Amare Produzioni Agricole
martedì 23 giugno 2026
ricordo di Bachisio Bandinu
lunedì 22 giugno 2026
Colonialismo “banale” e prospettive funeste per la Sardegna - Omar Onnis
La situazione della Sardegna diventa di giorno in giorno più critica. I problemi accumulati nei decenni non sono mai stati risolti e in molti casi nemmeno affrontati adeguatamente e a essi se ne sono aggiunti altri, via via più pressanti.
L’approccio
colonialista dello Stato centrale emerge costantemente in tutte le partite
strategiche che riguardano l’isola, dai trasporti all’energia, dal turismo ai
rapporti con le grandi organizzazioni criminali, dalla scuola al comparto
agro-zootecnico.
I mass media
italiani e l’intellighenzia egemone oltre Tirreno raccontano
di una Sardegna restia alla modernizzazione, arretrata, chiusa egoisticamente
in una sua specifica sindrome NIMBY. In cui però il “cortile di casa” è
ampio quanto tutta l’isola, un’isola a sua volta grande, con sue
caratteristiche orografiche e ecologiche, con una storia di antropizzazione
plurimillenaria e una serie di questioni aperte tutte da risolvere.
Parlare
della Sardegna come se la sua popolazione non avesse né dovesse avere voce in
capitolo è uno dei sintomi caratteristici del colonialismo. Ci siamo dentro in
pieno. Ciò che fino a qualche tempo fa poteva essere etichettato come una
fissazione ideologica dell’ambito indipendentista, oggi risulta un’emergenza
generalizzata a cui la nostra classe politica e la sua intellettualità organica
non sembrano capaci di reagire, non essendo state selezionate per quello.
L’ambito
politico indipendentista è sempre stato dipinto come un’accozzaglia
folkloristica fuori dalla storia, un effetto secondario del disagio sociale o
un residuato identitario di stampo sostanzialmente reazionario. Questo
quadro non è mai stato veritiero. I mass media hanno sempre
privilegiato le figure meno presentabili dell’intero movimento indipendentista,
che va molto oltre le sue organizzazioni e il suo consenso elettorale,
per usarle nelle loro “argomentazioni del fantoccio”. Le tesi e le proposte delle varie anime
dell’indipendentismo non sono mai state accolte nel già disastrato dibattito
pubblico sardo, la cui pochezza è uno dei tanti problemi della nostra mancata
democrazia. Salvo poi costituire, nel corso degli anni, l’ossatura dell’intera
agenda politica sarda. Non c’è oggi questione aperta, problema
strutturale, allarme socio-economico che non sia stato sollevato e discusso con
larghissimo anticipo in ambito indipendentista.
L’attualità
spinge finalmente anche osservatori moderati o comunque non ascrivibili alla
sensibilità autodeterminazionista a riconoscere che esiste un problema
serio di relazione con lo Stato centrale. Un dato oggettivo, non
un’interpretazione di parte. La crisi finale dell’autonomia è evidente,
l’obsolescenza dello Statuto regionale ormai palese. Evitare di ricondurre
tutta la congerie di problemi aperti al nodo storico della dipendenza e della
subalternità dell’isola rispetto allo stato italiano significa disconoscere la
realtà. Impedendo così che si possa procedere a sciogliere tale nodo, o almeno
cominciare ad allentarlo.
Faccio pochi
esempi recentissimi.
Il Governo di Roma autorizza direttamente un investimento immobiliare
di grandi dimensioni in zona Loiri-Porto San Paolo. Lo fa passando come un
rullo compressore sopra competenze statutarie, PPR e relativi vincoli (anche di
natura costituzionale), valutazioni degli organi regionali preposti. Lo fa in
virtù della normativa riguardante le ZES, Zone Economiche Speciali, per le
quali vige una procedura autorizzativa semplificata.
La Sardegna,
in passato costituente un ZES a sé stante, è stata recentemente incorporata
nella più vasta ZES del Mezzogiorno, compresa la Sicilia
(altra Regione Autonoma). In realtà, dalla stessa normativa che regola le ZES
risultano fatte salve le norme paesaggistiche e autorizzatorie, quindi quella
del Governo è un’azione arbitraria, di pura prepotenza colonialista. In
proposito, segnalo il post su FaceBook, del 6 giugno, di Tonino Dessì (tra le
altre cose, ex assessore all’ambiente) e un articolo del 23 maggio dal Gruppo di Intervento
Giuridico.
La stessa
postura centralista e autoritaria esercitata a proposito di 52 ettari a
sud-ovest della zona industriale di Porto Torres, area agricola, da ricoprire
di pannelli fotovoltaici. Anche in questo caso è direttamente il Ministero
dell’Ambiente che, con decretazione propria, impone una decisione in barba a vincoli,
procedure, competenze regionali e quant’altro.
In queste
stesse settimane, poi, assistiamo a una singolare campagna social, attiva
soprattutto su Instagram, in cui viaggiatori, influencer e commentatori vari,
perlopiù statunitensi, parlano della Sardegna come una destinazione
vacanziera estremamente desiderabile, comoda e sicura. Non sembrano
interventi casuali, anche perché si legano ad altri fatti e altre circostanze.
L’inaugurazione
del volo diretto New-York-Olbia, salutato con grande giubilo da politici e mass
media sardi, è uno. Gli investimenti di entità finanziarie legate agli USA in
vari ambiti, nell’isola, è un altro. Nello stesso periodo, in Albania, si sono
scatenate vere e proprie mobilitazioni popolari contro il progetto immobiliar-turistico
targato Kushner-Trump in una zona di pregio del paese balcanico.
L’approccio è lo stesso: prepotenza predatoria, compiacenza della politica
locale, noncuranza verso le popolazioni. Direi che sarebbe il caso di alzare le
antenne anche dalle nostre parti e cominciare a premunirci, onde scongiurare il
rischio della espropriazione e privatizzazione di vaste fasce di
territorio, ad uso e consumo esclusivo di un turismo “alto-spendente”
(quello che piace all’assessore Cuccureddu), che nell’isola lascerebbe poco o
nulla, a parte costi e servitù ulteriori.
Si è parlato
ancora, nei giorni scorsi, del problema dell’infiltrazione mafiosa (in realtà
più che altro camorristica e ‘ndranghetista) ad Alghero.
