mercoledì 14 ottobre 2026

Il PIL mondiale cresce del 3%. Avvisate i poveri! - Gianluca Cicinelli


È sera. Una famiglia italiana è seduta a tavola. Padre, madre e due figli. La cena è quasi finita. La televisione è accesa, come ogni sera, sul telegiornale.

Il padre ha un lavoro precario. Quando lavora tutto il mese riesce a portare a casa mille euro. Ma non lavora tutti i mesi. La madre fa qualche ora di pulizie nelle case, qualche lavoretto saltuario. Quattrocento, cinquecento euro quando va bene.

Hanno imparato a fare i conti. Non quelli dell’economia nazionale, quelli di casa. La bolletta della luce, 250 euro ogni due mesi. Il gas, altri 120 euro al mese, quando non fa troppo freddo. La spesa al supermercato, la benzina per la macchina che comincia ad avere troppi anni, le scarpe dei ragazzi, la scuola, il dentista che si rimanda.

Non vanno in vacanza da tempo. Non perché non amino il mare, ma perché non possono permetterselo. In inverno tengono basso il riscaldamento. Al supermercato controllano il prezzo al chilo, non soltanto quello scritto in grande sull’etichetta.

Ma quella sera succede qualcosa di straordinario.

Il giornalista del telegiornale assume un’espressione soddisfatta. Alle sue spalle compare un grafico con una freccia che sale.

«Buone notizie per l’economia italiana. Il prodotto interno lordo è cresciuto del 3%. Superate le previsioni. L’economia nazionale mostra segnali di grande vitalità».

Il padre posa la forchetta.

«Avete sentito?».

La madre si gira verso la televisione.

«Tre per cento!».

Si guardano. Sorridono. Finalmente una buona notizia. Finalmente qualcosa che va bene.

Lui si alza, apre la credenza e prende una bottiglia di vino che conservano da mesi per un’occasione speciale. Non è un vino costoso, ma per loro è una festa.

«Questa bisogna festeggiarla! L’economia italiana è cresciuta del 3%!».

La madre è quasi commossa. I sacrifici, le rinunce, tutte quelle notizie sulle difficoltà del Paese. E adesso, finalmente, la crescita.

Chiamano i ragazzi.

«Venite qui! Avete sentito? L’Italia sta crescendo! Del tre per cento!».

I figli si guardano con una certa diffidenza. Conoscono i genitori, sanno che qualche volta si entusiasmano per cose che loro non capiscono. Ma vedendoli così felici cominciano a sorridere.

Il più grande fa una domanda.

«Allora quest’estate possiamo andare al mare?».

Il padre smette di versare il vino.

«Be’, veramente no. Quest’anno dobbiamo ancora stare attenti. La macchina ha bisogno di una riparazione e non sappiamo quanto lavoro ci sarà nei prossimi mesi».

Il più piccolo interviene.

«Però adesso possiamo tenere il riscaldamento acceso anche la sera?».

«No, amore. Il gas costa sempre tanto».

«E possiamo comprare la bicicletta nuova?».

«Non adesso».

«Ma almeno possiamo andare qualche volta in pizzeria?».

La madre abbassa gli occhi.

«Vedremo. Magari per un compleanno».

Cala il silenzio.

Il maggiore guarda la bottiglia aperta sul tavolo, poi il padre.

«Scusa, papà. Ma se non possiamo andare in vacanza, dobbiamo ancora risparmiare sulla luce, sul gas, sulla spesa, e tu non sai nemmeno se lavorerai il mese prossimo…».

Si ferma un momento.

«Ma allora che ce ne frega a noi che l’economia è cresciuta del 3%?»

Il padre non sa cosa rispondere.

La bottiglia resta aperta. In televisione stanno già parlando di un altro argomento.

E forse quella del ragazzo è la domanda economica più importante della serata.

Il 3% di chi?

Proviamo a ragionare senza essere economisti, senza conoscere le formule del prodotto interno lordo, senza sapere come funziona la Borsa. Proviamo a fare quello che ha fatto quel ragazzo: porre una domanda semplice.

Se l’economia è cresciuta del 3%, chi è diventato più ricco?

Perché qualcosa deve essere successo. Se un anno fa il Paese produceva beni e servizi per un valore di 100 e quest’anno, al netto dell’inflazione, ne produce per 103, vuol dire che l’attività economica è aumentata.

Quel 3% non è una bugia. Il PIL misura effettivamente il valore dei beni e dei servizi prodotti. Ma non misura come il reddito generato venga distribuito tra le persone. Lo riconosce anche l’OCSE, che distingue espressamente la crescita economica dal benessere della popolazione.

Immaginiamo che una parte importante di quella crescita sia arrivata dalle grandi imprese. Hanno prodotto di più, venduto di più, magari esportato più merci. Alcune hanno realizzato profitti superiori all’anno precedente.

Quei profitti possono essere reinvestiti, accantonati oppure distribuiti, in tutto o in parte, agli azionisti sotto forma di dividendi.

Chi possiede azioni di quelle società può ricevere un reddito aggiuntivo. Chi possiede un’impresa può vedere aumentare i propri guadagni. Chi ha investito il proprio patrimonio può beneficiare dei risultati economici.

Naturalmente, una crescita del PIL del 3% non significa automaticamente che profitti e dividendi aumentino della stessa percentuale: sono grandezze diverse. Ma è perfettamente possibile che una parte consistente dei benefici della crescita si concentri tra chi già dispone di redditi e patrimoni elevati.

Torniamo alla nostra famiglia.

Il padre non possiede azioni. La madre neppure. Non hanno investimenti finanziari, non possiedono quote di aziende. Non hanno risparmi da investire, perché spesso arrivano alla fine del mese senza essere riusciti a mettere da parte nulla.

Il loro reddito dipende esclusivamente dal lavoro, ed è un lavoro discontinuo e poco pagato.

Se aumentano i dividendi delle grandi società, a loro non arriva niente direttamente. Se crescono i profitti delle imprese, il loro stipendio non aumenta per questo. Se migliora il fatturato delle aziende che esportano, non necessariamente il padre ottiene un contratto stabile.

L’economia può crescere e la loro vita restare esattamente com’era.

Può persino peggiorare, se i prezzi dei beni indispensabili aumentano più dei loro redditi.

Facciamo i conti con la stessa precisione del PIL

Nei mesi favorevoli la famiglia dispone di 1.450 euro provenienti dal lavoro.

La luce costa mediamente 125 euro al mese. Il gas altri 120.

Restano 1.205 euro.

Da questa somma devono uscire l’eventuale affitto, il cibo per quattro persone, i trasporti, l’abbigliamento, le spese scolastiche e quelle sanitarie.

Naturalmente possono esserci anche l’Assegno unico e altri sostegni pubblici, qui non quantificati. Ma resta il problema di fondo: quando il lavoro è precario, il bilancio familiare è costretto ad adattarsi continuamente a entrate incerte.

Facciamo adesso un’ipotesi persino più favorevole di quella raccontata.

Immaginiamo che il 3% di crescita economica si trasformi, per un caso fortunato, in un aumento del 3% del loro reddito mensile da lavoro.

Quanto guadagnerebbero?

43 euro e 50 centesimi in più al mese.

Passerebbero da 1.450 a 1.493,50 euro.

Non sarebbe una cifra inutile. Per chi conta ogni euro, anche 43 euro possono fare la differenza. Ma difficilmente consentirebbero una vacanza a quattro persone o metterebbero la famiglia al riparo da un mese senza lavoro.

E soprattutto questa è soltanto un’ipotesi.

