare dei cattivissimi occidentali – le sette sorelle di decenni passati, le ditte petrolifere odierne Shell, ENI, Total, che hanno devastato l’ogni dove dell’Africa, i governi stranieri che li hanno appoggiati, e i governi africani che si sono lasciati corrompere e che hanno venduto tutto per pochi denari. Adesso però arriva la Cina.

Da come hanno gestito l’emergenza COVID, e da come gestiscono le loro società non so se sarà meglio. Intanto Xi Jinping, il presidente cinese rieletto per l’eternità, continua con i proclami green. Dice che i cinesi vogliono proteggere la biodiversità e rendere il pianeta sempre più verde. O cosi ha detto durante il COP15, il convegno annuale sull’ambiente promosso dalle Nazioni Unite e nel 2022, svoltosi a Montreal.

Sarà ma ecco qui una serie di progetti non proprio green promossi per l’Uganda.

Intanto c’è il cosiddetto East African Crude Oil Pipeline (EACOP) e lo sviluppo di due campi petroliferi, Kingfisher and Tilenga, che saranno sfruttati da ditte di stato cinesi. L’oleodeotto EACOP collegherà l’Uganda e la Tanzania, cosicché il greggio potrà essere mandato attraverso l’oceano indiano (verso la Cina?) dal porto di Tanga in Tanzania. I campi si trovano nella parte occidentale del paese, nel distretto Kikuube. Si parla di almeno 1,4 miliardi di barili.

Siamo in un angolo verdeggiante e ricco di natura spettacolare dell’Uganda. Ci sono qui il Lago Albert, dove nascono il Nilo e il fiume Congo e non lontano dal Murchison Falls National Park ed il Murchison Falls-Albert Delta zone protette perché dalla biodiversità unica in Africa, con foreste, zone umide e creature che non si possono trovare in alcun altro posto del mondo.

Davvero pensiamo che i cinesi tratteranno tanta bellezza con i guanti bianchi? Considerato come trattano i loro stessi cittadini, i loro stessi cieli anneriti, le loro non-democrazie ancora più malate…

Il progetto Kingfisher sarà realizzaato dal China National Offshore Oil Corporation (CNOOC). Vogliono realizzare centri di trattamento, raffinerie, pozzi di petrolio lungo la riviera del Lago Albert. Assieme alla CNOOC, la China National Petroleum Corporation (CNPC) e la China Petrochemical and Chemical Corporation (Sinopec), tutte ovviamente sponsorizzate dal governo centrale. Ovviamente i finanziamenti verranno da enti cinesi, prima fra tutte la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC). L’unico progetto che prevede una partecipazione non cinese è quello delle trivelle in Tilenga che sarà realizzato dalla Francese Total con 140 pozzi di petrolio. Il tutto nel cuore del Murchison Falls National Park. Quelli dell’oleodotto EACOP dicono che creeranno 2.000 posti di lavoro, di cui però solo duecento per i locali. Una miseria, una miseria sporca e inquinata.

La gente d’Uganda è contraria, specie per la presenza di enti cinesi, poco trasparenti e poco interessati al bene del paese. Anzi molte banche e assicuratori occidentali si sono rifiutati di finanziare queste opere non solo perché vanno contro gli standard ambientali ma anche per presunte violazioni di standard internazionali nei progetti decisionali. Anche il parlamento europeo ha messo pressione ai governi di Uganda e Tanzania contro la realizzazione di trivelle e oleodotti in zone cosi sensibili. È forse una sorpresa data la storia recente della Cina?

Intanto, le trivelle vanno avanti. I politici d’Uganda si sono fatti abbagliare dal denaro e dalle promesse cinesi. A Kingsfisher hanno iniziato a trivellare a gennaio 2023, con tanto di foto con sorrisi d’Africa e di Cina. Dicono che non ci saranno danni, dicono che la gente è stata già compensata, che sarà tutto bello e rosa. Ma lo sappiamo che mai è stato cosi e mai sarà.

Fra dieci anni, prevedo, tireremo fuori tutti gli articoli scritti sulla Nigeria devastata da Shell, ENI e compari d’Europa e li riscriveremo per l’Uganda devastata dalla CNOOC e compari di Cina. Una storia già scritta e già pianta.


Maria Rita D’Orsogna è docente all’Università statale della California presso il dipartimento di matematica e fisica, cura diversi blog (come questo). Da sempre accanto alle lotte locali per la difesa dell’ambiente naturale e contro i giganti del petrolio, ha autorizzato con piacere Comune a pubblicare i suoi articoli

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mercoledì 4 gennaio 2023

L'inizio della fine dei PFAS - Maria Rita D'Orsogna

Ancora una volta una storia di gente comune che non si arrende, mette pressione, rompe le scatole e alla fine, un po’, vince.

La “3M” forse è meglio nota come la multinazionale statunitense che produce lo scotch adesivo, i bigliettini post-it e mille altri abrasivi, componenti elettronici, etichette, lubrificanti, isolanti. Cose per la casa, per l’ufficio, per l’industria. Fra le varie cose che la 3M produce ci sono i PFAS (acronimo di PerFluorinated Alkylated Substances), roba chimica usata un po’ dappertutto, incluse le due sottospecie, il perfluorooctane sulfonic acid (PFOS) e il perfluorooctanoic acid (PFOA). Queste sostanze dai nomi impronunciabili sono anche note come chimica per sempre, perché essenzialmente restano nell’ambiente ad infinitum e sono dannosi all’uomo, ai suoi figli, al suo futuro.

Dei PFAS abbiamo già parlato qui quando venne fuori che avevano ormai contaminato l’acqua piovana su tutto il pianeta. Tutto. Li hanno ritrovati pure al polo nord e al polo sud.

