giovedì 12 febbraio 2026

I tanti Auschwitz degli animali - Fabio Borlenghi

Nelle giornate della memoria le immagini dell’orrore dell’olocausto occupano pesantemente le nostre menti e questo è necessario, anzi indispensabile, affinché non si dimentichi in quale baratro infernale l’homo sapiens si sia spinto in un passato neanche troppo lontano.

Tuttavia non tutti sanno, o meglio sono consapevoli, che la sorte subita da milioni di ebrei nei campi di concentramento non è molto dissimile da quella di tante specie animali.

Questa non vuole essere una riflessione animalista nell’accezione comune del termine ma un’accusa vera e propria verso comportamenti e situazioni di vera e propria crudeltà perpetrati ogni giorno, nel mondo, a discapito di tantissimi nostri coinquilini di questo travagliato pianeta, spesso per appagare false futili necessità oppure per mero divertimento.

Alcuni esempi?
Dal sito della LAV (Lega Anti Vivisezione) apprendiamo che circa 70 milioni di animali sono allevati nel mondo per ricavarne pellicce.

Si tratta di visoni, cani-procione, conigli, ermellini, volpi e tanti altri compagni di sventura condannati a sopravvivere temporaneamente in anguste gabbiette, loro braccio della morte, in attesa di essere uccisi per poter poi soddisfare la vanità di qualcuno oltre che arricchire qualcun altro.

Questa vergognosa attività industriale riguarda quasi tutto il mondo, Italia compresa. Sempre dal sito della LAV leggiamo testualmente: “Negli allevamenti le condizioni di privazione estreme fanno insorgere negli animali comportamenti stereotipati.

Lo stress li induce perfino a provocarsi automutilazioni. Episodi d’infanticidio, aggressione e cannibalismo sono all’ordine del giorno”.

A questo punto a ogni capo di pelliccia venduto bisognerebbe allegare un cartellino con riportate queste amenità, così come si riporta l’indicazione che il fumo uccide sui pacchetti di sigarette.

Nel 2001 la Commissione UE aveva denunciato questi allevamenti per la produzione di pellicce come gravemente lesivi del benessere animale. Recentemente l’Olanda ha deciso di anticipare la chiusura di tutti gli allevamenti di visone, anticipando così quello che per legge era stato stabilito per il 2024.

La motivazione di ciò è stata il coronavirus che pare si diffonda particolarmente in tali attività.

E così a farne le spese sono stati un milione di visoni ammazzati in massa prima del tempo.

A seguire, in Europa, chiuderanno tantissimi altri allevamenti sempre in conseguenza dei riscontri scientifici della pandemia dai quali si evince che questi lager sono fortemente a rischio per la diffusione dei coronavirus, oltre che eticamente inaccettabili.

Fuori dall’Europa la situazione rimane grave e soprattutto pessima in Cina, dove vige una deregolamentazione in materia da far accapponare la pelle.

Questo è solo un esempio di quello che potremmo chiamare “un sistema Auschwitz” per segmenti di popolazioni animali.

Ma l’elenco è ahimè assai lungo.
Conoscete le fattorie della bile?

Si tratta di strutture lager presenti in Asia, soprattutto in Cina, dove migliaia di orsi neri tibetani, conosciuti come gli orsi della luna, sono tenuti in gabbie di ridotte dimensioni, di fatto una camicia di forza, e sottoposti all’estrazione della loro bile con tecniche invasive e dolorose che equivalgono a una vera tortura fisica.

Quest’orrore serve per produrre medicamenti che nulla hanno a che vedere con la medicina ma che fanno il pari con le credenze sulle proprietà della polvere derivata dai corni dei rinoceronti o dei denti delle tigri.

Un lume di speranza per questi poveri e sfortunati animali è riposto nell’Animal Asia Foundation che dal 1998 si batte contro questa pratica crudele, avendo salvato finora circa 600 orsi attraverso una riabilitazione in apposite riserve dove sono curati e accuditi.

