mercoledì 10 agosto 2022

Vegano è bello se dà enormi profitti - Gustavo Duch


Fino a non molto tempo fa, sei o sette decenni addietro, l’alimentazione della maggioranza della popolazione rurale era austera, equilibrata e soggetta alle possibilità dei propri territori. Insieme allo sviluppismo e alla concentrazione della popolazione nelle città, da centri di ricerca, università e riviste prestigiose – in coordinamento con l’industria alimentare – si è diffuso il messaggio della necessità di migliorare le abitudini alimentari, aumentando il consumo di proteine ​​soprattutto di quelle di origine animale.

A forza di pubblicità e propaganda, pensiamo al caso dei  fast foodil messaggio ha fatto breccia nelle culture e si è installato nell’immaginario come il modello da seguire. Per soddisfare questa domanda “creata”, si è giustificata, ringraziata ed elevata ai massimi livelli l’industria alimentare capace di produrre molto latte, carne e derivati ​​a prezzi bassi, senza considerare né preoccuparsi delle sue smisurate ripercussioni. Si è arrivati a disprezzare e ridicolizzare il cibo e l’agricoltura tradizionali, danneggiando così corpi e territori. Dall’acquisto e dalla cottura di cibi freschi, si è passati a cibi ultra-processati, riscaldati nel microonde e il prodotto industriale è emerso chiaramente come vincitore. Una cosa tanto intima come ciò che va sulle nostre tavole ha finito per essere delegata a poche mega-aziende controllate da fondi di investimento.  

Ora, essendo ben consapevoli di cosa sia successo, e che le tendenze del cibo vegano stanno raggiungendo quote importanti, non possiamo non domandarci: potrebbe essere che la storia si stia ripetendo? Quel successo è indotto in modo culturale? E, se sì, ci sono attori nuovi o si tratta di quelli di sempre?

Per quanto possa sembrare contraddittorio, sono proprio le principali aziende industriali transnazionali di produzione di carne a stare dietro gli alimenti che, a base di verdure o proteine ​​coltivate in laboratorio, si presentano come sostituti della carne, del pesce, delle uova e del latte. Nel rapporto Proteine ​​e Politiche  di Ipes-Food  o sulle pagine della piattaforma scientifica  ALEPH2020  si possono facilmente trovare molte informazioni su questa realtà. Ad esempio, l’azienda Vivera, molto nota in Germania, Olanda e Regno Unito per le sue oltre cento referenze su prodotti come il salmone vegano o il kebab di pollo vegano, appartiene alla brasiliana JBS, il più grande produttore mondiale di pollame e manzo e il numero due nella produzione di carne di maiale. Nel portafoglio di JBS scopriamo poi anche che è l’azionista di maggioranza della spagnola BioTech Foods, dedicata al settore della carne coltivata. Negli Stati Uniti, due delle principali aziende di carne del Paese, Tyson Foods e Smithfield, hanno creato le proprie divisioni per produrre crocchette e salsicce a base vegetale al fine di competere con i due leader del settore, Impossible Foods (associata a Burger King). e BeyondMeat. In Spagna troviamo lo stesso fenomeno. Il più grande integratore del paese, leader nei macro-allevamenti di pollame e suini, Vall Companys, ha lanciato nel 2019 il progetto imprenditoriale Zyrcular Foods per produrre succedanei della carne a partire da piselli, grano o soia che arrivano da lontano. Possiamo già trovarne i prodotti in diversi supermercati con la loro etichetta bianca. L’espansione di questo business continuerà se gli verranno assegnati i 134 milioni di euro presentati con i fondi di recupero Next Generation per affrontare le nuove sfide in questo campo. 

Se continueremo a sottovalutare il mercato vegano, finiremo per trovarvi sempre più concentrazioni delle multinazionali che controllano il cibo mondiale da decenni: Cargill, Nestlé, Danone, ecc. Inoltre, a fare appena qualche facile ricerca, vedremo anche i fondi di investimento: BlackRock, il più grande al mondo (che sostiene Tyson o JBS, tra gli altri), oppure Breakthrough Energy Ventures, presieduto da Bill Gates (che partecipa attivamente a Impossible Foods e Beyond Meat).

Lo sbarco delle multinazionali del cibo in questo “segmento” non poteva essere compiuto senza la certezza di aver precedentemente sedotto la popolazione. Come sempre accade per le imprese tanto competitive, non ci sono stati molti problemi a trovare spazi comuni, come la  piattaforma EAT, grazie alla quale – con una “scienza” ammaestrata a dovere e grazie ai suddetti investitori – si occupano di trasmettere e fare lobby a favore di questi nuovi modelli alimentari. Ripetendo come un mantra le meraviglie di questa dieta vegana per arginare la crisi climatica e garantire la salute eterna, sono riuscite a imporre una narrazione che è penetrata facilmente tra la popolazione come nelle amministrazioni. La verità è che ridurre la soluzione a tutti i nostri mali al fatto di rimuovere le proteine ​​animali dalle nostre diete non è solo un racconto riduzionista, è anche scorretto. Perché, ad esempio, non affrontano le differenze nei modelli di produzione di proteine ​​animali, conoscendo come è noto l’importanza degli erbivori nel ciclo dei nutrienti, l’utilizzo che essi fanno degli alimenti che non sono in concorrenza con la popolazione umana, il loro ruolo di fertilizzanti della terra ecc.? Credete che non sappiano che una dieta a base di proteine ​​di piselli, soia, mais o grano possa replicare lo stesso modello di monocolture responsabile dei problemi che dicono di voler risolvere? Perché non riconoscono la dipendenza dal petrolio per tante delle lavorazioni, per i trasporti e le plastiche che rivestono quegli pseudo-cibi? 

Abbiamo creduto davvero che un così enorme successo del veganismo fosse frutto del lavoro di sensibilizzazione di alcune ONG? Fatto di carne o vegano, il capitalismo alimentare di sempre ci allontana dalla sovranità che urge recuperare e che si può stabilire solo adattando la nostra dieta ai cicli dell’abbondanza della terra che le contadine e i contadini e donne, i pastori e le donne che si dedicano alla pastorizia dei nostri territori sanno gestire: nei loro frutteti e nelle loro fattorie. È il semplice che è bello. 

