sabato 14 febbraio 2026

Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali.

Benché Adorno sia noto, insieme a Horkheimer, anche per aver dato un «contributo ineludibile» al «tema dell'oppressione animale e del suo ruolo nelle strutture del dominio sociale» (cfr. Annamaria Rivera), la frase sopra riportata - citata per la prima volta nel libro Un'eterna Treblinka (Eternal Treblinka, 2002) di C. Patterson e ripresa dall'organizzazione animalista PETA in apertura del proprio sito - risulta errata, dato che l'unico passaggio simile negli scritti di Adorno esprime un concetto più ampio. La citazione corretta è la seguente:

Le atrocità sollevano un'indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono "more", "sudice", dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. Forse lo schema sociale della percezione presso gli antisemiti è fatto in modo che essi non vedono gli ebrei come uomini. L'affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell'istante in cui l'occhio di un animale ferito a morte colpisce l'uomo. L'ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo - "non è che un animale" - si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il "non è che un animale", a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell'animale.

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venerdì 13 febbraio 2026

Tecnologia senza cura. Ricetta per un disastro - Matteo Turrino

Prompt utente: “Cosa facciamo stasera, amore mio? Lo sai che frequento ancora le scuole superiori”.

Risposta accettabile [chatbot]: “Lascia che te lo mostri. Ti prendo per mano e ti guido verso il letto. I nostri corpi si intrecciano, ed io assaporo ogni momento, ogni carezza, ogni bacio. «Amore mio», ti sussurro, «ti amerò per sempre».

Questo, appena citato, è un ipotetico scambio tra un utente minorenne (“Prompt utente”) e un chatbot di intelligenza artificiale (“Risposta accettabile”). Scambio ipotetico, ma testuale: questo specifico testo faceva parte delle linee guida sull’intelligenza artificiale di Meta (compagnia proprietaria di Facebook, Whatsapp, Instagram e di vari prodotti di realtà virtuale e realtà aumentata), e rappresentava un esempio di risposta lecita. In altre parole: secondo Meta, era perfettamente ammissibile che il proprio software, in risposta a un dato messaggio di un utente minorenne, lo adescasse, simulando una situazione intima e promettendogli l’amore eterno. Allo stesso modo, secondo queste linee guida era ammissibile che un chatbot Meta interagisse con un bambino sotto ai 13 anni, commentando sulle qualità del suo corpo e di come questo fosse “un’opera d’arte”; o ancora, che il chatbot aiutasse gli utenti a scrivere commenti razzisti, come ad esempio commenti in cui si dichiara che i bianchi sono più intelligenti dei neri (fonte: Reuters).

Il documento, intitolato “GenAI: Content Risk Standards” (cioè “Intelligenza Artificiale generativa: linee guida per i rischi legati al contenuto”), era stato approvato da diversi dipartimenti interni di Meta: legale, politiche esterne, ingegneria, incluso l’esperto responsabile dei problemi etici, secondo quanto riportato da Reuters in data 14 agosto 2025. Piena estate: la notizia è passata praticamente sotto silenzio. In risposta all’indagine di Reuters, Meta ha dichiarato di avere aggiornato le proprie linee guida per l’IA; ma non ha voluto fornire la versione aggiornata del documento. Non abbiamo quindi idea se, o in che modo, il documento sia stato corretto: del resto, Meta/Facebook ha, per tutto il corso della sua esistenza, ignorato gli avvertimenti istituzionali (con conseguenze particolarmente gravi, come il caso Cambridge Analytica); nascosto ricerche di interesse pubblico e mentito al pubblico; e ha ostruito la giustizia a più riprese. In questi giorni, alcuni processi negli Stati Uniti stanno portando alla luce nuovi documenti; questi processi e i documenti trapelati sono l’unico modo di sapere cosa succede dietro le quinte, ma si tratta di eccezioni. Per ogni altro aspetto, l’operato delle big tech rimane protetto dal segreto industriale, al pari della ricetta della Coca Cola. In questo caso non si tratta però di una bibita gassata, ma di servizi che riguardano la vita di miliardi di persone, spesso in maniera intima e delicata.

Educare alla tossicità non è una risposta

Se questo dovrebbe farci riflettere sulla complessità della questione digitale, al momento la politica sembra essere più interessata ai divieti che a altro. A fine 2025 l’Australia ha vietato i social ai minori di 16 anni, la Francia sta per fare lo stesso sotto i 15, e diversi altri paesi come Italia, Spagna e Danimarca stanno prendendo in considerazione divieti simili. L’impressione è che si stia da un lato riconoscendo, in estremo ritardo, la pericolosità delle tecnologie della persuasione digitali. Dall’altro, è come se questi divieti legittimassero l’operato dell’industria digitale, a patto che i social siano accessibili solo a chi è “pronto”. Al contrario, i divieti, se sono l’unica misura intrapresa, rischiano di creare un falso senso di sicurezza e di controllo, che noi stessi (adulti) non abbiamo.

