giovedì 30 aprile 2026

Saviano: “Non riscriverei Gomorra, mi ha rovinato la vita”

 

Lo scrittore: “Da vent’anni quel libro mi condiziona. Per farlo ho sacrificato la serenità mia e dei miei cari”

Gomorra mi ha distrutto la vita, non c’è altro modo per iniziare. O almeno io non ne ho trovato uno migliore. Ed è bene sapere anche che non vado fiero di quel che ho fatto alla mia vita: illudendomi di poter cambiare il mondo, o quantomeno quel pezzettino di mondo che mi circondava, ho sacrificato il bene più prezioso che ciascuno di noi possiede: la propria serenità e quella dei propri cari.

Uno scrittore che amo molto, James Baldwin, diceva che non tutto ciò che si affronta può essere cambiato, ma nulla può essere cambiato finché non lo si affronta. E io ci avevo creduto. Avevo creduto che la letteratura potesse essere uno strumento di trasformazione reale, che le parole potessero cambiare il mondo. E forse, dopo Gomorra, qualcosa davvero è avvenuto. Ma il prezzo – che non avevo calcolato, non perché fossi coraggioso ma perché ero semplicemente ingenuo – l’ho pagato io, e continuo a pagarlo, come un debito che non si estingue.

 

Ed eccomi qui, vent’anni dopo, ancora alle prese con un libro che non avrei dovuto scrivere. Spesso penso a me e a Gomorra, e in un paradosso che solo la letteratura può contemplare, mi viene da domandarmi se sia nato prima io o prima lui. Se sia stato io a scrivere il mio libro, o sia stato lui a scrivere me, la sua creatura. Vedo me stesso stanco, rotto, disilluso e lui ancora vivo, attuale, pronto per essere letto esattamente come vent’anni fa. Da vent’anni Gomorra mi dice come vivere. Con quali occhi svegliarmi al mattino e con quali coricarmi la sera. Spesso mi chiedono se, con il senno di poi, tornerei a scriverlo. La risposta è no, non lo riscriverei, nemmeno sotto tortura.

Solo pochi mesi prima di iniziare a scrivere Gomorra, ero uno studente di filosofia e le uniche armi che m’interessavano erano quelle del pensiero. Leggevo Giordano Bruno, Machiavelli, Bacon, Vico, Spinoza, Leibniz, Weber e dalla mia vita mi aspettavo questo: un continuo confronto con pensatori di ogni epoca da cui avrei preso linfa per la scrittura, idee per la vita. Eppure, c’erano storie, voci, immagini che non riuscivo a ignorare. Come il corpo di don Peppe Diana, ucciso nella sua chiesa a colpi di pistola dal clan dei Casalesi, e poi la sua memoria umiliata da chi inquina i pozzi rendendo indistinguibili, in terra di camorra, il sano dal marcio, il legale dall’illegale. Mentre il mio pensiero volava in alto, le voci e le immagini che raggiungevano il mio cervello lo trascinavano verso il basso, rendendolo bestiale. Esistono punti di contatto tra queste due sfere in apparenza così distanti: una certa filosofia da mattatoio che, pur puzzando di sangue, possiede una sua struttura, una sua articolazione logica, una sua intelligenza.

Nato a Napoli, cresciuto nella Terra dei Fuochi, potevo mai raccontare Giordano Bruno senza che il volto di Francesco Schiavone detto Sandokan venisse a tormentarmi? Così il pensiero ha assunto la forma di un Centauro e ha prodotto creature dotate di ferocia bestiale, ma mai prive di intelletto e strategia. Francesco Schiavone, che strangola a mani nude e passa ore a leggere pagine di storia borbonica. Gennaro Marino, detto McKay, che si fa costruire una dacia russa nel cuore di Secondigliano. Augusto La Torre, studioso di psicologia, ideatore del cosiddetto «metodo La Torre» per smaltire i cadaveri. Ognuno con i suoi slanci cerebrali, ognuno pronto ad ammazzare se necessario.

Oggi, quando ripenso a ciò che ha mosso la mia mano nella scrittura di Gomorra, mi sento uno sciocco. Ho creduto, ingenuamente, che raccontare la verità per come io l’avevo vissuta, annusata, ascoltata, letta nelle cronache quotidiane, alle udienze nei tribunali, dentro i fascicoli giudiziari, potesse rappresentare un valore a sé stante. Non stavo raccontando segreti mai rivelati. Stavo solo unendo i punti, ecco tutto.

Mi maledico per non aver compreso che avere tutto dinnanzi agli occhi non è come avere tutto in un quadro organico: vivere immersi in Gomorra non significava, per chi si muoveva nei suoi budelli e nelle sue strettoie, comprendere davvero Gomorra. E la presa di coscienza collettiva ha portato con sé una reazione di odio puro che no, non avevo calcolato. Non sto parlando solo dell’odio di chi mi ha minacciato, rovinandomi la vita e costringendomi sotto scorta. Sto parlando di chi quelle verità le aveva viste fluttuare, ma mai aveva alzato il braccio per afferrarle. La scrittrice turca Ece Temelkuran ha definito questa «la psicologia degli sconfitti»: le persone che dovrebbero essere dalla nostra parte si sentono sconfitte e si odiano per questo. L’odio che ci rivolgono è odio per sé stesse, proiettato su di noi. E di questo odio, certa politica si è nutrita, strumentalizzandolo. «Parla dal suo attico a Manhattan», «Una volta al governo gli toglieremo la scorta». Ma prima era stata la volta di altre accuse: «Sei un gufo», «Diffami il tuo Paese».

