sabato 23 febbraio 2019

L’essere umano è il responsabile di epidemie e disastri ambientali - Gwynne Dyer


La peste nera uccise circa il 30 per cento della popolazione europea in pochi anni, a metà del quattordicesimo secolo. Un secolo e mezzo dopo i nativi d’America furono colpiti da una decina di epidemie altrettanto gravi, una dopo l’altra, che uccisero il 95 per cento di loro. Le malattie di quella “grande morìa” (per usare un’espressione della paleontologia) avevano nomi molto meno terrificanti, come morbillo, influenza, difterite e vaiolo, ma uccidevano allo stesso modo.
Quando decine di milioni di nativi americani morirono, sulle terre che usavano per l’agricoltura e l’allevamento ricrebbero le foreste. Tutte queste foreste assorbirono così tanta anidride carbonica che la temperatura globale media calò, e quello che altrimenti sarebbe stato un raffreddamento ciclico minore divenne la piccola era glaciale. Il freddo fu tale che molti europei morirono di fame.
Il direttore di ricerca dell’équipe dell’University College di Londra che ha messo insieme tutti questi puntini è il dottorando Alexander Koch (proprio così, non ha ancora conseguito il suo dottorato). Ha preso in prestito l’espressione “grande morìa” dai paleontologi, che la usano per descrivere l’estinzione di massa alla fine del Permiano, 252 milioni di anni fa, il periodo più letale di tutti. Ma funziona anche per gli esseri umani.

Vantaggi e somiglianze
Quando Cristoforo Colombo arrivò nei Caraibi nel 1492, circa sessanta milioni di persone vivevano nel continente americano, e il 99 per cento di loro era già agricoltore. La civiltà eurasiatica aveva un po’ di vantaggi – utensili d’acciaio, imbarcazioni oceaniche, anche la polvere da sparo – ma il numero di abitanti e le economie erano molto simili: gli europei erano settanta o ottanta milioni, in gran parte erano agricoltori.
Un secolo dopo i nativi americani rimasti erano solo sei milioni: un tasso di mortalità del 90 per cento. Eppure all’epoca gli europei nel continente americano erano ancora solo 250mila. È chiaro che non avrebbero potuto uccidere gli altri 54 milioni di nativi. Ma le loro malattie sì.
Il problema era che i nativi americani non avevano alcuna difesa ereditaria per quelle malattie eurasiatiche che gli europei avevano portato con sé, e che uccidevano rapidamente. Queste malattie erano emerse nei paesi densamente popolati dell’Europa e dell’Asia orientale, una dopo l’altra, nel corso di migliaia di anni, trasmettendosi dalle mandrie e dalle greggi di animali addomesticati ai loro proprietari umani, i quali vivevano a loro volta in condizioni di gregge.

Tragedia inevitabile
Ciascuna di queste nuove malattie aveva ucciso milioni di persone prima che i sopravvissuti sviluppassero qualche forma di resistenza, ma le popolazioni di Asia, Europa e Africa avevano avuto il tempo di riprendersi prima che emergesse la nuova epidemia. I nativi americani hanno dovuto fare i conti con tutte queste malattie in una volta sola, senza averne alcuna da restituire agli invasori, poiché questi ultimi non possedevano grosse greggi di animali.
La tragedia era inevitabile fin dal primo contatto. Se gli unici eurasiatici a raggiungere il continente americano fossero state delle amorevoli suore spagnole – o dei pacifici monaci cinesi – la grande morìa si sarebbe comunque verificata.
Quel che davvero interessa Alexander Koch e i suoi colleghi è che quell’evento provocò il più ampio abbandono di terreni coltivabili di tutta la storia. I sei milioni di sopravvissuti non avevano bisogno di tutto quel terreno per l’agricoltura e l’allevamento, e così le foreste sono ricresciute velocemente. Crescendo, queste assorbirono grandi quantitativi di anidride carbonica, riducendo la quantità presente nell’atmosfera globale di circa dieci parti per milioni (10 ppm).
Di conseguenza diminuì anche la temperatura media globale, che era già di per sé un po’ più bassa del solito a causa dei cambiamenti ciclici dell’orbita terrestre. La piccola era glaciale è durata oltre duecento anni e ha probabilmente provocato due milioni di morti supplementari nelle locali carestie eurasiatiche.
Ma oggi il nostro impatto sull’ambiente è cresciuto al punto che una riduzione di 10 ppm di diossido di carbonio nelle nostre emissioni è quasi ininfluente. Stiamo attualmente aggiungendo 10 ppm di diossido di carbonio nell’atmosfera ogni quattro anni.
D’altro canto, se dovessimo riforestare tutto il terreno sgomberato nel mondo negli ultimi 150 anni e che non costituisce terreno agricolo primario, potremmo bloccare 50 ppm di diossido di carbonio. Questo potrebbe darci il tempo necessario ad abbassare le nostre emissioni di gas serra senza scatenare un riscaldamento incontrollato.
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E invece i brasiliani hanno eletto presidente Jair Bolsonaro, per tagliare di netto l’Amazzonia, e gli Stati Uniti hanno fatto lo stesso con Donald Trump, con l’obiettivo di subappaltare la politica climatica del loro paese all’industria dei carburanti fossili.
Ne sappiamo molto di più dei nativi americani sugli elementi che decideranno il nostro futuro. Ma potremmo non essere molto più bravi di loro nell’evitare una fine analoga.
(Traduzione di Federico Ferrone)

