venerdì 19 giugno 2026

Per le persone autistiche il futuro è oggi - Gianfranco Vitale

 

Ogni volta che sento parlare di “progetto di vita” per le persone autistiche mi trovo in una situazione curiosa: sono completamente d’accordo e, allo stesso tempo, profondamente inquieto. D’accordo perché nessuno può contestare il principio. Chi non vorrebbe che una persona autistica potesse vivere una vita piena, dignitosa, autodeterminata, inserita nella società e non ai suoi margini? Inquieto perché, troppo spesso, il progetto di vita sembra assomigliare più a uno slogan che a un programma concreto.

Da padre di un figlio autistico adulto con bisogni di sostegno importanti, ho imparato che il problema non è immaginare il futuro. Il problema è affrontare il presente. Da anni il dibattito ruota attorno al “dopo di noi”. È comprensibile. Tutti i genitori si chiedono cosa ne sarà dei propri figli quando non ci saranno più. Ma c’è una domanda ancora più urgente: come vivono oggi? Faccio questa domanda perché il futuro non nasce dal nulla. Si costruisce giorno dopo giorno. Il domani è adesso. Se oggi mancano servizi adeguati, operatori sufficienti, percorsi di inclusione efficaci, opportunità lavorative reali e soluzioni abitative sostenibili, è difficile immaginare che tutto questo appaia magicamente domani. La verità è che migliaia di famiglie stanno reggendo quasi da sole un peso enorme. Molti genitori hanno superato i sessanta o i settant’anni. Alcuni sono malati. Altri sono semplicemente esausti. Eppure continuano a sostituirsi a servizi che dovrebbero essere garantiti dalla collettività.

In questo contesto si parla molto di deistituzionalizzazione. Anche qui, come non essere d’accordo? Superare modelli segreganti e costruire contesti di vita più inclusivi è un obiettivo condivisibile. Ma mentre discutiamo del futuro, cosa accade nel presente? Le famiglie continuano a chiedere aiuto. Le liste d’attesa si allungano. I servizi territoriali faticano a rispondere. Le strutture esistenti soffrono spesso di carenze croniche di personale e risorse. Perché dovrebbe essere incompatibile lavorare su due fronti contemporaneamente? Da una parte progettare nuove forme di abitare e di inclusione. Dall’altra migliorare subito ciò che già esiste, rendendolo più umano, più dignitoso e più rispettoso delle persone. L’impressione, invece, è che talvolta si preferisca discutere di modelli ideali piuttosto che affrontare problemi reali.

Lo stesso accade con la parola “progetto”. Nel mondo della disabilità il termine compare ovunque. Progetti sperimentali. Progetti innovativi. Progetti pilota. Progetti territoriali. A volte viene da chiedersi se esistano più progetti che persone autistiche! Naturalmente molti sono seri e producono risultati importanti. Ma altri sembrano avere una funzione diversa: dimostrare che qualcosa si sta facendo senza modificare realmente le condizioni di vita delle persone. Il lavoro rappresenta probabilmente l’esempio più evidente. La normativa italiana sul collocamento mirato esiste da oltre venticinque anni. Eppure continuano a proliferare stage, tirocini e borse lavoro che troppo spesso non conducono ad alcuna assunzione stabile. Quando una persona lavora per mesi o anni ricevendo compensi simbolici, o addirittura senza alcuna retribuzione significativa, non siamo davanti a una forma di inclusione. Siamo davanti a una distorsione del concetto stesso di inclusione. Il lavoro è un diritto. Non una concessione.

Eppure i diritti continuano a essere il grande assente del dibattito. Diritto alla salute. Diritto a una casa. Diritto a un lavoro vero. Diritto a una vita sociale. Diritto a servizi adeguati. Diritto a non lasciare sole le famiglie. Su questi temi sembra essersi consolidata una sorta di rassegnazione collettiva che finisce per favorire l’inerzia politica. Le dichiarazioni pubbliche non mancano mai, soprattutto in occasione della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo del 2 aprile. I convegni si moltiplicano. Le campagne di sensibilizzazione anche. Molto più difficile è individuare interventi strutturali che incidano realmente sulla vita delle persone autistiche adulte e delle loro famiglie. Emblematica è la questione del caregiver familiare. Da anni si susseguono annunci, promesse e proposte legislative. Nel frattempo migliaia di genitori continuano a svolgere un lavoro di assistenza permanente, spesso senza adeguati sostegni economici, sociali e psicologici.

E allora forse vale la pena porre una domanda semplice. Qual è il vero progetto di vita? È l’ennesimo documento programmatico? È l’ennesimo progetto sperimentale destinato a esaurirsi con la fine dei finanziamenti? Oppure è la scelta politica di investire stabilmente nelle persone? L’Italia continua a destinare alla ricerca e sviluppo una quota del proprio prodotto interno lordo inferiore alla media delle principali economie avanzate. Allo stesso tempo cresce il dibattito sull’aumento delle spese militari e sulle grandi opere infrastrutturali. Naturalmente la sicurezza nazionale è importante. Nessuno lo nega. Ma una società dovrebbe essere giudicata anche da come tratta i suoi cittadini più fragili. Per questo continuo a pensare che il più grande investimento possibile non sia un’opera di cemento né un sistema d’arma. La più grande opera pubblica è restituire dignità, opportunità e speranza a chi rischia di essere dimenticato. Se vogliamo parlare seriamente di progetto di vita, dobbiamo avere il coraggio di smettere di confondere le parole con le soluzioni. I principi sono importanti. I diritti lo sono ancora di più. Ma senza servizi, sostegni, lavoro, ricerca e politiche adeguate, il rischio è che il progetto di vita resti soltanto una formula rassicurante.

Il futuro delle persone autistiche adulte non è una questione che riguarda il domani. È una questione che avrebbe dovuto essere affrontata ieri e che oggi non può più essere rimandata.

