giovedì 28 maggio 2026

“Niente acqua del rubinetto al ristorante”: turista fa causa e chiede 2700 euro di danni, ma la Cassazione dà ragione a un hotel 5 stelle e fissa la regola

 

I ristoratori e gli albergatori che scelgono di non servire acqua del rubinetto ai propri clienti non violano alcuna regola. A chiudere definitivamente una discussione che da anni anima i tavoli dei locali italiani è stata la Corte di Cassazione, mettendo la parola fine a una singolare disputa legale nata a Corvara in Badia, nel cuore delle Dolomiti. Protagonisti della vicenda sono una turista e un noto hotel a cinque stelle della zona.

Una vacanza da 5.700 euro e l’acqua a 10 euro al litro

I fatti risalgono alle festività di Natale del 2019. La cliente si trovava in vacanza nella rinomata località altoatesina dopo aver acquistato un pacchetto in mezza pensione del valore di oltre 5.700 euro, con una formula che prevedeva le bevande escluse dal prezzo finale. Durante le cene, la donna ha domandato ripetutamente al personale di sala di poter consumare una caraffa di acqua della rete idrica locale, precisando di essere disposta a pagare la richiesta come un normale costo di servizio da aggiungere al conto. La direzione della struttura ha però opposto un fermo rifiuto. L’albergo ha infatti applicato la propria rigida politica commerciale interna, che prevedeva unicamente la somministrazione di bottiglie di acqua minerale al prezzo di circa 10 euro al litro.

La richiesta di 2.700 euro di risarcimento

Considerando questo diniego come la violazione di un principio essenziale, la turista ha deciso di intraprendere le vie legali e ha trascinato in tribunale la struttura ricettiva. La sua linea difensiva si basava sull’idea che l’accesso all’acqua rappresenti un diritto umano fondamentale. Sulla base di questa convinzione, la donna ha richiesto un risarcimento danni complessivo di circa 2.700 euro, calcolato per coprire sia il danno economico subito sia il disagio personale patito nel corso del soggiorno.

La decisione della Suprema Corte

L’argomentazione della turista non ha fatto breccia nelle aule di giustizia e la sua richiesta di risarcimento è stata respinta in ogni grado di giudizio, fino ad arrivare alla definitiva pronuncia della Cassazione. La Suprema Corte ha chiarito in modo inequivocabile che all’interno dell’ordinamento giuridico italiano non si rintraccia alcuna norma di legge che imponga agli operatori del settore della ristorazione o dell’alloggio l’obbligo di servire la comune acqua del rubinetto. I giudici hanno stabilito che, in assenza di un patto contrattuale stipulato in precedenza tra l’albergo e l’ospite al momento della prenotazione, la gestione della carta delle bevande e la scelta di vendere esclusivamente acqua in bottiglia rientrano nella totale e legittima libertà d’impresa della singola attività commerciale. L’acqua del rubinetto al tavolo, in sintesi, non è un diritto acquisito del cliente.

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mercoledì 27 maggio 2026

Virus e batteri trovano negli allevamenti intensivi un ambiente ideale per diffondersi - Roberta Marchi

 

Negli ultimi anni le emergenze sanitarie legate agli allevamenti intensivi si sono susseguite con una frequenza sempre più inquietante. Influenza aviaria, peste suina africana, afta epizootica, Bluetongue, morbo della mucca pazza: nomi diversi per un problema che continua a ripresentarsi, spesso trattato come una fatalità inevitabile anziché come il sintomo di un sistema profondamente fragile, mostruoso e crudele.

Ogni nuova epidemia viene raccontata come un evento isolato, un’emergenza temporanea da contenere. Eppure il punto centrale resta quasi sempre fuori dal dibattito pubblico: il modello produttivo su cui si basa l’industria della carne e dei suoi sottoprodotti. Un sistema costruito sulla concentrazione di migliaia di animali in spazi ridotti, sulla massimizzazione della produzione e sulla compressione dei costi, dove il benessere animale diventa inevitabilmente secondario rispetto alla resa economica. E’, di fatto, sempre inesistente. Un tradimento vergognoso. Una bugia.

Per molto tempo tutto questo è rimasto invisibile agli occhi della maggior parte delle persone. Polli, maiali e bovini esistono quasi esclusivamente come prodotto finale: confezioni ordinate nei supermercati, ingredienti sugli scaffali, numeri all’interno della filiera alimentare. La loro vita reale, fatta di oppressione, crudeltà, sovraffollamento, selezione intensiva, trattamenti sanitari continui e abbattimenti di massa, resta lontana dall’immaginario collettivo.

Le epidemie però continuano a ricordare quanto quel sistema sia instabile. Corrotto. Malato. E contagioso. Virus e batteri trovano negli allevamenti intensivi un ambiente ideale per diffondersi rapidamente, mutare e attraversare specie differenti. Gli animali vengono gestiti come unità produttive concentrate in enormi strutture industriali: una condizione che rende il controllo sanitario sempre più complesso e che aumenta il rischio di nuove emergenze.