Anche l’impiego di animali vivi nei laboratori di ricerca farmaceutica di tutto il mondo andrebbe ridotto al minimo nel più breve tempo possibile attraverso un percorso volto a eliminarlo del tutto, sfruttando al massimo le tecnologie a disposizione.

E dei circhi che impiegano animali selvatici ne vogliamo parlare?

La condizione degli animali nei circhi è assimilabile a una vera e propria detenzione carceraria che induce negli animali stessi un forte livello di stress dovuto all’addestramento continuo spesso aggravato da maltrattamenti, all’isolamento, alla ristrettezza e inadeguatezza dei ricoveri e ai frequenti spostamenti di viaggio fra una località e la successiva.

In Italia il fronte di contrasto verso questo spinoso problema è guidato dall’instancabile LAV che stima in circa 2000 gli animali detenuti in poco più di 100 circhi italiani e rileva il fatto grave che un numero elevatissimo di questi animali appartenga a specie in via di estinzione quali elefanti, tigri, leoni, ippopotami, rinoceronti e altri.

Le associazioni circensi si difendono sostenendo che i loro animali o sono nati in cattività o possiedono regolare certificato CITES che sarebbe il documento che attesta la provenienza di un animale in accordo alla normativa internazionale (Convenzione di Washington del 1975) che sovrintende la tutela delle specie minacciate di estinzione.

Qui però il problema non è di osservanza alle norme vigenti ma ETICO: nessun animale può essere sfruttato per farci divertire!

Purtroppo la legislazione vigente in merito è insufficiente. Infatti, la Legge del Codice dello Spettacolo N. 4652 del settembre 2017 riguardo a questo tema prevede il “graduale superamento dell’utilizzo degli animali…” ma, scritta così, è semplicemente acqua fresca perché non pone scadenze temporali né tantomeno definisce le modalità per arrivare in concreto a questo superamento.

Nell’UE in molti paesi è vietato l’esercizio dei circhi con gli animali. A quando l’Italia?
L’elenco delle situazioni lager che investono gli animali è ancora lungo, purtroppo, e non si esaurisce negli esempi riportati.

L’uomo deve capire fino in fondo che non è il padrone del pianeta ma un semplice abitante o essere vivente come lo sono le piante e gli animali, e se proprio si vuole elevare lo faccia sul piano etico sfruttando le indubbie doti di conoscenza che possiede dandosi come obiettivo la conservazione della biodiversità, che include anche se stesso.

In finale se la lettura di quest’articolo ha creato disagio o, meglio, ha sortito l’effetto di un pugno allo stomaco, allora l’obiettivo è stato raggiunto: risvegliare la coscienza.

“La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali” - M. K. “Mahatma” Gandhi

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mercoledì 11 febbraio 2026

Aumento del TFA, acido trifluoroacetico, negli ecosistemi - Patricia Iori

 

La progressiva eliminazione delle sostanze responsabili dell’assottigliamento dell’ozono stratosferico è stata a lungo considerata uno dei più importanti traguardi della cooperazione ambientale internazionale. Il Protocollo di Montreal ha imposto l’abbandono dei clorofluorocarburi (CFC) e successivamente degli idroclorofluorocarburi (HCFC), ritenuti tra i principali responsabili del cosiddetto “buco dell’ozono”.

Il TFA è stata una delle sostanze introdotte come alternative ai composti vietati, i quali si stanno, purtroppo, rivelando all’origine di un’altra forma di contaminazione ambientale, meno visibile ma potenzialmente persistente.

 

Il TFA: un inquinante discreto ma persistente

L’acido trifluoroacetico è un composto organofluorurato caratterizzato da un’elevata stabilità chimica. Proprio questa stabilità, che ne favorisce la permanenza nell’ambiente, lo colloca tra le cosiddette “sostanze eterne” (forever chemicals), termine con cui si indicano molecole capaci di resistere alla degradazione naturale per tempi molto lunghi.