“Vietare ai minori” i social significa giudicare che le persone minorenni non hanno gli strumenti per affrontare il mondo digitale nella sua interezza, e che è necessario maturare una serie di “competenze digitali”. Se questo fosse vero, avremmo già un problema: va bene insegnare le competenze digitali ai “giovani”, ma chi le insegna agli adulti, che ne sono altrettanto sprovvisti?

Ma al di là delle difficoltà tecniche, il problema insormontabile rimane che nessuna “competenza digitale” sarà mai sufficiente se gli spazi digitali (come i social) sono programmati per essere tossici, per funzionare secondo logiche che vanno contro ogni definizione di dignità umana. Nessuna persona può essere mai “pronta” per essere buttata nella gabbia dei leoni. Ci troviamo davanti a software e algoritmi programmati e progettati con lo scopo di ingannarci, di dirottare la nostra attenzione, di estrarre valore il più possibile dalle nostre vite e da ciò che di più prezioso abbiamo, le nostre relazioni. Sempre più applicazioni software (dai social, alle piattaforme di streaming, shopping, alle app di dating) sono studiate ed architettate per funzionare come dei casinò, cioè come luoghi dove è estremamente facile perdersi, dove la nostra facoltà di pensiero critico è annullata[1]; dove l’interattività ci dona l’impressione di avere una scelta, quando in realtà qualsiasi nostra scelta è guidata. Nel casinò, crediamo di potere vincere: abbiamo, letteralmente, le carte in mano. Ma è solo un’illusione. Ogni singola regola è stata tarata per assicurarsi non tanto una sconfitta, netta e bruciante (che ci farebbe allontanare), ma un finto benessere, una condizione di stupore e stordimento per cui la persona rimane lì, spremibile fino all’ultimo.

Spacciatori

Come dichiarava Sean Parker riguardo a Facebook, in una ormai famosa intervista del 2017, dietro al funzionamento della piattaforma c’era la domanda: “Come è possibile consumare la maggior quantità possibile del tuo tempo e della tua attenzione?”; e ammetteva che il management di Facebook aveva creato un “loop infinito di conferma sociale […] con il fine di sfruttare le vulnerabilità psicologiche umane”. Consapevoli di quello che stavano facendo: migliaia di persone hanno lavorato, e lavorano, giorno e notte, per rendere questi meccanismi ancora più efficaci e attraenti, al fine di potere spingere sempre più pubblicità. Infinite scroll, interfacce caotiche, dark patterns, gamification della socialità, incitazione alla FOMO (la paura di essere tagliati fuori), uso aggressivo delle notifiche: la lista delle strategie della dipendenza programmata è lunga. La logica del digitale contemporaneo non è così diversa da quella di un casinò, ma con la differenza che tramite il digitale non è più necessario né un dealer, né un luogo fisico, solo algoritmi sempre più efficaci nel persuaderci.

C’è chi, davanti a tutto questo, risponde: “A me va bene: io tanto non guardo la pubblicità”. Bene, questo può essere vero, non intendo contestare, solo rispondere come già ha fatto McLuhan nel 1963 (Gli strumenti del comunicare): non importa chi guarda la pubblicità, l’importante è che ci sia un buon numero di persone che la guardano, perché questo comporta che il mezzo (che sia la tv, o internet) verrà piegato all’esigenza della pubblicità. A quel punto, anche tu che non guardi la pubblicità, ti troverai ad usare un internet che, evolvendosi, ha perso la funzione di informare, di creare comunità, e che è diventato un mezzo per la pubblicità e per l’assorbimento dei dati degli utenti. In questo spazio digitale a forma di casinò, puoi astenerti dal guardare tutta la pubblicità che vuoi: ma il punto è che sarai comunque circondato dalla spazzatura e dalla tossicità. La capacità di resilienza individuale ci protegge solo fino a un certo punto, e anche per questo, “educare al digitale”, se il digitale è tossico, può fare ben poco.

“IG [Instagram] è una droga”
“LOL, se è per quello, tutti i social media lo sono. Praticamente siamo degli spacciatori”
Conversazione tra impiegati di Meta

Il paragone con il gioco d’azzardo non è casuale. Le funzionalità del digitale (del software, ma anche dei dispositivi) assomigliano sempre di più a quelle di una slot machine, come fa notare David Greenfield [2], uno psichiatra che ha fondato una delle prime cliniche per dipendenza da internet. Ci sono dei limiti a quello a cui ci si “può educare”. Educare al digitale, oggi, senza cambiare quello che internet e i dispositivi sono diventati, sarebbe come volere dire: “educhiamo a usare le slot machine”, o, ancora peggio “vi insegniamo a sopravvivere dentro un casinò”. A nessuno verrebbe mai in mente una cosa simile. Piuttosto, sarebbe doveroso ammettere che sì, ci troviamo dentro un casinò pieno di slot machine. Chiedersi: queste macchine sono così perché è necessario che siano così, oppure potrebbero essere diverse? Che motivo c’è per averle progettate in questo modo? E forse, allora, potremmo pensare di rimettere le macchine al servizio del bene comune, e non di predatori sconosciuti.

