venerdì 2 ottobre 2026

Burkina Faso: l’oro non parte più, Traoré spezza le catene coloniali


Il Capitano inaugura la raffineria di Stato e lancia la sfida all'Occidente: "Vogliamo l'intera filiera sul posto". Un passo decisivo verso la sovranità economica sognata da Thomas Sankara

Ouagadougou, 29 settembre 2026. La data in cui la terra di Thomas Sankara ha smesso di regalare il proprio futuro. Per decenni l’oro del Burkina Faso è partito sotto forma di lingotti grezzi, lasciando dietro di sé solo polvere, miseria e promesse mai mantenute. Il sottosuolo veniva svuotato, ma la ricchezza vera finiva altrove. In un classico schema neocolonialista. Oggi, quel meccanismo di spoliazione coloniale si è spezzato. 

Il Presidente del Burkina Faso, il capitano Ibrahim Traoré, ha tagliato il nastro di RAFFINOR-BF, la prima raffineria d’oro del Paese. Non è un semplice impianto industriale. È una dichiarazione di guerra economica al vecchio ordine mondiale, la materializzazione di quella sovranità che Sankara sognava e che Traoré sta imponendo nonostante le manovre ostili delle vecchie potrenze colonialiste, Francia in testa.
 
L’opera, voluta dallo Stato attraverso la Società nazionale delle sostanze preziose (SONASP) e sostenuta da investimenti privati, è costata oltre 11 miliardi di franchi CFA. I numeri parlano di una capacità iniziale di 164 tonnellate l’anno, che salirà a 515 nella seconda fase. Ma i numeri, da soli, non raccontano la rivoluzione. A contare sono le oltre cento assunzioni dirette, i cinquemila posti di lavoro indiretti e, soprattutto, la purezza al 99,99% dell’oro in uscita, certificato con lo standard internazionale "Good Delivery". L'oro prodotto in Burkina, d'ora in poi, viene raffinato in Burkina. Quella che fino a pochi anni fa sembrava un'utopia, ieri è diventata crealtà. Il ministro delle Miniere, Yacouba Zabré Gouba, leggendo il pensiero del Capo dello Stato, ha usato parole che decisamente eloquenti: «Per troppo tempo il sudore dei nostri lavoratori e le ricchezze del nostro sottosuolo hanno alimentato catene del valore costruite altrove. Ci dicevano che non avevamo la tecnologia, né la capacità, né il diritto di trasformare le nostre ricchezze. Oggi spezziamo questo anello di dipendenza. Il nostro oro non servirà più a costruire la fortuna degli altri mentre il nostro popolo resta nel bisogno».

È la quintessenza della Rivoluzione Popolare e Progressista. Ogni grammo estratto deve servire a costruire scuole, ospedali, strade e competenze. Ma Traoré non si limita a nazionalizzare le risorse, le mette al servizio di una visione geopolitica chiara. La nuova raffineria permetterà di tracciare l'oro, chiudere i rubinetti del contrabbando e del riciclaggio di capitali, togliendo il controllo delle risorse dalle mani delle multinazionali e dei trafficanti.

Il Capitano, durante la cerimonia, non ha usato giri di parole. Il suo discorso è un manifesto di autodeterminazione africana: «L’inaugurazione di questa fabbrica è un simbolo forte. Che si tratti di oro, manganese, rame o zinco, la nostra ambizione non è più essere un Paese che estrae e porta la materia prima all'estero. Vogliamo raffinare tutti i nostri metalli sul posto». 

E guardando dritto negli occhi chi, in questi anni, ha cercato di ostacolare la sua marcia, Traoré ha lanciato un messaggio che sa di sfida aperta: «Tutto ciò che è industria estrattiva, vogliamo averne l'intera catena del valore qui. Iniziamo con l'oro, ma c'è molto altro nel nostro sottosuolo. Vogliamo padroneggiare tutto, fino all'ultimo dettaglio. È l'occasione per invitare anche la gioventù a mettersi in gioco, a imparare, a padroneggiare l'intera filiera mineraria».

La strada della sovranità è sempre costellata di detrattori e ostacoli. Ma il leader burkinabè ha mostrato di non curarsi delle critiche provenienti da chi vorrebbe il Paese ancora fermo al ruolo di cava a cielo aperto. Con il tono ruvido e deciso che lo contraddistingue, ha liquidato gli scettici: «Non molto tempo fa dicevo che ci sono persone che qualifico come scarti della società. Continueranno a parlare. Lasciateli fare e continuiamo ad andare avanti. Questa è la cosa più importante. Non ascoltateli, avanziamo! La fabbrica è concreto. Questo è ciò che conta. Rimanete concentrati, rimanete focalizzati».

RAFFINOR-BF non è solo un hub industriale per l'Africa occidentale. È la prova che un'altra Africa è possibile. Un'Africa che non chiede il permesso per essere padrona a casa propria. Thomas Sankara diceva che l'imperialismo si nutre delle nostre materie prime. Ieri, a Ouagadougou, Ibrahim Traoré gli ha tolto il nutrimento. L'oro ora resta in patria. E con esso, la dignità di un popolo che ha deciso di non essere più la miniera di nessuno.


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giovedì 1 ottobre 2026

L’isola dei tesori - Mauro Armanino


Da Socrate, il cane nato in fabbrica, al mendicante di Piazza dell’Annunziata, fino alla piccola Natasha morta di fame: un viaggio tra le vite a cui attribuiamo valore e quelle che il nostro mondo ha imparato a non vedere.

L’avevo chiamato Socrate ed era nato in fabbrica. Sua madre, una cagna aperta all’ecumenismo, aveva partorito nell’officina meccanica della fabbrica nella quale lavoravo. In quei tempi non c’era la video- sorveglianza, i cronometri per misurare le pause per il caffé  e si esercitava perfino lo sciopero del rendimento. In alcuni fine settimana, nel turno di notte, in certi reparti si poteva anche arrostire la carne e bersi un bicchier di vino in compagnia. I guardiani e i padroni sapevano tutto ma c’erano le lotte sindacali e anche spazi di umana convivenza. Quello che sarebbe stato chiamato Socrate era l’unico cucciolo nero della nidiata multicolore custodita, con affezione, dagli operai e capi dell’officina meccanica dello stabilimento. Socrate, malgrado un nome altisonante è rimasto sempre piccolo e nero. Non si dava arie e stava al suo posto accanto al pollaio sulla riva del torrente. Qualche volta correva con me quando andavo in collina a zappare le fascie di terra per la semina.

Proprio accanto alla nota Piazza dell’Annunziata a Genova, a destra sulla strada che sale verso l’Albergo dei Poveri, non passa inosservata la scritta di una vetrina. Vi si legge ‘ L’isola dei tesori’. Appetibile titolo che gioca sulla prossimità col titolo del famoso romanzo per ragazzi di Robert Louis Stevenson, ‘L’isola del tesoro’, pubblicato nel 1881 o 1882. Solo che, avvicinandosi, si nota il disegno di alcuni cani e la minuscola scritta ‘dove gli animali sono preziosi’. A Gaza, nel Sudan, in Ukraina, nella Republica Democratica del Congo, in vaste porzioni della Nigeria e nel Sahel questa scritta non sarebbe stata neppure concepibile. Sono tornato l’anno scorso dal Niger dove, secondo il recente rapporto del Programma Mondiale dell’Alimentazione, nel 2026 quasi due milioni e mezzo di persone si trovano in grave insicurezza alimentare. Di queste un milione e 600mila bambini in stato di malnutrizione acuta. Nè il negozio nè la scritta sarebbe stata pensabile nell’altro mondo citato.

