martedì 10 febbraio 2026

La nostra casa era già assediata - Sharif Hamad

A Gaza, ci conosciamo tutti e tutte. Ma soprattutto, conosciamo i bombardamenti. “Se li senti, vuol dire che sei salvo”, usiamo dire. A Gaza, che si è sacrificata per tutto il mondo, è entrato in vigore un cessate il fuoco ma non esiste ancora un luogo sicuro.

Anche dopo due anni di sterminio, le persone non sono arrabbiate né disperate. Hanno imparato a gioire delle piccole cose, nonostante vivano una quotidianità indescrivibile. Qualche giorno fa sono riuscito a parlare con mia madre: mi ha raccontato di aver comprato una piccola pianta di molokhia per preparare un pranzo. “L’ho piantata vicino alla nostra tenda, a Deir el Balah – mi ha detto – Ci ho cucinato sette pasti”. Ha piantato anche del basilico e della menta. L’ha fatto questa volta, e ogni volta che con il resto della mia famiglia è stata costretta a spostarsi, cambiare campo profughi, cambiare tenda. E ogni volta che se n’è andata ha salutato le sue piante. È il suo modo per tenere viva la sua relazione con la terra. È il suo modo per dire: io resto qui.

Beit Hanoun, la mia città, oggi non esiste più. Non c’è una casa a cui tornare. Eppure passeggio per le sue strade ogni notte, appena mi addormento. Parlo con le persone, con quelle ferite e con chi non c’è più. Ma non mi basta, vorrei sentire la loro stessa fatica. Vorrei poter dire a mia madre che torneremo a casa. “Dai, mamma. Portiamolo insieme questo materasso”, le direi. Le persone di Gaza che sono state uccise non saranno mai dimenticate, e prima poi torneremo a farci compagnia in Paradiso.

In questi giorni mi capita spesso di pensare alla Nakba. All’epoca, a Gaza le evacuazioni forzate durarono tre giorni, e ne abbiamo parlato per i successivi 70 anni. Adesso che abbiamo due anni di sfollamenti alle spalle, abbiamo almeno duemila anni di racconti da tramandare.

A Gaza, dopo due anni di genocidio che si è compiuto davanti agli occhi di un mondo complice, le persone sentono di aver fatto tutto il possibile per restare umane. Sono riuscite a mandarci sorrisi mentre cercavano di sopravvivere a un piano di sterminio, tra bombardamenti, fame e sete. Tra la devastazione di scuole, infrastrutture, ospedali e mancanza di medicine. Tra le macerie del proprio paese, ancora pieno di vita, dignità e orgoglio.

A Gaza, le persone hanno scelto come sempre di attaccarsi alla vita e alla terra. E con le mobilitazioni di solidarietà in tutto il mondo hanno smesso di sentirsi sole. Hanno capito che i popoli comprendono dove risiede il male, hanno sentito di avere compagni e compagne e alleati ovunque, che sono stati capaci di gridare nelle piazze e parlare di loro. Persone che hanno preso il mare – come le attiviste e gli attivisti della Global Sumud Flottiglia – a cui hanno detto “anche non siete arrivati e arrivate a Gaza, siete arrivati ai nostri cuori”. Hanno visto le famiglie donare, tentare di aiutare anche con piccoli gesti.

A chi manifesta da due anni al nostro fianco; a chi da due anni si sveglia di notte o dorme con il cuore pesante per le immagini che ha ricevuto; a chi ha riempito le strade e le piazze; a chi ha donato per aiutarci a sopravvivere: non vi ringraziamo più. Ce lo avete insegnato voi, urlando nelle piazze “siamo tutti e tutte palestinesi”: siamo compagni di strada e di lotta, Gaza vi ha aperto gli occhi e vi ha “insegnato la vita”. Per questo non vi ringraziamo più. Però vogliamo dirvi che vi abbiamo sentitoAnche quando avevamo troppo dolore nel cuore. Anche quando eravamo in fila per un pezzo di pane o un po’ d’acqua. Anche nel frastuono delle bombe. Noi Gazawi ascoltiamo con il cuore più che con le orecchie, vediamo con la coscienza, più che con gli occhi.

