sabato 16 maggio 2026

Polli che mangiano polli negli allevamenti da riproduzione - Luisiana Gaita

Polli lasciati accanto a carcasse di altri polli in decomposizione, galline ovaiole mangiate vive da altre galline, prese per il collo, lanciate con violenza e colpite ripetutamente con una pala. Per la prima volta in Italia (e la seconda in Europa) si mostrano le immagini di cosa accade all’interno di un allevamento di polli riproduttori, ovvero gli animali che danno vita ai polli da carne venduti nei supermercati. Sono le immagini esclusive ottenute da Essere Animali, che saranno trasmesse nella video inchiesta della giornalista Giulia Innocenzi, nel corso della prossima puntata di Report, in onda il 12 aprile su Rai 3. Raccolte nel giro di un mese, tra dicembre 2025 e gennaio 2026 e consegnate all’associazione animalista da un ex dipendente mostrano scene di galline ovaiole con veri e propri buchi nel corpo. ilfattoquotidiano.it pubblica in anteprima una clip tratta dal servizio e che riguarda un allevamento di polli all’ingrasso. Mostrano la crudeltà di un sistema basato su razze selezionate per una crescita rapida di petto e cosce, più richieste dal mercato. Quindi polli broiler (razza a cui appartiene oltre il 90% dei polli allevati in Italia) già condannati geneticamente a soffrire (Leggi l’approfondimento) e pronti ad essere macellati dopo appena 40 giorni di vita. Con conseguenze enormi sulla loro salute e anche sulla qualità della carne, come mostrato dall’inchiesta di Essere Animali – i cui contenuti sono stati anticipati da ilfattoquotidiano.it – sull’incidenza di casi gravi di white striping nei polli venduti nei supermercati italiani (Leggi l’approfondimento).

Dagli allevamenti ai supermercati

Gli allevamenti in questione si trovano in provincia di Verona. “Fanno parte della filiera di Aia (hanno contratti di fornitura, ndr), parte del Gruppo Veronesi – spiega Esseri Animali – che è il principale produttore italiano di pollo con un fatturato annuale di 4 miliardi (2023) e rifornisce praticamente tutti i principali supermercati italiani per i loro prodotti di pollo a marchio, come Coop, Conad ed Esselunga”. Quello di polli riproduttori alleva circa 40mila animali. In questa fase del ciclo gli animali vengono fatti accoppiare per produrre quelle uova da cui nasceranno i polli destinati alla macellazione per il consumo umano. Quella dei polli a rapida crescita è una genetica che porta una serie di gravissime problematiche di benessere, anche nella fase dei riproduttori. Diversi polli non riescono neppure a reggersi sulle proprie zampe e, quindi, a mangiare e bere, altri sono malati. Ma in un allevamento di polli riproduttori, gli animali possono rimanere anche diversi mesi, portando all’estremo malattie e problemi vari. Per Simone Montuschi, presidente di Essere Animali “è inaccettabile che in una filiera con un grande volume d’affari e importante come quella dei polli da carne vi sia questa trascuratezza, con rischi sanitari gravissimi, animali malati abbandonati ad agonizzare senza cure e con chiari disturbi tra cui il cosiddetto wry neck (torcicollo), che provocano seria difficoltà agli animali nel soddisfare bisogni primari come mangiare e bere”.

Le violenze e le carenze negli allevamenti

Ma non ci sono solo i problemi legati alla selezione genetica di queste razze. I video mostrano violenze da parte degli operatori nei confronti dei polli, ma anche problemi dovuti alla cattiva gestione dell’allevamento, a iniziare da quelli di igiene e alla carenza di cure nei casi degli animali malati. Gli animali vengono scaraventati contro le strutture, afferrati per un’ala, presi per il collo e fatti roteare durante gli abbattimenti che, invece, richiederebbero una morte rapida, mentre alcuni polli maschi hanno le zampe mutilate, in violazione delle linee guida dell’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare. Aia replica che il gruppo Veronesi effettua circa 40mila visite all’anno e che ogni comportamento non in linea con gli standard del gruppo è da ritenere contrario agli accordi presi tra l’azienda e i fornitori. Nel frattempo, negli allevamenti le immagini sono esplicite. Nella clip che pubblica il Fatto, si vedono animali incastrati tra i divisori delle varie aree e lasciati morire, ma anche polli con segni sul corpo, perché sono stati cannibalizzati da altri polli. Per legge, gli operatori dovrebbero passare due volte al giorno per rimuovere eventuali carcasse. Quello del cannibalismo è un aspetto legato a un altro problema riscontrato nell’allevamento del Veronese, ossia la fame cronica.