Il caso dell’influenza aviaria H5N1 rappresenta uno degli esempi più preoccupanti. Negli Stati Uniti è stato documentato il primo caso noto di trasmissione del virus da un gatto domestico a un essere umano. Negli ultimi anni numerosi gatti sono risultati positivi dopo essere entrati in contatto con fauna selvatica infetta o aver consumato alimenti contaminati, come carne cruda o latte non pastorizzato. Gli esperti continuano a parlare di “rischio basso” per la popolazione generale, ma il virus continua a evolversi, adattarsi e superare le barriere tra specie.

Ed è proprio qui che cambia la percezione pubblica. Finché le vittime restano animali confinati negli allevamenti, il problema sembra distante. Quando invece il rischio entra nelle case, coinvolgendo animali domestici o esseri umani, l’attenzione cresce improvvisamente. La paura diventa concreta soltanto quando ciò che accade quotidianamente negli allevamenti smette di riguardare esclusivamente animali considerati “da reddito”.

Eppure, per milioni di esseri viventi, quella realtà non è una novità. Malattia, isolamento, selezione genetica esasperata, contenimento sanitario e abbattimenti di massa fanno parte della normalità dell’allevamento industriale. Ogni volta che un focolaio esplode, la risposta è quasi sempre la stessa: eliminare migliaia o milioni di animali nel tentativo di fermare la diffusione del virus. Una pratica ormai accettata come inevitabile conseguenza del sistema produttivo.

Anche chi prova a mettere in discussione questo modello spesso si scontra con un muro politico e culturale. In diversi casi, persino animali salvati e ospitati nei santuari sono stati abbattuti per ragioni sanitarie, nonostante fossero sottratti alla filiera produttiva. Episodi che hanno acceso forti polemiche e mostrato quanto il confine tra tutela animale e logiche industriali resti estremamente fragile.

Alla base di tutto continua a esistere una distinzione profondamente radicata: alcuni animali vengono considerati membri della famiglia, altri semplicemente risorse economiche. Cambia il nome che diamo loro, non la capacità di soffrire.

Le epidemie che colpiscono gli allevamenti non possono più essere archiviate come incidenti imprevedibili. Sono il risultato diretto di un modello intensivo che spinge la produzione oltre ogni limite biologico ed etico. Continuare a ignorare questa connessione significa affrontare soltanto le conseguenze, senza interrogarsi davvero sulle cause.

La domanda, oggi, non riguarda soltanto la salute animale. Riguarda il tipo di sistema alimentare che stiamo scegliendo di sostenere e il prezzo — sanitario, ambientale ed etico — che siamo disposti ad accettare perché tutto continui a funzionare esattamente come prima. Mentre dovremo avere il coraggio di cambiare radicalmente, sovvertendo ogni cosa, giungendo, infine, alla fine dell’industria della carne.

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martedì 26 maggio 2026

Sardegna e Sudtirolo in rivolta - Fabio Gobbato

 


Abbiamo lasciato Giangiacomo e Sibilla al termine del viaggio da incubo in Bolivia nell’estate del 1967. Feltrinelli, fin da quando è ragazzo, è un attento osservatore della politica. Quello che vede in Italia e nel mondo gli piace sempre di meno.  Sono anni difficili. Oggi lo ricordano in pochi ma il decennio cominciò nel sangue. Nel 1960 il governo Tambroni, monocolore DC sorretto dai voti del MSI ordina di sparare sulla folla di operai che protestano per l’annunciato congresso dei neofascisti a Genova. Tra Reggio Emilia e il resto del Paese in pochi giorni  si contano 11 morti. Undici morti. Un bilancio da massacro di minatori in sciopero in Sudamerica. Ma siamo parlando dell’Italia a guida democristiana, non della Bolivia di Barrientos. Undici morti.

Nel 1967 la catena di eventi che generano apprensione in chi ha a cuore le sorti democratiche dell’Occidente è allucinante. Una sfida alle leggi della statistica. In aprile, in Grecia, il regime dei colonnelli sale al potere con un colpo di Stato e va a fare compagnia a Salazar in Portogallo e a Franco in Spagna. Tre dittature fasciste in Europa.  Come se non bastasse, a maggio i giornalisti Scalfari e Jannuzzi pubblicano sull’Espresso lo scoop che rivela il tentato golpe De Lorenzo del 1964 (Il Piano Solo). Altro che “paranoie” di un ricco editore  ansiogeno. La crescita del PCI fa paura. In quegli anni la destra eversiva, le reti militari clandestine, i servizi (deviati?) mordono il freno. Scalpitano. Aspettano solo il momento buono, che come noto, arriverà nella notte dell'8 dicembre di due anni più tardi con il tentato golpe Borghese. Era tutto pronto. Il contrordine arrivò solo all’ultimo minuto. Un’operazione, questa, che coinvolgeva nomi che fanno venire i capelli dritti. Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, ad esempio. Odore di zolfo nell’aria. Soprattutto dai tombini.