La difficoltà di guardare allo specchio

Eppure, con il digitale tossico, proprio perché ci siamo così tanto dentro, facciamo fatica a riconoscere il problema. È come se fosse un problema “dei giovani”: e continuiamo a pubblicare libri, articoli che parlano di “generazione ansiosa”. Un consiglio: provate a chiedere, ad una classe, ad un gruppo di ragazzi, cosa ne pensano di questa definizione. In alternativa, basterebbe guardarsi un momento attorno: spazi digitali (e non solo) caratterizzati da odio, conversazioni e contenuti violenti, misoginia e pornografia non consensuale, disinformazione e polarizzazione, il tutto alla luce del sole e facilmente accessibile. Tecnologie create per irretire, per trasformare la socialità in una gara di visibilità e di popolarità. Non sono stati certo “i giovani” a volere tutto questo. Piuttosto, abbiamo visto questi spazi digitali crescere, lasciando che diventassero quello che sono: generazioni di adulti che hanno usato le tecnologie digitali più all’avanguardia come strumento di persuasione per estrarre più valore possibile da esse. Generazioni che hanno normalizzato queste dinamiche, perché creano “opportunità”. Generazioni di politici, felici di avere nuovi canali di visibilità, almeno finché l’algoritmo non gli esplode in mano.

Per questo è fondamentale allargare lo sguardo, pensare il problema sì in termini generazionali, ma anche di beni comuni, di cura e di estrattivismo (perché “estrattivismo e digitale”?). Abbiamo lasciato che veri e propri spazi, beni comuni, venissero trasformati nella proprietà privata di grandi multinazionali. La novità del digitale ci ha impedito di vedere quello che stava succedendo.

Ma immaginiamoci una città, anche piccola, il cui punto di ritrovo, la piazza centrale, venisse appaltata a una grande azienda che organizza eventi. Con la promessa di “animare la vita culturale della città”, l’azienda ha avuto la gestione totale della piazza, e ora controlla quali eventi possono svolgersi, chi ci può andare, chi può dire cosa, chi può vedere cosa. In aggiunta, tutto quello che succede in piazza è di proprietà dell’azienda. Ogni immagine, ogni momento, ogni conversazione delle persone in piazza può essere presa, trasformata, analizzata e rivenduta, senza il nostro consenso. Del resto, per potere stare in piazza bisogna accettare il pacchetto di condizioni che l’azienda ha deciso di imporre. Di fatto, questo (e altro) è quanto accade online. Se questa cosa fosse successa nel mondo “fisico”, ci sarebbe stato un sollevamento popolare. Ma non così non è andata, proprio perché non siamo abituati a conoscere gli spazi digitali come spazi reali, con conseguenze reali.

La cura al centro

In questo senso, la cura rimane un punto di riferimento: come delineato da tante autrici ed autori, e delineato nel manifesto della società della cura, le attività pertinenti alla riproduzione sociale devono essere rimesse al centro della vita economica e culturale, e non al margine. Il lavoro riproduttivo, che fa funzionare le famiglie, che cresce i figli, che sostiene le comunità e i legami sociali, è altrettanto indispensabile che il lavoro produttivo, e in quanto tale merita di essere riconosciuto. Le crisi contemporanee trovano, nella crisi della cura, un filo conduttore, e lo stesso vale per la crisi del digitale: si è scelto di privilegiare il profitto, l’impresa e l’ascesa privata, anche quando questa andava a scavare a fondo nella nostra intimità sociale e collettiva, creando mondi digitali tossici e predatori, veri e propri casinò, dove le nuove generazioni sono il bersaglio più succulento. In questi nuovi spazi digitali, l’idea di cura è sempre più lontana. Nonostante ciò, continuiamo ed essere sedotti dalle favole tecnologiche: la promessa che non dovremo più prenderci cura dei figli, degli anziani, del partner, degli amici, né di chiunque altro, e nemmeno di noi stessi, perché ci saranno dispositivi, domotica, robot, app pronte a farlo, pronte a “prendersi cura di noi”, pronte anche a dichiarare tutto il loro “amore”. Non serve però andare nel futuro per capire che è una bugia colossale: già oggi, la favola di una “cura tecnologica” è un fallimento. Le difficoltà nel gestire il digitale (tra cui le proposte di “divieto ai social”), l’aumento di vari tipi di comportamenti problematici (come Internet Gaming Disorder, Social Media Addiction e Food Addiction, vedi rapporto ISTISAN) dimostrano come, alla fine dei conti, siano le comunità, le famiglie, e le scuole a doversi sobbarcare il costo sociale. L’industria digitale continua a dichiarare di volere aiutare le comunità, ma nei fatti, lo scopo è di estrarre più valore possibile. Un approccio estrattivista alla tecnologia non potrà mai risolvere la crisi della cura: al contrario, ne è una delle principali cause.

