domenica 24 maggio 2026

Vento di malaffare nel Bel Paese - Grig


Incentivi, bonus, sgravi fiscali, contributi in favore delle energie prodotte da fonti rinnovabili in Italia sono fra le occasioni principali per il riciclaggio (non ecologico) di denaro di provenienza opaca e per la realizzazione di truffe di ogni genere ai danni delle casse pubbliche.

Ciò costituisce un gravissimo danno per le politiche ambientali e le aziende pulite del settore.

Non è una novità, purtroppo.

Ne ha parlato ancora una volta Report, programma di approfondimento giornalistico di RAI 3.

Grazie davvero, se ne sente il bisogno.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

Report10 maggio 2026

La via della pala. (Walter Molino)

Gli affari del vento: le mani delle mafie sull’eolico.

Le infiltrazioni della criminalità organizzata nel grande business dell’energia eolica, dalla Sicilia fino a Verona. Rivelazioni inedite ed esclusive sugli affari di Matteo Messina Denaro in Veneto.

 

da OK! Mugello11 maggio 2026

Inchiesta di Report sull’eolico: «Infiltrazioni mafiose negli asset acquisiti da AGSM AIM».

Il servizio “La via della pala” ricostruisce i legami tra la criminalità organizzata e i parchi eolici della multiutility. Riflettori accesi anche sulle procedure per il progetto nel Mugello.

L’inchiesta giornalistica La via della pala (clicca qui per vedere il servizio), trasmessa da Report il 10 maggio 2026, ha delineato una rete di infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore delle energie rinnovabili in Veneto. Al centro dell’inchiesta figura la multiutility AGSM AIM, ora ridenominata Magis, che avrebbe acquisito asset energetici legati a figure di spicco di Cosa Nostra.

Secondo la ricostruzione giornalistica, il boss Matteo Messina Denaro avrebbe coordinato personalmente l’espansione degli interessi mafiosi nel Nord Italia già nel 2006. Testimonianze inedite e materiale visivo lo collocano a Verona, dove avrebbe incontrato emissari della politica locale per gestire il business del vento. L’inchiesta evidenzia come il settore eolico sia diventato un canale privilegiato per il riciclaggio di capitali illeciti attraverso complessi passaggi societari.

Il parco eolico di Monte Mesa, a Rivoli Veronese, rappresenta l’operazione più discussa. Sviluppato inizialmente da società riconducibili a Vito Nicastri, noto prestanome di Messina Denaro, l’impianto è passato sotto il controllo di AGSM nel 2013 tramite l’acquisizione di quote del Gruppo ICQ. Durante la costruzione del parco, sarebbe emersa anche la presenza di ditte colpite da interdittiva antimafia.

Le criticità evidenziate dal servizio si potrebbero estendere anche al Centro Italia, con il progetto di Monte Giogo di Villore nel Mugello. Sebbene non siano emersi legami diretti con la mafia, l’iter autorizzativo ha generato forti scontri istituzionali e ricorsi per l’impatto paesaggistico. Uno dei vari esposti presentato dal consigliere comunale di Dicomano Saverio Zeni contesta inoltre clausole della convenzione sottoscritta tra l’azienda e gli enti comunali che limiterebbero i poteri di vigilanza dei comuni coinvolti.

L’indagine suggerisce che l’infiltrazione mafiosa nel Nord non avvenga tramite violenza, ma attraverso la finanza e la politica. Il gruppo AGSM AIM, che nel 2024 ha registrato una crescita nella produzione da rinnovabili, risulta particolarmente appetibile per operazioni di “ripulitura” di asset contaminati.

La redazione di OK!Mugello resta a disposizione di AGSM AIM per accogliere e pubblicare eventuali note, comunicazioni ufficiali o smentite in merito ai fatti riportati, con particolare riferimento ai progetti in corso sul territorio appenninico.

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sabato 23 maggio 2026

Nelle aziende il vero problema è disimparare: ecco quattro comportamenti da cambiare subito - Vincenzo Imperatore


Nelle piccole e medie imprese italiane la formazione viene spesso associata all’idea di aggiungere qualcosa: nuove competenze, nuovi strumenti, nuove tecniche commerciali, nuove procedure. Tutto utile, almeno in teoria. Ma nelle Pmi il problema più serio, quando il mercato diventa instabile, non è solo imparare cose nuove. È disimparare quelle vecchie.

