lunedì 18 maggio 2026

Dell’ignoranza obbligatoria: l’istruzione “superiore” verso l’infimo e l’indistinto - Elisabetta Frezza

 

Nella prima parte di questo pezzo si riprendono ampi stralci delle tesi esposte da Lucio Russo nel suo libro “Segmenti e bastoncini” (1998) per mettere in luce come anche nel periodo successivo alla pubblicazione, fino agli ultimissimi giorni nostri, esse abbiano conservata, e confermata, la loro validità. Segno significativo della loro giustezza. I passaggi racchiusi tra virgolette sono tratti da quel libro. Con ciò, mentre si vuole dimostrare l’esistenza di un unico, non interrotto, disegno sovrapolitico – che, con la forza della preordinazione, ha potuto assorbire persino lo sbaraglio dei vari inquilini ministeriali –, si rende omaggio a uno studioso che con profondità di analisi ed eleganza ha contribuito alla riflessione sul senso della istituzione scolastica in generale, della scuola italiana in particolare. A lui è dedicato anche il libro a più mani “Salvare i saperi per salvare la scuola” (edizioni Il Cerchio, Rimini 2025).

Tutto quanto resta fuori dalle virgolette è invece farina del sacco di chi scrive, e l’autore di “Segmenti e bastoncini” non ne porta ovviamente alcuna responsabilità. Se non quella, appunto, di una comprovata lungimiranza di pensiero: anche attraverso le sue parole, infatti, il bombardamento inesausto di aberrazioni a cui oggi non si riesce più a trovare riparo, trova almeno uno straccio di spiegazione: antecedente necessario di qualsivoglia reazione che non sia emotiva e improvvisata.

Scrivendo, la pasta è cresciuta tra le mani. Ne è uscita una cosa lunga, che mal si concilia con l’esigenza di accedere a consumazioni veloci, propria di un tempo in cui non c’è tempo. Chi si prenda la briga di arrivare in fondo verificherà tuttavia che “in cauda venenum”.

In morte della TreeLLLe

Tutti sanno che la legislazione scolastica italiana dell’ultimo quarto di secolo non è frutto della dialettica parlamentare: la materia è troppo delicata per essere abbandonata agli estri della politica politicante. Tutti sanno che il luogo dove sono elaborate e scritte le riforme è altrove. Ad esempio nelle stanze della Fondazione Agnelli – un nome una garanzia – che, nata sessant’anni fa come istituto di ricerca nelle scienze sociali, ha presto focalizzato il proprio impegno sull’”education” (da quelle parti si dice così).

Ma, sopra tutto, a preconizzare alla lettera le novità normative sono sempre stati i Quaderni periodici della associazione TreeLLLe, il pensatoio (think tank in definizione autentica) dove è dislocata la regia del nostro sistema di istruzione e che è l’espressione in purezza del cosiddetto stato profondo: apparato confindustriale, banche, finanza, intellighenzia laica e clericale la più blasonata che c’è. A scorrere l’elenco dei componenti del “comitato scientifico”, del “forum delle personalità e degli esperti” e degli “eminent advisor” ci si imbatte in presenze significative, tra le quali un bel po’ di vecchi e nuovi titolari del dicastero. Quanto al nome dell’entità, creativo anche nel grafema, evoca quella “società dell’apprendimento permanente” (in lingua originale, Life Long Learning: le tre elle) che rappresenta il motivetto ispiratore del suo operato, cantato a palla nel coro dei burocrati d’Europa.

Fin qui, bene o male lo sanno tutti.

Forse non tutti sanno, però, che la TreeLLLe, venuta alla luce nel 2001, si è estinta nel 2025. Lo comunica in apertura il sito di riferimento con un necrologio molto essenziale, privo di dettagli sulle circostanze della dipartita. In mancanza di spiegazioni ufficiali, è legittimo formulare ipotesi fantasiose; e magari immaginare che l’entità sia stata semplicemente soppressa per aver esaurito il proprio mandato. O meglio, che il suo spirito abbia traslocato in altra sede, nel senso che, finalmente, si è fatta essa stessa ministero. Del resto, il ministro in carica, così come vari suoi predecessori, è un triellino di comprovata fede.

In ogni caso, la lista degli affiliati alla TreeLLLe costituisce prova documentale della contiguità, e continuità, tra coloro che hanno ricoperto ruoli apicali nel settore scolastico indipendentemente dalla relativa etichetta politica: a dettare l’agenda, infatti, è sempre la tecnocrazia di Bruxelles, vale a dire la quintessenza dell’antidemocrazia, e i tocchi autografi concessi ai singoli esecutori pro tempore (esecutori nel senso di membri dell’esecutivo, naturalmente) vanno intesi come carote lanciate qua e là all’elettorato di riferimento mentre il bastone batte inesorabilmente la medesima strada. Che poi tutti quanti costoro parlino appassionatamente la stessa identica lingua – una specie di sottoprodotto della lingua imperiale – arrivando, sprezzanti del ridicolo, a rasentare la caricatura, è la conferma definitiva della loro comune appartenenza, della compartecipazione a obiettivi comuni, della piena adesione al programma stabilito in alto (e altro) loco.

L’impressione, dunque, è che – lungo il binario unico, lastricato di formulette anglofone, calcato negli ultimi decenni dai novatori di tutto l’arco costituzionale – il treno sia quasi giunto al capolinea, e che in qualche modo ce lo stiano pure annunciando. Che il suo itinerario fosse segnato, e che il traguardo corrispondesse alla demolizione della struttura della scuola italiana e al dissolvimento della sua anima, era chiaro già dalla fine del millennio trascorso, o almeno lo era agli osservatori più attenti.

L’attualità della ricostruzione di Lucio Russo

Risale al 1998 l’uscita in prima edizione del pamphlet di Lucio Russo Segmenti e bastoncini che, a dispetto dell’età anagrafica, resta una pietra miliare nell’analisi delle vicende riguardanti la cosiddetta pubblica istruzione. Per questo, vale la pena rispolverarlo e apprezzarne la tenuta dopo il lungo intervallo di governi e pandemie, e il diluvio di leggi leggine decreti e circolari.

La temperie, all’epoca della pubblicazione, era quella della riforma Berlinguer, quindi praticamente l’inizio – per lo meno: l’inizio della sua elaborazione sistematica, ché dei primi passi estemporanei erano già stati fatti, per lo più sotto il furbo espediente della “sperimentazione” – dell’iter di sostituzione della scuola italiana con qualcosa di altro da sé. La riforma Berlinguer, scrive Russo, si inseriva «in un processo di lungo periodo che per quanto riguarda l’Italia è iniziato almeno negli anni sessanta, quando, anche sotto la spinta del movimento studentesco, la vecchia impalcatura gentiliana subì i primi consistenti attacchi». Sì che, guardando la scena dall’alto, «la novità essenziale promossa dal ministro Berlinguer sembra essere l’efficienza e la radicalità del cambiamento, e non la sua direzione».

Ma qual era l’impalcatura che si voleva risolutamente abbattere? Prima della colata di lava delle mille riforme impacchettate dentro le formulette eufoniche del pedagogese, «si pensava – dice Russo – che la cultura avesse una solida base unitaria, in assenza della quale non fosse possibile acquisire le varie conoscenze specialistiche. I contenuti della cultura di base includevano l’inquadramento nello spazio e nel tempo della propria esperienza diretta, grazie a un corpo di conoscenze geografiche e storiche, gli elementi fondamentali della storia della cultura occidentale, sin dalle sue basi nella civiltà greca, lo studio della letteratura nazionale e una serie di strumenti concettuali elementari, considerati indispensabili a quelle che venivano dette “persone colte” […]. Gli studenti venivano abituati a usare contemporaneamente due diversi livelli di discorso: quello concreto […] e quello teorico, per il quale occorreva usare una terminologia specifica. […] La soluzione di problemi (in particolare di traduzione) veniva ottenuta applicando, in modo non meccanico, regole generali a casi particolari». Un’idea del livello culturale di base diffusamente accettato era fornito – spiega Russo – dalle enciclopedie (ad esempio l’Enciclopedia Italiana), da cui si evinceva «quali fossero le conoscenze che l’autore di una voce […] poteva considerare prerequisite». Analogo termometro sono i libri di testo, sempre in rapporto al loro pubblico potenziale.