Secondo uno studio pubblicato su Geophysical Research Lettersle concentrazioni di TFA rilevate in diversi ecosistemi del pianeta sarebbero triplicate nell’arco degli ultimi vent’anni. I dati raccolti indicano un incremento significativo in acque superficiali, precipitazioni e suoli, con una diffusione ormai globale.

 

Il TFA non viene prodotto direttamente su larga scala per applicazioni industriali diffuse; la sua presenza crescente è in gran parte il risultato di processi di degradazione atmosferica. In particolare, alcuni gas refrigeranti utilizzati in sostituzione dei CFC e degli HCFC – come gli idrofluorocarburi (HFC) e le idrofluoroolefine (HFO) – subiscono trasformazioni chimiche in atmosfera che portano alla formazione di TFA. Questo, una volta generato, viene trasportato dalle correnti e ricade al suolo attraverso le precipitazioni.

Per comprendere il fenomeno è necessario ripercorrere l’evoluzione dei refrigeranti. I CFC, ampiamente impiegati per decenni in frigoriferi, condizionatori e aerosol, furono progressivamente eliminati a causa della loro capacità di distruggere l’ozono stratosferico. In loro sostituzione vennero introdotti prima gli HCFC, poi gli HFC, composti privi di cloro e quindi meno dannosi per l’ozono.

Successivamente, l’attenzione si è spostata anche sul potenziale di riscaldamento globale di questi gas. Molti HFC, pur non intaccando l’ozono, presentano un’elevata capacità di intrappolare il calore nell’atmosfera. Ciò ha portato allo sviluppo e all’adozione delle HFO, considerate più compatibili con gli obiettivi climatici per via del loro minore impatto in termini di effetto serra.

È in questo contesto di continua sostituzione tecnologica che si inserisce la questione del TFA. Alcuni HFC e HFO, durante la loro permanenza in atmosfera, si degradano attraverso reazioni fotochimiche producendo sottoprodotti stabili, tra cui l’acido trifluoroacetico.

Un accumulo globale silenzioso

La ricerca scientifica spiega che il TFA, una volta depositato al suolo, tende a permanere nei comparti ambientali acquatici. È altamente solubile in acqua e può accumularsi in laghi, fiumi e falde sotterranee. A differenza di altri inquinanti, non si degrada facilmente né viene eliminato attraverso i normali processi di trattamento delle acque.

L’aumento registrato negli ultimi due decenni suggerisce che la produzione indiretta di TFA attraverso la degradazione dei refrigeranti stia avendo un impatto cumulativo. Sebbene le concentrazioni attuali siano generalmente considerate basse rispetto a soglie di tossicità acuta, la natura persistente del composto genera domande sulla sua possibile accumulazione a lungo termine e sugli effetti cronici sugli ecosistemi.

Le regioni più industrializzate, caratterizzate da un uso intensivo di sistemi di climatizzazione e refrigerazione, mostrano livelli più elevati. Tuttavia, tracce di TFA sono state rilevate anche in aree remote.

Effetti ecologici

Ad oggi, le conoscenze sugli effetti ecotossicologici del TFA sono ancora oggetto di studio. Alcuni esperimenti indicano che concentrazioni elevate possono influire negativamente sulla crescita di determinate specie vegetali e organismi acquatici. Tuttavia, le concentrazioni ambientali attualmente rilevate risultano inferiori ai livelli sperimentali che hanno prodotto effetti evidenti.

Ciò non elimina le preoccupazioni. La storia recente dell’inquinamento industriale insegna che la valutazione del rischio ambientale richiede una prospettiva di lungo periodo. L’accumulo progressivo, unito alla difficoltà di rimozione, rende il TFA un osservato speciale nel dibattito sulle sostanze perfluoroalchiliche.

La famiglia dei PFAS, di cui il TFA rappresenta una delle molecole più semplici, è già al centro di un’intensa attenzione regolatoria in Europa e negli Stati Uniti. Molti PFAS sono stati associati a effetti avversi sulla salute umana, tra cui interferenze endocrine e potenziali rischi cancerogeni.

