mercoledì 17 giugno 2026

Essere vegan non è una moda: è una scelta che merita rispetto, chiarezza e garanzie

 

Intervista a Renata Balducci, Presidente di Associazione Vegani Italiani Onlus

Essere vegan è una scelta etica.

Negli ultimi anni il termine “vegan” è entrato sempre più spesso nel linguaggio delle aziende, delle etichette, della comunicazione commerciale e del marketing. È una crescita importante, che testimonia l’aumento dell’interesse verso prodotti senza ingredienti di origine animale, ma che porta con sé anche una grande responsabilità: garantire che ciò che viene comunicato sia chiaro, verificabile e rispettoso della scelta vegan.

Ne parliamo con Renata Balducci, Presidente di Associazione Vegani Italiani Onlus, da anni impegnata nella tutela, nella rappresentanza e nella diffusione della scelta etica vegan in Italia

Presidente Balducci, oggi la parola “vegan” è sempre più presente sul mercato. È un segnale positivo?

Sì, certamente è un segnale positivo, perché dimostra che la sensibilità verso gli animali, l’ambiente e un nuovo modello di consumo sta crescendo. Però dobbiamo essere molto chiari: la diffusione del termine “vegan” non può trasformarsi in una banalizzazione della scelta vegan. Per noi, come Associazione Vegani Italiani, il veganismo non è una tendenza, non è una moda passeggera, non è una parola da usare quando conviene dal punto di vista commerciale. È una scelta etica profonda, radicata nella coscienza, nel cuore e nella mente di chi la compie.

Quando una persona sceglie vegan, non sta semplicemente cambiando prodotto sullo scaffale. Sta scegliendo di non partecipare, per quanto possibile, allo sfruttamento animale. È una decisione di responsabilità e coerenza. Per questo le aziende devono trattare questa parola con estrema attenzione

Il rischio, quindi, è che il termine “vegan” venga usato con leggerezza?

Esattamente. Ed è un rischio molto concreto. Ci sono aziende che comprendono davvero il valore della scelta vegan e lavorano con serietà, trasparenza e responsabilità. Altre, invece, possono essere tentate di usare certe diciture semplicemente perché il mercato, in quel momento, le premia.

Ma essere vegan non può dipendere dall’umore del marketing, dalla moda del momento o dall’andamento delle vendite. Non si può mettere una scritta su un’etichetta con superficialità, senza avere alle spalle verifiche, controlli e garanzie.

Chi sceglie vegan ha diritto a sapere che quel prodotto è stato valutato, documentato e controllato. Ha diritto a fidarsi.

Perché questa fiducia è così importante per le persone vegan?

Perché per una persona vegan non si tratta solo di acquistare un prodotto “diverso”. Si tratta di coerenza personale.

Quando una persona vegan compra un alimento, un cosmetico, un detergente o qualsiasi altro prodotto dichiarato vegan, affida a quell’etichetta una parte della propria scelta etica. Si aspetta che dietro quella parola ci sia un impegno reale.

Se quella fiducia viene tradita, non è solo un problema commerciale. È una mancanza di rispetto verso una scelta di vita profonda.

Per questo diciamo con forza che non basta dichiarare: bisogna poter dimostrare.

Da presidente di Associazione Vegani Italiani, cosa chiede oggi alle aziende?

Chiediamo innanzitutto consapevolezza.

Alle aziende chiediamo di non vedere il veganismo solo come un segmento di mercato. Certo, il mercato è importante, e il fatto che cresca è una buona notizia. Ma dietro quel mercato ci sono persone, valori, sensibilità, anni di impegno culturale e sociale. Un’azienda che decide di comunicare un prodotto come vegan deve sapere che non sta semplicemente intercettando una domanda commerciale: sta entrando in relazione con una comunità di persone che attribuisce a quella parola un valore enorme.

Per questo serve attenzione. Verso gli animali, prima di tutto. Verso i consumatori. E verso chi ha fatto una scelta etica che merita di essere considerata con serietà.

Quindi il vegan non dovrebbe essere trattato come un semplice claim?

Assolutamente no. “Vegan” non è un claim qualunque.

Non è come dire “nuovo gusto”, “ricetta migliorata” o “edizione speciale”. È una dichiarazione che riguarda l’assenza di ingredienti di origine animale, ma anche un principio etico molto più ampio.

Per questo serve grande responsabilità. Bisogna evitare formule ambigue, scorciatoie comunicative e messaggi che lasciano intendere più di quanto possano realmente garantire.

Il consumatore vegan non cerca slogan. Cerca coerenza.

