domenica 5 aprile 2026

La parola proibita con la C - Nicolas Lozito

 

Se guardate i film americani in lingua originale vi sarete accorti che quando vogliono evitare di usare parole “proibite”, come parolacce o insulti, usano la formula “the F-word”, che sta per fuck (scusate), o — ancora più tabù — “the N-word” che sta per nigger (ri-scusate).

Negli uffici di ricerca del Dipartimento dell’Agricoltura americano tutti sanno che c’è una nuova parola proibita.

“The forbidden C-word”, spiega Ethan Roberts, a capo della sede di Peoria, Illinois. La C sta per Climate, clima. Non la usano più nei documenti ufficiali e nelle richieste di finanziamento. Trump l’ha messa al bando, chiedendo che venisse cancellata dagli atti pubblici, dai bandi e dai siti internet federali, insieme a centinaia di altre parole legate alla scienza. Parole giudicate, con disprezzo, troppo “woke”, troppo “politicamente corrette” (qui una definizione completa di woke).

Sono bandite anche surriscaldamento globalecattura del carbonioinquinamento del suolomicroplasticaenergia solare, per fare qualche esempio. Il memo non è un divieto a tutti gli effetti (non è una legge del Congresso o un ordine esecutivo), bensì un invito molto rigido. Nel marzo 2025 ogni ufficio federale ha ricevuto una lista di parole da cancellare: oltre a quelle scientifiche, ce n’erano moltissime legate alla DEI, alla diversity, equity and inclusion, tipo “genere”, “giustizia sociale”, “inclusione”, “accessibilità”, “indigeno”, “trans”, e l’elenco va avanti fino a far venire i brividi, se non vi sono già venuti.

Così chi studia o lavora su questi temi ha a che fare con un silenziamento diffuso, un misto tra censura e autocensura. Le aziende e le istituzioni evitano il tema per non fare arrabbiare Trump — che continua a parlare di “truffa verde”, e crede che il cambiamento climatico sia una bufala.

Nel campo dell’ambiente, si parla di greenhushing, silenzio verde, da hush, il verbo inglese onomatopeico di chi fa “shhh” (sempre nei film americani, i genitori canticchiano ai figli “hush, little baby”, una ninnananna tipica). Avevo parlato di greenhushing in una puntata del 2024:

Seguire i soldi

Purtroppo, non è un problema solo di comunicazione, ma anche di soldi, a partire dai finanziamenti alla ricerca. Negli Stati Uniti una fetta enorme dei fondi universitari passa dalla National Science Foundation, l’agenzia federale che finanzia circa un quarto della ricerca accademica. La testata Grist ha analizzato i progetti approvati: quelli che citano esplicitamente “climate change” sono crollati in un anno, passando da 889 nel 2023 a 148 nel 2025. Meno 77%.

Le motivazioni sono due. Primo, tantissimi progetti vengono scartati perché parlano di clima. Secondo, molti ricercatori hanno iniziato a evitare quella formula già in fase di candidatura, per non compromettere le possibilità di ottenere i fondi.

Lo si vede bene da un altro dato: cresce l’uso di espressioni come “extreme weather”, meteo estremo. Oppure innalzamento delle temperature, o ancora salute del suolo.

Spiega ancora Ethan Roberts del Dipartimento dell’Agricoltura:

“Cambiamo formula, ormai l’abbiamo imparato. Invece di impostare una ricerca sul clima, viene ribaltata la questione. Un esempio è con le malattie: si dice che ‘questa malattia si comporta così in queste condizioni’, invece che ‘queste condizioni causano questo comportamento della malattia’. In fondo, si tratta solo di spostare il focus”.

Non tutti i ricercatori sono così sereni, però. Un altro scienziato dell’Illinois intervistato dice:

“È davvero una cosa strana. Stai studiando il cambiamento climatico, ma non puoi dirlo, e non dirlo ti fa sentire un po’… sporco. Siccome passano solo i finanziamenti ai progetti che non lo menzionano, ci siamo adattati. Ormai io uso la parola solo quando è troppo sospetto non usarla, e servirebbe un giro di parole troppo ovvio”.

Gli scienziati stanno creando un nuovo linguaggio per far sopravvivere gli studi climatici, in un’America che censura e combatte la scienza. Si stanno adattando come insetti in mezzo all’apocalisse, e questo fenomeno racconta perfettamente che cosa sono diventati gli Stati Uniti sotto la seconda presidenza Trump.

