venerdì 24 luglio 2026

Il futuro del pianeta si deciderà in Brasile - Eliane Brum

 

Una delle più importanti scienziate esperte di clima, la brasiliana Luciana Gatti, ha sorpreso tutti annunciando la sua candidatura a deputata federale alle elezioni di ottobre. La logica di Gatti, che da trent’anni fa ricerche sull’Amazzonia e sull’impatto dei gas serra generati in gran parte dallo sfruttamento del bestiame nella foresta, è cristallina. “La situazione climatica sta andando verso il caos. Dobbiamo fare qualcosa di diverso, uscire dagli schemi. Il congresso sta accelerando la nostra estinzione”, ha spiegato in un’intervista al sito d’informazione sull’Amazzona Sumaúma. Gatti si riferisce al fatto che il parlamento brasiliano sta annullando le leggi di protezione ambientale e ostacolando la demarcazione delle terre dei popoli nativi. “Non possiamo restare a guardare questo congresso assurdo, ignorante, e limitarci a rimanere nel nostro angolino, a fare gli scienziati. Il compito di tutti noi è cambiare il parlamento”.

La decisione può sembrare radicale o addirittura disperata, ma dal punto di vista etico è forse l’unica che abbia senso. La scienziata, come altri che intendono lasciare i laboratori per candidarsi a un seggio al congresso, sa meglio della maggior parte delle persone cosa sta succedendo: nella porzione brasiliana la principale foresta pluviale del pianeta emette già più anidride carbonica di quanta ne assorba. Nel 2024 ne ha immagazzinato 476 milioni di tonnellate, ma ne ha emesse 755 milioni, superando la quota assorbita di 279 milioni di tonnellate. Ciò significa che uno dei grandi serbatoi di carbonio del pianeta sta collassando.

Chi conosce l’Amazzonia sa che la foresta non sopravvivrebbe a un altro governo di estrema destra, per questo l’attenzione è concentrata sul parlamento brasiliano

Studi come quelli di Gatti e dei suoi colleghi dimostrano che nelle zone disboscate le temperature aumentano e le precipitazioni diminuiscono. Le piogge dell’America Latina dipendono dalla salute del bioma amazzonico, grande regolatore del clima del pianeta. Questa meraviglia, creata nel corso di più di cinquanta milioni di anni, è stata sistematicamente distrutta in poco più di cinquant’anni e negli ultimi tempi a un ritmo ancora più accelerato. Se muore, moriremo anche noi.

Questa è la portata della posta in gioco nelle elezioni brasiliane. E dovrebbe interessare il mondo intero. Il governo di estrema destra di Jair Bolsonaro (2019-2022) ha aggravato – e di molto – la distruzione della foresta. Ma il ritorno al potere di Luiz Inácio Lula da Silva nel 2023 non ha salvato l’Amazzonia. In parte perché il suo governo è formato da una coalizione di ben undici partiti, che annovera sostenitori dell’agroindustria e dei combustibili fossili in ministeri chiave; e anche perché Lula appartiene a quella corrente della sinistra globale ancora convinta che sia possibile ridurre le disuguaglianze sottraendo materie prime alla natura. Ma, soprattutto, perché il governo non ha la maggioranza in parlamento e perché alla camera e al senato dominano i politici legati ai principali responsabili di deforestazione e inquinamento: l’industria mineraria e quelle della carne, della soia e dei pesticidi.

Il parlamento attuale ha smantellato gran parte della legislazione ambientale e rende sempre più difficile demarcare i territori degli indigeni. La legalizzazione dell’attività mineraria nelle loro terre è il prossimo passo. Chi conosce l’Amazzonia sa che probabilmente la foresta non sopravvivrebbe a un altro governo di estrema destra. Per questo l’attenzione è concentrata sul congresso, dove l’estrema destra si sta adoperando per ampliare il proprio controllo, soprattutto al senato, l’unica istituzione competente a destituire i magistrati della corte suprema. Poiché negli ultimi anni la corte ha annullato alcune sue leggi ritenendole incostituzionali, il suo obiettivo è quello di eliminare gli ostacoli ai propri abusi di potere.

Anche i presunti “progressisti” si concentrano sulla contesa parlamentare, ma per motivi opposti. Il ritorno dell’estrema destra al governo, questa volta con Flávio Bolsonaro, il primogenito dell’ex presidente, sarebbe catastrofico per il paese e metterebbe quasi tutta l’America Latina sotto la tutela di Donald Trump. Ma altri quattro anni di legislazione come quella attuale, anche se Lula fosse rieletto, aggraveranno il collasso climatico e causeranno la morte di molte più persone.

Marina Silva, deputata federale ed ex ministra dell’ambiente e dei cambiamenti climatici di Lula, ora aspirante candidata al senato, è riuscita a ridurre la deforestazione in Amazzonia. Ma ridurre non basta. La media è di cinque alberi abbattuti al secondo. Tuttavia anche se la deforestazione si fermasse, l’accelerazione del collasso continuerebbe.

C’è solo una via d’uscita: riforestare. Lo dicono scienziate come Luciana Gatti. Dal prossimo congresso brasiliano dipende la vita ben oltre i confini del Brasile. ◆ et

Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 36. 