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giovedì 18 giugno 2026

Il tragico dibattito del consiglio comunale di Cagliari sulla privatizzazione degli aeroporti - Lucia Chessa

 

Qualche giorno fa, il Consiglio Comunale di Cagliari ha affrontato la questione aeroporti. Non su iniziativa del sindaco, ma su richiesta di un consigliere di minoranza risalente addirittura a settembre 2024. Con calma dunque, a conferma che certi manovratori non si devono disturbare.

Ricapitoliamo. L’Operazione in atto, sulla quale la Giunta Todde e la Camera di Commercio di Cagliari stanno procedendo con massima determinazione, è quella di creare una rete che riunisca la gestione dei 3 aeroporti sardi.

Intendiamoci, di per se l’idea non è male. E’ vero che la Sardegna sperimenta tutti i giorni, sulla propria pelle, che non necessariamente la dimensione macro da automatiche garanzie, basta osservare la mitica inefficienza di Abbanoa. Tuttavia è certo non si possa esclude che l’idea della rete abbia anche delle implicazioni positive, ma il fatto è che questo non è tutto.

La costituzione della Rete degli aeroporti sardi, infatti, è stata progettata in maniera tale da concludersi con la consegna della gestione di tutti gli scali a soggetti nei quali le quote di maggioranza saranno in mano privata. Con la Regione chiamata a mettere a disposizione 30 milioni di risorse pubbliche per finire relegata in minoranza, con quote azionarie inferiori al 10% e in un ruolo praticamente irrilevante nelle decisioni che riguarderanno gli scali della Sardegna.

Caspita che capolavoro! Nessun potere decisionale ma in compenso (e qui compenso è la parola giusta) molti incarichi da conferire nei consigli di amministrazione, nei comitati di monitoraggio, nei collegi sindacali. Presidenti, amministratori delegati, consiglieri di amministrazione irrilevanti ma numerosi, da nominare, da retribuire, da fidelizzare. Praticamente il pubblico paga, i privati guadagnano. Il pubblico si siede al tavolo e il privato decide.

Molto interessante ascoltare questa seduta del Consiglio Comunale di Cagliari reperibile facilmente digitando su Google “Consiglio Comunale di Cagliari seduta n 26”, consiglio vivamente di prenderne visione.

Presenti, l’assessore ai trasporti Barbara Manca in rappresentanza della Giunta regionale e l’ing. Maurizio De Pascale presidente della Camera di Commercio di Cagliari/Oristano, l’ente pubblico che oggi ha il controllo dell’aeroporto di Elmas che vola veloce verso la gestione privata. Anche se, per la verità, presenti è parola grossa visto che Assessore e Presidente hanno lasciato l’aula poco dopo i loro interventi, incuranti del successivo dibattito in Consiglio. Non sono certo tempi d’oro per le assemblee elettive in Sardegna.

E veniamo al dunque, iniziando con una preliminare pulizia linguistica perché, come si sa, niente rende maggiore chiarezza che chiamare le cose con il loro vero nome. Se iniziassimo per esempio a chiamare l’Operazione in atto “Aeroporti sardi ai Privati” piuttosto che “Rete Aeroportuale Sarda” io sono certa che qualche punto di attenzione in più non mancherebbe.

E invece a quanto pare ci dobbiamo accontentare, con l’assessore ai trasporti della Giunta Todde che apre i lavori del Consiglio Comunale di Cagliari dando informazione sull’Operazione in atto come fosse un compitino di diritto societario svolto da uno studente frettoloso che si è preparato il giorno prima. Un’ esposizione schematica, superficiale, tutta incentrata sul percorso tecnico burocratico, ma privo di ogni spessore politico. Sorvola completamente e su tutta la linea, sulle ricadute che la gestione privata avrà sui sardi e sul loro diritto alla mobilità. Trascura che l’obiettivo della parte pubblica che è quello di tutelare e garantire il diritto alla mobilità dei sardi, non coincide con quello degli investitori privati che è realizzare guadagni. Non dice una parola per argomentare il motivo per cui, come in altri settori, si procede a consegnare ai privati infrastrutture di proprietà pubblica con modalità in cui la parte privata fa utili e la parte pubblica paga il conto.

Singolare anche l’intervento del sindaco Massimo Zedda, favorevole all’Operazione anche perché, del resto, mostra chiaramente nel suo intervento di non aver capito bene che la parte pubblica resta sotto il 50% delle azioni lasciando campo libero agli investitori privati di perseguire il loro obiettivo naturale, cioè il profitto. Sorvola sul fatto che il comune è assente dalla partita.

Lucido invece, onesto, non scontato l’intervento di Peppino Calledda. 5stelle anomalo, evidentemente non allineato evidenzia senza sconti tutte le criticità dell’operazione: i pareri contrari della Corte dei Conti, che si vogliono allegramente bypassare, i rilievi della autorità anticorruzione, i rischi di illegalità supportati dalle citazioni di autorevoli giuristi. Un discorso quasi accorato, nella richiesta di fermarsi rivolta a tutti gli attori in gioco ed un invito ad un dibattito in Consiglio Regionale.

E a seguire, una fila di interventi generalmente critici rispetto all’operazione in atto, non solo dalle file dell’opposizione di centro destra e del gruppo misto, ma anche da parte di alcuni esponenti della maggioranza, interventi dissonanti rispetto al possibilismo del sindaco. Naturalmente fatta eccezione per l’ arrampicata sugli specchi di qualche esponente del PD nell’argomentare il proprio consenso e di qualche cespuglio del Campo Largo impegnato nel tentativo improbo di dichiarare approvazione per essere “di governo” e nel contempo, introdurre inutili distinguo, per sembrare sempre anche “di lotta”.

Brutta storia quella che si srotola in questi mesi in Sardegna. Nessun interesse comune sta ispirando l’Operazione “aeroporti sardi ai privati”. Sindacati contrari, parere negativo della corte dei conti, dubbi della autorità anticorruzione, pareri negativi dei collegi dei revisori interni e nonostante tutto ciò ai piani alti si dichiara la volontà di andare avanti veloci, di portare il percorso a conclusione entro il 30 settembre passando sopra ad ogni dissenso ed incuranti del fatto che la questione oggi è all’esame di due tribunali, in procedimenti che forse sarebbero già arrivati a sentenza se la regione non avesse più volte chiesto rinvii.