Disimparare non significa rinnegare la storia dell’azienda o buttare via ciò che ha funzionato per anni. Significa riconoscere che alcune abitudini, un tempo efficaci, possono diventare un ostacolo quando cambiano clienti, margini, banche, tecnologie, costi e tempi di incasso. L’esperienza resta un patrimonio, ma se diventa automatismo cieco rischia di trasformarsi in una gabbia. Il famoso “abbiamo sempre fatto così” sembra prudenza; spesso è solo pigrizia mentale.

Il primo comportamento da disimparare è l’idea che tutto debba passare dalla testa del titolare. In molte Pmi il cliente importante lo segue lui, il prezzo lo decide lui, la banca la gestisce lui, il problema urgente lo risolve lui. Per anni questo modello ha retto perché l’impresa era più piccola e la complessità più bassa. Poi l’azienda cresce, le persone aumentano, i margini si comprimono, la liquidità diventa più delicata e quel modello eroico si trasforma in collo di bottiglia. L’imprenditore continua a sentirsi indispensabile, ma spesso è proprio la sua indispensabilità a impedire all’azienda di evolvere.

Governare, infatti, non significa controllare tutto. Significa costruire un sistema in cui le decisioni vengano prese al livello giusto, con dati adeguati e responsabilità chiare. Il titolare che non decide ogni dettaglio non perde potere: lo trasforma. Passa dal comando operativo al governo dell’organizzazione. Per chi ha costruito l’azienda dal nulla può essere un trauma, ma il bilancio, purtroppo per l’ego, non si commuove.

Il secondo comportamento da disimparare è la gestione per emergenze. In troppe Pmi l’urgenza è diventata cultura aziendale: si interviene quando il problema esplode, si guarda la cassa quando la banca ha già telefonato, si controllano i margini quando il prezzo è stato già concesso. L’emergenza dà l’impressione di essere reattivi. In realtà consuma energie, crea confusione e impedisce di distinguere ciò che è importante da ciò che è soltanto rumoroso.

Disimparare l’emergenza significa introdurre pianificazione, budget di cassa, indicatori, controllo degli scostamenti, riunioni periodiche e responsabilità preventive. Non per burocratizzare l’impresa, ma per evitare che ogni settimana sembri una prova di sopravvivenza. Nessuna azienda può eliminare l’incertezza, ma può attrezzarsi per leggerla prima. La differenza è tra chi intercetta i segnali deboli e chi li scopre quando sono già diventati fatture scadute, ordini persi o margini bruciati.

Il terzo comportamento da disimparare è la delega finta. Molti imprenditori dichiarano di voler responsabilizzare i collaboratori, ma poi continuano a intervenire su ogni decisione significativa. Delegano l’attività, non la responsabilità. Chiedono risultati, ma non concedono reale potere decisionale. Così il manager diventa responsabile di ciò che non può governare: una raffinatezza organizzativa, se l’obiettivo è produrre frustrazione.

Una delega vera richiede confini, obiettivi, dati e libertà di azione. Se un direttore commerciale deve difendere la marginalità, deve poter intervenire su prezzi, priorità e clienti entro limiti definiti. Se un responsabile amministrativo deve presidiare la liquidità, deve avere dati tempestivi e ascolto quando segnala rischi. Se un responsabile di produzione deve ridurre inefficienze, deve poter modificare flussi, tempi e metodi.

Il quarto comportamento da disimparare è la fiducia cieca nel passato. Un canale commerciale che per anni ha funzionato può saturarsi. Un cliente storico può diventare meno redditizio o meno solvibile. Una banca fedele può ridurre gli affidamenti. Un collaboratore affidabile può non avere più le competenze necessarie. Nelle Pmi tutto questo è difficile da accettare, perché ogni abitudine porta con sé memoria e riconoscenza. Ma dirigere nell’incertezza significa distinguere ciò che ha ancora valore da ciò che è solo familiare.

Da consulente di direzione aziendale, spesso ricordo che la domanda decisiva non è soltanto: “Che cosa dobbiamo imparare?”. È soprattutto: “Che cosa dobbiamo smettere di fare?”. Se si introduce un budget ma si continua a decidere solo sulla sensazione, il budget diventa arredamento contabile. Se si parla di controllo di gestione ma i dati arrivano tardi e nessuno li usa, il controllo è una liturgia. Se si formano i manager ma non cambia il modo in cui vengono prese le decisioni, la formazione diventa un investimento senza ritorno.