Nessuna legge economica stabilisce che, se il PIL aumenta del 3%, anche il reddito di ciascuna famiglia debba aumentare del 3%.

Il 3% annunciato dal telegiornale riguarda l’intera economia. Non contiene alcuna garanzia sullo stipendio di quell’uomo, sulle ore di lavoro di quella donna o sulle possibilità di vacanza dei loro figli.

La produzione cresce. Ma non cresce necessariamente la disponibilità economica di tutti.

Il Paese cresce, la povertà può restare

Non stiamo parlando di una contraddizione puramente teorica.

Secondo l’ISTAT, nel 2024 in Italia vivevano in povertà assoluta oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7 milioni di persone.

E secondo i dati sulle condizioni di vita riferiti al 2025, il 22,6% della popolazione italiana, circa 13,3 milioni di persone, era a rischio di povertà o esclusione sociale.

Tra le persone che vivono in coppie con due figli, questa percentuale raggiungeva il 20,6%, in aumento rispetto al 19,1% del 2024.

Sono indicatori differenti: essere a rischio di povertà o esclusione sociale non equivale necessariamente a vivere in povertà assoluta. Ma entrambi documentano quanto estesa sia la vulnerabilità economica.

Milioni di persone, dunque, vivono in un Paese nel quale vengono prodotti beni, realizzati investimenti, distribuiti utili e accumulati patrimoni, senza disporre delle risorse necessarie per una vita economicamente sicura.

Questo non significa che la crescita sia inutile.

Una maggiore produzione può creare occupazione. Le imprese possono investire in nuovi stabilimenti e assumere personale. Gli aumenti della produttività possono consentire salari migliori. Un’economia più grande può generare maggiori entrate fiscali con cui finanziare scuola, sanità, trasporti e protezione sociale.

Sono possibilità concrete e importanti.

Ma sono, appunto, possibilità.

Tra l’aumento della ricchezza prodotta e il miglioramento della vita delle famiglie esiste un passaggio decisivo: la distribuzione dei benefici della crescita.

Non è sufficiente sapere quanto si produce in più. Bisogna anche sapere chi ne trae vantaggio, attraverso quali meccanismi e in quali tempi.

Ed è questo il passaggio che spesso scompare dai titoli dei telegiornali.

La buona notizia per chi?

Se cresce il PIL, il giornalista annuncia che l’economia va bene.

Ma potremmo immaginare un modo diverso di raccontare la stessa notizia.

«L’economia italiana è cresciuta del 3%. Vediamo ora quanto di questa crescita si è trasformato in salari, quanti nuovi posti di lavoro stabili sono stati creati, come sono cambiati i redditi delle famiglie più povere e quanta parte della maggiore ricchezza prodotta è andata ai profitti delle imprese».

Sarebbe sempre informazione economica.

Anzi, sarebbe un’informazione più completa, perché consentirebbe di capire non soltanto quanto è cresciuto il Paese, ma anche come quella crescita ha cambiato, o non ha cambiato, le condizioni di vita dei suoi abitanti.

Non si tratterebbe di nascondere il dato del PIL o di negarne l’importanza.

Si tratterebbe di smettere di presentarlo, da solo, come una misura del benessere collettivo.

Del resto, questa esigenza è riconosciuta anche dalla ricerca economica internazionale. Le raccomandazioni della Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, richiamate dall’OCSE, invitano a considerare redditi, consumi e patrimoni delle famiglie, prestando particolare attenzione alla loro distribuzione, invece di utilizzare soltanto la produzione nazionale per valutare il benessere materiale.

Perché c’è una differenza enorme tra un Paese che diventa complessivamente più ricco e un Paese nel quale migliorano le condizioni di vita della maggioranza delle persone.

Le due cose possono coincidere, ma non sono sinonimi.

E certamente non sono sinonimi per chi continua a vivere con uno stipendio insufficiente.

E allora, a noi che ce ne frega?

Torniamo per un momento a quella cucina.

La televisione è ancora accesa. Il padre ha rimesso il tappo alla bottiglia. La madre sta sparecchiando. I ragazzi sono tornati alle loro cose.

Domani mattina lui si alzerà presto, sperando che lo chiamino per lavorare.

Lei andrà a pulire un appartamento in una zona della città dove le case costano quanto loro non riuscirebbero a guadagnare in molti anni.

I figli torneranno a scuola. Continueranno a chiedere una vacanza, una bicicletta, una serata in pizzeria. Continueranno a sentirsi rispondere che bisogna aspettare.

E intanto, da qualche parte, ci saranno aziende che hanno venduto di più, investitori che hanno incassato dividendi, persone che hanno visto crescere i propri redditi.

Non c’è niente di sbagliato, in sé, nel fatto che un’impresa prosperi o che un investimento produca un guadagno.

Il problema nasce quando il successo dell’economia viene raccontato come se fosse automaticamente il successo di tutti.

Quando una percentuale nazionale cancella le differenze tra chi può permettersi tutto e chi deve scegliere se cambiare le scarpe al figlio o riparare la macchina.

Quando la parola crescita viene pronunciata senza chiedersi chi stia effettivamente crescendo.

Forse quel ragazzo, senza aver mai studiato economia, ha posto una domanda che meriterebbe di accompagnare ogni notizia sul prodotto interno lordo.

«Va bene, l’economia è cresciuta del 3%. Ma noi siamo diventati meno poveri?»

Se la risposta è no, il 3% resta un dato economico importante. Può rappresentare opportunità, investimenti e nuove risorse.

Ma non è ancora una buona notizia per quella famiglia.

E forse il compito del giornalismo dovrebbe essere proprio questo: raccontare non soltanto quanto cresce la ricchezza di un Paese, ma quante persone continuano a esserne escluse, anche quando il Paese cresce.

Perché un’economia che cresce non è necessariamente un’economia nella quale tutti vivono meglio.

E la differenza, per milioni di famiglie, non è una questione di statistiche.

È la differenza tra poter andare in vacanza con i propri figli, potersi addormentare sapendo che domani si può vivere senza affanni e senza dover spiegare, ancora una volta, perché quest’anno non sarà possibile godersi qualche momento di pace.

In ogni caso, per completezza d’informazione, l’economia italiana non crescerà del 3% il prossimo anno, a differenza di quella mondiale. Propio oggi Fmi fa sapere che il Pil italiano, forse, toccherà lo 0,8% in più. La crescita economica nell’area dell’euro rallenterà all’1,1% quest’anno, per poi registrare una lieve accelerazione nel 2027. Escludendo sempre la nostra famiglia ottimista.

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martedì 13 ottobre 2026

Strada sempre più spianata ai cementifici che diventano inceneritori di rifiuti. La denuncia: “Danno al riciclo e falle nei controlli sui rischi” - Luisiana Gaita

 

Il dossier nel quale Isde-Medici per l'Ambiente e comitati locali segnalano le distorsioni del fenomeno è stato trasmesso alla Commissione parlamentare di inchiesta. Tre i casi analizzati: Galatina (Lecce), Gubbio (Perugia) e Monselice (Padova).