Mentre mi trovavo in missione fuori dal Paese Socrate è morto. E’ stato sepolto nel greto del fiume dove ha trascorso, con filosofia, la sua vita canina senza attese e pretese. Vivrà forse coi suoi simili in un paradiso riservato a queste creature forse senza padroni o guinzagli, giocando a fare i cani normali. A Genova se ne possono contare circa 181. 000, registrati all’anagrafe canina mentre stime locali e regionali recenti suggeriscono all’incirca 90.000 esemplari. In Italia si spende in media tra i 1.200 e i 1.300 euro all’anno per il mantenimento del cane. La cifra cambia in base alla taglia dell’animale e alla cura della salute. Il cibo è la spesa più alta e le visite di base, i vaccini e altri prodotti hanno un costo importante che può naturalmente variare a seconda del cane e le possibilità finanziarie del padrone. Mantenere un gatto, invece, risulta meno oneroso perchè costa in media 767 euro all’anno, fatti salvi gli imprevisti. Non sono naturalmente contabilizzati i circa 6.000 gatti randagi recensiti in città.

Nell’isola dei tesori del negozio di Piazza dell’Annunziata sono preziosi gli animali mentre, se salite la scalinata che porta alla basilica omonima, accanto alla porta d’ingresso, noterete una statua di bronzo. Dal 2023, donata dallo scultore Timothy Schmalz alla comunità di sant’Egidio, essa rapprenta un mendicante sotto il quale si nasconde il Cristo, nell’atto di chiedere l’elemosina. Nella propria vita, in fondo, non si tratta altro che di scegliere tra ciò è prezioso e ciò che è forse utile ma futile. Soprattutto si tratta di rieducare il nostro sguardo e di intercettare, nei propri simili, quanto di prezioso si trova nascosto dietro i pregiudizi e le esclusioni. Il mendicante con la ciotola e la mano tesa è l’altra isola del tesoro che, raggiunta, può rendere preziosa la nostra vita. Natasha, bimba della Sierra Leone giunta a Niamey con la madre durante il mio soggiorno, aveva un anno quando è morta di fame sulla strada. Nulla di più prezioso che la sua breve vita rapita dal vento.

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mercoledì 30 settembre 2026

Siamo tutte Maricarmen! La lotta per la casa in Spagna e la acampada della Puerta del Sol - Stefano Portelli

 

Sono le quattro di mattina quando lascio l’accampamento di Puerta del Sol a Madrid. La mobilitazione è iniziata nove ore prima nella stessa piazza, ma la gente non accenna a diminuire. Al contrario, decine e decine di persone accorrono a portare viveri, tende, materassini e sacchi a pelo, e verso l’una di notte appare un secondo gazebo, accanto a quello arancione del Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Si prepara da mangiare con il cibo ricevuto in donazione; ce n’è in abbondanza, e gratis. Ci saranno almeno mille persone in piazza, forse duemila, più di cento tende, e l’organizzazione è impressionante. Verso l’una si monta un impianto, e un’organizzatrice del sindacato parla al microfono: «Siamo tutte molto più vicine a essere Maricarmen, sfrattata con la forza dalla polizia, che a poterci comprare una casa! – dice – Quando abbiamo permesso che succedesse tutto questo?».

Parte l’ennesimo coro: Hace falta ya / una huelga de alquileres / hace falta ya / una huelga general (c’è bisogno di uno sciopero degli affitti, c’è bisogno di uno sciopero generale). Poi arriva un gruppo a cappella, che fa i canti della guerra di Spagna, riadattati alla battaglia contro la grande proprietà immobiliare, e alla solidarietà con Maricarmen. Questo continuo riferimento alla difesa dal fascismo – una costante nelle proteste dello stato spagnolo – conferisce profondità storica a tutte le mobilitazioni, dalle acampadas contro la guerra del 2003, a quelle del 15-M, i cosiddetti Indignados, fino ai tre anni di lotte per l’indipendenza in Catalogna. Il nemico è sempre quello. Oggi, che la grande acampada è sulla questione della casa e degli affitti, molti forse ricordano che una delle campagne che negli anni Trenta del Novecento aiutò a consolidare il movimento antifascista fu proprio un grande sciopero degli affitti. Proprio come quello di cui si sta parlando qui: una grande azione collettiva contro la classe che estrae la sua rendita dallo sfruttamento. Qué viva / la lucha / de la clase obrera! si scandisce.

Sono a Madrid per l’incontro della Coalizione europea per il diritto alla casa e alla città – la European Action Coalition o EAC – che riunisce i sindacati per l’abitare da tutta Europa e oltre. Alla due giorni di incontri, conferenze e tavole rotonde partecipano gli organizzatori del referendum per l’esproprio di Berlino; ci sono i sindacati degli inquilini e delle inquiline dalla Scozia e dall’Irlanda, che hanno lottato e in parte ottenuto il controllo degli affitti; ci sono Droit au Logement e Locataires Ensemble dalla Francia; c’è la Greater Manchester Tenant Union, c’è la London Renters Union, c’è Căși Sociale ACUM dalla Romania, e così la Grecia, il Portogallo, l’Albania, la Polonia, e anche alcuni argentini e statunitensi. Si parla inglese, ma il Sindicato de Inquilinas di Madrid fa un grande lavoro di traduzione simultanea. Intervengono molti militanti di base di Madrid e Barcellona, anche diverse donne diventate attiviste dopo aver subito uno sfratto. Molte sono di origine migrante.

L’incontro dell’EAC era programmato per questi giorni in corrispondenza con The District, una fiera degli investitori immobiliari che si è tenuta qui a Madrid tra il 22 e il 24 settembre, mentre intorno si moltiplicano sfratti, sgomberi e le tragedie connesse. Il nome di questo contro-vertice era El Barrio, il quartiere, che si oppone al District gentrificato: una rivendicazione di autonomia anche culturale, oltre che economica, rispetto all’invasione dei grandi speculatori, dei fondi avvoltoio e della grande finanza internazionale. Già da martedì scorso c’erano state azioni di disturbo alla quiete neoliberale degli affaristi che divorano le città e ne sputano fuori gli abitanti. Appena poche settimane prima a Barcellona c’era stato il suicidio di Olga, un’inquilina e militante del sindacato catalano, sfrattata poche settimane prima dal Banc Sabadell. Le azioni contro il District hanno avuto una certa eco mediatica, in una sfera pubblica in cui comunque la questione degli sfratti è molto presente – grazie al lavoro continuo dei sindacati inquilini di tutto lo stato. A quel punto è arrivato lo sfratto di Maricarmen Abascal – ottantasettenne disabile –  che ha fatto esplodere la situazione.

Non era ancora finito il District quando giornali e televisioni hanno trasmesso le immagini di Maricarmen trascinata fuori casa in barella, con la polizia che manganellava le persone accorse a difenderla. Maricarmen è una sindacalista che ha deciso di portare la situazione alle estreme conseguenze, arrivando a farsi sfrattare con la forza perché il suo caso avesse la massima risonanza possibile. Nelle interviste che ha concesso prima e dopo lo sfratto, Maricarmen insisteva sul fatto che la sua resistenza non sarebbe servita per salvare casa propria, ma perché altra gente imparasse a lottare. La sua battaglia non era solo per lei, ma parte del percorso del sindacato per acabar con el rentismo, farla finita con la rendita. E quindi il problema non era solo il “fondo avvoltoio” che era riuscito a far annullare il suo contratto d’affitto, per raddoppiarle e quasi triplicarle i canoni, ma tutti gli sciami di rentistas atterrati sulle città della Spagna per cacciarne gli abitanti. La lucidità del suo discorso, il coraggio tanto suo come di chi l’ha difesa, la brutalità della polizia, hanno “bucato”: a differenza di tutte le sfrattate e gli sfrattati di questi anni, la storia di Maricarmen è entrata nella sfera pubblica. Neanche la destra xenofoba – che da mesi martella il suo odio ipocrita ai migranti, con l’idea della “priorità nazionale” – è riuscita a reagire all’enorme ondata di indignazione contro questo sfratto. Il campo mediatico è stato occupato dall’abuso della rendita immobiliare.

