La chiamano "generazione Z". Sono i giovanissimi.
Venuti al mondo dopo il 1997. Sono nati con il cellulare nella culla. Vivono,
mangiano, dormono con l'Iphone. Li considerano svogliati, assenti, dominati
dalla tecnologia. Hanno tutto perché la famiglia gli dà tutto. Dicono che sono
senza stimoli e senza voglia di lottare. Questo è il giudizio finale
(sbagliatissimo) che danno su di loro. Invece, quando c'è stato bisogno di
salvare la santa Costituzione (come mi piace chiamarla), loro, senza che
nessuno li mobilitasse al voto, con un tam tam istintivo sono andati
spontaneamente ai seggi e depositato il loro No nelle urne. Il loro contributo
alla lotta contro i seguaci meloniani di Delmastro, Bartolozzi, Nordio,
Santanchè (che non si è ancora dimessa) e tutta la genia politica di
riferimento, è stato un punto fondamentale e magico contro l'attacco (respinto)
alla Carta dei nostri Padri Costituenti. Questi giovani, ai quali sono
fortemente devoto, e che magari manco seguono il Mio Osservatorio, questi
giovani sono l'aspetto più bello e confortante che oggi emerge dalle barricate
del No. A loro la mia personale gratitudine. La politica delle poltrone, del
clientelismo, dei modelli mafiosi senza mafia, dei privilegi, dell'ingiustizia
sociale, della Sanità che non c'è, dei soldi pubblici da regalare allo stadio
dei fondi di investimento americani, dei ragazzi che vanno all'estero per farsi
un futuro che qui non c'è, questa politica deve fare I conti con loro. I
ragazzi della "generazione Z".
Amare Produzioni Agricole
mercoledì 25 marzo 2026
La generazione Z e il referendum - Mario Guerrini
martedì 24 marzo 2026
Piccola riflessione sul "male" - Andrea Zhok
Di fronte all'ennesima aggressione unilaterale della Epstein Connection (Usa+Israele), tutti giù a formulare complesse analisi geopolitiche per capirne il senso.
Tutti - me
incluso - a contorcersi tra giustificazioni artefatte e contraddizioni palesi.
Stanno
bombardando gli iraniani per difendere i diritti umani?
Stanno
violando il diritto internazionale per difendere l'"ordine basato sulle
regole"?
Stanno
cercando di promuovere la democrazia esportando con le bombe uno Scià di
seconda mano?
Stanno
subendo danni e morti per il piacere di infliggere danni e morti al nemico?
C'è da
uscirne pazzi.
A meno
che...
A meno che
la spiegazione non sia tanto semplice quanto complesse sono quelle scuse
fittizie.
Basta
pensare di aver a che fare con quello stesso tipo di esseri che vediamo
dialogare nei file Epstein.
Quella gente
non sta rischiando niente di persona; altri moriranno per loro. Non rischia
niente Trump, non rischia niente Rubio, non rischia niente Hegseth, non rischia
niente Netanyahu (la cui famiglia è a Miami), non rischia niente nessuno di
quelli che prendono le decisioni più fatali.
Al contempo
per loro e i loro sodali, ogni bomba usata sul nemico è una bomba da
ricomprare, ogni radar distrutto dal nemico è un radar da ricomprare, ogni
grattacielo distrutto è un futuro investimento immobiliare, ogni vittoria
bellica è un incoraggiamento a spendere ancora nella stessa direzione, ogni
sconfitta è un ammonimento a non aver speso abbastanza in passato.
Questa
tipologia antropologica casca sempre in piedi.
Qualunque
livello di distruzione umana e materiale ha un aspetto fruttifero per chi vive
di commesse pubbliche (bisognerà fare pur qualche sacrificio per la sicurezza)
e di capitali in cerca di investimenti redditizi. Non esistono strategie
perdenti, purché tu riesca a convincere abbastanza gente che grandi atti di
distruzione sono necessari.
Vedendo le
cose da questo punto di vista, tutto cade perfettamente al suo posto.
Ogni
contraddizione viene spianata, ogni nodo viene sciolto.
Se anche
alla fine non hai raggiunto nessuno degli obiettivi ufficialmente sbandierati
(e QUANDO MAI sono stati raggiunti?), non c'è assolutamente nessun problema.
Avrai
bruciato, insieme a donne, bambini, cittadini e soldati, una bella quantità di
materiale bellico da rimpiazzare, una bella quantità di carburante da
riacquistare.
Che ti frega
del resto? Tu sei quello che governa la spesa prima e dopo la distruzione.
Lascia le
formiche imbecilli laggiù in basso, e i giornalisti a molla, alle loro
contorsioni dialettiche per fare spazio in qualche modo al "diritto
internazionale", alla "liberazione dei popoli", al
"conflitto di civiltà", e altre cazzate.
Che si
scervellino pure, tanto alla fine del falò a loro resterà la cenere, i conti da
pagare, i morti da seppellire; a te e ai tuoi compagni di golf resterà un'isola
in più.
Ma e il
regno di Baal? E l'Anticristo? E il satanismo?
Ma perché vi
immaginate Baal, l'Anticristo o Satana come alfieri di un Regno del Male?
