Visualizzazione post con etichetta Alex Corlazzoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alex Corlazzoli. Mostra tutti i post

martedì 28 luglio 2026

Energy drink, boom in Italia tra bambini e adolescenti: “Contengono mix di sostanze non sicure per chi è in pieno sviluppo” - Alex Corlazzoli

Un report del Gruppo di Studio Adolescenza della Società Italiana di Pediatria, condotto su 430 ragazzi tra i 9 e i 17 anni, evidenzia che quattro adolescenti su dieci hanno iniziato a consumare queste bevande prima dei dodici anni, e in alcuni casi addirittura prima dei nove

 

Troppi adolescenti e bambini consumano energy drink. Le lattine – tutte colorate al gusto di pesca, limone, ananas, pompelmo e molti altri gusti – che troviamo sugli scaffali dei supermercati o nei negozi di vicinato, sono sempre più gettonate dai giovani. Quasi quattro adolescenti su dieci hanno iniziato a consumare energy drink prima dei dodici anni, e in alcuni casi addirittura prima dei nove. È il dato che emerge da un report del Gruppo di Studio Adolescenza della Società Italiana di Pediatria, condotto su 430 ragazzi tra i 9 e i 17 anni.

Una questione che non può essere sottovalutata perché “quando parliamo di energy drink parliamo di un concentrato di stimolanti. Non agisce – spiega Rino Agostiniani, presidente della Società italiana di pediatria (Sip) – solo la caffeina, ma un insieme di sostanze (taurina, guaranà, L- carnitina etc) che possono avere un effetto sinergico. Nei bambini e negli adolescenti questi ‘mix’ non sono adeguatamente studiati. Ecco perché andrebbero evitate nei minori di 18 anni e sotto i 12 anni: non esiste una dose sicura perché il cervello e il sistema cardiovascolare sono ancora in pieno sviluppo e l’organismo è più vulnerabile agli effetti della caffeina e degli altri stimolanti”.

A catturare i ragazzi sarebbe proprio la pubblicità: basti pensare alla nota Red Bull sbarcata in Italia puntando su sponsorizzazioni di eventi e pubblicità attraverso i canali più disparati, destinati ad un pubblico giovane ed ai loro interessi, come sport, musica, vita notturna.

Altro punto dolente è la facilità d’acquisto. A differenza di altri Paesi europei, in Italia non esiste oggi alcun limite di età per l’acquisto degli energy drink, liberamente disponibili nei supermercati e promossi anche attraverso lo sport, i social media e la pubblicità. Proprio nei giorni scorsi, invece, il Governo britannico ha confermato che da aprile 2027 in Inghilterra sarà vietata agli under 16 la vendita delle bevande energetiche ad alto contenuto di caffeina, quelle con oltre 150 milligrammi per litro. Il divieto riguarderà tutti i canali di vendita: negozi, bar e ristoranti, distributori automatici e piattaforme online.

In Italia l’energy drink spopola: secondo i dati della Sip il consumo frequente riguarda circa il 10% del campione, il 65% degli intervistati ha dichiarato di aver assunto almeno una volta bevande energetiche. Ma il dato più preoccupante è la precocità dell’esposizione: il 39,2% ha iniziato prima dei 12 anni e il 49% tra i 12 e 14. I possibili danni li racconta Elena Bozzola, del gruppo di Studio Adolescenza: “Le evidenze scientifiche indicano che i possibili rischi riguardano il sistema cardiovascolare e quello neurologico. In particolare vi è il rischio di un aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca; nei soggetti predisposti sono stati descritti disturbi del ritmo cardiaco, che possono essere pericolosi in quei soggetti in cui non si è ancora giunti alla diagnosi di una patologia cardiaca. A questo si aggiungono disturbi del sonno, irritabilità, ansia e interferenze con i meccanismi di maturazione cerebrale, in una fase in cui il sistema nervoso è ancora in evoluzione”.

da qui

domenica 14 giugno 2026

“Qui con 1.480 euro non riesco più a vivere”. Carovita, salari bassi e nessun aiuto familiare: continua l’esodo dei docenti dalle grandi città - Alex Corlazzoli

 

“La Gran Milano non me la posso permettere. Mi dispiace lasciare questa città ma qui con 1.480 euro non riesco più a vivere. Non mi vergogno a dirvi che spesso il cinque del mese, il mio stipendio è già prosciugato. Torno a Battipaglia dove vive la mia famiglia”. Mariangela Bukne, 52 anni, tarantina di nascita ma nomade per lavoro, è una dei 46.826 docenti che hanno ottenuto la mobilità, ovvero che a settembre si trasferiranno in un’altra scuola. Di questi poco più di 11mila hanno chiesto di andare in un’altra provincia, spesso dal Nord al Sud. Il fenomeno si registra ogni anno. È una vera e propria emorragia che colpisce soprattutto le scuole Settentrionali, mettendo in crisi la cosiddetta continuità didattica. In parole povere: chi vive in Campania, Sicilia, Calabria spesso diventa di ruolo a Milano, a Torino, Venezia o Bologna (e zone limitrofe), ma dopo il triennio obbligatorio in quella sede, lascia baracca e burattini perché con uno stipendio netto intorno ai 1.480 euro al mese non ce la fa a sostenere le spese di affitto ma non solo.

