martedì 29 settembre 2026

La storia si scrive dalle crepe - Mauro Armanino

 

Nelle ferite, nelle frontiere, nei volti dei migranti e dei poveri si nascondono le tracce di un mondo diverso. Una riflessione sull’apocalisse come rivelazione, insurrezione e possibilità di riscrivere la storia dal basso.

Apocalissi leggere nel quotidiano

Introduzione

Gli alberi fioriscono perché non possono parlare  (Franco Arminio)

Un altro nome di apocalisse potrebbe essere quello di  insurrezione che poi è sinonimo di ‘rivelazione’. Tra le due parole c’è una profonda connessione e per così dire ‘ complicità’. Ogni autentica sovversione non è, in fondo, che  la rivelazione di un mondo altro che, fatto prigioniero da quello esistente, è‘naturalizzato’ da un’apparente ineluttabilità. Le apocalissi sono dunque incursioni che svelano l’ambizione di offrire chiavi di lettura per interpretare la propria storia. Essa è parte integrante di quella più ampia che involucra e incide su quella realtà che crediamo unica.  Le apocalissi hanno  il sapore dell’ultimità e, per certi versi, di fragile passerella per i tempi di crisi che sono i cambiamenti d’epoca.

Tracce apocalittiche

Le ferite come ‘feritoie’ del futuro

Anche perdere ci appartiene (Rainer Maria Rilke)

Sono le sconfitte che ci salvano e sono le debolezze che ci aprono all’inedito di un futuro fuori da ogni schema o programmazione. Le ferite della guerra, del dolore, della malattia, dei tradimenti propri e altrui,  individuali e collettive, proprio perché come ‘solchi’, consentono di seminare opportunità rinnovate, autentiche ri-creazioni che dalla debolezza fanno germogliare la novità. Non si spiegherebbe, infatti, come malgrado tutte le drammatiche vicende della storia umana si apra il cammino, tortuoso ma reale, verso un altrove che di fatto tradisce la nefasta eredità di ciò lo ha preceduto.

Non è  una legge codificata e scritta nella natura o nel destino umano. Nondimeno meraviglia come da sconfitte talvolta indelebili possano scaturire speranze e indicazioni per sentieri non battuti. Potremmo parlare di un destino forse teologico nel senso ampio del termine. L’apparizione di un miracolo che proprio dalla debolezza e dalle ferite, insinua un’insurrezione già avvenuta. Da questo punto di vista ogni umana ferita è anche una ferita ‘divina’. Proprio per questo l’apocalisse come rivelazione  e opacità, trova il suo senso e la sua precaria consistenza. Nessuna sofferenza o sconfitta umana andrà perduta perchè le ferite sono come ‘crepe’ scavate nei muri  di cinta. Esse, nelle fortezze della vita umana, consentono di far passare, clandestinamente, la luce

Non c’è più filosofia o teologia possibile dopo Auschwitz o Hiroshima/Nagasaki…ma solo la divina debolezza che, con umiltà, tocca e identifica la sconfitta umana con la propria. Il sepolcro, i cimiteri non sono l’ultima ma la penultima parola scritta della storia. Essa va avanti, in modo discontinuo e ‘irregolare’ in modo che dalle ferite possano nascere e crescere fragili ed eterne novità.

 Sostare sulle frontiere

...’Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, nè di lì possono giungere fino a noi’… ( Lc 16, 26)

Abitare le frontiere è un’esperienza unica e accorgersi di  essere abitati da frontiere è un’apocalisse, una rivelazione. Le frontiere sono variegate e sono fatte di parole, di carta, di sabbia, di pietra, d’acqua, armate, metalliche o elettroniche. Si trasformano in muri oppure magicamente in sorgenti di futuro e, nel migliore dei casi, in ponti. In ogni caso sono inaggirabili perché nasciamo, cresciamo e moriamo con esse e in esse. Le frontiere ci fanno e noi facciamo le frontiere. Luogo di passaggio e anche di soggiorno ma soprattutto luogo sul quale sostare ma non a lungo. Le frontiere sono mobili. Inventare, costruite, reali, pericolose, opportunità di salvezza e al contempo griglia di lettura, includente o escludente, dell’alterità.

Le frontiere possono essere talvolta mortali e di fatto lo sono, in particolare per i poveri o e per coloro che si avventurano oltre le ‘Colonne d’Ercole’ che l’Occidente ha perpetuato da allora. Nel mare, nel deserto, nei campi di detenzione, nei luoghi ibridi dove nè legge nè diritto assicurano la dignità inerente ad ogni persona in qualunque stato o situazione essa sia. Cimiteri senza nome e al contempo strada maestra per un futuro differente, le frontiere rappresentano e rivelano meccanismi di potere, rapporti di forza e sono a volte occasione di dialogo.  Ma la grande frontiera è l’abisso!

Visibilissima e al contempo invisibile perchè ‘naturalizzata’, la frontiera che divide il mondo in tanti mondi si è approfondita, scavata, fino, appunto, a prendere la forma di un abisso. Si trovano dei ‘sud’ nel NORD e dei ‘nord’ nel SUD, questo è certo e risaputo. Nondimeno la linea di faglia tra Nord e Sud è ben reale. Opera e utilizza le frontiere come mezzo e strumento di controllo sociale, economico e politico. Si passa da una all’altra ma a caro prezzo. Da questa prospettiva la frontiera rivela, alla maniera di un’apocalisse, come funziona il mondo, l’economia, la politica, le relazioni umane e la messa in pratica di ciò che si chiama ‘mobilità’. Diritto riconosciuto come tra i fondamentali nella Dichiarazione Universale primigenia e purtroppo non applicato da buona parte dei Paesi che compongono le Nazioni Unite.

I migranti, nella loro ragionevole follia sono coloro che meglio hanno saputo interpretare le frontiere e la loro messa in relazione con la storia della mobilità e povertà. Essi, infatti sono una frontiera vivente che cammina, naviga, vola, sogna e spera. Portano in loro stessi la loro frontiera, fatta di carne, di sangue, di fatica, di sudore e di paura convertita in speranza o disperazione a seconda del viaggio e soprattutto della destinazione dello stesso. Portatori di qualcosa di unico e irripetibile. L’avvento di un mondo differente nel quale le frontiere servano a credere che il grande abisso si converta, un giorno, in tanti  ponti o porti nei quali approdare accolti da una moltitudine in festa.

Nei volti sta scritto

Il futuro, forse, può essere ascoltato, non previsto ( Russel Jacob)

Sono i volti, prima incurvati e sottomessi dalle tante schiavitù, conseguenze delle idolatrie, che si risollevano, perchè la liberazione non è lontana. Il volto, ogni volto, è un’epifania, una rivelazione e dunque un’apocalisse leggera dell’infinito nel tempo e nello sguardo. Tra le maschere e i volti ci sta tutta la differenza che esiste tra la nudità che si offre all’altro e la fuga di chi si nasconde  dallo sguardo alieno. I volti sono una delle espressioni più marcanti della nostra vulnerabilità perchè, in qualche modo, ci si dà ‘in pasto’ agli occhi e alla percezione dell’altro. Si rischia la profanazione o la lettura ambigua di ciò che non si è e che, comunque, appare, disponibile persino al naufragio. Il volto rivela e nasconde perchè l’opacità appartiene di diritto ad ognuno. Non tutto dev’essere visibile, misurabile e controllabile. Occorre la saggezza e l’umiltà di rieducarsi ad accogliere il limite.

Volti nuovi dei bambini, volti adulti e volti scolpiti dal tempo e dunque ricchi di cicatrici, rughe e pezzi di vita attaccati ad impercettibili segni che solo l’attenzione e il rispetto permettono di interpretare. Il sorriso, la preoccupazione, il pianto e il dolore che, con la gioia, trovano nel volto uno spazio unico e definitivo per ri-velarsi o meglio s-velarsi. Sui volti sta scritta la vita, quella passata, presente e soprattutto quella futura. Nella società dello ‘spettacolo’, dove i volti, specie femminili, sono offerti e svenduti ad ogni tipo e qualità di sguardo.Forse la cosa migliore sarebbe quella di ‘velare’ il volto o almeno una parte di questo, in modo da riscoprirne la funzione che è qualla di introdurci al mistero. Così come il venerdì santo con le croci.

