martedì 9 dicembre 2025

L’economia sarda resiste, ma i talenti scappano: in due anni via quasi 10mila giovani - Luigi Barnaba Frigoli


Il rapporto Svimez 2025: il Pil regionale, pur rallentando, resta positivo. Cresce l’occupazione. L’Isola però rimane nella «trappola» della denatalità e dei neolaureati in fuga

L’economia della Sardegna rallenta, ma resiste a crisi, dazi e altri sconvolgimenti economici e finanziari. Ciò che invece desta sempre più preoccupazione è la costante e pressoché inarrestabile fuga di giovani talenti.

È quanto evidenzia il nuovo rapporto dell’agenzia per lo sviluppo del Mezzogiorno Svimez, appena presentato.

Come accennato, l’Isola non arretra: tra il 2021 e il 2024 il Prodotto interno lordo regionale ha fatto registrare una variazione complessiva del +8,4%, anche se il rallentamento dell’economia isolana è nei fatti. Se nel 2021 il Pil regionale era infatti cresciuto dell’8,5%, nel 2022 si è scesi a +6,2%, nel 2023 a 1,1% e lo scorso anno a 0,9%.

Le performance migliori – sottolinea il report – sono soprattutto quelle dell’industria e delle costruzioni. In apparenza bene anche l’agricoltura (4,8%), che deve però fare i conti con un calo di occupati pari all’11,1%.

L’occupazione in Sardegna è complessivamente in aumento (+5,1%), ma, come accennato, l’allarme riguarda in particolare i giovani: il tasso di disoccupazione giovanile nell’Isola nel 2024 era infatti pari al 23%, mentre tra 2022 e 2024 hanno lasciato la Sardegna ben 9.491 persone nella fascia d’età 25-34 anni, di cui 5.164 per trasferirsi al Centro-Nord e 4.327 per trasferirsi all’estero.

Numeri ancor più allarmanti se associati a quelli degli emigrati totali dall’Isola tra il 2005 e il 2024 (20mila persone) e alla denatalità e al calo della della popolazione, che solo lo scorso anno è stato pari a 9.152 unità.

II commento di Svimez al fenomeno non lascia dubbi: la Sardegna, con Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Molise e Sicilia è una «regione in trappola», perché «il calo della popolazione attiva è accentuato, le percentuali di laureati sono nettamente inferiori alla media europea e la migrazione giovanile è ormai una tendenza consolidata, a conferma della persistente fragilità strutturale del Mezzogiorno».

Il Pil che tiene oppure che cresce e l’occupazione che aumenta, con il contraltare della fuga di giovani e di talenti, caratterizza infatti - rimarca il rapporto - tutti i territori del Sud e delle Isole.

Anche in questo caso i dati sono eloquenti: il Prodotto interno lordo del Mezzogiorno ha registrato negli ultimi anni un balzo in avanti formidabile, pari all'8,5% contro il +5,8% del Centro-Nord. Numeri quasi da record, stemperati però dalle 175mila persone totali, soprattutto giovani, che hanno lasciato il Meridione e le Isole per trasferirsi al Nord o all’estero.

«Per trattenere i giovani – tira le somme il report Svimez -, il Sud deve attivare filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzare la base industriale innovativa e integrare formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza un salto di qualità nella domanda di competenze, la mobilità giovanile continuerà a essere una scelta obbligata».

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lunedì 8 dicembre 2025

Glifosato, ritirato dopo 25 anni lo studio diventato “pietra miliare” che difendeva l’erbicida Roundup - Luisiana Gaita

Il caporedattore della rivista che lo pubblicò, Martin van Den Berg, spiega le ragioni della scelta: "I dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo" senza essere citati

A 25 anni dalla sua pubblicazione, la rivista scientifica Regulatory Toxicology and Pharmacology ritira lo studio, pubblicato nel 2000, secondo cui il glifosato, potente erbicida commercializzato dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Autori dello studio, intitolato ‘Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani’ sono Gary Williams del New York Medical College, l’unico tuttora in vita, Robert Kroes dell’Università di Utrecht (Olanda) e Ian Munro, che lavorava per la società di consulenze canadese Cantox, oggi Intertek. Nel documento, giungevano alla conclusione che l’erbicida a base di glifosato della Monsanto non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino. E quel documento è stato citato, negli anni, da centinaia di ricerche successive (ma anche da autorità di regolamentazione come l’Agenzia per la protezione ambientale, ndr). Tanto da diventare, come dichiarato dalla stessa rivista che lo aveva pubblicato “una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato”. Dopo “un’indagine approfondita”, il caporedattore della rivista, Martin van Den Berg, ha ritirato lo studio e ha spiegato le ragioni di questa scelta. In sintesi, “gravi preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”.

Il nodo dell’autorizzazione in Unione Europea

Resta, ora, il dubbio sul peso che ha avuto per un quarto di secolo anche nelle valutazioni delle autorità che hanno regolato l’utilizzo del glifosato per il quale l’Unione europea ha rinnovato nel 2023 l’autorizzazione (Leggi l’approfondimento). Giova ricordare, inoltre, che il 19 novembre scorso, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la Commissione Ue non può concedere proroghe delle autorizzazioni per i pesticidi in modo automatico, in caso di ritardi nel processo di rivalutazione. La Corte si è espressa sui ricorsi presentati dalla ong Pollinis France contro la proroga del periodo di approvazione del boscalid, da Pan Europe per la dimossistrobina e da Aurelia Stiftung per il glifosato. In questo contesto, arriva la decisione presa da Regulatory Toxicology and Pharmacology di ritirare lo studio, indicando le motivazioni, anche alla luce del fatto che il co-autore Gary M. Williams non ha fornito alcuna spiegazione alle domande poste da Martin van Den Berg. Tra le ragioni (e le relative domande rimaste senza alcuna risposta), anche documenti aziendali della Monsanto venuti alla luce negli ultimi anni, durante i contenzioni intentati da cittadini statunitensi che si sono ammalati di cancro.