I numeri dell’esodo

La vita di queste persone si limita obtorto collo al tragitto casa-scuola-casa. Nulla di più. Diventa proibitivo andare a cena fuori, fare un viaggio, andare al cinema. L’esercito dei maestri e dei professori scappa dalle grandi città del Nord per tornare a casa così da avere il sostegno del welfare famigliare. A parlare sono i dati raccolti dalla Flc Cgil. Sia pur con numeri maggiori per la primaria e la secondaria di secondo grado, ma in percentuale il numero dei docenti che si spostano di provincia si attesta intorno al 20%. Quest’anno nella scuola dell’infanzia ci sono stati 1.444 movimenti verso un’altra provincia su un totale di 6.918 domande. Le province che hanno “ceduto” più docenti sono state Roma (153 movimenti), Milano (140), Firenze (62), Torino (53), Catania (43). Passando alla primaria i trasferimenti territoriali e professionali tra province diverse sono stati 3.358 su 16.363 richieste. Nel dettaglio ci sono in uscita 493 docenti dalla provincia di Roma, 334 da Milano (di cui 101 trasferiti in Sicilia), 110 da Firenze, 108 da Torino, 93 da Modena.

Anche la scuola secondaria di primo grado ha la sua porzione di trasferimenti interprovinciali: sono 2.795 su 13.579 richieste. In questo caso il primato dei docenti in uscita lo conquista Milano (231), Roma è al secondo posto (134), seguono Bergamo (89), Varese (85) e Monza-Brianza (82). Infine, la secondaria di secondo grado che ha il volume più alto di movimenti in assoluto e anche di movimenti interprovinciali. Il primato se lo contendono Roma e Milano che registrano entrambe 238 docenti in uscita, segue Napoli con 116 docenti e ancora un parimerito tra Varese e Torino con 108 docenti in uscita. Entrando nei dettagli sono i grafici forniti al nostro giornale dalla Uil Scuola a far comprendere la questione ancor più in profondità. Nel capoluogo milanese sono quasi 5.500 i docenti che hanno presentato domanda per lasciare Milano e la sua provincia e trasferirsi in altre regioni italiane. Poco meno di mille hanno ottenuto esito positivo: ad andarsene saranno 334 maestri della primaria, 140 dell’infanzia, 231 delle mede e 238 delle superiori. Non cambia la musica nella capitale dove a far le valige sono 1.018 insegnanti: 493 della primaria, 153 dell’infanzia, 134 della secondaria di primo grado e 238 di quella di secondo grado.

Le proposte dei sindacati

Ad analizzare questi dati è il segretario nazionale della Uil Scuola, Giuseppe D’Aprile: “Quando migliaia di insegnanti chiedono di lasciare le grandi città emerge una questione che merita attenzione – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it – il rapporto tra retribuzioni e costo della vita. Un docente a inizio carriera percepisce mediamente circa 1.480 euro netti al mese e nelle grandi aree metropolitane una quota rilevante di questo reddito viene assorbita da affitti, trasporti e spese quotidiane. I dati della mobilità evidenziano che, accanto alle esigenze di ricongiungimento familiare, nella scelta di trasferirsi, cresce il peso delle condizioni economiche. È un tema che riguarda non solo Milano ma interessa, con intensità diverse, anche altre grandi città del Paese. Le risorse stanziate negli ultimi contratti producono un beneficio netto in busta paga solo se si interviene sulla tassazione. Oggi gli aumenti contrattuali sono tassati a volte anche al 35%. Un primo segnale, per il settore privato, è arrivato con la legge di bilancio 2026: è necessario estendere la detassazione anche alle retribuzioni del personale della scuola statale. Si tratta di una misura “non più procrastinabile che richiede un intervento politico”. Il numero uno della Uil Scuola conosce bene lo stato dell’arte del fenomeno.

D’Aprile ha anche una proposta chiara, necessaria: “Accanto agli interventi sulle retribuzioni, è necessario sviluppare strumenti di welfare contrattuale che aiutino concretamente il personale della scuola ad affrontare i costi legati all’abitare, alla mobilità, alla genitorialità e alla formazione. Soprattutto nelle grandi aree urbane, investire nel welfare può rappresentare un supporto importante per migliorare la qualità della vita e del lavoro del personale della scuola”. Anche Vito Castellana, coordinatore nazionale Gilda Scuola punta il dito contro il Governo: “I docenti tendono a trasferirsi dove c’è la famiglia di origine che fa da ammortizzatore sociale. Nella Scuola a parità di titolo di studio si guadagna 30-40% in meno degli altri dipendenti della pubblica amministrazione”. Secondo il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani tra i settori più colpiti da questa fuga dalle cattedre c’è quello del sostegno: “La mancanza di stabilità didattica penalizza duramente gli alunni e le loro famiglie, che avrebbero diritto a figure competenti e presenti in modo continuativo. Ogni cattedra non coperta stabilmente rappresenta una possibile lesione del diritto all’inclusione e un arretramento rispetto agli obblighi costituzionali e internazionali in materia di tutela delle persone con disabilità”, spiegano.

Le storie e il disagio

“Dal 2020 sono entrata in ruolo a Milano dopo una vita trascorsa in un’azienda lasciata dopo la morte di mio marito – spiega Mariangela Bukne a ilfattoquotidiano.it –. I primi tempi sono arrivata a Novate Milanese dove insegno senza figli andando ad abitare in una camera che affittavano le suore per 420 euro. Avevo il bagno privato ma la cucina in comune con molte colleghe. Poi mi son giocata tutto facendo venire i miei figli qui per frequentare l’università. Abitare a Milano o nell’hinterland con uno stipendio come il nostro non è vita – ha aggiunto – Gli affitti di un monolocale sono attorno ai 600-700 euro. Qui se ho bisogno di una visita medica devo pensarci ben due volte. Da anni non viaggio. Le mie vacanze sono a Battipaglia, dalla mia famiglia perché non posso permettermi altro. A Milano nel momento in cui vai in un supermercato ti accorgi che il tuo stipendio non vale nulla. Non potevo più stare in questo luogo…”.

