mercoledì 1 luglio 2026

Terra e cielo devastati. E noi in mezzo - Guido Viale

Il clima è praticamente scomparso dalle agende dei governi, dei media, delle istituzioni internazionali e, in gran parte, anche delle nostre comunità di lotta. Lo hanno soffocato le guerre in corso che, insieme alla produzione di armi – che ormai, con l’uso doppio (il dual use, l’insieme di software e tecnologie nate per scopi civili anche in ambito militare), coinvolge l’intero sistema produttivo del pianeta – sono il fattore che contribuisce di più ad alimentare la catastrofe climatica che stiamo vivendo. La guerra è devastazione della Terra, del cielo e di chi ci vive sopra e sotto. Guerra e salvaguardia del clima sono incompatibili. Scegliere – sostenere in qualsiasi forma – la prima significa condannare l’altra. E viceversa. Per questo l’alternativa alla guerra non è la pace, l’assenza di guerre, ma la lotta per la salvaguardia del pianeta. D’altronde il clima, anche se ne rappresenta il fattore più urgente, non è che una metafora di un processo più generale di degrado che accomuna in un unico destino le condizioni materiali del nostro pianeta e la convivenza tra gli umani messa in forse dalle diseguaglianze e dalla violenza diffusa che la stanno minando alla radice.

Era – e rimane – questo il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco che Leone XIV non ha saputo o voluto approfondire o sviluppare nell’enciclica Magnifica Humanitas (leggi anche Per una pace con la terra disarmata e disarmante): la consonanza tra il “grido della Terra” offesa dalle forme assunte dallo sviluppo economico e tecnologico del nostro tempo e la crescente insostenibilità delle condizioni degli umili, degli sfruttati e degli oppressi. Una consonanza che sgorga dalla interdipendenza, diretta o indiretta, tra tutto ciò che è vita e tra gli esseri umani e la Terra, “il creato”. In essa Francesco aveva individuato la regola di una reciprocità – ripagare la Terra per ciò che essa ci dona perché anche tutti gli esseri che la abitano possano vivere meglio tra di loro – che dovrebbe presiedere tanto ai rapporti tra le comunità umane quanto a quelli che ciascuno intrattiene con il “proprio” territorio: il contesto fisico di una comunità aperta, effettiva o potenziale, entro cui realizzarsi.

Troppo poco si è fatto finora per tradurre in misure pratiche quelle regole dettate dall’interdipendenza di tutte le forme di vita; regole che definiscono una “visione” del mondo e del suo divenire che potrebbero costituire l’orizzonte entro cui cercare la ricomposizione – la convergenza? – dell’agire di tutti o di gran parte di coloro che lavorano al superamento dello stato di cose presente.

Viviamo un’epoca di cambiamenti rapidi e sempre meno controllati e controllabili. La crisi climatica e ambientale di cui in tanti ci stiamo dimenticando, insieme alle ripercussioni di guerre vicine e lontane, moltiplicheranno purtroppo le emergenze a cui si dovrà fare fronte: con salvataggi, sgomberi, ospitalità, ricostruzioni, opere e attività di prevenzione. Sono circostanze che sollecitano al massimo la solidarietà, il mutuo appoggio, la costituzione di embrioni di comunità (che rischiano però la dissoluzione quando l’emergenza si attenua), ma anche la tendenza a delegare quei compiti ai governi nazionali o locali o ad altre istituzioni che tendono a emarginare la partecipazione come un’indebita interferenza. Prepararsi per tempo ad affrontare le emergenze, climatiche o di altro genere, e offrire una prospettiva per consolidare le relazioni che si creano in esse, può fare la differenza (è stato il tema della riunione di redazione aperta promossa da Comune, Una grammatica nuovandr).

Anche per questo è così importante affrontare in modo radicale la “normalità” di tutti i giorni. Abbiamo bisogno di un orientamento generale comune che ci guidi in ogni singola scelta: sia nella molteplicità dei comportamenti quotidiani che in tutte le iniziative di ordine sociale o politico che intraprendiamo per cercare di trasformare in meglio la realtà in cui siamo immersi.

Di ognuna di quelle scelte – soprattutto quando sono in gioco questioni al centro delle politiche sociali, come lavoro, salute, istruzione, servizi, consumi, mobilità, cultura e simili – dovremmo sempre chiederci: ci avvicina o ci allontana dalla salvaguardia del pianeta? E di quanto in più o in meno delle altre alternative che sono alla nostra portata? È un esercizio che bisognerebbe imparare a svolgere quasi quotidianamente: ovviamente, tanto meglio quanto più attraverso un confronto o una discussione collettiva con chi condivide gli stessi obiettivi di fondo; ma anche, e forse soprattutto, con chi ne contesta rilevanza o urgenza, ma è comunque disponibile a un confronto. Instaurare con chi ci sta vicino un rapporto di reciprocità può essere il primo passo nella costruzione di una vera comunità: la cosa di cui abbiamo massimamente bisogno tutti.

Non è cosa facile, sopraffatti come siamo dalle incombenze della vita quotidiana, dagli attacchi alle condizioni di vita, dalle urgenze imposte dal proliferare di guerre, violenza, razzismo, ipocrisia e cinismo.