Studio incompleto e dubbi sull’indipendenza degli autori

Come riportato nella nota del capo redattore della rivista, le conclusioni dell’articolo ora ritirato si basano esclusivamente su studi inediti della Monsanto. Nel corso della stesura, tra l’altro, sono stati ignorati diversi studi sui temi della tossicità cronica e della cancerogenicità pure già disponibili. Non solo: alcuni documenti e e-mail inviate da dipendenti della Monsanto venuti alla luce negli ultimi anni “suggeriscono che gli autori dell’articolo non erano gli unici responsabili della scrittura del suo contenuto”. Quella corrispondenza, anzi, rivela che “i dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo” senza essere citati come coautori. E la mancanza di chiarezza su quali parti sono state scritte dai dipendenti della Monsanto crea incertezza sull’integrità delle conclusioni tratte. Non è poco, dato che l’articolo afferma l’assenza di cancerogenicità associata al glifosato o alla sua formulazione tecnica, Roundup. Ergo: “Non è chiaro quanto delle conclusioni degli autori siano state influenzate da contributi esterni di Monsanto”. “Questa mancanza di trasparenza – scrive Martin van Den Berg – solleva serie preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”. Di fatto, esiste altra corrispondenza divulgata durante un contenzioso che indica come gli autori potrebbero aver ricevuto un “risarcimento finanziario” da Monsanto per il loro lavoro su questo articolo. “Il potenziale compenso finanziario – scrive sempre il caporedattore della rivista – solleva significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”.

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domenica 7 dicembre 2025

Migranti, l’Ue vota sui Paesi terzi sicuri. Ma la “fortezza” immaginata da von der Leyen finirà nei tribunali, ecco perché - Franz Baraggino


Altro che sanare il Protocollo Italia-Albania: la proposta della Commissione Ue – sostenuta da popolari ed estrema destra – ha ben altri piani. Cambiando la definizione di “Paese terzo sicuro”, punta a rendere inammissibili le domande d’asilo e a trasferire i richiedenti, mettendo a rischio i diritti fondamentali e la stessa convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Una deriva “palesemente illegittima”, secondo l’esperto di migrazioni internazionali Gianfranco Schiavone, che mira a liberare l’Unione dai suoi obblighi giuridici violando le norme sul funzionamento dell’Ue, e destinata quindi a un inevitabile scontro nelle aule di tribunale e fino alla Corte di giustizia.

L’esperimento italiano in Albania ha già mostrato i suoi limiti ai partner europei. Con la giurisdizione italiana resta in vigore il diritto Ue, ma il patto con Tirana non consente di garantire le tutele che, almeno sulla carta, si possono rivendicare in Italia. Nemmeno l’atteso Patto europeo sull’asilo, operativo da giugno, supera l’ostacolo. Per questo la proposta della Commissione guidata da Ursula von der Leyen vuole affidare i richiedenti direttamente a Paesi terzi. Basterà che, nel viaggio verso l’Europa, siano passati da un Paese considerato sicuro per dichiarare inammissibili le loro domande di asilo e trasferirli altrove, anche senza un reale legame con quello Stato. E se il transito non è dimostrabile, basterà un accordo – anche informale – con un Paese terzo. Al voto mercoledì 3 dicembre in Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni (LIBE), la proposta ha i voti del Partito popolare europeo, dei conservatori di ECR, ma anche dei Patrioti e dei sovranisti dell’ESN. Difficile che le cose cambino in plenaria a Strasburgo.

Lo scontro, prevedibilmente, si sposterà nei tribunali. Ma su quali basi? La convenzione del 1951 prevede la possibilità di collaborazione tra Stati quando si tratta di alleggerire un Paese da un onere che non può ragionevolmente sostenere in modo adeguato. Ma se lo scopo è liberarsi degli obblighi di protezione, si tratta di esternalizzazione ed è illecito. Col 73% dei rifugiati in Paesi a medio o basso reddito, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ricorda che gli Stati europei sono spesso tra i Paesi col più alto Pil pro capite, hanno sistemi di asilo più solidi e un numero relativamente basso di rifugiati e richiedenti: “Difficile capire come il trasferimento dagli Stati europei in altri Paesi – soprattutto se questi non hanno le capacità di accoglienza e i mezzi di protezione necessari – non equivalga a un trasferimento di responsabilità”.

Certo, i Paesi terzi riceveranno ingenti finanziamenti. Ma pagare non basta, come ha dimostrato la Corte Suprema britannica bocciando il memorandum tra Regno Unito e Ruanda. “Anche con investimenti pesanti nel sistema di asilo del Paese terzo, si tratterebbe di un’impresa complessa che richiederebbe molto tempo per produrre risultati sufficienti”, avverte il Commissario O’Flaherty. Anche l’Unhcr, l’Agenzia Onu custode della convenzione di Ginevra, ammette che, in condizioni specifiche, un trasferimento può essere legale, ma ribadisce che servono garanzie concrete e standard elevati. Senza tali garanzie – ha sempre precisato – “l’Unhcr rimane fermamente contrario agli accordi che mirano a trasferire rifugiati e richiedenti asilo”. Peggio ancora se si tratta di accordi informali: “Gli accordi di trasferimento dovrebbero essere accessibili al pubblico e incorporati nell’ordinamento giuridico degli Stati partecipanti”, ha scritto l’Unhcr ad agosto nella guida ‘Accordi internazionali per il trasferimento di rifugiati e richiedenti asilo’.

Quanto a garanzie, il nuovo regolamento Ue sembra adottare una nozione piuttosto debole di “protezione effettiva“, considerandola valida anche in Stati che non hanno ratificato la convenzione o che non garantiscono uno status giuridico di protezione e l’accesso ai diritti, “ma solo la possibilità di essere temporaneamente tollerati”, spiega Schiavone. “Senza la garanzia di uno status giuridico le persone rischiano di finire in un limbo senza limiti di tempo”. Pericolo tanto più concreto se gli accordi non sono giuridicamente vincolanti e le persone vengono trasferite in Paesi coi quali non hanno alcun legame. Nel commentare la proposta della Commissione, l’Unhcr ha chiesto accordi vincolanti, procedure rigorose, tutele legali come la sospensione automatica del trasferimento in caso di ricorso giuridico e protezioni specifiche per i soggetti vulnerabili, tutte condizioni oggi assenti. Ma le destre non hanno sentito ragioni e il testo è rimasto praticamente invariato.

