domenica 22 marzo 2026

Referendum sulle carriere: sfida all’OK Corral - Ugo Boghetta

Si avvicina la resa dei conti, ovvero il voto sul referendum in merito alla separazione delle carriere. È una sfida all’OK Corral. È il momento che i malfattori — Licio Gelli, Berlusconi e la loro pletora di corruttori, corrotti, servi e parassiti — aspettavano da tempo. La campagna è già calda. I primi a distinguersi sono alcuni membri del governo. Basterebbe ascoltarli e avere una minima infarinatura su cosa sia la giustizia per votare No.

Il ministro Nordio ha infatti affermato che la riforma, per me la controriforma, non ha come obiettivo l’efficientamento della giustizia. Qualsiasi cittadino dotato di un minimo di buon senso prima si occuperebbe di far funzionare la macchina ingolfata che pesa su tutto il sistema, poi eventualmente farebbe altro. Sempre l’ineffabile Nordio ha formulato una domanda retorica con lo sguardo furbetto: «Tutti i poteri devono essere controllati, chi controlla la magistratura!?». Questa seconda affermazione è una dichiarazione d’intenti: il controllo della magistratura, appunto. La Costituzione, tuttavia, è basata sull’equilibrio dei poteri. Anche quello giudiziario è dunque un potere. Che qualcuno possa controllarne un altro in senso politico è incostituzionale e inaccettabile. Per altro verso, una certa conflittualità fra poteri è nell’ordine delle cose. Ma Nordio afferma che il potere politico si sente «a sovranità limitata». Tradotto: non ci lasciano fare quello che vogliamo come vogliamo, cioè senza regole. Vogliono dunque indebolire la magistratura per ridurre i controlli di legalità sulla politica politicante, ovvero sul governo di turno. Infatti Nordio aggiunge che questi cambiamenti andrebbero poi a beneficio del centrosinistra qualora ritornasse al governo. Più chiaro di così!

Ciò che invece va rimarcato è che dei tre poteri — legislativo, esecutivo e giudiziario — ormai i primi due sono diventati la stessa cosa. Gran parte della legislazione viene dal governo e dalla decretazione d’urgenza. E quando serve si ricorre sempre al voto di fiducia. Quindi, semmai, lo squilibrio è a favore dei governi e, invece, si dovrebbe ripristinare il ruolo del Parlamento.

Andrebbe inoltre ricordato al Nostro e ai suoi amici che nel nostro ordinamento solo il popolo è sovrano. E lo è, peraltro, nell’ambito della Costituzione stessa.

Ma le questioni non finiscono certo qui. Risulterà ancor più evidente nelle osservazioni che seguiranno che si vuole perseguire l’immunità e l’impunità della politica, dei padroni e di quel corollario ormai implicito che è la grande criminalità organizzata.

Come avverrebbe questa messa sotto tutela della magistratura?

In primo luogo va ricordato che da decenni è in atto una campagna avvelenata contro i magistrati. Certo, errori ne sono stati fatti; tuttavia questo è avvenuto in un contesto in cui «la politica» è andata sempre contro la Costituzione. E dopo Tangentopoli la corruzione è diventata ancor più diffusa e pervasiva. È la storia della putrida 2ª Repubblica e della sua torsione neoliberista. Ciò che si vuole ottenere, infatti, è la legittimazione del laissez-faire.

La Carta del ’48 invece non solo riguarda diritti e doveri, ma contiene un’idea di società para-socialista. E questo non è mai andato bene a lor signori. Si sono pure scomodati da Oltre Atlantico a condannarla: vedi la Trilaterale con la sua fatwa contro l’eccesso di democrazia e stato sociale.

E non si è trattato solo di parole. Basta mettere in fila il collegamento che unisce P2, morte di Moro e ora, fra altre, la separazione delle carriere.

Si usa dunque come pretesto la separazione dei giudici dai PM per indebolire l’indipendenza complessiva del potere giudiziario. Infatti è noto che la separazione delle carriere esiste già. Ed è falsa la comunanza fra giudici e PM se è vero che oltre il 50% dei procedimenti viene rigettato dai giudici.

Il punto decisivo è il CSM. Organo che non esisteva sotto la monarchia e il fascismo, ma che i costituenti hanno voluto proprio come strumento per rendere concreta l’indipendenza della magistratura stessa.

Come è noto, questo organo viene innanzitutto diviso: uno per i giudici e un altro per i magistrati. Poi compare magicamente un organo unitario: l’Alta Corte per i provvedimenti disciplinari, come se questa fosse la questione principale. Peraltro il CSM attuale è uno dei più duri sui comportamenti interni, comparato con altre nazioni. In questo modo è ipotizzabile che si auspichi l’insorgenza di conflitti fra CSM. Un modo per indebolirli è il sorteggio con la scusa di contrastare le correnti. Ma le correnti rimarranno e magari, nel sorteggio, avrà una prevalenza una su un’altra: altro elemento di diatriba. Siamo a Roma e il divide et impera è di casa.

Un argomento usato è che la separazione delle carriere esiste in gran parte del mondo occidentale. Girano delle tabelle a tal proposito, ma sono sbagliate. In questi schemi infatti l’Italia è collocata nella colonna della comunanza delle carriere. In realtà, come sappiamo, il nostro Paese dovrebbe stare nella colonna della separazione. In tutti i sistemi infatti forme di relazione fra i due ruoli, a monte o a valle, esistono ovunque.

Quello che invece non si dice è il seguito. Vale a dire che dove c’è la separazione delle carriere i PM sono in vario modo sottoposti al servizio degli esecutivi. Non è un caso che il ventriloquo ministro Tajani abbia preventivato anche il passaggio della polizia giudiziaria sotto l’esecutivo. Sembra di sentire Berlusconi: era un suo pallino. Questo è un aspetto importante perché con questa ulteriore separazione sarebbero state impossibili le grandi inchieste di questi ultimi decenni, di cui non a caso i malfattori si lamentano tanto. Inoltre, se è chiaro l’obiettivo di indebolire i giudici, è altrettanto chiaro che, se non si vuole un superpoliziotto, bisogna imbrigliare anche i PM.

Qui infatti casca un altro asino. Sempre il nostro loquacissimo Nordio afferma che il cambiamento persegue il garantismo. In realtà, nel nostro ordinamento attuale il PM non è solo la pubblica accusa, ma persegue la giustizia. Se infatti viene a conoscenza di un elemento favorevole all’imputato deve farlo presente. Poi, con il controllo dei PM, scomparirà anche l’obbligo di perseguire d’ufficio i reati. È dunque anche il garantismo che viene a indebolirsi.

Infine va sottolineato che il costo del funzionamento dei tre CSM salirebbe da 50 a 150 milioni l’anno, ma è un aspetto marginale.

Il contesto in cui si colloca l’oggetto del referendum rende il tutto ancor più illuminante e devastante. Il governo di destra infatti ha già più volte operato in ambiti affini, ma tutti convergenti rispetto all’obiettivo già sopra sottolineato: l’impunità e l’immunità dei potenti e dei loro servi.

Ad ogni evento con un qualche elemento di tragicità e trucidità il governo ha emanato un Decreto Sicurezza: Cutro, Vairano, fatti di Torino. Lo scopo è in gran parte propagandista, ma ciò nondimeno cambia il diritto oltre ogni dire. Inoltre, se la situazione lo richiederà, le nuove norme restrittive sono già lì, belle e pronte all’uso.

Ma non si sono fermati a questo.