La restrizione alimentare e le linee guida dell’Efsa

L’inchiesta affronterà anche il tema della restrizione alimentare a cui sono stati sottoposti alcuni polli. Perché se negli allevamenti all’ingrasso i polli a rapido accrescimento sono pronti per essere macellati nel giro di 40 giorni, nelle strutture di questo tipo, quelle dove si riproducono, queste stesse razze a rapido accrescimento possono rimanere diversi mesi, anche un anno. E rischiano di arrivare a casi di obesità estrema. Da qui, le restrizioni alimentari. “Un recente parere scientifico dell’Efsa sul benessere dei broiler – spiega Esseri Animali – afferma che la restrizione dei polli riproduttori nella fase di accrescimento può raggiungere addirittura il 20-25% della quantità di cibo che assumerebbero se potessero nutrirsi a volontà”. Questo causa uno stato di fame cronica e prolungata che porta i polli a becchettare ripetutamente qualsiasi cosa abbia un aspetto riconducibile al cibo, incluse penne e parti arrossate o ferite sul corpo di altri animali. Sol pochi mesi fa, Esseri Animali ha pubblicato un report proprio sui problemi legati alla qualità dei prodotti a base di carne di pollo venduti nei supermercati più amati dagli italiani secondo Altroconsumo, analizzando l’incidenza di casi gravi di white striping, una malattia che si presenta sotto forma di strisce bianche, costituite da grasso e tessuto cicatriziale, sui petti di pollo e che è indice di scarsa qualità della carne e condizioni di allevamento assolutamente inadeguate.

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mercoledì 13 maggio 2026

IL CANE DI MICHELE SERRA E QUEI LUPI DA DIFENDERE - Mario Tozzi

(la Stampa)

 

Come non condividere la disperazione di Michele

Serra e di tutti i “proprietari” di animali di

affezione che hanno visto i loro animali uccisi

in campagna? E come non essere empatici con

chi ha un’attività agricolo-pastorale e sostiene di non

poterne più delle predazioni dei lupi in Appennino? E

come non essere preoccupati per chi semplicemente se ne va a passeggio

in montagna e teme un attacco dai lupi? Nessuna di queste

problematiche è posta correttamente, alcune si basano su presupposti

falsi, e tutte sono frutto di quell’ideologia specista tipica dei

sapiens che li porta a considerarsi «custodi della natura» (!) e al

vertice della piramide dei viventi. Ma tutte meritano una risposta,

anche se scomoda.

Fortunatamente i lupi in Italia hanno approfittato della protezione

che è stata loro accordata negli anni ’70 del secolo scorso e sono

passati da poche centinaia a quasi quattromila in circa mezzo secolo.

Improvvisandosi ecologo, chi vive in campagna e vuole lasciare

liberi i propri cani si lamenta che i lupi sono troppi. Ma la pressione

di una popolazione animale segue leggi ben precise, determinate

dall’ambiente naturale, ignorate evidentemente dalla maggior parte

dell’opinione pubblica, che immagina sempre una crescita demografica

lineare e illimitata, impossibile in natura perché continuamente

frenata da fenomeni diversi. L’andamento reale è correttamente

descritto da una funzione matematica («curva logistica» o

«curva a S») in cui, all’inizio, una popolazione cresce rapidamente,

poi rallenta, si appiattisce diventando quasi parallela all’asse delle

ascisse e infine raggiunge una posizione stabile nel tempo. Lo stesso

discorso vale, ad esempio, per un embrione, che può crescere soltanto

quanto gli è consentito dal volume dell’utero materno.

I lupi, insieme a tanti compagni selvatici, sono in espansione in tutta

Europa grazie a inurbamento, abbandono dei terreni marginali, ritorno

dei boschi, diffusione delle prede e protezione legale. Ma mentre

tutti gli altri animali sono in regressione, il lupo si allarga e prolifica:

semplicemente occupa lo spazio che il territorio concede loro. Prima

delle terribili stragi moderne, i lupi italici arrivavano a 20.000

individui,

senza che si sia mai registrata un’aggressione deliberata a un

solo sapiens. Il fatto è che noi siamo convinti di poter sopravvivere su

questo pianeta senza altri animali che non quelli da compagnia o da

allevamento, e mal tolleriamo ogni intrusione della natura nei nostri

ambienti, a meno che quegli intrusi non si “comportino bene”, cioè

come noi vogliamo. Solo che oggi tutti gli ambienti sono colonizzati

dai sapiens e dunque non c’è più spazio per nessun altro.