giovedì 21 febbraio 2019

Perché Alexandria Ocasio-Cortez è imbattibile su Twitter - Max Benwell



In materia di Twitter, Alexandria Ocasio-Cortez, che lo scorso novembre è diventata la più giovane donna mai eletta al congresso degli Stati Uniti, batte qualsiasi altro politico statunitense. In appena otto mesi si è costruita la platea di follower più attiva di tutto il Campidoglio e, una volta entrata al congresso, ha perfino ricevuto l’incarico di dare lezioni di social network ai suoi colleghi.
Come fa? Poiché trascorro le mie giornate ad analizzare dati per il Guardian e a contribuire al funzionamento dei nostri profili sui social network, sono abituato a scavare nelle statistiche per capire cosa animi le persone. E spesso sono gli elementi meno evidenti a rivelare cosa sta davvero succedendo.
Su Twitter Ocasio-Cortez (@AOC) ha più di tre milioni di follower. Di questi, più di 2,6 milioni sono stati raccolti negli ultimi otto mesi. Prima di vincere le primarie dello scorso giugno, in cui ha sconfitto un democratico che aveva già ottenuto dieci mandati, aveva solo 446mila follower.
Ocasio-Cortez ha anche più di 2,1 milioni di follower su Instagram e mezzo milione su Facebook, ma è su Twitter che sta davvero dominando il dibattito. Ha già più follower della presidente della camera dei deputati Nancy Pelosi (2,2 milioni) e pochi meno di Joe Biden (3,3 milioni).
È vero che ha molti meno follower di Trump (che ne ha 58,2 milioni), ma il suo tasso d’interazione (cioè la media delle interazioni totali per ogni tweet rispetto al numero totale di follower del profilo) è del 2,8 per cento negli ultimi tre mesi.
Può sembrare un dato basso ma, per rendersi conto delle proporzioni, quello di Donald Trump è dello 0,2 per cento, quello di Barack Obama dello 0,4 per cento, quello di Hillary Clinton dello 0,2 per cento e quello di Bernie Sanders è dello 0,09 per cento.
Anche se si osservano le interazioni pure, non ponderate, le prestazioni di Ocasio-Cortez sono decisamente superiori alla media della categoria. Per esempio Trump ha un numero di follower 21 volte superiore al suo. Eppure ha generato un numero di interazioni totali solo 2,5 volte superiore a quello della neodeputata nel mese di gennaio (43,2 milioni rispetto a 17,5 milioni).
Tutti questi numeri sono utili a cogliere le proporzioni del successo di Ocasio- Cortez su Twitter, ma non ne spiegano davvero i motivi. Per comprendere meglio la popolarità dei suoi tweet, ecco una breve cronologia della sua rapida ascesa, e i tweet che l’hanno determinata…

(Traduzione di Federico Ferrone)
Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian )


