Visualizzazione post con etichetta Medicina Democratica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Medicina Democratica. Mostra tutti i post

sabato 17 giugno 2023

Il disastro della sanità in Sardegna: Ospedali e Case di Comunità - Francesco Carta

 

In un’intervista della giornalista Cristina Cossu su l’Unione Sarda del 5 luglio l’Assessore alla sanità Carlo Doria rilascia dichiarazioni preoccupanti: “Stiamo ricostruendo e aggiornando tutta la rete ospedaliera e assistenziale. Oggi in Sardegna abbiamo ventitré ospedali per acuti – un quadro sorpassato e non sostenibile – una quota parte di questi sarà trasformata in Ospedali di Comunità”. Il primo è stato inaugurato a Ghilarza, a febbraio scorso, gli altri sono tutti da realizzare.

L’attivazione deve avvenire entro il 2026, pena la perdita dei fondi. Siamo ben consapevoli che gli Ospedali e Case di Comunità sono strumenti indispensabili per rilanciare e rifondare la sanità territoriale; le prime Case della Salute (declinate a case di comunità dal PNRR) in Sardegna furono istituite nel 2008; la loro reale attivazione è stata trascurata dalle amministrazioni regionali che si sono succedute. Ora il PNRR pone delle regole per attingere ai finanziamenti della Missione 6: attivare le Case e gli Ospedali di Comunità.

Queste strutture però devono essere aggiuntive rispetto a quelle esistenti, non possono essere sostitutive dei reparti ospedalieri attivi e devono essere autonome rispetto alla rete ospedaliera, per evitare di ricadere nell’ospedale-centrismo. L’esempio di Ghilarza è evidente: a dirigere l’Ospedale di Comunità istituito a febbraio 2023 sono stati chiamati medici ospedalieri e non del territorio, indebolendo l’ospedale e aggiungendo poco o nulla alla medicina territoriale.

L’Assessore vorrebbe estendere la sperimentazione di Ghilarza a livello regionale, persino a Ospedali storici come il Binaghi e il Marino, trasformando tali strutture in Ospedali di Comunità e sopprimendo i servizi preesistenti.

Ventitré ospedali per acuti non sono un quadro sorpassato e non sostenibile. La drastica riduzione dei posti letto è una delle cause della crisi della sanità, una ulteriore riduzione non può che aggravare i problemi. Come si può affermare che gli ospedali per acuti oggi non siano sostenibili. Non sono sostenibili rispetto alle politiche sanitarie adottate negli ultimi decenni; sono sostenibili se rapportate alle esigenze di salute delle popolazioni nei territori. Salvo che non si decida di rinunciare alle cure dei sardi, che saranno costretti a recarsi in altre regioni del nord, aumentando la già elevata migrazione sanitaria, specie verso la Lombardia.

La riduzione degli accessi impropri al Pronto Soccorso (codici bianchi e verdi) è un problema vecchio e mai affrontato seriamente; i codici bianchi e verdi sono di pertinenza della sanità e della medicina territoriale. Una riorganizzazione dell’assistenza territoriale è stata disattesa dalle politiche regionali. Voglio ricordare l’istituzione delle Case della salute fin dal 2008 (DGR 4/6/2008) e le Linee di indirizzo per la riqualificazione delle cure primarie (DGR n. 60 del 2/12/2015) di cui, colpevolmente, non si parla.

Tali Linee d’indirizzo indicavano già dal 2015 un modello Sardegna di nuove cure primarie, con l’obbiettivo di stimolare la sperimentazione nel territorio del Chronical Care Model (cura delle malattie croniche) e della Medicina d’iniziativa e di avviare la riaggregazione dei professionisti delle Cure Primarie: Aggregazioni Funzionale Territoriali (AFT), Medicina in Rete e Unità complesse di Cure Primarie  (UCCP) con le nuove Strutture territoriali di riferimento di tipo multidisciplinare (Case della Salute e Ospedali di Comunità) attraverso la programmazione delle attività con il Distretto Socio-sanitario. La gestione delle malattie croniche va garantita sul territorio e, se possibile, a domicilio del malato.

Gli accessi impropri al PS vanno evitati con una adeguata rete di assistenza territoriale di Cure Primarie. Negli ambulatori di medicina generale abbiamo sempre assistito i codici bianchi, verdi, gialli e rossi, inviando in ospedale quando necessario. Se la rete delle cure primarie è in grave crisi è evidente che aumenti il ricorso improprio al PS. La crisi è determinata dalla mancata applicazione delle Linee di indirizzo per la riorganizzazione delle Cure Primarie, dal mancato ricambio generazionale e dal pensionamento di molti medici (largamente prevedibile). Senza personale sanitario (medici e infermieri) non si può dare risposta ai problemi nel territorio e in Ospedale.

Un’applicazione dei propositi dell’Assessore, motivata dal pericolo di perdere finanziamenti, indebolisce ulteriormente il Servizio Sanitario Pubblico, e spinge settori di popolazione a rivolgersi ancor più spesso alla sanità privata.


Francesco Carta è un medico di Medicina Democratica

da qui

sabato 29 ottobre 2022

Se la medicina è prevenzione - Guido Viale

 

Sono membro e uno dei soci fondatori dell’Associazione Laudato sì – Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale, fondata nel 2015, subito dopo la pubblicazione dell’omonima enciclica di papa Francesco. Ciò che secondo noi costituisce il nucleo centrale di questa enciclica, che consideriamo il più importante documento politico di questo scorcio di secolo, è l’indissolubile nesso che vi viene tracciato tra giustizia sociale e giustizia ambientale.

La giustizia non è quiete, ma lotta, conflitto o iniziativa. Che cos’è la giustizia sociale? È il rispetto dei diritti irrinunciabili di ogni essere umano, che presuppone una lotta a fondo contro le macroscopiche diseguaglianze che caratterizzano la società odierna ovunque. E che cos’è la giustizia ambientale? È il rispetto dei diritti della natura o, meglio, del creato e di ogni singola creatura, cioè di ciò che noi laici chiamiamo mondo. Questi diritti corrispondono alle condizioni che rendono possibile la perpetuazione e la rigenerazione di ogni specie vivente e del relativo habitat fisico, climatico e biologico, vista l’interconnessione che lega tra loro tutti gli esseri viventi e questi con una vita umana degna di questo nome.

Questa interconnessione è anche la base del principio One Planet, One Health che segnala la continuità tra la salute degli esseri umani e quella del resto del vivente e del pianeta tutto. Ma è un principio che evidenzia anche il fatto che i confini della persona umana non coincidono con la sua epidermide; che il nostro io, il nostro noi, si estendono ben al di là dei nostri corpi, intersecandosi in modo diretto o indiretto con tutto ciò che ci circonda; mentre il sostrato geologico che ci sorregge, l’aria che respiriamo, l’acqua di cui siamo in gran parte composti e l’esistenza di tutti gli esseri viventi, a partire dai batteri presenti nel nostro corpo e passando per il cibo che la terra produce penetrano ben dentro i nostri organismi.

Se la vera e la più salutare delle medicine è la prevenzione, questa passa necessariamente per la salute dell’ambiente in cui siamo immersi. Non si può essere sani in un mondo malato, aveva ricordato Francesco; mentre la salute (ma questo punto mi vien da dire, soprattutto quella mentale) degli esseri umani, che sono i custodi del creato, è condizione imprescindibile di un ambiente sano: sia a livello locale che planetario.

Questa continuità tra l’essere umano e il mondo che lo circonda comporta una grande rivoluzione culturale rispetto alla concezione del mondo che si è andata affermando con la modernità, che è un termine delicato per nominare il capitalismo. Con essa, infatti, secondo quanto teorizzato da Cartesio, esiste una discontinuità radicale tra l’essere umano e il resto del mondo; tra lo spirito, prerogativa dell’uomo dominatore (implicitamente bianco, maschio ed europeo) e la materia inerte, a cui erano stati ricondotti tutti gli altri esseri che popolano la terra, compresi i “selvaggi”, cioè le popolazioni indigene delle nuove colonie e le donne.

Quella dicotomia viene oggi superata dalla sensibilità, prima ancora che dal pensiero, della cultura antispecista, sempre più diffusa tra una parte consistente delle nuove generazioni, quelle di Greta. Ma la sua storicizzazione, cioè la sua collocazione entro i limiti della cultura occidentale e di una fase specifica della storia umana, è una acquisizione dell’antropologia contemporanea, che ha trovato ovviamente supporto e legittimazione nello studio di numerose culture indigene ancora molto legate all’ambiente naturale in cui si sono sviluppate.

