venerdì 27 marzo 2026

Roma città svenduta e gli ex Mercati Generali - Paolo Berdini

A Roma edifici e aree pubbliche in abbandono, come gli ex Mercati Generali, sono affidati a colossi immobiliari per essere “rivitalizzati”. La logica seguita: solo il privato ha soldi e idee per la città del futuro. Un comitato proprio a partire dall’area degli ex Mercati contesta questo modello.

Lunedì 10 novembre 2025 è stata firmata la nuova convenzione tra il Comune di Roma e il nuovo gruppo privato che ha l’incarico di riqualificare il complesso degli ex Mercati Generali di Roma: quasi nove ettari di terreno e padiglioni risalenti ai primi del secolo scorso a pochi passi dalla Piramide. La compagine privata costituita dal gruppo Toti-Lamaro, titolare della originale convenzione risalente a venti anni fa, è stata rafforzata dall’ingresso di Hines, leader mondiale degli investimenti immobiliari. 

A qualche migliaio di chilometri di distanza dal luogo della solenne firma, a Suceava in Romania, si svolgevano i funerali di Octay Stroici, muratore di 66 anni rimasto vittima dell’ennesima occasione di valorizzazione immobiliare nel centro di Roma. Durante i lavori era collassata una parte della struttura della torre medievale dei Conti di Segni, adiacente alla via dei Fori imperiali, un edificio in cui erano in corso opere per consentire di raggiungere il terrazzo panoramico da gettare in pasto all’epidemia del selfie. Poco distanti dalla torre collassata ci sono due altri affacci panoramici magnificamente adatti per foto turistiche. Il primo, pubblico, ha alterato la piazza michelangiolesca del Campidoglio pur di far salire i turisti sul terrazzo di copertura del Vittoriano. Il secondo punto di belvedere, ex pubblico, è poco più lontano: un terrazzo che affaccia sulla parte più arcaica dei Fori. Era lo stenditoio dei modesti appartamenti comunali affittati a famiglie di dipendenti che potevano avere il privilegio di abitare nel cuore di Roma. 

Circa venti anni fa, nel pieno dell’ubriacatura economicista, il Comune di Roma, amministrato dal centrosinistra, ha pensato bene di “valorizzare” il bene immobiliare, cacciare via gli indesiderati “cafoni” con i loro desueti stenditoi, come avrebbe detto il grande Ignazio Silone, e cedere l’edificio a chi può permetterselo, cioè alla fondazione Fendi che ospita giovani creativi che si specializzano nel settore della moda. 

Queste due vicende, la tragica vicenda del restauro a fini turistici e culturali della Torre dei Conti e l’affidamento di un’area pubblica come gli ex Mercati Generali, di cui dicevamo all’inizio, riassumono bene il momento che vive la capitale d’Italia. Roma è ancora soggetta, al pari della altre capitali del turismo, da una domanda sempre crescente e si attrezza per attrarre la fascia alta di quel segmento di domanda. Nel contempo, il Comune affida a gruppi privati preziose proprietà immobiliari pubbliche che potrebbero ancora servire per equilibrare le tendenze dell’economia dominante e dare risposte a quelle parti di popolazione che subiscono i danni della privatizzazione della città in atto da trent’anni.

In questo senso va la vicenda degli ex Mercati Generali, dove una proprietà interamente comunale di più di otto ettari è stata affidata per venti anni fa ai privati incaricati di “rivitalizzarla”. Con la firma della nuova convenzione il Comune di Roma ha voluto ribadire che senza la generosità dei “privati” per le nostre città non esiste un futuro possibile. Questa mostruosità culturale nasconde tre fatti che stanno però emergendo con forza, nonostante il silenzio dell’istituzione comunale e della stampa mainstream

La prima vicenda riguarda il fatto che nel caso degli ex Mercati, come in molti altri casi, i privati hanno fallito miseramente. Quell’area era stata affidata ad un gruppo privato da parte dell’allora amministrazione guidata dal sindaco Walter Veltroni. Eravamo nel pieno della deriva neoliberale della sinistra e si disse che nessuno meglio di un privato avrebbe potuto realizzare la “città dei giovani”. Il principale punto di riferimento culturale di quella sinistra era Tony Blair, astro luminoso della scoperta del mercato da parte della sinistra. Come è andata a finire lo leggiamo in questi giorni. L’ex capo del Labour è il perno della criminale proposta che vorrebbe togliere la patria legittima ai palestinesi per costruire a Gaza, dove sono stati uccisi almeno cento mila uomini, donne e bambini, un’immensa città scintillante per il turismo d’élite mondiale. Una straordinaria parabola davvero.

La seconda censura riguarda il fatto che proprio negli stessi anni in cui il futuro degli ex Mercati Generali venne affidato al gruppo Toti-Lamaro, si era nella fase conclusiva della più grande e positiva esperienza urbanistica della Roma contemporanea. L’università di Roma Ostiense, poi ribattezzata Roma Tre, stava infatti per concludere uno straordinario processo di costruzione del nuovo ateneo.  Furono acquistati e ristrutturati interi comparti pubblici e privati dismessi (ex Olea Roma; ex Alfa Romeo; ex Croce  Rossa; ex Istituto d’arte Silvio d’Amico; ex complesso della Vasca Navale; ex Mattatoio di Testaccio; ex scuola Niccolò Tommaseo). 

Oggi quegli edifici, simbolo del degrado della Roma degli anni ’90, ospitano facoltà, istituti di ricerca, giovani intelligenti in cerca della loro strada. Per completare l’assetto dell’area Ostiense si pensava anche ad un intervento all’interno dei Mercati Generali. Troppo attivismo pubblico, avranno pensato nelle stanze ovattate della speculazione immobiliare. Così nel breve volgere di qualche anno, invece di essere valorizzata come una vicenda esemplare, la straordinaria esperienza pubblica di Roma Tre fu condannata alla damnatio memoriae. Non se ne doveva più parlare. Avrebbero risolto tutto i mitici privati.