Perché alimentate l'idea romantica degli Imperatori delle Tenebre?
Mi spiace
amici, ma il Male, il vero autentico inflessibile Male nel mondo non ha nessuna
grandiosa "impresa maligna" da portare a compimento.
Questo gli
darebbe comunque una dignità, gli imporrebbe una coerenza, lo costringerebbe a
tener ferme strategie: in fin dei conti lo renderebbe "costruttivo".
No, il Male
sta in quella minuta meschinità di chi è disposto a dar fuoco al mondo per il
solo gusto di avervi fottuto; e questo anche se in quel rogo dovesse finire lui
stesso. È questa assurdità a renderlo potente: chiunque ragioni in termini di
fini positivi, di una costruzione di vita, non riesce a seguirne i
ragionamenti.
Il Male,
come è stato detto altrove, è straordinariamente banale: è la dedizione di piccoli
uomini dall'enorme frustrazione, capaci di spendere la vita, propria ma
soprattutto altrui, per "ottenere profitti", cioè per ottenere
ulteriore potenza senza nulla di importante da farci, cioè - in ultima analisi
- per sentirsi vincenti, per non percepirsi come "losers", perdenti,
sfigati.
Dedicare la
propria vita ed energia alle battaglie del profitto è una vocazione reale,
diffusa in molti ominicchi allevati nel grande pazzo serraglio della modernità,
subumani che in ciò vivono la loro rivincita.
Il trionfo
risentito del nulla.
lunedì 23 marzo 2026
Selargius, cresce la solidarietà agli otto attivisti indagati per il presidio contro il Tyrrhenian Link - Osservatorio Repressione
Il Gruppo Giuridico Popolare Sardo denuncia la criminalizzazione della protesta dopo lo sgombero del Presidio degli Ulivi e rilancia il sostegno a chi ha difeso per mesi il territorio dalle opere di Terna.
Dopo
la notizia
dell’indagine nei confronti di otto attivisti coinvolti nel
presidio contro il Tyrrhenian Link a Selargius, cresce la solidarietà nei
confronti dei manifestanti che avevano partecipato alla mobilitazione contro
l’infrastruttura energetica di Terna.
A
intervenire pubblicamente è stato il Gruppo Giuridico Popolare Sardo,
che in un comunicato ha espresso pieno sostegno agli indagati, sottolineando
come la vicenda giudiziaria rappresenti l’ennesimo caso di criminalizzazione
delle mobilitazioni territoriali. Il documento ricorda come il Presidio
degli Ulivi – “Sa Battalla de Is Olias” – sia stato per oltre cinque mesi e
mezzo un punto di riferimento per la protesta contro la realizzazione della
stazione elettrica prevista dal progetto Tyrrhenian Link.
L’indagine
arriva a un anno e mezzo dallo sgombero del presidio, avvenuto
il 20 novembre 2024, quando le forze dell’ordine
intervennero in assetto antisommossa su richiesta della società elettrica per
liberare l’area destinata ai lavori. Gli otto attivisti sono accusati di invasione
di terreni, violenza privata e danneggiamento per la loro
partecipazione alle iniziative di protesta contro il cantiere.
Secondo il
Gruppo Giuridico Popolare Sardo, l’indagine colpisce persone che avevano preso
parte a una mobilitazione pacifica e diffusa, sostenuta da
centinaia di cittadini e cittadine dell’isola. Il presidio era nato nel 2024
per opporsi all’esproprio dei terreni agricoli e all’abbattimento di ulivi
nelle campagne dell’hinterland cagliaritano, trasformandosi in uno spazio
permanente di confronto e mobilitazione.
Il comunicato
sottolinea come la protesta abbia coinvolto persone
provenienti da diverse zone della Sardegna, unite dalla difesa del
territorio e dalla critica a un progetto ritenuto devastante per l’economia
agricola locale. Per mesi il presidio ha rappresentato un luogo di
partecipazione collettiva, con iniziative pubbliche, assemblee e momenti di
confronto sulla gestione del territorio.
Per questo
motivo il Gruppo Giuridico Popolare Sardo invita a non lasciare soli
gli attivisti colpiti dalle indagini e a sostenere chi ha partecipato
alla mobilitazione. L’appello è a mantenere viva l’attenzione pubblica sulla
vicenda e a continuare a difendere le ragioni della protesta, anche sul piano
legale.
La vicenda
del presidio di Selargius si inserisce in un quadro più ampio in cui le
mobilitazioni contro grandi opere e infrastrutture energetiche finiscono sempre
più spesso sotto indagine, trasformando proteste territoriali e ambientali
in questioni di ordine pubblico.
Secondo i
comitati e le realtà che hanno animato la mobilitazione, la solidarietà agli
indagati rappresenta oggi un passaggio fondamentale per continuare la battaglia
contro il progetto e per difendere il diritto delle comunità locali a opporsi
alle opere considerate imposte dall’alto.
domenica 22 marzo 2026
Referendum sulle carriere: sfida all’OK Corral - Ugo Boghetta
Si avvicina la resa dei conti, ovvero il voto sul referendum in merito alla separazione delle carriere. È una sfida all’OK Corral. È il momento che i malfattori — Licio Gelli, Berlusconi e la loro pletora di corruttori, corrotti, servi e parassiti — aspettavano da tempo. La campagna è già calda. I primi a distinguersi sono alcuni membri del governo. Basterebbe ascoltarli e avere una minima infarinatura su cosa sia la giustizia per votare No.