Lo sa bene Federico Blanco, docente di scuola secondaria di secondo grado prossimo ai 50 anni che ha richiesto e ottenuto la mobilità. Originario di Catania, vive e lavora in provincia di Cuneo da nove anni. “Mi sono trasferito al Nord, a Savigliano, per la quasi impossibilità di trovare – racconta – una posizione stabile in Sicilia. Anche la mia compagna mi ha seguito e entrambi abbiamo ottenuto il ruolo. In quest’ultimi anni l’aumento esponenziale del costo di affitti e case a Savigliano ha reso la situazione economica difficile. L’affitto per un piccolo appartamento (camera da letto e servizio) supera i 600 euro mensili, escluse le bollette, a fronte di uno stipendio da docente di circa 1600 euro. Ad incidere sono anche le spese di riscaldamento. Se poi hai i genitori al Sud devi calcolare che almeno due-tre volte l’anno devi scendere…”. Blanco ha la valigia pronta ma la sua compagna dovrà restare in Piemonte perché non ha ottenuto la mobilità: “Speriamo in un’assegnazione provvisoria per il ricongiungimento in Sicilia ma è un “salto nel buio”.

da qui

martedì 24 febbraio 2026

Le scuole serali sono piene e fuori c’è la coda. Il preside emiliano: “Mancano spazi e docenti per i Cpia. Il ministero ci consideri” - Alex Corlazzoli

La necessità burocratica dei migranti, la maggiore consapevolezza degli stranieri di dover imparare la nostra lingua e l’urgenza di molti italiani ultra 40enni di avere competenze digitali e finanziarie ha riempito i Cpia, Centri provinciali d’istruzione per gli adulti. In tutt’Italia si sono create lunghe liste d’attesa per frequentare la scuola. Solo in Emilia Romagna sono ottomila le persone che stanno aspettando. È il nuovo volto di quelle che un tempo venivano chiamate “scuole serali” e servivano per ottenere la licenza media o, per chi aveva abbandonato il percorso formativo dopo il periodo obbligatorio, per tornare alle superiori.

A frequentarle ora sono soprattutto rider, migranti impiegati nel commercio e in agricoltura ma anche donne e minori accompagnati. Gli studenti che si iscrivono arrivano da tutto il mondo ma anche dall’Italia. La richiesta non riesce ad essere esaudita in molte città del Paese perché mancano gli spazi e i docenti: un problema che i dirigenti dei Cpia pongono al ministero dell’Istruzione e del Merito. Il numero uno del Centro per adulti di Bologna, Emilio Porcaro, conosce bene il fenomeno. Nel capoluogo emiliano quest’anno le domande d’iscrizione sono state 3.861 ma ne sono state accolte 2.610: gli altri sono in lista d’attesa. Dal Covid le iscrizioni sono cresciute del 20% ogni anno. “La gran parte degli studenti – racconta il preside – sono cittadini non comunitari da poco arrivati in Italia. I corsi rilasciano una certificazione ufficiale di conoscenza della lingua, necessaria per la conversione del permesso di soggiorno breve in permesso permanente”.

Porcaro aggiunge: “Oltre agli stranieri, in quest’ultimi anni ci sono italiani che vogliono potenziare le loro competenze linguistiche, digitali e finanziarie. Sono persone di mezza età, il 55% uomini e il 45% donne, che vengono da noi per imparare ad adoperare il personal computer o per capire come gestire un bilancio o aprire un mutuo”. La Rete nazionale dei Cpia ha svolto recentemente un sondaggio e in un anno sono aumentati di diecimila unità le richieste per questi percorsi. Da qui la necessità di avere nuovi spazi e più docenti per poter far fronte alle liste d’attesa: “La maggior parte dei nostri centri – sottolinea Porcaro – deve convivere in istituzioni scolastiche frequentate da ragazzi al mattino e al pomeriggio. Serve un cambio di rotta: se è vero che c’è un inverno demografico è altrettanto reale che noi registriamo un aumento di iscrizioni. Il sistema d’istruzione degli adulti a questo punto deve uscire dalla consueta marginalità e diventare protagonista anche rispetto alle risorse del ministero”.

da qui

domenica 12 ottobre 2025

Quattro studenti si tappano le orecchie durante il discorso del prete nel Veronese: la preside promette sanzioni - Alex Corlazzoli

  

Quattro studenti migranti si mettono le mani alle orecchie per non ascoltare il prete all’inaugurazione del piazzale di via Gandhi e dell’edificio della scuola media Dante Alighieri, dell’Istituto Fratelli Sommariva di Cerea. E la dirigente Silvia De Mitri si indigna promettendo provvedimenti disciplinari. A denunciare quanto accaduto, in questi giorni, nella cittadina del Veronese è l’Unione degli atei agnostici e razionalisti (Uarr) che parla di “atto illegittimo, visto che la sentenza del 27 marzo 2017 del Consiglio di Stato stabilisce che gli atti di culto sono vietati all’interno dell’orario scolastico e, se organizzati al di fuori, la partecipazione deve essere facoltativa per gli studenti”.

Gli studenti di terza media, tra cui i quattro ragazzi musulmani, hanno partecipato al taglio del nastro delle due opere pubbliche dove – come spesso accade – era presente anche il vicario parrocchiale don Nicola Zorzi per dare la benedizione. A quel punto i quattro compagni di scuola si sono tappati le orecchie per non ascoltare le preghiere perché, “secondo la loro fede religiosa, sentire la benedizione del prete cattolico andrebbe contro i loro principi”, hanno spiegato ai docenti. Un atteggiamento che non è piaciuto alla dirigente che pur ammettendo di non aver assistito direttamente alla scena, ha detto che si è trattato di un “comportamento inqualificabile” e ha garantito provvedimenti nei confronti dei ragazzi.