 Il volto, infatti, non è che l’atrio del mistero, lo spazio tra il mondo esterno e l’interiorità del sacro. Ecco perchè, specie nel femminile, quando il volto è ‘commercializzato’ e manipolato si opera una profanazione.

Nei poveri si rivela la storia

Dove non entra il povero Dio non entra/ Possono dire quello che vogliono/Possono fare statue d’oro/ ma Dio non entra mai dalla porta dove non entra il povero    (Arturo Paoli)

Una delle più rivoltanti (o consolanti) apocalissi, ci ricorda il brano,  accade quando il mistero si nasconde ad alcuni e si svela ad altri. Per Arturo Paoli sono i poveri di ieri e quelli di tutti i tempi, soprattutto coloro che non sanno di esserlo. Probabilmente non si porta fino alle ultime conseguenze l’affermazione sottesa  alla citazione. Vi troviamo in effetti una delle chiavi di lettura della storia più contundenti che mai siano state offerte. I privilegiati non sono quelli che ci si aspetta di trovare sul palcoscenico della storia : i potenti e coloro i cui nomi sono scritti sui monumenti, sulle piazze e nei libri di testo.

I sapienti e i saggi, alla maniera del sistema di dominazione attuale, saranno spazzati via da ogni possibile apocalisse e dunque da ogni memoria. Coloro che, invece, sono stati considerati come ‘invisibili’, inutile zavorra nel cammino delle idee e della mondializzazione illuminata, costituiscono l’autentica realtà. Ad essi e a quanti loro assomigliano appartiene la risurrezione e dunque la chiave della saggezza delle umane avventure. I piccoli, i poveri sono una fragile e leggera apocalisse permanente perchè, in un modo misterioso, in essi si cela, nascosto ed evidente, il segreto del senso e del cammino della storia.  Fossimo conseguenti dovremmo imparare a riformulare la nostra storia, personale e collettiva dal rovescio del mondo o dai ‘sotterranei’ della storia.

Ci hanno provato in tanti, eretici, santi e rivoluzionari che poi hanno fondamentalmente la stessa prospettiva esistenziale. Messi al rogo oppure accettati e normalizzati dall’istituzione, creata per perennizare l’eventuale carisma espungendone la carica di esplosività. Ci hanno provato, da millenni, le donne di ogni età e stato sociale. Ci ha provato una persona che poi si è cercato di incorniciare  trasformandola in una sorta di subalterna divinità. Maria, la madre di Cristo che, secondo l’evangelista Luca, sostiene che ‘ il Signore ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti  dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote’. (Lc 1, 51- 53)

Nell’ora della morte

L’amore non muore mai di morte naturale. Muore perché noi non sappiamo come rifornire la sua sorgente. Muore di cecità e di errori e tradimenti. Muore di malattia e di ferite, muore di stanchezza, per logorio o per opacità. (Anais Nin)

A ben vedere la storia del mondo non è solo quella delle lotte di classe, come il noto ‘Manifesto’ di Marx e Engels evidenziavano. La storia del mondo è anche e forse soprattutto quella dei ‘cimiteri’, dove si custodiscono per un certo tempo le ossa inaridite di tutte le morti che accompagnano l’umano transito. Nella vita di una persona, marcata dal mistero della morte, ci sono tante morti. Stagionali, quotidiane, imprevedibili oppure già note, le morti stanno come cani fedeli al capezzale della vita. Di fatto la morte è l’Apocalisse quasi definitiva perchè lì, nell’agonia, si svela quanto di più profondo giace sedimentato nell’animo umano. Progetti, viaggi, lotte e sconfitte trovano in quel momento, in quell’ora, la definitiva rivelazione. Ricordati, uomo (Adam) che sei polvere e in polvere tornerai, si dice per le ceneri di mercoledì.

Il vescovo argentino Henrique Angelelli, assassinato per il suo impegno coi poveri, scriveva che l’uomo non è che fango che cerca la vita, una mescolanza di terra e di cielo. Proprio queste due dimensioni della vita appaiono in piena luce ‘nell’ora della morte’, il mistero dei misteri che, rimasto nell’ombra per tutta la vita, insorge nel momento più tragico. Accade in quello spazio liminale che da sempre sfugge al ‘controllo’ umano ed è marcato dalla fragilità e dalla verità. Le due camminano assieme perchè è nella fragilità che più forte si manifesta la verità della creaturalità dell’essere umano. Nessuno si è dato la vita o ha scelto di venire a questo mondo. C’è stata una chiamata, un appello o una condanna per certuni, al mistero della vita. La verità di una sottrazione oppure di una porta che si apre alla pienezza inedita o solo sospettata che per i credenti prende il nome impronunciabile di Dio.

Nostra sorella morte, cantava san Francesco ferito dalle stigmate e forse dall’abbandono che sempre diventa una costante nella relazione col divino. La morte come porta o come riva apre, per chi assume la vita come dono, ad una definitività che non la rende meno dura  ma insinua la parvenza di un senso. In quessto modo supera ogni umana disperazione. La morte si infiltra, clandestina o accettata, nel correre o camminare della vita e i tentativi di ‘addomesticarla’  si traducono nelle simbologie o strategie che ogni cultura inventa. Il peggior servizio che si possa rendere alle nuove generazione sarebbe proprio quello di mutilarne l’esistenza, l’effettività e la portata. Educarsi ad assumerla come parte, drammatica, della vita, dovrebbe essere uno dei compiti delle culture e delle religioni che meritano questo nome.

Utopia come profezia

…’E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più’… (Ap 21, 1)

L’utopia si coniuga con l’apocalittica e insieme offrono al mondo e alla storia l’unica lettura che possa offrire un’alternativa radicale alla banalità del quotidiano. Le apocalissi come utopie insinuano frammenti di una visione radicalmente alternativa a miti e immaginari ortodossi dell’umano intendere. Chiamiamo profezia l’umanizzazione divina delle relazioni umane e una nuova direzione della storia.

Essa appare scritta, finora, dai forti e dai potenti di turno, dai padroni e da coloro che adesso hanno le chiavi del potere sulla vita e il destino degli altri. Il loro nome corre veloce e appaiono ai più come invincibili, immortali, eterni. Cadranno come statue dai piedi di argilla. L’utopia come profezia afferma che la storia si fa dal basso, dalla mitezza e dall’umiltà consapevole dell’unica insurrezione per la quale vale la pena di dare la vita. Questa visone dell’esistenza è espressa nel vangelo di Matteo al capitolo 5, con la  parola ‘beati’ e cioè felici, realizzati in pienezza. Solo appartiene a coloro che di fatto sono considerati i perdenti della storia. Tracce di questo nuovo mondo si hanno quando, per un attimo, si squarcia la polvere e la cecità che copriva il reale e appare in piena luce la saggia follia dei martiri. Si tratta dei testimoni che incarnano, con il sacrificio di loro corpo, ciò per cui la vita è degna di essere vissuta. Offrono un fragile segno che fa apparire, per un istante, come il mondo potrebbe essere per ricrearlo, nuovo, ogni giorno.

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lunedì 28 settembre 2026

Sally Rooney è riuscita a far cancellare la costruzione di un data center in Irlanda

 

 

Una buona notizia, per una volta: è stato revocato il permesso di costruzione a un data center nell’ovest dell’Irlanda perché viola la politica climatica nazionale irlandese. L’impianto, che aveva ottenuto il permesso di costruzione l’anno scorso nonostante l’opposizione dei residenti locali, doveva essere realizzato a Killala, nella contea di Mayo, da Mayo Data Hub Ltd, parte della società statunitense Avaio Digital. A rendere questa storia ancora più gratificante è il coinvolgimento di Sally Rooney: la scrittrice originaria proprio della contea di Mayo aveva presentato un’obiezione al progetto del data center già a gennaio, scrivendo al Mayo County Council che il permesso per l’impianto avrebbe aumentato le emissioni di carbonio e creato il rischio di blackout, e che «il cambiamento climatico rappresenta una minaccia immediata e senza precedenti per il nostro modo di vivere qui nel Mayo e per il futuro della vita umana in tutto il mondo».