Il ministro
Nordio ha infatti affermato che la riforma, per me la controriforma, non ha
come obiettivo l’efficientamento della giustizia. Qualsiasi cittadino dotato di
un minimo di buon senso prima si occuperebbe di far funzionare la macchina
ingolfata che pesa su tutto il sistema, poi eventualmente farebbe altro. Sempre
l’ineffabile Nordio ha formulato una domanda retorica con lo sguardo furbetto:
«Tutti i poteri devono essere controllati, chi controlla la magistratura!?».
Questa seconda affermazione è una dichiarazione d’intenti: il controllo della
magistratura, appunto. La Costituzione, tuttavia, è basata sull’equilibrio dei
poteri. Anche quello giudiziario è dunque un potere. Che qualcuno possa
controllarne un altro in senso politico è incostituzionale e inaccettabile. Per
altro verso, una certa conflittualità fra poteri è nell’ordine delle cose. Ma
Nordio afferma che il potere politico si sente «a sovranità limitata».
Tradotto: non ci lasciano fare quello che vogliamo come vogliamo, cioè senza
regole. Vogliono dunque indebolire la magistratura per ridurre i controlli di
legalità sulla politica politicante, ovvero sul governo di turno. Infatti
Nordio aggiunge che questi cambiamenti andrebbero poi a beneficio del
centrosinistra qualora ritornasse al governo. Più chiaro di così!
Ciò che
invece va rimarcato è che dei tre poteri — legislativo, esecutivo e giudiziario
— ormai i primi due sono diventati la stessa cosa. Gran parte della
legislazione viene dal governo e dalla decretazione d’urgenza. E quando serve
si ricorre sempre al voto di fiducia. Quindi, semmai, lo squilibrio è a favore
dei governi e, invece, si dovrebbe ripristinare il ruolo del Parlamento.
Andrebbe
inoltre ricordato al Nostro e ai suoi amici che nel nostro ordinamento solo il
popolo è sovrano. E lo è, peraltro, nell’ambito della Costituzione stessa.
Ma le
questioni non finiscono certo qui. Risulterà ancor più evidente nelle
osservazioni che seguiranno che si vuole perseguire l’immunità e l’impunità
della politica, dei padroni e di quel corollario ormai implicito che è la
grande criminalità organizzata.
Come
avverrebbe questa messa sotto tutela della magistratura?
In primo
luogo va ricordato che da decenni è in atto una campagna avvelenata contro i
magistrati. Certo, errori ne sono stati fatti; tuttavia questo è avvenuto in un
contesto in cui «la politica» è andata sempre contro la Costituzione. E dopo
Tangentopoli la corruzione è diventata ancor più diffusa e pervasiva. È la
storia della putrida 2ª Repubblica e della sua torsione neoliberista. Ciò che
si vuole ottenere, infatti, è la legittimazione del laissez-faire.
La Carta del
’48 invece non solo riguarda diritti e doveri, ma contiene un’idea di società
para-socialista. E questo non è mai andato bene a lor signori. Si sono pure
scomodati da Oltre Atlantico a condannarla: vedi la Trilaterale con la sua
fatwa contro l’eccesso di democrazia e stato sociale.
E non si è
trattato solo di parole. Basta mettere in fila il collegamento che unisce P2,
morte di Moro e ora, fra altre, la separazione delle carriere.
Si usa
dunque come pretesto la separazione dei giudici dai PM per indebolire
l’indipendenza complessiva del potere giudiziario. Infatti è noto che la
separazione delle carriere esiste già. Ed è falsa la comunanza fra giudici e PM
se è vero che oltre il 50% dei procedimenti viene rigettato dai giudici.
Il punto
decisivo è il CSM. Organo che non esisteva sotto la monarchia e il fascismo, ma
che i costituenti hanno voluto proprio come strumento per rendere concreta
l’indipendenza della magistratura stessa.
Come è noto,
questo organo viene innanzitutto diviso: uno per i giudici e un altro per i
magistrati. Poi compare magicamente un organo unitario: l’Alta Corte per i
provvedimenti disciplinari, come se questa fosse la questione principale.
Peraltro il CSM attuale è uno dei più duri sui comportamenti interni, comparato
con altre nazioni. In questo modo è ipotizzabile che si auspichi l’insorgenza
di conflitti fra CSM. Un modo per indebolirli è il sorteggio con la scusa di
contrastare le correnti. Ma le correnti rimarranno e magari, nel sorteggio,
avrà una prevalenza una su un’altra: altro elemento di diatriba. Siamo a Roma e
il divide et impera è di casa.
Un argomento
usato è che la separazione delle carriere esiste in gran parte del mondo
occidentale. Girano delle tabelle a tal proposito, ma sono sbagliate. In questi
schemi infatti l’Italia è collocata nella colonna della comunanza delle
carriere. In realtà, come sappiamo, il nostro Paese dovrebbe stare nella
colonna della separazione. In tutti i sistemi infatti forme di relazione fra i
due ruoli, a monte o a valle, esistono ovunque.
