La sofferenza scolastica in Sardegna e la necessità di una visione decoloniale - Omar Onnis
La scuola è uno degli ambiti meno amati dalla politica sarda. Lo si evince facilmente da alcuni dati di fatto. Pur avendo, per Statuto, competenze in materia, la RAS non ha mai voluto legiferare in modo sistematico e strategico, restando priva di una legge regionale sulla scuola. La politica sarda non ha mai interferito in alcun modo con le decisioni del Governo centrale, lasciando mano libera alle diramazioni locali del Ministero competente e rinunciando a dire la sua su ogni aspetto.
Quando poi
vengono pubblicati dati relativi al tasso di respinti o ai test INVALSI o a
qualsiasi altro strumento di misurazione dei risultati scolastici, se ne parla
per qualche ora, con grande sconcerto, per poi lasciar cadere la cosa.
La notizia
di questi giorni è che la Sardegna ha il record di non ammessi all’esame di
stato, il vecchio esame di maturità. Il 7,1% degli studenti sardi non potrà
sostenere l’esame, contro una media italiana del 3,5%. Se si indaga presso il
corpo insegnante, dal nord al sud dell’isola, il quadro che emerge è drammatico
e questo semplice numero non ne restituisce la reale dimensione.
La qualità
della scuola italiana in Sardegna è in caduta libera da anni. Ai disastrosi
esiti delle varie riforme ministeriali, almeno da quella di Luigi Berlinguer in
avanti, si sommano nell’isola fattori ulteriori di impoverimento didattico e di
alienazione culturale.
In un post
su FB del 10 giugno, l’archeologa e docente (precaria) Daniela Musio propone un
quadro sintetico di alcune cause macroscopiche del “fallimento scolastico”
sardo:
[…] il
problema non è l’esame. L’esame è solo l’imbuto finale. Ho provato a mettere in
fila ciò che vedo in classe e a incrociarlo con i dati sociali ed economici
della nostra Isola. Il risultato è un quadro complesso che va ben oltre la
“mancata voglia di studiare”.
Ecco i 4 fattori critici che stanno bloccando i nostri ragazzi:
L’ascensore sociale è guasto:
In una regione anagraficamente vecchia e con un’economia stagnante, i ragazzi
(soprattutto chi parte da un livello socio-culturale basso) non credono più che
il diploma garantirà loro un futuro migliore. Lo studio perde di senso.
Il logoramento del
pendolarismo: Il calo demografico chiude le scuole e costringe a viaggi
estenuanti su mezzi pubblici carenti. Questo non ruba solo tempo allo studio,
ma innesca un profondo affaticamento psicofisico quotidiano.
Lo scollamento identitario:
C’è una distanza enorme tra l’identità sarda (una vera “nazione senza stato”,
con un proprio ambiente e storia) e i contenuti culturali italiani
centralizzati. La scuola viene spesso percepita come un corpo estraneo.
L’anestetico sociale: I dati
nazionali confermano nella nostra regione un consumo altissimo e precoce di
cannabis tra gli adolescenti. In un contesto povero di stimoli, agisce
spegnendo la motivazione e la concentrazione.
Un confronto che fa
riflettere: Se guardiamo ad altre realtà europee, come i Paesi Baschi in
Spagna, vediamo che integrando profondamente la lingua e la storia locale nel
sistema scolastico (unito a un’economia forte) sono riusciti ad avere il tasso
di dispersione scolastica più basso del Paese.
Non
possiamo limitarci a bocciare, dobbiamo guardare il contesto. La scuola sarda
ha bisogno di risposte su misura.
(Il testo è
stato elaborato da un’AI in base a un mio prompt)
Nel suo
insieme, questo quadro offre degli indizi e degli spunti di riflessione. Non
tutti i punti mi convincono. L’impatto dell’uso della cannabis, per dire, mi
sembra sovrastimato. Per altro, la diffusione di sostanze psicotrope e
psicoattive presso le fasce giovanili non è certo un problema di questi ultimi
anni. Si potrebbe/dovrebbe indagare su quali siano le sostanze più diffuse e
quelle più pericolose (le due cose non combaciano necessariamente). Temo che ci
siano in circolazione sostanze molto peggiori del THC. Ma anche di questo la
politica sarda non si interessa minimamente.
