domenica 21 giugno 2026

«Francia o Spagna, purché se magna»: un elogio controcorrente - Francesco Coniglione

Appena lo pronunci, parte la condanna. “Francia o Spagna, purché se magna” viene regolarmente citato come la prova provata che noi italiani siamo gente senza spina dorsale, pronti a svendere la patria per un piatto di pasta. Un concentrato di qualunquismo, disimpegno civile, pusillanimità bella e buona. Basta vederlo citato nei dibattiti televisivi o nelle omelie dei predicatori d’italianità: “Con questa mentalità non andremo mai da nessuna parte”, “È il simbolo del nostro trasformismo”, “Così si allevano servi, non cittadini”. Persino a scuola, quando un insegnante voleva bacchettarci per la mancanza di ideali, sventolava questo motto come fosse una vergogna nazionale.

Eppure, c’è qualcosa di profondamente sbagliato in questa condanna senza appello. O, per dirla meglio, c’è una pigrizia interpretativa che merita di essere smascherata: se grattiamo via la crosta materialista del detto, troviamo una saggezza antica, raffinata, perfino radicale. Una saggezza che la tradizione ha non a caso accostato a Francesco Guicciardini, al quale il motto viene spesso attribuito, pur senza comparire in questa forma nei suoi scritti. Una saggezza che oggi, in tempi di nuovi furori patriottici e di tamburi di guerra che tornano a suonare alle porte di casa, appare più rivoluzionaria che mai.

Conviene riportare il motto alle sue radici: l’Italia del Cinquecento, ridotta a campo di battaglia delle grandi potenze: da un lato le armate di Francesco I, dall’altro quelle di Carlo V. Per i popoli della penisola, la domanda “Francia o Spagna?” non era una scelta ideale, era uno strazio. Il dominio straniero portava carestie, saccheggi, violenze, e ai più non restava che sopravvivere. In questo scenario, quel “purché se magna” non suonava come una resa vile, ma come un grido di resistenza umana: potete giocarvi le nostre terre a Risiko, potete sventolare le vostre bandiere, ma noi una sola cosa chiediamo – di vivere, di mangiare, di salvare le nostre famiglie. Non è qualunquismo, è una gerarchia dei valori. La dignità dell’esistenza prima del feticismo degli stendardi. La vita, prima della gloria. È la versione rustica e popolana di un principio che la filosofia antica aveva già formulato con ben altra eleganza: Patria est ubicumque est bene (La patria è ovunque si stia bene). La formula, attribuita a Pacuvio e resa celebre da Cicerone, esprime l’idea che la vera appartenenza non è data solo dal sangue o dal suolo, ma dalle condizioni che consentono a un essere umano di prosperare. Ecco allora che “Francia o Spagna, purché se magna” non è il rigurgito di un servo, non è un disinvolto tirare a campare, ma la traduzione terragna e disincantata di un altissimo principio cosmopolita: la patria è dove si può vivere con dignità, non dove ci impongono di morire. Perché la terra che ricopre i morti è ovunque la stessa: ha il medesimo colore, lo stesso odore; non conosce bandiere, non distingue inni, non si commuove per i fanatismi.

C’è poi un secondo strato, ancora più importante. Nel motto è implicito un pacifismo radicale, di quelli che non s’imparano sui libri ma nelle budella svuotate dalla carestia e dal piombo. Il «se magna» non è solo un’invocazione alla sopravvivenza materiale: è il rifiuto di farsi ammazzare per un pezzo di stoffa colorata, per un capriccio dinastico, per una parola altisonante come “onore nazionale”. Tra il pane e la guerra, sceglie il pane. Tra il martirio e la vita, sceglie la vita. Non è una scelta eroica, è una scelta umana. Ed è esattamente la scelta che farebbe qualsiasi persona di buon senso se solo non fosse ubriacata dalle retoriche dell’estremo sacrificio. A voler cercare un antecedente nobile e cristianissimo, basterebbe riandare a Francesco d’Assisi. Il “pace e bene” che la tradizione francescana gli attribuisce non era un saluto devoto ma un programma politico-spirituale di una modernità sconcertante. Quando nel 1219, in piena quinta crociata, si recò a Damietta, in Egitto, per incontrare il sultano al-Malik al-Kamil, lo fece disarmato, camminando in mezzo agli eserciti. Non andava con le armi; e anche se il suo gesto restava inscritto nello zelo religioso del suo tempo, esso spezzava la logica ordinaria della crociata: non la spada contro la spada, ma la presenza inerme davanti al nemico. Andava a ricordare, con la sola forza della presenza, che la pace è un bene supremo, più alto della vittoria militare, più urgente della conquista di Gerusalemme. Anche lì, sulle rive del Nilo, la domanda silenziosa di Francesco poteva risuonare come quella del contadino italiano del Cinquecento: perché uccidersi per una bandiera? Perché sacrificare la vita, che è sacra, a un’idea che si pretende più sacra della vita stessa? Il suo «pace e bene» era un «purché se magna» tradotto nel linguaggio dei santi.