Quello che
invece non si dice è il seguito. Vale a dire che dove c’è la separazione delle
carriere i PM sono in vario modo sottoposti al servizio degli esecutivi. Non è
un caso che il ventriloquo ministro Tajani abbia preventivato anche il
passaggio della polizia giudiziaria sotto l’esecutivo. Sembra di sentire
Berlusconi: era un suo pallino. Questo è un aspetto importante perché con
questa ulteriore separazione sarebbero state impossibili le grandi inchieste di
questi ultimi decenni, di cui non a caso i malfattori si lamentano tanto.
Inoltre, se è chiaro l’obiettivo di indebolire i giudici, è altrettanto chiaro
che, se non si vuole un superpoliziotto, bisogna imbrigliare anche i PM.
Qui infatti
casca un altro asino. Sempre il nostro loquacissimo Nordio afferma che il
cambiamento persegue il garantismo. In realtà, nel nostro ordinamento attuale
il PM non è solo la pubblica accusa, ma persegue la giustizia. Se infatti viene
a conoscenza di un elemento favorevole all’imputato deve farlo presente. Poi,
con il controllo dei PM, scomparirà anche l’obbligo di perseguire d’ufficio i
reati. È dunque anche il garantismo che viene a indebolirsi.
Infine va
sottolineato che il costo del funzionamento dei tre CSM salirebbe da 50 a 150
milioni l’anno, ma è un aspetto marginale.
Il contesto
in cui si colloca l’oggetto del referendum rende il tutto ancor più illuminante
e devastante. Il governo di destra infatti ha già più volte operato in ambiti
affini, ma tutti convergenti rispetto all’obiettivo già sopra sottolineato:
l’impunità e l’immunità dei potenti e dei loro servi.
Ad ogni
evento con un qualche elemento di tragicità e trucidità il governo ha emanato
un Decreto Sicurezza: Cutro, Vairano, fatti di Torino. Lo scopo è in gran parte
propagandista, ma ciò nondimeno cambia il diritto oltre ogni dire. Inoltre, se
la situazione lo richiederà, le nuove norme restrittive sono già lì, belle e
pronte all’uso.
Ma non si
sono fermati a questo.
Durante il
Covid si era attenuato l’abuso d’ufficio in quanto, in stato d’emergenza, gli
amministratori dovevano operare in tempi e modalità che andavano oltre la
legge. Ebbene, il governo ha reso permanente tale sospensione. Lo stesso abbassamento
dei controlli si è operato in materia di appalti. Si è anche intervenuto a
limitare il traffico di influenze illecite. Parimenti si è operato in materia
di intercettazioni, limitandone l’uso. È in questo iter che sempre il nostro
ineffabile Nordio ha concepito il termine di modica mazzetta contro cui non si
dovrebbe agire. Mentre, ad esempio, notizie reperite in materia di
accattonaggio rimangono valide. Materie, come si vede, a cui da sempre sono
sensibili politici, affaristi e criminali. Sono dei classici.
Forti coi deboli e deboli con i forti, insomma.
A fine anno,
a tambur battente, si è poi provveduto a limitare l’azione della Corte dei
Conti. I reati sono perseguibili, ma l’eventuale risarcimento dei danni
erariali è stato ridotto a modiche cifre. Il resto del danno, come sempre, lo
paga «Pantalone». Del resto, la Corte dei Conti aveva osato bocciare la
delibera del Ponte sullo Stretto. E lo aveva fatto con due motivazioni
ineccepibili. L’importo dell’opera era tale che serviva il bando europeo. La
seconda motivazione riguardava il fatto che il documento del governo parlava di
soldi privati mentre invece si procede con denaro pubblico. Ma la Corte aveva
messo il naso anche nello spreco del centro per immigrati in Albania, la
vendita sotto prezzo e tangenti di palazzi in Veneto, storno di soldi per la
sanità in Liguria, il piano dei rifiuti in Sicilia basato solo sugli
inceneritori. E sono solo esempi che si riferiscono al mese di dicembre 2025.
Questi
esempi illustrano più di ogni ragionamento i fini che si prefigge il governo.
Non devono essere messi bastoni fra le ruote ai poteri politici, economici,
affaristici e alle sottostanti organizzazioni criminali. Ciò, tuttavia, crea
ulteriore frammentazione e insicurezza. Ne va di mezzo la tenuta del Paese e la
democrazia, le quali non possono esistere senza un’etica e una morale pubblica.
Non che
prima di questi interventi le cose fossero idilliache. L’impunità e l’immunità
sono state un vessillo da sempre sventolato dai ceti dirigenti italioti: dal Risorgimento
ai giorni nostri.
Se guardiamo
chi sta in carcere, ad esempio, vediamo come politici, imprenditori,
amministratori siano un’infima minoranza. Per corruzione, concussione e reati
finanziari i detenuti sono mediamente fra lo 0,5% e lo 0,8%. Ciò appare ben
strano visto che l’Italia per corruzione è al 17° posto nell’Unione e al 54°
posto nel mondo. Dati che ci parlano invero della corruzione percepita, ma
quella reale è ben peggio.