mercoledì 20 febbraio 2019

Leggere un libro per tirare il fiato - Annamaria Testa



Può succedere: elementi (notizie, fatti, azioni, oggetti…) del tutto indipendenti tra loro si uniscono a un certo punto nella nostra mente, in un disegno che ci suggerisce l’esistenza di una connessione. Ed ecco che vien fuori un’idea nuova di zecca.
Questa capacità di stabilire connessioni tra elementi distanti è la vera essenza del pensiero creativo. Non mi stanco di ricordare che il matematico Henri Poincaré lo scrive già nel 1906: un risultato nuovo ha valore, se ne ha, nel caso in cui stabilendo un legame tra elementi noti da tempo, ma fino ad allora sparsi e in apparenza estranei gli uni agli altri, mette ordine, immediatamente, là dove sembrava regnare il disordine.
Non vuol certo dire che qualsiasi nuova connessione o unione è creativa. Bisogna che i risultati siano apprezzabili. Questa, peraltro, è la condizione che anche Poincaré indica: inventare consiste proprio nel non costruire le combinazioni inutili e nel costruire unicamente quelle utili, che sono un’esigua minoranza. Inventare è discernere, è scegliere.
Aggiungo che il discorso vale sia per la creatività scientifica, che procede per invenzioni e scoperte, sia per la creatività artistica in tutte le sue espressioni.
Ma tutti noi, e anche chi non sta praticando nessuna disciplina scientifica o artistica, abbiamo la tendenza a stabilire connessioni tra elementi diversi.
Così mettiamo insieme due capi d’abbigliamento che non c’entrano l’uno con l’altro e scopriamo che per forma, trama, colore o materiale stanno stranamente bene insieme. O mescoliamo due ingredienti bizzarri in una ricetta che si rivela gustosa.
O uniamo, per esempio, la lieve traccia di un sogno che abbiamo fatto e l’immagine di un oggetto che abbiamo intorno e ne viene fuori una storia capace di incantare un bambino. Del resto, [ce l’ha insegnato Gianni Rodari](http://www.giannirodari.it/pagine/istruzioniperuso.htm creatività quotidiana): possono bastare anche due singole parole sufficientemente lontane tra loro (il binomio fantastico) per inventare una storia.
Insomma: immaginare il mondo come un puzzle da ricomporre può rivelarsi non solo divertente e suggestivo, ma fertile in termini di produzione artistica o scientifica, e positivo in termini di [creatività quotidiana](https://nuovoeutile.it/creativita-quotidiana/ avere ben chiaro). Ovviamente bisogna sempre avere ben chiaro se ci stiamo muovendo nell’ambito della fantasia (dove tutto può accadere: basta che ci sia una logica riconoscibile) o in quello della realtà (dove solo certe cose accadono e certe regole valgono, e altre no).
Se facciamo confusione tra i due ambiti, ecco che viene fuori il [pensiero magico](https://www.britannica.com/science/magical-thinking lettura profonda).
Pensiero magico è, in sostanza, credere che esista una connessione tra eventi senza che ci sia nessun fondamento di realtà. Ragionare così è tipico dei bambini, ma può succedere di coltivare il pensiero magico anche da adulti. Per esempio: “L’amore della mia vita ieri mi ha finalmente telefonato proprio mentre sbucciavo un’arancia. Se sbuccio oggi un’altra arancia, mi telefonerà di nuovo”.
Il mio pensiero magico
È un vezzo tutto sommato inoffensivo, e può perfino rassicurarci o confortarci, in certi momenti. Dobbiamo però sapere di che si tratta, e non lasciarcene intrappolare. Per esempio, un mio personale pensiero magico riguarda una camicia a quadretti, quella che indossavo quando mi sono presa, al primo esame all’università, un bel 30 in cui non speravo.
Mi sono messa quella camicia per tutti gli esami successivi, e i risultati sembravano confermare la relazione magica. Ma ovviamente, e a prescindere dalla camicia, studiavo anche come una disperata. Poi, a furia di lavaggi la camicia è diventata davvero troppo stretta. E sono ben consapevole di non aver mai dato la tesi perché ho cominciato a lavorare, e non perché privata del mio talismano tessile.
Vi racconto tutto questo perché, nelle ultime poche ore, due fatti indipendenti tra loro, ma legati da un filo emotivo, mi si sono uniti nella testa, e non sono ancora riuscita a decidere se si tratta di pensiero magico o di un’intuizione che può riguardare la vita reale.
Il primo fatto: mi sono trovata a sostenere in pubblico che leggere libri oggi è fondamentale, vitale, imprescindibile! E l’ho fatto in modo così veemente e accorato che io stessa ne sono rimasta stupita.
Il secondo fatto: ho letto un breve articolo intitolato “Quegli otto studenti, unici a resistere lontano dai social”. In sostanza: è stato proposto ai 503 ragazzi iscritti al liceo Cairoli di Pavia di passare cinque giorni lontani dai social network. Solo in 43 (il 4 per cento) hanno accettato di provarci. Solo in otto ce l’hanno fatta. Dati analoghi sono stati rilevati in tutto il mondo occidentale.
Ed eccomi al punto: può essere che leggere libri mi sembri oggi così importante – anche dal punto di vista emotivo – e più necessario che mai proprio perché viviamo in un mondo dove tutto il resto dell’informazione è così caotico, incalzante e frammentato? E dove il caos e la frammentazione sono ormai così pervasivi da apparirci normali?
È una cosa perfino più profonda e radicale del piacere di leggere. È il bisogno di tirare il fiato. La sensazione è questa: solo un libro, che sia un saggio o un romanzo, ci può accogliere in un mondo coerente, strutturato, ordinato (e, di norma, interessante), che possiamo percorrere e scoprire. E (meraviglia!) possiamo farlo seguendo il nostro ritmo.
Per questo ormai penso alla lettura di un libro come a un’oasi in un deserto non di stimoli (se mai è il contrario) ma di senso. E ho come l’idea che leggere un libro mi faccia bene e mi aiuti in primo luogo a mantenermi stabile, all’interno di un sistema che, di stabilità, ne ha davvero poca.
Che sia pensiero magico (cioè: nient’altro che una cabala personale) o l’intuizione di un effetto reale della lettura profonda e prolungata, dipende da quanti condividono questa sensazione.

martedì 19 febbraio 2019

Guerra contro la natura: il colonialismo sionista ha distrutto l’ambiente in Palestina - Ramzy Baroud e Romana Rubeo




Le ultime vittime della guerra contro l’ambiente in Palestina sono stati 450 ulivi distrutti la scorsa settimana da bulldozer dell’esercito israeliano. La distruzione di alberi di proprietà palestinese ha avuto luogo nei villaggi di Bardala, nella valle del Giordano, e di Yatta, nel sud della Cisgiordania. Anche altre decine sono state distrutte da coloni ebrei illegali.
È un mito che solo l’Israele sionista abbia “fatto fiorire il deserto.” Al contrario, da quando è stato fondato sulle rovine di più di cinquecento villaggi e cittadine palestinesi che distrusse e cancellò dalla carta geografica, Israele ha fatto l’esatto contrario. Nel lasso di qualche decennio la terra abitata da palestinesi musulmani, cristiani ed ebrei da migliaia di anni è stata sfigurata al di là di ogni immaginazione.
“La Palestina contiene un ampio potenziale per la colonizzazione di cui gli arabi non hanno necessità né sono in grado di sfruttare,” scrisse uno dei padri fondatori di Israele e primo capo del governo, David Ben Gurion a suo figlio Amos nel 1937.
Tuttavia l’Israele sionista ha fatto di più che “sfruttare” semplicemente quel “potenziale per la colonizzazione”: ha anche sottoposto la Palestina storica a un’incessante e crudele campagna di distruzione che continua tuttora. È probabile che essa continui finché prevarrà il sionismo, in quanto ideologia razzista, egemonica e sfruttatrice.
Fin dai suoi inizi, a metà e alla fine del XIX^ secolo, il sionismo politico ha ingannato i suoi seguaci con la descrizione della Palestina storica. Per incoraggiare la migrazione ebraica in Palestina e per fornire un simulacro di giustificazione etica per la colonizzazione ebraica, il sionismo ha costruito miti che rimangono tuttora un tema centrale. Secondo i primi sionisti, per esempio, la Palestina era una “terra senza popolo per un popolo senza terra”. Venne anche detto che si trattava di un deserto arido, che attendeva i coloni ebrei dall’Europa e da altre parti con l’urgente missione di “farlo fiorire”.
Tuttavia quello che i sionisti hanno fatto alla Palestina invece è incompatibile con il loro discorso teorico, in quanto razzista, colonialista ed esclusivista, come è sempre stato. La terra di Palestina, circa 16.000 kmdal fiume Giordano a est fino al mar Mediterraneo, diventò l’oggetto di un crudele esperimento, iniziato nel 1948 con la pulizia etnica del popolo palestinese e con la distruzione dei suoi villaggi, della sua terra e delle sue coltivazioni. Questo sfruttamento della terra e del suo popolo è cresciuto con intenso fervore nelle generazioni successive.