Su un altro fronte, altro ma non distante, è accaduto ciò che per me era impensabile: Gomorra portato in teatro, e poi il film di Matteo Garrone, e poi la serie tv. I David di Donatello, il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, i Nastri d’Argento. Gradualmente ho realizzato che Gomorra non mi apparteneva più, perché con Gomorra non volevo raccontare Napoli al mondo, ma il mondo attraverso Napoli. E, incredibilmente, il mondo, guardando Napoli, ha visto se stesso e si è riconosciuto. Persino in Messico, quando si descrivevano alcune dinamiche criminali, si iniziava a dire «à la Gomorra», perché Gomorra aveva cambiato radicalmente il modo di osservare certi fenomeni.

Eppure, nel corso di questi venti lunghi anni, le critiche più aspre mi sono arrivate da chi ha stigmatizzato Gomorra e le sue gemmazioni senza averli mai nemmeno sfiorati. Eppure io sono ancora qui, con quell’immagine del ragazzo che ero, quando tutto era diverso, quando ero immerso nei miei sogni, con i rulli delle stamperie che a me parevano cantare l’inno di un interesse nuovo per le dinamiche criminali, quelle stesse dinamiche che spesso, per quieto vivere, si preferisce ignorare.

«Se ti facevi i fatti tuoi, tutto questo non sarebbe successo» è la frase che mi sono sentito ripetere cento volte. Ma che ne potevo sapere io… a vent’anni giravo con la mia Vespa e con la fretta di tornare a casa, alla mia scrivania, per scrivere. Non volevo dimenticare nulla, dovevo mettere nero su bianco tutto quello che avevo visto, sentito, annusato.

Così è nato Gomorra… e così, piano piano, un pezzo alla volta, ho iniziato, forse, a morire io.

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mercoledì 29 aprile 2026

La propaganda LEGO dell’Iran rivela come funziona la guerra cognitiva

di Empathic Revolutionary *      

 La Narrazione

Un piccolo studio in Iran con meno di dieci persone ha prodotto quotidianamente video di propaganda AI in stile LEGO. I clip dicono ad alta voce ciò che i media americani si rifiutano di dire. Come il fatto che i bombardamenti sono crimini di guerra. Che i funzionari che li ordinano sono gli aggressori. Che le persone dalla parte del ricevente sono esseri umani.

Un ritornello ripete verità scomode: “Il tuo governo è gestito da pedofili. Ti hanno ordinato di morire per Israele“. I video stabiliscono connessioni esplicite con la rete di Epstein, inquadrandola come parte di un sistema più ampio di compromesso e controllo delle élite.

Rinominano “America First” come “Make Israel Great Again“. Trump appare come un cartone animato. Netanyahu viene preso in giro. I comandanti iraniani sembrano fighi, sicuri di sé, in controllo. Musica rap, colori vivaci, montaggio veloce, ritmo da meme. Missili che volano. Battute che colpiscono.

Il tono è più vicino alla cultura di internet che ai media di stato perché è rivolto allo stesso pubblico che i media aziendali americani hanno abbandonato.

Questa superficie è l’amo. La domanda successiva è chi lo sta facendo. Il gruppo si chiama Akhbar Enfejari — Media Esplosivi.

Prima della guerra, il canale era gestito da un piccolo gruppo di giovani iraniani su Telegram. Pubblicavano clip meteo, highlights di calcio, lamentele sulla scuola e critiche al loro stesso governo. Si impegnavano anche in discussioni sulle sanzioni e sugli sviluppi geopolitici più ampi. Non erano propagandisti. Né terroristi. Erano solo normali creatori di contenuti che capivano i social media e sapevano usare gli strumenti di IA.

YouTube ha bannato il loro canale. Ma a quel punto i video si erano già diffusi su X, TikTok, Instagram e Telegram. Avevano solo bisogno di muoversi attraverso i feed più velocemente di quanto le narrazioni ufficiali potessero contrastarli.

Per decenni, gli USA hanno lavorato per appiattire l’Iran in un’unica immagine. Bush lo ha definito parte dell’Asse del Male. Hollywood lo ha reso il villain in Argo e 300. Le news via cavo hanno costruito la loro copertura attorno a clero e folle urlanti. Le sanzioni hanno tagliato l’accesso a farmaci antitumorali e insulina mentre i funzionari definivano la politica umanitaria.

Trump ha stracciato il JCPOA nel 2018 dopo che l’Iran aveva rispettato la sua parte. Due anni dopo ha ordinato l’assassinio di Qasem Soleimani su suolo straniero e lo ha trattato come una vittoria.

Il progetto era coerente. Ridurre novanta milioni di persone a un regime, una minaccia, un’immagine che gli americani non avrebbero avuto problemi a vedere bombardata.

Ora l’Iran sta plasmando quell’immagine. Trump e Netanyahu sono collocati al suo interno come bersagli, mentre i funzionari iraniani sono mostrati come sicuri di sé e in controllo.