Nelle Pmi il cambiamento non dovrebbe essere un progetto straordinario, da avviare ogni tanto con un consulente, qualche slide e due parole motivazionali. Dovrebbe diventare una pratica ordinaria: aggiustamenti continui, verifiche periodiche, errori analizzati senza caccia al colpevole, decisioni corrette quando non producono risultati. Disimparare non è un gesto isolato. È una competenza organizzativa.

Le Pmi non devono diventare grandi imprese in miniatura. Devono diventare imprese più leggibili, più governabili e meno dipendenti dall’umore, dalla memoria e dall’onnipresenza del titolare.

Molte imprese non si indeboliscono perché imparano poco. Si indeboliscono perché continuano a proteggere ciò che dovrebbero superare. In un mercato incerto, la competenza più rara non è aggiungere strumenti, corsi e procedure. È lasciare andare i vecchi riflessi che impediscono ai nuovi strumenti di produrre valore.

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giovedì 21 maggio 2026

La caduta di un pilastro della democrazia - Vann R. Newkirk II

 

Le cose migliori brillano intensamente, ma mai a lungo. È stato così per il Voting rights act (Vra), la legge che per sessant’anni ha garantito il diritto di voto dei neri e ha neutralizzato i tentativi di sopprimerlo fatto dagli stati del sud, diventando la base per un accesso equo alle urne. Gli Stati Uniti esistono da 250 anni, ma hanno avuto il suffragio universale per meno di un quarto di quel periodo. La tv a colori, le carte di credito e le bambole Barbie sono arrivate prima del Vra e resteranno più a lungo. Il regno della regina Elisabetta II è durato dieci anni in più rispetto al provvedimento che garantiva la democrazia statunitense.

Il 29 aprile la maggioranza conservatrice della corte suprema ha portato a termine la sua campagna, durata tredici anni, contro il Vra. Nel caso Louisiana contro Callais, i giudici hanno limitato l’uso del fattore razziale nella definizione dei collegi elettorali e la possibilità per le minoranze di contestare distretti disegnati in modo da discriminarle.

Spiegando l’opinione della maggioranza, il giudice conservatore Samuel Alito ha affermato che il fattore razziale è ammissibile solo quando può essere dimostrata “la discriminazione intenzionale e concreta rispetto al voto”. In questo modo, la corte ha compromesso ogni tentativo di rimediare al razzismo – passato e presente – nel modo in cui vengono disegnati i distretti elettorali.

Nel sud degli Stati Uniti il voto ricalca le linee di divisione razziale: gli elettori bianchi tendono a scegliere il candidato che si oppone a quello sostenuto dagli elettori afroamericani. Oggi la manipolazione dei distretti a svantaggio dei neri può essere facilmente nascosta presentandola come un semplice tentativo di favorire i repubblicani.

Questa e altre manovre per modificare le procedure di voto mantenendo una neutralità di facciata sono sfruttate negli stati del sud per ostacolare la rappresentanza politica dei neri. Il Vra e le leggi successive avevano riconosciuto il problema, stabilendo che l’unico modo per arginare la discriminazione era introdurre soluzioni pratiche che tenessero in considerazione il fattore razziale.

Come le decisioni precedenti legate al Vra, anche l’ultima sentenza della corte suprema ha apparentemente una portata limitata, perché non cancella l’intera legge. Tuttavia, anche se l’edificio rimane in piedi, c’è solo la facciata. La legge – approvata grazie agli sforzi di attivisti come Fannie Lou Hamer e John Lewis, dei mezzadri del Mississippi e dei manifestanti dell’Alabama – è praticamente morta.

A prescindere da ciò che succederà alle elezioni di metà mandato, la politica statunitense è cambiata per sempre. Per gran parte della storia, gli ex stati confederati hanno fatto di tutto per ridurre al minimo l’influenza politica delle comunità afroamericane. Ora potranno ricominciare a farlo con la piena copertura della legge.

Uguaglianza formale

L’ultima sentenza arriva dopo quella del 2022 sul caso Robinson contro Landry, in cui i querelanti neri si sono opposti a una mappa elettorale approvata dal governo della Louisiana, controllato dai repubblicani. La mappa ammassava in un’area ristretta gli elettori neri, in modo da ridurre il loro impatto sul voto a livello statale. La Louisiana elegge sei deputati alla camera dei rappresentanti, e un terzo degli abitanti dello stato è composto da afroamericani. I querelanti hanno sostenuto, con successo, che la suddivisione dei distretti era una manovra illegale, perché all’atto pratico dimezzava il peso del voto dei neri.

