mercoledì 25 marzo 2026

La generazione Z e il referendum - Mario Guerrini

La chiamano "generazione Z". Sono i giovanissimi. Venuti al mondo dopo il 1997. Sono nati con il cellulare nella culla. Vivono, mangiano, dormono con l'Iphone. Li considerano svogliati, assenti, dominati dalla tecnologia. Hanno tutto perché la famiglia gli dà tutto. Dicono che sono senza stimoli e senza voglia di lottare. Questo è il giudizio finale (sbagliatissimo) che danno su di loro. Invece, quando c'è stato bisogno di salvare la santa Costituzione (come mi piace chiamarla), loro, senza che nessuno li mobilitasse al voto, con un tam tam istintivo sono andati spontaneamente ai seggi e depositato il loro No nelle urne. Il loro contributo alla lotta contro i seguaci meloniani di Delmastro, Bartolozzi, Nordio, Santanchè (che non si è ancora dimessa) e tutta la genia politica di riferimento, è stato un punto fondamentale e magico contro l'attacco (respinto) alla Carta dei nostri Padri Costituenti. Questi giovani, ai quali sono fortemente devoto, e che magari manco seguono il Mio Osservatorio, questi giovani sono l'aspetto più bello e confortante che oggi emerge dalle barricate del No. A loro la mia personale gratitudine. La politica delle poltrone, del clientelismo, dei modelli mafiosi senza mafia, dei privilegi, dell'ingiustizia sociale, della Sanità che non c'è, dei soldi pubblici da regalare allo stadio dei fondi di investimento americani, dei ragazzi che vanno all'estero per farsi un futuro che qui non c'è, questa politica deve fare I conti con loro. I ragazzi della "generazione Z".

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martedì 24 marzo 2026

Piccola riflessione sul "male" - Andrea Zhok

 

Di fronte all'ennesima aggressione unilaterale della Epstein Connection (Usa+Israele), tutti giù a formulare complesse analisi geopolitiche per capirne il senso.

Tutti - me incluso - a contorcersi tra giustificazioni artefatte e contraddizioni palesi.

Stanno bombardando gli iraniani per difendere i diritti umani?

Stanno violando il diritto internazionale per difendere l'"ordine basato sulle regole"?

Stanno cercando di promuovere la democrazia esportando con le bombe uno Scià di seconda mano?

Stanno subendo danni e morti per il piacere di infliggere danni e morti al nemico?

C'è da uscirne pazzi.

A meno che...

A meno che la spiegazione non sia tanto semplice quanto complesse sono quelle scuse fittizie.

Basta pensare di aver a che fare con quello stesso tipo di esseri che vediamo dialogare nei file Epstein.

Quella gente non sta rischiando niente di persona; altri moriranno per loro. Non rischia niente Trump, non rischia niente Rubio, non rischia niente Hegseth, non rischia niente Netanyahu (la cui famiglia è a Miami), non rischia niente nessuno di quelli che prendono le decisioni più fatali.

Al contempo per loro e i loro sodali, ogni bomba usata sul nemico è una bomba da ricomprare, ogni radar distrutto dal nemico è un radar da ricomprare, ogni grattacielo distrutto è un futuro investimento immobiliare, ogni vittoria bellica è un incoraggiamento a spendere ancora nella stessa direzione, ogni sconfitta è un ammonimento a non aver speso abbastanza in passato.

Questa tipologia antropologica casca sempre in piedi.

Qualunque livello di distruzione umana e materiale ha un aspetto fruttifero per chi vive di commesse pubbliche (bisognerà fare pur qualche sacrificio per la sicurezza) e di capitali in cerca di investimenti redditizi. Non esistono strategie perdenti, purché tu riesca a convincere abbastanza gente che grandi atti di distruzione sono necessari.

Vedendo le cose da questo punto di vista, tutto cade perfettamente al suo posto.

Ogni contraddizione viene spianata, ogni nodo viene sciolto.

Se anche alla fine non hai raggiunto nessuno degli obiettivi ufficialmente sbandierati (e QUANDO MAI sono stati raggiunti?), non c'è assolutamente nessun problema.

Avrai bruciato, insieme a donne, bambini, cittadini e soldati, una bella quantità di materiale bellico da rimpiazzare, una bella quantità di carburante da riacquistare.

Che ti frega del resto? Tu sei quello che governa la spesa prima e dopo la distruzione.

Lascia le formiche imbecilli laggiù in basso, e i giornalisti a molla, alle loro contorsioni dialettiche per fare spazio in qualche modo al "diritto internazionale", alla "liberazione dei popoli", al "conflitto di civiltà", e altre cazzate.

Che si scervellino pure, tanto alla fine del falò a loro resterà la cenere, i conti da pagare, i morti da seppellire; a te e ai tuoi compagni di golf resterà un'isola in più.

Ma e il regno di Baal? E l'Anticristo? E il satanismo?

Ma perché vi immaginate Baal, l'Anticristo o Satana come alfieri di un Regno del Male? Perché alimentate l'idea romantica degli Imperatori delle Tenebre?