Il paradosso della transizione ambientale

Il caso del TFA mostra un paradosso che accompagna spesso le politiche ambientali: la sostituzione di una tecnologia dannosa con un’alternativa apparentemente più sicura può generare effetti collaterali inattesi. Il successo nella protezione dell’ozono non è in discussione, ma l’adozione su larga scala di nuovi composti ha innescato dinamiche chimiche che solo ora vengono comprese appieno.

Questo scenario mette in luce la complessità dei sistemi naturali e l’interconnessione tra atmosfera, idrosfera e biosfera. Una molecola rilasciata per garantire comfort termico negli ambienti urbani può, attraverso una catena di trasformazioni, contribuire all’accumulo di sostanze persistenti in ecosistemi lontani migliaia di chilometri.

Un equilibrio delicato da preservare

La sfida per i prossimi anni sarà conciliare la necessità di raffreddare ambienti e catene del freddo — elementi ormai essenziali nelle economie moderne — con l’obiettivo di minimizzare l’impatto chimico sull’ambiente. Ciò richiederà investimenti in ricerca, innovazione tecnologica e una costante revisione delle politiche industriali.

L’aumento globale del TFA non costituisce, allo stato attuale, un’emergenza ambientale paragonabile al buco dell’ozono o al cambiamento climatico. Tuttavia, rappresenta un segnale da non sottovalutare. La sua crescita triplicata in due decenni dimostra che anche le soluzioni nate con finalità virtuose possono generare effetti secondari.

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martedì 10 febbraio 2026

La nostra casa era già assediata - Sharif Hamad

A Gaza, ci conosciamo tutti e tutte. Ma soprattutto, conosciamo i bombardamenti. “Se li senti, vuol dire che sei salvo”, usiamo dire. A Gaza, che si è sacrificata per tutto il mondo, è entrato in vigore un cessate il fuoco ma non esiste ancora un luogo sicuro.

Anche dopo due anni di sterminio, le persone non sono arrabbiate né disperate. Hanno imparato a gioire delle piccole cose, nonostante vivano una quotidianità indescrivibile. Qualche giorno fa sono riuscito a parlare con mia madre: mi ha raccontato di aver comprato una piccola pianta di molokhia per preparare un pranzo. “L’ho piantata vicino alla nostra tenda, a Deir el Balah – mi ha detto – Ci ho cucinato sette pasti”. Ha piantato anche del basilico e della menta. L’ha fatto questa volta, e ogni volta che con il resto della mia famiglia è stata costretta a spostarsi, cambiare campo profughi, cambiare tenda. E ogni volta che se n’è andata ha salutato le sue piante. È il suo modo per tenere viva la sua relazione con la terra. È il suo modo per dire: io resto qui.

Beit Hanoun, la mia città, oggi non esiste più. Non c’è una casa a cui tornare. Eppure passeggio per le sue strade ogni notte, appena mi addormento. Parlo con le persone, con quelle ferite e con chi non c’è più. Ma non mi basta, vorrei sentire la loro stessa fatica. Vorrei poter dire a mia madre che torneremo a casa. “Dai, mamma. Portiamolo insieme questo materasso”, le direi. Le persone di Gaza che sono state uccise non saranno mai dimenticate, e prima poi torneremo a farci compagnia in Paradiso.

In questi giorni mi capita spesso di pensare alla Nakba. All’epoca, a Gaza le evacuazioni forzate durarono tre giorni, e ne abbiamo parlato per i successivi 70 anni. Adesso che abbiamo due anni di sfollamenti alle spalle, abbiamo almeno duemila anni di racconti da tramandare.

A Gaza, dopo due anni di genocidio che si è compiuto davanti agli occhi di un mondo complice, le persone sentono di aver fatto tutto il possibile per restare umane. Sono riuscite a mandarci sorrisi mentre cercavano di sopravvivere a un piano di sterminio, tra bombardamenti, fame e sete. Tra la devastazione di scuole, infrastrutture, ospedali e mancanza di medicine. Tra le macerie del proprio paese, ancora pieno di vita, dignità e orgoglio.