Lo sforzo per sviscerare sia il danno ambientale comportato da ognuna delle nostre scelte, attività o abitudini che le possibilità effettive di evitarlo che abbiamo a disposizione è ancora maggiore quando sono in campo questioni vitali come la difesa dei posti di lavoro in settori – e sono tantissimi – che producono danni ai lavoratori coinvolti, al territorio e alle comunità che ne subiscono gli impatti diretti, ma anche alla generalità dei cittadini consumatori, degli utenti o dei destinatari di ciò che si produce. Un dilemma che diventa evidente nel caso della produzione di armi che, come si è detto, non risparmia quasi più alcun settore industriale. È evidente che non si può rivendicare la chiusura di certe produzioni senza che i lavoratori interessati ne siano coinvolti mettendo in campo proposte alternative di produzione, o di impiego, o di supporto del reddito; anche quando – ed è il caso più frequente nelle vertenze di questo tipo – la possibilità di tenere in vita le produzioni in questione è scarsa o nulla. Ma la soluzione di queste vertenze è troppo spesso delegata a finte trattative tra governo e parti sociali – leggi padroni e sindacati – che hanno il solo scopo di perdere tempo per allentare la tensione sociale.

Le maestranze della ex Gkn di Firenze, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento del loro stabilimento, hanno tenuto in vita per così tanto tempo le loro iniziative non solo grazie al coinvolgimento di tante comunità e alla costruzione di nuove e sempre più ampie reti di solidarietà, ma soprattutto – e le cose sono legate – grazie alla messa a punto di un progetto di conversione della loro fabbrica a produzioni alternative ecocompatibili e di socializzazione della sua gestione. Come nella lotta trentennale delle genti della Val di Susa il processo e le sue realizzazioni sono già un grande risultato e un insegnamento per tutti.

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martedì 30 giugno 2026

Voti truccati e propaganda: come Israele ha comprato l'Eurovision per nascondere l'orrore di Gaza - Eliana Riva

L'inchiesta del New York Times svela il piano di Netanyahu: milioni di dollari in hasbara, influencer arruolati e voti pilotati per ripulire un'immagine distrutta dal genocidio

Mentre le bombe radono al suolo Gaza, Tel Aviv stacca assegni milionari per comprare il consenso che le armi hanno distrutto. Un’inchiesta del New York Times svela gli investimenti di Tel Aviv nell’Eurovision: dietro le canzoni pop si nasconde una macchina da guerra propagandistica pronta a tutto pur di non restare isolata.

Dopo due anni e mezzo di massacri ininterrotti nella Striscia di Gaza, quella che una volta veniva venduta come “l’unica democrazia del Medio Oriente” è oggi percepita da larga parte del mondo come una potenza sanguinaria e priva di umanità. Un articolo del quotidiano israeliano Yediot Ahronot definiva il 7 ottobre 2023 non solo un fallimento militare e d’intelligence ma anche un collasso “comunicativo, percettivo e morale”. L’empatia internazionale rappresenta rappresenta per Israele un pilastro fondamentale di legittimità. Per questo, invece di fermare il massacro, il governo Netanyahu ha deciso di investire cifre colossali per plasmare la narrazione e ripulire un’immagine ormai logorata dal peso di decine di migliaia di vittime palestinesi.

La guerra dei milioni: l’Hasbara all’attacco

Il Ministero degli Esteri israeliano ha ricevuto per il 2025 un budget mostruoso: mezzo miliardo di shekel (circa 145 milioni di dollari) destinati esclusivamente al rafforzamento della hasbara, la cosiddetta “diplomazia pubblica” che nella pratica si traduce in propaganda pura e spesso molto aggressiva. A questi si aggiungono altri 40 milioni di dollari spesi dal governo nel suo complesso. L’obiettivo è quello di arruolare influencer, professori, giornalisti, programmi, e persino “celebrità arabe” disposte a difendere il sionismo, per spezzare quella che Tel Aviv definisce l’alleanza tra “islamisti e sinistra”. Ma i soldi servono anche a finanziare cattedre universitarie, reti e programmi radio-televisivi, “giornalisti”, sponsorizzate web. Solo nel 2024, l’agenzia pubblicitaria governativa Lapam ha inondato il web con oltre 2.000 annunci, di cui più della metà rivolti a un pubblico internazionale, per cercare di vendere la versione del governo Netanyahu.

L’Eurovision come arma di Soft Power

In questo scenario di isolamento diplomatico, l’Eurovision Song Contest è diventato il campo di battaglia perfetto. Un’inchiesta del New York Times rivela che gli sforzi di Israele per influenzare l’evento sono stati molto più profondi e coordinati di quanto ammesso finora. Mentre fioccavano le accuse di genocidio, i diplomatici di Tel Aviv contattavano freneticamente le emittenti televisive europee per evitare il bando dalla competizione.

Per il governo Netanyahu, l’Eurovision non è mai stata una gara canora, ma un’opportunità strategica di soft power per dimostrare che il pubblico europeo amasse ancora Israele, nonostante l’orrore di Gaza. I documenti finanziari lo dimostrano: Israele ha speso almeno un milione di dollari in marketing specifico per l’Eurovision, con fondi provenienti direttamente dall’ufficio della hasbara del Primo Ministro al fine di promuovere il proprio artista. L’inchiesta rivela che questi fondi sono stati utilizzati per inondare YouTube e i social network di annunci mirati durante la competizione.