«Non a caso – osserva Russo – si trattava di una scuola che si rivolgeva a chi avrebbe dovuto prendere decisioni e non a futuri esecutori e consumatori passivi».

Per la cronaca, dopo Berlinguer (e dopo il libro) sarebbero arrivate, coi loro bastimenti carichi di innovazioni, la Moratti e la Gelmini; fu poi la volta di Renzi sotto le mentite spoglie della Giannini, col suo marchingegno legislativo assemblato per compiacere l’Europa e venduto in piazza sotto il brand “la buona scuola” come fosse una batteria di pentole; e poi la pittoresca Fedeli munita del suo diploma di terza media, tra vari altri personaggi dimenticabili – a parte la signora consegnata alla storia per la mirabolante trovata dei banchi a rotelle. Fino agli ultimi esemplari: a Bianchi, dal curriculum perfetto per sgombrare l’edificio delle ultime masserizie in nome della virtualizzazione universale e del PNRR, e a Valditara che, da romanista (nel senso di studioso di diritto romano), ha acchiappato entusiasta dall’altro versante dell’emiciclo il testimone del predecessore. Un campionario assortitissimo, insomma, raccattato qua e là secondo logiche imperscrutabili, per l’esecuzione del medesimo disegno: infatti, al di là di qualche astratto proclama palesemente destinato a rimanere lettera morta, o di qualche ritocchino cosmetico palesemente ad pompam, la staffetta verso la liquidazione della scuola italiana procede da decenni a velocità crescente, ora furibonda. Procede impermeabile all’alternanza dei figuranti e delle rispettive insegne politiche.

La «scuola di avviamento al consumo»

Russo così condensava il senso della riforma Berlinguer: «Si tratta del progetto, coerente e organico, di smantellare quanto resta della tradizionale scuola secondaria superiore italiana, sostituendola con una moderna “scuola per consumatori” [oltre che per contribuenti ed elettori: tutte pedine che possono tranquillamente fare a meno di qualunque tipo di cultura generale] che, seguendo il modello della scuola americana di massa, si limiti ad avviare al consumo il cliente-studente fornendogli prodotti massificati e dequalificati, ma gradevoli e rassicuranti».

In questo orizzonte, «gli strumenti concettuali teorici, considerati ormai troppo difficili, sono eliminati dall’insegnamento, che viene ridotto alla descrizione di meri “fatti” e a elenchi di prescrizioni» alle quali il futuro cittadino-consumatore dovrà attenersi nei vari momenti dell’esistenza, modellate «sulle prescrizioni per l’uso dei farmaci o sui manuali di istruzione degli elettrodomestici».

Ecco quindi come si passa senza nemmeno accorgersene «da ecologia ad educazione ambientale (serie di norme riguardanti il comportamento corretto da seguire nello smaltimento dei rifiuti e in altre attività quotidiane), da fisiologia umana a educazione sanitaria, norme di igiene personale, educazione sessuale, alimentare, ecc.». Ed ecco giustificato, oltretutto, il «forte incremento, anche nella valutazione, del peso dell’educazione civica», contenitore capiente di regolette morali e di buona condotta.

Ciò che la scuola per contro non dovrà più richiedere è lo sforzo intellettuale, considerato faticoso, superfluo, e pure pericoloso.

Si capisce come, a quel punto, per individui abituati a guardare figure, a scrollare schermi e a leggere al più un foglietto di istruzioni, argomenti complessi appaiano inaffrontabili. E allora «innanzitutto il sapere da trasmettere va diviso in “pillole”, la cui dimensione non deve superare una videata di computer. In secondo luogo l’informazione va tradotta, per quanto possibile, in figure con brevi didascalie. Inoltre il testo deve essere completato da brevi messaggi (evidenziati dal colore, dalle dimensioni…) contenenti le “istruzioni per l’uso” del testo stesso (riguardare una pagina precedente, memorizzare una certa parola, ecc.). Ecco perché sono state ideate le “mappe concettuali”, cioè degli schemini che rappresentano in forma concreta i legami logici tra i concetti [quelle che una volta gli studenti si facevano da soli, smontando e rimontando l’oggetto del loro studio secondo il proprio personalissimo ordine mentale: lavoro impegnativo ma essenziale per l’assimilazione dei contenuti: ndr]». Ed ecco – si aggiunga – l’avvento della fantastica era delle slides e dei power point, divenuti ormai veicolo obbligato di qualsiasi comunicazione che si rispetti, dalle sessioni di giochini dell’asilo fino alle lezioni universitarie: chi, avendo qualcosa da dire, non si faccia precedere dal power point colorato e animato che lo dice per lui, è per definizione un povero disadattato.

In effetti le attuali tecnologie – dice Russo – sono «insuperabili nella comunicazione unidirezionale e acritica caratteristica della nuova scuola per consumatori» E d’altro canto, «l’uso massiccio di tali strumenti nella scuola fornisce […] anche un apprezzato contributo all’avviamento al consumo tecnologico». Un circolo vizioso insomma – o virtuoso, se lo si considera dal punto di vista delle aziende (private) EdTech, cui viene servita su un piatto d’argento una sterminata prateria da colonizzare popolata di materiale umano inesauribile da catturare, sorvegliare, tenere in ostaggio vita natural durante.

È chiaro poi che, se «la progressiva dequalificazione della scuola si presenta in una prima fase come abbassamento del livello degli studenti, ai quali vengono rivolte richieste sempre più banali», in una fase successiva non può che sfociare «nel crollo del livello culturale degli stessi insegnanti».

Infatti «alla nuova scuola non occorrono esperti di fisica, letteratura, filosofia o storia dell’arte […]; basteranno dei generici “operatori scolastici”, con una preparazione essenzialmente socio-pedagogica, che svolgano la funzione di intrattenitori e animatori […]. Quanto agli intellettuali ai quali affidare le scelte di indirizzo culturale e la formulazione dei programmi, non saranno più letterati, matematici o filosofi […], ma degli “specialisti della scuola” scelti preferibilmente tra sociologi, pedagogisti o, ancora meglio, esperti di media». D’altro canto, chiosa Russo, è indubbio che un effetto collaterale di questo smottamento sarà «un forte calo della disoccupazione intellettuale dei laureati in sociologia, psicologia e pedagogia». La nuova pianta infestante che sottrae luce, aria e nutrimento ai legittimi abitatori del luogo sacro di iniziazione al sapere.