Problema noto, sollevato da anni da comitati e associazioni cittadine, ma poco
amato dalla politica locale. Il sindaco Cacciotto, in un consiglio comunale dei
giorni scorsi, ha affermato che i recenti attentati incendiari sono
riconducibili a banali “dissidi privati”. In loco la faccenda è però presa
molto sul serio, si citano circostanze e si fanno nomi. Le autorità
sembrano stranamente dormienti. Addirittura, da un vertice in Prefettura a
Sassari, pochi giorni or sono, è emersa la conclusione che non esiste ad
Alghero un problema di infiltrazione mafiosa.
Ora, che il
disegno governativo di dirottare in Sardegna una parte consistente delle
leadership criminali italiane – detenute in regime di art. 41bis –
potesse causare l’arrivo delle stesse organizzazioni in pianta stabile era ed è
un pericolo segnalato da tempo. Non una suggestione paranoica di qualcuno, ma
un risultato considerato più che probabile da tutti gli studi in materia.
Dunque, una scelta deliberata da parte del Governo. Spostare in Sardegna le
centrali decisionali e operative delle grandi organizzazioni criminali potrebbe
avere un senso, nell’ottica italiana. Negarne la pericolosità, a livello
istituzionale, serve ad attenuare l’allarme diffuso, in modo che il progetto
possa andare avanti.
Non è
nemmeno escluso che qualche soggetto dentro gli apparati di sicurezza dello
Stato abbia avuto la brillante intuizione che la Sardegna abbia bisogno
di italianizzarsi anche sul fronte criminale, dunque niente di
meglio che regalarla alle organizzazioni di stampo mafioso. Dopo tutto, tale
esito potrebbe fare comodo anche per controllare i rigurgiti ribellistici
locali, le velleità di autodeterminazione o le pretese di democrazia compiuta e
dispiegata. Quando, anni fa, preconizzavo una Sardegna ridotta a una
sorta di Cuba del Mediterraneo, non nel senso in cui l’aveva concepita –
illusoriamente – Gian Giacomo Feltrinelli, a fine anni Sessanta del secolo
scorso, ma nel senso della Cuba pre-Rivoluzione, poteva suonare come una
provocazione.
Oggi, la
prospettiva di un’isola progressivamente svuotata della sua popolazione storica,
adibita in alcune zone ad “area di sacrificio” per la produzione
di energia a favore del continente (specialmente del Nord Italia), in
altre a vasto poligono ad uso e consumo delle forze armate, in
altre ancora ad enclave turistiche di lusso, con un territorio
sottoposto a durissimo controllo poliziesco da un lato e mafioso dall’altro (le
due cose non vanno necessariamente a contrasto), non suona più come una
distopia fantasiosa ma somiglia molto a una realtà di cui cominciamo a
intravvedere i contorni.
La domanda è: cosa aspettiamo a renderci conto della situazione e ad agire
di conseguenza?
domenica 21 giugno 2026
«Francia o Spagna, purché se magna»: un elogio controcorrente - Francesco Coniglione
Appena lo pronunci, parte la condanna. “Francia o Spagna, purché se magna” viene regolarmente citato come la prova provata che noi italiani siamo gente senza spina dorsale, pronti a svendere la patria per un piatto di pasta. Un concentrato di qualunquismo, disimpegno civile, pusillanimità bella e buona. Basta vederlo citato nei dibattiti televisivi o nelle omelie dei predicatori d’italianità: “Con questa mentalità non andremo mai da nessuna parte”, “È il simbolo del nostro trasformismo”, “Così si allevano servi, non cittadini”. Persino a scuola, quando un insegnante voleva bacchettarci per la mancanza di ideali, sventolava questo motto come fosse una vergogna nazionale.
Eppure, c’è
qualcosa di profondamente sbagliato in questa condanna senza appello. O, per dirla meglio, c’è una
pigrizia interpretativa che merita di essere smascherata: se grattiamo via la
crosta materialista del detto, troviamo una saggezza antica, raffinata, perfino
radicale. Una saggezza che la tradizione ha non a caso accostato a Francesco
Guicciardini, al quale il motto viene spesso attribuito, pur senza comparire in
questa forma nei suoi scritti. Una saggezza che oggi, in tempi di nuovi
furori patriottici e di tamburi di guerra che tornano a suonare alle porte di
casa, appare più rivoluzionaria che mai.
Conviene
riportare il motto alle sue radici: l’Italia del Cinquecento, ridotta a campo
di battaglia delle grandi potenze: da un lato le armate di Francesco I,
dall’altro quelle di Carlo V. Per i popoli della penisola, la domanda
“Francia o Spagna?” non era una scelta ideale, era uno strazio. Il dominio
straniero portava carestie, saccheggi, violenze, e ai più non restava che
sopravvivere. In questo scenario, quel “purché se magna” non suonava come una
resa vile, ma come un grido di resistenza umana: potete giocarvi le nostre terre
a Risiko, potete sventolare le vostre bandiere, ma noi una sola cosa chiediamo
– di vivere, di mangiare, di salvare le nostre famiglie. Non è
qualunquismo, è una gerarchia dei valori. La dignità dell’esistenza prima del
feticismo degli stendardi. La vita, prima della gloria. È la versione
rustica e popolana di un principio che la filosofia antica aveva già formulato
con ben altra eleganza: Patria est ubicumque est bene (La
patria è ovunque si stia bene). La formula, attribuita a Pacuvio e resa celebre
da Cicerone, esprime l’idea che la vera appartenenza non è
data solo dal sangue o dal suolo, ma dalle condizioni che consentono a un
essere umano di prosperare. Ecco allora che “Francia o Spagna, purché se
magna” non è il rigurgito di un servo, non è un disinvolto tirare a campare, ma
la traduzione terragna e disincantata di un altissimo principio
cosmopolita: la patria è dove si può vivere con dignità, non dove ci
impongono di morire. Perché la terra che ricopre i morti è ovunque la
stessa: ha il medesimo colore, lo stesso odore; non conosce bandiere, non
distingue inni, non si commuove per i fanatismi.