L’Iran ha smesso di rivolgersi a Washington. Il colpo di stato del 1953, il ritiro dal JCPOA, l’uccisione di Soleimani, il sabotaggio seriale dei siti nucleari, gli omicidi di scienziati iraniani per le strade iraniane — il dossier è chiuso. Non c’è più nulla da negoziare con un Impero che tratta ogni accordo come una pausa prima del prossimo colpo. L’Iran non sta parlando con la Casa Bianca. Sta parlando oltre essa, ai pubblici in Europa, America Latina, Asia, Africa e all’interno degli stessi Stati Uniti.

Il cambiamento ha senso nel quadro geopolitico reale. Le recenti mosse di allineamento tra i paesi BRICS su commercio, energia e regolamento delle valute mostrano il cambiamento nella pratica, non solo nella retorica. La competizione sottostante è tra USA e NATO contro il blocco BRICS.

I media aziendali cercano qualsiasi altra cornice — terrorismo, proliferazione, diritti umani, stabilità regionale — prima di nominare l’asse. Leggere la strategia LEGO richiede di nominarlo. L’Iran non è un attore canaglia che fa i capricci contro un ordine stabile. È un nodo all’interno di uno spostamento coordinato di come il potere si distribuisce a livello globale, e si comporta come tale.

Restrizione

Washington e Tel Aviv hanno passato il ciclo attuale a cercare di trascinare Iran e Russia nella prima escalation palese. Una risposta provocata avrebbe consegnato loro la narrazione e preparato il terreno per la guerra più ampia che vogliono. Entrambe le capitali si sono rifiutate. L’Iran ha assorbito i colpi, non ha mai sparato per primo e ha rispettato il diritto internazionale.

Quella restrizione è di per sé un messaggio per il pubblico globale. Dice che l’impero sta oscillando e sbagliando il bersaglio. Dice che gli adulti in questo conflitto sono quelli che vengono bombardati, non quelli che bombardano.

I dati lo confermano. Il sostegno alla guerra contro l’Iran è iniziato al trentasette per cento ed è continuato a scendere. L’Afghanistan era partito al novantadue per cento. L’Iraq al settantadue. Questa volta Washington non ha nemmeno presentato le sue ragioni prima di colpire. Non c’è stato un Colin Powell all’ONU con una provetta. Non c’è stato un dossier di intelligence manipolato venduto per diciotto mesi.

Ci si aspettava che il pubblico accettasse questa guerra nelle stesse condizioni informative che avevano permesso gli interventi precedenti. Questa volta, quella aspettativa è fallita.

La restrizione sul terreno libera l’Iran per passare all’offensiva nel dominio della Guerra Cognitiva attraverso i feed dei social media. Il fatto che l’Iran detenga l’alto livello legale e morale nel conflitto fisico apre il fronte culturale, che è l’unico fronte dove i vantaggi schiaccianti dell’impero non si traducono altrettanto efficacemente.

I sistemi di difesa missilistica non fermano un clip virale. Le portaerei non fanno più meme di uno studio di dieci persone. La prima ondata di attacchi statunitensi e israeliani avrebbe ucciso molti dei propagandisti vecchia scuola dell’Iran. La generazione che li ha sostituiti è cresciuta sulla stessa internet dei ragazzi americani a cui parlavano.

È meglio familiarizzare con questi concetti prima piuttosto che dopo perché questo è l’aspetto della guerra cognitiva e chiunque abbia accesso a internet e a un proprio account social può fare la differenza.

La cultura è il terreno. Il vecchio modello di macchina propagandistica governa ancora la maggior parte della conversazione pubblica sulla guerra — sale stampa, conferenze stampa, canali di intelligence, strutture di comando militare, che poi filtrano verso i media. Quel modello è rotto.

La lotta per la percezione ora avviene molto più vicino al livello dell’attenzione ordinaria. Avviene nel feed, nello scorrimento, nella battuta, nel clip che le persone si scambiano, nello stile visivo che risulta immediatamente leggibile prima ancora che qualcuno elabori il messaggio al suo interno.

La Cultura è il Terreno

L’approccio LEGO funziona perché è immediatamente riconoscibile. Uno dei creatori l’ha chiamato un “linguaggio mondiale“, e questo è il punto: è immediatamente familiare, facile da leggere e viaggia tra i pubblici senza attrito.

La frase è precisa. LEGO porta una familiarità visiva condivisa in ogni mercato che i video devono raggiungere. Abbassa la resistenza. Dà ai video una superficie che sembra facile da affrontare, anche quando il messaggio all’interno è duro o di parte. Lo stile fa la maggior parte del lavoro prima che lo spettatore inizi davvero a pensare alla politica.

Questi video non hanno bisogno di cambiare l’opinione di massa. La loro funzione è rendere visibile il dubbio esistente. Lo scetticismo sulla condotta statunitense e israeliana è già diffuso. Molte persone diffidano della messaggistica bellica ufficiale e sospettano che le giustificazioni pubbliche non corrispondano alle motivazioni sottostanti. Percepiscono un divario tra ciò che le istituzioni dicono e ciò che osservano. Gran parte di quel dubbio rimane sparso e sottosviluppato — tenuto privatamente, condiviso in piccoli circoli, o sentito come una vaga sensazione che qualcosa non quadri.

La cultura virale cambia quella situazione trasformando il dubbio sparso in qualcosa che le persone possono vedere e condividere. Rende lo scetticismo pubblico invece che privato.