Durante il Covid si era attenuato l’abuso d’ufficio in quanto, in stato d’emergenza, gli amministratori dovevano operare in tempi e modalità che andavano oltre la legge. Ebbene, il governo ha reso permanente tale sospensione. Lo stesso abbassamento dei controlli si è operato in materia di appalti. Si è anche intervenuto a limitare il traffico di influenze illecite. Parimenti si è operato in materia di intercettazioni, limitandone l’uso. È in questo iter che sempre il nostro ineffabile Nordio ha concepito il termine di modica mazzetta contro cui non si dovrebbe agire. Mentre, ad esempio, notizie reperite in materia di accattonaggio rimangono valide. Materie, come si vede, a cui da sempre sono sensibili politici, affaristi e criminali. Sono dei classici.
Forti coi deboli e deboli con i forti, insomma.

A fine anno, a tambur battente, si è poi provveduto a limitare l’azione della Corte dei Conti. I reati sono perseguibili, ma l’eventuale risarcimento dei danni erariali è stato ridotto a modiche cifre. Il resto del danno, come sempre, lo paga «Pantalone». Del resto, la Corte dei Conti aveva osato bocciare la delibera del Ponte sullo Stretto. E lo aveva fatto con due motivazioni ineccepibili. L’importo dell’opera era tale che serviva il bando europeo. La seconda motivazione riguardava il fatto che il documento del governo parlava di soldi privati mentre invece si procede con denaro pubblico. Ma la Corte aveva messo il naso anche nello spreco del centro per immigrati in Albania, la vendita sotto prezzo e tangenti di palazzi in Veneto, storno di soldi per la sanità in Liguria, il piano dei rifiuti in Sicilia basato solo sugli inceneritori. E sono solo esempi che si riferiscono al mese di dicembre 2025.

Questi esempi illustrano più di ogni ragionamento i fini che si prefigge il governo. Non devono essere messi bastoni fra le ruote ai poteri politici, economici, affaristici e alle sottostanti organizzazioni criminali. Ciò, tuttavia, crea ulteriore frammentazione e insicurezza. Ne va di mezzo la tenuta del Paese e la democrazia, le quali non possono esistere senza un’etica e una morale pubblica.

Non che prima di questi interventi le cose fossero idilliache. L’impunità e l’immunità sono state un vessillo da sempre sventolato dai ceti dirigenti italioti: dal Risorgimento ai giorni nostri.

Se guardiamo chi sta in carcere, ad esempio, vediamo come politici, imprenditori, amministratori siano un’infima minoranza. Per corruzione, concussione e reati finanziari i detenuti sono mediamente fra lo 0,5% e lo 0,8%. Ciò appare ben strano visto che l’Italia per corruzione è al 17° posto nell’Unione e al 54° posto nel mondo. Dati che ci parlano invero della corruzione percepita, ma quella reale è ben peggio.

Tutto ciò ci dice una cosa molto netta: ci troviamo dinnanzi a una giustizia classista. Situazione che purtroppo la Repubblica non è mai riuscita a cambiare proprio in virtù dei rapporti di forza e del ruolo delle forze conservatrici e reazionarie. Non è un caso che la Corte costituzionale sia stata varata nel 1956 e il primo CSM nel 1958! Tutto ciò è avvenuto nonostante la Costituzione e contro la Costituzione. Anche certa magistratura ha favorito questo andazzo; ultimo il caso Palamara. Basti pensare poi quanto tempo c’è voluto perché il fenomeno mafioso venisse indicato in quanto tale. E quanti magistrati, politici e cittadini onesti sono morti per giungere questo cambiamento culturale e politico.

In questa impronta classista non si può non parlare dell’inaccettabile lunghezza dei processi. Questa situazione non è una casualità, poiché è funzionale a chi ha le facoltà economiche di permettersi un buon avvocato per tirarla per le lunghe e puntare alla prescrizione. Peraltro, non esistendo nel nostro ordinamento la possibilità di aggravare la pena in caso di appello, non a caso tutte le sentenze vengono appellate, intasando il sistema, mentre alle procure e ai tribunali mancano uomini e mezzi.

Ciò che sta avvenendo è insito nella cosiddetta 2ª Repubblica, in cui neoliberismo e corruzione diffusa sono l’uno il prodotto dell’altra. L’unica anomalia in questi ultimi anni è stata la presenza in vari governi del M5S. Non è un caso che quelli con la loro forzata presenza per ragioni numeriche non siano durati più del giro delle quattro stagioni. E non a caso siamo passati dallo Spazza Corrotti al Salva Corrotti.

In questo contesto, per capirci qualcosa, i cittadini italiani dovrebbero chiedersi: in questi decenni i problemi sono venuti dalla magistratura o non invece da una politica di centrodestra/centrosinistra succube dei mercati e dei poteri sovranazionali? Il peggioramento complessivo del Paese sociale, morale, culturale, politico, economico è colpa della magistratura o della politica politicante?

E governo e maggioranza che legittimità hanno per mettere sotto tutela la magistratura, visto che hanno il consenso di un elettore su tre e più del 40% dei cittadini non vota più? Anzi, nelle recenti regionali si è sforato quasi ovunque il 50% di non voto.

Non è dunque la magistratura a essere politicizzata: è la politica; sono i partiti che non la fanno ormai più. E l’indipendenza che servirebbe è quella dai mercati, dalle multinazionali, dalla finanza, dai poteri ademocratici sovranazionali.

La conclusione è che corrotti, corruttori, parassiti, criminali e le loro emanazioni politiche hanno tutto il vantaggio a votare Sì. Non a caso, il fronte del Sì è trasversale alla destra e al centrosinistra. Bisognerà vedere quanto popolo bue riusciranno a portarsi dietro.

Ciò porta alla necessità di impostare questa campagna in maniera populista, poiché si deve tener conto delle frammentazioni intervenute a tutti i livelli: sociale, politico, culturale; classista, perché il substrato si misura sul lavoro, la redistribuzione della ricchezza e dunque del potere; giustizialista, poiché in Italia il termine non rappresenta l’esagerata volontà di punire, ma la necessità di perseguire corruttori, corrotti e criminali. Quello che deve emergere in questo referendum è lo scontro alto/basso, popolo e ceti corrotti. Deve essere rivolta e indignazione di un Paese ridotto a un colabrodo e fuori controllo. Ahinoi!

Bisogna dunque impegnarsi in questa campagna referendaria. In primo luogo, una vittoria del No non peggiorerebbe la situazione specifica e generale e, di questi tempi, questa sarebbe già una buona notizia. In secondo luogo, darebbe un primo stop a un governo che si sta allargando oltre misura, anche se rappresenta solo un terzo degli italiani. E ci si deve impegnare nonostante la compresenza del Partito Democratico che della situazione politica, economica, sociale, collocazione internazionale e vittoria della destra è il principale responsabile. Fargli intestare l’eventuale vittoria sarebbe davvero una beffa.

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sabato 21 marzo 2026

Un’inchiesta rivela il buco della sanità piemontese. Più si sale peggio va - Mariano Turigliatto

 

Un giornalista, Stefano Rizzi, e un giornale on-line, lo Spiffero, fanno il loro mestiere e pubblicano un resoconto, numeri alla mano, dell’agghiacciante situazione della sanità piemontese dopo quasi nove anni della “Cura Cirio“, ora delegata all’assessore Riboldi dopo cinque anni di Icardi. Meno male che c’è ancora qualcuno che lo fa, visto il clima da calma piatta prima della bufera nel quale sguazza anche un’opposizione da strapparsi i capelli.