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giovedì 23 luglio 2026

Dove ci porta il giardinaggio - Olivia Laing

 

Quest’anno la primavera è scoppiata in un tripudio di gemme. Ogni dieci minuti esco in giardino per un nuovo sopralluogo: si sono aperti i primi tulipani fucsia, i narcisi stanno cominciando a sfiorire e il nespolo e il cotogno hanno foglie nuove, cariche di linfa, che riflettono la luce. Al centro di tutto troneggia una Magnolia x soulangeana, regina dei giardini suburbani, sospesa tra la piena fioritura e l’inevitabile declino in una massa disgustosa di viscidi petali marroni. Ho perfino falciato il prato, per godermi quel sentore di cumarina dell’erba calda dopo lunghe settimane di pioggia invernale.

Più di qualsiasi altro cambio di stagione, l’arrivo della primavera sembra sempre un evento improbabile, stranamente incerto, e porta con sé un’esplosione pagana di piacere e sollievo. Se avete il coraggio di sfidare il freddo, il giardinaggio vi offre un posto in prima fila. Il mio primo compito, a gennaio, è togliere le foglie morte dagli ellebori, scoprendo i piccoli germogli di fiori lentigginosi, a cinque petali, che sbocceranno anche sotto la neve. La piantagione dei bulbi in autunno garantisce ogni ondata successiva, dai bucaneve e gli aconiti ai narcisi, le scille e le fritillarie. Nelle settimane esaltanti in cui la natura si schiude, mi sento quasi attraversare da una scossa elettrica.

Questa sensazione di prossimità alla rinascita fa parte del fascino tradizionale del giardino, ma diventa ancora più acuta, quasi dolorosa, in tempi di caos e violenza. Quando i giornali usano titoli apocalittici, il giardino può sembrare una zona di sanità mentale, un rifugio di abbondanza naturale. Qui, almeno, Donald Trump non detta l’ordine degli eventi.

Nell’ultimo, turbolento decennio l’idea del giardino come rifugio o addirittura come soluzione ai problemi della modernità si è molto diffusa. Se un tempo dedicarcisi era considerato soprattutto un passatempo legato al relax e alla bellezza, oggi è regolarmente presentato come un antidoto a molti aspetti dell’esistenza contemporanea: dalla depressione all’ansia, dalla fame di realtà indotta dall’intelligenza artificiale alla crisi climatica stessa.

Il libro di Sue Stuart-Smith Coltivare il giardino della mente (Rizzoli 2021) ha contribuito a diffondere l’immagine del giardinaggio come attività benefica per la salute mentale, mentre giardinieri come Piet Oudolf, Isabella Tree, John Little e Nigel Dunnett promuovono da tempo metodi di coltivazione ecologici che svolgono una funzione protettiva contro il riscaldamento globale e la perdita di biodiversità.

Eppure, al giardinaggio visto come una sorta di rimedio universale alla permacrisi si è accompagnata una contronarrazione che lo dipinge come un hobby escapista, frutto del privilegio e della disuguaglianza. Le foto del lockdown del 2020, tra prati incolti e meli in fiore, hanno scatenato un acceso dibattito sui social riguardo alla proprietà della terra e all’accesso agli spazi verdi, mentre su Instagram il mondo del giardinaggio si è fortemente polarizzato su temi come la Brexit, Black lives matter e, più recentemente, sulla questione palestinese.

A volte sembra di dover scegliere tra due posizioni estreme e inconciliabili. Il giardino è davvero un’arma segreta contro il capitalismo tossico e il collasso ecologico? Oppure è un rifugio platealmente apolitico, un Petit Trianon di autocompiacimento? Possibile che un giardino non può semplicemente essere un giardino?

La risposta, almeno all’ultima domanda, è no. Un giardino è uno spazio fisico, certo, ma è anche un luogo profondamente metaforico. Si colloca su quella soglia complessa tra natura e cultura, lavoro e piacere. Proprio il suo essere un “luogo di mezzo” lo rende particolarmente utile per riflettere su molte questioni legate al modo in cui organizziamo la nostra vita, ed è per questo che il giardino occupa un ruolo così sproporzionato nella letteratura e nell’arte.

Nel Candido di Voltaire, scritto nel 1759, il giardinaggio è un atto di lucidità che sopravvive alla guerra e alle crisi. Nel capolavoro seicentesco di Andrew Marvell The garden il giardino è un regno privato di contemplazione, dove le realtà dell’immaginazione e dello spirito prevalgono sull’amore e sul conflitto umano, annihilating all that’s made / to a green thought in a green shade (annientando tutto ciò che è creato / in un pensiero verde, in un’ombra verde). Il conflitto era un concetto che Marvell, politico negli anni spaventosi dell’interregno e della restaurazione, conosceva fin troppo bene. Se la guerra guidata dall’intelligenza artificiale è un’invenzione del nostro secolo, il desiderio di sottrarsi allo scontro imboccando la via del giardino ha radici molto antiche.

La questione etica, qui, riguarda il rapporto tra testimonianza e fuga, ed è stata distorta dal modo in cui i social media mescolano immagini di atrocità e dolore globali con le pratiche quotidiane, fino a far sembrare che una sia la risposta diretta all’altra. Ci sono giardini concepiti come veri e propri ritiri dal mondo, con recinzioni di filo spinato e pattuglie di sicurezza per tenere fuori il resto della popolazione. E ci sono giardini che si affidano a uno stuolo di addetti per costruire un’illusione di potere e perfezione.