C’è poi un
secondo strato, ancora più importante. Nel motto è implicito un pacifismo
radicale, di quelli che non s’imparano sui libri ma nelle budella svuotate
dalla carestia e dal piombo. Il «se magna» non è solo un’invocazione
alla sopravvivenza materiale: è il rifiuto di farsi ammazzare per un pezzo di
stoffa colorata, per un capriccio dinastico, per una parola altisonante come
“onore nazionale”. Tra il pane e la guerra, sceglie il pane. Tra il
martirio e la vita, sceglie la vita. Non è una scelta eroica, è una scelta
umana. Ed è esattamente la scelta che farebbe qualsiasi persona di buon senso
se solo non fosse ubriacata dalle retoriche dell’estremo sacrificio. A voler
cercare un antecedente nobile e cristianissimo, basterebbe riandare a Francesco
d’Assisi. Il “pace e bene” che la tradizione francescana gli
attribuisce non era un saluto devoto ma un programma politico-spirituale di una
modernità sconcertante. Quando nel 1219, in piena quinta crociata, si recò
a Damietta, in Egitto, per incontrare il sultano al-Malik al-Kamil, lo fece
disarmato, camminando in mezzo agli eserciti. Non andava con le armi; e anche
se il suo gesto restava inscritto nello zelo religioso del suo tempo, esso
spezzava la logica ordinaria della crociata: non la spada contro la spada, ma
la presenza inerme davanti al nemico. Andava a ricordare, con la sola forza
della presenza, che la pace è un bene supremo, più alto della vittoria militare,
più urgente della conquista di Gerusalemme. Anche lì, sulle rive del Nilo, la
domanda silenziosa di Francesco poteva risuonare come quella
del contadino italiano del Cinquecento: perché uccidersi per una bandiera?
Perché sacrificare la vita, che è sacra, a un’idea che si pretende più sacra
della vita stessa? Il suo «pace e bene» era un «purché se magna» tradotto nel
linguaggio dei santi.
Non occorre
scomodare Kant e il suo progetto di pace perpetua, anche se un collegamento con
l’illuminismo non sarebbe fuori luogo. Basta ricordare Erasmo da Rotterdam, che
nel suo Dulce bellum inexpertis (la guerra è dolce per chi non
l’ha provata) smascherava con lucidità l’oscena seduzione della
guerra vista da lontano. E chi l’aveva provata sulla pelle, la guerra, non
poteva che rispondere con un «purché se magna» – cioè con il rifiuto istintivo
di ogni bandiera che pretendeva il suo tributo di sangue. Detto in termini
contemporanei, è questo — per usare con cautela il lessico di Agamben —
un tentativo di sottrarre la “nuda vita” alla macchina che vorrebbe
trasformarla in materia sacrificabile: non perché la pura sopravvivenza sia
il compimento dell’umano, ma perché senza la sua salvaguardia nessuna vita più
ricca, civile e pienamente umana può nemmeno esser pensata. Proprio perché
esposta, fragile, inerme, quella vita sa bene che nessuna bandiera
merita il suo sacrificio, e oppone un «no» viscerale a chi vorrebbe
trasformarla in carne da cannone.
Questo non
significa negare l’esistenza di valori per cui valga la pena battersi.
Significa però riconoscere che nessun ideale – per quanto nobile – può
chiedere ipso facto la vita di uomini, donne e bambini come
prezzo della sua affermazione. Il detto non disprezza la patria; disprezza la
patria che si trasforma in idolo famelico. Non rifiuta la comunità; rifiuta la
comunità che esige il sacrificio dei suoi membri senza garantire loro, prima di
tutto, il diritto di esistere e di essere felici.
Ed ecco il
punto più frainteso. I critici del motto si fermano alla superficie:
«se magna» come puro istinto animale, come materialismo volgare, come trionfo
della pancia sulla testa. Ma chi ha mai detto che «magna» significhi
soltanto ingurgitare cibo? Il pane, nel linguaggio dei popoli, è sempre stato
molto più di un alimento: è il simbolo della sicurezza, della dignità, della
possibilità di costruire qualcosa. È il diritto a non essere strappati alla
propria esistenza quotidiana per morire sotto una palla di cannone o, oggi,
sotto un drone. «Se magna» vuol dire, in controluce, benessere civile e
morale. Vuol dire poter crescere i propri figli in pace, poter coltivare un
orto o una passione, poter invecchiare con la serenità di chi non ha dovuto
seppellire i propri cari prima del tempo. Vuol dire avere il tempo e le risorse
per dedicarsi a ciò che rende la vita degna di essere vissuta: l’arte, l’amore,
l’amicizia, la conoscenza. In una parola: la felicità. È esattamente la
promessa che sta al cuore della dichiarazione americana del 1776, con il
suo “perseguimento della felicità”, e che riecheggia poi, in altra forma, nella
Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: libertà dalla paura e dal
bisogno, dignità, sicurezza dell’esistenza. E allora, non è forse questo
il fine per cui vale la pena lottare politicamente? Non è forse più rivoluzionario
garantire a tutti il diritto al «se magna» – inteso come vita piena e pacifica
– piuttosto che esaltare il sacrificio per un confine o per un colore?
C’è, infine,
un germe di universalismo in quel «purché». Non importa quale sia la bandiera che
sventola, non importa se il sovrano parli francese, spagnolo, tedesco o un
qualsiasi altro idioma: ciò che conta è che vengano le condizioni
elementari della vita umana. È la versione popolana del
cosmopolitismo illuminista: l’idea che esistono diritti che precedono e
superano qualsiasi appartenenza nazionale. Il contadino del Cinquecento non
aveva letto Voltaire, ma intendeva perfettamente che sotto un buon governo si
può vivere bene, mentre sotto un cattivo governo si muore di fame e di spada, a
prescindere dalla lingua in cui sono scritte le leggi. Oggi che assistiamo al
ritorno dei nazionalismi più gretti, dei muri, delle identità escludenti, dei
fanatismi dei “sacri libri”, riscoprire questo universalismo plebeo ha un
sapore quasi profetico. Perché ci ricorda che la misura ultima di ogni
comunità politica non è la sua potenza militare, non è la retorica degli eroi e
dei martiri, ma è la capacità di assicurare ai propri membri una vita libera
dalla paura e dal bisogno. «Purché se magna» è, in fondo, il primo articolo
di una carta costituzionale non scritta, ma incisa nel buon senso umano: il
diritto a esistere, a vivere in armonia con il mondo e con gli altri, a non
vedere i propri sogni calpestati dallo stivale di un’ideologia assassina.