Al rientro dalla Bolivia, Feltrinelli vede che in Italia il centrosinistra di Aldo Moro  (senza PCI) arranca. Il 9 ottobre Ernesto  Guevara, il “mito” per cui si è  tanto speso alcuni mesi prima, viene giustiziato dall’esercito boliviano eterodiretto dalla CIA. Il suo “amico” Quintanilla, il capo dei servizi segreti che nelle ultime puntate ritroveremo console ad Amburgo, mozza le mani al cadavere del Che e le spedisce a Fidel Castro come prova dell’avvenuta esecuzione. “Così potete confrontare le impronte digitali”, è il sottinteso. Uno sfregio che manda ai pazzi milioni di militanti della sinistra in tutto il mondo.

A quel punto nella testa dell’editore scatta qualcosa. Decide di mollare un po‘ le redini della casa editrice e di lanciarsi nell’attivismo politico rivoluzionario. La sua vita entra letteralmente in un turbine. E’ come se sentisse di dover fare ovunque tutto quello che può per sostenere i gruppi che lottano contro regimi oppressivi. E grazie all’immensa ricchezza che ha a disposizione e alla rete di contatti costruita in una ventina d’anni, l’editore “può” molto. E fa molto. Disordinatamente, spesso in modo avventato, ma fa molto. Fa più che può.  Schizza letteralmente da una parte all’altra dell’Europa e del pianeta, muovendo montagne di soldi e, pure, carichi di armi e di esplosivi.

La storia familiare, i legami personali e l’attualità – la strage di Cima Vallona è del giugno 1967 - spingono Feltrinelli ad interessarsi con regolarità anche della questione sudtirolese. Uno dei molti fronti aperti. 

·                     Prima la Sardegna

Prima di arrivare al Sudtirolo bisogna, però, fare un tuffo nel cuore del mar Mediterraneo. Nel 1967, tra un viaggio in Bolivia e l’altro in Algeria, Feltrinelli comincia a girare la Sardegna in lungo e in largo. Ci torna più volte tra il 1967 e il 1969. In quegli anni per “Giangi” l’isola ha un’attrattività a cui è difficile resistere: indipendentismo radicato, banditismo romantico, poligoni militari americani da contestare, comunità dedite alla pastorizia che resistono alla modernizzazione capitalista. Nel 1968 la casa editrice Feltrinelli pubblica Sardegna: Rivolta contro la colonizzazione di Giuliano Cabitza, pseudonimo dello scrittore Eliseo Spiga. Il titolo dice già tutto.

Feltrinelli arriva a identificare nel bandito Graziano Mesina - allora latitante nel Supramonte di Orgosolo  il possibile comandante di una guerriglia sarda. Una sorta di Che Guevara local profumato al mirto. L’editore è convinto di poter fare dell’isola una “Cuba del mediterraneo”. Ma c‘è un piccolo problema: a Grazianeddu, de su comunismu, no nd’importat un carru. Del comunismo, cioè, non gliene frega un carru-cavallo. Una mazza, insomma. 

Secondo i documenti del Servizio Informazioni Difesa (SID) portati alla luce dalla Commissione Stragi nel 1996, è un ufficiale dei servizi a convincere Grazianeddu a desistere dall’alleanza con Feltrinelli (le conversazioni fra i due  furono pubblicate da Epoca in un numero che contiene pure un’intervista a Sibilla Melega, ndr). Il progetto si arena, ma non scompare. Resta come schema mentale, come metodo: cercare territori periferici, marginali, dove la frattura sociale possa trasformarsi in rivolta. Un progetto naif, senza dubbio, segno anche di un bisogno di protagonismo un po’ superficiale e puerile. Vero. Ma quelli sono anni di fermenti veri, ovunque. Le lotte di liberazione alternano rovinose sconfitte a qualche successo. Cuba e Fidel infondono speranza. Feltrinelli ci crede davvero al punto da acquistare due navi che dovrebbero servire per portare a compimento l’impresa. Dovrebbero.

Le cose talvolta non accadono perché non devono accadere.  Pigrizia del fato. Altre volte non accadono perché vengono da idee campate in aria. Altre ancora perché intervengono i servizi segreti. E niente. Il Mediterraneo non ha una sua Cuba. La Sardegna non farà nessuna lotta per l’indipendenza. Resterà - placidamente -una regione autonoma.  