Immediata la reazione dello Uaar che ha inviato una lettera alla preside. “Abbiamo scritto a De Mitri – dichiara Roberto Grendene, segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti – per ricordarle che la scuola è laica e che è illegittimo prevedere atti di culto in orario di lezione. Ci auguriamo che ritratti prontamente l’accusa di comportamento inqualificabile e la minaccia di provvedimenti disciplinari a carico di studenti che hanno semplicemente provato a non ascoltare preghiere e benedizioni. A ben vedere se c’è qualcuno da sanzionare, si dovrebbe guardare al vertice dell’istituto”.

Anche il sindaco Marco Franzoni – militante della Lega – ha denunciato offese alla “nostra fede cattolica” e ha auspicato che i provvedimenti annunciati dalla dirigente scolastica servano da esempio. “Il primo cittadino – sottolinea Cristina Righetti, coordinatrice del Circolo Uaar di Verona – dimentica che la religione di Stato è stata abolita nel 1984 e che nel suo ruolo istituzionale dovrebbe rappresentare tutta la cittadinanza, inclusi i sempre più numerosi non credenti e i fedeli di religioni diverse dalla cattolica. Incommentabile il richiamo a punizioni esemplari da infliggere a ragazzi che si sono limitati a dissentire in modo civile e non violento rispetto a imposizioni identitarie che non possono e non devono trovare spazio nella scuola pubblica”.

da qui

 

sabato 7 giugno 2025

Istituto superiore di Noventa Vicentina usa i soldi contro la dispersione scolastica per un corso paramilitare - Alex Corlazzoli

 

 

All’istituto di istruzione superiore “Masotto” di Noventa Vicentina, i soldi del Pnrr per “ridurre i divari territoriali” sono stati destinati ad una sorta di club sportivo paramilitare che organizza corsi di tiro e che ogni anno riunisce i veterani dei vari reparti, “per far rivivere loro le esperienze di quando erano operativi e per farsi conoscere da chi vorrebbe intraprendere la loro strada”.

Stiamo parlando di Alpha 22 Training Service al quale la dirigente della scuola Maria Paola De Agelis e il Consiglio d’istituto hanno affidato 15.868,80 euro per percorsi formativi di team building. Una spesa sostenuta grazie ai fondi europei per le azioni di prevenzione e contrasto alla dispersione scolastica. Un affidamento diretto “per effettiva assenza di alternative sul territorio”.

Aprendo il sito di Alpha 22 Training Service appare una scena di guerra e la fotografia del militare in congedo Luca Munaretto con tanto di armi e il motto: “Il guerriero non tenta di sembrare, egli è. Conosce il proprio valore e non lotta mai con chi non merita l’onore del combattimento”, dello scrittore Paulo Coelho. Due righe sotto spiegano gli obiettivi di Alpha 22 Training Center: “Mettere a disposizione la propria esperienza e le competenze acquisite, per far raggiungere una nuova dimensione dei corsi proposti. Il costante aggiornamento degli istruttori nelle varie tecniche, garantisce risultati immediati e personalizzati. Prendersi cura dei nostri associati e delle loro esigenze, è il nostro obiettivo primario”. Perlustrando il sito si trova, poi, cosa viene organizzato per le scuole: esercizi riconducibili al mondo del survival. Una volta arrivati in sede, i ragazzi vengono privati dei loro telefoni cellulari, viene fatto un inquadramento generale dell’area di interesse dedicata alla loro esperienza outdoor e degli istruttori che li guideranno in diverse attività.

Un progetto che un’altra volta non è piaciuto all’osservatorio contro la militarizzazione delle scuole che in un comunicato ufficiale scrive: “Senza entrare nella questione e nelle procedure riguardanti l’opportunità di utilizzare e di concedere esternamente fondi Pnrr destinati al contrasto della dispersione scolastica, troviamo assurdo e pericoloso che una scuola affidi più di 15mila euro ad una ditta paramilitare che istruisce alla guerra, che permette la familiarità e la normalizzazione di scenari di guerra, che maneggia strumenti di morte come armi corte e armi lunghe senza il minimo ritegno sulla sofferenza che l’ideologia di guerra sta causando sotto i nostri occhi in diverse zone del mondo. Ci chiediamo come sia possibile che una scuola pubblica, che dovrebbe educare alla pace, alla convivenza civile, al Team Building mediante l’educazione alla cooperazione, alla nonviolenza e alla solidarietà, possa avere legami così stretti, con strutture paramilitari private intrise di ideologia bellica, addestrativa, in cui vi è un continuo sfoggio iconografico di armi da guerra”.

da qui

domenica 25 maggio 2025

Se i bimbi in visita alla moschea fossero andati in sinagoga, si sarebbe sollevato lo stesso polverone? - Alex Corlazzoli

Credo che non serva aggiungere commenti in difesa delle maestre venete. Basta questo semplice interrogativo

“Extra omnes e Inshallah. L’asilo che prega in moschea fa ridere” (Il Foglio, 6 maggio). “Sui bimbi in moschea il Pd si spacca. Fdi e Lega: E’ indottrinamento” (La Verità, 6 maggio). “Crescono le violenze degli stranieri ma i bimbi vanno a lezione dall’Imam” (La Verità, 5 maggio). “A lezione di Corano” (Libero, 5 maggio). Sono i titoli dei quotidiani di destra sulla vicenda della scuola dell’infanzia paritaria (cattolica) di Ponte Priula, in Veneto, accusati dai politici al governo di aver portato dei bambini in una moschea, di aver parlato con un imam, di aver approfondito la religione islamica, di aver fatto “un compito di realtà” – ovvero capire come avviene una preghiera per Allah.

