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lunedì 27 luglio 2026

24 luglio: la giornata delle risorse naturali esaurite (ma per l’Italia è stata il 3 maggio…)

 

Il 24 luglio, è l’Overshoot Day del pianeta. In parole povere: i nostri consumi hanno superato ciò che il pianeta è in grado di fornire per tutto l’anno in corso. Dal 25 luglio in poi stiamo (sempre noi!) consumando con largo anticipo (più di cinque mesi) quello che la Terra mette a disposizione della vita delle specie: dalle coltivazioni alla fauna, dalle foreste all’energia.

Il calcolo con cui viene effettuata questa misurazione si ottiene con una semplice formula: la biocapacità della Terra diviso l’impronta ecologica, il tutto diviso i 365 giorni dell’anno. I due termini della divisione non fanno parte del linguaggio comune per cui spendiamo qualche parola di spiegazione perché si tratta di termini spesso ricorrenti nelle ricerche scientifiche sull’ambiente.

La biocapacità è la capacità totale del pianeta di ricostruire le risorse naturali – acque, legnami, prodotti agricoli e cibo in generale. A questo totale – costituito da una marea di dati – va sottratto il quantitativo di rifiuti prodotto dalla attività umana, comprese le emissioni di CO2 dato che questi fattori diminuiscono la capacità rigenerativa totale.

L’impronta ecologica indica il consumo di quelle risorse da parte dell’umanità. Moltiplicando per i giorni dell’anno sapremo in quale data il consumo supera la rigenerazione. Questo dato riguarda, però, la media del pianeta ma la data dell’overshoot varia da paese a paese e commenteremo nel seguito alcune di queste differenze. Per ora ci interessa capire se la ricerca effettuata ci può fornire un indicatore del rapporto tra la crisi delle risorse, il modo di produzione capitalistico e le conseguenze sull’ambiente: questi sono i fatti per noi rilevanti.

La prima cosa che rileviamo è che gli appelli ad un consumo consapevole si rivolgono sempre ad un indefinito “noi” in quanto singoli consumatori e mai al sistema produttivo – quell’innominabile capitalismo – che governa la vita del pianeta e che non è in mano a singoli individui ma è proprietà di una classe sociale – altro termine innominabile – che sperpera in consumi di lusso, che distrugge merci per mantenere alti i prezzi ed i profitti, che organizza guerre dove, sempre di più, il consumo di risorse e la distruzione dell’ambiente raggiungono livelli parossistici. E’ essenzialmente per questo che dal 25 luglio in poi le specie del pianeta vivranno a credito ecologico ipotecando pericolosamente ogni tipo di risorsa che la natura mette a disposizione.

Altra osservazione che ci suggerisce dovute considerazioni è il fatto che i dati di quel consumo – di cui non vi sommergeremo – variano da paese a paese. L’Italia, per esempio, si dà sempre un gran bel da fare e la sua data fatale è caduta il 3 maggioin soli 122 giorni il paese ha consumato ciò che la natura è capace di metterle da parte per tutto l’anno! L’Italia è in linea con la media europea ma alcuni paesi fanno molto peggio: il Qatar batte tutti e in 35 giorni brucia tutto. Seguono Lussemburgo, Singapore, Kuwait, Mongolia (?), Canada, Emirati, Bahrain, Usa, Australia, Danimarca, insomma tutti i paesi con un modello economico di “avanzato” capitalismo. I paesi virtuosi giungono, invece, vicino al mese di novembre come Tunisia, Nicaragua, Ecuador, Cambogia, Honduras. Ai campisti potrà interessare che il giorno di “soglia” è il 28 marzo per la Russia mentre in Cina sono più virtuosi e si fermano al 27 maggio. La data fatidica del 24 luglio rappresenta, quindi, una media di consumi medi dei paesi oggetto dello studio di Global Footprint Network, e non ci consente – dobbiamo riconoscere che sarebbe difficilissimo – di misurare il contributo delle diverse classi sociali alla distruzione delle risorse planetarie, la quale comunque non può essere fatta risalire a modelli di consumo individuale.

Altra considerazione ci viene dai grafici che mostrano dal 1972 al 2026 un incremento pressocché lineare del debito – o credito – ecologico. Assumendo come punto di partenza – o di parità tra consumi e riproduzione naturale – il mese di dicembre del 1972, si vede che di anno in anno il mese in cui si va a debito (media mondiale) arriva gradualmente e inesorabilmente all’agosto del 2026. L’andamento di questo dato coincide strettamente con tutte le osservazioni metereologiche sul riscaldamento ambientale, sulla crisi climatica generale, sul sovra-consumo dei combustibili fossili, sulla sovrapproduzione di CO2.

Un’ulteriore verifica della nostra tesi ci viene dai dati del periodo del Covid. In quei giorni le rilevazioni dell’Overshoot Day portarono i dati in avanti di ben tre settimane e non si può fare a meno di considerare che questa anomalia sia stata frutto dell’abbattimento della produzione di merci, del calo dei consumi dei combustibili fossili, del calo brusco del traffico automobilistico. E non basta! Alcuni Paesi non compaiono nelle statistiche di questa ricerca perché non raggiungono mai il punto di sovrasfruttamento delle risorse naturali nell’arco dell’anno. E’ il caso di diversi Stati africani come l’Angola e l’Eritrea, o asiatici come il Pakistan e il Nepal. Questo accade perchè l’impronta ecologica media di quei Paesi è inferiore alla biocapacità globale disponibile e anche in questi casi il modello di “sviluppo” capitalistico e di consumo è dissimile da quello dei cosiddetti paesi occidentali tipici.

La stretta correlazione tra gli andamenti di questi fenomeni mostra che essi non sono separatiindipendenti, tutt’altro! Gli studi e le rilevazioni dell’Overshoot Day partono dai primi anni ’70 mentre il dibattito scientifico – con le conseguenti ricerche – ha individuato la questione ecologica ben prima datandone l’inizio agli anni della ricostruzione postbellica che segnò un balzo in avanti di tutti i fattori della crisi climatica. Gli scienziati più avanzati hanno subito individuato la natura della variazione degli elementi climatici nelle attività dell’uomo spingendosi fino al punto di indicare l’attuale fase come un’epoca geologica del tutto nuova: l’era dell’Anthropocene. Noi, incontentabili critici puntigliosi, indichiamo la fase climatica in maniera più specifica sostenendo che essa è generata direttamente dal modo di produzione capitalistico essendo confortati dalle ripetute osservazioni della stretta correlazione tra le due accelerazioni: quella del mdp e quella del cambiamento climatico. Gli studi sull’Overshoot Day sono un’altra prova di questa correlazione e della sua negativa evoluzione.

Questa giornata sull’esaurimento delle risorse fa il paio con un’altra ricorrenza: quella contro lo spreco alimentare, ma anche qui la prima cosa che notiamo è l’omissione nell’indicare le vere cause e i conseguenti rimedi ricorrendo ad un modo di porre anche questo problema come dipendente dalle abitudini individuali. Siamo solo noi, quelli che buttano cibo nella spazzatura (a proposito, molto di quello in produzione è veramente da buttare!) i responsabili dello spreco alimentare? Per Waste Watcher Observatory il problema è nel: “… comportamento del consumatore [che genera] impatti economici, ambientali e sociali [adottando] diverse diete e diversi stili di vita”. Sarebbe interessante, a questo punto, sottoporre il questionario – perno di questa ricerca – ai palestinesi di Gaza ed agli altri 730 milioni di persone che nel mondo soffrono la fame; non è una provocazione! Con gli scarti dei supermercati davanti agli occhi non possiamo fare a meno di commentare che l’obiettivo “… di generare conoscenze utili ad indirizzare scelte individuali e politiche pubbliche relative all’uso sostenibile delle risorse naturali, alla riduzione e prevenzione dello spreco alimentare e alla promozione di diete sane” è davvero come prosciugare il mare col cucchiaino della buona volontà di qualche persona, mal che vada, con le consuete raccomandazioni di qualche spot ministeriale.

Lo sforzo compiuto dall’Osservatorio è senz’altro generoso. Partito nel 2013 (invece le rilevazioni dell’Overshoot partono dal ’’70) come fatto circoscritto a livello italiano, si è gradualmente esteso coinvolgendo altri paesi, ma non è mai uscito dall’ambito di un approccio fondato su modello della microeconomia marginalista. Interessanti i dati che mostrano il divario tra zone “ricche” e zone “povere” del paese e tra generazioni. Ma anche con questi presupposti di ricerca non vediamo nel report la dichiarazione di un minimo legame tra condizioni di vita (lavoro, reddito, salute,…) e abitudini alimentari. E’ solo modello culturale quello di imbottire i bambini di cibo spazzatura? A nessuno dei ricercatori è venuto in mente che la causa prevalente potrebbe essere il minor costo del cibo industriale, il tempo di lavoro che non consente più di praticare il modello di cucina casalinga? Eppure, secondo noi, anche nell’alimentazione si ripropone il ruolo del modo di produzione che condiziona il modo di vita e che regola anche il bisogno essenziale, l’alimento, allo stesso modo di una merce che non deve soddisfare i bisogni dell’organismo umano – e meno che mai si rivolge alla sua salute – ma deve realizzare profitto.