Oltre al marketing digitale, la strategia ha previsto un uso spregiudicato di interviste e comparsate televisive per umanizzare l’immagine dello Stato: il governo ha arruolato influencer e “celebrità arabe”, come la siriana Rawan Osman, facendole apparire in podcast e programmi media per diffondere messaggi pro-israeliani e difendere il sionismo davanti a una platea internazionale. Lo stesso Netanyahu e il presidente Herzog hanno partecipato a questa messinscena, facendosi fotografare in pose amichevoli con i cantanti per trasformare ogni apparizione pubblica in un tassello della propaganda governativa, mentre i diplomatici israeliani facevano pressione dietro le quinte sulle emittenti televisive europee per garantire visibilità e protezione ai propri artisti.

Voti pilotati

Nel 2025, il governo ha orchestrato una campagna aggressiva invitando agli spettatori stranieri di “votare 20 volte” (il massimo consentito) per il rappresentante israeliano. Lo stesso Netanyahu ha postato grafiche sui social per spingere questa mobilitazione forzata.

L’analisi dei dati di voto del New York Times dimostra come questa strategia abbia distorto i risultati: in molti Paesi, il volume dei votanti è così esiguo che basta la mobilitazione coordinata di poche centinaia di persone che votano ripetutamente per ribaltare l’esito nazionale. Il caso della Spagna è emblematico: nonostante l’opinione pubblica fosse ferocemente contraria alle politiche israeliane, Israele ha ottenuto il 33% del voto popolare, un risultato artificiale costruito a tavolino con dollari e algoritmi.

L’anno prima, nel 2024, la cantante israeliana Eden Golan aveva ottenuto il secondo posto nelle preferenze del pubblico, conquistando la vetta dei consensi in diversi Paesi caratterizzati da un radicato orientamento solidale con la Palestina. Secondo diversi media israeliani conservatori, tra i quali il portale d'informazione israeliano Ynet, tale risultato sarebbe la dimostrazione che, contrariamente alle percezioni, l'opinione pubblica internazionale non nutra un'ostilità diffusa nei confronti del Paese.

Il ricatto finanziario e le scelte dell’EBU

L’European Broadcasting Union (EBU) emerge dall’inchiesta del New York Times come il principale architetto di un’operazione di insabbiamento volta a proteggere a ogni costo la permanenza di Israele nel concorso, mentre la Russia anche quest’anno ne rimane esclusa. Davanti a una rivolta interna senza precedenti, l’organizzazione ha trasformato i dati sulle votazioni in un segreto di Stato inaccessibile persino alle proprie emittenti associate. Quando la Slovenia ha denunciato anomalie sospette già dopo l’edizione del 2024, gli organizzatori hanno risposto con il silenzio, ignorando le richieste di chiarimento. L’anno successivo, di fronte a nuove proteste, l’EBU ha continuato a negare ogni trasparenza, fornendo solo dati superficiali definiti “top-line” ed evitando accuratamente di commissionare indagini esterne indipendenti che potessero far luce sulle campagne di voto orchestrate da Tel Aviv.

La strategia per blindare Israele è passata attraverso manovre procedurali definite dagli stessi protagonisti come “bizzarre” e opache. Per evitare di affrontare un voto esplicito sulla partecipazione israeliana, i vertici dell’EBU hanno architettato un inganno burocratico durante l’incontro di Ginevra. Invece di decidere sull’esclusione di uno Stato sotto accusa per genocidio, hanno indetto uno scrutinio segreto su semplici modifiche tecniche al regolamento, come la riduzione del limite di voti per utente. Approvando queste nuove regole, i membri hanno implicitamente confermato la presenza di Israele nella competizione senza dover mai votare direttamente sulla questione. Questa mossa è stata difesa dalla presidente Delphine Ernotte Cunci come la soluzione “più democratica possibile”, mentre altre emittenti, come la belga VRT, hanno denunciato duramente come l’organizzazione si stesse nascondendo dietro le linee guida pur di non discutere di diritti umani.

L’EBU ha valutato che l’espulsione di Israele avrebbe innescato perdite finanziarie insostenibili, stimate in oltre 600.000 dollari in tasse di partecipazione, a causa del possibile ritiro di alleati chiave come la Germania e l’Estonia. Il timore del collasso è diventato concreto quando l’Austria, incaricata di ospitare l’edizione del 2026, ha ventilato internamente l’ipotesi di ritirarsi per solidarietà con Israele, minaccia che avrebbe lasciato il concorso senza una sede. Per scongiurare il disastro economico, l’EBU ha ignorato persino il parere dei propri legali, che avevano confermato la piena legittimità giuridica di un’eventuale esclusione di Israele, preferendo invece imboccare la strada della censura. Il team di comunicazione dell’EBU è arrivato a inviare email alle emittenti nazionali per scoraggiarle attivamente dal parlare con i giornalisti, nel tentativo disperato di soffocare uno scandalo che stava ormai minacciando l’esistenza stessa della manifestazione. In questo modo, l’EBU ha scelto di sacrificare l’etica e la trasparenza sull’altare del profitto, rendendosi complice di una manovra di propaganda che ha trasformato un evento culturale in uno strumento di legittimazione politica.