La tecnica del rinvio è sempre a disposizione se si temono sentenze avverse.

Altre realtà agiscono diversamente. Comuni come Milano, intervengono direttamente nella gestione dei loro scali con quote azionarie di maggioranza, regioni come la Puglia fanno altrettanto, ma in Sardegna paradossalmente, nonostante siamo un’isola, si lavora a far largo ai privati.

Il sottosviluppo ha radici profonde che spesso affondano nelle stanze del potere, nelle scelte politiche sbagliate, opache, operate in prepotente solitudine, sulla base di criteri che avrebbero bisogno di molti chiarimenti.

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mercoledì 17 giugno 2026

Essere vegan non è una moda: è una scelta che merita rispetto, chiarezza e garanzie

 

Intervista a Renata Balducci, Presidente di Associazione Vegani Italiani Onlus

Essere vegan è una scelta etica.

Negli ultimi anni il termine “vegan” è entrato sempre più spesso nel linguaggio delle aziende, delle etichette, della comunicazione commerciale e del marketing. È una crescita importante, che testimonia l’aumento dell’interesse verso prodotti senza ingredienti di origine animale, ma che porta con sé anche una grande responsabilità: garantire che ciò che viene comunicato sia chiaro, verificabile e rispettoso della scelta vegan.

Ne parliamo con Renata Balducci, Presidente di Associazione Vegani Italiani Onlus, da anni impegnata nella tutela, nella rappresentanza e nella diffusione della scelta etica vegan in Italia

Presidente Balducci, oggi la parola “vegan” è sempre più presente sul mercato. È un segnale positivo?

Sì, certamente è un segnale positivo, perché dimostra che la sensibilità verso gli animali, l’ambiente e un nuovo modello di consumo sta crescendo. Però dobbiamo essere molto chiari: la diffusione del termine “vegan” non può trasformarsi in una banalizzazione della scelta vegan. Per noi, come Associazione Vegani Italiani, il veganismo non è una tendenza, non è una moda passeggera, non è una parola da usare quando conviene dal punto di vista commerciale. È una scelta etica profonda, radicata nella coscienza, nel cuore e nella mente di chi la compie.

Quando una persona sceglie vegan, non sta semplicemente cambiando prodotto sullo scaffale. Sta scegliendo di non partecipare, per quanto possibile, allo sfruttamento animale. È una decisione di responsabilità e coerenza. Per questo le aziende devono trattare questa parola con estrema attenzione

Il rischio, quindi, è che il termine “vegan” venga usato con leggerezza?

Esattamente. Ed è un rischio molto concreto. Ci sono aziende che comprendono davvero il valore della scelta vegan e lavorano con serietà, trasparenza e responsabilità. Altre, invece, possono essere tentate di usare certe diciture semplicemente perché il mercato, in quel momento, le premia.

Ma essere vegan non può dipendere dall’umore del marketing, dalla moda del momento o dall’andamento delle vendite. Non si può mettere una scritta su un’etichetta con superficialità, senza avere alle spalle verifiche, controlli e garanzie.

Chi sceglie vegan ha diritto a sapere che quel prodotto è stato valutato, documentato e controllato. Ha diritto a fidarsi.

Perché questa fiducia è così importante per le persone vegan?

Perché per una persona vegan non si tratta solo di acquistare un prodotto “diverso”. Si tratta di coerenza personale.

Quando una persona vegan compra un alimento, un cosmetico, un detergente o qualsiasi altro prodotto dichiarato vegan, affida a quell’etichetta una parte della propria scelta etica. Si aspetta che dietro quella parola ci sia un impegno reale.

Se quella fiducia viene tradita, non è solo un problema commerciale. È una mancanza di rispetto verso una scelta di vita profonda.

Per questo diciamo con forza che non basta dichiarare: bisogna poter dimostrare.

Da presidente di Associazione Vegani Italiani, cosa chiede oggi alle aziende?

Chiediamo innanzitutto consapevolezza.

Alle aziende chiediamo di non vedere il veganismo solo come un segmento di mercato. Certo, il mercato è importante, e il fatto che cresca è una buona notizia. Ma dietro quel mercato ci sono persone, valori, sensibilità, anni di impegno culturale e sociale. Un’azienda che decide di comunicare un prodotto come vegan deve sapere che non sta semplicemente intercettando una domanda commerciale: sta entrando in relazione con una comunità di persone che attribuisce a quella parola un valore enorme.

Per questo serve attenzione. Verso gli animali, prima di tutto. Verso i consumatori. E verso chi ha fatto una scelta etica che merita di essere considerata con serietà.

Quindi il vegan non dovrebbe essere trattato come un semplice claim?

Assolutamente no. “Vegan” non è un claim qualunque.

Non è come dire “nuovo gusto”, “ricetta migliorata” o “edizione speciale”. È una dichiarazione che riguarda l’assenza di ingredienti di origine animale, ma anche un principio etico molto più ampio.

Per questo serve grande responsabilità. Bisogna evitare formule ambigue, scorciatoie comunicative e messaggi che lasciano intendere più di quanto possano realmente garantire.

Il consumatore vegan non cerca slogan. Cerca coerenza.

In questo scenario, che ruolo hanno le certificazioni?

Hanno un ruolo fondamentale, perché aiutano a trasformare una dichiarazione in qualcosa di verificabile.

Una certificazione seria non è un ornamento grafico sull’etichetta. È uno strumento di tutela. Significa che un soggetto terzo ha valutato documenti, ingredienti, procedure e dichiarazioni. Significa che l’azienda accetta di sottoporsi a un percorso di controllo.

Questo è importante sia per il consumatore sia per l’azienda stessa. Il consumatore è più tutelato. L’azienda comunica in modo più solido, credibile e responsabile.

Possiamo dire che il mercato vegan sta entrando in una fase nuova, anche dal punto di vista normativo?

Sì, assolutamente. E credo che questo sia un passaggio molto importante.