La deconcettualizzazione e deverbalizzazione dell’insegnamento

Manco a dirlo, a presiedere la commissione di quaranta saggi nominata al tempo dal ministro Berlinguer con il compito di individuare «le conoscenze fondamentali su cui si baserà l’apprendimento dei giovani nella scuola italiana nei prossimi decenni» (vaste programme), fu chiamato Roberto Maragliano, pedagogista esperto di tecnologie didattiche multimediali. Manco a dirlo, nel documento di sintesi redatto dai saggi si affermava senza giri di parole che «è necessario operare un forte alleggerimento dei contenuti disciplinari». Un decisivo salto di qualità sarebbe stato assicurato, per contro, dall’ingresso massiccio delle nuove tecnologie, sulle quali Maragliano si esprimeva in toni di commosso lirismo: «Il videogioco è la più grande rivoluzione epistemologica di questo secolo. Ti dà una scioltezza, una densità, una percezione delle situazioni e delle operazioni che puoi fare al loro interno che permette di esaltare dimensioni dell’intelligenza e dello stare al mondo finora sacrificate dalla cultura astratta». Ripetiamo insieme: «…finora sacrificate dalla cultura astratta»: nel senso che, per i quaranta saggi diretti dal saggio pedagogista Maragliano, la capacità di astrazione, quella simbolica e sistematica, che caratterizzano la cognizione umana e da millenni nutrono tanto il pensiero storico-letterario-filosofico quanto quello scientifico, diventano d’improvviso un limite all’intelligenza e al saper stare al mondo. L’obiettivo non solo dichiarato, ma addirittura celebrato dai nuovi sacerdoti della pedagogia (del resto si è in presenza di una vera e propria religione), è quello di espellere dalla scuola i concetti astratti, gli strumenti teorici, vale a dire gli universali: l’insegnamento deve essere deconcettualizzato e deverbalizzato. Gli strumenti linguistici, che sono simboli elaborati dall’uomo, devono lasciare spazio a rappresentazioni mentali estemporanee provocate da immediate percezioni di colori e di suoni. Lo dicono i saggi, che sono quaranta e che, in omaggio alla loro saggezza, mettono mano ai programmi e ai manuali, sempre più vuoti di parole e zeppi di figure colorate, di finestre pubblicitarie, di supporti multimediali per minus habentes.

«Un aspetto essenziale della sostituzione dei testi scritti con immagini – fa notare Russo – è l’unidirezionalità della comunicazione che ne risulta. Chi legge sa in genere anche scrivere, ma chi guarda immagini non ne può produrre con la stessa facilità. Quella per immagini è quindi una comunicazione a senso unico, nella quale il ruolo passivo del ricevente non è invertibile».

Il progressivo ”alleggerimento” dei contenuti disciplinari

Se i contenuti secondo i saggi sono una zavorra, va da sé che occorre cominciare a liberarsene. In allegria.

«Il primo “alleggerimento” ha riguardato i programmi di storia, modificati con dm 4.11.1996, che ha riservato un intero anno alla storia del Novecento». Pare una cosa innocua. Ma dove sta il trucco? Sta nel fatto – spiega Russo – che «per trovare lo spazio necessario, non si è diminuito il peso dei programmi dei secoli immediatamente precedenti, ma si è dimezzato il tempo dedicato all’insegnamento della storia antica, studiata per giunta senza riferimenti fattuali e cronologici, ma solo per vaste sintesi qualitative».

Russo commenta che «la tendenza a privilegiare la storia recente, ritenendo che l’unica scala temporale che veramente ci interessi sia quella di breve periodo, è effetto e causa di profonda ignoranza»: solo il guardare alla storia su una scala temporale più ampia, e particolarmente in un tempo come il nostro caratterizzato da una forte accelerazione dei mutamenti tecnologici e sociali, consente di esaminare il presente con una profondità che non può essere neppure sospettata da chi è privo di passato.

Del resto, l’eliminazione o la radicale riduzione dello studio della storia antica non è altro che una delle manifestazioni di quello stesso processo di deconcettualizzazione «che, per una presunta esigenza di concretezza, porta a sostituire lo studio consapevole con esperienze immediate e irriflesse, l’insegnamento con prescrizioni e comportamenti, i segmenti con bastoncini, e la fisica con un insieme di meri “fatti”».

Ma non solo. Con l’amputazione della storia antica viene anche reciso quel legame particolare con la civiltà classica che ha caratterizzato finora gli studi liceali e la cultura italiana tutta, perché viene «sottratto il quadro storico indispensabile allo studio delle letterature, della filosofia e delle arti figurative».

Non per nulla i saggi nel loro documento di sintesi spiegano come lo studio delle lingue classiche debba essere ridimensionato e «destinato alla formazione dei futuri antichisti» («sottintendendo – osserva Russo – che non abbia nessuna utilità formativa e culturale se non per chi vorrà diventare uno specialista») e si capisce come a quel punto non abbia più alcun senso riservare uno specifico percorso di scuola secondaria alla formazione di specialisti in materie di nessun interesse generale.

È evidente dunque come l’obiettivo ultimo sia l’abolizione totale dello studio delle lingue classiche, e con esso quello della filosofia antica, e con essa anche della filosofia medievale e moderna che trova in quella antica i suoi imprescindibili antecedenti. «Bisognerà quindi eliminare del tutto la storia della filosofia. Il documento [… ] lo dice espressamente, precisando che sarà sostituita con un insegnamento di “elementi di filosofia” eguale per tutti gli indirizzi, che tratterà questioni di etica […] e questioni di logica, di verità e plausibilità…».

Ignorando le loro radici classiche – saper sondare le quali implica conoscere le lingue classiche – diventano inaccessibili, e incomprensibili, «oltre alla filosofia, anche la storiografia, la letteratura, il diritto, le arti figurative, le religioni e ogni altro aspetto della nostra civiltà».

«Dopo la storia, il latino, il greco, e la storia della filosofia, il “forte alleggerimento” di Berlinguer e della sua corte di saggi coinvolge anche la letteratura italiana. Essi auspicano – attenzione a questo passaggio!: ndr – che negli istituti tecnici, che saranno terminologicamente promossi a licei, sia abolito lo studio della letteratura italiana; vi si insegnerà invece genericamente a “saper scegliere e gustare le proprie letture” e soprattutto (come è doveroso in una scuola per consumatori) a “orientarsi nella produzione libraria”». Non si capisce come, se si ignora la letteratura, ma certo basta la parola dei saggi.

Infine, sull’insegnamento scientifico, la commissione afferma: «Va tenuto conto che gli insegnamenti scientifici sono ancora oggi legati in gran parte ad un apprendimento dei testi. È quindi essenziale un profondo ripensamento dei modi, spesso pedanti, con cui sono esposte le scienze […]. In questa operazione possono essere utili gli strumenti multimediali di simulazione, il cui ruolo e le cui funzioni andranno chiaramente identificati e promossi, particolarmente in rapporto all’esigenza di disporre di rappresentazioni mentali efficaci e operative».

Peccato che – osserva Russo – la scienza esatta si sia sviluppata, sin dall’antichità, «proprio superando l’illusione di poter costruire semplici schemi intellettuali basati direttamente sulla realtà percepibile ed elaborando faticosamente i linguaggi astratti e teorici suscettibili di descrivere non solo il mondo sensibile, ma infinite realtà progettabili». E che «non vi è alcun modo per trasmettere strumenti concettuali […] senza usare la comunicazione verbale». Spesso infatti, vien da aggiungere a margine, l’incapacità di risolvere problemi, anche molto semplici, dipende proprio dalla incapacità di leggere e comprendere il testo che li pone, e la consegna richiesta.

Cosa c’è dietro l’angolo

Qual è allora l’esito nefasto, previsto e prevedibile, dell’operazione palingenetica elaborata dai saggi? Spiega Russo: «se la comunità rinunzierà a leggere le opere greche e latine attraverso una consistente minoranza, non avremo perso solo la letteratura, la filosofia e la scienza classiche, ma avremo buttato la chiave indispensabile per capire quasi tutta la filosofia e la letteratura moderne e non potremo più nemmeno leggere scienziati come Galileo e Newton, che scrissero buona parte delle loro opere in latino». La civiltà greca è la civiltà che ci ha dato la scienza (che infatti è intessuta di termini greci).

