Amare Produzioni Agricole
giovedì 14 maggio 2026
mercoledì 13 maggio 2026
IL CANE DI MICHELE SERRA E QUEI LUPI DA DIFENDERE - Mario Tozzi
(la Stampa)
Come non condividere la disperazione di Michele
Serra e di tutti i “proprietari” di animali di
affezione che hanno visto i loro animali uccisi
in campagna? E come non essere empatici con
chi ha un’attività agricolo-pastorale e sostiene di non
poterne più delle predazioni dei lupi in Appennino? E
come non essere preoccupati per chi semplicemente se ne va a passeggio
in montagna e teme un attacco dai lupi? Nessuna di queste
problematiche è posta correttamente, alcune si basano su presupposti
falsi, e tutte sono frutto di quell’ideologia specista tipica dei
sapiens che li porta a considerarsi «custodi della natura» (!) e al
vertice della piramide dei viventi. Ma tutte meritano una risposta,
anche se scomoda.
Fortunatamente i lupi in Italia hanno approfittato della protezione
che è stata loro accordata negli anni ’70 del secolo scorso e sono
passati da poche centinaia a quasi quattromila in circa mezzo secolo.
Improvvisandosi ecologo, chi vive in campagna e vuole lasciare
liberi i propri cani si lamenta che i lupi sono troppi. Ma la pressione
di una popolazione animale segue leggi ben precise, determinate
dall’ambiente naturale, ignorate evidentemente dalla maggior parte
dell’opinione pubblica, che immagina sempre una crescita demografica
lineare e illimitata, impossibile in natura perché continuamente
frenata da fenomeni diversi. L’andamento reale è correttamente
descritto da una funzione matematica («curva logistica» o
«curva a S») in cui, all’inizio, una popolazione cresce rapidamente,
poi rallenta, si appiattisce diventando quasi parallela all’asse delle
ascisse e infine raggiunge una posizione stabile nel tempo. Lo stesso
discorso vale, ad esempio, per un embrione, che può crescere soltanto
quanto gli è consentito dal volume dell’utero materno.
I lupi, insieme a tanti compagni selvatici, sono in espansione in tutta
Europa grazie a inurbamento, abbandono dei terreni marginali, ritorno
dei boschi, diffusione delle prede e protezione legale. Ma mentre
tutti gli altri animali sono in regressione, il lupo si allarga e prolifica:
semplicemente occupa lo spazio che il territorio concede loro. Prima
delle terribili stragi moderne, i lupi italici arrivavano a 20.000
individui,
senza che si sia mai registrata un’aggressione deliberata a un
solo sapiens. Il fatto è che noi siamo convinti di poter sopravvivere su
questo pianeta senza altri animali che non quelli da compagnia o da
allevamento, e mal tolleriamo ogni intrusione della natura nei nostri
ambienti, a meno che quegli intrusi non si “comportino bene”, cioè
come noi vogliamo. Solo che oggi tutti gli ambienti sono colonizzati
dai sapiens e dunque non c’è più spazio per nessun altro.
Poi c’è la questione degli allevatori, soprattutto di pecore, che lamentano
perdite tanto ingenti quanto false: si calcola che, in tutta Europa,
la predazione da animali selvatici sul bestiame allevato sia pari allo
0,07% (rielaborazione dati Wwf), una percentuale irrisoria. Non solo:
chi vede la sua pecora predata da un lupo ha diritto a un risarcimento e,
volendo, può abbattere dell’80% le già scarse predazioni solo imponendo
recinti elettrificati, cani da guardiania muniti di collari anti-lupo
e la presenza del pastore sul posto. E molte di quelle predazioni non
sono causate da lupi, bensì da cani inselvatichiti dopo gli abbandoni
(specie cani da caccia). Falsi problemi che vengono amplificati per
una ragione di fondo culturale e ideologica.
Da un punto di vista culturale è, purtroppo, sempre lo stesso abisso
che inghiotte i sapiens: quando parliamo di lupo non parliamo di
un essere vivente, ma, di fatto, della proiezione delle nostre paure.
«Quando entrano nella nostra mente i lupi diventano una metafora
del selvaggio e del non civilizzato, come una banda criminale che
vive fuori dalle norme e dalle convenzioni», scrive il biologo Carl
Safina. Perciò reagiamo come se fossimo stati assaltati da una banda
di ladri o entrassimo in conflitto con un’altra tribù, mettendo in
piedi una specie di disprezzo perché anche loro si permettono di andare a caccia. A pensarci bene, un atteggiamento razzista, poco giustificato dal fatto che si tratta effettivamente di un’altra specie. E il lupo è sempre cattivo e bisogna stare attenti.
I lupi sono estremamente utili. Primo, tengono sotto controllo gli ungulati (cinghiali, cervi, daini) con la loro sola presenza. Secondo, ripristinano gli equilibri idrogeologici e territoriali.
L’esperienza di ripopolamento del Parco di Yellowstone, mutatis mutandis, ha dimostrato che la presenza del lupo, attraverso azioni a
cascata, ha effetti positivi anche sulla vegetazione e addirittura
sulla stabilità delle sponde fluviali, limitando perfino il dissesto
idrogeologico. Il ritorno dei lupi ha liberato le piante all’appetito
pantagruelico dei wapiti, riducendone il numero naturalmente.