Inascoltata in Parlamento, che ruolo potrà avere l’Agenzia quando si tratterà di controllare? Se Donald Trump le ha tagliato i fondi, l’Ue finanzia l’Unhcr solo per progetti coerenti con le proprie politiche migratorie, per lo più in Nord Africa. E mentre la capacità dell’Agenzia di vigilare si riduce, i governi la usano spesso come una foglia di fico. Così non resta che il controllo giurisdizionale. Senza modifiche, avverte Schiavone, “le nuove norme non potranno non essere impugnate davanti ai tribunali nazionali”. I possibili rilievi vanno dalla violazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue che garantisce, tra gli altri, il diritto d’asilo “nel rispetto delle norme stabilite dalla convenzione di Ginevra”, al contrasto col Trattato sul funzionamento dell’Unione, che impone piena conformità alla convenzione. Toccherà ai giudici, ancora una volta, decidere se fermare i trasferimenti e rinviare tutto alla Corte di giustizia europea.

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Paesi sicuri, Strada: “Disastro del Ppe, è la fine del diritto d’asilo. Ma la sanatoria sull’Albania non c’è” , intervista di Franz Baraggino 

L’europarlamentare del Pd Cecilia Strada, relatrice ombra per i Socialisti e Democratici sui dossier “paesi terzi sicuri” e “paesi sicuri d’origine” in esame alla Commissione LIBE del Parlamento Ue, esprime profonda preoccupazione in vista del voto di mercoledì 3 dicembre. Definisce la situazione un “disastro politico” in cui i parlamentari del Partito popolare europeo (Ppe) si allineano all’estrema destra su testi che rappresentano “la fine del diritto d’asilo in Europa”. Un approccio che sta portando l’Unione Europea a “violare lo spirito della Convenzione di Ginevra sui rifugiati”.

Strada, qual è il punto politico sui dossier al voto alla Commissione LIBE?
Il punto in cui siamo è un disastro. Il Ppe sta lavorando totalmente insieme all’estrema destra su questi temi. Gli stessi popolari che teoricamente dovrebbero stare con il campo progressista e invece, sulla questione migratoria, guardano solo ed esclusivamente da quella parte.

La negoziazione com’è andata?
Nessuno dei tentativi di negoziare da parte del campo progressista è stato accettato. I relatori hanno ripreso sostanzialmente invariata la proposta della Commissione e hanno rifiutato qualunque tentativo di mediare con noi per cambiare il testo e renderlo vagamente più umano. Andiamo a votare testi che sono tremendi.

La vera novità sta nel nuovo concetto di “paese terzo sicuro”.
Mentre il concetto di Paese d’origine sicuro ha a che fare con l’esame della richiesta di protezione, col concetto di Paese terzo sicuro l’Ue non entra nemmeno nel merito della tua domanda d’asilo. Ti dice che potresti anche aver diritto alla protezione, essere un rifugiato, ma non qui. E se l’Europa decide che avresti potuto fare domanda altrove, anche dove sei semplicemente transitato, o che potresti presentarla in un Paese col quale ha preso accordi, verrai trasferito, punto. E’ la rinuncia al nostro obbligo di protezione, delegato a paesi terzi coi quali ci si mette d’accordo. E’ di fatto la fine del diritto d’asilo in Europa, e ci prendiamo anche dei rischi.

Quali?
Perché Paesi che hanno più problemi di noi dovrebbero accettare i richiedenti asilo che noi non vogliamo gestire, se non per soldi o altri vantaggi? Sicuramente non per spirito di fratellanza.

Dunque?
Dunque l‘Europa diventa ricattabile, tra l’altro senza prevedere alcuna specifica sul tipo di accordi, che possono essere i soliti memorandum informali e non vincolanti. Cosa succederà quando questi paesi terzi vorranno di più, vorranno rinegoziare, vorranno più soldi o più vantaggi? Situazioni già viste in Turchia ma anche in Tunisia. Oltre al fatto che in sostanza ci apprestiamo a spostare persone attraverso i confini in cambio di soldi, come sul confine tra la stessa Tunisia e la Libia, dove le persone vengono vendute e spostate. Non è ciò che che condanniamo come traffico di esseri umani?

Le nuove norme risolveranno i problemi del Protocollo Italia-Albania come dice il governo?
Né il testo sui Paesi d’origine, né quello sui Paesi terzi sicuri sanerà quell’accordo. Il governo è arrivato a considerare quelli in Albania come trasferimenti da un Cpr all’altro, come fossimo in Italia. Ma nonostante la giurisdizione italiana, l’extraterritorialità non ha permesso di garantire le tutele previste dalla normativa dell’Unione: le alternative al trattenimento, ma anche l’eccesso effettivo a diritti come quello alla salute, all’unità familiare, a una difesa effettiva.

In Europa i flussi migratori non stanno aumentando, come mai resiste l’urgenza normativa?
Non c’è nessuna urgenza, è la stessa agenzia europea Frontex che ci fa vedere come i flussi stanno diminuendo. Ma da almeno dieci anni le persone migranti sono lo strumento sul quale si è fatto propaganda per vincere le elezioni a qualunque costo, e distrarre le persone dalle garanzie sui propri diritti, da una sanità degna di questo nome al fatto che stiamo indebitando i nostri figli e i nostri nipoti per comprare armi.

Le opposizioni sono pronte per proporre soluzioni alternative sui migranti?
Secondo me siamo abbastanza pronti se smettiamo di aver paura di perdere le elezioni su questo tema e quindi se smettiamo di inseguire la destra. Non è mai una buona idea inseguire la destra sulla propria agenda: tra la copia e l’originale la gente vota l’originale o se ne sta a casa.