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lunedì 29 giugno 2026

Amore per le Forze Armate (italiane) e subalternità al potere - Omar Onnis

 

Il 17 giugno 2026 è stato presentato pubblicamente l’accordo tra l’ASPAL (Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro) e il Comando Militare Esercito Sardegna (CME Sardegna). A quale scopo? La comunicazione ufficiale nel sito della Regione Autonoma Sardegna recita così:

L’obiettivo principale della partnership è quello di sviluppare forti sinergie istituzionali per informare e orientare i cittadini sardi sulle diverse opportunità di carriera offerte dall’Esercito Italiano, rafforzando contestualmente la rete territoriale dei servizi per il lavoro. Le azioni previste si rivolgono in modo specifico ai giovani in uscita dai percorsi scolastici e formativi, ai disoccupati o a chiunque sia in cerca di una nuova occupazione, nonché ai volontari congedati senza demerito dalle Forze Armate, favorendo così l’occupabilità complessiva sul territorio regionale.

In una terra ad alta emigrazione, specie giovanile, con problemi irrisolti di trasporti interni ed esterni, spopolamento, crisi del settore primario, dispersione scolastica la politica di vertice favorisce una relazione privilegiata con le Forze Armate italiane, impegnandosi ad orientare le scelte proprio delle fasce giovanili verso impieghi militari.

Non c’è partita strategica in cui la politica sarda riesca mai a accennare una soluzione strutturale, a parte effetto annuncio e propaganda, o soluzioni tampone che perlopiù aggravano il problema. Le uniche cose in cui è attivissima sono gli affari delle varie lobby private, a cui sono legati i vari personaggi o le diverse consorterie clientelari, e la realizzazione dei desiderata delle rispettive case madri d’oltre Tirreno.

I casi concreti si sprecano: il mancato intervento in materia di dimensionamento scolastico (che ha di fatto spalancato le porte al commissariamento della Regione in materia, dunque alla realizzazione dei piani governativi); la mancata presa di posizione sull’ampliamento della RWM di Domusnovas (che ha di fatto accelerato la sua approvazione e in cui la RAS si costituisce nel procedimento *contro* i comitati e le associazioni); l’affare scandaloso di Cala Finanza a Loiri/Porto San Paolo; la privatizzazione degli aeroporti sardi. Ora questo accordo di partenship privilegiata con le Forze Armate.

Ricordiamo che la responsabilità della disastrosa occupazione militare della Sardegna, con decine di migliaia di ettari sottratti all’uso civile e in buona parte compromessi da sperimentazioni di ordigni ed esercitazioni a fuoco, è da attribuire precisamente al Ministero della Difesa. Abbiamo un bel chiamare in causa USA e NATO, nelle nostre analisi e nelle ricorrenti manifestazioni: la verità è che siamo una colonia militare *dello Stato italiano* (oltre al resto) ed è allo Stato che bisognerebbe chiederne conto. Invece, sia la politica sia, in diverse occasioni, le università sarde hanno da tempo dimostrato un vero e proprio amore verso l’apparato militar-industriale. Qualcuno ricorda la farsa delle “caserme verdi”? E il favore sperticato con cui vengono accolte tutte le decisioni ministeriali a proposito delle basi dell’isola (ampliamenti, estensione dei compiti, collegamento sempre più forte con la ricerca bellica), come fossero favori di cui essere grati?

La cosa grottesca è che nel frattempo i vertici politici sardi – nelle persone della presidente Todde e del presidente del Consiglio regionale Comandini – trovano il tempo per partecipare a Oliena a un convegno organizzato in memoria di Mario Melis e disquisire di autonomia, di statuto, di riforme. A leggere bene i resoconti dei loro interventi, a cominciare dai virgolettati, sotto il velo della retorica, si intravvede l’intenzione di normalizzare e neutralizzare la relazione con lo Stato italiano. Non è solo una questione di ignoranza storica e di mediocrità politica (che ci sono, beninteso).

Ricordiamo che la presidente Todde ha più volte stigmatizzato l’uso di concetti come “colonialismo” e come “resistenza”, riguardo al rapporto Italia-Sardegna. E ha dichiarato che l’autonomia speciale fu una sorta di concessione benevola dello Stato in quanto la Sardegna era una terra “arretrata”, povera, da tutelare e aiutare. Prese di posizione a dir poco discutibili su vari piani. Ma, al di là di questo, appare una volontà di “integrare” ancora di più la Sardegna dentro lo stato italiano, ovviamente come “area di sacrificio” (altra espressione usata dalla presidente Todde in altre circostanze). Per il suo bene, ovviamente, dato che “da soli non ce la possiamo fare”. Una nuova “Perfetta fusione”, come quella implicata dalla campagna per “l’insularità in costituzione”; ossia, il contrario di un percorso di conquista di responsabilità e competenze in senso autodeterminazionista. 

Il tutto attuato con una postura elitaria, anti-popolare, allergica a una democrazia reale, finalmente realizzata.