Ma per molte persone, me compresa, parte del fascino del giardino sta proprio nel fatto che è uno spazio che permette di misurarsi con la realtà senza nascondersi. La pratica ripetitiva di potare, scavare, piantare e curare le piante favorisce uno stato mentale ideale per metabolizzare pensieri difficili e impegnativi, a partire dai contenuti delle notizie, in modo molto più fluido e naturale di quanto si possa fare stando seduti davanti a uno schermo.

Come leggere o ascoltare musica, il giardinaggio è un’attività cognitivamente ricca. Ogni mattina provo un piccolo fremito di piacere quando poso il telefono ed esco per il mio giro di perlustrazione. Quella che mi accoglie è un’esplosione di segnali che arrivano da altre entità viventi complesse, segnali che il mio corpo e il mio cervello sono nati per elaborare e interpretare. Sono scollegata e connessa allo stesso tempo: avverto la vibrazione delle informazioni mentre sono osservata da una moltitudine di esseri viventi. Non si tratta tanto di fuggire o di staccare la mente, ma di rientrare nel mondo vivente che la tecnologia spesso rende invisibile. È un ritorno essenziale se vogliamo davvero affrontare il cambiamento climatico.

Questo non significa che il giardinaggio sia una pratica riservata a pochi privilegiati che assistono da spettatori alle calamità globali. Nel Giardino contro il tempo (Il Saggiatore 2024) ho scritto di Abu Waad, l’ultimo giardiniere di Aleppo, protagonista di un breve documentario realizzato nel 2016 sulla guerra civile siriana. Abu Waad gestiva un vivaio e si rifiutò di smettere di lavorare quando in città era arrivata la guerra. Continuò ad annaffiare rose e fichi mentre intorno cadevano le bombe, finché non rimase ucciso in un attacco aereo. “I fiori aiutano il mondo”, insisteva. “L’essenza del mondo è un fiore”.

Se un giardino nutre lo spirito, allora i giardini possono essere un modo di resistere alla guerra, di armarsi con l’immaginazione contro un’invasione terribile. Un giardino è un modo per un popolo di definire chi è davvero, anche quando viene precettato con la forza o costretto a vivere nei campi profughi. In Ucraina, in Palestina, in Iran, costruire giardini tra le macerie e le rovine è l’atto di speranza più viscerale che esista.

Nel 2024 ho curato A garden manifesto insieme all’artista Richard Porter. Sentivamo che il giardinaggio stava diventando sempre più impegnato politicamente e volevamo raccogliere testimonianze stimolanti da chi lo praticava. Abbiamo invitato artisti, giardinieri e attivisti, alternando le loro risposte a fotografie degli orti e dei giardini comunitari nell’East village di New York negli anni settanta, degli affreschi di Pompei e di pitture tombali dell’antico Egitto. Le risposte erano tutte profondamente personali. Alcuni vedevano il giardino come un portale verso il passato o come un ricordo caro dell’infanzia; altri si confrontavano con questioni di guerra e colonialismo. C’erano tantissimi giardini diversi.

La primavera seguente siamo stati invitati alla British library per discutere del manifesto. Abbiamo portato con noi tre partecipanti: i giardinieri Jonny Bruce e Alys Fowler e l’artista Joy Gregory. Gregory ha parlato di A taste of home, un’opera di grande formato che nel 2024 ha installato al terminal 4 dell’aeroporto londinese di Heathrow, nata dalla collaborazione con un gruppo di richiedenti asilo ospitati in strutture temporanee che erano lì vicino. Insieme avevano creato cianotipi e monotipi di piante – finocchio, curcuma, aglio, zafferano – che per loro significavano casa. Era uno spazio per chi era stato strappato al suo giardino: un mondo azzurro di forme naturali che raccontava la malinconia dell’esilio e il modo in cui le piante sanno restituirci le nostre radici.

Un giardino non può mai essere davvero isolato dal mondo. Come mostra l’opera di Gregory, le piante viaggiano, portano con sé storie e provenienze, e anche il giardino più protetto resta esposto al clima che cambia. Fiori, alberi e arbusti dipendono da risorse sempre più scarse (soprattutto l’acqua) e sono vulnerabili a nuovi parassiti e malattie che, come ricorda l’Agenzia per la salute degli animali e delle piante, “non rispettano i confini internazionali”. L’aumento delle temperature e l’instabilità del meteo stanno già avendo effetti profondi sulle specie che riescono a sopravvivere.

Il giardino non è un rifugio dalla crisi climatica. È un laboratorio a cielo aperto, dove gli effetti della siccità, delle alluvioni e delle ondate di calore non si possono ignorare, dove i fiori spuntano fuori sincrono, non più in sintonia con gli almanacchi e le poesie del passato. Nel mio diario del giardino ho annotato i ranocchietti cotti dall’afa durante l’ondata di calore del 2022, quando nel Suffolk le temperature sono arrivate a 38 gradi, e un’iris barbata fiorita in una tiepida giornata di dicembre anziché a giugno. La magnolia è in anticipo di due settimane rispetto all’anno scorso e, nonostante un inverno piovoso, l’ultimo bollettino dell’Environment agency segnala che gran parte dell’Inghilterra ha avuto metà delle precipitazioni previste per marzo.