I PFAS sono usatissimi perché sono utili, facili, poco costosi. Resistono al calore, agli oli, ai grassi e rendono i prodotti impermeabili alle infiltrazioni d’acqua. Una specie di impermeabile a prova di bomba. E infatti si usano dappertutto, per fare vestiti, mobili, adesivi, imballaggi, padelle no-stick, materiale isolante.

Inizialmente non era chiaro quale fosse il loro impatto sull’ambiente e sulle persone, e nel dubbio o nell’ignoranza la 3M ha continuato a produrli. Ma con il passare degli anni ci si è resi conto che sono invece molto più pericolosi di quanto non ci si aspettasse e a livelli molto minori di quanto oggi non tolleriamo sul mercato.

Per esempio per la variante PFOA i livelli di tollerabilità secondo la comunità medica deve diminuire di 37.5 milioni di volte. Cioè se prima il limite poteva essere 37.5 milioni, ora deve essere 1. Quindi, per essere (forse) sicuri ci vorrebbero limiti migliaia di volte più stringenti di quelli attuali. E cosi la 3M ha volontariamente deciso di smettere di produrre PFAS entro il 2025.

Dicono che è sotto controllo e che smettono di produrne per… la sostenibilità! Scrivono cosi:

“….While PFAS can be safely made and used, we also see an opportunity to lead in a rapidly evolving external regulatory and business landscape to make the greatest impact for those we serve. This action is another example of how we are positioning 3M for continued sustainable growth by optimizing our portfolio, innovating for our customers, and delivering long-term value for our shareholders…”.

(“…Sebbene i PFAS possano essere realizzati e utilizzati in modo sicuro, valutiamo anche l’opportunità di amministrare in un panorama normativo e aziendale esterno in rapida evoluzione per ottenere il massimo impatto per coloro che serviamo. Questa azione è un altro esempio di come stiamo posizionando 3M per una continua crescita sostenibile ottimizzando il nostro portafoglio, innovando per i nostri clienti e offrendo valore a lungo termine ai nostri azionisti…”)

Un sacco di bla bla, ma alla fine smetteranno volontariamente di produrne. Voilà.

È come se l’ENI smettesse da sola di pompare petrolio dai suoi pozzi in tutto il mondo. La sola differenza è che qui la 3M si è presa un po’ di paura perché stavano arrivando leggi più severe. L’Ente per la Protezione dell’Ambiente statunitense, l’EPA, per esempio, voleva aggiungerci l’etichetta di sostanza tossica; lo stato della California ha lanciato una causa per recuperare i costi spesi per la pulizia dell’ecosistema dai PFAS. Il Centro per il controllo delle malattie americano, il CDC, ha anche confermato che i PFAS – che accumulati negli animali e migrati nei terreni – possono portare a gravi problemi alla salute, incluso tumori, problemi al fegato e di fertilità, problemi allo sviluppo dei bambini, rischi di asma e cattivo funzionamento della tiroide.

E quindi quelli della 3M avranno pensato che è meglio farlo da soli e programmare e pensarci per tempo piuttosto che mettersi contro il sistema e combattere l’inevitabile. Si aspettano di perdere fra gli 1,3 e 2,3 miliardi di dollari.

Ma… come è successo tutto questo? Come sempre, grazie alle pressioni della gente comune che a un certo punto ha scoperto di vivere vicino siti contaminati e che erano avvelenati laghi e riserve idriche. Se la sono presi con i produttori, con il dipartimento della difesa, con le ditte che hanno usato i PFAS. Per mesi hanno protestato presso la sede di REI (Recreational Equipment Inc) una grande catena di materiale sportivo e ricreazionale che fa tende per campeggio, scarpe, e roba per arrampicare. Sono arrivate lettere da circa 100.000 persone in moltissimi dei loro punti vendita, inclusi da gruppi sportivi e ambientali.

Ed eccoci qui.


Maria Rita D’Orsogna è docente all’Università statale della California presso il dipartimento di matematica e fisica, cura diversi blog (come questo). 

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venerdì 9 dicembre 2022

L'acqua piovana imbevibile su tutto il pianeta - Maria Rita D'Orsogna

 

La colpa e' dei PFAS che restano nell'ambiente "per sempre" e usati da noi tutti ogni giorno


L’acqua piovana non si puo’ bere da nessuna parte del mondo

Ne’ in Artico, ne’ in Antartico, ne’ nella foresta Amazzonica, ne’ sull’Himalaya.

La colpa e’ di composti chimici immessi, inizialmente usati a scopo industriale e/o per prodotti commerciali, e che sono entrati nell’ecosistema e arrivati appunto nell’acqua piovana di tutto il mondo.

Questi composti fanno parte della famiglia dei per- e poli-fluoroalcali (PFAS, in inglese per- and polyfluorinated alkyl substances) che non si disintegrano nell’ambiente, tantomeno nella pioggia, e che non e’ bene per gli umani ingerire. Spesso i PFAS vengono chiamati “la chimica per sempre” perche’ appunto restano per l’eternita’.

Il maggior produttore di PFAS e’ la ditta americana 3M.

Cosa ci si fa con questi PFAS? Riverestimenti che resistono al calore, agli oli, ai grassi e che rendono i prodotti impermeabili alle infiltrazioni d’acqua. Sono usati nella produzione di vestiti, mobili, adesivi, imballaggi, padelle no-stick, imballaggi e materiale isolate. Le due sotto-specie piu’ pericolose sono chiamati perfluorooctane sulfonic acid (PFOS) e perfluorooctanoic acid (PFOA).

La scoperta dell’acqua piovana satura di questi PFAS arriva da ricercatori dell’Universita’ di Stoccolma e dell’ETH di Zurigo, guidati dal professor Ian Cousins, del Dipartimento di Scienze Ambientali a Stoccolma, che hanno pubblicato il loro lavoro sulla rivista Environmental Science and Technology.