In quell’occasione avevano presentato alcune mappe alternative che avrebbero protetto l’influenza dei neri, ma alla fine i tribunali hanno accettato il piano scritto dai repubblicani, tra cui il governatore Jeff Landry, alleato del presidente Trump. Questa nuova mappa creava un secondo distretto a maggioranza nera, rispettando formalmente la sentenza della corte suprema, ma continuava a proteggere la maggior parte dei candidati repubblicani da ogni rischio di essere sconfitti alle elezioni.

Nell’ultimo decennio la corte suprema ha concesso agli stati sempre più margine di manovra per manipolare i distretti in modo da ottenere un vantaggio politico (il cosiddetto gerrymandering). Nel 2019 il tribunale ha stabilito di non avere l’autorità per bloccare questi provvedimenti, a patto che i politici non agiscano con l’obiettivo esplicito di discriminare gli elettori in base al colore della pelle.

Progresso politico


Fino alla sentenza del 29 aprile, i tentativi di ricorrere al Vra per rimediare al razzismo nella distribuzione dei seggi tenevano conto del fattore razziale. Dopo il censimento del 1970, i parlamentari degli stati del sud decisi a ridurre il potere politico dei neri suddivisero le aree a maggioranza nera in distretti in cui gli afroamericani si sarebbero ritrovati in minoranza rispetto ai bianchi conservatori. Ma nel 1982 il congresso rispose emendando il Vra per consentire ai tribunali e al dipartimento di giustizia di bocciare le mappe che diluivano il voto delle minoranze.

Oggi le aree che eleggono molti parlamentari neri sono chiamate “distretti Vra”, disegnati dagli stati sotto la supervisione federale per garantire agli elettori delle minoranze la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Questo sistema partiva dal riconoscimento di una serie di circostanze: l’ovvia presenza di un pregiudizio, sì, ma anche il fatto innegabile che le leggi sulla segregazione in vigore fino agli anni sessanta erano state scritte in un linguaggio apparentemente neutrale dal punto di vista razziale, in modo da non violare formalmente la costituzione.

Il parere del giudice Alito ignora questo contesto ritenendolo irrilevante e riporta gli Stati Uniti indietro nel tempo, al 1896, quando il suo collega Henry Billings Brown scrisse che la formula secondo cui bianchi e neri erano “separati ma uguali” non era in contrasto con la costituzione, negando l’evidenza di una segregazione creata proprio per introdurre diverse classi di cittadinanza.

Una prima spallata al Vra era arrivata nel 2013. Allora il giudice della corte suprema John Roberts aveva sostenuto che l’elezione di tanti parlamentari neri e l’affluenza alle urne degli afroamericani dimostravano che la discriminazione negli stati e nelle contee disciplinati dalla legge non era più così grave.

Allo stesso modo, Alito ha svuotato il meccanismo che ha permesso l’elezione di molti rappresentanti neri, citando la difficoltà d’identificare la discriminazione intenzionale come prova che le cose, in America, sono cambiate. Tecnicamente il giudice riconosce che la discriminazione resta un problema, ma allo stesso tempo fissa criteri quasi irraggiungibili per dimostrarne l’esistenza.

Questa logica trasforma il Voting rights act in una legge zombie, una distorsione del suo scopo originario, che oggi protegge soprattutto i bianchi da qualsiasi tentativo di spezzare il loro controllo sproporzionato sul processo elettorale.

Molti statunitensi di tutti gli schieramenti non si rendono conto di quanto siano stati straordinari gli ultimi sessant’anni. Gran parte di ciò che oggi viene dato per scontato nella scienza politica è un prodotto recente, reso possibile dal Vra. Oggi gli Stati Uniti si vantano del livello relativamente basso di violenza politica, ma la situazione era molto diversa quando uomini e donne venivano linciati solo perché avevano osato registrarsi per votare. In questi decenni l’accesso ai seggi non è mai stato adeguato, ma la relativa facilità con cui molte persone hanno partecipato al processo politico esiste da poco.

Queste trasformazioni strutturali ci hanno regalato un paese in cui la fiducia nel cambiamento è diventata la norma. Ogni statunitense ha buone probabilità di conoscere qualcuno che per votare doveva pagare una tassa o sottoporsi a test di lettura e scrittura, ma che è sopravvissuto abbastanza da votare per il primo presidente nero.

Mia nonna, che ha da poco compiuto ottant’anni, era una donna adulta in Mississippi all’epoca della Freedom summer – la campagna per far registrare i neri in vista del voto nello stato – ed era una madre quando è stato approvato il Voting rights act.