Viviamo tempi difficili, ma sappiamo che i giardini possono essere un antidoto al cambiamento climatico, soprattutto i giardini pubblici e i parchi, capaci di raffreddare le città e proteggere la biodiversità. Perché ciò accada, però, bisogna avere la volontà di crearli e finanziarli, e resistere alla tentazione di costruirci sopra. Servono governi disposti a proteggere gli obiettivi ambientali e a non sacrificarli per guadagni economici di breve periodo. Servono capitali, visione politica e interventi su larga scala oltre che nei singoli giardini privati.

Per immaginare i giardini pubblici del futuro basta andare a Great Dixter, due ettari di esuberanza a Northiam, nel cuore del Sussex. Sotto la guida ispirata del capo giardiniere Fergus Garrett, Dixter è diventato la prova vivente che il giardinaggio ecologico e quello ornamentale possono convivere e sostenersi a vicenda e che non sono obiettivi in conflitto, come vorrebbero le interpretazioni più ascetiche della rinaturalizzazione. È un giardino ludico e opulento, sia dal punto di vista estetico sia per la sua sorprendente biodiversità.

L’aspetto ludico è importante. Questa idea un po’ ingenua del giardinaggio come fonte di benessere e rinnovata salute mentale spesso non tiene conto di quanto sia faticoso e doloroso, per l’ego e per la schiena. L’orto è uno spazio di fallimenti e delusioni, dove le cose vanno male più spesso di quanto vadano bene. “A volte penso che il libro ideale sul giardinaggio non sia mai stato scritto, e temo che non sarà mai scritto. Il titolo dovrebbe essere I miei fallimenti tra le piante del giardino”, scriveva con ironia tagliente Henrietta Batson nel 1908. Le piante muoiono, i progetti s’interrompono a metà, le erbacce prendono il sopravvento, i parassiti mandano a monte un raccolto. Ogni anno perdo un albero o un’amata rosa per colpa del fungo del miele, che si annida invisibile sotto il suolo. In questo momento, un colombaccio sta strappando i boccioli del glicine e li getta sul selciato.

Se per voi il giardino è un luogo dove imporre la vostra volontà, resterete delusi. Ma, dato che il fallimento è inevitabile, forse il giardino andrebbe inteso come un invito ad allentare i propri confini, ad accettare la presenza di altri attori sulla scena. Se il giardino è davvero un antidoto a qualcosa, è un antidoto al dominio dell’individuo, un’introduzione al pensiero relazionale e reticolare. Quando ho cominciato a dedicarmi al giardinaggio, negli anni novanta, l’idea prevalente era che il suolo fosse un mezzo inerte; oggi sappiamo che è un tumulto di vita microbica. Per questo m’interessa soprattutto creare comunità di piante che possano cavarsela da sole nelle condizioni più favorevoli per loro. I miei interventi, come quelli di molti altri organismi, avvengono su scale troppo microscopiche o troppo vaste per essere percepibili.

Non servono ettari ed ettari di terreno. Uno dei giardini più belli che ho visto è stato creato da un mio amico sui minuscoli balconi del suo appartamento, in un nuovo complesso vicino alla stazione ferroviaria di Cambridge. Dalla strada non si direbbe che, cinque piani più in alto, c’è una meravigliosa arcadia di vasi e fioriere a doppio livello che ospita limoni e fichi, altea, gladioli, lamponi e rose. Il mio amico ha perso la moglie Ania per un tumore poco dopo la nascita della figlia, e alcune delle piante più preziose sono state ricavate da talee dei fiori del suo funerale, tra cui il suo amato lillà bianco e l’elegante aeonium “testa nera”.

È questo il vero potere del giardinaggio: una forma di espressione che dà sempre qualcosa in più, un atto di collaborazione capace di sorprendere all’infinito. Le delusioni sono innumerevoli, ma è proprio per questo che il processo ci restituisce così tanto. Più che un dittatore o un re, il giardiniere è un partecipante, circondato dal brulichio di tanti concittadini di specie diverse. Non conosco l’antidoto alla guerra, ma non posso fare a meno di pensare che il mondo sarebbe molto più pacifico se tutti riuscissimo ad assaporare questa gioia.  fas

Olivia Laing è una scrittrice e giornalista britannica. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Specchio d’argento (Il Saggiatore 2025). Questo articolo è uscito sul Financial Times con il titolo “Refuge or reality?”.

Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 88.

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mercoledì 22 luglio 2026

A vent’anni dall’Operazione Arcadia l’onda nera internazionale è una seria minaccia per la Sardegna - Omar Onnis

L’Operazione Arcadia fu la vasta azione repressiva degli apparati di sicurezza dello Stato contro la sinistra indipendentista (allora rappresentata soprattutto dalla formazione A Manca pro s’Indipendèntzia). Dopo vent’anni e varie vicissitudini processuali, la morte di uno degli imputati e costanti riformulazioni delle accuse, non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda.