Qualche studioso sostiene perfino che le attuali modalità alimentari abbiano influenza sulla fertilità delle coppie. Non abbiamo la possibilità di verificare se questa ipotesi prevalga su quelle più strettamente socioeconomiche – quali, ad esempio, quelle legate al reddito familiare in costante diminuzione – ma certamente fenomeni quali l’obesità infantile non sono slegati dal reddito, dalle condizioni di lavoro, dalla produzione di cibo “spazzatura”. E’ davvero sorprendente, però, che studiosi di rango e ricercatori preparati ignorino che tutte le società sono divise in classi, e questo già da molti millenni e con effetti notevoli e spesso dirompenti, tra cui qualche rivoluzione.

Tornando sullo spreco generale dei consumi umani, abbiamo solo accennato a quello di portata collettiva che avviene ad opera dei supermercati, come del mondo della ristorazione, che potrebbe avere un suo seppur labile fondamento. Non vogliamo ripetere quello che più volte abbiamo affermato, ma come non considerare la distruzione che avviene soprattutto in agricoltura (e negli allevamenti di animali a terra e in mare? Non troverete alcun dato che parli di queste stragi, ma non c’è inchiesta giornalistica o osservazione personale che non ci dica che si distrugge anzitutto per mantenere alti i prezzi, poi per regolare l’eccesso di produzione, poi per portare ai mercati merce “bella”, frutta, ortaggi e verdura di buon calibro, poi per l’abbandono del prodotto perché il costo della raccolta non è coperto dall’utile alla vendita. Dunque sostenere – come si legge tra le pagine del report di Sprecozero – che lo spreco alimentare è più diffuso tra i ceti popolari e al sud perché il “senso di insicurezza, di incertezza psicologica, spinge” costoro – i poveri – a comprare più del necessario per timore di restarne senza, è veramente un ossimoro, una contraddizione in termini, ma è soprattutto insultante.

da qui

martedì 10 gennaio 2023

Ecologia induista, Amitav Ghosh: “Il colonialismo iniziò a violentare la Terra” - Lorenzo Poli

 

L’induismo non ha un sistema unificato di credenze ed idee, è un fenomeno socio-culturale e presenta un ampio spettro di convinzioni e pratiche che da un lato possono essere considerate affini al panteismo, e dall’altro sono approfondite speculazioni metafisiche. Intrinsecamente e naturalmente, l’induismo ha un’anima ecologica e, come nel caso del buddhismo e del giainismo (riforme dell’induismo), ha senso parlare di ecologia induista. Per l’induismo tutti gli esseri viventi sono sacri perché sono parte di Brahman (Dio supremo), e dovrebbero essere trattati con rispetto e compassione. Questo perché l’anima può essere reincarnata in qualsiasi forma di vita. L’Induismo è pieno di storie che trattano di animali come divinità, come la scimmia Hanuman era un servitore fedele del Rama. Gli indù associano animali a divinità diverse e li considerano sacri, tra cui la scimmia (Hanuman), l’elefante (Ganesh), la tigre (Durga) e persino il topo (l’animale che cavalca Ganesh). Per molti indù, che costituiscono quasi l’80% della popolazione indiana di 1,3 miliardi di persone, la mucca è un animale sacro e, nella mitologia indù, viene raffigurata come l’accompagnamento di diversi dei, come Shiva, che cavalca il toro Nandi, o Krishna, il dio pastore che raggruppava le vacche. Negli antichi testi la mucca appare come ‘Kamdhenu’ o mucca divina, che soddisfa tutti i desideri. Le sue corna simboleggiano gli dei, le sue quattro zampe, le antiche scritture indù o i Veda, e le sue mammelle i quattro obiettivi della vita, tra cui la ricchezza materiale, il desiderio, la giustizia e la salvezza. Gli indù vedono nella mucca un simbolo sacro della vita che va protetto e riverito. La mucca secondo gli indù produce 5 elementi essenziali: latte, formaggio, burro (o ghee), urina e sterco. I primi tre sono alimenti e usati nel culto degli dei indù, mentre le deiezioni possono essere utilizzate nelle cerimonie religiose o bruciate per ottenere carburante1. Nonostante l’importanza delle vacche e il ruolo simbolico che rivestono, purtroppo sono spesso vittima di violenza e fin dal 1870 movimenti ambientalisti indù e sikh hanno organizzato i primi movimenti di protezione delle mucche.

La maggior parte degli indù è vegetariana per questa credenza nella santità della vita. Si crede anche che gli alberi, i fiumi e le montagne abbiano l’anima, e bisognerebbe prendersene cura e onorarli. Nella visione indù vi è anche la concezione che “vivere semplicemente” sia una virtù: i maestri (bramini) sono consigliati di vivere grazie alla carità degli altri e di non accumulare troppa ricchezza. La persona estremamente rispettata nella società indù è il sadhu, o saggio, che vive fuori dalla società normale, in foreste o caverne o viaggia a piedi da una città a un’altra. Il sadhu è orgoglioso di vivere semplicemente e consumare il meno possibile. Ecco quindi che l’ecologia induista dà, epistemologicamente, una sferzata al consumismo e alla società industriale di massa. Secondo l’ecologia induista la felicità è necessariamente anticonsumista in quanto non proviene da beni esteriori: questo vuole dire che, per dominare la vita, la ricerca dei beni materiali, con il conseguente consumo di beni e di energia, non dovrebbe essere consentita. Tutti gli sforzi per sfruttare le cose di questo mondo sono considerati, dai maestri indù, una distrazione da questo scopo centrale della vita. Lo scopo principale della vita è scoprire la natura spirituale, la pace e la realizzazione interiore che ciò porta.

Uno dei più importanti esponenti dell’ecologia induista è sicuramente l’eco-giornalista Amitav Ghosh, definito “il più grande scrittore indiano di lingua inglese” che lavora come antropologo. Nei suoi libri ha scritto spesso della devastazione della Terra. Nei suoi romanzi, pubblicati in Italia da Neri Pozza, tra cui la “Trilogia dell’oppio”, ha raccontato l’origine del sacco dell’Occidente nei confronti delle ex colonie fra Asia e Africa; mentre il suo nuovo libro, La maledizione della noce moscata, parla del colonialismo come furia devastatrice alla base delle conseguenze irreversibili che vediamo oggi sul pianeta rispetto agli equilibri ecosistemici. È stato proprio Ghosh a sottolinea come la sindemia da Covid-19 «Ci ha mostrato che gli impatti sul cambiamento climatico, i loro effetti sulla società, saranno assai diversi da ciò che ci è stato detto. La narrazione consolidata, in Occidente, è che la crisi sarà terribile per i più poveri, “non-bianchi”. Invece sarà sì molto negativo per la povera gente, ma colpirà anche i Paesi ricchi, in modi diversi, con effetti altrettanto devastanti. E penso che se c’è una lezione che dobbiamo imparare da questa esperienza è che le mega crisi richiedono una risposta collettiva. Che non si è manifestata ovunque. L’Italia resta una nazione con una cultura comune, una lingua comune: quando è stato chiesto di fare sacrifici, la gente ha risposto. Non così negli Stati Uniti, che hanno avuto pessimi risultati. E tuttora vivono fra disagio sociale, sfiducia e polarizzazione politica. Idem il Regno Unito. In America la società ha una fede enorme nella tecnologia come fonte di salvezza. Pensavano che il vaccino li avrebbe salvati. Ma dopo che il vaccino è diventato disponibile, la diffidenza sociale ha preso il sopravvento, e ancora oggi la sfiducia è il vettore principale» – ha dichiarato il saggista indiano in una recente intervista al Corriere2. Il nesso causale tra crisi climatica ed ecologica e la sindemia da Covid-19 è la conseguenza centrale del comportamento degli esseri umani, esattamente come i conquistadores diffusero malattie mai apparse prima e sterminarono le civiltà native americane: «Credo sia chiaro come il global warming segua questi modelli. Una delle caratteristiche più marcate del colonialismo è ciò che si potrebbe chiamare “violenza per omissione”. Permettere alle malattie di fare strage. O agli interventi sull’ambiente di provocare disastri contro i popoli nativi».

