Alla fine di ogni estate, in Sardegna, torna la stessa discussione. Le spiagge si svuotano, i dati sui flussi turistici finiscono sui giornali, e con puntualità riparte il dibattito su quanto spazio il turismo debba occupare nell’economia dell’isola.
Da una
parte, chi ritiene che il settore abbia assunto un peso eccessivo nella
programmazione regionale, sottraendo risorse e attenzione allo sviluppo degli
altri comparti. Dall’altra, chi ribalta l’argomento e legge ogni critica come
un attacco al settore che, più di ogni altro, produce reddito, occupazione e
domanda dall’estero. Non si sputa, si dice, nel piatto in cui si mangia.
Entrambe le
posizioni guardano il turismo dalla parte sbagliata. Che generi valore è un
fatto verificabile: il punto è quanto di quel valore diventi effettivamente
reddito e attività economica per la Sardegna, quanta parte remuneri invece
soggetti e servizi esterni al territorio, e quali costi la sua presenza
concentri sull’isola.
Misurare
questo, trattenere valore e governare i costi, è già un esercizio utile. Ma
sotto c’è una posta più grande, ed è quella che conta davvero: quanto potere
vuole esercitare la Sardegna sui propri interessi fondamentali. A questa
posta si risponde in un solo modo: comprendendo la questione nella sua
interezza (numeri, meccanismi, filiere, vincoli giuridici) e proponendo
soluzioni concrete, verificabili, che qualcuno possa davvero attuare.
Le due domande,
però, non si dimostrano allo stesso modo. Quanto valore un territorio trattiene
si misura con i dati disponibili, come farà questo articolo. Quanto potere una
comunità sa esercitare si costruisce piuttosto nel tempo, attraverso l’uso
concreto degli spazi di autogoverno già disponibili, molti dei quali, nel caso
del turismo, sono già nelle mani della Regione e dei Comuni.
Il turismo è
il terreno più concreto su cui applicare questo metodo, perché attraversa per
intero il ciclo che una comunità responsabile del proprio destino economico
dovrebbe saper governare da sola: attrarre valore, produrlo,
trattenerlo, investirlo, gestirne i costi, senza delegare nessuno di questi
passaggi a un centro decisionale esterno.
Quanto pesa
il turismo nella programmazione
Prima di
discutere se il turismo occupi troppo spazio nella programmazione regionale,
vale la pena guardare i numeri.
Il
principale programma di investimento europeo, il Fondo europeo di sviluppo
regionale (FESR) 2021-2027, mette a disposizione della Sardegna 1,581 miliardi
di euro su diverse priorità: competitività intelligente, transizione digitale e
verde, mobilità urbana sostenibile, inclusione sociale, sviluppo urbano e
assistenza tecnica.
Le quote
maggiori vanno alla transizione verde (522,5 milioni) e alla competitività
intelligente (340,1 milioni), seguite da inclusione sociale e sviluppo urbano
(225,3 milioni ciascuna). Il turismo è presente, ma dentro una programmazione
che finanzia in parallelo ricerca, digitalizzazione, PMI, competenze, energia
ed economia circolare. La strategia regionale di specializzazione intelligente
individua sei aree prioritarie: ICT, agroalimentare, aerospazio, biomedicina,
energia e reti intelligenti, turismo e cultura.
Questo
dimostra che il quadro della programmazione regionale non è costruito attorno a
una sola filiera.
La questione
più interessante, quindi, è un’altra: che cosa produce il turismo, quanto di
questo valore resta in Sardegna e quali costi aggiuntivi determina?
Il turismo
genera valore
Il turismo
pesa già per una quota del valore aggiunto regionale superiore alla media
europea. A differenza di altri settori concentrati in pochi grandi impianti,
poggia su una rete diffusa di piccole imprese locali e attiva domanda lungo
un’intera filiera: ricettività, ristorazione, trasporti, commercio, servizi,
cultura, agricoltura, produzioni alimentari.
Il solo
comparto alberghiero impiega quasi 10.000 addetti diretti; per l’estate 2026
sono state programmate oltre 16.000 assunzioni nei servizi di alloggio, ristorazione
e turismo, mentre una quota rilevante delle imprese segnala difficoltà a
reperire personale.
Ma è nei
flussi che la dimensione del fenomeno emerge con più chiarezza.
Nel 2025 la
Sardegna ha superato per la prima volta i 5 milioni di arrivi, con circa 22
milioni di presenze. Secondo l’Osservatorio regionale le presenze sono state
21.922.765: +15,9% sul 2024, +34,2% sul 2023. Nel primo semestre 2026 il quadro
ha continuato a mostrare una crescita (+8,24%) rispetto allo stesso periodo
dell’anno precedente.