Certo, detto
così, davanti a un dibattito sulla difesa della patria o sull’orgoglio
nazionale, suona provocatorio, quasi sfrontato. Ma è una sfrontatezza
necessaria, che ci invita a non smarrire la gerarchia delle cose. Prima di
chiederci sotto quale bandiera vogliamo schierarci, dovremmo chiederci se
quella bandiera garantisce il pane, la pace, la dignità. Dovremmo chiederci se
vale la pena di morire per essa, o se non sia meglio vivere per essa – e
soprattutto per noi, per le nostre famiglie, per il nostro futuro. “Francia
o Spagna, purché se magna” non è il motto dei vigliacchi, ma dei sopravvissuti.
Non è l’alibi dei senza patria, ma la bussola di chi sa che la patria più vera
è quella in cui si può mangiare insieme, in pace, senza bandiere che dividono.
E se proprio vogliamo farne una bandiera, facciamone la bandiera dell’umanità
concreta, quella che non si innamora degli eroi, ma protegge il diritto
semplice e sacrosanto di ogni donna, ogni uomo, ogni bambino a una vita felice.
Ché poi, a ben guardare, non c’è niente di più profondamente patriottico.
sabato 20 giugno 2026
Vasco Rossi a Olbia. La ribellione addomesticata nell’isola-colonia - Cristiano Sabino
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel dibattito che si è acceso attorno al concerto di Vasco Rossi a Olbia. Non riguarda semplicemente la musica, il gusto o l’estetica. Riguarda piuttosto il ruolo politico della cultura di massa dentro una società coloniale come quella sarda.
Quando si
critica Vasco Rossi, la reazione è quasi sempre la stessa: “non capisci la sua
arte”, “non cogli la sua filosofia nichilista”, addirittura “non hai empatia
perché non cogli l’universale che unisce tre generazioni”. Ma è proprio qui il
punto: comprendere perfettamente quella funzione unificante significa anche
smascherarne la natura ideologica.
Perché ciò
che viene venduto come ribellione è, in realtà, una forma di trasgressione
innocua, anzi perfettamente compatibile con l’ordine esistente. E ciò vale
tanto più in Sardegna dove la musica, l’arte e in generale l’intrattenimento
svolgono una funzione precisa.
Degna di
nota è inoltre la presa di posizione di Vasco Rossi sul genocidio palestinese,
rilanciata con un’intervista a tutto campo anche da quella che viene presentata
come stampa “autorevole”, come il Corriere della Sera (qui). Il post risale al 2024. In un
momento storico in cui a Gaza si consumava un massacro sotto gli occhi del
mondo con la piena e documentata complicità dell’occidente collettivo e della
UE, la voce del “ribelle” si è espressa in questi termini: rifiuto di
schierarsi, invocazione generica della pace, appello alla soluzione “due popoli
due stati”, condanna indistinta degli estremismi. Praticamente le frasi fatte
che si possono sentire nei peggiori bar sport!
Una
posizione che, lungi dall’essere scomoda e critica, coincide perfettamente con
il qualunquismo e il suprematismo dominante.
Perché si
capisca cosa voglio dire sarà meglio riportare il post integrale (nell’articolo
del CorSera c’è il link al post di Rossi sulla Palestina):
“Sarebbe
facile per me oggi scrivere Freeee Palestine
Ma io non sono facile… Sono semplice… Ma non facile.
Sarebbe facile e sarebbe anche un po’ alla moda di questi tempi
ma io non sono mai stato alla moda
sono sempre andato controcorrente.
sarebbe anche facile perché mi sentirei schierato dalla parte
giusta
..la parte dei più deboli.
Come non esserlo oggi!
Ma io lo sono… Lo sono sempre stato…
Non ho bisogno di dimostrarlo oggi.
Di fronte alla tragedia che sta succedendo a Gaza
(siamo tutti atterriti dai bombardamenti sui civili e ovviamente
come minimo solidali con le sofferenze del popolo palestinese chiediamo tutti
che vengano immediatamente sospesi)
ciò detto la faccenda è un po’ più complessa di come le fate voi…
E io non riesco a schierarmi da una parte o dall’altra… Come fanno
molti dalle loro comode poltrone.
Io se mi schiero vado a combattere, altrimenti sto zitto o meglio
rimango ammutolito di fronte a orrori di questo genere!
IO SONO PER LA PACE
Per 2 popoli 2 stati !
Credo che gli “estremisti”
di tutte le specie
siano la rovina dell’umanità.
Credo nella reciprocità!
“Reciproca Convenienza
reciproco rispetto “
Io non mi faccio condizionare dal bombardamento
televisivo dei mezzi di comunicazione di massa sulle catastrofi e
le tragedie del “giorno” o del “momento “!
Io mi guardo intorno
leggo qualche libro
approfondisco gli argomenti
Abito nel mio mondo
cerco di fare la cosa giusta
qui e adesso!
Non ho mai sopportato
i rivoluzionari da salotto
che invadono le piazze
e infestano il web.
Io vado a combattere
sul campo le mie guerre.
E sempre
in direzione ostinata e contraria.
V.K.
Ps: Senza offesa per coloro
che scendono in piazza per manifestare i propri diritti o la
propria solidarietà alle popolazioni che soffrono le terribili conseguenze di
tutte le guerre”.
Dire che “la
guerra è brutta” non disturba nessuno. Non nomina i responsabili. Non prende
parte. Non comporta alcun rischio. È la stessa posizione che può essere
sottoscritta da un editorialista qualunque espresso dall’apparato
militare-industriale, da un rappresentante governativo che non può contrapporsi
a Washington e Tel Aviv, cioè alle centrali dell’imperialismo e del
colonialismo contemporaneo.
Intendiamoci,
è legittimo andare a vedere un concerto di Vasco, come è legittimo apprezzare
la sua arte. Il problema non è il Vasco cantautore o la sua capacità
carismatica. Mi spaventa il suo fun club sardo che lo scambia per un leader
trascinatore di folle, per un punto di riferimento sociale, per un’icona
ribelle.
Il problema
non è Vasco Rossi in quanto individuo o come artista. Il problema è la funzione
simbolica che incarna e l’insieme di proiezioni politiche o pseudo tali che
intercetta..
C’è una
differenza radicale tra parlare di libertà in astratto e schierarsi quando la
libertà viene negata. Tra cantare la ribellione e praticarla. Tra evocare un
disagio esistenziale e analizzarne le cause materiali.
