Appena lo pronunci, parte la condanna. “Francia o Spagna, purché se magna” viene regolarmente citato come la prova provata che noi italiani siamo gente senza spina dorsale, pronti a svendere la patria per un piatto di pasta. Un concentrato di qualunquismo, disimpegno civile, pusillanimità bella e buona. Basta vederlo citato nei dibattiti televisivi o nelle omelie dei predicatori d’italianità: “Con questa mentalità non andremo mai da nessuna parte”, “È il simbolo del nostro trasformismo”, “Così si allevano servi, non cittadini”. Persino a scuola, quando un insegnante voleva bacchettarci per la mancanza di ideali, sventolava questo motto come fosse una vergogna nazionale.
Eppure, c’è
qualcosa di profondamente sbagliato in questa condanna senza appello. O, per dirla meglio, c’è una
pigrizia interpretativa che merita di essere smascherata: se grattiamo via la
crosta materialista del detto, troviamo una saggezza antica, raffinata, perfino
radicale. Una saggezza che la tradizione ha non a caso accostato a Francesco
Guicciardini, al quale il motto viene spesso attribuito, pur senza comparire in
questa forma nei suoi scritti. Una saggezza che oggi, in tempi di nuovi
furori patriottici e di tamburi di guerra che tornano a suonare alle porte di
casa, appare più rivoluzionaria che mai.
Conviene
riportare il motto alle sue radici: l’Italia del Cinquecento, ridotta a campo
di battaglia delle grandi potenze: da un lato le armate di Francesco I,
dall’altro quelle di Carlo V. Per i popoli della penisola, la domanda
“Francia o Spagna?” non era una scelta ideale, era uno strazio. Il dominio
straniero portava carestie, saccheggi, violenze, e ai più non restava che
sopravvivere. In questo scenario, quel “purché se magna” non suonava come una
resa vile, ma come un grido di resistenza umana: potete giocarvi le nostre terre
a Risiko, potete sventolare le vostre bandiere, ma noi una sola cosa chiediamo
– di vivere, di mangiare, di salvare le nostre famiglie. Non è
qualunquismo, è una gerarchia dei valori. La dignità dell’esistenza prima del
feticismo degli stendardi. La vita, prima della gloria. È la versione
rustica e popolana di un principio che la filosofia antica aveva già formulato
con ben altra eleganza: Patria est ubicumque est bene (La
patria è ovunque si stia bene). La formula, attribuita a Pacuvio e resa celebre
da Cicerone, esprime l’idea che la vera appartenenza non è
data solo dal sangue o dal suolo, ma dalle condizioni che consentono a un
essere umano di prosperare. Ecco allora che “Francia o Spagna, purché se
magna” non è il rigurgito di un servo, non è un disinvolto tirare a campare, ma
la traduzione terragna e disincantata di un altissimo principio
cosmopolita: la patria è dove si può vivere con dignità, non dove ci
impongono di morire. Perché la terra che ricopre i morti è ovunque la
stessa: ha il medesimo colore, lo stesso odore; non conosce bandiere, non
distingue inni, non si commuove per i fanatismi.
C’è poi un
secondo strato, ancora più importante. Nel motto è implicito un pacifismo
radicale, di quelli che non s’imparano sui libri ma nelle budella svuotate
dalla carestia e dal piombo. Il «se magna» non è solo un’invocazione
alla sopravvivenza materiale: è il rifiuto di farsi ammazzare per un pezzo di
stoffa colorata, per un capriccio dinastico, per una parola altisonante come
“onore nazionale”. Tra il pane e la guerra, sceglie il pane. Tra il
martirio e la vita, sceglie la vita. Non è una scelta eroica, è una scelta
umana. Ed è esattamente la scelta che farebbe qualsiasi persona di buon senso
se solo non fosse ubriacata dalle retoriche dell’estremo sacrificio. A voler
cercare un antecedente nobile e cristianissimo, basterebbe riandare a Francesco
d’Assisi. Il “pace e bene” che la tradizione francescana gli
attribuisce non era un saluto devoto ma un programma politico-spirituale di una
modernità sconcertante. Quando nel 1219, in piena quinta crociata, si recò
a Damietta, in Egitto, per incontrare il sultano al-Malik al-Kamil, lo fece
disarmato, camminando in mezzo agli eserciti. Non andava con le armi; e anche
se il suo gesto restava inscritto nello zelo religioso del suo tempo, esso
spezzava la logica ordinaria della crociata: non la spada contro la spada, ma
la presenza inerme davanti al nemico. Andava a ricordare, con la sola forza
della presenza, che la pace è un bene supremo, più alto della vittoria militare,
più urgente della conquista di Gerusalemme. Anche lì, sulle rive del Nilo, la
domanda silenziosa di Francesco poteva risuonare come quella
del contadino italiano del Cinquecento: perché uccidersi per una bandiera?
Perché sacrificare la vita, che è sacra, a un’idea che si pretende più sacra
della vita stessa? Il suo «pace e bene» era un «purché se magna» tradotto nel
linguaggio dei santi.