Poi c’è la questione degli allevatori, soprattutto di pecore, che lamentano

perdite tanto ingenti quanto false: si calcola che, in tutta Europa,

la predazione da animali selvatici sul bestiame allevato sia pari allo

0,07% (rielaborazione dati Wwf), una percentuale irrisoria. Non solo:

chi vede la sua pecora predata da un lupo ha diritto a un risarcimento e,

volendo, può abbattere dell’80% le già scarse predazioni solo imponendo

recinti elettrificati, cani da guardiania muniti di collari anti-lupo

e la presenza del pastore sul posto. E molte di quelle predazioni non

sono causate da lupi, bensì da cani inselvatichiti dopo gli abbandoni

(specie cani da caccia). Falsi problemi che vengono amplificati per

una ragione di fondo culturale e ideologica.

Da un punto di vista culturale è, purtroppo, sempre lo stesso abisso

che inghiotte i sapiens: quando parliamo di lupo non parliamo di

un essere vivente, ma, di fatto, della proiezione delle nostre paure.

«Quando entrano nella nostra mente i lupi diventano una metafora

del selvaggio e del non civilizzato, come una banda criminale che

vive fuori dalle norme e dalle convenzioni», scrive il biologo Carl

Safina. Perciò reagiamo come se fossimo stati assaltati da una banda

di ladri o entrassimo in conflitto con un’altra tribù, mettendo in

piedi una specie di disprezzo perché anche loro si permettono di andare a caccia. A pensarci bene, un atteggiamento razzista, poco giustificato dal fatto che si tratta effettivamente di un’altra specie. E il lupo è sempre cattivo e bisogna stare attenti.

I lupi sono estremamente utili. Primo, tengono sotto controllo gli ungulati (cinghiali, cervi, daini) con la loro sola presenza. Secondo, ripristinano gli equilibri idrogeologici e territoriali.

 L’esperienza di ripopolamento del Parco di Yellowstone, mutatis mutandis, ha dimostrato che la presenza del lupo, attraverso azioni a

cascata, ha effetti positivi anche sulla vegetazione e addirittura

sulla stabilità delle sponde fluviali, limitando perfino il dissesto

idrogeologico. Il ritorno dei lupi ha liberato le piante all’appetito

pantagruelico dei wapiti, riducendone il numero naturalmente.

Così hanno ripreso a prosperare pesci, anfibi e uccelli e si è arrivati

all’attuale ripristino dell’ecosistema. Che sarebbe indispensabile

nel nostro Paese, sovraffollato di ungulati che provocano una

serie di danni a cascata proprio perché privi di predatori. Ridurre

i lupi non è una buona idea, ma per comprenderlo bisognerebbe

affidarsi alla cultura naturalistica, abdicando al trono di specie

eletta sul quale nessun vivente può issarsi.

venerdì 1 maggio 2026

Lula, Cina e schiavismo: il caso Byd scuote il Brasile - Paolo Laforgia

Il governo brasiliano ha rimosso il capo dell’ispettorato del lavoro, Luiz Felipe Brandão de Mello, pochi giorni dopo l’inserimento della casa automobilistica cinese Byd nel registro pubblico dei datori di lavoro coinvolti in pratiche assimilabili al lavoro schiavo.

La decisione ha aperto un caso politico che investe direttamente il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, perché tocca uno dei terreni su cui ha costruito la propria identità pubblica: la difesa dei lavoratori. Secondo Reuters, la rimozione è stata formalizzata il 13 aprile, dopo lo scontro interno sulla presenza di Byd nella cosiddetta “lista suja”, la lista nera del lavoro schiavo.

Il caso nasce a Camaçari, nello stato di Bahia, dove Byd sta costruendo un grande impianto destinato a rafforzare la sua presenza nel principale mercato latinoamericano dell’auto elettrica.

Alla fine del 2024, un’ispezione ha trovato nel cantiere 163 lavoratori cinesi in condizioni che le autorità brasiliane hanno definito analoghe alla schiavitù: passaporti trattenuti, alloggi degradanti, giornate di lavoro estenuanti, pochissimi riposi e vincoli economici che rendevano difficile lasciare il posto.

I lavoratori dovevano anche inviare gran parte del salario in Cina e versare un deposito rimborsabile, un meccanismo che rafforzava la loro dipendenza.

Byd ha respinto la responsabilità diretta, attribuendo le violazioni al subappaltatore incaricato dei lavori e sostenendo di non essere stata a conoscenza degli abusi fino alla loro emersione pubblica. Ma in Brasile il punto non è solo chi firmava i contratti.

Il nodo è anche la responsabilità lungo la filiera e il controllo effettivo sulle condizioni di lavoro dentro un grande cantiere industriale. Proprio per questo l’inserimento nella lista nera ha un peso che va oltre il danno reputazionale: può limitare l’accesso a determinati prestiti bancari e rendere meno appetibile un’impresa agli occhi degli investitori.