Non occorre scomodare Kant e il suo progetto di pace perpetua, anche se un collegamento con l’illuminismo non sarebbe fuori luogo. Basta ricordare Erasmo da Rotterdam, che nel suo Dulce bellum inexpertis (la guerra è dolce per chi non l’ha provata) smascherava con lucidità l’oscena seduzione della guerra vista da lontano. E chi l’aveva provata sulla pelle, la guerra, non poteva che rispondere con un «purché se magna» – cioè con il rifiuto istintivo di ogni bandiera che pretendeva il suo tributo di sangue. Detto in termini contemporanei, è questo — per usare con cautela il lessico di Agamben — un tentativo di sottrarre la “nuda vita” alla macchina che vorrebbe trasformarla in materia sacrificabile: non perché la pura sopravvivenza sia il compimento dell’umano, ma perché senza la sua salvaguardia nessuna vita più ricca, civile e pienamente umana può nemmeno esser pensata. Proprio perché esposta, fragile, inerme, quella vita sa bene che nessuna bandiera merita il suo sacrificio, e oppone un «no» viscerale a chi vorrebbe trasformarla in carne da cannone.

Questo non significa negare l’esistenza di valori per cui valga la pena battersi. Significa però riconoscere che nessun ideale – per quanto nobile – può chiedere ipso facto la vita di uomini, donne e bambini come prezzo della sua affermazione. Il detto non disprezza la patria; disprezza la patria che si trasforma in idolo famelico. Non rifiuta la comunità; rifiuta la comunità che esige il sacrificio dei suoi membri senza garantire loro, prima di tutto, il diritto di esistere e di essere felici.

Ed ecco il punto più frainteso. I critici del motto si fermano alla superficie: «se magna» come puro istinto animale, come materialismo volgare, come trionfo della pancia sulla testa. Ma chi ha mai detto che «magna» significhi soltanto ingurgitare cibo? Il pane, nel linguaggio dei popoli, è sempre stato molto più di un alimento: è il simbolo della sicurezza, della dignità, della possibilità di costruire qualcosa. È il diritto a non essere strappati alla propria esistenza quotidiana per morire sotto una palla di cannone o, oggi, sotto un drone. «Se magna» vuol dire, in controluce, benessere civile e morale. Vuol dire poter crescere i propri figli in pace, poter coltivare un orto o una passione, poter invecchiare con la serenità di chi non ha dovuto seppellire i propri cari prima del tempo. Vuol dire avere il tempo e le risorse per dedicarsi a ciò che rende la vita degna di essere vissuta: l’arte, l’amore, l’amicizia, la conoscenza. In una parola: la felicità. È esattamente la promessa che sta al cuore della dichiarazione americana del 1776, con il suo “perseguimento della felicità”, e che riecheggia poi, in altra forma, nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: libertà dalla paura e dal bisogno, dignità, sicurezza dell’esistenza. E allora, non è forse questo il fine per cui vale la pena lottare politicamente? Non è forse più rivoluzionario garantire a tutti il diritto al «se magna» – inteso come vita piena e pacifica – piuttosto che esaltare il sacrificio per un confine o per un colore?

C’è, infine, un germe di universalismo in quel «purché». Non importa quale sia la bandiera che sventola, non importa se il sovrano parli francese, spagnolo, tedesco o un qualsiasi altro idioma: ciò che conta è che vengano le condizioni elementari della vita umana. È la versione popolana del cosmopolitismo illuminista: l’idea che esistono diritti che precedono e superano qualsiasi appartenenza nazionale. Il contadino del Cinquecento non aveva letto Voltaire, ma intendeva perfettamente che sotto un buon governo si può vivere bene, mentre sotto un cattivo governo si muore di fame e di spada, a prescindere dalla lingua in cui sono scritte le leggi. Oggi che assistiamo al ritorno dei nazionalismi più gretti, dei muri, delle identità escludenti, dei fanatismi dei “sacri libri”, riscoprire questo universalismo plebeo ha un sapore quasi profetico. Perché ci ricorda che la misura ultima di ogni comunità politica non è la sua potenza militare, non è la retorica degli eroi e dei martiri, ma è la capacità di assicurare ai propri membri una vita libera dalla paura e dal bisogno. «Purché se magna» è, in fondo, il primo articolo di una carta costituzionale non scritta, ma incisa nel buon senso umano: il diritto a esistere, a vivere in armonia con il mondo e con gli altri, a non vedere i propri sogni calpestati dallo stivale di un’ideologia assassina.

Certo, detto così, davanti a un dibattito sulla difesa della patria o sull’orgoglio nazionale, suona provocatorio, quasi sfrontato. Ma è una sfrontatezza necessaria, che ci invita a non smarrire la gerarchia delle cose. Prima di chiederci sotto quale bandiera vogliamo schierarci, dovremmo chiederci se quella bandiera garantisce il pane, la pace, la dignità. Dovremmo chiederci se vale la pena di morire per essa, o se non sia meglio vivere per essa – e soprattutto per noi, per le nostre famiglie, per il nostro futuro. “Francia o Spagna, purché se magna” non è il motto dei vigliacchi, ma dei sopravvissuti. Non è l’alibi dei senza patria, ma la bussola di chi sa che la patria più vera è quella in cui si può mangiare insieme, in pace, senza bandiere che dividono. E se proprio vogliamo farne una bandiera, facciamone la bandiera dell’umanità concreta, quella che non si innamora degli eroi, ma protegge il diritto semplice e sacrosanto di ogni donna, ogni uomo, ogni bambino a una vita felice. Ché poi, a ben guardare, non c’è niente di più profondamente patriottico.

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