Quando ciò accade su larga scala, l’umore generale cambia. Le persone smettono di sentirsi sole nel loro scetticismo e iniziano a vedere che altri pensano allo stesso modo. Questa consapevolezza condivisa cambia il modo in cui le persone interpretano ciò che sta accadendo. Gli americani che protestavano contro il loro stesso governo hanno persino usato la propaganda iraniana come colonna sonora.

Le istituzioni mancano di questa capacità. Possono diffondere molto contenuto. Possono ripetere le stesse frasi. Possono inviare messaggi coordinati attraverso ogni canale che controllano. Non possono generare il tipo di percezione condivisa e vissuta che rende un’idea socialmente reale. Un breve video può farlo. Un meme può farlo. Un buon podcast può farlo.

Qualsiasi pezzo di contenuto creato può ripetere un sentimento condiviso in pochi secondi. Si diffonde attraverso la cultura online perché le persone ridono, lo riconoscono e lo condividono.

La Casa Bianca ha gestito la propria operazione di meme. Karoline Leavitt ha detto che ha raggiunto due miliardi di impressioni. Quel numero potrebbe essere reale, ma il volume da solo non decide questo tipo di lotta. Il contenuto ufficiale spesso sembra controllato e sceneggiato. Sembra pianificato. Sembra il potere che cerca di imitare la cultura di internet senza inserirvisi completamente.

Un piccolo team di animazione AI lo ha superato perché ha capito come funziona realmente il medium. Quando questo è diventato chiaro, la risposta è stata chiuderlo. YouTube ha rimosso il canale. I clip hanno continuato a diffondersi comunque, ripubblicati e condivisi dagli stessi americani a cui erano rivolti. A quel punto, la censura non riduce l’impatto. Lo rafforza. Segnala al pubblico che il contenuto ha centrato il bersaglio.

La percezione tende a precedere il ragionamento formale. Le persone capiscono rapidamente chi sembra credibile, minaccioso, ingannevole o dominante prima ancora di formarsi completamente un’opinione. La cultura struttura questi giudizi precoci impostando la cornice emotiva attorno a un evento.

Una volta che quella cornice è stabilita, le informazioni successive non vengono elaborate in modo neutrale; le persone tendono a interpretarle attraverso ciò che già sentono e credono.

L’AI rafforza questa dinamica riducendo i costi di produzione e accelerando i cicli di iterazione. Piccoli team possono ora sostenere una produzione continua di contenuti con stile coerente, personaggi ricorrenti e tempi di risposta rapidi.

L’AI è solo parte dell’equazione. Il vantaggio decisivo risiede in come il conflitto viene inquadrato e confezionato per la circolazione all’interno dei sistemi di attenzione esistenti. La tecnologia abilita la distribuzione. L’intuizione culturale determina se il contenuto si muove davvero.

Un sistema che ha passato decenni a plasmare come viene visto l’Iran sta ora ricevendo una risposta nello stesso medium — veloce, culturale e costruito per il feed.

La lotta non è più decisa dopo che gli eventi sono stati spiegati. È plasmata in tempo reale da come quegli eventi vengono inquadrati, condivisi e riconosciuti. La parte che definisce ciò che le persone pensano di vedere, presto e su larga scala, imposta la direzione che il resto della storia seguirà.

* dal Substack Empatic Philosophy

Altri video:

L. O. S. E. R.

Hegseth 

LIAR

Wake Up AMerica

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martedì 28 aprile 2026

Utenti profilati e algoritmi: così Meta ha interferito nelle elezioni del 2022 - Thomas Mackinson

 

[…] Quanto sono americane le “ombre russe” sul voto in Italia, quelle che agitavano timori per la “tenuta democratica” in Europa. Nell’agosto 2022, a poche settimane dalle elezioni, mentre l’attenzione era tutta su Mosca, sugli smartphone di milioni di italiani si stava apparecchiando una silenziosa profilazione di massa. Non da parte di hacker del Cremlino, ma del colosso americano Meta. È il punto più clamoroso della nuova inchiesta di Report sul Garante della Privacy che andrà in onda stasera. La trasmissione ricostruisce come, alla vigilia del voto, la multinazionale di Mark Zuckerberg stesse raccogliendo e trattando dati degli utenti italiani legati alle interazioni con contenuti elettorali. E come, una volta venuta a galla, membri del Garante si adoperarono per sventare una mega-multa che avrebbe anche portato alla luce un sistema surrettizio di influenza sul voto. Peraltro a senso unico, grazie alla successiva rimozione selettiva e asimmetrica di un algoritmo che limitava la visibilità dei contenuti politici, che avrebbe favorito la destra.

[…]

Nel 2022, in vista delle elezioni politiche Meta lancia su Facebook la funzione EDI (Election Day Information) e su Instagram dei colorati sticker a tema. L’iniziativa si presenta come un comodo servizio civico per reindirizzare gli elettori al sito del ministero dell’Interno, che ne era a conoscenza. L’inchiesta di Report svela che dietro l’apparenza informativa si attiva un trattamento più ampio: età, genere, posizione geografica, dispositivo e interazioni vengono raccolti, conservati e aggregati. La stessa Meta ammette la possibilità di condividere dati aggregati con terze parti, inclusi “partner governativi o comitati elettorali”. Oltre 6 milioni e mezzo di utenti vengono coinvolti. La partecipazione al voto si trasforma in un’opinione politica monetizzabile, in quello che una fonte evoca come un secondo “caso Cambridge Analytica”. […]

Di fronte a questa attività, il dipartimento tecnico del Garante guidato da Riccardo Acciai chiede un blocco urgente. È qui che si consuma uno scontro ai vertici documentato dai verbali ufficiali: i membri del collegio Guido Scorza e Agostino Ghiglia frenano, chiedendo di attendere le autorità europee. I due peraltro sono indagati per corruzione anche per la vicenda degli occhiali Meta Smart glasses. La resistenza culmina in una mail svelata da Report, in cui Scorza il 24 settembre 2022 blocca i tecnici sostenendo che non ci fosse il necessario fumus. Nelle stesse ore, Mattei ordina ad Acciai di soprassedere.