Amitav Ghosh crede che la violenza distruttiva contro la Terra, derivanti dalla mentalità estrattiva e separatista, sia non solo derivante dal capitalismo e dalla sua globalizzazione, ma bensì dal colonialismo, nato in epoche pre-capitalistiche, con l’idea che l’imperialismo venga prima del capitalismo come causa della devastazione del pianeta. Come ha dichiarato Ghosh al Corriere, il momento scatenante è stato quando l’Europa ha conquistato le Americhe: «Un evento che ha comportato una violenza su una scala mai vista prima, con la soppressione di 80-90 milioni di persone. Quella violenza ha creato una nuova società. Con l’eliminazione di decine di milioni di persone, ma anche con l’idea di sostituirli con africani schiavi. Un intervento demografico su quella scala non era mai avvenuto, mai. (…) Negli ultimi anni, l’intero discorso sul cambiamento climatico è stato focalizzato sul capitalismo come il principale motore del disastro che stiamo attraversando. Certo, c’è molta verità in questo. Ma allo stesso tempo il nostro capitalismo non è nato da sé, è venuto fuori dal colonialismo che lo ha reso possibile. Le disuguaglianze, specie quelle geopolitiche, sono simili a ciò che esisteva nel XVII secolo. Il dominio globale dell’Europa d’allora corrisponde a quello odierno dell’Occidente».

Secondo Ghosh il suprematismo bianco occidentale non è solo un retaggio nazista e fascista e di qualche nostalgico, ma bensì un fenomeno che attraversa tutti gli occidentali contemporanei, anche i più progrediti. Il suprematismo bianco è stato la base giustificatrice del genocidio dei nativi americani e degli schiavi in quanto non considerati “completamente umani”, esattamente come è alla base dell’utilitarismo (l’uomo bianco poteva fare di loro ciò che voleva), dell’antropocentrismo (che è una costruzione occidentale) e della violenza nei confronti della Natura. L’uomo bianco si è sempre sentito superiore e padrone sostituendo l’etica ancestrale fondata sul senso del limite con l’etica centrata sull’azione ipertrofica dell’individuo. Come ha sostenuto Ghosh: «Se oggi queste idee vivono è grazie all’esperienza coloniale delle Americhe. Poche centinaia di bianchi violentissimi dell’Estremadura3 scoprirono di poter sterminare centinaia di migliaia di nativi. Così è entrata in testa l’idea di esser simili a Dio, padroni del mondo. Che tutto esista per servirli».

L’idea stessa delle fonti d’energia fossile ha origini coloniali e nascono da un problema di potere e di controllo. Come spiega Ghosh: «L’energia diventa il perno della geopolitica globale alla fine del XVIII secolo, quando i combustibili fossili che gli inglesi cominciano a usare diventano centrali nelle loro strategie imperiali. E i combustibili fossili sono divenuti importanti perché – a differenza dell’energia dei mulini – potevano essere portati ovunque, quindi controllati».

Dove poggia sul piano culturale e filosofico? Secondo il saggista indiano «L’Illuminismo è di sicuro legato a questa esperienza. L’idea che gli esseri umani siano al di sopra di tutto. Penso, quindi sono4. È da qui che discende quell’incredibile violenza. E infatti diversi pensatori chiave del tempo erano connessi strettamente al colonialismo. Cartesio ha trascorso gran parte della sua vita in Olanda quando questa era il perno del dominio globale. Il filosofo inglese Locke investiva nelle piantagioni e comprava schiavi. Anche Hegel ripeteva che gli africani erano inferiori, senza storia. Mentre parlava di libertà dello spirito». La violenza coloniale nei confronti della Natura si è concretizzata nell’idea scientifica e riduzionista di classificare, di dare nome alle cose: gli scienziati settecenteschi usavano la classificazione come modo per separare, dividere e infine dominare. «Il sistema con cui Linneo battezzò animali, piante e minerali deriva interamente dal colonialismo. L’idea era avere un sistema che potesse oggettivare le risorse che il mondo offriva. E il sistema linneano ha trionfato non perché fosse il migliore ma perché l’impero spagnolo l’adottò».

Amitav Ghosh punta il dito contro il net-zero washing, che tanto piace all’Occidente per lavarsi la coscienza di politiche tossiche, anti-ecologiche e estrattiviste; e contro il soluzionismo tecnocratico alla crisi climatica. Nei Paesi ricchi si pensa che la crisi climatica sia una preoccupazione tecnica con effetti economici, mentre in quelli poveri è un problema di disuguaglianza e giustizia: «Se chiede a chiunque in Occidente qual è la posta in gioco con il clima tutti risponderanno che si tratta di ridurre l’impronta di carbonio. Di soluzioni tecniche. Nel Sud globale, se dite a qualcuno cosa pensa di fare al riguardo? La risposta sarà sempre: “Perché dovrei far qualcosa? La nostra impronta pro-capite è ancora piccola rispetto a quella dell’Occidente! Tocca a loro agire. Sono diventati ricchi quando eravamo poveri, a nostre spese. La percezione è di profonda ingiustizia». Per arrivare alla decarbonizzazione necessaria al pianeta c’è solo un modo: «che l’Occidente riduca le emissioni cambiando stile di vita. Fino a quando ciò non accadrà qui, non accadrà da nessun’altra parte. È la cruda realtà». Questo in parte è già realtà in Cina, per esempio, con l’enorme calo della domanda dei consumatori, esattamente come in India perché la gente ancora ricorda come si può vivere in modo frugale. Come ci ricorda Ghosh: «Toccherà agli occidentali imparare a farlo».

 

1 https://www.focus.it/ambiente/animali/8-cose-che-forse-non-sai-sulle-vacche-sacre-in-india#:~:text=Negli%20antichi%20testi%20la%20mucca,la%20giustizia%20e%20la%20salvezza.

2 https://www.corriere.it/pianeta2030/22_novembre_30/amitav-ghosh-tutto-cominciato-il-colonialismo-quando-iniziammo-far-violenza-terra-12422acc-6efc-11ed-9e97-468f31203204.shtml

3 Regione spagnola di frontiera della cristianità durante la Reconquista, all’estremità segnata dal fiume Duero (“Extrema Duris”) da cui partirono le grandi spedizioni coloniali spagnole e portoghesi.

4 Cogito ergo sum alla base del riduzionismo cartesiano

da qui

martedì 4 ottobre 2022

La conversione che ha fretta - Guido Viale

 

La recente conferenza internazionale sulla decrescita Venezia 2022 ha mostrato che nel corso degli ultimi anni, anche senza che nessuno la perseguisse esplicitamente, si è di fatto verificata una convergenza tra visioni e prospettive di una società futura che fino a poco tempo fa sembravano distanti o addirittura alternative: quelle che rispondono ai termini di decrescita, ecosocialismo, ecofemmnismo, società della cura, giustizia sociale e ambientale, conversione ecologica e forse altre.

Pur mantenendo ciascuna un focus specifico, le unisce il ripudio di qualsiasi prospettiva fondata sulla crescita (dei PIL), l’accumulazione del capitale, il produttivismo, l’estrattivismo, lo sfruttamento sia degli esseri umani che del vivente, le diseguaglianze sociali e il patriarcato; e, in positivo, una prospettiva fondata su decentramento e partecipazione alla gestione dei processi produttivi, dei contesti istituzionali e dei rapporti sociali e un orientamento improntato alla sobrietà nei consumi e all’arricchimento delle relazioni.

Il problema irrisolto, sia a livello teorico che pratico, è come far vivere, crescere e maturare queste visioni all’interno sia delle lotte in corso contro lo sfruttamento del lavoro e dell’ambiente sia delle molteplici iniziative “molecolari” di riorganizzazione della vita e dei consumi in contesti di condivisione.

A connettere questi poli è la necessità e l’urgenza di affrontare la crisi climatica e ambientale già in pieno corso e destinata ad aggravarsi; in sintesi, la conversione ecologica dell’apparato produttivo, delle relazioni sociali e degli assetti istituzionali.

Una “transizione” possibile – ormai ce ne sono le prove – solo se promossa “dal basso”, cioè partecipata da una popolazione che si costituisce in comunità, e non affidata solo a misure governative varate dall’”alto”, sempre tardive, parziali, discriminanti, incapaci di abbandonare il paradigma della crescita. Solo comunità del genere saranno in grado di affrontare l’adattamento alle difficili condizioni a cui la crisi climatica e ambientale costringerà le prossime generazioni, già a partire da quella di chi è giovane oggi.

La conversione ecologica ha bisogno della partecipazione convinta di un grande numero – non necessariamente la maggioranza – di cittadine e cittadini, lavoratori e lavoratrici; ma soprattutto di conoscenze ricavate dall’esperienza diretta di chi vive e lavora nei territori e nelle imprese da riconvertire; conoscenze che possono essere raccolte solo attraverso un confronto diretto e continuo tra gli interessati.

E’ un processo molto difficile, che sembra mettere in forse posti di lavoro o abitudini acquisite senza prospettare alternative concrete, che vanno costruite in percorsi lunghi, complessi e aleatori. Per questo i punti in cui può più facilmente affermarsi la prospettiva di una conversione produttiva – indissolubilmente legata alla ricomposizione di una comunità di riferimento – sono le aziende esposte al rischio di chiusura, delocalizzazione, ridimensionamento.

Lì, come sta mostrando l’esperienza esemplare della GKN di Campi Bisenzio, non esiste alternativa alla socializzazione della gestione sia della lotta che dell’impianto e a una conversione produttiva che può realizzarsi solo nel quadro di un piano di ambito almeno nazionale, ancora in gran parte da elaborare, come quello prospettato dal collettivo operaio per produzioni funzionali a una mobilità collettiva e sostenibile.