A Gaza, le persone hanno scelto come sempre di attaccarsi alla vita e alla terra. E con le mobilitazioni di solidarietà in tutto il mondo hanno smesso di sentirsi sole. Hanno capito che i popoli comprendono dove risiede il male, hanno sentito di avere compagni e compagne e alleati ovunque, che sono stati capaci di gridare nelle piazze e parlare di loro. Persone che hanno preso il mare – come le attiviste e gli attivisti della Global Sumud Flottiglia – a cui hanno detto “anche non siete arrivati e arrivate a Gaza, siete arrivati ai nostri cuori”. Hanno visto le famiglie donare, tentare di aiutare anche con piccoli gesti.

A chi manifesta da due anni al nostro fianco; a chi da due anni si sveglia di notte o dorme con il cuore pesante per le immagini che ha ricevuto; a chi ha riempito le strade e le piazze; a chi ha donato per aiutarci a sopravvivere: non vi ringraziamo più. Ce lo avete insegnato voi, urlando nelle piazze “siamo tutti e tutte palestinesi”: siamo compagni di strada e di lotta, Gaza vi ha aperto gli occhi e vi ha “insegnato la vita”. Per questo non vi ringraziamo più. Però vogliamo dirvi che vi abbiamo sentitoAnche quando avevamo troppo dolore nel cuore. Anche quando eravamo in fila per un pezzo di pane o un po’ d’acqua. Anche nel frastuono delle bombe. Noi Gazawi ascoltiamo con il cuore più che con le orecchie, vediamo con la coscienza, più che con gli occhi.

Con molta tenerezza e altrettanta fermezza, vi diciamo: ci avete teso una mano che ci ha permesso di andare avanti, un giorno dopo l’altro, permettendoci di credere che un secolo di propaganda potesse essere smantellata, lasciando spazio alla nostra voce. Oggi, vi chiediamo due mani. Perché il genocidio a Gaza continua. Possono fermarsi le bombe, ma non le conseguenze di due anni di sterminio e distruzione. Oggi la Striscia è ridotta in macerie. Oltre 70mila persone sono state uccise, di cui almeno 20mila bambini e bambine, e chissà quante migliaia sono ancora sotto le macerie. Il 10% della popolazione non esiste più. Circa 4mila famiglie sono state cancellate per sempre dall’anagrafe. Le persone ferite sono oltre 180mila, senza accesso a cure sanitarie, acqua potabile, cibo. E il 53% della Striscia di Gaza resta occupata dalle forze militari israeliane: questo significa che oltre due milioni di persone sono costrette a vivere in 180 chilometri quadrati, 13mila per chilometro quadrato. Come sopravvivono? Come prima. La nostra casa era già assediata: era solo un po’ più larga.

Ma Israele controlla soprattutto i terreni agricoli necessari alla sopravvivenza della popolazione. In questi due anni le persone hanno esaurito anche i propri risparmi: se per tanto tempo sono state capaci di arrangiarsi con le scorte messe da parte, oggi la gente non ha letteralmente più niente.

Paradossalmente, è quando si fermano le bombe che inizia la fase più difficile. Sembra impossibile anche solo pensarlo, alla luce delle immagini che abbiamo osservato. Ma finché si è concentrati sulla sopravvivenza non c’è tempo di farsi domande. Adesso invece, ci mancano le risposte. Come faremo a ricostruire Gaza? È quello che ci chiediamo ogni singolo giorno. E l’unica risposta possibile, forse, è “come sempre”. Ci sono già squadre di volontari ovunque che puliscono le strade, rimuovono le macerie, cercano di rimettere in funzione gli ospedali e di liberare le scuole dalle famiglie che lì hanno trovato rifugio. Perché sanno benissimo che il primo passo è permettere a bambini e bambine di non rinunciare alla propria istruzione. È questo che fa tornare la vita.