 

Un sistema che si restringe

Ampliamo ancora il raggio della nostra analisi. L’associazione Union of Concerned Scientists ha contato oltre 560 interventi dell’amministrazione Trump che hanno tagliato o bloccato la ricerca scientifica.

Nel frattempo, 94.999 persone hanno lasciato le agenzie scientifiche federali (-12% sul totale). Tra loro, circa 10.000 ricercatori con anni di esperienza (-14% sul totale tra gli scienziati con dottorato). Sono stati fatti fuori dal Doge, il dipartimento (ora chiuso) che è stato diretto da Elon Musk e aveva l’obiettivo di rendere più efficiente il governo federale americano.

L’amministrazione Trump ha ridotto di decine di miliardi di dollari i finanziamenti destinati a progetti legati all’ambiente e ai territori pubblici. Meno ricerca significa potersi porre meno domande e certamente trovare meno risposte, e quindi, nel tempo, perdere quella leadership scientifica che per decenni è stata in mano agli States.

 

L’addio di Kate Marvel

Non tutti, anzi, non tutte, rimangono a guardare mentre il sistema collassa. La settimana scorsa Kate Marvel ha lasciato la Nasa dopo mesi in cui i suoi progetti venivano respinti o restavano senza finanziamento. Marvel è una delle climatologhe più importanti del Paese, divulgatrice e scrittrice (il suo ultimo libro è arrivato anche in Italia, Nove emozioni). Il centro in cui lavorava, il Goddard Institute for Space Studies, è stato progressivamente svuotato.

“Ti logora”, ha detto Marvel in un’intervista a Green&Blue:

“Questo è un attacco politico a ciò che facciamo. Il resto del mondo dovrebbe preoccuparsi per quello che sta succedendo qui. Gli interessi che vogliono ostacolare le azioni per il clima non si fermano ai nostri confini, sono di natura internazionale, e ovunque si può essere vulnerabili agli attacchi alla libertà scientifica e alla realtà oggettiva”.

 

Pagare per non costruire

Anche in piena crisi energetica globale, l’amministrazione Trump prosegue la sua crociata contro le rinnovabili. Due settimane fa ha deciso di offrire quasi un miliardo di dollari a TotalEnergies per rinunciare alla costruzione di due parchi eolici offshore (ovvero in mare aperto) tra lo Stato di New York e il North Carolina. In cambio, l’azienda investirà in petrolio e gas negli Stati Uniti. Perché Trump ce l’ha a morte con l’eolico? Lo leggiamo in un articolo di Rolling Stone:

“Sembra che tutto sia iniziato nel 2006, quando Trump acquistò una tenuta sul mare in Aberdeenshire, in Scozia, con l’idea di costruire un campo da golf, e si oppose duramente a un progetto eolico offshore previsto nella zona. Quella battaglia la perse, ma da allora non ha mai smesso di combattere l’energia del vento”.

 

Anticorpi e cinture di sicurezza

Oggi gli scienziati provano a resistere all’ondata, sperando che in qualche modo torneranno tempi migliori. Sono anticorpi dentro un corpo malato.


Parlano in codice, scappano all’estero, si riorganizzano. C’è chi fa collette per proseguire gli studi abbandonati dalle agenzie federali. Il Noaa, uno dei più importanti enti pubblici che studia il clima, per mancanza di fondi aveva dovuto chiudere il database sull’impatto economico dei disastri naturali: a ottobre la non-profit Climate Central ha clonato i dati e ricominciato a mappare le informazioni, ripristinando il sito internet.

Ben Santer, un altro tra i climatologi più autorevoli degli ultimi decenni, ha riassunto così la situazione:

“Negli Stati Uniti ormai siamo parte del problema, non della soluzione al cambiamento climatico. La seconda amministrazione Trump ha avviato un tentativo sistematico di smantellare tutto ciò che ha a che fare con il cambiamento climatico. La differenza, rispetto al passato, è che si tratta di un’intera amministrazione. È ignoranza volontaria istituzionalizzata”.

Come andare in automobile e iniziare a togliersi la cintura di sicurezza, spingere forte sull’acceleratore e poi spruzzarsi il peperoncino negli occhi, sperando che con l’istinto e la fortuna tutto possa andare bene. Trump si fida molto del suo istinto, noi molto meno.