Tutto ciò ci
dice una cosa molto netta: ci troviamo dinnanzi a una giustizia classista.
Situazione che purtroppo la Repubblica non è mai riuscita a cambiare proprio in
virtù dei rapporti di forza e del ruolo delle forze conservatrici e
reazionarie. Non è un caso che la Corte costituzionale sia stata varata nel
1956 e il primo CSM nel 1958! Tutto ciò è avvenuto nonostante la Costituzione e
contro la Costituzione. Anche certa magistratura ha favorito questo andazzo;
ultimo il caso Palamara. Basti pensare poi quanto tempo c’è voluto perché il
fenomeno mafioso venisse indicato in quanto tale. E quanti magistrati, politici
e cittadini onesti sono morti per giungere questo cambiamento culturale e
politico.
In questa
impronta classista non si può non parlare dell’inaccettabile lunghezza dei
processi. Questa situazione non è una casualità, poiché è funzionale a chi ha
le facoltà economiche di permettersi un buon avvocato per tirarla per le lunghe
e puntare alla prescrizione. Peraltro, non esistendo nel nostro ordinamento la
possibilità di aggravare la pena in caso di appello, non a caso tutte le
sentenze vengono appellate, intasando il sistema, mentre alle procure e ai
tribunali mancano uomini e mezzi.
Ciò che sta
avvenendo è insito nella cosiddetta 2ª Repubblica, in cui neoliberismo e
corruzione diffusa sono l’uno il prodotto dell’altra. L’unica anomalia in
questi ultimi anni è stata la presenza in vari governi del M5S. Non è un caso
che quelli con la loro forzata presenza per ragioni numeriche non siano durati
più del giro delle quattro stagioni. E non a caso siamo passati dallo Spazza
Corrotti al Salva Corrotti.
In questo
contesto, per capirci qualcosa, i cittadini italiani dovrebbero chiedersi: in
questi decenni i problemi sono venuti dalla magistratura o non invece da una
politica di centrodestra/centrosinistra succube dei mercati e dei poteri
sovranazionali? Il peggioramento complessivo del Paese sociale, morale,
culturale, politico, economico è colpa della magistratura o della politica
politicante?
E governo e
maggioranza che legittimità hanno per mettere sotto tutela la magistratura,
visto che hanno il consenso di un elettore su tre e più del 40% dei cittadini
non vota più? Anzi, nelle recenti regionali si è sforato quasi ovunque il 50%
di non voto.
Non è dunque
la magistratura a essere politicizzata: è la politica; sono i partiti che non
la fanno ormai più. E l’indipendenza che servirebbe è quella dai mercati, dalle
multinazionali, dalla finanza, dai poteri ademocratici sovranazionali.
La
conclusione è che corrotti, corruttori, parassiti, criminali e le loro
emanazioni politiche hanno tutto il vantaggio a votare Sì. Non a caso, il
fronte del Sì è trasversale alla destra e al centrosinistra. Bisognerà vedere
quanto popolo bue riusciranno a portarsi dietro.
Ciò porta
alla necessità di impostare questa campagna in maniera populista, poiché si
deve tener conto delle frammentazioni intervenute a tutti i livelli: sociale,
politico, culturale; classista, perché il substrato si misura sul lavoro, la
redistribuzione della ricchezza e dunque del potere; giustizialista, poiché in
Italia il termine non rappresenta l’esagerata volontà di punire, ma la
necessità di perseguire corruttori, corrotti e criminali. Quello che deve
emergere in questo referendum è lo scontro alto/basso, popolo e ceti corrotti.
Deve essere rivolta e indignazione di un Paese ridotto a un colabrodo e fuori
controllo. Ahinoi!
Bisogna
dunque impegnarsi in questa campagna referendaria. In primo luogo, una vittoria
del No non peggiorerebbe la situazione specifica e generale e, di questi tempi,
questa sarebbe già una buona notizia. In secondo luogo, darebbe un primo stop a
un governo che si sta allargando oltre misura, anche se rappresenta solo un
terzo degli italiani. E ci si deve impegnare nonostante la compresenza del
Partito Democratico che della situazione politica, economica, sociale,
collocazione internazionale e vittoria della destra è il principale
responsabile. Fargli intestare l’eventuale vittoria sarebbe davvero una beffa.
sabato 21 marzo 2026
Un’inchiesta rivela il buco della sanità piemontese. Più si sale peggio va - Mariano Turigliatto
Un giornalista, Stefano Rizzi, e un giornale on-line, lo Spiffero, fanno il loro mestiere e pubblicano un resoconto, numeri alla mano, dell’agghiacciante situazione della sanità piemontese dopo quasi nove anni della “Cura Cirio“, ora delegata all’assessore Riboldi dopo cinque anni di Icardi. Meno male che c’è ancora qualcuno che lo fa, visto il clima da calma piatta prima della bufera nel quale sguazza anche un’opposizione da strapparsi i capelli.
