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martedì 11 febbraio 2025

Nat Turner, lo schiavo-profeta che mise a ferro e fuoco la Virginia

Nell’agosto 1831, la rivolta di Nat Turner in Virginia esplose come uno dei momenti più decisivi e violenti della lunga storia della schiavitù negli Stati Uniti. Turner, un predicatore schiavo, guidò un gruppo di ribelli in un attacco violento contro i proprietari di schiavi e le loro famiglie, causando la morte di decine di persone. Questo episodio non fu l’unico, ma si distinse per la sua intensità e per la sfida diretta al sistema che reggeva l’economia del Sud. Attraverso un’analisi delle fonti storiche e delle diverse interpretazioni, esploreremo le cause, lo sviluppo e le conseguenze della rivolta che segnò un punto di rottura di un ordine che sembrava invincibile.

Lo schiavismo era il fondamento economico e sociale del Sud, un sistema che si giustificava con leggi e ideologie razziste, ma che trovava anche la sua forza nel silenzioso assenso delle classi dominanti. Sebbene apparisse solido e imponente, nascondeva contraddizioni e crepe che non potevano essere ignorate.

Gli schiavi vivevano in condizioni estreme, privati di ogni diritto, sottoposti a violenze e separazioni familiari. Tuttavia, la loro risposta a questo ordine era quotidiana, fatta di gesti sottili, di tentativi di fuga, di sabotaggi, e anche di creazione di comunità di fuggitivi, le “maroon communities”.

Prima dell’episodio della rivolta di Nat Turner nel 1831, la storia dello schiavismo americano era costellata da numerose altre rivolte che, sebbene meno note, indicano la persistente resistenza degli schiavi al sistema oppressivo. Gabriel Prosser, nel 1800, organizzò una rivolta in Virginia che, sebbene fallita a causa del tradimento e delle avverse condizioni meteorologiche, dimostrò la possibilità di una resistenza organizzata. Similmente, Denmark Vesey, nel 1822, tentò di guidare una rivolta a Charleston, in Carolina del Sud, che fu scoperta prima di poter essere attuata. Questi tentativi, pur terminando in tragedie per i loro protagonisti, evidenziarono le crepe nel sistema schiavista e la determinazione degli schiavi a lottare per la propria libertà.

 

Il ruolo della madre e della fede

Nathaniel “Nat” Turner nacque in una piantagione di Southampton, in Virginia, il 2 ottobre 1800, in un contesto di oppressione e privazione di libertà. La madre di Nat, Nancy, una donna di origini africane, giocò un ruolo cruciale nella formazione del carattere e delle convinzioni del figlio. Fin dalla più tenera età, Nancy inculcò in Nat il desiderio di libertà, instillando in lui la convinzione che la vita sotto la schiavitù non fosse un destino accettabile per alcun essere umano. Questa influenza materna fu determinante nel forgiare la personalità di Turner, la sua aspirazione alla libertà e la sua resistenza all’oppressione.

Turner dimostrò fin da giovane una predisposizione per la spiritualità e una profonda fede religiosa. La sua capacità di leggere e scrivere, non comune tra gli schiavi dell’epoca, gli permise di studiare la Bibbia e di diventare un predicatore all’interno della comunità schiava. La religione divenne per Turner un rifugio spirituale e una fonte di ispirazione e guida per la sua missione. Nel corso degli anni, cominciò a sperimentare visioni e a percepire segni che interpretava come messaggi divini. Queste esperienze mistico-religiose rafforzarono la sua convinzione di essere stato scelto da Dio per compiere una missione di liberazione.

 

La rivolta

La ribellione iniziò con un attacco mirato alla famiglia Travis, i proprietari di schiavi presso cui Turner era al servizio al momento dell’insurrezione. L’attacco iniziale fu eseguito con precisione e brutalità. Turner e sei dei suoi seguaci più fidati, armati di asce e coltelli, irruppero nella casa della famiglia, uccidendo tutti i membri presenti. Tutti, anche donne e bambini. Questo atto di violenza estrema aveva un duplice scopo: eliminare una delle famiglie di proprietari di schiavi più influenti della zona e inviare un chiaro messaggio di ribellione contro l’intero sistema schiavista.