 

Da cementifici a inceneritori di rifiuti, con iter autorizzativi sempre più semplificati che, però, creano distorsioni riguardo a trasparenza, controlli, valutazioni di impatto ambientale e mercato del riciclo. Negli ultimi anni, i produttori del cemento stanno sostituendo materie prime e combustibili fossili, come carbone e pet-coke, con rifiuti ad alto potere calorifico (per esempio in plastica) o altri materiali derivati da rifiuti industriali. E si sono trasformati in grandi impianti di co-incenerimento, con i favori di una legislazione che tende a semplificare sempre più gli iter autorizzativi. Lo fa anche il decreto legge Ambiente-bis, approvato dal Consiglio dei Ministri il 2 ottobre scorso. Uno dei risultati? Per quanto riguarda la plastica già venduta a pochi spiccioli, si rende ancora più conveniente bruciare quella proveniente dalla differenziata, piuttosto che riciclarla. Il nuovo decreto introduce altre semplificazioni per l’utilizzo del Css (Combustibile solido secondario) nei cementifici e riprova, stavolta con un decreto legge, a definire queste attività come opere di “pubblica utilità, indifferibili e urgenti”. La chiamano economia circolare, ma alcuni dei territori dove questi impianti operano non ci stanno. Isde (Medici per l’Ambiente) Italia, Comitato popolare ‘Lasciateci respirare?’, ‘E Noi?’ – Comitato di cittadini, No Css Gubbio e Coordinamento civico Ambiente e Salute hanno curato un report dal titolo ‘Dossier sull’impiego di rifiuti e materiali derivati nella produzione del cemento: criticità ambientali, regolamentari e sanitarie’. Tre i casi analizzati: quello di Galatina (Lecce), di Gubbio (Perugia) e di Monselice (Padova). Da quanto appreso da ilfattoquotidiano.it, in attesa che il decreto – dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – passi in Parlamento per la conversione in legge, il presidente della Provincia di Lecce, Fabio Tarantino e i comuni di Melpignano e Monselice hanno già trasmesso il dossier alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

Dal decreto Clini all’ultima mossa del Governo Meloni

La storia di questi territori è legata a una serie di decreti. Tredici anni fa, l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini sdoganò l’utilizzo dei combustibili da rifiuti nei cementifici per sostituire i combustibili fossili tradizionali. Nel 2021, con il Decreto semplificazioni, l’ex ministro Roberto Cingolani ha introdotto la disciplina del silenzio-assenso, permettendo – in assenza di un intervento delle autorità locali – il co-incenerimento senza la Valutazione di impatto Ambientale. Nel 2025, ancora un Ddl sulle semplificazioni ha inserito diverse agevolazioni per l’utilizzo del Css nei cementifici, facilitando il trasporto via mare di rifiuti e consentendo trasferimento e utilizzo in Italia di rifiuti che prima venivano esportati nel Nord Africa, in Asia o nei Balcani. Il nuovo decreto punta a snellire ancora di più l’iter burocratico. Il testo specifica le condizioni affinché l’impiego di Css non costituisca una modifica sostanziale dell’Autorizzazione integrata ambientale, estendendo fino al 31 dicembre 2030 la disciplina speciale relativa ai limiti di emissione per i cementifici che lo utilizzano per il recupero energetico.

I danni all’industria del riciclo

La strada spianata a un settore, sta diventando un problema enorme per un altro, quello del riciclo. La plastica vergine sul mercato in quantità abnormi e a prezzi crollati, costa già meno di quella riciclata. Per questo, una grande quantità di rifiuti in plastica finisce proprio nei cementifici per essere bruciata invece di diventare un nuovo prodotto. I produttori di cemento abbattono così i costi per il combustibile e spesso vengono pagati per ricevere questi rifiuti, ma il circolo vizioso finisce con il rendere ancora più conveniente il co-incenerimento rispetto al riciclo. “Invece di mettere in atto misure per risolvere questa contraddizione, il governo sceglie deliberatamente di favorire i cementifici” spiegano i comitati. A denunciare i rischi, dopo il decreto del 2025, anche Claudia Salvestrini, direttrice del Consorzio nazionale per il riciclaggio dei rifiuti di beni in polietilene: “Non escludo che la liberalizzazione del CSS-combustibile possa ripercuotersi negativamente sulla filiera del riciclo”. E ancora: “Inviare gli scarti ai cementifici non è la strada giusta se si vuole puntare sull’economia circolare”.

I dubbi sulla riduzione delle emissioni e i rischi nel contesto dell’Ets

Il riciclo sacrificato sull’altare della decarbonizzazione nella produzione del clinker? Non sembra affatto. “Non sono disponibili studi di enti indipendenti, basati su dati effettivi e non teorici, che dimostrino l’effettiva sostanziale riduzione delle emissioni di Co2 attribuibile all’introduzione del Css nei cementifici” si spiega nel dossier. Il suo impiego permette di rimpiazzare una quota di combustibili fossili tradizionali, ma alcuni studi mostrano “un abbassamento del rendimento energetico e un aumento dell’energia termica specifica necessaria a produrre una tonnellata di clinker, dei flussi di massa dei fumi a parità di clinker prodotto e del ciclo complessivo di Co2 (dovuta alla maggiore plastica prodotta da materia prima, dato che il riciclo è poco conveniente)”. Una parte significativa del Css deriva, poi, proprio da plastiche e derivati del petrolio. Come si traduce tutto questo nel contesto dell’Emission Trading System (Ets) europeo? “L’introduzione dei rifiuti o di materiale prodotto da rifiuto consente alle aziende di compensare parzialmente l’acquisto delle quote Ets – spiega il dossier – senza che ciò implichi necessariamente una diminuzione significativa delle emissioni per unità di clinker prodotta”.

Le esenzioni dagli obblighi di registrazione

I cementifici, inoltre, non devono registrare cemento e clinker ai fini del regolamento europeo Reach. Vanno registrate solo le singole sostanze, ma il cemento è una miscela e la sostanza base (il clinker) gode di una specifica esenzione, se non modificata chimicamente durante o dopo la produzione. “L’affermazione che clinker e cemento derivante da processi che utilizzano grandi quantità di rifiuto o di materiali provenienti da rifiuti ‘non modifichi chimicamente’ il prodotto immesso sul mercato appare del tutto irrealistica” spiegano i comitati. Nell’analisi tecnica redatta dall’ingegnere Antonio De Giorgi, allegata al dossier, si parla del rischio che rifiuti dichiarati ufficialmente ‘non pericolosi’ si rivelino in realtà “nella carenza delle procedure di tracciabilità, di analisi e di controllo, come ‘pericolosi’ e impiegati nel cemento”. Emblematica l’inchiesta della Procura di Venezia sul cemento impiegato nell’Autostrada A31 Valdastico Sud e altre strade di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Indagine che ha rivelato “come metalli pesanti come fluoruro, bario, piombo, arsenico, mercurio, diossine e altre sostanze altamente cancerogene come il cromo esavalente siano state impiegate nel cemento”.

Le lacune istruttorie: il caso di Galatina

Un altro problema riguarda il Piano regionale di gestione dei rifiuti che deve essere definito e approvato dalle Regioni, stabilendo quali impianti e attività rientrino nella programmazione. Un esempio è quello del cementificio Colacem di Galatina (nella foto) che, come raccontato da ilfattoquotidiano.it (Leggi l’inchiesta), è da tempo al centro della battaglia di associazioni e comitati locali. Nel suo parere tecnico, De Giorgi contesta l’impostazione secondo cui il Piano regionale di gestione dei rifiuti speciali non troverebbe applicazione al cementificio perché l’attività di recupero dei rifiuti sarebbe marginale. “Il quantitativo complessivo autorizzato di rifiuti da trattare, ossia 408.800 tonnellate all’anno, non può essere definito ‘marginale’” spiega De Giorgi. E sottolinea come, nell’ambito dell’Aia, non risultino resi pubblici i risultati delle analisi chimiche dei lotti di produzione del clinker e del cemento ottenuti con l’impiego dei rifiuti autorizzati, né risulti disponibile un quadro sistematico delle analisi effettuate sui materiali introdotti nel ciclo produttivo.