Ma non solo. «l’ignoranza del latino, impedendo lo studio del diritto romano, priverebbe gli studi giuridici di quella che da sempre è stata la loro base». E ancora, «la struttura tradizionale dell’analisi logica è nata per permettere le traduzioni in e dal latino (e greco) e consiste, nella sua parte essenziale, nell’usare i diversi “casi” di una lingua flessiva per descrivere una lingua moderna come l’italiano […]. Di fatto la scomparsa dello studio delle lingue classiche, dove è avvenuta, ha comportato spesso la perdita della capacità di individuare il soggetto di una preposizione».

Questa emorragia massiva delle conoscenze diffuse, oltre che sottrarre intelligenza al lavoro, finisce quindi per defraudare la totalità delle future generazioni di strumenti concettuali ed elementi culturali essenziali, visto che «non bisogna dimenticare che le conoscenze non possono essere “congelate”, senza essere praticate, per più di una generazione». Proseguendo in tale direzione suicida, si va incontro a una frattura di civiltà probabilmente irreversibile. «Se si interrompe la trasmissione diretta del sapere non basta l’eventuale sopravvivenza di vecchi libri per recuperare il senso del loro contenuto. D’altra parte una generazione educata al culto dei videogiochi e al disprezzo per le conoscenze “ancora legate ad un apprendimento dai testi” ben difficilmente farebbe sopravvivere dei libri». 

Parola d’ordine: predicare bene e razzolare malissimo

Perché questa carrellata di passi scelti tratti dal libro di Lucio Russo è utile proprio adesso, in questo preciso frangente storico? Perché lì dentro si trova esposto ante litteram il succo della triellinità. Ovvero, si trova la chiave per interpretare la linea continua delle riforme, incluse le raffiche di provvedimenti recenti e recentissimi con cui il ministro Valditara infierisce senza tregua e senza pietà su un organismo morente, pur continuando a confondere le acque con proclami di principio che esaltano l’idea nobile di scuola che si vuole annientare.

Chiunque abbia letto ad esempio la “Premessa culturale generale” alle Nuove Indicazioni nazionali per i licei, pubblicate nel mezzo del bombardamento, non può non sentirsi preso in giro. O per lo meno, non può non constatare come viviamo ormai nel tempo in cui si può affermare allo stesso tempo tutto e il suo contrario, così come predicare una cosa e praticare impunemente l’opposto, senza che nessuno faccia un plissé. Ecco alcuni passaggi a campione del (crudelissimo) documento citato, che sventola parole stupende in faccia ai superstiti portatori della ragione, della professionalità e del buon senso – ce ne sono ancora, sì, dentro la scuola – mentre in concreto li colpisce a morte con una gragnola di quotidiane idiozie. Godiamoci dunque questa lettura. 

«Poche istituzioni hanno inciso tanto nella costruzione della cultura formativa italiana quanto il Liceo.
Scuola ginnasiale dell’antica Atene, trae il nome, come è noto, dal greco λύκειον (in latino lyceum) e deriva da un epiteto del dio Apollo, presso il cui santuario fuori Atene sorgeva la scuola.
Il Liceo ha assunto via via nel tempo (e in tutti i Paesi del suo radicamento, l’Italia fra questi) la configurazione di scuola di formazione che struttura una forma mentis potenzialmente capace di arrivare al saper ‘vedere teoretico’». «Grazie all’attività del pensare, dell’argomentare le proprie ragioni e dello scoprire le cause di fenomeni e processi, gli studenti travalicano la realtà dell’esperienza accedendo all’universo delle idee e dei concetti. Si oltrepassa l’esperienza sensibile non certo per negarla, ma per valorizzarla, approfondirla, valutarla, dimostrarla, confutarla. La formazione liceale ha costruito tutta la sua solida ‘reputazione’ sul fondamento della promozione di menti mai sazie di domande, di verità e di libertà».

«Con una formula sintetica si può dire allora che la scuola secondaria superiore, in quanto scuola dell’adolescenza, è il tempo della costruzione della soggettività giovanile». «In questo passaggio decisivo della vita individuale la scuola è chiamata perciò ad assolvere ad un compito cruciale. Deve offrire al giovane l’occasione per un confronto appassionato con adulti colti». «Al centro della scuola dell’adolescenza sta la conquista da parte dello studente di un rapporto colto con la propria lingua». «Più ampio e variegato … è il nostro lessico, più sofisticato è il repertorio delle parole di cui disponiamo, più l’immagine del mondo che siamo in grado di restituire è nitida. Al contrario, l’appiattimento della lingua, la banalizzazione del linguaggio, il tratto culturalmente scadente dell’espressione individuale, sono tutti fattori che possono determinare una rappresentazione generica e opaca degli oggetti e questo vale sia per l’esperienza interiore dell’individuo che per il suo rapporto con la realtà esterna».

«L’insieme degli obiettivi formativi che il sistema dei Licei persegue non può essere conseguito se non per il tramite di un’applicazione rigorosa ed esigente del giovane in formazione alle materie del suo studio». «Studiare è la base di ogni effettiva educazione che la scuola si prefigge e non si può concepire la scuola dell’adolescenza prescindendo dalla centralità dello studio. Ogni svalutazione delle dimensioni formali dello studio contraddice alle alte funzioni civili e culturali dell’istituzione scolastica».

«Il contatto dell’adolescenza con le fonti della cultura superiore mediata dalla scuola è decisivo e irrinunciabile perché attraverso di essa il giovane entra in rapporto con un insieme di contenuti che non sono fatti su misura per lui, resistono dunque ad una comprensione immediata e per questo esigono misura, sforzo e tempo. È molto importante che il docente sia consapevole del valore educativo decisivo di questa dimensione dell’estraneità culturale».

«La vita giovanile si dota in altri termini di forme simboliche solide che le consentono di superare l’autoreferenzialità senza respiro, perché vuota e perciò stesso opprimente».

«Una scuola così concepita è estremamente esigente non solo nei confronti dei giovani, ma dei suoi stessi docenti.
Ad essi la scuola richiede una rigorosa preparazione scientifica e culturale, per la quale gli anni della formazione universitaria rappresentano la necessaria premessa ma non ne esauriscono il ciclo». «Il docente non si aggiorna, ma propriamente studia».

«La scuola dell’adolescenza è una comunità intellettuale tenuta insieme dalla conversazione colta e appassionata intorno ad oggetti culturali mediati dai libri, dalle opere d’arte, dalla musica, dalle immagini, dall’insieme delle forme simboliche in cui storicamente si è espresso l’ingegno umano».

Scende da un altro pianeta questa musica soavissima per le orecchie di chi, oggi, si ostina ancora a praticare la professione dell’insegnante in mezzo alle macerie accatastate da molti “saggi” senza bussola e da pochi tecnocrati che invece sanno bene dove vogliono andare a parare.

Epperò nel frattempo, lo stesso identico soggetto istituzionale che divulgava quella musica, si “dimenticava”, nello spedire la lettera di orientamento agli alunni di terza media, di menzionare i licei (a parte un elusivo cenno incidentale, laddove invece un festoso tributo veniva concesso all’ineffabile – e irricevibile – “liceo del Made in Italy”), a tutto vantaggio della cosiddetta filiera tecnico-professionale del 4 + 2 (quattro anni di scuola superiore più due anni di ITS Academy, ovviamente con la y che ai consumatori piace), nuova stella nascente del firmamento scolastico da tempo in cima ai suoi pensieri.