Mi spiace amici, ma il Male, il vero autentico inflessibile Male nel mondo non ha nessuna grandiosa "impresa maligna" da portare a compimento.

Questo gli darebbe comunque una dignità, gli imporrebbe una coerenza, lo costringerebbe a tener ferme strategie: in fin dei conti lo renderebbe "costruttivo".

No, il Male sta in quella minuta meschinità di chi è disposto a dar fuoco al mondo per il solo gusto di avervi fottuto; e questo anche se in quel rogo dovesse finire lui stesso. È questa assurdità a renderlo potente: chiunque ragioni in termini di fini positivi, di una costruzione di vita, non riesce a seguirne i ragionamenti.

Il Male, come è stato detto altrove, è straordinariamente banale: è la dedizione di piccoli uomini dall'enorme frustrazione, capaci di spendere la vita, propria ma soprattutto altrui, per "ottenere profitti", cioè per ottenere ulteriore potenza senza nulla di importante da farci, cioè - in ultima analisi - per sentirsi vincenti, per non percepirsi come "losers", perdenti, sfigati.

Dedicare la propria vita ed energia alle battaglie del profitto è una vocazione reale, diffusa in molti ominicchi allevati nel grande pazzo serraglio della modernità, subumani che in ciò vivono la loro rivincita.

Il trionfo risentito del nulla.

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lunedì 23 marzo 2026

Selargius, cresce la solidarietà agli otto attivisti indagati per il presidio contro il Tyrrhenian Link - Osservatorio Repressione

Il Gruppo Giuridico Popolare Sardo denuncia la criminalizzazione della protesta dopo lo sgombero del Presidio degli Ulivi e rilancia il sostegno a chi ha difeso per mesi il territorio dalle opere di Terna.

Dopo la notizia dell’indagine nei confronti di otto attivisti coinvolti nel presidio contro il Tyrrhenian Link a Selargius, cresce la solidarietà nei confronti dei manifestanti che avevano partecipato alla mobilitazione contro l’infrastruttura energetica di Terna.

A intervenire pubblicamente è stato il Gruppo Giuridico Popolare Sardo, che in un comunicato ha espresso pieno sostegno agli indagati, sottolineando come la vicenda giudiziaria rappresenti l’ennesimo caso di criminalizzazione delle mobilitazioni territoriali. Il documento ricorda come il Presidio degli Ulivi – “Sa Battalla de Is Olias” – sia stato per oltre cinque mesi e mezzo un punto di riferimento per la protesta contro la realizzazione della stazione elettrica prevista dal progetto Tyrrhenian Link.

L’indagine arriva a un anno e mezzo dallo sgombero del presidioavvenuto il 20 novembre 2024, quando le forze dell’ordine intervennero in assetto antisommossa su richiesta della società elettrica per liberare l’area destinata ai lavori. Gli otto attivisti sono accusati di invasione di terreni, violenza privata e danneggiamento per la loro partecipazione alle iniziative di protesta contro il cantiere.

Secondo il Gruppo Giuridico Popolare Sardo, l’indagine colpisce persone che avevano preso parte a una mobilitazione pacifica e diffusa, sostenuta da centinaia di cittadini e cittadine dell’isola. Il presidio era nato nel 2024 per opporsi all’esproprio dei terreni agricoli e all’abbattimento di ulivi nelle campagne dell’hinterland cagliaritano, trasformandosi in uno spazio permanente di confronto e mobilitazione.

Il comunicato sottolinea come la protesta abbia coinvolto persone provenienti da diverse zone della Sardegna, unite dalla difesa del territorio e dalla critica a un progetto ritenuto devastante per l’economia agricola locale. Per mesi il presidio ha rappresentato un luogo di partecipazione collettiva, con iniziative pubbliche, assemblee e momenti di confronto sulla gestione del territorio.

Per questo motivo il Gruppo Giuridico Popolare Sardo invita a non lasciare soli gli attivisti colpiti dalle indagini e a sostenere chi ha partecipato alla mobilitazione. L’appello è a mantenere viva l’attenzione pubblica sulla vicenda e a continuare a difendere le ragioni della protesta, anche sul piano legale.

La vicenda del presidio di Selargius si inserisce in un quadro più ampio in cui le mobilitazioni contro grandi opere e infrastrutture energetiche finiscono sempre più spesso sotto indagine, trasformando proteste territoriali e ambientali in questioni di ordine pubblico.

Secondo i comitati e le realtà che hanno animato la mobilitazione, la solidarietà agli indagati rappresenta oggi un passaggio fondamentale per continuare la battaglia contro il progetto e per difendere il diritto delle comunità locali a opporsi alle opere considerate imposte dall’alto.

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domenica 22 marzo 2026

Referendum sulle carriere: sfida all’OK Corral - Ugo Boghetta

Si avvicina la resa dei conti, ovvero il voto sul referendum in merito alla separazione delle carriere. È una sfida all’OK Corral. È il momento che i malfattori — Licio Gelli, Berlusconi e la loro pletora di corruttori, corrotti, servi e parassiti — aspettavano da tempo. La campagna è già calda. I primi a distinguersi sono alcuni membri del governo. Basterebbe ascoltarli e avere una minima infarinatura su cosa sia la giustizia per votare No.