Di piani del genere c’è grande urgenza, soprattutto per la conversione energetica. Il programma NextgenerationeEU ha messo a disposizione del nostro paese 200 miliardi (tutti, sostanzialmente, a debito) che il Governo italiano sta sperperando in iniziative che nulla hanno a che fare con la transizione ecologica: armi, autostrade, alta velocità, incentivi all’auto individuale, gassificatori, navi metaniere, gasdotti e nuove trivellazioni; per non parlare di case di comunità senza personale, scuole senza insegnanti, investimenti in ITC senza formazione e quasi niente per il riassetto idrogeologico.

Con meno di quell’importo sarebbe possibile invece convertire tutto il sistema energetico nazionale alle energie rinnovabili in poco tempo (molti progetti, in attesa di autorizzazione, già ci sono) come avevano fatto, al momento della loro entrata nella Seconda Guerra Mondiale, gli Stati uniti, convertendo in pochi mesi i loro impianti industriali alla produzione bellica: carri armati, cannoni, navi, aerei, bombe…

Un processo inverso, ma altrettanto rapido, dall’industria bellica e da quella che produce beni superflui alla produzione di impianti e attrezzature per far fronte alla crisi climatica sarebbe senz’altro possibile se solo i nostri governi dessero alla crisi climatica la stessa importanza data allora (e anche oggi) alla guerra. A sentire i politici, sia nostri che del resto del mondo, sembra invece di essere atterrati su Marte. Ma le forze per imporre loro una svolta radicale – o la loro cacciata – stanno maturando tra le nuove generazioni, quelle messe in moto da Greta, quelle che sanno che a pagare i costi dell’inerzia degli attuali governi saranno loro.

Per questo un altro punto di aggregazione a partire dal quale costituire o ricostituire delle comunità è fornito dalle scuole, presenti, con diversi livelli di dotazioni, in tutto il mondo. Lì è concentrata la maggior parte delle nuove generazioni, quelle che dovranno, e in parte già vogliono, farsi carico delle indispensabili trasformazioni necessarie per far fronte alla crisi climatica e ambientale.

Ma le scuole, nella misura in cui si riesce ad aprirle ai territori, e alle loro comunità in fieri, sono anche, nel bene come nel male, potenziali incubatrici della società futura e sua prefigurazione. Per questo la lotta per trasformare le scuole in ambienti che servano veramente le nuove come le vecchie generazioni è una questione che ci riguarda tutti.

da qui

sabato 19 marzo 2022

Uscire dall’economia? - Paolo Cacciari

 

 

 (Ringrazio Serge Latouche per avermi pazientemente offerto molte delucidazioni, che tuttavia non sono bastate a sciogliere alcune mie perplessità).

 

Premessa

Serge Latouche in alcune interviste (di Emanuele Profumi, Vi spiego perché dobbiamo abbandonare l’economia, in Economia Circolare, 24/1/2022; di Simone Lanza, Il Tao della decrescita, il Margine, 2022;) riprende l’espressione “uscire dall’economia” che aveva già usato in precedenti lavori (Uscire dall’economia, con Anselm Jappe, Nimesis, 2018, e, principalmente: L’invenzione dell’economia, Bollati Boringhieri, 2010).

Latouche afferma: «È chiaro che esistono delle alternative economiche al neoliberismo, come ad esempio il vecchio keynesismo. Il problema è che delle alternative economiche compatibili con la sostenibilità della nostra civilizzazione non esistono. Perché? Perché qualsiasi tipo di economia (keynesiana, liberista, socialista, etc) è incompatibile con l’ecologia. Per questo insisto spesso, quando parlo di decrescita, sull’esigenza di “uscire dall’economia.”» (dalla citata intervista a Profumi). Insomma dovremmo «fuoriuscire dal giogo dell’economia» nel suo insieme, «senza mezzi termini» (Jappe e Latouche).1

Tuttavia “uscire dall’economia” è uno slogan che incontra difficoltà di comprensione e genera confusione anche in molti lettori – io, tra questi – impegnati in vario modo nella invenzione di “economie altre”, poiché insorge il dubbio che il programma politico-culturale-antropologico della decrescita (niente di meno che un cambio di civiltà) sia tutt’altra cosa dall’iniziativa concreta volta a trasformare le basi economiche della società; terreno pratico, questo, prediletto dall’iniziativa di molti gruppi e movimenti che pure ritengono di agire in coerenza con l’idea dalla decrescita2. La mia preoccupazione è che la forte provocazione intellettuale (storica, antropologica, filosofica) lanciata da Latouche venga intesa come negazione di motivi validi per agire (anche) nel campo pratico e semantico dell’economico. Con la conseguenza di provocare un cortocircuito (un effetto boomerang) nella stessa “base sociale” della decrescita.

Penso che la decrescita abbia un problema principale: riuscire ad attivare una soggettività capace di incidere sulla società. Non solo un movimento di opinione formato da persone informate e indignate, tantomeno un club di cassandre, ma gruppi, comunità, movimenti capaci di intraprendere un percorso “post-gowth” (del tipo di quello indicato dallo stesso Latouche con le 8 R) in ogni luogo ed ora. Non dopo la catastrofe, perché dopo, forse, non avremmo nemmeno la magra soddisfazione di poter dire: “ve lo avevamo detto”. Vorrei quindi tentare di dissipare il rischio di una contrapposizione ontologica, che a mio modo di vedere sarebbe del tutto assurda, tra l’ipotesi teorica della società della decrescita (vale a dire, di una civiltà equa e in armonia con il mondo naturale) e l’azione concreta di trasformazione dal basso delle basi materiali delle relazioni economico-sociali-istituzionali-giuridiche-politiche oggi esistenti. Meglio ancora, vorrei che emergesse la interdipendenza dei due piani: quello del pensiero eticamente connotato e quello dell’azione pratica, della sperimentazione e del conflitto sociale e politico contro il potere dei dominanti. Vorrei sostenere la complementarietà tra un punto di vista alto e radicale, capace di liberare la mente dall’attuale dimensione economica totalizzante (la “decolonizzazione dell’immaginario” economico) e l’azione concreta, quotidiana, localizzata capace di riorientare e autogovernare le esigenze delle persone. Nulla di nuovo, in realtà. Le idee senza esperienze di vita diventano ideologie; le “buone pratiche” senza una visione trasformativa rimangono consolazioni, facilmente assorbibili nella metamorfosi continua del sistema economico dominante.

Penso quindi, che la “base sociale” della decrescita, il suo “motore”, sia proprio la galassia delle esperienze di “economie altre”, volte a creare valori d’uso non commerciali, ecosolidali, trasformative, mutualistiche, non-profit e fuori mercato, fondate su relazioni di scambio paritarie e reciproche, non mercificate e mercantilizzate. A partire dai movimenti che si battono per la sovranità alimentare (agroecologia), energetica (autoproduzione, generazione diffusa e giustizia climatica) e l’autodeterminazione territoriale (dai popoli indigeni alle popolazioni investite da progetti di grandi opere dannose). In genere penso ai movimenti ambientalisti (contro il consumo di suolo, per la rigenerazione urbana, per la difesa della biodiversità e del paesaggio, ecc.) che si muovono sia a scala locale che bioregionale, che planetaria. Penso anche ai movimenti per la salute pubblica, dentro e fuori i luoghi di lavoro. Ai movimenti ecofemministi e, in generale, a tutti coloro che si battono per smantellare ogni sistema di potere come dominazione sugli altri e sulla natura. Abbandonare Cartesio, quindi, ma, andando più in profondità, bandire anche i testi genesiaci relativi al dominium terrae3. Uscire dall’antropocene, abolire il patriarcato e ogni altra forma di inferiorizzazione, sottomissione e sfruttamento di qualsiasi forma di vita.


Uscire dal dilemma

Si pone quindi il quesito: uscire dall’economia, o rifondarla, risignificarla, reinventarla, reincorporarla, scioglierla in una inedita dimensione etica e politica, sociale ed ecologica?