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sabato 4 aprile 2026

17 marzo: io non festeggio - Francesco Casula


Oggi 17 marzo ricorre il 165^ Anniversario dell’Unità d’Italia. Ma io non festeggio. Lungi dall’essere l’inizio delle magnifiche sorti e progressive, come mistificando e falsificando scrivono ancora oggi i libri della scuola ufficiale, fu per la Sardegna e il Meridione una sciagura. L’Unità d’Italia si risolverà sostanzialmente nella piemontesizzazione della Penisola e fu realizzata dal Regno del Piemonte, dalla Casa Savoia, dai suoi Ministri – da Cavour in primis – dal suo esercito in combutta con gli interessi degli industriali del Nord e degli agrari del Sud – il blocco storico gramsciano – contro gli interessi del Meridione e delle Isole e a favore del Nord; contro gli interessi del popolo, segnatamente del popolo-contadino del Sud; contro i paesi e a vantaggio delle città, contro l’agricoltura e a favore dell’industria.

C’è di più: si realizzerà un’unità biecamente centralista e accentrata, tutta giocata contro gli interessi delle periferie e delle mille città e paesi che storicamente avevano fatto la storia e la civiltà italiana. A dispetto del pensiero della gran parte degli intellettuali che durante il “Risorgimento” e dopo furono federalisti e non unitaristi. La “Conquista militare” da parte del Piemonte del Sud Italia (la Sardegna era già stata “conquistata“ con la Fusione perfetta), comporterà gravi conseguenze sulle condizioni di vita dei lavoratori, in primis di quelli delle campagne, sarde e meridionali.

Da quella scelta, da quella costosissima e sanguinosa operazione militare, deriveranno tutti i mali che affliggeranno nei secoli successivi l’Italia: il sottosviluppo del Meridione (con l’invasione piemontese e la riduzione del Sud a colonia interna e con il brigantaggio), il gravissimo deficit di democrazia (votava poco più dell’1% della popolazione) che condurrà a politiche sciagurate, come la partecipazione alla tragedia della Grande Guerra prima e al Fascismo poi.

La politica del nuovo stato unitario, centralista e statalista produrrà la devastazione dell’economia. Con il crollo della produzione agricola, quello delle esportazioni, un’industria (e solo al Nord!) che nasce assistita e fuori dai principi del libero mercato. Cui occorre aggiungere un colossale debito pubblico dovuto alle guerre e alle spese militari, oltre che al malgoverno.

Nel 1862, anno in cui fu presentato al Parlamento il primo bilancio del regno d’Italia, il debito nazionale era di tre miliardi di lire, all’inizio del 1891, il solo debito consolidato era di 13 miliardi di lire. Questo immenso debito era prodotto dalle guerre e dalla politica militarista Le cose per la nostra Isola non solo non cambiano ma peggiorano. Scrive Giuseppe Dessì nel suo bel romanzo Paese d’ombre: “La Sardegna era entrata nell’unità nazionale moralmente ed economicamente fiaccata.

I Savoia, che ne erano venuti in possesso col Trattato di Londra, avevano continuato e se mai accentuato lo sfruttamento e il fiscalismo tanto che i sardi, per due volte, cercarono di liberarsene. La prima fu nel 1794 quando, a furor di popolo, costrinsero i piemontesi a lasciare l’isola; la seconda nel 1796 quando Sassari proclamò la repubblica, soffocata poi nel sangue. Il governo regio e i fanatici dell’unificazione non avevano tenuto conto delle differenze geografiche e culturali, e avevano applicato sbrigativamente a tutta l’Italia un uniforme indirizzo politico e amministrativo”.

Anzi, in campo fiscale ad essere più danneggiati e discriminati sono proprio i sardi. Scrive a questo proposito lo storico Natale Sanna: ”La pesante contribuzione di guerra imposta dal Radestzky dopo le sfortunate campagna del 1848/49 e, soprattutto, la politica economica e militare del Cavour nel decennio di preparazione costrinsero il governo a un inasprimento della pressione fiscale. Mentre il Piemonte si avvantaggiava della politica di libero mercato e di rinnovamento, propugnata dai liberali, con l’incremento dei traffici, con la costruzione di strade e di linee ferroviarie, col progresso dell’agricoltura e col sorgere di industrie, la Sardegna, provincia periferica e priva di capitali, fu chiamata unicamente a contribuire con il suo danaro…

Quando poi si decise di far pagare sul reddito fondiario si commise un’ingiustizia ancora più grave. Per le province piemontesi più povere (Valsesia, Domodossola) l’imposta fu fissata nell’1,32% del reddito, per le più ricche (Torino, Lomellina) nel 10% e per le medie del 6%. Tutta la Sardegna fu equiparata alle più ricche e la sua aliquota fu fissata nel 10%”. Le tasse che la Sardegna paga sono dunque superiori alla media delle tasse che pagano le altre regioni italiane, talvolta persino superiori a quelle delle regioni più ricche.