Il lavorio sostanzialmente clandestino su una nuova legge statutaria e sulla riforma dello stesso Statuto non lasciano ben sperare. Invocare, come ha fatto a Oliena la presidente Todde, una larga partecipazione “dal basso” su temi così rilevanti contrasta platealmente con le modalità di azione di questa giunta (“i legislatori siamo noi”) e con i suoi obiettivi non dichiarati ma palesi.

A parte la fanbase di Todde e soci, irrecuperabile (andate a guardarvi i loro commenti sui social), il resto della cittadinanza sarda dovrebbe restare molto vigile sulle decisioni concrete di questa compagine politica. Dovrebbe sempre distinguere lucidamente tra dichiarazioni pubbliche e fatti, tra comunicazione e decisioni pratiche.

È probabile che questa legislatura vada a finire al suo termine naturale. La presente amministrazione regionale ha dunque altri due anni e mezzo per combinare ulteriori disastri. Non servirà a nulla rivelarli, criticarli, prenderne le distanze se non emergerà una forte opposizione reale, popolare, che possa sostenere, sia a livello locale sia a livello apicale, candidature alternative all’oligarchia podataria che sta finendo per distruggere quanto resta del tessuto culturale, sociale e produttivo dell’isola.

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domenica 28 giugno 2026

Di aeroporti e di parole - Lucia Chessa

A meno che non vi sia capitato di fare studi giuridici, è molto probabile che non abbiate mai sentito la parola “Infungibile”. Non preoccupatevi, è normale.

In realtà non è difficile coglierne il significato. Vuol dire semplicemente insostituibile. Ad esempio si dice di un farmaco che non può essere sostituito con un altro della stessa efficacia perché c’è solo quello, punto. Oppure si dice di un’opera d’arte. Ad esempio puoi sostituire la Cappella Sistina con la sua storia, la sua bellezza, la sua collocazione con un’altra cosa simile? No, perché c’è solo quella. E’ unica. Punto.

Anche nel linguaggio giuridico “infungibile” indica un bene, di un servizio o di una prestazione che non può essere rimpiazzato con un altro, perché oggettivamente è unico, non c’è nessun altro che possa svolgere la stessa funzione. Infatti, nel Codice dei Contratti Pubblici, l’infungibilità consente di procedere con affidamenti diretti, senza gare pubbliche e senza bando.

Ecco. Una volta compreso questo, si può procedere a parlare ancora del percorso in atto in Sardegna, con la regia della Camera di Commercio di Cagliari, della Giunta e della presidenza della Regione Sardegna e del Fondo di investimenti privato F2i che si concluderà con la soppressione di ogni possibilità di intervento significativo della parte pubblica su tutti gli scali sardi.

L’operazione, ricordiamolo, che sembra un ginepraio di ingegneria finanziaria, un manuale di aggiramento di ostacoli, una corsa come se non ci fosse un domani, è iniziata con l’acquisizione da parte del fondo di investimento privato F2i della gestione degli aeroporti di Olbia e Alghero. Rimaneva fuori Cagliari, gestito fino ad oggi da un soggetto pubblico e cioè dalla Camera di Commercio di Cagliari la quale però, ha già deliberato la cessione delle proprie azioni, fino a cederne la maggioranza, al medesimo fondo di investimento che già controlla i due scali del Nord Sardegna e cioè F2i.  Perché proprio a loro e non ad altri? Per il principio di infungibilità. Praticamente, nella delibera che da avvio all’operazione, la Camera di Commercio di Cagliari Oristano, appellandosi al concetto di infungibilità ha ritenuto che non fosse necessario un bando ed una gara pubblica ed ha individuato direttamente il soggetto privato che, in sostituzione del pubblico, avrà in mano il destino dell’aeroporto di Elmas. Questo affidamento diretto, motivato con l’infungibilità, senza un bando pubblico è uno dei motivi, neanche l’unico, che fondano il parere contrario espresso dalla Corte dei Conti e che Regione Sardegna e Camera di Commercio si sono reciprocamente impegnati ad ignorare. Possibile dirà qualcuno? Si. Possibile. Risulta sempre più chiaro quanto le regole siano flessibili.

Catania invece è una città della Sicilia. E’ servita da un aeroporto che per traffico  di passeggeri è il quinto in Italia, nel 2026 ne sono attesi 13 milioni. La tratta Catania – Roma è la più trafficata d’Italia con più di 150 voli settimanali (un sogno in Sardegna). Oggi è gestito da Camera di Commercio del Sud Est Sicilia, Istituto Regionale per lo sviluppo delle attività produttive, più piccole quote del Comune e della città metropolitana di Catania. Anche li è in corso una cessione di azioni oggi in mano pubblica che saranno acquisite da privati. Ma in che modo? Senza bando pubblico appellandosi all’istituto della infungibilità? Individuando subito e direttamente chi acquisirà il controllo dello scalo? Manco per idea!

E’ stato fatto un bando, con scadenza 15 giugno, per acquisire le disponibilità dei soggetti interessati e anno partecipato in 14. Acquisite in questo modo le manifestazioni di interesse, si procederà a definire il piano industriale cioè gli investimenti che l’attuale gestore ritiene necessari tra cui, nello specifico, due nuovi terminal, una nuova pista di atterraggio, nuovi parcheggi,  collegamenti esterni con mezzi pubblici. E questo piano sarà messo a gara. Il privato che  si aggiudicherà la gara acquisendo la gestione dell’aeroporto sarà tenuto a realizzare quegli investimenti. Oneri e onori dunque.

