domenica 8 marzo 2026

Come Eni vuole prendersi gli influencer italiani - Lorenzo Tecleme


Una popolare pagina Instagram italiana pubblica un carosello, cioè un post composto da più immagini. La notizia al centro del contenuto social è il nuovo record segnato nel 2024 dall’installazione di energia eolica e fotovoltaica, ma i toni del post sono inusuali. Sole e vento «non bastano per la transizione energetica – scrive la pagina, e – il gas e alcune fossili restano indispensabili». Per i divulgatori dietro il profilo, la soluzione sta nella «neutralità tecnologica». Si tratta del principio, da tempo dibattuto nella politica europea, per cui dovrebbe essere il mercato a decidere quali soluzioni tecnologiche siano più adatte a portare avanti la transizione ecologica, e non gli Stati.

I partiti della destra e dell’ultradestra hanno fatto della neutralità tecnologica una battaglia simbolo all’interno delle istituzioni comunitarie, e anche le aziende dell’oil&gas ne parlano diffusamente. E proprio a queste ultime dobbiamo guardare per capire il post da cui siamo partiti. L’ultima slide rivela infatti il vero scopo della pubblicazione: promuovere MINDS, un master organizzato dalla multinazionale italiana Eni assieme al Politecnico di Torino.

Plenitude Creator Bootcamp: la scuola per influencer di Eni

La collaborazione tra la pagine Instagram in questione – Data Pizza, 226mila follower – ed Eni è correttamente segnalata e assolutamente lecita. Il tema dei legami tra una delle più grandi aziende del nostro Paese e l’universo dei content creator italiani, però, merita attenzione.

Da anni Eni, anche tramite la sua controllata Plenitude, investe molto sulle collaborazioni con personaggi famosi sui social e pagine dedicate alla divulgazione. L’attore Paolo Ruffini (1,9 milioni di follower su Instagram), la travel blogger Manuela Vitulli (168mila follower), il gamer Jody Checchetto (282mila follower) sono solo alcune delle celebrità online che hanno prestato la loro immagine all’azienda. Andrea Perticaroli e Christian Cardamone, meglio noti come @iwouldbeandrea e @nonsonokristiano, sono diventati di fatto i volti di Plenitude su TikTok. Un’investimento sui social che si combina alla pubblicità tradizionale e alle sponsorship dei grandi eventi – il Festival di Sanremo e la Seria A su tutte, ma anche grandi occasioni straniere come la Vuelta di Spagna recentemente conclusa.

L’ultima novità in questo scenario è che l’azienda con sede a San Donato Milanese ha fatto un passo ulteriore nel mondo della comunicazione online. Proponendosi come punto di riferimento per chi vuole fare carriera su nuovi media. Ha avuto inizio il 15 settembre a Milano, da quanto si apprende sul sito della multinazionale, il Plenitude Creator Bootcamp. Si tratta di «un programma di formazione pensato per aspiranti content creator». Chiunque tra i 20 e i 40 anni con un profilo Instagram o TikTok attivo ha potuto candidarsi per partecipare a questa scuola. L’obiettivo è «consolidare ulteriormente il dialogo con le nuove generazioni attraverso i loro linguaggi». L’idea, insomma, sarebbe quella di creare una nuova generazione di influencer sui temi dell’energia e dell’ambiente. Una generazione la cui formazione passi dalla principale impresa dell’oil&gas italiana.

Tante emissioni e poca transizione: il futuro secondo Eni

«Fin dalla nascita qualche anno fa, Eni ha sempre cercato di promuovere Plenitude con una strategia di marketing ben precisa: associare l’azienda dal logo verde agli eventi più amati dalle persone e più lontani dall’immaginario fossile, come il Festival di Sanremo o le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. E sempre con il fine di ripulire la propria immagine e presentarsi come qualcosa di familiare, quotidiano e amichevole, ora Plenitude utilizza la voce dei content creator sui social media, come nella sua ultima accattivante iniziativa» ,dice a Valori.it Federico Spadini, campaigner clima di Greenpeace Italia.

Da tempo le associazioni e i movimenti ecologisti accusano Eni di greenwashing. Ovvero, la pratica per cui delle aziende impegnate in settori inquinanti ripuliscono la loro immagine pubblica con piccole iniziative verdi o con campagne di marketing dal sapore ecologista. Un’accusa esplosa da quando la controllata Eni Gas&Luce ha cambiato nome in Plenitude: un rebranding volto proprio a mettere in evidenza l’impegno ambientale dell’azienda.

Greenwashing e strategia social: così Eni punta sugli influencer

Eni è il primo emettitore italiano, e il suo core business è l’estrazione e vendita di idrocarburi. Si tratta di un’azienda privata, ma i principali azionisti sono pubblici: ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti. Secondo le ong Greenpeace e Recommon, Eni da sola nel 2021 ha prodotto 456 Mt CO2eq. Cioè più dell’Italia nel suo complesso. Secondo uno studio di Reclaim Finance,  gli attuali piani aziendali prevedono  che la produzione di idrocarburi sarà superiore del 70% rispetto al livello richiesto dagli scenari di riduzione delle emissioni “Net Zero Emission” dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Sempre secondo le ong, al 2021 ad ogni euro che ENI investe in fossili corrispondono sette centesimi in rinnovabili.