Sradicare alberi, bruciare coltivazioni
Le colonie ebraiche illegali a Gerusalemme est e nella Cisgiordania occupate sono state costruite su terre agricole e da pascolo palestinesi confiscate. L’ impatto immediato di queste azioni è stato lo sradicamento di milioni di ulivi e di alberi da frutto, e la conseguente erosione del suolo in molte parti della Palestina occupata.
Coloni armati aggrediscono contadini palestinesi in tutta la Cisgiordania, spesso con la protezione dell’esercito israeliano. Una delle loro principali missioni è sradicare gli alberi palestinesi e dare alle fiamme le coltivazioni, nel tentativo di obbligare i palestinesi ad andarsene, come primo passo prima di rubare la terra e costruire altre colonie illegali.
Per avere un’idea di quello che ciò significhi a livello locale, si legga parte della testimonianza del contadino palestinese Hussein Abu Alia, pubblicata in uno studio dell’ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei territori palestinesi occupati (UNOCHA OPT): “All’inizio abbiamo sorpreso i coloni che rubavano le olive dai nostri alberi. Poi hanno iniziato a spezzare i rami, ma quelli ricrescevano e abbiamo anche piantato nuovi alberi per sostituire quelli danneggiati. Allora tre anni fa, quando siamo andati a raccogliere le nostre olive, siamo rimasti scioccati nel trovare gli alberi tutti gialli e secchi…I coloni hanno forato i tronchi e hanno iniettato una sostanza velenosa che ha ucciso gli alberi fin dalle radici.”

Prosciugare il fiume Giordano
Le colonie ebraiche illegali consumano grandi quantità delle già impoverite risorse idriche palestinesi. Di fatto il controllo dell’acqua è stato una delle prime politiche messe in atto da Israele dopo l’inizio della sua occupazione militare nel 1967. Le politiche discriminatorie di Israele riguardo all’uso e abuso dell’acqua sono note come “apartheid idrico”. Lo sconsiderato consumo di acqua da parte di Israele e l’irregolare uso delle dighe hanno un esteso e forse irreversibile impatto ambientale, alterando profondamente l’ecosistema idrico.
“A causa delle nuove dighe costruite nel nord per fornire ai contadini (cioè ai coloni ebrei illegali) accesso all’acqua”, ha informato l’israeliano Ynet News [sito informativo in rete, ndtr.], “la portata del fiume Giordano è significativamente diminuita.”
Queste informazioni dei media sull’impatto distruttivo di Israele sul Giordano sono state per anni importanti notizie.

Spianare il paesaggio
La costruzione per abitazioni, per l’agricoltura e per le infrastrutture da parte e per i coloni ebrei è di per sé un disastro ambientale. C’è un significativo impatto sulla biodiversità locale della Cisgiordania.
Il livellamento del terreno e gli scavi alterano il suolo e hanno un notevole impatto sull’agricoltura. Oltretutto interrompono anche l’uniformità del paesaggio e il rapporto organico tra gli esseri umani e l’ambiente naturale.
Israele non dimostra alcun rispetto per la Palestina e la sua gente. Lo Stato colonialista sionista sta distruggendo l’habitat locale, gli animali e le specie uniche della regione.

La spazzatura di Israele
Secondo uno studio condotto dall’Ufficio per l’Ambiente dell’Amministrazione Civile [l’istituzione militare che governa i territori palestinesi occupati, ndtr.] in Cisgiordania, giornalmente vengono prodotte dai coloni israeliani circa 145.000 tonnellate di rifiuti domestici. Come prevedibile, molta di questi rifiuti, comprese le acque reflue, vengono scaricati su terra palestinese senza tenere in alcun conto l’ambiente palestinese o le persone e gli animali che vi vivono.
Nel solo 2016 sono stati sversati in Cisgiordania 83 milioni di mdi acque di scarico. Questa quantità sta aumentando costantemente e rapidamente.
Strade solo per ebrei
Per di più, i danni inflitti all’ambiente dalle colonie ebraiche vanno oltre lo spazio fisico di quelle colonie illegali. Negli anni Israele ha costruito una fitta rete di strade che uniscono le colonie illegali tra loro e con Israele. Lo scopo è fornire un “transito sicuro” per i coloni ebraici. Queste strade di comunicazione sono solo per l’uso degli ebrei, ai palestinesi è vietato utilizzarle per qualunque ragione.
I cosiddetti “percorsi sicuri” circondano completamente molti villaggi palestinesi nella Cisgiordania occupata e la loro costruzione ha comportato la confisca di centinaia di ettari di terra palestinese fertile. Oltretutto col tempo le fattorie palestinesi situate all’interno di queste strade di collegamento diventano inaccessibili ai loro proprietari e sono quindi lasciate incustodite o occupate da Israele per ragioni “di sicurezza”.

Avvelenare la Striscia di Gaza
La guerra di Israele contro la natura va oltre le colonie ebraiche illegali. L’uso da parte dello Stato sionista di uranio impoverito, fosforo bianco e altri tipi di armi tossiche ha ucciso e ferito migliaia di palestinesi, per lo più civili, nella Striscia di Gaza assediata. Oltretutto esso ha distrutto anche l’ambiente in modo quasi irrimediabile.
Le massicce offensive militari contro i palestinesi a Gaza nel corso dello scorso decennio hanno lasciato terribili ferite sulle persone e sul loro ambiente. L’incalcolabile numero di bombe e missili lanciati da Israele nei bombardamenti del 2008-09, del 2012 e del 2014 ha lasciato nel suolo un’alta concentrazione di metalli tossici.
Secondo il “New Weapons Research Group” [Gruppo di Ricerca sulle Nuove Armi] – un gruppo di scienziati indipendenti e medici con sede in Italia – frammenti metallici lasciati da armi israeliane includono tungsteno, mercurio, molibdeno, cadmio e cobalto. Sono tutti elementi tossici che si sostiene provochino tumori, infertilità e serie malformazioni congenite.