Dopo l’attacco alla famiglia Travis, il gruppo di Turner crebbe rapidamente in numero, man mano che altri schiavi si univano alla ribellione, ispirati dal suo coraggio e dalla sua determinazione. La strategia di Turner era chiara: muoversi velocemente, colpire di sorpresa e liberare il maggior numero possibile di schiavi, armarsi con le armi prese ai proprietari delle piantagioni e, infine, diffondere la rivolta in tutta la contea e, se possibile, oltre.

Nel corso delle successive 48 ore, il gruppo guidato da Nat Turner lanciò una serie di incursioni contro diverse abitazioni appartenenti a famiglie di schiavisti nella contea di Southampton, in Virginia. Questi attacchi risultarono nella morte di 55 persone, uccise da una violenza che non faceva distinzione tra adulti e bambini, uomini e donne. L’azione di Turner e dei suoi seguaci non era casuale ma frutto di una scelta deliberata e simbolica, mirata a seminare il terrore nei cuori dei proprietari di schiavi e inviare un messaggio potente e chiaro: la fine della tolleranza verso un sistema che si perpetuava sulla negazione di qualsiasi diritto fondamentale alla popolazione schiava.

L’azione era anche finalizzata a suscitare una risposta emotiva e fisica da parte di altri schiavi, spingendoli a unirsi alla rivolta e a lottare attivamente per la loro liberazione. La strategia di Turner comprendeva l’attacco a proprietà notoriamente note per la loro crudeltà verso gli schiavi, incrementando così l’impeto rivoluzionario di chi, fino a quel momento, aveva solo sognato la libertà.

Nonostante l’elevato numero di vittime e la determinazione dei rivoltosi, alcuni degli assalti non andarono a buon fine. In certi casi, gli stessi schiavi scelsero di non aderire alla ribellione e si posero in difesa dei loro padroni. Questa fedeltà può essere interpretata in diversi modi: da un lato, ciò riflette il complesso legame psicologico che si instaurava tra schiavi e padroni, noto come “sindrome di Stoccolma” negli studi psicologici moderni, ma può anche essere visto come risultato della paura di rappresaglie o della mancanza di un’alternativa concreta alla vita che questi schiavi conoscevano.

 

Il contrattacco e la repressione

Immediatamente dopo l’inizio della rivolta, le notizie degli attacchi si diffusero rapidamente tra le comunità bianche locali, generando panico e richieste di azione rapida contro i ribelli. Le autorità locali, comprendendo la potenziale portata della rivolta se lasciata incontrollata, organizzarono milizie di volontari bianchi. Questi gruppi erano spesso composti da proprietari di schiavi determinati a difendere a tutti i costi il loro modo di vita basato sulla schiavitù.

Parallelamente, il governatore della Virginia rispose inviando truppe regolari per assistere le milizie locali nella repressione della rivolta. Questa combinazione di forze locali e statali creò un fronte unito contro Turner e i suoi seguaci, determinato a ripristinare l’ordine e la supremazia bianca con ogni mezzo necessario.

La repressione che seguì fu caratterizzata da una violenza estrema. Gli scontri tra i ribelli e le forze di repressione furono spesso sanguinosi e senza quartiere. Oltre alla caccia diretta a Nat Turner e ai suoi seguaci più stretti, le milizie e le truppe regolari si resero responsabili di numerosi atti di violenza indiscriminata contro la popolazione afroamericana della zona, molti dei quali non avevano alcun legame con la rivolta.

Relazioni dell’epoca descrivono esecuzioni sommarie, torture e linciaggi compiuti dalle milizie contro gli schiavi catturati o semplicemente sospettati di simpatizzare con la causa di Turner. Questi atti di violenza avevano lo scopo di punire i ribelli e di terrorizzare la popolazione schiava, riaffermando il controllo bianco attraverso l’esibizione di potere e crudeltà.