Il loro fallimento è stato invece totale. Dalla crisi del comparto immobiliare statunitense del periodo 2007-2008, il gruppo che aveva ricevuto in affidamento il prezioso comparto pubblico, iniziò a chiedere (e ottenere da generose amministrazioni) due variazioni alla convenzione originaria in modo da avere maggiori tornaconti. Nella mia breve esperienza di assessore all’urbanistica del Comune di Roma ero sottoposto ad una forte pressione da parte dei concessionari per ottenere il via libera alla realizzazione di un grande centro commerciale. Feci presente che quel progetto non rispettava le leggi degli standard pubblici e anche grazie allo scandalo dello stadio della Roma di Tor di Valle, quel pericolo si fermò.

Oggi siamo ad un nuovo capitolo della vicenda. Il sindaco Gualtieri vorrebbe sostituire l’immenso luogo di consumo di allora con un’altrettanto immensa casa per studenti, molto più remunerativa, visto l’overbooking dei centri commerciali. Così vengono proposte due mila stanze (sic!) per studenti che però, sulla base delle leggi dello Stato, potranno diventare nel breve volgere di dieci anni appartamenti, alberghi o quanto di meglio preferiscono le imprese affidatarie.

La cura delle case per studenti ha lo stesso vulnus di dieci anni fa: con le dimensioni previste (più di 70 mila metri cubi) non si possono realizzare le aree per la sosta e per gli standard urbanistici. I privati potranno chiedere al comune di “monetizzare” queste aree, chiedere cioè che un diritto inalienabile dei cittadini venga cancellato con il pagamento di una modesta somma di denaro. Vedremo se il Comune avrà il coraggio di accettare questo immondo mercimonio: sarà il Consiglio comunale a decidere e vigileremo. 

A tale proposito va ancora una volta ribadito che uno delle quattro corti di cui si compone l’area degli ex Mercato Generali deve essere destinata a verde pubblico. L’area residenziale adiacente di via Giacomo Bove è infatti caratterizzata da intensivi ed è priva di verde pubblico. Le leggi dello Stato obbligano a saldare questo debito: un parco di tre ettari che si era già naturalizzato e che è stato devastato poche settimane fa da lavori -sembra- neanche autorizzati. Quel parco va restituito agli abitanti, è il minimo che occorre fare per il loro benessere. E va ribadita un’ultima considerazione sull’eroica trincea scavata dal sindaco Gualtieri e dai suoi cari: affermano che la convenzione non si può annullare perché altrimenti il privato chiederebbe al comune milioni di miliardi di danni. Naturalmente non è vero. La convenzione può essere cambiata ragionevolmente. Come abbiamo visto, la prima convenzione del 2006 aveva subìto per esplicita richiesta dei privati due variazioni integrative e non era accaduto nulla. Si tratta oggi di adeguare la convenzione firmata il 10 novembre 2025 alle leggi dello Stato: il quartiere chiede ed otterrà servizi e verde pubblico perché lo dicono le leggi in vigore e il Comune di Roma deve garantire  la loro applicazione.

Arriviamo così alla terza censura in atto, quella che ci interessa maggiormente. Da cinque mesi si è costituito un vasto e vivace comitato di cittadini che ha contestato alla radice il progetto di costruzione dei duemila alloggi privati per gli studenti. Due sono le caratteristiche principali di questo comitato. La prima riguarda la giovane età dei partecipanti. Ci sono studenti di scuola secondaria e universitari. Non era mai accaduto nelle lotte urbane simili degli anni scorsi. Sembra insomma che la forzatura dei mercati generali abbia provocato una inedita maturazione di coscienza da parte di giovani.

La seconda caratteristica è che il comitato ha le idee chiare riguardo al futuro dell’area. Vuole un parco degno di questo nome e vuole spazi di socialità per la città e in particolare per i giovani. Vuole infine che la regia della trasformazione dell’area avvenga sotto la regia pubblica. Una posizione culturalmente ineccepibile che fa sperare in una estensione di questa visione anche ad altre vertenze in atto in città. 

La vicenda degli ex Mercati Generali di Roma sembra finalmente aprire ad una nuova stagione di protagonismo dei comitati e della popolazione che richiede una città a misura umana e non a quella dei fondi immobiliari internazionali.

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giovedì 26 marzo 2026

Contro l’allevamento in gabbia in Italia

 

Perché è importante firmare la proposta di legge di iniziativa popolare contro l’allevamento in gabbia in Italia

di Simone Montuschi, presidente di Essere Animali

Mancano pochi giorni alla Pasqua e per molti italiani e italiane il pranzo terminerà con uno dei dolci simbolo di questa festività: la colomba. Nel nostro Paese però è difficile sapere se le uova utilizzate in questi prodotti provengano o meno da allevamenti in cui le galline sono allevate in gabbia: a differenza delle uova fresche infatti, per i prodotti trasformati non è obbligatoria l’indicazione in etichetta. Per far fronte a questo vuoto informativo, Essere Animali ha deciso di analizzare le comunicazioni dei maggiori produttori di colombe disponibili pubblicamente e di fornire una panoramica su chi ha già smesso di impiegare uova in gabbia, chi si è posto questo obiettivo per il futuro e chi invece non ha ancora assunto nessun impegno pubblico.

