giovedì 8 ottobre 2026

L’Italia invasa dai data center - Alessandro Vecchio

 Secondo i dati più recenti, i data center – le infrastrutture che ospitano i server necessari, tra le altre cose, ad addestrare e utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale – presenti o in progettazione in Italia sono 262: solo un anno fa erano 146. La crescita non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche il loro fabbisogno energetico. Nel 2024 i data center italiani hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2% dei consumi elettrici nazionali. Secondo alcuni scenari riportati dall’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12% del totale nazionale.

Di fronte a un’espansione così rapida, è necessario chiedersi se lo sviluppo dei data center possa essere governato in modo sostenibile o rischi invece di riprodurre le distorsioni già osservate negli Stati Uniti e in altri paesi: consumo di acqua ed energia, occupazione del suolo, aumento dei costi per i cittadini e benefici occupazionali inferiori alle attese.

È in questo scenario che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha elaborato la “Strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center”. L’obiettivo di questa strategia è mostrare come il territorio italiano, con una rete di infrastrutture (fibra ottica, 5G e cavi sottomarini) distribuita in modo omogeneo in tutta la penisola, “possa garantire uno sviluppo sostenuto e sostenibile dei data center in grado di moltiplicare il fattore attrattivo agli investimenti”. Il documento presenta in tal senso un’analisi di settore e una strategia per ridurre e semplificare tempi e modalità di investimento, per rendere l’Italia un polo di investimenti strategico, definito ‘Hub del Mediterraneo’. 

La diffusione dei data center in Italia

Il mercato dei data center in Italia è effettivamente in fortissima crescita: nel triennio 2023-2025 ci sono stati investimenti pari a 7,1 miliardi di euro e per i prossimi tre anni ci si aspetta di raggiungere i 25 miliardi. Una cifra comunque inferiore rispetto alle previsioni del 2023: secondo i dati riportati sempre dall’Osservatorio del Politecnico, ci si aspettava infatti di raggiungere 10,5 miliardi di euro. L’incongruenza è dovuta principalmente agli errori di previsione di operatori internazionali, che sono entrati nel mercato italiano con eccessivo ottimismo riguardo alle tempistiche burocratiche italiane. Ed è proprio per venire incontro alle esigenze degli investitori internazionali e capitalizzare il più possibile le previsioni di mercato che è stata sviluppata la Strategia del Mimit. 

Attualmente, dalla richiesta di costruzione di un data center fino al diritto di iniziare i lavori è previsto un iter che va dai 18 mesi ai 3 anni, periodo nel quale vengono espletate le valutazioni urbanistiche e ambientali. Un periodo che secondo l’Italian Data Center Association (IDA), citata nella strategia, pone il nostro paese in svantaggio competitivo rispetto ad altre nazioni europee. Per superare questo limite, il Mimit propone l’introduzione di un’Autorizzazione Unica a livello nazionale, che possa semplificare le procedure e unificarle sotto un unico ente amministrativo, così da garantire tempi certi.

L’impatto dei data center sul territorio

La semplificazione, in linea di principio, non sottovaluta l’impatto dei data center nel territorio italiano. Anzi, la strategia identifica quattro potenziali effetti benefici a livello territoriale e locale derivanti dagli investimenti sui data center: riqualificazione di aree industriali dismesse (i cosiddetti siti brownfield), iniezione di risorse economiche nei comuni coinvolti, utilizzo del calore di scarto per teleriscaldamento, aumento dei posti di lavoro nel territorio. Va tuttavia verificato se e in che modo questi benefici possono concretizzarsi, analizzando la situazione nei territori protagonisti della crescita del settore. 

La Lombardia è di gran lunga la regione che riceve più investimenti, candidandosi a essere una delle maggiori regioni europee per numero di data center, attualmente concentrati soprattutto nella città metropolitana di Milano, a Bergamo e, più di recente, nella provincia di Pavia. Questi territori stanno vivendo un aumento vertiginoso di nuove strutture: secondo Data Center Map, sono oltre 110 i data center attivi nella sola Lombardia, a cui se ne aggiungeranno una trentina nei prossimi anni. Il rapido sviluppo di queste strutture porta con sé alcune controversie rispetto ai benefici ambientali, specialmente riguardo alla bonifica e riutilizzo delle aree industriali e al teleriscaldamento tramite il calore di scarto. 

Su questi aspetti, la strategia pone solo delle linee guida da rispettare laddove possibile: per esempio, riconvertire siti brownfield invece di utilizzare aree verdi (greenfield) o prediligere sistemi a circuito chiuso in grado di consumare meno acqua. Tuttavia, in assenza di una legge, queste linee guida non vincolano chi investe nel territorio italiano. Per colmare questo vuoto, e per l’ampio numero di investitori, nel maggio scorso la Lombardia è stata la prima regione italiana a promulgare una legge in questa direzione, che pone disincentivi fino al 200% per chi costruisce su terreni verdi che potrebbero essere destinati all’agricoltura.