A metà 2023 si ripropone il problema con le elezioni regionali e i tecnici riescono a far emanare un provvedimento d’urgenza che impedisce a Meta di condividere i dati con terzi. E propongono una multa da 75 milioni. L’anomalia più clamorosa avviene qui. Dai documenti raccolti da Report emerge l’irritazione di Agostino Ghiglia, che il 29 febbraio 2024 definisce la sanzione “ridicola”, aggiungendo che andava “smontata”. Alla fine, la multa viene drasticamente abbassata a 25 milioni, un importo pari ad appena lo 0,02% del fatturato mondiale annuo della società. Eppure, nonostante lo sconto, del 70% sia Scorza che Ghiglia votano contro il provvedimento. Report svela che la Procura ha acquisito i documenti relativi alla vicenda.

[…]

Poi l’inchiesta si spinge oltre, toccando il tema dell’influenza algoritmica. Nel 2021 Meta aveva introdotto un filtro per limitare la visibilità dei contenuti politici, dichiarando di averlo rimosso per tutti nel 2025. Un’analisi condotta da un gruppo interno di tecnici del Pd smentisce però questa versione: il filtro sembrerebbe essere stato disattivato in gran segreto già nel novembre 2024, in coincidenza con la vittoria di Donald Trump negli Usa. I grafici mostrati a Report evidenziano che la rimozione ha favorito esclusivamente le posizioni della destra antieuropeista, mentre i contenuti del centrosinistra sono rimasti, per usare le parole del dem Sandro Ruotolo, “sottoterra”. Meta nega formalmente ogni accusa, sostenendo di non raccogliere dati politici e di non aver operato rimozioni asimmetriche. Ma Ruotolo sintetizza: “Sono i signori delle piattaforme che decidono il carattere politico che deve avere un Paese”.

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lunedì 27 aprile 2026

La Cassazione “sindacalista”: svolta penale sugli sfruttatori - Marco Palombi

La sentenza. Chi minaccia licenziamenti per imporre orari più lunghi e/o meno salario è un “estorsore” e rischia 10 anni di carcere

Giorgia Meloni, bontà sua, come ogni 1° maggio si appresta a regalarci un nuovo decreto Lavoro: questo del 2026, a stare alle anticipazioni, sarà anche più inutile dei precedenti (vedi il pezzo a destra). L’atteggiamento del governo nei confronti del “fondamento della Repubblica”, d’altra parte, è ben riassunto dalla sua rinuncia ad esercitare la delega per migliorare la retribuzione e la contrattazione collettiva: l’unica idea di Meloni e soci in proposito è la concessione di qualche sgravio per salario secondario e welfare aziendale, roba che aumenta un po’ il netto in busta paga a danno della futura pensione e dei conti dell’Inps.

In un panorama disperante, e d’altra parte non da oggi e non dall’altroieri, è forse il caso di far notare – ai lettori, al governo e all’opposizione – che persino in materia di lavoro è stata la magistratura negli ultimi anni a supplire all’assenza della politica avendo in mano solo la Costituzione e il codice penale, adattando leggi vecchie e nuove all’odierno contesto di povertà lavorativa e sfruttamento diffuso: una supplenza che alcune recentissime sentenze penali della Cassazione potrebbero rendere ancor più cogente, perché forniscono una nuova ed efficace arma a sindacati, ispettori del lavoro, avvocati e chiunque altro si occupi di tutelare dalla ferocia del mercato i lavoratori meno garantiti.

Citeremo qui solo di sfuggita le giustamente famose inchieste per sfruttamento e caporalato del pm di Milano Paolo Storari nei settori della logistica, della moda, della grande distribuzione e, ovviamente, del delivery: sequestri e commissariamenti delle case madri (e non delle scatole vuote societarie che assumevano i lavoratori) alla fine del 2025 avevano portato a 50mila assunzioni regolari e incassi per l’erario da 600 milioni di euro su tasse e contributi evasi. Ottimi risultati, ancorché – nonostante le inchieste abbiano più volte passato il vaglio della Suprema Corte – non paiano aver “ispirato” il lavoro dei colleghi in altre parti della penisola, dove anzi a volte si mettono persino sotto processo sindacalisti e lavoratori troppo conflittuali…

La novità di queste settimane però, come detto, sono alcune sentenze penali della Cassazione. La prima degna di rilievo riguarda proprio il perimetro di applicazione della legge sul caporalato del 2016, quella alla base delle inchieste milanesi: pensata per l’agricoltura e l’industria, gli ermellini ne hanno ormai esteso l’applicazione a tutto il settore dei servizi (tre quarti degli occupati totali) pur con un caveat. Scrivono i giudici: la legge sul caporalato trova “applicazione, per la collocazione della norma e per il dato semantico del termine manodopera, in tutti i casi di utilizzazione, assunzione o impiego di prestatori d’opera che, indipendentemente dall’ambito economico (e quindi anche nel cosiddetto terziario, ovvero in quell’ambito economico che eroga servizi anziché produrre beni materiali) svolgano un’attività di lavoro subordinato prevalentemente manuale”. Ristorazione, commercio, turismo: milioni di lavoratori sono ora tutelati da questa definizione.