Da quanto emerge dal report che prende in analisi otto grandi aziende italiane, ad aver implementato politiche pubbliche che prevedono l’impiego di uova di galline allevate a terra sono: Balocco, Galup, Paluani, Tre Marie Ricorrenze e Vergani. Maina ha pubblicato un impegno a eliminare le uova di galline in gabbia entro Pasqua 2026, mentre Bauli e Melegatti sono le sole a non essersi ancora impegnate pubblicamente per tutti i loro prodotti contenenti uova, fatta eccezione per i croissant a marchio, le uniche referenze per cui fanno uso di uova da galline allevate a terra.

In Italia, secondo l’ultimo Eurobarometro sul benessere animale, più di 9 italiani su 10 sono favorevoli al divieto dell’allevamento di animali in gabbia. Eppure il nostro Paese non ha ancora introdotto – come invece hanno fatto altre nazioni europee – un divieto all’utilizzo di ogni tipo di gabbia per le galline ovaiole.

Quelle singole sono già state vietate in tutta l’Unione europea nel 2012, ma altri paesi hanno fatto di più, mettendo al bando anche quelle arricchite. È il caso di Austria e Lussemburgo, mentre in Germania è prevista un’eliminazione completa entro il 2026-2029. La Francia ha vietato la costruzione di nuovi allevamenti in gabbia a partire dal 2018, mentre in Repubblica Ceca e Slovenia entrerà in vigore il divieto rispettivamente nel 2027 e nel 2029. In Svezia infine, pur non essendoci ancora un divieto formale, la transizione al cage-free è già avvenuta per iniziativa del settore produttivo.

E in Italia? Proprio per rispondere alla richieste di cittadini e aziende già impegnate in questa transizione, Essere Animali ha deciso di lanciare una proposta di legge di iniziativa popolare per vietare l’allevamento in gabbia in Italia per tutte le specie. Per chiedere formalmente al Parlamento di discutere e avviare un percorso legislativo su questo tema sarà necessario raggiungere 50.000 firme entro settembre.

La stragrande maggioranza degli italiani si è già dichiarata contraria alla sofferenza degli animali in gabbia e a favore di un divieto su scala nazionale, per questo – oltre all’azione virtuosa che possono mettere in atto gli operatori del settore e alle scelte che possono fare i consumatori – è fondamentale che ci sia anche un’azione istituzionale e politica.

Firmare la proposta di legge di iniziativa popolare che abbiamo lanciato è più importante che mai, affinché la politica si faccia carico delle istanze dei cittadini anche quando le aziende le ignorano o i processi sono troppo lenti rispetto alle esigenze e alle richieste dei cittadini e delle cittadine italiane ed europee.

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Uccisioni choc, carcasse nelle gabbie e rischi sanitari: la videoinchiesta in un allevamento intensivo di conigli in Veneto

Animali deboli o malati presi e sbattuti contro le gabbie, o per terra, per ucciderli. Centinaia di esemplari rinchiusi in spazi angusti, sottoposti a stress e che devono convivere con le carcasse. E ancora: le stesse carcasse che, se gettate via, vengono buttate insieme alle deiezioni, provocando rischi sanitariEssere Animali si è infiltrata con una telecamera nascosta in un allevamento intensivo di conigli in provincia di Treviso e ne ha mostrato gli orrori. La struttura alleva circa 30mila animali, tutti destinati alla produzione di carne.

“A essere allevati in gabbia ogni anno in Italia – fa sapere Essere Animali – sono oltre il 90% dei 12 milioni di conigli macellati in totale nel nostro Paese (dati BDN Anagrafe Zootecnica). Il Veneto è la regione dove si concentra la maggior parte dei conigli allevati (28,8%), seguito da Piemonte (21,8%) e Friuli-Venezia Giulia (16,2%). In Europa l’Italia è tra i primi tre paesi per produzione con Spagna e Francia, che insieme rappresentano oltre l’80% dell’attività di produzione di carne di coniglio nell’Ue”.

Nell’allevamento vivono in gabbia anche “le fattrici dei conigli, costantemente sottoposte a inseminazione artificiale. Dopo 15 giorni, le coniglie vengono spostate in gabbie dotate di un vassoio di plastica che funge da nido. Alla nascita, i coniglietti vengono suddivisi in base alla taglia, in modo tale che ogni coniglia allatti animali di dimensioni simili, ma non necessariamente i propri. Già 11 giorni dal parto, mentre stanno ancora allattando, le femmine vengono nuovamente fecondate per mantenere alta la produttività dell’allevamento. Dopo due cicli di fecondazione consecutivi che falliscono, una coniglia viene considerata improduttiva quindi scartata e mandata al macello“.

Il 12 marzo scorso Essere Animali ha depositato una proposta di legge d’iniziativa popolare per introdurre a livello nazionale il divieto dell’utilizzo di gabbie per tutte le specie allevate, per chiedere al Parlamento di discutere e avviare un percorso legislativo come è già avvenuto in altri paesi membri dell’Ue.

“I consumi di carne di coniglio sono in calo – continua la nota di Essere Animali – anche per il cambiamento di prospettiva nei confronti di questo animale, sempre più considerato un vero e proprio pet. Pur posizionandosi al secondo posto in UE per consumo di carne di coniglio dopo la Francia, in Italia questo fenomeno riguarda prevalentemente over 60 (70%) e il numero di capi macellati è in declino. Secondo i dati ISMEA, negli ultimi dieci anni la produzione nazionale ha registrato una contrazione del 37%, passando da 33,8 mila tonnellate a 23,1 mila tonnellate. Aumenta invece il numero di conigli d’affezione presenti nelle case gli italiani, con i piccoli mammiferi che superano i 3 milioni (dati Assalco) e l’istituzione di un’Anagrafe ufficiale dedicata proprio ai conigli domestici promossa in collaborazione con il Ministero della Salute”.