Fonte originale in Cxtx

Traduzione per Comune-info: marco calabria

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Vaiolo delle scimmie

Vaiolo delle scimmie. Perché nessuno vi riporta questa ricerca del New England Journal of medicine? - Francesco Santoianni


Ma perché nessuno vi dice che, secondo una ricerca pubblicata sul New England Journal of medicine, il 98% delle persone colpite in Europa dal “vaiolo delle scimmie” sono omosessuali che lo hanno, verosimilmente, contratto attraverso rapporti anali? E perché nessuno vi dice che nel maggio 2003, negli Stati Uniti, furono segnalati un centinaio di casi di questa infezione; una “epidemia” che si è estinta nel giro di qualche settimana con la completa guarigione di tutti gli infetti.

Altro che vaiolo.

Non ve lo dice nessuno. In compenso, dilagano in TV “esperti” che terrorizzano con l’ansiogeno “Non c'è una cura specifica per il vaiolo!”. Una mistificazione in quanto, il “vaiolo delle scimmie” pur essendo provocata da un virus anch’esso appartenente alla famiglia dei Poxviridae, non ha nulla a che vedere con il vaiolo umano (provocato dal virus Variola major) che ha funestato l’Europa nei secoli passati; così come la cosiddetta “Peste bovina” non ha nulla a che vedere con le catastrofiche epidemie di Yersinia pestis.

Intanto l’impresentabile Direttore generale dell’OMS Tedros Ghebreyesus, nonostante il parere contrario dell’apposito Comitato dell’OMS, dichiara lo “Stato di emergenza sanitaria globale” che autorizzerà gli stati a imporre le peggiori infamie; e nessuno in TV vi dice che i primi casi di “morti per il vaiolo delle scimmie” in Europa potrebbero dipendere dallo scompaginamento del sistema immunitario prodotto da una vaccinazione anti-covid che già sta facendo emergere numerose infezioni, come le polmoniti, assolutamente inedite in estate.

Di fronte a questa infezione che colpisce quasi esclusivamente gli omosessuali sarebbe stata ovvia una campagna informativa stile Aids che consigliasse l’uso del preservativo per i rapporti anali. Ma questa non si fa. Per colpa dell’imperante politically correct? No, per terrorizzare la popolazione presentando il “vaiolo delle scimmie” come una imminente catastrofe e costringerla ad una vaccinazione di massa. Che, magari, come è il caso di quella anti-Covid scompaginando il sistema immunitario renderà una piaga infezioni fino a ieri banali.

Quindi, altre malattie, altre vaccinazioni. Per consolidare una ipocondria generale nata con l’emergenza Covid e diventata il principale strumento di controllo sociale

 

Articolo già pubblicato in www.bastapaura.it

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Il vero problema con il vaiolo delle scimmie - Massimo Sandal

 

Con oltre 500 casi confermati di vaiolo delle scimmie al giorno nel mondo, il direttore generale dell’OMS, Thedos Ghebreyesus, il 23 luglio ha dichiarato l’emergenza di salute pubblica internazionale. È strano scrivere oggi di vaiolo: è una parola pregna di terrore antico – viene dal latino varius, variegato, o da varus, foruncolo – che speravamo di non dover più pronunciare. Il ritorno di una forma di vaiolo dovrebbe angosciarci, eppure dopo due anni e mezzo di pandemia siamo stanchi; l’idea di un altro virus di cui monitorare il contagio e per il quale prendere provvedimenti di salute pubblica, magari invasivi, ci pare uno scherzo grottesco. 

Ci sono molte differenze rispetto al COVID-19. Sembra abbastanza chiaro che il vaiolo delle scimmie non si possa diffondere con la stessa rapidità; a differenza di Sars-CoV-2 inoltre il virus del vaiolo delle scimmie è noto da decenni e abbiamo già vaccini funzionanti. Come sintomi, in prima approssimazione, il vaiolo delle scimmie è un vaiolo lieve. Meno grave del vaiolo umano storico, ma non è affatto un’esperienza insignificante. I sintomi sono mal di testa, febbre, stanchezza, seguiti dalle caratteristiche pustole vaiolose, spesso concentrate nella zona ano-genitale e estremamente dolorose, che in seguito seccano e possono lasciare cicatrici. A seconda del ceppo virale la mortalità può oscillare – nei paesi africani dove è endemico, per esempio – dall’1 al 10%. Il vaiolo vero e proprio, in confronto, aveva una mortalità del 30%. Il vaiolo delle scimmie colpisce più gravemente bambini e immunodepressi (come i sieropositivi all’HIV, che in Africa nel 2018 erano poco meno di 38 milioni).

Però – dovrebbe essere ovvio, ma ovvio non sembra – la seconda fuga e invasione planetaria di un virus nel giro di tre anni è un segnale che dovremmo imparare a leggere: l’ennesimo sintomo del nostro approccio problematico con la biosfera. Eppure, viceversa, il vaiolo ci dovrebbe insegnare anche che, contro i virus, possiamo fare qualcosa che oggi, dopo tre anni di pandemia e in mezzo a nuove varianti di Sars-CoV-2 può suonare strano: possiamo vincere. 

Da dove viene il vaiolo delle scimmie
Il 30 giugno del 1958 un macaco, che avrebbe dovuto fare da cavia per la ricerca sui vaccini contro la poliomielite, allo Statens Serum Institut in Danimarca, si ammala di una curiosa eruzione cutanea molto simile a quella del vaiolo. Nei giorni successivi altri cinque animali vengono colpiti. A novembre un altro focolaio della stessa malattia colpisce un altro carico di macachi; gli scienziati dello Statens Serum Institut isolano dagli animali un nuovo virus di una malattia che chiamano monkeypox, vaiolo delle scimmie. 

In realtà il nome è parzialmente ingannevole: a dispetto delle circostanze della sua scoperta, il virus infatti è più comune nei roditori o nei ghiri dell’Africa, che nelle scimmie. Solo nel 1970 si registrò il primo caso di infezione nell’essere umano: un bambino di 9 mesi nel territorio di Basankusu, una regione quasi interamente coperta dalla foresta pluviale, nel nord della Repubblica democratica del Congo, remotissima. Da quella prima infezione il vaiolo delle scimmie in mezzo secolo è diventato endemico in Africa centrale e occidentale. I numeri ufficiali non sono mai stati altissimi anche se comunque preoccupanti (quasi 4600 casi  e 171 decessi confermati solo da gennaio a settembre 2020 in Congo, per esempio) ma lentamente il virus estese il suo raggio d’azione, con focolai in Sudan e in Nigeria, lanciando anche timidi tentacoli fuori dal continente africano, negli Stati Uniti per esempio. Finora però gran parte dei focolai di vaiolo delle scimmie era stata limitata a popolazioni che consumano cacciagione selvatica, la cosiddetta bushmeat, e fuori da lì il virus era stato posto spesso rapidamente sotto controllo. È evidente che ora invece il vaiolo delle scimmie è ben capace di sostenere la sua diffusione da persona a persona. Finora le malattie della famiglia del vaiolo non erano mai state considerate malattie veneree (anche se casi di trasmissione sessuale erano noti). Ma è comunque un’infezione che si trasmette tramite contatto stretto. Nei casi degli ultimi mesi, sembra abbastanza chiaro che la principale via di trasmissione attuale sia correlata ai rapporti sessuali, concentrata in particolare tra gli uomini che fanno sesso con altri uomini.