Scrive a questo proposito Giuseppe Dessì sempre nel romanzo Paese d’ombre “La legge del 14 luglio 1864 aveva aumentato le imposte di cinque milioni per tutta la penisola, e di questi oltre la metà furono caricati sulla sola Sardegna, per cui l’isola si vide triplicare di colpo le tasse. In molti paesi del Centro, quando gli esattori apparivano all’orizzonte, venivano presi a fucilate e se ne tornavano, a mani vuote, ma più spesso l’esattore, spalleggiato dai Carabinieri, metteva all’asta casette e campicelli e tutto questo senza che nessuno tentasse di difendere gli isolani. I politici legati agli interessi del governo, predicavano la rassegnazione.

I sardi si convincevano di essere sudditi e non concittadini degli italiani e sempre più si abbandonavano alla loro secolare apatia e alla totale sfiducia nello stato…”. Dopo l’Unità nel 1868 fu istituita anche la tassa sul macinato, l’imposta più odiosa di tutte, perché – scrive ancora Dessì – gravava sulle classi più povere, consumatrici di pane e di pasta e particolarmente dura in Sardegna, dove il grano veniva di solito macinato nelle macine casalinghe fatte girare dall’asinello”.

Con l’Unità d’Italia inoltre continua il tentativo di dessardizzazione e di snazionalizzazione dei Sardi, cercando di viepiù deprivarli della loro identità etno-nazionale. Il tentativo di sradicamento e di omologazione passa soprattutto attraverso la negazione e proibizione della nostra storia e, in specie della nostra lingua, ad iniziare dalla scuola.
Cosa c’è da festeggiare?

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venerdì 3 aprile 2026

A Cuba l’embargo Usa uccide: la storia del dottor López Piloto in prima linea per la sanità pubblica - Giuliano Granato


                           

L’uomo in foto si chiama Orestes López Piloto. Figlio di un contadino nero dell’Oriente di Cuba, ha studiato medicina, si è fatto medico e oggi è Direttore dell’Istituto di Neurologia e Neurochirurgia (INN) de L’Avana, la capitale.

Prima della Rivoluzione cubana quell’Istituto era tra le cliniche più costose di tutta l’isola. In pochissimi potevano permettersela. Dopo la vittoria della guerriglia dei “barbudos”, nel 1965 si trasforma in ciò che è anche oggi: un centro medico totalmente gratuito.

Un Istituto che nasce soprattutto per avanzare nel campo della ricerca, ma che ha sempre avuto anche la missione dell’assistenza medica: nel solo 2025 ha effettuato 25.373 visite e 431 interventi in sala operatoria. “Come possono, fossero anche solo pochi cubani, appoggiare il ‘bloqueo’ degli Usa e di Trump? Non hanno famiglia qui?”, ci chiede mentre ci accompagna in giro per i reparti, subito dopo averci raccontato la storia di Sara.

Metà febbraio. In sala operatoria Sara, una paziente con un tumore vascolare complesso. L’intervento richiede anche tanto sangue: per le trasfusioni, da effettuare prima, durante e dopo. Tutto è pronto. All’improvviso, però, salta l’elettricità. I medici corrono, si interrogano sul da farsi. Parlano con i familiari: bisogna sospendere l’operazione. Passano due ore, torna l’elettricità. L’operazione può quindi riprendere. I generatori che dovrebbero garantire l’autonomia energetica, almeno in emergenza, ci sono: due, come in ogni struttura medica. Ma non sempre si attivano nell’immediato. Ne servirebbero di nuovi. Acquistare e sostituire un generatore può sembrare semplice routine; non a Cuba, a causa del bloqueo statunitense.

E questo è un problema enorme. Per tante operazioni c’è bisogno della garanzia della continuità elettrica. Se viene meno, bisogna posticipare le operazioni. Orestes fa un lungo elenco di bambini che da mesi erano in attesa di entrare in sala operatoria e che dovranno aspettare ancora. Per quanto? Non si sa.