All’incrocio tra filiera tecnologico-professionale e licei: la quadratura del cerchio

La poderosa campagna pubblicitaria che è stata ingaggiata per promuovere questa nuova formula di scuola superiore – a costo di deformare strumentalmente la lettura dei dati (relativi sia al numero di iscrizioni, sia alle prospettive di futura occupazione) per amplificare la risposta oggettivamente deludente riservatagli dalla clientela – la dice molto lunga sulle mire che il sistema tenacemente coltiva. La consegna è quella di spingere con ogni mezzo verso gli istituti tecnico professionali – opportunamente aggiornati – e di ammazzare i licei, già ridotti in stato agonico da decenni di attacchi sferrati al cuore della loro struttura e della loro anima. L’operazione va con tutta evidenza verso il compimento del programma che Russo aveva descritto con chiarezza cristallina diversi lustri fa addentrandosi nelle pieghe della riforma Berlinguer. Il sistema cerca ancora, invero un po’ incredibilmente, di salvare le apparenze con qualche espediente di contorno, ma la revisione dell’assetto delle scuole superiori porta con sé un sostanziale, ulteriore indebolimento delle discipline fondamentali a favore di didattiche laboratoriali, di potenziamenti multimediali, di metodologie CLIL, di esperienze internazionali, di didattiche per competenze, progettazioni interdisciplinari e unità di apprendimento, e delle solite altre concessioni al nuovo che avanza e che tutto deve inghiottire.

Si magnifica la felice rincorsa alle esigenze del tessuto produttivo, alla valorizzazione del territorio, al mercato del lavoro, ma si fischietta sulla pars destruens, che travolge appunto, irreparabilmente, la base di conoscenze teoriche nelle materie di sempre, le fondamenta solide degli invarianti, e lo spazio – la pazienza, il lavoro – che tale acquisizione per sua natura richiede. Uno spazio che è eroso non soltanto dallo stravolgimento dei piani orari settimanali, ma anche dalla riduzione a quattro anni della durata del percorso, già introdotta qua e là in via sperimentale e ora integrata nel modello del 4 + 2, e strombazzata a una clientela stordita come succulenta opportunità per anticipare l’inserimento nel mondo del lavoro (quale lavoro?): come se a quell’età un anno di studio, e di crescita, e di maturazione, possa essere tranquillamente cancellato, e il suo carico di vita compresso e spalmato sui quattro anni precedenti, ottenendo lo stesso risultato finale – in applicazione di non si sa quale inedita proprietà matematica.

Intanto, nei licei ridotti a colabrodo non c’è più tempo per insegnare decorosamente, e decorosamente acquisire, le conoscenze e le abilità per cui sono stati concepiti, e per la cui trasmissione e interiorizzazione serve parimenti tempo, lavoro e pazienza: al fine di arricchire e affinare il lessico, penetrare i linguaggi e gli statuti delle diverse discipline, guadagnare confidenza con la pratica traduttiva, la prospettiva storica, il contegno teoretico, il ragionamento astratto; tutto ciò che, messo insieme, regala una duttilità intellettuale altrimenti difficilmente conseguibile. È così che pian piano la filosofia si trasforma in una spolverata di “elementi di filosofia” eguali per tutti gli indirizzi (vedi sopra) – ma si rivernicia di fresco coi dibate che vanno tanto di moda perché impratichiscono a blaterare di ciò che non si conosce; il greco e il latino, ripuliti delle asprezze legate allo studio della lingua necessario all’attività di traduzione – palestra mentale insostituibile – diventano una spolverata di “elementi di letteratura” su testi già tradotti e adeguatamente semplificati per facilitarne la comprensione e attualizzarne i contenuti; la matematica si evolve in una spolverata di “elementi di matematica” praticabili per via di test a crocette, giochetti digitali, bastoncini al posto dei segmenti. E via così. La deriva galoppa, e porta a tutta velocità a pareggiare gli obiettivi in corrispondenza di un minimo sempre più minimo per renderli accessibili a tutti in ogni tipo di scuola.

E infatti. «Basta con la distinzione fra licei e istituti tecnici, unifichiamo il nome di tutti gli istituti superiori», «non ha più senso distinguere tra licei e istituti tecnici». A margine della premiazione del primo Maestro del Made in Italy (che è tutt’un programma anche questo), qualche settimana fa il ministro ha annunciato l’intenzione di presentare una legge che cambierà il nome di tutti gli istituti superiori, tecnici e professionali inclusi. Si chiameranno tutti licei, per abbattere il pregiudizio che ha storicamente considerato l’istruzione tecnica e professionale come “di serie B”. Ora, la squallida metafora calcistica usata a sostegno della retorica populista che fa leva sull’egualitarismo (dell’ignoranza) – e si autorisolve con il trucchetto onomastico estendendo a tutti il nome di liceo – rappresenta uno sfregio a quella scuola italiana che sapeva funzionare da ascensore sociale e che non conosceva “serie”, ma solo tagli diversi per attitudini diverse e sbocchi diversi, e in ogni caso garantiva il raggiungimento di una preparazione dignitosa nelle cose importanti, e di un codice comune di comunicazione. La prospettiva ora è l’appiattimento universale nella tecnicizzazione selvaggia: nel fantastico mondo degli uguali dove tutti ascolteranno Euripide letto da voce sintetica, in traduzione slang, con commento woke, finestrelle psicopedagogiche, disegnini variopinti e mappe concettuali precotte.

E il cerchio si chiude. L’impegno pubblicitario fuori misura dedicato alla creatura tecnico-professionale del 4+2 serve a radicare un paradigma (eliminazione dei contenuti culturali, quadriennalizzazione) che poi, cavalcando la suggestione egualitaria, verrà da sé estendere a tutte le scuole, con appena qualche sfumatura “d’indirizzo”. Spolveratine, appunto, all’insegna della superficialità che non stressa e assicura a tutti un confortevole stato di docile inconsapevolezza.

Con il che, si taglia finalmente il traguardo. Si entra nella notte in cui tutte le vacche sono nere. Dove tutti gli studenti sono analfabeti, i consumatori perfetti. Dove la TreeLLLe non serve più. Nel mentre, una cultura millenaria, patrimonio infinito di bellezza e di senso accumulato lungo un passato grande e maestro, è resa inaccessibile, condannata all’oblio, lasciata morire.

da qui

sabato 16 maggio 2026

Polli che mangiano polli negli allevamenti da riproduzione - Luisiana Gaita

Polli lasciati accanto a carcasse di altri polli in decomposizione, galline ovaiole mangiate vive da altre galline, prese per il collo, lanciate con violenza e colpite ripetutamente con una pala. Per la prima volta in Italia (e la seconda in Europa) si mostrano le immagini di cosa accade all’interno di un allevamento di polli riproduttori, ovvero gli animali che danno vita ai polli da carne venduti nei supermercati. Sono le immagini esclusive ottenute da Essere Animali, che saranno trasmesse nella video inchiesta della giornalista Giulia Innocenzi, nel corso della prossima puntata di Report, in onda il 12 aprile su Rai 3. Raccolte nel giro di un mese, tra dicembre 2025 e gennaio 2026 e consegnate all’associazione animalista da un ex dipendente mostrano scene di galline ovaiole con veri e propri buchi nel corpo. ilfattoquotidiano.it pubblica in anteprima una clip tratta dal servizio e che riguarda un allevamento di polli all’ingrasso. Mostrano la crudeltà di un sistema basato su razze selezionate per una crescita rapida di petto e cosce, più richieste dal mercato. Quindi polli broiler (razza a cui appartiene oltre il 90% dei polli allevati in Italia) già condannati geneticamente a soffrire (Leggi l’approfondimento) e pronti ad essere macellati dopo appena 40 giorni di vita. Con conseguenze enormi sulla loro salute e anche sulla qualità della carne, come mostrato dall’inchiesta di Essere Animali – i cui contenuti sono stati anticipati da ilfattoquotidiano.it – sull’incidenza di casi gravi di white striping nei polli venduti nei supermercati italiani (Leggi l’approfondimento).