Non sappiamo se questo genere di dati vengano discussi durante la formazione che l’azienda del cane a sei zampe offre alla nuova generazione di content creator. «Il business di Eni si basa per la stragrande maggioranza su gas fossile e petrolio, principali cause della crisi climatica», dice ancora Spadini. «Insomma, di verde e amichevole Plenitude ha solo il logo, il resto è una grande copertura per continuare a emettere gas serra e a fare profitti sulle spalle delle persone e del Pianeta».

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venerdì 6 marzo 2026

Vestiti non venduti, dal 19 luglio l’Europa dice stop al macero - Antonella Giordano

 

Per ridurre l’inquinamento prodotto dall’industria del fast fashion, dal 19 luglio le grandi aziende della moda attive nell’Unione europea non potranno più distruggere liberamente il tessile invenduto, ma dovranno trovare alternative come il riuso, il riciclo o la donazione

 

Ogni anno milioni di magliette, pantaloni e scarpe, nonostante siano nuovi di zecca, mai indossati, finiscono al macero per essere distrutti. È il lato oscuro del fast fashion che, oltre ad inquinare già di per sé, crea un ulteriore peso sull’ambiente. Secondo le stime della Commissione europea, tra il 4 e il 9% di abiti e scarpe invenduti in Europa viene eliminato prima ancora di arrivare nell’armadio dei consumatori. Il conto in termini di inquinamento è salatissimo: circa 5,6 milioni di tonnellate di CO₂ ogni anno, una quantità di emissioni paragonabile a quelle prodotte da un intero paese come la Svezia nel 2021. Ora Bruxelles prova a “metterci una toppa”: come previsto dal regolamento Ecodesign per i prodotti sostenibili (Espr), di cui sono stati approvati gli atti delegati, dal 19 luglio le grandi aziende della moda attive nell’Unione europea non potranno più distruggere liberamente il tessile invenduto. Lo smaltimento sarà consentito solo in casi specifici, per esempio se la merce è danneggiata o non riutilizzabile. Per le imprese di medie dimensioni l’obbligo scatterà dal 2030.

Le aziende dovranno essere trasparenti comunicando quanti prodotti invenduti buttano via e come li gestiscono (le grandi già lo fanno, le aziende medie lo faranno dal 2030). L’obiettivo è spingere il settore della moda a cambiare modello riducendo la distruzione delle scorte e alimentando rivendita, donazioni, ricondizionamento e riuso. In altre parole, si deve puntare ad allungare la vita dei vestiti invece di mandarli al macero per liberare i magazzini o proteggere il valore del marchio.
La Commissione europea parla esplicitamente di “gestione più efficiente delle giacenze” e di “alternative alla distruzione”, per ridurre i rifiuti e i danni ambientali, ma anche per creare condizioni di concorrenza più eque tra le aziende che investono davvero in modelli sostenibili e chi invece continua a produrre troppo per poi eliminare l’eccesso. Dietro ogni capo distrutto ci sono acqua, pesticidi, tessuti sintetici derivati dal petrolio, lavoro e logistica. Buttare un vestito nuovo non significa solo perdere un oggetto: significa sprecare tutte le risorse usate per produrlo. Le nuove regole europee non risolvono da sole il problema, ma segnano un cambio di passo: per la prima volta distruggere l’invenduto non è più la scorciatoia più semplice – né la più economica.

Il problema non riguarda solo la sovrapproduzione, ma anche il boom dei resi dell’e-commerce. Solo in Germania, ogni anno, quasi 20 milioni di articoli restituiti vengono smaltiti invece di essere rimessi in vendita, con ulteriore spreco di materie prime, energia e trasporti.

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giovedì 5 marzo 2026

Greenpeace rischia il fallimento per l’Oleodotto in North Dakota difeso da Trump. Condannata a pagare 345 milioni di dollari - Luisiana Gaita

Greenpeace non può permettersi di pagare, come stabilito da una sentenza, 345 milioni di dollari Energy Transfer, gestore dell’oleodotto Usa contro cui aveva protestato in North Dakota, nonché tra i principali donatori di Donald Trump. E per questo rischia il fallimento, ma non molla. Greenpeace International e Stati Uniti annunciano infatti che chiederanno un nuovo processo e, se necessario, presenteranno ricorso alla Corte Suprema del North Dakota a seguito della sentenza emessa da un tribunale distrettuale e che chiude un caso legale durato anni. Una decisione, quella del giudice James Gion, in linea con la sentenza che già a ottobre 2025 aveva tagliato di quasi la metà il risarcimento di circa 667 milioni di dollari assegnato a Energy Transfer circa un anno fa (Leggi l’approfondimento).

Una causa durata anni

La compagnia ha accusato la ong di aver causato centinaia di milioni di dollari di danni attraverso una campagna “di violenza e diffamazione” contro la costruzione del Dakota Access, l’oleodotto completato nel 2017. Contro il progetto, vicino alla Standing Rock Indian Reservation, un decennio fa la tribù Sioux aveva guidato una delle più grandi proteste anti-combustibili fossili nella storia degli Stati Uniti. Una battaglia inizialmente locale e presto diventata internazionale, nonché un braccio di ferro tra Obama e Trump, da sempre favorevole a quei 1.900 chilometri, strategici per trasportare petrolio dai giacimenti di Bakken fino all’Iowa. A gennaio 2017, Trump aveva firmato un decreto per la ripresa della realizzazione del Dakota Access con la conseguente resa della tribù di Sioux. A luglio 2020, però, il giudice federale James Boasberg, della corte distrettuale del District of Columbia, aveva disposto la chiusura temporanea del cantiere per la costruzione del maxi oleodotto di quasi duemila chilometri. E nel 2020, la Corte Suprema aveva respinto un ricorso della compagnia, sostenendo che fosse necessaria una nuova valutazione d’impatto ambientale. Nel frattempo, però, l’oleodotto ha continuato a trasportare petrolio.

