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domenica 19 luglio 2026
giovedì 16 luglio 2026
Belfast città aperta
In seguito a un’aggressione avvenuta nella
zona Nord di Belfast, un’ondata di violenze razziste ha minacciato le vite di
numerose persone appartenenti a minoranze etniche, costringendole ad
abbandonare le loro case date in fiamme. Si tratta dell’ennesimo episodio di un
fenomeno che negli ultimi dieci anni ha spesso assunto caratteri di massa nel
Regno Unito. Ma non è tutto, questa volta ci sono di mezzo pure Elon Musk e la
difficile convivenza tra lealisti e nazionalisti.
Belfast, 8 giugno 2026
Partiamo dall’antefatto: alle 22.30 circa di lunedì 8
giugno, in una strada nella zona Nord di Belfast, ha luogo un’efferata
aggressione ai danni di un 44enne nord-irlandese, operatore sanitario del
National Health Service, di nome Stephen Ogilvie, il quale risulta aver perso
l’occhio sinistro e attualmente giace in coma farmacologico a causa delle
ripetute coltellate subite al volto e in altre parti del corpo. Ad infliggerle
è stato Hadi Alodid, un ragazzo di dieci anni più giovane, giunto in Irlanda
del Nord nel 2023, dopo essere fuggito dal Sudan a causa della guerra civile
ancora in corso, e da allora in attesa di vedersi convalidare la richiesta di
asilo politico. Sulla scena accorrono alcuni passanti, uno dei quali riesce a
fermare l’aggressore con l’ausilio di una mazza da hurling. Posto in custodia cautelare, Alodid
rifiuta l’assistenza legale. Nel frattempo, il quotidiano Telegraph di Belfast
rende che la vittima nel 2001 era già stata oggetto di un tentativo di omicidio
particolarmente truculento mentre viveva in Scozia. L’autore in quel caso è un
ventenne affiliato a una banda di spaccio, i cui membri hanno poi rivelato di
avere legami stretti con l’UVF di Belfast1.
Attirata dalle grida, una residente della zona
riprende con il proprio telefono la scena dell’aggressione dalla finestra di
casa. Nel giro di pochi minuti – quasi in tempo reale – il video si diffonde a
macchia d’olio, facendo il giro dei canali Telegram e WhatsApp locali, fino a
raggiungere i feed delle principali
piattaforme social di tutto il mondo, diventando in breve tempo virale. Con
esso anche la notizia (falsa) della morte dell’aggredito e le origini straniere
dell’aggressore. Il tam tam mediatico produce in
breve tempo la chiamata a partecipare a una manifestazione di protesta prevista
per le 19 del giorno seguente nei pressi della strada in cui è avvenuto
l’attacco, con il caloroso invito a chiudere tutti gli esercizi commerciali non
oltre le 17.30.
L’appuntamento è a due passi da Kinnaird Avenue, zona
residenziale limitrofa alla più affollata Antrim Road nel Nord di Belfast. Da
qui alcune centinaia di persone appartenenti ai quartieri lealisti cominciano a
marciare in direzione degli isolati maggiormente popolati da immigrati, in
quella che in breve tempo diventa una vera e propria «caccia allo straniero»
con tanto di negozi saccheggiati e case date alle fiamme. Le scorribande si
espandono fino alle zone Ovest ed Est di Belfast e molte persone sono costrette
ad abbandonare le proprie case.
Da subito le scene rievocano quelle dei pogrom del
1969, quando tra il 12 e il 16 agosto gruppi paramilitari lealisti coadiuvati
dai B-Specials, ausiliari della polizia esclusivamente di fede protestante,
presero d’assalto le abitazioni dei nazionalisti cattolici di Belfast, secondo
una pratica già sporadicamente portata avanti in tutto il secolo precedente. La
diffusa violenza settaria dei lealisti creò le condizioni per la fondazione
della Provisional IRA, inaugurando di fatto i seguenti 30 anni di Troubles
nord-irlandesi.
Ma tornando ai giorni nostri, dopo una prima notte di
terrore, i disordini proseguono anche per tutto il giorno seguente, con
un’intensità persino maggiore. Tuttavia, l’assalto a un hotel destinato alle
persone in attesa di asilo politico è reso vano dal trasferimento preventivo
delle persone che vi soggiornavano. Le proteste continuano attorno a obiettivi
in qualche modo riconducibili a persone immigrate, o quando non possibile,
contro la polizia che, a differenza del giorno precedente, reprime i
manifestanti con gli idranti. Episodi di aggressioni razziste si registrano
anche a Glasgow, Liverpool e in altre città dell’Irlanda del Nord.
Belfast si trova dunque a fare nuovamente i conti con
un’esplosione di violenza che mette i suoi abitanti gli uni contro gli altri,
creando una profonda frattura all’interno dei quartieri popolari. Questa volta
però a fare da miccia non è la contrapposizione repubblicani/nazionalisti vs.
unionisti/lealisti, bensì un episodio di cronaca che fa da acceleratore di
contraddizioni latenti ormai da qualche anno.
Benzina sul fuoco
A gettarsi a capofitto su quella che si è poi rivelata
essere una vera e propria «chiamata alle armi», e ad amplificarla attraverso i
loro seguitissimi canali social, sono
due personaggi sulla carta molto diversi, ma sempre più vicini grazie a una
«coalizione» transnazionale che affonda le radici in una comune propaganda
nazionalista2 e anti-migranti: Stephen
Christopher Yaxley-Lennon – nato a Luton, non lontano da Londra, nel 1982 e
meglio noto come Tommy Robinson – da una parte; Elon Musk – imprenditore
statunitense nato in Sud Africa nel 1971 – dall’altra. Sull’intreccio tra
questi due personaggi vale la pena spendere alcune parole, per poter tentare
un’interpretazione dei recenti fatti di Belfast che tenga conto del contesto
più ampio dentro i quali si inseriscono, e di come questo si intersechi –
talvolta in maniera poco intuitiva – con la situazione più strettamente locale.
Seppur attivo dal 2009, anno in cui fonda
l’organizzazione anti-islamica EDL (English Defence League), è solo negli
ultimi cinque anni che Tommy Robinson è salito alla ribalta, soprattutto per
via di una spietata propaganda anti-mussulmana, combinata a un uso
mistificatorio dei social network e a una postura
militante che lo ha portato più volte nelle aule dei tribunali e grazie alla
quale ha saputo conquistarsi una reputazione di «duro e puro» tra i suoi
seguaci. Sulle cronache internazionali, il suo nome spicca con prepotenza
soprattutto a partire dagli eventi successivi al fatto di cronaca avvenuto il
29 luglio 2024 nella cittadina di Southport, quando tre bambine persero la vita
in seguito all’accoltellamento da parte di un diciannovenne. In quell’occasione
Robinson fu il primo – seguito a stretto giro dal leader di Reform UK, Neil
Farage – a diffondere false dichiarazioni sull’identità, la nazionalità, la
religione e lo status di immigrazione dell’ancora sospettato assalitore, nonché
a fomentare le manifestazioni razziste dei giorni seguenti. Non è un caso che,
la sera seguente al delitto, poco prima di prendere d’assalto la Moschea di
Southport, dando così inizio a sei giorni di aggressioni, minacce, incendi e
saccheggi a sfondo razzista in oltre cinquanta città dell’Inghilterra, Scozia e
Irlanda del Nord, le centinaia di manifestanti presenti abbiano acclamato il
suo nome in coro.
Incoraggiato dall’attenzione mediatica crescente e dal
proliferare dei seguaci, il 13 settembre 2025 Robinson lancia una
manifestazione nella capitale, chiamata Unite the Kingdom. Alle
già citate parole d’ordine di odio e di intolleranza verso i mussulmani e gli
immigrati in generale, l’iniziativa dà spazio alla retorica del free of speech, come rimasticata recentemente negli
ambienti che amano definirsi «anti-woke» e che in essi
ha assunto una particolare rilevanza a partire dall’assassinio di Charlie Kirk
avvenuto lo scorso 10 settembre, appena tre giorni prima della manifestazione
organizzata da Robinson. Superando di gran lunga le aspettative, la «marcia su
Londra» raduna attorno alle 150mila persone accorse in massa brandendo la Union
Jack dagli angoli più remoti del Regno. Tra gli ospiti c’è anche Éric Zemmour,
politico francese di estrema destra, posizionatosi quarto al primo turno delle
elezioni presidenziali francesi del 2022, il quale sfrutta l’occasione per
esporre al pubblico britannico l’idea surreale di una presunta «colonizzazione
in corso da parte delle ex-colonie» a danno di Gran Bretagna e Francia.