Tuttavia nemmeno il più disincantato studioso delle malefatte del centrodestra avrebbe immaginato che il direttore del giornale fosse chiamato a difendere l’operato, suo e del giornalista, di fronte alle pressioni che vengono addirittura dai ministeri romani per ridurre al silenzio l’informazione libera. Invece pare che sia successo stando a quanto riferisce il direttore dello Spiffero senza troppe remore. Il coraggio è una merce rarissima, perciò vale la pena di raccontare questa storia. Fa il paio a mio avviso con i dossier genovesi commissionati da Bucci a danno del Secolo XIX, del “solito sistema clientelare” per far vincere il Sì e di chissà quanti episodi che non arrivano alle cronache perché c’è chi si piega prima.

La sanità piemontese è un pozzo senza fondo che neanche nei romanzi horror, prestazioni di eccellenza e sciatteria senza limiti, in un allegro caos che demotiva il personale che vorrebbe fare il lavoro per cui è pagato e premia spesso i fedeli, e quelli della corrente giusta, a scapito dei bravi. Più si sale e peggio vacome ho diffusamente raccontato in post passati. Di ospedali nuovi neanche l’ombra, consulenze come se non ci fosse un domani, piani finanziari sballati e gare bloccate sine die per impossibilità di aggiudicazione. Le liste d’attesa spingono i pazienti con qualche soldo rimasto verso la sanità dell’intramoenia, le case di comunità nascono col contagocce e spesso per finta, festeggiano gli ambulatori privati verso i quali vengono dirottate tutte le prestazioni, anche quelle di base che più non si può. Cresce senza controllo il debito della Regione, lo dicono i dati comunicati ufficialmente dai direttori generali della sanità per l’anno in corso.

Quasi un gioco da ragazzi per il giornalista mettere in fila i numeri del disastro. Li elenca in un articolo annunciandoci che il debito previsto per il 2026 dai direttori generali di ASL e ASO si avvicina al miliardo di euro; basterebbe molto meno per rendere inevitabile il commissariamento della Regione da parte del MEF, quindi la preoccupazione è forte. Il tutto mentre in Tribunale è in svolgimento il maxi-processo per l’ammanco della Città della Salute e non passa giorno senza che emergano fatti sconcertanti. Intanto si apprende che la Regione stanzia di corsa 203 milioni per coprire le maggiori spese sanitarie del 2025, ovviamente togliendo i soldi da altri capitoli del suo bilancio. Non basta, i Bilanci 2024 e 2025 sono ancora alla firma del direttore della sanità regionale, dopo che consulenti strapagati ne hanno certificato oggi la correttezza per essere smentiti domani dai periti del Tribunale. Facile immaginare il panico che deve circolare fra gli alti papaveri della sanità regionale.

L’assessore Riboldi replica immediatamente con un video che, invece di smentire, conferma; soprattutto che non ha ancora dimestichezza con i bilanci del suo assessorato, così che confonde poste e annualità di esercizio. Il giornalista non ci sta e risponde con i numeri a quella che definisce “propaganda da cinegiornale” dell’assessore. Il titolo del suo articolo non lascia spazio all’immaginazione: “Profondo rosso nei conti della Sanità, per l’assessore è solo ‘fantasia’”. Essere solidali con giornali e giornalisti dalla schiena dritta vuol dire anche raccontare queste storie. Però i centrodestri sono davvero ammalati di presunzione per non immaginare la reazione di un giornale, a volte molto vicino a loro, ma riferimento per una bella parte di opinione pubblica piemontese proprio per la sua autonomia.

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venerdì 20 marzo 2026

La montagna che non sappiamo più riconoscere - Michele Agagliate

 

Un lupo grigio attraversa di notte le strade di Valstrona, alle porte del parco naturale dell’Alta Val Sesia e dell’Alta Val Strona. Viene fotografato tra le case poco dopo mezzanotte. L’immagine circola, la notizia finisce sui giornali e scatta subito l’allarme.

Il sindaco del comune, Ivan Rainoldi, commenta così l’avvistamento:

«Ora abbiamo paura: non si può più aspettare, si deve intervenire».

È una frase che merita di essere riletta con calma. Prendetevi tranquillamente il vostro tempo.

Bene. Qui non stiamo parlando di un animale esotico; di una specie aliena arrivata per sbaglio nelle Alpi. Stiamo parlando di un lupo grigio. In una valle alpina. You get what I mean, right?.

Rainoldi guida Valstrona con una lista civica che si chiama “Vivere la montagna”. E proprio il nome della lista, a questo punto, solleva una domanda piuttosto semplice: che cosa significa davvero vivere la montagna?

Significa convivere con gli ecosistemi che la abitano, oppure pretendere che la natura si comporti come un giardino pubblico?

Il lupo non è un intruso nelle Alpi. È una specie autoctona che per secoli ha fatto parte di questi territori. Semmai l’anomalia storica è stata la sua scomparsa, causata da persecuzioni sistematiche e sterminio. Il suo ritorno non è il segno di una natura fuori controllo, ma il contrario: è uno dei pochi indicatori che gli ecosistemi alpini stanno lentamente recuperando equilibrio.

Questo non significa negare le difficoltà di chi vive e lavora in montagna: gli allevatori sanno bene che la convivenza con i predatori non è mai stata semplice. Ma proprio per questo sorprende che un amministratore locale trasformi un episodio del tutto normale in un’emergenza.

Se davvero vogliamo “vivere la montagna”, forse il primo passo è ricordare a tutti i Rainoldi che la montagna non è una scenografia turistica né un parco urbano. È un ecosistema. E negli ecosistemi italiani, ogni tanto, passano anche i lupi.

Rainoldi parla di paura. È una parola potente, ma andrebbe usata con cautela.

Gli attacchi mortali di lupi all’uomo nel mondo moderno sono eventi rarissimi. Le statistiche internazionali parlano di poche decine di casi in quasi vent’anni, la maggior parte legati a contesti molto specifici o alla rabbia. In Europa e in Italia si tratta di episodi praticamente inesistenti.

Nel frattempo, però, ogni anno sulle strade italiane muoiono più di tremila persone. Nel mondo gli incidenti stradali provocano circa 1,2 milioni di vittime l’anno.

Eppure non vediamo sindaci invocare “interventi urgenti” contro le automobili.

Con rischi immensamente più grandi conviviamo ogni giorno senza farci caso. Basta salire in macchina e girare la chiave.

Il lupo grigio, invece, continua a farci paura anche quando si limita ad attraversare una valle che è sempre stata casa sua. Do you understand the paradox?

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giovedì 19 marzo 2026

La coperta corta - Miguel Martinez

Ogni giorno, in rete, leggo una notizia catastrofica. Ad esempio, sembra sempre più possibile che tra qualche decennio, a causa delle modifiche climatiche indotte dall’attività umana, collassi la Corrente del Golfo. E da lì, possiamo ipotizzare le conseguenze, il congelamento dell’Europa che invece oggi si sta riscaldando in maniera pericolosa…

Come sempre si tratta di ipotesi, non sappiamo proprio cosa succederà in realtà: gli ultimi studi dicono che sapremo solo tra vent’anni se il processo di collasso sarà irreversibile.

Ma gli elementi sono tutti interessanti: gli scienziati ritengono altamente probabile una catastrofe per mio figlio indotta proprio da quello che faccio io per cercare di “stare meglio”; ma siccome sono le variabili sono troppe per gli scienziati, in realtà non abbiamo idea cosa succederà.

Su questo blog, mi capita a volte di affermare che la coperta si sta facendo corta.