Il ministro degli esteri (segretario di Stato) USA, Marco Rubio, convoca un summit internazionale anti-antifascista, sotto la fattispecie della lotta al “terrorismo rosso”. La fissazione dell’amministrazione Trump e dei suoi sostenitori per la minaccia “comunista” somiglia un po’ alla retorica di Silvio Berlusconi trent’anni fa.

Agitare uno spettro fittizio come quello del comunismo è un espediente di comodo per delegittimare e se possibile colpire in termini repressivi qualsiasi movimento democratico e popolare, organizzato o meno che sia. Lo spostamento a destra dell’asse politico occidentale (ma non solo) è un fenomeno ormai conclamato, le cui radici affondano nella reazione delle élite internazionali al periodo di fermento sociale e culturale tra anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Si innerva di ideologie securitarie e di fede cieca nelle virtù taumaturgiche del “libero mercato”.

Per inciso, ”libero mercato” è una formula vacua e menzognera (ideologica, appunto), dato che i grandi padroni del mondo – gruppi bancari, fondi di investimento, famiglie detentrici di rendite mostruosamente grandi, boss della Silicon Valley, industriali delle armi e dei farmaci, ecc. ecc. – aspirano ai monopoli e al controllo assoluto delle risorse, delle ricchezze materiali e delle informazioni. L’esistenza stessa dell’umanità e la salvaguardia della biosfera (l’unica di cui disponiamo) sono variabili dipendenti, persino elementi sacrificabili.

La finta dialettica tra élite tecnocratiche e movimenti politici di estrema destra camuffa una convergenza di interessi che ha tra i suoi obiettivi principali quello di prosciugare la partecipazione popolare alla politica, di ridurre la possibilità stessa di alternative politiche e sociali, di generare una frattura sempre più netta tra le classi dominanti e il resto della popolazione umana. Mentre nel mondo si pagano le conseguenze dei rapidi mutamenti climatici in corso, le élite internazionali – perlopiù negazioniste o comunque interessate a fare del problema un’occasione di arricchimento e di potere – si costruiscono bunker di lusso, preparandosi al peggio. 

La stessa retorica bellica, così di moda, in realtà riveste a malapena pulsioni di speculazione affaristica, soddisfatte dalla crescita del traffico di armamenti e strumenti di distruzione. Il vero interesse sta nei grandiosi ricavi che i conflitti garantiscono, il resto è inquinamento infodemico

Vale anche per il finto conflitto tra Occidente e Federazione russa, i cui vertici sono pericolosamente in consonanza ideale e strategica con quelli USA e con le destre europee. D’altra parte, l’esempio fornito dalle classi dirigenti del Vecchio continente è così poco dignitoso (pensiamo all’ultimo vertice NATO in Turchia) che davvero si fa fatica a immaginarle come baluardo contro l’onda nera montante e contro eventuali attacchi militari da est. Il prosciugamento della democrazia europea non è spettacolare e fanfarone come l’analogo fenomeno USA, ma non meno reale. Solo, applica preferibilmente il principio della “rana bollita”

L’iniziativa di Rubio, per quanto possa suonare grottesca e quasi caricaturale, ha un senso profondo che dovrebbe allarmarci molto. Ormai sta diventando legittimo il discorso pubblico di stampo fascista (lo vediamo sotto l’amministrazione Trump negli USA, ma anche nella maggior parte dei paesi europei, Italia in testa). Al contempo viene sempre più colpevolizzato qualsiasi discorso emancipativo, popolare, solidale, internazionalista, autodeterminazionista (sia nel senso delle garanzie per le scelte di vita individuali, sia nel senso del diritto di esistere delle varie minoranze, sia in termini di autodeterminazione dei popoli).

Operazione Arcadia: non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda

Il che in Sardegna dovrebbe suscitare un allarme ancora più vivo. Per combinazione, l’11 luglio cadeva il ventesimo anniversario dell’Operazione Arcadia, la vasta azione repressiva degli apparati di sicurezza dello Stato contro la sinistra indipendentista (allora rappresentata soprattutto dalla formazione A Manca pro s’Indipendèntzia). Dopo vent’anni e varie vicissitudini processuali, la morte di uno degli imputati (Massimiliano Nappi) e costanti riformulazioni delle accuse, non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda. Ripensarci oggi dovrebbe suscitare ancora maggiori preoccupazioni di quanto non sia successo al momento.

Va anzi detto che, sulle prime, quella vicenda non destò l’indignazione che ci si sarebbe aspettati non solo dal mondo indipendentista ma anche dalla società civile democratica. Il ceto medio istruito, in Sardegna, è da tempo il bacino di consenso dei partiti italiani, come tale ostile a qualsiasi discorso autodeterminazionista, anche blandamente autonomista (a dispetto delle retoriche spesso impiegate). Ma almeno l’ambiente indipendentista, sia nelle sue organizzazioni sia nella sua base sociale (che non è affatto così esigua come i risultati elettorali lasciano supporre), avrebbe dovuto reagire in modo forte e compatto.