La mia generazione è stata la prima a crescere sotto la piena protezione di quella legge, un’epoca in cui per le persone come noi la politica è stata un’ambizione ragionevole e tutt’altro che straordinaria. Il Congressional black caucus, che riunisce i deputati afroamericani, non esisteva fino al 1971, e oggi conta più di sessanta componenti.

Ora questi numeri caleranno. A cominciare dalla Louisiana, molti stati controllati dai repubblicani abrogheranno le mappe basate sul Vra e limiteranno l’influenza dei distretti abitati soprattutto dai neri, forse già in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Poi potrebbe toccare all’Alabama, dove la governatrice Kay Ivey ha convocato una sessione legislativa straordinaria per ridisegnare le mappe statali a meno di tre settimane dalle primarie.

In Tennessee, Georgia, South Carolina e Mississippi, i politici repubblicani hanno chiesto pubblicamente sessioni legislative straordinarie per ridisegnare le mappe alla luce della sentenza della corte suprema. Anche se queste nuove mappe potrebbero non essere valide già quest’anno, è solo una questione di tempo e volontà politica.

In base all’opinione della maggioranza conservatrice della corte suprema, ogni tentativo di trovare un rimedio a questa tendenza pericolosa sarà considerato illegale. La prospettiva di una diversità anche minima all’interno delle istituzioni potrebbe sparire rapidamente.

Detto questo, la rappresentanza al congresso non è mai stata l’obiettivo finale del Vra, né sarà il principale problema che dovremo affrontare dopo la distruzione della legge. Come spiegò Lyndon B. Johnson (il presidente che ratificò il provvedimento) lo scopo era costringere i nemici della libertà ad “aprire i cancelli dell’opportunità” a tutti gli statunitensi. Per Johnson i diritti elettorali erano legati alla “dignità dell’uomo e al destino della democrazia”, mentre la legge in sé doveva essere uno strumento per proteggere questo destino. Senza il Vra, nessuno statunitense potrà più credere che la propria dignità sia al sicuro.

I difensori del diritto di voto dei neri lo avevano capito da tempo: quando i diritti di un cittadino sono calpestati, i diritti di tutti gli altri cittadini non possono essere considerati davvero inalienabili. Il Voting rights act è una manifestazione concreta della dichiarazione d’indipendenza. Per secoli i neri hanno combattuto per il voto, non solo per far sentire la loro voce all’interno del governo ma per dimostrare il loro valore, sia agli altri sia a se stessi. Ci sono riusciti, ma solo per poco.  as

Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 32.

https://www.internazionale.it/magazine/vann-r-newkirk-ii/2026/05/07/la-caduta-di-un-pilastro-della-democrazia


mercoledì 20 maggio 2026

Lo spirito sportivo - George Orwell


Su Tribune, il 14 dicembre 1945, George Orwell pubblica un articolo che passerà, così come l’evento da cui prende le mosse, alla storia della cronaca sportiva. Si tratta dell’incontro di calcio fra la Dinamo Mosca e l’Arsenal, uno dei match che la squadra russa giocò in quel periodo in Gran Bretagna, e che si caratterizzarono per un livello di acrimonia e ostilità fra squadre che faceva eco al raffreddamento dei rapporti internazionali già pienamente in corso fra Regno Unito e URSS dopo la temporanea alleanza antinazista. È ragionando su questi incontri che Orwell conia la famosa frase “la guerra senza gli spari”, per descrivere lo spirito sportivo nell’era dell’agonismo e del prestigio nazionalista.

La rubrica Orwell è tradotta in italiano dalla traduttrice letteraria Anna Martini.


Ora che la breve trasferta della Dinamo[1] è terminata, si può dire in pubblico quello che molte persone ragionevoli dicevano in privato, ancor prima che la squadra di calcio arrivasse. Ovvero, che lo sport è un’inesauribile fonte di ostilità, e che se questa visita ha avuto un qualche effetto sulle relazioni anglo-sovietiche, ha potuto soltanto peggiorarle leggermente.