Percepisco, come tantissimi, che stiamo passando dal mondo in cui siamo cresciuti almeno qui in Europa, dove eravamo sicuri che ieri c’era la miseria, oggi stiamo così così, e i nostri figli vivranno nell’abbondanza, a un mondo in cui non solo sappiamo di non sapere cosa succederà domani, ma sentiamo che quello che succederà, potrà essere catastrofico per miliardi di persone, comprese quelle più care a noi, per non parlare del mondo attorno a noi, che mica esistono solo gli umani.

Lo dico in modo volutamente vago ed emotivo.

Ora, secondo la scuola, per sapere come andranno davvero le cose, basta rivolgersi alla scienza. Se più dati indicano il progresso, che il regresso, allora progrediamo e va tutto bene. E viceversa.

Solo che i dati non sono sul tipo, “sei fattori dicono andiamo bene, quattro che andiamo male, quindi andiamo bene”.

I dati sono indefiniti. Non possiamo nemmeno lontanamente immaginare il numero di variabili coinvolte. E ci sarà sempre una variabile che smentisce le altre.

I dati non sono quindi fredde verità: poiché posso scegliere tra innumerevoli miliardi di dati, scelgo in base ai miei desideri. E così i dati si trasformano in drammi o speranze, in poesia, in armi.

Anni fa, lessi che i politici non usano le statistiche come lampioni per illuminarsi la strada, ma alla maniera degli ubriachi che ai lampioni si reggono per non cascare: infatti qualsiasi social è un lancio di statistiche e controstatistiche, scagliate addosso agli ignoranti che negano la verità scientifica.

Si arriva così ai ferri corti, ma mai alla verità.

Dire che la coperta si sta restringendo è dimostrabile con una quantità impressionante di dati (“stanno scomparendo i pescetalpa della Groenlandia! Hanno licenziato diecimila dipendenti della Megasoft!“); ma chi non ci vuole credere può sicuramente contare su un arsenale altrettanto impressionante di contro-dati (“sono aumentati del 21,12% i criceti dell’Arizona! 11.310 nuovi posti di lavoro in una fabbrica di armi in India!”).

Io non parto dai dati, per il semplice motivo che non ho mille fatterelli da buttare dalla parte mia contro i mille che hanno quelli che la pensano diversamente da me.

Parto, al contrario, dalle due certezze fondamentali della nostra esistenza.

Certezza Uno:

«Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma»

Certezza Due:

«Puoi vedere una tazzina cadere dal tavolo e rompersi sul pavimento. Ma non vedrai mai una tazzina che si raccoglie e salta di nuovo sul tavolo».

Questa seconda certezza (come narrata da Stephen Hawking) è la Legge dell’Entropia.

Che dice che, senza eccezione alcuna, mai, in tutto l’universo, ogni volta che si crea un po’ di Ordine, si crea ancora più Disordine.

Noi sappiamo che l’Universo parte da un Ordine Assoluto e precipita verso un Disordine finale. Che a me sembra un po’ la prova dell’esistenza di Dio, non necessariamente barbuto e di fede cattolica, ma certo Creatore.

Spesso si deridono i terrapiattisti. Ora, io sono solo un laureato in lingue orientali, ma sospetto che un pianeta piatto sia molto più plausibile di un pianeta non entropico.

Tutto ciò che chiamiamo Civiltà è un tentativo di creare Ordine.

E sappiamo con certezza (non è un punto di vista, è un fatto) che aumentare l’Ordine può solo aumentare il DisordineCe la caviamo qui sulla Terra grazie a un Essere incredibile, il Sole, che da quattro miliardi di anni trasforma in ogni istante il proprio Ordine in Disordine, donando così Ordine.

L’Ordine incredibile che esiste attorno a noi – la bellezza della persona di cui ci innamoriamo, o il fatto che un gatto abbia voglia di giocare, o che a Palazzolo Acreide si faccia la processione di San Paolo, o che gli alberi di tasso siano velenosi, o che un pappagallo sappia contare – è possibile grazie a Qualcosa che si Sacrifica, e che dentro di sé accoglie un disordine maggiore di tutta questa meraviglia: il Sole.

“Ordine” per noi è quando degli esseri umani cercano di modellare il mondo come vogliono.

Lo fanno usando il Linguaggio, la Parola: il logos in greco, cioè la “logica”. Solo che qui proprio la Parola ci fa cadere nell’errore delle maiuscole. Ci hanno martellato in testa che l’Uomo usa la Ragione per dare Ordine al Mondo. E quindi alla fine, a comandare sarebbe la forma ultima della Ragione, la “Scienza”. All’umile servizio del benessere di tutti noi.

Non funziona così. Non esiste “l’Uomo”. Esistono miliardi di singoli esseri umani.

Miliardi di esseri umani sono mossi da sogni, paure, desideri…

un bel riassunto ne fece la teologia medievale parlando di SALIGIAsuperbia avidità, lussuria, ira, gola, invidia e accidie. Certo, ci sono anche le virtù, e sono tante, ma sono sempre individuali.

I singoli esseri umani, per soddisfare i propri desideri, usano la Parola (e i suoi derivati, la Logica e la Scienza) come le tigri usano i denti. Ecco perché esiste una radicale differenza tra la scienza – la sottobranca gratuita della filosofia che si occupa di godere della meraviglia delle cose – e le zanne delle tecnoscienze.

Liberarci dall’illusione che “l’Uomo” sia un ente metafisico che agisce nell’interesse di tutti, ci permette di capire che alla fine i singoli umani, come le singole tigri, useranno le loro zanne tecnoscientifiche per se stessi e non per “l’Umanità”. E alle fine, sono sempre le zanne della Guerra a essere le meglio alimentate.

Nell’inno a Huītzilōpōchtli, “l’ala sinistra del colibrì”, il dio della guerra messicano,

“Opero nella sala d’arme

Non ascolto alcun mortale, e nessuno mi può svergognare.

Io sono il Terrore, e non ne conosco alcun altro.

Io so dove è la Guerra”

Allora, noi sappiamo che in questo momento i singoli individui umani stanno creando Ordine a una velocità mai prima vista nella storia. Qualunque fenomeno possiamo immaginare, sul grafico c’era una linea che saliva piano piano per millenni, fino al 1900 circa, poi è scattato mostruosamente in alto, e in pochi decenni è diventata una linea retta puntata verso il soffitto.

numero di turisti in fila alla buchetta del vino a Firenze

numero di aerei che attraversano l’oceano

numero di selfie scattate sul Ponte Vecchio

numero di scarpe prodotte nel Vietnam

Da questo, deriva la certezza che si sta creando un Disordine molto maggiore.

Ora, noi sappiamo con certezza che questa distruzione creativa sarà più distruttiva che creativa.

Saranno i ghiacci delle montagne che si scioglieranno e l’Europa diventerà calda come l’Africa?

O sarà la corrente del Golfo che si bloccherà e congelerà l’Europa?

Sarà che manderanno i nostri figlioli a morire in guerre senza senso?

Il CO2 farà crescere mostri, o al contrario li soffocherà?

Diventeremo esseri transumani con impianti robotici in grado di andare su Marte, o i robot ci stermineranno prima?

Sarà che i nostri cervelli si riempiranno di microplastiche e non capiremo più niente?

nessuna di queste cose, e il Disordine si manifesterà altrove, dove meno ce lo aspettiamo?

Non importa. Sappiamo che l’Ordine creerà un Disordine senza alcun parallelo nella storia umana. E che forse questo è più importante di fascisti, comunisti, trans, immigrati, destra, Ucraina, Israele, Destra, Sinistra, burqa, delinquenti comuni...

