A casa di Giuseppe la fattura della clinica di Sion, in Svizzera, recava la
cifra esatta della sua permanenza per circa 15 ore nel reparto di terapia
intensiva. Quindici ore, non quindici giorni. Dunque: 67 mila franchi, che al
cambio fanno 70mila euro, per quel ricoverò dì emergenza nella notte di
Capodanno. Il papà di Giuseppe ricorda che in quelle ore suo figlio fu posto in
attesa di essere trasportato altrove. Andò a Milano, all’ospedale di Niguarda.
E Niguarda, per i successivi quattro mesi di cure, non ha chiesto un solo euro.
Giuseppe, al pari di tanti altri ragazzi, fu coinvolto nel rogo di Crans
Montana, la discoteca dove persero la vita tanti giovanissimi e tanti altri
stanno ancora lottando per le ferite causate dalle fiamme che avvolsero il
locale, un buco senza uscita di sicurezza, nella notte di festa che si sarebbe
poi trasformata in un incubo.
Fermiamoci però a quella fattura. Quanti di noi dovrebbero chiedere aiuto
in banca, quanti avrebbero necessità di indebitarsi, e quanti nemmeno
riuscirebbero a saldare il conto?
Quella fattura è il documento ufficiale che ci porta a considerare la
sanità pubblica come un bene insopprimibile, le cure aperte a tutti, gratuite
per tutti, in ogni momento della nostra esistenza, come una necessità più che
un bisogno.
Quella fattura ci dice della giustezza di una condizione in cui la vita non
sia segnata dal censo e dunque la giustezza del principio sul quale fonda
l’idea progressista che la società non va divisa, non va separata non va
retrocessa tra ricchi e poveri, ma resta uguale, paritaria, indiscutibilmente
indistinta di fronte alle necessità della vita.
La sanità come l’istruzione sono i capitoli speciali di ciò che noi
pensiamo che un governo debba fare, sono le tutele minime, i bisogni
essenziali, i livelli di assistenza irrinunciabili.
Questo grumo di bisogni collettivi si chiama bene comune perchè
è un valore che accomuna, identifica, misura la dignità e la consistenza civile
di un popolo.
Ma davanti alla riflessione, che più di un economista ci pone, e che cioè
la sanità pubblica e gratuita, non può essere tale per tutti e per sempre noi
cosa rispondiamo?
Se esiste un costo che non riusciamo più a compensare, che le entrate non
sono più tali da poter essere garantite le migliori cure per tutti, allora
viene da chiedersi: non è che stiamo già perdendo quel che ci sembrava fosse
per tutti e per sempre?
Non è che gli ospedali pubblici, la medicina territoriale, l’assistenza
sociale abbia già il volto di una misura minima per gente che è in basso nella
scala sociale? E che le assicurazioni private garantiscano a chi può un livello
più elevato di assistenza? Non è già così?
La sinistra secondo me dovrebbe chiederselo, anzi dovrebbe anticipare la
domanda e dire: sì, è già così. E vale poco denunciare la riduzione della
qualità dell’assistenza se non si affronta il nodo centrale: i soldi che
servono per retribuire le competenze che servono.
Naturalmente parlare di soldi senza dire degli sprechi, delle catene
familistiche, dei manager incapaci è come voler illustrare il paesaggio in un
disegno senza fornirsi di matita.
Curare gli sprechi, agevolare il contrasto a quella che viene chiamata la
malasanità è però solo una parte di ciò che serve.
Esiste una definizione per risolvere questo dilemma. Si chiama contributo
di solidarietà. Chi ha le capacità economiche accetti – per salvare la gratuità
del processo sanitario – di contribuire minimamente a un extra. Faccio un
esempio: a me sembra che sia ingiusto aprire le porte del pronto soccorso
gratuitamente a tutti, senza distinzione di portafoglio. Pagare un ticket per
il pronto soccorso, quando si chiede una prestazione d’urgenza, per chi ha un
reddito alto è un costo che può essere affrontato. Sono poche decine di euro e
solo nel caso che…
Tanti di noi hanno usufruiito delle cure in urgenza, magari per qualche ora
e magari anche decisive piuttosto che banali. Avremmo potuto far fronte a un
ticket e anzi, secondo me, saremmo stati felici di averlo pur di ottenere un
servizio efficiente e non, com’è adesso, entrare spesso in un circuito
infernale dove la permanenza è senza tempo.
In tanti avremmo la forza di pagare un ticket di poche decine di euro pur
di godere di una assistenza migliore e ponendo in essere la continuità
dell’assistenza sanitaria universale e gratuita ai bisognosi, a chi non può
permettersi nemmeno il ticket oppure può giungere a una soglia di esenzione più
modesta ma certamente significativa.
Questa è la solidarietà, lo sforzo di tenere aperte le porte a chi ha di
meno e di sostenere chi ha la ventura di trovarsi in basso nella scala sociale.
La solidarietà contro l’individualismo che non significa contrastare il
merito, il talento che ciascuno possiede e la fatica, l’impegno con i quali
tanti modulano la propria vita.
Ma per selezionare chi può e chi non può pagare questo extra bisogna che si
ritorni al punto centrale: avere cura che i redditi siano dichiarati senza
furbizie in modo che il povero sia veramente tale e il furbo sia scovato e
perseguito.
La vera sfida è nelle parole, scrive George Lakoff nel suo più noto
bestseller (“Non poensare all’Elefante. La tecnica per battere la destra e
reinventare la sinistra, a partire dalle parole che usiamo ogni giorno”).
Se ci iscriviamo a un club o a un circolo qualsiasi
paghiamo una quota di iscrizione. Perché? Perché non siamo stati noi a
costruire la piscina. E dobbiamo pagare la manutenzione. Non abbiamo costruito
noi il campo da baseball. E qualcuno deve pulirlo.
Chi non paga le tasse e manda in rovina il suo Paese è
un traditore.
Ecco, torniamo al punto che dice Latoff: la vera sfida è nelle parole.
“Non usare le stesse parole dell’avversario o si
finirà per veicolare le stesse idee”.
Allora, e qui cade il discorso: ogni cambiamento che immaginiamo si scontra
con due pre-condizioni. La bonifica del terreno dalle cattive pratiche
(sprechi, ingiustizie, ruberie) e l’anticipo delle risposte prima che ci
vengano inflitte le soluzioni da altri.
Spiegarlo, rispiegarlo e rispiegarlo ancora è l’unico modo per destinare
alla vita di chiunque, e soprattutto dei più sfortunati, la possibilità di
godere di una rete di protezione quando se ne ha bisogno, e dunque la sanità
per l’appunto, e una rete di offerta formativa, l’istruzione appunto, per dare
al proprio talento, senza esclusione di razza, di sesso e di condizione
economica, la gratificazione che merita.
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