venerdì 28 agosto 2026

Sulla sovranità alimentare la sinistra ha perso - Riccardo Bocci

Tratto da Altreconomia 288 — Gennaio 2026

 

A novembre 2026 saranno passati trent’anni dalla Conferenza mondiale sull’alimentazione tenutasi a novembre 1996 presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) a Roma, voluta dall’allora neo direttore generale, il senegalese Jacques Diouf, primo africano a presiedere l’Agenzia. Dopo più di due decenni dall’ultima Conferenza del 1974, Diouf riteneva inaccettabile “la tragedia umana di 800 milioni di persone senza un adeguato accesso al cibo” e per questo chiedeva un cambio di passo alla sua organizzazione. Purtroppo, come abbiamo visto anche nell’ultima rubrica del 2025 dedicata alla Fao, da allora la situazione non ha registrato molti progressi.

Di quel momento vorrei però ricordare non tanto l’evento ufficiale ma quello parallelo organizzato dalla società civile, con il coordinamento della Via Campesina, presso la stazione Ostiense. Infatti è in questa occasione che viene coniato il concetto di “sovranità alimentare” che dal 1996 ha animato un fecondo dibattito tra organizzazioni del Nord e del Sud globale e marcato la sua presenza nei vari consessi in cui le istituzioni internazionali si incontravano: dai vari G8 o G20 passando dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) fino alle famose Conferenze delle parti (Cop) delle Convenzioni su ambiente e cambiamenti climatici.

Il percorso nazionale, europeo e globale dei movimenti sociali espresso nei social forum di inizio anni Duemila non può essere raccontato senza considerare l’importanza che la sovranità alimentare e i movimenti a essa associati hanno giocato nel muovere le coscienze e mobilitare le persone.

La questione agricola era tornata prepotentemente nell’agenda politica dei movimenti sociali e, con più fatica, si faceva strada anche nella politica. Allora era ancora attivo un canale di comunicazione e reciproco ascolto con una parte della sinistra parlamentare che sosteneva anche economicamente i processi in corso. L’edizione del social forum a Firenze nel 2002 può essere vista come il momento di massimo splendore di questo percorso.

Le persone senza adeguato accesso al cibo nel 1996 erano 800 milioni. Una tragedia umana che dopo trent’anni non si è ancora conclusa

Che cosa resta di quegli anni? Via Campesina ha dedicato tre Forum mondiali alla sovranità alimentare (in Mali, a Nyéléni, nel 2007 e nel 2015 e in Sri Lanka nel 2025) ma questi eventi sono diventati quasi per “addetti ai lavori”, un bel castello arroccato a cui mancano le connessioni vitali con il territorio circostante. I movimenti sociali che la alimentavano e di cui si nutriva sono invecchiati, appassiti nel frattempo.

La sovranità alimentare invece di essere capita, tradotta e praticata dalla sinistra politica, inebriata dalla sbornia neoliberista, è stata sdoganata a destra dando il nome al nuovo ministero dell’Agricoltura coniugata come difesa ideologica, sterile e commerciale di un fantasioso “Made in Italy”.

L’agricoltura è così scomparsa dal dibattito pubblico come tema sociale, animato, vissuto e praticato da chi la crisi agricola, frutto della tensione irrisolta tra tradizione e modernità, la vive tutti i giorni. Non sono scomparsi i conflitti, sono semplicemente diventati invisibili. Le nuove tecnologie, dai droni ai nuovi Ogm, sono diventate l’orizzonte salvifico e mediatico dentro cui è stato incanalato il futuro dell’agricoltura con una saldatura tra mondo sindacale, politico e scientifico. E, ironia della sorte, quasi come una vendetta del capitalismo che tutto mangia e digerisce, la stazione Ostiense che ha dato i natali alla sovranità alimentare oggi è diventata la sede di Eataly, il negozio emblema del “Made in Italy buonista”.

https://altreconomia.it/sulla-sovranita-alimentare-la-sinistra-ha-perso/

mercoledì 26 agosto 2026

Cosa ci insegnano i black out sull’energia (e perché non possiamo andare verso il modello Dubai) - Elisabetta Ambrosi

Sono stata in vacanza in un villaggio turistico per alcuni giorni. Ad un certo punto, era il giorno di Ferragosto, probabilmente il picco dei consumi energetici dell’anno, c’è stato un black out lungo alcune ore. Il villaggio aveva ovviamente grandi generatori, ma consumando una quantità enorme di energia, 20.000 kilowatt, così mi è stato detto, non riuscivano a riattivare la luce in tutte le casette e in tutti i camper.