Il ministro Nordio ha infatti affermato che la riforma, per me la controriforma, non ha come obiettivo l’efficientamento della giustizia. Qualsiasi cittadino dotato di un minimo di buon senso prima si occuperebbe di far funzionare la macchina ingolfata che pesa su tutto il sistema, poi eventualmente farebbe altro. Sempre l’ineffabile Nordio ha formulato una domanda retorica con lo sguardo furbetto: «Tutti i poteri devono essere controllati, chi controlla la magistratura!?». Questa seconda affermazione è una dichiarazione d’intenti: il controllo della magistratura, appunto. La Costituzione, tuttavia, è basata sull’equilibrio dei poteri. Anche quello giudiziario è dunque un potere. Che qualcuno possa controllarne un altro in senso politico è incostituzionale e inaccettabile. Per altro verso, una certa conflittualità fra poteri è nell’ordine delle cose. Ma Nordio afferma che il potere politico si sente «a sovranità limitata». Tradotto: non ci lasciano fare quello che vogliamo come vogliamo, cioè senza regole. Vogliono dunque indebolire la magistratura per ridurre i controlli di legalità sulla politica politicante, ovvero sul governo di turno. Infatti Nordio aggiunge che questi cambiamenti andrebbero poi a beneficio del centrosinistra qualora ritornasse al governo. Più chiaro di così!

Ciò che invece va rimarcato è che dei tre poteri — legislativo, esecutivo e giudiziario — ormai i primi due sono diventati la stessa cosa. Gran parte della legislazione viene dal governo e dalla decretazione d’urgenza. E quando serve si ricorre sempre al voto di fiducia. Quindi, semmai, lo squilibrio è a favore dei governi e, invece, si dovrebbe ripristinare il ruolo del Parlamento.

Andrebbe inoltre ricordato al Nostro e ai suoi amici che nel nostro ordinamento solo il popolo è sovrano. E lo è, peraltro, nell’ambito della Costituzione stessa.

Ma le questioni non finiscono certo qui. Risulterà ancor più evidente nelle osservazioni che seguiranno che si vuole perseguire l’immunità e l’impunità della politica, dei padroni e di quel corollario ormai implicito che è la grande criminalità organizzata.

Come avverrebbe questa messa sotto tutela della magistratura?

In primo luogo va ricordato che da decenni è in atto una campagna avvelenata contro i magistrati. Certo, errori ne sono stati fatti; tuttavia questo è avvenuto in un contesto in cui «la politica» è andata sempre contro la Costituzione. E dopo Tangentopoli la corruzione è diventata ancor più diffusa e pervasiva. È la storia della putrida 2ª Repubblica e della sua torsione neoliberista. Ciò che si vuole ottenere, infatti, è la legittimazione del laissez-faire.

La Carta del ’48 invece non solo riguarda diritti e doveri, ma contiene un’idea di società para-socialista. E questo non è mai andato bene a lor signori. Si sono pure scomodati da Oltre Atlantico a condannarla: vedi la Trilaterale con la sua fatwa contro l’eccesso di democrazia e stato sociale.

E non si è trattato solo di parole. Basta mettere in fila il collegamento che unisce P2, morte di Moro e ora, fra altre, la separazione delle carriere.

Si usa dunque come pretesto la separazione dei giudici dai PM per indebolire l’indipendenza complessiva del potere giudiziario. Infatti è noto che la separazione delle carriere esiste già. Ed è falsa la comunanza fra giudici e PM se è vero che oltre il 50% dei procedimenti viene rigettato dai giudici.

Il punto decisivo è il CSM. Organo che non esisteva sotto la monarchia e il fascismo, ma che i costituenti hanno voluto proprio come strumento per rendere concreta l’indipendenza della magistratura stessa.

Come è noto, questo organo viene innanzitutto diviso: uno per i giudici e un altro per i magistrati. Poi compare magicamente un organo unitario: l’Alta Corte per i provvedimenti disciplinari, come se questa fosse la questione principale. Peraltro il CSM attuale è uno dei più duri sui comportamenti interni, comparato con altre nazioni. In questo modo è ipotizzabile che si auspichi l’insorgenza di conflitti fra CSM. Un modo per indebolirli è il sorteggio con la scusa di contrastare le correnti. Ma le correnti rimarranno e magari, nel sorteggio, avrà una prevalenza una su un’altra: altro elemento di diatriba. Siamo a Roma e il divide et impera è di casa.

Un argomento usato è che la separazione delle carriere esiste in gran parte del mondo occidentale. Girano delle tabelle a tal proposito, ma sono sbagliate. In questi schemi infatti l’Italia è collocata nella colonna della comunanza delle carriere. In realtà, come sappiamo, il nostro Paese dovrebbe stare nella colonna della separazione. In tutti i sistemi infatti forme di relazione fra i due ruoli, a monte o a valle, esistono ovunque.