Per molto tempo non si sapeva bene quali fossero le conseguenze di questi PFAS sull’uomo, ma negli scorsi 20 anni c’e’ stato maggior consenso sulla loro tossicita’ e cosi le linee guida sulla loro sicurezza ora impongono livelli molto minori di quelli precedenti.

Per dirne una, uno di questi PFAS, chiamato perfluorooctanoic acid (PFOA) e’ stato scoperta essere cancerogena e cosi i livelli di tollerabilita’ sono diminiuti di… 37.5 milioni di volte. Cioe’ se prima il limite era 37.5 milioni, ora il limite e’ 1.

Il gruppo del Prof. Cousins ha studiato la presenza nell’ambiente e l’evoluzione dei PFAS nel corso degli scorsi 10 anni. La cosa triste e’ che la produzione e l’uso di alcuni di questi PFAS sono stati fermati gia’ 20 anni fa, quando si inizio’ a capire che erano tossici. Purtroppo pero’ i loro livelli nell’ambiente non sono cambiati durante tutto il tempo dello studio del Prof. Cousins.

Anzi questi PFAS sono in circolo continuo in tutto l’ecosistema senza degradarsi mai.

Appunto la chimica per sempre.

Secondo il CDC americano, questi PFAS possono portare a gravi problemi alla salute, incluso tumori, problemi al fegato e di fertilita’, problemi allo sviluppo dei bambini, rischi di asma e cattivo funzionamento della tiroide. Bioaccumulano negli animali e migrano nel terreno.

A lungo i rischi sono stati sottovalutati.

Ora e’ vero che noi delle nazioni industrializzate beviamo e ci laviamo e cuciniamo, male che ci vada, l’acqua del rubinetto che e’ filtrata e monitorata (o cosi si spera), e che quasi tutti beviamo solo acqua imbottigliata. Ma questa e’ una scarsa considerazione.

Cosa ne e’ infatti della gente nei paesi non industrializzati che usa l’acqua piovana per tutti gli scopi di cui sopra? E cosa ne e’ degli animali del pianeta intero? E poi, alla fine, come facciamo a sapere se quell’acqua piovana che finisce sulle nostre montagne e che viene poi raccolta e filtrata, davvero li ferma tutti questi PFAS?

Il mondo e’ uno solo e questi PFAS sono gia’ dentro ciascuno di noi, ne sono certa. Alla fine e’ solo la lotteria genetica che decide chi resiste a queste sostanze e chi no.

Non ci sono conclusioni. Siamo noi gli artefici di tutto questo e altra soluzione non c’e’ se non di consumare tutti di meno e di vivere il piu’ possible circondandoci di cose naturali e riutlizzabili.

Una padella no-stick non ne vale la pena.

da qui

domenica 4 dicembre 2022

Alberi, cemento e condono - Maria Rita D'Orsogna

 

Leggiamo di Ischia. Di bambine con il pigiama rosa, di neonati trovati sotto il letto, di commesse innamorate dai capelli neri che si erano appena sposate… La cosa che più mi turba è che ad Ischia nel 2018 circa 27mila case, la metà del totale, avevano chiesto il condono edilizio. Circa 600 erano completamente abusive. Legambiente dice nei comuni di Casamicciola Terme e Lacco Ameno, con circa 13 mila abitanti, le pratiche di condono sono oltre 6 mila, una su due abitanti.

Uno ci deve pensare bene a questo: la metà delle case di Ischia e dei comuni più colpiti aveva qualcosa che non andava. Forse per alcune di queste case era la ringhiera del balcone, un qualche muro di poca importanza spostato di qualche metro, o qualche altro dettaglio insignificante. Ma dati questi numeri esorbitanti, almeno una parte di queste 27mila case deve aver avuto problemi importanti, che ne hanno messo in discussione l’integrità. E appunto, 600 almeno erano totalmente abusive.

Non è accettabile questo, né ad Ischia né altrove. L’Italia è un paese fragile. Bello e fragile. Occorre capirlo questo. Terremoti, frane, alluvioni, alta densità abitativa, archeologia. A tutto va sommata la scarsissima manutenzione e i pochissimi controlli seri. Le regole e i vincoli ambientali esistono per un motivo. Non è che lo stato o il comune o i geologi sono cattivi a prescindere, o che lo sport nazionale deve sempre essere cercare di contravvenire le regole. È che a volte davvero non È appropriato farle certe cose, come appunto costruire a casaccio.

Sappiamo già che il tentativo di regolarizzare le cose nel corso degli anni sarà stato osteggiato da politici che temono di perdere popolarità e da un popolo che non riesce proprio a capire che le furbizie e il “che vuoi che sia” non porta lontano. Dopotutto, ogni governo che si rispetti propone il condono e tutti sono felici. E invece no. Tutte quelle 600 case, o quel che resta di loro, devono essere abbattute con coraggio e ci deve essere una politica di zero tolleranza per le costruzioni non a norma e non in sicurezza.

Fare i furbi e costruire dove non si deve forse non porta a conseguenze immediate, ma prima o poi i conti si pagano. E si pagano non in denaro ma in vite umane. Ad Ischia appunto sono bastate piogge torrenziali per distruggere tutto, dopo anni di abusivismo.

Basta guardarli i video e le foto. Il fiume di fango scende giù per la collina e si vedono case, case ed altre case quasi a sfidare la fiancata della collina. Non so quante e quali di queste case fossero abusive. Ma ce ne sono tante, tutte appiccicate, improbabili, brutte.

Per costruirle hanno sradicato gli alberi che tenevano il suolo. E ad un certo punto la collina non ha retto più. Secondo me non è un caso che la frana parta da sotto una villa in cima alla collina e non da sotto gli alberi che tendono a contenere terreno con i loro intrecci di radici.