Tuttavia
nemmeno il più disincantato studioso delle malefatte del centrodestra avrebbe
immaginato che il direttore del giornale fosse chiamato a difendere l’operato,
suo e del giornalista, di fronte alle pressioni che vengono addirittura dai
ministeri romani per ridurre al silenzio l’informazione libera. Invece pare che
sia successo stando a quanto riferisce il direttore dello Spiffero senza
troppe remore. Il coraggio è una merce rarissima, perciò vale la pena di
raccontare questa storia. Fa il paio a mio avviso con i dossier genovesi commissionati da Bucci a danno del Secolo XIX, del “solito sistema
clientelare” per far vincere il Sì e di chissà quanti episodi che non
arrivano alle cronache perché c’è chi si piega prima.
La sanità
piemontese è un pozzo senza fondo che neanche nei romanzi horror, prestazioni
di eccellenza e sciatteria senza limiti, in un allegro caos che demotiva il
personale che vorrebbe fare il lavoro per cui è pagato e premia spesso i
fedeli, e quelli della corrente giusta, a scapito dei bravi. Più si
sale e peggio va, come ho diffusamente raccontato in post passati. Di ospedali nuovi neanche l’ombra,
consulenze come se non ci fosse un domani, piani finanziari sballati e gare bloccate sine die per impossibilità di aggiudicazione. Le liste d’attesa spingono
i pazienti con qualche soldo rimasto verso la sanità dell’intramoenia, le case
di comunità nascono col contagocce e spesso per finta, festeggiano gli
ambulatori privati verso i quali vengono dirottate tutte le prestazioni, anche
quelle di base che più non si può. Cresce senza controllo il debito della
Regione, lo dicono i dati comunicati ufficialmente dai direttori generali della
sanità per l’anno in corso.
Quasi un gioco da ragazzi per il giornalista mettere in fila i numeri del disastro. Li elenca in un articolo annunciandoci che il debito previsto per il 2026 dai direttori generali di ASL e ASO si avvicina al miliardo di euro; basterebbe molto meno per rendere inevitabile il commissariamento della Regione da parte del MEF, quindi la preoccupazione è forte. Il tutto mentre in Tribunale è in svolgimento il maxi-processo per l’ammanco della Città della Salute e non passa giorno senza che emergano fatti sconcertanti. Intanto si apprende che la Regione stanzia di corsa 203 milioni per coprire le maggiori spese sanitarie del 2025, ovviamente togliendo i soldi da altri capitoli del suo bilancio. Non basta, i Bilanci 2024 e 2025 sono ancora alla firma del direttore della sanità regionale, dopo che consulenti strapagati ne hanno certificato oggi la correttezza per essere smentiti domani dai periti del Tribunale. Facile immaginare il panico che deve circolare fra gli alti papaveri della sanità regionale.
L’assessore
Riboldi replica immediatamente con un video che, invece di smentire, conferma;
soprattutto che non ha ancora dimestichezza con i bilanci del suo assessorato,
così che confonde poste e annualità di esercizio. Il giornalista non ci sta e
risponde con i numeri a quella che definisce “propaganda da
cinegiornale” dell’assessore. Il titolo del suo articolo non lascia spazio
all’immaginazione: “Profondo rosso nei conti della Sanità, per l’assessore è
solo ‘fantasia’”. Essere solidali con giornali e giornalisti dalla schiena
dritta vuol dire anche raccontare queste storie. Però i centrodestri sono
davvero ammalati di presunzione per non immaginare la reazione
di un giornale, a volte molto vicino a loro, ma riferimento per una bella parte
di opinione pubblica piemontese proprio per la sua autonomia.
venerdì 20 marzo 2026
La montagna che non sappiamo più riconoscere - Michele Agagliate
Un lupo
grigio attraversa di notte le strade di Valstrona, alle porte del parco
naturale dell’Alta Val Sesia e dell’Alta Val Strona. Viene fotografato tra le
case poco dopo mezzanotte. L’immagine circola, la notizia finisce sui giornali
e scatta subito l’allarme.
Il sindaco
del comune, Ivan Rainoldi, commenta così l’avvistamento:
«Ora abbiamo
paura: non si può più aspettare, si deve intervenire».
È una frase
che merita di essere riletta con calma. Prendetevi tranquillamente il vostro
tempo.
Bene. Qui
non stiamo parlando di un animale esotico; di una specie aliena arrivata per
sbaglio nelle Alpi. Stiamo parlando di un lupo grigio. In una valle
alpina. You get what I mean, right?.
Rainoldi
guida Valstrona con una lista civica che si chiama “Vivere la montagna”. E
proprio il nome della lista, a questo punto, solleva una domanda piuttosto
semplice: che cosa significa davvero vivere la montagna?
Significa
convivere con gli ecosistemi che la abitano, oppure pretendere che la natura si
comporti come un giardino pubblico?
Il lupo non
è un intruso nelle Alpi. È una specie autoctona che per secoli ha fatto parte
di questi territori. Semmai l’anomalia storica è stata la sua scomparsa,
causata da persecuzioni sistematiche e sterminio. Il suo ritorno non è il segno
di una natura fuori controllo, ma il contrario: è uno dei pochi indicatori che
gli ecosistemi alpini stanno lentamente recuperando equilibrio.