 

Poi l’Alto Adige

Con un livello di naïveté simile  l’editore approccia la questione sudtirolese. Il tema lo appassiona. La sera del 1966 in cui conosce per la prima volta la meranese Sibilla Melega l’argomento viene affrontato in profondità.  Lo racconta Sibilla stessa in un pezzo di memorie pubblicato nel marzo del 2002 sulla rivista svizzera Du.“Die Gäste assen im Salon und unterhielten sich, GgF und ich waren einen Stock tiefer in der Küche, sprachen über die Probleme der Minderheiten in Südtirol”. Mentre gli altri erano nel salone lei era con GG in cucina a parlare di minoranze in Alto Adige.

Sibilla, di famiglia mistilingue, era cresciuta nella condizione peculiare di chi finisce per non appartenere davvero a nessuno dei due gruppi etnici: da bambina, ricorderà, non giocava né con i bambini tedeschi né con quelli italiani. E Feltrinelli — che aveva una nonna di Mittewald e aveva imparato il tedesco da bambino a pena di decurtazioni sulla paghetta — capisce immediatamente. Vede nell’Alto Adige quello che sta cercando altrove: una regione colonizzata, “tradita” dalla propria borghesia locale, sfruttata dal capitalismo italiano e dall’imperialismo americano, nella quale però c'è un movimento indipendentista passato dalle parole ai fatti, con una lunga catena di attentati. Chissà se nella sua vita Feltrinelli ha mai incontrato Georg Klotz, il martellatore della val Passiria, il punto riferimento sudtirolese in un gruppo terroristico ormai egemonizzato da neonazisti come Norbert Burger e Peter Kienesberger. Bruttissima gente. Chissà.

 

Ma quand‘è che GG inizia a occuparsi di Alto Adige dal punto di vista teorico? La risposta è: tra la fine del 1967 e l’inizio del 1968. 

In tutti i testi su Feltrinelli si parla dell’esistenza di un dattiloscritto, Italia 1968: Guerriglia politica. Tesi e proposte per un’avanguardia (comunista) di sinistra.  È un documento raro, assente perfino dal catalogo della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, a quanto mi hanno riferito via email.

Quando decido che per la mia ricerca sarebbe importante leggere il documento integralmente non ho idea di quanto sia raro. Imparo presto quanto possa essere divertente il mondo della ricerca storica per uno che come me non l’ha mai fatta: un giorno, nei primi mesi del 2023, contatto telefonicamente uno studioso che cita ampi stralci dello scritto, scambiamo alcune impressioni, e poi mi sembra normale chiedergliene una copia. Il mio ragionamento, da giornalista, è: “Tu ce l’hai, lo citi ampiamente, e quindi hai già ”tirato il buco a tutti“ (espressione gergale che indica le notizie date in anticipo e in esclusiva, ndr) per cui, che problema c’è a farmelo avere? Niente di più sbagliato. 
Parliamo di ricerca storica, non di attualità. ”Lo devi trovare da solo“, mi dice. Non ha detto, cazzi tuoi, ma lo ha sicuramente pensato.  ”Ok va bene, grazie lo stesso“, rispondo con il massimo aplomb. Te la farò vedere io, maledetto.

Riesco ad occuparmene nei ritagli di tempo, mezzora lì, tre ore là. Trascorrono i mesi. Alla fine di ogni ”sessione“ borbotto imprecazioni irripetibili. Non lo cerco tutti i giorni, no, ovvio, ma davvero non saprei dire quante decine di ore, quante email senza risposta o con risposte elusive, ci sono volute, per trovare il documento.

Stavo davvero per desistere finché a dicembre 2025, con il classico colpo di fortuna, imbrocco il prompt che funziona per la deep research di Chatgpt. Compare una traccia in un Biblioteca cantonale svizzera.  Non credo ai miei occhi. Andarci sarebbe un casino ma grazie alla gentilezza di un bibliotecario riesco a riceverne una copia in formato digitale. Bingo, prosecco. 
La lettura integrale del dattiloscritto - che renderemo disponibile in questo articolo se la biblioteca ci concederà l’autorizzazione - è  in effetti molto interessante. Valeva la pena sbattersi così tanto, mi dico.  O forse è la quantità di energia spesa per ottenere il pdf a convincermene? Ad ogni modo,  Italia 1968 è forse il testo più completo che l’editore abbia scritto sulla strategia rivoluzionaria: cinque capitoli, quarantatré pagine, un apparato di note. Feltrinelli scrive il documento a gennaio 1968, quattro mesi prima del Maggio francese. E‘ obiettivamente il testo che segna la svolta nel Feltrinelli-pensiero. Leggerlo consente di entrare (o quanto meno di avere la sensazione di poterlo fare) nella testa dell’editore. 
La tesi centrale del lavoro è che la sinistra debba abbandonare sia la strada riformista-socialdemocratica sia quella insurrezionalista classica e adottare una ”guerriglia politica" continua — non armata in senso militare, ma fatta di azioni dimostrative, occupazioni simboliche, interventi sui mezzi di comunicazione, propaganda diretta — legata alle rivendicazioni concrete di operai, contadini e studenti. E’ l’embrione teorico di quelli che a breve saranno i Gap, i gruppi di azione partigiana fondati dallo stesso editore.