Notate qualche differenza con quanto sta avvenendo in Sardegna? Io si, molte. Niente infungibilità, niente tappeti rossi, piano industriale con richiesta di investimenti precisi, gara pubblica, soggetti privati in concorrenza tra loro, niente figli di galline bianche.

Svendere sta diventando la regola. Svendere tutto impunemente.

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sabato 27 giugno 2026

La parata militare umilia il 2 giugno. E pure i cavalli - Tomaso Montanari


“Chissà che discorsi geniali / sanno fare i cavalli”. Affiorano alle labbra questi versi di Gianni Rodari leggendo che la notte di venerdì un gruppo di cavalli, quasi sperando di tornare branco libero, è scappato dai preparativi della parata militare del 2 giugno, galoppando via in mezzo al caos romano. Erano stati spaventati, pare, dai botti sparati da un vigile urbano: cioè, con rispetto parlando, da una versione caricaturale dei soldati che tirano le bombe. Così, spaventati dalla finzione della guerra hanno provato a fuggire dalla pomposa celebrazione della guerra in cui sarebbero stati mute comparse.

Chissà che discorsi davvero geniali saprebbero farci, quei cavalli pacifisti – o almeno pacifici. Certo più geniali di quelli della classe politica italiana, che in ottant’anni di Repubblica non è riuscita a trovare un modo di onorare il 2 giugno che non tradisse clamorosamente lo spirito della Costituzione.

La parata del 2 giugno, questa “mala parata”, è di fatto un’esibizione di armi. Tanto pervasa da spirito militarista che i volontari del servizio civile, che vi prendono parte, hanno dovuto scrivere una lettera ai vertici dello Stato per chiedere di non essere obbligati a marciare inquadrati e a passo cadenzato come se fossero militari: pratica alla quale venivano formati nelle caserme! La parte del Paese che ha a cuore la pace, e la Costituzione, guarda con sgomento a questa esibizione, che traduce in liturgia armata le infelici parole dell’inno nazionale (un altro pezzo di storia che andava serenamente pensionato dopo la Costituzione) per cui saremmo pronti non già alla vita, ma “alla morte”.

Nello scorso aprile, su Avvenire, Luigino Bruni, Elena Granata e Tommaso Greco (insieme ad altre e altri) hanno proposto di “sostituire la parata militare del 2 giugno, con le sue liturgie che rimandano a un passato da ripudiare, con una sfilata civile, come gesto politico concreto per dare spazio a una riflessione comune sulle ragioni che ci tengono assieme davanti a sconvolgimenti epocali”. E in questo 2 giugno la Rete italiana Pace e Disarmo e “Sbilanciamoci!” promuovono in numerose città diverse iniziative popolari per festeggiare una Repubblica che “ripudia la guerra”: biciclettate, flash-mob per la pace, letture della Costituzione e presìdi nei territori.

E invece a Roma – sulla via fascista e colonialista dei Fori imperiali, e sotto lo sguardo annuente del garante supremo della Carta – sarà drammaticamente visibile, e pubblicamente onorata “la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche (che) genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche” (sono parole, profetiche, della prima enciclica di Leone XIV). La “nazione armata” al posto della “Repubblica che ripudia la guerra”: che colossale atto di diseducazione collettiva. Come si fa a celebrare il ripudio della guerra, questo principio rivoluzionario che spacca in due la nostra storia, continuando stancamente a sfilare in una parata militare che si pratica sostanzialmente identica dai tempi del militarismo imperiale dei romani antichi, e probabilmente anche da prima?

L’articolo 11 della Costituzione è una rivoluzione culturale sconvolgente, come capì don Milani: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Buttare tutto all’aria significa – ancora con don Milani – capire che “allora l’esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza”. Quell’articolo obbligava a rileggere la storia italiana, per costruire un futuro completamente diverso. Don Lorenzo l’aveva fatto, con i suoi ragazzi: “Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (utili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati a cento anni di storia italiana in cerca d’una ‘guerra giusta’. D’una guerra cioè che fosse in regola con l’articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l’abbiamo trovata”.

Ecco perché oggi, invece della della “nazione armata”, vorremmo vedere sfilare la Repubblica disarmata, e disarmante. Vedere sfilare donne e uomini che lavorano negli ospedali e nelle scuole, nei tribunali e nelle procure, nella cooperazione e nel terzo settore, nelle università e nei musei: e anche nelle caserme, sì, ma non in divisa e con le armi. Una parata buona, aperta dalla Flotilla per Gaza e da Emergency, e chiusa dai nostri diplomatici e da chi studia e insegna Diritto internazionale. Di questo abbiamo bisogno, in questo 2 giugno in tempo di guerra e genocidio. Bisogno di cittadine e cittadini pronti a disertare la guerra: a disertarla come quei cavalli in fuga, animali geniali.