Mi rendo conto che il quesito posto in modo così semplificato possa apparire una disputa nominalistica astratta. Al fondo basterebbe intendersi sul significato da attribuire alle parole “economia” o “economico”4. È infatti molto difficile riuscire a concepire una economia che non poggi su un qualche tipo di società o, viceversa, una società che non faccia aggio su una qualche forma di economia. Se è pur vero che sono le società (intese come sistema di valori condivisi, rappresentazioni, norme comportamentali, ecc.) che si creano come meglio credono le forme di economia che le sono più consone, è pur vero che le diverse modalità con cui le civiltà umane hanno risolto i problemi della sussistenza e della riproduzione hanno contribuito non poco a plasmare le loro stesse caratteristiche principali. Ogni economia è figlia di una politica ed ogni politica è economica. Non esiste una economia in natura. Non esiste nessuna autonomia della sfera economica se non quella concessa dalla società politica. Tuttavia esiste – banalmente – una natura biogeochimica con cui ogni società (anche quelle animali non umane) deve fare i conti. Tra i paradigmi fondanti di una civiltà ci sono sicuramente anche i diversi modi di cooperazione sociale finalizzati alla creazione, distribuzione e utilizzazione di beni e servizi (per usare termini di oggi) ritenuti necessari dalle popolazioni. Mi è difficile riuscire a immaginare una forma di civiltà che non faccia i conti con le proprie esigenze (biologiche e spirituali, bisogni e desideri – “bi-sogni”) in un mondo naturale inevitabilmente limitato (per materia). Lo stesso Latouche riconosce che «c’è qualche cosa di universale [sostanziale, materiale, naturale, biologico, ndr] alla base dell’economia, ma non per questo l’economia stessa è universale». E che: «Naturalmente, come ogni società umana, una società della decrescita dovrà organizzare la produzione della propria vita, vale a dire utilizzare ragionevolmente le risorse del proprio ambiente e consumarle attraverso beni materiali e servizi» (L’abondance frugale comme art de vivre). Per esempio ad un “individualismo metodologico” (secondo cui un essere umano è solo “un atomo di egoismo”) corrisponderanno determinati comportamenti “economici” come la corsa competitiva all’accaparramento privato delle risorse, il produttivismo, il consumismo edonistico. Al contrario nelle prime comunità cristiane e nei falansteri socialisti e anarchici prevaleva l’economia della comunione dei beni, poiché si pensava che “il senso morale [fosse] una facoltà naturale, proprio come l’olfatto e il tatto” ( P.A. Kropotkin, La morale anarchica). Così come nelle società matrifocali corrisponde un’economia materna della cura. Le società patriarcali sviluppano invece inevitabilmente una economia di guerra (servono esempi?). Quelle contadine una economia di permanenza (Joseph Kumarappa). Alle società schiavistiche corrisponderà una drastica “divisione” del lavoro. E molte altre …  ibridando e, soprattutto, oggi, omologando (occidentalizzazione).

Tutti d’accordo nell’uscire dall’economia oggi esistente

È tristemente noto come l’economia capitalista nella sua trionfale avanzata sia riuscita progressivamente a inglobare e asservire l’intero costrutto umano, annichilendo ogni forma di relazione sociale, fino ad avvolgere al suo interno la vita intera (onnimercificazione, biocapitalismo). Siamo giunti così a percepire la crescita economica (assieme all’innovazione tecnologica) come un dogma metafisico. Il posto che prima occupava la divina provvidenza, oggi è preso dall’innovazione tecnologica. Mentre quello dello spirito santo è stato sussunto dalla finanza. Chi altro sarebbe capace di fare soldi con i soldi!

Dobbiamo riuscire a demistificare la teoria della “scienza economica” moderna, figlia (tra le tante) della rivoluzione scientifica di Francis Bacon, come costruzione monologica razionalistica, che accompagna la nascita, giustifica le basi e teorizza le magnifiche sorti del capitalismo. Questa idea di economia codificata unica (come del resto avviene per tutte le discipline scientifiche sempre più specializzate e separate: dalla medicina alla sociologia, dall’astronomia alla meteorologia, dalla fisica alla matematica …) ha una data di origine (il Seicento), una fonte battesimale (l’Inghilterra), un profeta (Locke) e una stola di officianti negli economisti. 

La “scienza economica” da cinquecento anni non ha fatto altro che studiare, misurare, pianificare i meccanismi più efficienti al fine di massimizzare i rendimenti delle risorse appropriabili, a partire dalla terra e dal lavoro, per giungere ai saperi e ai sentimenti, dai beni materiali a quelli cognitivi. Ciò è potuto avvenire perché l’economia, con i classici, si è dotata di un proprio statuto autonomo, scientificamente sperimentabile e replicabile (imitando le scienze naturali “dure”), autoreferenziale e quindi libero da qualsiasi condizionamento esterno (religioso, filosofico, etico e persino biofisico). Continuo a pensare che nessuno meglio di John Locke (ricordato spesso da Latouche) abbia espresso i fondamenti materiali ed etici del pensiero economico moderno: “Colui che recinta un terreno e da dieci acri trae maggiore quantità di mezzi di sussistenza di quanto potrebbe trarne da cento acri lasciati allo stato naturale, dona novanti acri all’umanità” (Trattato sul governo, 1662). Magistrale! C’è già tutto: l’iniziativa privata, il calcolo razionale utilitaristico, l’appropriazione, la competizione, il riconoscimento sociale, la totalizzazione della ragione economica.

Essendo la sussistenza il primo bisogno degli esseri viventi è abbastanza facile immaginare che coloro che sarebbero riusciti a organizzarsi per “donare all’umanità” più generi di consumo, attraverso il meccanismo economico descritto da Locke (cioè con le enclosures, le colonizzazioni, ecc.), avrebbero potuto acquisire ed esercitare un maggiore potere politico. Nascono così le nuove classi sociali e la “economia politica”, il campo dentro cui vengono stabiliti quali devono essere i rapporti sociali (e quindi i comportamenti individuali) più funzionali all’espansione dei rendimenti economici dei capitali (naturali e umani) posseduti. Ovviamente, le teorie e le pratiche di “economia politica” si sono evolute nel tempo, diversificate ed adattate alle condizioni materiali e culturali nelle varie parti del mondo. Fino a giungere alla “occidentalizzazione”, al pensiero unico, all’omologazione nella globalizzazione.

non c’è dubbio che il capitalismo, nella sua travolgente evoluzione abbia dimostrato di essere un sistema efficiente (più produttivo di qualsiasi alto) e capace di rigenerarsi attraverso metamorfosi spettacolari. Il capitale ha esteso i suoi tentacoli su tutta la società, riuscendo ad estrarre valore ovunque; dalla fabbrica alla società, dalle conoscenze ai sentimenti (Foucault, Negri …). È riuscito a sopravvivere all’abolizione della schiavitù, al suffragio universale, a due guerre mondiali, alla rivoluzione russa e al ‘68… E c’è chi è pronto a scommettere che riuscirà a metabolizzare anche il cambiamento climatico vestendosi di verde. In forza di questi successi l’economia è potuta salire al cielo come nella pala della Vergine Maria di Tiziano nella basilica dei Frari!  L’economia è uscita dal novero dei saperi razionali per diventare, da una parte (quella della economia politica) una teologia e, dall’altra (quella dell’economia aziendale) un sistema meccanico, matematicizzato di calcolo dei flussi di materia e di energia che generano valore.

Esiste una economia senza crescita?

Latouche dice di no. Afferma che non esiste un’economia che non sia mossa al suo interno da una logica implicita di accrescimento. A essere messa in discussione, quindi, non è solo l’economia politica in tutte le sue forme storiche “realmente esistite”: classiche, liberiste, stataliste, socialcomuniste, miste, ordoliberali, neoliberiste, finanziarizzate …. Non si tratta solo di smascherare l’economicismo come forma ideologica. Non è sufficiente passare dall’economia politica all’economia ecologica (Martinez Allier). Latouche mette in discussione l’intero campo semantico dell’economia. Non è quindi più la sola economia della crescita (e i suoi sinonimi: sviluppo e progresso) ad essere indicata come la causa della catastrofe ecologica e sociale in corso, ma l’economia in sé stessa. Comunque concepita, nella sua essenza ontologica e sostanza metastorica.

Se è così, i quesiti che si pongono sono due. Uno d’ordine più teorico e uno con implicazioni politiche. 


Economia integrata nell’ecologia

È immaginabile concepire una forma di civiltà ultraeconomica, indifferente ai problemi posti dalla sussistenza e dalla riproduzione delle basi materiali della vita? Mi pare evidente che non sia possibile. Non so chi ci abbia inflitto questa condanna, ma mi pare evidente che ogni essere vivente (umano e non umano) è inserito in una catena trofica che obbliga ciascun individuo a procurarsi di che vivere. Ciò non vuol dire necessariamente che questo tipo di attività debba essere l’unico scopo della vita (nemmeno per gli animali non umani è così), né che tale attività debba essere separata da ogni altra dimensione del vivere (come in effetti avviene nelle società schiaviste e, attraverso la “divisione scientifica del lavoro”, nelle società salariate). Mi pare di capire che la ricerca di una buona vita dipenda, banalmente, da una accettabile integrazione tra le varie esigenze umane: materiali e spirituali, individuali e relazionali, produttive e contemplative, ludiche ed erotiche … Non è saggio, quindi, pensare che le pratiche economiche (intese come tecniche e metodi per far fronte alla limitatezza delle risorse naturali e alla loro utilizzazione ottimale) possano occupare l’intera gamma dei pensieri umani, ma non è nemmeno saggio non tentare di economizzare il dispendio delle energie e delle risorse materiali necessarie alla soddisfazione delle esigenze delle persone così come si vanno determinando storicamente e socialmente. Il pensiero economico (il sapere economico) è esattamente questo, banalmente: economizzare le energie e gli sforzi necessari a creare i beni e i servizi utili in ambienti biofisici limitati (che non è sinonimo di scarsi). Il primo significato di frugalità è parsimonia.