Quello che invece non si dice è il seguito. Vale a dire che dove c’è la separazione delle carriere i PM sono in vario modo sottoposti al servizio degli esecutivi. Non è un caso che il ventriloquo ministro Tajani abbia preventivato anche il passaggio della polizia giudiziaria sotto l’esecutivo. Sembra di sentire Berlusconi: era un suo pallino. Questo è un aspetto importante perché con questa ulteriore separazione sarebbero state impossibili le grandi inchieste di questi ultimi decenni, di cui non a caso i malfattori si lamentano tanto. Inoltre, se è chiaro l’obiettivo di indebolire i giudici, è altrettanto chiaro che, se non si vuole un superpoliziotto, bisogna imbrigliare anche i PM.

Qui infatti casca un altro asino. Sempre il nostro loquacissimo Nordio afferma che il cambiamento persegue il garantismo. In realtà, nel nostro ordinamento attuale il PM non è solo la pubblica accusa, ma persegue la giustizia. Se infatti viene a conoscenza di un elemento favorevole all’imputato deve farlo presente. Poi, con il controllo dei PM, scomparirà anche l’obbligo di perseguire d’ufficio i reati. È dunque anche il garantismo che viene a indebolirsi.

Infine va sottolineato che il costo del funzionamento dei tre CSM salirebbe da 50 a 150 milioni l’anno, ma è un aspetto marginale.

Il contesto in cui si colloca l’oggetto del referendum rende il tutto ancor più illuminante e devastante. Il governo di destra infatti ha già più volte operato in ambiti affini, ma tutti convergenti rispetto all’obiettivo già sopra sottolineato: l’impunità e l’immunità dei potenti e dei loro servi.

Ad ogni evento con un qualche elemento di tragicità e trucidità il governo ha emanato un Decreto Sicurezza: Cutro, Vairano, fatti di Torino. Lo scopo è in gran parte propagandista, ma ciò nondimeno cambia il diritto oltre ogni dire. Inoltre, se la situazione lo richiederà, le nuove norme restrittive sono già lì, belle e pronte all’uso.

Ma non si sono fermati a questo.

Durante il Covid si era attenuato l’abuso d’ufficio in quanto, in stato d’emergenza, gli amministratori dovevano operare in tempi e modalità che andavano oltre la legge. Ebbene, il governo ha reso permanente tale sospensione. Lo stesso abbassamento dei controlli si è operato in materia di appalti. Si è anche intervenuto a limitare il traffico di influenze illecite. Parimenti si è operato in materia di intercettazioni, limitandone l’uso. È in questo iter che sempre il nostro ineffabile Nordio ha concepito il termine di modica mazzetta contro cui non si dovrebbe agire. Mentre, ad esempio, notizie reperite in materia di accattonaggio rimangono valide. Materie, come si vede, a cui da sempre sono sensibili politici, affaristi e criminali. Sono dei classici.
Forti coi deboli e deboli con i forti, insomma.

A fine anno, a tambur battente, si è poi provveduto a limitare l’azione della Corte dei Conti. I reati sono perseguibili, ma l’eventuale risarcimento dei danni erariali è stato ridotto a modiche cifre. Il resto del danno, come sempre, lo paga «Pantalone». Del resto, la Corte dei Conti aveva osato bocciare la delibera del Ponte sullo Stretto. E lo aveva fatto con due motivazioni ineccepibili. L’importo dell’opera era tale che serviva il bando europeo. La seconda motivazione riguardava il fatto che il documento del governo parlava di soldi privati mentre invece si procede con denaro pubblico. Ma la Corte aveva messo il naso anche nello spreco del centro per immigrati in Albania, la vendita sotto prezzo e tangenti di palazzi in Veneto, storno di soldi per la sanità in Liguria, il piano dei rifiuti in Sicilia basato solo sugli inceneritori. E sono solo esempi che si riferiscono al mese di dicembre 2025.

Questi esempi illustrano più di ogni ragionamento i fini che si prefigge il governo. Non devono essere messi bastoni fra le ruote ai poteri politici, economici, affaristici e alle sottostanti organizzazioni criminali. Ciò, tuttavia, crea ulteriore frammentazione e insicurezza. Ne va di mezzo la tenuta del Paese e la democrazia, le quali non possono esistere senza un’etica e una morale pubblica.

Non che prima di questi interventi le cose fossero idilliache. L’impunità e l’immunità sono state un vessillo da sempre sventolato dai ceti dirigenti italioti: dal Risorgimento ai giorni nostri.

Se guardiamo chi sta in carcere, ad esempio, vediamo come politici, imprenditori, amministratori siano un’infima minoranza. Per corruzione, concussione e reati finanziari i detenuti sono mediamente fra lo 0,5% e lo 0,8%. Ciò appare ben strano visto che l’Italia per corruzione è al 17° posto nell’Unione e al 54° posto nel mondo. Dati che ci parlano invero della corruzione percepita, ma quella reale è ben peggio.

