lunedì 15 giugno 2026

Scuola in Sardegna

La sofferenza scolastica in Sardegna e la necessità di una visione decoloniale - Omar Onnis

La scuola è uno degli ambiti meno amati dalla politica sarda. Lo si evince facilmente da alcuni dati di fatto. Pur avendo, per Statuto, competenze in materia, la RAS non ha mai voluto legiferare in modo sistematico e strategico, restando priva di una legge regionale sulla scuola. La politica sarda non ha mai interferito in alcun modo con le decisioni del Governo centrale, lasciando mano libera alle diramazioni locali del Ministero competente e rinunciando a dire la sua su ogni aspetto. 

Quando poi vengono pubblicati dati relativi al tasso di respinti o ai test INVALSI o a qualsiasi altro strumento di misurazione dei risultati scolastici, se ne parla per qualche ora, con grande sconcerto, per poi lasciar cadere la cosa.

La notizia di questi giorni è che la Sardegna ha il record di non ammessi all’esame di stato, il vecchio esame di maturità. Il 7,1% degli studenti sardi non potrà sostenere l’esame, contro una media italiana del 3,5%. Se si indaga presso il corpo insegnante, dal nord al sud dell’isola, il quadro che emerge è drammatico e questo semplice numero non ne restituisce la reale dimensione.

La qualità della scuola italiana in Sardegna è in caduta libera da anni. Ai disastrosi esiti delle varie riforme ministeriali, almeno da quella di Luigi Berlinguer in avanti, si sommano nell’isola fattori ulteriori di impoverimento didattico e di alienazione culturale.

In un post su FB del 10 giugno, l’archeologa e docente (precaria) Daniela Musio propone un quadro sintetico di alcune cause macroscopiche del “fallimento scolastico” sardo:

[…] il problema non è l’esame. L’esame è solo l’imbuto finale. Ho provato a mettere in fila ciò che vedo in classe e a incrociarlo con i dati sociali ed economici della nostra Isola. Il risultato è un quadro complesso che va ben oltre la “mancata voglia di studiare”.
Ecco i 4 fattori critici che stanno bloccando i nostri ragazzi:

 L’ascensore sociale è guasto: In una regione anagraficamente vecchia e con un’economia stagnante, i ragazzi (soprattutto chi parte da un livello socio-culturale basso) non credono più che il diploma garantirà loro un futuro migliore. Lo studio perde di senso.

 Il logoramento del pendolarismo: Il calo demografico chiude le scuole e costringe a viaggi estenuanti su mezzi pubblici carenti. Questo non ruba solo tempo allo studio, ma innesca un profondo affaticamento psicofisico quotidiano.

 Lo scollamento identitario: C’è una distanza enorme tra l’identità sarda (una vera “nazione senza stato”, con un proprio ambiente e storia) e i contenuti culturali italiani centralizzati. La scuola viene spesso percepita come un corpo estraneo.

 L’anestetico sociale: I dati nazionali confermano nella nostra regione un consumo altissimo e precoce di cannabis tra gli adolescenti. In un contesto povero di stimoli, agisce spegnendo la motivazione e la concentrazione.

 Un confronto che fa riflettere: Se guardiamo ad altre realtà europee, come i Paesi Baschi in Spagna, vediamo che integrando profondamente la lingua e la storia locale nel sistema scolastico (unito a un’economia forte) sono riusciti ad avere il tasso di dispersione scolastica più basso del Paese.

​Non possiamo limitarci a bocciare, dobbiamo guardare il contesto. La scuola sarda ha bisogno di risposte su misura.

(Il testo è stato elaborato da un’AI in base a un mio prompt)

Nel suo insieme, questo quadro offre degli indizi e degli spunti di riflessione. Non tutti i punti mi convincono. L’impatto dell’uso della cannabis, per dire, mi sembra sovrastimato. Per altro, la diffusione di sostanze psicotrope e psicoattive presso le fasce giovanili non è certo un problema di questi ultimi anni. Si potrebbe/dovrebbe indagare su quali siano le sostanze più diffuse e quelle più pericolose (le due cose non combaciano necessariamente). Temo che ci siano in circolazione sostanze molto peggiori del THC. Ma anche di questo la politica sarda non si interessa minimamente.