La crescita
è sempre più internazionale. Nel 2025 gli stranieri hanno rappresentato circa
il 56% delle presenze, oltre 12 milioni di pernottamenti. La Germania ha
superato per la prima volta i tre milioni di presenze, la Francia 1,6 milioni,
la Svizzera un milione. Gli Stati Uniti, con quasi 400.000 presenze e una
crescita molto significativa negli ultimi due anni, sono diventati il primo
mercato extraeuropeo.
Questi
numeri descrivono una delle principali porte attraverso cui la Sardegna
intercetta domanda estera. Il turismo rende profittevoli, agli occhi delle
compagnie aeree, molte delle rotte da e per l’isola e permette a piccole
imprese agroalimentari, culturali e di servizi di entrare in contatto con
consumatori esteri senza dover sostenere da sole i costi necessari a costruire
una presenza commerciale internazionale.
Su questo il
punto dovrebbe essere pacifico: il turismo è un vantaggio comparato reale della
Sardegna e va riconosciuto come tale. Ma riconoscerlo significa usarlo per
alimentare le altre filiere, non per sostituirle. Senza farne, per questo, il
motore esclusivo dell’economia regionale.
Non tutto il
valore resta in Sardegna
È qui che
occorre introdurre una distinzione che nel dibattito pubblico viene spesso
trascurata.
La spesa di un
turista non coincide con il valore aggiunto prodotto in Sardegna. Se un
visitatore spende 100 euro in un ristorante, quei 100 euro comprendono anche il
costo degli alimenti, dell’energia, dei servizi acquistati dall’impresa, degli
affitti e di altri input. Solo una parte diventa valore aggiunto dell’attività
locale. E anche una parte del valore aggiunto può poi tradursi in redditi o
remunerazioni che non rimangono interamente sul territorio.
Per questo
il problema non è semplicemente stabilire quanti euro spende un turista in
Sardegna. Bisogna capire quanti euro di valore aggiunto territoriale quella
spesa contribuisce a generare e quale parte della catena economica viene
remunerata fuori dall’isola.
La
letteratura internazionale mostra che la distribuzione dei benefici del turismo
dipende anche dalla struttura proprietaria attraverso cui il settore è
organizzato. Dove imprese esterne o multinazionali controllano una parte
rilevante della filiera, una quota maggiore dei redditi può essere catturata
fuori dal territorio. Questo non significa che la presenza di capitale esterno
sia necessariamente negativa: può portare investimenti, competenze, tecnologia,
marketing e accesso ai mercati. Il punto è capire se questi benefici compensino
la quota di reddito che viene trasferita fuori dall’economia locale.
In Sardegna
il problema passa per almeno tre canali.
Il primo è
la posizione nella filiera. Il valore aggiunto per addetto nel comparto
alloggio-ristorazione è nettamente inferiore a quello del complesso di commercio
e servizi, e lo stesso vale per gli investimenti per addetto. Una stima SRM
indicava 63,8 euro di valore aggiunto attivato nell’indotto sardo per ogni
presenza turistica aggiuntiva, contro 103,4 euro nella media italiana: un
divario che segnala quanto sia ancora debole la capacità del turismo sardo di
attivare valore aggiunto lungo la filiera locale.
Il secondo è
l’intermediazione digitale. Le commissioni delle principali piattaforme
di prenotazione possono collocarsi indicativamente tra il 15 e il 25%, a
seconda della piattaforma, della struttura e delle condizioni contrattuali. È
una quota della spesa che remunera un servizio reale e non può essere
semplicemente definita “valore perso”. Il punto è un altro: quanto della spesa
turistica remunera imprese e fattori produttivi presenti in Sardegna e quanto
viene destinato a soggetti esterni per intercettare, distribuire o organizzare
quella domanda.
Il terzo è fiscale.
Lo Statuto Speciale attribuisce alla Sardegna una quota significativa del
gettito delle imposte sul reddito. Il punto è verificare quanto i criteri oggi
utilizzati per attribuire territorialmente questo gettito riescano a riflettere
l’effettiva attività economica generata nell’Isola, soprattutto quando essa
coinvolge società con sedi e attività distribuite su più territori, gruppi
societari, intermediari e piattaforme digitali.
Struttura
della filiera, intermediazione, attribuzione fiscale sono fenomeni diversi ma
con un punto in comune: una parte del valore economico associato alla presenza turistica
può essere prodotta o catturata fuori dall’economia regionale.