Tutto ciò ci dice una cosa molto netta: ci troviamo dinnanzi a una giustizia classista. Situazione che purtroppo la Repubblica non è mai riuscita a cambiare proprio in virtù dei rapporti di forza e del ruolo delle forze conservatrici e reazionarie. Non è un caso che la Corte costituzionale sia stata varata nel 1956 e il primo CSM nel 1958! Tutto ciò è avvenuto nonostante la Costituzione e contro la Costituzione. Anche certa magistratura ha favorito questo andazzo; ultimo il caso Palamara. Basti pensare poi quanto tempo c’è voluto perché il fenomeno mafioso venisse indicato in quanto tale. E quanti magistrati, politici e cittadini onesti sono morti per giungere questo cambiamento culturale e politico.

In questa impronta classista non si può non parlare dell’inaccettabile lunghezza dei processi. Questa situazione non è una casualità, poiché è funzionale a chi ha le facoltà economiche di permettersi un buon avvocato per tirarla per le lunghe e puntare alla prescrizione. Peraltro, non esistendo nel nostro ordinamento la possibilità di aggravare la pena in caso di appello, non a caso tutte le sentenze vengono appellate, intasando il sistema, mentre alle procure e ai tribunali mancano uomini e mezzi.

Ciò che sta avvenendo è insito nella cosiddetta 2ª Repubblica, in cui neoliberismo e corruzione diffusa sono l’uno il prodotto dell’altra. L’unica anomalia in questi ultimi anni è stata la presenza in vari governi del M5S. Non è un caso che quelli con la loro forzata presenza per ragioni numeriche non siano durati più del giro delle quattro stagioni. E non a caso siamo passati dallo Spazza Corrotti al Salva Corrotti.

In questo contesto, per capirci qualcosa, i cittadini italiani dovrebbero chiedersi: in questi decenni i problemi sono venuti dalla magistratura o non invece da una politica di centrodestra/centrosinistra succube dei mercati e dei poteri sovranazionali? Il peggioramento complessivo del Paese sociale, morale, culturale, politico, economico è colpa della magistratura o della politica politicante?

E governo e maggioranza che legittimità hanno per mettere sotto tutela la magistratura, visto che hanno il consenso di un elettore su tre e più del 40% dei cittadini non vota più? Anzi, nelle recenti regionali si è sforato quasi ovunque il 50% di non voto.

Non è dunque la magistratura a essere politicizzata: è la politica; sono i partiti che non la fanno ormai più. E l’indipendenza che servirebbe è quella dai mercati, dalle multinazionali, dalla finanza, dai poteri ademocratici sovranazionali.

La conclusione è che corrotti, corruttori, parassiti, criminali e le loro emanazioni politiche hanno tutto il vantaggio a votare Sì. Non a caso, il fronte del Sì è trasversale alla destra e al centrosinistra. Bisognerà vedere quanto popolo bue riusciranno a portarsi dietro.

Ciò porta alla necessità di impostare questa campagna in maniera populista, poiché si deve tener conto delle frammentazioni intervenute a tutti i livelli: sociale, politico, culturale; classista, perché il substrato si misura sul lavoro, la redistribuzione della ricchezza e dunque del potere; giustizialista, poiché in Italia il termine non rappresenta l’esagerata volontà di punire, ma la necessità di perseguire corruttori, corrotti e criminali. Quello che deve emergere in questo referendum è lo scontro alto/basso, popolo e ceti corrotti. Deve essere rivolta e indignazione di un Paese ridotto a un colabrodo e fuori controllo. Ahinoi!

Bisogna dunque impegnarsi in questa campagna referendaria. In primo luogo, una vittoria del No non peggiorerebbe la situazione specifica e generale e, di questi tempi, questa sarebbe già una buona notizia. In secondo luogo, darebbe un primo stop a un governo che si sta allargando oltre misura, anche se rappresenta solo un terzo degli italiani. E ci si deve impegnare nonostante la compresenza del Partito Democratico che della situazione politica, economica, sociale, collocazione internazionale e vittoria della destra è il principale responsabile. Fargli intestare l’eventuale vittoria sarebbe davvero una beffa.

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sabato 21 marzo 2026

Un’inchiesta rivela il buco della sanità piemontese. Più si sale peggio va - Mariano Turigliatto

 

Un giornalista, Stefano Rizzi, e un giornale on-line, lo Spiffero, fanno il loro mestiere e pubblicano un resoconto, numeri alla mano, dell’agghiacciante situazione della sanità piemontese dopo quasi nove anni della “Cura Cirio“, ora delegata all’assessore Riboldi dopo cinque anni di Icardi. Meno male che c’è ancora qualcuno che lo fa, visto il clima da calma piatta prima della bufera nel quale sguazza anche un’opposizione da strapparsi i capelli.

