domenica 23 agosto 2026

A chi serve davvero un linguaggio che non integra? - Andrea Locci

 

Il dibattito sull’identità sarda ci ha dato strumenti preziosi per nominare la marginalizzazione culturale dell’isola. Ha restituito parole a una storia che per troppo tempo è stata raccontata da altri. Ma quando il linguaggio della militanza diventa un codice accessibile solo a chi è già dentro, rischia di allontanare proprio chi vorrebbe avvicinarsi. In una comunità segnata da decenni di interruzione nella trasmissione culturale, usare un linguaggio che presuppone strumenti già formati significa ignorare gli effetti stessi di quella rimozione. E allora una domanda scomoda si impone: senza spazi reali di accoglienza, a chi appartiene davvero la sardità? A chi stiamo parlando?

Ho dedicato anni alla cultura sarda da quando ero abbastanza giovane da credere che bastasse un abito tradizionale e un ballu tundu per sentirmi parte di qualcosa. Era un’ingenuità, certo. Ma era anche l’unico accesso che avevo. Non me ne vergogno: era il mio modo di cercare. Col tempo ho capito che la sardità non è qualcosa che si possiede una volta per tutte. È qualcosa che si attraversa. E questa riflessione nasce da lì: non da un sapere compiuto, ma da una ricerca ancora aperta.

Il lavoro di chi ha recuperato la storia di marginalizzazione che la Sardegna ha subito per secoli è stato indispensabile. Senza quella ricerca non avremmo le parole per nominare la svalutazione sistematica di tutto ciò che è sardo — della lingua, delle tradizioni, della memoria. Questo va riconosciuto senza ambiguità. Ma c’è un punto che non possiamo ignorare. Quando un linguaggio nato per liberare diventa un codice che solo chi è già dentro sa leggere, smette di aprire porte e diventa una soglia invisibile. E le soglie invisibili, anche quando non sono costruite per escludere, finiscono per tenere fuori proprio chi avrebbe bisogno di entrare. Chi non possiede ancora quel codice non si sente giudicato. Si sente semplicemente fuori posto. E chi si sente fuori posto, prima o poi, smette di bussare.

Ho visto questo meccanismo all’opera nel mondo del folklore sardo, che frequento da decenni. Ho visto persone compiere un percorso reale di crescita culturale — studiare le fonti, mettere in discussione le pratiche, cambiare rotta — trasformarsi col tempo in qualcos’altro. La lucidità conquistata con fatica diventava una posa. Il cantiere della conoscenza, che aveva prodotto cose preziose, sembrava improvvisamente chiuso. Non per ipocrisia. Per un meccanismo più sottile: quando questo nuovo modo di guardare la cultura diventa la nuova normalità, chi quella svolta l’ha vissuta davvero rischia di smettere di interrogarsi. Di trasformare la propria lucidità in autorità. E l’autorità, lentamente, in una nuova soglia.

C’è una contraddizione che dobbiamo avere il coraggio di nominare: non possiamo denunciare la rimozione culturale e allo stesso tempo usare un linguaggio che presuppone strumenti che molti non hanno ancora ricevuto. Le due cose fanno fatica a stare insieme. Cosa significa concretamente questa rimozione? Significa il padre che ha smesso di parlare sardo ai figli perché pensava che sarebbe stato un ostacolo. Significa generazioni cresciute senza strumenti per leggere criticamente la propria cultura — non per pigrizia, ma perché quegli strumenti non venivano trasmessi.

Quella interruzione non è una colpa individuale. È la conseguenza diretta di decenni di marginalizzazione sistematica. È esattamente ciò che la militanza ha avuto il merito di nominare. E allora la domanda è inevitabile: ha senso rispondere a quella rimozione con un linguaggio accessibile solo a chi è già formato?

La Sardegna non si libera escludendo i sardi. La nostra storia non è fatta di purezze. L’identità sarda non è mai stata un monolite: è sempre stata un percorso. E un percorso non può essere custodito da pochi. Deve essere condiviso, attraversato, discusso, messo in circolo. Questo non significa abbassare la guardia critica. Significa capire che la guardia critica, da sola, non basta. Senza accoglienza, anche la critica più raffinata rischia di parlare sempre agli stessi. E l’isolamento culturale, in una comunità già attraversata da decenni di rimozione, non è resistenza. È una forma di resa.

Quando un movimento culturale, dopo anni di lavoro serio e necessario, riesce a coinvolgere solo una piccola cerchia — sempre le stesse persone, negli stessi ambienti, con lo stesso linguaggio — forse non è solo rigore. È anche un segnale d’allarme. Una cultura che non riesce ad allargarsi non si sta consolidando. Si sta restringendo. E una cultura che si restringe ha già perso la sua battaglia più importante: quella della trasmissione.