Quindi, la società della decrescita che abbiamo in mente potrebbe essere definita tanto aneconomica (per dirla con Jaques Derrida) in quanto non dipendente dall’economia, quanto transeconomica, capace cioè di sussumere integralmente al suo interno l’esigenza di usare al meglio (durevolmente, equamente, eticamente) le risorse, umane e non, disponibili. L’economia, insomma tornerebbe ad essere incorporata nella società (per dirla con Polaniy) e nei cicli naturali (per dirla con Georescu Roegen o Martinez Allier) e, così facendo, muterebbe natura, statuto scientifico, considerazione sociale, sistemi di governo. Volendo, potremmo anche cambiargli nome: non più economia, nemmeno economia politica, ma “cura”, “rigenerazione”, “convivio” o “ecologia integrale”, per usare una efficace espressione di Bergoglio che sta ad indicare proprio la inseparabilità della dimensione ecologica e socioeconomica.

Decrescita come movimento di liberazione e riappropriazione

La seconda questione è d’ordine più pratico e investe il rapporto del movimento per la decrescita con i movimenti sociali ed ecologici. Tutti i movimenti anticapitalisti e antisistema (compresi quelli più radicali e rivoluzionari, gli antiutilitaristi, gli ecologisti profondi e gli anarchici, gli zapatisti …- esclusi forse solo i situazionisti) pensano che sia non solo possibile, ma necessario reinventare e risignificare le attività economiche mettendole al servizio della prosperità (seppur frugale) dell’intera umanità. L’idea è di prefigurare e sperimentare forme di “economie altre” fondate su relazioni mutuali, non utilitaristiche, non predatorie ed estrattiviste, ma rigenerative, orientate al dono, alla reciprocità, alla comunanza e convivialità solidale, all’equità, alla prossimità, alla permanenza… Non si tratta di rinunciare a nulla, ma esattamente il contrario: reimpossessarsi di beni inestimabili (incommensurabili in termini monetari) che la società della crescita ci hanno fatto venire meno: l’aria pulita, l’acqua, il paesaggio… il tempo per coltivare relazioni umane … le attività libere che rigenerano la mente e i corpi. Insomma la realizzazione delle condizioni essenziali per un buen vivir. Non smetto di pensare che la decrescita sia un processo di liberazione e di riappropriazione (beni comuni).

Ogni forma di civiltà sviluppa un corrispondente sistema economico. Se per economia intendiamo sistemi di cooperazione sociale volti a soddisfare la produzione di beni e servizi utili al buon vivere delle popolazioni, allora un’altra economia risulta necessaria alla costruzione di un’altra civiltà.

È come per il lavoro. Un conto è volere abolire il lavoro salariato (schiavo, subalterno, eterodiretto, astratto, alienante, impersonale… “di merda”, per citare Graeber). Un altro conto è negare l’esigenza di svolgere attività umane volte a migliorare le condizioni di sussistenza e di cura della propria persona così come degli altri esseri viventi (Ernst Friedrich Schumacher) e migliorare la vivibilità del pianeta.

È come per le tecnologie. Un conto è l’automobile – diceva Illich – un altro valore ha la bicicletta. Ci sono strumenti che debilitano e disabilitano il corpo e la mente, e altri che invece li possono fortificare.

È come per ogni branca del sapere. La lotta per uscire dalla civiltà della crescita passa sicuramente per la riappropriazione e la integrazione di tutti i saperi (complessità e olismo), anche di quelli più parcellizzati e specialistici. Compreso quello economico. Un conto è mettere in discussione lo statuto scientifico codificato, autoreferenziale, isolato di una disciplina5 e, soprattutto, contestarne la sua pretesa prescrittiva. Un altro conto è negare l’esistenza di specificità (sempre parziali) che compongono il pluriverso umano, le diverse forme di conoscenza e i possibili, infiniti, diversi comportamenti sociali.6

Se è vero che l’economia è inseparabile dalla società (non c’è alcun automatismo spontaneo nelle prassi economiche, se non quello che la politica gli concede), in un’altra auspicabile forma di civilizzazione le funzioni ora così malamente svolte dall’economia (“malsviluppo”, lo definisce Vandana Shiva) dovranno essere completamente riconsiderate. Così come del resto dovrà accadere per tutte le altre forme del sapere parcellizzato e scomposto. Penso ai casi eclatanti della medicina, della bioingegneria submolecolare, della psicanalisi, della sociologia politica… e così via. Ogni sfera del sapere deve diventare un campo dentro cui le forze della trasformazione devono dare battaglia.

La società a cui miriamo è quella in cui le donne e gli uomini sono capaci di prendersi cura della propria vita, di quella degli altri e del pianeta. Per riuscirci, ritengo, ci sarà bisogno di sperimentare e definire altre forme di approvvigionamento, lavorazione, distribuzione, utilizzazione, rimessa in circolo degli stock e dei servizi che la natura ci mette gentilmente (gratuitamente) a disposizione (comprese le nostre stesse capacità di lavoro). In attesa di trovare un nome diverso a questo modo di agire e di pensare, proporrei di chiamarlo “economia della cura”.


Note

1 Latouche scrive nell’introduzione a L’invenzione dell’economia; «Noi rifiutiamo l’idea di una essenza o di una sostanza, in altre parole di un universale ‘economia’. L’economia è in quanto tale una costruzione culturale e storica» (p.XV). In tal senso Latouche critica Polanyi, che distingue tra «un’economia sostanziale che costituirebbe uno zoccolo universale e trans-storico e un’economia formale che riguarderebbe unicamente il calcolo economico» e la stessa bioeconomia di Georgescu Roegen, perché non giunge a «rinunciare all’economia come “scienza economica”». La decrescita, invece, individua «il cuore dei problemi (…) nella logica stessa di crescita, percepita come essenza dell’economico». Quindi l’economia ha una sola sostanza: quella della crescita. Un’economia senza crescita (per esempi quella “stato stazionario” ipotizzata da Herman Daly, sarebbe impossibile. E prosegue: «In questo senso, il progetto della decrescita è radicale. Non si tratta di sostituire una buona economia a una cattiva economia, una buona crescita o un buono sviluppo a una cattiva crescita o a un cattivo sviluppo, con una colorazione di verde o di socialità od equità, immettendo dosi più o meno forti di regolazione statale o di ibridazione con la logica del dono e della solidarietà. Si tratta piuttosto di uscire senza mezzi termini dall’economico» (p. XI).

Ancora più netto Latouche in un altro suo lavoro, L’abondance frugale comme art de vivre. Bonheur, gastronomie et décroissance (estratto datomi dall’autore): «Si tratta né più né meno di uscire dall’economia. Questa formula è generalmente fraintesa perché i nostri contemporanei trovano difficile rendersi conto che l’economia è una religione (…) Il progetto della decrescita non è altro che la costruzione di un’altra società, una società di abbondanza frugale o di prosperità senza crescita (T. Jackson). In altre parole, non è fin dall’inizio un progetto economico, anche se di un’altra economia, ma un progetto sociale che implica abbandonare l’economia come realtà e come discorso imperialista».

2 In una parola, la decrescita è uscire dall’ossessione della crescita del volume dei beni e dei servizi prodotti e venduti sul mercato, contabilizzati in valori monetari. La decrescita, nel suo significato basico, è la ricerca della diminuzione dei flussi di energia e di materia impegnati nei cicli economici, quel tanto che serve a rientrare nei “confini planetari” ecosistemici. Questo, però, è solo l’”argomento debole”, difensivo. Quello forte, capace di mobilitare le persone è «presentare una visione della vita buona come qualche cosa da perseguire non per senso di colpa o per paura di un castigo, ma con felicità e speranza» (R. e E. Skidlsky, Quanto è abbastanza, p. 167, 2013).

3 E Dio disse: “Facciamo l’essere umano come nostra immagine, secondo la nostra somiglianza, perché domini sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Quindi li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela e dominate sui pesci del mare, sui volatili del cielo, sul bestiame e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”. (Genesi 1,26-28). Se c’è una debolezza di Bergoglio nella stessa Laudato si’ è proprio nel non essere riuscito a mettere in discussione le basi antropocentriche del pensiero giudaico e greco.