Per anni abbiamo assistito a una crescita del mercato vegan accompagnata da entusiasmo, curiosità e, in alcuni casi, anche da molta improvvisazione. Oggi però siamo davanti a una fase diversa: non basta più usare parole rassicuranti, non basta più scrivere “green”, “naturale”, “sostenibile”, “plant-based” o “vegan” senza poter dimostrare con chiarezza ciò che si comunica.

Anche l’Europa sta andando in questa direzione. La Direttiva (UE) 2024/825, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, modifica le norme sulle pratiche commerciali sleali e sui diritti dei consumatori proprio per rafforzare la tutela contro comunicazioni ambientali e di sostenibilità generiche, ambigue o non verificabili. La direttiva è entrata in vigore il 26 marzo 2024, dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il 27 marzo 2026 e le nuove disposizioni si applicheranno dal 27 settembre 2026.

Questo per noi è un segnale molto chiaro: il tempo delle parole usate con leggerezza sta finendo. Le dichiarazioni devono essere trasparenti, comprensibili, dimostrabili e supportate da elementi concreti. E questo vale, a maggior ragione, quando parliamo di vegan. Perché la scelta vegan non è una formula commerciale. È una scelta etica che riguarda il rapporto con gli animali, con il consumo e con la responsabilità individuale.

Come Associazione Vegani Italiani chiediamo da sempre che il consumatore vegan non venga esposto a parole suggestive ma vuote. Deve poter scegliere sapendo che ciò che viene dichiarato è stato verificato e garantito.

Cosa significa, per Associazione Vegani Italiani, rappresentare il mondo vegan in questa fase?

Significa ricordare continuamente che il veganismo nasce da una scelta etica, non da una strategia commerciale.

Come associazione abbiamo il dovere di dare voce a chi questa scelta la vive ogni giorno. Persone che spesso, per anni, hanno dovuto spiegare, difendere, motivare la propria posizione. Persone che hanno scelto di cambiare abitudini, consumi e relazione con il mondo.

Questa scelta merita attenzione da parte delle istituzioni, delle aziende e della comunicazione. Non può essere ridotta a una parola comoda da stampare su un packaging.

Qual è il messaggio più importante che vorrebbe arrivasse alle aziende?

Il messaggio è semplice: se scegliete di entrare nel mondo vegan, fatelo con serietà.

Non usate questa parola solo perché oggi funziona. Non utilizzatela come leva pubblicitaria se non siete disposti a sostenerla con verifiche reali. Non trattate i consumatori vegan come un target qualsiasi.

Dietro ogni acquisto vegan c’è una posizione precisa rispetto allo sfruttamento animale. C’è una richiesta di coerenza. C’è una sensibilità che va compresa prima ancora che intercettata commercialmente.

Le aziende che comprendono questo non solo comunicano meglio, ma costruiscono un rapporto autentico con le persone.

E ai consumatori vegan cosa vuole dire?

Voglio dire di continuare a pretendere chiarezza.

Di non accontentarsi delle parole, ma di cercare garanzie. Di leggere, informarsi, fare domande. Il consumatore consapevole ha un ruolo importantissimo, perché può orientare il mercato verso maggiore responsabilità.

Ogni scelta d’acquisto è anche un messaggio. Quando scegliamo prodotti realmente verificati, premiamo le aziende che rispettano davvero i valori vegan.

In conclusione, qual è la sfida dei prossimi anni?

La sfida sarà distinguere sempre meglio ciò che è realmente vegan da ciò che si limita ad apparire tale.

Scegliere vegan significa chiedere al mercato qualcosa di più di una parola in etichetta: significa pretendere coerenza, trasparenza e rispetto per una scelta che nasce dalla volontà di non partecipare allo sfruttamento animale.

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martedì 16 giugno 2026

L’inaugurazione dell’America’s Cup a Cagliari e l’ennesima messa in scena della sardità - Federica Marrocu

Per l’inaugurazione dell’America’s Cup, Cagliari ha ospitato un corteo “delle tradizioni popolari”, come riporta il sito de L’Unione Sarda, il quale ha attraversato il centro storico della città.

Il percorso è partito dalla terrazza del Bastione, percorrendo Via De Candia, Via Università, la Porta dei Leoni, Via Mazzini, Piazzetta Martiri e Viale Regina Margherita, fino a raggiungere Via Roma e fare ingresso nell’area portuale per la cerimonia del taglio del nastro.

Ad aprire il corteo i Tamburini e Trombettieri di Oristano in divise medievali, seguiti da rappresentanze dei gruppi in abito tradizionale delle otto province, maschere de su Carrasecare e i suonatori di launeddas.
A scanso di equivoci, a essere in discussione non è l’opportunità o meno di accogliere una manifestazione di questo tipo, e neanche il folklore di per sé, che in Sardegna ha anche un risvolto emancipativo, ma l’abitudine al falso logico della parata di tipicità fuori contesto. Cosa che risulta poco leggibile e sensata già di per sé e che risulta ancora più straniante nel miscuglio generale.
Se “tradizione” è ciò che una comunità fa per sé, e folklore è ciò che si fa per l’altro -con in mezzo uno spettro di dinamiche di adattamento e di resistenza- la recita del trascorso è una mistificazione.