“Ma la legge non ha tenuto conto delle richieste”, commenta, parlando con Guerre di Rete, Renato Bertoglio di Legambiente Pavia. “Abbiamo chiesto di governare il processo, di porre vincoli, invece hanno messo disincentivi che il più delle volte non hanno un effetto reale, perché costa meno pagare il sovrapprezzo piuttosto che bonificare un’ex area industriale”. Anche da parte di Legambiente, dunque, c’è la richiesta di una legge nazionale che definisca delle condizioni e le renda vincolanti. In assenza di essa, il sito di costruzione di un data center è soggetto alle contingenze del luogo e degli attori coinvolti: può essere effettivamente scelto un sito brownfield, come nel caso del progetto del data center hyperscale della società DC Adriatic a Bari, oppure occupare 60mila metri quadri di terreno verde, come a Certosa di Pavia.

L’invasione del pavese

Negli ultimi anni, proprio la zona del pavese sta vedendo la costruzione di numerosi data center: oltre a Certosa, a Lacchiarella è previsto un campus con cinque data center da oltre 200mila metri quadri, a Vellezzo Bellini 110mila, a Bornasco 165mila. Non sempre i progetti offrono ai territori in cui sono installati i benefici indicati nella strategia: se a Magenta, per esempio, è stata riqualificata la vecchia area industriale della Novaceta, a Certosa si vuole costruire su un terreno verde che era destinato ad uso agricolo. 

In entrambi i casi, i cittadini denunciano la costruzione a breve distanza dalle abitazioni: “Non si è considerato che, negli ultimi anni, i paesi si sono espansi in contiguità alle aree dismesse”, dice a Guerre di Rete Sergio Manera, fisico e membro del Comitato di tutela del territorio Certosino. “Non si può costruire vicino alle case, così si rischiano di ripetere gli errori del passato, quando si costruiva senza la sensibilità ambientale che abbiamo oggi”. Nella legge della Regione Lombardia è assente qualsiasi riferimento al limite di vicinanza, e ciò, secondo Manera, fa perdere valore agli immobili del territorio, ridimensionando in questo modo anche gli oneri di urbanizzazione che, secondo la strategia, dovrebbero costituire risorse economiche per i comuni dove si costruisce. 

Come sottolinea Chiara Brocchetta, vicepresidente del Comitato Certosino, ci sono altre vie per far girare l’economia locale: “Certosa ha guadagnato tre milioni dagli oneri dovuti alla costruzione, ma il vicino comune di Borgarello ne ha presi molti di più attraverso progetti europei. In tutto il territorio stanno nascendo sempre più data center, bisogna considerare gli effetti cumulativi di questi impianti in un corridoio agricolo che è anche un’area ad alto interesse turistico”.

D’altronde, l’impatto ambientale non riguarda soltanto i comuni in cui vengono costruiti i data center, ma anche in quelli confinanti. Ce lo spiega Alberta Samuele, sindaca di Borgarello, comune che confina con Certosa e con l’area in cui sorgerà il data center: “L’effetto inquinante sarà prevalentemente nel nostro comune, che non godrà di alcun beneficio economico da questa struttura. Negli ultimi anni abbiamo vinto bandi da sei milioni di euro spesi in opere pubbliche: costruzione di un ambulatorio, ristrutturazione della scuola, depavimentazione. Ci può essere crescita economica anche senza snaturare il territorio”. 

Da quanto emerge da queste testimonianze, la scelta di siti brownfield, laddove venisse effettuata, non sarebbe comunque sufficiente per mitigare gli impatti ambientali, che rimarrebbero elevati specialmente perché si costruiscono tanti impianti in un’area ridotta. In Lombardia è presente quasi la metà dei data center nazionali e anche guardando le richieste di allacciamento (dunque l’interesse futuro) per i data center, La Lombardia da sola rappresenta quasi il 50% di potenza richiesta, seguita con molto distacco da Piemonte (15%) e Puglia (10%). 

Nonostante la maggior parte delle richieste non sia concretamente realizzabile, il rapporto mostra bene la loro distribuzione. La sola Milano, secondo dati del Politecnico, concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale con 414 MW IT e punta a superare il valore simbolico di 1 GW entro il 2028. D’altra parte, la strategia del Ministero si propone di distribuire queste infrastrutture su tutta la penisola, ma i comitati cittadini e Legambiente sono d’accordo nel chiedere con celerità una legge nazionale che governi il fenomeno.