E ovviamente è Ischia, ma potrebbe essere qualsiasi altra parte d’Italia. Quante volte vediamo il cemento ingoiare i fiumi? Quante volte si costruisce lungo pendii pericolosi, in aree idrogeologicamente fragili, in aree sismiche, franose, a rischio alluvione? Con materiali non adeguati? Abbattendo alberi e pompando cemento? Tanto poi arriva il condono. E chi si è visto si è visto.

Non funziona cosi. Alla fine qualcuno, con il pigiama rosa e che della vita, e dei condoni, e delle frane non sa ancora niente, muore. Non è il destino, non è la natura, non è Dio. Siamo noi.

da qui

venerdì 20 maggio 2022

Portogallo: il più grande impianto solare galleggiante d’Europa - Maria Rita D'Orsogna

 

(dal blog dorsogna@substack.com)


Saranno 12,000 pannelli solari e saranno posti sulla superficie del bacino artificiale Alqueva, in Portogallo. Insieme daranno origine al piu’ grande parco solare galleggiante d’Europa, grande tanto quanto quattro campi di calcio.

L’energia prodotta, circa 5MW, fornira’ un terzo del fabbisogno di due cittadine locali, Moura e Portel, ed avanzeranno ancora l’uso delle rinnovabili in Portogallo.

E’ una soluzione in cui vincono tutti: non c’e’ consumo di suolo e tutta l’infrastruttura di distribuzione esiste gia’ grazie all’impianto idroelettrico esistente collegato alla riserva Alquerva. Anzi i due – solare ed idroelettrico – potranno giocare in simbiosi: l’energia solare in eccesso potra’ essere usata per pompare l’acqua nel bacino artificiale Alquerva che e’ pure il piu’ grande lago artificiale d’Europa.

E se tutto questo non basta ci sara’ anche un impianto di stoccaggio alimentato da batterie al litio che potra’ tenere fino a 1.5 GW di energia in eccesso.

A costruire l’impianto e’ la EDP (Energias de Portugal), la principale fornitrice d’energia nel paese. L’impianto aprira’ in Luglio e la sua costruzione e’ stata accellerata come risposta alla crisi russo-ucraina.

Entro il 2030, la EDP si pone l’obiettivo di fornire 100% di energia rinnovabile.

 

 

Il Portogallo e’ in una posizione geografica ottimale: venti dall’Atlantico, sole e temperature miti. Non usano petrolio o gas russi, lo importano da paesi terzi. Lo stesso pero’ sentono i prezzi aumentare sul mercato globale a causa della crisi e vogliono liberarsi dal giogo degli idrocarburi (russi o di chicchessia) il piu’ presto possibile.

E dunque accelerano. Il campo solare in costruzione costerà’ un terzo di un impianto equivalente a gas.

E non e’ un impianto sperimentale, perche’ hanno gia’ sperimentato. Nel 2017, la EDP ha installato 840 pannelli sulla gida Alto Rabagao per appunto capire come sole ed idroelettrico possono integrarsi. E ci sono altri progetti per il futuro.

70MW per un secondo impianto solare galleggiante.

Cingolani intanto pensa al gas ed oscura le pagine del ministero della transizione ecologica.

 

da qui

mercoledì 23 febbraio 2022

Affondamento catastrofico della FPSO petrolifera Trinity in Nigeria - Maria Rita D'Orsogna

 

Avro’ predicato tutto questo per anni, in tutti gli angoli d’Italia in cui si parlava di petrolio, di Ombrina Mare, del perche’ no alle trivelle.

Il problema del petrolio e’ non se succedera’ mai un incidente, piuttosto quando succedera’. Perche’ e’ garantito che quando meno te l’aspetti prima o poi qualcosa andra’ storto.

Ed infatti eccoci qui, in Nigeria. La tanto martoriata Nigeria. Come se non bastasse tutto lo schifo che ENI, Shell e compari hanno fatto nel corso degli anni, ecco un’altra petrol-tragedia.

Una FPSO - che sta per Floating, Production, Storage and Offloading unit - e’ esplosa in mare lasciando disastri e dispersi. La FPSO esplosa si chiamava Trinity.

Le FPSO sono navi-raffineria che stanno li, ferme in mezzo al mare, spesso vicino ai campi petroliferi. Il loro compito e’ di raffinare petrolio in loco, di stoccarlo, e poi di agevolare il trasferimento su navi merci in modo che il prodotto finale possa essere mandato nel resto del mondo.

E’ per questo che c’e’ sempre la fiamma accesa, perche’ la FPSO raffina petrolio ed emette fumi di scarto, specie di tipo sulfureo.

E’ esattamente la stessa infrastruttura che l’amico Sergio Morandi della Rockhopper Exploration voleva propinarci in Abruzzo a 5km da riva.

Il lotto di mare nigeriano dove sorge questo petrol-mostro della trinita’ si chiama OML 108 e si trova nel mare dello stato di Warri. Trinity e’ di proprieta’ di una ditta americana Allenne Ltd, ma e’ gestita da una ditta Nigeriana che si chiama Shebah Exploration & Production Company Ltd (SEPCOL).

 

La SEPCOL aveva rilevato delle quote dalla Conoco-Phillips ed ora si trova (e’ il caso di dirlo) in cattive acque finanziarie.

Forse le ristrettezze finanziarie hanno contribuito alla mancanza di sicurezza. E poi c’e’ da tenere conto che i protocolli di sicurezza nigeriani sono assolutamente inadeguati e anche laddove ci sono nessuno li rispetta. Ad ogni modo, non si sa bene cosa sia successo, ma dopo l’esplosione e il fumo e le fiamme il risultato e’ che dieci persone mancano all’appello.