Quello sardo è un popolo al quale la bellezza del passato resta ancora attaccata al corpo.
La cultura del consumo e il colonialismo interno non sono ancora riusciti a scrostarla via del tutto, pertanto c’è molto di quel trascorso nel nostro presente.
La Sardegna è un contesto più immaginato e oggettificato che conosciuto, e l’assemblaggio posticcio di cose sarde decontestualizzate, con cui si intrattiene un pubblico in occasioni celebrative o eventi, ne è la dimostrazione.
La ripetizione statica di elementi percepiti come tipici – ed è un tipico feticizzato perché esotico –è cosa morta. Fa cadere nell’equivoco della tradizione come concetto implicitamente regressivo, anziché veicolarne la sua accezione rigenerativa e di cambiamento.
La messa in scena è un falso logico organizzato perché si basa sulla somministrazione esatta a chi guarda, sia sul posto che attraverso i media, di ciò che vuole.
E chi si aspetta i mamuthones in estate o in luoghi casuali, chi gode delle parate delle persone in abito tradizionale e altre tipicità, non vuole conoscere, non vuole fare esperienza, non ha interesse vero verso l’autenticità che ricerca (e che non esiste come cosa fissa). Vuole consumarla, possederla, anzi possederne l’idea, la rappresentazione, e tali aspettative trovano risposte perché sono legate a interessi economici.
La realtà non è semplicemente un insieme di cose, ma è fatta di elementi in relazione di interdipendenza.
La narrazione del reale, quando non è condizionata da dinamiche di potere e subalternità, implica un rapporto perché è come un ponte dove chi narra e chi ascolta si incontrano. Implica responsabilità perché chi parla dovrebbe fare della narrazione una pratica consapevole, e chi ascolta dovrebbe entrare a farne parte.
Ma cosa succede quando un popolo viene abitato anche nei pensieri dallo sguardo esterno, separato dalle proprie radici, tanto da vivere nello stereotipo di sé?

Scrive Chimamanda Ngozi Adichie che il problema degli stereotipi non è che sono falsi, ma che sono parziali e quella storia parziale finisce per diventare un’unica storia.
Quello che succede è la cessione ad altri del potere sulla rappresentazione di sé. Accade che si performa invece di essere, che ci si accontenta di girare attorno al proprio noto.
Le persone sarde a cui lo “spettacolo” dell’edulcorato di sardità sembra normale, emozionante, utile a “farsi conoscere”, non è consapevole della differenza tra fare da comparsa e farsi presente, presentarsi.
E quindi?
L’unica risposta è quella di comunità, decostruire la cultura che ci domina, che circoscrive gli spazi in cui siamo legittimati a essere speciali. Unici no, speciali sì. Innocui, disciplinabili.
Abbiamo la responsabilità di fare riappropriazione, di produrre sapere, di colmare i vuoti di coscienza di noi stessi, di farci contaminare, di rinnovarci, di non avere paura del cambiamento. Dobbiamo fare dei nostri corpi dispositivi di decolonizzazione consapevole.

Possiamo anche partecipare alla messa in scena fuori da ciò che faremmo per noi, ricordando sempre che possiamo farla diventare uno spazio nostro, qualcosa che facciamo soprattutto per noi, tornando al posto di comando nella gestione delle nostre trame. Rivendicando la complessità. L’aspirazione a vivere in un mondo equo passa attraverso la ri-costruzione di comunità nelle quali la stima di sé deriva dalla consapevolezza di sé, dalla qualità delle relazioni tra individui, tra persone e natura, tra persone e luoghi. E non da un falso orgoglio. A quel punto la contaminazione, l’apertura, le diversità, la contemporaneità, troverebbero cittadinanza piena, senza bisogno di recitare una parte, convinti di abitare una cartolina.
Da una storia falsa, si esce solamente insieme.

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lunedì 15 giugno 2026

Scuola in Sardegna

La sofferenza scolastica in Sardegna e la necessità di una visione decoloniale - Omar Onnis

La scuola è uno degli ambiti meno amati dalla politica sarda. Lo si evince facilmente da alcuni dati di fatto. Pur avendo, per Statuto, competenze in materia, la RAS non ha mai voluto legiferare in modo sistematico e strategico, restando priva di una legge regionale sulla scuola. La politica sarda non ha mai interferito in alcun modo con le decisioni del Governo centrale, lasciando mano libera alle diramazioni locali del Ministero competente e rinunciando a dire la sua su ogni aspetto. 

Quando poi vengono pubblicati dati relativi al tasso di respinti o ai test INVALSI o a qualsiasi altro strumento di misurazione dei risultati scolastici, se ne parla per qualche ora, con grande sconcerto, per poi lasciar cadere la cosa.

La notizia di questi giorni è che la Sardegna ha il record di non ammessi all’esame di stato, il vecchio esame di maturità. Il 7,1% degli studenti sardi non potrà sostenere l’esame, contro una media italiana del 3,5%. Se si indaga presso il corpo insegnante, dal nord al sud dell’isola, il quadro che emerge è drammatico e questo semplice numero non ne restituisce la reale dimensione.

La qualità della scuola italiana in Sardegna è in caduta libera da anni. Ai disastrosi esiti delle varie riforme ministeriali, almeno da quella di Luigi Berlinguer in avanti, si sommano nell’isola fattori ulteriori di impoverimento didattico e di alienazione culturale.

In un post su FB del 10 giugno, l’archeologa e docente (precaria) Daniela Musio propone un quadro sintetico di alcune cause macroscopiche del “fallimento scolastico” sardo:

[…] il problema non è l’esame. L’esame è solo l’imbuto finale. Ho provato a mettere in fila ciò che vedo in classe e a incrociarlo con i dati sociali ed economici della nostra Isola. Il risultato è un quadro complesso che va ben oltre la “mancata voglia di studiare”.
Ecco i 4 fattori critici che stanno bloccando i nostri ragazzi:

 L’ascensore sociale è guasto: In una regione anagraficamente vecchia e con un’economia stagnante, i ragazzi (soprattutto chi parte da un livello socio-culturale basso) non credono più che il diploma garantirà loro un futuro migliore. Lo studio perde di senso.

 Il logoramento del pendolarismo: Il calo demografico chiude le scuole e costringe a viaggi estenuanti su mezzi pubblici carenti. Questo non ruba solo tempo allo studio, ma innesca un profondo affaticamento psicofisico quotidiano.

 Lo scollamento identitario: C’è una distanza enorme tra l’identità sarda (una vera “nazione senza stato”, con un proprio ambiente e storia) e i contenuti culturali italiani centralizzati. La scuola viene spesso percepita come un corpo estraneo.

 L’anestetico sociale: I dati nazionali confermano nella nostra regione un consumo altissimo e precoce di cannabis tra gli adolescenti. In un contesto povero di stimoli, agisce spegnendo la motivazione e la concentrazione.