Nel novembre 2024, Rooney aveva pubblicato sull’Irish Times un appello diventato virale in cui presentava la questione senza mezzi termini e già nella prima riga dell’articolo: «Se i combustibili fossili continuano a bruciare ai ritmi attuali, siamo destinati a un collasso apocalittico della civiltà». Come ha sottolineato Literary Hub riportando la notizia, i data center rappresentano oggi in Irlanda quasi un quarto dell’elettricità consumata nel paese, contro appena il 5% del 2015, e l’attuale governo irlandese sta spingendo in modo molto aggressivo un’immagine dell’Irlanda come “la Silicon Valley d’Europa”.

Ancora una volta Sally Rooney ci ha ricordato che la capacità di scrivere romanzi amatissimi e di successo come Intermezzo, Dove sei, mondo bello?, Persone normali e Parlarne tra amici non è la sua unica qualità. La scrittrice ha sempre dedicato moltissime energie alla politica e questo suo schierarsi apertamente contro i data center è solo la più recente manifestazione di un attivismo che porta avanti da molti anni. Già da prima del 2023, infatti, Rooney si era affermata come una delle voci più autorevoli del mondo letterario a favore dei diritti dei palestinesi. Dopo l’inizio del genocidio ha condiviso il suo sostegno a Palestine Action in tanti modi (tra cui la donazione dei proventi degli adattamenti Bbc dei suoi romanzi) arrivando a rischiare anche l’arresto, visto che nel Regno Unito il gruppo è stato dichiarato organizzazione terroristica.

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domenica 27 settembre 2026

Letteratura sarda e letteratura in lingua sarda

 

Letteratura sarda e letteratura in lingua sarda - Francesco Casula

So che questa mia posizione non è condivisa da molti. Anche da molti miei amici, con cui interloquisco e lavoro da decenni. Ma voglio chiarirla fino in fondo, per una discussione franca.

A mio parere fanno parte, organicamente, della letteratura sarda autori che scrivono in sardo e in italiano ma anche autori che hanno scritto, in latino, in catalano e in castigliano:e non importa con quale certificato di nascita e con quali «contenuti» e temi. Dei più validi ho scritto nei miei tre volumi della “Letteratura e civiltà della Sardegna” (Grafica del Parteolla Editore-2011-2013-2016).

L’importante è che questi autori trovino una condizione specifica nello «stare» per ottica e palpitazioni, per weltanschaung, per il modo con cui intendono e contemplano la vita e per tante altre cose, razionali e irrazionali, che derivano dai misteri e dalle iniziazioni dell’arte, compresa la nostalgia, che, a dispetto dei politici«realisti», come dice Borges, è la relazione migliore che un uomo possa avere con il suo paese.

L’importante è che la produzione letteraria esprima una specifica e particolare sensibilità locale, ovvero “una appartenenza totale alla cultura sarda, separata e distinta da quella italiana” diversa dunque e “irrimediabilmente altra”, come ha sostenuto Nereide Rudas e come ha scritto il critico sardo Giuseppe Marci.

L’importante è soprattutto – come ha scritto Antonello Satta – “che gli autori sappiano andare per il mondo con pistoccu in bertula, perché proprio in questo andare per il mondo, mostrano le stimmate dei sardi e, quale che sia lo scenario delle loro opere, vedono la vita alla sarda”.

Miguel de Unamuno era basco, e scriveva in castigliano, ed era anche contrario a una ripresa dell’euskera come lingua letteraria. Eppure Unamuno, se fa parte della letteratura spagnola, fa anche parte della letteratura basca e il mondo intero, così presente nella sua opera, è per lui una Bilbao dilatata: Hermanos somos todos los umanos/el mundo intero es un Bilbao màs grande. 

Anche tra Italia e Sardegna vi sono appartenenze comuni: e dunque negli autori sardi vi sono anche elementi di assimilazione e di integrazione e persino “imitatori” di movimenti e stili oltre tirreno e non solo. Pensiamo – per esempio – a due “grandi” del Primo Novecento: Sebastiano Satta e Grazia Deledda. Il primo vanta robuste ascendenze carducciane e pascoliane; la seconda è copiosamente influenzata sia dal Verismo che dai romanzieri russi di fine ottocento: eppure ambedue sono soprattutto i cantori della “sardità” e pongono al centro della loro scrittura la Sardegna e i Sardi. 

Ma anche quando la Sardegna non è “protagonista” – pensiamo a Un anno sull’altipiano e Marcia su Roma e dintorni – emerge comunque l’identità etno-nazionale sarda. Nel caso di Lussu, è evidente nella sua scrittura che, come ha sostenuto autorevolmente il linguista sardo Leonardo Sole, si incardina nella cultura orale e in particolare perfino nel ritmo narrativo della fiaba sarda: fortemente ritmizzata e caratterizzata da un giro di parole essenziale e rapido.

In realtà, se vogliamo parlare di opere letterarie e, pur sapendo che appartengono al mondo, ci proponiamo di identificarle come sarde, dobbiamo valutarle non tanto per la lingua che scelgono, quanto per l’uso che ne fanno e per il loro modo di collocarsi esteticamente e non solo, in Sardegna.

In realtà l’unico modo per analizzare la Letteratura sarda –come sostiene Silvano Tagliagambe- “è valutarne l’evoluzione storica, mettendone in luce la continuità di varie caratteristiche come elementi di un’unica catena”. A patto che – cito ancora Antonello Satta – “non si vada a parare in «Madonna Evoluzione» e si tenga conto che la continuità, soprattutto in letteratura, può subire rotture, come rileva Asor Rosa, e le cose, restie ad adattarsi a storicismi stretti, possono andare, secondo la metafora di Bertrand Russel,  «a macchie e sbalzi»”.

Una letteratura sarda esiste, se, come ogni letteratura, ha i tratti universali della qualità estetica e se, in più è  «specifica», non tanto per questioni grammaticali e sintattiche, quanto per una questione di Identità. 

Faccio solo l’esempio di Quelli dalle labbra bianche di Cicitu Masala: è un’opera scritta in italiano, ma possiamo pensare che non sia autenticamente sarda? Di cui esprime compitamente identità e valori?

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Sa literadura sarda esistit, ma cal’est su benidori? - Larentu Argiolas

 

Cust’arrexonu m’est acucau pustis de ai lìgiu su lìbburu “Benidores, Literadura, limba e mercadu culturale in Sardigna” de Antoni Arca, e pustis de ai biu is primus puntadas de su programma omònimu, prodùsiu sèmpiri de sa Condaghes cun s’agiudu de sa RAS, bandu Imprentas 2025-2026 (is puntadas si podint biri dònnia martis e sàbudu a is 20 in https://platform.wim.tv/#/webtv/SART/cast/4d8f201c-be2f-42ac-9978-758f1d00162a)

Sa pregunta est: ita podeus cunsiderai, diaderus, literadura sarda? A bisu miu podeus cunsiderai comenti literadura totu is formas de arti scritas. Duncas no sceti prosa, narrativa, e poesia, ma fintzas teatru, tzinema, mùsica. Ma ita podeus cunsiderai coment’e sardu? Candu fueddaus de literadura sarda fueddaus de totu is òperas scritas in sardu? Cussas chi produsint autoris sardus e pubblicant editoris sardus etotu? O cussas chi contant sa Sardìnnia, sa stòria, sa cultura e sa sotziedadi de s’ìsula? 