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mercoledì 18 marzo 2026

A chi appartengono le idee? - Irene Frau

Intervista a Kenobit su Assalto alle piattaforme.

 

In un tempo non molto lontano, Internet era uno spazio libero. Quando il World Wide Web è stato inventato in seno al CERN (Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire), il suo scopo era quello di agevolare la cooperazione e la condivisione di conoscenze nell’ambito della ricerca scientifica mondiale. Lo slogan che completava il logo racchiudeva esattamente l’intenzione con la quale era stata architettata, per la prima volta, una rete tecnologica su scala globale per lo scambio di informazioni. Recitava “Let’s share what we know”. Pochi anni dopo la sua invenzione, nel 1993, il codice sorgente del WWW è stato reso di pubblico dominio dall’organizzazione europea e dal suo ideatore, Tim Berners-Lee, che scelse di non depositare il brevetto in totale aderenza con i valori della rete appena nata. Molto probabilmente, proprio la decisione di lasciare aperto l’accesso al codice provocò la rapida diffusione del suo utilizzo da parte di utenti comuni e non solo di informatici, tecnici e ricercatori.

Per certi versi, durante questa sorta di fase pionieristica della rete, si era dato avvio a una certa forma di anarchia: Internet era un luogo dove tutte e tutti avevano lo stesso peso. Chi lo abitava non doveva rispondere ad alcun tipo di gerarchia e qualsiasi sito web si costituiva come realtà indipendente, autonoma e autogestita. Non solo: da Internet “aperto” era molto più semplice uscire, rispetto al mondo digitale di oggi, dominato dai monopoli tecnocratici delle Big Tech. Ne è un esempio lapalissiano l’obiettivo primario dei social media mainstream: tenere i propri utenti dentro le piattaforme con qualsiasi arma di seduzione e di manipolazione.

Negli anni Novanta Internet era composto da una moltitudine di comunità, e quindi di gruppi di persone che spesso dalle chatroom e dai forum si muovevano verso il mondo fisico, radunandosi in incontri tra appassionati degli stessi interessi. In questo humus erano presenti anche i movimenti antagonisti, i collettivi della controcultura e dei centri sociali autogestiti. Dentro e fuori dal mondo virtuale si avviavano progetti di respiro internazionale, come l’ECN (European Counter-information Network), nato per avvicinare i movimenti antagonisti europei e per fare controinformazione, e che a Milano aprì il suo primo nodo al Leoncavallo, poco dopo il primo sgombero del 1989 dal quartiere di Casoretto. Gli spazi occupati e autogestiti erano l’habitat dove insediare gli hacklab, promotori dell’accesso libero e gratuito alla tecnologia, ai computer, ai software e alle banche dati. Erano i luoghi dove per la prima volta si parlava di hackmeeting, di incontri nel mondo fisico fra hacktivisti per la libertà digitale e anche fautori di netstrike e cybersquatting. Il primo hackmeeting in Italia avvenne nel 1998 a Firenze, proposto dal collettivo Strano Network. L’esperienza di quel decennio ad alta intensità rivoluzionaria è restituita dal collettivo Autistici/Inventati (A/I), uno dei gruppi di hacktivisti di quel tempo, in una pubblicazione del 2012 per Agenzia X. Di recente, la stessa casa editrice indipendente ha pubblicato Assalto alle piattaforme. Riprendiamoci Internet (2026) di Fabio Bortolotti, in arte Kenobit, hacktivista per la libertà digitale ed esponente della scena chiptune italiana col suo strumento d’elezione: il game boy. È anche cofondatore dell’istanza italiana Livello Segreto, uno dei server indipendenti di Mastodon, social network open source e decentralizzato.

In Assalto alle piattaforme, prim’ancora di mostrare le alternative ai social mainstream e agli strumenti digitali di colossi come Google, Kenobit ripercorre brevemente la storia di Internet, rendendo accessibile il saggio e le sue argomentazioni anche a chi non ha familiarità con la tecnologia. In quel capitolo, c’è un passaggio cruciale. Racconta di come l’intersezione fra mondo fisico e mondo digitale si stesse palesando per la prima volta in modo evidente negli anni Novanta e di come, poco dopo, con l’avvento di MySpace, il primo grande social network lanciato nel 2003, si stesse per assistere al primo tassello di un “grande processo di centralizzazione della rete libera”.

Niente meno che Rupert Murdoch acquisisce MySpace nel 2005 e nel 2006 firma un contratto da 900 milioni di dollari con Google, già diventato monopolista dei motori di ricerca. Lo scopo era usare i dati raccolti dalla piattaforma social per posizionare annunci pubblicitari mirati. I profili iniziarono a essere infestati da banner, ma solamente nel 2009 Facebook scalzerà via il primo social della storia con la promessa che gli utenti e le utenti avrebbero potuto finalmente connettersi fra loro senza la fastidiosa interruzione di inserzioni pubblicitarie. Era l’alba di un’era che avrebbe portato ai Big Data e alle loro conseguenze anche politiche, come il caso di Cambridge Analytica che smascherò la correlazione fra la cessione dei dati raccolti da Meta e la propaganda a favore di Donald Trump nelle elezioni del 2016, ma anche nella Brexit. Una cesura della storia recente nella quale andare in profondità insieme all’autore di Assalto alle piattaforme.

Prima di parlare del tuo libro, mi interessa capire come ti sei avvicinato all’hacktivism e cosa significa esserlo nell’era degli influattivisti e non degli hacklab nei centri sociali autogestiti.

Per me i centri sociali hanno rappresentato qualcosa di molto importante dal punto di vista formativo perché da ragazzino mi interessava la musica. Nei primi centri sociali ci sono andato ben prima di compiere diciott’anni. Non sapevo niente di politica, né di battaglie o di temi. Mi interessavano la musica punk e lo skate. Ricordo che a Pergola (un centro sociale autogestito a Milano, ndr) c’erano dei piccoli half-pipe. Sono stato attirato dai centri sociali per delle questioni all’apparenza non politiche, per quanto lo fossero. Avevo trovato un ambiente affine a quello che cercavo. Frequentando questi spazi, mi sono imbattuto in una cosa meravigliosa: le scritte sui muri, i manifesti, gli adesivi. Ho scoperto una marea di tematiche e battaglie. Ho scoperto, prima del 7 ottobre 2023, la questione palestinese. Sono entrato in contatto con le istanze del femminismo, della liberazione animale, del Rojava, del Kurdistan.

Fra queste lotte, ce ne fu una che piantò in me un seme importantissimo. Ricordo un incontro organizzato dal Leoncavallo, dove si parlava di creative commons, ossia di quella dimensione alternativa al copyright: il cosiddetto copyleft. Sono licenze che ti permettono di tutelare la tua autorialità senza barricarla dentro il copyright e il diritto d’autore. Quell’incontro per me è stato fondamentale. Io ero già interessato all’informatica e da lì sono arrivato al software libero, che altro non è che lo stesso discorso dei creative commons applicato alle licenze del software. Nel mondo del software libero ho incontrato dei discorsi che negli anni mi sono maturati dentro: la privacy, la sorveglianza digitale, le alternative ai problemi del software proprietario.