Quanto al calo demografico, che comporterebbe la chiusura di interi istituti, va precisato che il famigerato dimensionamento scolastico non è correlato, numeri alla mano, alle dinamiche demografiche, ma segue prevalentemente astratti criteri ragionieristici, che, in Sardegna, incidono in modo più che proporzionale. Non è basato su valutazioni situate e su dati specifici dell’isola, perciò la chiusura delle scuole risulta molto più penalizzante. È anzi uno dei fattori che incidono sullo spopolamento. Quasi più una causa, dunque, che un effetto.

Verissimo il problema dei trasporti. Basterebbe farsi un giro nelle stazioni delle corriere e/o dei treni (dove ci sono), nelle ore di traffico scolastico, per rendersi conto della massa di gioventù che quotidianamente deve spostarsi, a volte di molti chilometri, in condizioni penose e in orari scomodi. Non tenerne conto significa ignorare deliberatamente una delle cause principali dell’abbandono scolastico.

Il punto relativo al disagio “identitario” è ugualmente rilevante e se ne discute da anni, da decenni anzi, senza che la politica sarda si sia mai data pensiero in merito. La scuola italiana in Sardegna ha accentuato, anziché eliminarli, i suoi tratti “coloniali”. È ancora lì il nodo irrisolto della questione linguistica, sempre trattata come una fissazione ideologica da indipendentisti, e non come un fattore storico decisivo – in negativo – per tutta una serie di ragioni e con conseguenze molto concrete.

Un altro, correlato, è la rimozione totale della storia e della cultura della Sardegna, a vantaggio di una costruzione culturale sempre più nazionalista (italiana). La conseguenza è una forma di alienazione profonda, da cui evadere o a cui soggiacere. Se si evade, ossia si viene esclusi, si rimane tagliati fuori da una serie di codici e di possibilità di relazione che a loro volta consentono un’integrazione maggiore in alcuni ambienti professionali e dunque anche in certi strati sociali.

Non è solo una questione di reddito. È più un fattore di separatezza quasi antropologica tra il (cosiddetto) ceto medio riflessivo e le altre fasce sociali della nostra popolazione, private di un livello di istruzione adeguato ai tempi, alienate, fragili, facile preda di clientelismi e/o di populismi. Fasce sociali tuttavia dotate di una propria agency e di capacità di risposta ai problemi, ma svalutate e private del pieno diritto di rappresentanza democratica.

Mentre il ceto medio riflessivo risulta a sua volta alienato rispetto alla realtà in cui vive, scisso tra due appartenenze non facilmente conciliabili (in quanto sempre poste in contrasto, una dominante e l’altra subalterna), ostile verso qualsiasi elemento “popolare” o troppo connotato come “sardo”, accettabile tutt’al più a livello folkloristico e su cui al massimo si può esercitare una benevolenza paternalista. Questa separatezza – databile almeno dalla riforma scolastica del ministro Bogino, ma accentuatasi nel corso dell’Ottocento e soprattutto dopo l’unificazione italiana – è uno dei problemi più gravi della nostra storia contemporanea.

Sulla scuola si intreccia dunque un reticolo di questioni aperte che andrebbero affrontate non solo ognuna per conto proprio, con gli strumenti e un pensiero prospettico adeguati, ma anche dentro un più ampio orizzonte strategico generale. Con un po’ di coraggio, si potrebbe immaginare un sistema scolastico pienamente sardo e al contempo molto più aperto al mondo, scollegato il più possibile dal Ministero romano, progettato e realizzato sulla base di uno studio e una pianificazione adeguati, estraneo al vecchiume pedagogico in cui è rimasta incastrata la scuola italiana. Non sarebbe il caso di discuterne?

È una questione politica decisiva. Ha a che fare con le dinamiche economiche e sociali, con i diritti di base della cittadinanza, con le libertà fondamentali, con la democrazia stessa. Sempre che si abbia a cuore la sorte della Sardegna e non si preferisca invece la prospettiva, oggi incombente e ampiamente accettata (se non promossa) dalla nostra oligarchia politica, di una terra spopolata ma disponibile ad aggressioni speculative e colonialiste di vario genere.

da qui


Scuola, lento e inesorabile il calo degli iscritti - Antonella Poggiu

I dati dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Sardegna non stupiscono mostrando il quadro, ormai noto, del calo demografico di cui il sistema scolastico non è che lo specchio. Resta immutato il silenzioso “appello” in paesi come Onanì con 11 bambini e Lodè con 18, mentre a Ollolai si solleveranno quattro manine in più rispetto alle 13 dello scorso anno.