 Un confronto che fa riflettere: Se guardiamo ad altre realtà europee, come i Paesi Baschi in Spagna, vediamo che integrando profondamente la lingua e la storia locale nel sistema scolastico (unito a un’economia forte) sono riusciti ad avere il tasso di dispersione scolastica più basso del Paese.

​Non possiamo limitarci a bocciare, dobbiamo guardare il contesto. La scuola sarda ha bisogno di risposte su misura.

(Il testo è stato elaborato da un’AI in base a un mio prompt)

Nel suo insieme, questo quadro offre degli indizi e degli spunti di riflessione. Non tutti i punti mi convincono. L’impatto dell’uso della cannabis, per dire, mi sembra sovrastimato. Per altro, la diffusione di sostanze psicotrope e psicoattive presso le fasce giovanili non è certo un problema di questi ultimi anni. Si potrebbe/dovrebbe indagare su quali siano le sostanze più diffuse e quelle più pericolose (le due cose non combaciano necessariamente). Temo che ci siano in circolazione sostanze molto peggiori del THC. Ma anche di questo la politica sarda non si interessa minimamente.

Quanto al calo demografico, che comporterebbe la chiusura di interi istituti, va precisato che il famigerato dimensionamento scolastico non è correlato, numeri alla mano, alle dinamiche demografiche, ma segue prevalentemente astratti criteri ragionieristici, che, in Sardegna, incidono in modo più che proporzionale. Non è basato su valutazioni situate e su dati specifici dell’isola, perciò la chiusura delle scuole risulta molto più penalizzante. È anzi uno dei fattori che incidono sullo spopolamento. Quasi più una causa, dunque, che un effetto.

Verissimo il problema dei trasporti. Basterebbe farsi un giro nelle stazioni delle corriere e/o dei treni (dove ci sono), nelle ore di traffico scolastico, per rendersi conto della massa di gioventù che quotidianamente deve spostarsi, a volte di molti chilometri, in condizioni penose e in orari scomodi. Non tenerne conto significa ignorare deliberatamente una delle cause principali dell’abbandono scolastico.

Il punto relativo al disagio “identitario” è ugualmente rilevante e se ne discute da anni, da decenni anzi, senza che la politica sarda si sia mai data pensiero in merito. La scuola italiana in Sardegna ha accentuato, anziché eliminarli, i suoi tratti “coloniali”. È ancora lì il nodo irrisolto della questione linguistica, sempre trattata come una fissazione ideologica da indipendentisti, e non come un fattore storico decisivo – in negativo – per tutta una serie di ragioni e con conseguenze molto concrete.

Un altro, correlato, è la rimozione totale della storia e della cultura della Sardegna, a vantaggio di una costruzione culturale sempre più nazionalista (italiana). La conseguenza è una forma di alienazione profonda, da cui evadere o a cui soggiacere. Se si evade, ossia si viene esclusi, si rimane tagliati fuori da una serie di codici e di possibilità di relazione che a loro volta consentono un’integrazione maggiore in alcuni ambienti professionali e dunque anche in certi strati sociali.

Non è solo una questione di reddito. È più un fattore di separatezza quasi antropologica tra il (cosiddetto) ceto medio riflessivo e le altre fasce sociali della nostra popolazione, private di un livello di istruzione adeguato ai tempi, alienate, fragili, facile preda di clientelismi e/o di populismi. Fasce sociali tuttavia dotate di una propria agency e di capacità di risposta ai problemi, ma svalutate e private del pieno diritto di rappresentanza democratica.

Mentre il ceto medio riflessivo risulta a sua volta alienato rispetto alla realtà in cui vive, scisso tra due appartenenze non facilmente conciliabili (in quanto sempre poste in contrasto, una dominante e l’altra subalterna), ostile verso qualsiasi elemento “popolare” o troppo connotato come “sardo”, accettabile tutt’al più a livello folkloristico e su cui al massimo si può esercitare una benevolenza paternalista. Questa separatezza – databile almeno dalla riforma scolastica del ministro Bogino, ma accentuatasi nel corso dell’Ottocento e soprattutto dopo l’unificazione italiana – è uno dei problemi più gravi della nostra storia contemporanea.

Sulla scuola si intreccia dunque un reticolo di questioni aperte che andrebbero affrontate non solo ognuna per conto proprio, con gli strumenti e un pensiero prospettico adeguati, ma anche dentro un più ampio orizzonte strategico generale. Con un po’ di coraggio, si potrebbe immaginare un sistema scolastico pienamente sardo e al contempo molto più aperto al mondo, scollegato il più possibile dal Ministero romano, progettato e realizzato sulla base di uno studio e una pianificazione adeguati, estraneo al vecchiume pedagogico in cui è rimasta incastrata la scuola italiana. Non sarebbe il caso di discuterne?

È una questione politica decisiva. Ha a che fare con le dinamiche economiche e sociali, con i diritti di base della cittadinanza, con le libertà fondamentali, con la democrazia stessa. Sempre che si abbia a cuore la sorte della Sardegna e non si preferisca invece la prospettiva, oggi incombente e ampiamente accettata (se non promossa) dalla nostra oligarchia politica, di una terra spopolata ma disponibile ad aggressioni speculative e colonialiste di vario genere.

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Scuola, lento e inesorabile il calo degli iscritti - Antonella Poggiu

I dati dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Sardegna non stupiscono mostrando il quadro, ormai noto, del calo demografico di cui il sistema scolastico non è che lo specchio. Resta immutato il silenzioso “appello” in paesi come Onanì con 11 bambini e Lodè con 18, mentre a Ollolai si solleveranno quattro manine in più rispetto alle 13 dello scorso anno.

Scuola dell’infanzia
I bambini iscritti alla Scuola dell’infanzia in provincia di Nuoro sono 2761 (erano 2773 lo scorso anno, 2931 quello precedente e 3066 tre anni fa), di cui 34 con handicap. Sono al momento suddivisi in 164 sezioni (erano 167 lo scorso anno e 176 tre anni fa).