Il dott. Orestes ci mostra il reparto pediatrico, le mattonelle prodotte sulla base dei disegni realizzati dai bambini. Ci racconta la sofferenza di chi è in quell’Istituto: dei pazienti e dei familiari, ma anche del personale sanitario, che vorrebbe fare di più, che prova a fare l’impossibile e che però non sempre riesce.

Ci sono tanti luoghi in cui poter toccare con mano gli effetti di quella misura criminale che è il bloqueo statunitense, puntualmente condannato dall’Assemblea dell’Onu eppure in vigore da 67 anni. Centri medici e ospedali danno la dimensione di una battaglia che è anche per la vita. Il bloqueo, cioè, uccide. È una misura di stampo terroristico, i cui tratti sono stati messo nero su bianco già nel 1960 nel Memorandum Mallory che rivendicava l’uso di “tutti i mezzi possibili per debilitare la vita economica di Cuba […], una linea d’azione che raggiunga i maggiori risultati nel privare Cuba di denaro e forniture, per ridurre le sue risorse finanziarie e i salari reali, provocare fame, disperazione e l’abbattimento del Governo”.

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giovedì 2 aprile 2026

Lo Stato spende, il privato incassa. La crisi del personale sanitario in cifre - Federico Giusti

La popolazione europea invecchia, i lavoratori attivi diminuiscono  e la Ue è alle prese  con un grave problema ossia la necessità di reperire circa 1,2 milioni tra medici, infermieri e ostetriche.

Il numero di infermieri attivi, ma ormai prossimi alla pensione, sta diventando elevato e l'Italia dovrebbe pentirsi di avere istituito il numero chiuso nelle facoltà universitarie afferenti alla branca di medicina. Gli infermieri italiani sono considerati tra i migliori dei paesi Ue, per questo risultano particolarmente richiesti da nazioni nelle quali gli stipendi sono decisamente più alti e per questo offrono condizioni migliori, risultano decisamente attrattivi.E' fin troppo noto che il personale sanitario italiano debba fare i conti con orari lunghi, carenze di organico, stipendi bassi e elevato stress con migliaia di casi di burnout che si manifestano anche con l' abbandono della professione o la rinuncia al profilo professionale.

Per evitare contenziosi tra i paesi aderenti, la Ue ha messo a punto un'iniziativa triennale per programmi di formazione destinati al settore infermieristico, nel frattempo l'Italia, e non solo lei, deve affrontare il problema della carenza di personale sanitario attratto all'estero da situazioni contrattuali migliori e carichi di lavoro più accettabili.

Stesse politiche nei paesi nordici ove il costo della vita decisamente caro include nell'offerta i costi dell'alloggio, le bollette e qualche biglietto aereo. Difficile competere per l'Italia con la miseria dei salari della PA e del Servizio Sanitario nazionale, difficile colmare il divario economico e al contempo assicurare anche opportunità di crescita economica e professionale.

Non sono notizie nuove, è sufficiente andare in rete per trovare rapporti, studi e relazioni, la classe politica e i dirigenti pubblici dovrebbero almeno conoscere certe situazioni e risolvere, una volta per tutte, le problematicità derivanti dai carichi di lavoro elevati, dalla carenza cronica di personale. Invece di acquisire consapevolezza provano a ridurre i tempi necessari per acquisire i titoli di studio, trasformano le scuole tecniche in apprendistato, limitano le ore di insegnamento e riscrivono i programmi scolastici su diretto suggerimento delle imprese. 

Non capiscono che la eccellenza sta proprio nel sistema scolastico pubblico che invece si accingono a distruggere.

Ed è comunque paradossale che un paese come il nostro importi infermieri dall'estero, da assumere attraverso agenzie interinali e cooperative quando permette alle professionalità di casa propria l'espatrio all'estero, anzi invoglia la fuga verso altri paesi mantenendo bassi i salari.

Colmare le carenze strutturali del sistema sanitario nazionale sembrerebbe una missione impossibile per i governi italiani di qualsivoglia maggioranza politica, perfino chi da anni invoca la precedenza agli italiani sfugge alle proprie responsabilità, se vogliamo offrire una seria alternativa ai giovani neo laureati urge investire e farlo partendo dalle condizioni di lavoro e dai livelli contrattuali e retributivi.

