sabato 20 giugno 2026

Vasco Rossi a Olbia. La ribellione addomesticata nell’isola-colonia - Cristiano Sabino

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel dibattito che si è acceso attorno al concerto di Vasco Rossi a Olbia. Non riguarda semplicemente la musica, il gusto o l’estetica. Riguarda piuttosto il ruolo politico della cultura di massa dentro una società coloniale come quella sarda.

Quando si critica Vasco Rossi, la reazione è quasi sempre la stessa: “non capisci la sua arte”, “non cogli la sua filosofia nichilista”, addirittura “non hai empatia perché non cogli l’universale che unisce tre generazioni”. Ma è proprio qui il punto: comprendere perfettamente quella funzione unificante significa anche smascherarne la natura ideologica.

Perché ciò che viene venduto come ribellione è, in realtà, una forma di trasgressione innocua, anzi perfettamente compatibile con l’ordine esistente. E ciò vale tanto più in Sardegna dove la musica, l’arte e in generale l’intrattenimento svolgono una funzione precisa.

Degna di nota è inoltre la presa di posizione di Vasco Rossi sul genocidio palestinese, rilanciata con un’intervista a tutto campo anche da quella che viene presentata come stampa “autorevole”, come il Corriere della Sera (qui). Il post risale al 2024. In un momento storico in cui a Gaza si consumava un massacro sotto gli occhi del mondo con la piena e documentata complicità dell’occidente collettivo e della UE, la voce del “ribelle” si è espressa in questi termini: rifiuto di schierarsi, invocazione generica della pace, appello alla soluzione “due popoli due stati”, condanna indistinta degli estremismi. Praticamente le frasi fatte che si possono sentire nei peggiori bar sport!

Una posizione che, lungi dall’essere scomoda e critica, coincide perfettamente con il qualunquismo e il suprematismo dominante.

Perché si capisca cosa voglio dire sarà meglio riportare il post integrale (nell’articolo del CorSera c’è il link al post di Rossi sulla Palestina):

“Sarebbe facile per me oggi scrivere Freeee Palestine
Ma io non sono facile… Sono semplice… Ma non facile.
Sarebbe facile e sarebbe anche un po’ alla moda di questi tempi
ma io non sono mai stato alla moda
sono sempre andato controcorrente.
sarebbe anche facile perché mi sentirei schierato dalla parte giusta
..la parte dei più deboli.
Come non esserlo oggi!
Ma io lo sono… Lo sono sempre stato…
Non ho bisogno di dimostrarlo oggi.
Di fronte alla tragedia che sta succedendo a Gaza
(siamo tutti atterriti dai bombardamenti sui civili e ovviamente come minimo solidali con le sofferenze del popolo palestinese chiediamo tutti che vengano immediatamente sospesi)
ciò detto la faccenda è un po’ più complessa di come le fate voi…
E io non riesco a schierarmi da una parte o dall’altra… Come fanno molti dalle loro comode poltrone.
Io se mi schiero vado a combattere, altrimenti sto zitto o meglio rimango ammutolito di fronte a orrori di questo genere!
IO SONO PER LA PACE
Per 2 popoli 2 stati !
Credo che gli “estremisti”
di tutte le specie
siano la rovina dell’umanità.
Credo nella reciprocità!
Reciproca Convenienza
reciproco rispetto “
Io non mi faccio condizionare dal bombardamento
televisivo dei mezzi di comunicazione di massa sulle catastrofi e le tragedie del “giorno” o del “momento “!
Io mi guardo intorno
leggo qualche libro
approfondisco gli argomenti
Abito nel mio mondo
cerco di fare la cosa giusta
qui e adesso!
Non ho mai sopportato
i rivoluzionari da salotto
che invadono le piazze
e infestano il web.
Io vado a combattere
sul campo le mie guerre.
E sempre
in direzione ostinata e contraria.
V.K.
Ps: Senza offesa per coloro
che scendono in piazza per manifestare i propri diritti o la propria solidarietà alle popolazioni che soffrono le terribili conseguenze di tutte le guerre”.