Teleriscaldamento e rinnovabili

Anche l’energia pulita gode di grande attenzione. Oggi, con il mix energetico che è al 40% circa composto da fonti rinnovabili, le emissioni di CO2 da parte dei data center sono approssimativamente un milione di tonnellate, a quanto riporta il Politecnico di Milano. Secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) entro il 2030 sarà necessario installare in Italia circa 65 GW di nuova capacità rinnovabile per realizzare un mix elettrico decarbonizzato al 65%. Se anche fosse raggiunto questo obiettivo, secondo l’Osservatorio del Politecnico le emissioni raggiungerebbero un intervallo tra 2,9 e 5 milioni di tonnellate. Una crescita sostenuta e dovuta proprio all’aumento dei data center, ma comunque contenuta rispetto alle 5-8 milioni di tonnellate di emissioni previste se il mix energetico rimanesse invariato. 

La strada verso le rinnovabili è un impegno fondamentale e la strategia del Ministero si muove in questa direzione. Tuttavia, l’energia pulita, da sola, non è sufficiente, perché, come ci spiega Manera, “nel momento in cui ci si allaccia alla corrente elettrica, si utilizza il mix nazionale. Quindi non è possibile, come dicono alcuni, realizzare un data center con energia al 100% rinnovabile, a meno di togliere le fonti pulite ad altri, visto che la coperta è corta”.

Per questo motivo, grande importanza è dedicata anche alle tecnologie che permettono di ridurre inquinamento e dispersione di calore. Il teleriscaldamento, capace di riutilizzare il calore di scarto dei data center per riscaldare abitazioni vicine, è per esempio considerato da varie parti la soluzione ottimale. Permette di ridurre i costi dell’energia così come le emissioni di CO2: esemplare è il caso del data center Avalon 3 di Retelit, a Milano, che, secondo IDA, consente di riscaldare le abitazioni di 1.250 famiglie del Municipio 6, con un risparmio energetico equivalente a 1.300 tonnellate di petrolio e una riduzione delle emissioni di CO2 di 3.300 tonnellate. Ad oggi sono però ben pochi i progetti che godono di tale efficienza. “Ma sono necessari: l’alternativa è la dispersione di calore nell’aria”, spiega Manera, che fa notare come esista una direttiva UE che impone alle imprese uno studio di efficienza energetica per questo tipo di impianti.

La crescita occupazionale

La strategia del Mimit cita tra gli impatti benefici sui territori anche la “creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione, sia nelle fasi di progettazione e costruzione sia nella gestione operativa delle infrastrutture stesse”. Secondo l’Italian Data Center Association (IDA), nel 2024 si contavano 28mila lavoratori nell’orbita dei data center, ma di questi solo 1200 erano lavoratori diretti nelle strutture. La maggioranza dei nuovi posti di lavoro riguarda la fase di costruzione, oppure si concentra nelle imprese legate al mondo del digitale e dell’intelligenza artificiale, e quindi la creazione di data center è solo in parte causa di queste nuove assunzioni. 

Non è facile trovare dati sulla crescita dell’occupazione nei data center, ma varie fonti riportano che il settore è agli ultimi posti riguardo a numero di lavoratori per metro quadro. Un recente articolo del Wall Street Journal ha riportato il caso di Abeline, una città in Texas in cui per un data center che inizialmente avrebbe dovuto occupare 100mila metri quadrati non sarebbero stati assunti più di 100 lavoratori. In questo modo, creare un data center in un territorio non significa necessariamente aumentare i posti di lavoro in quel dato luogo. 

Nella strategia del Mimit, molta attenzione è dedicata alla semplificazione amministrativa per ridurre i tempi degli investimenti, mentre per le questioni ambientali si rimanda alle direttive europee e alle linee guida del Ministero dell’Ambiente. Anche per questo è necessaria una legge complessiva, che garantisca una visione a lungo termine di sviluppo tecnologico sostenibile.

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mercoledì 7 ottobre 2026

La storia della Keller: sanzioni a Teheran, licenziamenti a Villacidro - Marco Piras

Ormai da mesi viviamo in modo diretto, sulla nostra pelle, la conseguenza dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran, con la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz e la crescita del prezzo del carburante che, a cascata, si ripercuote sui prezzi di numerosi beni di consumo e di prima necessità.

Non è la prima volta che in Sardegna tocchiamo con mano le conseguenze della guerra al paese dell’Asia Occidentale che, seppur precedentemente portata avanti principalmente in forma di guerra economica, va avanti da decenni.

È interessante, esplicativo e forse non abbastanza conosciuto, il caso della Keller di Villacidro, azienda al cui fallimento, e alla perdita di centinaia di posti di lavoro nel paese del Medio Campidano, contribuirono in modo decisivo le sanzioni economiche comminate all’Iran nel 2007.