Sono culture, soprattutto quelle dell’America latina, che in parte hanno ispirato anche l’enciclica Laudato sì; cosa resa esplicita dal ruolo che papa Francesco ha attribuito al sinodo sull’Amazzonia.

E viene ovviamente superata, quella dicotomia, anche dal principio One Planet One Health; ma certo non dalla maggior parte delle pratiche mediche in vigore. A un estraneo al mondo medico come sono io lo scarto tra il concetto di One Health e la medicina corrente appare ancora abissale.

La permanenza di una cultura che separa l’uomo dall’ambiente, il corpo umano dalla natura, è probabilmente all’origine dell’attenzione che la scienza medica moderna ha concentrato sulla terapia, sulla cura del corpo malato, a scapito della prevenzione, della cura di ciò che mantiene o altera “dall’esterno” le condizioni di un corpo sano: a partire dal cibo, dall’acqua e dall’aria, temi relegati per lo più ad altre discipline.

Con ciò la medicina della modernità ha rinunciato anche a cercare nell’ambiente naturale i molti rimedi di cui si avvalevano i metodi tradizionali di cura, appannaggio per secoli di saperi femminili stroncati con e contestualmente alla caccia alle streghe che ha imperversato per alcuni secoli in occidente. Oggi la spinta a ricercare nei processi naturali i mezzi per affrontare disagi e malattie ricompare in alcune teorie e pratiche di medicina naturale o tradizionale emarginate, mal tollerate o decisamente esecrate e messe al bando dalla medicina ufficiale.

Ma la farmacologia industriale, con i suoi indubbi successi, ha finito per assumere un quasi-monopolio su gran parte della pratica medica, spesso ridotta a nient’altro che alla prescrizione di farmaci studiati, messi a punto, prodotti e venduti da un pugno di imprese tanto potenti da dettar legge sulla maggior parte dei protocolli terapeutici, a cui ci si riferisce ormai con il termine accusatorio di Big Pharma.

L’isolamento del corpo umano dal suo ambiente ha comportato anche che le pratiche mediche più complesse venissero concentrate in ospedali sempre più grandi e tecnologici, anch’essi sostanzialmente isolati dal territorio e sempre più in mano ai produttori della relativa strumentazione, mentre la medicina territoriale, quella in contatto con le comunità, che per questo potrebbe conoscere meglio i rischi di ogni singolo ambiente è stata progressivamente ridimensionata e deprofessionalizzata.

Ma questo è il modello di sanità che ne rende possibile e promuove la privatizzazione, mentre una medicina territoriale e ambientalista avrebbe bisogno, per svilupparsi, di un controllo diretto delle comunità, possibile solo in un contesto pubblico.

La pandemia ha portato allo scoperto le conseguenze di questa deriva: i fallimenti iniziali, indubbiamente riconducibili a una mancata conoscenza del virus, hanno concentrato gli interventi medici negli ospedali, trasformandoli spesso in focolai di contagio a cui hanno pagato un prezzo altissimo anche moltissimi medici e infermieri. Ma per contrastare il virus sono state scartate importanti soluzioni strutturali come l’acquisizione di maggiori spazi, l’aerazione dei locali, il potenziamento dei trasporti, lo scaglionamento dei turni, ecc, e sono stati imposti presidi estemporanei come mascherine e lock-down, senza tener conto delle loro conseguenze sull’equilibrio psicofisico, soprattutto di bambini e adolescenti.

Sostanzialmente si è ridotto tutto prima all’attesa e poi alla somministrazione dei vaccini. Cioè di farmaci prodotti “all’ultima ora”, mai sufficientemente testati, di cui le imprese produttrici hanno disposto quanto e come hanno voluto, sia in termini economici, trattando in segreto prezzi, quantità e destinazioni – e discriminando gli Stati non in grado di pagarli – sia in termini di informazioni, trascurando, fino allo spreco di altri farmaci già acquistati, ricerca, sperimentazione e pratica di soluzioni farmacologiche diverse dal vaccino che pure stavano dando buona prova.

Così ci sono voluti due anni per apprendere che quei farmaci non proteggevano né dal contagio attivo né da quello passivo (come ha confermato, pochi giorni fa al Parlamento europeo, un’alta dirigente del Pfitzer; ciò che avrebbe reso del tutto inutile l’istituzione del green pass), che la loro efficacia era di pochi mesi e che proteggevano solo dalle forme più gravi della malattia, in parte evitabili se affrontata in tempo. E senza mai varare un’indagine epidemiologica per misurarne efficacia e reazioni avverse, di cui peraltro la maggioranza dei medici è spinta in vario modo a non prendere atto.  

Anche l’ostracismo verso i non vaccinati, soprattutto se medici, ha poi finito per consolidare il monopolio del vaccino a spese di altre terapie nel frattempo validate.

C’è comunque un temine che unisce le attenzioni verso le condizioni che caratterizzano il benessere dell’essere umano, che è il concetto stesso di salute, e quelle che contraddistinguono un ambiente sano, cioè la sua capacità di riprodursi e rigenerarsi. Quel termine è cura. È un termine che non fa solo riferimento alle attività a cui sono professionalmente preposti i medici, perché include soprattutto quelle a cui dalla notte dei tempi sono relegate le donne; tanto che molto spesso la cura viene equiparata al cosiddetto “lavoro riproduttivo”, in quanto contrapposto al lavoro produttivo: quello che produce merci, valore, profitto.

Ma quel concetto include non solo le attività, in gran parte misconosciute, legate alla riproduzione della vita e della famiglia, ma anche quelle ancora più misconosciute, che consistono nel tenere insieme una comunità attraverso una serie di legami informali di cui ci si accorge solo quando vengono meno.

Come succede, per esempio, in quei territori dove una massiccia emigrazione di donne poi addette alla cura di famiglie lontane in qualità di colf o di badanti priva la comunità di quel tessuto che la teneva in piedi: gli uomini rimasti, per lo più in condizioni di dipendenza e di emarginazione non sanno mantenerlo; non sanno prendersene cura.

Ora, di fronte alla crisi climatica e ambientale che incombe su tutta l’umanità, qual è la cura del pianeta a cui si deve dedicare chi intende battersi per cercare di fermare questa deriva? Quella cura è la conversione ecologica: un concetto introdotto nel lessico politico da Alex Langer quasi trent’anni fa e ripreso con forza da papa Francesco nell’enciclica Laudato sì. Badate che i termini transizione e conversione non sono equivalenti, anche quando entrambi si fregiano dello stesso aggettivo – ecologico – e spesso vengono usati in modo interscambiabile.

Transizione ecologica (così come è stata intesa da Roberto Cingolani) è un passaggio destinato a “salvare”, cioè conservare quanto più possibile, non solo l’attuale apparato produttivo – e, conseguentemente, anche le sue produzioni, compresa quella sempre più importante di armi – riducendone l’impatto sull’ambiente. Certo, con le fonti rinnovabili; ma soprattutto con la cattura del carbonio, continuando a usare i fossili, e con il nucleare, che mettono ad alto rischio la salute di tutti. In attesa dell’araba fenice della fusione, che “un giorno”, certo ancora lontano, ci procurerà senza scorie e senza danni tutta l’energia di cui avremo bisogno. “Come fa il sole”, permettendo alla civiltà di continuare la sua corsa lungo il percorso già tracciato della crescita, dello sviluppo e del progresso.

La conversione ecologica è un’altra cosa: più difficile da concepire e ancor più da realizzare, ma più realistica, perché fa i conti con i limiti del nostro pianeta e non chiama in causa solo la necessità di abbandonare una serie di produzioni che fanno male a chi ci lavora, a chi ne subisce gli impatti e a chi ne fa uso. Ma impone anche un diverso stile di vita, improntato alla sobrietà nei consumi, alla condivisione dei beni comuni e al primato affidato alla qualità delle relazioni, non solo con il nostro prossimo umano, ma anche con il territorio e con tutti gli esseri viventi animali e vegetali che lo abitano: cioè al perseguimento della salute, nella accezione larga di un benessere complessivo.

Certamente, come insegnava Alex Langer, perché la conversione ecologica possa affermarsi bisogna che diventi socialmente desiderabile. E certo la cultura dominante, non facilita questo cambio di prospettiva. Ma sarà sempre meno desiderabile anche l’alternativa che ci prospettano i sostenitori della transizione ecologica e, meno ancora, quella dei sostenitori dello status quo, negazionisti della crisi climatica e ambientale nella pratica quando non anche in linea teorica.