Nei giorni successivi, la luce andava e veniva e insieme anche a lei l’acqua, visto che le pompe per diffonderla non funzionavano allo stesso tempo. Le persone cominciavano ad essere nervose, avevano pagato per stare lì, l’intermittenza continua era irritante e non permetteva alcun programma – “Noi quando andiamo via lasciamo il cane nel camper con l’aria condizionata, se va via l’elettricità muore”, diceva una coppia irritata. D’altronde, la richiesta di energia era ai massimi livelli, quindi i guasti erano possibili.

Visto che il clima continuerà a peggiorare, e la richiesta di energia continuerà ad aumentare d’estate, soprattutto per la domanda di raffrescamento, non possiamo che cominciare a fare i conti con questi black out. In due modi: anzitutto, bisognerebbe imparare ad attrezzarsi. Anche partendo da cose piccole. Ad esempio io viaggio ovunque con almeno un paio di torce grandi con batteria, utilissime molto più dei cellulari se è buio, perché fanno un fascio di luce.

Poi, bisognerebbe sempre avere con sé dell’acqua, in tanica e in bottiglia perché a volte, anche se non sempre, se non c’è luce non c’è anche l’acqua. Se possibile, inoltre, utilissimo sarebbe un generatore a benzina oppure caricabile con dei pannelli solari, per attaccarci appunto computer, cellulare oppure, se di numerosi kilowatt, anche forno, frigorifero, dove il cibo rischia di marcire.

Ma soprattutto dovremmo fare un cambiamento a 360 gradi sull’energia, cominciando a ragionare sulla difficoltà di produrla e sui legame tra quantità di energia e ciò che quella quantità ci consente di fare. Per “accendere” un villaggio con centinaia di piazzole e case, piscina, area ristorante, teatro, giochi etc servirebbero almeno decine di ettari di spazio e decine di migliaia di pannelli solari. Questo solo per alimentare, appunto, un resort/campeggio tra i tanti ormai nel nostro paese.

 

In altre parole, per ogni nostro “lusso” vacanziero, dalla piscina pulita all’aria condizionata nelle case in affitto agli asciugamani puliti lavati in enormi lavatrici, serve una enorme quantità di energia fossile o rinnovabile. Che va faticosamente prodotta. Non siamo abituati a fare questo calcolo mentale. Aiuta molto avere un mezzo di trasporto elettrico, perché allora bisogna premurarsi di caricare la batteria e calcolare con esattezza i chilometri che possiamo fare con tot di batteria. Ed è un esercizio utile per capire che la sostenibilità non è compatibile con il lusso estremo.

In questo senso, non possiamo andare verso il modello energetico “Dubai”. Ho molti amici che sostengono che sì, la crisi climatica è tremenda, ma se a Dubai vivono e anche bene con oltre 40 gradi alla fine possiamo sperare almeno di finire in quel modo. Ma non è esattamente così. Ci attrae il lusso e l’ipertecnologia di Dubai, ma per vivere in quel modo servono tonnellate di petrolio che non solo non abbiamo, ma che contribuiscono ad alimentare ancora di più la crisi climatica in un circolo senza fine.

E non abbiamo neanche, a dire la verità, l’energia rinnovabile necessaria per cascate d’acqua ovunque e parchi tematici al chiuso. Il modello Dubai è inarrivabile e al tempo stesso assolutamente deprecabile, perché distrugge il clima e il pianeta.

E’ ovvio che chi fa qualche giorno di vacanza all’anno dopo un mese di ondata di calore in città e prima di tornare al lavoro vuole un po’ di lusso, dalla piscina con gli scivoli dove portare il bambino e rilassarsi un po’ all’aria condizionata in casa. Va anche bene, non dobbiamo per forza tutti mangiare panini vegetariani in una casetta spartana sull’Appennino, però almeno dovremmo:

1) sopportare i black out sapendo che purtroppo sono fisiologici e attrezzarci noi per vivere bene durante l’assenza di luce;

2) cominciare a pensare che l’energia non è infinita, proprio per nulla, anzi è finita e limitata e produrne in quantità infinita è impossibile. Ecco perché dovremmo quanto meno sempre più sapere quanta energia consumano i nostri comportamenti e le nostre scelte.

Cominciare a conoscere il lessico dell’energia, materia che andrebbe assolutamente studiata a scuola (ma non a fisica, come materia obbligatoria per tutti), a maneggiare le quantità, a conoscere il rapporto tra quantità e cosa ci permette di fare quella quantità di energia/elettricità, a imparare come si produce l’energia e quali i costi per averla. Avremmo così delle competenze utilissime per capire cosa fare, dove andare in vacanza, come attrezzarci, cosa aspettarci, anche. Per non essere, insomma impreparati.