Nulla di segreto, tant’è che gli insegnanti hanno pubblicato una fotografia dell’iniziativa sui social con questo commento: “Questa mattina siamo stati accolti dall’Imam nella moschea di Susegana… è stata un’esperienza davvero emozionante. Ci siamo tolti le scarpe, le maestre hanno indossato un velo e siamo entrati in una grande stanza dove per terra c’era un enorme tappeto rosso con alcune strisce bianche dove ci si mette per pregare. L’imam ci ha spiegato che la religione musulmana si fonda su 5 pilastri e ci ha detto che loro pregano 5 volte al giorno (ci abbiamo anche provato). Già in occasione della festa per la fine del Ramadan Shevala, mamma di Bilal, ha letto un libro che spiega ai bambini cos’è e cosa si fa durante il Ramadan. Grazie di cuore all’Imam che ci ha aperto le porte della moschea e ci ha accolto con rispetto, amicizia ed entusiasmo”.

Apriti cielo! L’eurodeputata Anna Maria Cisint della Lega ha parlato di “scelta agghiacciante e gravissima”. Inutile citare Salvini e scontato dire che il ministro leghista dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha fatto intervenire il direttore dell’Ufficio scolastico regionale, il leghista Marco Bussetti (ex ministro) inviando la consueta ispezione. Ma anche il “buon” presidente Luca Zaia ha detto: “E’ stato superato il limite. Va rispettata la fede religiosa di chiunque. Immagino che molti di questi bambini provengano da famiglie cattoliche. Si è mancato loro di rispetto. Non si è rispettato l’aspetto identitario. Se tu ti dichiari cattolico ma anche se ti dichiari ateo, comunque la tua identità ha profonde radici cristiane. Non può essere violata o cancellata. Dal punto di vista formativo questi sono bambini nell’età dell’imprinting. Assorbono tutto. Ricordano e ne sono condizionati tutta la vita”.

Ora, faccio una domanda a tutti questi “esperti” di pedagogia: ma se invece di andare in moschea, i bambini di Ponte Priula fossero andati in una sinagoga, avessero incontrato un rabbino e indossato la kippah, cosa avreste detto? Si sarebbero fatti gli stessi titoli? Credo che non serva aggiungere commenti in difesa delle maestre venete. Basta questo semplice interrogativo.

da qui

mercoledì 2 aprile 2025

Gli alunni con disturbi dell’apprendimento sono il 6%: nel Nord Ovest certificazioni dsa sopra la media. Esperti divisi sui criteri per le diagnosi – Alex Corlazzoli

I dati forniti dal ministero testimoniano aumenti lievi negli ultimi anni, ma molte differenze tra Nord e Sud. E gli specialisti discutono sui test e su chi certifica

In Italia gli alunni con un disturbo specifico dell’apprendimento (dsa) sono il 6% sul totale dei frequentanti. È l’ultimo dato pubblicato dal ministero dell’Istruzione e del Merito prendendo in considerazione l’anno scolastico 2022/2023. Un incremento dal 2014/2015 inferiore a mezzo punto percentuale. Numeri credibili secondo l’Associazione italiana dislessia (Aid) che, tuttavia, parla di un “sommerso” che non emerge a causa del ritardo delle diagnosi e delle famiglie che non vogliono riconoscere il problema segnalato dalla scuola. L’aumento dei casi resta comunque correlato a una maggiore sensibilizzazione e formazione del personale scolastico e sanitario, che permette una migliore capacità di identificare e supportare gli studenti Dsa. Un quadro, quello italiano, che però non mette d’accordo tutti gli specialisti. Se da un lato c’è chi crede ai numeri del ministero e chiede mezzi per permettere diagnosi più tempestive, dall’altro esiste una corrente di pensiero che parla di dati esagerati e denuncia una sorta di business messo in piedi dai centri privati.

I dati del ministero – Partiamo dal report edito da viale Trastevere. Il primo dato significativo riguarda il periodo scolastico in cui emergono i dsa: se alla scuola primaria le unità arrivano a 49.418, per la secondaria di primo grado si salta a 112.210 e a 192.941 per le superiori. Considerando i singoli gradi di istruzione si osserva che gli alunni con dislessia sono pari all’1,3% del numero complessivo degli allievi nella primaria; al 3,8% nelle medie e al 4% nella secondaria di secondo grado. Quelli con disgrafia sono pari allo 0,7% del totale dei frequentanti le elementari; al 2,2% nella secondaria di primo grado e al 2,1% nella secondaria di secondo grado. Per quanto riguarda la disortografia sono lo 0,8% del totale degli alunni nella scuola primaria; il 2,7% tra gli undici e i tredici anni e il 2,4% i più grandi. Infine, gli alunni con discalculia sono risultati pari allo 0,5% del totale dei frequentanti nella scuola primaria, al 2,2% nella secondaria di primo grado e al 2,7% nella secondaria di secondo grado. Perché questo divario? A spiegarlo è Lucia Iacopini, pedagogista, docente, membro del Consiglio direttivo e del comitato scientifico di Aid: “Dal punto di vista clinico si tratta di forme più lievi che emergono quando il carico di lavoro aumenta e la richiesta di prestazione esige più velocità”.

Ma c’è anche la questione delle diagnosi tardive: “Un intervento tempestivo, auspicato più volte negli anni dal legislatore, oltre ad abbassare le componenti emotive, rende di certo più efficaci gli interventi migliorativi, sia nei potenziamenti a scuola che in adeguate terapie extrascolastiche”. Con l’emanazione della Legge 170/2010, c’è più sensibilità da parte delle scuole e delle famiglie, ma è lasciata a queste ultime la libertà di effettuare o meno una diagnosi: “Qualche volta – racconta Iacopini – le famiglie fanno resistenza o non comprendono bene l’entità del problema. Quando individua un dsa la scuola ha la responsabilità di effettuare un potenziamento mirato, ma laddove le difficoltà permangono deve comunicare ai genitori il probabile disturbo. Sono loro, poi, a dover scegliere se provvedere a una certificazione o meno”.