A una parti nc’est chini narat ca sa literadura sarda est sceti cussa scrita in sardu; àterus narant ca no si podit cunsiderai sceti su chi est scritu in sardu, ca biveus aìnturu de unu stadu innui su sardu no est lìngua ofitziali. Est una chistioni chi pertocat sa literadura, ma fintzas sa polìtica e sa stòria. Scideus ita sutzedit candu s’imponint una lìngua e ndi bessit su mèdiu prus de importu po s’istrutzioni, s’amministratzioni e sa vida pùbblica (e in Sardìnnia custu acontessit assumancu de su 1760). 

Ma est berus fintzas ca no si podit cunsiderai comenti literadura de una natzioni un’òpera scrita in d-una lìngua chi no est pròpia de cussa natzioni. Fadeus s’esempru de Kader Abdolah, disterrau iranianu chi bivit in Olanda e scriit romanzus in contu de sa stòria de s’Iran, de s’esperièntzia cosa sua in cussa terra. Ma scriit in olandesu, no in farsi. E insaras, si podit cunsiderai literadura iraniana sa sua? Balla ca no, mancai literadura de s’Iran, custu giai.  Custu no bolit nai ca is òperas suas no si podint ligi fintzas in àterus logus de su mundu, sa cultura no tenit làcanas, e no tenit nimancu barrancus linguìsticus, po cussu nci funt is furriaduras, e ddoi funt in sardu puru. Ma insaras intraus in d-un’àteru arrexonu ancora…

Torrendi a nosu, teneus su pensamentu ca su sardu siat pruschetotu una lìngua orali, siat a nai una lìngua chi no tenit una forma scrita pretzisa e, duncas si pensaus ca in sardu no teneus òperas meda, e is chi ddoi funt, funt de pagu contu. Pensaus ca si scriit pagu ca si ligit pagu, si ligit pagu ca si pubblicat pagu, e si pubblicat pagu ca no ddoi est unu pùbblicu.

Giai in su 2008 Antoni Arca, in su lìbburu “Benidores”, contàt prus de duuxentus pubricatzionis in sardu. Poesias, contus, romanzus, de totu. Una produtzioni chi minescit de essi connota e studiada. Su primu romanzu in sardu est de Frantzisca Cambosu “Sa bida est amore” pubblicau in su 1982. Pustis agataus unus cantu àterus autoris cun òperas diaderus spantosas. Nc’est Mariu Puddu cun “Alivertu”, Frantziscu Masala cun “S’istoria. Condaghe in limba sarda”, Michelàngiulu Pira cun “Sos Sinnos”. E nc’est fintzas su romanzu bilingui de Benvenuto Lobina “Po cantu Biddanoa”, una prenda manna de sa literadura sarda. Ma nci ndi funt àterus puru de autoris famaus chi ant donau balori a su sardu in sa literadura, Zuanne Frantziscu Pintore, Larentu Pusceddu, Maria Teresa Pinna Catte e Gian Carlu Tusceri, e innoi si firmaus ca custa no bolit essi un’antologia. Custus nòminis si serbint a nosi arregordai ca sa literadura in sardu esistit, tenit una stòria e sighit a essi pubblicada.

Tocat a si pediri, prusaprestus, poita est ca custa produtzioni no est aici connota. E candu si fueddat de literadura in sardu si arribbat a sa chistioni de sa normalizatzioni linguìstica. Est unu tema de importu, ca no si podit arredusi a unu certu intre linguistas o una cuntierra in pitzus de sa grafia. Nc’est pagu cosa de fai, tocat a tenni ainas cumpartzidas po scriri, pubblicai, imparai e ligi in sardu, amparendi totu is bariedadis de sa lìngua nosta. Chentza de depi intendi dònnia borta “Eja, ma in cali sardu?”. Ma pruschetotu su sardu bolit studiau e fueddau. Teneus ora batallendi chi sa chistioni linguìstica sarda no intrat me is scolas e in sa vida pùbblica (a partiri de sa polìtica).  E po custu serbit una polìtica linguìstica ca in dii de oi no si biit. 

E chi boleus chi su sardu siat una lìngua diaderus bia, ddu depeus agatai fintzas in is parastàgius de is librerias, in is catàlogus de is editoris, in is bibliotecas, in is scolas e in is festival. 

In is ùrtimus annus sa Regioni at postu dinai meda po sa promotzioni de sa letura e po s’organizatzioni de festival e manifestadas literàrias. Funt progetus chi podint tenni un’arrolu de importu in sa vida culturali de is comunidadis nostas. Ma cuncordai un’eventu dedicau a is lìbburus e fraigai una comunidadi de letoris no funt sa matessi cosa. E pruschetotu tocat a si pediri cali spàtziu si donat a sa literadura sarda e de Sardìnnia.

No est chistioni de imponni autoris de invitai e lìbburus de presentai. Sa libertadi de is sceberus culturalis no s’imponit cun inditus polìticus. Ma sa polìtica depit assetiai punnas, critèrius e ainas de finantziamentu. 

Chi sa punna est promovi sa letura, tocat assetiai a calis letoris si bolit arribbai e cali arrolu podint tenni bibliotecas, scolas e librerias.

Chi sa punna est agiudai s’editoria, tocat a castiai fintzas a chini scriit, pubblicat, distribuit e bendit lìbburus, e a is conditzionis chi permitint a una produtzioni editoriali de esisti e sighiri in su tempus. E, chi fueddaus de cultura sarda, no podeus cunsiderai sa produtzioni in lìngua sarda un’elementu de folklori.

De pagu is tzitadis de Igrèsias e Nùgoro ddas ant candidadas a essi “Capitale italiana del libro 2027”, s’assessora regionali Ilaria Portas at nau ca est una nova “spantosa”. At a essi unu bonu arresurtau puru, ma de chini tenit sa responsabilidadi polìtica de sa cultura in Sardìnnia m’apu a essi abetau àterus arrexonamentus. Scideus ca in s’ìsula sa metadi de is chi ddoi bivint no ligit unu lìbburu a s’annu? Calis polìticas podint afortiai su mercau editoriali, a partiri de is librerias indipendentis? E calis obietivus si ponit sa Regioni, in prus de s’agiudu a is manifestadas?

Ca su mercau editoriali est acapiau a cussu italianu, no serbit a fai finta chi no siat aici. E su mercau editoriali italianu est in is manus de duus o tres grupus editorialis chi si nci funt papendi totu. Si ocupant de sa pubblicatzioni, de sa distributzioni e inderetura de sa bèndida. Calis possibilidadis tenit, duncas, una domu editora pitica, sarda, indipendenti po lompi a is letoris?

Asuba de custu si depit fai preguntas sa polìtica culturali. Ca sa chistioni no pertocat sceti cantus eventus si organizant o cantus ospitis si portant in Sardìnnia. Pertocat fintzas calis cunditzionis si fraigant po fai a manera ca is lìbburus si potzant scriti, pubblicai, distribuiri e ligi.

Insaras s’arrexonu de fai oi no pertocat sceti candu si podit fueddai de literadura sarda o literadura de Sardìnnia. Depeus cumprendi conca a ita est andendi sa produtzioni literària in s’ìsula, calis possibilidadis tenint is autoris e is editoris de sighiri a trabballai, cali spàtziu agatant is òperas in sardu e cali movimentu culturali s’est fraighendi a fùrriu de su chi si produsit innoi.

Ca no bastat afestai sa cultura sarda, nì organizai eventus ca fueddant de lìbburus. Tocat a ponni is cunditzionis po fai a manera ca custa cultura potzat sighiri a essi prodùsia, publicada, distribuida e lìgia.

E po una natzioni comenti sa nosta, custu bolit nai arreconnosci a sa lìngua sarda su deretu de essi una lìngua de sa literadura de oi.