Perché ormai è chiaro, e lo sarà sempre di più, che l’alternativa alla conversione ecologica non è un “benessere” fondato su un consumo crescente e diffuso e su un PIL in continuo aumento, ma è un regime sempre più discriminatorio di “austerità”, una disoccupazione e una precarietà crescenti. E poi, la guerra.

Sì, perché invece della conversione ecologica; anzi, per accelerare i tempi della crisi climatica, di cui gli esperti hanno collocato il tipping point, cioè la soglia dell’irreversibilità, al 2030, cioè tra otto anni – e magari per anticiparlo con una ecatombe nucleare – agli impegni assunti al vertice di Parigi e malamente confermati a quello di Glasgow, i “Grandi della terra”, cioè i nostri governanti, hanno deciso di anteporre il ricorso al più antico, e oggi il più distruttivo, sistema per attentare alla nostra salute, al nostro benessere, alle nostre vite: la guerra.


Contributo al convegno di Medicina Democratica

da qui

venerdì 22 luglio 2022

Vaccini e farmaci: appello a istituzioni UE e governi…

 … per sostenere un progetto europeo che metta al centro la salute come bene comune e senza extra-profitti.


Comunicato stampa di Medicina Democratica

 

Scienziati, economisti e rappresentanti di organizzazioni della salute lanciano un appello a sostegno della proposta di un’infrastruttura pubblica europea che sviluppi vaccini e farmaci come bene comune che verrà discussa il 28 settembre presso il Parlamento Europeo. Nata all’interno del Forum Disuguaglianze e Diversità, l’idea è stata poi sviluppata da Massimo Florio con un gruppo di ricerca internazionale su richiesta dello Science and Technology panel del Parlamento Europeo. Si avvia ora il confronto con le istituzioni

 

Roma, 13 luglio 2022. Mentre i cittadini e le cittadine europei sono ancora nella morsa del Covid-19 e delle sue varianti, e stanno iniziando i piani per la quarta dose, al di là dell’Atlantico l’amministrazione Biden, secondo la notizia riportata da Reuters e Wall Street Journal, ha sottoscritto un contratto con Pfizer da $3,2 miliardi per 105 milioni di dosi a $30 dollari l’una. Studi indipendenti (Imperial College, Londra; Light e Lexchin, Journal of the Royal Society of Medicine) stimano il costo di una dose di vaccino a mRNA fra 1,20 e 3 dollari: si genera quindi un margine di profitto lordo del 900% per la casa farmaceutica. In Europa si apre invece un’opportunità senza precedenti di andare in una direzione diversa, mettendo al primo posto il diritto alla salute.

Il prossimo 28 settembre, presso il Parlamento Europeo, si discuterà l’idea di costituire un’infrastruttura pubblica comune di ricerca biomedica, per lo sviluppo autonomo di nuovi farmaci, vaccini, diagnostica e tecnologie medicali, orientata dai bisogni della salute, sostenuta dai governi della UE, aperta a paesi terzi, in dialogo con la società civile, in grado di valorizzare le eccellenti capacità esistenti in Europa nelle Università, negli istituti no-profit, nelle imprese innovative, sulla base di contratti trasparenti e senza esclusive brevettuali.

A sostegno della proposta parte oggi una lettera aperta alle Istituzioni europee e ai Governi, che vede tra i promotori oltre a Massimo Florio, Professore di Scienza delle Finanze, dell’Università di Milano, membro del Forum Disuguaglianze e Diversità e autore dello studio che verrà discusso, e a Fabrizio Barca, co-coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, all’interno del quale l’idea è nata, anche Silvio Garattini, Presidente dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, Giuseppe Remuzzi, Direttore scientifico dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” e Professore “per chiara fama” dell’Università di Milano, Vittorio Agnoletto, Medico, coordinatore campagna NO profit on pandemic, Nicoletta Dentico, Giornalista Cofondatrice dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale, Roberto Romizi, Presidente Associazione Medici per l’Ambiente ISDE Italia e Giuseppe Masera, già Direttore Emato-oncologia pediatrica dell’Università Milano Bicocca. E tra i primi firmatari tanti altri studiosi e studiose, rappresentanti di associazioni scientifiche e della cittadinanza attiva, nonché le ex Ministre della salute Rosy Bindi e Giulia Grillo.

“Con un bilancio annuo simile a quello della Agenzia Spaziale Europea (circa 7 miliardi di euro nel 2022), ispirandosi anche all’esperienza del CERN, dell’European Molecular Biology Laboratory (EMBL) e altre eccellenze scientifiche, il nuovo soggetto potrebbe nell’arco di venti anni divenire il primo centro del mondo per la ricerca biomedica intramurale, con un ampio portafoglio di progetti innovativi nei campi meno coperti dall’industria – si legge nell’appello – “Chiediamo alle istituzioni europee ed ai governi di prendere in considerazione questa proposta, di farla propria e di svilupparla con senso di urgenza”.

In un momento in cui la salute di milioni di cittadini e cittadine europee è ancora sotto attacco del virus, sarebbe imperdonabile non cogliere l’occasione per cambiare radicalmente il rapporto tra salute come bene comune e profitto oligopolistico di un ristretto gruppo di multinazionali farmaceutiche. La scienza e i sistemi sanitari europei possono diventare autonomi iniziando ora un progetto comune.


Testo dell’appello e firme:  Appello_definivoCompleto_ItEn_firme_13-07

Per sottoscrivere l’appello scrivere una mail a: perbiomedeuropa@gmail.com con nome, cognome, ruolo e appartenenza esplicitando nel testo della mail il consenso a pubblicare il proprio nome sul sito del Forum Disuguaglianze e Diversità.


Programma e iscrizioni all’evento del 28 settembre al Parlamento Europeo:

https://www.europarl.europa.eu/stoa/en/events/details/creation-of-a-public-european-medicines-/20220610WKS04282

da qui

martedì 11 gennaio 2022

Cosa bolle in pentola per la salute? - Marco Caldiroli*

 

La “sanità” è caratterizzata da strutture e ambiti definiti “politicamente” come altri aspetti del welfare (“produzione” di salute collettiva e individuale) e agisce (o non agisce), direttamente o indirettamente, sulla ampia gamma dei determinanti della salute (condizioni lavorative, di vita, ambientali). Le “pentole” in ebollizione sono diverse per contenuti e “livelli” ma anche per le direzioni.

Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza vi è una dichiarata “sterzata” verso il potenziamento della medicina territoriale (case di comunità, ospedali di comunità, medicina di “prossimità”), un richiamo alla impostazione della riforma sanitaria del 1978 e dello strumento della Unità Socio Sanitaria Locale ove il sociale è integrato al sanitario, l’aspetto locale è fondativo (in contrapposizione  con il modello di aziendalizzazione successivo e del conseguente ospedalocentrismo più o meno accentuato a seconda della regione).

La pentola del PNRR sobbolle su questo tema e i prossimi mesi saranno decisivi per individuare quale sia il “paradigma” sotteso alle dichiarazioni fatte per ottenere i finanziamenti (la gran parte prestiti) europei. Per questo alcune anticipazioni Agenas sulle linee guida relative alle case di comunità sono preoccupanti: si chiede ai medici di medicina generale (il fulcro delle case di comunità) di dedicare 2 ore alla settimana a tale attività, palesemente inadeguata sia in termini di servizio che di concretezza; e non risponde certo alle tante vertenze territoriali sul tema.

Nel PNRR, per sua nascita, non vi è la voce “operatori”, che questi siano fondamentali appare ovvio ma non risolto. Molto bolle in pentola da questo lato, lavoratori/lavoratrici hanno fatto sentire la loro voce ma permane il peso della zavorra dell’ “obbligo fiduciario” che mette il dipendente in balia del datore di lavoro non permettendogli di segnalare criticità pena la perdita del lavoro, per non dire della sempre più estesa precarietà e la esternalizzazione di tutti i servizi possibili.

Il tema della autonomia differenziata è parallelo e foriero di ulteriori sfracelli smontando anche quel che rimane dei Livelli Essenziali di Assistenza che hanno fatto da “cerotto”, ora sempre meno, a 21 sistemi diversi l’uno dall’altro (in Lombardia anche singole aziende sanitarie si possono organizzare diversamente).