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mercoledì 1 aprile 2026

La passione della politica (anti)sarda per gli interessi privati - Omar Onnis

L’Unione sarda riporta la notizia dell’appoggio di Alessandra Todde alla privatizzazione dell’aeroporto di Cagliari. Che la giunta Todde non fosse una strenua oppositrice delle mire della società F2i emerge oggettivamente dai fatti di questi mesi. Nonostante il tema sia stato sollevato e discusso in varie sedi, con la prevalenza delle perplessità e delle obiezioni, non sembra che la compagine di governo regionale intenda tenerne conto.

Su S’Indipendente abbiamo già sviscerato il reticolo di interessi e di complicità politiche che stanno dietro o comunque fanno da contesto a questa operazione. Il problema fondamentale risiede nel suo probabile esito: un monopolio privato sulle infrastrutture aeroportuali sarde.

Sugli aeroporti, e in particolare su quello di Elmas, le casse regionali hanno riversato negli anni scorsi centinaia di milioni di euro. Perciò, un patrimonio pubblico di valore strategico viene alienato ai privati, senza che questi si debbano accollare alcun investimento.

Sembra che la giunta Todde, nel corso della trattativa, si stia limitando a porre delle condizioni alla compravendita, sotto forma di partecipazione della RAS all’assetto azionario e qualche forma di controllo a posteriori degli atti societari. Niente che compensi il peso di questa cessione.

La vicenda può sorprendere solo chi si fosse fatto illusioni sulla natura e sugli obiettivi concreti della compagine politica a guida PD-5stelle. Senza considerare il pregresso, ossia i precedenti delle ultime giunte regionali di centrosinistra e in particolare quella “dei professori”, capitanata dal trio Pigliaru-Paci-Maninchedda, con l’attiva partecipazione dell’allora assessore Luigi Arru. La riforma sanitaria che ha fatto precipitare la situazione del comparto è opera loro. La successiva giunta Solinas non ha fatto che aggravare un andamento già avviato. I disastri dei tagli sul dimensionamento scolastico sono ugualmente un gentile omaggio della giunta Pigliaru, renitente a varare una normativa regionale sulla scuola ma molto disponibile a seguire le draconiane misure ministeriali in materia. 

Possiamo anche aggiungere all’elenco degli addebiti i grotteschi bandi per la “continuità territoriale” aerea, ostinatamente tarati sugli interessi dei vettori e orientati a favorire gli afflussi turistici, più che a garantire a chi vive e lavora in Sardegna il diritto alla mobilità. La continuità via mare non va molto meglio. 

Inutile girarci intorno: tutte le legislature, da che esiste l’elezione diretta del Presidente della Regione (a parte per certi versi il primo biennio della giunta Soru), hanno seguito pedissequamente la stessa strada di subalternità e di cinico disinteresse per i diritti e i bisogni collettivi delle comunità sarde.

Del resto, Alessandra Todde, fin dai suoi primi interventi pubblici, ci ha sempre tenuto a rassicurare “gli investitori”, da perfetta donna d’affari quale ella è, per formazione e per professione.

In definitiva, c’è poco da stupirsi. Piuttosto, sarebbe interessante capire come vedono la cosa i suoi sostenitori e le sue sostenitrici, avvinti dalla narrazione eroica che la riguarda. Pare che alcune componenti minoritarie della maggioranza stiano manifestando dubbi. Ma si sa come funzionano queste cose: un po’ di dichiarazioni retoriche, giusto per ribadire il proprio posizionamento di comodo, e poi amici come prima. L’importante è “battere le destre”. Che forse significa, in realtà: riuscire a fare sempre peggio di loro.

Questa è la politica coloniale sarda. Chi la sostiene ne è complice.

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martedì 31 marzo 2026

Inps, il numero degli ispettori crolla nonostante le promesse del governo. Meno verifiche su lavoro irregolare e recupero di contributi - Roberto Rotunno

Crolla il numero di ispettori Inps e il Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Istituto accusa il governo di aver sbloccato con grosso ritardo le assunzioni previste ben due anni fa. Meno controlli, quindi meno possibilità di recuperare contributi evasi dalle aziende. Ma non è tutto, l’organo presieduto dal sindacalista Roberto Ghiselli ha segnalato una serie di altri problemi irrisolti nell’Inps: la carenza generale di personale, non solo ispettivo, poi i tempi troppo lenti di liquidazione del trattamento di fine rapporto per i dipendenti pubblici, sebbene in miglioramento, e poi i crediti inesigibili, per i quali viene suggerita una nuova regolamentazione, per evitare che falsino il patrimonio dell’istituto.