Le differenze territoriali – E su questo punto si torna ai dati e alle notevoli differenze territoriali. Nel biennio preso in esame le regioni del Nord Ovest registrano il maggior numero percentuale di certificazioni (7,9%) seguite da quelle del centro e del Nord Est (6,1% e 6,7%.). Decisamente distante il Sud, dove la percentuale di studenti con diagnosi è ferma al 2,8%. Si tratta di una macroscopica evidenza che dovrebbe indurre ad una riflessione circa la capacità del sistema sanitario nazionale a supportare in maniera geograficamente omogenea le esigenze relative alle fasce deboli e la reale attuazione delle Leggi Regionali in questo ambito. “Là dove le direttive regionali – spiega l’Aid – consentono una adeguata rete di servizi (pubblici, convenzionati e/o accreditati) e campagne di screening funzionali e continuative, viene garantita una presa in carico soddisfacente, e le percentuali di soggetti individuati sono in linea con quanto previsto dalla letteratura scientifica”. D’altro canto per effettuare una diagnosi servono mesi e più specialisti. Una filiera che lo Stato non riesce a garantire in tempi brevi. Da qui il proliferare di centri privati che, secondo testimonianze raccolte da ilfattoquotidiano.it, chiedono dai 700 ai mille euro per una certificazione.

Chi certifica cosa – E qui arriviamo al nodo degli screening. Spesso le scuole, autorizzate dalle famiglie, effettuano per gli alunni frequentanti la scuola dell’infanzia e i primi due anni della primaria test specifici per individuare probabili disturbi di apprendimento che tuttavia non possono essere considerati ancora come diagnosi. Secondo i dati del ministero gli alunni “a rischio dsa” frequentanti la scuola dell’infanzia, sono risultati pari a 1.725 nell’anno scolastico 2021/2022 e a 2.080 nel 2022/2023. Per quel che concerne la scuola primaria si sono attestati a 4.205 unità nel 2021/2022, e a 4.388 nel 2022/2023. “Studi clinici – spiega Iacopini – ci dicono che oggi ci sono segni che ci possono far pensare a una fragilità già all’ultimo anno della scuola dell’infanzia. Tutto ciò serve a noi per attenzionare e lavorare su potenziamenti mirati”.

L’aumento delle diagnosi – Carlo Di Pietrantoni, dirigente analista di epidemiologia, ha analizzato i dati negli anni: “Dal 2014/2015 al 2022/2023, il numero di studenti con certificazione dsa mostra una crescita contenuta. In particolare, negli ultimi sette anni scolastici si sono osservati per ogni anno incrementi inferiori a un mezzo punto percentuale. Nell’anno scolastico 2020/2021 – ha aggiunto – l’incremento rispetto all’anno scolastico precedente è stato particolarmente contenuto (+0,1%), probabile effetto della pandemia e dell’impossibilità di ottenere certificazioni durante quel periodo, che però ha determinato un lieve incremento nei due anni successivi. Per ciclo scolastico, la certificazione si stabilizza attorno al 3% nella primaria, tende al 6,5% nella secondaria di primo grado e al 7,0% nella secondaria di secondo grado. Il sistema – ha concluso – sembra avviarsi a una stabilizzazione, ma persiste un divario tra Nord e Sud, suggerendo una sotto diagnosi nelle regioni meridionali”.

C’è chi dice no – I dati del ministero, come detto, non hanno convinto tutti gli specialisti. Il pedagogista Daniele Novara, ad esempio, è critico su tutta la linea, a iniziare dalle diagnosi fatte alla fine della scuola dell’infanzia: “Il governo dovrebbe intervenire di fronte a queste procedure selvagge – ha detto – Considerare la naturale immaturità un problema, attraverso questi screening, è assurdo”. Stesso discorso per quando riguarda l’aumento delle diagnosi, questione che anche di recente ha dato vita a esternazioni e polemiche da parte anche di Umberto Galimberti. “È lo stesso ufficio scolastico della Regione Emilia Romagna ad aver evidenziato un eccessivo aumento – ha sottolineato Novara – La scuola anziché guardare i progressi neo-valutativi continua a usare metodologie arcaiche che non considerano i normali ritardi nello sviluppo della letto scrittura. Non voglio dire che i disturbi non esistono – ha aggiunto – ma non in queste percentuali che contraddicono le previsioni internazionali”.

E quali sarebbero queste previsioni? È lo stesso Novara a elencarle: “I dati epidemiologici degli studi internazionali si attestano al 2-3%, secondo le stime della Consesus Conference del 2010, a cui partecipano esperti dei ministeri di diverse parti del mondo. Nel nostro Paese sono il doppio. È assurdo – ha attaccato il pedagogista – Non siamo negazionisti. Proliferano sempre più centri privati che effettuano test senza alcuna base scientifica e senza alcun intervento normativo”. D’altro canto sono diverse le varianti che fanno pensare alle ragioni di un incremento notevole in Italia rispetto ad altri Paesi. Secondo diverse fonti di letteratura internazionale e inchieste sul tema, l’aumento dei casi in Italia è correlato a una maggiore sensibilizzazione e formazione del personale scolastico e sanitario. C’è una migliore capacità di identificare e supportare gli studenti Dsa, insomma, ma a detta di altri esperti si tratta di criteri diagnostici e metodi di raccolta dati diversi. Novara non ha usato mezze misure e parlato di “business”.