La Keller di Villacidro e la commessa Iraniana

La Keller Meccanica viene fondata nei primi anni ’80. Si tratta di una azienda specializzata nella produzione e manuntenziuone di qualcosa che in Sardegna sarebbe di grande aiuto per la tanto agognata infrastrutturazione dell’isola: vagoni e carrozze ferroviarie. Vive un primo periodo di grande crescita, che la portano ad ottenere importanti commesse dalle Ferrovie dello Stato, con un numero di occupati variabile che oscilla seguendo le fortune dell’azienda, ma sempre comunque superiore alle duecento unità.

Negli anni novanta vive un primo periodo turbolento, con cambi di proprietà, e il rischio di un fallimento che viene scongiurato dal commissariamento dell’azienda che porta a un successivo periodo di maggiore stabilità.

I fantasmi del passato e l’andamento altalenante dell’azienda sembrano svanire definitivamente quando, nel 2007, l’azienda riceve una commessa dal valore di ben 120 milioni di euro dell’Iran per la fornitura di materiale ferroviario. L’ordine avrebbe garantito lavoro per anni, e il futuro dell’azienda sembrava finalmente al sicuro.

Le sanzioni e la cassa integrazione

L’orizzonte roseo che si prospettava per l’azienda, si fa grigio tuttavia molto rapidamente. A alcune migliaia di chilometri di distanza, stava accadendo infatti qualcosa di estremamente pericoloso per il mondo: l’Iran era in procinto di sviluppare l’arma atomica. Tuttoggi, a distanta di alcuni decenni, la possibilità che l’Iran si possa dotare a breve di una arma atomica, nonostante più volte smentita, rimane una delle principali ragioni che vengono portate dai presidenti statunitense e israeliano per dare una giustificazione alle aggressioni militari. Un mantra, insomma, che va avanti da tempo.

Per mettere un freno al pericolo imminente, la soluzione era quella che viene spesso riproposta, in un mondo fino ad oggi dominato dal dollaro, come pressione politica nei confronti dei paesi non allineati ai voleri statunitensi: le sanzioni economiche.

Dopo un grande lavoro di persuasione da parte degli Stati Uniti sui membri del consiglio di sicurezza dell’ONU che erano riluttanti rispetto alla possibilità di votare una tale misura, una serie di risoluzioni emanate tra il 2006 e il 2007 impongono e successivamente inaspriscono sanzioni econimiche all’Iran. I paesi europei recepiscono le sanzioni.

Le sanzioni non impedivano di commerciare materiale ferroviario con il paese sanzionato. Almeno non direttamente. Tuttavia, la realizzazione del contratto presupponeva numerose transazioni finanziarie che, nel momento in cui il paese asiatico-occidentale venne escluso dai canari bancari internazionali, non potevano essere eseguite. Dopo alcuni anni durante i quali si cercò di trovare una via d’uscita da questa situazione, nel 2010 in contratto viene cancellato per l’impossibilità della sua attuazione. La Keller entra così in una gravissima crisi e quello stesso anno oltre 280 lavoratori vengono posti in cassa integrazione.

Il colpo di grazia

L’azienda già morente, che soppravvive con la cassa integrazione, riceve il colpo di grazia pochi anni dopo, nel 2014. Dopo essere stata rilevata da un gruppo di imprenditori indiani, firma un contratto con una società egiziana per la costruzione di carrozze, ma il contratto viene cancellato pochi mesi dopo, così come viene cancellata unilateralmente – per presunti ritardi nelle consegne – una consistente commessa da parte di Trenitalia per la costruzione di elettrotreni e la ristrutturazione di carrozze.

Nell’agosto dello stesso anno, gli oltre 280 lavoratori in cassa integrazone ricevono lettere di licenziamento di massa, e a novembre il Tribunale di Cagliari dichiara il fallimento della Keller Elettromeccanica, sancendo la fine definitiva della parabola di una azienda che – al di là dei benefici in termini di posti di lavoro in se – avrebbe potuto dare un contributo, endogeno, allo sviluppo infrastrutturale dell’isola.

Autonomia economica e strategica

Le vicende della Keller, qua riportate in modo sintetico, darebbero spazio a numerose riflessioni sul piano economico e politico. Ci mostrano, sicuramente, che le conseguenze dell’essere inseriti in un sistema mondo a dominio statunitense possono arrivare dove meno ce lo aspettiamo.

Seppur in esorabile decadenza, il paese a stelle e strisce può ancora, prepotentemente, stabilire in tutto il mondo chi, con chi e cosa si possa commerciare o meno. E può chiudere i rubinetti a chi non sottostà alla sua agenda politica.

Al giorno d’oggi, in una isola che pare un deserto dal punto di vista industriale, l’ampliamento di una fabbrica che produce le bombe con cui viene portato avanti lo sterminio del popolo palestinese, è considerata da alcuni una manna dal cielo, da difendere.