Così hanno ripreso a prosperare pesci, anfibi e uccelli e si è arrivati
all’attuale ripristino dell’ecosistema. Che sarebbe indispensabile
nel nostro Paese, sovraffollato di ungulati che provocano una
serie di danni a cascata proprio perché privi di predatori. Ridurre
i lupi non è una buona idea, ma per comprenderlo bisognerebbe
affidarsi alla cultura naturalistica, abdicando al trono di specie
eletta sul quale nessun vivente può issarsi.
venerdì 1 maggio 2026
Lula, Cina e schiavismo: il caso Byd scuote il Brasile - Paolo Laforgia
Il governo brasiliano ha rimosso il capo dell’ispettorato del lavoro, Luiz Felipe Brandão de Mello, pochi giorni dopo l’inserimento della casa automobilistica cinese Byd nel registro pubblico dei datori di lavoro coinvolti in pratiche assimilabili al lavoro schiavo.
La decisione ha aperto un caso politico
che investe direttamente il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, perché tocca
uno dei terreni su cui ha costruito la propria identità pubblica: la difesa dei
lavoratori. Secondo Reuters, la rimozione è stata formalizzata il 13 aprile,
dopo lo scontro interno sulla presenza di Byd nella cosiddetta “lista suja”, la
lista nera del lavoro schiavo.
Il caso nasce a Camaçari, nello stato di
Bahia, dove Byd sta costruendo un grande impianto destinato a rafforzare la sua
presenza nel principale mercato latinoamericano dell’auto elettrica.
Alla fine del 2024, un’ispezione ha
trovato nel cantiere 163 lavoratori cinesi in condizioni che le autorità
brasiliane hanno definito analoghe alla schiavitù: passaporti trattenuti,
alloggi degradanti, giornate di lavoro estenuanti, pochissimi riposi e vincoli
economici che rendevano difficile lasciare il posto.
I lavoratori dovevano anche inviare gran
parte del salario in Cina e versare un deposito rimborsabile, un meccanismo che
rafforzava la loro dipendenza.
Byd ha respinto la responsabilità diretta,
attribuendo le violazioni al subappaltatore incaricato dei lavori e sostenendo
di non essere stata a conoscenza degli abusi fino alla loro emersione pubblica.
Ma in Brasile il punto non è solo chi firmava i contratti.
Il nodo è anche la responsabilità lungo la
filiera e il controllo effettivo sulle condizioni di lavoro dentro un grande
cantiere industriale. Proprio per questo l’inserimento nella lista nera ha un
peso che va oltre il danno reputazionale: può limitare l’accesso a determinati
prestiti bancari e rendere meno appetibile un’impresa agli occhi degli
investitori.
Il 7 aprile il ministero del Lavoro ha
aggiornato il registro includendo 169 nuovi datori di lavoro, tra cui Byd.
L’aggiornamento è stato confermato anche da Agência Brasil, che ha dato conto
dell’inserimento del gruppo cinese nella lista.
Ma il giorno successivo, l’8 aprile, un
tribunale del lavoro ha sospeso in via provvisoria l’iscrizione di Byd,
accogliendo la richiesta dell’azienda in attesa di una decisione più
approfondita sulla sua responsabilità rispetto agli abusi commessi dal
subappaltatore. La sospensione è dunque temporanea e non equivale a una piena
assoluzione nel merito.
Pochi giorni dopo è arrivata la rimozione
di Brandão de Mello. Il dirigente sarebbe stato licenziato dopo aver ignorato
un ordine del ministro del Lavoro Luiz Marinho di lasciare Byd fuori dal
registro. Il ministro ha negato di aver favorito aziende e ha definito la
sostituzione un normale avvicendamento amministrativo.
L’associazione nazionale degli ispettori
del lavoro ha però parlato di ingerenza politica e di ritorsione istituzionale,
sostenendo che una decisione tecnica di politica pubblica è stata piegata a un
interesse politico.
Per il governo Lula, la vicenda è
particolarmente scomoda. Lula non ha costruito la propria traiettoria politica
solo parlando di lavoro: è stato operaio metalmeccanico, leader sindacale,
fondatore del Partito dei lavoratori (Pt) e protagonista delle grandi
mobilitazioni operaie contro la dittatura.
Vedere il suo governo accusato di aver
ammorbidito il trattamento riservato a una multinazionale coinvolta in un caso
di sfruttamento estremo produce un cortocircuito politico evidente. Non si
tratta solo di una crisi d’immagine. Si tratta della distanza tra il profilo
storico di un presidente nato nelle lotte operaie e la gestione concreta di un
conflitto tra diritti del lavoro e interessi industriali.
Sul fondo pesa la nuova centralità
economica della Cina in Brasile. Reuters ha scritto che nel 2024 gli
investimenti diretti cinesi nel paese sono raddoppiati a 4,2 miliardi di
dollari su 39 progetti, facendo del Brasile il terzo destinatario mondiale di
capitali cinesi.
In questo quadro Byd non è un attore
marginale, ma uno dei simboli dell’espansione cinese nei consumi e nella
manifattura “verde”, mentre i marchi cinesi controllano ormai la gran parte del
mercato brasiliano dei veicoli elettrici.
È proprio questa centralità a rendere il
caso ancora più delicato: quando in gioco ci sono fabbriche, investimenti e
relazioni strategiche, la tentazione di abbassare il livello del controllo sul
lavoro diventa più forte.
La vicenda di Bahia mostra così una
contraddizione più ampia. La transizione industriale e tecnologica viene
raccontata come sinonimo di modernizzazione, innovazione e crescita.