L’intervento di apertura di Robinson si concentra
invece sulla necessità di impegnarsi politicamente a livello locale in un
momento definito «cruciale per la nostra generazione». Nonostante i proclami
altisonanti e i «buoni propositi» di istruire politicamente il pubblico (se
così si può dire) attraverso la vendita dei suoi libri lungo il percorso del
corteo (Manifesto: Free Speech, Real Democracy, Peaceful Disobedience e Mohammed’s Koran: Why Muslims Kill for
Islam), per la maggior parte dei partecipanti il raduno sembra non
aver prodotto più di un confuso, seppur baldanzoso, afflato nazionalista, come
dimostrano i numeri più che dimezzati dell’analoga manifestazione chiamata
dallo stesso Robinson a maggio di quest’anno, a cui hanno partecipato soltanto 60mila persone. In entrambe le occasioni,
la vocazione anti-islamica è sottolineata dal vilipendio delle bandiere dei
Fratelli Mussulmani, dello Stato Islamico e della Palestina. Ma sarebbe un
errore liquidare la propaganda di odio anti-mussulmani di Robinson a grossolana
intolleranza; si tratta invece di uno dei tratti più caratteristici per chi
guarda alla sua ascesa con strategico interesse. Non a caso, a metà ottobre
dell’anno scorso, Robinson ha viaggiato in Israele su invito del Ministro per
gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, recandosi in visita al confine con
Gaza e in vari insediamenti. Una visita ufficiale culminata con un comizio
tenuto al porto di Tel Aviv, in cui si è scagliato contro il governo britannico
per aver riconosciuto uno Stato palestinese, entrando così a pieno titolo nel
novero di quei personaggi che, sguinzagliati dall’internazionale sionista,
hanno il compito di diffamare e punire gli stati non allineati alle politiche
trumpiane e israeliane, come la Spagna, l’Irlanda e la stessa Gran
Bretagna.
Ma tornando alla manifestazione dello scorso
settembre, il rilancio complessivo è per quella che Robinson non esita a
definire la «Battle of Britain», che diversamente da quanto potrebbe far
credere la metafora bellicista, altro non sono che le elezioni del 2029, in
vista delle quali il leader della piazza dà un’indicazione di voto molto
generica, ovvero onnicomprensiva dei principali partiti della destra presenti
oggi in Gran Bretagna: da Reform UK di Nigel Farage ad Advance, da Restore di
Rupert Lowe – che dopo l’aggressione di Belfast non ha esitato a definire gli
immigrati «animali selvaggi del terzo mondo» e a invocare la reintroduzione
della pena di morte – fino al più moderato partito
dei Conservatori. Robinson, probabilmente consapevole tanto delle sue doti
comunicative quanto dei suoi limiti politici, per ora non sembra intenzionato a
una discesa in campo istituzionale, bensì appare più orientato a delegare ai
partiti già esistenti la patata bollente di passare dalle parole ai fatti,
limitandosi ad agire a un livello di agitazione in una zona
grigia tra influencing e militantismo.
D’altronde il vero sodalizio è oltreoceano, con l’uomo
«senza il quale tutto ciò non sarebbe stato possibile» come dichiarato dallo
stesso Robinson; si tratta per l’appunto del già citato Elon Musk, la cui presa
di parola in diretta video ha rappresentato il momento culminante della grande
manifestazione. Dopo aver aizzato la folla a «combattere il virus woke», Musk
ha spronato i britannici a «non aspettare altri quattro anni prima delle
prossime elezioni, ma a fare qualcosa per dissolvere il parlamento e andare a
votare subito», rivolgendosi poi ai partecipanti più moderati, «che solitamente
non si occupano di politica», a farlo, perché «anche se non scelgono la
violenza, la violenza verrà da loro. La scelta è combattere o morire». Parole
di un certo peso che vanno ad aggiungersi a quelle postate più recentemente su
X, secondo le quali «gli inglesi moriranno se non supportano Mr. Robinson».
Tesi supportata da una grottesca similitudine tolkeniana per cui «gli abitanti
delle cittadine della provincia britannica sono come gli Hobbit che necessitano
di uomini forti di Gondor per difendersi dall’immigrazione di massa».
D’altronde, l’endorsement di Musk a favore di Tommy Robinson
subentra all’appoggio riservato in precedenza a Nigel Farage – dal quale si è
recentemente dissociato perché ritenuto «troppo poco di destra» – e si aggiunge
a quello mostrato per Ben Habib, fondatore di Advance UK in seguito alla
fuoriuscita dal partito dello stesso Farage.
Per comprendere a fondo le ragioni dell’investimento
politico di Musk sulla Gran Bretagna servirebbe un’analisi approfondita che ci
riserviamo per il futuro; ciò che però, già a una prima occhiata risulta
chiaro, è che i padroni delle BigTech hanno puntato il dito verso l’Europa,
dove la pur minima regolamentazione dei social media rappresenta ancora un
ostacolo per la loro crescita. Se infatti negli Stati Uniti la strada verso una
totale deregolamentazione in materia è in discesa grazie all’amministrazione
Trump, in Europa le mire di Zuckerberg e Musk devono fare i conti con alcune
politiche di moderazione dei contenuti – per esempio su argomenti come razza e
genere – che, al di là di prese di posizione anti-woke, rappresentano un freno
all’attività essenziale di profilazione degli utenti che, nelle mire di chi
accumula dati, non può avere limiti. Se dunque l’accumulazione delle materie
prime (perché questo sono i dati generati dalle nostre interazioni social) è
minacciata da limitazioni in ambito legislativo, coloro che a partire da quelle
materie prime alimentano il proprio capitale, non possono che scendere nel campo
del politico per tentare di invertire la tendenza con i tutti i mezzi a loro
disposizione. E se lo Stato su cui si deve fare pressione è anche un cliente
dei propri prodotti è tutto più facile. Perché è proprio questa la posizione
del Regno Unito nei confronti di Elon Musk, dal momento che il 2 giugno scorso
ha ufficialmente adottato la rete satellitare militarizzata Starshield di
SpaceX, diventando così uno dei primi Paesi al di fuori degli Stati Uniti a
utilizzare la variante di Starlink destinata alle esigenze governative. Tutto
ciò, mentre il governo guidato dal laburista Keir Starmer – il quale è riuscito
nell’impresa apparentemente impossibile di condannare le violenze degli ultimi
giorni senza mai pronunciare la parola «razzismo» – denuncia le interferenze di
Musk, definendole irresponsabili, stando ben attento a non oltrepassare mai il
livello dell’indignazione oltre il quale la questione porrebbe – come appena
detto – alcune contraddizioni non da poco. Perché – per tornare ai fatti
dell’ultima settimana – a monopolizzare il dibattito politico e le analisi
sulle testate giornalistiche britanniche, è la tesi secondo cui Musk avrebbe
pilotato l’algoritmo di X con l’intento di facilitare la diffusione degli
appuntamenti che hanno portato alle manifestazioni violente successivamente
verificatesi sul territorio britannico. Tesi per nulla lontana dalla realtà, ma
del tutto mistificatrice nell’essere presentata come spiegazione esaustiva di
una situazione ben più sfaccettata, sia per quanto riguarda l’interferenza di
Musk, sia in relazione all’acuirsi del fenomeno razzista in tutto il Regno
Unito.
(Not so) Alternative Ulster
Ed è proprio per comprendere a una diversa profondità
quanto si muove nella società britannica che riprendiamo il filo dei recenti
fatti verificatisi nell’Irlanda del Nord tentando di guardarli da
un’angolazione diversa da quella promossa dal dibattito pubblico istituzionale.
A partire dal dato apparentemente paradossale dell’ultimo censimento pubblicato
nel 2021 secondo il quale il 97% della popolazione dell’Irlanda del Nord
sarebbe di etnia bianca, e dal numero impressionante di incidenti (2.367) e
crimini (1.507) a sfondo razzista, registrati solo tra gennaio e marzo di
quest’anno (a fronte di soli 71 a carattere settario). I numeri parlano anche
di flussi migratori in crescita a partire dal periodo della pandemia. Ma è solo
quando questi numeri vengono affiancati a una disamina delle politiche sociali
e del retroterra storico della città che possono assumere un significato.