Ma l’isola potrebbe – e dovrebbe – avere uno sviluppo industriale differente, uno sviluppo industriale pacifico. La Keller – è di settembre la notzia della sua riapertura, ma è ancora presto per capire se non sia solo un annuncio propagandistico – ne è stata, per alcuni anni, una dimostrazione.

Affinché questo possa accadere, però, sono necessari due presupposti: in primis averlo, un piano di sviluppo industriale, avere un’idea di ciò che e come l’isola dovrebbe produrre e gettare a mare l’idea naif e pericolosa, che crea ulteriore dipendenza – che la Sardegna possa vivere – e vivere bene – di turismo o di solo settore primario.

In secondo luogo è imprescindibile avere una autonomia politca, economica e strategica, in cui la Sardegna possa decidere autonomamente – tanto dall’Italia di cui è periferia e terra di sfruttamento, quanto da attori più importanti ai quali è assoggettata la stessa Italia – cosa produrre, come e con chi commerciare: la sua condizione geografica al quale viene spesso attribuita il suo sottosviluppo non è altro che uno specchietto per le alloddole per mascherare responsabilità e scelte politiche.

In quest’ottica non possiamo che augurarci che il declino statunitense prosegua, e che sia superato da un mondo multipolare in cui gli stati, e tra loro una Sardegna indipendente, abbiamo la facoltà di stabilire autonomamente le proprie strategie geopolitiche e commerciali. Fino a che questo non avverrà, possiamo quanto meno immaginarlo, questo futuro, e lavorare affinché i cambiamenti che ci si prospettano davanti non ci trovino impreparati.

https://www.sindipendente.com/2026/10/01/la-storia-della-keller-sanzioni-a-teheran-licenziamenti-a-villacidro/

lunedì 5 ottobre 2026

L’ultima iniziativa di Mamdani è regalare 70 mila biglietti per l’opera ai newyorkesi che non si sono mai potuti permettere di andarci

 

Settantamila biglietti gratuiti per chi al Metropolitan Opera non ha ancora mai messo piede. Si chiama Opera for All, lo hanno annunciato il sindaco Zohran Mamdani, la vicesindaca per la giustizia economica Julie Su e la commissaria del Dipartimento degli Affari Culturali Diya Vij, ed è la punta di una collaborazione di lungo periodo tra il Comune di New York e uno dei più famosi teatri della città. Da questo mese il Met mette a disposizione 10 mila biglietti al mese per tutta la stagione 2026/2027 (circa il dieci per cento di tutti quelli in vendita) sorteggiati volta per volta tra chi si iscrive attraverso il sito del Comune o attraverso l’app del teatro. Vale ogni settore della sala (tranne per i posti in piedi) e può partecipare qualsiasi newyorkese che non abbia comprato un biglietto per il Met dal 2019 a oggi.

L’iniziativa del sindaco parte dalla convinzione che l’opera sia una delle più grandi forme d’arte e che proprio per questo non debba restare riservata soltanto a chi può permettersi di pagare un biglietto: nell’idea di Mamdani, ogni newyorkese dovrebbe potersi sedere su quelle poltrone a prescindere da quanto ci sia sul suo conto in banca. Il precedente che cita per dimostrare la bontà della sua tesi è quello Fiorello La Guardia, sindaco di New York dal 1934 al 1945, e che nel 1943 contribuì a fondare il New York City Center e farne il centro di quella che definiva «l’opera del popolo», un centro di arte e cultura in cui si poteva entrare pagando un biglietto che costava al massimo due dollari (il biglietto che costava di meno era invece quello da 75 centesimi).

Tornando al presente e a Opera for All: a distribuire i biglietti ci penserà il Comune, che promuove la lotteria attraverso i servizi sociali, le case popolari della NYCHA (New York City House Authority), le scuole pubbliche, le biblioteche di Brooklyn e Queens, la City University of New York, il Department for the Aging e il Situation Project (un’organizzazioe non profit che, tra le altre cose, fornisce agli studenti delle scuole pubbliche accesso gratuiti a eventi artistici e culturali), con altri canali in arrivo nei prossimi mesi. È la seconda mossa del genere dell’amministrazione: all’inizio dell’estate, con il Theater Development Fund, Mamdani aveva messo a disposizione degli studenti delle scuole superiori di New York migliaia di biglietti gratuiti o scontati per spettacoli di Broadway e off Broadway, oltre ad abbonamenti gratuiti a più di venti istituzioni culturali della città.