E hanno
torto anche quelli che dichiarano di separare arte e politica. In Sardegna non
possiamo permettercelo. Abbiamo bisogno di una cultura impegnata e organica
alle necessità di riscatto dei sardi. Non dico solo di cultura ingaggiata
politicamente, ma nemmeno solo di big stranieri che vengono, si esibiscono
senza sapere nulla del luogo e della comunità che li ospita e vanno via senza
lasciare nulla.
Tornando a
Vasco e ai suoi presunti contenuti culturali, addirittura filosofici, dobbiamo
concludere che il “nichilismo filosofico” di Vasco Rossi è un nichilismo senza
conseguenze. Parafrasando il fondatore del nichilismo Friedrich Nietzsche si
tratta di un “nichilismo di comodo”. Ammesso e non concesso che a proposito del
repertorio di Rossi si possa parlare di “nichilismo”, al contrario del
nichilismo nietzschiano Rossi non mette mai in discussione i rapporti di
potere, le verità costituite, non interroga il sistema, non produce critica
reale. Funziona come valvola di sfogo, non come strumento di critica.
Ed è proprio
per questo che riesce a “unire tre generazioni”: perché non costringe nessuna
di esse a posizionarsi, a maturare una scelta.
Dentro
questo quadro, il concerto di Olbia assume un significato che va oltre l’evento
musicale. In una Sardegna trasformata sempre più in piattaforma energetica,
base militare, luogo di produzione di bombe e droni killer e spazio di consumo
turistico, la grande industria culturale svolge un ruolo preciso: produrre
consenso, neutralizzare il conflitto, offrire un immaginario di ribellione che
non mette mai in discussione la condizione della Sardegna perfettamente inserita
nel sistema di dominio coloniale occidentale (come strumento di produzione e
come oggetto di sfruttamento coloniale).
Si tratta
dello stesso meccanismo che vediamo all’opera in politica ad ogni tornata
elettorale, quando vengono costruite figure apparentemente antisistema che, nei
fatti, garantiscono la continuità dell’ordine esistente.
Per questo
la questione non è “ascoltare o non ascoltare” Vasco Rossi (io personalmente
quando capita alla radio cambio stazione!). Ognuno è libero di fare ciò che vuole
e di spendere i propri soldi acquistando i biglietti dei concerti che più gli
piacciono. Il punto è smettere di proiettare su figure del genere valori che
non incarnano.
Perché
continuare a credere nella ribellione addomesticata è esattamente ciò che consente
al sistema di perpetuarsi senza essere davvero messo in discussione.
E in una
terra colonizzata come la Sardegna, questo non è un dettaglio di costume: è un
nodo politico centrale, anche perché qui si aprirebbe il tema “grandi eventi
musicali” spesso agitato dall’artista e amico fraterno Alisandru Sanna ak
Quilo, ma questo meriterebbe una riflessione a parte!
venerdì 19 giugno 2026
Per le persone autistiche il futuro è oggi - Gianfranco Vitale
Ogni volta
che sento parlare di “progetto di vita” per le persone autistiche mi
trovo in una situazione curiosa: sono completamente d’accordo e, allo stesso
tempo, profondamente inquieto. D’accordo perché nessuno può contestare il
principio. Chi non vorrebbe che una persona autistica potesse vivere una vita
piena, dignitosa, autodeterminata, inserita nella società e non ai suoi
margini? Inquieto perché, troppo spesso, il progetto di vita sembra
assomigliare più a uno slogan che a un programma concreto.
Da padre di
un figlio autistico adulto con bisogni di sostegno importanti, ho imparato
che il problema non è immaginare il futuro. Il problema è affrontare il
presente. Da anni il dibattito ruota attorno al “dopo di noi”. È
comprensibile. Tutti i genitori si chiedono cosa ne sarà dei propri figli
quando non ci saranno più. Ma c’è una domanda ancora più urgente: come
vivono oggi? Faccio questa domanda perché il futuro non nasce dal
nulla. Si costruisce giorno dopo giorno. Il domani è adesso. Se oggi mancano
servizi adeguati, operatori sufficienti, percorsi di inclusione efficaci,
opportunità lavorative reali e soluzioni abitative sostenibili, è difficile
immaginare che tutto questo appaia magicamente domani. La verità è che migliaia
di famiglie stanno reggendo quasi da sole un peso enorme. Molti genitori hanno
superato i sessanta o i settant’anni. Alcuni sono malati. Altri sono
semplicemente esausti. Eppure continuano a sostituirsi a servizi che dovrebbero
essere garantiti dalla collettività.
In questo
contesto si parla molto di deistituzionalizzazione. Anche qui, come
non essere d’accordo? Superare modelli segreganti e costruire contesti di vita
più inclusivi è un obiettivo condivisibile. Ma mentre discutiamo del futuro,
cosa accade nel presente? Le famiglie continuano a chiedere aiuto. Le liste
d’attesa si allungano. I servizi territoriali faticano a rispondere. Le
strutture esistenti soffrono spesso di carenze croniche di personale e
risorse. Perché dovrebbe essere incompatibile lavorare su due fronti
contemporaneamente? Da una parte progettare nuove forme di abitare e di inclusione.
Dall’altra migliorare subito ciò che già esiste, rendendolo più umano, più
dignitoso e più rispettoso delle persone. L’impressione, invece, è che talvolta
si preferisca discutere di modelli ideali piuttosto che affrontare problemi
reali.
Lo stesso
accade con la parola “progetto”. Nel mondo della disabilità il
termine compare ovunque. Progetti sperimentali. Progetti innovativi. Progetti
pilota. Progetti territoriali. A volte viene da chiedersi se esistano più
progetti che persone autistiche! Naturalmente molti sono seri e producono
risultati importanti. Ma altri sembrano avere una funzione diversa: dimostrare
che qualcosa si sta facendo senza modificare realmente le condizioni di vita
delle persone. Il lavoro rappresenta probabilmente l’esempio più
evidente. La normativa italiana sul collocamento mirato esiste da oltre
venticinque anni. Eppure continuano a proliferare stage, tirocini e borse
lavoro che troppo spesso non conducono ad alcuna assunzione stabile. Quando
una persona lavora per mesi o anni ricevendo compensi simbolici, o addirittura
senza alcuna retribuzione significativa, non siamo davanti a una forma di
inclusione. Siamo davanti a una distorsione del concetto stesso di inclusione.