 

Nel capitolo IV, nella sezione dedicata alla piattaforma rivendicativa, Feltrinelli chiede l’immediata indipendenza piena e totale per la Sardegna e l’Alto Adige. Chiede che si possano esprimere a favore della separazione dallo Stato italiano. Aggiunge una parentesi che è già una soluzione politica: la “rettifica etnica dei confini” mediante lo stralcio del Trentino. In altre parole, separare Bolzano da Trento e ridisegnare il confine del Tirolo storico. È la posizione del BAS, formulata da un comunista milanese. Nel gennaio 1968.

A proposito di “Italia 1968” scrive nel libro La diplomazia oscuraGianluca Falanga, uno dei massimi esperti di servi segreti dell’est:

“Vi è uno scritto di quelli programmatici composti da Feltrinelli nel 1968-70, che è rimasto inedito (ne circolarono solo poche copie dattiloscritte) e soprattutto trascurato dagli analisti, dal titolo: Italia ‘68: guerriglia politica. Tesi e proposte per un’avanguardia comunista. L’editore vi teorizzava il ”fronte frantumato“, asserendo che ”la guerriglia c’è già, in Sudtirolo e in Sardegna, andava solo intensificata per “provocare la reazione dello Stato”. Nell’opuscolo si chiedevano  ‘azioni che facciano concretamente sentire alle truppe straniere in Italia, ai rappresentanti economici politici e culturali dell’imperialismo Usa quanto essi siano sgraditi in Italia, azioni che esprimano il pieno incondizionato appoggio e sostegno alle aspirazioni di libertà e di indipendenza di minoranze etniche o delle popolazioni di determinate regioni italiane’. Nel passaggio più interessante dello scritto – continua Falanga - Feltrinelli incitava la sinistra rivoluzionaria a ‘mettere da parte giudizi e riserve che, in quanto militanti comunisti, possiamo e dobbiamo esprimere sulle forze, a volte di destra, che rappresentano l’avanguardia di queste aspirazioni (e sui mezzi che usano e che rischiano di colpire indiscriminatamente viaggiatori di un treno, ecc.)’. Sono parole pesanti, che non possono non rimandare la mente agli attentati dell’estate del 1969, attribuiti agli anarchici, ma commessi dalla cellula ordinovista padovana, sollevando il sospetto che in quel nodo delle frequentazioni venete dell’editore vi fosse quella che in un documento della Stasi è chiamata ‘attivazione delle forze neofasciste’ – vale a dire l’estensione del fronte di destabilizzazione delle democrazie occidentali al radicalismo nazionalista, sciovinista e antisemita dell’estrema destra – prevista dalle pianificazioni offensive sovietiche, delle quali l’azione di Feltrinelli fu in tutta la sua complessità un’articolazione. In altre parole, Feltrinelli non fu un doppio agente, come è stato insinuato per sciogliere la contraddizione di quei rapporti, bensì un’agente d’influenza del Piano strategico di lungo termine". 

Secondo alcuni autori Feltrinelli aveva rapporti non casuali con l’estrema destra neofascista e una convergenza di interessi addirittura con gli ordinovisti. Su questo punto, invece, Carlo Feltrinelli, figlio e biografo di Giangiacomo, è in netto disaccordo. Ai fini del racconto non è per nulla importante che io dica che idea mi sono fatto. Ma – democristianamente, me ne rendo conto – credo che i contatti di GGF con la destra eversiva ci siano indubbiamente stati anche se – azzardo – per puro “cinismo” e utilitarismo rivoluzionario. Con la stessa logica GGF non condanna ma sostiene il separatismo sudtirolese anche se in quel momento è trainato da loschi personaggi neonazisti.

Dal punto di vista documentale la questione altoatesina torna protagonista nell’estate del 1968 quando Giangiacomo scrive una lettera a “Sibillelein” che Aldo Grandi riporta integralmente nella sua biografia. La causa dei sudtirolesi, sostiene l’editore, è stata strumentalizzata dalla borghesia locale e poi abbandonata non appena quella stessa borghesia ha conquistato i propri privilegi accanto agli italiani. “Quando essi — le sette famiglie — hanno conquistato i privilegi degli italiani, allora sono pronti ad allearsi con gli italiani pur di difendere i loro privilegi capitalisti, e fregarsene dei poveri cristi”. Le sette famiglie. Un concetto che tornerà in una lettera ad Alexander Langer che vedremo presto e nello stesso volantino del 1969. E poi arriva una frase di Giangiacomo che riassume le forti motivazioni che lo spingono ad imboccare la strada rivoluzionaria: “Quello che tu senti per l’Alto Adige è quello che io sento per l’Italia”. Il nemico è comune: la borghesia capitalista che intrallazza con gli italiani e sfrutta contadini, operai, giovani. 

