“La Gran Milano non me la posso permettere. Mi dispiace lasciare questa città ma qui con 1.480 euro non riesco più a vivere. Non mi vergogno a dirvi che spesso il cinque del mese, il mio stipendio è già prosciugato. Torno a Battipaglia dove vive la mia famiglia”. Mariangela Bukne, 52 anni, tarantina di nascita ma nomade per lavoro, è una dei 46.826 docenti che hanno ottenuto la mobilità, ovvero che a settembre si trasferiranno in un’altra scuola. Di questi poco più di 11mila hanno chiesto di andare in un’altra provincia, spesso dal Nord al Sud. Il fenomeno si registra ogni anno. È una vera e propria emorragia che colpisce soprattutto le scuole Settentrionali, mettendo in crisi la cosiddetta continuità didattica. In parole povere: chi vive in Campania, Sicilia, Calabria spesso diventa di ruolo a Milano, a Torino, Venezia o Bologna (e zone limitrofe), ma dopo il triennio obbligatorio in quella sede, lascia baracca e burattini perché con uno stipendio netto intorno ai 1.480 euro al mese non ce la fa a sostenere le spese di affitto ma non solo.
I numeri dell’esodo
La vita di
queste persone si limita obtorto collo al tragitto casa-scuola-casa.
Nulla di più. Diventa proibitivo andare a cena fuori, fare un viaggio,
andare al cinema. L’esercito dei maestri e dei professori scappa
dalle grandi città del Nord per tornare a casa così da avere il sostegno
del welfare famigliare. A parlare sono i dati raccolti
dalla Flc Cgil. Sia pur con numeri maggiori per la primaria e
la secondaria di secondo grado, ma in percentuale il numero
dei docenti che si spostano di provincia si attesta intorno al 20%. Quest’anno
nella scuola dell’infanzia ci sono stati 1.444 movimenti verso un’altra
provincia su un totale di 6.918 domande. Le province che hanno “ceduto” più
docenti sono state Roma (153 movimenti), Milano (140),
Firenze (62), Torino (53), Catania (43). Passando alla
primaria i trasferimenti territoriali e professionali tra province diverse sono
stati 3.358 su 16.363 richieste. Nel dettaglio ci sono in uscita 493 docenti
dalla provincia di Roma, 334 da Milano (di cui 101 trasferiti in Sicilia), 110
da Firenze, 108 da Torino, 93 da Modena.
Anche
la scuola secondaria di primo grado ha la sua porzione di
trasferimenti interprovinciali: sono 2.795 su 13.579 richieste. In questo caso
il primato dei docenti in uscita lo conquista Milano (231),
Roma è al secondo posto (134), seguono Bergamo (89), Varese (85)
e Monza-Brianza (82). Infine, la secondaria di secondo grado che ha il volume
più alto di movimenti in assoluto e anche di movimenti interprovinciali.
Il primato se lo contendono Roma e Milano che registrano entrambe 238 docenti
in uscita, segue Napoli con 116 docenti e ancora un parimerito
tra Varese e Torino con 108 docenti in uscita. Entrando nei
dettagli sono i grafici forniti al nostro giornale dalla Uil Scuola a
far comprendere la questione ancor più in profondità. Nel capoluogo milanese
sono quasi 5.500 i docenti che hanno presentato domanda per lasciare Milano e
la sua provincia e trasferirsi in altre regioni italiane. Poco
meno di mille hanno ottenuto esito positivo: ad
andarsene saranno 334 maestri della primaria, 140 dell’infanzia, 231 delle mede
e 238 delle superiori. Non cambia la musica nella capitale dove
a far le valige sono 1.018 insegnanti: 493 della primaria, 153 dell’infanzia,
134 della secondaria di primo grado e 238 di quella di secondo grado.
Le proposte dei sindacati
Ad
analizzare questi dati è il segretario nazionale della Uil Scuola, Giuseppe
D’Aprile: “Quando migliaia di insegnanti chiedono di lasciare le grandi
città emerge una questione che merita attenzione –
ha spiegato a ilfattoquotidiano.it – il rapporto tra retribuzioni e costo della
vita. Un docente a inizio carriera percepisce mediamente circa
1.480 euro netti al mese e nelle grandi aree metropolitane una
quota rilevante di questo reddito viene assorbita da affitti, trasporti e
spese quotidiane. I dati della mobilità evidenziano che, accanto alle esigenze
di ricongiungimento familiare, nella scelta di
trasferirsi, cresce il peso delle condizioni economiche.