Serve qualcosa di concreto. Non un manifesto, non un altro spazio di dibattito tra chi già sa. Serve uno spazio dove chi arriva tardi non debba sentirsi fuori posto. Dove fare domande non sia un atto di coraggio. Dove l’errore non sia una colpa, ma un passaggio necessario. Uno spazio del genere richiede una scelta precisa da parte di chi quella consapevolezza l’ha già costruita: mettere le proprie competenze al servizio di chi è ancora in cammino, invece di usarle per segnare distanze. Tornare indietro — non per rinunciare a ciò che sappiamo, ma per non dimenticare come ci si sentiva quando non lo sapevamo ancora.

Là fuori c’è Andrea di trent’anni fa, con il suo abito tradizionale e il suo ballu tundu, che cerca qualcosa che ancora non sa nominare. C’è Efisio, che vuole capire da dove viene ma non sa da dove cominciare. C’è Bainzu, che parla italiano perché suo padre ha deciso così, e se lo porta dentro come una colpa che non ha commesso. C’è Azzurra, che non si sente a casa da nessuna parte. C’è Sofia, che scopre la Sardegna a quarant’anni e si vergogna di non averlo fatto prima.
Non stanno aspettando la perfezione. 
Stanno solo aspettando una porta aperta.

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venerdì 21 agosto 2026

La Sardegna non ha bisogno di un’altra sigla, ma di uno stato - Michele Zuddas

 

Prima ancora di domandarsi se la Sardegna possa permettersi l’indipendenza, sarebbe forse opportuno chiedersi se possa permettersi di continuare a non averla. Un popolo che misura esclusivamente il prezzo della propria libertà e non quello della propria dipendenza finisce quasi sempre per trasformare la prudenza in rassegnazione, convincendosi che sia naturale vivere dentro un sistema nel quale le decisioni fondamentali sul proprio territorio, sulle proprie risorse, sul proprio modello energetico, sulla politica industriale e perfino sulle prospettive demografiche vengano assunte altrove, come se la sovranità fosse un privilegio riservato ai grandi Stati e non il presupposto elementare attraverso il quale una comunità decide chi deve beneficiare della ricchezza che essa stessa produce.

Proprio qui si annida il più grande equivoco che continua a deformare il dibattito sull’indipendenza, perché da decenni ci viene insegnato a considerare l’economia una disciplina neutrale, capace di produrre risposte inevitabili e indipendenti dalla volontà politica, mentre ogni sistema economico rappresenta sempre un sistema di potere, stabilisce chi controlla le risorse, chi determina gli investimenti, chi distribuisce il reddito e, soprattutto, chi possiede il diritto di decidere il futuro di una comunità, ragione per la quale chiedersi se la Sardegna possa diventare uno Stato senza domandarsi chi governa oggi la sua economia equivale a osservare l’ombra ignorando il corpo che la produce.

La Sardegna conta poco più di un milione e mezzo di abitanti, una popolazione superiore a quella di diversi Stati europei pienamente sovrani; produce ogni anno un prodotto interno lordo che supera i quaranta miliardi di euro; dispone di una posizione geografica che nessun centro di ricerca geopolitica esiterebbe a definire strategica; possiede quasi duemila chilometri di coste, uno dei patrimoni ambientali più importanti del Mediterraneo, università, centri di ricerca, competenze professionali riconosciute in tutto il mondo e una produzione energetica che in numerosi periodi dell’anno supera il fabbisogno dell’isola, eppure continua a percepirsi come una terra incapace di amministrare sé stessa, quasi che il problema risieda nella scarsità delle risorse e non nella scarsità del potere di decidere come quelle risorse debbano essere utilizzate.

La vera questione, dunque, non consiste nello stabilire se l’indipendenza costi, perché ogni forma di organizzazione politica comporta inevitabilmente dei costi, ma nel comprendere quanto costi la dipendenza, quanto costi l’emigrazione di migliaia di giovani che ogni anno trasferiscono altrove competenze costruite grazie agli investimenti pubblici dell’isola, quanto costi uno spopolamento che svuota paesi, scuole e imprese, quanto costi una pianificazione energetica nella quale i profitti rischiano troppo spesso di seguire strade diverse da quelle percorse dai sacrifici delle comunità locali, quanto costi un modello economico nel quale il valore aggiunto continua a concentrarsi fuori dalla Sardegna mentre qui rimangono gli effetti ambientali e sociali delle scelte compiute da altri.

Sarebbe tuttavia un errore immaginare che basti conquistare la sovranità per risolvere automaticamente questi problemi, perché uno Stato sardo che si limitasse a riprodurre gli stessi rapporti economici, gli stessi privilegi e le stesse concentrazioni di potere esistenti oggi cambierebbe la geografia delle istituzioni senza modificare la condizione dei cittadini, trasformando l’indipendenza in una semplice sostituzione delle élite invece che in una trasformazione della società, ed è proprio per evitare questo rischio che il sardismo del XXI secolo dovrebbe avere l’ambizione di proporre non soltanto una diversa forma dello Stato ma una diversa idea di economia, nella quale energia, acqua, infrastrutture strategiche, porti, reti digitali e patrimonio naturale vengano considerati beni comuni sottratti alla pura logica della rendita e amministrati nell’interesse della collettività.