Uno spunto su dove cominciare giunge da un dettaglio
apparentemente secondario citato dalla reporter Hannah Al-Othman nel podcast realizzato per The Guardian a
proposito dei pogrom di martedì scorso, in seguito ai quali 27 persone hanno
dovuto abbandonare la propria casa: mentre le fiamme divampano dentro le
abitazioni, il bagliore illumina la frase local homes to local people scritta
a bomboletta su un muro a pochi passi da Kinnaird Road, la strada in cui
martedì scorso ha avuto luogo l’aggressione che ha fatto da miccia per le
successive violenze.
Costruita a partire dal 2010, quasi vent’anni dopo la
fine dei Troubles, Kinnaird Road, si trova in una fascia di territorio
saldamente repubblicano che collega i quartieri di New Lodge e Ardoyne,
roccaforti del partito Sinn Féin. Tuttavia, a soli 400 metri di distanza,
protetta da muri e recinzioni dalle sembianze di un parco urbano, si trova il
«confine» con la zona lealista dell’Ulster, Shankill, quartiere di appartenenza
della famigerata banda paramilitare lealista dei Shankill Butchers attiva a
partire dagli anni Settanta e oggi disciolta, nota per i suoi rastrellamenti
notturni a caccia di cattolici da torturare e uccidere. Nelle vicinanze, a soli
venti minuti a piedi dai moderni edifici del centro città, spicca l’ex-caserma
di Girdwood, occupata dall’esercito britannico fino al 2005. Una volta
dismessa, secondo il progetto originario, la caserma avrebbe dovuto fornire
alloggi popolari e strutture ricreative comuni, fungendo da ponte tra la zona
lealista di Greater Shankill e quella repubblicana di New Lodge, nell’ottica di
superare la balcanizzazione di Belfast Nord. Nonostante ciò, il progetto non è
mai andato oltre la realizzazione di 60 case, meno di un terzo di quelle
preventivate, anche a causa dell’ostruzionismo del DUP (Partito Unionista
Democratico), all’epoca ancora egemonico nella zona: il numero nettamente
superiore di nazionalisti registrati nelle liste di attesa per una casa
popolare rappresentava infatti per il DUP una minaccia concreta di perdere il
seggio elettorale e il controllo sul quartiere. Il risultato è che i problemi
derivanti dal sovraffollamento dei quartieri nazionalisti e dal più recente degrado
di quelli lealisti non sono mai stati risolti. Le case effettivamente costruite
nella zona limitrofa a Kinnaird Road sono oggi abitate dai nazionalisti, ma
ancora lo scorso maggio, quando alcune famiglie si sono trasferite sul lato di
Shankill del «muro della pace», sono state subito attaccate e allontanate dai
lealisti. Nonostante la condanna unanime da parte del governo di coalizione tra
DUP e Sinn Féin, il settarismo rimane latente nelle periferie popolari di
Belfast. Una tensione tenuta a bada non tanto dalle politiche di
«pacificazione», quanto dalla riconversione di certe enclave lealiste in
attività di criminalità organizzata, più o meno tollerate dalle autorità in
virtù dell’astensione da atti di settarismo apertamente violenti. Rispetto all’emergenza
abitativa, la situazione non migliora se si guarda all’Irlanda del Nord nella
sua interezza: nel marzo 2025, le persone ufficialmente in attesa di una casa
popolare erano 89mila, in progressivo aumento rispetto agli ultimi cinque
anni. Parte di questo incremento è dovuto anche al fatto che, a differenza
della classe popolare nazionalista che da sempre deve far fronte a condizioni
di vita complesse, quella unionista, tradizionalmente più privilegiata, ha
subito un processo di impoverimento relativo significativo solo negli ultimi
anni. Questa differenza di traiettoria fornisce un elemento per comprendere
perché oggi il proletariato unionista sia più sensibile al richiamo delle
politiche razziste rispetto a quello nazionalista. Oltre a ciò, per quanto
l’annosa questione tra unionisti e repubblicani non sia riconducibile a un
conflitto di carattere meramente religioso, che la propaganda apertamente
anti-mussulmana di Tommy Robinson e compagnia bella possa fare breccia nella
tradizione settaria lealista, non stupisce più di tanto. Ma la nuova
convergenza tra estrema destra inglese e unionisti si basa anche su un fatto
molto materiale: in seguito alla Brexit, l’Irlanda del Nord ha intrecciato
sempre di più la sua economia con quella dell’Irlanda, diminuendo gli scambi
con il resto della Gran Bretagna, tanto che molti hanno ipotizzato che a lungo
andare potrebbe essere questo dato a portare all’indipendenza. Ciò deriva
principalmente dal fatto che il 27 gennaio 2020, qualche giorno prima del
recesso del Regno Unito dall’UE, è stato siglato un accordo tra tutte le parti
coinvolte che ha evitato l’istituzione di una frontiera fisica tra l’Irlanda e
l’Irlanda del Nord, in modo da consentire a quest’ultima di «rimanere nel
territorio doganale del Regno Unito e, al tempo stesso, di beneficiare del
mercato unico3». Si tratta dunque di una frontiera
particolarmente porosa, sia da un punto di vista dei flussi commerciali, sia
per quanto concerne l’ingresso dei migranti. Alla luce di ciò, il fatto che Adi
Halodid, il richiedente asilo sudanese responsabile dell’aggressione, sia
entrato in Irlanda del Nord dalla frontiera con l’Irlanda è un dettaglio più
significativo di quanto possa sembrare per comprendere le ragioni della
violenta reazione degli unionisti. Il loro interesse è evidentemente quello di
far saltare questo stato delle cose, la crescente immigrazione è un ottimo tema
per farlo saltare. Interesse coincidente con quello della destra britannica che
potrebbe così portare a compimento il progetto della Brexit.
È dunque in questa intersezione tra insufficienza di
alloggi popolari, progressivo impoverimento e settarismo soffocato che si
inserisce il recente fenomeno migratorio verso i quartieri proletari di Belfast
e l’imperante narrazione anti-migranti.
Molto meno intuitiva è la possibilità di una crescente
intolleranza anche negli ambienti repubblicani. L’immagine dei quartieri
repubblicani di Belfast dove le bandiere palestinesi sventolano per strade
popolate da un gioioso melting pot di
stampo internazionalista, rischia di diventare un cliché che non fa guardare in
faccia la realtà di ciò che sembra iniziare a muoversi verso tutt’altre
direzioni. Non è un mistero che soprattutto nel Sud dell’Irlanda l’estrema
destra stia riuscendo a capitalizzare il malcontento legato alla crisi
abitativa e alle scarsità di risorse pubbliche, direzionandolo verso posizioni
razziste e anti-migranti, come i disordini di carattere razzista del novembre
2023 a Dublino avevano già fatto intuire. E di fronte a questa impennata di
intolleranza, neanche il nazionalismo irlandese storicamente inclusivo è al
sicuro; tanto più che da certe frange di Sinn Féin si comincia a sentire
parlare della necessità di controllare i flussi migratori, di accelerare le
domande d’asilo, e persino di rimpatriare chi non dovesse ottenere tale
diritto.
Ed è a questo punto che ciò che si muove in Irlanda
del Nord ci parla più direttamente di ciò che si agita anche da noi, dove
seppur da un punto di vista popolare le violenze a sfondo razziale ormai
consuete in Gran Bretagna non sembrano dietro l’angolo, sul piano istituzionale
il discorso e le politiche razziste avanzano anche più rapidamente (vedi
Remigrazione), nuovi attori di estrema destra si affacciano sulla scena
politica (vedi Vannacci), imprenditori delle BigTech preparano nuove alleanze
sul nostro territorio (vedi Thiel). Ma in Italia, come in Irlanda del Nord, la
partita contro il razzismo e le politiche di estrema destra non si gioca sul
livello del discorso e dell’indignazione, quanto sulla volontà di sporcarsi le
mani quotidianamente con le contraddizioni dei quartieri popolari e sulla
capacità di costruire progetti di autonomia in grado di disinnescare
l’antagonismo alimentato artificialmente dentro la classe, ovvero la più antica
«tecnica di conservazione del potere da parte della classe capitalistica».