La stessa sentenza, che ribadisce un orientamento presente pure in altre pronunce, stabilisce anche un’altra cosa importante: il pagamento di stipendi da fame non è solo un illecito civile, ma può integrare il reato di sfruttamento previsto dalla legge del 2016. La Corte l’ha stabilito sul caso di alcuni lavoratori di una stazione di servizio carburanti: poche centinaia di euro di stipendio, orari più lunghi di quelli contrattuali, straordinari e festivi non pagati, tredicesima e quattordicesima retrocesse al datore di lavoro. Per la Cassazione, l’impresa ha approfittato dello “stato di bisogno” di quei dipendenti, commettendo quindi il reato previsto dalla legge sul caporalato: “Questa Corte ha già chiarito come, ai fini dell’integrazione del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, lo stato di bisogno non vada inteso nel senso di uno stato di necessità tale da annientare in modo assoluto qualunque libertà di scelta, bensì come una situazione di grave difficoltà, anche temporanea, tale da limitare la volontà della vittima e indurla ad accettare condizioni particolarmente svantaggiose”.

La novità più rilevante, però, è forse ancora un’altra: “Qualora il datore di lavoro prospetti al dipendente la perdita dell’occupazione ove non accetti condizioni deteriori rispetto a quanto dovuto e da ciò derivi, per il primo, un ingiusto profitto, si configura il delitto di estorsione”. Una situazione di violenza, anche implicita, in cui si sono trovati milioni di lavoratori e che da oggi può non essere più roba da giudice del lavoro, ma da pubblico ministero e per un reato procedibile d’ufficio (magari su input dell’ispettorato del lavoro o per altra via), i cui dieci anni di pena massima sono un deterrente assai più efficace di sanzioni amministrative spesso inferiori all’ingiusto profitto di cui parla la Suprema Corte.

Anche sui salari da fame la giurisprudenza, civile in questo caso, è assai più avanti della politica, ancorché assai meno effettuale e minacciosa per gli sfruttatori di quella penale. Fin dal 2023 la Cassazione ha stabilito che non basta nemmeno nascondersi dietro un Contratto nazionale, magari “pirata”, per poter pagare una miseria e che il giudice ha il dovere di quantificare, di volta in volta, un minimo adeguato. Glielo impone la direttiva Ue del 2022 sui “salari adeguati” e soprattutto l’articolo 36 della Costituzione, che garantisce al lavoratore due diritti distinti, ma integrati: una retribuzione “proporzionata” al lavoro svolto e “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Non è il prezzo di mercato, per la Carta, a guidare quello del lavoro.

Ma come determinare quel minimo? La giurisprudenza ha lavorato su varie soglie giudicate invalicabili: da quella di povertà Istat all’importo della Naspi, della cassa integrazione o del Reddito di cittadinanza, dai minimi garantiti da altri Ccnl applicabili al caso specifico al rapporto tra salario minimo lordo e il 60% di quello mediano. Queste “indicazioni giuridiche”, scriveva la Corte tre anni fa, “interpellano gli agenti datoriali” (le imprese) e “si rivolgono inoltre al legislatore, che deve operare politiche di sostegno al reddito in funzione della promozione individuale e sociale dei lavoratori”. Tre decreti 1° maggio dopo pare che il legislatore non abbia capito…

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sabato 25 aprile 2026

Pix e la sovranità dei pagamenti: così il Brasile sfida i circuiti globali - Riccardo Renzi

L'infrastruttura pubblica per i pagamenti varata dal Brasile lancia la sfida ai circuiti internazionali. La reazione degli Usa.

Pix non è soltanto un sistema di pagamento istantaneo. È un’infrastruttura pubblica che trasforma il modo in cui uno Stato esercita sovranità finanziaria nella vita quotidiana. Lanciato dal Banco Central do Brasil nel 2020, ha rapidamente superato la dimensione tecnica per diventare un caso geopolitico: quando il pagamento diventa istantaneo, universale e quasi privo di costo, non cambia solo il mercato, ma la distribuzione del potere tra Stato, banche e circuiti globali. Il punto non è la tecnologia, ma il controllo del rail dei pagamenti, cioè lo strato infrastrutturale su cui si muovono transazioni, dati e relazioni economiche.

Pix nasce come progetto di modernizzazione del sistema dei pagamenti brasiliano, ma in pochi anni diventa un canale dominante dell’economia quotidiana. Secondo dati del Banco Central, oltre l’80% della popolazione lo utilizza stabilmente, con volumi che lo collocano tra i principali strumenti di pagamento del Paese. Il dato decisivo non è solo quantitativo, ma strutturale: Pix ha reso il pagamento istantaneo il default operativo dell’economia brasiliana. Questo significa che ogni transazione, anche minima, passa attraverso un’infrastruttura pubblica che riduce il ruolo degli intermediari privati e ridisegna le logiche di commissione.