Una Repubblica sarda moderna dovrebbe trattenere la gran parte del gettito fiscale prodotto nel proprio territorio, creare un fondo sovrano alimentato dai proventi dell’energia e delle concessioni pubbliche, investire stabilmente nella ricerca scientifica, destinare una quota significativa della ricchezza prodotta all’università, all’innovazione tecnologica, alla digitalizzazione della pubblica amministrazione e al rientro dei giovani emigrati, favorire la nascita di cooperative, piccole imprese ad alta tecnologia e filiere industriali capaci di trasformare nell’isola ciò che oggi viene esportato come semplice materia prima, perché nessuna comunità diventa davvero libera se continua a vendere risorse e ad acquistare valore aggiunto.

Eppure, tutto questo rimarrebbe soltanto un esercizio teorico se prima non si affrontasse una questione ancora più decisiva, quella dell’unità del popolo sardo, poiché nessuna trasformazione politica diventa possibile quando una comunità continua a pensarsi come la somma di appartenenze contrapposte invece che come una nazione consapevole dei propri interessi permanenti.

Prima di domandarsi con chi costruire l’unità bisognerebbe infatti trovare il coraggio di chiedersi che cosa, in realtà, meriti davvero di essere unito, perché la storia dei popoli insegna che non tutto ciò che può essere accostato deve necessariamente convivere e non ogni somma produce una comunità, allo stesso modo in cui nessun grande cuoco ha mai immaginato che bastasse gettare gli ingredienti dentro una pentola perché da quel gesto nascesse un piatto capace di raccontare una terra, una cultura e una memoria, essendo vero esattamente il contrario, e cioè che ogni ingrediente acquista valore soltanto quando viene scelto con rigore, dosato con intelligenza e armonizzato con gli altri senza perdere la propria natura.

Forse è proprio questa la metafora che manca al dibattito politico sardo, nel quale la parola unità viene spesso pronunciata come se indicasse una semplice operazione di accumulo, una progressiva addizione di sigle, associazioni, movimenti e appartenenze destinata, quasi per una misteriosa legge della matematica politica, a produrre automaticamente una forza più grande della somma delle sue parti, mentre la vita delle comunità dimostra che gli insiemi costruiti senza un principio ordinatore finiscono quasi sempre per trasformarsi in aggregati privi di identità, incapaci di riconoscere una direzione comune proprio perché nessuno ha mai avuto il coraggio di interrogarsi su quale fosse il fine prima ancora dei mezzi.

La Sardegna, invece, possiede oggi un’occasione che raramente si presenta nella storia di un popolo, perché le grandi mobilitazioni contro la speculazione energetica hanno dimostrato che esiste già una coscienza nazionale molto più avanzata delle organizzazioni politiche che pretendono di rappresentarla, dal momento che migliaia di cittadini hanno saputo riconoscersi senza chiedersi quale fosse la tessera dell’altro, se provenisse dalla sinistra o dalla destra, dal mondo cattolico o da quello laico, comprendendo istintivamente che la difesa della propria terra appartiene a una dimensione più alta delle appartenenze importate dalla politica italiana.

Chi continua a immaginare l’unità come la costruzione dell’ennesimo contenitore rischia di riprodurre proprio quella cultura politica dalla quale il sardismo dovrebbe emanciparsi definitivamente, perché i contenitori servono a custodire organizzazioni mentre una nazione ha bisogno di custodire un progetto, e il progetto della Sardegna non può consistere nella semplice conquista di nuove istituzioni ma nella costruzione di una società più giusta, più competente, più democratica e più capace di redistribuire il potere insieme alla ricchezza.
Essere sardisti, allora, non significa aggiungere un’altra ideologia alle ideologie esistenti, ma liberarsi finalmente delle categorie attraverso le quali lo Stato italiano ha insegnato ai sardi a leggere sé stessi, comprendendo che un imprenditore e un operaio, un pastore e un ricercatore universitario, un credente e un laico, un uomo di destra e uno di sinistra possono continuare a pensare diversamente su molte questioni senza smettere di riconoscersi nella priorità assoluta degli interessi permanenti della Sardegna, perché una nazione matura non cancella il pluralismo ma lo organizza attorno a un bene comune superiore.