È una situazione pericolosa, in cui rischia di ripetersi l’errore che venne fatto per HIV/AIDS, che per un breve periodo venne chiamato dalla comunità medica “gay-related immunodeficiency disease, “malattia di immunodeficienza relativa ai gay”, col duplice risultato di addossare lo stigma alla comunità LGBT e di far sottovalutare il pericolo al resto dei cittadini. Come ha spiegato Kai Kupferschmidt su Science, è probabile che in questo caso il vaiolo delle scimmie si sia diffuso accidentalmente all’interno di una sottoinsieme della comunità gay con una rete di contatti sessuali molto fitta. È stata questa molteplicità di partner, quindi, a favorire la diffusione del virus. Ma il virus sta già debordando al di là di questi confini e inizia a colpire, per esempio, anche i bambini. Non è con lo stigma e con la buoncostume che si fermano le pandemie.

Breve storia del vaiolo
Il virus del vaiolo delle scimmie è il principale parente del vaiolo storico ancora in circolo. Il ritratto di famiglia è però abbastanza affollato. Vaiolo “classico” e vaiolo delle scimmie sono solo due rappresentanti di una dozzina di virus estremamente simili tra loro, gli orthopoxvirus. Il vaiolo delle scimmie non è l’unico vaiolo ancora esistente a colpire gli esseri umani. 

Innanzitutto c’è il virus vaiolo bovino, la cui infezione è rara e il cui nome è, di nuovo ingannevole: ormai pressoché inesistente tra le mucche, viene invece trasmesso alle persone dai gatti (ha però come vera specie-riserva le arvicole, che infettano i gatti quando le cacciano). Un altro è il cosiddetto vaccinia virus: uno dei più noti, in quanto è il virus alla base dei vaccini per il vaiolo, ma le cui origini in realtà sono oscure; oggi viene trasmesso spesso proprio da persone vaccinate contro il vaiolo con vaccinia virus infettivo, come i militari statunitensi. In rari casi può passare all’uomo il vaiolo dei cammelli, e vi sono inoltre virus che attaccano l’essere umano scoperti di recente, come l’alaskapox (identificato solo nel 2015) o il virus Akhmeta. Nessuno di questi virus ha dato prova di essere pericoloso, almeno finora.

È una famiglia tutto sommato giovane. Essendo capaci di replicarsi rapidamente, l’evoluzione biologica dei virus segue le scale dei tempi della nostra storia e preistoria, più che di quelle del tempo profondo, di milioni di anni, che spesso attribuiamo all’evoluzione dei viventi. Gli orthopoxvirus del Vecchio e del Nuovo mondo si sono separati circa 42.000 anni fa, e il virus del vaiolo delle scimmie si è separato dagli altri orthopoxvirus intorno a 3500 anni fa. Il virus del vaiolo delle scimmie, o quantomeno la sua linea evolutiva, è dunque più antica del virus del vaiolo umano, che invece sembra essersi originato intorno al 280 dopo Cristo.

Questa parentela evolutiva stretta è quella che oggi ci permette un vantaggio enorme nei confronti del vaiolo delle scimmie: un vaccino contro un qualsiasi orthopoxvirus è estremamente efficace anche nei confronti di tutti gli altri. I vecchi vaccini del vaiolo (che sono a loro volta basati sul vaccinia virus, non sul virus del vaiolo in senso stretto) hanno un’efficacia dell’85% contro il vaiolo delle scimmie. Virus come quello dell’influenza o del COVID evolvono e mutano molto più velocemente, e avere vaccini universali è molto più difficile. È importante ricordare che comunque evolvono: il virus del vaiolo si è evoluto nel tempo diventando più virulento, non meno, a smentire definitivamente la fola secondo cui i virus diventerebbero più “buoni” col tempo. 

Viceversa, come ogni ente biologico, i virus del vaiolo hanno comunque dietro di sé una storia remotissima. Essi sono una piccola parte di un gruppo tra i più eccezionali della vertiginosa diversità dei virus, i cosiddetti grandi virus a Dna citoplasmatici o NCLDV. È una famiglia di virus probabilmente più antica di tutti gli eucarioti (organismi con cellule complesse) viventi, e che probabilmente ha influenzato l’evoluzione di gran parte della vita sulla Terra. Il nostro rapporto con il vaiolo è solo un piccolo, recentissimo capitolo di questa storia. Fedeli al nome della categoria, i virus del vaiolo sono dei piccoli giganti: circa 220 – 450 nanometri di lunghezza, con un genoma di quasi 200.000 “lettere”. 

Meno della metà di un batterio, eppure non ci sono molti altri virus umani così massicci, tranne forse il virus dell’Ebola, la cui lunghezza può arrivare al micrometro. Ma anche il virus del vaiolo è un nano al confronto dei suoi parenti, tra cui ci sono i virus più grandi del pianeta, come i mimivirus o i pandoravirus, il cui genoma è più grande e complesso di quello di diversi batteri. Questi remoti cugini del vaiolo hanno messo in crisi l’idea di virus come quella di semplici replicatori molecolari indegni dell’etichetta di viventi, e li hanno avvicinati alle forme di vita vere e proprie. 