La FPSO era ancorata a 25 metri di profondita’ e raffinava 22,000 barili di petrolio al giorno. Non si sa quanto petrolio fosse stoccato a bordo ma si parla di circa 200,000 barili, quasi tutti provenienti dal vicino campo Ukpokiti che contiene cinque pozzi estrattivi ed uno di reiniezione.

Ovviamente il timore, a parte l’ansia per i dieci dispersi, e’ ora che ci possa essere un mega riversamento in mare di tutto questo greggio.

Trinity e’ stata una petroliera attiva prima di essere una FPSO, e va in giro dal 1976. Ben 45 anni. Non e’ l’unica nave-antica ad operare come FPSO in Nigeria ed in molti sono preoccupati di altri disastri dovuti alla mancanza di manutenzione, di regolamentazioni e all’eta’ di questi mostri.

Un altro ingrediente che genera timore e’ che vari colossi internazionali, Shell in primis, abbandonano la Nigeria, e subentrano operatori piu’ piccoli, come questa sconosciuta SEPCOL con meno garanzie di sicurezza e con infrastruttura che diventa sempre piu’ vecchia.

Ecco, questa Trinity potrebbe essera la prima di una lunga seria.

Restiamo a vedere.

In me, a parte il dispiacere per la Nigeria (e la Basilicata, e l’Ecuador, e il Peru’, e ovunque vivano con questi schifi) c’e’ un pizzico di orgoglio ed un sospiro di sollievo a pensare che all’Abruzzo tutto questo e’ stato risparmiato.

Vorrei solo che queste lezioni non andassero dimenticate perche’ e’ successo in Nigeria ma puo’ succedere ovunque arrivano trivelle e trivellatori e occorre sempre stare all’erta.

Il petrolio migliore del mondo e’ quello che resta sottoterra.

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venerdì 18 febbraio 2022

Antonio Vicente: 45 anni a riforestare l'Amazzonia - Maria Rita D'Orsogna

Siamo nello stato di Rio De Janeiro in Brasile.

Nel 1973 Antonio Vicente compra un pezzo di terra adibito al pascolo degli animali e spiega a parenti ed amici che no, non voleva farci allevamento del bestiame, ma qualcosa di profondamente ribelle: farci ricrescere la foresta.

A quei tempi la dittatura militare del Brasile incoraggiava la deforestazione: gli alberi erano visti come ostacolo al progresso, ed abbatterli avrebbe significato aumentare la produzione agricola e di carne.

Parenti ad amici pensavano che questa strana idea di farci ricrescere la foresta gli sarebbe passata presto.

E invece dura tuttora.

Nel 1973 non si parlava molto di ambiente, ma Antonio ne sapeva qualcosa a livello viscerale: suo padre era stato un contadino che aveva dovuto tagliare albero dopo albero dopo albero nella piantagione in cui lavorava dietro ordini del padrone del terreno. Ne avrebbero fatto legna da ardere per i barbeque stranieri; la nuda terra sarebbe stata usata per il pascolo delle mucche.

Nessuno, ne’ suo padre, ne’ nessun altro, si aspettava che il terreno si inaridisse. Invece l’acqua inizio’ a scarseggeggiare e ben presto tutto divenne secco ed arido. Non lo sapevano ma le radici degli alberi tagliati trattenevano l’acqua nel sottosuolo, evitano l’erosione, ed aiutano il terreno a rigenerarsi.

E poi visito’ Rondonia, l’area piu’ deforestata del Brasile, dove abbattuti tutti gli alberi, il suolo divenne quasi come sabbia.

Antonio decise che avrebbe cercato di ravvivare il nuovo terreno che aveva acquistato.

Il terreno si chiama Serra da Mantiqueira ed occupa 31 ettari. I lavori iniziarono nel 1976, con l’aiuto di vari collaboratori. Inizialmente il gruppo si riuniva solo nel fine settimana e non solo parenti ed amici li deridevano ma ancora di piu’ i vicini di terreno che dicevano che gli alberi non portano soldi e invece di piantarne era meglio concentrarsi su prodotti agricoli o su mucche.

E invece.

Antonio ha adesso quasi 90 anni ed ha piantato circa 50mila alberi in questi 45 anni. Tutti sono stati generati da un seme, con grande pazienza. La foresta e’ tornata.

In molti hanno sentito la storia di Sebastião Salgado, il fotografo brasiliano che assieme alla moglie Lélia, hanno riforestato circa 7,000 ettari di foresta nel villaggio dove e’ nato. Beh, e’ stato Antonio a dargli l’ispirazione.

Dopo 45 anni sul terreno di Vicente ci sono otto cascate. Ci sono sentieri puliti, c’e’ la vista delle montagne e c’e’ il rumore dell’acqua.

Dice di non aver fatto questo per soldi, ma per poter dire di aver lasciato dietro qualcosa di buono, per tutti.

Nessuno lo prende piu’ in giro.


sabato 12 febbraio 2022

Danimarca e Svezia: dal 2030 voli interni solo green - Maria Rita D'Orsogna

 

Il primo ministro danese si chiama Mette Frederiksen ed ha dichiarato nel discorso di fine anno che entro il 2025 inizieranno ad operare i primi voli domestici alimentati dalle rinnovabili. Entro il 2030 (al massimo) tutti i voli interni saranno green.

Anche la Svezia ha un obiettivo simile, in piu’ vogliono che tutti i voli internazionali che coinvolgono la Svezia siano green entro il 2045.

Come faranno?

Beh, certo e’ la Danimarca e’ un paese piccolo per cui le distanze interne non sono impossibili. Forse un po piu difficile per la Svezia. Ad ogni modo ci saranno tanti ostacoli, perche’ ad ora non esistono davvero aereoplani elettrici per passeggeri ma solo prototipi.

Il primo ministro danese ovviamente sa tutto questo. La sua dichiarazione deve essere vista come una sfida al futuro, un modo per incoraggiare ditte, ricercatori e privati ad accellerare ricerca ed entusiasmo, a spingere in su l’asticella di cio’ che e’ possibile.