La presidentessa della comunità autonoma di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, poche ore dopo lo sfratto ha dichiarato: “Ho avuto una giornata meravigliosa, sono molto fortunata”. La destra al potere nella città e nella comunità autonoma continua a minimizzare la questione immobiliare, anche perché Ayuso è stata al centro di una serie di scandali legati agli acquisti e affitti di appartamenti di lusso, tra cui un attico da cinquecento metri quadrati acquistato per lei dall’amministrazione che dirige. Nei talk show televisivi i commentatori dicevano: “Quando abbiamo permesso che tutto questo fosse normale? Che poche Ayuso vivano nel lusso, mentre migliaia di Maricarmen vengono sfrattate?”. Alcuni giornalisti sono andati all’uscita del District a chiedere agli speculatori cosa pensano dello sfratto di Maricarmen, incalzandoli in diretta. Altri sindacati in altre parti dello stato hanno manifestato in solidarietà. A Barcellona migliaia di persone si sono radunate vicino alla Sagrada Familia al grido di todas somos Maricarmen. L’obiettivo è che non ci sia nessuna altra Maricarmen. Che questo sfratto sia l’ultimo.

Così, quando è partito il corteo di sabato 26 a Puerta del Sol, nel resto dello stato spagnolo si stavano svolgendo almeno altre sedici manifestazioni. Le reti di contatto tra i diversi sindacati, nonostante le affiliazioni politiche divergenti – anarchici, comunisti, socialisti – avevano creato un fronte di protesta comune. Nel frattempo, il primo ministro socialista Sánchez si dichiarava rattristato dalla situazione, incolpando l’amministrazione comunale e regionale di Madrid, entrambe di destra. Eppure il suo governo avrebbe potuto approvare un decreto per evitarlo, e non lo ha fatto. Sarà difficile per il Psoe di Sánchez strumentalizzare questa situazione, di cui il fondo immobiliare non è certo l’unico responsabile. Lo sfratto di Maricarmen è avvenuto perché il fondo che ha acquistato l’appartamento ha trovato il modo di annullare il suo contratto indefinito – rinnovato automaticamente – di cui la sua famiglia godeva fin dagli anni Sessanta. Ma è stato proprio il Psoe a eliminare questi contratti indefiniti, quando negli anni Novanta ha liberalizzato gli affitti e il mercato della casa. Come al tempo degli Indignados, mentre destra e sinistra si rimpallano le colpe, il popolo sa bene che la responsabilità è di entrambi.

Alla manifestazione di sabato si calcolano almeno duecentomila persone. In una città da tre milioni di abitanti, questo vuol dire una persona su dieci, e con appena due giorni di preparazione. Il corteo dura tre ore e arriva alla sede del Parlamento. La polizia si tiene ai margini, sovrastata dalla marea umana. La città è in strada, tira fuori le chiavi di casa, le agita gridando: Tenemos las llaves / de toda Madrid! Si gridano slogan antichi, come Ser policía / vergüenza me daría! (mi vergognerei a essere poliziotto), e il grande classico: Qué pasa, qué pasa / que no tenemos casa! Ma ci sono anche slogan nuovi, che emergono dall’elaborazione politica di questi ultimi anni, quando si è capito che il nuovo fascismo oggi non è solo l’estrema destra di Vox (che la stessa mattina aveva manifestato per Ceuta, in un migliaio, per le vie del centro di Madrid), ma soprattutto l’accumulazione sfrenata di rendita estratta dalle vite, dai territori e dalle case della popolazione: il rentismo. Così, se durante la guerra civile si gridava Madrid será la tumba del fascismo, oggi si dice anche Madrid será la tumba del rentismo.

Percorriamo il corteo cantando gli slogan con gli altri militanti dell’EAC. Una compagna romena mi spiega le grandi rimozioni di gitani intorno a Cluj Napoca, con lo stato che promette mutui a famiglie incapaci di pagarli, per disgregare le comunità, espellerle dal centro e indebitare le famiglie per decenni. Con un militante del sindacato irlandese parliamo di un possibile incontro sul rent control a Roma, ora che la proposta è stata avanzata anche in Italia; la mobilitazione storica per il controllo degli affitti è nata proprio in Irlanda, oltre un secolo fa. Una sindacalista di Atene ci aggiorna su Prosfygika ad Atene, e sullo stato di salute di Aristotelis Chantzis dopo tre mesi di sciopero della fame. E con le mie compagne dell’Assemblea di autodifesa abitativa di Roma ragioniamo sulle differenze tra i movimenti romani e quelli di Madrid, sul rapporto tra lotta per la casa e partiti politici, ma anche sulla difficoltà di far crescere la battaglia sugli affitti, in mancanza quasi assoluta di dati sul rentismo in Italia. Proprio in questo periodo a Roma Nord c’è una donna sotto sfratto, della stessa età di Maricarmen; un fondo immobiliare ha comprato la casa che le era stata assegnata dal Comune, alzandole l’affitto arbitrariamente. All’ultimo picchetto per difenderla eravamo in tre.

L’accampamento a Puerta del Sol richiama direttamente il 15-M, il mese di acampada che era iniziato nel 2011 proprio nella stessa piazza, e che da lì si estese a tutte le città dello stato. Ma se il primo giorno del movimento degli Indignados c’erano solo una quarantina di tende, ora ce ne sono centinaia fin dalla prima sera; la notte la parte centrale della piazza è già quasi piena. La nuova mobilitazione sembra aver imparato molte lezioni da quella di quindici anni fa: il sindacato ha organizzato gli spazi e i tempi, e anche se c’è un enorme margine per la spontaneità – ognuno mette la tenda dove vuole, monta un gazebo, organizza le attività che vuole – il Sindi mantiene una zona centrale con il cibo, i materassini, l’acqua, le informazioni, l’infermeria. C’è un po’ di musica, continuano i cori, e soprattutto c’è pochissimo alcool. I membri del sindacato, con le magliette arancioni, non hanno dormito quasi per niente nell’ultima settimana, tra la preparazione del picchetto e quella della manifestazione. Anche loro sono stupiti della risposta. Sapevano che l’attenzione cresceva, ma non si aspettavano migliaia di persone, centinaia di migliaia in manifestazione.

Il giorno dopo, domenica, il numero di persone e di tende è incalcolabile; solo il drone che volteggia sopra i palazzi di Puerta del Sol sa quanti siamo – ma non ce lo dirà. Una sindacalista mi spiega che la capienza della piazza è di ottantamila persone; la zona coinvolta dalla mobilitazione è poco più piccola dell’intera superficie. A mezzogiorno, poi, c’è la manifestazione per la scuola pubblica, che di nuovo vede sfilare decine di migliaia di persone, forse centomila. Le magliette verdi dei docenti e delle docenti si spargono per il centro città, alcune raggiungono l’accampamento, che continua a crescere. Cinque furgoni di polizia antisommossa entrano nella piazza, si schierano davanti al Comune, poi se ne vanno come sono arrivati. Forse temono che la pressione della polizia potrebbe portare ancora più gente in piazza.

Ma ormai il tappo è saltato, e alla sera l’accampamento è una città autogestita, completamente illegale, in cui si aprono strade e piazze, sotto i gazebo e i teli di plastica, percorse da migliaia di curiosi, militanti, inquiline, turisti. C’è cibo per tutti, gratis; sono arrivate così tante donazioni che hanno dovuto chiedere di non portare più niente. Un paio di ragazze, con le magliette verdi dello sciopero per la scuola, si aprono un quadrato di spazio e montano una nuova tenda. Mi vedono scrivere questo articolo al computer su una sedia lì accanto, e mi preparano la loro tenda, con i cuscini e il tappetino, per farmi scrivere più comodo. Passa una volontaria offrendo acqua. Una bandiera palestinese sventola sopra la distesa di tende. Intorno, migliaia di persone continuano a gridare, al megafono, in coro, in continuazione: Hace falta ya / una huelga una huelga / hace falta ya, una huelga general! O ser rentista / no es un trabajo! Oppure ¿Dónde está / el gobierno progresista?