Con molta tenerezza e altrettanta fermezza, vi diciamo: ci avete teso una mano che ci ha permesso di andare avanti, un giorno dopo l’altro, permettendoci di credere che un secolo di propaganda potesse essere smantellata, lasciando spazio alla nostra voce. Oggi, vi chiediamo due mani. Perché il genocidio a Gaza continua. Possono fermarsi le bombe, ma non le conseguenze di due anni di sterminio e distruzione. Oggi la Striscia è ridotta in macerie. Oltre 70mila persone sono state uccise, di cui almeno 20mila bambini e bambine, e chissà quante migliaia sono ancora sotto le macerie. Il 10% della popolazione non esiste più. Circa 4mila famiglie sono state cancellate per sempre dall’anagrafe. Le persone ferite sono oltre 180mila, senza accesso a cure sanitarie, acqua potabile, cibo. E il 53% della Striscia di Gaza resta occupata dalle forze militari israeliane: questo significa che oltre due milioni di persone sono costrette a vivere in 180 chilometri quadrati, 13mila per chilometro quadrato. Come sopravvivono? Come prima. La nostra casa era già assediata: era solo un po’ più larga.

Ma Israele controlla soprattutto i terreni agricoli necessari alla sopravvivenza della popolazione. In questi due anni le persone hanno esaurito anche i propri risparmi: se per tanto tempo sono state capaci di arrangiarsi con le scorte messe da parte, oggi la gente non ha letteralmente più niente.

Paradossalmente, è quando si fermano le bombe che inizia la fase più difficile. Sembra impossibile anche solo pensarlo, alla luce delle immagini che abbiamo osservato. Ma finché si è concentrati sulla sopravvivenza non c’è tempo di farsi domande. Adesso invece, ci mancano le risposte. Come faremo a ricostruire Gaza? È quello che ci chiediamo ogni singolo giorno. E l’unica risposta possibile, forse, è “come sempre”. Ci sono già squadre di volontari ovunque che puliscono le strade, rimuovono le macerie, cercano di rimettere in funzione gli ospedali e di liberare le scuole dalle famiglie che lì hanno trovato rifugio. Perché sanno benissimo che il primo passo è permettere a bambini e bambine di non rinunciare alla propria istruzione. È questo che fa tornare la vita.

Vedendo tutta questa distruzione davanti a noi ci sembra di vivere in un deserto, senza un inizio né una fine. E sembra impossibile ricominciare. Ma poi, un giorno dopo l’altro, lo facciamo sempre. Bisogna solo iniziare.

Non è ancora finita. Non è finita la guerra. Ma neanche la nostra speranza.

da qui

lunedì 9 febbraio 2026

Il Fiume Tagliamento non combina disastri, lasciamolo in pace - Grig


Il Fiume Tagliamento scorre dalle Alpi friulane al Mar Adriatico per circa 170 chilometri naturalmente.

Naturalmente, perché non è canalizzato, non è costretto entro argini troppo spesso in contrasto con la natura del corso d’acqua.

Ha un bacino di poco meno di 3 mila chilometri quadrati, ha carattere torrentizio e un letto fluviale largo fino a circa 2 chilometri.

E’ un fiume con struttura canali intrecciati, cioè consistente in una rete di canali d’acqua intrecciati fra loro all’interno di un alveo ghiaioso molto profondo ed ampio.

E’ uno dei pochi fiumi in Europa ad aver mantenuto le sue caratteristiche naturali, l’unico dell’Arco Alpino.

I centri urbani storici sono stati realizzati distanti dall’alveo del Fiume, che, in periodi di piena, può allargarsi sulle sponde con danni nettamente minori nelle aree golenali.


La pianura friulana è sedimentaria alluvionale, cioè realizzata dai sedimenti del Fiume attraverso la sua divagazione da una parte all’altra del bacino alluvionale (pianura) in cui scorre, da millenni.

Il letto del Fiume si sposta, perché l’area che viene abbandonata dal corso d’acqua subduce, quindi si abbassa, mentre quella dove scorre, in virtù dei materiali che deposita, si alza. Naturalmente in tempi geologici.

Attualmente il Po e tutti gli altri fiumi della pianura padana sono costretti all’interno degli argini da 100/200 anni e le aree golenali (quelle di esondazione in caso di piena) sono occupate da case, strade e capannoni. Così, sistematicamente, gli argini devono essere alzati, in quanto il Fiume sedimenta materiali e, non potendo divagare, vede il suo letto crescere in altezza, mentre i terreni intorno sono sempre più in basso.

Fiumi della Pianura Padana (e buona parte dei fiumi europei) oggi hanno un letto ben al di sopra del piano di campagna, con un rischio potenziale di grande devastazione per i terreni circostanti.