Questo non
significa negare le difficoltà di chi vive e lavora in montagna: gli allevatori
sanno bene che la convivenza con i predatori non è mai stata semplice. Ma
proprio per questo sorprende che un amministratore locale trasformi un episodio
del tutto normale in un’emergenza.
Se davvero
vogliamo “vivere la montagna”, forse il primo passo è ricordare a tutti i
Rainoldi che la montagna non è una scenografia turistica né un parco urbano. È
un ecosistema. E negli ecosistemi italiani, ogni tanto, passano anche i lupi.
Rainoldi
parla di paura. È una parola potente, ma andrebbe usata con
cautela.
Gli attacchi
mortali di lupi all’uomo nel mondo moderno sono eventi rarissimi. Le
statistiche internazionali parlano di poche decine di casi in quasi vent’anni,
la maggior parte legati a contesti molto specifici o alla rabbia. In Europa e
in Italia si tratta di episodi praticamente inesistenti.
Nel
frattempo, però, ogni anno sulle strade italiane muoiono più di tremila
persone. Nel mondo gli incidenti stradali provocano circa 1,2 milioni
di vittime l’anno.
Eppure non
vediamo sindaci invocare “interventi urgenti” contro le automobili.
Con rischi
immensamente più grandi conviviamo ogni giorno senza farci caso. Basta salire
in macchina e girare la chiave.
Il lupo
grigio, invece, continua a farci paura anche quando si limita ad attraversare
una valle che è sempre stata casa sua. Do you understand the paradox?
giovedì 19 marzo 2026
La coperta corta - Miguel Martinez
Ogni giorno, in rete, leggo una notizia catastrofica. Ad esempio, sembra sempre più possibile che tra qualche decennio, a causa delle modifiche climatiche indotte dall’attività umana, collassi la Corrente del Golfo. E da lì, possiamo ipotizzare le conseguenze, il congelamento dell’Europa che invece oggi si sta riscaldando in maniera pericolosa…
Come sempre
si tratta di ipotesi, non sappiamo proprio cosa
succederà in realtà: gli ultimi studi dicono che sapremo solo tra vent’anni se
il processo di collasso sarà irreversibile.
Ma gli
elementi sono tutti interessanti: gli scienziati ritengono altamente probabile una catastrofe per mio figlio
indotta proprio da quello che faccio io per cercare
di “stare meglio”; ma siccome sono le variabili sono troppe per gli scienziati,
in realtà non abbiamo idea cosa succederà.
Su questo
blog, mi capita a volte di affermare che la coperta si sta
facendo corta.
Percepisco, come tantissimi, che stiamo passando dal mondo in cui siamo cresciuti almeno qui in Europa, dove eravamo sicuri che ieri c’era la miseria, oggi stiamo così così, e i nostri figli vivranno nell’abbondanza, a un mondo in cui non solo sappiamo di non sapere cosa succederà domani, ma sentiamo che quello che succederà, potrà essere catastrofico per miliardi di persone, comprese quelle più care a noi, per non parlare del mondo attorno a noi, che mica esistono solo gli umani.
Lo dico in
modo volutamente vago ed emotivo.
Ora, secondo
la scuola, per sapere come andranno davvero le cose,
basta rivolgersi alla scienza. Se più dati indicano
il progresso, che il regresso,
allora progrediamo e va tutto bene. E viceversa.
Solo che i
dati non sono sul tipo, “sei fattori dicono andiamo bene, quattro che andiamo
male, quindi andiamo bene”.
I dati
sono indefiniti. Non possiamo nemmeno lontanamente
immaginare il numero di variabili coinvolte. E ci sarà sempre una variabile che smentisce le altre.
I dati non
sono quindi fredde verità: poiché posso scegliere tra innumerevoli miliardi di dati, scelgo in base ai miei
desideri. E così i dati si trasformano in drammi o speranze, in poesia, in
armi.
Anni fa,
lessi che i politici non usano le statistiche come lampioni per illuminarsi la
strada, ma alla maniera degli ubriachi che ai lampioni si
reggono per non cascare: infatti qualsiasi social è un lancio di statistiche e
controstatistiche, scagliate addosso agli ignoranti che negano la verità
scientifica.
Si arriva così ai ferri corti, ma mai
alla verità.
Dire che la coperta si sta restringendo è dimostrabile con una quantità impressionante di dati (“stanno scomparendo i pescetalpa della Groenlandia! Hanno licenziato diecimila dipendenti della Megasoft!“); ma chi non ci vuole credere può sicuramente contare su un arsenale altrettanto impressionante di contro-dati (“sono aumentati del 21,12% i criceti dell’Arizona! 11.310 nuovi posti di lavoro in una fabbrica di armi in India!”).
Io non parto dai dati, per il semplice motivo che non ho
mille fatterelli da buttare dalla parte mia contro i
mille che hanno quelli che la pensano diversamente da me.
Parto, al
contrario, dalle due certezze fondamentali della
nostra esistenza.
Certezza
Uno:
«Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma»
Certezza
Due:
«Puoi vedere una tazzina cadere dal tavolo e rompersi sul pavimento. Ma non
vedrai mai una tazzina che si raccoglie e salta di nuovo sul tavolo».
Questa
seconda certezza (come narrata da Stephen Hawking) è la Legge dell’Entropia.