In città il nuovo accorpamento tra il “Borrotzu” e il “Podda”, registra complessivamente 125 alunni, 231 quelli del “Maccioni-Deledda”. Interessanti, per avere un’ulteriore idea dell’andamento demografico della provincia, sono i dati relativi a paesi come come Fonni con 62 bambini, Orosei 125, Siniscola 146, Dorgali 125 e l’IC Oliena-Orgosolo 151.

Scuola primaria
Gli iscritti alla scuola primaria sono 6329 (erano 6624 l’anno precedente e 7183 tre anni fa), di cui 278 con disabilità (erano 259 lo scorso anno). Le classi sono 459.

A Nuoro l’istituto comprensivo “Maccioni-Deledda” a settembre totalizzerà 423 alunni suddivisi in 225 a Furreddu, 66 in via Carbonia, 132 a Biscollai e 48 nella scola ospedaliera al San Francesco. Mentre il risultato dell’accorpamento, “P. Borrotzu-F. Podda” è di 561 bambini. Al primo posto il “Calamida” con i suoi 205, il “Podda” in vantaggio con 184 alunni rispetto a “San Pietro” con 114, infine il Rione Italia con 60 bambini. Le “elementari” cittadine conteranno 984 studenti, rispetto ai 1094 dell’anno precedente e 1215 di tre anni fa, delineando uno scenario di circa cento bambini in meno ogni anno.

Scuola secondaria di I grado
Gli alunni delle “medie” saranno 4503 (erano 4656 l’anno scorso e 5074 due anni fa), di cui 249 con handicap (dieci in più dell’anno precedente), suddivisi in 308 sezioni.

In città le “medie” del “Borrotzu-Podda” avranno 373 alunni e quelle del “Maccioni-Deledda” 384, per un totale di 757 rispetto ai 777 dello scorso anno e 806 di quello precedente.

Scuola secondaria di II grado
Il numero degli studenti delle superiori nella Provincia crolla a 8824 (in 565 classi), scattando un’istantanea di 1107 banchi vuoti in soli quattro anni. Erano 9931 nel 2023 e progressivamente, sono diminuiti in media oltre 275 alunni all’anno. Aumentano invece gli studenti con disabilità passando da 288 dello scorso anno a 311.

Tra gli istituti superiori in città il più popolato – nonostante la decrescita -, resta lo Scientifico “Fermi” con 1105 studenti, a seguire l’Itc “Chironi” che aumenta lievemente passando dai 724 dello scorso anno, a 787 del prossimo. Il “Ciusa” conta complessivamente 428 alunni rispetto ai 497 dell’anno precedente, l’Agrario “B. Brau” dopo un lieve aumento degli ultimi anni, passa da 276 a 246 studenti da sommare ai 50 del IPAA (professionale). In un clima di calo generale, aumentano ogni anno gli iscritti al Liceo “Satta” che raggiunge i 549, rispetto ai 535 dell’anno precedente, mentre il Liceo “Asproni” passa da 494 a 472 alunni. L’Itgc di Siniscola, aumenta da 424 a 465 ragazzi, lo Scientifico cala a 155 alunni (aveva raggiunto i 222), quello di Dorgali ne conta 127 (132 l’anno precedente), l’Ipsar della Caletta crolla da 222 a 100 studenti.

Il personale docente in provincia
I posti comuni sono così distribuiti, 327 per l’infanzia, 793 per la Primaria, 601 per la secondaria di I grado e 1034 per il II grado, per un totale di 2755. Quelli di potenziamento subiscono una variazione passando dai 246 degli ultimi due anni a 234 comuni e 20 di sostegno. I posti di sostegno sono 395.

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domenica 14 giugno 2026

“Qui con 1.480 euro non riesco più a vivere”. Carovita, salari bassi e nessun aiuto familiare: continua l’esodo dei docenti dalle grandi città - Alex Corlazzoli

 

“La Gran Milano non me la posso permettere. Mi dispiace lasciare questa città ma qui con 1.480 euro non riesco più a vivere. Non mi vergogno a dirvi che spesso il cinque del mese, il mio stipendio è già prosciugato. Torno a Battipaglia dove vive la mia famiglia”. Mariangela Bukne, 52 anni, tarantina di nascita ma nomade per lavoro, è una dei 46.826 docenti che hanno ottenuto la mobilità, ovvero che a settembre si trasferiranno in un’altra scuola. Di questi poco più di 11mila hanno chiesto di andare in un’altra provincia, spesso dal Nord al Sud. Il fenomeno si registra ogni anno. È una vera e propria emorragia che colpisce soprattutto le scuole Settentrionali, mettendo in crisi la cosiddetta continuità didattica. In parole povere: chi vive in Campania, Sicilia, Calabria spesso diventa di ruolo a Milano, a Torino, Venezia o Bologna (e zone limitrofe), ma dopo il triennio obbligatorio in quella sede, lascia baracca e burattini perché con uno stipendio netto intorno ai 1.480 euro al mese non ce la fa a sostenere le spese di affitto ma non solo.

I numeri dell’esodo

La vita di queste persone si limita obtorto collo al tragitto casa-scuola-casa. Nulla di più. Diventa proibitivo andare a cena fuori, fare un viaggio, andare al cinema. L’esercito dei maestri e dei professori scappa dalle grandi città del Nord per tornare a casa così da avere il sostegno del welfare famigliare. A parlare sono i dati raccolti dalla Flc Cgil. Sia pur con numeri maggiori per la primaria e la secondaria di secondo grado, ma in percentuale il numero dei docenti che si spostano di provincia si attesta intorno al 20%. Quest’anno nella scuola dell’infanzia ci sono stati 1.444 movimenti verso un’altra provincia su un totale di 6.918 domande. Le province che hanno “ceduto” più docenti sono state Roma (153 movimenti), Milano (140), Firenze (62), Torino (53), Catania (43). Passando alla primaria i trasferimenti territoriali e professionali tra province diverse sono stati 3.358 su 16.363 richieste. Nel dettaglio ci sono in uscita 493 docenti dalla provincia di Roma, 334 da Milano (di cui 101 trasferiti in Sicilia), 110 da Firenze, 108 da Torino, 93 da Modena.