In questo scenario, che ruolo hanno le certificazioni?

Hanno un ruolo fondamentale, perché aiutano a trasformare una dichiarazione in qualcosa di verificabile.

Una certificazione seria non è un ornamento grafico sull’etichetta. È uno strumento di tutela. Significa che un soggetto terzo ha valutato documenti, ingredienti, procedure e dichiarazioni. Significa che l’azienda accetta di sottoporsi a un percorso di controllo.

Questo è importante sia per il consumatore sia per l’azienda stessa. Il consumatore è più tutelato. L’azienda comunica in modo più solido, credibile e responsabile.

Possiamo dire che il mercato vegan sta entrando in una fase nuova, anche dal punto di vista normativo?

Sì, assolutamente. E credo che questo sia un passaggio molto importante.

Per anni abbiamo assistito a una crescita del mercato vegan accompagnata da entusiasmo, curiosità e, in alcuni casi, anche da molta improvvisazione. Oggi però siamo davanti a una fase diversa: non basta più usare parole rassicuranti, non basta più scrivere “green”, “naturale”, “sostenibile”, “plant-based” o “vegan” senza poter dimostrare con chiarezza ciò che si comunica.

Anche l’Europa sta andando in questa direzione. La Direttiva (UE) 2024/825, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, modifica le norme sulle pratiche commerciali sleali e sui diritti dei consumatori proprio per rafforzare la tutela contro comunicazioni ambientali e di sostenibilità generiche, ambigue o non verificabili. La direttiva è entrata in vigore il 26 marzo 2024, dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il 27 marzo 2026 e le nuove disposizioni si applicheranno dal 27 settembre 2026.

Questo per noi è un segnale molto chiaro: il tempo delle parole usate con leggerezza sta finendo. Le dichiarazioni devono essere trasparenti, comprensibili, dimostrabili e supportate da elementi concreti. E questo vale, a maggior ragione, quando parliamo di vegan. Perché la scelta vegan non è una formula commerciale. È una scelta etica che riguarda il rapporto con gli animali, con il consumo e con la responsabilità individuale.

Come Associazione Vegani Italiani chiediamo da sempre che il consumatore vegan non venga esposto a parole suggestive ma vuote. Deve poter scegliere sapendo che ciò che viene dichiarato è stato verificato e garantito.

Cosa significa, per Associazione Vegani Italiani, rappresentare il mondo vegan in questa fase?

Significa ricordare continuamente che il veganismo nasce da una scelta etica, non da una strategia commerciale.

Come associazione abbiamo il dovere di dare voce a chi questa scelta la vive ogni giorno. Persone che spesso, per anni, hanno dovuto spiegare, difendere, motivare la propria posizione. Persone che hanno scelto di cambiare abitudini, consumi e relazione con il mondo.

Questa scelta merita attenzione da parte delle istituzioni, delle aziende e della comunicazione. Non può essere ridotta a una parola comoda da stampare su un packaging.

Qual è il messaggio più importante che vorrebbe arrivasse alle aziende?

Il messaggio è semplice: se scegliete di entrare nel mondo vegan, fatelo con serietà.

Non usate questa parola solo perché oggi funziona. Non utilizzatela come leva pubblicitaria se non siete disposti a sostenerla con verifiche reali. Non trattate i consumatori vegan come un target qualsiasi.

Dietro ogni acquisto vegan c’è una posizione precisa rispetto allo sfruttamento animale. C’è una richiesta di coerenza. C’è una sensibilità che va compresa prima ancora che intercettata commercialmente.

Le aziende che comprendono questo non solo comunicano meglio, ma costruiscono un rapporto autentico con le persone.

E ai consumatori vegan cosa vuole dire?

Voglio dire di continuare a pretendere chiarezza.

Di non accontentarsi delle parole, ma di cercare garanzie. Di leggere, informarsi, fare domande. Il consumatore consapevole ha un ruolo importantissimo, perché può orientare il mercato verso maggiore responsabilità.

Ogni scelta d’acquisto è anche un messaggio. Quando scegliamo prodotti realmente verificati, premiamo le aziende che rispettano davvero i valori vegan.

In conclusione, qual è la sfida dei prossimi anni?

La sfida sarà distinguere sempre meglio ciò che è realmente vegan da ciò che si limita ad apparire tale.

Scegliere vegan significa chiedere al mercato qualcosa di più di una parola in etichetta: significa pretendere coerenza, trasparenza e rispetto per una scelta che nasce dalla volontà di non partecipare allo sfruttamento animale.

da qui

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