venerdì 31 luglio 2026

“Bruci la terra? Ti taglio la mano”. Ecco cosa dovevano aspettarsi i piromani secondo la “Carta de logu” di Eleonora D’Arborea - Michela Girardi

  

L’aspetto sorprendente della Carta de Logu non sta solo nella durezza delle pene, ma nella visione di fondo: chi brucia la terra, brucia il futuro di una comunità. Non è solo un atto criminale, ma un tradimento sociale.

 

La Sardegna brucia. Ancora una volta. Nella giornata di ieri, devastanti incendi hanno colpito duramente diverse zone dell’isola, tra cui la splendida località di Punta Molentis, una perla del Sud Est sardo divorata dalle fiamme in poche ore. Le immagini dei roghi e dei soccorsi fanno il giro dei social, suscitando rabbia, dolore e sconcerto.

E in tanti, tra commenti e condivisioni, tornano a evocare un’antica memoria giuridica: la Carta de Logu. Promulgata da Eleonora d’Arborea alla fine del XIV secolo, la Carta de Logu fu uno degli statuti più avanzati del suo tempo, adottato dal Giudicato d’Arborea e rimasto in vigore fino al 1827, con l’avvento del Codice di Carlo Felice.

Non era solo un codice civile e penale, ma anche un vero e proprio regolamento rurale, perfettamente calato nella realtà del territorio e delle sue risorse. E proprio per questo, aveva un occhio severo – e incredibilmente lucido – nei confronti dei piromani. Oggi, chi appicca un incendio in un bosco rischia, secondo l’articolo 423-bis del Codice Penale, la reclusione da quattro a dieci anni. Una pena significativa, certo, ma che spesso si scontra con la difficoltà di individuare i responsabili e con una giustizia lenta.

Nel Medioevo sardo, però, le cose erano ben diverse. La Carta de Logu era chiarissima: gli incendi dolosi erano puniti con la mutilazione. In particolare, l’articolo 47 recitava: “Chiunque metta fuoco dolosamente a campi seminati, a messi o a vigne, o a orti, e sia colto in flagrante, paghi una multa di cinquanta lire e il danno causato; e se non può pagare, gli sia tagliata la mano destra. E i giurati siano tenuti a trovare e a consegnare il colpevole affinché subisca questa pena, come indicato nel secondo capitolo.”

Le norme erano precise: “le stoppie non debbono essere bruciate”, dice Eleonora, “prima del giorno di Santa Maria chi est a die octo de capudanni”, ovvero l’8 settembre. Se si dà fuoco involontariamente si pagano i danni e dieci lire di multa se accade nei tempi in cui è lecito “poner fogu”, venticinque lire nelle altre stagioni; se l’incendio è doloso e riguarda terreni coltivati, la multa sale a cinquanta lire e in via sussidiaria è previsto il taglio della mano destra.

L’incendio doloso di abitazioni è punito col rogo. In tutti i casi è previsto il risarcimento del danno. Per difendersi da queste terribili ondate di fuoco che potevano propagarsi rapidamente sui seminati, numerose ville elevavano delle barriere protettive dinanzi alle “habitations”, cioè ai terreni lavorativi appartenenti alla comunità, in modo tale da arrestare l’avanzata della fiamma.

Eleonora ordina che per il giorno di Sanctu Perdu de Lampadas, 29 giugno, la barriera, detta “sa doha”, debba essere pronta, e se non è pronta paghino tutti gli abitanti 10 soldi per ciascuno, e se la barriera non è preparata a dovere e può essere valicata dal fuoco, paghi il villaggio la medesima somma, mentre il curatore che doveva disporre perché tutto fosse in ordine è punito con una multa di dieci lire da versare alla corte; se egli aveva dato un ordine che non è stato eseguito, paghino collettivamente tale somma il majore e i suoi iurathos.

L’aspetto sorprendente della Carta de Logu non sta solo nella durezza delle pene, ma nella visione di fondo: chi brucia la terra, brucia il futuro di una comunità. Non è solo un atto criminale, ma un tradimento sociale.