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sabato 6 dicembre 2025

Le insidie della legge sull’acqua: «un lupo travestito da agnello» - Laura Buconi

 

Trasportatori e contadini hanno bloccato le strade per protestare contro la riforma della Ley de Aguas (legge sull’acqua) con cui il governo federale promette di seppellire la “legge salinista”, promulgata dall’allora presidente Salinas de Gortari nel 1992 che ha trasformato l’acqua in merce.

La tensione ha diviso le opinioni. Le autorità hanno assicurato che questa nuova legge garantirà finalmente il diritto umano all’acqua e toglierà i privilegi storici ai grandi concessionari. “Che l’acqua smetta di essere vista come una merce e sia riconosciuta come un diritto umano”, ha insistito il ministro della Commissione Nazionale dell’Acqua (Conagua), Efraín Morales López.

Ma dal punto di vista dei cittadini, l’esperta Elena Burns analizza l’iniziativa e lancia un allarme: è “un lupo travestito da agnello”. L’ex vicedirettrice della Conagua, nota per aver dimezzato le concessioni alle grandi aziende durante la sua gestione, assicura che il progetto mantiene un modello “privatizzatore ed estrattivista”. È d’accordo con il Controllo Nazionale Autonomo dell’Acqua (CNAA), che denuncia che la proposta è stata approvata dalla stessa Conagua, omettendo gli accordi di 16 Parlamenti Cittadini Aperti.

Al centro della controversia c’è la questione se la legge smantellerà davvero il sistema che per 33 anni ha permesso alle grandi industrie di accaparrarsi 600 mila concessioni – rispetto alle 2 mila iniziali – mentre le comunità rurali soffrono di carenza idrica; o se, sotto una retorica dei diritti umani, si perfezionerà semplicemente lo stesso meccanismo di appropriazione, ora con più potere concentrato in una Conagua nota per la sua opacità e corruzione.

L’illusione della riforma: cambiamenti superficiali, strutture intatte

La promessa ufficiale sembra convincente: sostituire la Legge sulle acque nazionali del 1992 – che durante il sessennio di Salinas de Gortari ha trasformato l’acqua in un bene commerciabile – con una nuova Legge generale sulle acque che dia priorità al diritto umano. Tuttavia, la CNAA avverte che si tratta di “un tentativo di perpetuare la legge salinista, con modifiche minime”.

La proposta di legge mantiene le strutture e i meccanismi che per tre decenni hanno provocato lo sfruttamento eccessivo delle falde acquifere, l’inquinamento e l’emarginazione idrica di ampi settori della popolazione. Peggio ancora, secondo la CNAA, «include un capitolo dedicato a “promuovere e incoraggiare” la privatizzazione delle opere idrauliche e consente la privatizzazione dei sistemi idrici e fognari», contraddicendo frontalmente il discorso ufficiale sulla demercificazione.

Il processo legislativo evidenzia questa contraddizione fondamentale. Mentre le autorità parlano di inclusione, il progetto della Conagua è stato approvato dalla stessa istituzione, omettendo completamente le proposte dei cittadini generate in 16 Parlamenti Aperti. Elena Burns, che ha raccolto questi accordi, sottolinea l’incoerenza di mantenere due leggi simultanee: “Non ha senso dal punto di vista costituzionale avere due leggi, soprattutto quando una legge afferma che l’acqua deve essere riconosciuta come un diritto umano e l’altra determina chi ha accesso all’acqua e manterrà il sistema così com’è”.

La CNAA deplora che il progetto mantenga i Consigli di bacino, «dove sono rappresentati solo i grandi concessionari, come unica istanza di coordinamento tra governo e cittadini». Multinazionali come Coca-Cola, grandi birrifici e aziende minerarie continuano ad avere voce in capitolo, mentre vengono esclusi i popoli indigeni, i sistemi comunitari e le comunità colpite dall’inquinamento.

Il sussidio occulto: grandi industrie che non pagano

Uno dei punti più gravi dell’attuale legislazione – e che la riforma non corregge – è la discrezionalità nella riscossione dei diritti. Elena Burns presenta dati schiaccianti: i grandi utenti industriali “hanno concessioni per 4,3 miliardi di metri cubi d’acqua e pagano diritti su 900. Nel 2023 avrebbero dovuto pagare 56 miliardi di pesos, ma ne hanno pagati solo 12”.

La CNAA è più specifica: nel 2023, i concessionari per uso industriale e servizi hanno dichiarato solo 951 milioni di metri cubi dei 4.360 milioni concessi, e Conagua ha riscosso solo 12,4 dei 55,6 miliardi di pesos dovuti. Questa evasione fiscale idrica rappresenta un sussidio occulto miliardario alle grandi industrie, distorcendo completamente qualsiasi principio di gestione equa.

La riforma propone di ridurre drasticamente il termine per richiedere proroghe delle concessioni: da quattro anni e mezzo a soli sei mesi. Secondo Burns, questo sarà “un meccanismo per l’estinzione massiccia delle piccole concessioni, che attualmente rappresentano l’80% del totale ma dispongono solo del 20% dell’acqua”.

Un agricoltore o un proprietario terriero difficilmente dispone di una consulenza legale costante che gli ricordi di adempiere a questa procedura in tempi così ristretti. Questo cambiamento, apparentemente tecnico, funziona come un perfetto meccanismo di “appropriazione per logoramento”, in cui l’incapacità dei piccoli produttori di districarsi nella burocrazia comporterà la perdita massiccia dei loro diritti, liberando volumi per i grandi concessionari.

Il vero volto dell’appropriazione: agroindustria e centrali termoelettriche 

Burns richiama l’attenzione sul processo di appropriazione da parte dell’agroindustria a partire dagli anni ’90, in particolare dell’agroindustria degli zuccherifici e imbottigliatori, che insieme alle centrali termoelettriche sono i principali utilizzatori di acqua per uso agricolo. Mentre le autorità annunciano investimenti milionari per la tecnificazione dell’irrigazione in cambio della restituzione dell’acqua risparmiata da parte dei concessionari, la presidente Sheinbaum ha denunciato che alcuni si rifiutano di consegnarla e «c’è chi la vende».