Una pentola regionale da tenere d’occhio particolarmente è quella della Lombardia, apripista delle peggiori e più incisive iniziative di smontaggio e distruzione del servizio sanitario pubblico a favore del privato. La legge Moratti approvata il 30 novembre rilancia il modello precedente, costruito con solerzia e impegno dal 1997. Per ottenere i 1,2 miliardi di spettanza dal PNRR la legge contiene formalmente le strutture di medicina territoriale ma subito dopo le definisce “equivalenti” (in precedenza si parlava di “parità”) con il privato, apre alla gestione delle stesse da parte di quest’ultimo e inserisce nel “sistema” le mutue, le assicurazioni e il “welfare aziendale”. Un vero e proprio passo del gambero che ci porta a prima del 1978 ma soprattutto accentua le discriminazioni all’accesso alle cure (già oggi in Lombardia la stessa struttura privata accreditata/convenzionata tratta il “cliente” in almeno quattro modi diversi : utente del servizio sanitario, in fondo alla lista d’attesa; con una aggiunta di pagamento si accorcia l’attesa; con una mutua/assicurazione si accede alle corrispondenti prestazioni a seconda della “ricchezza” del “prodotto” riducendo l’attesa; pienamente pagante: prestazioni immediate e scelta del medico).

Tale impostazione non è in contrasto con il PNRR che non fa scelte o chiare distinzioni tra pubblico e privato rischiando, ancora una volta, di dare pietanze pubbliche in abbondanza a chi ha come obiettivo principale della attività in campo sanitario il profitto e non la salute pubblica. Eppure dovrebbe essere chiaro che i cittadini/e non sono clienti ma portatori del diritto alla salute.

A fronte di quanto è stato deciso o si approssima a decisioni del genere vi è fortunatamente un soggetto che ha acquisito una maggiore forza anche “grazie” all’emergenza e la sfida che la pandemia ha determinato.

È un vaccino antiprivatizzazioni costituito dalle associazioni e dalle realtà sociali che sono tornate a parlarsi anche oltre gli ambiti e le vertenze locali e può produrre numerosi “anticorpi popolari”.

Senza sminuire altre iniziative penso che la principale, in termini di possibili sviluppi futuri e di ampiezza di “presa in carico” di temi, è quella che ha avuto una prima tappa a Bologna il 6-7 novembre scorso: “Come si esce dalla sindemia”.  I quattro tavoli di lavoro (“sistema sanitario”, “cos’è la salute?”, “pandemia: a che punto è la notte?”, “mobilitazione: che fare?”) hanno condiviso alcuni concetti di base sul tema, confrontando esperienze distribuite in Italia e hanno proposto un percorso comune. Il tavolo sulle mobilitazioni ha avuto infatti un esito che merita di essere riportato ampiamente a partire dalla condivisione di essere contro la mercificazione e la privatizzazione della salute come la necessità di lottare  localmente e in connessione con “le battaglie ecologiste, femministe, per il diritto alla casa, al reddito, per l’abolizione del carcere, insomma di tutte le lotte che sono, in fin dei conti, la lotta comune per il diritto alla salute” (…) Concludendo con le seguenti proposte operative:

1.      Urge una piattaforma comunicativa. Non solo serve una piattaforma “centralizzata” capace di assorbire per poi diffondere le informazioni (vertenze, scadenze, lotte, interviste, azioni, ecc.) che provengono da tutti i territori, ma serve soprattutto una piattaforma “rizomatica” in cui le varie realtà abbiano la possibilità di connettersi le une con le altre in maniera autonoma, secondo le proprie libere iniziative.

2.      Serve uno slogan comune, capace di essere elemento universale amalgamante di realtà così tanto diverse. Per questo è stata proposta la frase «la salute non è una merce», ma anche l’idea di un manifesto con poche rivendicazioni universali comuni e quella di una bandiera che, da nord a sud, possa essere sempre riconoscibile.

3.      Infine, è stata sentita la necessità di aprire nuovi percorsi comuni. Percorsi che secondo molti del tavolo dovrebbero portare verso una data durante la quale poter iniziare a sperimentare pratiche di lotta comune e capillare sui territori, ma che secondo altri compagni invece non dovrebbero ridursi ad una semplice data di mobilitazione, per provare a essere invece qualcosa di più profondo, capace di costruire relazionalità più intense ed efficaci nel tempo. Nel medio, lungo e lunghissimo termine.”

Tra le tante pentole, alcune indigeste, almeno una che propone una dieta salutare.

 

*(Presidente di Medicina Democratica)

 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 48 di Gennaio-febbraio 2022: “Cosa bolle in pentola?“

 

da qui

venerdì 19 giugno 2020

allevamenti intensivi e covid-19

COVID-19 E (CO)FATTORI AMBIENTALI, SOCIALI E ALLEVAMENTI INTENSIVI - Gian Luca Garetti

(Riceviamo e rilanciamo da Gian Luca Garetti, Vice Presidente di Medicina Democratica – sezione di Firenze – per gentile concessione di https://www.perunaltracitta.org/2020/04/13/chi-e-cosa-aiuta-il-coronavirus/)

Cofattori del Sars-cov-2
Questa pandemia è come un terribile romanzo giallo, ambientato nel Capitalocene, in cui il colpevole è il coronavirus sars-cov-2, l’arma del delitto sono le mutazioni maligne delle famose proteine spike, che permettono al virus di agganciarsi alle cellule umane, di penetrarvi e poi di replicarsi e diffondersi. Le vittime sono i più anziani, quelli più in basso da un punto di vista socioeconomico, gli operatori sanitari. C’è poi una cupola di personaggi secondari, i cosiddetti cofattori, che in vario modo contribuiscono al delitto, cioè al diffondersi ed all’esacerbarsi della malattia. In questo articolo ci occuperemo in particolare delle interconnessioni, dei collegamenti trasversali che ci sono fra l’inquinamento atmosferico, la fame di proteine animali e questa pandemia.

Il cofattore inquinamento atmosferico
Precedentemente abbiamo commentato alcuni studi scientifici che parlano dell’inquinamento atmosferico come cofattore di Covid-19, sia a livello di diffusione https://www.perunaltracitta.org/2020/03/18/piu-particolato-piu-covid-19/ che di aggravamento della pandemia https://www.perunaltracitta.org/2020/03/16/non-andra-tutto-bene/ Qui ne esamineremo altri due, pubblicati di recente nella letteratura scientifica, che mettono in evidenza come il Pm2,5 renda più vulnerabili e esacerbi gli effetti di Covid-19.
Il primo studio , https://projects.iq.harvard.edu/covid-pm condotto dall’italiana Francesca Dominici, insieme ad altri ricercatori della Harvard TH Chan School of Public Health di Boston, ha collegato l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico, cioè le zone in cui c’è stato negli anni un elevato livello di particolato, con la mortalità per Covid-19. Sono state prese in esame 3000 contee statunitensi, fino al 4 aprile, coprendo il 98% della popolazione.
E’ risultato che all’aumento di solo 1μg / m3 di PM2,5 è associato un aumento del 15% nel tasso di mortalità di Covid-19 (una evidenza statisticamente significativa).
Secondo questo studio l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico rende molto più vulnerabili al verificarsi degli esiti più gravi del Covid-19. Rafforzando quanto era stato affermato in uno studio riferito al coronavirus del 2003 https://ehjournal.biomedcentral.com/articles/10.1186/1476-069X-2-15 ,cioè che i malati di SARS che abitavano nelle regioni con qualità dell’aria peggiore presentavano un rischio di morte dell’84% più alto.

L’elevato livello di inquinamento cofattore dell’alto livello di mortalità nell’Italia del nord.
‘L’inquinamento atmosferico può essere considerato un co-fattore di mortalità SARS-CoV-2 nel Nord Italia?’ È il titolo del secondo studio https://doi.org/10.1016/j.envpol.2020.114465 condotto da un gruppo di ricercatori italiani dell’Università di Siena e della Aarhus University (Danimarca) che così termina: ‘Concludiamo che l’elevato livello di inquinamento nell’Italia settentrionale dovrebbe essere considerato un ulteriore cofattore dell’alto livello di mortalità registrato in quella zona’. L’inquinamento atmosferico, comprometterebbe la prima linea di difesa dell’organismo costituita dalle cellule epiteliali che rivestono le mucose e dal muco secreto dalle cellule caliciformi (goblet cells), delle vie aeree superiori. Così che all’arrivo delle particelle virali SARS-CoV-2 sulle superfici delle mucose respiratorie, la proteina spike avrebbe facilitato l’attracco, la fusione, l’ingresso e poi la replicazione della particella virale all’interno delle cellula. Alla morte cellulare, seguirebbe la liberazione di milioni di nuove particelle virali e la diffusione del virus nell’organismo.
Altri cofattori favorenti il surplus di letalità nel Nord Italia, sono:
a) la privatizzazione ed il progressivo indebolimento del Sistema sanitario nazionale, minato dall’aziendalizzazione e da decenni di politiche liberiste; b) la mancanza di una strategia seria di protezione degli operatori sanitari (sono già morti più di 100 medici e non è finita) e degli ospedali; c) la mancanza di corretta informazione (mascherine si, mascherino no) e di ricerca attiva dei casi (tamponi si, tamponi no); d) il tardivo lockdown del governo e) il diverso modo di riportare il numero di decessi e infezioni tra i vari paesi; f) la vecchiaia della popolazione italiana.