Raccolti rovinati
All’ambiente di Gaza non viene risparmiato un destino terribile neppure quando finiscono le offensive e le incursioni militari, seppur di solito in modo temporaneo. Anzi, l’esercito israeliano spruzza regolarmente erbicidi nei pressi della barriera che separa il territorio assediato da Israele. L’erbicida più comunemente utilizzato è il glifosato.
La Croce Rossa ha avvertito che il danno causato dal frequente uso di erbicidi nelle zone di confine da parte di Israele va al di là della distruzione delle coltivazioni palestinesi. Provoca alle persone che vivono nella Striscia di Gaza anche complicazioni a lungo termine per la salute.

Il prezzo del muro dell’apartheid
Mentre il muro dell’apartheid, che Israele ha costruito sulla terra palestinese nella Cisgiordania occupata, è spesso preso in considerazione da un punto di vista politico o dei diritti umani, il suo impatto sull’ambiente è raramente affrontato.
Tuttavia, perché venisse costruito, sono stati sradicati dai bulldozer israeliani decine di migliaia di ulivi, alcuni vecchi di 600 anni. Il fatto che alcuni di questi alberi fossero protetti dalla legge sul patrimonio culturale internazionale ha semplicemente fatto rallentare l’esercito israeliano. La distruzione continua tuttora.
Per fare posto al muro, anche migliaia di ettari di terra palestinese sono stati bruciati, insieme agli alberi e all’habitat che li circondava. Al loro posto Israele ha costruito un muro alto otto metri massicciamente fortificato, totalmente estraneo al paesaggio palestinese e accompagnato da tutto l’armamentario dell’occupazione, comprese torri di guardia, recinzioni elettrificate e telecamere di sorveglianza.
È questo il “vasto potenziale per la colonizzazione” di cui si vantava Ben Gurion più di 80 anni fa? La verità è che i palestinesi hanno dimostrato di essere molto più “qualificati” a coesistere con la natura piuttosto che a “sfruttarla”, come hanno fatto i sionisti. Il costo di questo sfruttamento, tuttavia, non è solo pagato dal popolo palestinese, ma anche dall’ ambiente. Le prove davanti ai nostri occhi mettono ulteriormente l’accento sulla natura colonialista ed egocentrica del progetto sionista e dei suoi fondatori, totalmente privi di prospettiva.
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor)
(traduzione di Amedeo Rossi)


lunedì 18 febbraio 2019

La rivolta delle tende sulla neve - Maria Rita D'Orsogna



Money means nothing to us.
Our children, our land, our future, is here and that’s what we are going to protect.
Our people never ever surrendered or ceded any portion of this territory. 
We are the rightful titleholders of the territory,
 we are the caretakers of this land and that’s what we are going to do, take care of this land.
Chief Madeek, della riserva indiana Wet’suwet’en, 
in protesta contro l’oleodotto del Canada 
They want to take, take, take.
And they aren’t taking no for an answer

Siamo nello stato del British Columbia del Canada, fra foreste, neve, pini e tribù di indigeni. In tutto questo idillio compaiono militari in uniforme, armi semi-automatiche, fili spinati. La guerriglia urbana in mezzo alle nevi bianche. Cosa hanno fatto quelli della tribù Wet’suwet’en per meritarsi questo, con un contorno di elicotteri, barche della polizia, arresti, lungo il fiume Morice? Il petrolio. Gli oleodotti. Il vile denaro.
Anche qui i petro-speculatori sono oggetto di contenzioso. La gente protestaperché non vuole oleodotti. Il governo manda le truppe perché li vogliono far passare per forza. Un giorno di metà gennaio hanno arrestato quattordici persone che si erano accampate lungo il percorso dell’oleodotto per protestare. 
Ecco quindi un’altra storia di diritti non rispettati a causa di multinazionali che vogliono per forza avere la meglio. In questo caso si tratta della ditta canadese Coastal GasLink che vuole estendere il suo oleodotto lungo il territorio di venti tribù indigene.
Dicono che cosi facendo daranno lavoro agli indigeni stessi con contratti che arriveranno a 620 milioni di dollari canadesi, dicono pure che i consigli governativi delle riserve indiane hanno detto si, e che ci sono stati 120 incontri e 1.300 telefonate con gli indigeni. Come dire si aspettavano che dopo i 500 milioni e il 78esimo incontro e la 1294 telefonata arrivasse il si! Alcune cose però non si possono vendere.
E infatti le tribù, cioé gli indigeni che vivono per davvero sulle riserve, non ci stanno, inclusa quella dei Wet’suwet’en, la più vivace nelle proteste. Dicono che i consigli governativi non li rappresentano e che la loro voce va rispettata, perché su quelle terre sono loro che ci vivono. Ma nonostante i ripetuti no, la corte ha acconsentito alla Coastal GasLink di iniziare i lavori. È qui che cinque capi tribù hanno deciso di scendere nella neve a protestare. In un certo senso il governo del Canada ha avuto ciò che si merita. Nel 1997 la corte suprema del Canada ha affidato quelle terre agli indigeni, e ha deciso che lo stato non poteva esserne considerato titolare. Dove però iniziano i confini e dove finiscano non è stato mai stabilito.
Intanto circa 1.300 chilometri quadrati di terra che i Wet’suwet’en dicono essere loro, ospitano la vita di salmoni, orsi, alci, aquile ed altri animali selvatici, bacche e piante che vengono usate come medicinali senza sapere che c’è qualcuno che vuole annientare tutto per un tubo. In totale i territori dei Wet’suwet’en occupano circa 22mila chilometri quadrati. Ed è per proteggere questa bellezza che tante persone, indigene e non, si sono mobilitate, installando le tende della resistenza nella neve.
non c’è solo la tribu’ Wet’suwet’en. Assieme ad altri gruppi indigeni sparsi per il paese è stata messa su una organizzazione chiamata Unist’ot’en camp che cerca di fermare tutti i progetti di oil and gas sui territori degli indigeni, in quanto non conformi ai propri interessi tribali e culturali. A volte ci sono riusciti, altre no. Ma con ogni protesta diventano più uniti, più sicuri, piu arrabbiati. Il loro messaggio è lo stesso che tutte le comunità trivellate conscono: “vogliono solo prendere, prendere, prendere. E non accettano il no”. Appunto, dopo neppure 1.300 telefonate!
Non sappiamo come andrà a finire, ma un fatto è certo: in tutte le parti del mondo continua la speculazione, e in tutte le parti del mondo chi vive i territori è sempre più arrabbiato, deciso a difendere i propri diritti e a far sentire la propria voce, anche in questo angolo innevato e remoto del Canada.