Dopo essere stato nascosto per oltre due mesi, Turner fu trovato da Benjamin Phipps, un agricoltore locale, in un nascondiglio ricavato tra le boscaglie. La sua cattura non fu il frutto di un tradimento ma piuttosto il risultato di una meticolosa ricerca da parte delle autorità, che avevano dispiegato risorse significative per assicurarlo alla giustizia. Per incentivare la collaborazione della popolazione, il governatore della Virginia Floyd emanò persino una taglia di 500 dollari per chi consegnasse Nat Turner.

 

Il processo e l’esecuzione

Il processo a cui Turner fu sottoposto si svolse rapidamente, riflettendo il desiderio delle autorità di chiudere la vicenda e ristabilire l’ordine. Durante il processo, Turner ammise la sua responsabilità nella pianificazione e nell’esecuzione della rivolta, sostenendo di essere stato guidato da visioni divine che lo incitavano a combattere contro la schiavitù. La sua testimonianza, in cui espresse senza remore la sua convinzione di essere stato scelto da Dio per condurre la rivolta, non fece altro che aumentare l’interesse pubblico e l’attenzione mediatica sul caso. Fu perciò giudicato colpevole di cospirazione, ribellione e omicidio e condannato all’impiccagione. Aveva da poco compiuto il 31esimo anno di età.

L’esecuzione pubblica di Nat Turner fu un evento carico di simbolismo, volto a sottolineare il ripristino dell’autorità e il fallimento della rivolta. A mezzogiorno del 11 novembre 1831, Nat fu impiccato a un albero secolare nei pressi di Jerusalem, Virginia. La notizia della sua morte si diffuse rapidamente, suscitando reazioni miste tra la popolazione. Mentre alcuni videro nella sua esecuzione la necessaria conclusione di un periodo di insicurezza e terrore, altri percepirono Turner come un martire della causa abolizionista.

 

Le conseguenze della rivolta

Nei giorni e nelle settimane che seguirono l’esecuzione di Turner, la violenza nei confronti degli afroamericani, sia schiavi che liberi, non cessò. In un clima di paura e sospetto, milizie e cittadini bianchi si resero responsabili di atti di rappresaglia brutali e indiscriminati, spesso giustificati dalla volontà di prevenire future rivolte. Queste azioni non erano limitate alla contea di Southampton ma si estendevano a molte parti del Sud, creando un’atmosfera di terrore tra la popolazione afroamericana.

La repressione della rivolta di Nat Turner lasciò cicatrici profonde nella comunità afroamericana e modificò permanentemente il paesaggio politico e sociale della Virginia e del Sud più in generale. Oltre alla feroce rappresaglia che causò l’uccisione di circa 200 neri, la repressione segnò un punto di svolta nella legislazione e nelle politiche schiaviste. In risposta alla rivolta, furono approvate leggi ancora più restrittive sulla vita degli schiavi e dei neri liberi, limitando severamente la loro capacità di riunirsi, viaggiare e accedere all’istruzione.

La ferocia con cui fu repressa la rivolta di Nat Turner rivela la profonda paura che il sistema schiavista aveva della resistenza degli schiavi. La brutalità degli attacchi contro gli afroamericani, colpevoli o innocenti che fossero, dimostra la determinazione delle autorità e dei proprietari di schiavi di mantenere il loro potere e controllo a ogni costo, rivelando le profonde crepe morali e etiche su cui si fondava la società schiavista del Sud.

 

Eredità e memoria

La figura di Nat Turner rimane controversa e complessa. Per alcuni, è un eroe della resistenza contro l’oppressione e un martire della lotta per la libertà. Per altri, è un personaggio problematico a causa della violenza della rivolta. Nonostante queste divergenze di opinione, la storia di Turner è emblematica della lotta incessante per la dignità umana e la libertà. La rivolta di Nat Turner continua a essere studiata e ricordata come un momento cruciale nella storia americana, un atto di sfida estrema che mise in discussione le fondamenta stesse del sistema schiavista.