Dire che “la guerra è brutta” non disturba nessuno. Non nomina i responsabili. Non prende parte. Non comporta alcun rischio. È la stessa posizione che può essere sottoscritta da un editorialista qualunque espresso dall’apparato militare-industriale, da un rappresentante governativo che non può contrapporsi a Washington e Tel Aviv, cioè alle centrali dell’imperialismo e del colonialismo contemporaneo.

Intendiamoci, è legittimo andare a vedere un concerto di Vasco, come è legittimo apprezzare la sua arte. Il problema non è il Vasco cantautore o la sua capacità carismatica. Mi spaventa il suo fun club sardo che lo scambia per un leader trascinatore di folle, per un punto di riferimento sociale, per un’icona ribelle.

Il problema non è Vasco Rossi in quanto individuo o come artista. Il problema è la funzione simbolica che incarna e l’insieme di proiezioni politiche o pseudo tali che intercetta..

C’è una differenza radicale tra parlare di libertà in astratto e schierarsi quando la libertà viene negata. Tra cantare la ribellione e praticarla. Tra evocare un disagio esistenziale e analizzarne le cause materiali.

E hanno torto anche quelli che dichiarano di separare arte e politica. In Sardegna non possiamo permettercelo. Abbiamo bisogno di una cultura impegnata e organica alle necessità di riscatto dei sardi. Non dico solo di cultura ingaggiata politicamente, ma nemmeno solo di big stranieri che vengono, si esibiscono senza sapere nulla del luogo e della comunità che li ospita e vanno via senza lasciare nulla.

Tornando a Vasco e ai suoi presunti contenuti culturali, addirittura filosofici, dobbiamo concludere che il “nichilismo filosofico” di Vasco Rossi è un nichilismo senza conseguenze. Parafrasando il fondatore del nichilismo Friedrich Nietzsche si tratta di un “nichilismo di comodo”. Ammesso e non concesso che a proposito del repertorio di Rossi si possa parlare di “nichilismo”, al contrario del nichilismo nietzschiano Rossi non mette mai in discussione i rapporti di potere, le verità costituite, non interroga il sistema, non produce critica reale. Funziona come valvola di sfogo, non come strumento di critica.

Ed è proprio per questo che riesce a “unire tre generazioni”: perché non costringe nessuna di esse a posizionarsi, a maturare una scelta.

Dentro questo quadro, il concerto di Olbia assume un significato che va oltre l’evento musicale. In una Sardegna trasformata sempre più in piattaforma energetica, base militare, luogo di produzione di bombe e droni killer e spazio di consumo turistico, la grande industria culturale svolge un ruolo preciso: produrre consenso, neutralizzare il conflitto, offrire un immaginario di ribellione che non mette mai in discussione la condizione della Sardegna perfettamente inserita nel sistema di dominio coloniale occidentale (come strumento di produzione e come oggetto di sfruttamento coloniale).

Si tratta dello stesso meccanismo che vediamo all’opera in politica ad ogni tornata elettorale, quando vengono costruite figure apparentemente antisistema che, nei fatti, garantiscono la continuità dell’ordine esistente.

Per questo la questione non è “ascoltare o non ascoltare” Vasco Rossi (io personalmente quando capita alla radio cambio stazione!). Ognuno è libero di fare ciò che vuole e di spendere i propri soldi acquistando i biglietti dei concerti che più gli piacciono. Il punto è smettere di proiettare su figure del genere valori che non incarnano.

Perché continuare a credere nella ribellione addomesticata è esattamente ciò che consente al sistema di perpetuarsi senza essere davvero messo in discussione.

E in una terra colonizzata come la Sardegna, questo non è un dettaglio di costume: è un nodo politico centrale, anche perché qui si aprirebbe il tema “grandi eventi musicali” spesso agitato dall’artista e amico fraterno Alisandru Sanna ak Quilo, ma questo meriterebbe una riflessione a parte!

da qui

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