Ma nei cantieri e nelle filiere che
alimentano questa trasformazione possono riapparire forme brutali di
subordinazione del lavoro, rese meno visibili proprio dal prestigio politico ed
economico dei soggetti coinvolti.
Auto elettriche, grandi investimenti e
narrativa della transizione non cancellano il punto essenziale: anche
l’industria del futuro può poggiare su rapporti di lavoro degradanti, se i
controlli vengono aggirati o svuotati.
Il caso Byd non appare nemmeno come un
episodio isolato. Reuters ricorda che Marinho era già stato contestato per
essersi mosso in passato per impedire l’inserimento di altre grandi imprese nel
registro, tra cui una divisione del gruppo Jbs, e che la legittimità di quelle
interferenze è stata contestata davanti alla Corte suprema.
La domanda che resta aperta è dunque più
larga del singolo licenziamento: chi decide se la tutela del lavoro è un
principio da applicare anche contro aziende potenti, oppure una variabile da
adattare alle convenienze economiche e diplomatiche del momento.
In Brasile, per ora, il segnale arrivato
dagli uffici pubblici è netto. A finire sotto pressione non è stata soltanto
l’azienda accusata di aver beneficiato di condizioni di lavoro assimilabili
alla schiavitù. È stato anche il funzionario che aveva applicato uno degli
strumenti più importanti di trasparenza e contrasto disponibili nel paese.
giovedì 30 aprile 2026
Saviano: “Non riscriverei Gomorra, mi ha rovinato la vita”
Lo
scrittore: “Da vent’anni quel libro mi condiziona. Per farlo ho sacrificato la
serenità mia e dei miei cari”
Gomorra mi
ha distrutto la vita, non c’è altro modo per iniziare. O almeno io non ne ho
trovato uno migliore. Ed è bene sapere anche che non vado fiero di quel che ho
fatto alla mia vita: illudendomi di poter cambiare il mondo, o quantomeno quel
pezzettino di mondo che mi circondava, ho sacrificato il bene più prezioso che
ciascuno di noi possiede: la propria serenità e quella dei propri cari.
Uno
scrittore che amo molto, James Baldwin, diceva che non tutto ciò che si
affronta può essere cambiato, ma nulla può essere cambiato finché non lo si
affronta. E io ci avevo creduto. Avevo creduto che la letteratura potesse
essere uno strumento di trasformazione reale, che le parole potessero cambiare
il mondo. E forse, dopo Gomorra, qualcosa davvero è avvenuto. Ma il prezzo –
che non avevo calcolato, non perché fossi coraggioso ma perché ero
semplicemente ingenuo – l’ho pagato io, e continuo a pagarlo, come un debito
che non si estingue.
Ed eccomi
qui, vent’anni dopo, ancora alle prese con un libro che non avrei dovuto scrivere.
Spesso penso a me e a Gomorra, e in un paradosso che solo la letteratura può
contemplare, mi viene da domandarmi se sia nato prima io o prima lui. Se sia
stato io a scrivere il mio libro, o sia stato lui a scrivere me, la sua
creatura. Vedo me stesso stanco, rotto, disilluso e lui ancora vivo, attuale,
pronto per essere letto esattamente come vent’anni fa. Da vent’anni Gomorra mi
dice come vivere. Con quali occhi svegliarmi al mattino e con quali coricarmi
la sera. Spesso mi chiedono se, con il senno di poi, tornerei a
scriverlo. La risposta è no, non lo riscriverei, nemmeno sotto tortura.
Solo pochi
mesi prima di iniziare a scrivere Gomorra, ero uno studente di filosofia e le
uniche armi che m’interessavano erano quelle del pensiero. Leggevo Giordano
Bruno, Machiavelli, Bacon, Vico, Spinoza, Leibniz, Weber e dalla mia vita mi
aspettavo questo: un continuo confronto con pensatori di ogni epoca da cui
avrei preso linfa per la scrittura, idee per la vita. Eppure, c’erano storie,
voci, immagini che non riuscivo a ignorare. Come il corpo di don Peppe Diana,
ucciso nella sua chiesa a colpi di pistola dal clan dei Casalesi, e poi la sua
memoria umiliata da chi inquina i pozzi rendendo indistinguibili, in terra di
camorra, il sano dal marcio, il legale dall’illegale. Mentre il mio pensiero
volava in alto, le voci e le immagini che raggiungevano il mio cervello lo
trascinavano verso il basso, rendendolo bestiale. Esistono punti di contatto
tra queste due sfere in apparenza così distanti: una certa filosofia da mattatoio
che, pur puzzando di sangue, possiede una sua struttura, una sua articolazione
logica, una sua intelligenza.
Nato a
Napoli, cresciuto nella Terra dei Fuochi, potevo mai raccontare Giordano Bruno
senza che il volto di Francesco Schiavone detto Sandokan venisse a
tormentarmi? Così il
pensiero ha assunto la forma di un Centauro e ha prodotto creature dotate di
ferocia bestiale, ma mai prive di intelletto e strategia. Francesco Schiavone,
che strangola a mani nude e passa ore a leggere pagine di storia borbonica.
Gennaro Marino, detto McKay, che si fa costruire una dacia russa nel cuore di
Secondigliano. Augusto La Torre, studioso di psicologia, ideatore del
cosiddetto «metodo La Torre» per smaltire i cadaveri. Ognuno con i suoi slanci
cerebrali, ognuno pronto ad ammazzare se necessario.