sabato 16 febbraio 2019

Prima Israele soffoca gli abitanti di Gaza, poi dice che è preoccupato per il loro destino - Amira Hass


L'establishment della  sicurezza è preoccupato per il crollo del sistema sanitario di Gaza , infatti, ciò renderà più difficile per le Forze di Difesa israeliane portare avanti una grande operazione militare quando la leadership politica la ordinerà . Questo è ciò che Yaniv Kubovich ha scritto la scorsa settimana nel suo rapporto. In altre parole le pessime prestazioni del sistema sanitario palestinese sono una delle cose che devono essere prese in considerazione al momento di decidere se attaccare ancora una volta l'enclave palestinese assediata.
Possiamo apprendere altre due cose direttamente dalla relazione:
1. La maggior parte delle vittime nello scontro previsto saranno civili (come nel caso delle precedenti operazioni, incidentalmente) che non potranno essere salvate nelle zone di combattimento in modo tempestivo o ricevere cure mediche adeguate 
2. La comunità internazionale (presumibilmente nel senso di paesi occidentali) avrà difficoltà a sostenere un'altra operazione israeliana a causa dell'incapacità di salvare i civili feriti.
Quello che si può apprendere tra le righe è che sia la sicurezza che le istituzioni politiche negano ogni loro responsabilità per la situazione a Gaza in generale e quella del sistema sanitario palestinese in particolare. Al contrario una fonte politica ha persino affermato che l' Autorità palestinese vuole il crollo del sistema sanitario di Gaza.
In effetti, non si possono minimizzare le gravi conseguenze della competizione distruttiva, irresponsabile e settaria tra Hamas e Fatah,ma  la negazione totale della responsabilità di Israele per la situazione e per il legame tra il deterioramento economico di Gaza e la chiusura e l'isolamento  della Striscia dal 1991, rafforza il sospetto che, nonostante tutte le loro informazioni aggiornate e precise, i politici e i leader militari non sono disposti a cambiare un elemento fondamentale della loro politica : considerare  Gaza come un'entità separata e un'economia autarchica.
Il deterioramento dei servizi sanitari di Gaza è anche legato   alla crisi  dell' 'UNRWA  che gli Stati Uniti hanno smesso di finanziarlo . Una   campagna politica, durata un anno contro l'UNRWA, da parte di alti funzionari israeliani che hanno fatto pressioni sull' 'amministrazione del presidente americano Donald Trump.
Un altro colpo finanziario è atteso presto e danneggerà direttamente o indirettamente il sistema sanitario palestinese: Israele ha deciso di detrarre il valore delle indennità date alle famiglie dei prigionieri palestinesi, dalla riscossione dei dazi  doganali . Queste tariffe sono la parte più importante delle entrate dell'Autorità Palestinese e il loro taglio danneggerà i servizi essenziali. Il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas  ha ordinato tagli agli stipendi e all' indennità per i residenti di Gaza. La detrazione di centinaia di migliaia di shekel  sarà una ragione in  più per tagliare i servizi medici a Gaza.
Il rapporto di Kubovich menziona le 6.000 persone ferite da armi da fuoco israeliane che stanno aspettando operazioni urgenti. Già lo scorso aprile, Haaretz ha riferito chemedicipalestinesi e internazionali erano scioccati dal numero e dalla gravità delle ferite inflitte ai dimostranti disarmati. Le informazioni e gli avvertimenti sulla gravità della situazione non mancavano ed  erano accessibili a tutti. Medici senza frontiere, Organizzazione mondiale della sanità, Medical Aid for Palestinians con sede a Londra (MAP), Medici con base a Tel Aviv per i diritti umani (PHR-Israele) e Gisha - Centro legale per la libertà di movimento, sono solo alcuni delle organizzazioni che hanno pubblicato relazioni periodiche e preoccupanti, arrivate in tempo reale al  Coordinatore delle attività governative nei Territori e dello  Shin Bet.
La decisione di utilizzare munizioni vere invece che mezzi non letali per disperdere i manifestanti disarmati è stata dell'esercito. Gli ordini ai soldati di sparare  a masse di dimostranti nelle gambe a distanza ravvicinata, causando  ferite molto gravi e persino invalidità, provenivano dai loro comandanti.
"I nostri team medici osservano che le ferite includono un livello estremo di distruzione delle ossa e dei tessuti molli e ferite di dimensioni grandi quanto un pugno", ha  scritto in un rapporto di aprile  del 2018  Medici Senza Frontiere (uno dei vincitori del Premio Dan David quest'anno). "Questi pazienti avranno bisogno di operazioni chirurgiche molto complesse e molti di loro avranno disabilità per tutta la vita".
I soldati hanno continuato a ferire i manifestanti disarmati in questo modo anche dopo la pubblicazione dei rapporti e dopo che è stato riferito esplicitamente che gli ospedali di Gaza non erano in grado di trattare adeguatamente tutti i feriti Per questo venivano rilasciati prematuramente e, a causa della mancanza dei farmaci necessari, sviluppavano infezioni e cancrena.
Sarebbe stato possibile salvare le gambe di alcuni dei feriti  e le vite di altri feriti , se fosse stato loro permesso di cercare un trattamento fuori Gaza, in luoghi dove non mancano  anestetici, aghi ed elettricità. Un ordine politico,  insieme a un meccanismo di permessi molto macchinoso, ha sabotato questa strada che avrebbe anche alleviato la pressione sulle sale operatorie di Gaza. Spesso i ritardi nel concedere i permessi di uscita per il trattamento portano a un deterioramento delle condizioni dei pazienti, aggravando il  sistema sanitario di Gaza.