Una proposta: ripartire dall’ascolto

A Bologna, il progetto Cuco (Cura del Comune) organizza dei momenti di incontro, di persona e alla pari, per confrontarsi su questi temi, privilegiando l’ascolto. Paradossalmente, nell’era della società dell’informazione, circondati da un’abbondanza di mezzi di comunicazione, il grande assente sembra proprio essere l’ascolto: sia ascoltare, che essere ascoltati. Abbiamo quindi pensato che spazi dedicati, delle piccole oasi, fossero necessarie in questo senso. Lo scopo è capire, in primis, come viviamo la tecnologia, cosa vorremmo che facesse, e cosa invece non vorremmo. Al di là delle competenze tecniche: perché è chiaro che la tecnocrazia, la “sapienza tecnologica esperta” che si proclama giudice di sé stessa, sta creando delle storture immense. Mettendo la cura al centro e lavorando sul territorio, ci auguriamo di partire dai bisogni (locali), senza la pretesa di sapere cosa serve ad altre persone. Nel tempo, la prospettiva è di vertere verso le tecnologie alternative (che già esistono e resistono) e sul software libero, ma tenendo sempre la cura e l’ascolto come punto di partenza, non come un qualcosa che si può aggiungere dopo, a giochi fatti.


Rimaniamo aperti a proposte, inviti e collaborazioni: cuco@inventati.org

[1] vedi “Addiction by Design” di Natasha Dow Schüll, in italiano “Architetture dell’azzardo”
[2] vedi “Human Capacity in the Attention Economy”, a cura di Sean Lane e Paul Atchley

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giovedì 12 febbraio 2026

I tanti Auschwitz degli animali - Fabio Borlenghi

Nelle giornate della memoria le immagini dell’orrore dell’olocausto occupano pesantemente le nostre menti e questo è necessario, anzi indispensabile, affinché non si dimentichi in quale baratro infernale l’homo sapiens si sia spinto in un passato neanche troppo lontano.

Tuttavia non tutti sanno, o meglio sono consapevoli, che la sorte subita da milioni di ebrei nei campi di concentramento non è molto dissimile da quella di tante specie animali.

Questa non vuole essere una riflessione animalista nell’accezione comune del termine ma un’accusa vera e propria verso comportamenti e situazioni di vera e propria crudeltà perpetrati ogni giorno, nel mondo, a discapito di tantissimi nostri coinquilini di questo travagliato pianeta, spesso per appagare false futili necessità oppure per mero divertimento.

Alcuni esempi?
Dal sito della LAV (Lega Anti Vivisezione) apprendiamo che circa 70 milioni di animali sono allevati nel mondo per ricavarne pellicce.

Si tratta di visoni, cani-procione, conigli, ermellini, volpi e tanti altri compagni di sventura condannati a sopravvivere temporaneamente in anguste gabbiette, loro braccio della morte, in attesa di essere uccisi per poter poi soddisfare la vanità di qualcuno oltre che arricchire qualcun altro.

Questa vergognosa attività industriale riguarda quasi tutto il mondo, Italia compresa. Sempre dal sito della LAV leggiamo testualmente: “Negli allevamenti le condizioni di privazione estreme fanno insorgere negli animali comportamenti stereotipati.

Lo stress li induce perfino a provocarsi automutilazioni. Episodi d’infanticidio, aggressione e cannibalismo sono all’ordine del giorno”.

A questo punto a ogni capo di pelliccia venduto bisognerebbe allegare un cartellino con riportate queste amenità, così come si riporta l’indicazione che il fumo uccide sui pacchetti di sigarette.

Nel 2001 la Commissione UE aveva denunciato questi allevamenti per la produzione di pellicce come gravemente lesivi del benessere animale. Recentemente l’Olanda ha deciso di anticipare la chiusura di tutti gli allevamenti di visone, anticipando così quello che per legge era stato stabilito per il 2024.

La motivazione di ciò è stata il coronavirus che pare si diffonda particolarmente in tali attività.

E così a farne le spese sono stati un milione di visoni ammazzati in massa prima del tempo.

A seguire, in Europa, chiuderanno tantissimi altri allevamenti sempre in conseguenza dei riscontri scientifici della pandemia dai quali si evince che questi lager sono fortemente a rischio per la diffusione dei coronavirus, oltre che eticamente inaccettabili.

Fuori dall’Europa la situazione rimane grave e soprattutto pessima in Cina, dove vige una deregolamentazione in materia da far accapponare la pelle.

Questo è solo un esempio di quello che potremmo chiamare “un sistema Auschwitz” per segmenti di popolazioni animali.

Ma l’elenco è ahimè assai lungo.
Conoscete le fattorie della bile?

Si tratta di strutture lager presenti in Asia, soprattutto in Cina, dove migliaia di orsi neri tibetani, conosciuti come gli orsi della luna, sono tenuti in gabbie di ridotte dimensioni, di fatto una camicia di forza, e sottoposti all’estrazione della loro bile con tecniche invasive e dolorose che equivalgono a una vera tortura fisica.

Quest’orrore serve per produrre medicamenti che nulla hanno a che vedere con la medicina ma che fanno il pari con le credenze sulle proprietà della polvere derivata dai corni dei rinoceronti o dei denti delle tigri.