Oggi, quando
ripenso a ciò che ha mosso la mia mano nella scrittura di Gomorra, mi sento uno
sciocco. Ho creduto, ingenuamente, che raccontare la verità per come io l’avevo
vissuta, annusata, ascoltata, letta nelle cronache quotidiane, alle udienze nei
tribunali, dentro i fascicoli giudiziari, potesse rappresentare un valore a sé
stante. Non stavo raccontando segreti mai rivelati. Stavo solo unendo i punti,
ecco tutto.
Mi maledico
per non aver compreso che avere tutto dinnanzi agli occhi non è come avere
tutto in un quadro organico: vivere immersi in Gomorra non significava, per chi
si muoveva nei suoi budelli e nelle sue strettoie, comprendere davvero Gomorra. E
la presa di coscienza collettiva ha portato con sé una reazione di odio puro
che no, non avevo calcolato. Non sto parlando solo dell’odio di chi mi
ha minacciato, rovinandomi la vita e costringendomi sotto scorta. Sto parlando
di chi quelle verità le aveva viste fluttuare, ma mai aveva alzato il braccio
per afferrarle. La scrittrice turca Ece Temelkuran ha definito questa «la
psicologia degli sconfitti»: le persone che dovrebbero essere dalla nostra
parte si sentono sconfitte e si odiano per questo. L’odio che ci rivolgono è
odio per sé stesse, proiettato su di noi. E di questo odio, certa politica si è
nutrita, strumentalizzandolo. «Parla dal suo attico a Manhattan», «Una volta al
governo gli toglieremo la scorta». Ma prima era stata la volta di altre accuse:
«Sei un gufo», «Diffami il tuo Paese».
Su un altro
fronte, altro ma non distante, è accaduto ciò che per me era impensabile:
Gomorra portato in teatro, e poi il film di Matteo Garrone, e poi la serie tv.
I David di Donatello, il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, i
Nastri d’Argento. Gradualmente ho realizzato che Gomorra non mi apparteneva
più, perché con Gomorra non volevo raccontare Napoli al mondo, ma il mondo
attraverso Napoli. E, incredibilmente, il mondo, guardando Napoli, ha visto se
stesso e si è riconosciuto. Persino in Messico, quando si descrivevano
alcune dinamiche criminali, si iniziava a dire «à la Gomorra», perché Gomorra
aveva cambiato radicalmente il modo di osservare certi fenomeni.
Eppure, nel
corso di questi venti lunghi anni, le critiche più aspre mi sono arrivate da
chi ha stigmatizzato Gomorra e le sue gemmazioni senza averli mai nemmeno
sfiorati. Eppure io sono ancora qui, con quell’immagine del ragazzo che ero,
quando tutto era diverso, quando ero immerso nei miei sogni, con i rulli delle
stamperie che a me parevano cantare l’inno di un interesse nuovo per le
dinamiche criminali, quelle stesse dinamiche che spesso, per quieto vivere, si
preferisce ignorare.
«Se ti
facevi i fatti tuoi, tutto questo non sarebbe successo» è la frase che mi sono
sentito ripetere cento volte. Ma che ne potevo sapere io… a vent’anni giravo
con la mia Vespa e con la fretta di tornare a casa, alla mia scrivania, per
scrivere. Non volevo dimenticare nulla, dovevo mettere nero su bianco tutto
quello che avevo visto, sentito, annusato.
Così è nato
Gomorra… e così, piano piano, un pezzo alla volta, ho iniziato, forse, a morire
io.
mercoledì 29 aprile 2026
La propaganda LEGO dell’Iran rivela come funziona la guerra cognitiva
La Narrazione
Un piccolo studio in Iran con meno di dieci persone ha prodotto quotidianamente
video di propaganda AI in stile LEGO. I clip dicono ad alta voce ciò che i
media americani si rifiutano di dire. Come il fatto che i bombardamenti sono
crimini di guerra. Che i funzionari che li ordinano sono gli aggressori. Che le
persone dalla parte del ricevente sono esseri umani.
Un ritornello ripete verità scomode: “Il tuo governo è gestito da
pedofili. Ti hanno ordinato di morire per Israele“. I video stabiliscono
connessioni esplicite con la rete di Epstein, inquadrandola come parte di un
sistema più ampio di compromesso e controllo delle élite.
Rinominano “America First” come “Make Israel Great Again“.
Trump appare come un cartone animato. Netanyahu viene preso in giro. I
comandanti iraniani sembrano fighi, sicuri di sé, in controllo. Musica rap,
colori vivaci, montaggio veloce, ritmo da meme. Missili che volano. Battute che
colpiscono.
Il tono è più vicino alla cultura di internet che ai media di stato perché
è rivolto allo stesso pubblico che i media aziendali americani hanno abbandonato.
Questa superficie è l’amo. La domanda successiva è chi lo sta facendo. Il
gruppo si chiama Akhbar Enfejari — Media Esplosivi.
Prima della guerra, il canale era gestito da un piccolo gruppo di giovani
iraniani su Telegram. Pubblicavano clip meteo, highlights di calcio, lamentele
sulla scuola e critiche al loro stesso governo. Si impegnavano anche in
discussioni sulle sanzioni e sugli sviluppi geopolitici più ampi. Non erano
propagandisti. Né terroristi. Erano solo normali creatori di contenuti che capivano
i social media e sapevano usare gli strumenti di IA.