L’Operazione Arcadia avrebbe dovuto dotarci di una nuova consapevolezza

Era l’occasione per sviluppare anticorpi robusti contro ogni forma di repressione da parte degli apparati di sicurezza italiani. La memoria della repressione del “vento sardista”, negli anni Ottanta del secolo scorso, non era condivisa dalle nuove generazioni che animavano lo scenario politico del primo decennio di questo secolo: l’Operazione Arcadia avrebbe dovuto dotarci di una nuova consapevolezza. Certo, la copertura mediatica dell’intera vicenda ha sempre lasciato a desiderare. Se da parte dell’informazione italiana ciò non può destare meraviglia, dalla stampa sarda, in un mondo ideale, avremmo potuto avere un apporto molto più sensibile alla realtà socio-politica dell’isola. Ma anche la stampa sarda è perlopiù funzionale a dinamiche di potere e di posizionamento dentro il grande gioco spartitorio neo-coloniale che colpisce la Sardegna. 

Molte persone, sedicenti progressiste, che nell’isola si scandalizzano per la deriva trumpiana e magari stigmatizzano la vicinanza del governo Meloni a tali istanze reazionarie, non hanno la minima idea di cosa sia stata l’Operazione Arcadia, di quale precedente inquietante rappresenti, proprio nell’ottica dell’aggressione all’anti-fascismo in atto. Così come non hanno mai battuto ciglio davanti a tutte le successive azioni repressive contro il movimento anti-occupazione militare, pure a volte clamorose (come l’Operazione Lince, per dirne una).

L’esclusione sistematica della popolazione locale da qualsiasi decisione riguardi il territorio sardo

Insomma, non c’è di che stare tranquilli. In Sardegna i disegni di sfruttamento coloniale sono così palesi da risultare quasi invisibili, per paradossale che possa sembrare. L’esclusione sistematica della popolazione locale da qualsiasi decisione riguardi il territorio sardo è una condizione basilare, purtroppo garantita dalle stesse forze politiche che occupano le istituzioni e tutti i vari posti di sottogoverno, para-pubblici, culturali ecc. Che siano affari generati dall’industria energetica, dal complesso militar-industriale, dai grandi fondi di investimento interessati a infrastrutture e speculazione immobiliar-turistica, dalle terre rare o da chissà cos’altro, la politica istituzionale sarda è delegata a garantirne il successo. È una tipica situazione coloniale, a dispetto delle obiezioni di intellettuali organici all’apparato di potere dominante.

Un’ulteriore stretta repressiva, che colpisca il dissenso nel cosiddetto Occidente (entità mitologica, più che altro, ma è per capirci), in Sardegna potrebbe avere effetti ancor più pesanti e assumere come obiettivi sia il mondo indy, sia quello dei comitati popolari, sia la galassia anti-militarista e anti-colonialista (ambiti che spesso si sovrappongono e si intrecciano, pur senza mai riuscire a diventare un fronte democratico compatto), sia anche le forze politiche non inquadrate nella consorteria oligarchica dei due (finti) contendenti del centrosinistra e del centrodestra di matrice italiana.

Le notizie riguardanti il summit convocato dalla destra statunitense e l’anniversario dell’Operazione Arcadia, nella loro concomitanza, assumono dunque il carattere di un monito, che nell’Isola dovrebbe essere colto non solo dai gruppi e dalle persone potenzialmente bersaglio di tale recrudescenza reazionaria, ma da tutte le persone e i gruppi, più o meno formalizzati, di sensibilità sinceramente democratica.

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martedì 21 luglio 2026

La plastica che ci ostruisce il cuore: nei pazienti con infarto acuto l’84% ha frammenti nelle arterie

 

La ricerca pubblicata sull'European Heart Journal individua nel fumo e nello smog un "cavallo di Troia": danneggiano le barriere polmonari e facilitano l'ingresso dei frammenti plastici nelle arterie del cuore.

 

Chi subisce un grave infarto ha livelli nettamente più alti di micro e nanoplastiche nel sangue coronarico, e i fumatori rischiano sei volte di più di avere queste particelle in circolo. Lo rivela uno studio italiano pubblicato sull’European Heart Journal, che dimostra come il fumo agisca da “apripista” nei polmoni, facilitando l’ingresso della plastica nel flusso sanguigno fino ad ostruire le arterie del cuore.

I ricercatori hanno scoperto una correlazione chiarissima: chi subisce un grave infarto ha livelli molto più alti di micro e nanoplastiche nel sangue rispetto a chi soffre di altri disturbi cardiaci o ha coronarie sane. E in questo scenario, c’è un fattore che amplifica drasticamente il pericolo, agendo da vero e proprio “cavallo di Troia”: il fumo. Lo studio – frutto della collaborazione tra l’Università Sapienza di Roma, l’Università di Verona e il Centro di Ricerca sull’Inquinamento Ambientale e le Malattie Cardiovascolari dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” di Napoli – ha analizzato il sangue prelevato direttamente dai vasi coronarici di 61 pazienti. I risultati non lasciano spazio a molti dubbi sulla diffusione di questi materiali.

Ebbene, la plastica è stata rilevata in ben l’84% dei pazienti colpiti da infarto acuto. Inoltre, in questo gruppo è stata riscontrata una varietà di tipi di plastica decisamente maggiore, tra cui il polietilene (il materiale più comune per imballaggi e contenitori monouso). Mentre nei pazienti con cardiopatia ischemica cronica, la presenza di plastica è scesa al 40%. È crollata al 32% nei pazienti con coronarie sane (gruppo di controllo).