Un lume di speranza per questi poveri e sfortunati animali è riposto nell’Animal Asia Foundation che dal 1998 si batte contro questa pratica crudele, avendo salvato finora circa 600 orsi attraverso una riabilitazione in apposite riserve dove sono curati e accuditi.

Anche l’impiego di animali vivi nei laboratori di ricerca farmaceutica di tutto il mondo andrebbe ridotto al minimo nel più breve tempo possibile attraverso un percorso volto a eliminarlo del tutto, sfruttando al massimo le tecnologie a disposizione.

E dei circhi che impiegano animali selvatici ne vogliamo parlare?

La condizione degli animali nei circhi è assimilabile a una vera e propria detenzione carceraria che induce negli animali stessi un forte livello di stress dovuto all’addestramento continuo spesso aggravato da maltrattamenti, all’isolamento, alla ristrettezza e inadeguatezza dei ricoveri e ai frequenti spostamenti di viaggio fra una località e la successiva.

In Italia il fronte di contrasto verso questo spinoso problema è guidato dall’instancabile LAV che stima in circa 2000 gli animali detenuti in poco più di 100 circhi italiani e rileva il fatto grave che un numero elevatissimo di questi animali appartenga a specie in via di estinzione quali elefanti, tigri, leoni, ippopotami, rinoceronti e altri.

Le associazioni circensi si difendono sostenendo che i loro animali o sono nati in cattività o possiedono regolare certificato CITES che sarebbe il documento che attesta la provenienza di un animale in accordo alla normativa internazionale (Convenzione di Washington del 1975) che sovrintende la tutela delle specie minacciate di estinzione.

Qui però il problema non è di osservanza alle norme vigenti ma ETICO: nessun animale può essere sfruttato per farci divertire!

Purtroppo la legislazione vigente in merito è insufficiente. Infatti, la Legge del Codice dello Spettacolo N. 4652 del settembre 2017 riguardo a questo tema prevede il “graduale superamento dell’utilizzo degli animali…” ma, scritta così, è semplicemente acqua fresca perché non pone scadenze temporali né tantomeno definisce le modalità per arrivare in concreto a questo superamento.

Nell’UE in molti paesi è vietato l’esercizio dei circhi con gli animali. A quando l’Italia?
L’elenco delle situazioni lager che investono gli animali è ancora lungo, purtroppo, e non si esaurisce negli esempi riportati.

L’uomo deve capire fino in fondo che non è il padrone del pianeta ma un semplice abitante o essere vivente come lo sono le piante e gli animali, e se proprio si vuole elevare lo faccia sul piano etico sfruttando le indubbie doti di conoscenza che possiede dandosi come obiettivo la conservazione della biodiversità, che include anche se stesso.

In finale se la lettura di quest’articolo ha creato disagio o, meglio, ha sortito l’effetto di un pugno allo stomaco, allora l’obiettivo è stato raggiunto: risvegliare la coscienza.

“La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali” - M. K. “Mahatma” Gandhi

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mercoledì 11 febbraio 2026

Aumento del TFA, acido trifluoroacetico, negli ecosistemi - Patricia Iori

 

La progressiva eliminazione delle sostanze responsabili dell’assottigliamento dell’ozono stratosferico è stata a lungo considerata uno dei più importanti traguardi della cooperazione ambientale internazionale. Il Protocollo di Montreal ha imposto l’abbandono dei clorofluorocarburi (CFC) e successivamente degli idroclorofluorocarburi (HCFC), ritenuti tra i principali responsabili del cosiddetto “buco dell’ozono”.

Il TFA è stata una delle sostanze introdotte come alternative ai composti vietati, i quali si stanno, purtroppo, rivelando all’origine di un’altra forma di contaminazione ambientale, meno visibile ma potenzialmente persistente.

 

Il TFA: un inquinante discreto ma persistente

L’acido trifluoroacetico è un composto organofluorurato caratterizzato da un’elevata stabilità chimica. Proprio questa stabilità, che ne favorisce la permanenza nell’ambiente, lo colloca tra le cosiddette “sostanze eterne” (forever chemicals), termine con cui si indicano molecole capaci di resistere alla degradazione naturale per tempi molto lunghi.

Secondo uno studio pubblicato su Geophysical Research Lettersle concentrazioni di TFA rilevate in diversi ecosistemi del pianeta sarebbero triplicate nell’arco degli ultimi vent’anni. I dati raccolti indicano un incremento significativo in acque superficiali, precipitazioni e suoli, con una diffusione ormai globale.

 

Il TFA non viene prodotto direttamente su larga scala per applicazioni industriali diffuse; la sua presenza crescente è in gran parte il risultato di processi di degradazione atmosferica. In particolare, alcuni gas refrigeranti utilizzati in sostituzione dei CFC e degli HCFC – come gli idrofluorocarburi (HFC) e le idrofluoroolefine (HFO) – subiscono trasformazioni chimiche in atmosfera che portano alla formazione di TFA. Questo, una volta generato, viene trasportato dalle correnti e ricade al suolo attraverso le precipitazioni.