L'istituto di sicurezza (ovvero l'ufficio di coordinamento distrettuale, subordinato al coordinatore delle attività governative nei territori) e il servizio di sicurezza Shin Bet sono responsabili della complessa procedura per l'esame delle richieste di permessi di uscita da Gaza, compresi i permessi per ottenere cure mediche. Secondo l'OMS, nel 2018 sono state inoltrate 25.897 richieste per attraversare il valico di Erez e cercare cure mediche in Cisgiordania o in Israele. Ogni richiedente ha ottenuto la garanzia dalla PA che le sue spese mediche sarebbero state coperte. Ma il DCO e lo Shin Bet hanno approvato solo il 61 percento delle richieste in modo tempestivo. Circa il 31% non ha ricevuto alcuna risposta o ha ricevuto il permesso troppo tardi per poter effettuare  le visite mediche programmate. L'8% delle richieste è stato rifiutato.
Appena 12 giorni fa, l'Alta Corte di giustizia ha ascoltato una petizione di Gisha, PHR-Israele e HaMoked: Centro per la difesa dell'individuo. Queste organizzazioni chiedevano modifiche alla  procedura che  ha raddoppiato e triplicato il tempo richiesto dalle autorità israeliane nell'elaborazione delle  richieste di autorizzazione. Ora le autorità possono impiegare fino a 70 giorni lavorativi per rispondere (positivamente o negativamente) alle richieste di lasciare Gaza per istruzione superiore all'estero, formazione medica o commercio in Cisgiordania; 50 giorni lavorativi per gestire le richieste di visita a un genitore o bambino malato e fino a 23 giorni lavorativi (ovvero un mese) per rispondere a una richiesta di cure mediche, indipendentemente dalla data dell'appuntamento medico. La procedura consente, quindi, ai funzionari di sicurezza di ignorare gli appuntamenti per trattamenti medici indispensabili o  per eventi che si svolgono in date specifiche o per visite a parenti malati.
Ma i giudici Menahem Mazuz, Ofer Grosskopf e Alex Stein si sono rifiutati di tenere un'audizione sull'ingiustizia in linea di principio, chiedendo una petizione che trattasse casi specifici. "Per i casi medici, l'attesa di 23 giorni è ragionevole", ha detto Stein, mentre Mazuz ha aggiunto: "Trovo difficile considerare illegali 50 o 70 giorni di attesa ".
Un'altra petizione è in corso, presentata da PHR-Israele e dall'organizzazione per i diritti umani di Gaza Al-Mezan, contro la regola relativamente nuova che proibisce i permessi di uscita alle persone con i parenti in Cisgiordania.
A causa del crescente disagio economico e psicologico a Gaza, un numero crescente di residenti che sono riusciti a ottenere un permesso per visitare la Cisgiordania per pochi giorni sceglie di fermarsi  lì. Trovano spesso lavoro e mandano aiuto alle loro famiglie a Gaza. L'establishment della sicurezza e lo scaglione politico li considerano "stranieri clandestini", anche se gli accordi di Oslo stabiliscono che la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono una singola unità territoriale.
Negli ultimi due anni, l'establishment della difesa ha posto come condizione, per lasciare Gaza, il non aver parenti in Cisgiordania. In altre parole l'establishment della difesa, preoccupato per il collasso del sistema sanitario palestinese, sta rendendo ancora più difficile questo sistema sanitario  Costringe i medici a trattare i pazienti con risorse che non hanno e  a guardare i loro pazienti aggravarsi  perché non possono aiutarli.
"Per molto tempo abbiamo avvertito che i servizi sanitari a Gaza stanno collassando ed è chiaro a tutti che Gaza non potrebbe resistere a un'altra guerra", dice PHR-Israel. "Eppure, quando chiediamo che i pazienti siano autorizzati a partire, in molti casi ci viene detto che la richiesta non è approvata perché il trattamento è disponibile negli ospedali locali. Ora l'establishment della difesa sta finalmente riconoscendo la realtà. "
Lo scorso fine settimana sei medici volontari di PHR-Israele hanno eseguito circa 30 operazioni complesse negli ospedali di Gaza. Questi medici palestinesi sono cittadini israeliani che ricoprono posizioni di rilievo nei centri medici. Altri tre volontari di PHR-Israele - un medico di famiglia, un pediatra e uno psicologo - hanno curato centinaia di altri pazienti.
Negli ultimi 11 anni, i volontari dell'organizzazione sono entrati nella Striscia una volta al mese e hanno trascorso alcuni giorni a operare e a trattare pazienti 24 ore su 24. In ogni visita portano attrezzature mediche, gli strumenti di cui hanno bisogno per eseguire interventi chirurgici, protesi per le vittime di armi da fuoco, insulina per i diabetici   e altri farmaci costosi per molti pazienti. Questa volta il gruppo ha speso circa $ 90.000 in medicinali e in attrezzature, la maggior parte di questa somma è stata donata da gruppi palestinesi della società civile in Israele.
"I pazienti più che parlare delle loro condizioni fisiche, parlano della difficoltà psicologica ed economica di vivere come prigionieri nella Striscia chiusa", ha detto ad Haaretz il coordinatore della delegazione, Salah Haj Yihye. "I medici a Gaza sono bravi, ma non hanno il permesso di lasciare la Striscia per una formazione avanzato, non hanno le attrezzature necessarie, la fornitura di elettricità è scarsa e ottengono solo uno stipendio parziale. Ci sono medici che non hanno i soldi per andare al lavoro. Subiscono una pressione maggiore rispetto a qualunque altro medico al mondo ". Ecco perché Gaza ha bisogno di questo aiuto, anche se l'aiuto è solo una goccia nel secchio della società povera di Gaza.
Le difficoltà finanziarie del sistema sanitario di Gaza non possono essere disconnesse dalla povertà della Striscia e la sua povertà non può essere disconnessa dalla sua causa principale; la negazione della libertà di movimento ai residenti di Gaza. Ciò ha portato la produzione a Gaza a scendere al minimo. Questa politica è iniziata prima che Hamas prendesse il potere nella Striscia e si intensificasse dopo il disimpegno del 2005, quando a migliaia di lavoratori non fu più permesso di lavorare in Israele. La riabilitazione del sistema sanitario di Gaza non sarà possibile fino a quando la libertà di movimento e la capacità di guadagnarsi da vivere in modo dignitoso non saranno restituite ai suoi residenti.