Memorie di una vittoria
L’8 maggio 1980 l’OMS dichiarò il vaiolo finalmente eradicato. “Il più terribile dei sacerdoti della morte”, secondo lo storico Thomas Macaulay. Comparso circa 1700 anni fa (o forse anche prima, se venisse confermato che colpì e uccise il faraone Ramsete V), il vaiolo solo in Europa uccideva, nel Diciottesimo secolo, 400.000 persone all’anno, su una popolazione di 150 milioni. Era un flagello particolarmente democratico: non si faceva scrupolo di uccidere o colpire zar, imperatori, cesari. Il vaiolo ha ucciso l’imperatore Giuseppe I d’Austria, re Luigi XV di Francia, lo zar Pietro II di Russia, il re Luigi I di Spagna e la regina Ulrika Eleonora di Svezia, oltre ad aver sfigurato la regina Elisabetta I d’Inghilterra. Fino a poco prima della sua eradicazione, mieteva ancora migliaia di vittime: un singolo focolaio a Bihar, in India, uccise 10.000 persone nel 1974. Quando non uccideva – cosa che accadeva nel 20-30 per cento dei casi –  il vaiolo sfigurava e accecava: copriva il corpo delle vittime di centinaia o migliaia di pustole, che lasciavano spesso cicatrici sul volto e ulcere alle cornee. Prima della comparsa del vaccino, il vaiolo causava un terzo dei casi di cecità in Europa.

Sembrava impossibile liberarsi di un flagello così endemico e letale, eppure oggi è solo un ricordo. Già eliminato dai Paesi occidentali entro il dopoguerra (il primo Paese a eliminare il vaiolo dai propri confini fu la Svezia nel 1895, con l’eccezione di due focolai negli anni Trenta e negli anni Sessanta), il vaiolo venne eradicato da tutto il globo con una campagna mondiale coordinata e senza tregua. Questa iniziò ufficialmente nel 1958 con la risoluzione WHA11.54 dell’OMS, su proposta del ministro della salute sovietico Viktor Zhdanov, ma il presidente americano Thomas Jefferson aveva già espresso questa speranza nel 1806, scrivendo a Edward Jenner, colui che mise a punto la vaccinazione contro il vaiolo: “Avete eliminato una delle più grandi sventure umane. […] Le nazioni del futuro sapranno solo dalla storia che il ripugnante vaiolo è esistito”. 

È stato possibile perché, nell’orrore, siamo stati fortunati. Il vaiolo infatti aveva numerose caratteristiche che lo rendevano un bersaglio perfetto per l’eradicazione. Non aveva casi asintomatici, la malattia era ben riconoscibile, l’infettività era associata all’evidente eruzione cutanea, non c’erano portatori a lungo termine, il vaccino era estremamente efficace contro tutti i ceppi del virus (in generale, i vaccini per il vaiolo sono efficaci contro tutti gli altri orthopoxvirus umani) e non c’era nessun animale che potesse fare da “serbatoio” per il virus. A differenza di quanto spesso si crede, l’eradicazione del vaiolo non è stata raggiunta tramite una vaccinazione a tappeto: nelle fasi finali dell’eradicazione i focolai potenziali venivano cercati ossessivamente, meticolosamente in ogni villaggio, e poi spenti in modo mirato. Una volta identificati i casi di infezione questi si contenevano isolandoli («quattro guardie venivano assegnate, giorno e notte, a ciascuna abitazione infetta», ricordava Frank Fenner, uno dei medici leader della campagna di eradicazione) e vaccinando tutti i possibili contatti. 

L’ultimo caso naturale di variola major, la forma più letale del vaiolo, è stato quello di Rahima Banu, in Bangladesh, il 16 ottobre 1975; l’ultimo di variola minor colpì Ali Maow Maalin, cuoco di un ospedale somalo, il 22 ottobre 1977. Entrambi guarirono dalla malattia senza gravi complicazioni. Il vaiolo avrebbe però reclamato un’ultima vittima: la fotografa medica inglese Janet Parker, l’11 settembre 1978, infettata in seguito a un incidente di laboratorio all’Università di Birmingham, in circostanze mai davvero chiarite, morì dopo un mese di agonia. Fu in seguito a quell’incidente che tutti i campioni di vaiolo esistenti nei laboratori vennero distrutti o inviati a due laboratori di massima sicurezza, negli Stati Uniti e in Unione Sovietica. Il terrore del vaiolo resta comunque alto, anche oltre 40 anni dopo. Nel 2018 è stato approvato il primo farmaco contro il vaiolo, il tecovirimat, e per l’occasione la rivista Nature chiedeva di tenere ancora alta la guardia.

Il vaiolo ha dimostrato che eliminare una malattia infettiva dalla Terra è estremamente complesso: ha richiesto una coincidenza di condizioni fortunate e uno sforzo collettivo ineguagliato. Oggi abbiamo eradicato la peste bovina, e siamo vicini a eradicare altre malattie umane, come la poliomielite o la dracunculiasi, ma non è chiaro quanti patogeni potremo lasciarci alle spalle, ricordi nei musei della sesta estinzione insieme a migliaia di altri viventi, ma che una volta tanto non mancheranno a nessuno. Prendiamo il Sars-Cov-2: al contrario del vaiolo ha una diffusione aerea molto più semplice (anche se non mancarono casi di diffusione aerea del vaiolo, come nel focolaio di Menschede nel 1970 in Germania), ha una fase e casi asintomatici e contagiosi, e ha serbatoi animali. Questo rende il coronavirus un bersaglio molto più difficile del vaiolo. 

Ma questo non significa neanche che dobbiamo abbandonarci al fato. L’eradicazione del vaiolo è stata un po’ come lo sbarco sulla Luna: ha dimostrato che un obiettivo apparentemente fantascientifico era possibile, con uno sforzo collettivo e coordinato. Anche se non fosse stato possibile eradicare del tutto il vaiolo, l’impresa non sarebbe stata vana: controllare il virus il più possibile avrebbe comunque risparmiato migliaia se non milioni di vite umane e sofferenze.

Perché il vaiolo delle scimmie arriva proprio adesso a diffondersi nel mondo? Ci sono varie teorie – il virus potrebbe essersi evoluto per diventare più contagioso, o la pandemia di COVID-19 potrebbe aver indebolito il nostro sistema immunitario. Ma il fatto è che gli scienziati ci dicono che in futuro una nuova epidemia, se non pandemia, è inevitabile. Il vaiolo delle scimmie potrebbe non essere quella pandemia, ma è comunque un assaggio di quanto ci aspetta. 

Virus, globalizzazione e colonialismo
Una possibile chiave di lettura di quello che sta accadendo si può andare a cercare nel rapporto tra pandemie e colonialismo. Il vaiolo del resto fu una delle principali armi, sia pure in gran parte involontarie, del colonialismo europeo. Nel Sedicesimo secolo annientò le civiltà precolombiane: arrivato nelle Americhe nel 1507, massacrò interi popoli. Un frate spagnolo, giunto in Messico nel 1525, descrisse come “quando il vaiolo iniziò ad attaccare gli Indiani, divenne una pestilenza così grande che nella maggior parte delle province più di metà della popolazione morì […] a cataste, come fossero cimici. Altri morirono di fame, perché, siccome erano tutti malati, non potevano prendersi cura l’uno dell’altra. In molte case tutti morirono e, siccome era impossibile seppellire il gran numero di morti, tirarono giù le case […] che diventarono le loro tombe”. L’impero Inca si sbriciolò più a causa del vaiolo, che uccise l’imperatore Huayna Capac e il suo erede, Ninan Cuyuchi, portando la guerra civile in un impero sotto attacco, e ne decimò la popolazione, che delle spade di Pizarro. 