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domenica 4 ottobre 2026

El Niño ha causato delle piogge così intense da far sbocciare migliaia e migliaia di fiori nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del mondo


          

Vaste distese di terra che di solito sono aride si sono ricoperte di fiori viola e bianchi nel nord del Cile, dopo le forti piogge che hanno cambiato l’aspetto del deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi della Terra. È un fenomeno chiamato “deserto fiorito”: sotto il suolo dell’Atacama i semi e i bulbi di circa duecento specie diverse restano in letargo per lunghi periodi, in attesa delle condizioni giuste per germogliare, e le forti piogge causate da El Niño hanno permesso a molti di questi di semi di diventare fiori. In alcune zone sono caduti più di 180 millimetri di pioggia, una quantità che «non era mai stata registrata prima», ha detto all’AFP César Pizarro, responsabile della biodiversità dell’Atacama alla Corporazione Forestale Nazionale (Conaf) del Cile. L’acqua è penetrata nella sabbia più in profondità del solito e ha fatto comparire la vegetazione nella riserva naturale, che si trova a circa 800 chilometri a nord di Santiago. La Conaf prevede che lo spettacolo raggiungerà il suo apice a ottobre e stima che i fiori possano arrivare a coprire un’area vasta 15 ettari. Intanto, la zona si è già riempita di curiosi, giunti sul posto per fotografare uno degli eventi naturali più affascinanti del mondo.

Come scrive Euronews, alla base c’è El Niño, il fenomeno climatico ciclico caratterizzato dal riscaldamento delle acque superficiali nel Pacifico equatoriale centrale e orientale, che può alterare i regimi dei venti e delle precipitazioni in diverse regioni del mondo e scatenare eventi meteorologici estremi. L’episodio in corso potrebbe essere il più intenso da quando esistono registrazioni comparabili, cioè da quarant’anni, e lunedì (21 settembre) ha superato la temperatura media più alta mai registrata durante un El Niño, diversi mesi prima del picco (previsto intorno a novembre). Il caldo è talmente superiore a quello degli episodi precedenti che gli scienziati lo hanno ribattezzato con il sensazionalistico nomignolo Godzilla, a indicare la portata potenzialmente catastrofica di questo evento. Gli El Niño sono fenomeni naturali, ma il riscaldamento globale ne sta aumentando la portata e l’intensità. In Cile lo stesso meccanismo che ha fatto fiorire l’Atacama ha già fatto enormi danni: le piogge di luglio hanno ucciso almeno 13 persone e distrutto o danneggiato gravemente circa 4 mila case.

Il conto più grande arriverà entro i prossimi sei mesi. Come scrive il Guardian, secondo le stime dei climatologi, entro febbraio più di 450 mila persone potrebbero morire per il caldo portato dal Super El Niño, e il bilancio si somma alle morti in eccesso già causate dalle ondate di caldo degli scorsi mesi. I Paesi più colpiti nei prossimi sei mesi saranno quelli tropicali, su tutti Nigeria, Indonesia, Sudan, India e Brasile, con il Sahel e il Sud est asiatico tra le regioni che pagheranno il conto più pesante. Gli Stati Uniti figurano tra i primi venti Paesi di questa inquietante classifica, con una previsione di tremilacinquecento decessi in più dovuti a eventi climatici estremi. Altri morti sono attesi per le siccità, gli incendi boschivi e le inondazioni che El Niño porta con sé, direttamente e indirettamente. Le proiezioni sono state calcolate su base regionale proprio per individuare le zone in cui è più urgente intervenire, costruendo nuovi centri di refrigerazione in cui ripararsi, dare più personale agli ospedali nei periodi più caldi e fornire maggiori protezioni a chi lavora all’aperto. I ricercatori chiamano lo scenario che questo Super El Niño sta portando una “cartolina dal futuro”, perché porta le temperature al livello che, secondo le previsioni, la crisi climatica ci faarà raggiungere tra vent’anni.

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sabato 3 ottobre 2026

Ma niente è come stare nella macchina - Paolo Pileri

 

Da mesi e mesi il governo, e pure l’opposizione, ci parlano di arginare il costo del carburante facendo leva sulla riduzione delle accise. È un tormentone che ha finito per far atterrare un tema enormemente importante solo e soltanto sulla pista delle accise, del price cap della benzina e del bollo auto. Solo accise, benzina e bollo auto, null’altro. Sembra che per entrambi queste siano le uniche cose da fare: continuare a tenere gli italiani nelle auto. Ed è proprio questo retro-messaggio che mi preoccupa. Siete così sicuri che dobbiamo continuare a usare l’auto così tanto e ovunque? Oppure avete solo paura di affrontare l’argomento? Pensate ai vostri consensi? È la loro perdita che vi spaventa? I voti come i soldi: sporchi, maledetti e subito? Siete così sicuri che non esistano alternative? Beh, sappiate che ne esistono. E potreste almeno provarci.

Ci sono precedenti politici illustri che magari vi sono sfuggiti: ricordiamoli. Nel 1973, in una situazione similmente drammatica tra guerre e gravi rincari del petrolio, l’allora primo ministro olandese, Joop den Uyl tenne un famoso discorso, sofferto, ai suoi cittadini dove spiegò la grave situazione per l’economia, la dignità, le libertà dei cittadini olandesi per via della contrazione della disponibilità delle fonti fossili. Anche sollecitato da parlamentari (tra tutti, Maartje van Putten) propose loro una ricetta visionaria per ridurre i consumi energetici che conteneva le premesse per un intenso programma di ridisegno della mobilità privata potenziando in modo vigorosissimo la ciclabilità e la pedonalità.