Dal canto suo, il governo progressista è in seria difficoltà. Martedì dovrà votare sul decreto che avrebbe potuto fermare lo sfratto di Maricarmen. Il consiglio dei ministri potrebbe accettare o rifiutare la proposta del sindacato, che prevede di restaurare i contratti indefiniti, aboliti nel 1998; di rendere obbligatoria un’alternativa dignitosa prima di autorizzare uno sfratto; e, naturalmente, di congelare il prezzo degli affitti. L’accampamento rimarrà sicuramente fino a martedì, e anche a Barcellona – e sicuramente anche altrove – si sta organizzando una protesta per martedì mattina, per aumentare la pressione sull’esecutivo di Sánchez. Se si votasse, questo “decreto Maricarmen” rappresenterebbe la prima svolta davvero radicale nelle politiche abitative in Europa, dopo quarant’anni di liberalizzazione selvaggia degli affitti e della casa. Sarebbe un precedente colossale, che toglierebbe ogni appoggio della classe rentista al governo Sánchez, e possiamo solo immaginare la quantità di voti e finanziamenti che garantisce questa lobby. Il governo voterà sicuramente un provvedimento-truffa per salvare la faccia; ma si continuerà a lottare, e se si arrivasse a uno sciopero generale ci potrebbe essere davvero una conseguenza, soprattutto se al movimento per la casa si sommasse quello per la scuola, che ha organizzato uno sciopero poco tempo fa, o le tante altre rivendicazioni connesse, come quelle ambientali o climatiche. Anche a Madrid il caldo quest’estate è stato apocalittico, e decine di migliaia di persone hanno visto le loro case trasformarsi in forni, in serre, mentre continuavano a pagare affitti insostenibili.

Qualunque cosa succeda, le conseguenze saranno importanti. Ma anche le ripercussioni nel resto d’Europa potrebbero essere grandi, a seconda di come ogni paese, ogni città, saprà reinterpretare questo momento di mobilitazione, verso la fin del rentismo. Come dice la European Action Coalition, la sfida adesso è internazionalizzare la lotta inquilina. Siccome il capitale finanziario, i fondi immobiliari, le agenzie immobiliari, sono internazionali, deve diventare internazionale anche il lavoro che dobbiamo fare per liberarci del loro parassitismo. Saremo all’altezza di questa sfida?

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martedì 29 settembre 2026

La storia si scrive dalle crepe - Mauro Armanino

 

Nelle ferite, nelle frontiere, nei volti dei migranti e dei poveri si nascondono le tracce di un mondo diverso. Una riflessione sull’apocalisse come rivelazione, insurrezione e possibilità di riscrivere la storia dal basso.

Apocalissi leggere nel quotidiano

Introduzione

Gli alberi fioriscono perché non possono parlare  (Franco Arminio)

Un altro nome di apocalisse potrebbe essere quello di  insurrezione che poi è sinonimo di ‘rivelazione’. Tra le due parole c’è una profonda connessione e per così dire ‘ complicità’. Ogni autentica sovversione non è, in fondo, che  la rivelazione di un mondo altro che, fatto prigioniero da quello esistente, è‘naturalizzato’ da un’apparente ineluttabilità. Le apocalissi sono dunque incursioni che svelano l’ambizione di offrire chiavi di lettura per interpretare la propria storia. Essa è parte integrante di quella più ampia che involucra e incide su quella realtà che crediamo unica.  Le apocalissi hanno  il sapore dell’ultimità e, per certi versi, di fragile passerella per i tempi di crisi che sono i cambiamenti d’epoca.

Tracce apocalittiche

Le ferite come ‘feritoie’ del futuro

Anche perdere ci appartiene (Rainer Maria Rilke)

Sono le sconfitte che ci salvano e sono le debolezze che ci aprono all’inedito di un futuro fuori da ogni schema o programmazione. Le ferite della guerra, del dolore, della malattia, dei tradimenti propri e altrui,  individuali e collettive, proprio perché come ‘solchi’, consentono di seminare opportunità rinnovate, autentiche ri-creazioni che dalla debolezza fanno germogliare la novità. Non si spiegherebbe, infatti, come malgrado tutte le drammatiche vicende della storia umana si apra il cammino, tortuoso ma reale, verso un altrove che di fatto tradisce la nefasta eredità di ciò lo ha preceduto.

Non è  una legge codificata e scritta nella natura o nel destino umano. Nondimeno meraviglia come da sconfitte talvolta indelebili possano scaturire speranze e indicazioni per sentieri non battuti. Potremmo parlare di un destino forse teologico nel senso ampio del termine. L’apparizione di un miracolo che proprio dalla debolezza e dalle ferite, insinua un’insurrezione già avvenuta. Da questo punto di vista ogni umana ferita è anche una ferita ‘divina’. Proprio per questo l’apocalisse come rivelazione  e opacità, trova il suo senso e la sua precaria consistenza. Nessuna sofferenza o sconfitta umana andrà perduta perchè le ferite sono come ‘crepe’ scavate nei muri  di cinta. Esse, nelle fortezze della vita umana, consentono di far passare, clandestinamente, la luce

Non c’è più filosofia o teologia possibile dopo Auschwitz o Hiroshima/Nagasaki…ma solo la divina debolezza che, con umiltà, tocca e identifica la sconfitta umana con la propria. Il sepolcro, i cimiteri non sono l’ultima ma la penultima parola scritta della storia. Essa va avanti, in modo discontinuo e ‘irregolare’ in modo che dalle ferite possano nascere e crescere fragili ed eterne novità.

 Sostare sulle frontiere

...’Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, nè di lì possono giungere fino a noi’… ( Lc 16, 26)

Abitare le frontiere è un’esperienza unica e accorgersi di  essere abitati da frontiere è un’apocalisse, una rivelazione. Le frontiere sono variegate e sono fatte di parole, di carta, di sabbia, di pietra, d’acqua, armate, metalliche o elettroniche. Si trasformano in muri oppure magicamente in sorgenti di futuro e, nel migliore dei casi, in ponti. In ogni caso sono inaggirabili perché nasciamo, cresciamo e moriamo con esse e in esse. Le frontiere ci fanno e noi facciamo le frontiere. Luogo di passaggio e anche di soggiorno ma soprattutto luogo sul quale sostare ma non a lungo. Le frontiere sono mobili. Inventare, costruite, reali, pericolose, opportunità di salvezza e al contempo griglia di lettura, includente o escludente, dell’alterità.

Le frontiere possono essere talvolta mortali e di fatto lo sono, in particolare per i poveri o e per coloro che si avventurano oltre le ‘Colonne d’Ercole’ che l’Occidente ha perpetuato da allora. Nel mare, nel deserto, nei campi di detenzione, nei luoghi ibridi dove nè legge nè diritto assicurano la dignità inerente ad ogni persona in qualunque stato o situazione essa sia. Cimiteri senza nome e al contempo strada maestra per un futuro differente, le frontiere rappresentano e rivelano meccanismi di potere, rapporti di forza e sono a volte occasione di dialogo.  Ma la grande frontiera è l’abisso!

Visibilissima e al contempo invisibile perchè ‘naturalizzata’, la frontiera che divide il mondo in tanti mondi si è approfondita, scavata, fino, appunto, a prendere la forma di un abisso. Si trovano dei ‘sud’ nel NORD e dei ‘nord’ nel SUD, questo è certo e risaputo. Nondimeno la linea di faglia tra Nord e Sud è ben reale. Opera e utilizza le frontiere come mezzo e strumento di controllo sociale, economico e politico. Si passa da una all’altra ma a caro prezzo. Da questa prospettiva la frontiera rivela, alla maniera di un’apocalisse, come funziona il mondo, l’economia, la politica, le relazioni umane e la messa in pratica di ciò che si chiama ‘mobilità’. Diritto riconosciuto come tra i fondamentali nella Dichiarazione Universale primigenia e purtroppo non applicato da buona parte dei Paesi che compongono le Nazioni Unite.