Non occorre
scomodare Kant e il suo progetto di pace perpetua, anche se un collegamento con
l’illuminismo non sarebbe fuori luogo. Basta ricordare Erasmo da Rotterdam, che
nel suo Dulce bellum inexpertis (la guerra è dolce per chi non
l’ha provata) smascherava con lucidità l’oscena seduzione della
guerra vista da lontano. E chi l’aveva provata sulla pelle, la guerra, non
poteva che rispondere con un «purché se magna» – cioè con il rifiuto istintivo
di ogni bandiera che pretendeva il suo tributo di sangue. Detto in termini
contemporanei, è questo — per usare con cautela il lessico di Agamben —
un tentativo di sottrarre la “nuda vita” alla macchina che vorrebbe
trasformarla in materia sacrificabile: non perché la pura sopravvivenza sia
il compimento dell’umano, ma perché senza la sua salvaguardia nessuna vita più
ricca, civile e pienamente umana può nemmeno esser pensata. Proprio perché
esposta, fragile, inerme, quella vita sa bene che nessuna bandiera
merita il suo sacrificio, e oppone un «no» viscerale a chi vorrebbe
trasformarla in carne da cannone.
Questo non
significa negare l’esistenza di valori per cui valga la pena battersi.
Significa però riconoscere che nessun ideale – per quanto nobile – può
chiedere ipso facto la vita di uomini, donne e bambini come
prezzo della sua affermazione. Il detto non disprezza la patria; disprezza la
patria che si trasforma in idolo famelico. Non rifiuta la comunità; rifiuta la
comunità che esige il sacrificio dei suoi membri senza garantire loro, prima di
tutto, il diritto di esistere e di essere felici.
Ed ecco il
punto più frainteso. I critici del motto si fermano alla superficie:
«se magna» come puro istinto animale, come materialismo volgare, come trionfo
della pancia sulla testa. Ma chi ha mai detto che «magna» significhi
soltanto ingurgitare cibo? Il pane, nel linguaggio dei popoli, è sempre stato
molto più di un alimento: è il simbolo della sicurezza, della dignità, della
possibilità di costruire qualcosa. È il diritto a non essere strappati alla
propria esistenza quotidiana per morire sotto una palla di cannone o, oggi,
sotto un drone. «Se magna» vuol dire, in controluce, benessere civile e
morale. Vuol dire poter crescere i propri figli in pace, poter coltivare un
orto o una passione, poter invecchiare con la serenità di chi non ha dovuto
seppellire i propri cari prima del tempo. Vuol dire avere il tempo e le risorse
per dedicarsi a ciò che rende la vita degna di essere vissuta: l’arte, l’amore,
l’amicizia, la conoscenza. In una parola: la felicità. È esattamente la
promessa che sta al cuore della dichiarazione americana del 1776, con il
suo “perseguimento della felicità”, e che riecheggia poi, in altra forma, nella
Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: libertà dalla paura e dal
bisogno, dignità, sicurezza dell’esistenza. E allora, non è forse questo
il fine per cui vale la pena lottare politicamente? Non è forse più rivoluzionario
garantire a tutti il diritto al «se magna» – inteso come vita piena e pacifica
– piuttosto che esaltare il sacrificio per un confine o per un colore?
C’è, infine,
un germe di universalismo in quel «purché». Non importa quale sia la bandiera che
sventola, non importa se il sovrano parli francese, spagnolo, tedesco o un
qualsiasi altro idioma: ciò che conta è che vengano le condizioni
elementari della vita umana. È la versione popolana del
cosmopolitismo illuminista: l’idea che esistono diritti che precedono e
superano qualsiasi appartenenza nazionale. Il contadino del Cinquecento non
aveva letto Voltaire, ma intendeva perfettamente che sotto un buon governo si
può vivere bene, mentre sotto un cattivo governo si muore di fame e di spada, a
prescindere dalla lingua in cui sono scritte le leggi. Oggi che assistiamo al
ritorno dei nazionalismi più gretti, dei muri, delle identità escludenti, dei
fanatismi dei “sacri libri”, riscoprire questo universalismo plebeo ha un
sapore quasi profetico. Perché ci ricorda che la misura ultima di ogni
comunità politica non è la sua potenza militare, non è la retorica degli eroi e
dei martiri, ma è la capacità di assicurare ai propri membri una vita libera
dalla paura e dal bisogno. «Purché se magna» è, in fondo, il primo articolo
di una carta costituzionale non scritta, ma incisa nel buon senso umano: il
diritto a esistere, a vivere in armonia con il mondo e con gli altri, a non
vedere i propri sogni calpestati dallo stivale di un’ideologia assassina.
Certo, detto
così, davanti a un dibattito sulla difesa della patria o sull’orgoglio
nazionale, suona provocatorio, quasi sfrontato. Ma è una sfrontatezza
necessaria, che ci invita a non smarrire la gerarchia delle cose. Prima di
chiederci sotto quale bandiera vogliamo schierarci, dovremmo chiederci se
quella bandiera garantisce il pane, la pace, la dignità. Dovremmo chiederci se
vale la pena di morire per essa, o se non sia meglio vivere per essa – e
soprattutto per noi, per le nostre famiglie, per il nostro futuro. “Francia
o Spagna, purché se magna” non è il motto dei vigliacchi, ma dei sopravvissuti.
Non è l’alibi dei senza patria, ma la bussola di chi sa che la patria più vera
è quella in cui si può mangiare insieme, in pace, senza bandiere che dividono.
E se proprio vogliamo farne una bandiera, facciamone la bandiera dell’umanità
concreta, quella che non si innamora degli eroi, ma protegge il diritto
semplice e sacrosanto di ogni donna, ogni uomo, ogni bambino a una vita felice.
Ché poi, a ben guardare, non c’è niente di più profondamente patriottico.
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