YouTube ha bannato il
loro canale. Ma a quel punto i video si erano già diffusi su X, TikTok, Instagram e
Telegram. Avevano solo bisogno di muoversi attraverso i feed più velocemente di
quanto le narrazioni ufficiali potessero contrastarli.
Per decenni, gli USA hanno lavorato per appiattire l’Iran in un’unica
immagine. Bush lo ha definito parte dell’Asse del Male. Hollywood lo ha reso il
villain in Argo e 300. Le news via cavo hanno costruito la
loro copertura attorno a clero e folle urlanti. Le sanzioni hanno tagliato
l’accesso a farmaci antitumorali e insulina mentre i funzionari definivano la
politica umanitaria.
Trump ha stracciato il JCPOA nel 2018 dopo che l’Iran aveva rispettato la sua parte. Due anni dopo
ha ordinato l’assassinio di Qasem
Soleimani su suolo straniero e lo ha trattato come una
vittoria.
Il progetto era coerente. Ridurre novanta milioni di persone a un regime,
una minaccia, un’immagine che gli americani non avrebbero avuto problemi a
vedere bombardata.
Ora l’Iran sta plasmando quell’immagine. Trump e Netanyahu sono collocati
al suo interno come bersagli, mentre i funzionari iraniani sono mostrati come
sicuri di sé e in controllo.
L’Iran ha smesso di rivolgersi a Washington. Il colpo di stato del
1953, il ritiro dal JCPOA, l’uccisione di Soleimani, il sabotaggio seriale dei
siti nucleari, gli omicidi di scienziati iraniani per le strade iraniane — il
dossier è chiuso. Non c’è più nulla da negoziare con un Impero che tratta ogni
accordo come una pausa prima del prossimo colpo. L’Iran non sta parlando con la
Casa Bianca. Sta parlando oltre essa, ai pubblici in Europa, America Latina,
Asia, Africa e all’interno degli stessi Stati Uniti.
Il cambiamento ha senso nel quadro geopolitico reale. Le recenti mosse di
allineamento tra i paesi BRICS su commercio, energia e regolamento delle valute
mostrano il cambiamento nella pratica, non solo nella retorica. La competizione
sottostante è tra USA e NATO contro il blocco BRICS.
I media aziendali cercano qualsiasi altra cornice — terrorismo,
proliferazione, diritti umani, stabilità regionale — prima di nominare l’asse.
Leggere la strategia LEGO richiede di nominarlo. L’Iran non è un attore
canaglia che fa i capricci contro un ordine stabile. È un nodo all’interno di
uno spostamento coordinato di come il potere si distribuisce a livello globale,
e si comporta come tale.
Restrizione
Washington e Tel Aviv hanno passato il ciclo attuale a cercare di
trascinare Iran e Russia nella prima escalation palese. Una risposta provocata
avrebbe consegnato loro la narrazione e preparato il terreno per la guerra più
ampia che vogliono. Entrambe le capitali si sono rifiutate. L’Iran ha assorbito
i colpi, non ha mai sparato per primo e ha rispettato il diritto
internazionale.
Quella restrizione è di per sé un messaggio per il pubblico globale. Dice
che l’impero sta oscillando e sbagliando il bersaglio. Dice che gli adulti in
questo conflitto sono quelli che vengono bombardati, non quelli che bombardano.
I dati lo confermano. Il sostegno alla guerra contro l’Iran è iniziato al
trentasette per cento ed è continuato a scendere. L’Afghanistan era partito al
novantadue per cento. L’Iraq al settantadue. Questa volta Washington non ha
nemmeno presentato le sue ragioni prima di colpire. Non c’è stato un Colin
Powell all’ONU con una provetta. Non c’è stato un dossier di intelligence
manipolato venduto per diciotto mesi.
Ci si aspettava che il pubblico accettasse questa guerra nelle stesse
condizioni informative che avevano permesso gli interventi precedenti. Questa
volta, quella aspettativa è fallita.
La restrizione sul terreno libera l’Iran per passare all’offensiva nel
dominio della Guerra Cognitiva attraverso i feed dei social media. Il fatto che
l’Iran detenga l’alto livello legale e morale nel conflitto fisico apre il
fronte culturale, che è l’unico fronte dove i vantaggi schiaccianti dell’impero
non si traducono altrettanto efficacemente.
I sistemi di difesa missilistica non fermano un clip virale. Le portaerei
non fanno più meme di uno studio di dieci persone. La prima ondata di attacchi
statunitensi e israeliani avrebbe ucciso molti dei propagandisti vecchia scuola
dell’Iran. La generazione che li ha sostituiti è cresciuta sulla stessa
internet dei ragazzi americani a cui parlavano.
È meglio familiarizzare con questi concetti prima piuttosto che dopo perché
questo è l’aspetto della guerra cognitiva e chiunque abbia accesso a internet e
a un proprio account social può fare la differenza.
La cultura è il terreno. Il vecchio modello di macchina propagandistica
governa ancora la maggior parte della conversazione pubblica sulla guerra —
sale stampa, conferenze stampa, canali di intelligence, strutture di comando
militare, che poi filtrano verso i media. Quel modello è rotto.
La lotta per la percezione ora avviene molto più vicino al livello
dell’attenzione ordinaria. Avviene nel feed, nello scorrimento, nella battuta,
nel clip che le persone si scambiano, nello stile visivo che risulta
immediatamente leggibile prima ancora che qualcuno elabori il messaggio al suo
interno.