Questa pratica è particolarmente grave quando si tratta di distretti irrigui che vendono ai comuni l’acqua che hanno ottenuto gratuitamente, commercializzando un diritto che dovrebbe essere pubblico.

Conagua: arbitro o giudice parziale?

La proposta concentra in Conagua, la Commissione Nazionale dell’Acqua, il potere esclusivo di concedere o revocare le concessioni. Sebbene in teoria ciò miri a porre fine al mercato informale della compravendita, per le associazioni della societá civile significa conferire tutto il potere a “un organismo opaco in cui sono stati verificati numerosi casi di corruzione”.

Burns esprime preoccupazione per le difficoltà di accesso delle comunità rurali ai sistemi digitali di Conagua e mette in discussione i criteri che l’istituzione utilizzerebbe per decidere chi ottiene le concessioni. “Per noi è un errore conferire tutto il potere a un’istituzione governativa, senza alcun criterio, senza trasparenza e senza partecipazione”, afferma, sottolineando che la Costituzione richiede la partecipazione dei cittadini e dei tre livelli di governo.

In aggiunta a ciò, una delle lacune più gravi segnalate dalla CNAA è che la proposta “esclude il riconoscimento dei diritti all’acqua dei popoli e delle comunità indigene”, un diritto sancito dalla Costituzione dal 2001. Inoltre, non riconosce i decreti presidenziali, che hanno valore giuridico superiore alle concessioni.

Questa omissione non è tecnica ma politica: ignora i diritti storici e i sistemi comunitari di gestione dell’acqua che hanno dimostrato una maggiore sostenibilità rispetto al modello centralizzato statale.

Gestione incompetente: il caso della falda acquifera Libres-Oriental

Francisco Castillo Montemayor, ex responsabile dell’Ambiente a Puebla, illustra le carenze gestionali con il caso della falda acquifera Libres-Oriental: «Fino al 2019 aveva una disponibilità compresa tra 4 e 7 metri cubi, mentre nel 2020 improvvisamente la disponibilità è diventata quasi nulla. Attualmente ha un deficit di 22 milioni di metri cubi».

La sua diagnosi è categorica: «Il problema dell’acqua nel 70% del territorio nazionale è dovuto all’inefficienza nella gestione, non alla scarsità delle risorse».
Questa incompetenza tecnica, unita agli interessi economici, ha creato una crisi artificiale che giustifica riforme che, invece di correggere il problema, lo aggravano.

Da parte sua, Elena Burns sintetizza il verdetto degli esperti: l’iniziativa «ci fa pensare che semplicemente si continui ad alimentare il sistema estrattivista e mercantilista. Nella Legge Nazionale sull’Acqua non si fa menzione del diritto umano all’acqua, non ci fornisce alcuno strumento per poter obbligare il governo a rispettare il diritto umano dei cittadini all’acqua».

L’omissione del minimo vitale gratuito – elemento essenziale del diritto umano all’acqua – conferma che la retorica dei diritti è solo una copertura per mantenere intatto un sistema di privilegi. Mentre il governo annuncia che modificherà l’iniziativa dopo le proteste, la sfiducia dei cittadini continua a crescere: temono che i cambiamenti siano solo cosmetici e che, dopo l’apparente dibattito, si consolidi un modello che perpetua l’acqua come merce per pochi e sete per molti. 

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giovedì 4 dicembre 2025

Cosa accade alle librerie indipendenti di Parigi e perché il blocco al fondo comunale ci riguarda? - Michela Calledda(1)

A Parigi la destra di Changer Paris ha bloccato i fondi comunali per le librerie indipendenti contestando un libro esposto da Violette and Co. Un precedente che è un allarme per la libertà culturale.

Ci sono storie che, viste da lontano, sembrano riguardare solo le grandi città, i grandi poteri, le loro tensioni interne e le librerie lontane. Ma basta cambiare angolo, guardare da uno dei margini – quelli che la provincia conosce così bene – per accorgersi che ciò che accade altrove parla anche di noi. Sempre. La rubrica “Tutto il mondo è paese” nasce proprio da qui: dalla convinzione che i luoghi periferici non siano posti minori, ma punti d’osservazione privilegiati. Che da una libreria di un paese, da strade che non compaiono nelle mappe del potere, si possa leggere con più chiarezza ciò che succede nelle capitali.

Perché ciò che accade a una libreria di Parigi non resta mai solo a Parigi: attraversa il mare, le pianure, i confini amministrativi e arriva fino a noi, nelle comunità che sanno cosa significa difendere ogni giorno un presidio culturale senza protezioni. Ed è da questa consapevolezza che parte il racconto di oggi: da un fatto apparentemente lontano che, se guardato con attenzione, rivela qualcosa di molto vicino. Perché la cultura è fatta anche di luoghi fragili e questi luoghi, ovunque siano, condividono lo stesso destino.

Parigi e il fondo bloccato per le librerie indipendenti

A Parigi nelle ultime settimane è accaduto qualcosa che non può essere archiviato come un semplice scontro politico. Un fondo comunale destinato alle librerie indipendenti è stato bloccato con un atto del gruppo Changer Paris, formazione della destra parigina legata a Les Républicains, che ha chiesto e ottenuto la sospensione dell’intera sovvenzione per trasformare in caso politico un libro esposto in vetrina da Violette and Co, storica libreria femminista e LGBTQ+.

Non è il gesto in sé a essere anomalo: è il principio, l’idea che un’amministrazione – o una parte politica con sufficiente forza istituzionale – possa intervenire direttamente sulla vita di una libreria a partire da ciò che quella libreria espone, propone, difende.
Una soglia che in una democrazia non dovrebbe mai essere oltrepassata. Ed è qui che la vicenda mostra il suo aspetto più inquietante.