Oggi, con tecnologie avanzate, leggi moderne e sistemi di prevenzione sempre più raffinati, ci troviamo ancora ad affrontare gli stessi incubi: foreste incenerite, animali uccisi, famiglie evacuate, territori devastati. E forse è proprio in questo che la Carta de Logu ci dà una lezione: la lotta agli incendi non è solo una questione giudiziaria, ma un patto di responsabilità tra cittadini, istituzioni e territorio. Perché la Sardegna non può continuare a essere preda di mani criminali che, nell’ombra, appiccano il fuoco ai suoi luoghi più preziosi.

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mercoledì 29 luglio 2026

Antispecismo è sostenibilità: con Veghu il formaggio sardo è (anche) vegetale - Sara Brughitta

Alla base dei formaggi di Veghu non c’è il latte animale, ma mandorle, anacardi e soia. Si tratta infatti del primo centro di riferimento in Sardegna per la ricerca, formazione, produzione e vendita di formaggi 100% vegetali, ma non solo. Veghu è anche una comunità inclusiva e intersezionale, che guarda al futuro dell’Isola, nell’Isola.

 

Veghu è un microcosmo che per essere raccontato, ha bisogno di uno sguardo (e di una consapevolezza) di insieme. Sono molti gli studi che dimostrano infatti l’effetto devastante degli allevamenti intensivi e, nello specifico, anche quello dell’industria casearia è un settore noto per essere altrettanto impattante a livello ambientale. Emissione elevate di CO2, ricorso a sostanze chimiche e poi c’è la questione del packaging, principalmente con materiale plastico. Infine non va dimenticato il danno causato dalle acque reflue, le acque di scarico.

La Sardegna, con una delle densità ovine più elevate al mondo, ha una lunga tradizione nell’allevamento, parte integrante del patrimonio culturale ed economico isolano. Il tessuto del territorio sardo è composto principalmente da aziende medio-piccole, spesso a conduzione familiare, ma anche qua la crescente consapevolezza riguardo l’impatto ambientale dell’industria casearia e degli allevamenti solleva interrogativi sulla sostenibilità delle pratiche attuali.

In questo contesto è più che mai necessario esplorare strade ecosostenibili che possano ridurre gli impatti, passando anche per la promozione di un’alimentazione più responsabile. Un’opzione meno impattante, ad esempio, può essere offerta dalle alternative vegetali. Marcello Contu, fondatore di Veghu, centro di riferimento per la ricerca, la formazione, la produzione e la vendita di formaggi 100% vegetali, racconta come soluzioni etiche e sostenibili siano possibili e necessarie.

Da quale esigenza nasce il progetto?

La mia attività è nata per soddisfare la mia voglia di mangiare formaggio dopo essere diventato vegano: i formaggi rappresentavano l’ultimo ostacolo da superare. Nel mercato però ho trovato poche alternative, sia dal punto di vista nutrizionale che da quello del sapore. Per questo motivo ho sentito l’esigenza di autoprodurmi del formaggio che fosse in linea con le mie preferenze e necessità.

Il mio è innanzitutto un progetto antispecista, il che implica anche un forte impegno verso l’ecosostenibilità, tema fondamentale per me. In Sardegna parlare di antispecismo può essere a tratti rischioso in alcuni ambienti, ma credo comunque sia importante affrontare queste tematiche quotidianamente. Voglio far comprendere alle persone che l’allevamento intensivo ha un impatto enorme sull’ambiente e in aggiunta quella tipologia di carne non offre alcun beneficio nutrizionale.

Nel Barigadu qual è stata la risposta a un progetto antispecista di formaggi vegetali?

L’accoglienza che ho ricevuto a Bidonì e Sorradile è stata straordinaria sin dal primo giorno. Questi paesi, che affrontano il fenomeno dello spopolamento e sono ritenuti fra i più poveri della Sardegna, sono riusciti a formare una comunità solida. Le statistiche prevedono che tra vent’anni luoghi come il nostro non esisteranno più, ma noi vogliamo sfidarle. La mia azienda, come ogni piccola e media impresa, contribuisce allo sviluppo della comunità attraverso un’economia circolare.