Tuttavia nemmeno il più disincantato studioso delle malefatte del centrodestra avrebbe immaginato che il direttore del giornale fosse chiamato a difendere l’operato, suo e del giornalista, di fronte alle pressioni che vengono addirittura dai ministeri romani per ridurre al silenzio l’informazione libera. Invece pare che sia successo stando a quanto riferisce il direttore dello Spiffero senza troppe remore. Il coraggio è una merce rarissima, perciò vale la pena di raccontare questa storia. Fa il paio a mio avviso con i dossier genovesi commissionati da Bucci a danno del Secolo XIX, del “solito sistema clientelare” per far vincere il Sì e di chissà quanti episodi che non arrivano alle cronache perché c’è chi si piega prima.

La sanità piemontese è un pozzo senza fondo che neanche nei romanzi horror, prestazioni di eccellenza e sciatteria senza limiti, in un allegro caos che demotiva il personale che vorrebbe fare il lavoro per cui è pagato e premia spesso i fedeli, e quelli della corrente giusta, a scapito dei bravi. Più si sale e peggio vacome ho diffusamente raccontato in post passati. Di ospedali nuovi neanche l’ombra, consulenze come se non ci fosse un domani, piani finanziari sballati e gare bloccate sine die per impossibilità di aggiudicazione. Le liste d’attesa spingono i pazienti con qualche soldo rimasto verso la sanità dell’intramoenia, le case di comunità nascono col contagocce e spesso per finta, festeggiano gli ambulatori privati verso i quali vengono dirottate tutte le prestazioni, anche quelle di base che più non si può. Cresce senza controllo il debito della Regione, lo dicono i dati comunicati ufficialmente dai direttori generali della sanità per l’anno in corso.

Quasi un gioco da ragazzi per il giornalista mettere in fila i numeri del disastro. Li elenca in un articolo annunciandoci che il debito previsto per il 2026 dai direttori generali di ASL e ASO si avvicina al miliardo di euro; basterebbe molto meno per rendere inevitabile il commissariamento della Regione da parte del MEF, quindi la preoccupazione è forte. Il tutto mentre in Tribunale è in svolgimento il maxi-processo per l’ammanco della Città della Salute e non passa giorno senza che emergano fatti sconcertanti. Intanto si apprende che la Regione stanzia di corsa 203 milioni per coprire le maggiori spese sanitarie del 2025, ovviamente togliendo i soldi da altri capitoli del suo bilancio. Non basta, i Bilanci 2024 e 2025 sono ancora alla firma del direttore della sanità regionale, dopo che consulenti strapagati ne hanno certificato oggi la correttezza per essere smentiti domani dai periti del Tribunale. Facile immaginare il panico che deve circolare fra gli alti papaveri della sanità regionale.

L’assessore Riboldi replica immediatamente con un video che, invece di smentire, conferma; soprattutto che non ha ancora dimestichezza con i bilanci del suo assessorato, così che confonde poste e annualità di esercizio. Il giornalista non ci sta e risponde con i numeri a quella che definisce “propaganda da cinegiornale” dell’assessore. Il titolo del suo articolo non lascia spazio all’immaginazione: “Profondo rosso nei conti della Sanità, per l’assessore è solo ‘fantasia’”. Essere solidali con giornali e giornalisti dalla schiena dritta vuol dire anche raccontare queste storie. Però i centrodestri sono davvero ammalati di presunzione per non immaginare la reazione di un giornale, a volte molto vicino a loro, ma riferimento per una bella parte di opinione pubblica piemontese proprio per la sua autonomia.

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venerdì 20 marzo 2026

La montagna che non sappiamo più riconoscere - Michele Agagliate

 

Un lupo grigio attraversa di notte le strade di Valstrona, alle porte del parco naturale dell’Alta Val Sesia e dell’Alta Val Strona. Viene fotografato tra le case poco dopo mezzanotte. L’immagine circola, la notizia finisce sui giornali e scatta subito l’allarme.

Il sindaco del comune, Ivan Rainoldi, commenta così l’avvistamento:

«Ora abbiamo paura: non si può più aspettare, si deve intervenire».

È una frase che merita di essere riletta con calma. Prendetevi tranquillamente il vostro tempo.

Bene. Qui non stiamo parlando di un animale esotico; di una specie aliena arrivata per sbaglio nelle Alpi. Stiamo parlando di un lupo grigio. In una valle alpina. You get what I mean, right?.

Rainoldi guida Valstrona con una lista civica che si chiama “Vivere la montagna”. E proprio il nome della lista, a questo punto, solleva una domanda piuttosto semplice: che cosa significa davvero vivere la montagna?

Significa convivere con gli ecosistemi che la abitano, oppure pretendere che la natura si comporti come un giardino pubblico?

Il lupo non è un intruso nelle Alpi. È una specie autoctona che per secoli ha fatto parte di questi territori. Semmai l’anomalia storica è stata la sua scomparsa, causata da persecuzioni sistematiche e sterminio. Il suo ritorno non è il segno di una natura fuori controllo, ma il contrario: è uno dei pochi indicatori che gli ecosistemi alpini stanno lentamente recuperando equilibrio.