L’effetto dell’utilizzo di Css sugli impatti ambientali e sanitari

Nel frattempo, però, nell’ambito della Valutazione dell’impatto sanitario necessaria al rinnovo dell’Aia, Arpa e Asl sostengono che, nello scenario di emissioni autorizzate (quindi potenziali), c’è un rischio cancerogeno superiore alla soglia di accettabilità, per arsenico e cromo esavalente (Leggi l’approfondimento). Questo aspetto, legato all’introduzione del Css nei cementifici, è affrontato del contributo di Agostino Di Ciaula, presidente del Comitato scientifico di Isde Italia, allegato al dossier. “L’impiego nei cementifici di combustibile derivato da rifiuti, come il Css, in sostituzione di percentuali variabili di combustibili fossili – spiega Di Ciaula – causa produzione ed emissione di metalli pesanti in misura significativamente superiore a quella rilevabile in seguito all’utilizzo degli stessi combustibili alternativi in impianti progettati per questo scopo (gli inceneritori ‘classici’)”. Non solo: “E anche, negli stessi cementifici, in misura maggiore rispetto al solo utilizzo di combustibili fossili”. Ma la dissonanza tra la carenza di valutazioni ambientali e il rischio ambientale e sanitario è al centro anche della storia di Monselice, dove oggi è rimasto attivo un solo cementificio, lo stabilimento di Buzzi Unicem, mentre lo storico impianto dell’Italcementi è chiuso da anni ed è attualmente in fase di demolizione. Qui i comitati contestano, tra le altre cose, l’assenza nell’Autorizzazione integrata ambientale, la mancata attuazione del Piano ambientale del Parco Regionale dei Colli Euganei, ma anche “la presenza di elevati livelli di contaminazione rilevati nelle matrici ambientali vicine l’impianto”.

Le assenze di valutazione ambientale e il caso di Gubbio

La città di Gubbio, invece, convive con la presenza di due cementifici (Barbetti e Colacem Ghigiano) costruiti più di mezzo secolo fa e oggi autorizzati anche al co-incenerimento del Css, senza mai essere stati sottoposti a nuova Via. Per produrre il clinker, il cementificio Barbetti è stato autorizzato a introdurre diversi rifiuti industriali, come fanghi di depurazione, scorie e ceneri da forni e da fonderie. Inoltre, è possibile addizionare alla marna, l’End of Waste (il matrix) derivato dal trattamento delle scorie di incenerimento dei rifiuti urbani. “Materiali che possono presentare rischi di contaminazione da sostanze potenzialmente tossiche, tra cui microinquinanti organici e Pfas” denunciano i comitati. Nell’istruttoria relativa all’Aia che ha portato all’autorizzazione, non vi è alcun riferimento a questi rischi. Secondo i comitati i cementifici sono stati autorizzati “a bruciare rifiuti via via più tossici e meno controllati. Ad ogni passo le autorità locali, sindaco, amministrazioni regionali, Asp Umbria hanno richiesto una revisione delle autorizzazioni e, contestualmente, a Roma venivano emanati decreti di “semplificazione”, anche sulle autorizzazioni per il trasporto via mare di rifiuti. “A Gubbio sono autorizzati a bruciare fino a 100mila tonnellate di rifiuti ogni anno – denunciano i comitati – per un totale di 3500 tir, 16 per ogni giorno feriale”. E Arpa Umbria non può verificare cosa contengono i camion di rifiuti che entrano nei cementifici. Non ha competenza. Ciliegina sulla torta è stata, ad aprile, la Legge 50: le industrie insalubri di prima e seconda classe che già posseggono Aia, Autorizzazione unica ambientale o autorizzazioni ambientali per emissioni e scarichi, non sono più classificate come tali. “Sono stati così estromessi dalla procedura di valutazione dei rischi ambientali e sanitari di origine industriale i sindaci” che pure sono responsabili della tutela della salute dei cittadini. Amministrazioni locali e comitati civici hanno via via presentato ricorsi contro le ‘semplificazioni’, ma il Tar Umbria li ha rigettati. I comitati si sono appellati al Consiglio di Stato.

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lunedì 12 ottobre 2026

Sanità, il rapporto Gimbe: “Tagli invisibili” per 18,8 miliardi. E nei prossimi 3 anni può arrivare la “bomba” - Alessandro Mantovani


Il dossier della Fondazione: “Nel triennio 2027-2029 si amplia ulteriormente la forbice tra previsioni di spesa ed entità del Fondo sanitario nazionale (Fsn): 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029, per un divario cumulativo di 32,3 miliardi”

L’aumento nominale della spesa sanitaria pubblica, sbandierato dal governo, non può bastare a fronte dell’invecchiamento del Paese e dell’aumento dei costi dell’energia. Il diritto alla salute è “sempre più condizionato da reddito e residenza”, scrive la Fondazione Gimbe annunciando il suo 9° Rapporto sul Servizio sanitario nazionale, che viene presentato oggi (7 ottobre) alla Sala della Regina della Camera dei deputati. Gimbe, che ebbe un ruolo determinante nel documentare al grande pubblico i tagli alla sanità dell’epoca pre-Covid, calcola oggi “tagli invisibili” per 18,8 miliardi di euro nel triennio post-pandemia, dal 2023 al 2026. Sono le risorse di cui la sanità pubblica avrebbe potuto disporre se il rapporto tra il Fondo sanitario nazionale e il Pil fosse rimasto costante al 6,27% del 2022, dato comunque significativamente inferiore alle medie dei Paesi dell’Unione e dell’Ocse (7,1%). Invece è sceso verso il 6%, salvo risalire solo quest’anno. L’Italia, ricorda Gimbe, rimane ultima nel G7 per la spesa sanitaria pubblica pro capite, mentre la spesa sanitaria privata sostenuta direttamente dalle famiglie (out of pocket) supera la media Ocse del 12,3%. Calcolato a prezzi costanti, il Fondo sanitario nazionale è ai livelli del 2010, ma ovviamente da allora la nacessità di cure è aumentata perché l’età media è cresciuta (da 43,2 a 47,1 anni) e anche i costi salgono.

Nel Rapporto c’è soprattutto un allarme per il triennio a venire (2027-2029), una vera e propria bomba a orologeria che Gimbe fa emergere analizzando i dati della legge di bilancio 2026 e del Documento di programmatico di finanza pubblica (Dpfp) 2026, approvato il 2 ottobre dal governo Meloni, che prevede una diminuzione della rapporto Fondo sanitario nazionale/Pil dal 6,4% al 6,3%: “Nel triennio 2027-2029 – scrive la Fondazione – si amplia ulteriormente la forbice tra previsioni di spesa ed entità del Fondo sanitario nazionale (Fsn): 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029, per un divario cumulativo di 32,3 miliardi”. Secondo Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, “il nodo è capire con quali risorse verrà colmato questo divario. In assenza di ulteriori stanziamenti, ricadrà interamente sui bilanci delle Regioni, che per mantenere i conti in ordine avranno due sole possibilità: aumentare le imposte o tagliare i servizi. In entrambi i casi, il costo ricadrà ancora una volta sui cittadini”.

Il rapporto di Gimbe fotografa le condizioni della nostra sanità pubblica. “Il Ssn – sitetizza Cartabellotta – continua a garantire buoni esiti di salute, in particolare un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma ha perso la capacità di erogare prestazioni in modo equo e tempestivo. Il sottofinanziamento strutturale, le diseguaglianze territoriali e sociali e la profonda crisi del personale stanno progressivamente erodendo i princìpi di universalità, uguaglianza ed equità. Queste criticità non cancellano il diritto alla tutela della salute, ma ne compromettono l’effettiva esigibilità, sempre più condizionata dal Cap di residenza e dalle condizioni economiche: oggi chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia a visite ed esami”.