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sabato 26 settembre 2026

Cagliari, vita da rider: aspettando una chiamata che vale 3 euro o poco più – Sara Marci

 

Sarà forse un caso, se chi attende la chiamata davanti alla statua di Carlo Felice improvvisamente smette di capire. Succede ogni volta che nomini la parola “diritti”: basta questa per far dimenticare l'italiano - a volte anche la gentilezza - e far ripartire dalla diffidenza iniziale. Nel migliore dei casi ti indicano con la mano la strada di fronte. Perché per loro è quello, diritto, il resto non si sa dove sia. E se ti azzardi a parlare di caporalato finisci per attendere anche tu: «No italiano. Non capisco», dice il giovane pakistano che in mezzo secondo si mimetizza tra la folla di turisti e piccioni.Inutile insistere, anche nell'ufficio all'angolo tra il Corso e via Sassari; quello all'aperto, con orari flessibilissimi ma duri e venti audaci riders che si contendono un mercato dove di lavoratori nostrani se ne vedono sempre meno. Anzi, nella mattina trascorsa a inseguire questi moderni Forrest Gump - con la bicicletta ma forse senza tutele - non se ne incontra manco uno. Si finisce per confrontarsi anche su questo, oltre che su tutto il resto.

Giornate a tempo

Sembrano anime perse, con gli occhi incollati sul display del cellulare, mentre l'algoritmo decide le loro sorti. Dinamiche ingrate, certo poco umane, che alla fine sembrano mettere tutti contro tutti. «Non decidiamo noi le consegne, le decidono altri. Tu puoi solo rifiutare», spiega il bengalese dal nome impronunciabile che dice subito «niente foto e niente video», e sempre lui spiega che se salti la consegna arrivata dall'alto poi finisci per non lavorare anche per diverse ore.

Una sorta di punizione, che pesa e sembra una sorta di ricatto psicologico in un quadro anomalo già dalla base. «Pagano poco, 3 euro a consegna», racconta Ali, che è pakistano, ha 27 anni e una famiglia da mantenere nella sua terra. Poi ci ripensa e dice che sono 3 euro e settanta centesimi, «ma solo con Deliveroo», perché con Glovo assicura si scende di venti centesimi. «Ci sono giorni in cui non guadagni niente, altri in cui fai tante consegne, ma siamo tanti e il lavoro è poco per tutti», interviene il connazionale con la maglia turchese della piattaforma con cuore a Londra e braccia ovunque.

Bisogna armarsi di pazienza perché si parli di cifre, che i ciclofattorini portati dal Covid - al netto di chi per paura non parla proprio - ridurrebbe in un troppo generico poco. E con quel poco salta fuori che quando va bene-bene e lavori sette giorni su sette tutto il giorno arrivi a circa mille e seicento euro. Qualcuno dice che il record è di mille e ottocento euro, «ma ti resta tempo solo per dormire».

Fatica e silenzi

Di gioie, a occhio e croce, sembra che non ce ne siano più di tante, non mancano invece le lamentele. «È faticoso, ma se non hai altre possibilità finisci per accettare tutto»: lo dicono quelli che attendono in piazza Yenne, e poi lo ripetono i colleghi dell'altra sede; quelli che attorno alle 13 colonizzano l'angolo tra via Sassari e il Corso. Sono in venti, e poi si moltiplicano tipo i pesci e li vedi tutti in silenziosa attesa. Pakistani, per lo più, poi bengalesi e qualche afghano. Niente sardi. E se lo chiedi a loro che lavorano la risposta la danno tutti uguale: «Gli italiani non accettano queste condizioni, cercano e trovano altre sistemazioni. Noi non abbiamo alternative».

E allora li trovi fermi, per strada, pronti a correre dagli affamati che attendono a casa il loro arrivo. «Quanto mi resta? Il tanto per pagare la camera con altri connazionali, i soldi li mando a mia moglie e miei figli che stanno in Pakistan. Mantengo loro e anche i miei genitori»: e per un attimo la fatica sembra anche di più.

Picchia forte, il sole, in questa tarda mattina dove corrono solo loro e gli altri stanno seduti a mangiare. E sembrano anche un po’ infastiditi di vederli in attesa anche all'ingresso dei locali e pure nei market.

Le irregolarità

Dicono - quelli più audaci - che qualcuno affitta pure gli account, perché magari non è in regola con il permesso di soggiorno e con i documenti in generale. Ma non una parola di più: se provi ad andare più a fondo ottieni soltanto silenzio, e manco a dirlo loro giurano di essere in perfetta regola.

Anche il gruppo che staziona davanti al Mac Donald della Marina, che mezz'ora dopo le 13 è già pieno dentro, e fuori i riders sono sei. Anche qui tutti stranieri. Attendono pure loro la chiamata e contemporaneamente un futuro migliore. «Sto studiando per lavorare negli alberghi, parlo tre lingue»: lo dice con orgoglio, il giovane dagli occhi nerissimi e la camicia amaranto, che poi si spegne in mezzo secondo quando richiedi di diritti e tutele. E se parli di caporalato è silenzio totale.

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venerdì 25 settembre 2026

Italia, la cuccagna degli imprenditori della sanità - Michele Bocci

Sanità, un euro in più sul ticket delle visite specialistiche. E aumenta il costo di 450 prestazioni. La novità riguarda soprattutto le Regioni, che pagheranno di più le prestazioni dei privati convenzionati. Ecco cosa cambia


Lunedì prossimo cambiano le tariffe delle prestazioni sanitarie, anche se ancora, a tre giorni dalla data, deve essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che introduce le novità. I cambiamenti riguardano soprattutto i privati convenzionati con la sanità pubblica, ma in qualche caso anche i cittadini, che spenderanno un po’ di più (un euro) per i ticket di alcune visite specialistiche.

Cambiano 450 tariffe

Le tariffe sono i soldi riconosciuti dalle Asl ai privati che lavorano in convenzione per le attività specialistiche, visite ed esami. Servono anche per stabilire quanto una Regione deve dare a un’altra se un suo paziente si sposta per curarsi. Da anni si lavora per cambiarle e dopo battaglie, polemiche e ricorsi, l’impostazione definitiva prevede l’aggiornamento di 450 tariffe (su 2.100) di prestazioni ambulatoriali e su 222 codici di assistenza protesica (su 2.000). Il valore totale dell’aumento dei prezzi per le Regioni italiane è di circa 210 milioni (dei quali 180 per le prestazioni ambulatoriali), già coperti dalla manovra dell’anno scorso. Saranno coperte così le maggiori spese delle Regioni.

Quali sono gli aumenti

Sempre restando alle maggiori spese per il sistema sanitario, non per i cittadini, le prime visite specialistiche saranno pagate ai privati il 4,4% in più cioè più meno da 25 a 26 euro, l’ecocolordopplerdegli arti superiori passa da 47 euro a 48,75, la spirometria da 38 a 39,4 euro, l’elettorcardiogramma dinamico da 61,95 a 64,25 euro, la scintigrafia globale da 480 euro a 501 e così via. Ferme le tariffe per gli esami del sangue, ad aumentare sarà soltanto quanto viene riconosciuto ai privati convenzionati per il prelievo, che passa da 3,8 euro a 4,2 euro.

Cosa cambia per i cittadini

In Italia il ticket massimo a carico dei cittadini è di 36,15 euro e questa soglia non potrà essere superata (anche se nella ricetta ci sono più prestazioni, fino a otto della stessa branca). Tutte le prestazioni che valgono di più e hanno visto un aumento della tariffa, la maggior parte, non incidono quindi sulla spesa dei pazienti, che resterà appunto ancorata alla franchigia. Aumenti ci saranno in quelle che valgono di meno, come appunto le prime visite specialistiche (ma solo quelle che non prevedono contestualmente accertamenti diagnostici). Qui l’aumento sarà di circa un euro e dovrà pagarlo il paziente.

Quanto spendono le Regioni

A livello nazionale, le Regioni incasseranno 27 milioni di euro in più dai ticket, cifra piuttosto contenuta. Stando solo alla specialistica, quindi, e visto che l’aumento della remunerazione dei privati costerà 210 milioni, la spesa netta in più sarà di 187 milioni.