Tutti temi che hanno guidato i miei interessi nel corso del tempo, fino agli ultimi dieci anni nei quali, non più ragazzino, ho sentito l’esigenza di occuparmi più attivamente di questi temi e ho cominciato a seguire dei progetti musicali e culturali. Ho iniziato a frequentare più assiduamente i giri del hackmeeting, tutte realtà che esistono da molto prima di me e alle quali devo tantissimo. Ho iniziato a leggere di più sul tema: lavori di gruppi di ricerca come Ippolita e Circe. La cosa bella è che nel momento in cui ho maturato consapevolezza e voglia di agire ho potuto contare da un lato sul bagaglio che mi ero fatto io e dall’altro su un grandissimo lavoro fatto da tantissime persone nel mondo. È come se avessi trovato una faretra piena di frecce da scagliare.


A proposito di diritto d’autore e copyright, ho letto un’esortazione in una sorta di manifesto pubblicato nel 1988 sull’ottavo numero della fanzine milanese Amen intitolato L’era della comunicazione negativa. Diceva: “Saccheggiate ogni prodotto. Gli artisti non esistono, i loro diritti tanto meno.” Oggi che esistono realtà come Redacta e che le lavoratrici e i lavoratori dell’arte e della cultura in Italia vivono nel precariato con salari da fame, come suona questa frase? A chi appartengono le idee?

Un manifesto su una fanzine aveva tutto il diritto di arrivare a gamba tesa con delle affermazioni, magari discutibili, ma che provocano il pensiero. Trovo senza dubbio fertile l’invito al brigantaggio artistico, ma sono estremamente contrario all’affermazione che l’artista non esista e che non abbia diritti, perché è un’argomentazione che nel 1988 poteva essere una provocazione interessante per mettere in discussione il copyright: oggi rischierebbe di fare un assist ai peggiori malintenzionati che stanno cercando di mettere il cappello sul pubblico dominio. Io penso che il diritto d’autore non sia la via. Sono un artista e riesco a viverci, ma non è di certo il diritto d’autore a mantenermi economicamente.

Sono convinto che qualunque persona si muova nell’arte e nella comunicazione tragga un grande vantaggio dalla proliferazione dell’arte, e quindi dalla proliferazione anche delle proprie opere. Se copi la mia opera, le dai risonanza. E questo è il motivo per cui io credo molto nelle licenze copyleft. Io rivendico il diritto della paternità delle cose che ho fatto. Non è una questione di ego, ma di indicizzazione. È una questione pratica per sapere dove si sono sviluppati alcuni discorsi e in quali ambiti. Credo che mettere dei recinti intorno alle cose che facciamo non sia il modo più efficace perché si diffondano e in questo momento abbiamo bisogno di diffondere le nostre idee.

Detto questo, siamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa, di grandi aziende private come OpenAI, che hanno saccheggiato il lavoro di artiste e artisti in tutto il mondo; l’hanno messo dentro il loro recinto, ci hanno tirato fuori un prodotto dal quale ricavano profitto. Un prodotto che va maledettamente in concorrenza diretta con le artiste e gli artisti che hanno saccheggiato. Tra gli apologeti dell’intelligenza artificiale, c’è una posizione che io trovo irricevibile, ovvero che l’artista sia semplicemente una manifestazione della volontà e del sapere collettivo e che quindi siamo tutte autori e autrici di tutto. Questo discorso, anche dal punto di vista filosofico, è fallace, ma oggi è triplamente problematico in quest’epoca di IA e di grande saccheggio dello scibile umano al fine di creare servizi privati a pagamento. Sono convinto che sia necessario ripensare al copyright, perché nella sua forma attuale è estremamente inadeguato al presente. In realtà la forma odierna del copyright è nata un secolo prima di Internet. Quindi è superata. Ma soprattutto, abbiamo bisogno che le nostre idee si diffondano come fiamme e questo non succederà se le mettiamo dentro a dei recinti.


Per arrivare al tuo libro, possiamo dire che tutto quello che hai imparato finora lo hai fatto convogliare su Assalto alle piattaforme. In un certo senso, il tuo impegno da hacktivista è assimilabile a quello che fai quando promuovi l’utilizzo di alternative non mainstream come il Fediverso?

Partiamo dal fatto che, sebbene le definizioni lascino sempre il tempo che trovano, a me non dispiace il termine hacktivista. Per spiegare che cosa comporti per me essere hacktivista, uso spesso una metafora mutuata dal mondo di Dungeons & Dragons. Nella versione più antica del gioco di ruolo c’era il party, il gruppo di avventurieri che si avventurava nel dungeon. C’erano il mago, il guerriero, il bardo, ecc. Faccio questo esempio perché penso che le battaglie dell’attivismo e dell’hacktivismo non possano essere individuali: nessuna e nessuno può affrontarle singolarmente, anzi. Penso che sia fondamentale mettere da parte i personalismi, altrimenti si rischia di arrivare a quelle tremende storture dell’attivismo performativo. Per questo a me piace l’immagine del party, del gruppo, perché in ogni battaglia ci sono molti ruoli e, affinché queste battaglie vengano vinte, devono esserci tutti.

Immaginiamo che il capitalismo digitale sia letteralmente un dungeon, con in fondo un drago sdraiato sulla sua distesa di monete d’oro sottratte alla povera gente dei villaggi circostanti. Nella battaglia per la libertà digitale servono i maghi e le maghe, coloro che conoscono la lingua arcana, i lati più tecnici e difficili della dimensione tecnologica, che scrivono i codici e i programmi. Perché dietro al software libero c’è un enorme grimorio di saperi. Da un lato ci vogliono i maghi, con grandi competenze tecniche. Poi ci vogliono i guerrieri, ovvero il popolo che, con le protezioni fornite dai maghi, brandisce gli strumenti e parte all’assalto. E poi c’è il bardo. Io mi identifico con il ruolo del bardo, nel senso che non ho le competenze tecniche dei maghi, ma credo che il mio contributo sia quello di comunicare. Quello che ho cercato di fare anche con Assalto alle piattaforme è cantare le gesta dei maghi per poi partire all’assalto tutte e tutti insieme. Ci tengo molto a questa visione del party, del gruppo per due motivi. Il primo è che mi piace il concetto di gruppo a livello ideologico. Il secondo è che mi diverte anche a livello di assonanza, perché risuona con “free party” e per me la lotta deve essere festosa. Ne sono ancora più convinto, dopo la lettura di Pleasure Activism (2019) di Adrienne Maree Brown.


Nel primo capitolo del tuo libro metti subito in chiaro la relazione fra mondo reale e mondo virtuale. Citi l’ultima pubblicazione del collettivo Ippolita, Hacking del sé. Disertare il capitalismo del controllo (2024), in riferimento al concetto di simulacro nell’opera di Philip Dick e al suo immaginario. L’androide è sia il simulacro dell’essere umano, sia della realtà condivisa: soggetto e oggetto si confondono, così come realtà e allucinazione. Mi viene in mente ciò che Hannah Arendt sosteneva in merito al fatto che il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto, ma la persona per la quale non c’è più differenza fra realtà e finzione. Oggi siamo immersi in una tecnocrazia dal potere subdolo, capace di capitalizzare l’immaginario e di impedire la visione di orizzonti alternativi. Non solo: mondo reale e mondo virtuale sono perfettamente complementari, nell’accezione più spaventosa. Verrebbe da chiedersi se la colonizzazione del mondo digitale da parte di pochi miliardari (privilegiati, potenti ben prima di divenire imprenditori in questo settore) abbia incrinato gravosamente i sistemi democratici. A tal proposito, in una nota riporti una dichiarazione di Peter Thiel, cofondatore di PayPal: “Non credo più che la libertà e la democrazia siano compatibili”. Significa che per i padroni del mondo, la libertà non è un diritto umano universale, fondamentale e inviolabile, ma un privilegio di pochi?