venerdì 15 febbraio 2019

La lotta dei pastori sardi si combatte nei supermercati - Stefano Liberti



La protesta dei pastori sardi, che da giorni rovesciano latte in strada, è emblematica dei sempre più frequenti conflitti tra i vari attori della filiera alimentare. Prima di arrivare in tavola, ogni cibo passa attraverso diverse fasi: ci sono i produttori di materia prima (nella fattispecie i pastori), i trasformatori industriali (che fanno i formaggi) e i punti vendita – oggi sempre più dominati dalla Grande distribuzione organizzata (Gdo).
I passaggi non sono noti al grande pubblico, che vede solo l’ultimo anello della catena e si stupisce delle proteste eclatanti periodicamente messe in campo dai produttori.
Nel caso del latte ovino e del pecorino, la mancata regolamentazione e l’inefficacia delle sanzioni in caso di sovrapproduzione hanno determinato un surplus di prodotto – e un conseguente crollo dei prezzi, che si è riversato a cascata sugli attori più deboli della filiera.
Soluzioni tampone
Esistono strumenti normativi per evitare situazioni simili: si possono aumentare le sanzioni, oggi pari ad appena 16 centesimi al chilo per gli industriali del pecorino che producono in eccesso. Si può applicare l’articolo 62 della legge del 2012, che vieta l’acquisto al di sotto del costo di produzione. Si possono prevedere aiuti pubblici compensativi quando il prezzo di mercato scende eccessivamente, come ha fatto il governo precedente e si appresta a fare quello in carica.
Per quanto necessarie e importanti, si tratta di soluzioni tampone: oggi la filiera alimentare sconta la sproporzione di forze tra un attore molto potente – le insegne della Gdo – e un mondo della produzione spesso poco organizzato, incapace di avere un reale peso contrattuale di fronte ai giganti del commercio.
Negli ultimi anni le insegne dei supermercati hanno incentrato il proprio marketing su una pura politica di prezzo: le campagne promozionali lanciate in modo ossessivo, i 3x2, il sottocosto, le scontistiche varie hanno trasmesso al pubblico la percezione che il cibo valga pochissimo. Anche se in questo particolare frangente le responsabilità della Gdo sono limitate, il ruolo di quest’ultima nello schiacciamento di diverse filiere produttive è indiscutibile.
La crisi attuale, con l’ampia ondata di solidarietà che ha raccolto in tutto il paese, può rappresentare un’occasione per invertire questa tendenza. Diverse insegne, tra cui Coop, Conad, gruppo Végé, gruppo Crai hanno dichiarato la propria solidarietà alla lotta dei pastori. Coop ha annunciato che, attraverso i trasformatori, comprerà il latte a un euro al litro (invece che all’attuale prezzo di mercato di 60 centesimi).
Oggi i supermercati possono dire a un pubblico solidale con le battaglie dei pastori che il pecorino è venduto a un prezzo più alto perché dietro ci sono dei produttori che faticano e il cui lavoro deve essere adeguatamente remunerato.
Hanno l’opportunità di raccontare la filiera, mostrare chi produce ciò che troviamo sullo scaffale, restituire identità al cibo. Lo possono fare per il pecorino, così come per migliaia di altri prodotti venduti oggi a prezzi eccessivamente bassi. Perché il cittadino consumatore, se informato, non baderà solo al prezzo, ma anche a tutti quegli aspetti che costituiscono l’insieme valoriale che intorno al cibo ruota, come i rapporti produttivi, il rispetto per l’ambiente, il sostegno a un’economia fatta di lavoratori e lavoratrici che tengono vive e attive le nostre campagne.