Il lavoro è un diritto. Non una concessione.
Eppure i
diritti continuano a essere il grande assente del dibattito. Diritto alla
salute. Diritto a una casa. Diritto a un lavoro vero. Diritto a una vita
sociale. Diritto a servizi adeguati. Diritto a non lasciare sole le famiglie.
Su questi temi sembra essersi consolidata una sorta di rassegnazione
collettiva che finisce per favorire l’inerzia politica. Le
dichiarazioni pubbliche non mancano mai, soprattutto in occasione della
Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo del 2 aprile. I convegni si
moltiplicano. Le campagne di sensibilizzazione anche. Molto più difficile è
individuare interventi strutturali che incidano realmente sulla vita delle
persone autistiche adulte e delle loro famiglie. Emblematica è la questione del
caregiver familiare. Da anni si susseguono annunci, promesse e proposte
legislative. Nel frattempo migliaia di genitori continuano a svolgere un lavoro
di assistenza permanente, spesso senza adeguati sostegni economici, sociali
e psicologici.
E allora
forse vale la pena porre una domanda semplice. Qual è il vero progetto di vita?
È l’ennesimo documento programmatico? È l’ennesimo progetto sperimentale
destinato a esaurirsi con la fine dei finanziamenti? Oppure è la scelta
politica di investire stabilmente nelle persone? L’Italia continua a destinare
alla ricerca e sviluppo una quota del proprio prodotto interno lordo inferiore
alla media delle principali economie avanzate. Allo stesso tempo cresce il
dibattito sull’aumento delle spese militari e sulle grandi opere
infrastrutturali. Naturalmente la sicurezza nazionale è importante. Nessuno lo
nega. Ma una società dovrebbe essere giudicata anche da come tratta i suoi
cittadini più fragili. Per questo continuo a pensare che il più grande
investimento possibile non sia un’opera di cemento né un sistema d’arma. La
più grande opera pubblica è restituire dignità, opportunità e speranza a chi
rischia di essere dimenticato. Se vogliamo parlare seriamente di progetto
di vita, dobbiamo avere il coraggio di smettere di confondere le parole con le
soluzioni. I principi sono importanti. I diritti lo sono ancora di più.
Ma senza servizi, sostegni, lavoro, ricerca e politiche adeguate, il
rischio è che il progetto di vita resti soltanto una formula rassicurante.
Il futuro
delle persone autistiche adulte non è una questione che riguarda il domani. È
una questione che avrebbe dovuto essere affrontata ieri e che oggi non può più
essere rimandata.
giovedì 18 giugno 2026
Il tragico dibattito del consiglio comunale di Cagliari sulla privatizzazione degli aeroporti - Lucia Chessa
Qualche
giorno fa, il Consiglio Comunale di Cagliari ha affrontato la questione
aeroporti. Non su iniziativa del sindaco, ma su richiesta di un consigliere di
minoranza risalente addirittura a settembre 2024. Con calma dunque, a conferma
che certi manovratori non si devono disturbare.
Ricapitoliamo.
L’Operazione in atto, sulla quale la Giunta Todde e la Camera di Commercio di
Cagliari stanno procedendo con massima determinazione, è quella di creare una
rete che riunisca la gestione dei 3 aeroporti sardi.
Intendiamoci,
di per se l’idea non è male. E’ vero che la Sardegna sperimenta tutti i giorni,
sulla propria pelle, che non necessariamente la dimensione macro da automatiche
garanzie, basta osservare la mitica inefficienza di Abbanoa. Tuttavia è certo
non si possa esclude che l’idea della rete abbia anche delle implicazioni
positive, ma il fatto è che questo non è tutto.
La
costituzione della Rete degli aeroporti sardi, infatti, è stata progettata in
maniera tale da concludersi con la consegna della gestione di tutti gli scali a
soggetti nei quali le quote di maggioranza saranno in mano privata. Con la
Regione chiamata a mettere a disposizione 30 milioni di risorse pubbliche per
finire relegata in minoranza, con quote azionarie inferiori al 10% e in un
ruolo praticamente irrilevante nelle decisioni che riguarderanno gli scali
della Sardegna.
Caspita che
capolavoro! Nessun potere decisionale ma in compenso (e qui compenso è la
parola giusta) molti incarichi da conferire nei consigli di amministrazione,
nei comitati di monitoraggio, nei collegi sindacali. Presidenti, amministratori
delegati, consiglieri di amministrazione irrilevanti ma numerosi, da nominare,
da retribuire, da fidelizzare. Praticamente il pubblico paga, i privati
guadagnano. Il pubblico si siede al tavolo e il privato decide.
Molto
interessante ascoltare questa seduta del Consiglio Comunale di Cagliari
reperibile facilmente digitando su Google “Consiglio Comunale di Cagliari
seduta n 26”, consiglio vivamente di prenderne visione.
Presenti,
l’assessore ai trasporti Barbara Manca in rappresentanza della Giunta regionale
e l’ing. Maurizio De Pascale presidente della Camera di Commercio di
Cagliari/Oristano, l’ente pubblico che oggi ha il controllo dell’aeroporto di
Elmas che vola veloce verso la gestione privata. Anche se, per la verità,
presenti è parola grossa visto che Assessore e Presidente hanno lasciato l’aula
poco dopo i loro interventi, incuranti del successivo dibattito in Consiglio.
Non sono certo tempi d’oro per le assemblee elettive in Sardegna.
E veniamo al
dunque, iniziando con una preliminare pulizia linguistica perché, come si sa,
niente rende maggiore chiarezza che chiamare le cose con il loro vero nome. Se
iniziassimo per esempio a chiamare l’Operazione in atto “Aeroporti sardi ai
Privati” piuttosto che “Rete Aeroportuale Sarda” io sono certa che qualche
punto di attenzione in più non mancherebbe.