In Europa ci sono poche aziende che producono formaggi vegani, in Sardegna siamo gli unici

Nonostante le proiezioni preoccupanti stiamo lavorando con passione e coerenza, sperimentando il sostegno della comunità. Vogliamo raccontare la nostra storia attraverso i prodotti che offriamo, utilizzando materie prime che rappresentano il nostro territorio. Inoltre stiamo emergendo anche come punto di attrazione turistica: le persone che partecipano ai nostri corsi di formazione scoprono un’area della Sardegna che altrimenti rimarrebbe sconosciuta, un territorio spesso trascurato anche dagli stessi sardi.

Come si svolge la formazione e perché c’è la necessità di avviare dei corsi?

Abbiamo diverse modalità di formazione, una di queste è la nostra academy, che aprirà a inizio 2025; attualmente ci stiamo concentrando sulla formazione in presenza. Avviene in due modi: organizziamo workshop aperti a gruppi di 15 persone, della durata di 3 o 4 ore, condotti sia da noi che da formatori esterni. L’altra modalità è la formazione privata, che è professionalizzante.

Il nostro pubblico è variegato: riceviamo partecipanti che risiedono in Sardegna ma anche provenienti dall’estero. Questo è dovuto al fatto che in Europa ci sono poche aziende che producono formaggi vegani, in Sardegna siamo gli unici. Fin dall’inizio, ci siamo configurati come un centro di riferimento, non solo per la produzione di formaggi ma anche per la ricerca, lo sviluppo e la trasformazione. La nostra sfida principale è stata quella di posizionarci come il primo centro di riferimento in Europa dedicato all’emergente mondo dei formaggi vegetali.


E invece dal punto di vista delle politiche regionali? Avete avuto accesso a qualche bando? 

Vengo da esperienze diverse e ho accumulato una certa conoscenza su ciò che mi circonda. Ricordo bene il 2020, quando avevo solo 35 euro sul conto e la necessità di cercare bandi si faceva sempre più forte. Ho dovuto gestire la mia azienda da solo all’inizio. Nel tempo ho creato una rete di contatti con cui scambio informazioni sui bandi, incontrando altre piccole aziende e imparando di più sulle possibilità che ci sono.

Tuttavia c’è un problema fondamentale: molti di questi bandi richiedono un anticipo di capitale, un ostacolo significativo per le startup. Ci dovrebbe essere maggiore attenzione verso bandi specifici per le aziende, che non richiedano nemmeno un euro di anticipo. Un finanziamento a fondo perduto di 10.000 euro per una startup nei suoi primi passi sarebbe un aiuto enorme, ma spesso ci troviamo davanti a finanziamenti più complessi, che sembrano mascherati dietro promesse di collaborazione e rete.

Cosa significa per un’azienda fare rete?

Spesso rifletto su quanto sia inflazionata l’idea di fare rete al giorno d’oggi. A mio avviso, la rete che resiste nel tempo è quella costruita su relazioni genuine, basate sulla prossimità, sul supporto, sulla collaborazione e sulla cooperazione. Noi stiamo costruendo questa rete da tre anni, nel nostro territorio è fondamentale. Non si tratta solo di partecipare a eventi con l’obiettivo di “fare rete”, ma di costruirla davvero, ogni giorno.

Le persone che partecipano alle nostre attività non solo si fermano da noi, ma soggiornano anche nelle strutture ricettive gestite da amici e amiche del luogo. Hanno l’opportunità di mangiare nei ristoranti locali e acquistare prodotti di aziende del territorio attraverso la nostra rivendita, creando così opportunità di conoscenza e scambio. Per me fare rete è questo.

La vostra realtà, Veghu, è anche “attivista” su varie questioni sarde.

Io mi dedico a un attivismo che considero esemplificativo, anche perché ho sperimentato diverse forme di attivismo nella mia vita. Attualmente, ciò che mi dà maggiore soddisfazione e benessere è offrire alternative pensate per le persone, evitando la frustrazione e l’angoscia. La nostra proposta non si rivolge solo a vegani, ma anche a onnivori e intolleranti, creando un ambiente inclusivo dove chiunque può assaporare i nostri prodotti e apprenderne il valore.

