A Gaza, ci conosciamo tutti e tutte. Ma soprattutto, conosciamo i bombardamenti. “Se li senti, vuol dire che sei salvo”, usiamo dire. A Gaza, che si è sacrificata per tutto il mondo, è entrato in vigore un cessate il fuoco ma non esiste ancora un luogo sicuro.
Anche dopo due anni di sterminio, le persone non sono arrabbiate né
disperate. Hanno imparato a gioire delle piccole cose, nonostante vivano una
quotidianità indescrivibile. Qualche giorno fa sono riuscito a parlare
con mia madre: mi ha raccontato di aver comprato una piccola pianta di molokhia per
preparare un pranzo. “L’ho piantata vicino alla nostra tenda, a Deir
el Balah – mi ha detto – Ci ho cucinato sette pasti”. Ha piantato anche del
basilico e della menta. L’ha fatto questa volta, e ogni volta che con il resto
della mia famiglia è stata costretta a spostarsi, cambiare campo profughi,
cambiare tenda. E ogni volta che se n’è andata ha salutato le sue piante. È
il suo modo per tenere viva la sua relazione con la terra. È il suo modo per
dire: io resto qui.
Beit Hanoun, la mia città, oggi non esiste più. Non c’è una casa
a cui tornare. Eppure passeggio per le sue strade ogni notte, appena mi
addormento. Parlo con le persone, con quelle ferite e con chi non c’è più. Ma
non mi basta, vorrei sentire la loro stessa fatica. Vorrei poter dire a mia
madre che torneremo a casa. “Dai, mamma. Portiamolo insieme questo materasso”,
le direi. Le persone di Gaza che sono state uccise non saranno mai dimenticate,
e prima poi torneremo a farci compagnia in Paradiso.
In questi giorni mi capita spesso di pensare alla Nakba.
All’epoca, a Gaza le evacuazioni forzate durarono tre giorni, e ne abbiamo
parlato per i successivi 70 anni. Adesso che abbiamo due anni di sfollamenti
alle spalle, abbiamo almeno duemila anni di racconti da tramandare.
A Gaza, dopo due anni di genocidio che si è compiuto davanti agli occhi di
un mondo complice, le persone sentono di aver fatto tutto il possibile per
restare umane. Sono riuscite a mandarci sorrisi mentre cercavano di
sopravvivere a un piano di sterminio, tra bombardamenti, fame e sete. Tra la
devastazione di scuole, infrastrutture, ospedali e mancanza di medicine. Tra le
macerie del proprio paese, ancora pieno di vita, dignità e orgoglio.
A Gaza, le persone hanno scelto come sempre di attaccarsi alla vita e alla
terra. E con le mobilitazioni di solidarietà in tutto il mondo hanno smesso di
sentirsi sole. Hanno capito che i popoli comprendono dove risiede il male, hanno
sentito di avere compagni e compagne e alleati ovunque, che sono stati capaci
di gridare nelle piazze e parlare di loro. Persone che hanno preso il mare –
come le attiviste e gli attivisti della Global Sumud Flottiglia – a cui hanno
detto “anche non siete arrivati e arrivate a Gaza, siete arrivati ai nostri
cuori”. Hanno visto le famiglie donare, tentare di aiutare anche con piccoli
gesti.
A chi manifesta da due anni al nostro fianco; a chi da due anni si sveglia
di notte o dorme con il cuore pesante per le immagini che ha ricevuto; a chi ha
riempito le strade e le piazze; a chi ha donato per aiutarci a sopravvivere:
non vi ringraziamo più. Ce lo avete insegnato voi, urlando nelle piazze “siamo
tutti e tutte palestinesi”: siamo compagni di strada e di lotta, Gaza vi ha
aperto gli occhi e vi ha “insegnato la vita”. Per questo non vi ringraziamo
più. Però vogliamo dirvi che vi abbiamo sentito. Anche
quando avevamo troppo dolore nel cuore. Anche quando eravamo in fila
per un pezzo di pane o un po’ d’acqua. Anche nel frastuono delle bombe. Noi
Gazawi ascoltiamo con il cuore più che con le orecchie, vediamo con la
coscienza, più che con gli occhi.
Con molta tenerezza e altrettanta fermezza, vi diciamo: ci avete teso una
mano che ci ha permesso di andare avanti, un giorno dopo l’altro, permettendoci
di credere che un secolo di propaganda potesse essere smantellata, lasciando
spazio alla nostra voce. Oggi, vi chiediamo due mani. Perché
il genocidio a Gaza continua. Possono fermarsi le bombe, ma non le
conseguenze di due anni di sterminio e distruzione. Oggi la Striscia è
ridotta in macerie. Oltre 70mila persone sono state uccise, di cui almeno
20mila bambini e bambine, e chissà quante migliaia sono ancora sotto le
macerie. Il 10% della popolazione non esiste più. Circa 4mila famiglie sono
state cancellate per sempre dall’anagrafe. Le persone ferite sono oltre
180mila, senza accesso a cure sanitarie, acqua potabile, cibo. E il 53% della
Striscia di Gaza resta occupata dalle forze militari israeliane: questo
significa che oltre due milioni di persone sono costrette a vivere in
180 chilometri quadrati, 13mila per chilometro quadrato. Come
sopravvivono? Come prima. La nostra casa era già assediata: era solo un po’ più
larga.
Ma Israele controlla soprattutto i terreni agricoli necessari alla
sopravvivenza della popolazione. In questi due anni le persone hanno esaurito
anche i propri risparmi: se per tanto tempo sono state capaci di arrangiarsi
con le scorte messe da parte, oggi la gente non ha letteralmente più
niente.
Paradossalmente, è quando si fermano le bombe che inizia la fase più
difficile. Sembra impossibile anche solo pensarlo, alla luce delle immagini che
abbiamo osservato. Ma finché si è concentrati sulla sopravvivenza non c’è tempo
di farsi domande. Adesso invece, ci mancano le risposte. Come
faremo a ricostruire Gaza? È quello che ci chiediamo ogni singolo
giorno. E l’unica risposta possibile, forse, è “come sempre”. Ci sono già
squadre di volontari ovunque che puliscono le strade, rimuovono le macerie,
cercano di rimettere in funzione gli ospedali e di liberare le scuole dalle
famiglie che lì hanno trovato rifugio. Perché sanno benissimo che il primo
passo è permettere a bambini e bambine di non rinunciare alla propria
istruzione. È questo che fa tornare la vita.
Vedendo tutta questa distruzione davanti a noi ci sembra di vivere in un
deserto, senza un inizio né una fine. E sembra impossibile ricominciare. Ma
poi, un giorno dopo l’altro, lo facciamo sempre. Bisogna solo iniziare.
Non è ancora finita. Non è finita la guerra. Ma neanche la
nostra speranza.