Quanto al
calo demografico, che comporterebbe la chiusura di interi istituti, va
precisato che il famigerato dimensionamento scolastico non è correlato, numeri
alla mano, alle dinamiche demografiche, ma segue prevalentemente astratti
criteri ragionieristici, che, in Sardegna, incidono in modo più che
proporzionale. Non è basato su valutazioni situate e su dati specifici
dell’isola, perciò la chiusura delle scuole risulta molto più penalizzante. È
anzi uno dei fattori che incidono sullo spopolamento. Quasi più una causa,
dunque, che un effetto.
Verissimo il
problema dei trasporti. Basterebbe farsi un giro nelle stazioni delle corriere
e/o dei treni (dove ci sono), nelle ore di traffico scolastico, per rendersi
conto della massa di gioventù che quotidianamente deve spostarsi, a volte di
molti chilometri, in condizioni penose e in orari scomodi. Non tenerne conto
significa ignorare deliberatamente una delle cause principali dell’abbandono
scolastico.
Il punto
relativo al disagio “identitario” è ugualmente rilevante e se ne discute da
anni, da decenni anzi, senza che la politica sarda si sia mai data pensiero in
merito. La scuola italiana in Sardegna ha accentuato, anziché eliminarli, i
suoi tratti “coloniali”. È ancora lì il nodo irrisolto della questione
linguistica, sempre trattata come una fissazione ideologica da indipendentisti,
e non come un fattore storico decisivo – in negativo – per tutta una serie di
ragioni e con conseguenze molto concrete.
Un altro,
correlato, è la rimozione totale della storia e della cultura della Sardegna, a
vantaggio di una costruzione culturale sempre più nazionalista (italiana). La
conseguenza è una forma di alienazione profonda, da cui evadere o a cui
soggiacere. Se si evade, ossia si viene esclusi, si rimane tagliati fuori da
una serie di codici e di possibilità di relazione che a loro volta consentono un’integrazione
maggiore in alcuni ambienti professionali e dunque anche in certi strati
sociali.
Non è solo
una questione di reddito. È più un fattore di separatezza quasi antropologica
tra il (cosiddetto) ceto medio riflessivo e le altre fasce sociali della nostra
popolazione, private di un livello di istruzione adeguato ai tempi, alienate,
fragili, facile preda di clientelismi e/o di populismi. Fasce sociali tuttavia
dotate di una propria agency e di
capacità di risposta ai problemi, ma svalutate e private del pieno diritto di
rappresentanza democratica.
Mentre il
ceto medio riflessivo risulta a sua volta alienato rispetto alla realtà in cui
vive, scisso tra due appartenenze non facilmente conciliabili (in quanto sempre
poste in contrasto, una dominante e l’altra subalterna), ostile verso qualsiasi
elemento “popolare” o troppo connotato come “sardo”, accettabile tutt’al più a
livello folkloristico e su cui al massimo si può esercitare una benevolenza
paternalista. Questa separatezza – databile almeno dalla riforma scolastica del
ministro Bogino, ma accentuatasi nel corso dell’Ottocento e soprattutto dopo
l’unificazione italiana – è uno dei problemi più gravi della nostra storia
contemporanea.
Sulla scuola
si intreccia dunque un reticolo di questioni aperte che andrebbero affrontate
non solo ognuna per conto proprio, con gli strumenti e un pensiero prospettico
adeguati, ma anche dentro un più ampio orizzonte strategico generale. Con un
po’ di coraggio, si potrebbe immaginare un sistema scolastico pienamente sardo
e al contempo molto più aperto al mondo, scollegato il più possibile dal
Ministero romano, progettato e realizzato sulla base di uno studio e una
pianificazione adeguati, estraneo al vecchiume pedagogico in cui è rimasta
incastrata la scuola italiana. Non sarebbe il caso di discuterne?
È una
questione politica decisiva. Ha a che fare con le dinamiche economiche e
sociali, con i diritti di base della cittadinanza, con le libertà fondamentali,
con la democrazia stessa. Sempre che si abbia a cuore la sorte della Sardegna e
non si preferisca invece la prospettiva, oggi incombente e ampiamente accettata
(se non promossa) dalla nostra oligarchia politica, di una terra spopolata ma
disponibile ad aggressioni speculative e colonialiste di vario genere.