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mercoledì 25 marzo 2026

La generazione Z e il referendum - Mario Guerrini

La chiamano "generazione Z". Sono i giovanissimi. Venuti al mondo dopo il 1997. Sono nati con il cellulare nella culla. Vivono, mangiano, dormono con l'Iphone. Li considerano svogliati, assenti, dominati dalla tecnologia. Hanno tutto perché la famiglia gli dà tutto. Dicono che sono senza stimoli e senza voglia di lottare. Questo è il giudizio finale (sbagliatissimo) che danno su di loro. Invece, quando c'è stato bisogno di salvare la santa Costituzione (come mi piace chiamarla), loro, senza che nessuno li mobilitasse al voto, con un tam tam istintivo sono andati spontaneamente ai seggi e depositato il loro No nelle urne. Il loro contributo alla lotta contro i seguaci meloniani di Delmastro, Bartolozzi, Nordio, Santanchè (che non si è ancora dimessa) e tutta la genia politica di riferimento, è stato un punto fondamentale e magico contro l'attacco (respinto) alla Carta dei nostri Padri Costituenti. Questi giovani, ai quali sono fortemente devoto, e che magari manco seguono il Mio Osservatorio, questi giovani sono l'aspetto più bello e confortante che oggi emerge dalle barricate del No. A loro la mia personale gratitudine. La politica delle poltrone, del clientelismo, dei modelli mafiosi senza mafia, dei privilegi, dell'ingiustizia sociale, della Sanità che non c'è, dei soldi pubblici da regalare allo stadio dei fondi di investimento americani, dei ragazzi che vanno all'estero per farsi un futuro che qui non c'è, questa politica deve fare I conti con loro. I ragazzi della "generazione Z".

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martedì 24 marzo 2026

Piccola riflessione sul "male" - Andrea Zhok

 

Di fronte all'ennesima aggressione unilaterale della Epstein Connection (Usa+Israele), tutti giù a formulare complesse analisi geopolitiche per capirne il senso.

Tutti - me incluso - a contorcersi tra giustificazioni artefatte e contraddizioni palesi.

Stanno bombardando gli iraniani per difendere i diritti umani?

Stanno violando il diritto internazionale per difendere l'"ordine basato sulle regole"?

Stanno cercando di promuovere la democrazia esportando con le bombe uno Scià di seconda mano?

Stanno subendo danni e morti per il piacere di infliggere danni e morti al nemico?

C'è da uscirne pazzi.

A meno che...

A meno che la spiegazione non sia tanto semplice quanto complesse sono quelle scuse fittizie.

Basta pensare di aver a che fare con quello stesso tipo di esseri che vediamo dialogare nei file Epstein.

Quella gente non sta rischiando niente di persona; altri moriranno per loro. Non rischia niente Trump, non rischia niente Rubio, non rischia niente Hegseth, non rischia niente Netanyahu (la cui famiglia è a Miami), non rischia niente nessuno di quelli che prendono le decisioni più fatali.

Al contempo per loro e i loro sodali, ogni bomba usata sul nemico è una bomba da ricomprare, ogni radar distrutto dal nemico è un radar da ricomprare, ogni grattacielo distrutto è un futuro investimento immobiliare, ogni vittoria bellica è un incoraggiamento a spendere ancora nella stessa direzione, ogni sconfitta è un ammonimento a non aver speso abbastanza in passato.

Questa tipologia antropologica casca sempre in piedi.

Qualunque livello di distruzione umana e materiale ha un aspetto fruttifero per chi vive di commesse pubbliche (bisognerà fare pur qualche sacrificio per la sicurezza) e di capitali in cerca di investimenti redditizi. Non esistono strategie perdenti, purché tu riesca a convincere abbastanza gente che grandi atti di distruzione sono necessari.

Vedendo le cose da questo punto di vista, tutto cade perfettamente al suo posto.

Ogni contraddizione viene spianata, ogni nodo viene sciolto.

Se anche alla fine non hai raggiunto nessuno degli obiettivi ufficialmente sbandierati (e QUANDO MAI sono stati raggiunti?), non c'è assolutamente nessun problema.

Avrai bruciato, insieme a donne, bambini, cittadini e soldati, una bella quantità di materiale bellico da rimpiazzare, una bella quantità di carburante da riacquistare.

Che ti frega del resto? Tu sei quello che governa la spesa prima e dopo la distruzione.

Lascia le formiche imbecilli laggiù in basso, e i giornalisti a molla, alle loro contorsioni dialettiche per fare spazio in qualche modo al "diritto internazionale", alla "liberazione dei popoli", al "conflitto di civiltà", e altre cazzate.

Che si scervellino pure, tanto alla fine del falò a loro resterà la cenere, i conti da pagare, i morti da seppellire; a te e ai tuoi compagni di golf resterà un'isola in più.

Ma e il regno di Baal? E l'Anticristo? E il satanismo?

Ma perché vi immaginate Baal, l'Anticristo o Satana come alfieri di un Regno del Male? Perché alimentate l'idea romantica degli Imperatori delle Tenebre?

Mi spiace amici, ma il Male, il vero autentico inflessibile Male nel mondo non ha nessuna grandiosa "impresa maligna" da portare a compimento.

Questo gli darebbe comunque una dignità, gli imporrebbe una coerenza, lo costringerebbe a tener ferme strategie: in fin dei conti lo renderebbe "costruttivo".

No, il Male sta in quella minuta meschinità di chi è disposto a dar fuoco al mondo per il solo gusto di avervi fottuto; e questo anche se in quel rogo dovesse finire lui stesso. È questa assurdità a renderlo potente: chiunque ragioni in termini di fini positivi, di una costruzione di vita, non riesce a seguirne i ragionamenti.