- L’organizzazione paramilitare unionista formatasi
negli anni Sessanta e protagonista dei cosiddetti Troubles che videro
contrapporsi violentemente lealisti e nazionalisti fino al cessate il
fuoco del 1994 – nonostante la trasgressione di tale tregua sia stata
piuttosto frequente negli anni seguenti.
- di un nazionalismo evidentemente ben diverso da
quello dei repubblicani nord-irlandesi
- Michel Barnier, 27 gennaio 2020, Belfast
mercoledì 15 luglio 2026
Su Milano l’ombra del modello Doha - Paolo Barbieri
C’era una volta il sindaco Giuseppe Sala, che gonfiava il petto a reti unificate per il “modello Milano”, città “attrattiva” soprattutto per i capitali internazionali coinvolti in uno sviluppo edilizio innegabile, che però sta imponendo costi sociali pesanti a vaste fasce di popolazione espulse dalla metropoli in conseguenza della crescita inarrestabile dei valori immobiliari e dei prezzi degli affitti. Ma dopo le ombre sollevate dalla procura su qualche regalo di troppo ai costruttori, e dopo il goffo tentativo di ottenere copertura legislativa retroattiva con il disegno di legge “salva-Milano” arenatosi al Senato, un recente episodio di cronaca rischia di proiettare nel mondo un’immagine ancora peggiore della capitale finanziaria d’Italia – anche se in questo caso l’amministrazione meneghina non c’entra, non direttamente almeno. Un’immagine che ricorda, per certi versi, i “miracoli” edilizi per i mondiali di calcio del 2022 in Qatar, oggetto di drammatiche denunce da parte delle principali organizzazioni globali di difesa dei diritti umani.
Succede che,
nell’area dell’ex tiro a segno nazionale di piazzale Accursio, sia in
costruzione una sorta di “quartiere diplomatico”, il cui fulcro è la sede del
nuovo consolato degli Stati Uniti. Un progetto, manco a dirlo, di “rigenerazione
urbana” da centinaia di milioni di euro, per il quale la fetta appaltata
alla Caddell Construction (con sede a Montgomery, in Alabama) vale circa 210
milioni di dollari. Le toghe milanesi, che già da un po’ hanno iniziato
a svelare i meccanismi dello sfruttamento estremo in altri settori
dell’industria e dei servizi, scoprono che, oltre a esportare la democrazia
con i metodi tristemente sperimentati in mezzo mondo, gli Stati Uniti esportano
anche modelli di business incompatibili con le leggi della Repubblica italiana.
Secondo
l’accusa, infatti, centinaia di operai indiani sarebbero stati
reclutati attraverso intermediari nel loro Paese di origine, si sarebbero
coperti di debiti per pagare i cinquemila euro loro richiesti per avere il
visto di lavoro; una volta in Italia, sarebbero stati espropriati in automatico
di una quota di salario per pagarsi vitto e alloggio, operazione che consentiva
di far figurare paghe contrattuali regolari, mentre di fatto, anche
considerando il quasi raddoppio dell’orario effettivo di lavoro (portato
abusivamente a sei giorni a settimana, e fra le dieci e le dodici ore
giornaliere, fino a sfiorare le 250 ore mensili medie), erano
retribuiti con circa due euro l’ora. Per la procura di Milano, che ha
chiesto e ottenuto l’arresto di due responsabili del sistema di caporalato, e
ha affidato a un commissario giudiziario la gestione pro tempore della
società coinvolta, si tratta di una forma di “para-schiavismo”.
Potrebbe
sembrare un’operazione innovativa di management creativo, una
situazione eccezionale di banditismo d’impresa. Eppure, proprio il caso
della costruzione delle infrastrutture per i mondiali in Qatar, e
il boom economico a esse legato, dimostra che esiste un modello organizzativo
collaudato. Il rapporto di Amnesty International The Ugly Side of the
Beautiful Game (si potrebbe tradurre con “Il lato oscuro del calcio”)
denunciava, nel 2016, lo sfruttamento sistematico dei lavoratori
migranti impiegati nella ristrutturazione dello stadio Khalifa di Doha.
Molti operai, provenienti da India, Nepal e Bangladesh, avevano contratto
debiti per pagare commissioni di reclutamento illegali, subendo poi confisca
del passaporto, salari inferiori a quelli promessi e minacce in caso di
protesta. Amnesty documentò turni molto lunghi, spesso superiori alle
dieci-dodici ore giornaliere, per sei o sette giorni alla settimana, in
condizioni climatiche estreme. Non è mai stato realmente accertato il numero
dei morti sul lavoro negli anni del grande sforzo cantieristico degli emiri:
ma alcune stime internazionali parlano di migliaia di vittime; la
più celebre, un’inchiesta pubblicata nel 2021 dal quotidiano britannico “The
Guardian”, conteggiava in 6.750 le vittime fra il 2010 e l’anno dei mondiali,
solo relativamente ai migranti provenienti da nazioni dell’Asia meridionale.
Cifra contestata a suo tempo da fonti qatariote, però, che parlavano di morti
per cause naturali, perfino per le decine di operai collassati nei cantieri
degli stadi, dove prestavano servizio nelle condizioni descritte da Amnesty.
Tornando
alle vicende di casa nostra, il singolo caso di cronaca è rilevante perché non
isolato. Proprio il magistrato milanese che segue l’inchiesta sul cantiere del
consolato, il sostituto procuratore Paolo Storari, in una recente audizione di
fronte alla Commissione parlamentare di inchiesta del Senato sulle condizioni
di lavoro in Italia, ha descritto in questi termini lo scenario illuminato
dalle varie inchieste della procura (le più note sullo sfruttamento dei riders e
sulle catene di fornitura delle case di moda): “Ci sono fenomeni di
sfruttamento del lavoro che sono largamente impuniti e socialmente accettati,
tutti noi siamo spettatori di fenomeni di illegalità”. Anche se in edilizia non
accadono magari episodi estremi come quello dei braccianti arsi vivi in
Calabria, un recente rapporto sullo sfruttamento lavorativo, a cura del Centro
di ricerca interuniversitario “L’Altro diritto”, in collaborazione con
l’Osservatorio Placido Rizzotto e la Flai Cgil, che si concentra sugli abusi in
agricoltura (“terzogiornale” ne parla qui), lancia l’allarme su
quelli che definisce i settori dello “sfruttamento sommerso”: appunto edilizia,
poi servizi di cura alla persona, ristorazione e turistico-ricettivo.
C’è dunque
un problema di sistema, che dovrebbe allarmare non poco la politica, dedita da
tempo agli stanchi riti della commemorazione (anche nelle aule parlamentari
vengono onorate le vittime degli incidenti sul lavoro, incidenti che però sono
spesso figli della diffusione di metodi di sfruttamento selvaggio della
manodopera e della mancanza di controlli). Per non affidarsi agli interventi
repressivi della magistratura, servirebbe evidentemente rafforzare il sistema
dei controlli: secondo l’ultimo rapporto dell’Ispettorato nazionale del lavoro
(Inl) il numero di ispettori in forza sul territorio italiano, al 31 dicembre
2025, è pari a 4.366 unità fra Inl, Inps, Inail e carabinieri, che hanno
prodotto, nello scorso anno solare, un totale di 157.381 accessi ispettivi,
numero sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente, quando erano
stati 158.069. Ma la politica, in particolare in questa legislatura a trazione
di estrema destra, sembra piuttosto interessata a limitare le interferenze nei
confronti delle imprese. Il decreto legislativo 103/2024, sulla semplificazione
dei controlli, ha introdotto il principio del preavviso: le
pubbliche amministrazioni (incluso l’Inl) devono inviare all’impresa la
richiesta della documentazione almeno dieci giorni prima dell’avvio del
controllo. Del resto, si tratta della stessa area politica che ha prodotto,
sull’ultimo decreto lavoro, l’emendamento dei relatori – poi parzialmente
riformulato in extremis, nel corso dell’esame in commissione alla
Camera, forse per andare incontro alle rimostranze della Cisl, sindacato tutt’altro
che ostile al governo Meloni – finalizzato ad annacquare perfino l’ambiguo
concetto del “salario giusto” (vedi qui) e ad aprire, di fatto, ai
contratti al ribasso, quando non a veri e propri contratti-pirata, siglati dai
sindacatini tradizionalmente vicini ai partiti di destra.