La difficile posizione di Greenpeace

Greenpeace International continuerà a opporsi alle tattiche di intimidazione. Non saremo messi a tacere. Al contrario, alzeremo ancora di più la nostra voce, unendola a quella dei nostri alleati in tutto il mondo contro le aziende inquinanti e gli oligarchi miliardari che antepongono il profitto alle persone e al pianeta” spiega Mads Christensen, direttore esecutivo di Greenpeace International. Per l’organizzazione, le cause consecutive intentate da Energy Transfer contro Greenpeace International e le organizzazioni statunitensi Greenpeace Usa e Greenpeace Fund “sono esempi lampanti di slapp, azioni legali volte a sommergere organizzazioni non profit e attivisti di spese legali, spingerli verso la bancarotta e, in ultima analisi, mettere a tacere il dissenso”. Greenpeace International, con sede nei Paesi Bassi, sta cercando giustizia in Europa con una causa contro Energy Transfer, ai sensi del diritto olandese e della nuova direttiva anti-slapp dell’Unione Europea, un banco di prova storico della nuova legislazione che potrebbe contribuire a stabilire un importante precedente contro le intimidazioni aziendali. “Esprimersi contro le aziende che causano danni ambientali non dovrebbe mai essere considerato illegale. È garantito dalla Costituzione degli Stati Uniti ed è essenziale per la tutela delle comunità e per la salute della democrazia” Marco Simons, General Counsel ad interim di Greenpeace Usa e Greenpeace Fund. E ricorda: “Queste organizzazioni Greenpeace sono state ritenute responsabili per aver presumibilmente ritardato un oleodotto che, ancora oggi, non dispone dell’autorizzazione legale per operare e che in realtà è stato ritardato dalle decisioni del Corpo degli ingegneri dell’Esercito degli Stati Uniti”.

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mercoledì 4 marzo 2026

Palermo ha scelto il turismo di massa - Pierluigi Bizzini


Nel capoluogo siciliano, la politica spinge il settore e compie scelte sorde alle esigenze degli abitanti, mettendo così a rischio conquiste sociali e comunitarie dal basso

Vista dall’alto, via Maqueda scorre lineare lungo il centro storico di Palermo come un canale artificiale per circa un chilometro e mezzo. In una giornata estiva, partendo dall’ingresso monumentale che si affaccia su corso Tukory, a pochi passi dalla stazione centrale, la strada ribolle dell’irrequietezza che si riversa dal limitrofo mercato di Ballarò. Gorghi di voci da ogni dove — Sri Lanka, Capo Verde, Gambia, Tunisia — accompagnano lo sfrecciare dei motorini elettrici guidati da giovanissimi.

A pochi passi dal cinema Orfeo, l’ultimo cinema a luci rosse della città, un gruppo di bambini tamil gioca a pallone. Proseguendo, ci si affaccia sulla cinquecentesca Fontana Pretoria e il Palazzo delle Aquile, sede del Comune. L’aria è pregna delle zaffate di orina dei cavalli parcheggiati a bordo strada e agghindati con cappellini e ninnoli, in attesa di spingere a trotto la carrozza per i turisti lungo la città.

Infine, i Quattro Canti, ovvero l’incrocio tra via Vittorio Emanuele, che dalle montagne scende a mare, e via Maqueda: centro vorticoso della città dove i più si fermano a fotografare le allegorie monumentali delle quattro stagioni.

E più in là ancora, la strada prosegue fino al Teatro Massimo, dove la carreggiata si restringe sempre più, e una strabordante distesa di corpi, perlopiù turisti, faticano a camminare tra tavoli, gazebi, chioschetti, gli inviti insistenti dei buttadentro. Una volta arrivati a piazza Verdi, pare di riprendere il fiato dopo aver passato svariati minuti in apnea.

Un murale con la frase Tourism kills the city (“Il turismo uccide la città”) lungo il Foro Italico © Bruna Casas

Carretto per turisti in Via Roma. L’utilizzo delle carrozze per turisti è fonte di polemiche in città per via delle condizioni di sfruttamento dei cavalli che operano in condizioni estreme, specie in estate con le alte temperature © Bruna Casas

Prima del 2015, una passeggiata del genere sarebbe stata pressoché impossibile, in quanto il centro storico era in ostaggio del traffico automobilistico. Il 3 luglio del 2016, a Bonn, il Comitato del patrimonio mondiale dell’Unesco ha dichiarato l’itinerario arabo normanno “Patrimonio mondiale dell’umanità”.

Una superficie di ben 6.235 ettari, dove già nel 2013 era stato previsto, in merito al Piano di gestione per la candidatura presentata dall’allora amministrazione di Leoluca Orlando, il raddoppio delle aree pedonali nel centro cittadino.