Dagli allevamenti ai supermercati

Gli allevamenti in questione si trovano in provincia di Verona. “Fanno parte della filiera di Aia (hanno contratti di fornitura, ndr), parte del Gruppo Veronesi – spiega Esseri Animali – che è il principale produttore italiano di pollo con un fatturato annuale di 4 miliardi (2023) e rifornisce praticamente tutti i principali supermercati italiani per i loro prodotti di pollo a marchio, come Coop, Conad ed Esselunga”. Quello di polli riproduttori alleva circa 40mila animali. In questa fase del ciclo gli animali vengono fatti accoppiare per produrre quelle uova da cui nasceranno i polli destinati alla macellazione per il consumo umano. Quella dei polli a rapida crescita è una genetica che porta una serie di gravissime problematiche di benessere, anche nella fase dei riproduttori. Diversi polli non riescono neppure a reggersi sulle proprie zampe e, quindi, a mangiare e bere, altri sono malati. Ma in un allevamento di polli riproduttori, gli animali possono rimanere anche diversi mesi, portando all’estremo malattie e problemi vari. Per Simone Montuschi, presidente di Essere Animali “è inaccettabile che in una filiera con un grande volume d’affari e importante come quella dei polli da carne vi sia questa trascuratezza, con rischi sanitari gravissimi, animali malati abbandonati ad agonizzare senza cure e con chiari disturbi tra cui il cosiddetto wry neck (torcicollo), che provocano seria difficoltà agli animali nel soddisfare bisogni primari come mangiare e bere”.

Le violenze e le carenze negli allevamenti

Ma non ci sono solo i problemi legati alla selezione genetica di queste razze. I video mostrano violenze da parte degli operatori nei confronti dei polli, ma anche problemi dovuti alla cattiva gestione dell’allevamento, a iniziare da quelli di igiene e alla carenza di cure nei casi degli animali malati. Gli animali vengono scaraventati contro le strutture, afferrati per un’ala, presi per il collo e fatti roteare durante gli abbattimenti che, invece, richiederebbero una morte rapida, mentre alcuni polli maschi hanno le zampe mutilate, in violazione delle linee guida dell’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare. Aia replica che il gruppo Veronesi effettua circa 40mila visite all’anno e che ogni comportamento non in linea con gli standard del gruppo è da ritenere contrario agli accordi presi tra l’azienda e i fornitori. Nel frattempo, negli allevamenti le immagini sono esplicite. Nella clip che pubblica il Fatto, si vedono animali incastrati tra i divisori delle varie aree e lasciati morire, ma anche polli con segni sul corpo, perché sono stati cannibalizzati da altri polli. Per legge, gli operatori dovrebbero passare due volte al giorno per rimuovere eventuali carcasse. Quello del cannibalismo è un aspetto legato a un altro problema riscontrato nell’allevamento del Veronese, ossia la fame cronica.

La restrizione alimentare e le linee guida dell’Efsa

L’inchiesta affronterà anche il tema della restrizione alimentare a cui sono stati sottoposti alcuni polli. Perché se negli allevamenti all’ingrasso i polli a rapido accrescimento sono pronti per essere macellati nel giro di 40 giorni, nelle strutture di questo tipo, quelle dove si riproducono, queste stesse razze a rapido accrescimento possono rimanere diversi mesi, anche un anno. E rischiano di arrivare a casi di obesità estrema. Da qui, le restrizioni alimentari. “Un recente parere scientifico dell’Efsa sul benessere dei broiler – spiega Esseri Animali – afferma che la restrizione dei polli riproduttori nella fase di accrescimento può raggiungere addirittura il 20-25% della quantità di cibo che assumerebbero se potessero nutrirsi a volontà”. Questo causa uno stato di fame cronica e prolungata che porta i polli a becchettare ripetutamente qualsiasi cosa abbia un aspetto riconducibile al cibo, incluse penne e parti arrossate o ferite sul corpo di altri animali. Sol pochi mesi fa, Esseri Animali ha pubblicato un report proprio sui problemi legati alla qualità dei prodotti a base di carne di pollo venduti nei supermercati più amati dagli italiani secondo Altroconsumo, analizzando l’incidenza di casi gravi di white striping, una malattia che si presenta sotto forma di strisce bianche, costituite da grasso e tessuto cicatriziale, sui petti di pollo e che è indice di scarsa qualità della carne e condizioni di allevamento assolutamente inadeguate.

da qui

mercoledì 13 maggio 2026

IL CANE DI MICHELE SERRA E QUEI LUPI DA DIFENDERE - Mario Tozzi

(la Stampa)

 

Come non condividere la disperazione di Michele

Serra e di tutti i “proprietari” di animali di

affezione che hanno visto i loro animali uccisi

in campagna? E come non essere empatici con

chi ha un’attività agricolo-pastorale e sostiene di non

poterne più delle predazioni dei lupi in Appennino? E

come non essere preoccupati per chi semplicemente se ne va a passeggio

in montagna e teme un attacco dai lupi? Nessuna di queste

problematiche è posta correttamente, alcune si basano su presupposti

falsi, e tutte sono frutto di quell’ideologia specista tipica dei

sapiens che li porta a considerarsi «custodi della natura» (!) e al

vertice della piramide dei viventi. Ma tutte meritano una risposta,

anche se scomoda.

Fortunatamente i lupi in Italia hanno approfittato della protezione

che è stata loro accordata negli anni ’70 del secolo scorso e sono

passati da poche centinaia a quasi quattromila in circa mezzo secolo.

Improvvisandosi ecologo, chi vive in campagna e vuole lasciare

liberi i propri cani si lamenta che i lupi sono troppi. Ma la pressione

di una popolazione animale segue leggi ben precise, determinate

dall’ambiente naturale, ignorate evidentemente dalla maggior parte

dell’opinione pubblica, che immagina sempre una crescita demografica

lineare e illimitata, impossibile in natura perché continuamente

frenata da fenomeni diversi. L’andamento reale è correttamente

descritto da una funzione matematica («curva logistica» o

«curva a S») in cui, all’inizio, una popolazione cresce rapidamente,

poi rallenta, si appiattisce diventando quasi parallela all’asse delle

ascisse e infine raggiunge una posizione stabile nel tempo. Lo stesso

discorso vale, ad esempio, per un embrione, che può crescere soltanto

quanto gli è consentito dal volume dell’utero materno.

I lupi, insieme a tanti compagni selvatici, sono in espansione in tutta

Europa grazie a inurbamento, abbandono dei terreni marginali, ritorno

dei boschi, diffusione delle prede e protezione legale. Ma mentre

tutti gli altri animali sono in regressione, il lupo si allarga e prolifica:

semplicemente occupa lo spazio che il territorio concede loro. Prima

delle terribili stragi moderne, i lupi italici arrivavano a 20.000

individui,

senza che si sia mai registrata un’aggressione deliberata a un

solo sapiens. Il fatto è che noi siamo convinti di poter sopravvivere su

questo pianeta senza altri animali che non quelli da compagnia o da

allevamento, e mal tolleriamo ogni intrusione della natura nei nostri

ambienti, a meno che quegli intrusi non si “comportino bene”, cioè

come noi vogliamo. Solo che oggi tutti gli ambienti sono colonizzati

dai sapiens e dunque non c’è più spazio per nessun altro.

Poi c’è la questione degli allevatori, soprattutto di pecore, che lamentano

perdite tanto ingenti quanto false: si calcola che, in tutta Europa,

la predazione da animali selvatici sul bestiame allevato sia pari allo

0,07% (rielaborazione dati Wwf), una percentuale irrisoria. Non solo:

chi vede la sua pecora predata da un lupo ha diritto a un risarcimento e,

volendo, può abbattere dell’80% le già scarse predazioni solo imponendo

recinti elettrificati, cani da guardiania muniti di collari anti-lupo

e la presenza del pastore sul posto. E molte di quelle predazioni non

sono causate da lupi, bensì da cani inselvatichiti dopo gli abbandoni

(specie cani da caccia). Falsi problemi che vengono amplificati per

una ragione di fondo culturale e ideologica.