I migranti, nella loro ragionevole follia sono coloro che meglio hanno saputo interpretare le frontiere e la loro messa in relazione con la storia della mobilità e povertà. Essi, infatti sono una frontiera vivente che cammina, naviga, vola, sogna e spera. Portano in loro stessi la loro frontiera, fatta di carne, di sangue, di fatica, di sudore e di paura convertita in speranza o disperazione a seconda del viaggio e soprattutto della destinazione dello stesso. Portatori di qualcosa di unico e irripetibile. L’avvento di un mondo differente nel quale le frontiere servano a credere che il grande abisso si converta, un giorno, in tanti  ponti o porti nei quali approdare accolti da una moltitudine in festa.

Nei volti sta scritto

Il futuro, forse, può essere ascoltato, non previsto ( Russel Jacob)

Sono i volti, prima incurvati e sottomessi dalle tante schiavitù, conseguenze delle idolatrie, che si risollevano, perchè la liberazione non è lontana. Il volto, ogni volto, è un’epifania, una rivelazione e dunque un’apocalisse leggera dell’infinito nel tempo e nello sguardo. Tra le maschere e i volti ci sta tutta la differenza che esiste tra la nudità che si offre all’altro e la fuga di chi si nasconde  dallo sguardo alieno. I volti sono una delle espressioni più marcanti della nostra vulnerabilità perchè, in qualche modo, ci si dà ‘in pasto’ agli occhi e alla percezione dell’altro. Si rischia la profanazione o la lettura ambigua di ciò che non si è e che, comunque, appare, disponibile persino al naufragio. Il volto rivela e nasconde perchè l’opacità appartiene di diritto ad ognuno. Non tutto dev’essere visibile, misurabile e controllabile. Occorre la saggezza e l’umiltà di rieducarsi ad accogliere il limite.

Volti nuovi dei bambini, volti adulti e volti scolpiti dal tempo e dunque ricchi di cicatrici, rughe e pezzi di vita attaccati ad impercettibili segni che solo l’attenzione e il rispetto permettono di interpretare. Il sorriso, la preoccupazione, il pianto e il dolore che, con la gioia, trovano nel volto uno spazio unico e definitivo per ri-velarsi o meglio s-velarsi. Sui volti sta scritta la vita, quella passata, presente e soprattutto quella futura. Nella società dello ‘spettacolo’, dove i volti, specie femminili, sono offerti e svenduti ad ogni tipo e qualità di sguardo.Forse la cosa migliore sarebbe quella di ‘velare’ il volto o almeno una parte di questo, in modo da riscoprirne la funzione che è qualla di introdurci al mistero. Così come il venerdì santo con le croci.

 Il volto, infatti, non è che l’atrio del mistero, lo spazio tra il mondo esterno e l’interiorità del sacro. Ecco perchè, specie nel femminile, quando il volto è ‘commercializzato’ e manipolato si opera una profanazione.

Nei poveri si rivela la storia

Dove non entra il povero Dio non entra/ Possono dire quello che vogliono/Possono fare statue d’oro/ ma Dio non entra mai dalla porta dove non entra il povero    (Arturo Paoli)

Una delle più rivoltanti (o consolanti) apocalissi, ci ricorda il brano,  accade quando il mistero si nasconde ad alcuni e si svela ad altri. Per Arturo Paoli sono i poveri di ieri e quelli di tutti i tempi, soprattutto coloro che non sanno di esserlo. Probabilmente non si porta fino alle ultime conseguenze l’affermazione sottesa  alla citazione. Vi troviamo in effetti una delle chiavi di lettura della storia più contundenti che mai siano state offerte. I privilegiati non sono quelli che ci si aspetta di trovare sul palcoscenico della storia : i potenti e coloro i cui nomi sono scritti sui monumenti, sulle piazze e nei libri di testo.

I sapienti e i saggi, alla maniera del sistema di dominazione attuale, saranno spazzati via da ogni possibile apocalisse e dunque da ogni memoria. Coloro che, invece, sono stati considerati come ‘invisibili’, inutile zavorra nel cammino delle idee e della mondializzazione illuminata, costituiscono l’autentica realtà. Ad essi e a quanti loro assomigliano appartiene la risurrezione e dunque la chiave della saggezza delle umane avventure. I piccoli, i poveri sono una fragile e leggera apocalisse permanente perchè, in un modo misterioso, in essi si cela, nascosto ed evidente, il segreto del senso e del cammino della storia.  Fossimo conseguenti dovremmo imparare a riformulare la nostra storia, personale e collettiva dal rovescio del mondo o dai ‘sotterranei’ della storia.

Ci hanno provato in tanti, eretici, santi e rivoluzionari che poi hanno fondamentalmente la stessa prospettiva esistenziale. Messi al rogo oppure accettati e normalizzati dall’istituzione, creata per perennizare l’eventuale carisma espungendone la carica di esplosività. Ci hanno provato, da millenni, le donne di ogni età e stato sociale. Ci ha provato una persona che poi si è cercato di incorniciare  trasformandola in una sorta di subalterna divinità. Maria, la madre di Cristo che, secondo l’evangelista Luca, sostiene che ‘ il Signore ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti  dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote’. (Lc 1, 51- 53)

Nell’ora della morte

L’amore non muore mai di morte naturale. Muore perché noi non sappiamo come rifornire la sua sorgente. Muore di cecità e di errori e tradimenti. Muore di malattia e di ferite, muore di stanchezza, per logorio o per opacità. (Anais Nin)

A ben vedere la storia del mondo non è solo quella delle lotte di classe, come il noto ‘Manifesto’ di Marx e Engels evidenziavano. La storia del mondo è anche e forse soprattutto quella dei ‘cimiteri’, dove si custodiscono per un certo tempo le ossa inaridite di tutte le morti che accompagnano l’umano transito. Nella vita di una persona, marcata dal mistero della morte, ci sono tante morti. Stagionali, quotidiane, imprevedibili oppure già note, le morti stanno come cani fedeli al capezzale della vita. Di fatto la morte è l’Apocalisse quasi definitiva perchè lì, nell’agonia, si svela quanto di più profondo giace sedimentato nell’animo umano. Progetti, viaggi, lotte e sconfitte trovano in quel momento, in quell’ora, la definitiva rivelazione. Ricordati, uomo (Adam) che sei polvere e in polvere tornerai, si dice per le ceneri di mercoledì.

Il vescovo argentino Henrique Angelelli, assassinato per il suo impegno coi poveri, scriveva che l’uomo non è che fango che cerca la vita, una mescolanza di terra e di cielo. Proprio queste due dimensioni della vita appaiono in piena luce ‘nell’ora della morte’, il mistero dei misteri che, rimasto nell’ombra per tutta la vita, insorge nel momento più tragico. Accade in quello spazio liminale che da sempre sfugge al ‘controllo’ umano ed è marcato dalla fragilità e dalla verità. Le due camminano assieme perchè è nella fragilità che più forte si manifesta la verità della creaturalità dell’essere umano. Nessuno si è dato la vita o ha scelto di venire a questo mondo. C’è stata una chiamata, un appello o una condanna per certuni, al mistero della vita. La verità di una sottrazione oppure di una porta che si apre alla pienezza inedita o solo sospettata che per i credenti prende il nome impronunciabile di Dio.