Ma il rapporto tra epidemie e pandemie e colonizzazione – sia in senso stretto, sia nel senso lato di conquista e penetrazione di massa in habitat remoti – non si ferma qui. Guardiamo a quanto accaduto per esempio col virus HIV, che è entrato in contatto con la specie umana negli anni Venti del Ventesimo secolo, e si è diffuso in seguito alla urbanizzazione della zona di Kinshasa neli anni Sessanta. E a quello che è accaduto di nuovo con il Sars-Cov-2, le cui origini sono ancora incerte ma in qualche modo devono risalire al brulicare di coronavirus tra i pipistrelli dello Yunnan, in Cina, o nel sud-est asiatico, e con cui siamo entrati in contatto vuoi tramite le miniere di rame, vuoi tramite il consumo di animali selvatici.

L’HIV però è stato riconosciuto ed è diventato un allarme solo quando è uscito dall’Africa, negli anni Ottanta, per sbarcare negli Stati Uniti, anche se in Africa era già diffuso da decenni (e anzi, probabilmente ce ne siamo accorti quando è uscito dal sottomondo sociale dei tossicodipendenti per arrivare a strati meno nascosti della società, se sono vere le testimonianze aneddotiche sulla junkie flu negli anni Settanta). E viceversa, benché sia tuttora endemico in Africa con enormi conseguenze di salute pubblica, in Occidente è diventato invece ormai un fatto della vita, prevenibile con contraccettivi a portata delle nostre tasche e trattabile con le terapie che oggi lo rendono una malattia cronica e non una sentenza di morte. 

Con il vaiolo delle scimmie stiamo ripetendo lo stesso copione colonialista: anni di allarmi medici e scientifici sono stati ignorati. Come per miriadi di malattie endemiche in paesi non occidentali, quali l’Ebola, francamente ce ne siamo infischiati, come oggi ad esempio ce ne infischiamo della rabbia. È solo quando deborda nei nostri walled garden occidentali che virus come il vaiolo delle scimmie diventano, di colpo, un problema di cui parlare. Il nostro cinismo occidentale, volutamente ignorante, per cui la realtà di interi diversissimi continenti come l’Africa o il sud-est asiatico restano terre e popolazioni di cui non occuparsi o da respingere come un fastidio, non è sostenibile, perché quanto accade là prima o poi riverbera anche nelle nostre case. Ma resta una magra consolazione per quei popoli: dimenticati prima, e che saranno dimenticati, in gran parte, dopo. 

Più in generale, il nostro approccio con la biosfera è colonialista – c’è chi fa partire l’Antropocene proprio con l’epoca coloniale. Nella biosfera ci espandiamo, lanciando i nostri tentacoli sempre più lontano, sfruttando zone in cui l’umanità non aveva mai messo piede o quasi, risorse finora inaccessibili. Ma, una volta che la natura è stata penetrata, sfruttata e divelta, facciamo di tutto per tenerla lontana, recintandola dove possibile e controllandola altrimenti. Essere nel mondo ma non del mondo, questa sembra la lotta costante della specie umana. 

C’è motivo per questo: la natura è matrigna, come afferma l’Islandese nel dialogo di Leopardi: 

mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere.

 Storicamente, gran parte dell’avanzamento delle condizioni umane di vita è coinciso con la necessità e capacità di tenere la natura fuori. Letteralmente, costruendo abitazioni e architetture; o respingendo i patogeni fuori dall’organismo con la medicina. Ma la natura rientra. In realtà i termini stessi che sto usando sono menzogneri. L’idea che la natura possa restare altrove, come un (iper)oggetto vischioso e totalizzante ma, comunque, fuori da noi, è un’illusione. Cercare di staccarsene è futile come un organo che cerchi di staccarsi dal corpo. 

Con l’accelerazione dello sfruttamento delle risorse naturali, tenere la natura fuori mentre ci addentriamo nel suo ventre diventa una contraddizione insanabile. Come per Kurtz, lo spietato commerciante d’avorio di Cuore di tenebra di Conrad, il nostro dominio brutale è infine suicida: affondando il coltello nel cuore di tenebra della biosfera, rischiamo di solo finire moribondi a balbettare “l’orrore, l’orrore” senza neanche capire cosa abbiamo fatto. Anche se in realtà almeno alcuni lo hanno compreso: che il sorgere sempre più frequente di nuove pandemie sia una conseguenza diretta dello sfruttamento ambientale ormai è un dato di fatto, accertato ripetutamente dalla comunità scientifica. 

Nell’aprile 2022 un modello pubblicato su Nature ha previsto che il riscaldamento globale – che è solo uno degli stress che stiamo imponendo all’ambiente, anche se è quello di cui parliamo di più – da solo potrebbe causare 4000 eventi di spillover, contatti di virus animali che passano all’essere umano. Perfino il turismo occidentale ha il suo ruolo: come racconta Stefania Leopardi ne L’innocenza del pipistrello, l’epidemia di virus Marburg del 1987 in Kenya è partita da un quindicenne danese in visita alla grotta di Kitum, mentre lo stesso virus nel 2008 fa capolino in Europa grazie a un turista olandese di ritorno dall’Uganda.

Deve essere così? Non necessariamente, o almeno non del tutto. Come abbiamo visto, il potere globale che ora ci sta portando a contatto con virus vecchi e nuovi è in qualche modo lo stesso che ci ha consentito di eradicare uno dei più atroci flagelli dell’umanità, e che ci sta portando a eliminarne altri, come la poliomielite. Lo ha fatto, anche qui, a volte con la logica del “fardello dell’uomo bianco”, usando coercizione e violenza in alcuni casi; in generale tutto il modo in cui l’Occidente interviene sulle epidemie in Africa è permeato da questa logica. Ma al di là di questo, l’eradicazione del vaiolo ci ha insegnato che i virus non sono inarrestabili. Oggi inoltre abbiamo un’idea di come agire a un livello più ampio e generale rispetto alle “semplici” campagne di vaccinazione. L’approccio One Health dell’OMS aspira a includere, nella prevenzione e lotta a epidemie e pandemie, anche la conservazione degli ambienti e della biosfera, cruciali per ridurre la probabilità di spillover dei patogeni presenti e futuri. 