Il valore
netto territoriale si può cominciare a misurare
È qui che il
tema diventa interessante.
Un
indicatore complessivo del valore netto territoriale di una presenza turistica
non esiste oggi come misura statistica consolidata. Ma costruirlo non
significherebbe partire da zero.
La Sardegna
dispone già di una parte significativa dell’infrastruttura informativa
necessaria: dati sui flussi, capacità ricettiva, distribuzione territoriale e
temporale delle presenze e, più recentemente, informazioni sulla spesa
effettuata attraverso i sistemi di pagamento elettronici.
I dati
consentono di osservare quantità e tipologia della spesa, mercato di
provenienza e importo medio delle transazioni. La ristorazione, gli alimentari
e gli alberghi rappresentano alcune delle principali categorie di spesa, anche
se i dati relativi agli hotel devono essere letti con cautela perché una parte
consistente delle camere viene pagata anticipatamente online tramite OTA o
agenzie situate fuori dall’isola.
Questo è un
passaggio importante perché sposta l’attenzione dal volume del turismo alla sua
capacità di generare attività economica sul territorio. Sapere quanti turisti
arrivano non basta. Bisogna sapere quanto spendono, dove spendono, quali
settori beneficiano di quella spesa, quali beni e servizi acquistano le imprese
turistiche dai fornitori locali e quali quote della catena del valore vengono
remunerate fuori dall’isola.
Il passo
successivo dovrebbe essere la costruzione di un vero Indicatore del Valore
Netto Territoriale del Turismo, che misuri almeno quattro componenti: il
valore aggiunto prodotto direttamente sul territorio; quello attivato lungo la
filiera locale; la quota di redditi e remunerazioni trasferita a soggetti
esterni alla regione; i costi marginali che la presenza turistica genera per
infrastrutture e servizi pubblici.
A quel punto
il confronto fra destinazioni non sarebbe più soltanto arrivi, presenze, spesa.
Diventerebbe valore netto prodotto per presenza, quota di valore trattenuta
localmente, costi marginali generati e capacità di distribuirli nel tempo.
Sarebbe un cambiamento sostanziale nel modo di governare il turismo.
Il turismo
concentra alcuni costi sul territorio
Gli stessi
flussi che generano valore concentrano, negli stessi mesi e nelle stesse zone,
costi precisi.
Nel 2025,
circa 14,7 milioni di presenze si sono concentrate nei tre mesi di alta
stagione, altri 7,2 milioni tra aprile, maggio, settembre e ottobre: la media
stagione rappresenta ormai circa un terzo delle presenze annuali. La bassa
stagione, da novembre a marzo, resta invece marginale.
Il dato non
è statico: nel 2025 la media stagione è cresciuta del 39,2% rispetto al 2023,
la bassa stagione del 32,1%.
È un segnale
positivo, ma non ancora sufficiente. La questione non è soltanto aumentare la
domanda nei mesi meno affollati: è trasformare quella crescita in domanda
stabile e in valore economico durevole.
Più è
ristretta la finestra turistica, infatti, più si concentrano alcuni effetti
negativi: pressione sul mercato immobiliare, dove le locazioni brevi possono
ridurre l’offerta disponibile per il mercato residenziale e contribuire, nelle
aree più esposte, alla crescita dei canoni; difficoltà nel reperire alloggi per
chi lavora nella ricettività; un mercato del lavoro che fatica a offrire
percorsi continuativi; infrastrutture dimensionate per una popolazione molto
più piccola di quella che l’isola ospita d’estate.
La pressione
riguarda anche acqua, energia, mobilità, rifiuti, sanità e altri servizi
pubblici, con il picco turistico che si sovrappone, in particolare, ai mesi di
maggiore scarsità idrica.
C’è infine
un costo culturale, più difficile da misurare ma non per questo meno rilevante.
Un modello turistico può valorizzare la specificità di un territorio, oppure
sostituirla progressivamente con un’immagine standardizzata, costruita sulle
aspettative della domanda. Nel primo caso il turismo aumenta il valore
percepito e prodotto localmente; nel secondo rischia di consumare proprio ciò
che rende il territorio attrattivo. Anche questa dovrebbe diventare una
variabile della valutazione complessiva del modello turistico sardo.
Quindi non è
una questione di quantità
La domanda
“più o meno turismo” perde senso. Ridurre i flussi può abbattere alcuni costi,
ma non corregge da solo la struttura che determina quanto valore resta sul
territorio. Allo stesso modo, aumentare indefinitamente gli arrivi non
significa necessariamente aumentare nella stessa proporzione il benessere dei
residenti.