E invece a
quanto pare ci dobbiamo accontentare, con l’assessore ai trasporti della Giunta
Todde che apre i lavori del Consiglio Comunale di Cagliari dando informazione
sull’Operazione in atto come fosse un compitino di diritto societario svolto da
uno studente frettoloso che si è preparato il giorno prima. Un’ esposizione
schematica, superficiale, tutta incentrata sul percorso tecnico burocratico, ma
privo di ogni spessore politico. Sorvola completamente e su tutta la linea,
sulle ricadute che la gestione privata avrà sui sardi e sul loro diritto alla
mobilità. Trascura che l’obiettivo della parte pubblica che è quello di
tutelare e garantire il diritto alla mobilità dei sardi, non coincide con
quello degli investitori privati che è realizzare guadagni. Non dice una parola
per argomentare il motivo per cui, come in altri settori, si procede a consegnare
ai privati infrastrutture di proprietà pubblica con modalità in cui la parte
privata fa utili e la parte pubblica paga il conto.
Singolare
anche l’intervento del sindaco Massimo Zedda, favorevole all’Operazione anche
perché, del resto, mostra chiaramente nel suo intervento di non aver capito
bene che la parte pubblica resta sotto il 50% delle azioni lasciando campo
libero agli investitori privati di perseguire il loro obiettivo naturale, cioè
il profitto. Sorvola sul fatto che il comune è assente dalla partita.
Lucido
invece, onesto, non scontato l’intervento di Peppino Calledda. 5stelle anomalo,
evidentemente non allineato evidenzia senza sconti tutte le criticità
dell’operazione: i pareri contrari della Corte dei Conti, che si vogliono
allegramente bypassare, i rilievi della autorità anticorruzione, i rischi di
illegalità supportati dalle citazioni di autorevoli giuristi. Un discorso quasi
accorato, nella richiesta di fermarsi rivolta a tutti gli attori in gioco ed un
invito ad un dibattito in Consiglio Regionale.
E a seguire,
una fila di interventi generalmente critici rispetto all’operazione in atto,
non solo dalle file dell’opposizione di centro destra e del gruppo misto, ma
anche da parte di alcuni esponenti della maggioranza, interventi dissonanti rispetto
al possibilismo del sindaco. Naturalmente fatta eccezione per l’ arrampicata
sugli specchi di qualche esponente del PD nell’argomentare il proprio consenso
e di qualche cespuglio del Campo Largo impegnato nel tentativo improbo di
dichiarare approvazione per essere “di governo” e nel contempo, introdurre
inutili distinguo, per sembrare sempre anche “di lotta”.
Brutta
storia quella che si srotola in questi mesi in Sardegna. Nessun interesse
comune sta ispirando l’Operazione “aeroporti sardi ai privati”. Sindacati
contrari, parere negativo della corte dei conti, dubbi della autorità
anticorruzione, pareri negativi dei collegi dei revisori interni e nonostante
tutto ciò ai piani alti si dichiara la volontà di andare avanti veloci, di
portare il percorso a conclusione entro il 30 settembre passando sopra ad ogni
dissenso ed incuranti del fatto che la questione oggi è all’esame di due
tribunali, in procedimenti che forse sarebbero già arrivati a sentenza se la
regione non avesse più volte chiesto rinvii.
La tecnica
del rinvio è sempre a disposizione se si temono sentenze avverse.
Altre realtà
agiscono diversamente. Comuni come Milano, intervengono direttamente nella
gestione dei loro scali con quote azionarie di maggioranza, regioni come la
Puglia fanno altrettanto, ma in Sardegna paradossalmente, nonostante siamo
un’isola, si lavora a far largo ai privati.
Il
sottosviluppo ha radici profonde che spesso affondano nelle stanze del potere,
nelle scelte politiche sbagliate, opache, operate in prepotente solitudine,
sulla base di criteri che avrebbero bisogno di molti chiarimenti.
mercoledì 17 giugno 2026
Essere vegan non è una moda: è una scelta che merita rispetto, chiarezza e garanzie
Intervista a
Renata Balducci, Presidente di Associazione Vegani Italiani Onlus
Essere vegan è una scelta etica.
Negli ultimi anni il termine “vegan” è entrato sempre più spesso nel
linguaggio delle aziende, delle etichette, della comunicazione commerciale e
del marketing. È una crescita importante, che testimonia l’aumento
dell’interesse verso prodotti senza ingredienti di origine animale, ma che
porta con sé anche una grande responsabilità: garantire che ciò che viene
comunicato sia chiaro, verificabile e rispettoso della scelta vegan.
Ne parliamo con Renata Balducci, Presidente di Associazione Vegani
Italiani Onlus, da anni impegnata nella tutela, nella rappresentanza e nella
diffusione della scelta etica vegan in Italia
Presidente Balducci, oggi la parola “vegan” è sempre più presente sul
mercato. È un segnale positivo?
Sì, certamente è un segnale positivo, perché dimostra che la sensibilità
verso gli animali, l’ambiente e un nuovo modello di consumo sta crescendo. Però
dobbiamo essere molto chiari: la diffusione del termine “vegan” non può
trasformarsi in una banalizzazione della scelta vegan. Per noi, come
Associazione Vegani Italiani, il veganismo non è una tendenza, non è una moda
passeggera, non è una parola da usare quando conviene dal punto di vista
commerciale. È una scelta etica profonda, radicata nella coscienza, nel
cuore e nella mente di chi la compie.
Quando una persona sceglie vegan, non sta semplicemente cambiando prodotto
sullo scaffale. Sta scegliendo di non partecipare, per quanto possibile, allo
sfruttamento animale. È una decisione di responsabilità e coerenza. Per questo
le aziende devono trattare questa parola con estrema attenzione
Il rischio, quindi, è che il termine “vegan” venga usato con leggerezza?
Esattamente. Ed è un rischio molto concreto. Ci sono aziende che
comprendono davvero il valore della scelta vegan e lavorano con serietà,
trasparenza e responsabilità. Altre, invece, possono essere tentate di usare
certe diciture semplicemente perché il mercato, in quel momento, le premia.
Ma essere vegan non può dipendere dall’umore del marketing, dalla moda del
momento o dall’andamento delle vendite. Non si può mettere una scritta su
un’etichetta con superficialità, senza avere alle spalle verifiche, controlli e
garanzie.
Chi sceglie vegan ha diritto a sapere che quel prodotto è stato valutato,
documentato e controllato. Ha diritto a fidarsi.
Perché questa fiducia è così importante per le persone vegan?
Perché per una persona vegan non si tratta solo di acquistare un prodotto
“diverso”. Si tratta di coerenza personale.