Il caso
Caddel, insomma, illumina, è vero, una situazione estrema. Ma anche senza le
manifestazioni esasperate del modello Doha nel cuore economico
dell’Italia, il tema delle condizioni dei lavoratori nel nostro Paese
(salario, diritti, sicurezza) rimane probabilmente la prima emergenza da
affrontare nella costruzione di un’ipotetica alternativa di governo. Sempre
che le contorsioni interne alla coalizione di centrosinistra, e alle sue
correnti interne, lascino il tempo, a leader e strateghi, di occuparsi del
mondo reale.
martedì 14 luglio 2026
La pubblicità che esalta l’alcol dovrebbe essere vietata - Claudio Trevisan
La dipendenza da alcol è riconosciuta come una malattia cronica dal sistema sanitario italiano. Non è un “vizio”. Purtroppo, le persone colpite non possono essere obbligate ad accettare le cure
Il vino e
gli altri alcolici sono importanti per la cultura italiana visto che sono
legati alla socializzazione/divertimento e sono delle eccellenze del Made in
Italy, con milioni di consumatori in Italia oltre all’estero. Il settore vale
sempre di più economicamente e beneficia lo Stato/genera occupazione/valorizza
il territorio. Purtroppo, il consumo degli alcolici ha anche
un altissimo costo sociale/economico per noi. Attualmente, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, i consumatori a rischio sono
circa 8 milioni di persone inclusi circa 780.000 “consumatori
dannosi” (presentano un danno organico/psichico conclamato). I decessi
correlati all’alcol (droga psicoattiva legale) nel 2023 erano 17.000 circa
(morti per cirrosi epatica/incidenti stradali/suicidi/omicidi/sindrome
psicotica).
La
dipendenza da alcol è riconosciuta come una malattia cronica dal
sistema sanitario italiano, visto che ha basi biologiche (modifica il
cervello), andamento cronico/recidivante e criteri diagnostici oggettivi, che
richiede trattamento medico e psicologico. Non è un “vizio”.
I segnali
precoci della dipendenza da alcol vengono spesso sottovalutati. L’evoluzione
è graduale e passa da uso sociale, a uso rischioso, a perdita di controllo
iniziale fino alla dipendenza conclamata. I primi segnali possono essere quello
di bere più spesso, usarlo per gestire emozioni, perdere leggermente il
controllo, iniziare a cambiare abitudini sociali e “difensività”
(minimizza/evita il tema) quando qualcuno fa notare i cambiamenti. In questa
prima fase si potrebbe intervenire più facilmente e prevenire la dipendenza vera
e propria.
Per superare
la negazione, chi gli è più vicino (+ un professionista), dovrebbe utilizzare
il “colloquio motivazionale” tramite un linguaggio empatico centrato
sull’impatto concreto dei comportamenti: “Mi preoccupa vederti così” descrivendo
fatti concreti per esempio: “I tuoi amici ti hanno portato a casa perché non
stavi in piedi”/“la polizia ti ha ritirato la patente” e: “Come sarebbe la tua
vita fra un anno se nulla cambiasse?” etc. Si dovrebbe offrire una
soluzione, per esempio, “andiamoci insieme dal medico o ad Alcoholics
Anonymous/al Club Alcologici Territoriali (che offrono anonimato, supporto tra
pari e continuità)”. Inoltre, i familiari dovrebbero seguire il metodo
CRAFIT/CRAFT per non alimentare involontariamente il comportamento, comunicare
senza scontri e fornire supporto non complice.
Cosa fanno
negli altri paesi? In
Svezia/Norvegia usano l’intervento precoce con screening sistematico durante
visite mediche con questionari per intercettare il problema; in Germania/Paesi
utilizzano supporto medico/psicoterapia e in Portogallo/Canada riducono il
danno con obbiettivi graduali. I sistemi con i risultati migliori combinano
l’intervento precoce, approccio motivazionale, sostegno familiare e continuità
terapeutica.
Purtroppo,
le persone con problemi di dipendenza in Italia non possono essere obbligate
ad accettare le cure (almeno che non ci sia una incapacità
grave). Secondo me quelli che, causa l’alcol, hanno avuto problemi con la
giustizia, (non solo quelli in carcere), per risse, patente ritirata etc. o
problemi di salute, dovrebbero essere obbligati per legge, in quanto senza
piena capacità di intendere e volere, ad accettare le necessarie cure/terapie e
relativi controlli nel lungo periodo.
Il proibizionismo della
droga alcol NON è una soluzione, (vedi esperienza USA), ma a mio parere quelli
che fanno i profitti con l’alcol dovrebbero essere costretti a versare parte
dei loro profitti in fondi di compensazione per poter coprire i costi per le
relative cure/danni/prevenzione. La pubblicità che esalta l’alcol
dovrebbe essere vietata.
Comunque, se
tu (sì, tu) hai avuto problemi legati all’alcol non aspettare, (prima che hai
un’altra ricaduta), fai il passo più importante cioè ammetti a
te stesso/a di avere bisogno di aiuto (non vergognarti è una malattia), e poi
nell’anonimato contatta chi ti potrà aiutare. Non aspettare! Ti vogliamo bene.
lunedì 13 luglio 2026
Rumore di fondo - Antonio Cipriani
Certo, di socialità social è pieno il mondo. Che ci vuole, basta un telefonino, un posto dove poggiare le terga e si dipinge la vita in rapporto con gli altri attraverso uno schermo piatto. Che poi anche in piedi, camminando, funziona bene. Le strade sono piene di automi che procedono guardando un piccolo schermo come fosse un frammento di coscienza di sé. Mi chiedo: duecento metri da casa alla piazza, che bisogno c’è di controllare se in quei due minuti ti ha scritto qualcuno…
Sei vecchio,
sibila il barbiere anarchico con la barba bianca e la fedina penale che
esibisce come spirito del tempo, senza giudizio: né sporca, né immacolata, solo
testimone di vita. Già,
l’età conta. Me ne accorgo quando mi capita di raccontare che i nostri social
erano il muretto davanti a casa dove ci si vedeva a chiacchierare, organizzare
girate o giocare a carte, senza appuntamento. E spesso la girata ci portava
alle scalette in piazza, occupando uno spazio pubblico per progettare la vita,
o anche al bar della Sora Assunta, luogo mitico di incontro tra generazioni,
senza mai l’obbligo di consumare per sedersi.
Vabbè, chiosa il barbiere, anche da me venite, vi sedete, leggete il
Manifesto e Internazionale aggratisse, dialogando di filosofia e di politica
perché siete anziani e pure irriducibili. E senza musica, senza radio che
propaganda sciocchezze intervallate con pubblicità. Senza rumore di
fondo.
Per fortuna esistono ancora posti, non tanti a dire il vero, dove la
convivialità è spontanea. Piazze, giardini pubblici, cortili, barbieri, dove la
vita non è trasformata in merce e per parlare in compagnia non serve pagare.
Luoghi dove sopravvive un’ecologia dell’abitare civile che si oppone per sua
stessa modalità alla furia di un sistema economico che crea ansia e infelicità,
ma che sembra un dogma, soprattutto per quelli che ci sono nati dentro nel
momento del crollo di ogni ideale, di ogni speranza di un altro mondo
possibile. Non dico per i più giovani. Perché loro qualche speranza ce l’hanno
ancora, per l’età che rende più sovversivi, per non aver avuto cattivi maestri
del conformismo come hanno avuto i loro padri.
Il barbiere continua a tagliare basette col rasoio filosofico, la porta è
aperta. Fuori fa caldo. Gli interlocutori cercano riparo all’ombra, ma non
smettono di pensare che con l’aiuto di tutti le cose cambieranno. Ostinati nel
pensare e sperare che ci siano ancora giovani non sopraffatti dal rumore del
tempo che omologa e sconfigge ogni sogno. Che altre speranze possiamo mettere
in campo?
domenica 12 luglio 2026
La centrale agrivoltaica a San Leonardo di Siete Fuentes (Santulussurgiu) è priva delle valutazioni ambientali - Grig
San Leonardo di Siete Fuentes, nel Montiferru, territorio comunale di Santulussurgiu (OR), è una località ricca di boschi di Leccio e altre essenze mediterranee, percorsa da acque cristalline, dove sorge l’antica Chiesa romanico-pisana di San Leonardo.