Per me Peter Thiel è il più inquietante della sua categoria. In questo periodo sono uscite le conversazioni dei famosi files di Epstein. Il fatto che tramite il controllo delle tecnologie e dei social media sia possibile influenzare l’andamento politico del mondo ormai non è più una teoria. Non che ci fosse bisogno di conferme ulteriori, ma ora ne abbiamo davvero la prova. In questo contesto, secondo me dovremmo dare spazio ai nostri sentimenti e alle nostre emozioni. Io dico sempre che per essere miliardari bisogna essere psicopatici, nella definizione clinica del termine. Non c’è modo di guadagnare così tanto, non c’è modo di accumulare così tanta ricchezza, in mondo come il nostro, senza sfruttare le persone.

Ultimamente, i discorsi che ho sentito fare a Elon Musk, a Peter Thiel, a Mark Zuckerberg e a Sam Altman, ex presidente di OpenAI, sono dei discorsi completamente fuori dall’umanità. E questo mi dà speranza perché sono convinto che la non umanità di certi meccanismi sia sempre più evidente anche alle persone non coinvolte attivamente nella politica. È un vantaggio rispetto a quando questo tecno-ottimismo ci sembrava ragionevole, perché prima veniva venduto molto meglio. Vent’anni fa pensavamo ancora che la tecnologia avrebbe sicuramente migliorato le nostre vite. In realtà, la tecnologia ha ancora il potere di migliorare le nostre vite, ma il problema è dato dal fatto che, invece di essere di proprietà e al servizio delle masse, la tecnologia è diventata sempre più privatizzata e utilizzata per estrarre valore alle masse.



Per te siamo in una situazione vantaggiosa? Nel tuo libro sostieni che “il disagio digitale serpeggia fra di noi” e non solo fra antagonisti e attivisti. Come fai a essere così positivo?


Non posso portare dati o numeri concreti. Porto un mio dato aneddotico. Mi occupo di questi temi da tempo e da ben prima di pubblicare Assalto alle piattaforme. Quando ne parlavo cercando di problematizzarli mi scontravo con un muro di gomma: venivano recepiti come discorsi idealisti. Mi dicevano “il mondo funziona così, devi prenderne atto e basta; io sono comodo qua dentro alle piattaforme, ai social. Sei troppo rigido”. Invece, negli ultimi anni, ho notato un cambiamento nelle reazioni di chi mi ascolta. Non dico che il risveglio delle coscienze sia merito mio: il mio è un pixel di lavoro in mezzo a migliaia e migliaia di altri pixel che compongono l’immagine.

In questo contesto, vorrei citare la resistenza palestinese, che ci ha insegnato tantissimo. Secondo me, uno dei contributi enormi che ha dato è stato mettere a nudo alcuni dei meccanismi e dei legami tra tecnologia, piattaforme e il capitalismo. Ecco perché io vedo un risveglio delle coscienze. Perché andando a parlare in giro di questi temi adesso trovo molle cariche di energia potenziale che non vedono l’ora di attivarsi. Se fino a un po’ di tempo fa si diceva che nel mondo digitalizzato “non si sta benissimo, ma non si sta davvero male”, perché siamo nel migliore dei mondi possibili, adesso invece c’è tanta consapevolezza di come questi meccanismi siano problematici.

Chiaramente, possiamo trovare anche migliaia di persone alle quali non importa niente, ma ci sono studi che dicono che i grandi cambiamenti partono quando una piccola percentuale – se sono sbaglio si parla di un 3% della popolazione – sviluppa una nuova consapevolezza. Io vedo che quella consapevolezza sta crescendo anche e soprattutto fuori dalla bolla di chi ha le competenze tecnologiche. Chi si occupa di questi temi da vicino da anni ha messo più facilmente a fuoco quali erano le storture di Meta, di TikTok, di Amazon, di Windows, di Microsoft, di OpenAI, ecc. Quella bolla era, per forza di cose, una minoranza. Non possiamo aspettarci la rivoluzione sperando che la faccia quella persona su mille che sa programmare in C++. Invece oggi questa consapevolezza si sta diffondendo tra la gente comune. Tornando alla metafora di Dungeons & Dragons, questa presa di coscienza non si sta propagando tra i maghi, ma tra gli abitanti del villaggio razziato dal drago.



Leggendo Assalto alle piattaforme, riflettevo sul fatto che la fine del movimento no-global, il G8 di Genova e l’ascesa dei colossi del digitale coincidono cronologicamente nei primi anni Duemila, quando abbiamo cominciato a cedere i nostri dati (ovvero i tasselli della nostra identità) per ottenere in cambio delle comodità. Secondo te è un caso oppure no che le piazze fisiche e Internet della controinformazione si siano svuotati? C’è una correlazione?

Assolutamente sì. Ovviamente, non nel fatto che il G8 di Genova abbia portato all’ascesa di Facebook. Non c’è una causalità. Però esiste una correlazione fra cosa è cambiato su Internet e cosa è cambiato nel mondo fisico. Penso che ci sia una linea di causalità tra l’oppressione della componente libertaria e indipendente di Internet e il fatto che ci siamo trovate e trovati con uno strumento in meno, finito nelle mani di chi detiene il potere e che i movimenti nel 2001 cercavano di contrastare. Il caso di Cambridge Analytica è la dimostrazione di come con grandi capitali sia possibile comprare lo strumento Internet per esercitare un effetto sul mondo estremamente radicale, come nella Brexit e nell’elezione di Trump nel 2016. Gli ultimi grandi stravolgimenti dell’Occidente hanno origine da Meta.

È l’ennesima dimostrazione che il digitale non è una dimensione a parte, ma è un aspetto ben definito e causale del reale. Se abbiamo così tanta documentazione preziosa sul G8 di Genova, se abbiamo così tanta documentazione al di là di quella ufficiale diffusa dalla questura, come testimonianze e dossier di chi era quei giorni a Genova, è grazie a una realtà grandiosa di quegli anni che era Indymedia, nata dal movimento no-global e dalle proteste a Seattle contro il WTO (World Trade Organization). Il motto di Indymedia era “Non odiare i media, diventa i media”. Si trattava di una sorta di TV fatta per diffondere informazioni dal basso. Un sito dove chiunque poteva farsi reporter, proprio negli anni antecedenti allo scoppio di Internet. Premetto che io tendo a collocare l’esplosione definitiva di Internet, quella che sancisce l’inizio di un’epoca in cui ci troviamo ancora, con la diffusione degli smartphone. Con gli smartphone tutti sono entrati su Internet: hanno aperto le porte alla vita online anche a chi, fino a quel momento, non l’aveva frequentata.

Indymedia nasce proprio in quel momento, quando l’esplosione di Internet stava avvenendo. Una diffusione che “ha fatto anche cose buone”, come la raccolta e la pubblicazione della documentazione che abbiamo ancora oggi sul G8 di Genova. Potevamo osservare ciò che accadeva nel mondo da due prospettive parallele: c’era un Internet plurale, libero, decentralizzato, dove fiorivano grandi progetti no profit e autorganizzati, esattamente come Indymedia; dall’altro, nel mondo fisico, c’erano dei grandi movimenti, che non nascevano solo su Internet, ma che in Internet trovavano uno strumento prezioso per coordinarsi e comunicare. Poco tempo dopo, prima con l’avvento di MySpace e poi, definitivamente, con l’arrivo di Facebook, questa pluralità di Internet è venuta meno. Se prima del 2001 esistevano tantissimi siti, ognuno con la sua indipendenza, di fatto negli ultimi anni possiamo dire di avere cinque siti (Facebook, Instagram, YouTube, X, TikTok) dove vengono ricondivisi sempre gli stessi contenuti.