Il 7 aprile il ministero del Lavoro ha aggiornato il registro includendo 169 nuovi datori di lavoro, tra cui Byd. L’aggiornamento è stato confermato anche da Agência Brasil, che ha dato conto dell’inserimento del gruppo cinese nella lista.

Ma il giorno successivo, l’8 aprile, un tribunale del lavoro ha sospeso in via provvisoria l’iscrizione di Byd, accogliendo la richiesta dell’azienda in attesa di una decisione più approfondita sulla sua responsabilità rispetto agli abusi commessi dal subappaltatore. La sospensione è dunque temporanea e non equivale a una piena assoluzione nel merito.

Pochi giorni dopo è arrivata la rimozione di Brandão de Mello. Il dirigente sarebbe stato licenziato dopo aver ignorato un ordine del ministro del Lavoro Luiz Marinho di lasciare Byd fuori dal registro. Il ministro ha negato di aver favorito aziende e ha definito la sostituzione un normale avvicendamento amministrativo.

L’associazione nazionale degli ispettori del lavoro ha però parlato di ingerenza politica e di ritorsione istituzionale, sostenendo che una decisione tecnica di politica pubblica è stata piegata a un interesse politico.

Per il governo Lula, la vicenda è particolarmente scomoda. Lula non ha costruito la propria traiettoria politica solo parlando di lavoro: è stato operaio metalmeccanico, leader sindacale, fondatore del Partito dei lavoratori (Pt) e protagonista delle grandi mobilitazioni operaie contro la dittatura.

Vedere il suo governo accusato di aver ammorbidito il trattamento riservato a una multinazionale coinvolta in un caso di sfruttamento estremo produce un cortocircuito politico evidente. Non si tratta solo di una crisi d’immagine. Si tratta della distanza tra il profilo storico di un presidente nato nelle lotte operaie e la gestione concreta di un conflitto tra diritti del lavoro e interessi industriali.

Sul fondo pesa la nuova centralità economica della Cina in Brasile. Reuters ha scritto che nel 2024 gli investimenti diretti cinesi nel paese sono raddoppiati a 4,2 miliardi di dollari su 39 progetti, facendo del Brasile il terzo destinatario mondiale di capitali cinesi.

In questo quadro Byd non è un attore marginale, ma uno dei simboli dell’espansione cinese nei consumi e nella manifattura “verde”, mentre i marchi cinesi controllano ormai la gran parte del mercato brasiliano dei veicoli elettrici.

È proprio questa centralità a rendere il caso ancora più delicato: quando in gioco ci sono fabbriche, investimenti e relazioni strategiche, la tentazione di abbassare il livello del controllo sul lavoro diventa più forte.

La vicenda di Bahia mostra così una contraddizione più ampia. La transizione industriale e tecnologica viene raccontata come sinonimo di modernizzazione, innovazione e crescita.

Ma nei cantieri e nelle filiere che alimentano questa trasformazione possono riapparire forme brutali di subordinazione del lavoro, rese meno visibili proprio dal prestigio politico ed economico dei soggetti coinvolti.

Auto elettriche, grandi investimenti e narrativa della transizione non cancellano il punto essenziale: anche l’industria del futuro può poggiare su rapporti di lavoro degradanti, se i controlli vengono aggirati o svuotati.

Il caso Byd non appare nemmeno come un episodio isolato. Reuters ricorda che Marinho era già stato contestato per essersi mosso in passato per impedire l’inserimento di altre grandi imprese nel registro, tra cui una divisione del gruppo Jbs, e che la legittimità di quelle interferenze è stata contestata davanti alla Corte suprema.

La domanda che resta aperta è dunque più larga del singolo licenziamento: chi decide se la tutela del lavoro è un principio da applicare anche contro aziende potenti, oppure una variabile da adattare alle convenienze economiche e diplomatiche del momento.

In Brasile, per ora, il segnale arrivato dagli uffici pubblici è netto. A finire sotto pressione non è stata soltanto l’azienda accusata di aver beneficiato di condizioni di lavoro assimilabili alla schiavitù. È stato anche il funzionario che aveva applicato uno degli strumenti più importanti di trasparenza e contrasto disponibili nel paese.

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giovedì 30 aprile 2026

Saviano: “Non riscriverei Gomorra, mi ha rovinato la vita”

 

Lo scrittore: “Da vent’anni quel libro mi condiziona. Per farlo ho sacrificato la serenità mia e dei miei cari”

Gomorra mi ha distrutto la vita, non c’è altro modo per iniziare. O almeno io non ne ho trovato uno migliore. Ed è bene sapere anche che non vado fiero di quel che ho fatto alla mia vita: illudendomi di poter cambiare il mondo, o quantomeno quel pezzettino di mondo che mi circondava, ho sacrificato il bene più prezioso che ciascuno di noi possiede: la propria serenità e quella dei propri cari.