Se davvero dovrà aprirsi una nuova stagione politica, essa non nascerà dalla fusione di simboli né dalla costruzione dell’ennesima sigla destinata a consumarsi nella competizione elettorale, ma dalla capacità di trasformare quella coscienza popolare già esistente in un progetto di governo fondato sulla sovranità democratica, sulla giustizia sociale, sulla conoscenza, sulla tutela dei beni comuni e sulla responsabilità collettiva, poiché il contenitore esiste già e coincide con la Sardegna stessa, con la sua lingua, con la sua storia, con il lavoro delle sue donne e dei suoi uomini e con il diritto di un popolo a decidere del proprio destino, mentre ciò che ancora manca non è l’unità, ma il coraggio di riconoscere che essa non rappresenta il punto di arrivo del sardismo, bensì il primo indispensabile strumento attraverso il quale rendere finalmente possibile tutto il resto.

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giovedì 20 agosto 2026

Eruzioni Etna. Perchè USA e NATO non mollano Sigonella - Antonio Mazzeo

Gli operatori fanno i conti sui danni economico-finanziari (centinaia di milioni di euro) ma né il governo regionale nè le autorità nazionali spiegano perchè in questa drammatica emergenza di Ferragosto non sia stata richiesta l’apertura al traffico civile della base militare USA e NATO di Sigonella, a meno di 20 km in linea d’aria da Fontanarossa, risparmiata dalle ceneri (la direzione dei venti ha colpito lo spazio aereo ad est e sud-est del vulcano).

L’impiego alternativo di Sigonella era stato assicurato tra il novembre e il docembre 2012 in occasione dei lavori di rifacimento delle piste di Catania Fontanarossa.

Le forze armate italiane e statunitensi ed i principali centri di ricerca universitari e di vulcanologia sono perfettamente a conoscenza della maggiore “protezione” dalle emissioni delle ceneri della base militare, posta a sud-ovest dal vulcano.

Inoltre sono stati predisposti sofisticati sistemi di monitoraggio e controllo dell’Etna che consentono di prevedere con largo anticipo le attività eruttive ed i possibili effetti, specie in termini di intensità delle emisisoni, loro direzione ed aree di ricaduta.

Vogliamo citare in proposito quanto evidenziato nella prestigiosa rivista scientifica “Natural Hazards and Hearth System Sciences” della European Geosciences Union (13 giugno 2025) da sette ricercatori italiani dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – INGV (sezioni di Bologna e Catania) e delle Università degli Studi di Genova e “Aldo Moro” di Bari (titolo: Estimating the mass of tephra accumulated on roads to best manage the impact of volcanic eruptions: the example of Mt Etna, Italy).

I ricercatori spiegano in particolare che “la localizzazione dell’Etna, insieme ai venti predominanti da ovest e da nord-ovest in alta altitudine, favorisce la dispersione e la ricaduta di ceneri e materiali piroclastici principalmente verso est (31%), sud est (35%) e nord ovest (29%), con solo il 6% diretti verso sud. Questi valori sono derivati dall’analisi dei dati ottenuti durante i 39 eventi eruttivi registratisi tra il febbraio e ottobre 2021. Questi risultati sono coerenti con la storica distribuzione statistica della direzione e velocità dei venti bel periodo 1990–2007 ad altitudini comprese tra i 5 e i 10 km.”.

 

Ad analoghe conclusioni è giunto uno studio del Dipartimento di ingegneria Civile e Architettura dell’Università di Catania e di altri centri di ricerca accademici sui “possibili riutilizzi del rifiuto vulcanico nel campo dei materiali edili”, coordinato dalla prof.ssa Loredana Contrafatto. In un articfolo pubblicato dal sito di UNICT il 26 Febbraio 2024, la docente scrive in proposito che “a causa della direzione dei venti dominanti sono soprattutto i comuni del versante orientale e sud-orientale ad essere maggiormente colpiti dalla ricaduta delle ceneri vulcaniche e a soffrirne i disagi logistici e le conseguenze economiche maggiori”,

Pentagono e NATO possono stare tranquilli dunque e ciò spiega come nella “settimana di passione” ferragostana la base di Sigonella sia rimasta sempre pienamente operativa.

Attendiamo di conoscere il motivo per cui la Regione Siciliana non abbia chiesto al governo Meloni e alla Difesa di concedere anche parzialmente l’uso delal base militare per “tamponare” gli enormi disagi causati dalla chiusura dello scalo di Fontanarossa.

 

Tre anni avevamo assistito ad un ipocrita “balletto” propagandistico-elettorale tra il governatore Renato Schifani e il ministro della Difesa Guido Crosetto, proprio in merito all’apertura di Sigonella al traffico aereo civile. “Ieri sera ho chiamato il ministro Crosetto al quale ho chiesto la possibilità dell’utilizzo dello scalo dell’aeroporto militare di Sigonella, dopo aver rappresentato il grave stato di criticità in cui si trova il sistema aeroportuale siciliano a seguito della ridottissima attività dello scalo di Fontanarossa”, scriveva Schifani il 20 luglio 2023. “Il ministro, dopo le dovute consultazioni, mi ha informato circa la possibilità dell’utilizzo dello scalo militare, come già avvenuto in una precedente situazione di inagibilità dell’aeroporto di Catania, a causa della pioggia di polvere vulcanica (sic.). Ringrazio a nome dei siciliani il ministro Crosetto per la grande sensibilità dimostrata sulla vicenda, che denota ancora una volta la serietà ed affidabilità del governo Meloni”.