Vedendo tutta questa distruzione davanti a noi ci sembra di vivere in un deserto, senza un inizio né una fine. E sembra impossibile ricominciare. Ma poi, un giorno dopo l’altro, lo facciamo sempre. Bisogna solo iniziare.

Non è ancora finita. Non è finita la guerra. Ma neanche la nostra speranza.

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lunedì 9 febbraio 2026

Il Fiume Tagliamento non combina disastri, lasciamolo in pace - Grig


Il Fiume Tagliamento scorre dalle Alpi friulane al Mar Adriatico per circa 170 chilometri naturalmente.

Naturalmente, perché non è canalizzato, non è costretto entro argini troppo spesso in contrasto con la natura del corso d’acqua.

Ha un bacino di poco meno di 3 mila chilometri quadrati, ha carattere torrentizio e un letto fluviale largo fino a circa 2 chilometri.

E’ un fiume con struttura canali intrecciati, cioè consistente in una rete di canali d’acqua intrecciati fra loro all’interno di un alveo ghiaioso molto profondo ed ampio.

E’ uno dei pochi fiumi in Europa ad aver mantenuto le sue caratteristiche naturali, l’unico dell’Arco Alpino.

I centri urbani storici sono stati realizzati distanti dall’alveo del Fiume, che, in periodi di piena, può allargarsi sulle sponde con danni nettamente minori nelle aree golenali.


La pianura friulana è sedimentaria alluvionale, cioè realizzata dai sedimenti del Fiume attraverso la sua divagazione da una parte all’altra del bacino alluvionale (pianura) in cui scorre, da millenni.

Il letto del Fiume si sposta, perché l’area che viene abbandonata dal corso d’acqua subduce, quindi si abbassa, mentre quella dove scorre, in virtù dei materiali che deposita, si alza. Naturalmente in tempi geologici.

Attualmente il Po e tutti gli altri fiumi della pianura padana sono costretti all’interno degli argini da 100/200 anni e le aree golenali (quelle di esondazione in caso di piena) sono occupate da case, strade e capannoni. Così, sistematicamente, gli argini devono essere alzati, in quanto il Fiume sedimenta materiali e, non potendo divagare, vede il suo letto crescere in altezza, mentre i terreni intorno sono sempre più in basso.

Fiumi della Pianura Padana (e buona parte dei fiumi europei) oggi hanno un letto ben al di sopra del piano di campagna, con un rischio potenziale di grande devastazione per i terreni circostanti.

Un pericolo in crescita, anno dopo anno.  Come l’altezza degli argini.

Il rischio nel caso del Fiume Tagliamento è molto minore, non da ennesima, calamità innaturale.

E non è un caso. 

Eppure, c’è chi vorrebbe sistemarlo per bene

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domenica 8 febbraio 2026

Siamo pronti alla morte… - Andrea Segre

“Siamo pronti alla morte l’Italia chiamò”, canta Laura Pausini, interpretando l’inno nazionale di Goffredo Mameli, nella serata inaugurale dei Giochi Olimpici Milano-Cortina e nel suo volto c’è tutta la disperazione, la violenza, la bestialità, l’immenso dramma che questa frase orrenda dell’inno nazionale porta con sé.

Per secoli milioni di esseri umani sono stati trucidati in nome delle diverse patrie a favore di re, papi, generali, duci , zar, cavalieri e manager. E così sembriamo destinati ad essere ancora, a ucciderci per difendere e offendere le nostre differenze e per difendere e proteggere i nostri padroni. Finché non ci libereremo di questo immenso inganno, non vivremo mai nella giustizia.

Le Olimpiadi Milano-Cortina rimarranno nella storia come edizione piena di sangue e ipocrisia.

Non so se Laura Pausini lo abbia fatto volontariamente o meno, ma la ringrazio, perché con la sua espressione ha portato nel cuore della grande e impietosa farsa cerimoniale delle Olimpiadi l’unica necessaria verità, l’intreccio orribile tra orgoglio nazionalista e disperazione, tra patriottismo e violenza, tra esaltazione identitaria e guerra. La maschera di sconvolto, disperato ed esaltato dolore di Laura Pausini è icona marmorea del dramma infinito dell’umanità, che nulla potrà sperare finché rimarrà asservita e trucidata dagli interessi militari delle oligarchie nazionaliste.