Capiremmo molto bene anche le ragioni della crisi climatica, che risiedono, quasi banalmente, in uno squilibrio tra energia prodotta in maniera pulita e azioni necessarie con quell’energia (e dunque nel conseguente ricorso alle energie inquinanti fossili). Capiremmo molto meglio, infine, chi e come votare. E non per andare per forza verso una decrescita infelice, ma verso vacanze un po’ più sostenibili e magari persino con meno black out.

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martedì 25 agosto 2026

"La cosa più atroce non è il caldo. È l'acquiescenza della gente" - Francesco Erspamer

La cosa più atroce non è il caldo. È l'acquiescenza della gente. Che neppure quando soffre, quando è depressa o stressata, quando vede la qualità della propria vita precipitare, quando si sente soffocare in città devastate da turisti e migranti e in campagne strangolate da coltivazioni intensive e capannoni postindustriali, neppure allora prova a pensare, organizzarsi, lottare. Perché provocherebbero angoscia: molto meglio accendere la televisione o dare l’ennesima occhiata (la precedente era stata data dieci secondi prima) all’iPhone d’ordinanza, o in modo da dimenticare il senso di impotenza appena provato convincendosi di vivere, comunque, nel migliore dei mondi possibili come il Pangloss di Voltaire.

Il neoliberismo ha stravinto: il popolo e le comunità hanno perso la loro voce e la coscienza della loro identità. Ci sono solo individui, ostinatamente attaccati alla loro esigenza, no, non di diversità, la diversità del reale li inquieta, l'esigenza che hanno è di sentirsi diversi loro, nel modo programmato da media e pubblicità, identici a milioni di altri purché non ai loro vicini, purché estranei agli ambienti in cui sono nati e cresciuti, a luoghi che in qualche modo li vincolerebbero e costringerebbero alla responsabilità, molto meglio restare sempre in movimento, in una fuga perpetua verso un altrove virtuale e dunque immaginario, come Odisseo secondo il film amerikano che spopola nei cinema delle colonie, prima fra tutte l’Italia. Dei coglioni, insomma.

I coglioni di destra, in particolare, si rifugiano nel negazionismo: il riscaldamento globale è un'invenzione, e quando proprio non possono nasconderlo, lo trasformano in una inevitabilità: dovuta al Sole o all’angolazione della Terra, in sostanza ai massimi sistemi, quindi meglio adattarsi, che è quello che comunque davvero gli piace fare, ossia seguire le mode, sentirsi eternamente giovani comprando il nuovo più nuovo, e per farlo depredare la natura, finché ce n'è, e al tempo stesso cancellare la Storia, che costringerebbe a riflettere.

I coglioni di sinistra si rifugiano nel nichilismo: siccome la colpa è nostra, di noi occidentali (senza distinzione fra, mettiamo, statunitensi e italiani) e in particolare di noi cattolici (i protestanti sono molto meglio perché parlano direttamente con Dio, e i puritani ancora di più in quanto sono sostanzialmente dei «woke» ante litteram), allora è giusto che tutto vada in rovina, un cupio dissolvi (se non sapete cosa significa fate la fatica di informarvi) dal quale emergeranno energie nuove, pure, trasgressive, liberatorie in quanto non contaminate dalla civiltà ma passate direttamente dal bisogno all’opulenza consumista.

Due forme di individualismo, esattamente come pianificato, da sempre, dal capitalismo. C’è ancora qualcuno a cui interessa resistergli? Non perché sia probabile che si possa vincere: la ragione impone pessimismo e se non fosse così, se il successo fosse a portata di mano, lo inseguirebbero tutti gli utilitaristi, gli ambiziosi e gli avidi. La resistenza si fonda su un altro sentimento, che Gramsci chiamava ottimismo della volontà e che altro non è se non la socializzazione della disperazione. Non c’è speranza nel sé, solo ansia e frustrazione; aggregarsi aiuta a uscirne, permette di trasformare le pulsioni autodistruttive in rabbia e in azione, di indirizzarle verso il bene comune, non importa se difficile da definire, l’essenziale è che ci trascenda.