Nella stessa giornata del 20 luglio 2023, il ministero della Difesa italiana emetteva la seguente nota. “L’aeroporto militare di Sigonella è stato reso disponibile per allentare la pressione sugli aeroporti siciliani. In particolare lo scalo civile di Catania. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha infatti dato immediata disponibilità dello scalo militare di Sigonella venendo incontro alla richiesta del Presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani”.

In verità alla fine non si fece nulla: lo scalo non fu messo a disposizione degli aerei passeggeri, ma la ricaduta mediatica per Regioen Sicilia e Difesa fu enorme.

Stavolta si poteva fare e in tempi rapidissimi, ma non è stato fatto. Volere è potere. Ma né Schifani né Crosetto hanno inteso voler fare qualcosa. Nè purtroppo l'”opposizione” politica e le forze sindacali di regime hanno voluto proferire parola.

Che lo ricordino alle tornate elettorali 2027 i siciliani e le decine e decine di migliaia di turisti condannati alla tragica odissea di questa bollentissima estate. Buona domenica

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mercoledì 19 agosto 2026

Aeroporti: ordine del giorno - Lucia Chessa

 

Che sorpresa in consiglio regionale. Dopo aver eliminato lo stanziamento di 30 milioni di euro che avevano destinato alla privatizzazione degli aeroporti sardi, che detto così, se ci fai caso, fa già ridere (o piangere), hanno votato un bell’ordine del giorno. All’unanimità. Proposto dalla destra, meritoriamente, ma votato da tutti, maggioranza ed opposizione.

Un bell’ordine del giorno dove il Consiglio Regionale, impegna la giunta a garantire che la società che controllerà gli aeroporti sardi sia a maggioranza pubblica. Cioè l’esatto contrario del percorso impostato e seguito fino a ieri da Alessandra Todde.

Non si sa bene se i consiglieri del Campo Largo avessero capito bene cosa stavano votando. Non è chiaro se fossero consapevoli che stavano pesantissimamente sconfessando l’operato della Giunta e cannoneggiando le fondamenta stesse del castello che la Presidente aveva costruito in mesi di solitarie trattative con il presidente della camera di commercio di Cagliari e il fondo privato di investimento F2i Ligantia. Lo so che può sembrare strano. Lo so che sembra impossibile ipotizzare inconsapevole ed unanime leggerezza nel voto su una partita come questa. Ma il momento era concitato. Un emendamento dopo l’altro, nel giro di meno di una settimana, stavano programmando, anzi frantumando due miliardi e mezzo di euro in decine se non centinaia di piccoli interventi ad personam, puntuali li chiamano loro, attraverso i quali ogni consigliere si curava il proprio collegio, senza bandi a cui tutti potessero partecipare, senza criteri in base ai quali effettuare gli stanziamenti, senza niente se non lo sguardo benevolo di un consigliere regionale su quella singola associazione, quel singolo comune, quel singolo evento, quel singolo futuro elettore.

Quell’ordine del giorno a me, firmataria di un ricorso al Presidente della Repubblica contro l’operato della Regione Sardegna che avrebbe consegnato ad un preciso privato, sempre senza bando, gli aeroporti sardi, fa estremamente piacere. Potrebbe mettere una pietra tombale su quel pessimo e prepotente percorso di privatizzazione, sempre che i consiglieri della maggioranza non abbiano la faccia tosta di tornare indietro dopo essersi studiati le carte ed essersi resi conto di quello che hanno votato. Tenderei a non escluderlo completamente anche se, certo, credo che gli venga in salita.

Ma la domanda è. Come mai nessuno della maggioranza, in primo luogo la Presidente Todde, dopo una inversione ad U rispetto ad un percorso che caparbiamente si è seguito per mesi e forse per anni, un percorso anche dispendioso di incarichi esterni e di consulenze, come mai nessuno sente il bisogno di spiegare ai cittadini?

E anche il gruppo di centro destra, rispetto ad un Consiglio che sconfessa in questo modo l’operato della Giunta e della presidente, rispetto ad un voto che la mette palesemente in minoranza rendendola ovviamente inaffidabile agli occhi di tutti gli interlocutori coinvolti e non coinvolti nell’operazione, come mai non chiede a gran voce le dimissioni.

Il Campo Largo, in parlamento, platealmente ha chiesto le dimissioni di Giorgia Meloni perché è andata sotto di un voto e qui nel Consiglio Regionale Sardo la destra cosa fa? Giocherella?