Quando consideriamo Nat Turner, e la ribellione da lui guidata, dobbiamo anche riflettere su come la memoria storica venga costruita e tramandata attraverso le generazioni. I racconti di questo evento sono stati modellati non solo dalle verità documentate ma anche dalle tensioni etniche e dalle lotte per il potere che hanno pervaso la società americana, tanto nel XIX secolo quanto nei secoli successivi. La storia di questo leader carismatico e della sua insurrezione è stata spesso minimizzata, distorta o dimenticata a seconda dei cambiamenti nei discorsi pubblici su razza e diritti civili. Ma ci pone davanti al compito di esaminare criticamente il passato riconoscendone le varie voci, anche e soprattutto quelle che sono state represse e marginalizzate.

 

Nat Turner nella cultura popolare

La rivolta di Nat Turner ha ispirato diverse opere nella cultura popolare, estendendo il suo impatto dal contesto storico a quello letterario e cinematografico. Tra queste, spiccano romanzi e film che hanno cercato di esplorare e reinterpretare la vita di Turner e le circostanze che portarono alla rivolta del 1831.

 

Libri

“The Confessions of Nat Turner” di William Styron (1967): Questo romanzo, vincitore del Premio Pulitzer, offre una narrazione immaginaria della vita di Nat Turner, basandosi sulla vera “Confessione” raccolta da Thomas R. Gray. Styron immerge i lettori in una profonda introspezione del personaggio di Turner, dando vita a un dialogo immaginario che, sebbene controverso per alcune interpretazioni e rappresentazioni, ha contribuito a riaccentrare l’attenzione sulla figura storica di Turner e sulla sua rivolta.

 

“Fires of Jubilee: Nat Turner’s Fierce Rebellion” di Stephen B. Oates (1975): Diversamente dal lavoro di Styron, “Fires of Jubilee” è un’opera di saggistica che si propone di raccontare la storia della rivolta di Nat Turner con un rigoroso approccio storico. Oates ricostruisce gli eventi che portarono alla ribellione, analizzando le motivazioni, il contesto e le conseguenze della rivolta, il tutto attraverso una narrazione avvincente che restituisce complessità e umanità alla figura di Turner e ai suoi seguaci.

 

Film

“The Birth of a Nation” (2016), diretto e interpretato da Nate Parker: Questo film, che condivide il titolo con l’omonimo e controverso film di D.W. Griffith del 1915, si distacca completamente dal messaggio razzista del predecessore per concentrarsi sulla vita e sulla rivolta di Nat Turner. Attraverso una narrazione potente e visivamente impressionante, Parker esplora la radicalizzazione di Turner e la sua ascesa come leader della rivolta, offrendo al pubblico contemporaneo una nuova prospettiva su uno degli episodi più significativi e tragici della storia americana pre-bellica.

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domenica 25 agosto 2024

Schiavitù volontarie e fragili liberazioni - Mauro Armanino

Nella fine dell’agosto del 1791, nell’isola di Santo Domingo, oggi Repubblica di Haiti, cominciò l’insurrezione che avrebbe giocato un ruolo determinante nell’abolizione della tratta atlantica degli schiavi. Ricostruire quella straordinaria storia di ribellione nel Sahel oggi mette in evidenza due cose. La prima: le porte di “non-ritorno”, i luoghi dai quali furono deportati dodici milioni di africani, si sono moltiplicate perché la mercificazione delle persone si è, col tempo, perfezionata. La seconda: nessun cambiamento, trasformazione o autentica rivoluzione potrà cadere dall’alto di un’illuminata minoranza. “Le uniche liberazioni possibili non possono che scaturire, nutrirsi e crescere – scrive Mauro Armanino, ricordando Etienne de la Boétie e il Discorso sulla servitù volontaria – a partire dalla debolezza e la fragilità dei poveri che, soli, hanno il segreto della quotidiana lotta per la r-esistenza…”

 

La schiavitù, processo nel quale la persona è espropriata della sua umana dignità, non è affatto terminata. Difficile dimenticare la tratta atlantica di milioni di schiavi preceduta e accompagnata dal quella dei mari orientali attraverso le piste carovaniere del deserto. In questo ambito Paesi “cristiani” e “musulmani” hanno utilizzato entrambi la schiavitù come sistema economico e sociale, mare Mediterraneao compreso. La tratta degli schiavi ha saputo adattarsi e prosperare nelle mutevoli contingenze storiche senza nulla perdere della sua cinica strategia di annientamento. In Africa Occidentale la pratica della schiavitù si riproduce in vari Paesi a seconda dei gruppi etnici, dei rapporti di potere culturale, economico e politico. Per ogni epoca le sue “compatibili” schiavitù.