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giovedì 24 settembre 2026

l'esercito italiano senza vergogna

 

“Al comando centrale a Mogadiscio giravano queste tartarughe e qualcuno si era inventato il gioco di provare a vedere quanto tempo resisteva con il mezzo che era salito sulla corazza, come dire, perché passava qualche ora di una giornata noiosa niente di più.” E ancora: “Si faceva passare il furgone sopra l'animale per vedere quanto tempo resistevano. Resistevano un minuto; gli ufficiali non dicevano niente”.

Queste parole, tratte dal documentario “La linea sottile” e dagli atti parlamentari, sono di Michele Patruno, caporalmaggiore in congedo, che nel 1997 denunciò i crimini compiuti dai soldati italiani nel corso della missione UNITAF in Somalia, consegnando alla stampa e alle pubbliche autorità alcune fotografie che raccontavano stupri e torture.

Ne abbiamo parlato alcuni giorni fa dimenticandoci di menzionare anche le violenze compiute nei confronti di animali innocenti come questa tartaruga. Ovviamente abbiamo ricevuto centinaia di commenti negazionisti, oltre ai soliti insulti e minacce di questo variegato mondo composto da reduci di finte guerre e seguaci del generale Vannacci, uno degli ufficiali presenti in Somalia che avrebbero dovuto vigilare sulla truppa.

A questo proposito Patruno disse: “Spesso facevamo devastazioni e lasciavamo i somali senza casa. Le capanne sono di fango e canne e molto basse, così per non prenderci il fastidio di entrare e le scoperchiavamo. Distruggevamo anche le riserve d'acqua. Per procurarsi quell'acqua magari i somali avevano fatto chilometri a piedi”. Alla domanda : “Ma il comandante della sua squadra (capitano Giovanni Iannucci) era al corrente degli episodi di tortura?” Patruno risponde: “Sì, sicuramente”.

Animali e persone innocenti in Somalia non hanno avuto alcuna giustizia dopo aver subito violenze criminali. E a compierle non erano le milizie fasciste del 1936 ma soldati della Repubblica italiana nel 1993. Ma a quanto pare si somigliavano parecchio.

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mercoledì 23 settembre 2026

Turismo e autogoverno: quanto potere vuole la Sardegna sui propri interessi fondamentali? - Alessandro Cuccu


Alla fine di ogni estate, in Sardegna, torna la stessa discussione. Le spiagge si svuotano, i dati sui flussi turistici finiscono sui giornali, e con puntualità riparte il dibattito su quanto spazio il turismo debba occupare nell’economia dell’isola.

Da una parte, chi ritiene che il settore abbia assunto un peso eccessivo nella programmazione regionale, sottraendo risorse e attenzione allo sviluppo degli altri comparti. Dall’altra, chi ribalta l’argomento e legge ogni critica come un attacco al settore che, più di ogni altro, produce reddito, occupazione e domanda dall’estero. Non si sputa, si dice, nel piatto in cui si mangia.

Entrambe le posizioni guardano il turismo dalla parte sbagliata. Che generi valore è un fatto verificabile: il punto è quanto di quel valore diventi effettivamente reddito e attività economica per la Sardegna, quanta parte remuneri invece soggetti e servizi esterni al territorio, e quali costi la sua presenza concentri sull’isola.

Misurare questo, trattenere valore e governare i costi, è già un esercizio utile. Ma sotto c’è una posta più grande, ed è quella che conta davvero: quanto potere vuole esercitare la Sardegna sui propri interessi fondamentali. A questa posta si risponde in un solo modo: comprendendo la questione nella sua interezza (numeri, meccanismi, filiere, vincoli giuridici) e proponendo soluzioni concrete, verificabili, che qualcuno possa davvero attuare.

Le due domande, però, non si dimostrano allo stesso modo. Quanto valore un territorio trattiene si misura con i dati disponibili, come farà questo articolo. Quanto potere una comunità sa esercitare si costruisce piuttosto nel tempo, attraverso l’uso concreto degli spazi di autogoverno già disponibili, molti dei quali, nel caso del turismo, sono già nelle mani della Regione e dei Comuni.

Il turismo è il terreno più concreto su cui applicare questo metodo, perché attraversa per intero il ciclo che una comunità responsabile del proprio destino economico dovrebbe saper governare da sola: attrarre valore, produrlo, trattenerlo, investirlo, gestirne i costi, senza delegare nessuno di questi passaggi a un centro decisionale esterno.

Quanto pesa il turismo nella programmazione

Prima di discutere se il turismo occupi troppo spazio nella programmazione regionale, vale la pena guardare i numeri.

Il principale programma di investimento europeo, il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) 2021-2027, mette a disposizione della Sardegna 1,581 miliardi di euro su diverse priorità: competitività intelligente, transizione digitale e verde, mobilità urbana sostenibile, inclusione sociale, sviluppo urbano e assistenza tecnica.

Le quote maggiori vanno alla transizione verde (522,5 milioni) e alla competitività intelligente (340,1 milioni), seguite da inclusione sociale e sviluppo urbano (225,3 milioni ciascuna). Il turismo è presente, ma dentro una programmazione che finanzia in parallelo ricerca, digitalizzazione, PMI, competenze, energia ed economia circolare. La strategia regionale di specializzazione intelligente individua sei aree prioritarie: ICT, agroalimentare, aerospazio, biomedicina, energia e reti intelligenti, turismo e cultura.

Questo dimostra che il quadro della programmazione regionale non è costruito attorno a una sola filiera.

La questione più interessante, quindi, è un’altra: che cosa produce il turismo, quanto di questo valore resta in Sardegna e quali costi aggiuntivi determina?

Il turismo genera valore

Il turismo pesa già per una quota del valore aggiunto regionale superiore alla media europea. A differenza di altri settori concentrati in pochi grandi impianti, poggia su una rete diffusa di piccole imprese locali e attiva domanda lungo un’intera filiera: ricettività, ristorazione, trasporti, commercio, servizi, cultura, agricoltura, produzioni alimentari.

Il solo comparto alberghiero impiega quasi 10.000 addetti diretti; per l’estate 2026 sono state programmate oltre 16.000 assunzioni nei servizi di alloggio, ristorazione e turismo, mentre una quota rilevante delle imprese segnala difficoltà a reperire personale.

Ma è nei flussi che la dimensione del fenomeno emerge con più chiarezza.

Nel 2025 la Sardegna ha superato per la prima volta i 5 milioni di arrivi, con circa 22 milioni di presenze. Secondo l’Osservatorio regionale le presenze sono state 21.922.765: +15,9% sul 2024, +34,2% sul 2023. Nel primo semestre 2026 il quadro ha continuato a mostrare una crescita (+8,24%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La crescita è sempre più internazionale. Nel 2025 gli stranieri hanno rappresentato circa il 56% delle presenze, oltre 12 milioni di pernottamenti. La Germania ha superato per la prima volta i tre milioni di presenze, la Francia 1,6 milioni, la Svizzera un milione. Gli Stati Uniti, con quasi 400.000 presenze e una crescita molto significativa negli ultimi due anni, sono diventati il primo mercato extraeuropeo.

Questi numeri descrivono una delle principali porte attraverso cui la Sardegna intercetta domanda estera. Il turismo rende profittevoli, agli occhi delle compagnie aeree, molte delle rotte da e per l’isola e permette a piccole imprese agroalimentari, culturali e di servizi di entrare in contatto con consumatori esteri senza dover sostenere da sole i costi necessari a costruire una presenza commerciale internazionale.

Su questo il punto dovrebbe essere pacifico: il turismo è un vantaggio comparato reale della Sardegna e va riconosciuto come tale. Ma riconoscerlo significa usarlo per alimentare le altre filiere, non per sostituirle. Senza farne, per questo, il motore esclusivo dell’economia regionale.

Non tutto il valore resta in Sardegna

È qui che occorre introdurre una distinzione che nel dibattito pubblico viene spesso trascurata.