Un piccolo esempio e’ che la ditta francese Airbus, uno dei due colossi mondiali che costruisce aeroplani (l’altra e’ l’americana Boeing) ha annunciato che entro il 2035 potrebbero essere pronti i primi aereoplani ad idrogeno per viaggi a raggio internazionale. Non so se ci riusciranno, ma intanto ci provano.

La Danimarca e’ paese fondatore di BOGA, l’alleanza che vuole fermare adesso e subito l’uso di fonti fossili e si pone l’obiettivo di ridurre del 70% le sue emissioni di CO2 rispetto al 1990. Il primo ministro Mette Frederiksen dice che gli altri paesi sono troppo timidi e che la Danimarca vuole mantenere alta la pressione e l’impegno.

Guardare grande insomma, dalla piccola Danimarca.

Mi piace sempre che ricordare in questi casi il presidente John Kennedy che annuncio’ nel 1961 che avremmo messo un uomo sulla Luna. Non esistevano navicelle adeguate al tempo e nessuno l’aveva mai fatto prima. Chissa’ quanta gente rise o fu scettica di quelle parole.

Si misero all’opera lo stesso.

Nel 1969 Neil Armstrong scese dall’Apollo 11 sulla Tranquillity Base lunare ed entro’ nella storia.

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venerdì 4 febbraio 2022

Dopo il vulcano, la marea nera - Maria Rita D'Orsogna

Alla fine hanno dovuto chiedere aiuto a paesi stranieri. L’eruzione devastante dal vulcano sull’isola di Tonga ha causato uno tsunami lungo le coste del Perù, non lontano dalla capitale Lima. Le onde a loro volta hanno travolto una nave che scaricava petrolio destinata alla raffineria “La Pampilla”, gestita dalla spagnola Repsol. Bello scenario, eh?

Sono finiti in mare 24.000 litri di petrolio che hanno devastato l’ecosistema: ventuno spiagge sono a rischio per la salute umana e non si possono accedere. Ci sono pure scene di pinguini, foche e cormorani coperti di petrolio e morti. La pesca è stata chiusa, e pure la raffineria. In Perù non hanno personale adeguato e cosi hanno dovuto chiedere all’Onu di assistere.

Il copione è sempre lo stesso: a pagare il prezzo i pescatori che non hanno accesso al mare e dunque alla loro fonte di sostentamento, dalle sardine ai pesci più grandi. La pesca è uno dei più importanti settori economici del paese e qui almeno mille famiglie vivono di pesca. Adesso è tutto malato, morto, e dall’odore di petrolio e di morte. E poi ovviamente le creature del mare, incluse quelle che vivevano dentro due aree marine protette lungo la costa peruviana. Fra questi pinguini, foche, cormorani, delfini, gabbiani. Alcune sono specie rare.

La zona è particolarmente ricca di biodiversità perché le acque sono fredde e il plankton, alla base della catena alimentare marina, è particolarmente abbondante.

Il Perù pensava di non essere impattato dall’eruzione vulcanica in Tonga e non hanno messo in atto particolari misure di sicurezza. E infatti sono morte pure due donne travolte dalle onde.

Ma la Repsol, petrolditta spagnola, non è totalmente innocente in tutto questo perché non hanno avvertito le autorità in tempo e perché non hanno risposto in modo adeguato al disastro. La nave che scaricava il petrolio, la Mare Doricum, è italiana, e gli operatori dicono che è stato un oleodotto marino a cedere durante il processo di carico e scarico, causando le perdite. Inizialmente la Repsol ha parlato di perdite “contenute e limitate” ma invece non era vero niente, e infatti hanno successivamente confermato che i lavori di pulizia dureranno almeno fino a febbraio. Ci sono ora 840 persone dedicate alla pulizia e sono state rimosse almeno 500 tonnellate di sabbia.

Tine Van Den Wall Bake, portavoce della Repsol, dice che non è colpa loro. Liquida tutti con quattordici parole: “We did not cause this ecological disaster and we cannot say who is responsible”. Ponzio Pilato in gonnella.

Il ministro dell’ambiente Ruben Ramirez dice però che tutto quello che la Repsol ha fatto o sta facendo è improvvisato e che lui ha solo visto gente con scope, secchi e buste di plastica, mentre invece ci vorrebbe attrezzatura e personale molto più avanzati. Alcuni dei volontari sono pescatori ora senza lavoro. Qualcuno è finito all’ospedale per le esalazioni dal greggio. Ramirez dice che potrebbero esserci fino a 36 milioni di dollari di multa per la Repsol: sono tanti soldi, ma sempre noccioline per i petrolieri.

Ma non è che il petrolio scomparirà magicamente dopo febbraio. Il petrolio, i metalli pesanti che ci si annidano dentro, resteranno per anni nascosti nelle profondità del mare, nelle pinne dei pesci, e nelle pance di chi li vive.

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venerdì 28 gennaio 2022

Mr. Osman: l'uomo che ha piantato 40mila alberi in 35 anni - Maria Rita D'Orsogna

Il signor Osman Erol vive nella piccolissima citta’ di Hallaçlı a Çankırı, nella Turchia centrale.

Ha 90 anni.

Hallaçlı ha solo 169 persone. E poi almeno 40,000 alberi tutti piantati dal signor Osman nel giro di 35 anni.

Osman da giovane era un agricoltore e ha inziato a piantare alberelli attorno al suo villaggio per nessun motivo specifico. Semplicemente gli piaceva vedere il verde. Nel corso degli anni ne ha piantati altri ed altri ancora ovunque gli sembrasse opportuno e in tante localita’ vicine al suo villaggio.

Pini, pioppi, ma soprattutto alberi da frutta fra cui pere, mandorle e prugne.