Un pericolo in crescita, anno dopo anno.  Come l’altezza degli argini.

Il rischio nel caso del Fiume Tagliamento è molto minore, non da ennesima, calamità innaturale.

E non è un caso. 

Eppure, c’è chi vorrebbe sistemarlo per bene

continua qui

domenica 8 febbraio 2026

Siamo pronti alla morte… - Andrea Segre

“Siamo pronti alla morte l’Italia chiamò”, canta Laura Pausini, interpretando l’inno nazionale di Goffredo Mameli, nella serata inaugurale dei Giochi Olimpici Milano-Cortina e nel suo volto c’è tutta la disperazione, la violenza, la bestialità, l’immenso dramma che questa frase orrenda dell’inno nazionale porta con sé.

Per secoli milioni di esseri umani sono stati trucidati in nome delle diverse patrie a favore di re, papi, generali, duci , zar, cavalieri e manager. E così sembriamo destinati ad essere ancora, a ucciderci per difendere e offendere le nostre differenze e per difendere e proteggere i nostri padroni. Finché non ci libereremo di questo immenso inganno, non vivremo mai nella giustizia.

Le Olimpiadi Milano-Cortina rimarranno nella storia come edizione piena di sangue e ipocrisia.

Non so se Laura Pausini lo abbia fatto volontariamente o meno, ma la ringrazio, perché con la sua espressione ha portato nel cuore della grande e impietosa farsa cerimoniale delle Olimpiadi l’unica necessaria verità, l’intreccio orribile tra orgoglio nazionalista e disperazione, tra patriottismo e violenza, tra esaltazione identitaria e guerra. La maschera di sconvolto, disperato ed esaltato dolore di Laura Pausini è icona marmorea del dramma infinito dell’umanità, che nulla potrà sperare finché rimarrà asservita e trucidata dagli interessi militari delle oligarchie nazionaliste.

da qui

sabato 7 febbraio 2026

Sanità sarda: considerazioni a confronto a sinistra

La sanità pubblica in Sardegna, come da altre parti (forse ancora peggio che in altre parti), attraversa un brutto momento che si ripercuote inevitabilmente nella gestione delle istituzioni regionali e nel dibattito politico.

Riportiamo una analisi di Claudia Zuncheddu, medica e attivista, in risposta ad un “editoriale” del giornalista Mario Guerrini, che riportiamo sotto.

 

Lettera aperta di Claudia Zuncheddu a Mario Guerrini

Caro dott Guerrini,

la salute non aspetta i commissariamenti e le nuove nomine dei Direttori Generali. I giochi di potere non possono essere la priorità. La presidente deve esercitare i suoi poteri politici e dare  segni di discontinuità con il passato. Ma così non è!

La Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica, mi sollecita, in quanto portavoce, qualche chiarimento sul perché non sia possibile assolvere nessuno/a dalle responsabilità politiche del tracollo della Sanità pubblica in Sardegna.

Solinas è Solinas, il Pd è il Pd, ma l’operato della presidente Todde andrebbe interpretato in un contesto politico più ampio e poco analizzato. La memoria storica è d’aiuto. Per dovere di cronaca.

la grande crisi della Sanità sarda è esordita con il “Riordino della rete ospedaliera sarda”, con Pigliaru presidente. In nome del Riordino, dei Pareggi di bilancio, della Razionalizzazione, Riorganizzazione e Accorpamenti, furono smantellati gli ospedali dei nostri territori, per poi smantellare i grandi ospedali di Cagliari, al servizio di tutta la Sardegna.

E’ sotto la giunta del centro sinistra, che si firmò l’accordo con Al Thani, l’emiro del Qatar, per finanziare con le casse sarde il Mater Olbia. L’ospedale simbolo per eccellenza della privatizzazione del Sistema sanitario pubblico in Sardegna. L’accordo fu talmente conteso tra centro sinistra e centro destra, tanto da accapigliarsi tra loro.

La Sanità pubblica perdeva un numero esorbitante di posti letto, con l’impegno della RAS, sotto forti pressioni di Renzi su Pigliaru, di finanziare con 60 milioni di Euro all’anno, per dieci anni il Mater Olbia. L’ex ospedale San Raffaele, fu rilevato dall’emiro del Qatar Al Thani, per un miliardo e 200milioni. Ma per l’emiro, alla Sanità si legava un altro interesse: la riforma urbanistica (ndr). Su Sanità e Riforma Urbanistica si scavò la fossa il governo Pigliaru, per far strada ad altri pessimi governi con devastanti politiche sanitarie e non solo.