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sabato 7 febbraio 2026

Sanità sarda: considerazioni a confronto a sinistra

La sanità pubblica in Sardegna, come da altre parti (forse ancora peggio che in altre parti), attraversa un brutto momento che si ripercuote inevitabilmente nella gestione delle istituzioni regionali e nel dibattito politico.

Riportiamo una analisi di Claudia Zuncheddu, medica e attivista, in risposta ad un “editoriale” del giornalista Mario Guerrini, che riportiamo sotto.

 

Lettera aperta di Claudia Zuncheddu a Mario Guerrini

Caro dott Guerrini,

la salute non aspetta i commissariamenti e le nuove nomine dei Direttori Generali. I giochi di potere non possono essere la priorità. La presidente deve esercitare i suoi poteri politici e dare  segni di discontinuità con il passato. Ma così non è!

La Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica, mi sollecita, in quanto portavoce, qualche chiarimento sul perché non sia possibile assolvere nessuno/a dalle responsabilità politiche del tracollo della Sanità pubblica in Sardegna.

Solinas è Solinas, il Pd è il Pd, ma l’operato della presidente Todde andrebbe interpretato in un contesto politico più ampio e poco analizzato. La memoria storica è d’aiuto. Per dovere di cronaca.

la grande crisi della Sanità sarda è esordita con il “Riordino della rete ospedaliera sarda”, con Pigliaru presidente. In nome del Riordino, dei Pareggi di bilancio, della Razionalizzazione, Riorganizzazione e Accorpamenti, furono smantellati gli ospedali dei nostri territori, per poi smantellare i grandi ospedali di Cagliari, al servizio di tutta la Sardegna.

E’ sotto la giunta del centro sinistra, che si firmò l’accordo con Al Thani, l’emiro del Qatar, per finanziare con le casse sarde il Mater Olbia. L’ospedale simbolo per eccellenza della privatizzazione del Sistema sanitario pubblico in Sardegna. L’accordo fu talmente conteso tra centro sinistra e centro destra, tanto da accapigliarsi tra loro.

La Sanità pubblica perdeva un numero esorbitante di posti letto, con l’impegno della RAS, sotto forti pressioni di Renzi su Pigliaru, di finanziare con 60 milioni di Euro all’anno, per dieci anni il Mater Olbia. L’ex ospedale San Raffaele, fu rilevato dall’emiro del Qatar Al Thani, per un miliardo e 200milioni. Ma per l’emiro, alla Sanità si legava un altro interesse: la riforma urbanistica (ndr). Su Sanità e Riforma Urbanistica si scavò la fossa il governo Pigliaru, per far strada ad altri pessimi governi con devastanti politiche sanitarie e non solo.

Mentre in Sardegna imperversavano le lotte per la difesa della Sanità Pubblica, sul Mater Olbia fecero pace le grandi religioni con il Bambin Gesù e l’emirato arabo, nonché la destra e la sinistra sarda. Per la più eclatante operazione neocoloniale arabo/italiana in Sardegna, ad una nostra scolaresca si fece intonare l’inno d’Italia, all’insegna del danno e della beffa per noi sardi.

Ma al fascino perverso della privatizzazione della sanità pubblica, non si sottrae nessuno e ancor meno il M5S.

Beppe Grillo, al culmine del successo del M5S, dichiarò che il Mater Olbia avrebbe salvato noi sardi.

La ministra della Salute Giulia Grillo, del governo Conte I (ex capogruppo M5S Camera dei deputati), rispose ad un documento della Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica, di cui già ero portavoce, che “non disdegnava la sanità privata….”.