Per comprendere il fenomeno è necessario ripercorrere l’evoluzione dei refrigeranti. I CFC, ampiamente impiegati per decenni in frigoriferi, condizionatori e aerosol, furono progressivamente eliminati a causa della loro capacità di distruggere l’ozono stratosferico. In loro sostituzione vennero introdotti prima gli HCFC, poi gli HFC, composti privi di cloro e quindi meno dannosi per l’ozono.

Successivamente, l’attenzione si è spostata anche sul potenziale di riscaldamento globale di questi gas. Molti HFC, pur non intaccando l’ozono, presentano un’elevata capacità di intrappolare il calore nell’atmosfera. Ciò ha portato allo sviluppo e all’adozione delle HFO, considerate più compatibili con gli obiettivi climatici per via del loro minore impatto in termini di effetto serra.

È in questo contesto di continua sostituzione tecnologica che si inserisce la questione del TFA. Alcuni HFC e HFO, durante la loro permanenza in atmosfera, si degradano attraverso reazioni fotochimiche producendo sottoprodotti stabili, tra cui l’acido trifluoroacetico.

Un accumulo globale silenzioso

La ricerca scientifica spiega che il TFA, una volta depositato al suolo, tende a permanere nei comparti ambientali acquatici. È altamente solubile in acqua e può accumularsi in laghi, fiumi e falde sotterranee. A differenza di altri inquinanti, non si degrada facilmente né viene eliminato attraverso i normali processi di trattamento delle acque.

L’aumento registrato negli ultimi due decenni suggerisce che la produzione indiretta di TFA attraverso la degradazione dei refrigeranti stia avendo un impatto cumulativo. Sebbene le concentrazioni attuali siano generalmente considerate basse rispetto a soglie di tossicità acuta, la natura persistente del composto genera domande sulla sua possibile accumulazione a lungo termine e sugli effetti cronici sugli ecosistemi.

Le regioni più industrializzate, caratterizzate da un uso intensivo di sistemi di climatizzazione e refrigerazione, mostrano livelli più elevati. Tuttavia, tracce di TFA sono state rilevate anche in aree remote.

Effetti ecologici

Ad oggi, le conoscenze sugli effetti ecotossicologici del TFA sono ancora oggetto di studio. Alcuni esperimenti indicano che concentrazioni elevate possono influire negativamente sulla crescita di determinate specie vegetali e organismi acquatici. Tuttavia, le concentrazioni ambientali attualmente rilevate risultano inferiori ai livelli sperimentali che hanno prodotto effetti evidenti.

Ciò non elimina le preoccupazioni. La storia recente dell’inquinamento industriale insegna che la valutazione del rischio ambientale richiede una prospettiva di lungo periodo. L’accumulo progressivo, unito alla difficoltà di rimozione, rende il TFA un osservato speciale nel dibattito sulle sostanze perfluoroalchiliche.

La famiglia dei PFAS, di cui il TFA rappresenta una delle molecole più semplici, è già al centro di un’intensa attenzione regolatoria in Europa e negli Stati Uniti. Molti PFAS sono stati associati a effetti avversi sulla salute umana, tra cui interferenze endocrine e potenziali rischi cancerogeni.

Il paradosso della transizione ambientale

Il caso del TFA mostra un paradosso che accompagna spesso le politiche ambientali: la sostituzione di una tecnologia dannosa con un’alternativa apparentemente più sicura può generare effetti collaterali inattesi. Il successo nella protezione dell’ozono non è in discussione, ma l’adozione su larga scala di nuovi composti ha innescato dinamiche chimiche che solo ora vengono comprese appieno.

Questo scenario mette in luce la complessità dei sistemi naturali e l’interconnessione tra atmosfera, idrosfera e biosfera. Una molecola rilasciata per garantire comfort termico negli ambienti urbani può, attraverso una catena di trasformazioni, contribuire all’accumulo di sostanze persistenti in ecosistemi lontani migliaia di chilometri.

Un equilibrio delicato da preservare

La sfida per i prossimi anni sarà conciliare la necessità di raffreddare ambienti e catene del freddo — elementi ormai essenziali nelle economie moderne — con l’obiettivo di minimizzare l’impatto chimico sull’ambiente. Ciò richiederà investimenti in ricerca, innovazione tecnologica e una costante revisione delle politiche industriali.

L’aumento globale del TFA non costituisce, allo stato attuale, un’emergenza ambientale paragonabile al buco dell’ozono o al cambiamento climatico. Tuttavia, rappresenta un segnale da non sottovalutare. La sua crescita triplicata in due decenni dimostra che anche le soluzioni nate con finalità virtuose possono generare effetti secondari.

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martedì 10 febbraio 2026

La nostra casa era già assediata - Sharif Hamad

A Gaza, ci conosciamo tutti e tutte. Ma soprattutto, conosciamo i bombardamenti. “Se li senti, vuol dire che sei salvo”, usiamo dire. A Gaza, che si è sacrificata per tutto il mondo, è entrato in vigore un cessate il fuoco ma non esiste ancora un luogo sicuro.