La Cultura è il Terreno
L’approccio LEGO funziona perché è immediatamente riconoscibile. Uno dei
creatori l’ha chiamato un “linguaggio mondiale“, e questo è il punto: è
immediatamente familiare, facile da leggere e viaggia tra i pubblici senza
attrito.
La frase è precisa. LEGO porta una familiarità visiva condivisa in ogni
mercato che i video devono raggiungere. Abbassa la resistenza. Dà ai video una
superficie che sembra facile da affrontare, anche quando il messaggio
all’interno è duro o di parte. Lo stile fa la maggior parte del lavoro prima
che lo spettatore inizi davvero a pensare alla politica.
Questi video non hanno bisogno di cambiare l’opinione di massa. La loro
funzione è rendere visibile il dubbio esistente. Lo scetticismo sulla condotta
statunitense e israeliana è già diffuso. Molte persone diffidano della
messaggistica bellica ufficiale e sospettano che le giustificazioni pubbliche
non corrispondano alle motivazioni sottostanti. Percepiscono un divario tra ciò
che le istituzioni dicono e ciò che osservano. Gran parte di quel dubbio rimane
sparso e sottosviluppato — tenuto privatamente, condiviso in piccoli circoli, o
sentito come una vaga sensazione che qualcosa non quadri.
La cultura virale cambia quella situazione trasformando il dubbio sparso in
qualcosa che le persone possono vedere e condividere. Rende lo scetticismo
pubblico invece che privato.
Quando ciò accade su larga scala, l’umore generale cambia. Le persone
smettono di sentirsi sole nel loro scetticismo e iniziano a vedere che altri
pensano allo stesso modo. Questa consapevolezza condivisa cambia il modo in cui
le persone interpretano ciò che sta accadendo. Gli americani che protestavano
contro il loro stesso governo hanno persino usato la propaganda iraniana come
colonna sonora.
Le istituzioni mancano di questa capacità. Possono diffondere molto
contenuto. Possono ripetere le stesse frasi. Possono inviare messaggi
coordinati attraverso ogni canale che controllano. Non possono generare il tipo
di percezione condivisa e vissuta che rende un’idea socialmente reale. Un breve
video può farlo. Un meme può farlo. Un buon podcast può farlo.
Qualsiasi pezzo di contenuto creato può ripetere un sentimento condiviso in
pochi secondi. Si diffonde attraverso la cultura online perché le persone
ridono, lo riconoscono e lo condividono.
La Casa Bianca ha gestito la propria operazione di meme. Karoline Leavitt
ha detto che ha raggiunto due miliardi di impressioni. Quel numero potrebbe
essere reale, ma il volume da solo non decide questo tipo di lotta. Il
contenuto ufficiale spesso sembra controllato e sceneggiato. Sembra
pianificato. Sembra il potere che cerca di imitare la cultura di internet senza
inserirvisi completamente.
Un piccolo team di animazione AI lo ha superato perché ha capito come
funziona realmente il medium. Quando questo è diventato chiaro, la risposta è
stata chiuderlo. YouTube ha rimosso il canale. I clip hanno continuato a
diffondersi comunque, ripubblicati e condivisi dagli stessi americani a cui
erano rivolti. A quel punto, la censura non riduce l’impatto. Lo rafforza.
Segnala al pubblico che il contenuto ha centrato il bersaglio.
La percezione tende a precedere il ragionamento formale. Le persone
capiscono rapidamente chi sembra credibile, minaccioso, ingannevole o dominante
prima ancora di formarsi completamente un’opinione. La cultura struttura questi
giudizi precoci impostando la cornice emotiva attorno a un evento.
Una volta che quella cornice è stabilita, le informazioni successive non
vengono elaborate in modo neutrale; le persone tendono a interpretarle
attraverso ciò che già sentono e credono.
L’AI rafforza questa dinamica riducendo i costi di produzione e accelerando
i cicli di iterazione. Piccoli team possono ora sostenere una produzione
continua di contenuti con stile coerente, personaggi ricorrenti e tempi di
risposta rapidi.
L’AI è solo parte dell’equazione. Il vantaggio decisivo risiede in come il
conflitto viene inquadrato e confezionato per la circolazione all’interno dei
sistemi di attenzione esistenti. La tecnologia abilita la distribuzione.
L’intuizione culturale determina se il contenuto si muove davvero.
Un sistema che ha passato decenni a plasmare come viene visto l’Iran sta
ora ricevendo una risposta nello stesso medium — veloce, culturale e costruito
per il feed.
La lotta non è più decisa dopo che gli eventi sono stati spiegati. È
plasmata in tempo reale da come quegli eventi vengono inquadrati, condivisi e
riconosciuti. La parte che definisce ciò che le persone pensano di vedere,
presto e su larga scala, imposta la direzione che il resto della storia
seguirà.
* dal Substack
Empatic Philosophy
Altri video:
martedì 28 aprile 2026
Utenti profilati e algoritmi: così Meta ha interferito nelle elezioni del 2022 - Thomas Mackinson
[…] Quanto sono americane le “ombre russe” sul voto in Italia, quelle che agitavano timori per la “tenuta democratica” in Europa. Nell’agosto 2022, a poche settimane dalle elezioni, mentre l’attenzione era tutta su Mosca, sugli smartphone di milioni di italiani si stava apparecchiando una silenziosa profilazione di massa. Non da parte di hacker del Cremlino, ma del colosso americano Meta. È il punto più clamoroso della nuova inchiesta di Report sul Garante della Privacy che andrà in onda stasera. La trasmissione ricostruisce come, alla vigilia del voto, la multinazionale di Mark Zuckerberg stesse raccogliendo e trattando dati degli utenti italiani legati alle interazioni con contenuti elettorali. E come, una volta venuta a galla, membri del Garante si adoperarono per sventare una mega-multa che avrebbe anche portato alla luce un sistema surrettizio di influenza sul voto. Peraltro a senso unico, grazie alla successiva rimozione selettiva e asimmetrica di un algoritmo che limitava la visibilità dei contenuti politici, che avrebbe favorito la destra.