La spesa di un turista non coincide con il valore aggiunto prodotto in Sardegna. Se un visitatore spende 100 euro in un ristorante, quei 100 euro comprendono anche il costo degli alimenti, dell’energia, dei servizi acquistati dall’impresa, degli affitti e di altri input. Solo una parte diventa valore aggiunto dell’attività locale. E anche una parte del valore aggiunto può poi tradursi in redditi o remunerazioni che non rimangono interamente sul territorio.

Per questo il problema non è semplicemente stabilire quanti euro spende un turista in Sardegna. Bisogna capire quanti euro di valore aggiunto territoriale quella spesa contribuisce a generare e quale parte della catena economica viene remunerata fuori dall’isola.

La letteratura internazionale mostra che la distribuzione dei benefici del turismo dipende anche dalla struttura proprietaria attraverso cui il settore è organizzato. Dove imprese esterne o multinazionali controllano una parte rilevante della filiera, una quota maggiore dei redditi può essere catturata fuori dal territorio. Questo non significa che la presenza di capitale esterno sia necessariamente negativa: può portare investimenti, competenze, tecnologia, marketing e accesso ai mercati. Il punto è capire se questi benefici compensino la quota di reddito che viene trasferita fuori dall’economia locale.

In Sardegna il problema passa per almeno tre canali.

Il primo è la posizione nella filiera. Il valore aggiunto per addetto nel comparto alloggio-ristorazione è nettamente inferiore a quello del complesso di commercio e servizi, e lo stesso vale per gli investimenti per addetto. Una stima SRM indicava 63,8 euro di valore aggiunto attivato nell’indotto sardo per ogni presenza turistica aggiuntiva, contro 103,4 euro nella media italiana: un divario che segnala quanto sia ancora debole la capacità del turismo sardo di attivare valore aggiunto lungo la filiera locale.

Il secondo è l’intermediazione digitale. Le commissioni delle principali piattaforme di prenotazione possono collocarsi indicativamente tra il 15 e il 25%, a seconda della piattaforma, della struttura e delle condizioni contrattuali. È una quota della spesa che remunera un servizio reale e non può essere semplicemente definita “valore perso”. Il punto è un altro: quanto della spesa turistica remunera imprese e fattori produttivi presenti in Sardegna e quanto viene destinato a soggetti esterni per intercettare, distribuire o organizzare quella domanda.

Il terzo è fiscale. Lo Statuto Speciale attribuisce alla Sardegna una quota significativa del gettito delle imposte sul reddito. Il punto è verificare quanto i criteri oggi utilizzati per attribuire territorialmente questo gettito riescano a riflettere l’effettiva attività economica generata nell’Isola, soprattutto quando essa coinvolge società con sedi e attività distribuite su più territori, gruppi societari, intermediari e piattaforme digitali.

Struttura della filiera, intermediazione, attribuzione fiscale sono fenomeni diversi ma con un punto in comune: una parte del valore economico associato alla presenza turistica può essere prodotta o catturata fuori dall’economia regionale.

Il valore netto territoriale si può cominciare a misurare

È qui che il tema diventa interessante.

Un indicatore complessivo del valore netto territoriale di una presenza turistica non esiste oggi come misura statistica consolidata. Ma costruirlo non significherebbe partire da zero.

La Sardegna dispone già di una parte significativa dell’infrastruttura informativa necessaria: dati sui flussi, capacità ricettiva, distribuzione territoriale e temporale delle presenze e, più recentemente, informazioni sulla spesa effettuata attraverso i sistemi di pagamento elettronici.

I dati consentono di osservare quantità e tipologia della spesa, mercato di provenienza e importo medio delle transazioni. La ristorazione, gli alimentari e gli alberghi rappresentano alcune delle principali categorie di spesa, anche se i dati relativi agli hotel devono essere letti con cautela perché una parte consistente delle camere viene pagata anticipatamente online tramite OTA o agenzie situate fuori dall’isola.

Questo è un passaggio importante perché sposta l’attenzione dal volume del turismo alla sua capacità di generare attività economica sul territorio. Sapere quanti turisti arrivano non basta. Bisogna sapere quanto spendono, dove spendono, quali settori beneficiano di quella spesa, quali beni e servizi acquistano le imprese turistiche dai fornitori locali e quali quote della catena del valore vengono remunerate fuori dall’isola.

Il passo successivo dovrebbe essere la costruzione di un vero Indicatore del Valore Netto Territoriale del Turismo, che misuri almeno quattro componenti: il valore aggiunto prodotto direttamente sul territorio; quello attivato lungo la filiera locale; la quota di redditi e remunerazioni trasferita a soggetti esterni alla regione; i costi marginali che la presenza turistica genera per infrastrutture e servizi pubblici.

A quel punto il confronto fra destinazioni non sarebbe più soltanto arrivi, presenze, spesa. Diventerebbe valore netto prodotto per presenza, quota di valore trattenuta localmente, costi marginali generati e capacità di distribuirli nel tempo. Sarebbe un cambiamento sostanziale nel modo di governare il turismo.

Il turismo concentra alcuni costi sul territorio

Gli stessi flussi che generano valore concentrano, negli stessi mesi e nelle stesse zone, costi precisi.

Nel 2025, circa 14,7 milioni di presenze si sono concentrate nei tre mesi di alta stagione, altri 7,2 milioni tra aprile, maggio, settembre e ottobre: la media stagione rappresenta ormai circa un terzo delle presenze annuali. La bassa stagione, da novembre a marzo, resta invece marginale.

Il dato non è statico: nel 2025 la media stagione è cresciuta del 39,2% rispetto al 2023, la bassa stagione del 32,1%.

È un segnale positivo, ma non ancora sufficiente. La questione non è soltanto aumentare la domanda nei mesi meno affollati: è trasformare quella crescita in domanda stabile e in valore economico durevole.

Più è ristretta la finestra turistica, infatti, più si concentrano alcuni effetti negativi: pressione sul mercato immobiliare, dove le locazioni brevi possono ridurre l’offerta disponibile per il mercato residenziale e contribuire, nelle aree più esposte, alla crescita dei canoni; difficoltà nel reperire alloggi per chi lavora nella ricettività; un mercato del lavoro che fatica a offrire percorsi continuativi; infrastrutture dimensionate per una popolazione molto più piccola di quella che l’isola ospita d’estate.

La pressione riguarda anche acqua, energia, mobilità, rifiuti, sanità e altri servizi pubblici, con il picco turistico che si sovrappone, in particolare, ai mesi di maggiore scarsità idrica.

C’è infine un costo culturale, più difficile da misurare ma non per questo meno rilevante. Un modello turistico può valorizzare la specificità di un territorio, oppure sostituirla progressivamente con un’immagine standardizzata, costruita sulle aspettative della domanda. Nel primo caso il turismo aumenta il valore percepito e prodotto localmente; nel secondo rischia di consumare proprio ciò che rende il territorio attrattivo. Anche questa dovrebbe diventare una variabile della valutazione complessiva del modello turistico sardo.

Quindi non è una questione di quantità

La domanda “più o meno turismo” perde senso. Ridurre i flussi può abbattere alcuni costi, ma non corregge da solo la struttura che determina quanto valore resta sul territorio. Allo stesso modo, aumentare indefinitamente gli arrivi non significa necessariamente aumentare nella stessa proporzione il benessere dei residenti.

La domanda che conta è come aumentare il valore netto prodotto da ogni presenza e come distribuire nel tempo e nello spazio sia i benefici sia i costi.

Le politiche dovrebbero quindi muoversi lungo quattro direttrici: distribuire meglio la domanda nel tempo, trattenere più valore nella filiera locale, alzare la produttività di ciò che già esiste, governare i costi che si concentrano nei periodi di picco.

Distribuire meglio la domanda

Spostare parte dei flussi su primavera e autunno non serve solo a ridurre la pressione sui mesi di punta: crea una domanda più continuativa, capace di rendere sostenibili collegamenti aerei e servizi che oggi dipendono soprattutto dalla stagione estiva.