Nostra sorella morte, cantava san Francesco ferito dalle stigmate e forse dall’abbandono che sempre diventa una costante nella relazione col divino. La morte come porta o come riva apre, per chi assume la vita come dono, ad una definitività che non la rende meno dura  ma insinua la parvenza di un senso. In quessto modo supera ogni umana disperazione. La morte si infiltra, clandestina o accettata, nel correre o camminare della vita e i tentativi di ‘addomesticarla’  si traducono nelle simbologie o strategie che ogni cultura inventa. Il peggior servizio che si possa rendere alle nuove generazione sarebbe proprio quello di mutilarne l’esistenza, l’effettività e la portata. Educarsi ad assumerla come parte, drammatica, della vita, dovrebbe essere uno dei compiti delle culture e delle religioni che meritano questo nome.

Utopia come profezia

…’E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più’… (Ap 21, 1)

L’utopia si coniuga con l’apocalittica e insieme offrono al mondo e alla storia l’unica lettura che possa offrire un’alternativa radicale alla banalità del quotidiano. Le apocalissi come utopie insinuano frammenti di una visione radicalmente alternativa a miti e immaginari ortodossi dell’umano intendere. Chiamiamo profezia l’umanizzazione divina delle relazioni umane e una nuova direzione della storia.

Essa appare scritta, finora, dai forti e dai potenti di turno, dai padroni e da coloro che adesso hanno le chiavi del potere sulla vita e il destino degli altri. Il loro nome corre veloce e appaiono ai più come invincibili, immortali, eterni. Cadranno come statue dai piedi di argilla. L’utopia come profezia afferma che la storia si fa dal basso, dalla mitezza e dall’umiltà consapevole dell’unica insurrezione per la quale vale la pena di dare la vita. Questa visone dell’esistenza è espressa nel vangelo di Matteo al capitolo 5, con la  parola ‘beati’ e cioè felici, realizzati in pienezza. Solo appartiene a coloro che di fatto sono considerati i perdenti della storia. Tracce di questo nuovo mondo si hanno quando, per un attimo, si squarcia la polvere e la cecità che copriva il reale e appare in piena luce la saggia follia dei martiri. Si tratta dei testimoni che incarnano, con il sacrificio di loro corpo, ciò per cui la vita è degna di essere vissuta. Offrono un fragile segno che fa apparire, per un istante, come il mondo potrebbe essere per ricrearlo, nuovo, ogni giorno.

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lunedì 28 settembre 2026

Sally Rooney è riuscita a far cancellare la costruzione di un data center in Irlanda

 

 

Una buona notizia, per una volta: è stato revocato il permesso di costruzione a un data center nell’ovest dell’Irlanda perché viola la politica climatica nazionale irlandese. L’impianto, che aveva ottenuto il permesso di costruzione l’anno scorso nonostante l’opposizione dei residenti locali, doveva essere realizzato a Killala, nella contea di Mayo, da Mayo Data Hub Ltd, parte della società statunitense Avaio Digital. A rendere questa storia ancora più gratificante è il coinvolgimento di Sally Rooney: la scrittrice originaria proprio della contea di Mayo aveva presentato un’obiezione al progetto del data center già a gennaio, scrivendo al Mayo County Council che il permesso per l’impianto avrebbe aumentato le emissioni di carbonio e creato il rischio di blackout, e che «il cambiamento climatico rappresenta una minaccia immediata e senza precedenti per il nostro modo di vivere qui nel Mayo e per il futuro della vita umana in tutto il mondo».

Nel novembre 2024, Rooney aveva pubblicato sull’Irish Times un appello diventato virale in cui presentava la questione senza mezzi termini e già nella prima riga dell’articolo: «Se i combustibili fossili continuano a bruciare ai ritmi attuali, siamo destinati a un collasso apocalittico della civiltà». Come ha sottolineato Literary Hub riportando la notizia, i data center rappresentano oggi in Irlanda quasi un quarto dell’elettricità consumata nel paese, contro appena il 5% del 2015, e l’attuale governo irlandese sta spingendo in modo molto aggressivo un’immagine dell’Irlanda come “la Silicon Valley d’Europa”.

Ancora una volta Sally Rooney ci ha ricordato che la capacità di scrivere romanzi amatissimi e di successo come Intermezzo, Dove sei, mondo bello?, Persone normali e Parlarne tra amici non è la sua unica qualità. La scrittrice ha sempre dedicato moltissime energie alla politica e questo suo schierarsi apertamente contro i data center è solo la più recente manifestazione di un attivismo che porta avanti da molti anni. Già da prima del 2023, infatti, Rooney si era affermata come una delle voci più autorevoli del mondo letterario a favore dei diritti dei palestinesi. Dopo l’inizio del genocidio ha condiviso il suo sostegno a Palestine Action in tanti modi (tra cui la donazione dei proventi degli adattamenti Bbc dei suoi romanzi) arrivando a rischiare anche l’arresto, visto che nel Regno Unito il gruppo è stato dichiarato organizzazione terroristica.

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domenica 27 settembre 2026

Letteratura sarda e letteratura in lingua sarda

 

Letteratura sarda e letteratura in lingua sarda - Francesco Casula

So che questa mia posizione non è condivisa da molti. Anche da molti miei amici, con cui interloquisco e lavoro da decenni. Ma voglio chiarirla fino in fondo, per una discussione franca.

A mio parere fanno parte, organicamente, della letteratura sarda autori che scrivono in sardo e in italiano ma anche autori che hanno scritto, in latino, in catalano e in castigliano:e non importa con quale certificato di nascita e con quali «contenuti» e temi. Dei più validi ho scritto nei miei tre volumi della “Letteratura e civiltà della Sardegna” (Grafica del Parteolla Editore-2011-2013-2016).

L’importante è che questi autori trovino una condizione specifica nello «stare» per ottica e palpitazioni, per weltanschaung, per il modo con cui intendono e contemplano la vita e per tante altre cose, razionali e irrazionali, che derivano dai misteri e dalle iniziazioni dell’arte, compresa la nostalgia, che, a dispetto dei politici«realisti», come dice Borges, è la relazione migliore che un uomo possa avere con il suo paese.

L’importante è che la produzione letteraria esprima una specifica e particolare sensibilità locale, ovvero “una appartenenza totale alla cultura sarda, separata e distinta da quella italiana” diversa dunque e “irrimediabilmente altra”, come ha sostenuto Nereide Rudas e come ha scritto il critico sardo Giuseppe Marci.

L’importante è soprattutto – come ha scritto Antonello Satta – “che gli autori sappiano andare per il mondo con pistoccu in bertula, perché proprio in questo andare per il mondo, mostrano le stimmate dei sardi e, quale che sia lo scenario delle loro opere, vedono la vita alla sarda”.

Miguel de Unamuno era basco, e scriveva in castigliano, ed era anche contrario a una ripresa dell’euskera come lingua letteraria. Eppure Unamuno, se fa parte della letteratura spagnola, fa anche parte della letteratura basca e il mondo intero, così presente nella sua opera, è per lui una Bilbao dilatata: Hermanos somos todos los umanos/el mundo intero es un Bilbao màs grande. 

Anche tra Italia e Sardegna vi sono appartenenze comuni: e dunque negli autori sardi vi sono anche elementi di assimilazione e di integrazione e persino “imitatori” di movimenti e stili oltre tirreno e non solo. Pensiamo – per esempio – a due “grandi” del Primo Novecento: Sebastiano Satta e Grazia Deledda. Il primo vanta robuste ascendenze carducciane e pascoliane; la seconda è copiosamente influenzata sia dal Verismo che dai romanzieri russi di fine ottocento: eppure ambedue sono soprattutto i cantori della “sardità” e pongono al centro della loro scrittura la Sardegna e i Sardi. 