Il Male, come è stato detto altrove, è straordinariamente banale: è la dedizione di piccoli uomini dall'enorme frustrazione, capaci di spendere la vita, propria ma soprattutto altrui, per "ottenere profitti", cioè per ottenere ulteriore potenza senza nulla di importante da farci, cioè - in ultima analisi - per sentirsi vincenti, per non percepirsi come "losers", perdenti, sfigati.

Dedicare la propria vita ed energia alle battaglie del profitto è una vocazione reale, diffusa in molti ominicchi allevati nel grande pazzo serraglio della modernità, subumani che in ciò vivono la loro rivincita.

Il trionfo risentito del nulla.

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lunedì 23 marzo 2026

Selargius, cresce la solidarietà agli otto attivisti indagati per il presidio contro il Tyrrhenian Link - Osservatorio Repressione

Il Gruppo Giuridico Popolare Sardo denuncia la criminalizzazione della protesta dopo lo sgombero del Presidio degli Ulivi e rilancia il sostegno a chi ha difeso per mesi il territorio dalle opere di Terna.

Dopo la notizia dell’indagine nei confronti di otto attivisti coinvolti nel presidio contro il Tyrrhenian Link a Selargius, cresce la solidarietà nei confronti dei manifestanti che avevano partecipato alla mobilitazione contro l’infrastruttura energetica di Terna.

A intervenire pubblicamente è stato il Gruppo Giuridico Popolare Sardo, che in un comunicato ha espresso pieno sostegno agli indagati, sottolineando come la vicenda giudiziaria rappresenti l’ennesimo caso di criminalizzazione delle mobilitazioni territoriali. Il documento ricorda come il Presidio degli Ulivi – “Sa Battalla de Is Olias” – sia stato per oltre cinque mesi e mezzo un punto di riferimento per la protesta contro la realizzazione della stazione elettrica prevista dal progetto Tyrrhenian Link.

L’indagine arriva a un anno e mezzo dallo sgombero del presidioavvenuto il 20 novembre 2024, quando le forze dell’ordine intervennero in assetto antisommossa su richiesta della società elettrica per liberare l’area destinata ai lavori. Gli otto attivisti sono accusati di invasione di terreni, violenza privata e danneggiamento per la loro partecipazione alle iniziative di protesta contro il cantiere.

Secondo il Gruppo Giuridico Popolare Sardo, l’indagine colpisce persone che avevano preso parte a una mobilitazione pacifica e diffusa, sostenuta da centinaia di cittadini e cittadine dell’isola. Il presidio era nato nel 2024 per opporsi all’esproprio dei terreni agricoli e all’abbattimento di ulivi nelle campagne dell’hinterland cagliaritano, trasformandosi in uno spazio permanente di confronto e mobilitazione.

Il comunicato sottolinea come la protesta abbia coinvolto persone provenienti da diverse zone della Sardegna, unite dalla difesa del territorio e dalla critica a un progetto ritenuto devastante per l’economia agricola locale. Per mesi il presidio ha rappresentato un luogo di partecipazione collettiva, con iniziative pubbliche, assemblee e momenti di confronto sulla gestione del territorio.

Per questo motivo il Gruppo Giuridico Popolare Sardo invita a non lasciare soli gli attivisti colpiti dalle indagini e a sostenere chi ha partecipato alla mobilitazione. L’appello è a mantenere viva l’attenzione pubblica sulla vicenda e a continuare a difendere le ragioni della protesta, anche sul piano legale.

La vicenda del presidio di Selargius si inserisce in un quadro più ampio in cui le mobilitazioni contro grandi opere e infrastrutture energetiche finiscono sempre più spesso sotto indagine, trasformando proteste territoriali e ambientali in questioni di ordine pubblico.

Secondo i comitati e le realtà che hanno animato la mobilitazione, la solidarietà agli indagati rappresenta oggi un passaggio fondamentale per continuare la battaglia contro il progetto e per difendere il diritto delle comunità locali a opporsi alle opere considerate imposte dall’alto.

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domenica 22 marzo 2026

Referendum sulle carriere: sfida all’OK Corral - Ugo Boghetta

Si avvicina la resa dei conti, ovvero il voto sul referendum in merito alla separazione delle carriere. È una sfida all’OK Corral. È il momento che i malfattori — Licio Gelli, Berlusconi e la loro pletora di corruttori, corrotti, servi e parassiti — aspettavano da tempo. La campagna è già calda. I primi a distinguersi sono alcuni membri del governo. Basterebbe ascoltarli e avere una minima infarinatura su cosa sia la giustizia per votare No.

Il ministro Nordio ha infatti affermato che la riforma, per me la controriforma, non ha come obiettivo l’efficientamento della giustizia. Qualsiasi cittadino dotato di un minimo di buon senso prima si occuperebbe di far funzionare la macchina ingolfata che pesa su tutto il sistema, poi eventualmente farebbe altro. Sempre l’ineffabile Nordio ha formulato una domanda retorica con lo sguardo furbetto: «Tutti i poteri devono essere controllati, chi controlla la magistratura!?». Questa seconda affermazione è una dichiarazione d’intenti: il controllo della magistratura, appunto. La Costituzione, tuttavia, è basata sull’equilibrio dei poteri. Anche quello giudiziario è dunque un potere. Che qualcuno possa controllarne un altro in senso politico è incostituzionale e inaccettabile. Per altro verso, una certa conflittualità fra poteri è nell’ordine delle cose. Ma Nordio afferma che il potere politico si sente «a sovranità limitata». Tradotto: non ci lasciano fare quello che vogliamo come vogliamo, cioè senza regole. Vogliono dunque indebolire la magistratura per ridurre i controlli di legalità sulla politica politicante, ovvero sul governo di turno. Infatti Nordio aggiunge che questi cambiamenti andrebbero poi a beneficio del centrosinistra qualora ritornasse al governo. Più chiaro di così!