Ma non solo. Nel pieno delle lotte contro i finanziamenti pubblici dalle casse sarde al Mater Olbia, con la legge di bilancio, il governo Conte stabiliva addirittura l’incremento da parte della RAS dal 6% al 20% del finanziamento al Mater Olbia, per l’acquisto di prestazioni sanitarie private. Un’azione di pirateria politica con cui si confermava che i tagli previsti con il decreto del 2012 sulla “spending review”, erano solo per la sanità pubblica.

Come nei gialli più intricati, dietro quest’operazione, c’era il capo di Gabinetto della ministra Grillo, proprio lui, Guido Carpani, già capo di Gabinetto del ministro Renato Balduzzi del governo Monti, autore della “spending review”. Eppure il M5S scelse Carpani, grande sostenitore della sanità privata e figura di spicco della sanità e università del Vaticano.

Ma a sciogliere il mistero degli ulteriori finanziamenti che secondo il governo Conte, la Regione Sardegna doveva garantire all’ospedale privato del Qatar, è che Guido Carpani risultava membro del consiglio di amministrazione del Mater Olbia, sino a qualche giorno prima del suo insediamento nel Gabinetto della ministra Grillo.

Carpani subentrò al costituzionalista Alfonso Celotto, che rassegnò le dimissioni da capo di Gabinetto della Grillo per lo scarso sostegno finanziario del governo Conte alla sanità pubblica e non solo. C’erano contrasti giuridici con la normativa dell’ordinamento italiano, ma anche l’incoerenza del M5S che disattendeva il programma elettorale, addirittura svendendo la sanità pubblica a quella privata di un altro Stato: il Vaticano.

Oggi, con la presidente-assessora Todde, non c’è alcun segno di discontinuità con il passato e a vincere sarà sempre la conservazione, mentre tutto precipita. Il giudizio politico sul suo operato in campo sanitario, per non parlare di quello sul fronte energetico e non solo, impone un cambio di paradigma che escluda l’ingenuità, il vittimismo e la difesa del bene pubblico. Nulla di tutto questo pare appartenerle.


L’intervento di Claudia Zuncheddu faceva seguito a questo, sempre sulla sanità sarda, del giornalista, ex RAI, Mario Guerrini:

I nemici di Alessandra Todde, Presidente della Regione Sardegna. Sono tanti. E terribilmente potenti. Intanto ci sono le lobby dell’imprenditoria, fortemente collegate anche alla massoneria.  Parlo di lobby perché in Sardegna c’è un ristretto circuito economico che si aggiudica sempre, da anni (troppi), i grandi affari. Ed è un circuito in cui sono comprese anche forze politiche (colluse). Poi ci sono i parassiti del sistema. Quelli che vivono di appalti pubblici, succhiando enorme risorse a Mamma Regione. Anche qui sfruttando le complicità trasversali della politica. E poi pullulano gli interessi nel grande business della Sanità. Dove taluni DG sono particolarmente corteggiati da frange politiche (destra e sinistra) per gli appalti o i finanziamenti o i favori. Qui ci sono anche le espressioni politiche trasversali che lavorano per la Sanità privata. Con danni evidenti al Servizio Pubblico. Ci sono quindi i gruppi editoriali. Il cui obbiettivo è addossare alla Presidente le mille responsabilità di tutto ciò che non funziona. Come se i mali atavici dell’isola li avesse creati lei. Infine ci sono gli alleati infidi. Quelli che soffrono per la sua visibilità. Aver chiuso i rubinetti, non tutti (purtroppo), ha suscitato contro la leader 5 Stelle una forte reazione di negatività. Bisogna tenerne conto. Per meglio comprendere la sua azione politica. Non scevra, peraltro, da errori. Come non manco di sottolineare. La realtà è che il potere, i poteri, che hanno goduto abitualmente di magnanime elargizioni, quando trovano le porte chiuse, si alterano furiosamente. Troppe ambiguità, in certe parti politiche “amiche” importanti, rivelano l’insoddisfazione per avidità e esigenze non soddisfatte. Mamma Regione è da sempre considerata una mucca benigna in grado di allattare mille estroverse aspirazioni. In poltrone e denari (nostri).

 

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