C'è ovviamente una certa ironia nella scelta del bersaglio. I Feltrinelli avevano possedimenti in Alto Adige fin dall’Ottocento - foreste, segherie, immobili tra Appiano e Dodiciville -  e la Feltrinelli Masonite era una fabbrica attiva dagli anni Trenta. Secondo il settimanale Epoca, quando Giangiacomo morì, era questa la sua principale fonte di guadagno. Ma basta vedere gli archivi della Cgil altoatesina per capire che gli operai bolzanini non godevano di particolari privilegi rispetto ai colleghi delle altre fabbriche. Una delle non poche contraddizioni nella vita di Feltrinelli.

Nella sua lettura della realtà sudtirolese l’editore sembra non tenere in debito conto il fatto che i contadini sudtirolesi all’epoca erano sì una classe economicamente  in difficoltà ma anche profondamente radicata in un universo cattolico e iper conservatore. La leva che li muoveva era etnico-identitaria, non di classe o di giustizia sociale. Il terrorismo sudtirolese era inoltre tutto tranne che anticapitalista e di sinistra e, a partire dal 1962, tendeva addirittura verso derive neonaziste pangermaniste. Difficile scaldare il cuore dei contadini, ma, con questi punti di riferimento, pure quello degli operai in buona parte di lingua italiana, che allora erano già parecchie decine di migliaia. Difficile fare la rivoluzione con questi presupposti.

Se il documento “Italia 1968” è rimasto inedito, la questione sardo-sudtirolese entra invece anche in uno scritto pubblicato all’inizio del 1969 e facilmente reperibile sul sito della Fondazione GGF. Si intitola “Contro l’imperialismo e la coalizione delle destre” e sviluppa molti dei temi che abbiamo visto nel testo precedente. L’editore propone di lavorare “a una piattaforma politica che stringa assieme le classi lavoratrici e la maggioranza della popolazione che vive del proprio lavoro nella lotta rivoluzionaria per il socialismo e il comunismo. Questa piattaforma dovrà esprimere e collegare, in ogni momento, le richieste più elementari con gli obiettivi finali della lotta per un concreto avanzamento della democrazia e della libertà e per un costante, progressivo miglioramento delle condizioni economiche e politiche delle classi lavoratrici”. E poi alla lettera I) si legge: 
I) Immediata indipendenza piena e totale per regioni, come la Sardegna e il Sud Tirolo (Alto Adige) (previa rettifica etnica dei confini della regione mediante stralcio da essa del Trentino), le cui popolazioni si esprimessero in un referendum a maggioranza assoluta a favore del distacco, della separazione dallo Stato italiano (anche se riteniamo che i problemi di queste popolazioni non potranno essere risolti fin tanto che esse non faranno i conti con le borghesie capitaliste locali). Il popolo italiano non potrà mai essere indipendente e libero fin tanto che negherà indipendenza e libertà a coloro che la reclamano.

A cosa si riferisce Feltrinelli quando parla della borghesia traditrice e delle sette famiglie? Proviamo a dare una prima risposta. Nel 1961, nel pieno della tensione post Notte dei fuochi, nasce dentro la SVP la corrente Aufbau (“ricostruzione” o “progresso”), in aperta critica alla linea rigida di Silvius Magnago (ne scrivemmo ampiamente qui). Il movimento si manifesta con un documento pubblicato sul Dolomiten e rappresenta l’ala moderata ed europeista del partito. Tra i promotori e firmatari spiccano Toni Ebner, Roland Riz, Karl von Braitenberg, insieme a Erich Amonn, Walter von Walther e Alois Pupp. Aufbau chiede una svolta: abbandono delle posizioni estremiste, apertura al dialogo con lo Stato italiano, sviluppo economico e convivenza interetnica. La pressione di questa corrente costringe Magnago ad ammorbidire fin da subito la propria linea, contribuendo indirettamente a creare il clima politico che porterà al percorso della Commissione dei 19 e al  secondo Statuto di autonomia. Questa parte della “lettura” feltrinelliana della realtà non è per nulla campata in aria: fu la borghesia cittadina a trainare la Stella alpina verso la strada che porterà al Pacchetto. 

Tra il 1968 e il 1969, mentre Feltrinelli medita di intervenire con il proprio proclama, in Südtirol-Alto Adige imperversa il dibattito Autonomia Sì / Autonomia No, culminato nel congresso SVP del 22 novembre 1969, in cui la linea autonomista — ormai incarnata anche dallo stesso Magnago — passa per una manciata di voti. Due piani che non si incontrano: da una parte la strategia politica concreta, lenta, negoziale della Stella alpina, dall’altro lo sguardo sempre più ideologizzato di Feltrinelli.