Gli incentivi pubblici possono sostenere l’avvio di nuove rotte entro condizioni precise, ma la sostenibilità della domanda va costruita nel tempo. L’obiettivo non dovrebbe essere finanziare indefinitamente collegamenti che il mercato non riesce a sostenere, ma utilizzare l’intervento pubblico per superare una fase iniziale e generare condizioni affinché la domanda fuori dalla stagione estiva renda progressivamente le rotte economicamente sostenibili.

In questo senso è interessante anche l’esperienza del “Patto Destinazione Sardegna Nord Ovest”, costruito da un gruppo di amministrazioni comunali e camere di commercio del Nord Ovest sardo, che sta provando a utilizzare il gettito dell’imposta di soggiorno per facilitare e attirare collegamenti fuori stagione.

Una domanda distribuita su più mesi ha anche un effetto indiretto sulla ritenzione del valore: aumenta l’utilizzo di infrastrutture, competenze e imprese durante l’anno invece che concentrarlo in una finestra ristretta.

Qualcosa sta già cambiando: nel 2025 la media stagione ha raggiunto oltre 7,2 milioni di presenze, +39,2% sul 2023; anche la bassa stagione è cresciuta, +32,1%, pur restando marginale in termini assoluti.

Trattenere più valore nella filiera

La seconda leva è rafforzare le imprese sarde competitive nella fornitura di beni e servizi al turismo, dall’agroalimentare alla tecnologia, dalla manutenzione ai servizi professionali.

Non significa creare una filiera artificialmente chiusa. Un’economia aperta ha bisogno di acquistare beni, capitali, tecnologia e servizi dall’esterno. Il problema non è eliminare gli operatori esterni, ma fare in modo che le imprese locali siano abbastanza forti da occupare una quota crescente delle fasi economicamente interessanti della filiera.

Questo significa sostenere aggregazioni fra micro-imprese, reti di fornitura, capacità logistica, certificazioni, digitalizzazione, innovazione e accesso ai mercati.

Significa anche utilizzare meglio i dati già raccolti: se sappiamo quali mercati spendono di più, quali categorie di consumo crescono, quali territori catturano maggiore valore e quali mesi producono domanda aggiuntiva, possiamo orientare le politiche verso i flussi economicamente più interessanti.

La Regione dispone già di buona parte di questa infrastruttura informativa. Il passo successivo è trasformarla in uno strumento di decisione. Un obiettivo misurabile potrebbe essere proprio l’aumento progressivo del valore netto territoriale per presenza.

Produttività, non soltanto occupazione

Il turismo sardo crea molta occupazione, ma una parte del problema strutturale è che una quota significativa degli impianti e delle competenze viene utilizzata intensamente per pochi mesi e molto meno nel resto dell’anno. Questo incide sulla produttività e sulla qualità del lavoro; e alzarla non significa finanziare nuovi investimenti isolati, ma allargare la finestra temporale: la leva più diretta per far lavorare di più, e meglio, gli stessi impianti e le stesse persone.

Banalmente, un albergo che riesce a operare sette-otto mesi anziché quattro non aumenta soltanto il numero delle camere vendute: distribuisce i costi fissi su un periodo più lungo, stabilizza il lavoro, rende più conveniente investire in competenze.

Governare i costi

Sul fronte abitativo, il problema richiede una politica fondata sui dati più che su un divieto generalizzato.

Per questo il primo obiettivo dovrebbe essere conoscere con precisione la distribuzione territoriale delle locazioni brevi, la loro intensità e la relazione con l’offerta abitativa disponibile.

In Sardegna esiste già un sistema regionale di identificazione delle attività ricettive e delle locazioni. Questa infrastruttura può diventare una base per politiche più selettive: non necessariamente limitare ovunque, ma intervenire dove gli indicatori mostrano una pressione abitativa incompatibile con le esigenze della popolazione residente.

La logica dovrebbe essere quella della regolazione territoriale selettiva. Dove la pressione è bassa, non c’è necessariamente motivo di introdurre vincoli. Dove la quota di abitazioni destinate agli affitti turistici raggiunge livelli tali da ridurre sensibilmente l’offerta residenziale, si possono invece valutare strumenti più incisivi; un quadro che la Commissione europea sta ridisegnando proprio in questi mesi con l’Affordable Housing Act, pensato per dare agli enti locali basi giuridiche più solide per intervenire sulle locazioni brevi nelle aree sotto pressione abitativa.

La stessa logica può essere applicata alla capacità dei luoghi più fragili. Si pensi per esempio alle forme di accesso contingentato introdotte in diverse spiagge. Il punto è riconoscere che esiste una capacità fisica, ambientale e infrastrutturale oltre la quale un ulteriore visitatore può produrre meno valore di quanto costi al territorio. In altre parole, anche la capacità di carico deve diventare una variabile economica.

Quanto potere vuole esercitare la Sardegna sui propri interessi fondamentali

Il turismo rende evidente un principio più generale: una comunità costruisce potere sviluppando, su ciò che già ha in mano, le idee e gli strumenti per esercitarlo davvero.

Una comunità che si considera responsabile del proprio ciclo economico dovrebbe saper rispondere a domande concrete: quanto valore genera il turismo, quanto ne resta sul territorio, quali costi produce per abitazioni, infrastrutture, acqua, mobilità e servizi pubblici, e quali politiche migliorano questo rapporto. Le leve descritte in questo articolo (distribuire la domanda, rafforzare la filiera, alzare la produttività, regolare le locazioni turistiche, gestire la capacità di carico) sono già nelle mani della Regione e dei Comuni. In questo senso l’autogoverno è un esercizio che si può e si deve cominciare oggi, con gli strumenti che già ci sono. 

Sapere usarli bene non garantisce automaticamente competenze ulteriori, ma è la condizione per trattare ogni questione come la tratterebbe una comunità già pienamente responsabile di sé: non aspettando il permesso di decidere, ma esercitando fino in fondo, da subito, gli spazi disponibili.

Ed è qui che le dimensioni del problema si tengono insieme.

C’è una questione di giustizia sociale, perché a pagare i costi della stagionalità (affitti più alti, case sottratte al mercato residenziale, lavoro discontinuo, servizi pubblici sotto pressione) sono soprattutto i residenti e chi lavora nel settore, mentre parte dei benefici economici può essere catturata fuori dal territorio.

C’è una questione di innovazione e impresa, perché trattenere più valore significa rafforzare le filiere locali, digitalizzare le imprese ricettive, aumentare la produttività, allungare la finestra temporale e utilizzare meglio i dati disponibili.

E c’è una questione di potere, perché ogni volta che un territorio dimostra di saper misurare, distribuire e governare questi processi da solo, restringe lo spazio di chi sostiene che certe decisioni debbano essere necessariamente prese altrove.

Questo vale anche per il turismo nel suo complesso. Non sarebbe razionale chiedere alla Sardegna di rinunciare al proprio principale vantaggio comparato internazionale. Ma non è razionale nemmeno accettare che il successo del settore venga misurato esclusivamente attraverso arrivi e presenze. Il turismo è tanto più utile alla Sardegna quanto più riesce a trasformare domanda esterna in valore aggiunto locale, in redditi e imprese solide, e queste risorse in capacità produttiva per il resto dell’economia.

È questa la differenza fra una comunità che subisce un modello economico e una comunità che lo governa. E non c’è scorciatoia che tenga: la comprensione approfondita della materia e la proposta di soluzioni concrete restano l’unica strada per rispondere seriamente alla domanda sul potere, qualunque sia la risposta politica di fondo a cui si crede. Perché trattenere valore e governare i costi significa anche questo: poter fare turismo restando sé stessi, senza piegarsi a un’immagine costruita per compiacere chi guarda da fuori, senza scimmiottamenti né forzature sui propri luoghi e sulla propria identità.

Ecco perché la vera posta in gioco della questione turistica non è quanto turismo vogliamo, ma quanto potere vogliamo esercitare su di esso, e quanto siamo disposti a lavorare su giustizia sociale, capacità d’impresa e conoscenza, per dimostrare ai sardi e alle sarde di saperlo esercitare.

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