Nella notte del 22 al 23 agosto del 1791 iniziò l’insurrezione nell’isola di Santo Domingo, oggi Repubblica di Haiti, che avrebbe giocato un ruolo determinante nell’abolizione della tratta atlantica degli schiavi. Ed è in questo contesto che la giornata internazionale della memoria della tratta degli schiavi e della sua abolizione è commemorata ogni anno il 23 agosto. Detta celebrazione vuole inscrivere questa tragedia nella memoria collettiva dei popoli col progetto interculturale “Le Strade delle persone ridotte in schiavitù”. Alcuni luoghi della costa atlantica, come la “Porta del non-ritorno” di Ouidah nel Bénin e quella dell’isola di Gorea in Senegal, sono emblematici. Le porte di “non-ritorno” si sono oggi moltiplicate perché la mercificazione delle persone si è, col tempo, perfezionata.

Tutto, proprio tutto, è stato gradualmente trasformato in mercanzia. Il tempo, le frontiere, il corpo umano, la sessualità, il lavoro e la vita stessa fin dal suo scaturire nel grembo materno. Dalle nostre parti si assiste all’arruolamento di bambini nei gruppi armati, lo sfruttamento degli stessi nelle miniere e nelle piantagioni per sfociare infine nella mendicità, la prostituzione e il lavoro domiciliare. D’altra parte è bene non dimenticare che, nel Sahel, la prima e grande schiavitù è la miseria. La sua figlia naturale sono le carestie che si riproducono con paziente regolarità e coinvolgono, secondo le ultime statistiche della Alliance Sahel, almeno 38 milioni di persone. Quanto accade in Libia coi migranti che sono da tempo detenuti, imprigionati, sfruttati e,spesso, violentati, è storia ben nota.

Quanto alla schiavitù mentale, fonte e culmine di tutte le servitù elencate, essa inizia il giorno nel quale si accetta, spesso con inconscia gratitudine, la propria schiavitù. Senza sudditi sinceri, fedeli e consenzienti nessuna schiavitù e nessun tiranno potrebbe esercitare il suo potere di dominazione. Ricordava infatti Etienne de la Boétie:

Sono dunque i popoli stessi a lasciarsi o per dire meglio a farsi maltrattare, sarebbero salvi solo se smettessero di servire. È il popolo che si fa servo e si taglia la gola; che, potendo scegliere fra essere soggetto o essere libero, rifiuta la libertà e sceglie il giogo, che accetta il suo male, anzi lo cerca’.

Nel Sahel i colpi di stato a ripetizione e l’avvilimento delle esperienze democratiche post indipendenza sono lo specchio dei nostri popoli.

Scrive ancora de la Boétie:

Non è forse evidente che i tiranni per imporsi hanno sempre cercato di abituare i popoli non solo ad ubbidire e servire ma anche a venerarli?

Nessun cambiamento, trasformazione o autentica rivoluzione potrà cadere dall’alto di un’illuminata minoranza civile o militare. Le uniche liberazioni possibili non possono che scaturire, nutrirsi e crescere a partire dalla debolezza e la fragilità dei poveri che, soli, hanno il segreto della quotidiana lotta per la r-esistenza. Il primo passo sarà quello consigliato dall’autore del Discorso sulla servitù volontaria:

Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi! Vi chiedo … soltanto di smettere di sostenerlo e lo vedrete, come un colosso di cui si sia spezzata la base, crollare sotto il proprio peso e spezzarsi.