Si. Giocherella esattamente come fa il Campo Largo in parlamento. Maggioranza ed opposizione sono due facce della stessa medaglia che si inter-scambiano il ruolo e, a turno, recitano la loro parte in un teatrino che ci trascina giù. E questo spettacolo avvilente è esattamente la ragione per la quale occorrerebbe rifondare tutto e immaginare un’altra via capace di invertire la tendenza.

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martedì 18 agosto 2026

Quando la transizione verde prende fuoco: il paradosso della rete elettrica dal Mediterraneo alla Sardegna - Francesco Santoianni


Da qualche settimana un caso greco sta facendo scuola tra chi si occupa di gestione del rischio: gran parte degli incendi più devastanti dell'estate 2026 non sarebbe partita da un fulmine, da una sigaretta o da un piromane, ma da un cavo elettrico vecchio, mal mantenuto, che ha ceduto sotto il caldo e il vento. È un caso di scuola perché mette insieme tre elementi che, in teoria, dovrebbero remare nella stessa direzione — la transizione energetica, la prevenzione del rischio incendio, la finanza pubblica — e che invece, nella pratica, finiscono per remare l'uno contro l'altro. E non è un problema solo greco: guardando ai dati di quest'estate, lo stesso schema si ritrova, con varianti locali, in Sicilia, in Calabria e in Sardegna.

La Grecia: il 75% degli ettari bruciati parte dai tralicci

Secondo i dati preliminari della Direzione Investigativa sui Reati di Incendio Doloso della Grecia, ripresi da Politico e da Brussels Signal, gli incendi finora attribuiti a guasti della rete elettrica avrebbero prodotto circa il 75% della superficie bruciata nel Paese nel 2026. Le due fiamme più gravi di fine luglio — nell'Attica occidentale e a Creta — hanno distrutto oltre 14.500 ettari e causato quattro morti, e in entrambi i casi i vigili del fuoco hanno indicato come causa un guasto alla rete.

Il paradosso, spiegato bene anche da EU Alive, è che la parte di rete elettrica coinvolta corre quasi sempre in superficie, attraverso boschi sempre più secchi e aree rurali sempre più spopolate: bastano poche scintille in una giornata di vento per innescare un incendio che nessuno controlla più. Il WWF Grecia, citato da Spotmedia, ha calcolato che già nel 2025 sei dei dieci incendi maggiori erano partiti dalla rete elettrica, per il 55% della superficie bruciata quell'anno.

Il punto politicamente scomodo, però, è un altro: negli stessi anni in cui la rete elettrica greca accumulava un arretrato di manutenzione — accumulato nel tempo, aggravato dagli otto anni dei tre programmi di aggiustamento economico applicati tra il 2010 e il 2018.— Bruxelles celebrava la Grecia come un campione della transizione energetica, grazie a oltre 1,8 GW di nuovo fotovoltaico collegato alla rete solo nel 2025. Il gettito di CO2 evitata da quei pannelli rischia però di essere azzerato, se non superato, dalle emissioni degli incendi provocati dalla stessa rete che nessuno ha mai davvero messo in sicurezza.

L'Italia non è un'eccezione: Sicilia e Calabria in prima fila

Chi pensa che si tratti di un problema tutto greco farebbe bene a guardare i dati italiani. Secondo il dossier L'Italia in fumo di Legambiente, ripreso da Telemia, nel 2025 la Calabria ha registrato 603 incendi per quasi 17mila ettari bruciati, seconda in Italia solo dietro la Sicilia.

In Sicilia il problema si è manifestato quest'estate in una forma gemella a quella greca: non solo incendi, ma un collasso parallelo della rete di distribuzione. Come racconta MeridioNews sulla base di un'analisi del Sole 24 Ore, tre città siciliane sono in testa alla classifica nazionale per interruzioni di energia elettrica, e la causa principale — spiega un docente di Sistemi Elettrici dell'Università di Palermo — sono i guasti ai giunti dei cavi di media tensione, che con il caldo estremo si dilatano e cedono. A Palermo, Catania e nel Ragusano i blackout si sono susseguiti per settimane, come documentano Giornale di Sicilia e Corriere di Sciacca, con i sindaci che chiedono tavoli urgenti con il gestore e valutano azioni legali.

Un articolo del Sole 24 Ore quantifica il problema su scala nazionale: per mettere in sicurezza le reti italiane servirebbero investimenti nell'ordine di 15 miliardi di euro, a fronte di piani attuali che — pur significativi — restano strutturalmente insufficienti rispetto alla velocità con cui il clima sta cambiando le condizioni operative di cavi pensati per un altro secolo.