Una rivoluzione per una città il cui centro storico è sempre stato un’anomalia rispetto ad altre città italiane: lungamente abitato dalle comunità più povere sin dal secondo dopoguerra, protagonista di battaglie politiche e di speculazioni che ne hanno cambiato le funzioni e la fisionomia.    

In breve

·         Nel 2024, per la festa della città, uno striscione spicca in centro a Palermo: «La turistificazione è la nuova peste. Santa Rosalia, dov’è finita casa mia?», dice, riferendosi alla patrona del capoluogo siciliano

·         Otto anni prima, l’itinerario arabo normanno, in centro città, era diventato Patrimonio mondiale dell’umanità Unesco e, da allora, i turisti sono fortemente cresciuti: da 560mila arrivi del 2016 a 860mila nel 2024

·         Gli affitti brevi sono aumentati in molti quartieri, garantendo un reddito aggiuntivo ad alcuni abitanti e spingendone molti di più fuori dal centro, per i prezzi in salita degli affitti a lungo termine

·         Intanto, le scelte politiche del Comune mettono a rischio le conquiste sociali dal basso, che hanno sempre caratterizzato il centro della città, storicamente abitato dalle comunità più povere di Palermo 

·         È il caso dell’ex convento di San Basilio, occupato per fini sociali, e del mercato dell’usato dell’Albergheria. Entrambi potrebbero sparire, a causa di politiche di “rigenerazione urbana” pensate più per i turisti che per gli abitanti

·         Ma gli effetti del turismo si ripercuotono anche nelle aree rurali fuori Palermo. A Borgo Parrini, la cooperativa sociale Noe, che da decenni promuove progetti agricoli ed educativi, rischia la chiusura a causa di un parcheggio per bus turistici

Palermo si è aperta dunque al mondo come una rinnovata capitale del Mediterraneo ma, in poco tempo, un modello, che avrebbe dovuto restituire dignità alla città e ai suoi abitanti, ha invece innescato nuove conflittualità e pressioni sociali.

Dopo che nel 2022 Orlando ha concluso i suoi due ultimi mandati da sindaco sostenuto da partiti e movimenti di centro-sinistra ed è stato sostituito da Roberto Lagalla del centro-destra, oggi, ad agire sulla città è il turismo di massa.

«Santa Rosalia, dov’è finita casa mia?»

Il 14 luglio del 2024, durante la sfilata verso il mare del carro di Santa Rosalia, la patrona di Palermo che nel 1625 salvò la città dalla peste, tra due palazzi di via Vittorio Emanuele svettava uno striscione che recitava: «La turistificazione è la nuova peste. Santa Rosalia, dov’è finita casa mia?». 

A reclamare l’azione è stata l’Assemblea permanente resistenza over tourism (Apro), di cui il ricercatore indipendente Federico Prestileo è un attivista.

Nato e cresciuto a Palermo, Prestileo vive con la compagna alla Kalsa, quartiere alle prese con un incontrollato aumento repentino di locali e ristoranti. «Stiamo cercando una nuova sistemazione fuori dal centro storico perché la vita nel quartiere è diventata insostenibile. Sotto casa si è aperto l’ennesimo locale. Se apro le finestre mi ritrovo la gente a casa».

Questa è una delle due storie dedicate a due comunità mediterranee che stanno affrontando il fenomeno dell’overtourism, realizzate nell’ambito del progetto collaborativo Senza Segnale, che coinvolge giornalisti di Malta e Italia. Il capitolo maltese, curato da Amphora Media e scritto in collaborazione con il media maltese Newsbook, si concentra sulla città di Swieqi, un centro suburbano che ha poco da offrire ai turisti ma che è comunque profondamente segnato dall’impatto del turismo.

Prestileo racconta che i primi incontri pubblici di Apro si sono tenuti ad inizio 2020 e hanno avuto «un riscontro enorme», sintomo che la frustrazione nei confronti della turistificazione in città fosse già ampia.

«Durante le assemblee cominciamo a capire che la questione del turismo si lega inestricabilmente alla questione della casa e dei servizi», spiega. «L’inserimento sempre più massivo di popolazioni temporanee modifica il mercato degli alloggi e dei servizi, orientandosi a fasce sempre più alte. Viene incoraggiato così il turismo di qualità: ma cos’è il turismo di qualità se non una barriera economica all’accesso?», si chiede. Un primo segnale d’allarme è stato il rincaro degli affitti nel centro storico.

I cittadini puntano il dito contro la diffusione sempre più capillare degli alloggi brevi per turisti: minore possibilità di scelta associata a un’impennata dei costi d’affitto. I dati Idealista confermano che nel gennaio 2020 il costo di affitto a metro quadro dei vani nel centro storico si aggirava intorno agli 8,2 euro mentre nel dicembre del 2025 va sui 12,1 euro, un rincaro del 47,6 per cento.

Un aumento insostenibile in una città dove quasi un terzo dei contribuenti palermitani ha un reddito lordo inferiore a diecimila euro. Il centro storico si fa più inaccessibile e sposta il mercato degli affitti più in periferia, dove il sistema di servizi e trasporti è meno efficiente.

La città che cambia

In questi ultimi anni, il mercato degli affitti brevi a uso turistico è diventato parte strutturale dell’economia urbana di Palermo. Analizzando i dati di Inside Airbnb, emerge come tra 2020 e 2025 le inserzioni su Airbnb per Palermo sono cresciute da 5.700 a circa settemila. Si tratta, nella quasi totalità dei casi, di interi appartamenti, segnale di una progressiva sottrazione di abitazioni al mercato residenziale tradizionale. 