Spesa pro capite: la Campania penalizzata

Nel Paese dei 21 sistemi sanitari regionali, la quota indistinta del Fsn asegna in media, ricorda Gimbe, 2.218 euro in media per abitante, con valori compresi tra i 2.319 euro del Molise e i 2.143 euro della Provincia autonoma di Bolzano. Gimbe segnala che la Campania, con 2.173 euro, riceve la quota pro-capite più bassa tra le Regioni a statuto ordinario. “Il caso della Campania – rileva Cartabellotta – è emblematico dei limiti dell’attuale sistema: la Regione più giovane d’Italia riceve meno risorse pro-capite della media nazionale, nonostante condizioni socio-economiche sfavorevoli e una speranza di vita alla nascita quasi tre anni inferiore a quella della Provincia autonoma di Trento. Le correzioni introdotte a partire dal 2023 restano marginali: mortalità precoce e deprivazione socio-economica pesano appena lo 0,75% ciascuna”.

Meno spesa privata diretta, più assicurazioni

Un dato che fa riflettere è la leggera diminuzione, nel 2025, della spesa sanitaria privata out-of-pocket – sostenuta cioè direttamente dalle famiglie – che in precedenza era cresciuta vertiginosamente dai 28 miliardi di euro del 2010 ai 41,3 del 2024. L’anno scorso è scesa del’1% (meno 434 milioni) a 40,6 miliardi di euro, mentre quella intermediata da fondi, mutue e assicurazioni – che resta nel complesso inferiore alle medie Ocse e Ue – è aumentata del 10,1% (+ 642 milioni di euro). In particolare, quella per assicurazioni sanitarie volontarie aumenta del 12,7%, passando da 4,69 a 5,29 miliardi di euro. “Se il servizio pubblico arretra – puntualizza Cartabellotta – fondi e assicurazioni rischiano di diventare una corsia preferenziale per chi dispone di una copertura. Servono regole, trasparenza e vigilanza affinché la sanità integrativa completi le tutele del SSN, senza sostituirle né ampliare le diseguaglianze”. Probabilmente è aumentato il fenomeno della rinuncia alle cure, ma il dato Istat per il 2025 non è ancora disponibile e quindi Gimbe ripubblica quello del 2024. Due anni fa oltre 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato a una o più visite o esami, rispetto al 7,6% del 2023: circa 4 milioni hanno rinunciato per i lunghi tempi d’attesa e 3,1 milioni per motivi economici, potendo indicare entrambe le cause. “Quando tempi d’attesa, disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l’accesso alle prestazioni sanitarie – afferma Cartabellotta – è in gioco la tenuta del patto sociale. Una prestazione garantita sulla carta, ma inaccessibile nella realtà, lascia il cittadino da solo di fronte al proprio bisogno di salute”. Gimbe sottolinea comunque che “la spesa out-of-pocket non è un indicatore affidabile delle mancate tutele pubbliche. Da un lato, non intercetta le prestazioni a cui le persone rinunciano per indisponibilità economica; dall’altro, include spese per prestazioni extra-Lea (livelli essenziali di assistenza, ndr) e per beni e servizi a basso valore”.

Regioni: le pagelle dei Lea non bastano

Secondo i dati del ministero della Salute per il 2024, 18 Regioni e Province autonome su 21 risultano adempienti ai Lea, contro le 13 del 2023. Tuttavia, rileva Gimbe, 6 delle 18 Regioni “promosse” presentano almeno una macro-area con un punteggio compreso tra 60 e 69 e, nello stesso anno, aumenta la quota di popolazione che rinuncia a visite o esami. “La pagella ministeriale migliora – sottolinea Cartabellotta – ma non misura l’effettiva esigibilità dei Lea. Una Regione può così risultare formalmente adempiente, mentre una parte dei cittadini incontra difficoltà nell’accesso alle cure. Per questo bisogna misurare anche chi resta fuori, riceve risposte tardive o incomplete oppure rinuncia alle prestazioni”. Le diseguaglianze territoriali sono confermate anche dalla mobilità sanitaria interregionale, che nel 2023 ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, il valore più elevato dal 2010. “Finalmente – ricorda Cartabellotta – dal 30 ottobre 2026 saranno in vigore i LEA aggiornati, dopo un’attesa di quasi 10 anni”, per quanto poi “inserire una nuova prestazione nei Lea – precisa – non equivale a renderla accessibile a tutti: bisogna garantire che le Regioni siano effettivamente in grado di erogarla in modo tempestivo e uniforme”.

Medici e infermieri in fuga dal Ssn

Il rapporto Gimbe rileva anche che la spesa per il personale assorbe una quota sempre minore della spesa sanitaria pubblica: “Nel 2025 ammonta a € 52,2 miliardi di euro, ma la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è scesa dal 39,7% del 2012 al 36,9%. Se questa quota negli anni fosse rimasta invariata, nel periodo 2012-2025 sarebbero stati destinati al personale 36,8 miliardi in più, di cui 23,9 miliardi nel periodo 2020-2025. “Il capitale umano è indispensabile per trasformare le risorse in assistenza – spiega Cartabellotta – ma il SSN ha perso attrattività: i professionisti non si trattengono con gli appelli. Servono retribuzioni competitive, condizioni di lavoro compatibili con la vita privata e prospettive di carriera”. Secondo l’Ocse, l’Italia dispone di 5,8 medici per 1.000 abitanti, più della media dei Paesi aderenti all’organizzazione (4,0) e si colloca al 2° posto tra i 34 Paesi che forniscono il dato. Tuttavia, dei 339.256 medici censiti dall’Ocse, almeno 88.258 (26,1%) non lavorano nel Ssn né frequentano percorsi formativi post-laurea. «Se oltre 1 medico su 4 – afferma Cartabellotta – non lavora nel SSN né è inserito in percorsi formativi post-laurea, è evidente che il servizio pubblico fatica sempre più ad attrarre e trattenere i medici. Aumentare i posti nei Corsi di Laurea di Medicina non garantisce quindi più medici al SSN, in particolare nelle specialità e nei territori dove servono

Secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato (RGS), nel 2024 i medici dipendenti del SSN sono 108.243, pari a 1,84 medici per 1.000 abitanti, con valori compresi tra 1,35 del Molise e 2,56 della Sardegna. Le carenze si concentrano in alcune specializzazioni e nell’assistenza primaria: al 1° gennaio 2025 la Fondazione GIMBE stima un deficit di 5.716 medici di medicina generale (MMG), assumendo come riferimento il rapporto ottimale di un medico ogni 1.200 assistiti, e di 497 pediatri di libera scelta (PLS), il 78,7% dei quali concentrato in Lombardia, Piemonte e Veneto. E’ appena uscita la ricerca dell’Anaao, il principale sindacato dei medici, che per la prima volta nella storia ha rilevato che le dimissioni volontarie dei medici superano le uscite per pensionamento. La mancanza di infermieri è notoriamente drammatica. L’Italia, ricorda Gimbe, ne conta 6,9 ogni 1.000 abitanti contro 9,7 della media Ocse, una dotazione inferiore del 29%. Ma anche qui, dei 407.750 infermieri censiti dall’Ocse, almeno 79.926 (19,6%) non lavorano nel SSN. ”Alla grave carenza di personale infermieristico – spiega Cartabellotta – si aggiunge il fatto che un infermiere su 5 non lavora nel SSN: un ulteriore segnale delle difficoltà del servizio pubblico ad attrarre e trattenere questi professionisti». Secondo i dati della RGS, nel 2024 gli infermieri dipendenti del SSN sono 279.990, pari a 4,75 per 1.000 abitanti, con valori compresi tra 3,75 della Lombardia e 6,78 della Liguria. Anche formazione e retribuzioni restano indietro: 19,5 laureati in infermieristica ogni 100 mila abitanti contro 43,6 della media Ocse e retribuzioni degli infermieri ospedalieri inferiori del 27% a parità di potere d’acquisto. Il risultato è uno squilibrio strutturale tra le due professioni: 1,2 infermieri per medico, la metà della media Ocse (2,4), con l’Italia al 30° posto su 33 Paesi.