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venerdì 26 giugno 2026

A Bachis Bandinu - Omar Onnis

Como est su momentu de su dolu. Unu dolu mannu e malu. Non benit bene a nàrrere chie fiat, chie est! Bachis Bandinu, cando su coro est prenu de tristura e su cherbeddu peleat pro elaborare unu datu de fatu goi feu. Epuru, tocat de atzapare su coràgiu e nàrrere nessi cuddas pagas cosas chi benint a sa mente a sa sola, pensende a un’òmine che a issu.

L’ant a mentovare in ammentos e decraratziones de cundolèntzia fintzas gente chi fiat a un’àtera banda, in sensu polìticu, morale, intelletuale. Ca Bachis Bandinu sa banda inube abarrare l’aiat seberada dae meda. Bachis Bandinu no est de totus. Est de chie l’at letu e ascurtau, e non petzi letu e ascurtau ma fintzas cumpresu. Chie at postu fatu a sos passos suos. Chi fiant lèbios a subra de sa terra non pro su pagu pesu de sa figura sua, ma pro sa manera rispetosa, generosa de si mòvere in su spàtziu pùblicu sardu.

Meda gente chi in custas dies at a chistionare de issu rapresentat su chi issu at cuntrastau totu sa bida. Ca issu non fiat unu intelletuale orgànicu a sos grustos de podèriu o a sas cricas corporativas de s’acadèmia sarda, de sos mass media, de sa “cultura di sinistra” (in italianu, est pretzisu) e de s’ambiente culturale sardu auto-colonizau e, a lu castiare bene bene, anti-sardu.

Su chi at iscritu e naradu Bachis Bandinu abarrat cun nois e abarrat bivu. Prus chi tzelebrare a issu, pro li torrare onore e reconnoschèntzia, diat èssere mègius meda a sighire su caminu suo, su caminu de sa cunsèntzia, de su ischire chie semus e inue semus postos in su tempus e in su spàtziu. Chena cumplessos de inferioridade, chena megalomanias tontas, cun sa boluntade de fàere e de fàere paris pro unu bene chi andat prus a largu meda de sos egoismos e de sos personalismos.

Adiosu, Babbu mannu de sa Sardigna.

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giovedì 25 giugno 2026

A proposito di nomi - Djarah Kan

 "Nelle nostre case popolari, sui citofoni, non abbiamo più Giuseppe, non abbiamo più Maria, non abbiamo più Francesco. Abbiamo Omar, abbiamo Mohammed, abbiamo Abdul. E questo, cari colleghi della sinistra, a noi di Futuro nazionale non va giù" ha detto ieri, l’onorevole Rossano Sasso di Futuro Nazionale.


Conosco personalmente almeno tre Mohammed con passaporto italiano.
Conosco anche un Abdul con passaporto italiano.
E di Omar poi...non ne parliamo proprio.
Omar è un nome proprio di persona italiano. Deriva dall'arabo ʿUmar (عُمَر), un nome molto antico della Penisola Arabica. Si è diffuso in Italia per via  del fascino esercitato dalla cultura orientale e grazie alla notorietà di figure storiche e popolari come Omar Khayyam, l'attore Omar Sharif e il calciatore Omar Sívori. Pur essendo rimasto relativamente raro, negli anni Settanta era molto comune nel Centro-Nord, soprattutto in Emilia-Romagna. 

Il nome Maria è la forma latina del greco biblico Μαρία (María), a sua volta mutuato dall'ebraico Miryam. Ma ancor prima della sua versione ebraica molti studiosi sono convinti che il nome Maria abbia avuto origine in Egitto.
"Mry" la sua versione egiziana, di fatto significa "amata". Ma andando ancora più indietro nel tempo si trovano tracce del nome Maria addirittura in Siria, ad Ugarit, una delle città più antiche del mondo.
Quindi prima di essere italiana, Maria è stata greca, egiziana, siriana, ebrea, ed ha attraversato l'Asia e l'Occidente, per poi fermarsi in Italia, nella sua forma latinizzata derivata dal greco biblico.

E l'italianissimo Giuseppe invece? Da dove verrà? Sarà anche lui il frutto di un'invasione straniera che per secoli ha silenziosamente colonizzato i gusti e le scelte di milioni di italiani nel mondo?
Beh. Anche qui non vorrei far sembrare l’onorevole Rossano Sasso un baccalà per nulla edotto su ciò che sostiene di identificare per certo come “nome italiano”. Ma proprio lui che di mestiere vorrebbe proteggere la cultura italiana dai maledetti figli di immigrati come me, dovrebbe scegliersi meglio i suoi esempi. Perchè neppure Giuseppe è spuntato dal suolo italico come un fiorellino autoctono nutrito solo ed esclusivamente da lacrime di patrioti coraggiosi, spaghetti al pomodoro, tricolore e sangue di antichi guerrieri romani. 
Giuseppe, prima di essere tirato in ballo durante quel patetico intervento poco degno di riecheggiare tra le mura della Camera dei Deputati, è stato un nome originatosi nell’Asia Occidentale. Yosef, Peppino, Giuseppe, è stato ebreo, poi greco (Iosepos) e infine latino (Ioseppos). E proprio da quest'ultima forma che deriva la versione italianizzata di Giuseppe.  