Le librerie non sono negozi come gli altri. Sono snodi di senso, punti di ascolto

Perché ciò che emerge non è solo la volontà di condizionare un settore, ma l’idea che la politica possa intervenire sulla libertà culturale, decidendo quali voci sono accettabili e quali no. È un segnale che attraversa tutte le librerie – e, più in generale, tutti i luoghi indipendenti di cultura – lasciando intendere che una semplice scelta di vetrina possa trasformarsi in un terreno di scontro politico. Un clima che non tutela il pluralismo, ma lo rende vulnerabile.

E questo accade mentre in Francia, proprio nelle settimane precedenti, diverse librerie sono state bersaglio di raid fascisti: irruzioni, intimidazioni, volantini minacciosi, azioni coordinate contro librerie femministe, LGBTQ+ e politiche. Episodi documentati anche nel vademecum diffuso dal Syndicat de la librairie française, che ha invitato le librerie a riconoscere, segnalare e affrontare queste aggressioni. Un contesto che rende ancora più chiaro quanto il terreno culturale sia diventato uno spazio di attacco politico.

Librerie, presidi di complessità

Le librerie non sono negozi come gli altri. Sono snodi di senso, punti di ascolto, luoghi in cui le storie scomode trovano spazio, in cui la complessità può essere nominata. Sono spazi che non rispondono alla logica del consenso, ma a quella della libertà. E proprio per questo sono esposte.

Il fatto che la punizione sia arrivata attraverso un meccanismo economico non la rende meno politica: Changer Paris, in continuità con la linea di Les Républicains, ha usato lo strumento che oggi permette di intervenire senza dichiararlo apertamente – tagliare, bloccare, restringere lo spazio materiale della cultura. Non si discute un libro, si colpisce chi permette ai libri di esistere. Non si attacca un’idea, si mette a rischio il luogo che la ospita.

Il caso di Parigi ci riguarda da vicino. Perché racconta quanto sia fragile la linea di confine tra autonomia culturale e intervento del potere; quanto sia facile trasformare una libreria in un bersaglio; quanto sia pericoloso il precedente che si crea quando un’amministrazione decide che un titolo in vetrina può diventare materia di sanzione politica. E qui, davvero, tutto il mondo è paese. Perché anche altrove – nei piccoli centri, nelle periferie, nelle città dove la cultura non ha protezioni – le librerie indipendenti vivono dentro la stessa esposizione: margini minimi, nessun apparato alle spalle, nessun potere compensativo. Solo la propria coerenza e una comunità che le riconosce come presidi civili.

Quando una libreria viene colpita, è la qualità stessa della democrazia a essere messa in discussione. Perché la libertà culturale non viene mai negata tutta insieme: comincia a incrinarsi ogni volta che un potere – oggi a Parigi, domani altrove – decide che una vetrina è troppo ingombrante, troppo libera, troppo capace di dire ciò che non si vuole ascoltare.

Questo articolo fa parte della rubrica “Tutto il mondo è paese” a cura di Michela Calledda della Libreria La Giraffa di Siliqua2.


Link

https://www.violetteandco.com/

https://www.facebook.com/LaGiraffaLibri

https://www.vistanet.it/cagliari/2025/07/14/la-giraffa-aprire-una-libreria-come-atto-politico-la-storia-di-resistenza-di-michela-calledda/

https://www.italiachecambia.org/sardegna/

Michela Calledda in Bottega

https://www.labottegadelbarbieri.org/i-bambini-che-muoiono-nel-mediterraneo-e-gli-istinti-feroci-delle-piazze/

https://www.labottegadelbarbieri.org/la-scuola-e-il-margine/

NOTE

1 Michela Calledda, Operatrice culturale, ha scritto per varie riviste fra cui Gli Asini e Sardinia Post, dal 2021 libraia, fondatrice della libreria indipendente La Giraffa a Siliqua, un piccolo centro a 40 km da Cagliari. https://www.italiachecambia.org/author/michela-calledda/

2 https://www.italiachecambia.org/2023/12/siliqua-libreria-indipendente/

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mercoledì 3 dicembre 2025

Cop 30: la fine delle illusioni - Giorgio Ferrari

Si riuscirà a discutere dei risultati della Conferenza sul clima conclusasi a Belem senza limitarsi ad addossarne il fallimento ai soliti noti?

Gli argomenti per farlo, a mio modo di vedere, non mancano e spero che nell’elencarli non vado ad urtare la suscettibilità di qualcuno.

E’ opinione corrente che la crisi climatica sia la conseguenza più evidente, anche se non la sola, di un modello di sviluppo. Questo modello, basato su produzione e consumo di merci senza limiti, è entrato in crisi già da molti anni anche perché i pilastri su cui si regge sono a loro volta pericolanti: liberismo e democrazia.

Il sistema mondo dominante, uscito dalla seconda guerra mondiale e consolidatosi dopo il crollo dell’Unione sovietica, è fondamentalmente basato su di una conclamata superiorità occidentale, ma questa peculiarità, di cui si sono fatte vanto le classi dirigenti, gli intellettuali e gli scienziati dell’Occidente tutto, è entrata a sua volta in crisi e non credo ci siano dubbi nel ritenere che l’universalismo dei valori occidentali è definitivamente sepolto sotto le macerie di Gaza.

E’ possibile dunque, riflettere sui risultati della Cop 30, senza tener conto delle diverse e convergenti crisi che attraversano questa fase storica, chiamandole per quello che sono?

Crisi di un modello di sviluppo come crisi del capitalismo.

Crisi della democrazia tout court, in quanto alveo naturale del capitalismo più moderno e cassa di compensazione di quel liberismo che non è più in grado di funzionare senza violare le sue stesse regole, dato che nonostante abbia coniugato “la mano invisibile del mercato” con le regole del WTO (organizzazione mondiale del commercio), oggi è tornato a praticare il più vieto protezionismo (i dazi applicati da Stati Uniti ed Europa), rispolverando perfino la “politica delle cannoniere” (Venezuela, Iran). Di qui il conflitto tra liberismo e democrazia, da cui non si esce se non con una ulteriore scadimento di quest’ultima, cosa peraltro avvertibile con le politiche securitarie statunitensi ed europee oltre che dall’attacco al welfare che sta investendo l’Unione europea.