Il sito è tutelato con vincolo paesaggistico e culturale (decreto legislativo
n. 42/2004 e s.m.i.).
Eppure, proprio lì con
una semplice procedura
abilitativa semplificata (PAS), una società energetica triestina
intende realizzare una centrale agrivoltaica di potenza nominale pari a 19,847
MW (potenza dichiarata da immettere in rete pari a 16,8 MW) con relative opere
di connessione.
Impianti simili, per la potenza prevista, devono essere assoggettati alla
preventiva e vincolante procedura di
verifica di assoggettabilità a valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.).
Così aveva affermato l’associazione ecologista Gruppo d’Intervento
Giuridico (GrIG) nel suo atto di opposizione (14 aprile 2026)
alla realizzazione dell’impianto agrivoltaico in assenza delle procedure di
legge, coinvolgendo il Ministero della Cultura, la Regione autonoma della
Sardegna, il SUAPE del Montiferru e Alto Campidano, la Soprintendenza per
Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari, il Comune di Santulussurgiu.
E il Servizio Valutazioni e Incidenze Ambientali della Regione autonoma della
Sardegna ha accolto l’istanza ecologista e ha affermato a chiare lettere che i
lavori non possono partire.
Infatti, il Servizio regionale Valutazioni e Incidenze Ambientali, mai
formalmente coinvolto nella procedura autorizzativa, ha dichiarato (nota prot.
n. 21211 del 9 luglio 2026) :“…si è potuto dedurre che:
• l’impianto è localizzato nel territorio di Santu Lussurgiu, in terreni
distinti in catasto al foglio 28, particelle 49, 42, 19, al foglio 29,
particelle 3 e 2938, al foglio 30 particella 122, in un’area estesa circa 30 ha
a destinazione agricola, classificata E2 secondo il P.U.C vigente;
• la potenza di picco dell’impianto è di 19,847 MWp;
• l’impianto sarebbe d tipo agrivoltaico in quanto il progetto è corredato
da una proposta di gestione agricola delle superfici interessate, basata
prevalentemente sull’utilizzo pastorale e foraggero del fondo, come desumibile
dall’oggetto e secondo quanto riportato nella nota del C.F.V.A. “.
Conseguentemente, l’impianto energetico in progetto “dovrà essere
sottoposto alla procedura di verifica di assoggettabilità a V.I.A. di
competenza di questo Servizio”.
Inoltre, il Servizio regionale Valutazioni e Incidenze Ambientali ha ricordato che
“• ai sensi dell’art. 29, comma 1 del D. lgs 152/2006 e s.m.i., i
provvedimenti di autorizzazione di un progetto adottati senza la verifica di
assoggettabilità a VIA o senza la VIA, ove prescritte, sono annullabili per
violazione di legge;
• la L.R. n. 20/2024 e s.m.i., nella parte ancora vigente a seguito del
pronunciamento della Corte Costituzionale, con sentenza n. 184/2025, prevede
all’art. 1, c. 6, che «La realizzazione degli impianti e degli accumuli FER,
indipendentemente dalla loro collocazione […], è vincolata al rispetto dei requisiti
e delle prescrizioni di cui all’allegato G […]», il quale, tra l’altro, al c.
2, dispone che gli «[…] impianti agrivoltaici nelle zone urbanistiche omogenee
E “Agricole” […] possono essere proposti esclusivamente da coltivatori diretti
(CD) e imprenditori agricoli professionali (I.A.P.)»;
• il D.lgs 190/2024, come modificato dalla legge 15 gennaio 2026, n. 4,
prevede altresì, all’art. 11 bis, comma 2, che «per l’installazione di un
impianto agrivoltaico, il soggetto proponente si dota di dichiarazione asseverata
redatta da un professionista abilitato che attesti che l’impianto è idoneo a
conservare almeno l’80 per cento della produzione lorda vendibile».”.
Il progetto, invece, oltre a non aver svolto la preventiva e vincolante
procedura di verifica di assoggettabilità a V.I.A., è stato proposto dalla
società energetica triestina San Leonardo di
Siete Fuentes srl, non da un coltivatore diretto o da un
imprenditore agricolo. Non pare aver, poi, certificata l’idoneità alla
conservazione di almeno l’80% dell’energia producibile lorda.
Decisamente poco consona, invece, la posizione espressa dal SUAPE
dell’Unione dei Comuni del Montiferru e Alto Campidano (nota prot. n. 1186 del
23 aprile 2026), che ha trovato corretta la procedura di autorizzazione PAS,
senza nemmeno ipotizzare una revoca per evidenti carenze autorizzatorie.
Comunque, piaccia o no Insomma, non se ne fa nulla, almeno per ora.
Non si sente proprio il bisogno di uno stravolgimento di un sito di così
grande rilevanza naturalistica e storico.culturale.
Qualche dato sulla tutt’altro che virtuosa transizione energetica in
Italia.
La realtà della speculazione energetica.
L’inesistenza di una buona pianificazione energetica, basata sulle reali
esigenze e sulla salvaguardia dei valori ambientali, storico-culturali,
identitari, socio-economici del territorio ha provocato una situazione
semplicemente folle e ingestibile.
Fra gli indici più eclatanti è la corsa all’approvazione di un qualsiasi
progetto produttivo di energia da fonti rinnovabili.
I numeri sono chiari, pubblici e incontestabili.
In tutto il territorio nazionale le istanze di
connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica
nazionale) al 30 aprile 2026 risultano complessivamente ben 5.813, pari a
320,71 GW di potenza, suddivisi in 3.613 richieste di impianti di produzione
energetica da fonte solare per 142,27 GW (44,36%), 2.061 richieste di impianti
di produzione energetica da fonte eolica a terra per 108,22 GW (33,74%), 99
richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a mare per 67,66
GW (21,10%), 23 richieste di impianti di produzione energetica da fonte
idroelettrica per 2,24 GW (0,70%), 12 richieste di impianti di produzione
energetica da biomasse per 0,7GW (0,08%) e 5 richieste di impianti di
produzione energetica da fonte geotermica per 0,07 GW (0,02%).
I sostenitori senza se e senza ma di qualsiasi impianto rinnovabile obiettano
che non tutte le istanze di connessione di nuovi impianti alla rete poi si
realizzano.
Vero, ma è anche vero che tali procedure hanno un costo e difficilmente si
trova un qualsiasi imprenditore desideroso di buttar soldi al vento.
Lo testimonia il numero delle procedure di valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.) in corso relativamente a progetti di nuovi impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili (FER), secondo i dati pubblicati dal Ministero della Cultura – Soprintendenza speciale per il PNRR.
Sempre al 30 aprile 2026 sono in corso ben 2.593 procedure di V.I.A. su
tutto il territorio nazionale per impianti produttivi di energia da fonti
rinnovabili per 203,297 GW di potenza, cioè più di 2,5 volte gli 80 GW in più
ritenuti necessari al 2030 secondo l’attuale pianificazione energetica (Piano nazionale
integrato Energia e Clima – PNIEC).
Il numero più elevato è in Puglia (387), segue la Sardegna
(246), poi la Basilicata (148), dopo le altre Regioni.
La Soprintendenza speciale per il PNRR da tempo ha espresso chiaramente che
cosa sta accadendo, perché , dopo approfondite valutazioni, ha evidenziato in
modo chiaro e netto: “… è in atto una complessiva azione per la
realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile (fotovoltaica/agrivoltaica,
eolico onshore ed offshore) … tanto da prefigurarsi la sostanziale sostituzione
del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per
la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno … previsto … a livello
nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte
rinnovabile ha raggiunto il complessivo valore di circa 328 GW rispetto
all’obiettivo FF55 al 2030 di 70 GW” (nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18
marzo 2024)”.
Perché accade allora?
Perché l’energia da fonti rinnovabili per legge viene pagata al produttore anche se non viene consumata.
In Sardegna – isola e perciò con collegamenti energetici limitati – la
situazione è ancora più folle.