Scuola dell’infanzia
I bambini iscritti alla Scuola dell’infanzia in provincia di Nuoro sono 2761 (erano 2773 lo scorso anno, 2931 quello precedente e 3066 tre anni fa), di cui 34 con handicap. Sono al momento suddivisi in 164 sezioni (erano 167 lo scorso anno e 176 tre anni fa).

In città il nuovo accorpamento tra il “Borrotzu” e il “Podda”, registra complessivamente 125 alunni, 231 quelli del “Maccioni-Deledda”. Interessanti, per avere un’ulteriore idea dell’andamento demografico della provincia, sono i dati relativi a paesi come come Fonni con 62 bambini, Orosei 125, Siniscola 146, Dorgali 125 e l’IC Oliena-Orgosolo 151.

Scuola primaria
Gli iscritti alla scuola primaria sono 6329 (erano 6624 l’anno precedente e 7183 tre anni fa), di cui 278 con disabilità (erano 259 lo scorso anno). Le classi sono 459.

A Nuoro l’istituto comprensivo “Maccioni-Deledda” a settembre totalizzerà 423 alunni suddivisi in 225 a Furreddu, 66 in via Carbonia, 132 a Biscollai e 48 nella scola ospedaliera al San Francesco. Mentre il risultato dell’accorpamento, “P. Borrotzu-F. Podda” è di 561 bambini. Al primo posto il “Calamida” con i suoi 205, il “Podda” in vantaggio con 184 alunni rispetto a “San Pietro” con 114, infine il Rione Italia con 60 bambini. Le “elementari” cittadine conteranno 984 studenti, rispetto ai 1094 dell’anno precedente e 1215 di tre anni fa, delineando uno scenario di circa cento bambini in meno ogni anno.

Scuola secondaria di I grado
Gli alunni delle “medie” saranno 4503 (erano 4656 l’anno scorso e 5074 due anni fa), di cui 249 con handicap (dieci in più dell’anno precedente), suddivisi in 308 sezioni.

In città le “medie” del “Borrotzu-Podda” avranno 373 alunni e quelle del “Maccioni-Deledda” 384, per un totale di 757 rispetto ai 777 dello scorso anno e 806 di quello precedente.

Scuola secondaria di II grado
Il numero degli studenti delle superiori nella Provincia crolla a 8824 (in 565 classi), scattando un’istantanea di 1107 banchi vuoti in soli quattro anni. Erano 9931 nel 2023 e progressivamente, sono diminuiti in media oltre 275 alunni all’anno. Aumentano invece gli studenti con disabilità passando da 288 dello scorso anno a 311.

Tra gli istituti superiori in città il più popolato – nonostante la decrescita -, resta lo Scientifico “Fermi” con 1105 studenti, a seguire l’Itc “Chironi” che aumenta lievemente passando dai 724 dello scorso anno, a 787 del prossimo. Il “Ciusa” conta complessivamente 428 alunni rispetto ai 497 dell’anno precedente, l’Agrario “B. Brau” dopo un lieve aumento degli ultimi anni, passa da 276 a 246 studenti da sommare ai 50 del IPAA (professionale). In un clima di calo generale, aumentano ogni anno gli iscritti al Liceo “Satta” che raggiunge i 549, rispetto ai 535 dell’anno precedente, mentre il Liceo “Asproni” passa da 494 a 472 alunni. L’Itgc di Siniscola, aumenta da 424 a 465 ragazzi, lo Scientifico cala a 155 alunni (aveva raggiunto i 222), quello di Dorgali ne conta 127 (132 l’anno precedente), l’Ipsar della Caletta crolla da 222 a 100 studenti.

Il personale docente in provincia
I posti comuni sono così distribuiti, 327 per l’infanzia, 793 per la Primaria, 601 per la secondaria di I grado e 1034 per il II grado, per un totale di 2755. Quelli di potenziamento subiscono una variazione passando dai 246 degli ultimi due anni a 234 comuni e 20 di sostegno. I posti di sostegno sono 395.

da qui

Nessun commento:

Posta un commento