Un effetto positivo: l’aria è più pulita perchè calano gli ossidi di azoto
Le prime osservazioni dell’Agenzia europea per l’ambiente (AEA) e delle varie ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente) concordano sul fatto che l’impatto della assenza di auto, sulla qualità dell’aria, è stato caratterizzato da un calo delle concentrazioni di biossido di azoto (NO2), ascrivibile al traffico veicolare, in particolare ai motori diesel.

Picchi di particolato transfrontaliero e di particolato secondario
L’effetto del particolato (PM) è più difficile da decifrare data la complessità della sua origine. In questo periodo si sono avute in tutta Italia impennate di particolato, riconducibili alla avvezione di polvere del deserto del Caucaso, o del Nord Africa. Mentre in Lombardia, nella Pianura padana in genere, è stata predominante la componente secondaria del particolato, costituita da nitrato e solfato di ammonio, proveniente dallo spandimento sul terreno dei liquami zootecnici degli allevamenti di bovini e di maiali. In Lombardia ce ne sono più di 4 milioni, di maiali. In Cina, che è il più grande produttore di maiali del pianeta, se ne stimano circa 440 milioni.

Suinifici cinesi devastanti cofattori di Covid-19
La provincia cinese dell’Hubei, è una vera e propria fabbrica di epidemie. In questo marzo 2020, vi si è verificato anche il primo focolaio dell’anno di peste suina africana (PSA), denominata in inglese (ASF) african swine fever. E’ una malattia virale, letale, non trasmissibile agli esseri umani, che colpisce suini e cinghiali, che si possono contagiare per contatto o attraverso l’ingestione di carni infette. Non esistendo vaccini né cure, per frenare il contagio non resta che uccidere tutti i casi conclamati e sospetti e sorvegliare le frontiere. La malattia ha gravi conseguenze socio-economiche, che possono essere state decisive nello spianare la strada a Covid-19, vedi poi.
“Big Farms Make Big Flu” (le mega-fattorie producono macro-influenze).
E’ il titolo di un noto libro del biologo Robert G. Wallace, pubblicato nel 2016. Un libro importante perché traccia la connessione tra i modelli della produzione capitalista di bestiame e l’eziologia di quelle epidemie zoonotiche, come SARS e MERS, esplose negli ultimi decenni, che sono state trasmesse dagli animali agli esseri umani, cioè che hanno fatto il ‘salto di specie’, come è successo anche per il Covid-19.

Nel Gabon si proteggono i gorilla dall’uomo
Dopo che nel 1995 l’epidemia di Ebola decimò la popolazione dei gorilla di oltre il 90%, il governo del Gabon ha deciso di proteggere i gorilla dal contagio dell’uomo, vietando l’ingresso dei turisti nei parchi e mettendo in quarantena il personale che vi lavora. Ha inoltre deciso di vietare la vendita e il consumo di pipistrelli e pangolini. Lì vivono molti cinesi. In Gabon al momento ci sono solo 21 casi di Covid-19.
Metà dei maiali allevati nel mondo sono cinesi
La Cina concentra nel suo territorio il maggior numero di “landless systems” (sistemi senza terra), fabbriche di morte, macro sfruttamento di allevamenti in cui si stipano migliaia di animali, che possono diventare laboratori viventi di mutazioni virali poi suscettibili di provocare nuove malattie e epidemie. L’allevamento industriale erodendo sempre più l’habitat delle specie selvatiche, oltre a metterne a rischio la biodiversità, ha favorito le possibilità di contatto tra la fauna selvatica (pipistrelli, cinghiali etc) e il bestiame, maiali in particolare. Ricordiamo per esempio, la Sindrome della Diarrea Acuta Suina (SADS-CoV), del 2016, sempre in Cina, che fu provocata da un nuovo coronavirus, trasmesso dai pipistrelli.

Gli animali allevati nel mondo sono più di tre volte degli esseri umani
L’allevamento degli animali ha proporzioni gigantesche, stimate in 3,5 volatili e 0,5 mammiferi da carne rossa (come vitelli e maiali) allevati ogni anno per individuo. Per il day after: bisogna cambiare, da subito, l’attuale ciclo della produzione alimentare, verso una svolta zoe-egalitaria, che ci impegni a relazioni più etiche ed eque con gli animali (vedi Rosi Braidotti, Il postumano, DeriveApprodi,Roma 2014).
Per proteggere l’ecosistema mondo è indispensabile indirizzare la nostra dieta verso le proteine vegetali, la cui produzione non uccide nessuno, non fa correre rischi pandemici, non contribuisce al disboscamento di aree ecologicamente importanti come la foresta amazzonica, non inquina le falde acquifere e l’atmosfera, non produce antibiotico-resistenza, né malattie cronico-degenerative, non ha un consumo d’acqua spropositato, non aggrava il cambiamento climatico:
‘Le emissioni di CO2, per grammo di proteine sono almeno 20 volte minori per i legumi, rispetto alla carne ed il consumo di acqua nella loro produzione è 5-6 volte minore’ ( vedi P. Vineis et al, Prevenire, Einaudi, Torino 2020)

Il 2019 l’anno del maiale, della PSA e del Covid-19
Nel 2018 partì dalla Cina un’ epidemia di peste suina africana (PSA), per la responsabilità della industria dell’allevamento, che devastò le fattorie cinesi e si propagò nel mondo. Il 5 febbraio 2019 si è celebrato, secondo il calendario cinese, l’inizio dell’anno lunare dedicato al maiale, segno zodiacale tradizionalmente associato a ricchezza, prosperità ed abbondanza. Incurante di ciò la peste suina africana ha sterminato i maiali cinesi, costringendo la Cina all’importazione di carne di maiale (dagli Stati Uniti, dall’Europa e dall’Italia etc.) facendo lievitare i prezzi del mercato interno, nonostante le scorte di Stato.

La Via del maiale
La Cina ha fame di carne di maiale. E’ il primo allevatore ed il primo consumatore di maiali al mondo. Nel settembre del 2019, l’incremento del prezzo della carne suina è arrivato a + 69,3%. Proprio i prezzi alle stelle, potrebbero essere stato uno dei motivi che hanno spinto la prima vittima ufficiale da Covid19, il sessantunenne di Wuhan, morto il 9 gennaio, a frequentare il mercato della città di Wuhan, nella provincia dello Hubei, dove venivano venduti pipistrelli e pangolini. I formichieri squamosi, una specie protetta la cui vendita è illegale, molto probabilmente sono stati l’ospite intermedio, fra il pipistrello e l’uomo, che ha favorito il salto di specie.
Un altro cofattore: il negazionismo cinese
Considerato che in Cina solo il 23 gennaio è stato imposto il lockdown totale, un recente studio condotto da ricercatori dell’Università di Southampton, in Gran Bretagna, ha stimato che se la Cina avesse agito con una settimana di anticipo rispetto alla data del 23 gennaio, avrebbe ridotto il contagio globale del 66%.

Per il day after
Covid-19 non resterà un episodio isolato, se non ci libereremo dal capitalismo che stritola tutte le specie viventi negli ingranaggi dell’economia globale, se non casseremo il modello di allevamento capitalista industriale che scanna e trasforma milioni di animali in macchine fornitrici di materia prima, con impatti ambientali giganteschi sul pianeta, se non chiuderemo per sempre i ‘wet market’, barbari mercati senza regole dove animali vivi di specie selvatiche, ma anche cani e gatti, vengono macellati sul posto e acquistati per fame o per superstizione, promuovendo lo spillover zoonotico, il salto dall’animale all’uomo di nuovi agenti patogeni. In Cina sono maestri del ‘contact tracing’ che ne facciano uso per chiudere almeno questi mercati dell’orrore e delle pandemie.
Covid-19 può essere un’opportunità per progettare nuovi schemi sociali, forme di pensiero alternativi a quelli dominanti ed un modo diverso di pensare a noi stessi.