Da un punto di vista culturale è, purtroppo, sempre lo stesso abisso

che inghiotte i sapiens: quando parliamo di lupo non parliamo di

un essere vivente, ma, di fatto, della proiezione delle nostre paure.

«Quando entrano nella nostra mente i lupi diventano una metafora

del selvaggio e del non civilizzato, come una banda criminale che

vive fuori dalle norme e dalle convenzioni», scrive il biologo Carl

Safina. Perciò reagiamo come se fossimo stati assaltati da una banda

di ladri o entrassimo in conflitto con un’altra tribù, mettendo in

piedi una specie di disprezzo perché anche loro si permettono di andare a caccia. A pensarci bene, un atteggiamento razzista, poco giustificato dal fatto che si tratta effettivamente di un’altra specie. E il lupo è sempre cattivo e bisogna stare attenti.

I lupi sono estremamente utili. Primo, tengono sotto controllo gli ungulati (cinghiali, cervi, daini) con la loro sola presenza. Secondo, ripristinano gli equilibri idrogeologici e territoriali.

 L’esperienza di ripopolamento del Parco di Yellowstone, mutatis mutandis, ha dimostrato che la presenza del lupo, attraverso azioni a

cascata, ha effetti positivi anche sulla vegetazione e addirittura

sulla stabilità delle sponde fluviali, limitando perfino il dissesto

idrogeologico. Il ritorno dei lupi ha liberato le piante all’appetito

pantagruelico dei wapiti, riducendone il numero naturalmente.

Così hanno ripreso a prosperare pesci, anfibi e uccelli e si è arrivati

all’attuale ripristino dell’ecosistema. Che sarebbe indispensabile

nel nostro Paese, sovraffollato di ungulati che provocano una

serie di danni a cascata proprio perché privi di predatori. Ridurre

i lupi non è una buona idea, ma per comprenderlo bisognerebbe

affidarsi alla cultura naturalistica, abdicando al trono di specie

eletta sul quale nessun vivente può issarsi.

venerdì 1 maggio 2026

Lula, Cina e schiavismo: il caso Byd scuote il Brasile - Paolo Laforgia

Il governo brasiliano ha rimosso il capo dell’ispettorato del lavoro, Luiz Felipe Brandão de Mello, pochi giorni dopo l’inserimento della casa automobilistica cinese Byd nel registro pubblico dei datori di lavoro coinvolti in pratiche assimilabili al lavoro schiavo.

La decisione ha aperto un caso politico che investe direttamente il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, perché tocca uno dei terreni su cui ha costruito la propria identità pubblica: la difesa dei lavoratori. Secondo Reuters, la rimozione è stata formalizzata il 13 aprile, dopo lo scontro interno sulla presenza di Byd nella cosiddetta “lista suja”, la lista nera del lavoro schiavo.

Il caso nasce a Camaçari, nello stato di Bahia, dove Byd sta costruendo un grande impianto destinato a rafforzare la sua presenza nel principale mercato latinoamericano dell’auto elettrica.

Alla fine del 2024, un’ispezione ha trovato nel cantiere 163 lavoratori cinesi in condizioni che le autorità brasiliane hanno definito analoghe alla schiavitù: passaporti trattenuti, alloggi degradanti, giornate di lavoro estenuanti, pochissimi riposi e vincoli economici che rendevano difficile lasciare il posto.

I lavoratori dovevano anche inviare gran parte del salario in Cina e versare un deposito rimborsabile, un meccanismo che rafforzava la loro dipendenza.

Byd ha respinto la responsabilità diretta, attribuendo le violazioni al subappaltatore incaricato dei lavori e sostenendo di non essere stata a conoscenza degli abusi fino alla loro emersione pubblica. Ma in Brasile il punto non è solo chi firmava i contratti.

Il nodo è anche la responsabilità lungo la filiera e il controllo effettivo sulle condizioni di lavoro dentro un grande cantiere industriale. Proprio per questo l’inserimento nella lista nera ha un peso che va oltre il danno reputazionale: può limitare l’accesso a determinati prestiti bancari e rendere meno appetibile un’impresa agli occhi degli investitori.

Il 7 aprile il ministero del Lavoro ha aggiornato il registro includendo 169 nuovi datori di lavoro, tra cui Byd. L’aggiornamento è stato confermato anche da Agência Brasil, che ha dato conto dell’inserimento del gruppo cinese nella lista.

Ma il giorno successivo, l’8 aprile, un tribunale del lavoro ha sospeso in via provvisoria l’iscrizione di Byd, accogliendo la richiesta dell’azienda in attesa di una decisione più approfondita sulla sua responsabilità rispetto agli abusi commessi dal subappaltatore. La sospensione è dunque temporanea e non equivale a una piena assoluzione nel merito.

Pochi giorni dopo è arrivata la rimozione di Brandão de Mello. Il dirigente sarebbe stato licenziato dopo aver ignorato un ordine del ministro del Lavoro Luiz Marinho di lasciare Byd fuori dal registro. Il ministro ha negato di aver favorito aziende e ha definito la sostituzione un normale avvicendamento amministrativo.

L’associazione nazionale degli ispettori del lavoro ha però parlato di ingerenza politica e di ritorsione istituzionale, sostenendo che una decisione tecnica di politica pubblica è stata piegata a un interesse politico.

Per il governo Lula, la vicenda è particolarmente scomoda. Lula non ha costruito la propria traiettoria politica solo parlando di lavoro: è stato operaio metalmeccanico, leader sindacale, fondatore del Partito dei lavoratori (Pt) e protagonista delle grandi mobilitazioni operaie contro la dittatura.

Vedere il suo governo accusato di aver ammorbidito il trattamento riservato a una multinazionale coinvolta in un caso di sfruttamento estremo produce un cortocircuito politico evidente. Non si tratta solo di una crisi d’immagine. Si tratta della distanza tra il profilo storico di un presidente nato nelle lotte operaie e la gestione concreta di un conflitto tra diritti del lavoro e interessi industriali.

Sul fondo pesa la nuova centralità economica della Cina in Brasile. Reuters ha scritto che nel 2024 gli investimenti diretti cinesi nel paese sono raddoppiati a 4,2 miliardi di dollari su 39 progetti, facendo del Brasile il terzo destinatario mondiale di capitali cinesi.

In questo quadro Byd non è un attore marginale, ma uno dei simboli dell’espansione cinese nei consumi e nella manifattura “verde”, mentre i marchi cinesi controllano ormai la gran parte del mercato brasiliano dei veicoli elettrici.

È proprio questa centralità a rendere il caso ancora più delicato: quando in gioco ci sono fabbriche, investimenti e relazioni strategiche, la tentazione di abbassare il livello del controllo sul lavoro diventa più forte.

La vicenda di Bahia mostra così una contraddizione più ampia. La transizione industriale e tecnologica viene raccontata come sinonimo di modernizzazione, innovazione e crescita.

Ma nei cantieri e nelle filiere che alimentano questa trasformazione possono riapparire forme brutali di subordinazione del lavoro, rese meno visibili proprio dal prestigio politico ed economico dei soggetti coinvolti.

Auto elettriche, grandi investimenti e narrativa della transizione non cancellano il punto essenziale: anche l’industria del futuro può poggiare su rapporti di lavoro degradanti, se i controlli vengono aggirati o svuotati.

Il caso Byd non appare nemmeno come un episodio isolato. Reuters ricorda che Marinho era già stato contestato per essersi mosso in passato per impedire l’inserimento di altre grandi imprese nel registro, tra cui una divisione del gruppo Jbs, e che la legittimità di quelle interferenze è stata contestata davanti alla Corte suprema.