Ciò nonostante davanti ai rischi globali, perfino quando colpiscono l’Occidente, oggi prevale una sorta di versione collettiva di quella ansia e impotenza – learned helplessness – che è alla base della depressione. Dopo due anni di fronte alla pandemia ci siamo praticamente arresi, e sembra che davanti al vaiolo delle scimmie stiamo reagendo lentamente e con fastidio, più che con prontezza. Reagire a minacce globali come le pandemie o la crisi ecologica sembra, semplicemente, incompatibile col nostro modello di esistenza: richiede di guardare in faccia la realtà e agire globalmente in modo coordinato. Il sospetto invece è che continueremo a negare la crisi, pur di non cambiare rotta. Il principale dramma del vaiolo delle scimmie non è tanto la malattia in sé, ma la possibile conferma che, nonostante due anni e mezzo di pandemia, la civiltà umana abbia disimparato a proteggere sé stessa.

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martedì 9 agosto 2022

scrive Donatella Pau

 

stamattina: ho visto il tipo della lavanderia pulire la soglia del suo negozio e spingere in strada la sporcizia invece di raccoglierla.

In macchina la radio racconta del docente esperto, una nuova follia della scuola italiana.

Arrivo a Cagliari, parcheggio al multipiano di terrapieno (un ora € 3,20) devo raggiungere il museo archeologico per le 9,30 , inizio a cercare l’ascensore che mi porterà su in castello, il parcheggio non ha un indicazione, inoltre è tutto sporco pieno di scritte dappertutto, mi infilo in una porta l’ascensore interno non funziona…..rientro non so bene a che piano sono, non si capisce niente, apro un’altra porta, altre scale, vedo in fondo la luce del sole inizio a salire 4 rampe esco finalmente all’aperto: ecco finalmente le terrazze di Terrapieno, non c’è nessuna indicazione per l’ascensore, in lontananza ci sono i campi con bimbi che giocano, mi avvicino e chiedo informazioni ….finalmente mi indicano dove troverò l’ascensore per castello , e così dopo un cammino tortuoso sotto il sole arrivo all’ascensore, la piazzetta è piena di turisti che camminano indifferenti sulla pozza d’acqua enorme che proviene dalla fontanella lasciata aperta dagli stessi turisti che non si degnano di chiuderla. Nel momento in cui sto per andare alla fontanella un signore mi precede e chiude il rubinetto.

Tutto mi è insopportabile , questa Cagliari sporca , questa marea di turisti , Castello, il mio quartiere, ormai è tutto un b&b, tutto il centro di Cagliari è un enorme b&b che sa di soffritto prezzemolo e aglio. Che tristezza

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domenica 7 agosto 2022

Cemento inarrestabile - Paolo Pileri

 

Come volevasi dimostrare, ora abbiamo tanto di numeri a dirci che durante la pandemia da Covid-19 (periodo 2020-2021) le betoniere non sono state ferme ma hanno girato all’impazzata, consumando suolo senza sosta. Se negli ultimi cinque anni eravamo “fermi” a circa 14 ettari al giorno ora siamo schizzati a 19: più 34% in un solo anno.

La risorsa meno rinnovabile e meno resiliente dalla quale tutto e tutti dipendiamo è stata asfaltata con allegria mentre noi eravamo chiusi in casa. Addio alle promesse di sostenibilità, addio slogan politici che fingono di preoccuparsi dell’ambiente, addio Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile: tutto torna a dieci anni fa, tutto da rifare e all’orizzonte non ci sono bagliori, né di sensibilità né di saggezza. Sui siti web e nei social a campeggiare non è l’agenda ecologica (e men che meno quella urbanistica) ma l’agenda Draghi che abbiamo più e più volte indicato come un problema e non una soluzione alla questione ecologica: eppure piace a molti e se la stanno contendendo.

A quando un’agenda che per aiutare il Paese a uscire dalla recessione-mangia-suolo si impegni a mettere in atto vere riforme ecologiche? L’aumento del consumo di suolo del 34% in un solo anno dimostra anche ai più sordi quanto fallimentari siano le leggi regionali che da anni affermano di averne limitato i consumi ma che invece non hanno sortito alcun risultato degno di nota. Semmai hanno contribuito a ottenere il risultato opposto.

E infatti la Lombardia è ancora la Regione capolista con più 883 ettari di suoli cementificati (ed è quella che più di altre sventola la sua legge urbanistica del 2014, con i suoi piani regionali che dice essere virtuosi), seguita dall’immancabile Veneto dove ormai si soffoca tanto è il cemento (più 684 ettari), poi è il turno dell’Emilia-Romagna, la Regione che si dice progressista ma poi ha in tasca una legge urbanistica che non ha fermato nessuna cementificazione (più 658 ettari); poi Piemonte (più 630) e Puglia (più 499) che dal modello lombardo ha copiato il peggior primato.

Come si vede destra e sinistra sono tutte rappresentate in questa folle corsa a cemento e asfalto. E potremmo andare avanti a raccontare dei consumi di suolo nei parchi, nelle aree a rischio frana, in quelle a rischio inondazione, nella riduzione della biodiversità, ricordando una litania che recitiamo da anni non si sa bene a chi, dal momento che nessuno dall’altra parte risponde.

Forse la questione non è considerata di interesse o l’interesse “va verificato” come è sfuggito in qualche chat tra urbanisti e amministratori nelle scorse settimane. Forse non si è ancora capita la gravità ed è anche per questo che lodo il lavoro rigoroso di Ispra-Snpa (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente) che tenacemente continua a pubblicare dati, indicatori, fatti e immagini. Non opinioni e “interessi da verificare”.

In un solo anno sulle spalle di ogni italiano sono piombati 3,46 metri quadrati di cemento in più che si aggiungono ai 359 dell’2020. E siccome 10mila metri quadrati non cementificati offrono benefici collettivi per circa 80mila euro all’anno, questo ci aiuta a dire che consumare suolo significa alimentare il debito pubblico o, se preferite, le tasse. Grazie al consumo di suolo del 2021 infatti ogni italiano dovrebbe sborsare altri 28 euro (da aggiungere ai 2.872 euro che versa ogni anno) che nessuno di noi effettivamente paga, ma non per questo non generano danni che poi ricadono sulle spalle (e sui conti) di altri.