Francesco ha un'origine che indica addirittura l’appartenenza ad un altro popolo. Quello dei Franchi. Che non erano di certo italiani. Eppure oggi, il nome Francesco, che secoli fa indicava un popolo di barbari stranieri, è il più diffuso ed utilizzato in Italia. Un nome a tutti gli effetti “tipicamente italiano”.   

L’onorevole Rossano Sasso stesso, che vorrebbe distinguere nomi  italiani da stranieri, basandosi sui ciò che per sua ignoranza ritiene più o meno italico, ha un nome di origine persiana. Gli studiosi ritengono che il nome greco che ha dato origine a quello odierno, derivi da una forma persiana o iranica orientale ricostruita come *Raṷxšnā-, collegata alla radice iranica che significa “luminosa". Il che fa sorridere se penso a quanto poco “illuminato” sia un uomo che a 51 anni dice ancora stronzate ra/z*iste perchè senza torturare la dignità dei cittadini stranieri che vivono in questo Paese, non saprebbe come guadagnare quei 14.000 euro mensili che riesce a intascare  mentre finge di interessarsi di case popolari e italiani costretti a vivere sotto la soglia di povertà. 

Maria, Giuseppe, e Francesco sono nomi migranti. Non amo utilizzare la parola "migrante" a caso. Ma per i nomi italiani, non c'è parola più precisa. Perché questi nomi si muovono. Sono nomi vivi. Nomi nati da passaggi di bocche che non parlavano la stessa lingua ma che in modo o nell’altro, sono giunti al punto. 
 
Maria, Giuseppe e Francesco sono nomi che genitori africani, asiatici e di tutte le etnie oggi danno ai loro figli nati in Italia.
 
Maria è una ragazza con genitori cinesi che abita a Orta di Atella. Giuseppe è un ragazzo con genitori congolesi, nato e cresciuto a Cuneo. Francesco è nato a Terni da genitori pakistani. Mohammed ed Abdul quando vinceranno una medaglia d’oro alle Olimpiadi, per conto di questo Paese che a volte sa essere davvero ingrato e poco generoso nei confronti dei suoi figli, per una o due settimane diventeranno l’esempio più alto e valoroso di cittadinanza italiana.
 
Sulle nostre carte di identità ci sono già nomi che tengono insieme l’Italia e i nostri nomi tradizionali pieni di amore e benedizioni ancestrali. 
E se a quelli di Futuro Nazionale la cosa non va giù, poco ce ne fotte. Col tempo se ne faranno una ragione. Impareranno ad acculturarsi e  civilizzarsi anche loro. E magari, con un po’ di voglia in più di comprendere la cultura italiana senza ridicolizzarla con mezzi dialettici tanto miseri quanto imbarazzanti, impareranno a capire che Maria, Giuseppe e Francesco solo ad un certo punto, dopo un viaggio di secoli, prestiti, adattamenti e scambi culturali, sono diventati nomi italiani.
La vita è un viaggio inarrestabile. L’identità di un popolo come quella di ogni singolo individuo che compone il tutto, è un una forza dirompente che non si può contenere in un fragile barattolino di paure neofas*i*ste e abbiette riletture della nostra realtà. Realtà che pretende un'onestà intellettuale che un raz*ista senza alcuna conoscenza della ricchezza della propria cultura, non potrà mai incarnare.

Maria, Giuseppe, Francesco, Omar, Abdul e Mohammed per me sono nomi meravigliosi. Unici e indivisibili. Hanno continuato e continueranno a viaggiare, ad incontrare lingue, popoli e altre culture. Si adatteranno al presente. Sopravviveranno. E alla fine impareranno a guardare avanti, in attesa di cambiamenti. Persino i nomi "italici" che in teoria dovrebbero farci comprendere a colpo d'occhio chi merita una casa popolare e chi no, ci ricordano che italiani non si nasce, ma attraverso giri, passaggi, scontri e incredibili accidenti, lo si diventa. Chi vuole restare, chi si radica con volontà, nella quotidianità talvoltA difficile della vita di tutti i giorni, magari in una casa semplice, dove la priorità e andare avanti e garantirsi dignità e pace per sè o per la propria famiglia, è parte di questo Paese.
Vorrei sentire meno stronzate riecheggiare tra le pareti della Camera dei Deputati.
Perché qui c'è gente che lavora e tira a campare. Gente che aspetta che il Governo si tiri su le maniche per combattere contro la piaga del lavoro "povero" e degli stipendi da fame. La Camera dei Deputati ieri ha assunto l'aspetto di una discarica abusiva e abusante nei confronti di chi in questo Paese, ha la sola colpa di essere straniero e povero.

Ultimamente mi vergogno fin troppo spesso di condividere la cittadinanza con gente come Rossano Sasso.

Il Paese sprofonda nella povertà assoluta e i neo/asc*sti giocano con la rabbia e la disperazione di un popolo che in fondo disprezzano e che esiste solo per finanziare i loro stipendi. 

In una situazione così delicata, che esige un senso di responsabilità mai sperimentato prima in questo Paese, usare il razzismo per fare la sanguisuga attaccata alla giugulare della Lega, è imbarazzante.
Oltre che nauseabondo. 

La filippica sui citofoni, gli stranieri privilegiati e le case popolari, anche no. 
Proprio non ce la meritiamo.