4 In fondo – mi si perdoni la puerile semplificazione – basterebbe tornare ad Aristotele e distinguere tra crematistica ed economia – Oikonomiká, la buona gestione della dimora – ed allargare il concetto all’intero mondo, fino a far coincidere il campo semantico dell’economia con quello dell’ecologia. Che è come dicono gli ecologi da più di mezzo secolo che l’economia è un sottosistema dell’ecosfera. Scriveva E.F. Schumacher: «L’economia è una scienza derivata, che accetta istruzioni da ciò che io chiamo meta-economia. Cambiano istruzioni, cambia il contenuto dell’economia». Piccolo è bello p.57)

5 Quello che Edgar Morin definisce «il nostro modo di conoscenza parcellizzato [che] produce ignoranze globali» (La Via, 2012)

6 Sempre E.F. Schumacher: «Ogni scienza è benefica entro i propri limiti, ma diventa cattiva e distruttiva appena li supera» (p.54, Piccolo è bello). È quello che Castoriadis chiamava “predominio dell’economico”, come valore esclusivo e unico e dominio totale della società che «oltrepassa infinitamente il mero soddisfacimento dei bisogni funzionali alla sopravvivenza» (La rivoluzione democratica, 1990).

 

da qui

mercoledì 2 febbraio 2022

La crisi ecologica non dà tregua - Alberto Castagnola

 

Negli stessi giorni della COP 26, l’Organizzazione Metereologica Mondiale ha diffuso una serie impressionante di dati, che certo non sono stati  tenuti presenti dagli Stati impegnati nella Conferenza di Glasgow. Nel rapporto annuale si sottolinea che nel 2020, nonostante il rallentamento economico dovuto alla pandemia, le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera hanno raggiunto livelli record.

Quella di anidride carbonica è stata superiore del 149% rispetto all’era preindustriale, quella di metano del 262% e quella di biossido di azoto del 123%. Il 2021 dovrebbe aver chiuso con nuovi record. Secondo le stime, la temperatura media globale supererà di 1,09 gradi quella del periodo 1850- 1900, nonostante un leggero raffreddamento dovuto al fenomeno climatico periodico della Nina e l’anno dovrebbe piazzarsi tra il quinto e il settimo posto nella classifica degli anni più caldi. Inoltre sono stati registrati molti eventi estremi. Il 14 agosto, per la prima volta, ha piovuto sulla vetta più alta della Groenlandia, a più di 3000 metri di quota. La parte ovest del Nord America è stata investita da un’ondata di caldo anomalo (a Lytton, in Canada, le temperature hanno raggiunto i 49,6 gradi). Piogge eccezionali hanno colpito la provincia cinese dell’Henan, l’Europa occidentale, l’Amazzonia e l’Africa orientale, mentre in Madagascar è in corso una grave siccità.

Nell’Artico, con i dati satellitari elaborati dall’Agenzia Spaziale Europea si è costruita la mappa delle strutture stradali e ferroviarie  e delle costruzioni create dall’uomo e si è verificato un aumento del 15% negli ultimi venti anni. L’espansione si è verificata soprattutto in Russia, Canada e Stati Uniti, la maggior parte delle costruzioni è legata allo sfruttamento petrolifero, del gas naturale e minerario. Alcune di queste aree saranno soggette a instabilità a causa dello scioglimento del permafrost, in quanto si stima che il 55% delle strutture è stato costruito in zone vulnerabili. Un caso di cedimento di una costruzione si è già verificato alcuni mesi fa. Per quanto riguarda i ghiacciai, è stato reso noto di recente che i ghiacciai della Svizzera hanno perso l’1%  del loro volume nel 2021, nonostate le abbondanti nevicate e una estate relativamente fresca. 

L’inquinamento da particolato fine (PM 2,5) ha causato 307mila decessi prematuri nell’Unione Europea nel 2019, con una riduzione del 10% rispetto all’anno precedente. A causa dello smog, le autorità di New Delhi, in India, hanno ordinato la chiusura delle scuole per almeno una settimana, ma hanno però respinto un invito della Corte Suprema a confinare l’intera popolazione della capitale.

Una forte tempesta, con venti fino a 140 chilometri all’ora, ha colpito il nord degli Stati Uniti, lasciando senza elettricità seicentomila abitazioni, in particolare nel Massachusets  e nel Rhodeisland. Le alluvioni causate dalle forti piogge che hanno colpito la provincia della British Columbia, nell’ovest del Canada, hanno paralizzato i trasporti e costretto migliaia di persone a lasciare le loro case. Alluvioni hanno duramente colpito anche lo stato dell’Uttar Pradesh, nel sud dell’India, causando almenno 30 vittime. Forti allagamenti sono stati  segnalati anche a Bangalore, capoluogo del vicino stato del Karnataka.

La siccità ha invece colpito la città di Teheran, in Iran, a livelli più gravi degli ultimi cinquanta anni. Tra il 23 settembre e il 26 ottobre le precipitazioni sono crollate del 97% rispetto allo stesso periodo del 2020. Le cinque dighe che alimentano la capitale sono piene per meno di un terzo della capacità: 477 milioni di metri cubi su 2 miliardi. L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari ha lanciato l’allarme per il peggioramento della siccità in Somalia: circa 2,3 milioni di persone che vivono in 57 dei 74 distretti del paese soffrono di gravi carenze di acqua e di cibo. C’è stata anche una vittima.

La scorsa estate la regione russa della Carelia è stata colpita da violenti incendi  che hanno distrutto una parte consistente della taiga, o foresta boreale, formata da boschi di conifere. La superficie distrutta è stata superiore a quella totale degli incendi registrati nello stesso periodo in Europa e in Nord America, ma alla Cop 26 si è parlato soltanto di lotta alla deforestazione, evidentemente senza fare distinzioni tra le fonti delle distruzioni. Secondo Greenpeace, il 90% degli incendi è legato alle attività umane. La frequenza dei roghi è molto più alta che in passato e ormai il fenomeno tende anche ad autoalimentarsi: le fiamme riducono l’umidità delle foreste aumentando la probabilità di nuovi roghi.

Tutto questo potrebbe far scomparire la taiga nel giro di pochi anni: uno scenario inquietante, perchè è uno dei principali depositi di carbonio del mondo, insieme alla foresta pluviale tropicale. Il carbonio è conservato nella vegetazione, ma anche nel materiale organico delle zone umide, tra cui torbiere e paludi. E ripristinare una zona umida è molto più difficile che far ricrescere una foresta.

La fonte qui utilizzata (Internazionale numeri 1434-1437) dedica un certo spazio ad alcune soluzioni per i problemi climatici che sarebbero allo studio, anche se mancano ancora le analisi dei loro costi e della loro fattibilità. Alcuni ricercatori ipotizzano una nave autoalimentata per la raccolta della plastica.

Si dovrebbero raccogliere tonnellate di plastica e si dovrebbero trasformare chimicamente in carburante, grazie a un processo ad alta temperatura e pressione. L’energia ricavata dovrebbe rendere autonoma la nave per potere quindi proseguire la raccolta di plastica; le stime vanno da 4,8 ai 12,7 milioni di tonnellate di plastica che vanno a finire in mare ogni anno.

Le tecnologie a emissioni negative potrebbero avere un ruolo nel contrasto della crisi climatica. Alcune sono già conosciute e sperimentate, come quelle in uso nei sottomarini e  nelle navette spaziali. Secondo il New York Times, il governo USA ha promesso di finanziare le ricerche in questo campo, in modo da far scendere entro il 2030 il costo della cattura del carbonio dagli attuali 2000 dollari a tonnellata fino a meno di cento dollari. Si potrebbero quindi realizzare impianti industriali di grandi dimensioni per catturare e trasformare il carbonio presente nell’atmosfera. L’ipotesi di depositarlo in grandi spazi sotto terra è ancora molto costosa, anche se alcune imprese petrolifere pensano di poter utilizzare gli spazi sotterranei che contenevano il petrolio e i gas ora esauriti.

Vi potrebbero poi essere i rischi connessi con l’opposizione di comunità locali, che potrebbero temere gli effetti di tutte queste operazioni sui territori e le abitazioni circostanti. E’ poi da ricordare che l’iniziativa volta a contrastare l’avanzata del deserto in tutto il Sahel sembra aver dato dei primi buoni risultati. Il progetto della Grande Muraglia Verde è stato lanciato nel 2007 con l’obiettivo di ricostiruire gli ecostemi su cento milioni di ettari di terreno a sud del deserto del Sahara , dalla Mautitania fino all’Eritrea, sviluppando foreste, zone umide, terreni agricoli e praterie. Sembra che per ogni dollaro investito si sia ottenuto un ritorno di 1,3 dollari, con punte più alte in Nigeria e più basse in Burkina Faso. Tuttavia il degrado ambientale e i conflitti stanno limitando la disponibilità delle terre sulle quali intervenire. Inoltre, per finanziare tutti i progetti servirebbero ancora almeno altri 44 miliardi di dollari, secondo Nature Sustainability. Infine, La Repubblica del Congo ha presentato un progetto che prevede la creazione di una foresta di quattrocento chilometri quadrati vicino alla localita di NGO, nel dipartimento degli altopiani.