Neppure i giornali sono riusciti a nascondere il fatto che almeno due della quattro partite giocate hanno provocato forti malumori. Durante l’incontro con l’Arsenal, come mi ha riferito uno spettatore, un giocatore inglese e uno russo sono venuti alle mani e il pubblico ha fischiato l’arbitro. La partita di Glasgow, mi informa un altro, è stata un parapiglia fin dall’inizio. E poi c’è stata la polemica, tipica di quest’epoca nazionalistica, riguardo alla formazione della squadra dell’Arsenal. Era davvero una selezione nazionale inglese, come sostenevano i russi, o una semplice squadra di club, come sostenevano i britannici? E la Dinamo ha davvero interrotto bruscamente la tournée per non giocare contro una selezione nazionale inglese? Come sempre, a queste domande ognuno risponde a seconda delle sue predilezioni politiche. Non proprio tutti, però. È stato interessante osservare, quale esempio delle perverse passioni suscitate dal calcio, che il cronista sportivo del russofilo News Chronicle ha seguito la linea antirussa, affermando che l’Arsenal non era una selezione nazionale. Una polemica la cui eco risuonerà per anni nelle note dei libri di storia. Frattanto l’effetto della tournée della Dinamo, nella misura in cui ha sortito qualche effetto, sarà stato di creare nuovo malanimo in entrambe le parti.

E come potrebbe essere altrimenti? Mi sorprende sempre sentir dire che lo sport crea amicizia tra le nazioni, e che se i popoli del mondo potessero incontrarsi su un campo da calcio o da cricket, non avrebbero nessuna voglia di incontrarsi su un campo di battaglia. Se anche non avessimo esempi concreti (le Olimpiadi del 1936, per esempio) che le competizioni sportive internazionali scatenano rancori frenetici, potremmo dedurlo dai principi generali.

Quasi tutti gli sport praticati oggigiorno sono agonistici. Si gioca per vincere, e il gioco ha poco senso se non si fa tutto il possibile per vincere. In un campetto di paese, dove ti scegli una squadra e non c’è di mezzo il patriottismo locale, è possibile giocare per il semplice divertimento e per l’esercizio fisico; ma quando spunta la questione del prestigio, quando cominci a sentire che se tu e un gruppo più esteso non vincete, vi coprirete di vergogna, si destano gli istinti combattivi più feroci. Lo sa chiunque abbia fatto anche soltanto una partitella di calcio a scuola. A livello internazionale, lo sport è praticamente una simulazione di guerra. Ma non tanto è il comportamento dei giocatori ad essere significativo, quanto l’atteggiamento degli spettatori; e, dietro gli spettatori, quello delle nazioni che si scalmanano per queste competizioni assurde, e credono sinceramente – per brevi periodi, almeno – che correre, saltare e prendere a calci una palla siano prove di virtù nazionale.

Perfino un gioco tranquillo come il cricket, che dovrebbe esprimere più grazia che forza, può causare forti malanimi, come abbiamo visto nel caso della polemica sul bodyline[2] e sul gioco troppo duro della squadra australiana che è stata ospite in Inghilterra nel 1921. Il calcio, sport in cui tutti si fanno male e per cui ogni nazione ha un proprio stile di gioco che agli stranieri sembra scorretto, è molto peggio. Peggiore di tutti è la boxe. Uno dei più orribili spettacoli al mondo è un incontro fra pugili bianchi e di colore davanti a un pubblico misto. Ma il pubblico della boxe è sempre disgustoso, e in particolare il comportamento delle donne è tale che, se non erro, l’esercito vieta loro di assistere agli incontri dei suoi atleti. Ad ogni modo, due o tre anni fa, quando la Home Guard e le truppe regolari hanno organizzato un torneo di pugilato, mi hanno messo di guardia all’ingresso della sala, con l’ordine di non lasciar entrare le donne.

In Inghilterra, l’ossessione per lo sport non è uno scherzo, ma passioni ancora più violente si accendono nei paesi giovani, dove l’attività sportiva e il nazionalismo sono sviluppi recenti. In paesi come l’India o la Birmania, alle partite di calcio sono necessari robusti cordoni di polizia per impedire alla folla di invadere il campo. In Birmania, ho visto i sostenitori di una squadra sfondare lo sbarramento di polizia e intralciare il portiere avversario in un momento cruciale. La prima partita di calcio importante giocata in Spagna, una quindicina d’anni fa, terminò in un tumulto incontrollabile. Quando si destano forti sentimenti di rivalità, l’idea di giocare secondo le regole svanisce sempre. La gente vuole vedere una parte esaltata e l’altra umiliata, e dimentica che una vittoria ottenuta tramite l’inganno o l’intervento della folla è priva di senso. Anche quando gli spettatori non intervengono fisicamente, cercano di influenzare la partita incitando la propria squadra ed esasperando gli avversari con fischi e insulti. Lo sport serio non ha niente a che vedere con il fair play. È pervaso da odio, gelosia, vanagloria, disprezzo di ogni regola e piacere sadico di fronte alla violenza: in altre parole, è guerra senza gli spari.