Mentre in Sardegna imperversavano le lotte per la difesa della Sanità Pubblica, sul Mater Olbia fecero pace le grandi religioni con il Bambin Gesù e l’emirato arabo, nonché la destra e la sinistra sarda. Per la più eclatante operazione neocoloniale arabo/italiana in Sardegna, ad una nostra scolaresca si fece intonare l’inno d’Italia, all’insegna del danno e della beffa per noi sardi.

Ma al fascino perverso della privatizzazione della sanità pubblica, non si sottrae nessuno e ancor meno il M5S.

Beppe Grillo, al culmine del successo del M5S, dichiarò che il Mater Olbia avrebbe salvato noi sardi.

La ministra della Salute Giulia Grillo, del governo Conte I (ex capogruppo M5S Camera dei deputati), rispose ad un documento della Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica, di cui già ero portavoce, che “non disdegnava la sanità privata….”.

Ma non solo. Nel pieno delle lotte contro i finanziamenti pubblici dalle casse sarde al Mater Olbia, con la legge di bilancio, il governo Conte stabiliva addirittura l’incremento da parte della RAS dal 6% al 20% del finanziamento al Mater Olbia, per l’acquisto di prestazioni sanitarie private. Un’azione di pirateria politica con cui si confermava che i tagli previsti con il decreto del 2012 sulla “spending review”, erano solo per la sanità pubblica.

Come nei gialli più intricati, dietro quest’operazione, c’era il capo di Gabinetto della ministra Grillo, proprio lui, Guido Carpani, già capo di Gabinetto del ministro Renato Balduzzi del governo Monti, autore della “spending review”. Eppure il M5S scelse Carpani, grande sostenitore della sanità privata e figura di spicco della sanità e università del Vaticano.

Ma a sciogliere il mistero degli ulteriori finanziamenti che secondo il governo Conte, la Regione Sardegna doveva garantire all’ospedale privato del Qatar, è che Guido Carpani risultava membro del consiglio di amministrazione del Mater Olbia, sino a qualche giorno prima del suo insediamento nel Gabinetto della ministra Grillo.

Carpani subentrò al costituzionalista Alfonso Celotto, che rassegnò le dimissioni da capo di Gabinetto della Grillo per lo scarso sostegno finanziario del governo Conte alla sanità pubblica e non solo. C’erano contrasti giuridici con la normativa dell’ordinamento italiano, ma anche l’incoerenza del M5S che disattendeva il programma elettorale, addirittura svendendo la sanità pubblica a quella privata di un altro Stato: il Vaticano.

Oggi, con la presidente-assessora Todde, non c’è alcun segno di discontinuità con il passato e a vincere sarà sempre la conservazione, mentre tutto precipita. Il giudizio politico sul suo operato in campo sanitario, per non parlare di quello sul fronte energetico e non solo, impone un cambio di paradigma che escluda l’ingenuità, il vittimismo e la difesa del bene pubblico. Nulla di tutto questo pare appartenerle.


L’intervento di Claudia Zuncheddu faceva seguito a questo, sempre sulla sanità sarda, del giornalista, ex RAI, Mario Guerrini:

I nemici di Alessandra Todde, Presidente della Regione Sardegna. Sono tanti. E terribilmente potenti. Intanto ci sono le lobby dell’imprenditoria, fortemente collegate anche alla massoneria.  Parlo di lobby perché in Sardegna c’è un ristretto circuito economico che si aggiudica sempre, da anni (troppi), i grandi affari. Ed è un circuito in cui sono comprese anche forze politiche (colluse). Poi ci sono i parassiti del sistema. Quelli che vivono di appalti pubblici, succhiando enorme risorse a Mamma Regione. Anche qui sfruttando le complicità trasversali della politica. E poi pullulano gli interessi nel grande business della Sanità. Dove taluni DG sono particolarmente corteggiati da frange politiche (destra e sinistra) per gli appalti o i finanziamenti o i favori. Qui ci sono anche le espressioni politiche trasversali che lavorano per la Sanità privata. Con danni evidenti al Servizio Pubblico. Ci sono quindi i gruppi editoriali. Il cui obbiettivo è addossare alla Presidente le mille responsabilità di tutto ciò che non funziona. Come se i mali atavici dell’isola li avesse creati lei. Infine ci sono gli alleati infidi. Quelli che soffrono per la sua visibilità. Aver chiuso i rubinetti, non tutti (purtroppo), ha suscitato contro la leader 5 Stelle una forte reazione di negatività. Bisogna tenerne conto. Per meglio comprendere la sua azione politica. Non scevra, peraltro, da errori. Come non manco di sottolineare. La realtà è che il potere, i poteri, che hanno goduto abitualmente di magnanime elargizioni, quando trovano le porte chiuse, si alterano furiosamente. Troppe ambiguità, in certe parti politiche “amiche” importanti, rivelano l’insoddisfazione per avidità e esigenze non soddisfatte. Mamma Regione è da sempre considerata una mucca benigna in grado di allattare mille estroverse aspirazioni. In poltrone e denari (nostri).