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lunedì 24 agosto 2026

Dimenticate l’ascensore: il gesto di ogni giorno che può ridurre del 39% il rischio di morte cardiovascolare

Un gesto semplice, quotidiano e alla portata di tutti potrebbe rivelarsi uno degli alleati più potenti per la longevità. Scegliere di ignorare l’ascensore e salire le scale a piedi è una vera e propria strategia salva-vita avvalorata dalla scienza. Una vasta meta-analisi condotta dai ricercatori dell’Università dell’East Anglia e del Norfolk and Norwich University Hospital NHS Foundation Trust ha dimostrato che l’uso regolare delle scale riduce in modo significativo il rischio di mortalità precoce e il pericolo di sviluppare patologie cardiovascolari gravi.

La ricerca, presentata al congresso scientifico ESC Preventive Cardiology della Società Europea di Cardiologia, ha analizzato i dati relativi a nove studi indipendenti che hanno coinvolto un campione complessivo di oltre 480.000 partecipanti di età compresa tra i 35 e gli 84 anni. Il monitoraggio, proseguito per un periodo medio di 14 anni, ha preso in esame sia individui in buone condizioni fisiche sia soggetti con un passato di eventi cardiaci o malattie arteriose periferiche. I risultati emersi mettono in luce come la continuità in questa abitudine sia correlata a una riduzione del 24% del rischio di morte per qualsiasi causa rispetto a chi non sale mai le scale.

L’impatto più impressionante della ricerca riguarda tuttavia la salute del sistema cardiocircolatorio. Per coloro che utilizzano abitualmente i gradini, la probabilità di morire a causa di complicanze cardiovascolari crolla infatti del 39%. Inoltre, la pratica costante è associata a una netta diminuzione dell’incidenza di infarti del miocardio, insufficienza cardiaca e ictus. “Anche brevi esplosioni di attività fisica – spiega Sophie Paddock, cardiologa e autrice principale dello studio – hanno impatti estremamente benefici sulla salute, e brevi sessioni di salita delle scale dovrebbero rappresentare un obiettivo raggiungibile da integrare facilmente nelle routine quotidiane”. L’efficacia di questo esercizio risiede nella combinazione unica tra lavoro aerobico e sforzo muscolare contro gravità, un mix che stimola rapidamente la frequenza cardiaca e attiva grandi gruppi muscolari come quadricipiti e glutei senza richiedere attrezzature specifiche.

Un altro aspetto rilevante evidenziato dai ricercatori è l’effetto dose-risposta: i benefici sembrano crescere in modo proporzionale al numero di gradini affrontati ogni giorno. Sebbene ulteriori approfondimenti siano necessari per stabilire la quota ideale di rampe quotidiane, i dati preliminari confermano che ogni sforzo aggiuntivo porta un contributo concreto al benessere generale. “Sulla base di questi risultati, incoraggeremmo le persone a incorporare la salita delle scale nella loro vita quotidiana. Lo studio suggerisce che più scale si salgono, maggiori sono i benefici”, aggiunge Paddock, concludendo con un invito diretto rivolto a tutti. “Che sia al lavoro, a casa o in qualsiasi altro luogo, se avete la possibilità di scegliere tra le scale e l’ascensore, prendete le scale: aiuterà il vostro cuore”.

Lo studio


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domenica 23 agosto 2026

A chi serve davvero un linguaggio che non integra? - Andrea Locci

 

Il dibattito sull’identità sarda ci ha dato strumenti preziosi per nominare la marginalizzazione culturale dell’isola. Ha restituito parole a una storia che per troppo tempo è stata raccontata da altri. Ma quando il linguaggio della militanza diventa un codice accessibile solo a chi è già dentro, rischia di allontanare proprio chi vorrebbe avvicinarsi. In una comunità segnata da decenni di interruzione nella trasmissione culturale, usare un linguaggio che presuppone strumenti già formati significa ignorare gli effetti stessi di quella rimozione. E allora una domanda scomoda si impone: senza spazi reali di accoglienza, a chi appartiene davvero la sardità? A chi stiamo parlando?

Ho dedicato anni alla cultura sarda da quando ero abbastanza giovane da credere che bastasse un abito tradizionale e un ballu tundu per sentirmi parte di qualcosa. Era un’ingenuità, certo. Ma era anche l’unico accesso che avevo. Non me ne vergogno: era il mio modo di cercare. Col tempo ho capito che la sardità non è qualcosa che si possiede una volta per tutte. È qualcosa che si attraversa. E questa riflessione nasce da lì: non da un sapere compiuto, ma da una ricerca ancora aperta.