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domenica 24 maggio 2026

Vento di malaffare nel Bel Paese - Grig


Incentivi, bonus, sgravi fiscali, contributi in favore delle energie prodotte da fonti rinnovabili in Italia sono fra le occasioni principali per il riciclaggio (non ecologico) di denaro di provenienza opaca e per la realizzazione di truffe di ogni genere ai danni delle casse pubbliche.

Ciò costituisce un gravissimo danno per le politiche ambientali e le aziende pulite del settore.

Non è una novità, purtroppo.

Ne ha parlato ancora una volta Report, programma di approfondimento giornalistico di RAI 3.

Grazie davvero, se ne sente il bisogno.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

Report10 maggio 2026

La via della pala. (Walter Molino)

Gli affari del vento: le mani delle mafie sull’eolico.

Le infiltrazioni della criminalità organizzata nel grande business dell’energia eolica, dalla Sicilia fino a Verona. Rivelazioni inedite ed esclusive sugli affari di Matteo Messina Denaro in Veneto.

 

da OK! Mugello11 maggio 2026

Inchiesta di Report sull’eolico: «Infiltrazioni mafiose negli asset acquisiti da AGSM AIM».

Il servizio “La via della pala” ricostruisce i legami tra la criminalità organizzata e i parchi eolici della multiutility. Riflettori accesi anche sulle procedure per il progetto nel Mugello.

L’inchiesta giornalistica La via della pala (clicca qui per vedere il servizio), trasmessa da Report il 10 maggio 2026, ha delineato una rete di infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore delle energie rinnovabili in Veneto. Al centro dell’inchiesta figura la multiutility AGSM AIM, ora ridenominata Magis, che avrebbe acquisito asset energetici legati a figure di spicco di Cosa Nostra.

Secondo la ricostruzione giornalistica, il boss Matteo Messina Denaro avrebbe coordinato personalmente l’espansione degli interessi mafiosi nel Nord Italia già nel 2006. Testimonianze inedite e materiale visivo lo collocano a Verona, dove avrebbe incontrato emissari della politica locale per gestire il business del vento. L’inchiesta evidenzia come il settore eolico sia diventato un canale privilegiato per il riciclaggio di capitali illeciti attraverso complessi passaggi societari.

Il parco eolico di Monte Mesa, a Rivoli Veronese, rappresenta l’operazione più discussa. Sviluppato inizialmente da società riconducibili a Vito Nicastri, noto prestanome di Messina Denaro, l’impianto è passato sotto il controllo di AGSM nel 2013 tramite l’acquisizione di quote del Gruppo ICQ. Durante la costruzione del parco, sarebbe emersa anche la presenza di ditte colpite da interdittiva antimafia.

Le criticità evidenziate dal servizio si potrebbero estendere anche al Centro Italia, con il progetto di Monte Giogo di Villore nel Mugello. Sebbene non siano emersi legami diretti con la mafia, l’iter autorizzativo ha generato forti scontri istituzionali e ricorsi per l’impatto paesaggistico. Uno dei vari esposti presentato dal consigliere comunale di Dicomano Saverio Zeni contesta inoltre clausole della convenzione sottoscritta tra l’azienda e gli enti comunali che limiterebbero i poteri di vigilanza dei comuni coinvolti.

L’indagine suggerisce che l’infiltrazione mafiosa nel Nord non avvenga tramite violenza, ma attraverso la finanza e la politica. Il gruppo AGSM AIM, che nel 2024 ha registrato una crescita nella produzione da rinnovabili, risulta particolarmente appetibile per operazioni di “ripulitura” di asset contaminati.

La redazione di OK!Mugello resta a disposizione di AGSM AIM per accogliere e pubblicare eventuali note, comunicazioni ufficiali o smentite in merito ai fatti riportati, con particolare riferimento ai progetti in corso sul territorio appenninico.

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sabato 23 maggio 2026

Nelle aziende il vero problema è disimparare: ecco quattro comportamenti da cambiare subito - Vincenzo Imperatore


Nelle piccole e medie imprese italiane la formazione viene spesso associata all’idea di aggiungere qualcosa: nuove competenze, nuovi strumenti, nuove tecniche commerciali, nuove procedure. Tutto utile, almeno in teoria. Ma nelle Pmi il problema più serio, quando il mercato diventa instabile, non è solo imparare cose nuove. È disimparare quelle vecchie.

Disimparare non significa rinnegare la storia dell’azienda o buttare via ciò che ha funzionato per anni. Significa riconoscere che alcune abitudini, un tempo efficaci, possono diventare un ostacolo quando cambiano clienti, margini, banche, tecnologie, costi e tempi di incasso. L’esperienza resta un patrimonio, ma se diventa automatismo cieco rischia di trasformarsi in una gabbia. Il famoso “abbiamo sempre fatto così” sembra prudenza; spesso è solo pigrizia mentale.