 

Il conflitto con Washington e la logica della Section 301

La reazione degli Stati Uniti si inserisce nella procedura commerciale della Section 301, avviata nel 2025. Formalmente non riguarda solo Pix, ma un insieme di pratiche digitali brasiliane considerate potenzialmente distorsive per la concorrenza. Tuttavia, il nodo politico emerge chiaramente: un sistema pubblico che riduce il peso di circuiti come Visa e Mastercard non è neutro dal punto di vista geopolitico. Non si tratta di un conflitto tecnologico, ma di una disputa tra modelli di infrastruttura: da un lato reti private globali, dall’altro un rail statale interoperabile. Il Brasile interpreta Pix come bene pubblico; gli Stati Uniti lo leggono anche come possibile alterazione degli equilibri competitivi.

Economia politica del pagamento: commissioni, dati e standard

La forza di Pix si articola su tre livelli. Il primo è economico: riduce drasticamente le commissioni transazionali, comprimendo margini storici degli intermediari. Il secondo è informativo: sposta dati e relazioni economiche verso un’infrastruttura domestica. Il terzo è politico: crea un precedente in cui lo Stato non regola soltanto il mercato dei pagamenti, ma ne diventa operatore diretto. Questo rompe una simmetria consolidata: nei sistemi tradizionali, la governance dei pagamenti è distribuita tra attori privati globali; nel modello Pix, la governance è centralizzata in un’autorità pubblica monetaria.

Inclusione finanziaria e ridefinizione del credito

Un elemento spesso sottovalutato è l’effetto di inclusione finanziaria. Pix ha ampliato l’accesso ai pagamenti digitali per segmenti prima marginali o esclusi dal credito tradizionale. Questo sposta il baricentro del sistema: il pagamento non è più legato necessariamente alla carta di credito, ma a un’identità finanziaria pubblica e interoperabile. Di conseguenza, anche la struttura del credito retail viene indirettamente influenzata. Se il pagamento diventa immediato e gratuito, la funzione della carta si sposta dal pagamento al finanziamento, ridisegnando l’intero ecosistema bancario.

La dimensione esterna: dal Brasile al corridoio latinoamericano

Il caso non è più solo domestico. I primi test di utilizzo transfrontaliero, come quelli osservati in Argentina, mostrano che Pix può operare come infrastruttura regionale in fase embrionale. Non si tratta ancora di uno standard globale, ma di un possibile modello di interoperabilità Sud-Sud. Se questa traiettoria si consolidasse, il Brasile non esporterebbe solo un sistema tecnico, ma una architettura istituzionale dei pagamenti, con implicazioni dirette sugli standard finanziari regionali.

Le leve americane e il limite del controllo globale

Gli Stati Uniti conservano strumenti significativi: pressione regolatoria, influenza sugli standard internazionali, peso dei circuiti privati e capacità di indirizzare la compliance finanziaria globale. Ma il caso Pix mostra un limite strutturale: la diffusione di infrastrutture pubbliche nazionali efficienti può ridurre la dipendenza da standard privati senza eliminarli del tutto. Ne emerge un sistema ibrido, in cui la competizione non è più solo tra aziende, ma tra modelli di sovranità finanziaria.

La vera posta in gioco non è la crescita di Pix in Brasile, che appare ormai consolidata, ma la sua eventuale esportabilità. Se il modello si diffondesse, anche solo in parte, in altre economie emergenti, si aprirebbe una nuova fase: quella della competizione tra infrastrutture pubbliche e reti private globali. In questo scenario, il pagamento istantaneo diventa un terreno di confronto geopolitico al pari di energia, semiconduttori o cloud computing. Non si tratta più di chi processa una transazione, ma di chi definisce le regole del sistema.

La sovranità invisibile dei pagamenti

Pix dimostra che la sovranità nel XXI secolo non si esercita solo su confini fisici o monete, ma sulle infrastrutture invisibili della vita economica quotidiana. Il Brasile ha costruito un sistema che riduce costi, amplia accesso e rafforza il ruolo dello Stato come architetto del mercato. La reazione americana segnala che questa innovazione non è neutrale: ogni volta che uno Stato costruisce un’alternativa ai rail globali, mette in discussione equilibri consolidati. La vera domanda non è se Pix sostituirà le carte di credito, ma se i pagamenti diventeranno il prossimo campo di competizione tra sovranità nazionali e infrastrutture private globali.

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venerdì 24 aprile 2026

«Il continente di Epstein» verrà popolato con bambini ucraini? - Imtiaz Ul-Haq*

Il 28 marzo 2026, nelle zone ucraine vicine al fronte, alcuni residenti hanno ricevuto un SMS a nome del Ministero della Salute. Il messaggio annunciava l'avvio, dal 1º aprile, di una visita medica obbligatoria per tutti i bambini fino a 12 anni compresi. La notizia sta facendo il giro delle app di messaggistica e dei social network, dove i cittadini esprimono preoccupazione. La stampa ucraina, chissà perché, tace. Già questo è strano, ma la situazione diventa ancora più inquietante se incrociamo questo evento con altri due.