Non cerchiamo conflitti, piuttosto vogliamo aprire a nuove visioni e prospettive, essenziali per una terra come la Sardegna che ha tanto bisogno di rinnovamento. Noi siamo un’Isola, le cosiddette boccate d’aria arrivano soprattutto durante la stagione turistica ed è tutto strettamente legato all’introito. In questo scenario, spesso la tradizione poi viene utilizzata come qualcosa di performativo, da vendere. Essa però per me non può essere ridotta a un folklore o a una carnevalata, deve essere un elemento vivo che si evolve, altrimenti rischiamo di stagnare. Noi nasciamo anche come evoluzione della tradizione.

In conclusione, quali sono le prossime sfide per Veghu?

Stiamo preparando l’apertura della nostra Academy online per l’inizio del 2025, sarà la prima accademia al mondo dedicata esclusivamente ai formaggi vegetali. A differenza dei corsi online esistenti, spesso parte di percorsi formativi più ampi, la nostra Academy offrirà corsi professionalizzanti strutturati con moduli e test finali. Avrà un corso base obbligatorio e rappresenterà una vera innovazione nel settore. La nostra sfida principale per il 2025 è partire con il primo corso a gennaio. Ci permetterà di eliminare le barriere, consentendo a persone da tutto il mondo di accedere alla formazione, invece di dover viaggiare per due giorni come già fanno alcuni studenti dalla Svizzera e dalla Croazia.

In Sardegna mi trovo immerso in un tessuto vibrante di startup, collettivi informali e progetti affascinanti. Ogni mese scopro una nuova realtà che riesce a catturare la mia attenzione e non posso fare a meno di chiedermi dove sia stata nascosta fino a quel momento. È sorprendente pensare che a pochi chilometri di distanza, potrebbe esserci un progetto in grado di collaborare con noi, condividere la nostra visione e i nostri valori, eppure non lo conosciamo.

Quello che mi colpisce è che spesso queste iniziative non comunicano tra di loro. È un peccato, ci sono così tante realtà diverse e interessanti che coprono ogni settore: dall’illustrazione all’arte contemporanea, dalla cosmesi e oltre. Il mio desiderio è di creare una rete, conoscerci e comunicare, affinché possiamo tutti e tutte trarre beneficio da questo fertile ecosistema creativo.

https://www.italiachecambia.org/2024/10/formaggi-vegetali-vegani-veghu/

martedì 28 luglio 2026

Energy drink, boom in Italia tra bambini e adolescenti: “Contengono mix di sostanze non sicure per chi è in pieno sviluppo” - Alex Corlazzoli

Un report del Gruppo di Studio Adolescenza della Società Italiana di Pediatria, condotto su 430 ragazzi tra i 9 e i 17 anni, evidenzia che quattro adolescenti su dieci hanno iniziato a consumare queste bevande prima dei dodici anni, e in alcuni casi addirittura prima dei nove

 

Troppi adolescenti e bambini consumano energy drink. Le lattine – tutte colorate al gusto di pesca, limone, ananas, pompelmo e molti altri gusti – che troviamo sugli scaffali dei supermercati o nei negozi di vicinato, sono sempre più gettonate dai giovani. Quasi quattro adolescenti su dieci hanno iniziato a consumare energy drink prima dei dodici anni, e in alcuni casi addirittura prima dei nove. È il dato che emerge da un report del Gruppo di Studio Adolescenza della Società Italiana di Pediatria, condotto su 430 ragazzi tra i 9 e i 17 anni.

Una questione che non può essere sottovalutata perché “quando parliamo di energy drink parliamo di un concentrato di stimolanti. Non agisce – spiega Rino Agostiniani, presidente della Società italiana di pediatria (Sip) – solo la caffeina, ma un insieme di sostanze (taurina, guaranà, L- carnitina etc) che possono avere un effetto sinergico. Nei bambini e negli adolescenti questi ‘mix’ non sono adeguatamente studiati. Ecco perché andrebbero evitate nei minori di 18 anni e sotto i 12 anni: non esiste una dose sicura perché il cervello e il sistema cardiovascolare sono ancora in pieno sviluppo e l’organismo è più vulnerabile agli effetti della caffeina e degli altri stimolanti”.