Il primo comportamento da disimparare è l’idea che tutto debba passare dalla testa del titolare. In molte Pmi il cliente importante lo segue lui, il prezzo lo decide lui, la banca la gestisce lui, il problema urgente lo risolve lui. Per anni questo modello ha retto perché l’impresa era più piccola e la complessità più bassa. Poi l’azienda cresce, le persone aumentano, i margini si comprimono, la liquidità diventa più delicata e quel modello eroico si trasforma in collo di bottiglia. L’imprenditore continua a sentirsi indispensabile, ma spesso è proprio la sua indispensabilità a impedire all’azienda di evolvere.

Governare, infatti, non significa controllare tutto. Significa costruire un sistema in cui le decisioni vengano prese al livello giusto, con dati adeguati e responsabilità chiare. Il titolare che non decide ogni dettaglio non perde potere: lo trasforma. Passa dal comando operativo al governo dell’organizzazione. Per chi ha costruito l’azienda dal nulla può essere un trauma, ma il bilancio, purtroppo per l’ego, non si commuove.

Il secondo comportamento da disimparare è la gestione per emergenze. In troppe Pmi l’urgenza è diventata cultura aziendale: si interviene quando il problema esplode, si guarda la cassa quando la banca ha già telefonato, si controllano i margini quando il prezzo è stato già concesso. L’emergenza dà l’impressione di essere reattivi. In realtà consuma energie, crea confusione e impedisce di distinguere ciò che è importante da ciò che è soltanto rumoroso.

Disimparare l’emergenza significa introdurre pianificazione, budget di cassa, indicatori, controllo degli scostamenti, riunioni periodiche e responsabilità preventive. Non per burocratizzare l’impresa, ma per evitare che ogni settimana sembri una prova di sopravvivenza. Nessuna azienda può eliminare l’incertezza, ma può attrezzarsi per leggerla prima. La differenza è tra chi intercetta i segnali deboli e chi li scopre quando sono già diventati fatture scadute, ordini persi o margini bruciati.

Il terzo comportamento da disimparare è la delega finta. Molti imprenditori dichiarano di voler responsabilizzare i collaboratori, ma poi continuano a intervenire su ogni decisione significativa. Delegano l’attività, non la responsabilità. Chiedono risultati, ma non concedono reale potere decisionale. Così il manager diventa responsabile di ciò che non può governare: una raffinatezza organizzativa, se l’obiettivo è produrre frustrazione.

Una delega vera richiede confini, obiettivi, dati e libertà di azione. Se un direttore commerciale deve difendere la marginalità, deve poter intervenire su prezzi, priorità e clienti entro limiti definiti. Se un responsabile amministrativo deve presidiare la liquidità, deve avere dati tempestivi e ascolto quando segnala rischi. Se un responsabile di produzione deve ridurre inefficienze, deve poter modificare flussi, tempi e metodi.

Il quarto comportamento da disimparare è la fiducia cieca nel passato. Un canale commerciale che per anni ha funzionato può saturarsi. Un cliente storico può diventare meno redditizio o meno solvibile. Una banca fedele può ridurre gli affidamenti. Un collaboratore affidabile può non avere più le competenze necessarie. Nelle Pmi tutto questo è difficile da accettare, perché ogni abitudine porta con sé memoria e riconoscenza. Ma dirigere nell’incertezza significa distinguere ciò che ha ancora valore da ciò che è solo familiare.

Da consulente di direzione aziendale, spesso ricordo che la domanda decisiva non è soltanto: “Che cosa dobbiamo imparare?”. È soprattutto: “Che cosa dobbiamo smettere di fare?”. Se si introduce un budget ma si continua a decidere solo sulla sensazione, il budget diventa arredamento contabile. Se si parla di controllo di gestione ma i dati arrivano tardi e nessuno li usa, il controllo è una liturgia. Se si formano i manager ma non cambia il modo in cui vengono prese le decisioni, la formazione diventa un investimento senza ritorno.

Nelle Pmi il cambiamento non dovrebbe essere un progetto straordinario, da avviare ogni tanto con un consulente, qualche slide e due parole motivazionali. Dovrebbe diventare una pratica ordinaria: aggiustamenti continui, verifiche periodiche, errori analizzati senza caccia al colpevole, decisioni corrette quando non producono risultati. Disimparare non è un gesto isolato. È una competenza organizzativa.

Le Pmi non devono diventare grandi imprese in miniatura. Devono diventare imprese più leggibili, più governabili e meno dipendenti dall’umore, dalla memoria e dall’onnipresenza del titolare.

Molte imprese non si indeboliscono perché imparano poco. Si indeboliscono perché continuano a proteggere ciò che dovrebbero superare. In un mercato incerto, la competenza più rara non è aggiungere strumenti, corsi e procedure. È lasciare andare i vecchi riflessi che impediscono ai nuovi strumenti di produrre valore.

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