A guidare questa complessa e delicatissima fase di analisi clinica sul campo è stato Pasquale Paolisso, cardiologo presso l’Ospedale Sant’Andrea – Università Sapienza di Roma e primo autore dello studio. È stata proprio l’intuizione di Paolisso e del seu team a permettere di mappare per la prima volta la presenza di questi contaminanti direttamente all’interno della circolazione coronarica. “Le micro e nanoplastiche sono ormai ovunque nell’ambiente, ma fino ad oggi sapevamo pochissimo sulla loro reale capacità di penetrare nel cuore”, spiega Paolisso. “La nostra ricerca dimostra non solo che queste particelle raggiungono la circolazione coronarica, ma che esiste un legame diretto tra l’esposizione ambientale, lo stile di vita e l’accumulo di plastica nel sangue. Averle identificate in percentuali così elevate nei pazienti con infarto acuto rappresenta un punto di svolta per comprendere i nuovi fattori di rischio cardiovascolare legati all’antropocene”.

Se la presenza di plastica nel sangue è già di per sé preoccupante, i dati su come queste particelle riescano a penetrare così facilmente nel nostro sistema circolatorio lo sono ancora di più. È qui che il ruolo del fumo e dell’inquinamento atmosferico diventa centrale. Secondo lo studio, infatti, i fumatori hanno una probabilità sei volte maggiore di avere microplastiche nel sangue rispetto ai non fumatori. Chi è esposto a lungo termine a livelli elevati di polveri sottili (PM2.5) mostra una presenza di plastica significativamente più alta. Il dato record è che il 100% dei pazienti fumatori esposti ad alto inquinamento atmosferico presentava plastica nel sangue coronarico.

Tra chi non fumava e viveva in aree meno inquinate, la percentuale scendeva ad appena il 12,5%. “La storia clinica dei fumatori è strettamente legata alla presenza di microplastiche nel sangue”, spiega Emanuele Barbato, ordinario di Cardiologia alla Sapienza e direttore dell’Unità di Cardiologia dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma, che ha guidato la ricerca spiegando il legame biologico. “I nostri risultati suggeriscono che il fumo potrebbe danneggiare le barriere protettive dei polmoni, rendendo molto più facile per le micro e nanoplastiche penetrare nel flusso sanguigno attraverso le vie respiratorie”. In altre parole, il fumo di sigaretta non solo introduce sostanze tossiche di per sé, ma agisce come un ‘apripista’ che rende i polmoni permeabili a queste piccolissime particelle plastiche disperse nell’ambiente.

Lo stesso meccanismo di vulnerabilità polmonare viene innescato dall’esposizione costante allo smog e al particolato fine. Fino ad oggi, la plastica nel corpo umano era considerata un problema principalmente teorico o limitato all’apparato digerente. Questa ricerca, unita ad altre recenti evidenze (come il ritrovamento di microplastiche nelle placche aterosclerotiche carotidee), dimostra che la contaminazione da plastica è un fattore di rischio cardiovascolare concreto. Le particelle di plastica non si limitano a “galleggiare” nel sangue: studi collaterali indicano che la loro presenza è associata a un forte aumento dei marcatori infiammatori (come il TNF-alfa e l’interleuchina-6), che possono destabilizzare le placche nelle arterie e favorire la formazione di trombi, scatenando l’infarto. La lotta alle malattie cardiache, dunque, non passa più soltanto dal controllo del colesterolo, della pressione o della sedentarietà. Ridurre l’uso della plastica, bonificare l’ambiente, ripulire l’aria delle nostre città e, soprattutto, dire addio al fumo di sigaretta sono oggi più che mai passi fondamentali per proteggere letteralmente il nostro cuore.

Lo studio

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lunedì 20 luglio 2026

Per sentirsi in vacanza non serve partire - Emma Poesy

 

Che sia per ragioni economiche, ambientali o per riposarsi davvero, sempre più persone rinunciano ai grandi viaggi e riscoprono un rapporto più sereno con il tempo libero

Fino a poco tempo fa Sylvie, 36 anni (che come le altre persone citate in questo articolo preferisce non rivelare il suo cognome), era abituata a viaggiare ogni volta che poteva prendere le ferie.

Poi una sera, davanti al computer, mentre stava per prenotare i biglietti del treno e gli alberghi per un soggiorno in Spagna, ha avuto un’illuminazione: “Mi sono chiesta perché stavo organizzando una vacanza anche se, in quel momento, non avevo voglia di partire”, racconta.

Sylvie, che è responsabile della comunicazione in una grande azienda parigina, conosceva già la risposta a quella domanda. “Nel mio ambiente sociale, piuttosto privilegiato, è quasi un obbligo: le ferie sono associate ai viaggi lontani, come se fosse indispensabile fuggire dal proprio quotidiano appena si ha un po’ di tempo libero”.

Eppure, in Francia solo il 60 per cento delle persone parte per una vacanza almeno una volta all’anno, secondo uno studio dell’Osservatorio delle disuguaglianze pubblicato nel giugno 2025.

Ma anche se i viaggi di piacere sono tutt’altro che la norma, hanno un ruolo enorme nell’immaginario collettivo, a sua volta alimentato dall’industria del turismo e dai social media, su cui ogni giorno circolano milioni di foto di paesaggi da cartolina.