La grande differenza è che queste piattaforme non nascono decentralizzate: non nascono con l’obiettivo di farci interagire, di organizzarci, di farci comunicare e socializzare davvero, anche fuori dalle app. A prescindere da tutte le premure etiche, sono piattaforme ottimizzate per far aumentare i profitti di chi le possiede, attraverso le pubblicità che ci raggiungono e i dati che cediamo. Il parallelo che vedo è che prima avevamo un Internet estremamente plurale, un potenziale amplificatore di tutto quello che avveniva nel mondo fisico, come una vera e propria piazza dove incontrarsi. Ora è diventato un grande centro commerciale. Se ci troviamo in piazza è più facile parlare di cambiamento e di rivoluzione. Se ci troviamo al centro commerciale è più difficile che accada. Per questo credo che la lotta alla libertà digitale sia cruciale in questo momento. Perché qualunque sia il futuro delle battaglie, qualunque sia la direzione che le vogliamo darle, Internet ce lo dobbiamo riprendere.



Un tema ricorrente nelle cosiddette bolle dei gruppi antagonisti e di persone che si occupano di politica attiva è quello dell’utilizzo delle piattaforme social mainstream per fare controinformazione, dal momento che andrebbero boicottate e che il medium è il messaggio, ovvero che gli argini entro i quali muoversi non sono aderenti ai valori che sorreggono determinate istanze. Un esempio fra tutti è quella sorta di linguaggio in codice che prevede l’uso di specifiche emoji o di numeri al posto delle lettere per evitare di essere puniti dall’algoritmo, finendo in shadow ban o persino vedendo il proprio account cancellato per sempre. Penso al profilo TikTok della giornalista palestinese Bisan Owda. Tu sei fra quelli che non credono all’efficacia di questo tipo di linguaggio. Puoi spiegare meglio perché? Per esempio, credi che le manifestazioni a sostegno della Global Sumud Flotilla di fine 2025 si siano sgonfiate troppo precocemente, nonostante la tregua non sia stata mai rispettata, anche a causa di questa vacuità del linguaggio social? Che senso ha fare controinformazione sui social mainstream?

È una questione che mi sta particolarmente a cuore. Faccio un esempio che riporto anche sul libro, quando parlo di TikTok. Molte persone, giustamente, mi dicono che tramite quella piattaforma si sono informate sulla Palestina, che per la generazione Z è stato un veicolo importante di informazione sulla questione. Sono estremamente grato a chi ha fatto quel lavoro molto bene, amplificando la consapevolezza sulla causa. Personalmente non credo che ora la strategia migliore sia abbandonare del tutto le grandi piattaforme commerciali. In futuro auspico di farlo definitivamente, ma ora è meglio fare ragionamenti strategici.

Da un lato le piattaforme sono luoghi in cui non possiamo esprimerci come vogliamo e dobbiamo autocensurarci, aggirando possibili limitazioni; dall’altro snaturano il nostro messaggio e la sua efficacia. In realtà il problema è ancora più grande e ben rappresentato dal fatto che la “tregua” mendace sulla Striscia di Gaza non c’è mai stata, il cessate il fuoco non è mai stato rispettato, eppure tutta quella grande emozione di massa si è sgonfiata, senza che la situazione a Gaza migliorasse affatto. I bombardamenti sono continuati, le vittime continuano ad aumentare, le condizioni in cui sono costrette a sopravvivere le persone sono sempre più disumane. Eppure tutto quel buzz e quella elettricità che abbiamo visto anche sui grandi social a fine settembre sono spariti. Questo si deve a un fenomeno ben preciso. Ossia che tutto quello che mettiamo nelle piattaforme è content e il content è di per sé effimero. È come se fosse l’allestimento della vetrina.

Noi siamo gli allestitori delle vetrine che noi stesse e noi stessi guardiamo. La vetrina dev’essere costantemente allestita e rinnovata. Perciò il content ha una data di scadenza brevissima e tende a muoversi seguendo le wave, le mode, i trend. Questo purtroppo è quello che è successo anche con un fenomeno estremamente bello e positivo come le grandi mobilitazioni per la Palestina. La nostra battaglia è diventata content, ne ha tratto qualche beneficio, ma poi si è scontrata contro l’enorme limite del content e ad oggi il tema è quasi sparito. Per questo nel mio libro scrivo che ben vengano le battaglie di consapevolezza anche sulle grandi piattaforme, ma non possiamo farle solo lì. È necessario tornare a investire nel mondo fisico e in alternative digitali come il Fediverso perché abbiamo visto che anche un risultato straordinario come organizzare grandi mobilitazioni internazionali può infrangersi contro la natura effimera del content.



A proposito di content, in Assalto alle piattaforme parli del fatto che nell’era del Web 2.0 ogni mestiere, ogni professione e ogni forma d’arte è livellata dalla macina digitale e ridotta a un unico ruolo: quello del content creator. Perfino i semplici utenti lo sono. In un mondo senza più classi sociali ben definite, ma fluide, l’unica coscienza di classe che potrebbe innescare l’insurrezione contro l’oppressore è quella di una coscienza di classe 2.0 da content creator?

È un tema difficile. Chi trova la quadra sulla coscienza di classe farà la prossima rivoluzione. Bisognerebbe partire da cos’è la classe oggi. Giustamente Marx distingueva tra chi detiene i mezzi di produzione e chi non li detiene. Ovviamente, tutta la storia della coscienza di classe si è evoluta nel Novecento, quando ai suoi albori il soggetto rivoluzionario si identificava con l’operaio, perché in grado di agire sul reale in un modo capace di modificarlo. Da lì in poi, si sono riempite pagine e pagine su che cosa volesse dire coscienza di classe e soggetto rivoluzionario. Nel frattempo il mondo è cambiato così tanto che oggi siamo molto confuse e confusi.

Abbiamo smarrito il senso della lotta di classe e una delle ragioni è la progressiva demolizione del concetto stesso di coscienza di classe. Sono cambiati i mezzi di produzione: oggi non ci sono più solamente le fabbriche. A questo si somma il fatto che i social non funzionano davvero come network, perché sono più simili alla TV, che ci fa restare a casa. Perciò, io non credo che i prossimi soggetti rivoluzionari saranno i content creator, né credo che la prossima rivoluzione dipenda dallo sviluppo della loro coscienza di classe. Penso che sarà necessario anche il loro risveglio, nell’ottica della promozione di un modo di stare su Internet non su piattaforme commerciali ma su realtà autogestite e autonome. Da quelle basi lo strumento digitale sarà uno strumento potentissimo per rivendicare una coscienza di classe su scala più ampia, qualunque cosa decideremo sia la classe.

Credo che sia necessaria una rivendicazione e un modo diverso di vivere la dimensione digitale che ci faccia realizzare, come scrivevo nel libro, che siamo tutte e tutti sulla stessa barca. Sulla piattaforma c’è chi detiene i mezzi di produzione e chi non li detiene. Più prendiamo consapevolezza sul funzionamento di queste piattaforme, più emerge come la struttura stessa di queste piattaforme sia fatta per atomizzare qualsiasi vagito di coscienza di classe e che quindi sia necessario fare un passo laterale verso le alternative, iniziando a vivere diversamente le nostre vite digitali. Esattamente come se smettessimo di andare tutti sabato pomeriggio al centro commerciale e iniziassimo a passare tutti sabato pomeriggio insieme ai collettivi in un centro sociale. Semplicemente, la tua coscienza risponde con due risultati diversi.

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