Ne fece una questione di orgoglio nazionale, di innovazione, di sostenibilità ante litteram. Con tempismo e astuzia politica, colse al balzo le varie manifestazioni popolari che in quegli anni avevano portato all’attenzione l’aggravamento della vivibilità urbana a causa della crescita incontrollata del traffico urbano, con tanto di aumento della incidentalità e riduzione degli spazi urbani usati liberamente da adulti e soprattutto bambini. Non si sognò di parlare di accise o di incentivi o di bonus per il bollo auto ma propose un coraggioso cambio di abitudini urbane. Una scelta difficile, certamente avversata da una parte ampia di quegli olandesi che nel frattempo si erano velocemente abituati all’auto e quelle imprese commerciali che avevano subito investito nella mobilità su gomma per i loro affari.

Eppure ebbe il coraggio di cogliere nella crisi la lungimiranza di imprimere un programma politico, sociale e urbanistico epocale per portare i cittadini a vivere la propria mobilità quotidiana in bici e a piedi, associandolo a un profondo progetto urbano per far cambiare pelle alle città, con un programma di lungo termine. In un decennio i Paesi Bassi cambiarono faccia e si trasformarono in quel Paese pieno di biciclette che noi oggi invidiamo.

Ecco cosa vuol dire essere politici: imprimere veri cambiamenti, verso la sostenibilità ambientale, aiutando i cittadini a collaborare nonostante il pericolo di non essere capiti. Non so, e francamente non mi interessa sapere, se Joop den Uyl o il suo partito abbia poi vinto le successive elezioni. Potrebbe anche averle perse, ma quel che ha vinto è sicuramente l’idea che la politica è visione e non gretta contabilità, è offrire crescite culturali e non appiattimenti sterili crogiolandosi nei vizi insostenibili di sempre, è il coraggio di un progetto di lungo periodo e non la misura del tutto-subito.

Noi invece scontiamo il bollo auto e togliamo accise che è un modo per dire ai nostri cittadini di continuare a essere viziosamente accaniti consumatori di benzina e gasolio, saldamente seduti sui sedili delle loro auto. Ma è normale tutto questo? È normale che nessuna e nessuno politico abbia detto una sola parola? Che non ci sia quella minima dose di buon senso per parlare di risparmio energetico? Nessuno e nessuna che prova a dire che in molti casi si può andare a piedi o in bicicletta per tanti spostamenti quotidiani.

Certamente non tutti possono rinunciare all’auto. Non sempre. Non ovunque. Ma per una enormità di casi, si può ed è inaccettabile e perfino colpevole non stimolare i cittadini a lasciare l’auto e andare a piedi, in bici o con i mezzi pubblici. Nessuna e nessuno che a reti unificate dica questa cosa. Neppure il nostro presidente della Repubblica. Per favore: qualcuno, che non siano le compagnie dell’energia, ci spieghi perché non rispondere a questa terribile crisi investendo massicciamente anche in ciclovie e in un programma di realizzazione di marciapiedi delle nostre città (perché spesso non esistono nemmeno)? Andare in bici e a piedi aiuterebbe anche a stoppare le guerre. Perché non avviare programmi scolastici per incentivare la mobilità a piedi e in bici dei nostri studenti? Approfittare delle crisi per avviare cambiamenti radicali nelle pratiche quotidiane della mobilità è un’opzione difficile ma possibile e in grado di scatenare correzioni di abitudini che diversamente non riusciamo ad avviare.

Continuiamo a perdere occasioni per innescare cambiamenti culturali. Gli eletti nei ruoli politici continuano ad abdicare a ogni funzione culturale. È sempre più freddo calcolo di ragioneria elettorale, gara, slogan, rincorsa al consenso di pancia e non di testa, selfie e video per i social. Se non siete buoni a fare un mezzo discorso visionario che tenta di cambiare in meglio gli stili di vita responsabili delle crisi climatiche ed ecologiche, lasciate perdere. E per favore risparmiateci le ipocrite cartoline dove vi vedremo in bicicletta per le prossime elezioni. Almeno questo, per quel che rimane del rispetto, evitatelo.