È proprio questa rappresentazione che cercano di smontare tutti quelli che invece non partono, vuoi per ragioni economiche, per considerazioni ambientali o per ostilità nei confronti del turismo di massa (e a volte per tutte queste cose insieme).

Restando nel suo appartamento per tutta la durata delle ferie, Sylvie ha deciso di “ascoltarsi davvero”. “Invece di completare una prenotazione che non mi emozionava affatto, mi sono chiesta cosa mi sarebbe piaciuto fare qui a Bagnolet”, racconta riferendosi al comune nella periferia di Parigi in cui vive. Per dieci giorni si è concessa soprattutto il lusso di non fare nulla e di provare a “liberarsi dell’abitudine di ottimizzare costantemente il tempo”, cosa che associa ai suoi ritmi quotidiani.

Un turismo diverso

Sylvie ha passeggiato senza meta per le strade di Parigi, ha letto fino a notte fonda e ha frequentato per la prima volta quei corsi di ceramica di due ore e mezza che la incuriosivano da un po’ ma che non osava prenotare per paura di non avere abbastanza tempo.

Alla fine dei dieci giorni di ferie il bilancio era chiaro: “Per la prima volta sono uscita dall’abitudine di ‘fare’ senza mai fermarmi, per provare semplicemente a ‘essere’”, racconta entusiasta.

Secondo l’antropologa Aude Vidal il desiderio di dedicare più tempo a se stessi potrebbe essere legato anche ai cambiamenti del turismo. “Con la comparsa di Airbnb e il sovraffollamento delle mete turistiche, l’esperienza del viaggio è considerevolmente peggiorata”, sottolinea l’autrice di Dévorer le monde (Divorare il mondo).

“Molte città come Barcellona o Amsterdam hanno finito per somigliare a dei musei e questo rende il viaggio meno interessante o addirittura spiacevole se c’è troppa gente e i residenti diventano poco ospitali”, dice Vidal. “Queste esperienze possono provocare una certa delusione, oltre ad alimentare la crisi ecologica”.

Laura, 27 anni, da qualche mese ha rinunciato ai viaggi in Europa e ai lunghi fine settimana di vacanza. Residente a Grenoble, preferisce usare le ferie per dedicarsi a tutti quei piaceri che il suo lavoro di receptionist non le lascia il tempo di concedersi.

Durante le ferie diventa una turista nella sua città: “Mi piace scoprire nuove cose sul luogo in cui vivo. Anche attraverso gesti molto semplici: esplorare vicoli a cui non ho mai fatto caso, aprire il cancello di giardini che non conosco, entrare nei piccoli negozi in cui di solito non riesco a fermarmi”.

Di recente Laura ha scoperto l’enorme museo di Grenoble, dove ha passato quattro ore a osservare le opere esposte. “Ho potuto soffermarmi su tutto quello che mi interessava, senza dovermi preoccupare del tempo”, racconta. “Può sembrare una cosa da poco, ma è molto diverso da quello che succede quando si è in viaggio e si sente il bisogno di sfruttare ogni secondo al massimo perché si è speso molto per arrivare fin lì”.

Arnaud, 33 anni, già da qualche anno preferisce dedicare un po’ di tempo a se stesso invece di partire per destinazioni lontane. Chef e residente a Nancy, ha sempre amato viaggiare, ma è anche consapevole che “partire non significa davvero riposare. Solo il viaggio, con tutti gli spostamenti, basta a farti perdere un giorno di vacanza, a volte anche di più”.

Arnaud non esclude in futuro di ripartire per una meta lontana – gli piacerebbe andare in Giappone o in Nuova Zelanda – ma oggi preferisce la serenità delle lunghe notti libere rispetto alle grandi partenze. “Quello che mi piace è guardare serie tv una dopo l’altra e uscire con gli amici senza preoccuparmi di arrivare al lavoro esausto il giorno dopo”, spiega.

Forma di privilegio

Marie, insegnante di yoga di 43 anni che vive a Metz, durante le ferie resta spesso in città con i suoi due figli, dedicandosi ai lavoretti in casa e a coltivare l’orto. Questa viaggiatrice quasi pentita preferisce ormai ai lunghi soggiorni le passeggiate e le escursioni in giornata, che le permettono di soddisfare la sua curiosità senza il carico mentale legato alla genitorialità.

“Partire con i figli comporta inevitabilmente un grande impegno logistico”, racconta. “Bisogna fare e disfare i bagagli, ma anche programmare le vacanze in modo che vadano bene per tutti. Tutto questo toglie serenità”.

Secondo il sociologo e autore Rodolphe Christin, che si è occupato molto di viaggi e turismo, imparare a restare a casa implica comunque un lavoro su se stessi: “Quando la nostra esistenza non è riempita dagli stimoli esterni, siamo portati a fare luce su ciò che ci motiva come individui”.

“In altre parole, per essere un po’ meno permeabili alle pressioni della pubblicità e delle norme sociali bisogna riuscire a ‘decondizionarsi’ e scoprire quello che ci appassiona davvero”, dice Christin, sottolineando però che lavorare su se stessi resta comunque “una forma di privilegio”.  as

Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 100

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