È questa la vera porta di non-ritorno.           

                  

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mercoledì 18 gennaio 2023

Rider e schiavitù. 50 chilometri in bici per consegnare un panino

 

Quando pensi che ci sia un limite già toccato verso lo sfruttamento lavorativo delle persone e dei rider in particolare, ci pensa la triste realtà a convincerti che c’è sempre un peggio in agguato.

A denunciare la vicenda stavolta è proprio il “carnefice”, che poi carnefice non è, perchè aveva semplicemente ordinato un panino. A raccontare l’episodio sulla sua pagina facebook l’ex assessore comunale di Verona Andrea Bassi.

“Vi voglio raccontare un fatto incredibile che mi è successo ieri sera e che mi ha fatto davvero riflettere su quanto lo sfruttamento delle multinazionali sia molto più vicino alla nostra realtà di quel che pensiamo. Per questioni pratiche, ordino online presso una nota catena di fast-food optando (per la prima volta nella mia vita) di ricevere il tutto a casa.

La catena però non effettua consegna diretta ma si avvale di altre realtà. Casualmente scelgo Deliveroo e pago il tutto con Paypal. Sono le 18.40 circa e la consegna stimata è dopo un’oretta, ma non ho alcuna fretta. Alle 20.50 il fattorino doveva ancora arrivare.

Deliveroo non dava alcun riferimento telefonico e quindi decido di chiamare la catena di fast-food per chiedere spiegazioni di un simile ritardo. Si sono ovviamente scusati, mi hanno spiegato che il problema non dipendeva dal loro personale e mi hanno però garantito che entro poco la cosa sarebbe stata risolta. Alle 21.10 circa, finalmente, l’applicazione di Deliveroo inizia a segnalare l’avvicinamento (molto lento) del fattorino alla mia abitazione”.

“Scendo bellicoso in strada pronto per chiedergli se fosse andato a farsi prima un giro sulla Luna, ma ad un tratto rimango di sasso, basito: il ragazzo (italianissimo) era a bordo di una bicicletta, tra l’altro parecchio carente sotto il profilo della sicurezza.

Ho poi pure capito che era oberato di consegne e che ha dovuto attraversare praticamente l’intera città di Verona, per correre al fast-food, prendere la mia cacchio di cena, portarmela sotto casa e poi tornare nel capoluogo per chissà quale altro giro. Ovviamente l’incazzatura si è subito trasformata in pena e quasi angoscia che, se lo avessi avuto, gli avrei prestato pure un motorino….

Morale? Ho deciso che mai e poi mai più utilizzerò questo tipo di servizio. Non tanto per il rischio di ritardi o disguidi (che possono accadere, ci mancherebbe), ma soprattutto – conclude Bassi – per non rischiare di avallare, seppur inconsapevolmente, un simile sistema che in queste condizioni rasenta lo schiavismo!”.

Una volta resa pubblica la denuncia si è scoperto che il rider aveva già rifiutato due volte la consegna, data l’enorme distanza, ma alla terza richiesta è stato costretto ad accettare per non finire nella “black list” dell’algoritmo che distribuisce le consegne ai lavoratori.