Invece di blaterare della innocente e salutare rivalità del campo di calcio e del grande contributo dei giochi olimpici all’unione fra i popoli, è più utile chiedersi come e perché sia nato questo moderno culto dello sport. Quasi tutte le attività sportive che oggi pratichiamo hanno origini antiche, ma tra l’epoca romana e il XIX secolo lo sport non sembra essere stato preso molto sul serio. Perfino nei collegi inglesi il culto dello sport ebbe inizio soltanto sul finire del secolo scorso. Il dottor Arnold, generalmente considerato il fondatore della moderna public school, lo considerava solo una perdita di tempo. Poi, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti, le discipline sportive divennero progressivamente attività fortemente finanziate, capaci di attirare enormi folle e di suscitare passioni feroci, e il contagio si diffuse da un paese all’altro. Ad essersi affermati sono soprattutto gli sport più violentemente combattivi, come il calcio e il pugilato. Non ci possono essere molti dubbi sul fatto che tutto ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo, cioè alla stravagante abitudine moderna di identificarsi con grandi unità di potere e di vedere ogni cosa in termini di prestigio competitivo. Inoltre, è più probabile che gli sport organizzati si sviluppino nelle comunità urbane, dove l’essere umano medio conduce una vita sedentaria o almeno limitata nello spazio, e ha scarse occasioni di dedicarsi a un lavoro creativo. In una comunità rurale, un ragazzo o un giovane smaltisce molta energia in eccesso camminando, nuotando, tirando palle di neve, arrampicandosi sugli alberi, andando a cavallo e praticando vari sport crudeli verso gli animali, come la pesca, i combattimenti fra galli e la caccia ai ratti con i furetti. In una grande città, se si vuole dar sfogo alla forza fisica o agli impulsi sadici, bisogna indulgere in attività di gruppo. Le gare sono prese sul serio a Londra e a New York, come lo erano a Roma e a Bisanzio: si disputavano nel Medioevo, e probabilmente con molta brutalità fisica, ma non si mischiavano alla politica né erano causa di odii collettivi.

Non ci possono essere molti dubbi sul fatto che tutto ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo, cioè alla stravagante abitudine moderna di identificarsi con grandi unità di potere e di vedere ogni cosa in termini di prestigio competitivo.

Se si volesse accrescere l’immensa riserva di ostilità che esiste in questo momento nel mondo, credo che il modo migliore sarebbe organizzare una serie di partite di calcio fra ebrei e arabi, tedeschi e cechi, indiani e britannici, russi e polacchi, italiani e jugoslavi, ciascuna davanti a un pubblico misto di centomila spettatori. Certo, non voglio affermare che lo sport sia una delle cause principali della rivalità tra nazioni; lo sport su vasta scala è esso stesso, credo, soltanto l’ennesimo effetto delle cause che hanno prodotto il nazionalismo. Comunque è vero che si peggiorano le cose, mandando in campo una squadra di undici uomini con l’etichetta di campioni nazionali a battersi contro una squadra avversaria, assecondando la sensazione che la nazione sconfitta “perderà la faccia”.

Spero, quindi, che non daremo seguito alla visita della Dinamo mandando una squadra britannica in URSS. Se proprio dobbiamo, allora mandiamo una squadra di secondo piano, che sarà certamente battuta e che nessuno possa considerare rappresentativa dell’intera Gran Bretagna. Abbiamo già fin troppe preoccupazioni vere, e non c’è bisogno di crearne altre incoraggiando dei giovanotti a prendersi a calci sugli stinchi fra i ringhi di spettatori inferociti.


[1] Dinamo Mosca, la prima squadra di calcio sovietica ospitata in Occidente. Questa trasferta in Gran Bretagna è un evento leggendario nella storia del calcio post-bellico. (NdT)

[2] Tattica di lancio aggressiva, diretta verso il corpo del battitore, per intimidirlo e fargli male; pericolosa anche perché all’epoca si giocava senza il casco o altre protezioni. (NdT)

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martedì 19 maggio 2026

Brasile: «Non asfaltate l’Amazzonia»


Quell’autostrada in Brasile che fa esplodere il rischio di epidemie globali su Avvenire. Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali i lavori sulla BR-319 potrebbero innescare un devastante effetto a catena. Ecco perché.