L’eccellenza italiana – A dare una lettura completamente diversa dei dati è Marco Pontis, docente di pedagogia e didattica speciale delle disabilità intellettuali e dei disturbi generalizzati dello sviluppo che da vent’anni lavora con le persone con disturbi, con le famiglie e le scuole: “Dalla Legge del 2010 c’è più attenzione da parte della scuola, è quindi chiaro che i numeri siano aumentati. Stimo Galimberti ma rispetto alle sue dichiarazioni sulla ‘scuola come clinica psichiatrica‘ va detto che ai suoi tempi nessun insegnante conosceva i disturbi specifici di apprendimento, ad esempio, e spesso nemmeno venivano diagnosticati i disturbi dello spettro autistico. Un alunno con dsa, ad oggi, non ha diritto a un insegnante specializzato per il sostegno – ha continuato – e il termine da lui utilizzato, ovvero ‘handicappato dal punto di vista psichiatrico’, oltre ad essere anacronistico è offensivo e irrispettoso della dignità della persona”. E ancora: “Non solo, il ‘percorso facilitato’ non esiste – ha spiegato – C’è un piano educativo individualizzato (Pei) per gli alunni con disabilità certificata in base alla Legge 104/92 e può essere ordinario, personalizzato oppure differenziato oppure un piano didattico personalizzato (Pdp), obbligatorio per gli alunni con dsa e facoltativo per altri BES (bisogno educativo speciale) non legati a una certificazione clinica”. È proprio su quest’ultimo punto che si sofferma Pontis: “Il Pdp si può fare anche per un alunno con semplici difficoltà in matematica o comprensione del testo o lettura che non soddisfa i criteri di una diagnosi per dsa. Una programmazione personalizzata aiuta – ha concluso – Dobbiamo andare oltre la diagnosi che è solo un tassello”.

da qui

venerdì 3 gennaio 2025

Perché per me gli psicologi, soprattutto quelli diocesani, dovrebbero stare fuori dalla scuola - Alex Corlazzoli

A scuola non abbiamo bisogno di psicologi ma di pedagogisti oltre che di presidi, maestri e professori che ne sappiano di psicologia. Non solo. Nelle nostre aule entrano spesso a fare progetti di educazione sessuale psicologi dei consultori diocesani che hanno il divieto di parlare di aborto (che è legge nello Stato italiano) e di anticoncezionali, creando un danno inestimabile nelle teste dei nostri ragazzi.

 
La notizia dell’approvazione in Manovra di un fondo di 10 milioni di euro per il sostegno psicologico nelle scuole nel 2025 non è per nulla buona. La proposta, voluta dal Partito Democratico, dimostra l’ignoranza dei compagni di Elly Schlein che con questa iniziativa – supportata dal Governo – stanno avallando la perversa abitudine di affidare ogni problema dell’aula al magico psicologo. Secondo questi illuminati politici basterebbe un servizio di sostegno psicologico, mirato a supportare studenti e studentesse nelle situazioni di difficoltà, per risolvere problemi di bullismo, di relazioni con i genitori, tra gli studenti, con i docenti e tanto altro ancora.
 
Da quando vivo da maestro tra i banchi ho visto una “psicologizzazione” dell’istruzione preoccupante. L’episodio più eclatante è di qualche anno fa, quando le mie colleghe chiamarono la psicologa perché un alunno masticava il chewing gum durante la lezione. Con queste parole non sto negando l’utilità della psicologia. Anzi. Credo profondamente nel fatto che ad avere gli strumenti necessari che offre la psicologia debbano essere coloro che hanno a che fare tutti i giorni con i bambini e i ragazzi. Oggi, invece, assistiamo all’utilizzo dello psicologo scolastico allo stesso modo di come si usa l’accensione della candela in chiesa quando all’evento di una malattia, di un momento di difficoltà ci si affida ai Santi.
 
Dovremmo avere tutti i docenti formati per avere oltre a competenze in matematica, italiano o informatica anche elementi di psicologia perché chi fa il nostro mestiere non sta dietro il vetro di uno sportello ma vive ore ed ore con delle persone favorendo (o almeno così dovrebbe essere) una crescita umana responsabile.
 
A mancare nella scuola in maniera strutturale sono, invece, i pedagogisti che restano figure adoperate spesso solo nei nidi o alle scuole dell’infanzia. Così come dovremmo iniziare ad avere la consulenza di psichiatri perché i problemi di salute mentale (sempre più numerosi) coinvolgono anche i più piccoli.
 
Andrebbe, inoltre chiarita una questione: gli psicologi dei consultori diocesani o scelgono di essere dei veri formatori e informatori o se ne stanno fuori dalla scuola. Ho avuto a che fare con psicologi assunti dalla Chiesa che hanno mostrato tutto il loro oscurantismo: obbedendo al loro datore di lavoro non hanno parlato di contraccettivi, di pillola e di tutte le altre modalità che vi sono per non avere figli o per prevenire malattie sessuali. Così non hanno accennato al tema dell’aborto, impedendo in questo modo a dei giovani di avere una conoscenza adeguata e libera.
 

da qui

lunedì 10 luglio 2023

Basta andare in Posta per rendersi conto che siamo un Paese del terzo mondo - Alex Corlazzoli

C’è un luogo in Italia dove quando metti piede capisci che siamo un Paese in via di sviluppo e non certo una potenza mondiale. Ovunque vai ti trovi in locali angusti rispetto al pubblico, senza sedie, d’estate al caldo, d’inverno al freddo, con personale scorbutico e incompetente che non riesci nemmeno ad ascoltare perché devi urlare da dietro il vetro che lo protegge. Questo luogo sono gli uffici postali. Appena dici posta in Italia ti vengono in mente code, personale insolente, problemi irrisolti. E’ il mio caso.