Che dice
che, senza eccezione alcuna, mai, in tutto l’universo, ogni volta che si crea un po’ di Ordine, si crea ancora
più Disordine.
Noi sappiamo
che l’Universo parte da un Ordine Assoluto e
precipita verso un Disordine finale.
Che a me sembra un po’ la prova dell’esistenza di Dio, non necessariamente
barbuto e di fede cattolica, ma certo Creatore.
Spesso si
deridono i terrapiattisti. Ora, io sono solo
un laureato in lingue orientali, ma sospetto che un pianeta piatto sia molto più plausibile di un pianeta non entropico.
Tutto ciò
che chiamiamo Civiltà è un tentativo di
creare Ordine.
E sappiamo
con certezza (non è un punto di vista, è un fatto)
che aumentare l’Ordine può solo aumentare il
Disordine. Ce la caviamo
qui sulla Terra grazie a un Essere incredibile, il Sole, che da quattro
miliardi di anni trasforma in ogni istante il proprio Ordine in Disordine,
donando così Ordine.
L’Ordine
incredibile che esiste attorno a noi – la bellezza della persona di cui ci
innamoriamo, o il fatto che un gatto abbia voglia di giocare, o che a Palazzolo
Acreide si faccia la processione di San Paolo, o che gli alberi di tasso siano
velenosi, o che un pappagallo sappia contare – è possibile grazie a Qualcosa che si Sacrifica, e che dentro di sé
accoglie un disordine maggiore di tutta questa meraviglia: il Sole.
“Ordine” per
noi è quando degli esseri umani cercano di modellare il mondo come vogliono.
Lo fanno
usando il Linguaggio, la Parola: il logos in greco, cioè la “logica”. Solo che qui
proprio la Parola ci fa cadere nell’errore delle maiuscole.
Ci hanno martellato in testa che l’Uomo usa la Ragione per dare
Ordine al Mondo. E quindi alla fine, a comandare sarebbe la
forma ultima della Ragione, la “Scienza”. All’umile servizio del benessere di
tutti noi.
Non funziona
così. Non esiste “l’Uomo”. Esistono miliardi di singoli esseri umani.
Miliardi di
esseri umani sono mossi da sogni, paure, desideri…
un bel
riassunto ne fece la teologia medievale parlando di SALIGIA, superbia avidità, lussuria,
ira, gola, invidia e accidie. Certo, ci sono anche le virtù, e
sono tante, ma sono sempre individuali.
I singoli
esseri umani, per soddisfare i propri desideri, usano la Parola (e i suoi
derivati, la Logica e la Scienza) come le tigri usano i
denti. Ecco perché esiste una radicale differenza tra la scienza – la sottobranca gratuita della filosofia
che si occupa di godere della meraviglia delle cose – e le zanne delle tecnoscienze.
Liberarci
dall’illusione che “l’Uomo” sia un ente metafisico che agisce nell’interesse di
tutti, ci permette di capire che alla fine i singoli umani, come le singole tigri, useranno le loro zanne tecnoscientifiche per se stessi e non per
“l’Umanità”. E alle fine, sono sempre le zanne della Guerra a
essere le meglio alimentate.
Nell’inno
a Huītzilōpōchtli, “l’ala sinistra del colibrì”, il dio
della guerra messicano,
“Opero nella sala d’arme
Non ascolto alcun mortale, e nessuno mi può svergognare.
Io sono il Terrore, e non ne conosco alcun altro.
Io so dove è la Guerra”
Allora, noi
sappiamo che in questo momento i singoli individui umani stanno creando Ordine a una velocità mai prima vista nella
storia. Qualunque fenomeno possiamo immaginare, sul grafico c’era una linea che
saliva piano piano per millenni, fino al 1900 circa, poi è scattato
mostruosamente in alto, e in pochi decenni è diventata una linea retta puntata verso il soffitto.
numero di turisti in fila alla buchetta del vino a Firenze
numero di aerei che attraversano l’oceano
numero di selfie scattate sul Ponte Vecchio
numero di scarpe prodotte nel Vietnam
Da questo, deriva la certezza che si sta creando
un Disordine molto maggiore.
Ora, noi
sappiamo con certezza che questa distruzione creativa sarà più distruttiva che creativa.
Saranno i
ghiacci delle montagne che si scioglieranno e l’Europa diventerà calda come
l’Africa?
O sarà la
corrente del Golfo che si bloccherà e congelerà l’Europa?
Sarà che
manderanno i nostri figlioli a morire in guerre senza senso?
Il CO2 farà
crescere mostri, o al contrario li soffocherà?
Diventeremo
esseri transumani con impianti robotici in grado di andare su Marte, o i robot
ci stermineranno prima?
Sarà che i
nostri cervelli si riempiranno di microplastiche e non capiremo più niente?
O nessuna di queste cose, e il Disordine si
manifesterà altrove, dove meno ce lo aspettiamo?
Non
importa. Sappiamo che l’Ordine creerà un Disordine senza alcun parallelo
nella storia umana. E che forse questo è più importante di fascisti, comunisti, trans, immigrati, destra, Ucraina, Israele,
Destra, Sinistra, burqa, delinquenti comuni...