Ciò che invece va rimarcato è che dei tre poteri — legislativo, esecutivo e giudiziario — ormai i primi due sono diventati la stessa cosa. Gran parte della legislazione viene dal governo e dalla decretazione d’urgenza. E quando serve si ricorre sempre al voto di fiducia. Quindi, semmai, lo squilibrio è a favore dei governi e, invece, si dovrebbe ripristinare il ruolo del Parlamento.

Andrebbe inoltre ricordato al Nostro e ai suoi amici che nel nostro ordinamento solo il popolo è sovrano. E lo è, peraltro, nell’ambito della Costituzione stessa.

Ma le questioni non finiscono certo qui. Risulterà ancor più evidente nelle osservazioni che seguiranno che si vuole perseguire l’immunità e l’impunità della politica, dei padroni e di quel corollario ormai implicito che è la grande criminalità organizzata.

Come avverrebbe questa messa sotto tutela della magistratura?

In primo luogo va ricordato che da decenni è in atto una campagna avvelenata contro i magistrati. Certo, errori ne sono stati fatti; tuttavia questo è avvenuto in un contesto in cui «la politica» è andata sempre contro la Costituzione. E dopo Tangentopoli la corruzione è diventata ancor più diffusa e pervasiva. È la storia della putrida 2ª Repubblica e della sua torsione neoliberista. Ciò che si vuole ottenere, infatti, è la legittimazione del laissez-faire.

La Carta del ’48 invece non solo riguarda diritti e doveri, ma contiene un’idea di società para-socialista. E questo non è mai andato bene a lor signori. Si sono pure scomodati da Oltre Atlantico a condannarla: vedi la Trilaterale con la sua fatwa contro l’eccesso di democrazia e stato sociale.

E non si è trattato solo di parole. Basta mettere in fila il collegamento che unisce P2, morte di Moro e ora, fra altre, la separazione delle carriere.

Si usa dunque come pretesto la separazione dei giudici dai PM per indebolire l’indipendenza complessiva del potere giudiziario. Infatti è noto che la separazione delle carriere esiste già. Ed è falsa la comunanza fra giudici e PM se è vero che oltre il 50% dei procedimenti viene rigettato dai giudici.

Il punto decisivo è il CSM. Organo che non esisteva sotto la monarchia e il fascismo, ma che i costituenti hanno voluto proprio come strumento per rendere concreta l’indipendenza della magistratura stessa.

Come è noto, questo organo viene innanzitutto diviso: uno per i giudici e un altro per i magistrati. Poi compare magicamente un organo unitario: l’Alta Corte per i provvedimenti disciplinari, come se questa fosse la questione principale. Peraltro il CSM attuale è uno dei più duri sui comportamenti interni, comparato con altre nazioni. In questo modo è ipotizzabile che si auspichi l’insorgenza di conflitti fra CSM. Un modo per indebolirli è il sorteggio con la scusa di contrastare le correnti. Ma le correnti rimarranno e magari, nel sorteggio, avrà una prevalenza una su un’altra: altro elemento di diatriba. Siamo a Roma e il divide et impera è di casa.

Un argomento usato è che la separazione delle carriere esiste in gran parte del mondo occidentale. Girano delle tabelle a tal proposito, ma sono sbagliate. In questi schemi infatti l’Italia è collocata nella colonna della comunanza delle carriere. In realtà, come sappiamo, il nostro Paese dovrebbe stare nella colonna della separazione. In tutti i sistemi infatti forme di relazione fra i due ruoli, a monte o a valle, esistono ovunque.

Quello che invece non si dice è il seguito. Vale a dire che dove c’è la separazione delle carriere i PM sono in vario modo sottoposti al servizio degli esecutivi. Non è un caso che il ventriloquo ministro Tajani abbia preventivato anche il passaggio della polizia giudiziaria sotto l’esecutivo. Sembra di sentire Berlusconi: era un suo pallino. Questo è un aspetto importante perché con questa ulteriore separazione sarebbero state impossibili le grandi inchieste di questi ultimi decenni, di cui non a caso i malfattori si lamentano tanto. Inoltre, se è chiaro l’obiettivo di indebolire i giudici, è altrettanto chiaro che, se non si vuole un superpoliziotto, bisogna imbrigliare anche i PM.

Qui infatti casca un altro asino. Sempre il nostro loquacissimo Nordio afferma che il cambiamento persegue il garantismo. In realtà, nel nostro ordinamento attuale il PM non è solo la pubblica accusa, ma persegue la giustizia. Se infatti viene a conoscenza di un elemento favorevole all’imputato deve farlo presente. Poi, con il controllo dei PM, scomparirà anche l’obbligo di perseguire d’ufficio i reati. È dunque anche il garantismo che viene a indebolirsi.

Infine va sottolineato che il costo del funzionamento dei tre CSM salirebbe da 50 a 150 milioni l’anno, ma è un aspetto marginale.

Il contesto in cui si colloca l’oggetto del referendum rende il tutto ancor più illuminante e devastante. Il governo di destra infatti ha già più volte operato in ambiti affini, ma tutti convergenti rispetto all’obiettivo già sopra sottolineato: l’impunità e l’immunità dei potenti e dei loro servi.

Ad ogni evento con un qualche elemento di tragicità e trucidità il governo ha emanato un Decreto Sicurezza: Cutro, Vairano, fatti di Torino. Lo scopo è in gran parte propagandista, ma ciò nondimeno cambia il diritto oltre ogni dire. Inoltre, se la situazione lo richiederà, le nuove norme restrittive sono già lì, belle e pronte all’uso.