I quartieri della prima circoscrizione mantengono una posizione dominante, concentrando circa il 45 per cento dell’offerta sia nel 2020 che nel 2025. Accanto a questa stabilità, però, si registrano aree della città che, nel giro di pochi anni, raddoppiano la propria presenza sul mercato turistico.

È il caso dei quartieri Cuba-Calatafimi e Zisa, dove zone come Danisinni e l’area dei Cantieri Culturali emergono come nuovi poli di attrazione per turisti e smart worker. Cresce anche Settecannoli, spinta dalle aspettative legate ai progetti di trasformazione del futuro waterfront, che incentivano gli investimenti immobiliari anticipandone la riqualificazione.

Uno sguardo va poi al quartiere Arenella-Vergine Maria, che durante la pandemia beneficia di politiche di valorizzazione del patrimonio edilizio e di una posizione strategica, sospesa tra il centro storico e la baia di Mondello, diventando una delle zone più ricercate sul mercato turistico.

Accanto alla diffusione territoriale degli annunci, un ulteriore elemento di trasformazione riguarda la crescita delle imprese specializzate nella gestione degli affitti brevi.

Fino al 2020, Wonderful Italy — la più grande azienda per la gestione di affitti brevi in Italia — era l’unica realtà presente a Palermo con oltre cento alloggi gestiti; nel 2025 le sue unità superano le duecento e il mercato si popola di nuovi operatori. Tra questi, GuestHost, secondo con circa cento inserzioni a giugno 2025.

«Il valore medio annuo lordo generato da un alloggio turistico si aggira intorno ai 18mila euro», spiega Maurizio Giambalvo, direttore Social Impact e Special Projects di Wonderful Italy. «A quella cifra, vanno sottratti i costi di gestione, manutenzione, utenze e periodi di vuoto. Per questa ragione, in molti casi, l’affitto breve costituisce una forma di integrazione del reddito familiare piuttosto che una rendita speculativa». 

Sebbene la stragrande maggioranza degli annunci non sia gestita da aziende professionali, i margini di guadagno per tali aziende sono comunque consistenti.

Nel 2023, Wonderful Sicily (controllata locale di Wonderful Italy) ha fatturato circa 620mila euro, nel 2024 i ricavi sono saliti invece del 33 per cento con un fatturato di circa 830mila euro e un utile di poco sopra i 210mila euro.

La ridistribuzione economica legata alla «febbre» del turismo allarga dunque le distanze tra cittadini, tra chi è proprietario di immobili e tenta di capitalizzarne i frutti con gli affitti brevi e chi invece si ritrova costretto ad annaspare tra affitti sempre più cari, trovando soluzioni fuori dal centro...

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martedì 3 marzo 2026

Noi siamo con i medici di Ravenna


Se curare un migrante diventa un reato, allora la disobbedienza è un dovere civile contro la barbarie che avanza

Quando la cura diventa un reato, è la democrazia stessa a essere in pericolo. Non è uno slogan. È la descrizione esatta di quello che sta accadendo a Ravenna, dove sei medici del reparto di Malattie Infettive sono finiti indagati dopo una perquisizione “prima dell’alba” in ospedale. Un’azione condotta con modalità e spiegamento di forze tipici delle operazioni contro organizzazioni criminali, come se un reparto sanitario fosse un covo e non un presidio pubblico.

Il fatto in sé segna un punto di rottura. Ma ciò che lo rende davvero intollerabile è il messaggio politico: lo Stato pretende di trasformare la medicina in un ingranaggio della macchina securitaria. Pretende di sindacare il giudizio clinico. Pretende che un medico smetta di essere medico e diventi un funzionario della frontiera.

E quando questo accade, non è più “solo” un problema di immigrazione. È un problema di libertà, di Costituzione, di civiltà.

L’indagine nasce attorno a certificazioni di inidoneità al trasferimento in un CPR. Vale la pena ricordarlo con chiarezza: quelle valutazioni non sono un capriccio, non sono “arbitrarie”, non sono un favore. Sono atti clinici che si fondano su dati, evidenze, responsabilità professionale. E peraltro sono richieste espressamente dalle procedure previste, come indicato anche dalla direttiva del Ministero dell’Interno del 19/05/2022.

Ma proprio qui sta il nodo. Se un giudizio clinico viene trattato come un sabotaggio, se un certificato medico viene trattato come un atto di disobbedienza da reprimere, allora significa che il bersaglio non è quel singolo caso. Il bersaglio è l’autonomia del medico “in scienza e coscienza”, cioè uno dei pilastri minimi di qualunque società che voglia definirsi civile.

Il medico ha il dovere etico e giuridico di agire per la tutela della vita e della salute. Il Codice di Deontologia Medica non lascia spazio ad ambiguità: non esiste un “ma” quando davanti hai una persona fragile, vulnerabile, esposta. Non esiste un “ma” quando un ambiente è nocivo. Non esiste un “ma” quando la medicina sa già che un trasferimento produrrà danno.

I CPR sono patogeni: non è un’opinione, è un dato

L’appello che sta circolando in queste ore lo ricorda con forza: la detenzione amministrativa delle persone migranti è un driver diretto di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi. Non è un’opinione politica, non è una tesi ideologica: è un fatto sanitario. È una realtà clinica documentata.