Da oltre un mese sto cercando di aiutare un clochard a recuperare la sua identità digitale per poter accedere al portale di Regione Lombardia per il fascicolo sanitario. Dopo aver conquistato la possibilità di andare oltre ad un jingle telefonico e avere la fortuna di parlare con un’operatrice (che mi chiama da Campobasso e che non posso richiamare) ho iniziato la mia via Crucis: impossibile avere una password provvisoria perché il numero telefonico registrato dalle Poste è vecchio (e vuoi che un senzatetto abbia sempre quel telefono?); invano convincerli a fornire la password a me; invano far capire loro che questa persona non vive con me ma che la vedo una volta la settimana; tempo perso pensare che possano registrare il nuovo numero del mio amico.

In una delle ultime conversazioni mi hanno chiesto – dopo aver compilato l’ennesimo modulo per annullare la vecchia identità digitale – di andare in un ufficio postale a “securizzare” il nuovo numero. Una richiesta fatta come se io lavorassi per la Spa di Poste Italiane e sapessi di cosa stavamo parlando. Poco importa. Sabato scorso io e il mio amico siamo andati alle poste di Sant’Angelo Lodigiano: folla, caldo, caos, quattro sportellisti per trenta persone rinchiuse come in una scatola di sardine. Quando ho formulato la mia richiesta apriti cielo! Nessuno sapeva di cosa si trattasse. Non solo. Uno degli operatori – definito direttore da altri – dandomi del “tu” come se fossi sua fratello, ha tentato di depistare il tutto fornendomi su un foglio il classico 06… Tentativo andato a male, perché mi sono opposto nonostante l’accrescere della presunzione e dell’arroganza dello sportellista.

Risultato? Ancora nulla. Da Campobasso mi hanno chiamato dopo qualche minuto chiedendomi se i colleghi avessero fatto la “securizzazione”. Gli operatori di Sant’Angelo mi hanno detto di aver proceduto ma non risultava. Da allora più notizie di Poste Italiane. Un bell’esempio di come in Italia la digitalizzazione sia una farsa che punisce soprattutto i più poveri e gli anziani soli. Brutto esempio di come chi fa quel lavoro non sia stato formato nemmeno al rispetto e all’educazione. “Povera patria”, cantava Franco Battiato.

da qui

venerdì 2 giugno 2017

Blue Whale, i ragazzi e la scuola - Alex Corlazzoli

        
Un servizio delle Iene ha mostrato cosa sia Blue Whale, l’infernale fenomeno nato in Russia e sbarcato anche in Italia “grazie” alla Rete. Il giorno dopo il servizio di Matteo Viviani, i miei alunni sono arrivati a scuola e hanno iniziato a tempestarmi di domande: “Maestro ci parli della Balena Blu? Lo sai che ci sono cinquanta prove estreme prima di arrivare al suicidio? Mio cugino è su un social dove ne parlano. Ma tu maestro lo conoscevi?”. E via con una serie di interrogativi, affrontati uno ad uno a partire dall’esperienza dei miei ragazzi. Intanto fuori dall’aula, la cronaca racconta giorno dopo giorno di casi di ragazzini che compiono atti di autolesionismo e li mostrano sui social. A Udine una famiglia ha sporto denuncia perché si è resa conto che la figlia minorenne aveva tagli sulle braccia. A Ravenna una ragazzina ha postato su Facebook le foto dei tagli che si era inferta ad un braccio e i suoi insegnanti hanno avvertito la famiglia.Aver parlato di Blue Whale ha certamente un “merito”: quello di aver fatto suonare un campanello d’allarme sul malessere dei nostri ragazzi. La cronaca ha il vizio di farci parlare di un fenomeno per qualche giorno per poi farcelo scordare con uno nuovo, ma il “male” dei nostri ragazzi non conosce data, giorno e ora. Resta. Qualche mese fa una mamma mi ha contattato su Facebook per chiedermi aiuto perché aveva scoperto che sua figlia attraverso un altro social, Wattpad, era entrata in contatto con una coetanea che la incitava a tagliarsi.Le domande da porci sono altre: che cosa sta accadendo ai nostri ragazzi? Perché sono arrivati al punto di non credere al valore della loro esistenza? Quali “luoghi” o “non luoghi” hanno dove potersi confidare, parlare? Chi ha orecchie per loro? Chi ha tempo per restare accanto a loro? Per scendere dal piedistallo del “te l’ho detto” per cominciare a pronunciare un “dimmi”.
.
Non ho “la” risposta a questi quesiti, ma ho tante risposte che provo a condividere con voi, per comprendere insieme. Senza arroganza. Quando un ragazzo di dodici-tredici anni arriva a disprezzare la propria esistenza al punto di negarla, di farsi del male, di ferirsi, in realtà sta emettendo un urlo fortissimo. Grida: “Sono qui. Perché non mi vedete? Perché non mi ascoltate?”.
Un campanello d’allarme che ogni generazione ha fatto suonare, ma che quest’ultima, figlia della Rete e di una famiglia che di fatto è cambiata (spesso in peggio), vive con ulteriore svantaggio. Si presenta al cospetto del fenomeno Blue Whale di turno disarmata, analfabeta, senza strumenti, senza un dizionario, anche minimo, per comprendere. E se da una parte dobbiamo prendere atto che non sempre la famiglia (di qualsiasi tipo essa sia) ha saputo svolgere il suo ruolo c’è anche una scuola che ha totalmente fallito. La dico in un altro modo: a parlare di Blue Whale non dovevano essere le Iene, ma la scuola.
.
Il primo suicidio sospetto si era registrato mesi fa a Livorno, ma nessuno è intervenuto. Siamo di fronte ad una scuola che non affronta le sfide, che arriva in ritardo, che non intercetta, che spesso non conosce.

Ancora una volta Balena Blu ci interpella, ci chiama: abbiamo bisogno di maestri/e e professori/professoresse che sappiano essere uomini e donne in grado di guardare negli occhi quando insegnano, aperti nel cogliere il malessere, capaci di intercettare, desiderosi, per primi, di formare e informarsi.