Uno scrittore che amo molto, James Baldwin, diceva che non tutto ciò che si affronta può essere cambiato, ma nulla può essere cambiato finché non lo si affronta. E io ci avevo creduto. Avevo creduto che la letteratura potesse essere uno strumento di trasformazione reale, che le parole potessero cambiare il mondo. E forse, dopo Gomorra, qualcosa davvero è avvenuto. Ma il prezzo – che non avevo calcolato, non perché fossi coraggioso ma perché ero semplicemente ingenuo – l’ho pagato io, e continuo a pagarlo, come un debito che non si estingue.

 

Ed eccomi qui, vent’anni dopo, ancora alle prese con un libro che non avrei dovuto scrivere. Spesso penso a me e a Gomorra, e in un paradosso che solo la letteratura può contemplare, mi viene da domandarmi se sia nato prima io o prima lui. Se sia stato io a scrivere il mio libro, o sia stato lui a scrivere me, la sua creatura. Vedo me stesso stanco, rotto, disilluso e lui ancora vivo, attuale, pronto per essere letto esattamente come vent’anni fa. Da vent’anni Gomorra mi dice come vivere. Con quali occhi svegliarmi al mattino e con quali coricarmi la sera. Spesso mi chiedono se, con il senno di poi, tornerei a scriverlo. La risposta è no, non lo riscriverei, nemmeno sotto tortura.

Solo pochi mesi prima di iniziare a scrivere Gomorra, ero uno studente di filosofia e le uniche armi che m’interessavano erano quelle del pensiero. Leggevo Giordano Bruno, Machiavelli, Bacon, Vico, Spinoza, Leibniz, Weber e dalla mia vita mi aspettavo questo: un continuo confronto con pensatori di ogni epoca da cui avrei preso linfa per la scrittura, idee per la vita. Eppure, c’erano storie, voci, immagini che non riuscivo a ignorare. Come il corpo di don Peppe Diana, ucciso nella sua chiesa a colpi di pistola dal clan dei Casalesi, e poi la sua memoria umiliata da chi inquina i pozzi rendendo indistinguibili, in terra di camorra, il sano dal marcio, il legale dall’illegale. Mentre il mio pensiero volava in alto, le voci e le immagini che raggiungevano il mio cervello lo trascinavano verso il basso, rendendolo bestiale. Esistono punti di contatto tra queste due sfere in apparenza così distanti: una certa filosofia da mattatoio che, pur puzzando di sangue, possiede una sua struttura, una sua articolazione logica, una sua intelligenza.

Nato a Napoli, cresciuto nella Terra dei Fuochi, potevo mai raccontare Giordano Bruno senza che il volto di Francesco Schiavone detto Sandokan venisse a tormentarmi? Così il pensiero ha assunto la forma di un Centauro e ha prodotto creature dotate di ferocia bestiale, ma mai prive di intelletto e strategia. Francesco Schiavone, che strangola a mani nude e passa ore a leggere pagine di storia borbonica. Gennaro Marino, detto McKay, che si fa costruire una dacia russa nel cuore di Secondigliano. Augusto La Torre, studioso di psicologia, ideatore del cosiddetto «metodo La Torre» per smaltire i cadaveri. Ognuno con i suoi slanci cerebrali, ognuno pronto ad ammazzare se necessario.

Oggi, quando ripenso a ciò che ha mosso la mia mano nella scrittura di Gomorra, mi sento uno sciocco. Ho creduto, ingenuamente, che raccontare la verità per come io l’avevo vissuta, annusata, ascoltata, letta nelle cronache quotidiane, alle udienze nei tribunali, dentro i fascicoli giudiziari, potesse rappresentare un valore a sé stante. Non stavo raccontando segreti mai rivelati. Stavo solo unendo i punti, ecco tutto.

Mi maledico per non aver compreso che avere tutto dinnanzi agli occhi non è come avere tutto in un quadro organico: vivere immersi in Gomorra non significava, per chi si muoveva nei suoi budelli e nelle sue strettoie, comprendere davvero Gomorra. E la presa di coscienza collettiva ha portato con sé una reazione di odio puro che no, non avevo calcolato. Non sto parlando solo dell’odio di chi mi ha minacciato, rovinandomi la vita e costringendomi sotto scorta. Sto parlando di chi quelle verità le aveva viste fluttuare, ma mai aveva alzato il braccio per afferrarle. La scrittrice turca Ece Temelkuran ha definito questa «la psicologia degli sconfitti»: le persone che dovrebbero essere dalla nostra parte si sentono sconfitte e si odiano per questo. L’odio che ci rivolgono è odio per sé stesse, proiettato su di noi. E di questo odio, certa politica si è nutrita, strumentalizzandolo. «Parla dal suo attico a Manhattan», «Una volta al governo gli toglieremo la scorta». Ma prima era stata la volta di altre accuse: «Sei un gufo», «Diffami il tuo Paese».