Ma non si sono fermati a questo.

Durante il Covid si era attenuato l’abuso d’ufficio in quanto, in stato d’emergenza, gli amministratori dovevano operare in tempi e modalità che andavano oltre la legge. Ebbene, il governo ha reso permanente tale sospensione. Lo stesso abbassamento dei controlli si è operato in materia di appalti. Si è anche intervenuto a limitare il traffico di influenze illecite. Parimenti si è operato in materia di intercettazioni, limitandone l’uso. È in questo iter che sempre il nostro ineffabile Nordio ha concepito il termine di modica mazzetta contro cui non si dovrebbe agire. Mentre, ad esempio, notizie reperite in materia di accattonaggio rimangono valide. Materie, come si vede, a cui da sempre sono sensibili politici, affaristi e criminali. Sono dei classici.
Forti coi deboli e deboli con i forti, insomma.

A fine anno, a tambur battente, si è poi provveduto a limitare l’azione della Corte dei Conti. I reati sono perseguibili, ma l’eventuale risarcimento dei danni erariali è stato ridotto a modiche cifre. Il resto del danno, come sempre, lo paga «Pantalone». Del resto, la Corte dei Conti aveva osato bocciare la delibera del Ponte sullo Stretto. E lo aveva fatto con due motivazioni ineccepibili. L’importo dell’opera era tale che serviva il bando europeo. La seconda motivazione riguardava il fatto che il documento del governo parlava di soldi privati mentre invece si procede con denaro pubblico. Ma la Corte aveva messo il naso anche nello spreco del centro per immigrati in Albania, la vendita sotto prezzo e tangenti di palazzi in Veneto, storno di soldi per la sanità in Liguria, il piano dei rifiuti in Sicilia basato solo sugli inceneritori. E sono solo esempi che si riferiscono al mese di dicembre 2025.

Questi esempi illustrano più di ogni ragionamento i fini che si prefigge il governo. Non devono essere messi bastoni fra le ruote ai poteri politici, economici, affaristici e alle sottostanti organizzazioni criminali. Ciò, tuttavia, crea ulteriore frammentazione e insicurezza. Ne va di mezzo la tenuta del Paese e la democrazia, le quali non possono esistere senza un’etica e una morale pubblica.

Non che prima di questi interventi le cose fossero idilliache. L’impunità e l’immunità sono state un vessillo da sempre sventolato dai ceti dirigenti italioti: dal Risorgimento ai giorni nostri.

Se guardiamo chi sta in carcere, ad esempio, vediamo come politici, imprenditori, amministratori siano un’infima minoranza. Per corruzione, concussione e reati finanziari i detenuti sono mediamente fra lo 0,5% e lo 0,8%. Ciò appare ben strano visto che l’Italia per corruzione è al 17° posto nell’Unione e al 54° posto nel mondo. Dati che ci parlano invero della corruzione percepita, ma quella reale è ben peggio.

Tutto ciò ci dice una cosa molto netta: ci troviamo dinnanzi a una giustizia classista. Situazione che purtroppo la Repubblica non è mai riuscita a cambiare proprio in virtù dei rapporti di forza e del ruolo delle forze conservatrici e reazionarie. Non è un caso che la Corte costituzionale sia stata varata nel 1956 e il primo CSM nel 1958! Tutto ciò è avvenuto nonostante la Costituzione e contro la Costituzione. Anche certa magistratura ha favorito questo andazzo; ultimo il caso Palamara. Basti pensare poi quanto tempo c’è voluto perché il fenomeno mafioso venisse indicato in quanto tale. E quanti magistrati, politici e cittadini onesti sono morti per giungere questo cambiamento culturale e politico.

In questa impronta classista non si può non parlare dell’inaccettabile lunghezza dei processi. Questa situazione non è una casualità, poiché è funzionale a chi ha le facoltà economiche di permettersi un buon avvocato per tirarla per le lunghe e puntare alla prescrizione. Peraltro, non esistendo nel nostro ordinamento la possibilità di aggravare la pena in caso di appello, non a caso tutte le sentenze vengono appellate, intasando il sistema, mentre alle procure e ai tribunali mancano uomini e mezzi.

Ciò che sta avvenendo è insito nella cosiddetta 2ª Repubblica, in cui neoliberismo e corruzione diffusa sono l’uno il prodotto dell’altra. L’unica anomalia in questi ultimi anni è stata la presenza in vari governi del M5S. Non è un caso che quelli con la loro forzata presenza per ragioni numeriche non siano durati più del giro delle quattro stagioni. E non a caso siamo passati dallo Spazza Corrotti al Salva Corrotti.

In questo contesto, per capirci qualcosa, i cittadini italiani dovrebbero chiedersi: in questi decenni i problemi sono venuti dalla magistratura o non invece da una politica di centrodestra/centrosinistra succube dei mercati e dei poteri sovranazionali? Il peggioramento complessivo del Paese sociale, morale, culturale, politico, economico è colpa della magistratura o della politica politicante?

E governo e maggioranza che legittimità hanno per mettere sotto tutela la magistratura, visto che hanno il consenso di un elettore su tre e più del 40% dei cittadini non vota più? Anzi, nelle recenti regionali si è sforato quasi ovunque il 50% di non voto.

Non è dunque la magistratura a essere politicizzata: è la politica; sono i partiti che non la fanno ormai più. E l’indipendenza che servirebbe è quella dai mercati, dalle multinazionali, dalla finanza, dai poteri ademocratici sovranazionali.