Il COVID-19 ci avvisa che più grandi sono gli allevamenti più letali sono i virus



Nonostante le circostanze attorno alla comparsa del COVID-19 non siano ancora del tutto chiare, sappiamo di per certo che la causa dell’attuale pandemia è da far risalire alla relazione che l’uomo ha con altre specie animali. Il COVID-19 è una malattia zoonotica ‒ cioè trasmessa dagli animali all’uomo attraverso un salto di specie detto spillover. Altre malattie di questo tipo sono la SARS, Ebola, Zika, Mers, le infezioni da Escherichia coli, Campylobacter e Salmonella, oltre all’influenza aviaria e a quella suina che proliferano negli allevamenti intensivi.
Come abbiamo scritto a marzo, lo scenario più probabile indica che il serbatoio del patogeno sia una specie di pipistrello presente in Cina e che il COVID-19 sia arrivato all’uomo attraverso un ospite intermedio. Quindi, a differenza dell’influenza aviaria o di quella suina, ma similmente alla SARS, il COVID-19 non proviene da un animale in allevamento. Nonostante ciò, è proprio lo sfruttamento di animali in allevamenti intensivi ad avere favorito le condizioni alla base perché il virus si spostasse dal pipistrello all’uomo.
Inoltre la puntata del 13 aprile di Report, a cui hanno contribuito anche i nostri investigatori, ha chiarito come lo smaltimento dei liquami animali ‒ e l’inquinamento atmosferico possano giocare un ruolo chiave nella diffusione del virus. Secondo l’Arpa, in Lombardia, l’85% delle emissioni di ammoniaca è causata dagli allevamenti, nello specifico dai loro liquami, e l’ammoniaca è uno dei principali fattori della formazione di PM10.

Gli allevamenti intensivi hanno cambiato il mercato della carne cinese

Se andiamo a considerare le cause per cui sia avvenuto lo spillover da una specie all’altra, un tassello che ci aiuta a completare, seppure parzialmente, il quadro è la trasformazione del modello di produzione di carne avvenuta in Cina a partire dagli anni ‘90, che ha colpito i piccoli allevamenti familiari e sconvolto le aree rurali.

Come racconta Stefano Liberti nel capitolo dedicato alla produzione di carne suina ne I signori del cibo, nella Cina di un tempo le famiglie mangiavano carne due volte l’anno, mentre oggi il maiale «è marchio di status ‒ mangiare carne rappresenta il segno più tangibile dell’ascesa sociale, dell’uscita dalla miseria e dalla sussistenza». Questo ha portato ad un’esplosione del consumo di carne: nel 1970 un cittadino cinese ne consumava in media 8 chilogrammi all’anno, mentre oggi ne mangia cinque volte tanto. 
Una delle incarnazioni più paradigmatiche di questa trasformazione dell’industria alimentare cinese sono i CAFO (Concentrated Animal Feeding Operations), vale a dire allevamenti su scala industriale che hanno l’obiettivo di produrre la maggiore quantità di carne nel più breve tempo possibile per sfamare un mercato in enorme crescita. La presenza di enormi allevamenti industriali ha spinto fuori dal mercato i piccoli allevamenti familiari che non hanno potuto reggere la competizione. Inoltre, dal punto di vista geografico, gli allevamenti industriali hanno iniziato ad occupare sempre più terra spingendo i piccoli allevatori verso zone incoltivabili, vicino alle foreste. Motivo che ha portato molti di questi allevatori a ripiegare verso altre attività economiche.

I wet market sono la risposta sbagliata a un’industria sbagliata

In molti hanno quindi iniziato a cacciare animali selvatici da vendere nei “wet market”. In alcuni casi perché considerati prelibati, in altri per motivi terapeutici – gli organi di certi animali sono secondo la medicina cinese efficaci per la cura di alcuni malanni.
Con l’aumentare della presenza dell’uomo in ecosistemi dove pipistrelli e altri animali selvatici potevano in passato vivere indisturbati, è aumentato enormemente anche il rischio del salto della specie del virus da un animale all’essere umano. La diffusione del COVID-19 ne è una prova e ci dà la misura di quanto l’uomo sia parte di un ecosistema che non bada a confini di specie, né a quelli geografici ‒ nonostante i nomi che l’uomo dà ai patogeni, questi non sono davvero “cinesi”, “spagnoli” o di qualsiasi altra nazionalità si cerchi di attribuire loro.

Il bene degli animali è anche il bene per gli essere umani
Che cosa possiamo imparare da questo? Una lezione importante è che per ridurre i rischi della salute umana è sempre più necessario occuparsi anche di quella animale. Come raccontano Jonathan Safran Foer, autore tra gli altri di Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?, e Aaron S. Gross sul The Guardian, in questo momento:
«Siamo preoccupati della produzione di mascherine per il viso, ma sembriamo indifferenti alle fattorie che producono pandemie. Il mondo sta bruciando e noi ci armiamo di estintori mentre la benzina bagna la miccia che abbiamo ai piedi».
Che cosa vuol dire concretamente prenderci cura della salute animale? Un primo passo potrebbe essere limitare l’interazione umana con animali selvatici. Ma questo non basta, date le condizioni degli allevamenti in Italia o nel resto d’Europa, nessuno può assicurarci che la prossima epidemia non esploda a pochi chilometri da casa nostra. Qualcuno ricorderà che la BSE (Encefalopatia Spongiforme Bovina), l’epidemia prodotta dalla Salmonella DT104 o quella dall’Escherichia coli 0157 sono patologie nate proprio in allevamenti europei.
Nel libro Big farms make big flu pubblicato nel 2016, Rob Wallace spiega che negli allevamenti in cui vivono ammassati centinaia, migliaia di polli e tacchini selezionati geneticamente, per motivi puramente commerciali, un virus può agire indisturbato senza di fatto incontrare varianti genetiche che ne possano impedire la diffusione, con il rischio che venga poi trasmesso agli esseri umani.
Oltretutto, come spiega ancora Wallace, possiamo considerarci in qualche modo fortunati perché il COVID-19 è di gran lunga meno letale di altri virus, come l’H7N9 il cui tasso di letalità è di oltre il 30%, oppure l’H5N1, ancora più pericoloso. Negli Stati Uniti il grado di letalità del COVID-19 è stato finora di meno del 2% con oltre 48 mila decessi, ma se ci fosse stata una pandemia di H5N1, secondo il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) il tasso di letalità sarebbe arrivato al 60%.
Il fatto che non ci sia stata però non ci può far abbassare la guardia: se l’H5N1 non ha raggiunto le proporzioni di una pandemia non vuol dire che sia sparito. Al contrario, nessuno può garantire che il virus non sia a un passo dalla mutazione genetica che potrebbe permettergli di aumentare ulteriormente il suo tasso di letalità.
E se le conseguenze di una pandemia come il COVID-19 con un tasso dell’1,14% per l’Italia è di fronte agli occhi di tutti, possiamo invece immaginare che cosa potrebbe voler dire se il mondo fosse colpito da una pandemia che uccide il 60% delle persone che contraggono il virus? Non vale la pena riflettere su cosa possiamo sacrificare adesso, per evitare una catastrofe domani?
Considerati questi rischi e tutte le morti attribuibili ogni anno al consumo di carne, viene da chiedersi che cosa spinga ancora i governi di tutto il mondo a offrire ingenti sussidi agli allevamenti. Soltanto nell’Unione Europea, tramite la PAC (Politica Agricola Comune), il settore zootecnico recepisce tra i 28 e i 32 miliardi di euro ogni anno, sia direttamente che indirettamente tramite la produzione di mangimi. Questa somma rappresenta circa il 20% del bilancio totale dell’UE, fondi che potrebbero essere spesi per promuovere un’agricoltura sostenibile, amica degli animali e rispettosa per l’ambiente, oltre che per rimediare ai feroci tagli alla sanità pubblica avvenuti nell’ultimo decennio.