Adesso che e’ in pensione li cura tutti a tempo pieno e continua a piantarne, sotto il sole e sotto la pioggia. A volte, quando lo prende l’insonnia esce a studiare dove poterne piantare di altri.

Dice che porta sempre con se dei semi di mandorle ed e’ contento quando la gente mangia la frutta dei suoi alberi. Tutti possono prenderne. Dice pure che spera di poter fare tutto questo fino alla fine dei suoi giorni.

Prima di Osman, Hallaçlı aveva poco verde, perche’ la zona e’ molto arida. Ma grazie al suo lavoro il villaggio e’ ora pieno di alberi, i pastori ne trovano l’ombra molto utile, la gente ne e’ orgogliosa e anzi cerca di curarli anche loro. La frutta viene reglata a tutti, e ce n’e’ cosi tanta che la regalano pure a quelli dei villaggi vicini.

La Turchia ha dichiarato il giorno 11 Novembre il giorno nazionale delle forestazione, con la speranza di aumentare il numero di alberi nel paese. In parallelo una campagna per incentivare il consumo e l’esporatazione di prodotti collegati alla foresta, come miele e frutta, per dare reddito in piu’ ai residenti.

E poi c’e’ il signor Osman, esempio per tutti.


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venerdì 21 gennaio 2022

New York vieta il gas nelle case nuove entro il 2023 - Maria Rita D'Orsogna

  

Cingolani, cosa hai da dire?

 

Se ne parlava da settimane, ed ecco qui.

La citta’ di New York vieta il gas naturale come fonte di riscaldamento e per cucinare nei palazzi nuovi per combattere i cambiamenti climatici. Le nuove palazzine dovranno usare solo ed esclusivamente energia elettrica e neanche un grammo di energia fossile.

E’ la citta’ piu’ grande d’America a prendere questa decisione.

E pure se Cingolani fa finta di non saperlo, e’ bene ricordare che il gas e’ energia fossile!

Questo divieto al gas naturale si applica agli edifici nuovi sotto ai sette piani entro il Dicembre del 2023, fra due anni, e per gli edifici superiori ai sette piani entro la fine del 2027. Saranno esenti strutture particolari, come ad esempio gli ospedali.

La citta’ ha l’obiettivo di essere “carbon neutral” entro il 2050; una legge del 2019 aggiunge che tutta l’energia della citta’ deve essere da fonti che non generano CO2 entro il 2040.

Sara’ un bel passo in avanti, visto che in questo momento circa il 40% delle emissioni di CO2 della citta’ arriva dal gas usato per usi domestici.

E poi’ e’ importante ricordare che ogni edificio nuovo durera’ per almeno 100 anni, e quindi restare attaccati al gas significa che per altri 100 anni staremo ancora li a scavare sottoterra per trovare gas, qualche volta con il fracking, qualche volta senza, e a bruciarlo per generare energia.

Quindi, meglio darci un taglio.

Ovviamente questa decisione sara’ di esempio a tante altre localita’ in giro per il mondo. Se lo puo’ fare una citta’ grande e complessa come New York, lo possono fare tutti, no?

Ci saranno sacrifici associati? Puo’ darsi. Anzi gia’ i cuochi dicono che il fornello elettrico e’ meno efficente del gas, e i soliti gufi dicono che non potremmo mai farcela in nessun altro modo se non con le fossili, ma il mondo non puo’ aspettare e necessita davvero di essere fossil-fuel free.

Altrimenti non avremo ne cucine ne gufi veri.

Cingolani tutte queste cose non le sa e non le vuole sapere. Occorre rendersi conto che prima o poi queste leggi arriveranno anche in Europa (o forse ci sono gia’?) , e un po’ dopo ancora in Italia che ci piaccia o no.

Ed e’ per questo che e’ criminale quello che Cingolani sta facendo, nel rimpinzare l’Italia di centrali a gas.

Perche’ queste centrali a gas sono investimenti costosi e che ci condanneranno ad usare gas (e a sottostare ai capricci di russi o libici) per altri di 30, 40, 50 anni perdendo il treno delle rinnovabili e tutto quello che fossile non e’. Programmare oggi centrali a gas significa non programmare per il vero futuro che ci aspetta e che non ha niente a che vedere con le trivelle e i rigassificatori.

Cosa alimentera’ queste centrali a gas di Cigolani? Lui bla-bleggia con le trivelle nostane ma lo sa meglio di tutti noi che ce ne abbiamo troppo poco di gas in Italia. E quindi ogni centrale a gas significa continuare sulla strada del passato, importare fossili, creare rigassificatori, gasdotti, centrali di alimentazione.

Ma poi, chi paghera’ per dismettere queste centrali a gas quando il gas sara’ obsoleto?

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mercoledì 12 gennaio 2022

Mr. Thor salva un isola dai palazzinari, ne fa un parco, e la regala alla sua citta' 60 anni dopo - Maria Rita D'Orsogna


Nello stato del Quebec, in Canada e giusto un po a nord di Montreal, sorge una cittadina che si chiama Laval. In realta’ Laval e’ stata quasi ingoiata da Montreal e adesso e’ tutto un grande agglomerato urbano.

Ci sono due fiumi che scorrono a Laval, l’Ottawa e il Saint Lawrence.

E in mezzo ai due fiumi un’isoletta, la Ile Ronde, piena di uccelli, tartarughe, alberi, papere, ranocchie.

Strano, in mezzo a tutto questo cemento che non sia stata cementificata pure lei. Strano che ci sia tutta questa vita selvatica.

La storia di questa isola e’ speciale, e speciale e’ la persona che ha reso tutto questo possibile.

Lui si chiama Thor Wikström. Oggi ha 93 anni.