La domanda
che conta è come aumentare il valore netto prodotto da ogni presenza e
come distribuire nel tempo e nello spazio sia i benefici sia i costi.
Le politiche
dovrebbero quindi muoversi lungo quattro direttrici: distribuire meglio la
domanda nel tempo, trattenere più valore nella filiera locale, alzare la
produttività di ciò che già esiste, governare i costi che si concentrano nei
periodi di picco.
Distribuire
meglio la domanda
Spostare
parte dei flussi su primavera e autunno non serve solo a ridurre la pressione
sui mesi di punta: crea una domanda più continuativa, capace di rendere sostenibili
collegamenti aerei e servizi che oggi dipendono soprattutto dalla stagione
estiva.
Gli
incentivi pubblici possono sostenere l’avvio di nuove rotte entro condizioni
precise, ma la sostenibilità della domanda va costruita nel tempo. L’obiettivo
non dovrebbe essere finanziare indefinitamente collegamenti che il mercato non
riesce a sostenere, ma utilizzare l’intervento pubblico per superare una fase
iniziale e generare condizioni affinché la domanda fuori dalla stagione estiva
renda progressivamente le rotte economicamente sostenibili.
In questo
senso è interessante anche l’esperienza del “Patto Destinazione Sardegna Nord
Ovest”, costruito da un gruppo di amministrazioni comunali e camere di
commercio del Nord Ovest sardo, che sta provando a utilizzare il gettito
dell’imposta di soggiorno per facilitare e attirare collegamenti fuori
stagione.
Una domanda
distribuita su più mesi ha anche un effetto indiretto sulla ritenzione del
valore: aumenta l’utilizzo di infrastrutture, competenze e imprese durante
l’anno invece che concentrarlo in una finestra ristretta.
Qualcosa sta
già cambiando: nel 2025 la media stagione ha raggiunto oltre 7,2 milioni di
presenze, +39,2% sul 2023; anche la bassa stagione è cresciuta, +32,1%, pur
restando marginale in termini assoluti.
Trattenere
più valore nella filiera
La seconda
leva è rafforzare le imprese sarde competitive nella fornitura di beni e
servizi al turismo, dall’agroalimentare alla tecnologia, dalla manutenzione ai
servizi professionali.
Non
significa creare una filiera artificialmente chiusa. Un’economia aperta ha
bisogno di acquistare beni, capitali, tecnologia e servizi dall’esterno. Il
problema non è eliminare gli operatori esterni, ma fare in modo che le imprese
locali siano abbastanza forti da occupare una quota crescente delle fasi
economicamente interessanti della filiera.
Questo
significa sostenere aggregazioni fra micro-imprese, reti di fornitura, capacità
logistica, certificazioni, digitalizzazione, innovazione e accesso ai mercati.
Significa
anche utilizzare meglio i dati già raccolti: se sappiamo quali mercati spendono
di più, quali categorie di consumo crescono, quali territori catturano maggiore
valore e quali mesi producono domanda aggiuntiva, possiamo orientare le
politiche verso i flussi economicamente più interessanti.
La Regione
dispone già di buona parte di questa infrastruttura informativa. Il passo
successivo è trasformarla in uno strumento di decisione. Un obiettivo
misurabile potrebbe essere proprio l’aumento progressivo del valore netto
territoriale per presenza.
Produttività,
non soltanto occupazione
Il turismo
sardo crea molta occupazione, ma una parte del problema strutturale è che una
quota significativa degli impianti e delle competenze viene utilizzata
intensamente per pochi mesi e molto meno nel resto dell’anno. Questo incide
sulla produttività e sulla qualità del lavoro; e alzarla non significa finanziare
nuovi investimenti isolati, ma allargare la finestra temporale: la leva più
diretta per far lavorare di più, e meglio, gli stessi impianti e le stesse
persone.
Banalmente,
un albergo che riesce a operare sette-otto mesi anziché quattro non aumenta
soltanto il numero delle camere vendute: distribuisce i costi fissi su un
periodo più lungo, stabilizza il lavoro, rende più conveniente investire in
competenze.
Governare i
costi
Sul fronte
abitativo, il problema richiede una politica fondata sui dati più
che su un divieto generalizzato.
Per questo
il primo obiettivo dovrebbe essere conoscere con precisione la distribuzione
territoriale delle locazioni brevi, la loro intensità e la relazione con
l’offerta abitativa disponibile.
In Sardegna
esiste già un sistema regionale di identificazione delle attività ricettive e
delle locazioni. Questa infrastruttura può diventare una base per politiche più
selettive: non necessariamente limitare ovunque, ma intervenire dove gli
indicatori mostrano una pressione abitativa incompatibile con le esigenze della
popolazione residente.