Su un altro fronte, altro ma non distante, è accaduto ciò che per me era impensabile: Gomorra portato in teatro, e poi il film di Matteo Garrone, e poi la serie tv. I David di Donatello, il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, i Nastri d’Argento. Gradualmente ho realizzato che Gomorra non mi apparteneva più, perché con Gomorra non volevo raccontare Napoli al mondo, ma il mondo attraverso Napoli. E, incredibilmente, il mondo, guardando Napoli, ha visto se stesso e si è riconosciuto. Persino in Messico, quando si descrivevano alcune dinamiche criminali, si iniziava a dire «à la Gomorra», perché Gomorra aveva cambiato radicalmente il modo di osservare certi fenomeni.

Eppure, nel corso di questi venti lunghi anni, le critiche più aspre mi sono arrivate da chi ha stigmatizzato Gomorra e le sue gemmazioni senza averli mai nemmeno sfiorati. Eppure io sono ancora qui, con quell’immagine del ragazzo che ero, quando tutto era diverso, quando ero immerso nei miei sogni, con i rulli delle stamperie che a me parevano cantare l’inno di un interesse nuovo per le dinamiche criminali, quelle stesse dinamiche che spesso, per quieto vivere, si preferisce ignorare.

«Se ti facevi i fatti tuoi, tutto questo non sarebbe successo» è la frase che mi sono sentito ripetere cento volte. Ma che ne potevo sapere io… a vent’anni giravo con la mia Vespa e con la fretta di tornare a casa, alla mia scrivania, per scrivere. Non volevo dimenticare nulla, dovevo mettere nero su bianco tutto quello che avevo visto, sentito, annusato.

Così è nato Gomorra… e così, piano piano, un pezzo alla volta, ho iniziato, forse, a morire io.

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mercoledì 29 aprile 2026

La propaganda LEGO dell’Iran rivela come funziona la guerra cognitiva

di Empathic Revolutionary *      

 La Narrazione

Un piccolo studio in Iran con meno di dieci persone ha prodotto quotidianamente video di propaganda AI in stile LEGO. I clip dicono ad alta voce ciò che i media americani si rifiutano di dire. Come il fatto che i bombardamenti sono crimini di guerra. Che i funzionari che li ordinano sono gli aggressori. Che le persone dalla parte del ricevente sono esseri umani.

Un ritornello ripete verità scomode: “Il tuo governo è gestito da pedofili. Ti hanno ordinato di morire per Israele“. I video stabiliscono connessioni esplicite con la rete di Epstein, inquadrandola come parte di un sistema più ampio di compromesso e controllo delle élite.

Rinominano “America First” come “Make Israel Great Again“. Trump appare come un cartone animato. Netanyahu viene preso in giro. I comandanti iraniani sembrano fighi, sicuri di sé, in controllo. Musica rap, colori vivaci, montaggio veloce, ritmo da meme. Missili che volano. Battute che colpiscono.

Il tono è più vicino alla cultura di internet che ai media di stato perché è rivolto allo stesso pubblico che i media aziendali americani hanno abbandonato.

Questa superficie è l’amo. La domanda successiva è chi lo sta facendo. Il gruppo si chiama Akhbar Enfejari — Media Esplosivi.

Prima della guerra, il canale era gestito da un piccolo gruppo di giovani iraniani su Telegram. Pubblicavano clip meteo, highlights di calcio, lamentele sulla scuola e critiche al loro stesso governo. Si impegnavano anche in discussioni sulle sanzioni e sugli sviluppi geopolitici più ampi. Non erano propagandisti. Né terroristi. Erano solo normali creatori di contenuti che capivano i social media e sapevano usare gli strumenti di IA.

YouTube ha bannato il loro canale. Ma a quel punto i video si erano già diffusi su X, TikTok, Instagram e Telegram. Avevano solo bisogno di muoversi attraverso i feed più velocemente di quanto le narrazioni ufficiali potessero contrastarli.

Per decenni, gli USA hanno lavorato per appiattire l’Iran in un’unica immagine. Bush lo ha definito parte dell’Asse del Male. Hollywood lo ha reso il villain in Argo e 300. Le news via cavo hanno costruito la loro copertura attorno a clero e folle urlanti. Le sanzioni hanno tagliato l’accesso a farmaci antitumorali e insulina mentre i funzionari definivano la politica umanitaria.