«Il virus è la malattia del pianeta stressato» - Gianni Tamino

(Intervista di Francesco Bilotta)
Intorno alla pandemia causata dal nuovo coronavirus si sta sviluppando un intenso dibattito sugli aspetti sanitari. Anche nel campo delle scienze sociali, per l’impatto che il virus sta avendo sulle nostre abitudini e stili di vita, si stanno producendo riflessioni ed analisi.
Si è sviluppato solo parzialmente, invece, il dibattito sul rapporto che intercorre tra la condizione ambientale e l’insorgenza di una epidemia. Per contribuire a colmare questo vuoto ci siamo messi in contatto con il professor Gianni Tamino (docente di Biologia generale all’Università di Padova, dove attualmente svolge attività di ricerca nel campo dei rischi legati alle applicazioni biomolecolari), impegnato da molti anni a indagare il rapporto tra ambiente e salute.
Quale relazione esiste tra questa pandemia e le profonde trasformazioni che il pianeta sta subendo? Lei ha più volte fatto riferimento alla capacità di carico e al deficit ecologico che sta caratterizzando il pianeta.
Sulla base della capacità di carico si può misurare la capacità rigenerativa del pianeta. Nel caso della popolazione umana si parla di «impronta ecologica». L’Overshoot Day indica il giorno in cui il consumo delle risorse supera la produzione che la Terra mette a disposizione per quell’anno. Per il 2019, il giorno è stato il 29 luglio. Significa che in sette mesi abbiamo esaurito tutte le risorse che il pianeta rigenera in un anno. Bisogna risalire agli anni ’80 per trovare un equilibrio tra risorse consumate e risorse rigenerate dalla Terra. Si è determinato un deficit ecologico che comporta esaurimento delle risorse biologiche e, nello stesso tempo, produzione di rifiuti, effetto serra, alterazione della biodiversità, con squilibri che sono alla base dell’insorgenza di molte malattie. Quanto più si superano i limiti della disponibilità del territorio e si altera l’ambiente, tanto maggiore sarà la frequenza con cui si manifestano carestie, guerre, epidemie. Il rapporto del 1972 su I limiti dello sviluppo anticipava molte delle questioni attuali.
Le risorse naturali vengono consumate a un ritmo sempre più accelerato e cresce la produzione agricola, ma non si riescono a soddisfare le esigenze alimentari della popolazione. Il cibo prodotto sarebbe sufficiente per tutti, ma malattie e malnutrizione sono presenti in diverse aree del pianeta.
La Fao calcola che la produzione attuale di cibo sarebbe in grado di sfamare fino a nove miliardi di persone, ben al di sopra dell’attuale popolazione. Sta di fatto che un miliardo di persone soffre la fame a causa di forme di produzione non sostenibili e una iniqua distribuzione. La riduzione delle terre coltivabili, la perdita di fertilità dei suoli, l’estensione delle monocolture, l’inquinamento ambientale, sono alcuni dei fattori che incidono sulla disponibilità di cibo. Il 70% della superficie agricola è destinata alla produzione di mangimi per animali. La biomassa del miliardo e mezzo di bovini che viene allevato è molto di più della biomassa umana. Inoltre, lo spreco alimentare, pari al 30% di tutta la produzione che si verifica nel corso di tutto il processo produttivo e distributivo, aggrava la situazione.
I cambiamenti climatici e l’alterazione degli habitat creano le condizioni favorevoli all’insorgenza di malattie cronico degenerative e di epidemie. Quale è il legame tra un ambiente degradato e la diffusione di una epidemia?
Le enormi quantità di energia di origine fossile che abbiamo impiegato a partire dalla Rivoluzione Industriale hanno prodotto una situazione che rischia di diventare irreversibile. I cambiamenti climatici e l’inquinamento del pianeta rappresentano una seria minaccia per il mantenimento degli ecosistemi e della biodiversità. L’inquinamento ambientale sta producendo gravi conseguenze sulla salute umana ed è responsabile della morte prematura di almeno 10 milioni di persone ogni anno nel mondo. L’incremento di malattie cronico degenerative sta determinando un indebolimento di ampie fasce della popolazione, che risulta meno idonea a difendersi dalle malattie infettive e dalle nuove epidemie.
Il contatto sempre più ravvicinato con gli animali selvatici e i loro patogeni rendono più facile il salto di specie, ma anche gli allevamenti intensivi rappresentano una condizione potenzialmente pericolosa per la diffusione di epidemie.
Il salto di specie di un virus da un animale all’uomo è sempre un evento preoccupante, sia che si tratti del pipistrello (per il nuovo coronavirus) o dei polli e suini (per l’influenza aviaria e suina), perché la popolazione è priva di difese immunitarie specifiche e il virus non trova ostacoli. Per questo è necessario contenere la diffusione riducendo i contatti tra le persone. In questi mesi stiamo affrontando una pandemia virale, ma il futuro potrebbe riservarci pandemie causati da batteri resistenti ad ogni trattamento farmacologico. Negli allevamenti intensivi, a causa dell’elevata concentrazione di animali e del massiccio impiego di antibiotici, si creano le condizioni favorevoli allo sviluppo di ceppi batterici resistenti. Se una salmonella o un ceppo di Escherichia coli sviluppassero resistenza agli antibiotici, si determinerebbe una situazione drammatica perché non saremmo in grado di controllare il contagio.
Un rapporto dell’OCSE del 2018 afferma che nei prossimi 10 anni avremo più di 600 milioni di persone residenti in aree segnate da conflitti, in condizioni di povertà ed esposte a epidemie.
Si tratta dell’80% della popolazione più povera del mondo che si trova all’interno di stati fragili e che vive una condizione di emergenza a causa dei cambiamenti climatici. Le popolazioni fragili e indebolite di questi paesi sono «terreno fertile» per la diffusione di epidemie. La precaria condizione sanitaria non consente di affrontare le epidemie che dovessero insorgere e che le inevitabili migrazioni trasformerebbero in pandemie.
Recentemente ha affermato che questa pandemia può essere un «utile avvertimento» per evitarne di nuove e più gravi.
Il Covid-19 è una reazione allo stato di stress che abbiamo causato al pianeta. Questa pandemia non ha una letalità elevata, anche se è alta la contagiosità. Nella Pianura Padana, soprattutto in Lombardia, sta colpendo una popolazione anziana e indebolita da patologie pregresse. E l’inquinamento dell’ambiente svolge un ruolo fondamentale nell’insorgenza di queste patologie. Riusciamo a tenere in vita più a lungo le persone, ma non siamo in grado di garantire una vita sana. A fronte di una età media più elevata, la nostra «aspettativa di vita sana» si è ridotta. Per arginare le future epidemie dobbiamo modificare il nostro rapporto con l’ambiente, ma anche potenziare le strutture sanitarie pubbliche che vengono smantellate in tutti i paesi.



Limitiamo nuove pandemie: basta fondi pubblici agli allevamenti intensivi - Greenpeace


 “Migliorare la salute dell’uomo e degli animali, insieme a quella delle piante e dell’ambiente, è l’unico modo per mantenere e preservare la sostenibilità del Pianeta” ci ha detto la professoressa Ilaria Capua, direttrice del One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, quando l’abbiamo contattata per la sua vasta esperienza a tema.
Per la professoressa Capua, come per Greenpeace, la salute umana è indissolubilmente legata alla salute degli animali e della natura. Avremo un Pianeta e una vita sani solo se cambiamo drasticamente il modo in cui trattiamo gli altri esseri viventi, animali negli allevamenti intensivi compresi.
Un dato su tutti: oltre il 70% della superficie agricola della Terra è destinato alla produzione di carne e prodotti di origine animale, considerando i pascoli, le coltivazioni per la mangimistica e gli allevamenti. L’allevamento degli animali e l’agricoltura industriale sono il principale motore della distruzione globale delle foreste e i ricercatori stimano che il 31% delle epidemie di malattie emergenti siano legate al cambiamento nell’uso del suolo – tra queste HIV, Ebola e Zika – collegati all’invasione umana nelle foreste pluviali tropicali.
Si stima che il 73% di tutte le malattie infettive emergenti provenga da animali e che gli animali allevati trasmettano agli esseri umani un grande numero di virus, come i coronavirus e i virus dell’influenza. Questo sembra particolarmente vero per gli allevamenti intensivi di pollame e suini, nei quali gli animali sono tenuti a stretto contatto e in numero molto elevato, oltre che movimentati su grandi distanze, possano far aumentare la trasmissione di malattie.
Salviamo i piccoli agricoltori
Se continuiamo a spingere gli animali selvatici a contatto con le persone e a concentrare gli animali in allevamenti sempre più grandi, il Covid–19 non sarà purtroppo l’ultima emergenza che dovremo subire. L’Ue e i governi nazionali devono salvare gli agricoltori su piccola scala colpiti da questa crisi e smettere di sostenere il sistema degli allevamenti intensivi.
Per ridurre il rischio di future pandemie, l’Unione europea e i governi nazionali devono bloccare il sostegno all’allevamento intensivo nei pacchetti di salvataggio o con altri sussidi pubblici, salvando invece l’agricoltura su piccola scala.
A livello nazionale ed europeo i lobbisti del settore agricolo hanno già chiesto sostegno per il settore delle carni e dei latticini, mentre il settore zootecnico europeo, nell’ambito dell’attuale Politica Agricola Comune (PAC) riceve già, direttamente e indirettamente attraverso la produzione di mangimi, tra i 28 e i 32 miliardi di euro all’anno in sussidi pubblici dell’Ue, il 18-20% del bilancio totale dell’Ue. La stragrande maggioranza di questi pagamenti sostiene le aziende intensive più grandi, che forniscono oltre il 72 per cento dei prodotti di origine animale nell’Ue, mentre le aziende più piccole continuano a scomparire. Quasi un terzo degli allevamenti dell’Ue ha chiuso tra il 2005 e il 2013. Solo l’Italia, tra il 2004 e il 2016, ha visto un calo del 38% perdendo oltre 320 mila aziende.
Per avere un Pianeta più sano e mantenere un equilibrio sulla Terra dobbiamo invertire questa rotta.
da qui