La Sardegna: lo stesso copione, un'estate dopo l'altra

Se c'è una regione italiana in cui il legame tra rete elettrica fragile, ondate di calore e rischio incendio si è manifestato con particolare evidenza, quest'estate, è la Sardegna. A metà luglio l'isola è finita "in tilt": Sardiniapost ha contato 33 blackout in un solo giorno tra il Cagliaritano, il Sud Sardegna e la Gallura, con punte di 47,6°C a Orani e l'allerta incendi in codice arancione confermata per l'intera isola.

Il sovraccarico dovuto ai condizionatori si è sommato, come racconta Radio Sintony, a un'ondata di incendi che ha coinvolto anche i vigili del fuoco impegnati sul fronte del caldo estremo. A Maracalagonis un intero paese è rimasto senza corrente per ore, fino all'arrivo di un generatore mobile piazzato accanto a una scuola d'infanzia.

Non si tratta di un episodio isolato: già a inizio 2025 Casteddu Online raccontava di interruzioni durate anche 17 ore in diversi centri dell'isola, con un tecnico del settore che indicava come causa "cavi datati" e un isolamento dei conduttori ormai "cotto dal sole" — parole che potrebbero essere state pronunciate identiche in Grecia o in Sicilia. A quel punto Adiconsum Sardegna ha parlato apertamente di reti "inadeguate", mentre l'Anci regionale ha chiesto un piano straordinario e l'apertura di un tavolo permanente con E-Distribuzione, Terna e Arera, sottolineando — parole che meriterebbero di essere incorniciate nell'ufficio di ogni pianificatore — che "ogni estate non può trasformarsi in una nuova emergenza elettrica". La richiesta, riportata anche da Cagliaripad, è di istituire un organismo permanente Regione-Comuni-gestori per programmare insieme prevenzione e manutenzione, invece di rincorrere l'emergenza ogni luglio.

La differenza rispetto alla Grecia, in questo caso, non è nella causa ma nella scala: la Sardegna non ha alle spalle un decennio di programmi di aggiustamento del FMI, ma sconta comunque decenni di investimenti concentrati su generazione e connessioni (specie rinnovabili, vista la vocazione dell'isola) più che su manutenzione capillare della rete di distribuzione a bassa e media tensione — la parte meno "fotogenica" del sistema elettrico, quella che non genera rendita finanziaria ma che, quando cede, può incendiare una montagna.

Non solo incendi: la stessa fragilità dietro l'apagón iberico

Il filo che lega vecchie reti, clima estremo e crisi a cascata non riguarda solo gli incendi. Il 28 aprile 2025 un blackout ha lasciato al buio per ore quasi tutta la Spagna e il Portogallo, oltre a parte della Francia meridionale: circa 60 milioni di persone coinvolte, trasporti e ospedali in tilt, secondo la ricostruzione di Euronews. L'indagine tecnica di ENTSO-E, la rete europea dei gestori di trasmissione, ha attribuito la causa primaria a una serie di eventi a cascata innescati da un'oscillazione di tensione mal gestita dagli impianti tradizionali — non, come inizialmente ipotizzato da alcuni commentatori, dall'eccesso di rinnovabili — secondo quanto riassunto da GreenMe e da Italian Climate Network.

Anche qui lo schema di fondo è simile a quello greco e sardo: un sistema elettrico che cresce rapidamente sul lato della generazione (in Spagna il 60% dell'elettricità viene già da fonti rinnovabili) mentre il coordinamento e la resilienza dell'infrastruttura di trasmissione e distribuzione restano un passo indietro rispetto alla velocità del cambiamento. La scheda di Wikipedia ricorda che il blackout ha causato anche vittime indirette, per lo più legate a generatori difettosi usati in emergenza dai cittadini rimasti senza corrente.

Perché succede sempre così

Il filo comune tra Atene, Palermo, Catania, Cagliari e Madrid non è un complotto né una fatalità: è una logica di investimento. Costruire un nuovo parco fotovoltaico o eolico crea un asset che genera un flusso di ricavi per decenni, un bene che può essere finanziato, comprato e rivenduto sui mercati dei capitali — come dimostrano le operazioni miliardarie di gruppi come RWE, BP o TotalEnergies sugli impianti greci degli ultimi anni. Sostituire un cavo marcio in mezzo a un bosco o rinforzare un giunto di media tensione in periferia, invece, non genera nessuna rendita: evita solo che una montagna prenda fuoco o che un quartiere resti al buio. È un costo puro, non un investimento che attira capitali privati, e per questo tende sistematicamente a restare in fondo alla lista delle priorità — soprattutto nei paesi e nelle regioni che escono da anni di disciplina di bilancio.

Per chi si occupa di gestione del rischio e protezione civile, la lezione è semplice da enunciare e difficile da applicare: la manutenzione ordinaria dell'infrastruttura elettrica è, a tutti gli effetti, una misura di prevenzione antincendio e di resilienza climatica — non un capitolo di spesa a parte, separato dalla pianificazione emergenziale. Finché continuerà a essere trattata come tale, ogni estate rischia di ripresentare lo stesso conto, da Atene alla Sardegna.