La conclusione è che corrotti, corruttori, parassiti, criminali e le loro emanazioni politiche hanno tutto il vantaggio a votare Sì. Non a caso, il fronte del Sì è trasversale alla destra e al centrosinistra. Bisognerà vedere quanto popolo bue riusciranno a portarsi dietro.

Ciò porta alla necessità di impostare questa campagna in maniera populista, poiché si deve tener conto delle frammentazioni intervenute a tutti i livelli: sociale, politico, culturale; classista, perché il substrato si misura sul lavoro, la redistribuzione della ricchezza e dunque del potere; giustizialista, poiché in Italia il termine non rappresenta l’esagerata volontà di punire, ma la necessità di perseguire corruttori, corrotti e criminali. Quello che deve emergere in questo referendum è lo scontro alto/basso, popolo e ceti corrotti. Deve essere rivolta e indignazione di un Paese ridotto a un colabrodo e fuori controllo. Ahinoi!

Bisogna dunque impegnarsi in questa campagna referendaria. In primo luogo, una vittoria del No non peggiorerebbe la situazione specifica e generale e, di questi tempi, questa sarebbe già una buona notizia. In secondo luogo, darebbe un primo stop a un governo che si sta allargando oltre misura, anche se rappresenta solo un terzo degli italiani. E ci si deve impegnare nonostante la compresenza del Partito Democratico che della situazione politica, economica, sociale, collocazione internazionale e vittoria della destra è il principale responsabile. Fargli intestare l’eventuale vittoria sarebbe davvero una beffa.

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sabato 21 marzo 2026

Un’inchiesta rivela il buco della sanità piemontese. Più si sale peggio va - Mariano Turigliatto

 

Un giornalista, Stefano Rizzi, e un giornale on-line, lo Spiffero, fanno il loro mestiere e pubblicano un resoconto, numeri alla mano, dell’agghiacciante situazione della sanità piemontese dopo quasi nove anni della “Cura Cirio“, ora delegata all’assessore Riboldi dopo cinque anni di Icardi. Meno male che c’è ancora qualcuno che lo fa, visto il clima da calma piatta prima della bufera nel quale sguazza anche un’opposizione da strapparsi i capelli.

Tuttavia nemmeno il più disincantato studioso delle malefatte del centrodestra avrebbe immaginato che il direttore del giornale fosse chiamato a difendere l’operato, suo e del giornalista, di fronte alle pressioni che vengono addirittura dai ministeri romani per ridurre al silenzio l’informazione libera. Invece pare che sia successo stando a quanto riferisce il direttore dello Spiffero senza troppe remore. Il coraggio è una merce rarissima, perciò vale la pena di raccontare questa storia. Fa il paio a mio avviso con i dossier genovesi commissionati da Bucci a danno del Secolo XIX, del “solito sistema clientelare” per far vincere il Sì e di chissà quanti episodi che non arrivano alle cronache perché c’è chi si piega prima.

La sanità piemontese è un pozzo senza fondo che neanche nei romanzi horror, prestazioni di eccellenza e sciatteria senza limiti, in un allegro caos che demotiva il personale che vorrebbe fare il lavoro per cui è pagato e premia spesso i fedeli, e quelli della corrente giusta, a scapito dei bravi. Più si sale e peggio vacome ho diffusamente raccontato in post passati. Di ospedali nuovi neanche l’ombra, consulenze come se non ci fosse un domani, piani finanziari sballati e gare bloccate sine die per impossibilità di aggiudicazione. Le liste d’attesa spingono i pazienti con qualche soldo rimasto verso la sanità dell’intramoenia, le case di comunità nascono col contagocce e spesso per finta, festeggiano gli ambulatori privati verso i quali vengono dirottate tutte le prestazioni, anche quelle di base che più non si può. Cresce senza controllo il debito della Regione, lo dicono i dati comunicati ufficialmente dai direttori generali della sanità per l’anno in corso.

Quasi un gioco da ragazzi per il giornalista mettere in fila i numeri del disastro. Li elenca in un articolo annunciandoci che il debito previsto per il 2026 dai direttori generali di ASL e ASO si avvicina al miliardo di euro; basterebbe molto meno per rendere inevitabile il commissariamento della Regione da parte del MEF, quindi la preoccupazione è forte. Il tutto mentre in Tribunale è in svolgimento il maxi-processo per l’ammanco della Città della Salute e non passa giorno senza che emergano fatti sconcertanti. Intanto si apprende che la Regione stanzia di corsa 203 milioni per coprire le maggiori spese sanitarie del 2025, ovviamente togliendo i soldi da altri capitoli del suo bilancio. Non basta, i Bilanci 2024 e 2025 sono ancora alla firma del direttore della sanità regionale, dopo che consulenti strapagati ne hanno certificato oggi la correttezza per essere smentiti domani dai periti del Tribunale. Facile immaginare il panico che deve circolare fra gli alti papaveri della sanità regionale.

L’assessore Riboldi replica immediatamente con un video che, invece di smentire, conferma; soprattutto che non ha ancora dimestichezza con i bilanci del suo assessorato, così che confonde poste e annualità di esercizio. Il giornalista non ci sta e risponde con i numeri a quella che definisce “propaganda da cinegiornale” dell’assessore. Il titolo del suo articolo non lascia spazio all’immaginazione: “Profondo rosso nei conti della Sanità, per l’assessore è solo ‘fantasia’”. Essere solidali con giornali e giornalisti dalla schiena dritta vuol dire anche raccontare queste storie. Però i centrodestri sono davvero ammalati di presunzione per non immaginare la reazione di un giornale, a volte molto vicino a loro, ma riferimento per una bella parte di opinione pubblica piemontese proprio per la sua autonomia.

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