Una spada di Damocle sulle nostre teste che la politica continua a ignorare quando invece dovrebbe correre ai ripari alla massima velocità e spiegare a cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche quanto sia urgente passare a usi e costumi nettamente più sostenibili nell’uso del suolo. E invece a dare una spinta sostanziosa ai consumi ci ha pensato la logistica che tanto plaudiamo per il lavoro di bassa qualità che ci dà e per i tanti piccoli negozi che fa chiudere: con i suoi capannoni si è mangiata ulteriori 329 ettari di terreno in un solo anno, pari a quanto hanno consumato Toscana e Liguria sommate tra loro.

Se ai consumi netti di suolo (pari a oltre 6.330 ettari) aggiungiamo i 28.558 ettari di territorio bruciato quest’anno (secondo i dati forniti dall’European forest fire information system al 23 luglio 2022) ovvero più 2,2% rispetto al valor medio degli ultimi 15 anni e il fatto che ogni 45 minuti abbiamo una frana con tanto di perdita di suolo, quale è il risultato? Non è difficile capirlo, eppure tra Piano nazionale di ripresa e resilienza, riforme mancate, commissariamenti che indeboliscono le valutazioni ambientali, leggi urbanistiche inadatte, corsa alla produzione di energia solare al posto della sostenibilità dei suoli, agricolture sempre più industriali e impattanti, siccità non per caso ma per nostra cecità, quel che ci attende è un inasprimento di consumi di suolo e di impatti ambientali che, inevitabilmente, confluiranno in varie tipologie di conflitti sociali. E sarà ancora più tardi del troppo tardi di oggi per poter rimediare.

Infine un ultimo dato riguarda il cosiddetto consumo marginale di suolo, ovvero la quota di suolo cementificato per ogni nuovo abitante. Questo indicatore di efficienza è in buona parte peggiorato nel periodo 2016-2021 rispetto al 2012-2016, soprattutto perché è aumentato il numero di Comuni che ha consumato suolo pur perdendo abitanti (più 17%), quindi senza una pur minima credibile ragione per cementificare e costruire. Ora il gruppo dei Comuni inefficienti è 3,3 volte più grande rispetto a quello di quanti hanno consumato suolo ma dove almeno si è registrato un aumento degli abitanti. Tutto ciò mostra anche ai miopi come questa istituzione locale, in quanto unità sovrana di governo del territorio, non riesca a essere protagonista dello stop al consumo di suolo. Sono ancora troppe le rendite e gli incassi, le attese e le ignoranze. Inoltre la frammentazione amministrativa e l’eccesso di deleghe urbanistiche, senza verifiche da parte di nessuno, ha generato una situazione sempre più fuori controllo: ai Comuni occorre ridurre le competenze ambientali; occorre verificare la capacità insediativa su aree più vaste; serve che la pianificazione urbanistica non sia più fatta per singole municipalità e che le previsioni urbanistiche inattuate si possano cancellare senza contraccolpi per sindaci e giunte. Serve capire che cosa è il suolo prima di permettersi di pensare a un suo uso.

Nessuno vuole fermare l’edilizia e l’urbanistica ma solo quelle non sostenibili. Se poi queste rappresentano la maggioranza o se si nascondono dietro leggi ambigue e proposte altamente imperfette sono loro a doversi vergognare di questa situazione, non gli attivisti ambientali che sollevano le questioni ecologiche con tanto di numeri. Questi numeri, che ogni anno Ispra presenta in modo “patriottico”, sono la prova provata dell’incapacità strutturale delle nostre classi politiche e tecniche ad arginare una situazione che nuoce gravemente all’ambiente e alla salute del Paese. L’unica urbanistica e l’unica edilizia possibili, in un’Italia sempre meno credibile per i suoi non tentativi di arginare il consumo di suolo, è quella del recupero di quanto abbiamo già (un dato che nessuno ha e predispone: altra vergogna). Questa indicazione si fa ogni ora più pressante e diviene un filtro discriminatorio attraverso il quale riconosceremo chi è dalla parte del futuro e chi no. Ci vediamo il prossimo anno: stesso rapporto, peggior consumo?

Fonte: Altreconomia. L’informazione per agire ogni settimana

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

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sabato 6 agosto 2022

Una nazione che avvelena

 

Se le aziende dell’agribusiness fondassero uno Stato sovrano, la “Pesticide Nation”, questo si posizionerebbe nel gruppo delle prime economie mondiali. Eppure il sistema agricolo industriale non potrebbe sostenersi senza le enormi sovvenzioni pubbliche e l’esternalizzazione dei costi, come i danni ambientali e le conseguenze sulla salute dei cittadini. Per ogni euro di cibo prodotto dall’industria ne abbiamo già spesi tre.

Il consolidamento di posizioni dominanti impedisce l’emergere di modelli agricoli sostenibili e di diversi sistemi di produzione e commercio. Le quattro  principali aziende attive nel mercato dei semi e dei pesticidi controllano circa il 70% del mercato. Syngenta/ChemChina è una società statale cinese mentre Bayer, Basf e Corteva sono tutte, o in parte, di proprietà degli stessi cinque fondi d’investimento americani: Blackrock, Vanguard, State Street, Capital Group e Fidelity. Questi fondi possiedono anche tra il 10% e il 30% del capitale delle principali aziende alimentari del mondo, come Unilever, Nestlé, Mondelez, Kellogg, Coca-Cola e PepsiCo.

 

Di questo e altro si parla nel libro “Pesticide Nation. Guida di sopravvivenza alimentare” (Manlio Masucci, Terra Nuova Edizioni 2022). Una serie di inchieste giornalistiche e interviste per indagare il sistema della grande produzione e distribuzione industriale agroalimentare e denunciare le ingerenze indebite sulle politiche pubbliche, gli impatti sul nostro vivere quotidiano e sul pianeta. Fra gli esperti intervistati, Vandana Shiva (autrice della prefazione), Maude Barlow, Satish KumarJojo Mehta, Olivier De Schutter. Il libro analizza i sistemi agroalimentari globali dalla prospettiva dei consumatori e degli agricoltori  ponendosi come vademucum utile per le rivendicazioni della società civile e per difendere se stessi e l’ambiente dai modelli inquinanti e insalubri.