Il testo richiama anche un Policy Brief della World Health Organization (WHO) di gennaio 2026, che riafferma la relazione tra detenzione amministrativa e peggioramento della salute fisica e mentale. In un contesto del genere, certificare l’inidoneità non è “ostacolare lo Stato”: è prevenire un danno certo. È applicare il principio di non maleficenza. È fare il medico, punto.

E qui emerge un’altra verità che l’Italia finge di non vedere: i CPR non sono luoghi neutri. Sono luoghi che producono sofferenza, che amplificano malattia, che peggiorano vulnerabilità. Chiunque li abbia osservati davvero — con monitoraggi, testimonianze, visite, ispezioni — lo sa. E infatti proprio per questo oggi si tenta di limitare le visite, di ridurre i controlli, di rendere opaca la detenzione.

Una perquisizione in ospedale è un atto di intimidazione

Le modalità della perquisizione sono un capitolo a parte, perché rivelano l’intento politico dell’operazione. Un reparto perquisito all’alba, con un approccio spettacolare, significa una cosa sola: intimidire. Umiliare. Creare un precedente.

L’appello parla di un clima che “umilia il personale sanitario, distoglie risorse dalla cura dei pazienti e crea intimidazione, minando la serenità necessaria all’esercizio della professione”. È esattamente così. E in più c’è un paradosso che dovrebbe scandalizzare chiunque: un’operazione del genere rischia di configurarsi come interruzione di pubblico servizio, perché altera la continuità assistenziale e mette a rischio la cura di tutti, non solo dei migranti.

Lo Stato che dichiara di difendere l’ordine pubblico entra in ospedale e produce disordine. Lo Stato che dice di garantire sicurezza entra in corsia e genera paura. È la fotografia perfetta del securitarismo: non protegge, disciplina.

L’articolo 32 della Costituzione vale per tutti, oppure non vale più

C’è un punto che dovrebbe essere ovvio e invece oggi viene trattato come una provocazione: il diritto alla salute non decade con lo status giuridico. Non esiste una salute “per cittadini” e una salute “per irregolari”. Non esiste un diritto costituzionale a tempo determinato.

L’articolo 32 della Costituzione definisce la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. E “individuo” significa chiunque. Significa anche chi non ha un permesso. Significa anche chi è destinato a un CPR. Significa anche chi è migrante.

Se passa l’idea che la medicina debba piegarsi alle esigenze della frontiera, allora non stiamo colpendo solo i migranti. Stiamo colpendo il sistema sanitario universalistico. Stiamo dicendo che la cura può diventare un braccio della polizia. E quando succede, il passo successivo è inevitabile: chiunque diventa curabile solo se è conforme.

Perché questa vicenda riguarda tutti

Chi pensa che sia un episodio locale, un fatto di cronaca, un incidente, non ha capito la fase storica.

Questo è un esperimento di governo: testare fin dove si può spingere la repressione, fin dove si può trasformare un diritto in un sospetto, fin dove si può imporre un clima inquisitorio. I migranti sono il bersaglio più facile. Ma non saranno gli ultimi.

Oggi si processa un certificato di inidoneità. Domani si processa un soccorso in mare. Dopodomani si processa un presidio in piazza. La traiettoria è quella: punire chi protegge, intimidire chi cura, colpire chi disobbedisce alla disumanità.

La disobbedienza è necessaria: perché la barbarie è già qui

In tempi normali, la disobbedienza è una scelta. In tempi come questi, è una responsabilità. Perché quando lo Stato pretende che un medico tradisca la propria missione, non sta chiedendo collaborazione: sta chiedendo complicità.

La cura non è un favore. Non è una concessione. Non è un atto negoziabile. È un dovere professionale, un pilastro costituzionale, un presidio democratico.

E se oggi si colpiscono sei medici di Ravenna, non è per ciò che hanno fatto di “sbagliato”. È per ciò che hanno fatto di giusto. È per dire a tutti gli altri: guardate cosa vi succede se non vi adeguate.

Ecco perché bisogna rispondere con una sola parola: solidarietà. Ma una solidarietà che non sia solo emotiva: politica, pubblica, organizzata.

L’appello: cosa si chiede e perché è urgente

L’appello si rivolge ai Presidenti degli Ordini dei Medici e alla FNOMCeO, al Garante Nazionale delle persone private della libertà, alle società scientifiche, alle associazioni che si occupano di soccorso e cura delle persone migranti e all’opinione pubblica.

Chiede una presa di posizione netta degli ordini professionali per difendere l’inviolabilità dell’atto medico da ogni ingerenza investigativa che pretenda di “processare” una diagnosi. Chiede l’intervento del Garante per arginare il clima inquisitorio che rischia di compromettere il diritto alla salute delle persone destinate alla detenzione amministrativa e il segreto professionale a cui gli operatori sanitari sono tenuti. E soprattutto ribadisce la solidarietà piena ai colleghi coinvolti, che hanno onorato la propria missione nonostante le pressioni.

Sono richieste minime. Ma oggi perfino il minimo diventa un atto di resistenza.

O stiamo con chi cura, o stiamo con chi punisce

Non esiste neutralità in una vicenda come questa. Non esiste “aspettiamo le indagini”. Non esiste “non conosciamo i dettagli”. Qui la questione è già chiara: si sta tentando di subordinare la medicina alle logiche di pubblica sicurezza e di gestione migratoria.