Nel 2025 i “gettonisti” aumentano

I medici cosiddetti “gettonisti” sarebbero dovuti sparire, secondo gli annunci del governo, ma almeno nel 2025 il loro costo è aumentato. Nel biennio 2024-2025, rileva Gimbe, il valore dei contratti per servizi di fornitura di personale ha raggiunto quota 1,06 miliardi di euro; nel 2025 la spesa è cresciuta del 15% e il valore dei contratti specificamente riferiti al personale medico è aumentato del 62% rispetto al 2024. Insomma, “lo stop normativo ai ‘gettonisti’ – osserva Cartabellotta – non riporta automaticamente medici e infermieri nei reparti: deve essere accompagnato da misure capaci di reclutare e trattenere i professionisti nel SSN, altrimenti si rischia di lasciare scoperti servizi essenziali”.

Il doppio binario del privato

Gimbe invita anche a distinguere gli operatori sanitari privati accreditati, cioè convenzionati con il Ssn, dal “privato puro”. Nel 2023, delle 29.386 strutture sanitarie censite dal ministero della Salute, il 58% (n. 17.042) sono private accreditate e il 42% pubbliche (n. 12.344). Il peso del privato accreditato, scrive Gimbe, è particolarmente rilevante nell’assistenza residenziale (85,1%), riabilitativa (78,4%), semi-residenziale (72,8%) e specialistica ambulatoriale (59,7%). Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica destinata al privato convenzionato ha raggiunto i 29,4 miliardi di euro, con un aumento del 25,9% rispetto al 2012. Tuttavia, nel 2025 la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è scesa al 20,8%, il valore più basso del periodo 2012-2025. “Il privato convenzionato – spiega Cartabellotta – è parte integrante del Ssn, ma bisogna rafforzare la governance pubblica per allineare accreditamento, volumi e remunerazione ai bisogni di salute e alla qualità dell’assistenza». Diversa è la dinamica del “privato puro”: la spesa out-of-pocket tracciata dal Sistema Tessera Sanitaria presso le strutture non accreditate è aumentata del 169%, passando da 3,05 miliardi di euro nel 2016 a 8,2 miliardi nel 2024. Nello stesso periodo quella presso le strutture accreditate ha raggiunto anch’essa 8,2 miliardi di euro. “Numeri che documentano la progressiva espansione di un “secondo binario” dell’offerta sanitaria – precisa Cartabellotta – riservato a chi può pagare o dispone di un fondo sanitario o di una polizza assicurativa”.

Pnrr: obiettivi reali non verificabili

Un capitolo del Rapporto è dedicato alla realizzazione del degli obiettivi del Pnrr. Il 29 settembre 2026, ricorda Gimbe, il governo ha trasmesso alla Commissione europea la decima e ultima richiesta di pagamento del Pnrr, che per la Missione 6 Salute include nove target e una milestone, ora in attesa della validazione europea. Il monitoraggio indipendente Gimbe sulle evidenze pubblicamente disponibili, scrive la Fondazione, mostra che il raggiungimento degli obiettivi non è integralmente verificabile: per tre di essi è verificabile il rispetto dei requisiti previsti, mentre per gli altri sette mancano evidenze pubbliche sufficientemente dettagliate. Ciò non implica, precisa Gimbe, il mancato raggiungimento dei target, ma non consente di verificarne integralmente il conseguimento. “In ogni caso – afferma Cartabellotta – la validazione europea di tutti i target non potrà dimostrare, da sola, che il Pnrr abbia migliorato l’assistenza sanitaria. Dal 2027 bisognerà verificare se i servizi sono realmente operativi, se dispongono di personale adeguato e quale impatto producono su accesso, esperienza dei pazienti, esiti di salute ed efficienza del SSN». Conclusa la rendicontazione amministrativa, la Fondazione Gimbe invita le Istituzioni a garantire un monitoraggio pubblico continuo dell’impatto della Missione 6 Salute, con pubblicazione almeno semestrale di dati in formato aperto.

Il Piano di Gimbe

Infine, il Rapporto aggiorna il Piano di Rilancio del Ssn della Fondazione Gimbe: 16 linee di intervento per orientare e monitorare le politiche di Governo e Regioni. Serve, sostiene Gimbe una strategia organica che integri un finanziamento pubblico adeguato ai bisogni di salute, una governance Stato-Regioni capace di ridurre i divari, l’aggiornamento continuo e l’uniforme esigibilità dei Lea, il rilancio delle politiche sul personale sanitario, il potenziamento del territorio e l’integrazione con ospedale e servizi sociali, la riduzione di sprechi e inefficienze, la governance del rapporto pubblico-privato, il riordino della sanità integrativa e gli investimenti in prevenzione, ricerca e digitalizzazione. Il Piano rafforza inoltre l’attenzione alla sicurezza e alla manutenzione del patrimonio edilizio e tecnologico, ai dati aperti e alla partecipazione dei cittadini. “La crisi del Ssn – ha detto Cartabellotta – non è più solo un problema sanitario, ma ha ricadute sulla tenuta economica e sociale del Paese. La politica deve quindi chiarire quale modello di sanità intende lasciare alle future generazioni e con quali risorse e riforme renderlo concreto. È attraverso il Ssne che la Repubblica rende concreto il principio di uguaglianza tra le persone: la salute non è un privilegio riservato a chi può permetterselo, ma un diritto costituzionale che deve essere garantito a tutti”.

Versione integrale del 9° Rapporto GIMBE: www.salviamo-ssn.it/9-rapporto

Piano di Rilancio del SSN: www.salviamo-ssn.it/salviamo-ssn/piano-di-rilancio


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domenica 11 ottobre 2026

A412, ruspe e gendarmi contro la resistenza nel Chablais

(da Osservatorio Repressione)

Nel Chablais francese avanza il cantiere dell’autostrada Machilly-Thonon mentre sono ancora pendenti i ricorsi degli oppositori. Ettari di bosco sono già stati abbattuti, aumentano fermi e controlli e il 5 ottobre la polizia ha sgomberato uno degli avamposti della mobilitazione. Nella foresta la resistenza continua.

Le ruspe avanzano rapidamente nel Chablais francese e la gendarmeria presidia il territorio per consentire la prosecuzione dei lavori dell’A412, l’autostrada di 16,5 chilometri destinata a collegare Machilly a Thonon-les-Bains. Mentre i ricorsi presentati contro l’autorizzazione ambientale attendono ancora di essere esaminati e il tribunale amministrativo dovrà pronunciarsi il 14 ottobre sulla richiesta di sospensione dei lavori, il disboscamento procede contemporaneamente in numerosi punti del tracciato. Secondo le stime delle associazioni mobilitate, dall’arrivo dei macchinari sarebbero già stati distrutti circa 30 dei 76 ettari di foresta destinati all’abbattimento. La corsa contro il tempo riguarda ormai entrambe le parti: il concessionario punta ad avanzare il più possibile nella finestra temporale autorizzata per il taglio degli alberi, mentre gli oppositori cercano di rallentare i lavori prima che una eventuale decisione giudiziaria arrivi quando una parte consistente del danno sarà ormai irreversibile. È questa la situazione descritta da Maude Jaquet nel reportage «Carnage dans le Chablais», pubblicato il 3 ottobre dal quotidiano svizzero indipendente Le Courrier, al quale si aggiungono gli sviluppi delle ultime ore.