 

da qui

giovedì 5 febbraio 2026

Scrivere romanzi sulla Sardegna è inutile! - Giovanni Gusai

 

Basta con l’immagine del povero bimbo malato: ActionAid cambia rotta in Africa e smonta un rapporto di potere - Stefano Pancera

 

Per decenni, uno dei pilastri morali e finanziari della cooperazione internazionale è stato rappresentato da una formula consolidata: la foto di un bambino, un nome, un villaggio lontano e la promessa che, attraverso una quota mensile, si potesse “cambiare una vita”.

Tuttavia, le immagini di minori africani utilizzate per mobilitare le donazioni — pratica nota da anni come poverty porn — non sono affatto neutrali. Producono immaginari, rafforzano gerarchie e raccontano l’Africa come un luogo di privazione, piuttosto che come uno spazio di organizzazione sociale.

Il modello del sostegno a distanza, o “sponsor a child”, ha costruito l’identità di molte grandi Ong occidentali attive in Africa, Asia e America Latina. Per mezzo secolo, la figura dello sponsor del “povero bimbo” è stata considerata intoccabile: una formula semplice e rassicurante composta da un bambino, un donatore e una promessa.

Questo meccanismo ha funzionato, raccogliendo fondi e costruendo consenso, ma ha anche cristallizzato un’immagine distorta del continente africano: una terra fragile, dipendente e in perenne attesa.

Oggi ActionAid, una delle grandi organizzazioni che più a lungo ha incarnato questo modello sin dalla sua nascita nel 1972, dichiara che tale approccio non è più sufficiente. Lo fa con parole che hanno un peso specifico nel mondo della cooperazione: l’obiettivo è “decolonizzare” lo storico programma di sponsorizzazione dal paternalismo, retaggio di un’epoca passata. Non si tratta di accuse esterne, bensì di un’autocritica necessaria. È un passaggio complesso e scomodo, poiché tocca il cuore emotivo della cooperazione internazionale e mette in discussione un sistema che ha garantito entrate stabili per decenni.

 

Per anni il sistema è rimasto immutato: i donatori scelgono un bambino in un Paese povero, ricevendo in cambio aggiornamenti, lettere e fotografie. È tuttavia evidente che permettere di selezionare un bambino tramite una foto generi una relazione asimmetrica. Si definisce un divario tra chi guarda e chi viene guardato, tra chi decide e chi riceve: un nodo che non è solo etico, ma profondamente simbolico. Non è solo una questione di metodo; è, a tutti gli effetti, una questione di potere.

Il fulcro della revisione annunciata consiste nello spostare la narrazione degli aiuti dalla compassione alla reale solidarietà. L’obiettivo non è più limitarsi ad “aiutare qualcuno che soffre”, ma collaborare attivamente con movimenti locali, organizzazioni di base e comunità che già lottano per i diritti, l’istruzione e la salute. Questo approccio impone un superamento delle narrazioni individuali, dei ‘volti’ da salvare. In termini di coerenza, ciò dovrebbe tradursi in una drastica riduzione degli investimenti in campagne pubblicitarie e promozione, così come in un ridimensionamento di quegli apparati burocratici che alimentano stipendi privilegiati.

Resta però un interrogativo aperto che ogni Ong deve affrontare: i donatori saranno pronti a seguire questo cambiamento? Saranno disposti ad accettare un’Africa meno “commovente”, meno filtrata dai post strategici e furbetti sui social e più marcatamente politica?. Un’Africa meno rassicurante e più complessa?

Decolonizzare gli aiuti, infatti, non significa solo modificare i programmi. Significa rinunciare intimamente all’idea di essere al centro della Storia. Perché non lo siamo.

da qui