 

Lavori stradali in Amazzonia realizzati dall’esercito

La BR-319, l’autostrada che taglia l’Amazzonia brasiliana da Nord a Sud, da Manaus a Porto Velho, è stata costruita negli anni della dittatura militare, tra il 1968 e il 1976. Gli ambientalisti la chiamano «la cicatrice della foresta», e mai avrebbero pensato che proprio un presidente progressista e – in teoria – ‘eco-friendly’ come Lula ne autorizzasse i lavori di completamento. Degli 885 chilometri totali di autostrada quasi la metà, circa 400 chilometri, sono ancora senza asfalto: il governo ha appena dato il via libera ad un cantiere che intuitivamente è ad altissimo rischio ambientale, in quanto espone l’area al disboscamento, e anche sociale, perché secondo le Ong viola i diritti delle popolazioni indigene.

 

Timori nel mondo

«Ma c’è anche dell’altro, che potrebbe spaventare non solo i brasiliani ma i cittadini di tutto il mondo, e non solo perché l’Amazzonia è il più efficace catturatore di CO2 e dunque il maggior fornitore dell’ossigeno che ci serve per sopravvivere sulla Terra», sottolinea Giuseppe Baselice . Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali e pubblicato sulla rivista Science, i lavori di asfaltatura della BR-319 potrebbero innescare nuove pandemie con impatto globale. L’articolo elenca i dati di un’indagine che ha identificato più di 18.000 agenti patogeni nella regione attraversata dall’autostrada, tra cui virus e batteri sconosciuti, con caratteristiche preoccupanti come elevata virulenza, tossicità, resistenza agli antibiotici e capacità di scambiarsi informazioni genetiche.

 

L’autostrada dei virus

«Il disboscamento della foresta amazzonica aumenta i rischi per la biosicurezza a livello locale, regionale e globale – scrivono gli scienziati, tra cui quelli dell’università di Utrecht e della Trinity University di San Antonio, in Texas -. Se completata, la pavimentazione dell’autostrada BR-319 collegherebbe uno dei più grandi ‘serbatoi zoonotici’del mondo (popolazioni animali selvatiche che ospitano naturalmente agenti patogeni—virus, batteri, parassiti—capaci di trasmettersi all’uomo) agli aeroporti internazionali, aumentando velocità e portata con cui nuovi agenti patogeni potrebbero diffondersi a livello globale». I grandi fiumi amazzonici, infatti, agiscono come una barriera naturale, isolando queste comunità microbiche da migliaia di anni.

 

L’intervento umano suicida

L’intervento umano, ancora una volta, può sconvolgere questo delicato equilibro e provocare severi problemi di ordine sanitario, consentendo ai microrganismi di diffondersi e creare nuove varianti di virus e batteri. «Anche perché, spiega inoltre lo studio, fino ad oggi la maggior parte della deforestazione è avvenuta nelle zone perimetrali dell’Amazzonia. Raramente, se non appunto per costruire la BR-319, ci si è addentrati così all’interno, mettendo mano all’ecosistema». E per la verità qualche conseguenza c’è già stata: una nuova variante del virus Oropouche, che causa febbre alta, è stata individuata nel 2024 proprio all’altezza del tratto centrale dell’autostrada incriminata, ed è giunta fino all’Europa e all’Italia.

 

Coronavirus

Non solo: nel 2021, la variante gamma del Coronavirus è stata identificata per la prima volta a Manaus. E poi ci sono i rischi per l’agricoltura e quindi per l’alimentazione: il Brasile è la «fattoria del mondo», essendo primo esportatore globale di diversi prodotti alimentari, tra cui zucchero, soia e carne bovina, e i patogeni rilevati dai ricercatori possono infettare proprio le piantagioni di canna da zucchero, di soia e gli allevamenti bovini.Infine, lo studio punta il dito contro l’estrazione di potassio, che pure può contribuire al formarsi di una nuova pandemia, essendo particolarmente diffusa in quella area.

 

E il governo Lula, che dice?

Interpellato dalla stampa brasiliana, il ministero dell’Ambiente ha fatto sapere che il dossier è ancora in fase di analisi: «Ribadiamo che l’analisi del processo viene condotta con rigore tecnico e in conformità con la legislazione vigente, nel rispetto delle decisioni giudiziarie e dei limiti di competenza». La sensazione è che nonostante le polemiche si procederà, come è avvenuto con l’autorizzazione concessa a Petrobras per trivellare la foce del Rio delle Amazzoni.

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