La battaglia contro l’A412 è entrata infatti in una fase nuova. Il 5 ottobre uno degli avamposti della mobilitazione, un edificio abbandonato occupato dagli oppositori lungo il tracciato dell’autostrada, è stato sgomberato e successivamente demolito. L’operazione è stata effettuata sotto il controllo di un consistente dispositivo di gendarmeria, con più di venti militari presenti e controlli d’identità nei confronti degli attivisti accorsi sul posto. Era una delle strutture avanzate della resistenza, non il principale presidio nella foresta, dove la mobilitazione continua. Il significato dell’operazione va comunque oltre la demolizione di un edificio: mentre le procedure giudiziarie sul progetto non sono concluse, sul territorio lo Stato garantisce materialmente l’avanzamento del cantiere e rimuove gli ostacoli costruiti da chi tenta di rallentarlo.

Il reportage di Le Courrier restituisce con efficacia la materialità di quello che sta accadendo. Gli abitanti hanno imparato a riconoscere a distanza il rumore delle abbattitrici. I macchinari si spostano tra differenti porzioni di bosco e lavorano contemporaneamente in più punti. Un residente di Mésinges racconta alla giornalista di aver visto cinquanta metri di vegetazione cancellati in meno di due ore. Secondo le osservazioni degli attivisti, sette macchine opererebbero parallelamente dall’alba al tramonto. Gli oppositori cercano di seguirne gli spostamenti attraversando boschi e roveti, raggiungendo i cantieri e, quando riescono, salendo direttamente sui mezzi per interrompere almeno temporaneamente il lavoro. Ogni ora guadagnata diventa importante perché l’abbattimento procede mentre la giustizia deve ancora pronunciarsi sulla richiesta di sospensione. Il prezzo di queste azioni è un numero crescente di controlli, fermi e sanzioni.

L’autorizzazione ambientale è stata firmata dalla prefettura dell’Alta Savoia il 28 agosto e ha consentito l’avvio della fase operativa. Il 14 settembre una coalizione composta da associazioni ambientaliste, agricoltori, cacciatori e residenti ha presentato due ricorsi alla giustizia amministrativa, uno dei quali con procedura d’urgenza per ottenere la sospensione dei lavori in attesa della decisione nel merito. Il punto politicamente rilevante è dunque evidente: il cantiere non sta aspettando l’esito del contenzioso. La macchina amministrativa e quella materiale procedono, mentre chi contesta il progetto tenta di impedire che la decisione dei giudici arrivi davanti a un territorio già trasformato.

Gli oppositori denunciano inoltre possibili irregolarità nelle modalità con cui vengono effettuati i lavori. Nel reportage di Maude Jaquet, Joanna Linares del collettivo Stop A412 mostra aree sottoposte a particolare tutela per la presenza di anfibi e sostiene che le misure previste per proteggere gli animali non sarebbero state applicate prima dell’arrivo delle abbattitrici. Il concessionario presenta invece nel progetto una serie di misure di mitigazione ambientale, dal trasferimento di specie vegetali all’installazione di reti e recinzioni fino alla creazione di nuovi habitat, dichiarando la presenza di quattordici ecologi incaricati di verificare le condizioni prima degli interventi. Ma gli attivisti intervistati da Le Courrier sostengono di non avere visto sul terreno né gli specialisti né, in alcuni punti osservati, le protezioni previste. Sono contestazioni che dovranno essere verificate nelle sedi competenti, ma riguardano precisamente uno degli elementi sui quali si fonda l’autorizzazione ambientale concessa al progetto.

Esiste poi un’altra questione particolarmente controversa. Amedea, società controllata da Eiffage e concessionaria dell’autostrada, ha iniziato a intervenire mentre non risultano ancora definitivamente acquisite tutte le particelle interessate dall’opera. Secondo i dati aziendali riportati da Le Courrier, resterebbero da acquisire circa cento lotti sui circa 1.300 interessati dal progetto. Un’ordinanza prefettizia di occupazione temporanea permette di effettuare determinate attività prima del completamento delle procedure di trasferimento della proprietà. Gli oppositori contestano però l’interpretazione data a quel provvedimento: secondo Stop A412 consentirebbe lavori preparatori come picchettature e indagini archeologiche, ma non autorizzerebbe il disboscamento definitivo. Anche in questo caso la questione non può essere risolta attraverso una dichiarazione politica: esiste un contenzioso giuridico aperto, mentre sul terreno gli alberi vengono già abbattuti.

La vicenda dell’agricoltore Sylvain Gaillard mostra concretamente cosa significhi questa accelerazione. La sua azienda, GAEC La Rochette, produce Reblochon e carne e rischia di perdere nel tempo circa il 10 per cento della propria superficie. Gaillard racconta a Le Courrier che i mezzi di Eiffage sarebbero entrati tagliando le recinzioni e avrebbero abbattuto in poche ore un boschetto appartenente allo zio, intervenendo in un’altra occasione in un pascolo dove si trovavano le giovenche. L’agricoltore sottolinea che quei terreni non sarebbero ancora stati espropriati né pagati. Il problema non riguarda soltanto la superficie sottratta direttamente dall’autostrada: la frammentazione degli appezzamenti e la modifica degli accessi rischiano di rendere inutilizzabili ulteriori terreni, in una zona dove la disponibilità di pascoli e fieno è fondamentale anche perché il disciplinare AOP del Reblochon impone un’alimentazione degli animali di provenienza locale.

La resistenza all’A412 non nasce dunque soltanto dalla difesa astratta del paesaggio. Tiene insieme abitanti, agricoltori, associazioni ambientaliste e attivisti che contestano la distruzione dei boschi e delle zone umide, la sottrazione di terreni agricoli e un modello di infrastrutturazione che continua a considerare nuove autostrade una risposta ordinaria ai problemi della mobilità. Già all’inizio di settembre le prime azioni di blocco erano state accompagnate da interventi della gendarmeria. Il 7 settembre una manifestazione pacifica contro i primi lavori era stata dispersa con gas lacrimogeni; nei giorni successivi una dozzina di oppositori era stata fermata dopo un blocco a Brenthonne, provocando una manifestazione davanti alla prefettura di Annecy convocata dalla Confédération paysanne. Il 21 settembre anche l’attivista ecologista Thomas Brail era stato posto in garde à vue mentre tentava insieme agli altri oppositori di fermare le abbattitrici.

È in questa sovrapposizione tra infrastruttura e ordine pubblico che l’A412 assume un significato che supera i sedici chilometri del suo tracciato. Lo Stato autorizza il progetto, le imprese accelerano i lavori e la forza pubblica garantisce che i cantieri possano proseguire anche mentre una parte della popolazione tenta di utilizzare gli strumenti giuridici disponibili per fermarli. Quando gli oppositori provano a trasformare il tempo della giustizia in tempo politico attraverso blocchi, presidi e occupazioni, la risposta diventa progressivamente poliziesca. Il 5 ottobre la demolizione dell’avamposto occupato rende visibile questa funzione: non soltanto sorvegliare il cantiere, ma liberare materialmente lo spazio necessario alla sua avanzata.