E questo è inaccettabile.

Perché se passa l’idea che curare un migrante “irregolare” possa essere trattato come un reato, allora non stiamo entrando in uno Stato più sicuro. Stiamo entrando in uno Stato più autoritario. Più crudele. Più fragile.

Uno Stato che non cura più. Uno Stato che punisce.

E a quel punto, davvero, la disobbedienza non sarà più una scelta morale. Sarà l’ultima forma possibile di democrazia.

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lunedì 2 marzo 2026

La coscienza di un fruttivendolo apre le porte al boicottaggio dell’economia israeliana


Un dipendente di un supermercato Tesco in una tranquilla cittadina costiera dell’Irlanda del Nord ha innescato un dibattito europeo sulla responsabilità individuale di fronte al genocidio. Nell’agosto 2025, mentre le immagini di Gaza devastata – con oltre 60.000 palestinesi uccisi dall’offensiva israeliana – lo perseguitavano fino alla cassa, ha iniziato ad avvertire i clienti sulla provenienza israeliana di frutta e verdura, poi ha rifiutato di scannerizzare quei prodotti. “Non posso averlo sulla coscienza”, ha dichiarato prima di essere sospeso da Tesco a Newcastle, County Down, cittadina nota più per il turismo estivo che per l’attivismo politico. La sua reintegrazione a gennaio 2026, dopo proteste di massa e pressioni sindacali da Unison e Unite, ha creato un precedente cruciale: “Se abbastanza persone lo fanno, non potranno vendere prodotti israeliani”, ha affermato, incoraggiando altri lavoratori a seguire il suo esempio.

Il caso richiama lo storico boicottaggio irlandese del 1984 contro l’apartheid sudafricano, quando dipendenti di Dunnes Stores rifiutarono per tre anni di maneggiare merci dal Sudafrica, contribuendo al primo divieto commerciale dell’Europa occidentale. Oggi il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions), lanciato nel 2005 da società civile palestinese per isolare economicamente Israele fino al rispetto del diritto internazionale, sta trasformando proteste individuali in politiche statali. Sindacati in Irlanda, Regno Unito e Norvegia hanno approvato mozioni per non obbligare lavoratori a gestire merci israeliane; cooperative come Co-op UK e Coop Alleanza 3.0 in Italia hanno rimosso prodotti in solidarietà con Gaza. Slovenia ha vietato nell’agosto 2025 import da insediamenti illegali in Cisgiordania (30.000 euro annui, principalmente avocado), Spagna ha seguito con decreto a inizio 2026; Paesi Bassi e Irlanda discutono misure simili, quest’ultima con l’Occupied Territories Bill bloccato dal 2018 nonostante consenso parlamentare, vittima di “pressioni USA per conto israeliano” secondo il deputato Paul Murphy.

Ma l’avanzata BDS incontra resistenze orchestrate: B’nai B’rith International ha avvertito nel 2025 il parlamento irlandese di conflitti con leggi anti-boicottaggio USA; documenti leakati rivelano programmi israeliani da 130.000 euro per monitorare attivisti via studi legali, inclusa l’ex-europarlamentare Sinn Féin Martina Anderson. In Germania, risoluzione 2019 equipara BDS ad antisemitismo, ritirando fondi pubblici; ELNET finanzia viaggi a Israele per politici Labour britannici (3.000 sterline dichiarate da Bridget Phillipson), mentre Luke Akehurst – ora MP Labour, ex-direttore We Believe in Israel – ha promosso leggi per bloccare boicottaggi da enti locali UK. Nonostante queste contro-offensive, la strategia dal basso sta funzionando: coscienza etica individuale, pressione sindacale e mobilitazione popolare stanno erodendo il consenso europeo verso l’occupazione israeliana, trasformando gesti di cassa in sanzioni legislative.

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domenica 1 marzo 2026

NO!

 

Il 22 e 23 marzo prossimo saremo chiamati a votare per la c.d. “riforma della giustizia”.

Una finta riforma dietro cui c’è la precisa volontà di massacrare l’equilibrio tra i poteri giudiziario, legislativo ed esecutivo vigenti, una riforma fatta a colpi di maggioranza semplice, senza una sostanziale discussione in Parlamento ed esplicita elusione dell’art. 138 della Costituzione, con i tempi e le procedure necessarie a riflettere sulla modifica di ben 7 articoli della Costituzione stessa, che richiede pertanto un referendum per una più ampia condivisione e l’eventuale approvazione o bocciatura.  

Questa volontà prevede in tempi non lunghi di sostituire a questo equilibrio (peraltro già ampiamente eroso con il sistematico ricorso ai decreti legge e alle votazioni sulla fiducia) il potere assoluto di un premierato, in cui l’autonomia della magistratura venga debilitata e annacquata con un sistema guidato da ben tre organismi, 2 CSM e un’Alta Corte di disciplina, in sostituzione dell’attuale CSM (con conseguente aumento di costi che ben potrebbero essere utilizzati per dotare gli uffici giudiziari dell’essenziale per sopravvivere) .