Questo non significa negare le difficoltà di chi vive e lavora in montagna: gli allevatori sanno bene che la convivenza con i predatori non è mai stata semplice. Ma proprio per questo sorprende che un amministratore locale trasformi un episodio del tutto normale in un’emergenza.

Se davvero vogliamo “vivere la montagna”, forse il primo passo è ricordare a tutti i Rainoldi che la montagna non è una scenografia turistica né un parco urbano. È un ecosistema. E negli ecosistemi italiani, ogni tanto, passano anche i lupi.

Rainoldi parla di paura. È una parola potente, ma andrebbe usata con cautela.

Gli attacchi mortali di lupi all’uomo nel mondo moderno sono eventi rarissimi. Le statistiche internazionali parlano di poche decine di casi in quasi vent’anni, la maggior parte legati a contesti molto specifici o alla rabbia. In Europa e in Italia si tratta di episodi praticamente inesistenti.

Nel frattempo, però, ogni anno sulle strade italiane muoiono più di tremila persone. Nel mondo gli incidenti stradali provocano circa 1,2 milioni di vittime l’anno.

Eppure non vediamo sindaci invocare “interventi urgenti” contro le automobili.

Con rischi immensamente più grandi conviviamo ogni giorno senza farci caso. Basta salire in macchina e girare la chiave.

Il lupo grigio, invece, continua a farci paura anche quando si limita ad attraversare una valle che è sempre stata casa sua. Do you understand the paradox?

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giovedì 19 marzo 2026

La coperta corta - Miguel Martinez

Ogni giorno, in rete, leggo una notizia catastrofica. Ad esempio, sembra sempre più possibile che tra qualche decennio, a causa delle modifiche climatiche indotte dall’attività umana, collassi la Corrente del Golfo. E da lì, possiamo ipotizzare le conseguenze, il congelamento dell’Europa che invece oggi si sta riscaldando in maniera pericolosa…

Come sempre si tratta di ipotesi, non sappiamo proprio cosa succederà in realtà: gli ultimi studi dicono che sapremo solo tra vent’anni se il processo di collasso sarà irreversibile.

Ma gli elementi sono tutti interessanti: gli scienziati ritengono altamente probabile una catastrofe per mio figlio indotta proprio da quello che faccio io per cercare di “stare meglio”; ma siccome sono le variabili sono troppe per gli scienziati, in realtà non abbiamo idea cosa succederà.

Su questo blog, mi capita a volte di affermare che la coperta si sta facendo corta.

Percepisco, come tantissimi, che stiamo passando dal mondo in cui siamo cresciuti almeno qui in Europa, dove eravamo sicuri che ieri c’era la miseria, oggi stiamo così così, e i nostri figli vivranno nell’abbondanza, a un mondo in cui non solo sappiamo di non sapere cosa succederà domani, ma sentiamo che quello che succederà, potrà essere catastrofico per miliardi di persone, comprese quelle più care a noi, per non parlare del mondo attorno a noi, che mica esistono solo gli umani.

Lo dico in modo volutamente vago ed emotivo.

Ora, secondo la scuola, per sapere come andranno davvero le cose, basta rivolgersi alla scienza. Se più dati indicano il progresso, che il regresso, allora progrediamo e va tutto bene. E viceversa.

Solo che i dati non sono sul tipo, “sei fattori dicono andiamo bene, quattro che andiamo male, quindi andiamo bene”.

I dati sono indefiniti. Non possiamo nemmeno lontanamente immaginare il numero di variabili coinvolte. E ci sarà sempre una variabile che smentisce le altre.

I dati non sono quindi fredde verità: poiché posso scegliere tra innumerevoli miliardi di dati, scelgo in base ai miei desideri. E così i dati si trasformano in drammi o speranze, in poesia, in armi.

Anni fa, lessi che i politici non usano le statistiche come lampioni per illuminarsi la strada, ma alla maniera degli ubriachi che ai lampioni si reggono per non cascare: infatti qualsiasi social è un lancio di statistiche e controstatistiche, scagliate addosso agli ignoranti che negano la verità scientifica.

Si arriva così ai ferri corti, ma mai alla verità.

Dire che la coperta si sta restringendo è dimostrabile con una quantità impressionante di dati (“stanno scomparendo i pescetalpa della Groenlandia! Hanno licenziato diecimila dipendenti della Megasoft!“); ma chi non ci vuole credere può sicuramente contare su un arsenale altrettanto impressionante di contro-dati (“sono aumentati del 21,12% i criceti dell’Arizona! 11.310 nuovi posti di lavoro in una fabbrica di armi in India!”).

Io non parto dai dati, per il semplice motivo che non ho mille fatterelli da buttare dalla parte mia contro i mille che hanno quelli che la pensano diversamente da me.

Parto, al contrario, dalle due certezze fondamentali della nostra esistenza.

Certezza Uno:

«Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma»

Certezza Due:

«Puoi vedere una tazzina cadere dal tavolo e rompersi sul pavimento. Ma non vedrai mai una tazzina che si raccoglie e salta di nuovo sul tavolo».

Questa seconda certezza (come narrata da Stephen Hawking) è la Legge dell’Entropia.