Nell’Isola, le istanze di
connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica
nazionale) al 30 aprile 2026 risultavano complessivamente ben 613, pari a 44,58
GW di potenza, suddivisi in 383 richieste di impianti di produzione energetica
da fonte solare per 16,04 GW (35,98%), 206 richieste di impianti di produzione
energetica da fonte eolica a terra per 13,96 GW (31,31%), 23 richieste di
impianti di produzione energetica da fonte eolica a mare 14,58 GW
(32,70%) e 1 richiesta di impianti di produzione energetica da fonte
idroelettrica per 0,01 GW (0,01%).
44,58 GW significa più di 23 volte gli impianti oggi esistenti in Sardegna,
aventi una potenza complessiva di 3,660 GW (dati Terna
statistiche regionali, 2023).
I 246 procedimenti di V.I.A. in corso riguardano nuovi impianti produttivi
di energia da fonti rinnovabili per 40,847 GW di potenza, comunque più di 6,58
volte la potenza da installare (6,2 GW) al 2030 secondo l’attuale
pianificazione energetica.
Un’overdose di energia che non potrebbe esser consumata sull’Isola, non potrebbe esser trasportata verso la Penisola (quando entrerà in funzione il Thyrrenian Link la potenza complessiva dei tre cavidotti sarà di poco più di 2 mila MW), non potrebbe esser conservata (a oggi gli impianti di conservazione approvati sono molto pochi e di potenza estremamente contenuta).
Attualmente, la Sardegna continua a produrre ben
più energia di quanto serva a livello regionale, il resto lo esporta: nel 2023
(ultimi dati disponibili, Terna
statistiche regionali, 2023) sono stati prodotti 12.563,1
gigawattora (GWh), di cui 8.621,6 derivanti dal termoelettrico; 1.935,6
dall’eolico; 1.520,9 dal solare; 483,5 dall’idroelettrico; 1,5 da impianti di
accumulo. Tuttavia, il fabbisogno regionale non ha superato i 7.636,9 GWh
e ben 3.508,3 GWH sono stati esportati verso la Penisola. Si verificano perdite
per 507,8 GWh.
L’esportazione di energia è risultata pari al 27,92% di quella prodotta.
Risultano installati (2023) impianti energetici a combustibili fossili per
MW 2.365 di potenza installata e impianti energetici da fonti rinnovabili per
MW 3.660.
La produzione energetica a intermittenza degli impianti rinnovabili e la
capacità comunque limitata (anche in prospettiva) di accumulo fa si che, pur
avendo una potenza installata ben superiore, producano meno gigawattora (GWh).
Per contrastare i cambiamenti
climatici l’unica prospettiva sensata è quella della
corretta transizione energetica dalle fonti fossili
tradizionali (petrolio, carbone, gas naturale) alle fonti rinnovabili (sole
acqua, vento).
Per la Sardegna, invece, vengono adottate scelte schizofreniche,
essendo stata aperta anche la strada per l’utilizzo massivo
del gas naturale, oggi assente, nonostante il pesante impatto
ambientale e socio-economico e la decisamente scarsa utilità.
Che cosa si potrebbe fare. Le proposte.
Dopo aver quantificato il quantitativo di energia elettrica realmente
necessario a livello nazionale, sarebbe cosa ben diversa se fosse lo Stato a
pianificare in base ai reali fabbisogni energetici le aree a mare e a terra
dove installare gli impianti eolici e fotovoltaici e, dopo coinvolgimento di
Regioni ed Enti locali e svolgimento delle procedure di
valutazione ambientale strategica (V.A.S.), mettesse a bando di gara
i siti al migliore offerente per realizzazione, gestione e rimozione al termine
del ciclo vitale degli impianti di produzione energetica.
Inoltre, come afferma e certifica l’I.S.P.R.A.(vds. Report Consumo di
suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2023, Report n.
37/202)), è molto ampia la superficie potenzialmente disponibile per
installare impianti fotovoltaici sui tetti, considerando una serie di fattori
che possono incidere sulla effettiva disponibilità di spazio (presenza di
comignoli e impianti di condizionamento, ombreggiamento da elementi costruttivi
o edifici vicini, distanza necessaria tra i pannelli, esclusione dei centri
storici).
Qui la stima ISPRA 2023,
suddivisa per superfici utili per ogni Comune italiano.
Dai risultati emerge che la superficie netta disponibile può variare da 757 a 989 km quadrati. In sostanza, si spiega, “ipotizzando tetti piani e la necessità di disporre di 10,3 m2 per ogni kW installato, si stima una potenza installabile sui fabbricati esistenti variabile dai 73 ai 96 GW”. A questa potenza, evidenziano i ricercatori dell’Ispra, si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, in corrispondenza di alcune infrastrutture, in aree dismesse o in altre aree impermeabilizzate; “ipotizzando che sul 4% dei tetti sia già installato un impianto, si può concludere che, sfruttando gli edifici disponibili, ci sarebbe posto per una potenza fotovoltaica compresa fra 70 e 92 GW”. Analoghe considerazioni sono state argomentate (vds. Fotovoltaico, all’Italia basterebbero i capannoni industriali, su Nuova Energia 3/2023) dal Prof. Angelo Spena, professore emerito di Fisica Tecnica Ambientale e Gestione ed Economia dell’Energia presso l’Università degli Studi di Roma – Tor Vergata, in precedenza presso le Università di Roma La Sapienza e di Perugia, attualmente Presidente del Gestore Mercati Energetici (GME), società pubblica che agisce nel rispetto degli indirizzi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e delle previsioni regolatorie definite dall’Autorità di Regolazione per Energia Rete e Ambiente (ARERA). Il GME organizza e gestisce i mercati dell’energia elettrica, del gas naturale e quelli ambientali, nel rispetto dei principi di neutralità, trasparenza, obiettività e concorrenza.
Ulteriore elemento produttivo – finora non adeguatamente preso in
considerazione – è individuabile nella realizzazione di
pannelli fotovoltaici lungo le principali arterie stradali (autostrade,
superstrade)
Energia producibile senza particolari impatti ambientali e conflitti
sociali.
Energia producibile in modo diffuso, democratico, più facilmente
controllabile dalle popolazioni interessate.
Forse, la risposta alla domanda è proprio qui: tale produzione energetica
danneggerebbe i grandi produttori, compresi quelli di proprietà pubblica.
Qui un approfondimento del complesso rapporto fra energia e territorio e
sulle proposte del GrIG: Quali soluzioni per
una transizione energetica che realmente rispetti l’ambiente e il territorio?
Che cosa può fare ognuno di noi.
Nessun cittadino che voglia difendere il proprio ambiente
e il proprio territorio, salvaguardando contemporaneamente il
proprio portafoglio, può lavarsene le mani.
Quanto sta accadendo oggi in Italia nell’ambito della transizione
energetica sta dando corpo ai peggiori incubi sulla sorte di boschi,
campi, prati, paesaggi storici del nostro Bel Paese.
Il sacrosanto passaggio all’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile
(sole, vento, acqua) dalle fonti fossili tradizionali (carbone, petrolio, gas
naturale) in assenza di pianificazione e anche di semplice buon senso sta
favorendo le peggiori iniziative di speculazione energetica.
E’ ora che ciascuno di noi faccia sentire la sua voce: firma, diffondi e
fai firmare la petizione popolare Si all’energia
rinnovabile, no alla speculazione energetica!
La petizione popolare, promossa dall’associazione ecologista Gruppo
d’Intervento Giuridico (GrIG), si firma qui https://chng.it/MNPNNM9Q62. Ormai siamo più di
23 mila ad averlo già fatto.
Fra le migliaia di sottoscrizioni, quelle di personalità della cultura
impegnate nella tutela del Bel Paese (fra queste Caterina Bon
Valsassina, dirigente del Ministero della Cultura e Direttrice
dell’Istituto Centrale del Restauro, Margherita Eichberg,
Soprintendente per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di
Viterbo e l’Etruria Meridionale, Gino Famiglietti,
dirigente del Ministero della Cultura), archeologi (fra loro Carlo Tronchetti, Angela Antona, Margherita Corrado),
uomini di scienza (come l’antropologa Maria Gabriella Da Re, lo
psicoterapeuta Alberto Schön,
il biologo ed etologo Sandro Lovari),
personalità impegnate nella società, in politica e nell’economia, come Renato Soru, Vannozza Della Seta, Cesare Baj,
anche personaggi dello spettacolo, come l’attrice Caterina Murino e la
notissima cantante Nada,
impegnata da tempo per contrastare la speculazione
energetica nella sua Maremma.
