La situazione della Sardegna diventa di giorno in giorno più critica. I problemi accumulati nei decenni non sono mai stati risolti e in molti casi nemmeno affrontati adeguatamente e a essi se ne sono aggiunti altri, via via più pressanti.
L’approccio
colonialista dello Stato centrale emerge costantemente in tutte le partite
strategiche che riguardano l’isola, dai trasporti all’energia, dal turismo ai
rapporti con le grandi organizzazioni criminali, dalla scuola al comparto
agro-zootecnico.
I mass media
italiani e l’intellighenzia egemone oltre Tirreno raccontano
di una Sardegna restia alla modernizzazione, arretrata, chiusa egoisticamente
in una sua specifica sindrome NIMBY. In cui però il “cortile di casa” è
ampio quanto tutta l’isola, un’isola a sua volta grande, con sue
caratteristiche orografiche e ecologiche, con una storia di antropizzazione
plurimillenaria e una serie di questioni aperte tutte da risolvere.
Parlare
della Sardegna come se la sua popolazione non avesse né dovesse avere voce in
capitolo è uno dei sintomi caratteristici del colonialismo. Ci siamo dentro in
pieno. Ciò che fino a qualche tempo fa poteva essere etichettato come una
fissazione ideologica dell’ambito indipendentista, oggi risulta un’emergenza
generalizzata a cui la nostra classe politica e la sua intellettualità organica
non sembrano capaci di reagire, non essendo state selezionate per quello.
L’ambito
politico indipendentista è sempre stato dipinto come un’accozzaglia
folkloristica fuori dalla storia, un effetto secondario del disagio sociale o
un residuato identitario di stampo sostanzialmente reazionario. Questo
quadro non è mai stato veritiero. I mass media hanno sempre
privilegiato le figure meno presentabili dell’intero movimento indipendentista,
che va molto oltre le sue organizzazioni e il suo consenso elettorale,
per usarle nelle loro “argomentazioni del fantoccio”. Le tesi e le proposte delle varie anime
dell’indipendentismo non sono mai state accolte nel già disastrato dibattito
pubblico sardo, la cui pochezza è uno dei tanti problemi della nostra mancata
democrazia. Salvo poi costituire, nel corso degli anni, l’ossatura dell’intera
agenda politica sarda. Non c’è oggi questione aperta, problema
strutturale, allarme socio-economico che non sia stato sollevato e discusso con
larghissimo anticipo in ambito indipendentista.
L’attualità
spinge finalmente anche osservatori moderati o comunque non ascrivibili alla
sensibilità autodeterminazionista a riconoscere che esiste un problema
serio di relazione con lo Stato centrale. Un dato oggettivo, non
un’interpretazione di parte. La crisi finale dell’autonomia è evidente,
l’obsolescenza dello Statuto regionale ormai palese. Evitare di ricondurre
tutta la congerie di problemi aperti al nodo storico della dipendenza e della
subalternità dell’isola rispetto allo stato italiano significa disconoscere la
realtà. Impedendo così che si possa procedere a sciogliere tale nodo, o almeno
cominciare ad allentarlo.
Faccio pochi
esempi recentissimi.
Il Governo di Roma autorizza direttamente un investimento immobiliare
di grandi dimensioni in zona Loiri-Porto San Paolo. Lo fa passando come un
rullo compressore sopra competenze statutarie, PPR e relativi vincoli (anche di
natura costituzionale), valutazioni degli organi regionali preposti. Lo fa in
virtù della normativa riguardante le ZES, Zone Economiche Speciali, per le
quali vige una procedura autorizzativa semplificata.
La Sardegna,
in passato costituente un ZES a sé stante, è stata recentemente incorporata
nella più vasta ZES del Mezzogiorno, compresa la Sicilia
(altra Regione Autonoma). In realtà, dalla stessa normativa che regola le ZES
risultano fatte salve le norme paesaggistiche e autorizzatorie, quindi quella
del Governo è un’azione arbitraria, di pura prepotenza colonialista. In
proposito, segnalo il post su FaceBook, del 6 giugno, di Tonino Dessì (tra le
altre cose, ex assessore all’ambiente) e un articolo del 23 maggio dal Gruppo di Intervento
Giuridico.
La stessa
postura centralista e autoritaria esercitata a proposito di 52 ettari a
sud-ovest della zona industriale di Porto Torres, area agricola, da ricoprire
di pannelli fotovoltaici. Anche in questo caso è direttamente il Ministero
dell’Ambiente che, con decretazione propria, impone una decisione in barba a vincoli,
procedure, competenze regionali e quant’altro.