La logica
dovrebbe essere quella della regolazione territoriale selettiva. Dove la
pressione è bassa, non c’è necessariamente motivo di introdurre vincoli. Dove
la quota di abitazioni destinate agli affitti turistici raggiunge livelli tali
da ridurre sensibilmente l’offerta residenziale, si possono invece valutare
strumenti più incisivi; un quadro che la Commissione europea sta ridisegnando
proprio in questi mesi con l’Affordable Housing Act,
pensato per dare agli enti locali basi giuridiche più solide per intervenire
sulle locazioni brevi nelle aree sotto pressione abitativa.
La stessa
logica può essere applicata alla capacità dei luoghi più fragili. Si pensi per
esempio alle forme di accesso contingentato introdotte in diverse
spiagge. Il punto è riconoscere che esiste una capacità fisica, ambientale e
infrastrutturale oltre la quale un ulteriore visitatore può produrre meno
valore di quanto costi al territorio. In altre parole, anche la capacità di carico
deve diventare una variabile economica.
Quanto
potere vuole esercitare la Sardegna sui propri interessi fondamentali
Il turismo
rende evidente un principio più generale: una comunità costruisce potere
sviluppando, su ciò che già ha in mano, le idee e gli strumenti per esercitarlo
davvero.
Una comunità
che si considera responsabile del proprio ciclo economico dovrebbe saper
rispondere a domande concrete: quanto valore genera il turismo, quanto ne resta
sul territorio, quali costi produce per abitazioni, infrastrutture, acqua,
mobilità e servizi pubblici, e quali politiche migliorano questo rapporto. Le
leve descritte in questo articolo (distribuire la domanda, rafforzare la
filiera, alzare la produttività, regolare le locazioni turistiche, gestire la capacità
di carico) sono già nelle mani della Regione e dei Comuni. In questo senso
l’autogoverno è un esercizio che si può e si deve cominciare oggi, con gli
strumenti che già ci sono.
Sapere
usarli bene non garantisce automaticamente competenze ulteriori, ma è la
condizione per trattare ogni questione come la tratterebbe una comunità già
pienamente responsabile di sé: non aspettando il permesso di decidere, ma
esercitando fino in fondo, da subito, gli spazi disponibili.
Ed è qui che
le dimensioni del problema si tengono insieme.
C’è una
questione di giustizia sociale, perché a pagare i costi della
stagionalità (affitti più alti, case sottratte al mercato residenziale, lavoro
discontinuo, servizi pubblici sotto pressione) sono soprattutto i residenti e
chi lavora nel settore, mentre parte dei benefici economici può essere
catturata fuori dal territorio.
C’è una
questione di innovazione e impresa, perché trattenere più valore
significa rafforzare le filiere locali, digitalizzare le imprese ricettive,
aumentare la produttività, allungare la finestra temporale e utilizzare meglio
i dati disponibili.
E c’è una questione
di potere, perché ogni volta che un territorio dimostra di saper
misurare, distribuire e governare questi processi da solo, restringe lo spazio
di chi sostiene che certe decisioni debbano essere necessariamente prese
altrove.
Questo vale
anche per il turismo nel suo complesso. Non sarebbe razionale chiedere alla
Sardegna di rinunciare al proprio principale vantaggio comparato
internazionale. Ma non è razionale nemmeno accettare che il successo del
settore venga misurato esclusivamente attraverso arrivi e presenze. Il turismo
è tanto più utile alla Sardegna quanto più riesce a trasformare domanda
esterna in valore aggiunto locale, in redditi e imprese solide, e queste
risorse in capacità produttiva per il resto dell’economia.
È questa la
differenza fra una comunità che subisce un modello economico e una comunità che
lo governa. E non c’è scorciatoia che tenga: la comprensione approfondita della
materia e la proposta di soluzioni concrete restano l’unica strada
per rispondere seriamente alla domanda sul potere, qualunque sia la
risposta politica di fondo a cui si crede. Perché trattenere valore e governare
i costi significa anche questo: poter fare turismo restando sé stessi,
senza piegarsi a un’immagine costruita per compiacere chi guarda da fuori,
senza scimmiottamenti né forzature sui propri luoghi e sulla propria identità.
Ecco perché
la vera posta in gioco della questione turistica non è quanto turismo vogliamo,
ma quanto potere vogliamo esercitare su di esso, e quanto siamo disposti
a lavorare su giustizia sociale, capacità d’impresa e conoscenza, per
dimostrare ai sardi e alle sarde di saperlo esercitare.