Ma anche quando la Sardegna non è “protagonista” – pensiamo a Un anno sull’altipiano e Marcia su Roma e dintorni – emerge comunque l’identità etno-nazionale sarda. Nel caso di Lussu, è evidente nella sua scrittura che, come ha sostenuto autorevolmente il linguista sardo Leonardo Sole, si incardina nella cultura orale e in particolare perfino nel ritmo narrativo della fiaba sarda: fortemente ritmizzata e caratterizzata da un giro di parole essenziale e rapido.

In realtà, se vogliamo parlare di opere letterarie e, pur sapendo che appartengono al mondo, ci proponiamo di identificarle come sarde, dobbiamo valutarle non tanto per la lingua che scelgono, quanto per l’uso che ne fanno e per il loro modo di collocarsi esteticamente e non solo, in Sardegna.

In realtà l’unico modo per analizzare la Letteratura sarda –come sostiene Silvano Tagliagambe- “è valutarne l’evoluzione storica, mettendone in luce la continuità di varie caratteristiche come elementi di un’unica catena”. A patto che – cito ancora Antonello Satta – “non si vada a parare in «Madonna Evoluzione» e si tenga conto che la continuità, soprattutto in letteratura, può subire rotture, come rileva Asor Rosa, e le cose, restie ad adattarsi a storicismi stretti, possono andare, secondo la metafora di Bertrand Russel,  «a macchie e sbalzi»”.

Una letteratura sarda esiste, se, come ogni letteratura, ha i tratti universali della qualità estetica e se, in più è  «specifica», non tanto per questioni grammaticali e sintattiche, quanto per una questione di Identità. 

Faccio solo l’esempio di Quelli dalle labbra bianche di Cicitu Masala: è un’opera scritta in italiano, ma possiamo pensare che non sia autenticamente sarda? Di cui esprime compitamente identità e valori?

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Sa literadura sarda esistit, ma cal’est su benidori? - Larentu Argiolas

 

Cust’arrexonu m’est acucau pustis de ai lìgiu su lìbburu “Benidores, Literadura, limba e mercadu culturale in Sardigna” de Antoni Arca, e pustis de ai biu is primus puntadas de su programma omònimu, prodùsiu sèmpiri de sa Condaghes cun s’agiudu de sa RAS, bandu Imprentas 2025-2026 (is puntadas si podint biri dònnia martis e sàbudu a is 20 in https://platform.wim.tv/#/webtv/SART/cast/4d8f201c-be2f-42ac-9978-758f1d00162a)

Sa pregunta est: ita podeus cunsiderai, diaderus, literadura sarda? A bisu miu podeus cunsiderai comenti literadura totu is formas de arti scritas. Duncas no sceti prosa, narrativa, e poesia, ma fintzas teatru, tzinema, mùsica. Ma ita podeus cunsiderai coment’e sardu? Candu fueddaus de literadura sarda fueddaus de totu is òperas scritas in sardu? Cussas chi produsint autoris sardus e pubblicant editoris sardus etotu? O cussas chi contant sa Sardìnnia, sa stòria, sa cultura e sa sotziedadi de s’ìsula? 

A una parti nc’est chini narat ca sa literadura sarda est sceti cussa scrita in sardu; àterus narant ca no si podit cunsiderai sceti su chi est scritu in sardu, ca biveus aìnturu de unu stadu innui su sardu no est lìngua ofitziali. Est una chistioni chi pertocat sa literadura, ma fintzas sa polìtica e sa stòria. Scideus ita sutzedit candu s’imponint una lìngua e ndi bessit su mèdiu prus de importu po s’istrutzioni, s’amministratzioni e sa vida pùbblica (e in Sardìnnia custu acontessit assumancu de su 1760). 

Ma est berus fintzas ca no si podit cunsiderai comenti literadura de una natzioni un’òpera scrita in d-una lìngua chi no est pròpia de cussa natzioni. Fadeus s’esempru de Kader Abdolah, disterrau iranianu chi bivit in Olanda e scriit romanzus in contu de sa stòria de s’Iran, de s’esperièntzia cosa sua in cussa terra. Ma scriit in olandesu, no in farsi. E insaras, si podit cunsiderai literadura iraniana sa sua? Balla ca no, mancai literadura de s’Iran, custu giai.  Custu no bolit nai ca is òperas suas no si podint ligi fintzas in àterus logus de su mundu, sa cultura no tenit làcanas, e no tenit nimancu barrancus linguìsticus, po cussu nci funt is furriaduras, e ddoi funt in sardu puru. Ma insaras intraus in d-un’àteru arrexonu ancora…

Torrendi a nosu, teneus su pensamentu ca su sardu siat pruschetotu una lìngua orali, siat a nai una lìngua chi no tenit una forma scrita pretzisa e, duncas si pensaus ca in sardu no teneus òperas meda, e is chi ddoi funt, funt de pagu contu. Pensaus ca si scriit pagu ca si ligit pagu, si ligit pagu ca si pubblicat pagu, e si pubblicat pagu ca no ddoi est unu pùbblicu.

Giai in su 2008 Antoni Arca, in su lìbburu “Benidores”, contàt prus de duuxentus pubricatzionis in sardu. Poesias, contus, romanzus, de totu. Una produtzioni chi minescit de essi connota e studiada. Su primu romanzu in sardu est de Frantzisca Cambosu “Sa bida est amore” pubblicau in su 1982. Pustis agataus unus cantu àterus autoris cun òperas diaderus spantosas. Nc’est Mariu Puddu cun “Alivertu”, Frantziscu Masala cun “S’istoria. Condaghe in limba sarda”, Michelàngiulu Pira cun “Sos Sinnos”. E nc’est fintzas su romanzu bilingui de Benvenuto Lobina “Po cantu Biddanoa”, una prenda manna de sa literadura sarda. Ma nci ndi funt àterus puru de autoris famaus chi ant donau balori a su sardu in sa literadura, Zuanne Frantziscu Pintore, Larentu Pusceddu, Maria Teresa Pinna Catte e Gian Carlu Tusceri, e innoi si firmaus ca custa no bolit essi un’antologia. Custus nòminis si serbint a nosi arregordai ca sa literadura in sardu esistit, tenit una stòria e sighit a essi pubblicada.

Tocat a si pediri, prusaprestus, poita est ca custa produtzioni no est aici connota. E candu si fueddat de literadura in sardu si arribbat a sa chistioni de sa normalizatzioni linguìstica. Est unu tema de importu, ca no si podit arredusi a unu certu intre linguistas o una cuntierra in pitzus de sa grafia. Nc’est pagu cosa de fai, tocat a tenni ainas cumpartzidas po scriri, pubblicai, imparai e ligi in sardu, amparendi totu is bariedadis de sa lìngua nosta. Chentza de depi intendi dònnia borta “Eja, ma in cali sardu?”. Ma pruschetotu su sardu bolit studiau e fueddau. Teneus ora batallendi chi sa chistioni linguìstica sarda no intrat me is scolas e in sa vida pùbblica (a partiri de sa polìtica).  E po custu serbit una polìtica linguìstica ca in dii de oi no si biit. 

E chi boleus chi su sardu siat una lìngua diaderus bia, ddu depeus agatai fintzas in is parastàgius de is librerias, in is catàlogus de is editoris, in is bibliotecas, in is scolas e in is festival. 

In is ùrtimus annus sa Regioni at postu dinai meda po sa promotzioni de sa letura e po s’organizatzioni de festival e manifestadas literàrias. Funt progetus chi podint tenni un’arrolu de importu in sa vida culturali de is comunidadis nostas. Ma cuncordai un’eventu dedicau a is lìbburus e fraigai una comunidadi de letoris no funt sa matessi cosa. E pruschetotu tocat a si pediri cali spàtziu si donat a sa literadura sarda e de Sardìnnia.

No est chistioni de imponni autoris de invitai e lìbburus de presentai. Sa libertadi de is sceberus culturalis no s’imponit cun inditus polìticus. Ma sa polìtica depit assetiai punnas, critèrius e ainas de finantziamentu. 