Crisi di identità dell’Occidente, che essendo liberista e capitalista è trascinato dalle loro rispettive criticità, verso scenari di guerra contro nemici inesistenti che attenterebbero alla sua presunta superiorità.

Basta tutto ciò ad illustrare il nesso con l’ennesimo fallimento della conferenza sul clima? Col rischio di risultare pedante, lo ripropongo da un’altra angolatura.

Sono anni ormai che la transizione energetica è stata individuata come unica risposta alla crisi climatica essendo essa entrata a far parte dell’agenda politica, sia degli stati partecipanti alle conferenze sul clima, sia dei movimenti ambientalisti, con la differenza che questi ultimi ne sostenevano e ne sostengono una versione più radicale che sinteticamente rivendica più rinnovabili, messa al bando dei combustibili fossili, giustizia climatica.

Pur volendo trascurare la contraddizione rappresentata dall’aumento esponenziale dell’estrattivismo che essa porta con sé, la transizione energetica – tanto più nella sua versione radicale – non potrà realizzarsi perché i presupposti su cui si è basata fin dall’inizio si stanno rivelando infondati.

L’abbandono dei fossili presuppone uno sviluppo enorme delle rinnovabili che a loro volta presuppongono una quantità di materiali strategici (terre rare e non solo) che – come ho ripetutamente scritto – non è nelle disponibilità di quei paesi e di quei settori industriali che più di altri hanno puntato sulla transizione energetica, comparto politico industriale europeo in primis.

Questo aspetto altro non è che l’ennesima crisi, precisamente crisi da materie prime, che va ad integrarsi con le altre sopra descritte, da cui l’occidente capitalista non riesce a venir fuori a meno di andarsi a prendere queste risorse con la forza.

E’ questo che vogliono i movimenti ambientalisti? Certamente no, ma allora facciamola una riflessione sulla consistenza di questa rivendicazione, di come concettualmente è stata presentata all’opinione pubblica mondiale questa transizione energetica.

In principio fu il verbo degli scienziati, con in testa l’IPCC, a dirci che se non si abbattevano le emissioni il nostro futuro e quello del pianeta sarebbe stato compromesso, al punto che l’IPCC fornì addirittura una condizione limite al riscaldamento globale, peraltro risultata impraticabile (non superare 1,5°C rispetto ai livelli pre industriali). Di qui la scelta di agire esclusivamente sulle emissioni in atmosfera legate al ciclo di produzione e consumo di merci e servizi, senza prendere in alcuna considerazione qualsiasi ipotesi che potesse incidere sul volume e/o quantità di queste attività.

A parte isolate voci, che qualche domanda in proposito se la ponevano, c’è stato tra i movimenti ambientalisti chi abbia messo in discussione l’automobile elettrica? Qualcuno che abbia sollevato il problema del trasporto su gomma (oltre il 90% del totale), che abbia posto l’accento sulla sovrapproduzione di merci in genere o che abbia adombrato -per esempio- l’idea di eliminare/ridimensionare l’uso della plastica? Per carità non metto in dubbio che qualcuno si sia speso in tal senso o che singole prese di posizione siano avvenute, ma il messaggio globale dei movimenti di massa è stato ed è ristretto alla fuoriuscita dal fossile, cioè a dire che con l’esclusione dei combustibili fossili, tutte le altre pratiche che caratterizzano questo modello di sviluppo non venivano messe in discussione.

A compimento della Cop 30 capita di leggere sulla stampa di sinistra o anche ambientalista che le petromonarchie avrebbero imposto il loro punto di vista e di conseguenza se la transizione è abortita (perché poi di questo si tratta) è colpa dei soliti noti. Come dire che una parte del capitalismo tiene in ostaggio il mondo intero vanificando le buone intenzioni di un’altra parte del capitalismo (quello che ha scommesso sulla transizione).

Ma la crisi delle materie prime c’è o non c’è? E quella dell’auto elettrica? La lievitazione dei costi di costruzione/installazione delle rinnovabili in Europa e la concorrenza cinese in questi settori esiste oppure no, e in che misura incide?

Non ci si può esimere dal prendersi carico di questi aspetti se fin dall’inizio si è avanzata una richiesta che tacitamente li comprendeva tutti, perché questo è successo: si è chiesto al capitalismo di fare una scelta senza mettere in discussione il suo modo di essere, dato che, in fin dei conti, la transizione energetica – persistendo determinate condizioni di mercato – si presentava come una grande opportunità economica ed ora che queste condizioni sono saltate, nonostante i cospicui contributi statali, pretenderemmo che i padroni continuino ad investire nella transizione energetica anche a costo di rimetterci? Vero è che i padroni tendono a mentire sui bilanci delle loro imprese, ma questo era vero anche quando ci si è limitati a chiedere che per risolvere la crisi climatica cambiassero solo il modo di sfruttamento dell’energia, lasciando inalterato il modo di produzione capitalista

Le crisi di cui ho accennato sopra non sono di quelle che consentono una lettura in chiaro scuro della fase attuale, essendo che i margini di manovra per uscirne senza ricorrere alla guerra, si fanno sempre più ristretti per tutti, capitale compreso. Questo è particolarmente vero per quell’ambientalismo che ha sempre preteso di rigettare certi frutti del capitalismo senza metterne in discussione l’esistenza.

Sarebbe tempo di prenderne atto e di chiamare le cose con il loro nome senza aver paura delle parole. La crisi climatica va denunciata senza mezzi termini come conseguenza del sistema capitalista e non addebitata al comportamento di un indistinto “uomo” come fa l’Antropocene o ad un’altra altrettanto indefinita industrializzazione. Quanto alla sopravvivenza del pianeta e dell’umanità, questa non si persegue con la fuoriuscita dal fossile, ma convincendo la gente che ciò da cui bisogna uscire è il capitalismo e nello stesso tempo impegnarsi non per un’altro generico “mondo possibile”, ma per una società che senza troppi giri di parole, non può che chiamarsi socialista.