È un tema che riguarda non solo Milano ma interessa, con intensità diverse,
anche altre grandi città del Paese. Le risorse stanziate negli ultimi contratti
producono un beneficio netto in busta paga solo se si interviene sulla tassazione.
Oggi gli aumenti contrattuali sono tassati a volte anche al 35%. Un primo
segnale, per il settore privato, è arrivato con la legge di bilancio
2026: è necessario estendere la detassazione anche alle
retribuzioni del personale della scuola statale. Si tratta di una misura “non più procrastinabile che
richiede un intervento politico”. Il numero uno della Uil Scuola conosce bene
lo stato dell’arte del fenomeno.
D’Aprile ha
anche una proposta chiara, necessaria: “Accanto agli interventi sulle retribuzioni,
è necessario sviluppare strumenti di welfare contrattuale che
aiutino concretamente il personale della scuola ad affrontare i costi legati
all’abitare, alla mobilità, alla genitorialità e alla formazione.
Soprattutto nelle grandi aree urbane, investire nel welfare può rappresentare
un supporto importante per migliorare la qualità della vita e del lavoro del
personale della scuola”. Anche Vito Castellana,
coordinatore nazionale Gilda Scuola punta il dito contro il
Governo: “I docenti tendono a trasferirsi dove c’è la famiglia di origine che
fa da ammortizzatore sociale. Nella Scuola a parità di
titolo di studio si guadagna 30-40% in meno degli altri dipendenti della
pubblica amministrazione”. Secondo il Coordinamento nazionale docenti della
disciplina dei diritti umani tra i settori più colpiti da
questa fuga dalle cattedre c’è quello del sostegno: “La mancanza di
stabilità didattica penalizza duramente gli alunni e le loro famiglie, che
avrebbero diritto a figure competenti e presenti in modo continuativo.
Ogni cattedra non coperta stabilmente rappresenta una
possibile lesione del diritto all’inclusione e un arretramento rispetto
agli obblighi costituzionali e internazionali in materia di tutela delle persone
con disabilità”, spiegano.
Le storie e il disagio
“Dal 2020
sono entrata in ruolo a Milano dopo una vita trascorsa in un’azienda lasciata
dopo la morte di mio marito – spiega Mariangela Bukne a
ilfattoquotidiano.it –. I primi tempi sono arrivata a Novate
Milanese dove insegno senza figli andando ad abitare in una camera che
affittavano le suore per 420 euro. Avevo il bagno privato ma la cucina in
comune con molte colleghe. Poi mi son giocata tutto facendo venire i miei figli
qui per frequentare l’università. Abitare a Milano o nell’hinterland con
uno stipendio come il nostro non è vita – ha aggiunto – Gli affitti di un monolocale sono
attorno ai 600-700 euro. Qui se ho bisogno di una visita medica devo pensarci
ben due volte. Da anni non viaggio. Le mie vacanze sono a Battipaglia,
dalla mia famiglia perché non posso permettermi altro. A Milano nel momento in
cui vai in un supermercato ti accorgi che il tuo stipendio non
vale nulla. Non potevo più stare in questo luogo…”.
Lo sa
bene Federico Blanco, docente di scuola secondaria di
secondo grado prossimo ai 50 anni che ha richiesto e ottenuto
la mobilità. Originario di Catania, vive e lavora in provincia
di Cuneo da nove anni. “Mi sono trasferito al Nord, a Savigliano,
per la quasi impossibilità di trovare – racconta – una posizione stabile
in Sicilia. Anche la mia compagna mi ha seguito e entrambi abbiamo
ottenuto il ruolo. In quest’ultimi anni l’aumento esponenziale del
costo di affitti e case a Savigliano ha reso la situazione economica difficile.
L’affitto per un piccolo appartamento (camera da letto e
servizio) supera i 600 euro mensili, escluse le bollette, a fronte di uno
stipendio da docente di circa 1600 euro. Ad incidere sono anche le spese
di riscaldamento. Se poi hai i genitori al Sud devi calcolare che
almeno due-tre volte l’anno devi scendere…”. Blanco ha la valigia pronta ma la
sua compagna dovrà restare in Piemonte perché non ha ottenuto
la mobilità: “Speriamo in un’assegnazione provvisoria per il ricongiungimento in
Sicilia ma è un “salto nel buio”.
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