Trump ha stracciato il JCPOA nel 2018 dopo che l’Iran aveva rispettato la sua parte. Due anni dopo ha ordinato l’assassinio di Qasem Soleimani su suolo straniero e lo ha trattato come una vittoria.

Il progetto era coerente. Ridurre novanta milioni di persone a un regime, una minaccia, un’immagine che gli americani non avrebbero avuto problemi a vedere bombardata.

Ora l’Iran sta plasmando quell’immagine. Trump e Netanyahu sono collocati al suo interno come bersagli, mentre i funzionari iraniani sono mostrati come sicuri di sé e in controllo.

L’Iran ha smesso di rivolgersi a Washington. Il colpo di stato del 1953, il ritiro dal JCPOA, l’uccisione di Soleimani, il sabotaggio seriale dei siti nucleari, gli omicidi di scienziati iraniani per le strade iraniane — il dossier è chiuso. Non c’è più nulla da negoziare con un Impero che tratta ogni accordo come una pausa prima del prossimo colpo. L’Iran non sta parlando con la Casa Bianca. Sta parlando oltre essa, ai pubblici in Europa, America Latina, Asia, Africa e all’interno degli stessi Stati Uniti.

Il cambiamento ha senso nel quadro geopolitico reale. Le recenti mosse di allineamento tra i paesi BRICS su commercio, energia e regolamento delle valute mostrano il cambiamento nella pratica, non solo nella retorica. La competizione sottostante è tra USA e NATO contro il blocco BRICS.

I media aziendali cercano qualsiasi altra cornice — terrorismo, proliferazione, diritti umani, stabilità regionale — prima di nominare l’asse. Leggere la strategia LEGO richiede di nominarlo. L’Iran non è un attore canaglia che fa i capricci contro un ordine stabile. È un nodo all’interno di uno spostamento coordinato di come il potere si distribuisce a livello globale, e si comporta come tale.

Restrizione

Washington e Tel Aviv hanno passato il ciclo attuale a cercare di trascinare Iran e Russia nella prima escalation palese. Una risposta provocata avrebbe consegnato loro la narrazione e preparato il terreno per la guerra più ampia che vogliono. Entrambe le capitali si sono rifiutate. L’Iran ha assorbito i colpi, non ha mai sparato per primo e ha rispettato il diritto internazionale.

Quella restrizione è di per sé un messaggio per il pubblico globale. Dice che l’impero sta oscillando e sbagliando il bersaglio. Dice che gli adulti in questo conflitto sono quelli che vengono bombardati, non quelli che bombardano.

I dati lo confermano. Il sostegno alla guerra contro l’Iran è iniziato al trentasette per cento ed è continuato a scendere. L’Afghanistan era partito al novantadue per cento. L’Iraq al settantadue. Questa volta Washington non ha nemmeno presentato le sue ragioni prima di colpire. Non c’è stato un Colin Powell all’ONU con una provetta. Non c’è stato un dossier di intelligence manipolato venduto per diciotto mesi.

Ci si aspettava che il pubblico accettasse questa guerra nelle stesse condizioni informative che avevano permesso gli interventi precedenti. Questa volta, quella aspettativa è fallita.

La restrizione sul terreno libera l’Iran per passare all’offensiva nel dominio della Guerra Cognitiva attraverso i feed dei social media. Il fatto che l’Iran detenga l’alto livello legale e morale nel conflitto fisico apre il fronte culturale, che è l’unico fronte dove i vantaggi schiaccianti dell’impero non si traducono altrettanto efficacemente.

I sistemi di difesa missilistica non fermano un clip virale. Le portaerei non fanno più meme di uno studio di dieci persone. La prima ondata di attacchi statunitensi e israeliani avrebbe ucciso molti dei propagandisti vecchia scuola dell’Iran. La generazione che li ha sostituiti è cresciuta sulla stessa internet dei ragazzi americani a cui parlavano.

È meglio familiarizzare con questi concetti prima piuttosto che dopo perché questo è l’aspetto della guerra cognitiva e chiunque abbia accesso a internet e a un proprio account social può fare la differenza.

La cultura è il terreno. Il vecchio modello di macchina propagandistica governa ancora la maggior parte della conversazione pubblica sulla guerra — sale stampa, conferenze stampa, canali di intelligence, strutture di comando militare, che poi filtrano verso i media. Quel modello è rotto.

La lotta per la percezione ora avviene molto più vicino al livello dell’attenzione ordinaria. Avviene nel feed, nello scorrimento, nella battuta, nel clip che le persone si scambiano, nello stile visivo che risulta immediatamente leggibile prima ancora che qualcuno elabori il messaggio al suo interno.