Immigro’ in Canada dalla Svezia settant’anni fa e realizzo’ il “sogno canadese” nel campo dell’idraulica. Negli anni ‘60 costrui una casetta per la sua famiglia sulle sponde del fiume quando qui non c’era quasi niente. Dalla finestra vedeva ogni giorno la Ile Ronde, i suoi alberi e gli uccelli svolazzare.

Visto che gli piaceva tanto, riusci’ a convincere il proprietario dell’epoca a vendergliela.

Per tanti decenni Mr. Thor curo’ questa isola, le sue foreste, le sue zone umide. Ci mise casette per gli uccelli e una cabina di legno. Ci portava i suoi bimbi, ed amici che cosi potevano stare in mezzo alla natura.

Nel corso degli anni arrivarono tante offerte per vendere la Ile Ronde a costruttori e palazzinari. Ma Mr. Thor disse di no a tutti. Dozzine e dozzine di richieste. La natura era piu’ importante del denaro che gli veniva offerto.

Dopo 60 anni l’isola e’ ancora li e la natura e’ cosi rigogliosa che Mr. Thor l’ha regalata alla Nature Conservancy Canada per farne un area protetta.

C’e’ qui un tipo di tartaruga rara del Nord America scomparsa in altre parti del Canada perche’ e’ scomparso il suo habitat, e tanti alberi secolari. La biodiversita’ e’ straordinaria. Una delle cose piu’ importanti e’ che tutta la costiera e’ allo stato naturale e non cementificata e’ questo rende piu’ facile la riproduzione e il movimento delle tartarughe.

Mr. Thor dice che e’ contento che l’isola sara’ protetta per l’eternita’.

Ogni tanto e’ bello parlare di cose positive.


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venerdì 7 gennaio 2022

Spagna 2021: l'eolico prima fonte energetica - Maria Rita D'Orsogna

  

La principale fonte di energia elettrica in Spagna per il 2021 e’ stata quella eolica. Per la prima dal 2013 volta Eolo ha sconfitto l’atomo e gli idrocarburi.

In realta’ questo era gia’ successo nel 2013, ma quello fu un anno particolare in cui una delle centrali nucleari del paese, Garoña nella citta’ di Burgos, venne fermata per manutenzione.

Da allora il vento ha fatto passi da gigante, e ci si aspetta che questo continuera’ negli anni a venire, anzi ci si aspetta che il vento dominera’ lo scenario energetico del paese per il futuro prossimo.

Tutto questo non nasce dal nulla, nasce invece da una forte programmazione e da un vero intento politico, cosa completamente assente dall’agenda di Draghi-Cingolani.

Il Programma Nazionale Integrato di Energia e Clima di Spagna, il cosiddetto PNIEC, prevede il raddoppio dell’energia prodotta dalle turbine eoliche entro 2030, mentre l’energia da fotovoltaico quadruplichera’. Nel frattempo l’energia generata dal nucleare sara’ dimezzata. Restera’ invece uguale quella prodotta dall’idroelettrico.

Questo e’ il programma ma ci si aspetta che tutti questi obiettivi saranno raggiunti molto molto prima del 2030.

Il 2021 e’ stato un anno difficile per i costi energetici in tutto il mondo. La Spagna pero’ ha potuto in parte attutire il colpo perche’ ha deciso di generarsela per il piu’ possibile in casa. Quest’anno, in totale sole e vento made in Espana hanno generato il 47% del fabbisogno nazionale secondo il gestore della rete elettrica Red Eléctrica de España (REE).

Dieci anni fa le rinnovabili costituivano meno del 30% dell’elettricita’ consumata nel paese.

E non e’ sempre e solo questione di cambiamenti climatici o di nobili ideali. In questo momento sono le rinnovabili che portano i maggiori ritorni economici, specie perche’ i costi per installare impianti solari e/o eolici sono bassissimi rispetto a qualsiasi altro tipo di infrastruttura. I costi continueranno a calare come pure quelli per le batterie di stoccaggio.

Di sotto un estratto dal rapporto annuale della Red Electrica Espana per il 2020. Il rapporto per il 2021 uscira’ a Febbraio 2022, ma gia’ qui si puo’ vedere che la produzione di energia da rinnovabili continua a crescere. Per esempio, in Spagna siamo passati dal 38.9% del 2019 al 45.5% nel 2020…

 

E appunto, le stime per il 2021 sono di un ulteriore aumento al 47%.

E l’Italia?

Nei primi 11 mesi del 2021 secondo dati di Qual Energia.it abbiamo usato un po’ meno del 37% di energia rinnovabile in Italia. Tutto il resto e’ stato fossile.

 

Dunque: Spagna 47, Italia 37.

Considerato da dove eravamo partiti, siamo molto indietro.

E infatti eravamo partiti benissimo, specie con il solare, ma a un certo punto abbiamo perso la strada. Colpa dei monopoli elettrici fossili? Colpa del governo Renzi che ha tolto gli incentivi? Colpa di tutti gli altri politici? Colpa della burocrazia? Degli italiani? Non so…

…Il risultato è che siamo fermi con le rinnovabili a cifre che restano sotto il 40% del fabbisogno nazionale da anni. Per un’idea nel 2014 eravamo al 39%, oggi siamo un po sotto. Cioe’ non siamo cresciuti per niente.

 

E’ bene ricordare che l’obiettivo di Draghi (e di Cingolani?) e’ di arrivare al 72% di rinnovabili nel 2030.

Ma davvero? Ma dove li trovano questi numeri? E con quale bacchetta magica succedera’ tutto questo, visto che negli scorsi anni siamo cresciuti come le formiche? E poi con l’accoppiata Cingolani e Franceschini che approvano centrali a gas, trivelle, e che portano avanti inutili discussioni sul nucleare, dove crediamo di andare in questa nazione?

Ma e’ cosi difficile sedersi e davvero per una volta essere ambiziosi e volerlo?

Povera Italia.

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