Soprattutto migliaia e migliaia di cittadini che vogliono esser ascoltati.
Siamo ancora in tempo per cambiare registro.
In meglio, naturalmente.
sabato 11 luglio 2026
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia - Laura Guglielmi
Ci sono giornaliste che obbligano il mondo a guardarsi allo specchio. Lydia
Cacho appartiene a una costellazione di donne che hanno trasformato il
giornalismo in un atto di coraggio civile. Un atteggiamento verso la
professione che ricorda, da vicino, quello di Politkovskaja, perseguitata e
uccisa in Russia per avere denunciato la brutalità del potere (vedi qui); o quella di Taro,
che pagò con la vita il suo modo di raccontare la guerra (vedi qui); o ancora quella di Nellie
Bly, che si fece rinchiudere in un manicomio per smascherare gli abusi
(vedi qui). La genealogia è la
stessa: reporter che hanno scelto di vedere ciò che altri evitano
persino di pensare. Non hanno scelto la via più facile, ma quella più
pericolosa, l’unica che permetteva loro di dire la verità.
Cacho, nasce a Città del Messico nel 1963; sua madre – psicologa e
femminista di origine franco-portoghese – le insegna che la dignità non si
negozia. È un imprinting che tornerà in ogni pagina, in ogni indagine, in ogni
ferita. Presto capisce che per spiegare il Messico, per farlo davvero,
bisogna scendere negli abissi della violenza domestica e sessuale
contro donne e bambini, dove lo Stato preferisce non guardare. Negli anni
Novanta, lavora nei centri di accoglienza per donne maltrattate,
ascolta storie che nessuno vuole ascoltare, vede da vicino la trama di
complicità che protegge i carnefici. È lì che matura la convinzione che il
giornalismo non può limitarsi a registrare: deve intervenire, deve rompere il
silenzio, deve diventare strumento di protezione per chi non ha voce.
Nel 2005, pubblica Los demonios del Edén. El poder que protege a la
pornografía infantil, un libro che scuote il Paese. Cacho documenta
un vasto giro di pedofilia e sfruttamento minorile, facendo nomi e cognomi
di imprenditori, politici, uomini di affari, protetti da una rete di
potere che si crede intoccabile. Non è solo un’inchiesta: è un atto d’accusa
contro un sistema che normalizza la violenza e garantisce l’impunità. Le
istituzioni messicane reagiscono come spesso fanno i poteri feriti: si
vendicano. Nel dicembre 2005, Cacho è arrestata, sequestrata dalla
polizia e condotta a Puebla. Quello che doveva essere un trasferimento si
trasforma in un viaggio all’inferno lungo 1.500 chilometri, durato venti ore.
Sola, in un’auto con tutti agenti uomini, l’autrice è privata di tutto: del
cibo, del sonno, del diritto di andare in bagno e delle medicine necessarie per
curare la sua bronchite. In quel veicolo, si consuma una violenza feroce, sia
fisica sia psicologica. Sotto la costante minaccia di morte, Cacho subisce
palpeggiamenti e abusi sadici da parte di un agente, che le inserisce la
pistola in bocca per poi passarla sul seno e puntarla contro i genitali,
umiliandola fino a farle perdere il controllo del proprio corpo. Quando l’auto
finalmente arriva alla procura di Puebla, l’incubo non finisce: ad attenderla,
nuove aggressioni fisiche e palpazioni forzate. Nemmeno l’ingresso formale nel
carcere preventivo, riesce a proteggerla da un flusso continuo di minacce.
Una violenza non solo politica, ma fisica, diretta, brutale. Cacho, del resto,
non era nuova a questi abusi: nel 1999 era già stata aggredita e violentata in
un bagno pubblico, un attacco che lei stessa collega alle sue prime indagini
sulla tratta. Nel 2007, la sua auto era stata sabotata. Vive per anni sotto
scorta, cambia casa più volte, riceve minacce quotidiane. Eppure, non arretra.
Continua a indagare, a denunciare, a dirigere il centro di protezione per donne
e bambine vittime di violenza, a Cancún, uno dei pochi luoghi del Paese dove
chi fugge da reti di sfruttamento può trovare rifugio. La sua vita trascorre in
un equilibrio precario, tra la necessità di proteggersi e quella, più forte, di
continuare a parlare. Ma non smette: dal 2006, Cacho è tra le voci più
autorevoli nel denunciare e documentare i femminicidi di Ciudad Juárez, un
luogo famoso per le tremende uccisioni di centinaia di donne. Tra gli anni
Novanta e i primi anni Duemila, si stima che ne siano state uccise da
quattrocento a mille, uno dei casi più emblematici di violenza di
genere al mondo.
Il suo lavoro investigativo ha contribuito a sollevare il velo su
una realtà agghiacciante: queste ragazze, spesso giovanissime e migranti
interne, si trovavano a Juárez da sole, attirate dal miraggio di un salario
nelle grandi fabbriche di montaggio statunitensi, le maquilladoras,
dislocate lungo la frontiera. Separate dalle proprie famiglie, prive di tutele,
erano diventate i bersagli di un sistema criminale sistematico. In Messico,
infatti, il femminicidio è alimentato da un tasso di impunità altissimo,
con i corpi delle donne usati come merce, o come messaggi di terrore, dai
cartelli del narcotraffico. Il suo lavoro racconta un Messico che non vuole
vedersi: un Paese in cui il femminicidio è quotidiano, dove la violenza
contro le donne è sistemica, e dove l’impunità è la regola.
“Il problema non è solo la violenza – ripete infatti –, è l’impunità che la
normalizza”. Le sue parole risuonano come un atto di accusa non solo contro i
singoli responsabili, ma contro un intero sistema che preferisce ignorare.
Eppure, proprio perché così scomoda, la sua voce diventa impossibile da
silenziare. Amnesty International la definisce “forse la più famosa giornalista
investigativa del Messico”, mentre una rete internazionale di artisti,
intellettuali e attivisti, da Iñárritu a Susan Sarandon, da Gael García Bernal
a Noam Chomsky, si mobilita per proteggerla. Un prezioso aiuto e uno stimolo a
continuare, così come i premi prestigiosi, tra cui il Ginetta Sagan per i
diritti delle donne e dei bambini, del 2007: è la prima cittadina messicana a
ricevere questo prestigioso riconoscimento. Come ricorda la motivazione del
premio Unesco, ricevuto nel 2008, Lydia Cacho ha voluto stare in prima linea
per esigere la risoluzione dei casi irrisolti di Juárez, contribuendo a
rendere “femminicidio” non più solo un termine sociologico, ma una categoria
giuridica internazionale.
Nel luglio del 2019, Lydia Cacho è vittima di un grave attentato.
Due uomini armati fanno irruzione nella sua abitazione a Cancún, uccidendo i
suoi cani, rubando materiale d’indagine e lasciando chiare minacce di morte,
costringendola a fuggire in esilio in Spagna. Per fortuna lei non è in
casa. Oggi Lydia Cacho vive a Madrid, in un esilio blindato e sotto
scorta ufficiale; il governo spagnolo le ha concesso la cittadinanza. In
Europa, ha ricostruito una quotidianità spezzata, ma ha rifiutato il
ruolo di vittima silenziosa: continua a scrivere, a coordinare reti di
protezione contro la tratta, e a collaborare a serie e documentari per aggirare
i silenzi giudiziari. Il prezzo emotivo, tuttavia, resta altissimo. Chi la
incontra descrive una donna dalla forza intatta, ma i cui occhi tradiscono la
nostalgia per il suo Messico e il trauma dell’ultima aggressione subìta nel
2019. Vivere in Spagna significa abitare in una terra di mezzo: il corpo è in
salvo, tra le strade ordinate, ma la mente e il cuore sono ancora là, a scavare
nella sabbia insieme alle madri di Juárez per pretendere giustizia.
La sua storia è un promemoria feroce: il giornalismo può ancora
essere un atto di resistenza, un gesto di protezione, un modo per restituire
dignità a chi l’ha perduta. E ci sono donne che, pur sapendo di essere nel
mirino, continuano a scrivere. Perché il silenzio, quello sì, uccide.
https://www.terzogiornale.it/2026/06/17/lydia-cacho-paladina-del-giornalismo-di-denuncia/