Quando una persona vegan compra un alimento, un cosmetico, un detergente o
qualsiasi altro prodotto dichiarato vegan, affida a quell’etichetta una parte
della propria scelta etica. Si aspetta che dietro quella parola ci sia
un impegno reale.
Se quella fiducia viene tradita, non è solo un problema commerciale. È una
mancanza di rispetto verso una scelta di vita profonda.
Per questo diciamo con forza che non basta dichiarare: bisogna poter
dimostrare.
Da presidente di Associazione Vegani Italiani, cosa chiede oggi alle
aziende?
Chiediamo innanzitutto consapevolezza.
Alle aziende chiediamo di non vedere il veganismo solo come un segmento di
mercato. Certo, il mercato è importante, e il fatto che cresca è una buona
notizia. Ma dietro quel mercato ci sono persone, valori, sensibilità,
anni di impegno culturale e sociale. Un’azienda che decide di comunicare un
prodotto come vegan deve sapere che non sta semplicemente intercettando una
domanda commerciale: sta entrando in relazione con una comunità di persone che
attribuisce a quella parola un valore enorme.
Per questo serve attenzione. Verso gli animali, prima di tutto. Verso i
consumatori. E verso chi ha fatto una scelta etica che merita di essere
considerata con serietà.
Quindi il vegan non dovrebbe essere trattato come un semplice claim?
Assolutamente no. “Vegan” non è un claim qualunque.
Non è come dire “nuovo gusto”, “ricetta migliorata” o “edizione speciale”.
È una dichiarazione che riguarda l’assenza di ingredienti di origine animale,
ma anche un principio etico molto più ampio.
Per questo serve grande responsabilità. Bisogna evitare formule
ambigue, scorciatoie comunicative e messaggi che lasciano intendere più di
quanto possano realmente garantire.
Il consumatore vegan non cerca slogan. Cerca coerenza.
In questo scenario, che ruolo hanno le certificazioni?
Hanno un ruolo fondamentale, perché aiutano a trasformare una dichiarazione
in qualcosa di verificabile.
Una certificazione seria non è un ornamento grafico sull’etichetta. È uno
strumento di tutela. Significa che un soggetto terzo ha valutato documenti,
ingredienti, procedure e dichiarazioni. Significa che l’azienda accetta di sottoporsi
a un percorso di controllo.
Questo è importante sia per il consumatore sia per l’azienda stessa. Il
consumatore è più tutelato. L’azienda comunica in modo più solido, credibile e
responsabile.
Possiamo dire che il mercato vegan sta entrando in una fase nuova, anche dal punto di vista normativo?
Sì, assolutamente. E credo che questo sia un passaggio molto importante.
Per anni abbiamo assistito a una crescita del mercato vegan accompagnata da
entusiasmo, curiosità e, in alcuni casi, anche da molta improvvisazione. Oggi
però siamo davanti a una fase diversa: non basta più usare parole
rassicuranti, non basta più scrivere “green”, “naturale”, “sostenibile”,
“plant-based” o “vegan” senza poter dimostrare con chiarezza ciò che si
comunica.
Anche l’Europa sta andando in questa direzione. La Direttiva (UE) 2024/825, pubblicata
nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, modifica le norme
sulle pratiche commerciali sleali e sui diritti dei consumatori proprio per
rafforzare la tutela contro comunicazioni ambientali e di sostenibilità
generiche, ambigue o non verificabili. La direttiva è entrata in vigore il 26
marzo 2024, dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il 27 marzo 2026 e
le nuove disposizioni si applicheranno dal 27 settembre 2026.
Questo per noi è un segnale molto chiaro: il tempo delle parole usate con
leggerezza sta finendo. Le dichiarazioni devono essere trasparenti,
comprensibili, dimostrabili e supportate da elementi concreti. E questo vale, a
maggior ragione, quando parliamo di vegan. Perché la scelta vegan non è una
formula commerciale. È una scelta etica che riguarda il rapporto con gli
animali, con il consumo e con la responsabilità individuale.
Come Associazione Vegani Italiani chiediamo da sempre che il
consumatore vegan non venga esposto a parole suggestive ma vuote. Deve
poter scegliere sapendo che ciò che viene dichiarato è stato verificato e
garantito.
Cosa significa, per Associazione Vegani Italiani, rappresentare il mondo
vegan in questa fase?
Significa ricordare continuamente che il veganismo nasce da una scelta
etica, non da una strategia commerciale.
Come associazione abbiamo il dovere di dare voce a chi questa scelta la
vive ogni giorno. Persone che spesso, per anni, hanno dovuto spiegare,
difendere, motivare la propria posizione. Persone che hanno scelto di cambiare
abitudini, consumi e relazione con il mondo.
Questa scelta merita attenzione da parte delle istituzioni, delle aziende e
della comunicazione. Non può essere ridotta a una parola comoda da stampare su
un packaging.
Qual è il messaggio più importante che vorrebbe arrivasse alle aziende?
Il messaggio è semplice: se scegliete di entrare nel mondo vegan, fatelo
con serietà.
Non usate questa parola solo perché oggi funziona. Non utilizzatela come
leva pubblicitaria se non siete disposti a sostenerla con verifiche reali. Non
trattate i consumatori vegan come un target qualsiasi.
Dietro ogni acquisto vegan c’è una posizione precisa rispetto allo
sfruttamento animale. C’è una richiesta di coerenza. C’è una sensibilità che va
compresa prima ancora che intercettata commercialmente.
Le aziende che comprendono questo non solo comunicano meglio, ma
costruiscono un rapporto autentico con le persone.
E ai consumatori vegan cosa vuole dire?
Voglio dire di continuare a pretendere chiarezza.
Di non accontentarsi delle parole, ma di cercare garanzie. Di leggere,
informarsi, fare domande. Il consumatore consapevole ha un ruolo
importantissimo, perché può orientare il mercato verso maggiore responsabilità.
Ogni scelta d’acquisto è anche un messaggio. Quando scegliamo prodotti
realmente verificati, premiamo le aziende che rispettano davvero i valori
vegan.
In conclusione, qual è la sfida dei prossimi anni?
La sfida sarà distinguere sempre meglio ciò che è realmente vegan da ciò
che si limita ad apparire tale.
Scegliere vegan significa chiedere al mercato qualcosa di più di una parola
in etichetta: significa pretendere coerenza, trasparenza e rispetto per una
scelta che nasce dalla volontà di non partecipare allo sfruttamento animale.