Anche dopo due anni di sterminio, le persone non sono arrabbiate né disperate. Hanno imparato a gioire delle piccole cose, nonostante vivano una quotidianità indescrivibile. Qualche giorno fa sono riuscito a parlare con mia madre: mi ha raccontato di aver comprato una piccola pianta di molokhia per preparare un pranzo. “L’ho piantata vicino alla nostra tenda, a Deir el Balah – mi ha detto – Ci ho cucinato sette pasti”. Ha piantato anche del basilico e della menta. L’ha fatto questa volta, e ogni volta che con il resto della mia famiglia è stata costretta a spostarsi, cambiare campo profughi, cambiare tenda. E ogni volta che se n’è andata ha salutato le sue piante. È il suo modo per tenere viva la sua relazione con la terra. È il suo modo per dire: io resto qui.

Beit Hanoun, la mia città, oggi non esiste più. Non c’è una casa a cui tornare. Eppure passeggio per le sue strade ogni notte, appena mi addormento. Parlo con le persone, con quelle ferite e con chi non c’è più. Ma non mi basta, vorrei sentire la loro stessa fatica. Vorrei poter dire a mia madre che torneremo a casa. “Dai, mamma. Portiamolo insieme questo materasso”, le direi. Le persone di Gaza che sono state uccise non saranno mai dimenticate, e prima poi torneremo a farci compagnia in Paradiso.

In questi giorni mi capita spesso di pensare alla Nakba. All’epoca, a Gaza le evacuazioni forzate durarono tre giorni, e ne abbiamo parlato per i successivi 70 anni. Adesso che abbiamo due anni di sfollamenti alle spalle, abbiamo almeno duemila anni di racconti da tramandare.

A Gaza, dopo due anni di genocidio che si è compiuto davanti agli occhi di un mondo complice, le persone sentono di aver fatto tutto il possibile per restare umane. Sono riuscite a mandarci sorrisi mentre cercavano di sopravvivere a un piano di sterminio, tra bombardamenti, fame e sete. Tra la devastazione di scuole, infrastrutture, ospedali e mancanza di medicine. Tra le macerie del proprio paese, ancora pieno di vita, dignità e orgoglio.

A Gaza, le persone hanno scelto come sempre di attaccarsi alla vita e alla terra. E con le mobilitazioni di solidarietà in tutto il mondo hanno smesso di sentirsi sole. Hanno capito che i popoli comprendono dove risiede il male, hanno sentito di avere compagni e compagne e alleati ovunque, che sono stati capaci di gridare nelle piazze e parlare di loro. Persone che hanno preso il mare – come le attiviste e gli attivisti della Global Sumud Flottiglia – a cui hanno detto “anche non siete arrivati e arrivate a Gaza, siete arrivati ai nostri cuori”. Hanno visto le famiglie donare, tentare di aiutare anche con piccoli gesti.

A chi manifesta da due anni al nostro fianco; a chi da due anni si sveglia di notte o dorme con il cuore pesante per le immagini che ha ricevuto; a chi ha riempito le strade e le piazze; a chi ha donato per aiutarci a sopravvivere: non vi ringraziamo più. Ce lo avete insegnato voi, urlando nelle piazze “siamo tutti e tutte palestinesi”: siamo compagni di strada e di lotta, Gaza vi ha aperto gli occhi e vi ha “insegnato la vita”. Per questo non vi ringraziamo più. Però vogliamo dirvi che vi abbiamo sentitoAnche quando avevamo troppo dolore nel cuore. Anche quando eravamo in fila per un pezzo di pane o un po’ d’acqua. Anche nel frastuono delle bombe. Noi Gazawi ascoltiamo con il cuore più che con le orecchie, vediamo con la coscienza, più che con gli occhi.

Con molta tenerezza e altrettanta fermezza, vi diciamo: ci avete teso una mano che ci ha permesso di andare avanti, un giorno dopo l’altro, permettendoci di credere che un secolo di propaganda potesse essere smantellata, lasciando spazio alla nostra voce. Oggi, vi chiediamo due mani. Perché il genocidio a Gaza continua. Possono fermarsi le bombe, ma non le conseguenze di due anni di sterminio e distruzione. Oggi la Striscia è ridotta in macerie. Oltre 70mila persone sono state uccise, di cui almeno 20mila bambini e bambine, e chissà quante migliaia sono ancora sotto le macerie. Il 10% della popolazione non esiste più. Circa 4mila famiglie sono state cancellate per sempre dall’anagrafe. Le persone ferite sono oltre 180mila, senza accesso a cure sanitarie, acqua potabile, cibo. E il 53% della Striscia di Gaza resta occupata dalle forze militari israeliane: questo significa che oltre due milioni di persone sono costrette a vivere in 180 chilometri quadrati, 13mila per chilometro quadrato. Come sopravvivono? Come prima. La nostra casa era già assediata: era solo un po’ più larga.

Ma Israele controlla soprattutto i terreni agricoli necessari alla sopravvivenza della popolazione. In questi due anni le persone hanno esaurito anche i propri risparmi: se per tanto tempo sono state capaci di arrangiarsi con le scorte messe da parte, oggi la gente non ha letteralmente più niente.