Anche la scuola secondaria di primo grado ha la sua porzione di trasferimenti interprovinciali: sono 2.795 su 13.579 richieste. In questo caso il primato dei docenti in uscita lo conquista Milano (231), Roma è al secondo posto (134), seguono Bergamo (89), Varese (85) e Monza-Brianza (82). Infine, la secondaria di secondo grado che ha il volume più alto di movimenti in assoluto e anche di movimenti interprovinciali. Il primato se lo contendono Roma e Milano che registrano entrambe 238 docenti in uscita, segue Napoli con 116 docenti e ancora un parimerito tra Varese e Torino con 108 docenti in uscita. Entrando nei dettagli sono i grafici forniti al nostro giornale dalla Uil Scuola a far comprendere la questione ancor più in profondità. Nel capoluogo milanese sono quasi 5.500 i docenti che hanno presentato domanda per lasciare Milano e la sua provincia e trasferirsi in altre regioni italiane. Poco meno di mille hanno ottenuto esito positivo: ad andarsene saranno 334 maestri della primaria, 140 dell’infanzia, 231 delle mede e 238 delle superiori. Non cambia la musica nella capitale dove a far le valige sono 1.018 insegnanti: 493 della primaria, 153 dell’infanzia, 134 della secondaria di primo grado e 238 di quella di secondo grado.

Le proposte dei sindacati

Ad analizzare questi dati è il segretario nazionale della Uil Scuola, Giuseppe D’Aprile: “Quando migliaia di insegnanti chiedono di lasciare le grandi città emerge una questione che merita attenzione – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it – il rapporto tra retribuzioni e costo della vita. Un docente a inizio carriera percepisce mediamente circa 1.480 euro netti al mese e nelle grandi aree metropolitane una quota rilevante di questo reddito viene assorbita da affitti, trasporti e spese quotidiane. I dati della mobilità evidenziano che, accanto alle esigenze di ricongiungimento familiare, nella scelta di trasferirsi, cresce il peso delle condizioni economiche. È un tema che riguarda non solo Milano ma interessa, con intensità diverse, anche altre grandi città del Paese. Le risorse stanziate negli ultimi contratti producono un beneficio netto in busta paga solo se si interviene sulla tassazione. Oggi gli aumenti contrattuali sono tassati a volte anche al 35%. Un primo segnale, per il settore privato, è arrivato con la legge di bilancio 2026: è necessario estendere la detassazione anche alle retribuzioni del personale della scuola statale. Si tratta di una misura “non più procrastinabile che richiede un intervento politico”. Il numero uno della Uil Scuola conosce bene lo stato dell’arte del fenomeno.

D’Aprile ha anche una proposta chiara, necessaria: “Accanto agli interventi sulle retribuzioni, è necessario sviluppare strumenti di welfare contrattuale che aiutino concretamente il personale della scuola ad affrontare i costi legati all’abitare, alla mobilità, alla genitorialità e alla formazione. Soprattutto nelle grandi aree urbane, investire nel welfare può rappresentare un supporto importante per migliorare la qualità della vita e del lavoro del personale della scuola”. Anche Vito Castellana, coordinatore nazionale Gilda Scuola punta il dito contro il Governo: “I docenti tendono a trasferirsi dove c’è la famiglia di origine che fa da ammortizzatore sociale. Nella Scuola a parità di titolo di studio si guadagna 30-40% in meno degli altri dipendenti della pubblica amministrazione”. Secondo il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani tra i settori più colpiti da questa fuga dalle cattedre c’è quello del sostegno: “La mancanza di stabilità didattica penalizza duramente gli alunni e le loro famiglie, che avrebbero diritto a figure competenti e presenti in modo continuativo. Ogni cattedra non coperta stabilmente rappresenta una possibile lesione del diritto all’inclusione e un arretramento rispetto agli obblighi costituzionali e internazionali in materia di tutela delle persone con disabilità”, spiegano.

Le storie e il disagio

“Dal 2020 sono entrata in ruolo a Milano dopo una vita trascorsa in un’azienda lasciata dopo la morte di mio marito – spiega Mariangela Bukne a ilfattoquotidiano.it –. I primi tempi sono arrivata a Novate Milanese dove insegno senza figli andando ad abitare in una camera che affittavano le suore per 420 euro. Avevo il bagno privato ma la cucina in comune con molte colleghe. Poi mi son giocata tutto facendo venire i miei figli qui per frequentare l’università. Abitare a Milano o nell’hinterland con uno stipendio come il nostro non è vita – ha aggiunto – Gli affitti di un monolocale sono attorno ai 600-700 euro. Qui se ho bisogno di una visita medica devo pensarci ben due volte. Da anni non viaggio. Le mie vacanze sono a Battipaglia, dalla mia famiglia perché non posso permettermi altro. A Milano nel momento in cui vai in un supermercato ti accorgi che il tuo stipendio non vale nulla. Non potevo più stare in questo luogo…”.

Lo sa bene Federico Blanco, docente di scuola secondaria di secondo grado prossimo ai 50 anni che ha richiesto e ottenuto la mobilità. Originario di Catania, vive e lavora in provincia di Cuneo da nove anni. “Mi sono trasferito al Nord, a Savigliano, per la quasi impossibilità di trovare – racconta – una posizione stabile in Sicilia. Anche la mia compagna mi ha seguito e entrambi abbiamo ottenuto il ruolo. In quest’ultimi anni l’aumento esponenziale del costo di affitti e case a Savigliano ha reso la situazione economica difficile. L’affitto per un piccolo appartamento (camera da letto e servizio) supera i 600 euro mensili, escluse le bollette, a fronte di uno stipendio da docente di circa 1600 euro. Ad incidere sono anche le spese di riscaldamento. Se poi hai i genitori al Sud devi calcolare che almeno due-tre volte l’anno devi scendere…”. Blanco ha la valigia pronta ma la sua compagna dovrà restare in Piemonte perché non ha ottenuto la mobilità: “Speriamo in un’assegnazione provvisoria per il ricongiungimento in Sicilia ma è un “salto nel buio”.

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