Scuola, lento e inesorabile il calo degli
iscritti - Antonella Poggiu
I dati dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Sardegna non stupiscono mostrando il quadro, ormai noto, del calo demografico di cui il sistema scolastico non è che lo specchio. Resta immutato il silenzioso “appello” in paesi come Onanì con 11 bambini e Lodè con 18, mentre a Ollolai si solleveranno quattro manine in più rispetto alle 13 dello scorso anno.
Scuola dell’infanzia
I bambini iscritti alla Scuola dell’infanzia in provincia di Nuoro sono 2761
(erano 2773 lo scorso anno, 2931 quello precedente e 3066 tre anni fa), di cui
34 con handicap. Sono al momento suddivisi in 164 sezioni (erano 167 lo scorso
anno e 176 tre anni fa).
In città il nuovo accorpamento tra il “Borrotzu” e il “Podda”, registra
complessivamente 125 alunni, 231 quelli del “Maccioni-Deledda”. Interessanti,
per avere un’ulteriore idea dell’andamento demografico della provincia, sono i
dati relativi a paesi come come Fonni con 62 bambini, Orosei 125, Siniscola
146, Dorgali 125 e l’IC Oliena-Orgosolo 151.
Scuola primaria
Gli iscritti alla scuola primaria sono 6329 (erano 6624 l’anno precedente e
7183 tre anni fa), di cui 278 con disabilità (erano 259 lo scorso anno). Le
classi sono 459.
A Nuoro l’istituto comprensivo “Maccioni-Deledda” a settembre totalizzerà
423 alunni suddivisi in 225 a Furreddu, 66 in via Carbonia, 132 a Biscollai e
48 nella scola ospedaliera al San Francesco. Mentre il risultato dell’accorpamento,
“P. Borrotzu-F. Podda” è di 561 bambini. Al primo posto il “Calamida” con i
suoi 205, il “Podda” in vantaggio con 184 alunni rispetto a “San Pietro” con
114, infine il Rione Italia con 60 bambini. Le “elementari” cittadine
conteranno 984 studenti, rispetto ai 1094 dell’anno precedente e 1215 di tre
anni fa, delineando uno scenario di circa cento bambini in meno ogni anno.
Scuola secondaria di I grado
Gli alunni delle “medie” saranno 4503 (erano 4656 l’anno scorso e 5074 due anni
fa), di cui 249 con handicap (dieci in più dell’anno precedente), suddivisi in
308 sezioni.
In città le “medie” del “Borrotzu-Podda” avranno 373 alunni e quelle del
“Maccioni-Deledda” 384, per un totale di 757 rispetto ai 777 dello scorso anno
e 806 di quello precedente.
Scuola secondaria di II grado
Il numero degli studenti delle superiori nella Provincia crolla a 8824 (in 565
classi), scattando un’istantanea di 1107 banchi vuoti in soli quattro anni.
Erano 9931 nel 2023 e progressivamente, sono diminuiti in media oltre 275 alunni
all’anno. Aumentano invece gli studenti con disabilità passando da 288 dello
scorso anno a 311.
Tra gli istituti superiori in città il più popolato – nonostante la
decrescita -, resta lo Scientifico “Fermi” con 1105 studenti, a seguire l’Itc
“Chironi” che aumenta lievemente passando dai 724 dello scorso anno, a 787 del
prossimo. Il “Ciusa” conta complessivamente 428 alunni rispetto ai 497
dell’anno precedente, l’Agrario “B. Brau” dopo un lieve aumento degli ultimi
anni, passa da 276 a 246 studenti da sommare ai 50 del IPAA (professionale). In
un clima di calo generale, aumentano ogni anno gli iscritti al Liceo “Satta”
che raggiunge i 549, rispetto ai 535 dell’anno precedente, mentre il Liceo
“Asproni” passa da 494 a 472 alunni. L’Itgc di Siniscola, aumenta da 424 a 465
ragazzi, lo Scientifico cala a 155 alunni (aveva raggiunto i 222), quello di
Dorgali ne conta 127 (132 l’anno precedente), l’Ipsar della Caletta crolla da
222 a 100 studenti.
Il personale docente in provincia
I posti comuni sono così distribuiti, 327 per l’infanzia, 793 per la Primaria,
601 per la secondaria di I grado e 1034 per il II grado, per un totale di 2755.
Quelli di potenziamento subiscono una variazione passando dai 246 degli ultimi
due anni a 234 comuni e 20 di sostegno. I posti di sostegno sono 395.
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