Paradossalmente, è quando si fermano le bombe che inizia la fase più difficile. Sembra impossibile anche solo pensarlo, alla luce delle immagini che abbiamo osservato. Ma finché si è concentrati sulla sopravvivenza non c’è tempo di farsi domande. Adesso invece, ci mancano le risposte. Come faremo a ricostruire Gaza? È quello che ci chiediamo ogni singolo giorno. E l’unica risposta possibile, forse, è “come sempre”. Ci sono già squadre di volontari ovunque che puliscono le strade, rimuovono le macerie, cercano di rimettere in funzione gli ospedali e di liberare le scuole dalle famiglie che lì hanno trovato rifugio. Perché sanno benissimo che il primo passo è permettere a bambini e bambine di non rinunciare alla propria istruzione. È questo che fa tornare la vita.

Vedendo tutta questa distruzione davanti a noi ci sembra di vivere in un deserto, senza un inizio né una fine. E sembra impossibile ricominciare. Ma poi, un giorno dopo l’altro, lo facciamo sempre. Bisogna solo iniziare.

Non è ancora finita. Non è finita la guerra. Ma neanche la nostra speranza.

da qui

lunedì 9 febbraio 2026

Il Fiume Tagliamento non combina disastri, lasciamolo in pace - Grig


Il Fiume Tagliamento scorre dalle Alpi friulane al Mar Adriatico per circa 170 chilometri naturalmente.

Naturalmente, perché non è canalizzato, non è costretto entro argini troppo spesso in contrasto con la natura del corso d’acqua.

Ha un bacino di poco meno di 3 mila chilometri quadrati, ha carattere torrentizio e un letto fluviale largo fino a circa 2 chilometri.

E’ un fiume con struttura canali intrecciati, cioè consistente in una rete di canali d’acqua intrecciati fra loro all’interno di un alveo ghiaioso molto profondo ed ampio.

E’ uno dei pochi fiumi in Europa ad aver mantenuto le sue caratteristiche naturali, l’unico dell’Arco Alpino.

I centri urbani storici sono stati realizzati distanti dall’alveo del Fiume, che, in periodi di piena, può allargarsi sulle sponde con danni nettamente minori nelle aree golenali.


La pianura friulana è sedimentaria alluvionale, cioè realizzata dai sedimenti del Fiume attraverso la sua divagazione da una parte all’altra del bacino alluvionale (pianura) in cui scorre, da millenni.

Il letto del Fiume si sposta, perché l’area che viene abbandonata dal corso d’acqua subduce, quindi si abbassa, mentre quella dove scorre, in virtù dei materiali che deposita, si alza. Naturalmente in tempi geologici.

Attualmente il Po e tutti gli altri fiumi della pianura padana sono costretti all’interno degli argini da 100/200 anni e le aree golenali (quelle di esondazione in caso di piena) sono occupate da case, strade e capannoni. Così, sistematicamente, gli argini devono essere alzati, in quanto il Fiume sedimenta materiali e, non potendo divagare, vede il suo letto crescere in altezza, mentre i terreni intorno sono sempre più in basso.

Fiumi della Pianura Padana (e buona parte dei fiumi europei) oggi hanno un letto ben al di sopra del piano di campagna, con un rischio potenziale di grande devastazione per i terreni circostanti.

Un pericolo in crescita, anno dopo anno.  Come l’altezza degli argini.

Il rischio nel caso del Fiume Tagliamento è molto minore, non da ennesima, calamità innaturale.

E non è un caso. 

Eppure, c’è chi vorrebbe sistemarlo per bene

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domenica 8 febbraio 2026

Siamo pronti alla morte… - Andrea Segre

“Siamo pronti alla morte l’Italia chiamò”, canta Laura Pausini, interpretando l’inno nazionale di Goffredo Mameli, nella serata inaugurale dei Giochi Olimpici Milano-Cortina e nel suo volto c’è tutta la disperazione, la violenza, la bestialità, l’immenso dramma che questa frase orrenda dell’inno nazionale porta con sé.

Per secoli milioni di esseri umani sono stati trucidati in nome delle diverse patrie a favore di re, papi, generali, duci , zar, cavalieri e manager. E così sembriamo destinati ad essere ancora, a ucciderci per difendere e offendere le nostre differenze e per difendere e proteggere i nostri padroni. Finché non ci libereremo di questo immenso inganno, non vivremo mai nella giustizia.

Le Olimpiadi Milano-Cortina rimarranno nella storia come edizione piena di sangue e ipocrisia.

Non so se Laura Pausini lo abbia fatto volontariamente o meno, ma la ringrazio, perché con la sua espressione ha portato nel cuore della grande e impietosa farsa cerimoniale delle Olimpiadi l’unica necessaria verità, l’intreccio orribile tra orgoglio nazionalista e disperazione, tra patriottismo e violenza, tra esaltazione identitaria e guerra. La maschera di sconvolto, disperato ed esaltato dolore di Laura Pausini è icona marmorea del dramma infinito dell’umanità, che nulla potrà sperare finché rimarrà asservita e trucidata dagli interessi militari delle oligarchie nazionaliste.

da qui