A catturare i ragazzi sarebbe proprio la pubblicità: basti pensare alla nota Red Bull sbarcata in Italia puntando su sponsorizzazioni di eventi e pubblicità attraverso i canali più disparati, destinati ad un pubblico giovane ed ai loro interessi, come sport, musica, vita notturna.

Altro punto dolente è la facilità d’acquisto. A differenza di altri Paesi europei, in Italia non esiste oggi alcun limite di età per l’acquisto degli energy drink, liberamente disponibili nei supermercati e promossi anche attraverso lo sport, i social media e la pubblicità. Proprio nei giorni scorsi, invece, il Governo britannico ha confermato che da aprile 2027 in Inghilterra sarà vietata agli under 16 la vendita delle bevande energetiche ad alto contenuto di caffeina, quelle con oltre 150 milligrammi per litro. Il divieto riguarderà tutti i canali di vendita: negozi, bar e ristoranti, distributori automatici e piattaforme online.

In Italia l’energy drink spopola: secondo i dati della Sip il consumo frequente riguarda circa il 10% del campione, il 65% degli intervistati ha dichiarato di aver assunto almeno una volta bevande energetiche. Ma il dato più preoccupante è la precocità dell’esposizione: il 39,2% ha iniziato prima dei 12 anni e il 49% tra i 12 e 14. I possibili danni li racconta Elena Bozzola, del gruppo di Studio Adolescenza: “Le evidenze scientifiche indicano che i possibili rischi riguardano il sistema cardiovascolare e quello neurologico. In particolare vi è il rischio di un aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca; nei soggetti predisposti sono stati descritti disturbi del ritmo cardiaco, che possono essere pericolosi in quei soggetti in cui non si è ancora giunti alla diagnosi di una patologia cardiaca. A questo si aggiungono disturbi del sonno, irritabilità, ansia e interferenze con i meccanismi di maturazione cerebrale, in una fase in cui il sistema nervoso è ancora in evoluzione”.

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lunedì 27 luglio 2026

24 luglio: la giornata delle risorse naturali esaurite (ma per l’Italia è stata il 3 maggio…)

 

Il 24 luglio, è l’Overshoot Day del pianeta. In parole povere: i nostri consumi hanno superato ciò che il pianeta è in grado di fornire per tutto l’anno in corso. Dal 25 luglio in poi stiamo (sempre noi!) consumando con largo anticipo (più di cinque mesi) quello che la Terra mette a disposizione della vita delle specie: dalle coltivazioni alla fauna, dalle foreste all’energia.

Il calcolo con cui viene effettuata questa misurazione si ottiene con una semplice formula: la biocapacità della Terra diviso l’impronta ecologica, il tutto diviso i 365 giorni dell’anno. I due termini della divisione non fanno parte del linguaggio comune per cui spendiamo qualche parola di spiegazione perché si tratta di termini spesso ricorrenti nelle ricerche scientifiche sull’ambiente.

La biocapacità è la capacità totale del pianeta di ricostruire le risorse naturali – acque, legnami, prodotti agricoli e cibo in generale. A questo totale – costituito da una marea di dati – va sottratto il quantitativo di rifiuti prodotto dalla attività umana, comprese le emissioni di CO2 dato che questi fattori diminuiscono la capacità rigenerativa totale.

L’impronta ecologica indica il consumo di quelle risorse da parte dell’umanità. Moltiplicando per i giorni dell’anno sapremo in quale data il consumo supera la rigenerazione. Questo dato riguarda, però, la media del pianeta ma la data dell’overshoot varia da paese a paese e commenteremo nel seguito alcune di queste differenze. Per ora ci interessa capire se la ricerca effettuata ci può fornire un indicatore del rapporto tra la crisi delle risorse, il modo di produzione capitalistico e le conseguenze sull’ambiente: questi sono i fatti per noi rilevanti.

La prima cosa che rileviamo è che gli appelli ad un consumo consapevole si rivolgono sempre ad un indefinito “noi” in quanto singoli consumatori e mai al sistema produttivo – quell’innominabile capitalismo – che governa la vita del pianeta e che non è in mano a singoli individui ma è proprietà di una classe sociale – altro termine innominabile – che sperpera in consumi di lusso, che distrugge merci per mantenere alti i prezzi ed i profitti, che organizza guerre dove, sempre di più, il consumo di risorse e la distruzione dell’ambiente raggiungono livelli parossistici. E’ essenzialmente per questo che dal 25 luglio in poi le specie del pianeta vivranno a credito ecologico ipotecando pericolosamente ogni tipo di risorsa che la natura mette a disposizione.