Il ruolo di Eiffage merita inoltre attenzione. È attraverso la controllata Amedea che il gruppo detiene la concessione dell’A412. La concessione durerà 55 anni, mentre agli agricoltori coinvolti, secondo quanto raccontato da Gaillard a Le Courrier, verrebbero prospettati indennizzi costruiti su periodi enormemente più brevi rispetto alla perdita permanente dei terreni. È una sproporzione che illumina uno degli elementi strutturali del conflitto: da una parte un’opera destinata a produrre effetti economici e territoriali per decenni, dall’altra comunità locali chiamate a sopportarne immediatamente i costi ambientali, agricoli e sociali. Nella segnalazione ricevuta da Osservatorio Repressione viene inoltre richiamata la presenza di Eiffage nel sistema delle grandi opere europee e nei lavori ferroviari legati alla Torino-Lione: un elemento che merita un approfondimento specifico sui rapporti tra grandi concessionari, infrastrutture e gestione dell’ordine pubblico nei territori attraversati dai cantieri.

Il 14 ottobre diventa per questo una data decisiva. Quel giorno il tribunale dovrà pronunciarsi sulla richiesta di sospendere i lavori. Gli oppositori stanno cercando di arrivarci conservando quanto più territorio possibile, perché una vittoria giudiziaria ottenuta dopo l’abbattimento dei boschi rischierebbe di avere un valore soltanto parziale. «Finché non verrà gettato il cemento, continueremo a lottare», dice Mahé, diciannove anni, nel reportage di Maude Jaquet. Non è soltanto una dichiarazione di determinazione: descrive esattamente la battaglia sul tempo che si sta combattendo nel Chablais. Le macchine devono correre per abbattere; gli oppositori devono rallentarle; la giustizia deve ancora decidere.

Lo sgombero del 5 ottobre non ha chiuso quella resistenza. Il principale presidio nella foresta continua e sono annunciate nuove iniziative, anche sul versante svizzero. L’obiettivo immediato resta impedire che, quando arriverà la decisione del tribunale, non ci sia più nulla da proteggere. L’A412 mostra così una contraddizione ormai ricorrente nei conflitti intorno alle grandi opere: il diritto degli oppositori a ricorrere alla giustizia rimane formalmente intatto, mentre la trasformazione materiale del territorio procede a una velocità capace di anticipare l’esito di quello stesso ricorso. Ed è precisamente in quello spazio, tra il tempo lento della giustizia e quello rapidissimo delle abbattitrici, che oggi nel Chablais si organizza la resistenza.

Nota: Questo articolo riprende e sviluppa informazioni e testimonianze contenute nel reportage di Maude Jaquet, “Carnage dans le Chablais”, pubblicato dal quotidiano svizzero indipendente Le Courrier il 3 ottobre 2026, integrandole con gli sviluppi successivi della mobilitazione contro l’autostrada A412.


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sabato 10 ottobre 2026

APPELLO PER LA SALVAGUARDIA E LA RIGENERAZIONE DEI PAESI

 

Il 9 aprile scorso la Cabina di regia, istituita presso il Dipartimento per le politiche di coesione e per il Sud della Presidenza del Consiglio, ha approvato il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne. Lo ha fatto senza una reale partecipazione né consultazione dei territori. 

Il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne dovrebbe guidare le misure atte ad affrontare i fenomeni dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione, la rarefazione sociale e produttiva e le disuguaglianze nell’accesso ai servizi, cioè ai diritti fondamentali alla salute, all’istruzione, alla mobilità e così via. Ma nonostante gli obiettivi annunciati, il Governo si è limitato a recepire acriticamente e passivamente il contributo del CNEL che ha suddiviso le aree sulla base di “obiettivi demografici” e del CENSIS, che ha classificato le aree sulla base della struttura demografica, delle dinamiche economiche, delle infrastrutture e dei servizi essenziali presenti.

In questi studi, Comuni delle aree interne vengono suddivisi in quattro categorie, che nel Piano governativo si traducono in quattro tipologie di obiettivi: 

– quelli dove si può auspicare un’inversione di tendenza relativamente alla popolazione; 

– quelli in cui è ipotizzabile una ripresa delle nascite; 

– quelli dove si può solo sperare in un contenimento della riduzione delle nascite, senza rassegnarsi allo scenario peggiore; 

– e, infine, i comuni in cui si può puntare soltanto ad un “accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. 

A parte l’uso violento del termine “irreversibile”, ci si chiede come sia possibile misurare la condizione delle aree interne utilizzando gli stessi indicatori del modello che le ha marginalizzate, se si usano i parametri della crescita, della competitività, dell’attrattività ecc. Si salvano solo i territori che contribuiscono alla Grande Macchina del profitto?

Queste aree – dice il Piano – non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse: “Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”. In pratica un accompagnamento alla buona morte, un’eutanasia dei paesi. E ricordiamo che le ultime due categorie – quelle della proclamata condanna all’irreversibilità – comprendono comuni collocati quasi totalmente nel Sud della Penisola, dai monti Sibillini in giù, per tutta la fascia appenninica, fino alla Sicilia e alla Sardegna. In pratica, una cristallizzazione e un aggravamento delle disparità territoriali e, di conseguenza, delle disuguaglianze sociali.

Di fronte a questa analisi, assunta a strumento politico di governo, i Comuni delle aree interne, le loro comunità e le loro espressioni democratiche e civili non possono restare in silenzio. Noi intellettuali, studiose e studiosi delle aree interne, consci della funzione culturale e civile che ci è assegnata, lanciamo un appello alle istituzioni nazionali e regionali per una revisione del piano strategico per le aree interne e ci mettiamo a disposizione dei territori per una mobilitazione contro l’ipotesi governativa, per il riconoscimento del patrimonio territoriale presente nei piccoli comuni italiani, presidi di territori fragili, depositi di risorse, umanità e virtù civiche preziose anche per affrontare la crisi generale della società contemporanea. Proponiamo ai Comuni italiani di discutere e approvare nei rispettivi consigli comunali ordini del giorno che stigmatizzino le analisi e le previsioni del Piano nazionale e ribadiscano la necessità di una vera strategia di sostegno e di rilancio per le aree interne del Paese.

Per adesioni scrivere all’indirizzo <officinasaperi2016@gmail.com>, indicando nome, cognome, ente di afferenza, qualifica o professione.

1) Rossano Pazzagli, Università del Molise, direttore Scuola dei Piccoli Comuni

2) Ilaria Agostini, Università di Bologna, urbanista

3) Piero Bevilacqua, Università La Sapienza Roma, storico

4) Enzo Scandurra, Università La Sapienza Roma, urbanista

5) Vito Teti, Università della Calabria, antropologo e scrittore

6) Tomaso Montanari, Rettore Università per stranieri di Siena

7) Giuseppe Dematteis, Politecnico di Torino, presidente associazione Dislivelli

8) Antonella Tarpino, vicepresidente Fondazione Nuto Revelli

9) Marco Revelli, politologo

10) Angela Barbanente, Politecnico di Bari, urbanista

11) Ottavio Marzocca, Università di Bari, presidente Società dei Territorialisti/e

12) Franco Arminio, poeta

13) Tonino Perna, Università di Messina, economista

14) Giacomo Cazzato, sindaco di Triggiano Presidente aree interne Sud Salento (LE)

15) Domenico Cersosimo, Università della Calabria, economista

16) Pietro Clemente Università di Firenze, antropologo…

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