Allevamenti intensivi, polveri sottili e Covid-19 - Elisa Murgese
Siamo a quasi due mesi di isolamento obbligatorio e l’Italia resta uno dei Paesi più colpiti dal nuovo Coronavirus, mentre i decreti legge nazionali cercano di contenere ferite che, a tratti, sembrano restare locali. Perché mentre l’Italia intera si chiede cosa sarà concesso nella fase 2 del lockdown, nel nord del Paese è solo una la domanda che circola: cosa ha portato la Pianura Padana a perdere contro il Covid-19? Come è possibile che il 7% dei decessi mondiali si siano verificati in Lombardia? La Pianura Padana è la grande sconfitta: lombardi sono la metà dei decessi del Belpaese, se si aggiunge l’Emilia-Romagna si nota come nelle due regioni del nord Italia è avvenuto il 64% delle morti causate dal Coronavirus in Italia. 
La pandemia non ha i tempi della scienza, corre troppo veloce per permettere di dare risposte certe. Tuttavia, la comunità scientifica ha iniziato ad interrogarsi, e a mettere alcuni indizi nero su bianco. “L’elevato livello di inquinamento in nord Italia dovrebbe essere considerato un co-fattore addizionale dell’alto tasso di mortalità di questa zona”, si legge su uno studio pubblicato su ScienceDirect a fine marzo. Un mese dopo, una ricerca dell’Università di Harvard ribadisce come “un piccolo aumento dell’esposizione a lungo termine al PM2,5” potrebbe portare “a un grande aumento del tasso di mortalità da Covid-19”. In poche parole entrambi gli studi, in fase di review dalla comunità scientifica, segnalano come le polveri sottili potrebbero peggiorare l’infiammazione causata dal virus. Come a dire che, avendo respirato per una vita intera aria inquinata, lombardi ed emiliani sono partiti svantaggiati. 
Agli studi internazionali, sono seguiti quelli nostrani. “Si può ipotizzare un ruolo del PM nel rendere più severo lo stato di infiammazione dei pazienti Covid-19”, conferma all’Unità Investigativa di Greenpeace Italia Annamaria Colacci di Arpae Emilia-Romagna. “Nel Bacino Padano l’esposizione prolungata al particolato determina che la salute della popolazione può essere più a rischio che in altre aree”, continua Riccardo De Lauretis di ISPRA. 

Più famose per essere Regioni trainanti dal punto di vista economico che territori delicati dal punto di vista ambientale, Lombardia ed Emilia-Romagna sono aree che possono sopportare uno specifico limite di inquinamento dell’aria oltre il quale la situazione può diventare pericolosa per chi vi abita. Infatti, essendo un territorio chiuso su tre lati da montagne, “la Pianura Padana ha una conformazione che non permette agli inquinanti atmosferici di disperdersi, come invece accade in altre aree d’Italia”, precisa Guido Lanzani di Arpa Lombardia. Risultato: il livello di smog di Lombardia ed Emilia-Romagna è tra i peggiori in Europa e certamente il peggiore in Italia in termini di particolato. E mentre la comunità scientifica si interroga se l’aria inquinata possa essere un co-fattore della gravità dei casi in Covid-19 in nord Italia, la nostra Unità Investigativa denuncia quali sono i settori che in Italia fanno innalzare l’inquinamento da polveri sottili.
Per fermare il livello di smog, non basterà più bloccare il traffico e definire precisi limiti industriali, dopo avere visto i risultati della nostra analisi fatta in collaborazione con Ispra: per la prima volta, mostriamo una media di quali settori, dal 1990 al 2018, abbiano maggiormente contribuito alla formazione del particolato PM2,5. 
Secondo lo studio, nel 2018 riscaldamento e allevamenti sono i settori più inquinanti (responsabili in totale del 54% del PM2,5 in Italia), seguiti da trasporti stradali (14%) e industria (10%). Analizzando
 la serie storica del PM2,5 dal 1990 al 2018, abbiamo inoltre notato  come la percentuale del contributo degli allevamenti non sia mai diminuita, anzi ha continuato a crescere, passando dal 7% al 17%. Nello stesso arco di tempo il settore dei trasporti stradali (veicoli leggeri e trasporto merci), pur continuando a giocare un ruolo significativo nelle emissioni di gas serra (responsabile del 23% dei gas climalteranti) e di NOx (43% del totale), ha ridotto le emissioni di PM2,5 dal 20% al 14%. 
Anche l’industria ha un trend in diminuzione, “avendo dei limiti inquinanti ben identificati e specifiche tecnologie da adottare per abbattere le emissioni – continua De Lauretis di Ispra – Al contrario, è più difficile controllare gli allevamenti: parliamo di decine di migliaia di attività zootecniche e di un ambito in cui ci sono pochissimi controlli in merito allo spargimento dei liquami”. E invece, per ridurre le emissioni di ammoniaca e quindi le concentrazioni di particolato “il settore allevamenti potrebbe fare molto” chiude ISPRA. E sembra che il settore allevamenti possa fare molto anche in Lombardia ed Emilia, le aree più inquinate da particolato in Italia.
Perchè Lombardia ed Emilia non respirano?
Se a livello nazionale l’allevamento è al secondo posto tra le cause di smog, in Lombardia è ancora più rilevante. Infatti, stando a uno studio di Arpa Lombardia, l’ammoniaca che fuoriesce dagli allevamenti, “concorre mediamente a un terzo del PM della Lombardia, ma durante gli episodi acuti tale contributo aumenta superando il 50% del totale”, precisa Guido Lanzani di Arpa Lombardia. Cruciale, quindi, il ruolo degli allevamenti, responsabili di circa l’85% delle emissioni di ammoniaca in Lombardia.  
Anche Arpae Emilia-Romagna, lo scorso anno ha diffuso un innovativo studio dove segnalava come l’allevamento intensivo fosse la seconda causa di emissioni di PM10 equivalente (primario e secondario) della regione.

La catena è chiara: maggiori sono gli spandimenti di reflui zootecnici e maggiore sono le emissioni di ammoniaca; l’aumento di ammoniaca porta a incrementare il livello di particolato e quindi lo smog nell’aria. “I Comuni – precisa ISPRA – dovrebbero stabilire qual è il numero massimo di allevamenti e capi allevati che è possibile avere sul loro territorio, perché altrimenti i danni si ripercuotono sui cittadini”. 
Allevamenti, soldi Ue continuano a foraggiare questo sistema
Anche se gli allevamenti intensivi si confermano la seconda causa di polveri sottili, una gran quantità di soldi pubblici continua a foraggiare questo sistema, a cominciare dai sussidi della Politica Agricola Comune (PAC). Stiamo parlando di cifre tra il 18% e il 20% del budget annuale complessivo dell’Ue. Si deve cambiare rotta: un cambiamento che deve avvenire anche nell’ambito della riforma della PAC, per frenare i pesanti impatti che il settore zootecnico ha sulla natura, sul clima e sulla salute pubblica.

Leggi il media briefing completo e consulta la tabella del PM2,5 primario e secondario (Mg %) dal 1990 al 2018.
da qui