Altra osservazione che ci suggerisce dovute considerazioni è il fatto che i dati di quel consumo – di cui non vi sommergeremo – variano da paese a paese. L’Italia, per esempio, si dà sempre un gran bel da fare e la sua data fatale è caduta il 3 maggioin soli 122 giorni il paese ha consumato ciò che la natura è capace di metterle da parte per tutto l’anno! L’Italia è in linea con la media europea ma alcuni paesi fanno molto peggio: il Qatar batte tutti e in 35 giorni brucia tutto. Seguono Lussemburgo, Singapore, Kuwait, Mongolia (?), Canada, Emirati, Bahrain, Usa, Australia, Danimarca, insomma tutti i paesi con un modello economico di “avanzato” capitalismo. I paesi virtuosi giungono, invece, vicino al mese di novembre come Tunisia, Nicaragua, Ecuador, Cambogia, Honduras. Ai campisti potrà interessare che il giorno di “soglia” è il 28 marzo per la Russia mentre in Cina sono più virtuosi e si fermano al 27 maggio. La data fatidica del 24 luglio rappresenta, quindi, una media di consumi medi dei paesi oggetto dello studio di Global Footprint Network, e non ci consente – dobbiamo riconoscere che sarebbe difficilissimo – di misurare il contributo delle diverse classi sociali alla distruzione delle risorse planetarie, la quale comunque non può essere fatta risalire a modelli di consumo individuale.

Altra considerazione ci viene dai grafici che mostrano dal 1972 al 2026 un incremento pressocché lineare del debito – o credito – ecologico. Assumendo come punto di partenza – o di parità tra consumi e riproduzione naturale – il mese di dicembre del 1972, si vede che di anno in anno il mese in cui si va a debito (media mondiale) arriva gradualmente e inesorabilmente all’agosto del 2026. L’andamento di questo dato coincide strettamente con tutte le osservazioni metereologiche sul riscaldamento ambientale, sulla crisi climatica generale, sul sovra-consumo dei combustibili fossili, sulla sovrapproduzione di CO2.

Un’ulteriore verifica della nostra tesi ci viene dai dati del periodo del Covid. In quei giorni le rilevazioni dell’Overshoot Day portarono i dati in avanti di ben tre settimane e non si può fare a meno di considerare che questa anomalia sia stata frutto dell’abbattimento della produzione di merci, del calo dei consumi dei combustibili fossili, del calo brusco del traffico automobilistico. E non basta! Alcuni Paesi non compaiono nelle statistiche di questa ricerca perché non raggiungono mai il punto di sovrasfruttamento delle risorse naturali nell’arco dell’anno. E’ il caso di diversi Stati africani come l’Angola e l’Eritrea, o asiatici come il Pakistan e il Nepal. Questo accade perchè l’impronta ecologica media di quei Paesi è inferiore alla biocapacità globale disponibile e anche in questi casi il modello di “sviluppo” capitalistico e di consumo è dissimile da quello dei cosiddetti paesi occidentali tipici.

La stretta correlazione tra gli andamenti di questi fenomeni mostra che essi non sono separatiindipendenti, tutt’altro! Gli studi e le rilevazioni dell’Overshoot Day partono dai primi anni ’70 mentre il dibattito scientifico – con le conseguenti ricerche – ha individuato la questione ecologica ben prima datandone l’inizio agli anni della ricostruzione postbellica che segnò un balzo in avanti di tutti i fattori della crisi climatica. Gli scienziati più avanzati hanno subito individuato la natura della variazione degli elementi climatici nelle attività dell’uomo spingendosi fino al punto di indicare l’attuale fase come un’epoca geologica del tutto nuova: l’era dell’Anthropocene. Noi, incontentabili critici puntigliosi, indichiamo la fase climatica in maniera più specifica sostenendo che essa è generata direttamente dal modo di produzione capitalistico essendo confortati dalle ripetute osservazioni della stretta correlazione tra le due accelerazioni: quella del mdp e quella del cambiamento climatico. Gli studi sull’Overshoot Day sono un’altra prova di questa correlazione e della sua negativa evoluzione.