Chi sa punna est promovi sa letura, tocat assetiai a calis letoris si bolit arribbai e cali arrolu podint tenni bibliotecas, scolas e librerias.

Chi sa punna est agiudai s’editoria, tocat a castiai fintzas a chini scriit, pubblicat, distribuit e bendit lìbburus, e a is conditzionis chi permitint a una produtzioni editoriali de esisti e sighiri in su tempus. E, chi fueddaus de cultura sarda, no podeus cunsiderai sa produtzioni in lìngua sarda un’elementu de folklori.

De pagu is tzitadis de Igrèsias e Nùgoro ddas ant candidadas a essi “Capitale italiana del libro 2027”, s’assessora regionali Ilaria Portas at nau ca est una nova “spantosa”. At a essi unu bonu arresurtau puru, ma de chini tenit sa responsabilidadi polìtica de sa cultura in Sardìnnia m’apu a essi abetau àterus arrexonamentus. Scideus ca in s’ìsula sa metadi de is chi ddoi bivint no ligit unu lìbburu a s’annu? Calis polìticas podint afortiai su mercau editoriali, a partiri de is librerias indipendentis? E calis obietivus si ponit sa Regioni, in prus de s’agiudu a is manifestadas?

Ca su mercau editoriali est acapiau a cussu italianu, no serbit a fai finta chi no siat aici. E su mercau editoriali italianu est in is manus de duus o tres grupus editorialis chi si nci funt papendi totu. Si ocupant de sa pubblicatzioni, de sa distributzioni e inderetura de sa bèndida. Calis possibilidadis tenit, duncas, una domu editora pitica, sarda, indipendenti po lompi a is letoris?

Asuba de custu si depit fai preguntas sa polìtica culturali. Ca sa chistioni no pertocat sceti cantus eventus si organizant o cantus ospitis si portant in Sardìnnia. Pertocat fintzas calis cunditzionis si fraigant po fai a manera ca is lìbburus si potzant scriti, pubblicai, distribuiri e ligi.

Insaras s’arrexonu de fai oi no pertocat sceti candu si podit fueddai de literadura sarda o literadura de Sardìnnia. Depeus cumprendi conca a ita est andendi sa produtzioni literària in s’ìsula, calis possibilidadis tenint is autoris e is editoris de sighiri a trabballai, cali spàtziu agatant is òperas in sardu e cali movimentu culturali s’est fraighendi a fùrriu de su chi si produsit innoi.

Ca no bastat afestai sa cultura sarda, nì organizai eventus ca fueddant de lìbburus. Tocat a ponni is cunditzionis po fai a manera ca custa cultura potzat sighiri a essi prodùsia, publicada, distribuida e lìgia.

E po una natzioni comenti sa nosta, custu bolit nai arreconnosci a sa lìngua sarda su deretu de essi una lìngua de sa literadura de oi.

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sabato 26 settembre 2026

Cagliari, vita da rider: aspettando una chiamata che vale 3 euro o poco più – Sara Marci

 

Sarà forse un caso, se chi attende la chiamata davanti alla statua di Carlo Felice improvvisamente smette di capire. Succede ogni volta che nomini la parola “diritti”: basta questa per far dimenticare l'italiano - a volte anche la gentilezza - e far ripartire dalla diffidenza iniziale. Nel migliore dei casi ti indicano con la mano la strada di fronte. Perché per loro è quello, diritto, il resto non si sa dove sia. E se ti azzardi a parlare di caporalato finisci per attendere anche tu: «No italiano. Non capisco», dice il giovane pakistano che in mezzo secondo si mimetizza tra la folla di turisti e piccioni.Inutile insistere, anche nell'ufficio all'angolo tra il Corso e via Sassari; quello all'aperto, con orari flessibilissimi ma duri e venti audaci riders che si contendono un mercato dove di lavoratori nostrani se ne vedono sempre meno. Anzi, nella mattina trascorsa a inseguire questi moderni Forrest Gump - con la bicicletta ma forse senza tutele - non se ne incontra manco uno. Si finisce per confrontarsi anche su questo, oltre che su tutto il resto.

Giornate a tempo

Sembrano anime perse, con gli occhi incollati sul display del cellulare, mentre l'algoritmo decide le loro sorti. Dinamiche ingrate, certo poco umane, che alla fine sembrano mettere tutti contro tutti. «Non decidiamo noi le consegne, le decidono altri. Tu puoi solo rifiutare», spiega il bengalese dal nome impronunciabile che dice subito «niente foto e niente video», e sempre lui spiega che se salti la consegna arrivata dall'alto poi finisci per non lavorare anche per diverse ore.

Una sorta di punizione, che pesa e sembra una sorta di ricatto psicologico in un quadro anomalo già dalla base. «Pagano poco, 3 euro a consegna», racconta Ali, che è pakistano, ha 27 anni e una famiglia da mantenere nella sua terra. Poi ci ripensa e dice che sono 3 euro e settanta centesimi, «ma solo con Deliveroo», perché con Glovo assicura si scende di venti centesimi. «Ci sono giorni in cui non guadagni niente, altri in cui fai tante consegne, ma siamo tanti e il lavoro è poco per tutti», interviene il connazionale con la maglia turchese della piattaforma con cuore a Londra e braccia ovunque.

Bisogna armarsi di pazienza perché si parli di cifre, che i ciclofattorini portati dal Covid - al netto di chi per paura non parla proprio - ridurrebbe in un troppo generico poco. E con quel poco salta fuori che quando va bene-bene e lavori sette giorni su sette tutto il giorno arrivi a circa mille e seicento euro. Qualcuno dice che il record è di mille e ottocento euro, «ma ti resta tempo solo per dormire».

Fatica e silenzi

Di gioie, a occhio e croce, sembra che non ce ne siano più di tante, non mancano invece le lamentele. «È faticoso, ma se non hai altre possibilità finisci per accettare tutto»: lo dicono quelli che attendono in piazza Yenne, e poi lo ripetono i colleghi dell'altra sede; quelli che attorno alle 13 colonizzano l'angolo tra via Sassari e il Corso. Sono in venti, e poi si moltiplicano tipo i pesci e li vedi tutti in silenziosa attesa. Pakistani, per lo più, poi bengalesi e qualche afghano. Niente sardi. E se lo chiedi a loro che lavorano la risposta la danno tutti uguale: «Gli italiani non accettano queste condizioni, cercano e trovano altre sistemazioni. Noi non abbiamo alternative».

E allora li trovi fermi, per strada, pronti a correre dagli affamati che attendono a casa il loro arrivo. «Quanto mi resta? Il tanto per pagare la camera con altri connazionali, i soldi li mando a mia moglie e miei figli che stanno in Pakistan. Mantengo loro e anche i miei genitori»: e per un attimo la fatica sembra anche di più.

Picchia forte, il sole, in questa tarda mattina dove corrono solo loro e gli altri stanno seduti a mangiare. E sembrano anche un po’ infastiditi di vederli in attesa anche all'ingresso dei locali e pure nei market.

Le irregolarità

Dicono - quelli più audaci - che qualcuno affitta pure gli account, perché magari non è in regola con il permesso di soggiorno e con i documenti in generale. Ma non una parola di più: se provi ad andare più a fondo ottieni soltanto silenzio, e manco a dirlo loro giurano di essere in perfetta regola.

Anche il gruppo che staziona davanti al Mac Donald della Marina, che mezz'ora dopo le 13 è già pieno dentro, e fuori i riders sono sei. Anche qui tutti stranieri. Attendono pure loro la chiamata e contemporaneamente un futuro migliore. «Sto studiando per lavorare negli alberghi, parlo tre lingue»: lo dice con orgoglio, il giovane dagli occhi nerissimi e la camicia amaranto, che poi si spegne in mezzo secondo quando richiedi di diritti e tutele. E se parli di caporalato è silenzio totale.

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