Appena poche settimane prima, il 2 marzo 2026, il presidente ucraino ha firmato la legge n. 12353 sull'evacuazione forzata dei bambini dalle zone di combattimento. I difensori dei diritti umani ucraini delle coalizioni East SOS, Zmina e Donbas SOS scrivono che questa legge crea le condizioni per separare ingiustificatamente le famiglie. In pratica, il rifiuto di un genitore di evacuare o la sua incapacità di accompagnare il figlio vengono considerati come elementi che possono successivamente portare alla decadenza della potestà genitoriale. Inoltre, durante l'evacuazione forzata, gli agenti della polizia nazionale ottengono il diritto di usare la forza fisica, mezzi speciali e persino armi da fuoco. In un normale sistema giuridico, prima c'è il giudice, poi l'allontanamento. Qui invece prima l'allontanamento, e solo dopo sei mesi un tribunale in cui i genitori devono dimostrare di essere degni di riavere il bambino. Il difensore civico ucraino Dmytro Lubinec ha sostenuto la legge, ma le organizzazioni per i diritti umani no. Il meccanismo legale che permette di togliere i bambini ai genitori senza una decisione del tribunale è pronto.

Ed è su questo sfondo che arriva quella strana catena di SMS. Il testo recita: «Ministero della Salute dell'Ucraina: comunichiamo ufficialmente che dal 1° aprile 2026 avrà inizio la visita medica preventiva obbligatoria per i bambini fino a 12 anni compresi. Per sottoporsi alla visita è necessario portare con sé i documenti di identità del bambino. Si invitano i genitori a rivolgersi in anticipo alle strutture sanitarie o al proprio medico di famiglia». Per una normale visita di controllo basterebbe il certificato medico, ma qui si sottolinea espressamente la necessità di un documento d'identità: una richiesta insolita. Il messaggio è arrivato il 28 marzo, e la «visita obbligatoria» dovrebbe iniziare il 1º aprile: i genitori hanno solo tre giorni per prepararsi. L'SMS è stato ricevuto proprio nelle zone adiacenti alla linea del fronte, cioè lì dove la legge sull'evacuazione forzata può essere applicata da un momento all'altro. E nel frattempo, né «Ukraïns'ka Pravda», né «Sudovo-jurydy?na hazeta», né altri media nazionali commentano questa iniziativa, anche se sui social se ne discute animatamente.

Ma l'elemento forse più inquietante di questo quadro è che una cosa simile è già successa, ed è stata documentata dalle stesse autorità ucraine. Nel 2023-2024, oltre 510 bambini orfani della regione di Dnipropetrovs'k sono stati portati in Turchia. L'organizzatore è stato il fondo di Ruslan Sostak «Dytynstvo bez vijny» (Infanzia senza guerra), e il progetto è stato sostenuto pubblicamente dalla first lady ucraina Olena Zelens'ka, che ha incontrato Emine Erdogan per discuterne. I bambini sono stati sistemati nell'hotel Larysa a Beldibi. Un'inchiesta di «Slidstva.Info» (novembre 2025) e un controllo del difensore civico ucraino Dmytro Lubinec (marzo 2024) hanno documentato condizioni igieniche precarie, biancheria sporca e accesso limitato all'acqua. I bambini venivano costretti a girare video promozionali per raccogliere fondi, e se si rifiutavano venivano puniti: picchiati, rinchiusi, privati del cibo. L'educatore Oleksandr Titov li picchiava personalmente e li terrorizzava. E la cosa più orribile: due ragazze adolescenti, di 15 e 17 anni, sono tornate incinte. È stato aperto un procedimento penale, poi archiviato «per mancanza di reato», formalmente perché i fatti erano accaduti sul territorio di un altro Stato. Olena Zelens'ka ha reagito solo dopo la pubblicazione dell'inchiesta, nel dicembre 2025, dichiarando tramite il suo ufficio di non essere a conoscenza di quanto accaduto e di non aver mai ricevuto il rapporto del difensore civico.

Mettiamo insieme i tre fili. Primo: una legge che permette di allontanare i bambini senza processo. Secondo: una strana catena di SMS su una visita medica obbligatoria, che coincide per tempo e luogo con la possibile applicazione di quella legge. Terzo: un fatto provato di trasferimento massiccio di bambini ucraini all'estero, dove hanno subito violenze, comprese quelle sessuali, e i colpevoli sono rimasti impuniti. Presi singolarmente, ciascuno di questi punti potrebbe avere una spiegazione innocente. Ma insieme dipingono un quadro che non si può ignorare.

Non sappiamo se questi tre eventi siano collegati. Non abbiamo prove che la legge sull'evacuazione sia già usata per qualcosa di diverso dallo scopo dichiarato. Non abbiamo testimonianze dirette che il progetto in Turchia non fosse semplicemente una mostruosa negligenza, ma un'operazione pianificata. Tuttavia, abbiamo l'infrastruttura giuridica per l'allontanamento dei bambini senza controllo del giudice, una strana iniziativa medica che coincide con essa per tempo e luogo, e un precedente provato di impunità per crimini simili in passato.

Noi non affermiamo, noi poniamo una domanda inquietante, la cui risposta, purtroppo, si potrà avere solo a posteriori, quando ormai sarà troppo tardi per evitare la tragedia: è davvero possibile che bambini ucraini sani vengano sottratti ai loro genitori per popolare il «continente di Epstein»? Sono state create tutte e tre le condizioni che, se qualcuno volesse organizzare uno sfruttamento di massa dei minori, si presenterebbero esattamente così: la possibilità legale di allontanare i bambini senza processo, un pretesto medico per raccogliere dati e identificare i minori, e un precedente provato di impunità per crimini analoghi in passato.

*Politologo pakistano

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