La domanda che resta aperta è dunque più larga del singolo licenziamento: chi decide se la tutela del lavoro è un principio da applicare anche contro aziende potenti, oppure una variabile da adattare alle convenienze economiche e diplomatiche del momento.

In Brasile, per ora, il segnale arrivato dagli uffici pubblici è netto. A finire sotto pressione non è stata soltanto l’azienda accusata di aver beneficiato di condizioni di lavoro assimilabili alla schiavitù. È stato anche il funzionario che aveva applicato uno degli strumenti più importanti di trasparenza e contrasto disponibili nel paese.

da qui

giovedì 30 aprile 2026

Saviano: “Non riscriverei Gomorra, mi ha rovinato la vita”

 

Lo scrittore: “Da vent’anni quel libro mi condiziona. Per farlo ho sacrificato la serenità mia e dei miei cari”

Gomorra mi ha distrutto la vita, non c’è altro modo per iniziare. O almeno io non ne ho trovato uno migliore. Ed è bene sapere anche che non vado fiero di quel che ho fatto alla mia vita: illudendomi di poter cambiare il mondo, o quantomeno quel pezzettino di mondo che mi circondava, ho sacrificato il bene più prezioso che ciascuno di noi possiede: la propria serenità e quella dei propri cari.

Uno scrittore che amo molto, James Baldwin, diceva che non tutto ciò che si affronta può essere cambiato, ma nulla può essere cambiato finché non lo si affronta. E io ci avevo creduto. Avevo creduto che la letteratura potesse essere uno strumento di trasformazione reale, che le parole potessero cambiare il mondo. E forse, dopo Gomorra, qualcosa davvero è avvenuto. Ma il prezzo – che non avevo calcolato, non perché fossi coraggioso ma perché ero semplicemente ingenuo – l’ho pagato io, e continuo a pagarlo, come un debito che non si estingue.

 

Ed eccomi qui, vent’anni dopo, ancora alle prese con un libro che non avrei dovuto scrivere. Spesso penso a me e a Gomorra, e in un paradosso che solo la letteratura può contemplare, mi viene da domandarmi se sia nato prima io o prima lui. Se sia stato io a scrivere il mio libro, o sia stato lui a scrivere me, la sua creatura. Vedo me stesso stanco, rotto, disilluso e lui ancora vivo, attuale, pronto per essere letto esattamente come vent’anni fa. Da vent’anni Gomorra mi dice come vivere. Con quali occhi svegliarmi al mattino e con quali coricarmi la sera. Spesso mi chiedono se, con il senno di poi, tornerei a scriverlo. La risposta è no, non lo riscriverei, nemmeno sotto tortura.

Solo pochi mesi prima di iniziare a scrivere Gomorra, ero uno studente di filosofia e le uniche armi che m’interessavano erano quelle del pensiero. Leggevo Giordano Bruno, Machiavelli, Bacon, Vico, Spinoza, Leibniz, Weber e dalla mia vita mi aspettavo questo: un continuo confronto con pensatori di ogni epoca da cui avrei preso linfa per la scrittura, idee per la vita. Eppure, c’erano storie, voci, immagini che non riuscivo a ignorare. Come il corpo di don Peppe Diana, ucciso nella sua chiesa a colpi di pistola dal clan dei Casalesi, e poi la sua memoria umiliata da chi inquina i pozzi rendendo indistinguibili, in terra di camorra, il sano dal marcio, il legale dall’illegale. Mentre il mio pensiero volava in alto, le voci e le immagini che raggiungevano il mio cervello lo trascinavano verso il basso, rendendolo bestiale. Esistono punti di contatto tra queste due sfere in apparenza così distanti: una certa filosofia da mattatoio che, pur puzzando di sangue, possiede una sua struttura, una sua articolazione logica, una sua intelligenza.

Nato a Napoli, cresciuto nella Terra dei Fuochi, potevo mai raccontare Giordano Bruno senza che il volto di Francesco Schiavone detto Sandokan venisse a tormentarmi? Così il pensiero ha assunto la forma di un Centauro e ha prodotto creature dotate di ferocia bestiale, ma mai prive di intelletto e strategia. Francesco Schiavone, che strangola a mani nude e passa ore a leggere pagine di storia borbonica. Gennaro Marino, detto McKay, che si fa costruire una dacia russa nel cuore di Secondigliano. Augusto La Torre, studioso di psicologia, ideatore del cosiddetto «metodo La Torre» per smaltire i cadaveri. Ognuno con i suoi slanci cerebrali, ognuno pronto ad ammazzare se necessario.

Oggi, quando ripenso a ciò che ha mosso la mia mano nella scrittura di Gomorra, mi sento uno sciocco. Ho creduto, ingenuamente, che raccontare la verità per come io l’avevo vissuta, annusata, ascoltata, letta nelle cronache quotidiane, alle udienze nei tribunali, dentro i fascicoli giudiziari, potesse rappresentare un valore a sé stante. Non stavo raccontando segreti mai rivelati. Stavo solo unendo i punti, ecco tutto.

Mi maledico per non aver compreso che avere tutto dinnanzi agli occhi non è come avere tutto in un quadro organico: vivere immersi in Gomorra non significava, per chi si muoveva nei suoi budelli e nelle sue strettoie, comprendere davvero Gomorra. E la presa di coscienza collettiva ha portato con sé una reazione di odio puro che no, non avevo calcolato. Non sto parlando solo dell’odio di chi mi ha minacciato, rovinandomi la vita e costringendomi sotto scorta. Sto parlando di chi quelle verità le aveva viste fluttuare, ma mai aveva alzato il braccio per afferrarle. La scrittrice turca Ece Temelkuran ha definito questa «la psicologia degli sconfitti»: le persone che dovrebbero essere dalla nostra parte si sentono sconfitte e si odiano per questo. L’odio che ci rivolgono è odio per sé stesse, proiettato su di noi. E di questo odio, certa politica si è nutrita, strumentalizzandolo. «Parla dal suo attico a Manhattan», «Una volta al governo gli toglieremo la scorta». Ma prima era stata la volta di altre accuse: «Sei un gufo», «Diffami il tuo Paese».

Su un altro fronte, altro ma non distante, è accaduto ciò che per me era impensabile: Gomorra portato in teatro, e poi il film di Matteo Garrone, e poi la serie tv. I David di Donatello, il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, i Nastri d’Argento. Gradualmente ho realizzato che Gomorra non mi apparteneva più, perché con Gomorra non volevo raccontare Napoli al mondo, ma il mondo attraverso Napoli. E, incredibilmente, il mondo, guardando Napoli, ha visto se stesso e si è riconosciuto. Persino in Messico, quando si descrivevano alcune dinamiche criminali, si iniziava a dire «à la Gomorra», perché Gomorra aveva cambiato radicalmente il modo di osservare certi fenomeni.

Eppure, nel corso di questi venti lunghi anni, le critiche più aspre mi sono arrivate da chi ha stigmatizzato Gomorra e le sue gemmazioni senza averli mai nemmeno sfiorati. Eppure io sono ancora qui, con quell’immagine del ragazzo che ero, quando tutto era diverso, quando ero immerso nei miei sogni, con i rulli delle stamperie che a me parevano cantare l’inno di un interesse nuovo per le dinamiche criminali, quelle stesse dinamiche che spesso, per quieto vivere, si preferisce ignorare.

«Se ti facevi i fatti tuoi, tutto questo non sarebbe successo» è la frase che mi sono sentito ripetere cento volte. Ma che ne potevo sapere io… a vent’anni giravo con la mia Vespa e con la fretta di tornare a casa, alla mia scrivania, per scrivere. Non volevo dimenticare nulla, dovevo mettere nero su bianco tutto quello che avevo visto, sentito, annusato.

Così è nato Gomorra… e così, piano piano, un pezzo alla volta, ho iniziato, forse, a morire io.

da qui