Pesticidi, erbicidi e fertilizzanti sono il main business dell’industria. I pesticidi provocano circa 385 milioni di casi di avvelenamento all’anno nel mondo di cui 1,6 milioni in Europa. Annualmente, circa 11 mila lavoratori muoiono per avvelenamento acuto mentre a livello globale si stima che il 44% degli operatori agricoli soffra di almeno un episodio di contaminazione. In Europa si vendono annualmente circa 360 mila tonnellate di pesticidi. In Italia si utilizzano quasi 56 mila tonnellate e oltre 6 kg di pesticidi per ettaro coltivato, una media superiore a quella dell’UE. Nel 2019, l’Italia ha esportato 790 milioni di dollari di pesticidi e ne ha importati 907.

Quali sono i danni di questo sistema su persone e ambiente?  Gli impatti negativi sono evidenti sulla nostra salute, sul suolo, sugli insetti impollinatori, sull’acqua: in Europa risultano in stato eutrofico ben il 36% dei fiumi il 32% dei laghi, il 31% delle acque costiere, il 32% delle acque di transizione e l’81% delle acque marine. Solo nell’UE, i costi relativi all’inquinamento idrico possono raggiungere i 230 miliardi di euro all’anno. Entro il 2030, i costi relativi alle malattie non trasmissibili (legate a fattori ambientali) potrebbero superare i 30 trilioni di dollari, pari al 48% del Pil mondiale. Infine, tra il 25 e il 30% delle emissioni climalteranti sono provocate dal sistema agroalimentare industriale.

Ma il sistema dell’agricoltura industriale non è solo questo. Agricoltura digitale, tecniche di ingegneria genetica e cibi artificiali sono le direttrici su cui le multinazionali dell’agribusiness intendono muoversi nel futuro grazie anche a imponenti azioni di lobby.

La campagna per la deregolamentazione della nuova generazione di OGM, e la loro sperimentazione in capo aperto anche in Italia, è da tempo iniziata con la presentazione di un disegno di legge ad hoc.Come uscire da questo sistema predatorio e tossico che fa gli interessi di pochi industriali e speculatori ai danni del pianeta e della stragrande maggioranza della popolazione mondiale? “Pesticide Nation” esplora le pratiche alternative all’agricoltura industriale e propone soluzioni. Si tratta di soluzioni bottom up, che nascono  sui territori e che hanno dimostrato la loro efficienza e la loro capacità rigenerativa. Per poter riorientare i nostri sistemi produttivi, è però necessario sottrarre l’enorme potere acquisito dalle multinazionali reindirizzando i sussidi e le politiche pubbliche a vantaggio dei piccoli e medi produttori locali, agevolando così pratiche agricole ecologiche e lo sviluppo di economie circolari.

“Pesticide Nation. Guida di sopravvivenza alimentare” (Manlio Masucci, Terra Nuova Edizioni 2022)

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Quanto ci costa vivere male - Marco Bersani

 

Giovedì 28 luglio è stato l’Earth Overshoot Day 2022, ovvero il giorno dell’anno in cui la popolazione globale esaurisce tutte le risorse che la Terra riesce a generare. Cade ben 156 giorni prima della fine dell’anno, il che vuol dire che a fine dicembre avremo utilizzato il 74% in più di quanto gli ecosistemi riescono a rigenerare.

Il dato, tremendo in sé, assume caratteristiche ancor più drammatiche se lo consideriamo nelle sue disparità interne: paesi come Stati Uniti, Canada, Australia e Russia hanno iniziato l’anno già in debito ecologico, mentre il nostro Paese ha raggiunto l’apice il 15 maggio scorso (che ne dice, ministro Cingolani?). E, naturalmente, il dato per Paese omette di leggere le stratificazioni interne, dalle quali ormai sappiamo con certezza matematica come il debito ecologico sia causato in gran parte dalla classe dei ricchi e ricchissimi (Climate change & the global inequality of carbon emissions, 1990-2020).

Quindi viviamo male e mettiamo a repentaglio la sopravvivenza della vita umana sul pianeta quasi solo per permettere ad una infima fascia di persone di spendere, spandere e naturalmente comandare. Il paradosso è che tutto questo ci costa infinitamente di più, sottraendo ricchezza collettiva che potrebbe essere destinata alla giustizia sociale e climatica.

Sono gli stessi analisti finanziari a dirlo a chiare lettere. Secondo il “Global Turning Point Report 2022”, studio effettuato dalla società di consulenza finanziaria Deloitte, l’inazione contro il cambiamento climatico potrebbe costare all’economia globale 178 trilioni di dollari da qui al 2070. Risultati analoghi riscontriamo dagli indicatori dell’”Osservatorio Climate Finance, School of Management” del Politecnico di Milano, secondo i quali, analizzando le attività di un 1,1 milioni di imprese in termini di operatività in relazione ai cambiamenti climatici, si è rilevata una diretta rispondenza fra l’aumento di un grado della temperatura e il crollo a -5,8% del fatturato e a -3,4% della redditività. Ma già nel 2019 (ben prima di pandemia, guerra e crisi climatica attuale), il rapporto “The Lancet Countdown” lanciava l’allarme e prevedeva, per quanto riguarda l’Italia, un calo dell’8,5% del Pil nei prossimi decenni, con una perdita di produttività del 13,3% nel settore agricolo e dell’11,5 per cento del settore industriale.

Parliamo di conti perché la politica pare interessata solo a quelli, ma si tratta di vite, persone, affetti, comunità, relazioni sociali e psicologiche.

Il fatto è che nell’economia liberista i costi globali non sono un fattore da tenere in conto, essendo la narrazione tutta basata sull’individuo indipendente, autonomo e tutto d’un pezzo, sull’imprenditore di se stesso artefice del proprio destino, sull’uomo ‘che non deve chiedere mai’, meglio se ‘maschio-bianco-proprietario’.

Per un sistema siffatto, non esistono costi globali che non siano scaricabili sulla collettività, siano questi le risorse naturali, delle quali si presuppone la disponibilità e la predazione, siano questi gli effetti sanitari e sociali di un modello di vita e di produzione.

In queste giornate, una nuova generazione ecologista di migliaia di ragazze e di ragazzi è riunita a Torino: reclamano il diritto al futuro e chiedono un’inversione radicale di rotta prima che sia troppo tardi. Affermano un noi contro l’ipertrofia dell’io.

Può darsi che vi troviate imbottigliati sull’asfalto perché, per farsi sentire, hanno bloccato l’autostrada. Non è detto che le urgenze delle vostre vite vi consentano di condividere quello che stanno facendoBasterebbe sapeste che loro non sono il problema, semmai la soluzione.

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