Riteniamo che la difesa dell’integrità e autonomia del potere giudiziario costituisca una difesa dell’intero sistema costituzionale; le eventuali “deviazioni” di  qualche componente della magistratura registrate in passato come esempio di contaminazione tra diritto e politica, la zona grigia dentro cui hanno proliferato malaffare e interessi occulti sono certamente da denunciare e combattere ma non possono essere l’occasione per un regolamento di conti da parte di una politica autoritaria, centralista e, in fondo, antidemocratica.

Questa non è una riforma della giustizia: anzi, questa riforma rischia di amplificarne le difficoltà, con il personale al collasso, con i tempi di giudizio che scoraggiano e annullano il diritto, con costi esorbitanti per chi si sente leso o si deve difendere,  con probabilità di avere giustizia proporzionali alle squadre di legali che si possono ingaggiare, con leggi ad personam, con reati ricchi che non si riesce mai a perseguire e reati poveri che fanno esplodere le carceri di sovraffollamento, con prescrizioni dosate affinché alcuni la facciano sempre franca e poveri cristi che, a volte innocenti, passano la vita in galera.

Ciò che in Italia chiamiamo giustizia è una macchina che si muove a fatica.

E ora i cittadini devono esprimersi con il referendum.

Una consultazione popolare che in realtà è uno scontro durissimo, appesantito da attacchi, da pretese di impunità, da insofferenza al rispetto delle regole, da deliri di onnipotenza pericolosissimi.

Noi Rossomori pensiamo che ben altri interventi siano necessari per garantire a tutti giustizia giusta, per ricostruire fiducia sul fatto che, quando è necessario, c’è uno Stato che garantisce regole e diritto.

E in questo mare, che è arduo chiamare esercizio di democrazia, noi Rossomori prendiamo posizione.

Andremo a votare e voteremo NO:

·         Perché questo non è un referendum sulla separazione delle carriere, che sono già separate de facto, norma già introdotta dal D.lgs. n. 149/2022, la cosiddetta Riforma Cartabia, e il passaggio dal ruolo di Pubblico Ministero a quello di Giudice e viceversa riguarda meno del 2% (lo 0,4% nel 2023!) dei magistrati e si può fare una volta sola nel corso della carriera.

Voteremo NO:

– per l’evidente imbroglio legato alla composizione dei consigli superiori: infatti, quando si comporranno questi organismi in sostituzione del C.S.M, la parte che rappresenta i giudici verrà sorteggiata tra tutte le migliaia di magistrati che operano in Italia, mentre quella di nomina politica è sorteggiata dentro un piccolo listino predefinito dalla maggioranza parlamentare, con procedure che saranno specificate in legge ordinaria.

I nominati dalla politica dunque saranno omogenei, affini, organizzati e dunque forti.  Non così i sorteggiati tra i giudici. Nell’individuare i primi prevarrà la scelta, nell’individuare i secondi prevarrà il caso; tentare di occultare questa evidenza, da parte di chi ha scritto questa pessima riforma, è disonesto e finanche offensivo. Un provvedimento dichiarato necessario per eliminare le correnti ne creerà sicuramente una nuova di sicura “vicinanza” alla maggioranza parlamentare di turno (altro che indipendenza del potere giudiziario!)

Voteremo NO:

-perché troviamo scomposti gli attacchi politici del Governo alla magistratura “politicizzata” (quando emette sentenze difformi dai desiderata del centrodestra): non perché non ci sia da cambiare e migliorare, ma perché non riconosciamo molti titoli alla attuale politica di governo per indicare la via delle riforme. 

 Voteremo NO:

-perché quando un ministro redarguisce le “sinistre”, rimproverandole di non capire che quando il Campo Largo sarà al governo i “vantaggi” di questa riforma toccheranno anche a loro, sta lasciando intendere qualcosa di incidibile e cioè che la politica sta tentando di costruirsi un vantaggio rispetto a chi la deve controllare. E noi sappiamo quanto bisogno di controllo ci sia.

Voteremo NO:

– perché ci sentiamo più garantiti da un Pubblico Ministero ricercatore della verità processuale e fattuale, che non perda la funzione di coordinare le attività di polizia giudiziaria dentro un quadro costituzionale certo e non si trasformi semplicemente nell’avvocato dell’accusa, un super-poliziotto.

Voteremo NO:

– perché dopo aver acquisito dati sulle intenzioni di voto nelle diverse fasce di età, stanno impedendo ai fuorisede di votare, segno che della democratica consultazione popolare hanno un’idea parziale. Ma del resto su questo non c’era molto bisogno di avere prove ulteriori.  

Voteremo NO:

– anche perché ogni volta che figure apicali del governo affermano che la riforma renderà la giustizia più efficiente noi sappiamo che nascondono la verità (e crediamo lo sappiano anche loro); perciò troviamo massimamente irritante la loro abitudine a trattarci da bambini. 

Voteremo NO:

·         Contro l’obbiettivo non dichiarato della separazione della giustizia stessa: l’inquietante disegno egemonico di una giustizia severa, giustizialista e preventiva contro i reati di “strada” da una parte; una giustizia “distratta”, permissiva e garantista contro i reati di “palazzo”.

Per queste profonde ragioni, invitiamo tutti i cittadini a riflettere sulla vera posta in gioco e a votare di conseguenza e con grande indignazione NO!

Lucia Chessa segretaria nazionale partito Rossomori de Sardigna

Giuseppe Delogu presidente partito Rossomori de Sardigna

Assemblea degli iscritti Rossomori de Sardigna

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