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venerdì 2 ottobre 2026

Burkina Faso: l’oro non parte più, Traoré spezza le catene coloniali


Il Capitano inaugura la raffineria di Stato e lancia la sfida all'Occidente: "Vogliamo l'intera filiera sul posto". Un passo decisivo verso la sovranità economica sognata da Thomas Sankara

Ouagadougou, 29 settembre 2026. La data in cui la terra di Thomas Sankara ha smesso di regalare il proprio futuro. Per decenni l’oro del Burkina Faso è partito sotto forma di lingotti grezzi, lasciando dietro di sé solo polvere, miseria e promesse mai mantenute. Il sottosuolo veniva svuotato, ma la ricchezza vera finiva altrove. In un classico schema neocolonialista. Oggi, quel meccanismo di spoliazione coloniale si è spezzato. 

Il Presidente del Burkina Faso, il capitano Ibrahim Traoré, ha tagliato il nastro di RAFFINOR-BF, la prima raffineria d’oro del Paese. Non è un semplice impianto industriale. È una dichiarazione di guerra economica al vecchio ordine mondiale, la materializzazione di quella sovranità che Sankara sognava e che Traoré sta imponendo nonostante le manovre ostili delle vecchie potrenze colonialiste, Francia in testa.
 
L’opera, voluta dallo Stato attraverso la Società nazionale delle sostanze preziose (SONASP) e sostenuta da investimenti privati, è costata oltre 11 miliardi di franchi CFA. I numeri parlano di una capacità iniziale di 164 tonnellate l’anno, che salirà a 515 nella seconda fase. Ma i numeri, da soli, non raccontano la rivoluzione. A contare sono le oltre cento assunzioni dirette, i cinquemila posti di lavoro indiretti e, soprattutto, la purezza al 99,99% dell’oro in uscita, certificato con lo standard internazionale "Good Delivery". L'oro prodotto in Burkina, d'ora in poi, viene raffinato in Burkina. Quella che fino a pochi anni fa sembrava un'utopia, ieri è diventata crealtà. Il ministro delle Miniere, Yacouba Zabré Gouba, leggendo il pensiero del Capo dello Stato, ha usato parole che decisamente eloquenti: «Per troppo tempo il sudore dei nostri lavoratori e le ricchezze del nostro sottosuolo hanno alimentato catene del valore costruite altrove. Ci dicevano che non avevamo la tecnologia, né la capacità, né il diritto di trasformare le nostre ricchezze. Oggi spezziamo questo anello di dipendenza. Il nostro oro non servirà più a costruire la fortuna degli altri mentre il nostro popolo resta nel bisogno».

È la quintessenza della Rivoluzione Popolare e Progressista. Ogni grammo estratto deve servire a costruire scuole, ospedali, strade e competenze. Ma Traoré non si limita a nazionalizzare le risorse, le mette al servizio di una visione geopolitica chiara. La nuova raffineria permetterà di tracciare l'oro, chiudere i rubinetti del contrabbando e del riciclaggio di capitali, togliendo il controllo delle risorse dalle mani delle multinazionali e dei trafficanti.

Il Capitano, durante la cerimonia, non ha usato giri di parole. Il suo discorso è un manifesto di autodeterminazione africana: «L’inaugurazione di questa fabbrica è un simbolo forte. Che si tratti di oro, manganese, rame o zinco, la nostra ambizione non è più essere un Paese che estrae e porta la materia prima all'estero. Vogliamo raffinare tutti i nostri metalli sul posto». 

E guardando dritto negli occhi chi, in questi anni, ha cercato di ostacolare la sua marcia, Traoré ha lanciato un messaggio che sa di sfida aperta: «Tutto ciò che è industria estrattiva, vogliamo averne l'intera catena del valore qui. Iniziamo con l'oro, ma c'è molto altro nel nostro sottosuolo. Vogliamo padroneggiare tutto, fino all'ultimo dettaglio. È l'occasione per invitare anche la gioventù a mettersi in gioco, a imparare, a padroneggiare l'intera filiera mineraria».

La strada della sovranità è sempre costellata di detrattori e ostacoli. Ma il leader burkinabè ha mostrato di non curarsi delle critiche provenienti da chi vorrebbe il Paese ancora fermo al ruolo di cava a cielo aperto. Con il tono ruvido e deciso che lo contraddistingue, ha liquidato gli scettici: «Non molto tempo fa dicevo che ci sono persone che qualifico come scarti della società. Continueranno a parlare. Lasciateli fare e continuiamo ad andare avanti. Questa è la cosa più importante. Non ascoltateli, avanziamo! La fabbrica è concreto. Questo è ciò che conta. Rimanete concentrati, rimanete focalizzati».

RAFFINOR-BF non è solo un hub industriale per l'Africa occidentale. È la prova che un'altra Africa è possibile. Un'Africa che non chiede il permesso per essere padrona a casa propria. Thomas Sankara diceva che l'imperialismo si nutre delle nostre materie prime. Ieri, a Ouagadougou, Ibrahim Traoré gli ha tolto il nutrimento. L'oro ora resta in patria. E con esso, la dignità di un popolo che ha deciso di non essere più la miniera di nessuno.


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