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domenica 31 maggio 2020

Il caporalato, il caporale e i protettori - Mimmia Fresu

A seconda dei periodi, nei campi occorre maggiore manodopera e occorre averla in tempi brevi; a questo compito provvede il caporale che rifornisce il committente di uomini e mezzi in tempi rapidissimi, andando all’alba a selezionare nei punti di ritrovo stabiliti decine di lavoratori per essere trasportati nei campi e poi riportarti indietro la sera.
Il caporale è un anello importante della catena dello sfruttamento, un’economia parallela al sistema del lavoro nero e dello sfruttamento della manodopera. Uno sfruttatore dentro il sistema di sfruttamento che prende soldi dall’azienda committente e anche dal singolo lavoratore.
Scrive la Flai-Cgil: “Un caporale è un parassita che vive del lavoro degli altri, ed è questo il vero business dell’immigrazione. Sono centinaia e migliaia di persone senza diritti che vivono a ridosso delle campagne, nelle bidonville, che si muovono di provincia in provincia seguendo le campagne di raccolta, nell’indifferenza generale perché fa comodo a tutti, anche all’economia del territorio.”
Un sistema che conviene a tutti, aziende e caporali, anche alla politica, gli unici che ci rimettono sono quelli che si rompono la schiena per 20 euro, dall’alba al tramonto, e le poche aziende oneste che devono fare i conti con la concorrenza sleale di chi risparmia sul costo della manodopera.
Seconda la Flai, il sistema del caporalato è un vero business: usano pullmini da 15-30 posti, fanno 4 o 5 viaggi al giorno compreso il ritorno, 15 euro a persona trasportata, per tre mesi. Quindi, 15 persone X 5 viaggi X 15 € fanno 1.125€ al giorno X 90 giorni= 100mila euro”. Da non trascurare che la platea degli schiavi si aggira sulle 450mila persone; da Sud a Nord, dai pomodori del Salento alle mele del Trentino.
Al netto della sottrazione dei diritti ai lavoratori e del danno erariale e contributivo del lavoro nero, il costo pagato dallo Stato per il caporalato è intorno a 3,5 miliardi di €.
È questa mafia, questa montagna di merda, per dirla con Peppino Impastato, con i cui metodi, nell’Italia del terzo millennio, sono organizzati mezzo milione di schiavi, cio che la destra – Salvini, Meloni e l’isteria sentita in parlamento della Gelmini, la cosiddetta destra moderata – intendono difendere col ricorso alla piazza, se necessario?
La legge 199 contro il caporalato è nata nel 2016, eppure, nell’epoca dei droni che scovano tra le vie della città chi viola i vincoli da coronavirus; dei satelliti intorno al globo capaci di leggere la targa dell’auto; i caporali operano indisturbati, nel reclutamento nei luoghi e ore a tutti noti, lungo tragitti che tutti conoscono, grazie alla copertura di una parte della politica complice e l’altra pusillanime, con i calzoni pisciati.
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martedì 25 giugno 2019

L’INFERNO DEI TALIBÉ - Marco Cochi



Sono passati circa tre anni da quando Nigrizia ha iniziato a occuparsi di una vicenda di povertà, sfruttamento e discriminazione, quella dei talibé senegalesi (che nella locale lingua wolof significa discepolo), bambini indifesi che frequentano le daraas, scuole coraniche gestite dai marabutti, che insegnano loro i precetti dell’islam sulla base dell’apprendimento mnemonico del Corano.
Gli stessi maestri che costringono questi bambini sporchi e malvestiti a mendicare nelle strade dei maggiori centri urbani del Senegal, dove ogni occasione è propizia per chiedere qualche spicciolo ad automobilisti e passanti.
A questa triste realtà, Human Rights Watch e una coalizione di ong senegalesi raggruppate nella Piattaforma per la promozione e la protezione dei diritti umani (Ppdh), hanno dedicato un lungo e dettagliato rapporto nel quale documentano i gravi abusi subiti tra il 2017 e il 2018 da questi fanciulli, ad opera dei marabutti.
Per realizzare lo studio congiunto, gli operatori delle ong hanno incontrato notevoli difficoltà perché non è facile entrare in contatto con questi minori, che vengono cresciuti come perfetti mendicanti dai loro precettori.
Ciò nonostante, nel corso di dieci settimane di ricerche sul campo effettuate tra giugno 2018 e gennaio 2019, Human Rights Watch e Ppdh hanno operato in quattro regioni del Senegal, dove hanno intervistato oltre 150 persone, tra cui 88 attuali ed ex bambini talibé, 23 marabutti e decine di assistenti sociali, esperti nel campo della protezione dei minori, attivisti e funzionari governativi.
I gruppi di ricerca hanno parlato con decine di bambini talibè, molti dei quali di età inferiore ai cinque anni, costretti a mendicare per le strade di Dakar, Saint-Louis, Diourbel, Touba e Louga in condizioni di estrema miseria e in evidente stato di malnutrizione.