[…]
Nel 2022, in vista delle elezioni politiche Meta lancia su Facebook la funzione EDI (Election Day Information) e su Instagram dei
colorati sticker a tema. L’iniziativa si presenta come un
comodo servizio civico per reindirizzare gli elettori al sito del ministero
dell’Interno, che ne era a conoscenza. L’inchiesta di Report svela che dietro l’apparenza informativa si
attiva un trattamento più ampio: età, genere, posizione geografica, dispositivo
e interazioni vengono raccolti, conservati e aggregati. La stessa Meta ammette
la possibilità di condividere dati aggregati con terze parti, inclusi “partner
governativi o comitati elettorali”. Oltre 6 milioni e mezzo di utenti vengono
coinvolti. La partecipazione al voto si trasforma in un’opinione politica
monetizzabile, in quello che una fonte evoca come un secondo “caso Cambridge
Analytica”. […]
Di fronte a questa attività, il dipartimento tecnico del Garante guidato da
Riccardo Acciai chiede un blocco urgente. È qui che si consuma uno scontro ai
vertici documentato dai verbali ufficiali: i membri del collegio Guido Scorza e
Agostino Ghiglia frenano, chiedendo di attendere le autorità europee. I due
peraltro sono indagati per corruzione anche per la vicenda degli occhiali Meta
Smart glasses. La resistenza culmina in una mail svelata da Report, in cui Scorza il 24 settembre 2022 blocca
i tecnici sostenendo che non ci fosse il necessario fumus. Nelle stesse ore, Mattei ordina ad Acciai di
soprassedere.
A metà 2023 si ripropone il problema con le elezioni regionali e i tecnici
riescono a far emanare un provvedimento d’urgenza che impedisce a Meta di
condividere i dati con terzi. E propongono una multa da 75 milioni. L’anomalia
più clamorosa avviene qui. Dai documenti raccolti da Report emerge l’irritazione di Agostino Ghiglia,
che il 29 febbraio 2024 definisce la sanzione “ridicola”, aggiungendo che
andava “smontata”. Alla fine, la multa viene drasticamente abbassata a 25
milioni, un importo pari ad appena lo 0,02% del fatturato mondiale annuo della
società. Eppure, nonostante lo sconto, del 70% sia Scorza che Ghiglia votano
contro il provvedimento. Report svela
che la Procura ha acquisito i documenti relativi alla vicenda.
[…]
Poi l’inchiesta si spinge oltre, toccando il tema dell’influenza
algoritmica. Nel 2021 Meta aveva introdotto un filtro per limitare la
visibilità dei contenuti politici, dichiarando di averlo rimosso per tutti nel
2025. Un’analisi condotta da un gruppo interno di tecnici del Pd smentisce però
questa versione: il filtro sembrerebbe essere stato disattivato in gran segreto
già nel novembre 2024, in coincidenza con la vittoria di Donald Trump negli
Usa. I grafici mostrati a Report evidenziano
che la rimozione ha favorito esclusivamente le posizioni della destra
antieuropeista, mentre i contenuti del centrosinistra sono rimasti, per usare
le parole del dem Sandro Ruotolo, “sottoterra”. Meta nega formalmente ogni
accusa, sostenendo di non raccogliere dati politici e di non aver operato
rimozioni asimmetriche. Ma Ruotolo sintetizza: “Sono i signori delle
piattaforme che decidono il carattere politico che deve avere un Paese”.
lunedì 27 aprile 2026
La Cassazione “sindacalista”: svolta penale sugli sfruttatori - Marco Palombi
La sentenza. Chi minaccia licenziamenti per imporre orari più lunghi e/o meno salario è un “estorsore” e rischia 10 anni di carcere
Giorgia Meloni, bontà sua, come ogni 1° maggio si appresta a regalarci un nuovo decreto Lavoro: questo del 2026, a stare alle anticipazioni, sarà anche più inutile dei precedenti (vedi il pezzo a destra). L’atteggiamento del governo nei confronti del “fondamento della Repubblica”, d’altra parte, è ben riassunto dalla sua rinuncia ad esercitare la delega per migliorare la retribuzione e la contrattazione collettiva: l’unica idea di Meloni e soci in proposito è la concessione di qualche sgravio per salario secondario e welfare aziendale, roba che aumenta un po’ il netto in busta paga a danno della futura pensione e dei conti dell’Inps.
In un
panorama disperante, e d’altra parte non da oggi e non dall’altroieri, è forse
il caso di far notare – ai lettori, al governo e all’opposizione – che persino
in materia di lavoro è stata la magistratura negli ultimi anni a supplire
all’assenza della politica avendo in mano solo la Costituzione e il codice
penale, adattando leggi vecchie e nuove all’odierno contesto di povertà
lavorativa e sfruttamento diffuso: una supplenza che alcune recentissime
sentenze penali della Cassazione potrebbero rendere ancor più cogente, perché
forniscono una nuova ed efficace arma a sindacati, ispettori del lavoro, avvocati
e chiunque altro si occupi di tutelare dalla ferocia del mercato i lavoratori
meno garantiti.