Questa giornata sull’esaurimento delle risorse fa il paio con un’altra ricorrenza: quella contro lo spreco alimentare, ma anche qui la prima cosa che notiamo è l’omissione nell’indicare le vere cause e i conseguenti rimedi ricorrendo ad un modo di porre anche questo problema come dipendente dalle abitudini individuali. Siamo solo noi, quelli che buttano cibo nella spazzatura (a proposito, molto di quello in produzione è veramente da buttare!) i responsabili dello spreco alimentare? Per Waste Watcher Observatory il problema è nel: “… comportamento del consumatore [che genera] impatti economici, ambientali e sociali [adottando] diverse diete e diversi stili di vita”. Sarebbe interessante, a questo punto, sottoporre il questionario – perno di questa ricerca – ai palestinesi di Gaza ed agli altri 730 milioni di persone che nel mondo soffrono la fame; non è una provocazione! Con gli scarti dei supermercati davanti agli occhi non possiamo fare a meno di commentare che l’obiettivo “… di generare conoscenze utili ad indirizzare scelte individuali e politiche pubbliche relative all’uso sostenibile delle risorse naturali, alla riduzione e prevenzione dello spreco alimentare e alla promozione di diete sane” è davvero come prosciugare il mare col cucchiaino della buona volontà di qualche persona, mal che vada, con le consuete raccomandazioni di qualche spot ministeriale.

Lo sforzo compiuto dall’Osservatorio è senz’altro generoso. Partito nel 2013 (invece le rilevazioni dell’Overshoot partono dal ’’70) come fatto circoscritto a livello italiano, si è gradualmente esteso coinvolgendo altri paesi, ma non è mai uscito dall’ambito di un approccio fondato su modello della microeconomia marginalista. Interessanti i dati che mostrano il divario tra zone “ricche” e zone “povere” del paese e tra generazioni. Ma anche con questi presupposti di ricerca non vediamo nel report la dichiarazione di un minimo legame tra condizioni di vita (lavoro, reddito, salute,…) e abitudini alimentari. E’ solo modello culturale quello di imbottire i bambini di cibo spazzatura? A nessuno dei ricercatori è venuto in mente che la causa prevalente potrebbe essere il minor costo del cibo industriale, il tempo di lavoro che non consente più di praticare il modello di cucina casalinga? Eppure, secondo noi, anche nell’alimentazione si ripropone il ruolo del modo di produzione che condiziona il modo di vita e che regola anche il bisogno essenziale, l’alimento, allo stesso modo di una merce che non deve soddisfare i bisogni dell’organismo umano – e meno che mai si rivolge alla sua salute – ma deve realizzare profitto.

Qualche studioso sostiene perfino che le attuali modalità alimentari abbiano influenza sulla fertilità delle coppie. Non abbiamo la possibilità di verificare se questa ipotesi prevalga su quelle più strettamente socioeconomiche – quali, ad esempio, quelle legate al reddito familiare in costante diminuzione – ma certamente fenomeni quali l’obesità infantile non sono slegati dal reddito, dalle condizioni di lavoro, dalla produzione di cibo “spazzatura”. E’ davvero sorprendente, però, che studiosi di rango e ricercatori preparati ignorino che tutte le società sono divise in classi, e questo già da molti millenni e con effetti notevoli e spesso dirompenti, tra cui qualche rivoluzione.