Che dice che, senza eccezione alcuna, mai, in tutto l’universo, ogni volta che si crea un po’ di Ordine, si crea ancora più Disordine.

Noi sappiamo che l’Universo parte da un Ordine Assoluto e precipita verso un Disordine finale. Che a me sembra un po’ la prova dell’esistenza di Dio, non necessariamente barbuto e di fede cattolica, ma certo Creatore.

Spesso si deridono i terrapiattisti. Ora, io sono solo un laureato in lingue orientali, ma sospetto che un pianeta piatto sia molto più plausibile di un pianeta non entropico.

Tutto ciò che chiamiamo Civiltà è un tentativo di creare Ordine.

E sappiamo con certezza (non è un punto di vista, è un fatto) che aumentare l’Ordine può solo aumentare il DisordineCe la caviamo qui sulla Terra grazie a un Essere incredibile, il Sole, che da quattro miliardi di anni trasforma in ogni istante il proprio Ordine in Disordine, donando così Ordine.

L’Ordine incredibile che esiste attorno a noi – la bellezza della persona di cui ci innamoriamo, o il fatto che un gatto abbia voglia di giocare, o che a Palazzolo Acreide si faccia la processione di San Paolo, o che gli alberi di tasso siano velenosi, o che un pappagallo sappia contare – è possibile grazie a Qualcosa che si Sacrifica, e che dentro di sé accoglie un disordine maggiore di tutta questa meraviglia: il Sole.

“Ordine” per noi è quando degli esseri umani cercano di modellare il mondo come vogliono.

Lo fanno usando il Linguaggio, la Parola: il logos in greco, cioè la “logica”. Solo che qui proprio la Parola ci fa cadere nell’errore delle maiuscole. Ci hanno martellato in testa che l’Uomo usa la Ragione per dare Ordine al Mondo. E quindi alla fine, a comandare sarebbe la forma ultima della Ragione, la “Scienza”. All’umile servizio del benessere di tutti noi.

Non funziona così. Non esiste “l’Uomo”. Esistono miliardi di singoli esseri umani.

Miliardi di esseri umani sono mossi da sogni, paure, desideri…

un bel riassunto ne fece la teologia medievale parlando di SALIGIAsuperbia avidità, lussuria, ira, gola, invidia e accidie. Certo, ci sono anche le virtù, e sono tante, ma sono sempre individuali.

I singoli esseri umani, per soddisfare i propri desideri, usano la Parola (e i suoi derivati, la Logica e la Scienza) come le tigri usano i denti. Ecco perché esiste una radicale differenza tra la scienza – la sottobranca gratuita della filosofia che si occupa di godere della meraviglia delle cose – e le zanne delle tecnoscienze.

Liberarci dall’illusione che “l’Uomo” sia un ente metafisico che agisce nell’interesse di tutti, ci permette di capire che alla fine i singoli umani, come le singole tigri, useranno le loro zanne tecnoscientifiche per se stessi e non per “l’Umanità”. E alle fine, sono sempre le zanne della Guerra a essere le meglio alimentate.

Nell’inno a Huītzilōpōchtli, “l’ala sinistra del colibrì”, il dio della guerra messicano,

“Opero nella sala d’arme

Non ascolto alcun mortale, e nessuno mi può svergognare.

Io sono il Terrore, e non ne conosco alcun altro.

Io so dove è la Guerra”

Allora, noi sappiamo che in questo momento i singoli individui umani stanno creando Ordine a una velocità mai prima vista nella storia. Qualunque fenomeno possiamo immaginare, sul grafico c’era una linea che saliva piano piano per millenni, fino al 1900 circa, poi è scattato mostruosamente in alto, e in pochi decenni è diventata una linea retta puntata verso il soffitto.

numero di turisti in fila alla buchetta del vino a Firenze

numero di aerei che attraversano l’oceano

numero di selfie scattate sul Ponte Vecchio

numero di scarpe prodotte nel Vietnam

Da questo, deriva la certezza che si sta creando un Disordine molto maggiore.

Ora, noi sappiamo con certezza che questa distruzione creativa sarà più distruttiva che creativa.

Saranno i ghiacci delle montagne che si scioglieranno e l’Europa diventerà calda come l’Africa?

O sarà la corrente del Golfo che si bloccherà e congelerà l’Europa?

Sarà che manderanno i nostri figlioli a morire in guerre senza senso?

Il CO2 farà crescere mostri, o al contrario li soffocherà?

Diventeremo esseri transumani con impianti robotici in grado di andare su Marte, o i robot ci stermineranno prima?

Sarà che i nostri cervelli si riempiranno di microplastiche e non capiremo più niente?

nessuna di queste cose, e il Disordine si manifesterà altrove, dove meno ce lo aspettiamo?

Non importa. Sappiamo che l’Ordine creerà un Disordine senza alcun parallelo nella storia umana. E che forse questo è più importante di fascisti, comunisti, trans, immigrati, destra, Ucraina, Israele, Destra, Sinistra, burqa, delinquenti comuni...

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