Citeremo qui
solo di sfuggita
le giustamente famose inchieste per sfruttamento e caporalato del pm di Milano
Paolo Storari nei settori della logistica, della moda, della grande
distribuzione e, ovviamente, del delivery: sequestri e
commissariamenti delle case madri (e non delle scatole vuote societarie che
assumevano i lavoratori) alla fine del 2025 avevano portato a 50mila assunzioni
regolari e incassi per l’erario da 600 milioni di euro su tasse e contributi
evasi. Ottimi risultati, ancorché – nonostante le inchieste abbiano più volte
passato il vaglio della Suprema Corte – non paiano aver “ispirato” il lavoro
dei colleghi in altre parti della penisola, dove anzi a volte si mettono
persino sotto processo sindacalisti e lavoratori troppo conflittuali…
La novità di
queste settimane però, come detto, sono alcune sentenze penali della
Cassazione. La prima degna di rilievo riguarda proprio il perimetro di
applicazione della legge sul caporalato del 2016, quella alla base delle
inchieste milanesi: pensata per l’agricoltura e l’industria, gli ermellini ne
hanno ormai esteso l’applicazione a tutto il settore dei servizi (tre quarti
degli occupati totali) pur con un caveat. Scrivono i giudici: la legge sul
caporalato trova “applicazione, per la collocazione della norma e per il dato
semantico del termine manodopera, in tutti i casi di utilizzazione,
assunzione o impiego di prestatori d’opera che, indipendentemente dall’ambito
economico (e quindi anche nel cosiddetto terziario, ovvero in quell’ambito
economico che eroga servizi anziché produrre beni materiali) svolgano
un’attività di lavoro subordinato prevalentemente manuale”. Ristorazione,
commercio, turismo: milioni di lavoratori sono ora tutelati da questa
definizione.
La stessa
sentenza, che ribadisce un orientamento presente pure in altre pronunce,
stabilisce anche un’altra cosa importante: il pagamento di stipendi da fame non
è solo un illecito civile, ma può integrare il reato di sfruttamento previsto
dalla legge del 2016. La Corte l’ha stabilito sul caso di alcuni lavoratori di
una stazione di servizio carburanti: poche centinaia di euro di stipendio,
orari più lunghi di quelli contrattuali, straordinari e festivi non pagati, tredicesima
e quattordicesima retrocesse al datore di lavoro. Per la Cassazione, l’impresa
ha approfittato dello “stato di bisogno” di quei dipendenti, commettendo quindi
il reato previsto dalla legge sul caporalato: “Questa Corte ha già chiarito
come, ai fini dell’integrazione del reato di intermediazione illecita e
sfruttamento del lavoro, lo stato di bisogno non vada inteso
nel senso di uno stato di necessità tale da annientare in modo assoluto
qualunque libertà di scelta, bensì come una situazione di grave difficoltà,
anche temporanea, tale da limitare la volontà della vittima e indurla ad
accettare condizioni particolarmente svantaggiose”.
La novità
più rilevante, però, è
forse ancora un’altra: “Qualora il datore di lavoro prospetti al dipendente la
perdita dell’occupazione ove non accetti condizioni deteriori rispetto a quanto
dovuto e da ciò derivi, per il primo, un ingiusto profitto, si configura il
delitto di estorsione”. Una situazione di violenza, anche implicita, in cui si
sono trovati milioni di lavoratori e che da oggi può non essere più roba da
giudice del lavoro, ma da pubblico ministero e per un reato procedibile
d’ufficio (magari su input dell’ispettorato del lavoro o per altra via), i cui
dieci anni di pena massima sono un deterrente assai più efficace di sanzioni
amministrative spesso inferiori all’ingiusto profitto di cui parla la Suprema
Corte.
Anche sui
salari da fame la giurisprudenza, civile in questo caso, è assai più avanti
della politica, ancorché assai meno effettuale e minacciosa per gli sfruttatori
di quella penale. Fin dal 2023 la Cassazione ha stabilito che non basta nemmeno
nascondersi dietro un Contratto nazionale, magari “pirata”, per poter pagare
una miseria e che il giudice ha il dovere di quantificare, di volta in volta, un
minimo adeguato. Glielo impone la direttiva Ue del 2022 sui “salari adeguati” e
soprattutto l’articolo 36 della Costituzione, che garantisce al lavoratore due
diritti distinti, ma integrati: una retribuzione “proporzionata” al lavoro
svolto e “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e
dignitosa”. Non è il prezzo di mercato, per la Carta, a guidare quello del
lavoro.
Ma come
determinare quel minimo? La giurisprudenza ha lavorato su varie soglie
giudicate invalicabili: da quella di povertà Istat all’importo della Naspi,
della cassa integrazione o del Reddito di cittadinanza, dai minimi garantiti da
altri Ccnl applicabili al caso specifico al rapporto tra salario minimo lordo e
il 60% di quello mediano. Queste “indicazioni giuridiche”, scriveva la Corte
tre anni fa, “interpellano gli agenti datoriali” (le imprese) e “si rivolgono
inoltre al legislatore, che deve operare politiche di sostegno al reddito in
funzione della promozione individuale e sociale dei lavoratori”. Tre decreti 1°
maggio dopo pare che il legislatore non abbia capito…