La Cultura è il Terreno

L’approccio LEGO funziona perché è immediatamente riconoscibile. Uno dei creatori l’ha chiamato un “linguaggio mondiale“, e questo è il punto: è immediatamente familiare, facile da leggere e viaggia tra i pubblici senza attrito.

La frase è precisa. LEGO porta una familiarità visiva condivisa in ogni mercato che i video devono raggiungere. Abbassa la resistenza. Dà ai video una superficie che sembra facile da affrontare, anche quando il messaggio all’interno è duro o di parte. Lo stile fa la maggior parte del lavoro prima che lo spettatore inizi davvero a pensare alla politica.

Questi video non hanno bisogno di cambiare l’opinione di massa. La loro funzione è rendere visibile il dubbio esistente. Lo scetticismo sulla condotta statunitense e israeliana è già diffuso. Molte persone diffidano della messaggistica bellica ufficiale e sospettano che le giustificazioni pubbliche non corrispondano alle motivazioni sottostanti. Percepiscono un divario tra ciò che le istituzioni dicono e ciò che osservano. Gran parte di quel dubbio rimane sparso e sottosviluppato — tenuto privatamente, condiviso in piccoli circoli, o sentito come una vaga sensazione che qualcosa non quadri.

La cultura virale cambia quella situazione trasformando il dubbio sparso in qualcosa che le persone possono vedere e condividere. Rende lo scetticismo pubblico invece che privato.

Quando ciò accade su larga scala, l’umore generale cambia. Le persone smettono di sentirsi sole nel loro scetticismo e iniziano a vedere che altri pensano allo stesso modo. Questa consapevolezza condivisa cambia il modo in cui le persone interpretano ciò che sta accadendo. Gli americani che protestavano contro il loro stesso governo hanno persino usato la propaganda iraniana come colonna sonora.

Le istituzioni mancano di questa capacità. Possono diffondere molto contenuto. Possono ripetere le stesse frasi. Possono inviare messaggi coordinati attraverso ogni canale che controllano. Non possono generare il tipo di percezione condivisa e vissuta che rende un’idea socialmente reale. Un breve video può farlo. Un meme può farlo. Un buon podcast può farlo.

Qualsiasi pezzo di contenuto creato può ripetere un sentimento condiviso in pochi secondi. Si diffonde attraverso la cultura online perché le persone ridono, lo riconoscono e lo condividono.

La Casa Bianca ha gestito la propria operazione di meme. Karoline Leavitt ha detto che ha raggiunto due miliardi di impressioni. Quel numero potrebbe essere reale, ma il volume da solo non decide questo tipo di lotta. Il contenuto ufficiale spesso sembra controllato e sceneggiato. Sembra pianificato. Sembra il potere che cerca di imitare la cultura di internet senza inserirvisi completamente.

Un piccolo team di animazione AI lo ha superato perché ha capito come funziona realmente il medium. Quando questo è diventato chiaro, la risposta è stata chiuderlo. YouTube ha rimosso il canale. I clip hanno continuato a diffondersi comunque, ripubblicati e condivisi dagli stessi americani a cui erano rivolti. A quel punto, la censura non riduce l’impatto. Lo rafforza. Segnala al pubblico che il contenuto ha centrato il bersaglio.

La percezione tende a precedere il ragionamento formale. Le persone capiscono rapidamente chi sembra credibile, minaccioso, ingannevole o dominante prima ancora di formarsi completamente un’opinione. La cultura struttura questi giudizi precoci impostando la cornice emotiva attorno a un evento.

Una volta che quella cornice è stabilita, le informazioni successive non vengono elaborate in modo neutrale; le persone tendono a interpretarle attraverso ciò che già sentono e credono.

L’AI rafforza questa dinamica riducendo i costi di produzione e accelerando i cicli di iterazione. Piccoli team possono ora sostenere una produzione continua di contenuti con stile coerente, personaggi ricorrenti e tempi di risposta rapidi.

L’AI è solo parte dell’equazione. Il vantaggio decisivo risiede in come il conflitto viene inquadrato e confezionato per la circolazione all’interno dei sistemi di attenzione esistenti. La tecnologia abilita la distribuzione. L’intuizione culturale determina se il contenuto si muove davvero.

Un sistema che ha passato decenni a plasmare come viene visto l’Iran sta ora ricevendo una risposta nello stesso medium — veloce, culturale e costruito per il feed.

La lotta non è più decisa dopo che gli eventi sono stati spiegati. È plasmata in tempo reale da come quegli eventi vengono inquadrati, condivisi e riconosciuti. La parte che definisce ciò che le persone pensano di vedere, presto e su larga scala, imposta la direzione che il resto della storia seguirà.

* dal Substack Empatic Philosophy

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