Se poi c’è ancora qualcuno che ha paura di questa parola o che la ritiene desueta o fuori luogo, si chieda come mai nella città che per antonomasia è simbolo del capitalismo, ha vinto il candidato che si è dichiarato socialista e con un programma che prevede il salario minimo a 30 dollari/ora; trasporti gratis e affitti calmierati per le classi meno abbienti e tasse maggiorate per i ricchi.

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martedì 2 dicembre 2025

In Italia la spesa pubblica sanitaria è tra le più basse dei Paesi Ocse. E le famiglie pagano di tasca propria molto più degli altri - Francesco Lo Torto

 

I dati del rapporto dell’Ocse. Criticità anche sul numero degli infermieri e sui fattori di rischio per la salute. Risultati positivi sull'aspettativa di vita e le cura delle urgenze

 

Gli ospedali reggono, spesso grazie all’abnegazione e alla preparazione dei professionisti. Il territorio invece cede, incapace di intercettare precocemente i bisogni dei cittadini prima che diventino emergenze. Il quadro dell’Italia che emerge dal rapporto Health at a Glance 2025 dell’Ocse – che analizza i sistemi sanitari di 38 Paesi industrializzati – è quello di uno Stato che ha smesso di investire nel proprio sistema sanitario, scaricando costi e responsabilità sul personale rimasto e sui cittadini. L’Italia spende per la sanità 5.164 dollari pro capite, ben sotto la media Ocse (5.967), un terzo in meno della Francia (7.367) e oltre il 40% in meno della Germania (9.365). Una scelta politica che ha delle conseguenze: le famiglie italiane sono tra quelle che pagano di più di tasca propria per la loro salute in tutta Europa. La spesa sanitaria “out of pocket” incide per il 3,5% sui consumi domestici. Contro il 2% della Francia e il 2,5% della Germania. Il 48% di questa spesa privata è dedicato all’assistenza ambulatoriale. È il secondo valore più alto dell’area, contro una media Ocse del 22%. Quello che dovrebbe essere garantito dal pubblico, dunque, è sempre più un bene acquistato, anche per via delle lunghe liste d’attesa che spingono chi può verso il privato, e chi non può verso la rinuncia. Facendo scivolare il Servizio sanitario nazionale verso un modello sempre più frammentato e diseguale.

Criticità sui fattori di rischio per la salute

Anche per quanto riguarda i fattori di rischio per la salute, il rapporto identifica e misura le criticità del sistema italiano. Nel nostro Paese vengono prescritti più antibiotici rispetto alla media Ocse ed esiste un serio problema di sedentarietà e di abitudini nocive, soprattutto tra i giovani: siamo terzi per prevalenza di fumatori tra i 15enni (circa il 15%, dopo Ungheria e Bulgaria) e secondi per consumo di alcol tra gli adolescenti, dietro solo alla Danimarca. Per quanto riguarda l’attività fisica, il 45% degli adulti non ne fa abbastanza (la media Ocse è del 30%) e gli adolescenti italiani risultano i meno attivi dell’intera area, con un dato in deciso peggioramento negli ultimi dieci anni. A questi fattori di rischio si aggiunge l’inquinamento: l’esposizione media al Pm 2,5 è di 14,3 microgrammi per metro cubo, anche in questo caso sopra la media Ocse di 11,2 microgrammi.

La crisi degli infermieri

Altro punto critico identificato dal rapporto è quello del personale, in particolare gli infermieri: l’Italia ne ha 6,9 per mille abitanti, contro una media Ocse di 9,2. In Francia sono 11 e in Germania 13. Una carenza gravissima che indebolisce ospedali, Rsa, servizi domiciliari e sanità territoriale. Senza infermieri non possono esistere le Case di Comunità, così come non può essere garantita un’adeguata assistenza domiciliare o la corretta presa in carico dei pazienti cronici. Il problema, oltreché legato alle condizioni lavorative, è economico: negli altri Paesi Ocse gli infermieri guadagnano in media il 20% in più del salario medio nazionale. In Italia, al contrario, guadagnano meno della media dei lavoratori a tempo pieno. Una condizione che rende la professione poco attraente per i giovani e spinge molti professionisti a emigrare all’estero o a spostarsi nel privato. In futuro la situazione non migliorerà: negli ultimi dieci anni, mentre nei Paesi Ocse il numero di nuovi infermieri cresceva, in Italia i laureati in infermieristica sono diminuiti del 20%. La professione è percepita come faticosa, rischiosa e scarsamente retribuita. Tanto che i posti nelle università restano vacanti a causa della mancanza di candidati.

L’assistenza a lungo termine

Il rapporto fotografa inoltre una fragilità profonda nell’assistenza a lungo termine: il nostro Paese conta solo 1,5 operatori ogni 100 over 65, contro una media Ocse di 5. Un dato che pesa ancora di più se pensiamo che il nostro è uno dei Paesi più anziani al mondo. Critico anche il dato sui posti letto: gli ospedali italiani ne hanno 3 posti ogni mille abitanti, contro i 4,2 della media Ocse e i 5,4 francesi e i 7,7 tedeschi.

Gli indicatori positivi

Nonostante le carenze strutturali, la poca prevenzione e un crescente ricorso alla spesa privata, l’Ssn, con il suo approccio universalistico, mostra ancora dei risultati eccellenti su alcuni indicatori. Il nostro Paese, infatti, continua a figurare tra quelli con la più alta aspettativa di vita al mondo (83,5 anni, ovvero 2,4 in più rispetto alla media) e con un sistema ospedaliero capace di garantire ottimi risultati nella cura delle urgenze, nonostante la profonda crisi in cui versano i pronto soccorso: le mortalità post-infarto e post-ictus sono più basse della media Ocse, così come la mortalità prevenibile e quella curabile. Ma, come evidenzia il report, senza un’inversione di rotta – soprattutto per quanto riguarda gli investimenti sul personale, la prevenzione e il rafforzamento del territorio – l’Italia comprometterà presto anche questi indicatori positivi, che oggi la collocano tra i Paesi più longevi e clinicamente efficaci dell’Ocse.

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