Tornando sullo spreco generale dei consumi umani, abbiamo solo accennato a quello di portata collettiva che avviene ad opera dei supermercati, come del mondo della ristorazione, che potrebbe avere un suo seppur labile fondamento. Non vogliamo ripetere quello che più volte abbiamo affermato, ma come non considerare la distruzione che avviene soprattutto in agricoltura (e negli allevamenti di animali a terra e in mare? Non troverete alcun dato che parli di queste stragi, ma non c’è inchiesta giornalistica o osservazione personale che non ci dica che si distrugge anzitutto per mantenere alti i prezzi, poi per regolare l’eccesso di produzione, poi per portare ai mercati merce “bella”, frutta, ortaggi e verdura di buon calibro, poi per l’abbandono del prodotto perché il costo della raccolta non è coperto dall’utile alla vendita. Dunque sostenere – come si legge tra le pagine del report di Sprecozero – che lo spreco alimentare è più diffuso tra i ceti popolari e al sud perché il “senso di insicurezza, di incertezza psicologica, spinge” costoro – i poveri – a comprare più del necessario per timore di restarne senza, è veramente un ossimoro, una contraddizione in termini, ma è soprattutto insultante.

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domenica 26 luglio 2026

Nuoro: studente di 18 anni, vittima di omicidio sul lavoro. Non è stata una fatalità


Fabrizio Pittalis (foto da pagina Facebook di Potere al popoplo! - Cagliari)
Oggi, 24 luglio, Fabrizio Pittalis, uno studente di soli 18 anni, è stato vittima di un omicidio sul lavoro. Abbiamo normalizzato così tanto lo sfruttamento da trovare normale che un ragazzo, che doveva ancora sostenere l’esame di maturità, venisse impiegato da un’azienda di stoccaggio e gestione dei rifiuti a Oniferi, in provincia di Nuoro.
Secondo le prime ricostruzioni, Fabrizio è stato colpito alla testa dalla benna di un muletto guidato da un collega. Un collega che è a sua volta vittima di questa assurda normalizzazione: lo storico disprezzo per la vita di operai e operaie che caratterizza la classe padronale al vertice delle aziende, davanti al quale lo Stato non pone alcun argine.
Ecco, se la notizia della morte di Fabrizio l’avessimo data noi, l’avremmo scritta così. In maniera molto più aderente alla realtà. Ma sui mezzi di comunicazione assistiamo alla solita normalizzazione: è tutto un fiorire di “tragedie” e “incidenti”, quando non addirittura di fatalità.
In poche testate si chiedono la cosa più importante: cosa ci faceva uno studente che non ha ancora finito la scuola alle 6:30 del mattino in un impianto industriale di quel tipo? Fabrizio studiava all’Istituto Don Deodato Meloni di Oristano, che elenca tra i propri indirizzi quello agrario e quello alberghiero, insieme a odontotecnica e moda. Ma il mondo del lavoro oggi è questo, un ricatto quotidiano: prendi quello che c’è, magari solo perché ti aiuta a coltivare le tue passioni, come quella grande di Fabrizio per i cavalli.
Nel 2025 sono state 27 le persone che, in Sardegna, sono uscite di casa per andare a guadagnarsi lo stipendio e che a casa non sono mai tornate. Ormai è normale accettare che il profitto valga più della sicurezza, che le nostre vite vengano sacrificate sull’altare del mercato e che la nostra incolumità sia considerata solo una spesa da tagliare.
Come dice il nostro portavoce Giuliano Granato nel commentare la morte di Fabrizio: “In un Paese che ha introdotto l’omicidio nautico è indicativo che non esista ancora il reato di omicidio sul lavoro né una procura ad hoc.” Infatti, se almeno allo Stato e ai governi, quello attuale e quelli che lo hanno preceduto, fosse interessato qualcosa delle vite di chi lavorando manda avanti questo Paese, avrebbero già istituito questo reato.
Avrebbero dato più poteri e strumenti sia agli ispettorati del lavoro sia alla figura di RLS, che rappresenta lavoratori e lavoratrici nei luoghi di lavoro proprio in materia di sicurezza. Avrebbero inoltre cancellato tutti i contratti precari che ci costringono ad abbassare la testa e ad accettare qualunque condizione.
In questo momento a noi rimane solo da esprimere vicinanza alla famiglia di Fabrizio. Ma da subito, e come abbiamo fatto finora, continueremo a lottare e dare battaglia contro questa normalizzazione, perché le vite di lavoratori e lavoratrici contino e siano rispettate.

Per la memoria di Fabrizio, perché nessuno e nessuna si trovi mai più nella terribile posizione del suo collega, per la nostra vita e per la nostra dignità.

Potere al Popolo! – Cagliari