L’obiettivo è di assorbire più di 10mila tonnellate di carbonio, per contribuire alla lotta per il cambiamento climatico. Non vi sono però informazioni su chi dovrebbe finanziare un progetto di tale portata. Infine, alcuni ricercatori hanno usato i dati da satellite per verificare i rapporti tra spazi verdi e temperature in 293 città europee, in Scandinavia, Inghilterra, Francia, Europa centrale e Alpi, Europa orientale, penisola iberica, Europa mediterranea e Turchia. Tra i primi risultati, è emerso che gli spazi verdi abbassano di più la temperatura quando sono ricchi di alberi, mentre i prati potrebbero avere un leggero effetto riscaldante.

 

Ancora eventi estremi

Lo stato del British Columbia, in Canada, a metà del mese di novembre, è stato colpito da una tempesta che ha rovesciato nel paese in poche ore  molta più  acqua che in molti mesi precedenti. Gli sfollati sono stati più di diciottomila, le autostrade sono state trasformate in torrenti in piena che trasportavano auto e alberi abbattuti, fango e detriti di ogni genere e tutte le strade che portavano al porto di Vancouver sono rimaste bloccate per molti giorni. 

I danni complessivi sono stati finora stimati in 790 milioni di dollari. Ma la cosa più impressionante è il confronto con l’ultima estate, durante la quale lo stesso territorio ha fatto registrare i 49,6° gradi centigradi e 600 morti causati dal calore estremo. Evidentemente esistono ormai delle zone nelle quali si avvicendano eventi estremi di natura diversa ma che derivano tutti dalla crisi climatica globale.

Anche in Sicilia si sono verificati eventi di natura finora sconosciuta in quei territori, di segno opposto ma evidentemente causati da fenomeni globali sempre più frequenti. A fine agosto è stata registrata una temperatura molto elevata, pari a 48,6 gradi centigradi, mentre in autunno si sono moltiplicate le condizioni di maltempo, e  l’isola è stata sferzata da nubifragi culminati in un ciclone nel mese di novembre. Ma sono caduti più di 500 millimetri di pioggia su  tutta la costa ionica a partire da ottobre, mentre la concentrazione delle piogge nelle regioni Liguria e Piemonte,  ha determinato le piene storiche di fiumi come la Bormida e l’Orba.

L’Italia quindi sembra ormai stretta dalla presenza di ampie zone di siccità per molti mesi dell’anno e poi dall’arrivo improvviso e distruttivo di potenti nubifragi. Un recente rapporto di Legambiente elenca 133 eventi estremi nel solo 2021; inoltre dal 2010 al primo novembre del 2021 nella penisola sono stati 1118 gli eventi estremi registrati, quindi con un aumento di oltre il 17% rispetto al rapporto precedente. Gli impatti più rilevanti hanno colpito 602 comuni. Più in particolare, negli ultimi dodici mesi si sono verificati 486 casi di allagamenti da piogge intense, 406 casi di stop alle infrastrutture  sempre a causa di piogge intense, 304 casi di danni a seguito di trombe d’aria, 134 casi di esondazioni di fiumi, 48 casi di danni provocati da prolungati periodi di siccità e temperature estreme, 41 casi di frane, e 18 casi di danni al patrimonio storico, con 9 vittime (261 dal 2010). Il rapporto contiene molti altri dati e segnala la mancanza in Italia di un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, già adottati invece in altri 24 paesi europei.

Anche nella Siberia orientale, in particolare nella Jacuzia russa, uno dei luoghi abitati più freddi, che in passato registrava anche 67 gradi sotto zero, il termometro ha raggiunto i 37,8 gradi, la temperatura più calda mai registrata entro il Circolo Polare Artico.  Gli abitanti risentono del mutamento, pesci e altri animali hanno modificato le loro abitudini, il permafrost si scioglie ogni estate. Infine, non possiamo mancare di citare un articolo su Singapore (pubblicato da Internazionale n. 1435) dal titolo emblematico “Freddi Tropici”, dove si descrive con molti dettagli cosa accade in una grande città che aveva un clima caldo umido e che ora lo sente diventare più caldo di un quarto di grado ogni decennio (cioè il doppio della media gobale) a causa di un fenomeno tipico delle città più grandi e ricche, la cosiddetta “isola di calore”, che le rende molto più calde dei territori vicini e che di notte, a causa dell’irradiazione proveniente dagli edifici, può arrivare anche a sette gradi in più rispetto alle aree verdi della città stessa. Ne consegue un uso molto diffuso di condizionatori d’aria e quindi un consumo elevatissimo di energia. 

Meccanismi economici di danno ambientale 

L’Extra Terrestre del 4 novembre presenta una analisi piuttosto completa dei danni derivanti dal metano, un gas naturale che produce circa la metà del riscaldamento globale e che oltre cento paesi, durante la COP 26,  hanno promesso di ridurre del 30% entro i prossimi dieci anni, anche se il gruppo non comprende paesi grandi produttori come la Cina, la Russia e l’India  e il testo dell’accordo promosso da UE e Stati Uniti non fornisce alcuna indicazione sulle modalità da seguire per conseguire tale obiettivo e sui relativi costi. 

L’articolo sottolinea subito che il metano non è facile da rilevare né da misurare, che è responsabile di circa la metà del riscaldamento globale finora preso in considerazione a livello internazionale e che circa la metà del metano di origine antropica deriva dal bestiame degli allevamenti e dalla coltivazione di riso, un quarto dai rifiuti e per il 19% dal settore petrolifero.

Però quest’ultimo dato è sicuramente molto sottovalutato, poiché le perdite di metano dai metanodotti e dagli impianti di produzione non vengono rilevate o si rivelano sempre molto maggiori di quanto ipotizzato. Ad esempio, una ricerca effettuata di recente ha evidenziato perdite  di metano nei pressi di serbatoi di stoccaggio, compressori di gas, valvole, pozzi, terminali per il gas naturale liquefatto, rigassificatori, ecc. Inoltre sono in aumento le emissioni di metano provenienti da pozzi petroliferi esausti, permafrost in fase di scioglimento, ecc.

E questo aspetto è particolarmente importante per l’Italia, il paese più metanizzato d’Europa e dove gran parte degli impianti sono nella Pianura  Padana. Il metano è sempre un gas fossile che ha un effetto potenziale sul riscaldamento globale più di 80 volte superiore a quello dell’anidride carbonica in un arco temporale di venti anni (i due gas serra hanno periodi diversi di dissoluzione nell’atmosfera e di salita verso l’alto). Sono invece ancora alla fase di studio gli interventi diretti a ridurre gli effetti dannosi di  questo gas, ad esempio un sistema obbligatorio di rilevazione e riparazione delle fuoriuscite di metano dagli impianti, compresi quelli per biometano e biogas; divieto di “venting”, cioè del rilascio diretto in atmosfera del gas metano durante le estrazioni di greggio, e di “flaring”, cioè della combustione del gas  in eccesso rilasciato dalle torri petrolifere, invece del recupero del gas a scopi energetici.

Inoltre sono da individuare e sigillare  i pozzi petroliferi e i siti minerari fuori produzione che continuano ad emettere metano.  Servirà anche una revisione delle direttive sulle emissioni dell’industria e delle energie rinnovabili, oltre che sostenere la produzione di biogas da fonti sostenibili.

L’elenco è lungo, alcune misure dovrebbero essere eseguite dalle società petrolifere, quanto tempo ci vorrà per approvarle e farle diventare operative? L’intero comparto rischia di diventare un fattore molto negativo nelle politiche così urgenti di riduzione delle emissioni climalteranti.

Sono iniziati i tentativi di sfruttamento sistematico  dei giacimenti di litio, la materia prima essenziale per le batterie richieste dalle auto elettriche, e reperibile in un numero limitato di paesi. La multinazionale mineraria anglo-australiana Rio Tinto ha annunciato di voler investire due miliardi di euro in Serbia per lo sfruttamento della miniera di Loznica. Secondo la multinazionale potranno essere estratti ogni anno i quantitativi necessari per un milione di auto e ciò permetterebbe all’impresa di imporsi sul mercato europeo. I cantieri dovrebbero essere aperti all’inizio di quest’anno ma si sta sviluppando una forte opposizione da parte degli abitanti della zona e una qualche marcia indietro delle concessioni del governo.

Ma la multinazionale sembra abbia già acquistato l’80% dei terreni necessari per le attività minerarie.

La plastica comincia a preoccupare anche i governi, poichè pure  la pandemia sta incrementando in modo massiccio l’uso di prodotti in plastica, dalle tute protettive alle mascherine, che in gran parte non vengono smaltiti correttamente. Secondo uno studio condotto in Cina dall’università di Nanchino e negli Usa dall’università della California, dall’inizio della pandemia più di otto milioni di tonnellate di rifiuti in plastica sono state riversate nell’ambiente e in misura consistente finiscono anche negli oceani. Anche i consumi basati su ordini on line hanno fatto aumentare del 4,7% i rifiuti in plastica.

Certo si comincia a suggerire di introdurre un sistema di depositi cauzionali per incoraggiare la restituzione delle bottiglie vuote ed è in circolazione un progetto mirato a una raccolta differenziata degli oggetti in polietilene (con marchio PE) che possono essere riciclati, però siamo ancora molto lontani da una soluzione del problema.

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