Il lavoro di chi ha recuperato la storia di marginalizzazione che la Sardegna ha subito per secoli è stato indispensabile. Senza quella ricerca non avremmo le parole per nominare la svalutazione sistematica di tutto ciò che è sardo — della lingua, delle tradizioni, della memoria. Questo va riconosciuto senza ambiguità. Ma c’è un punto che non possiamo ignorare. Quando un linguaggio nato per liberare diventa un codice che solo chi è già dentro sa leggere, smette di aprire porte e diventa una soglia invisibile. E le soglie invisibili, anche quando non sono costruite per escludere, finiscono per tenere fuori proprio chi avrebbe bisogno di entrare. Chi non possiede ancora quel codice non si sente giudicato. Si sente semplicemente fuori posto. E chi si sente fuori posto, prima o poi, smette di bussare.

Ho visto questo meccanismo all’opera nel mondo del folklore sardo, che frequento da decenni. Ho visto persone compiere un percorso reale di crescita culturale — studiare le fonti, mettere in discussione le pratiche, cambiare rotta — trasformarsi col tempo in qualcos’altro. La lucidità conquistata con fatica diventava una posa. Il cantiere della conoscenza, che aveva prodotto cose preziose, sembrava improvvisamente chiuso. Non per ipocrisia. Per un meccanismo più sottile: quando questo nuovo modo di guardare la cultura diventa la nuova normalità, chi quella svolta l’ha vissuta davvero rischia di smettere di interrogarsi. Di trasformare la propria lucidità in autorità. E l’autorità, lentamente, in una nuova soglia.

C’è una contraddizione che dobbiamo avere il coraggio di nominare: non possiamo denunciare la rimozione culturale e allo stesso tempo usare un linguaggio che presuppone strumenti che molti non hanno ancora ricevuto. Le due cose fanno fatica a stare insieme. Cosa significa concretamente questa rimozione? Significa il padre che ha smesso di parlare sardo ai figli perché pensava che sarebbe stato un ostacolo. Significa generazioni cresciute senza strumenti per leggere criticamente la propria cultura — non per pigrizia, ma perché quegli strumenti non venivano trasmessi.

Quella interruzione non è una colpa individuale. È la conseguenza diretta di decenni di marginalizzazione sistematica. È esattamente ciò che la militanza ha avuto il merito di nominare. E allora la domanda è inevitabile: ha senso rispondere a quella rimozione con un linguaggio accessibile solo a chi è già formato?

La Sardegna non si libera escludendo i sardi. La nostra storia non è fatta di purezze. L’identità sarda non è mai stata un monolite: è sempre stata un percorso. E un percorso non può essere custodito da pochi. Deve essere condiviso, attraversato, discusso, messo in circolo. Questo non significa abbassare la guardia critica. Significa capire che la guardia critica, da sola, non basta. Senza accoglienza, anche la critica più raffinata rischia di parlare sempre agli stessi. E l’isolamento culturale, in una comunità già attraversata da decenni di rimozione, non è resistenza. È una forma di resa.

Quando un movimento culturale, dopo anni di lavoro serio e necessario, riesce a coinvolgere solo una piccola cerchia — sempre le stesse persone, negli stessi ambienti, con lo stesso linguaggio — forse non è solo rigore. È anche un segnale d’allarme. Una cultura che non riesce ad allargarsi non si sta consolidando. Si sta restringendo. E una cultura che si restringe ha già perso la sua battaglia più importante: quella della trasmissione.

Serve qualcosa di concreto. Non un manifesto, non un altro spazio di dibattito tra chi già sa. Serve uno spazio dove chi arriva tardi non debba sentirsi fuori posto. Dove fare domande non sia un atto di coraggio. Dove l’errore non sia una colpa, ma un passaggio necessario. Uno spazio del genere richiede una scelta precisa da parte di chi quella consapevolezza l’ha già costruita: mettere le proprie competenze al servizio di chi è ancora in cammino, invece di usarle per segnare distanze. Tornare indietro — non per rinunciare a ciò che sappiamo, ma per non dimenticare come ci si sentiva quando non lo sapevamo ancora.

Là fuori c’è Andrea di trent’anni fa, con il suo abito tradizionale e il suo ballu tundu, che cerca qualcosa che ancora non sa nominare. C’è Efisio, che vuole capire da dove viene ma non sa da dove cominciare. C’è Bainzu, che parla italiano perché suo padre ha deciso così, e se lo porta dentro come una colpa che non ha commesso. C’è Azzurra, che non si sente a casa da nessuna parte. C’è Sofia, che scopre la Sardegna a quarant’anni e si vergogna di non averlo fatto prima.
Non stanno aspettando la perfezione. 
Stanno solo aspettando una porta aperta.

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