Violenze, privazioni e morte
Dalle testimonianze raccolte, nel biennio esaminato è emersa la morte di 16 bambini talibé a causa di percosse da parte dei maestri coranici, per malattie o per essere stati esposti a situazioni di pericolo nelle strade in cui erano stati mandati a chiedere l’elemosina.
Il rapporto documenta gli abusi fisici contro i talibè in 8 delle 14 regioni del Senegal, dove si sono registrati 61 casi di percosse e maltrattamenti; 15 casi di stupro; 14 casi di bambini imprigionati, legati o incatenati nelle scuole; oltre alla diffusa pratica dell’accattonaggio forzato.
Gli abusi sono ovviamente continuati anche dopo che i ricercatori delle associazioni per la salvaguardia dei diritti umani avevano terminato le interviste. Per esempio, a febbraio, un talibé di 8 anni, che si era fermato di notte nella stazione degli autobus di Saint-Louis per il timore di tornare alla sua daara senza la quota fissa di accattonaggio richiesta dal marabutto, è stato violentato da un adolescente. Ad aprile, un maestro coranico è stato arrestato a Mbour per aver provocato la morte di un bambino, presumibilmente a causa di un pestaggio.
Il report stima che oltre 100mila bambini talibé in Senegal siano costretti dai loro insegnanti coranici a elemosinare quotidianamente denaro e cibo. Molti marabutti stabiliscono quote giornaliere di accattonaggio che i talibé devono incassare per non essere cacciati dalla scuola o, peggio, per non essere picchiati a sangue.
In totale, 63 degli 88 talibé intervistati per realizzare il rapporto hanno rivelato che il loro insegnante coranico li ha costretti a chiedere l’elemosina per una quota giornaliera compresa tra i 100 e 1.250 franchi CFA (20 centesimi di dollaro e 2,20 dollari), una somma notevole, se si considera che il 70% della popolazione del Senegal vive con meno di due dollari al giorno.

Nessuna pietà
Un talibé di circa 11 anni riuscito a fuggire da una daraa, ha raccontato di essere stato costretto a chiedere l’elemosina da un maestro coranico di Dakar che esigeva una quota di 550 franchi CFA ogni venerdì di preghiera. Se i bambini non fossero riusciti a procurarsi tale somma, il marabutto li avrebbe frustati con un cavo. Lo stesso bambino riporta che la fustigazione gli ha prodotto una profonda lacerazione allo stomaco.
Altri minori hanno riferito di essere stati puniti per settimane o anche mesi, legati o incatenati in stanze simili a celle all’interno delle daaras. Alcuni assistenti sociali hanno raccontato di aver aiutato bambini che fuggivano con le catene ancora ai piedi. La maggior parte di questi casi è avvenuta nelle regioni di Diourbel e Saint-Louis.
A conferma della veridicità di queste drammatiche testimonianze, i ricercatori di Human Rights Watch e Ppdh hanno riscontrato cicatrici o ferite su diversi bambini che hanno riferito di essere stati vittime di pesanti abusi.
Molti dei bambini intervistati nelle strade e nelle 22 daaras oggetto dell’indagine hanno contratto infezioni o malattie visibili, ma non hanno ricevuto cure mediche. In ben 13 delle 22 daraas, i bambini pativano quotidianamente i morsi della fame e gli edifici in cui erano ospitati erano quasi tutti decrepiti o abbandonati, spesso senza latrine, sapone o zanzariere funzionanti per proteggerli dalla malaria.
Il Senegal ha severe leggi che vietano l’abuso sui minori e la tratta di esseri umani, ma finora le misure adottate dal governo per proteggere i talibè e perseguire i loro carnefici sono state inefficaci.
Nell’imminenza della Giornata internazionale del bambino africano che si celebrerà il 16 giugno, il governo senegalese dovrebbe intraprendere azioni urgenti per proteggere i talibé dagli abusi e dall’accattonaggio forzato, ispezionare e regolamentare le daaras, ma soprattutto consegnare finalmente i responsabili dei maltrattamenti alla giustizia.