  

Fonti principali: Video OttolinaTV  L’Europa Green ha dato fuoco alla Grecia?  Politico/E&E NewsBrussels SignalEU Alive, Legambiente via TelemiaMeridioNewsIl Sole 24 OreSardiniapostReport Sardegna 24Euronews.


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lunedì 17 agosto 2026

I pesticidi e l’ipotesi di un rischio fino al 71% di sviluppare la Sla per chi è esposto, lo studio sui dati di otto paesi tra cui l’Italia - Valentina Arcovio


Alcuni lavori potrebbero aumentare il rischio di ammalarsi di Sclerosi laterale amiotrofica (Sla), una malattia neurodegenerativa altamente invalidante e mortale. Un nuovo studio condotto dalla Robert Suave Institute For Research del Quebec (Canada), basato su un’ampia revisione di dati scientifici, rivela che chi è stato esposto a pesticidi sul luogo di lavoro presenta un rischio maggiorato del 61-71% di sviluppare questa grave patologia. Un dato significativo, pubblicato sulla rivista Occupational & Environmental Medicine (edita dal BMJ Group), che tuttavia gli esperti invitano ad analizzare con estrema cautela.

La Sla è la forma più comune di malattia del motoneurone. Debilitante e con una progressione spesso rapida – la sopravvivenza media dopo la diagnosi si attesta tra i 2 e i 3 anni -, compromette la capacità di parlare, mangiare, respirare e deglutire. Colpisce prevalentemente tra i 40 e i 70 anni, con un’incidenza superiore del 20% negli uomini rispetto alle donne. Nel 90% dei casi la malattia si presenta in forma sporadica, cioè in individui privi di una storia familiare o di una causa genetica identificata. Solo il restante 10% ha un’origine genetica nota. Sebbene i fattori scatenanti esatti rimangano in gran parte sconosciuti, la comunità scientifica ritiene altamente probabile un’interazione dinamica tra predisposizione genetica e fattori ambientali. Il nuovo studio ha aggregato i dati di otto ricerche condotte in diversi Paesi — cinque negli Stati Uniti, uno transnazionale tra Canada e Francia, uno in Italia e uno in Australia —, prendendo in esame un totale di 1.734 pazienti affetti da Sla.

I risultati indicano che l’esposizione professionale a pesticidi, categoria che comprende insetticidi, fungicidi ed erbicidi, è associata a un incremento del 61% del rischio di sviluppare la malattia rispetto a chi non ne è mai stato esposto. L’associazione risulta ancora più marcata nel caso specifico degli erbicidi, con un aumento del rischio che raggiunge il 71%. Dall’analisi emerge inoltre un legame più forte tra l’esposizione ai pesticidi e la Sla negli uomini, anche se non è ancora chiaro se questo rifletta una reale differenza biologica o semplicemente una diversa accuratezza nella rilevazione dei dati relativi alla popolazione femminile. “I risultati di questa revisione – commentano i ricercatori – si aggiungono alle prove che l’esposizione professionale ai pesticidi può aumentare il rischio di Sla e dovrebbero incoraggiare l’attuazione di interventi volti a ridurre l’esposizione durante l’uso professionale di pesticidi”.

Nonostante la rilevanza dei numeri, gli stessi autori dello studio invitano a non interpretare questi risultati come una prova diretta di un rapporto di causa-effetto. La metanalisi presenta infatti diversi limiti strutturali. In primo luogo, si riscontra un’eterogeneità dei fattori di rischio: molti degli studi inclusi segnalano la compresenza di altri elementi nei pazienti, come traumi cranici o l’esposizione ad ulteriori tossine, che l’analisi non è riuscita a isolare completamente rispetto ai soli pesticidi. Inoltre, va considerata la presenza di scenari atipici, come uno studio sui reduci di guerra esposti all’Agent Orange durante il conflitto in Vietnam, un contesto di esposizione estremo e nettamente differente da quello lavorativo quotidiano. Infine, pesa il fenomeno della distorsione del ricordo (recall bias): la maggior parte delle ricerche si è basata su informazioni riferite dai pazienti stessi, e chi è affetto da una patologia così grave tende a ricordare con maggiore enfasi le passate esposizioni ad agenti chimici rispetto ai soggetti sani.

Gli studi condotti con misurazioni indipendenti dell’esposizione hanno infatti mostrato associazioni meno marcate. Le evidenze attuali supportano l’ipotesi che l’esposizione professionale ai pesticidi rappresenti un tassello nell’insorgenza della malattia, ma il quadro rimane complesso. “Alcune delle domande più importanti a cui dovremo rispondere sono quali componenti dei pesticidi potrebbero aumentare il rischio per la persona e se un’esposizione prolungata ai pesticidi aumenti ulteriormente tale rischio”, dicono i ricercatori.

Lo studio


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