In queste
stesse settimane, poi, assistiamo a una singolare campagna social, attiva
soprattutto su Instagram, in cui viaggiatori, influencer e commentatori vari,
perlopiù statunitensi, parlano della Sardegna come una destinazione
vacanziera estremamente desiderabile, comoda e sicura. Non sembrano
interventi casuali, anche perché si legano ad altri fatti e altre circostanze.
L’inaugurazione
del volo diretto New-York-Olbia, salutato con grande giubilo da politici e mass
media sardi, è uno. Gli investimenti di entità finanziarie legate agli USA in
vari ambiti, nell’isola, è un altro. Nello stesso periodo, in Albania, si sono
scatenate vere e proprie mobilitazioni popolari contro il progetto immobiliar-turistico
targato Kushner-Trump in una zona di pregio del paese balcanico.
L’approccio è lo stesso: prepotenza predatoria, compiacenza della politica
locale, noncuranza verso le popolazioni. Direi che sarebbe il caso di alzare le
antenne anche dalle nostre parti e cominciare a premunirci, onde scongiurare il
rischio della espropriazione e privatizzazione di vaste fasce di
territorio, ad uso e consumo esclusivo di un turismo “alto-spendente”
(quello che piace all’assessore Cuccureddu), che nell’isola lascerebbe poco o
nulla, a parte costi e servitù ulteriori.
Si è parlato
ancora, nei giorni scorsi, del problema dell’infiltrazione mafiosa (in realtà
più che altro camorristica e ‘ndranghetista) ad Alghero.
Problema noto, sollevato da anni da comitati e associazioni cittadine, ma poco
amato dalla politica locale. Il sindaco Cacciotto, in un consiglio comunale dei
giorni scorsi, ha affermato che i recenti attentati incendiari sono
riconducibili a banali “dissidi privati”. In loco la faccenda è però presa
molto sul serio, si citano circostanze e si fanno nomi. Le autorità
sembrano stranamente dormienti. Addirittura, da un vertice in Prefettura a
Sassari, pochi giorni or sono, è emersa la conclusione che non esiste ad
Alghero un problema di infiltrazione mafiosa.
Ora, che il
disegno governativo di dirottare in Sardegna una parte consistente delle
leadership criminali italiane – detenute in regime di art. 41bis –
potesse causare l’arrivo delle stesse organizzazioni in pianta stabile era ed è
un pericolo segnalato da tempo. Non una suggestione paranoica di qualcuno, ma
un risultato considerato più che probabile da tutti gli studi in materia.
Dunque, una scelta deliberata da parte del Governo. Spostare in Sardegna le
centrali decisionali e operative delle grandi organizzazioni criminali potrebbe
avere un senso, nell’ottica italiana. Negarne la pericolosità, a livello
istituzionale, serve ad attenuare l’allarme diffuso, in modo che il progetto
possa andare avanti.
Non è
nemmeno escluso che qualche soggetto dentro gli apparati di sicurezza dello
Stato abbia avuto la brillante intuizione che la Sardegna abbia bisogno
di italianizzarsi anche sul fronte criminale, dunque niente di
meglio che regalarla alle organizzazioni di stampo mafioso. Dopo tutto, tale
esito potrebbe fare comodo anche per controllare i rigurgiti ribellistici
locali, le velleità di autodeterminazione o le pretese di democrazia compiuta e
dispiegata. Quando, anni fa, preconizzavo una Sardegna ridotta a una
sorta di Cuba del Mediterraneo, non nel senso in cui l’aveva concepita –
illusoriamente – Gian Giacomo Feltrinelli, a fine anni Sessanta del secolo
scorso, ma nel senso della Cuba pre-Rivoluzione, poteva suonare come una
provocazione.
Oggi, la
prospettiva di un’isola progressivamente svuotata della sua popolazione storica,
adibita in alcune zone ad “area di sacrificio” per la produzione
di energia a favore del continente (specialmente del Nord Italia), in
altre a vasto poligono ad uso e consumo delle forze armate, in
altre ancora ad enclave turistiche di lusso, con un territorio
sottoposto a durissimo controllo poliziesco da un lato e mafioso dall’altro (le
due cose non vanno necessariamente a contrasto), non suona più come una
distopia fantasiosa ma somiglia molto a una realtà di cui cominciamo a
intravvedere i contorni.
La domanda è: cosa aspettiamo a renderci conto della situazione e ad agire
di conseguenza?