Se da un lato la relazione del Civ presenta qualche passo in avanti sui tempi di accoglimento delle domande di pensione, dall’altro mostra come una serie di questioni relative al funzionamento dell’Inps restino incagliate, o addirittura peggiorino. Il caso dei controlli sulle aziende è l’esempio più evidente. Qualche numero: in quattro anni gli ispettori sono passati da 884 a 736. Quindi nello stesso periodo le ispezioni sono scese da 10.576 a 8.311. Addirittura si sono dimezzati i “verbali di solidarietà contributiva”. Si tratta di quegli atti che l’Inps invia al committente per far sì che risponda della violazione da parte di una ditta che opera in appalto, attraverso il meccanismo della responsabilità solidale. Erano 2.014 quattro anni fa, ora sono diventate 1.203. Un crollo in parte compensato dal fatto che l’Istituto si è concentrato sulle grandi aziende e quindi è cresciuto il valore dei verbali.

Sul tema del calo degli ispettori il Civ ha scritto un passaggio che appare come un attacco nemmeno troppo velato alla lentezza del governo: “L’ulteriore calo del numero di ispettori di vigilanza – si legge -, non ancora integrati a due anni dalla decretazione d’urgenza che ne prevedeva l’assunzione, non avendo per un anno e mezzo l’Inps ottenuto le autorizzazioni ministeriali previste, rende difficoltosa l’azione dell’Istituto nel contrastare l’evasione e il lavoro irregolare, nell’attività di tutela dei lavoratori e delle imprese”. A scendere non sono solo le ispezioni in senso stretto, ma anche i controlli effettuati a tavolino in ufficio, quella che viene definita la “vigilanza documentale”. Il recupero è passato da 328 milioni a 314 milioni; mentre nel 2022 è stato riscosso l’86,4% dell’accertato, nel 2025 siamo fermi al 56%.

In generale, l’Inps accerta in totale circa 500 milioni di evasione contributiva, anche se la stime del fenomeno ritengono che il totale ammonti a 10 miliardi. Ecco perché servirebbero più mezzi per scovare le violazioni, che in gran parte restano ancora sommerse. Non solo ispettori sul campo, ma anche il personale in generale è in sofferenza. Nelle Regioni del Nord, a fronte di una dotazione organica di circa 36.600 unità, sono in servizio poco più di 24 mila dipendenti.

Ancora “insoddisfacenti” vengono definiti i tempi di liquidazione del trattamento di fine rapporto (tfr) degli ex dipendenti delle pubbliche amministrazioni. Le pratiche liquidate in 30 giorni sono passate dal 53,4% al 57,4% in un anno. Questi “eccessivi ritardi”, dice il Civ, “si aggiungono ai tempi già lunghi previsti dalla normativa”. L’altro tema preoccupante è quello dei crediti, che sono saliti da 182 a 193 miliardi di euro in un solo anno. “Si conferma rilevante il tema dei crediti inesigibili – dice il Civ – rispetto ai quali sarebbe necessaria una diversa lettura normativa e una differente regolamentazione interna per rendere più attendibile la rappresentazione della situazione patrimoniale dell’Istituto”. Migliorano invece i tempi di accoglimento delle domande di pensione, disoccupazione, mentre aumentano quelli per l’accertamento dell’invalidità civile, procedura gestita direttamente dalle Asl.

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lunedì 30 marzo 2026

Meta: “Noi spacciatori abbiamo reso i minori dipendenti dai social” - Roberto Festa

 “Mark ha deciso che la priorità assoluta per l’azienda nel 2017 sono gli adolescenti”. Mark è Mark Zuckerberg, la frase la si ritrova in una mail interna a Facebook che fissava gli obiettivi per il nuovo anno. In un documento interno del febbraio 2018, sempre relativo a Facebook, si riconosceva che tra gli effetti risultanti da un uso eccessivo del social, c’erano: “Mancanza di sonno; promozione di immagini del corpo poco salutari; cyberbullismo; ansia e depressione; un generale malessere”. Il 10 settembre 2020, due dipendenti di Instagram si scambiavano dei messaggi. “Oddio, ragazzi, Instagram è una droga!”, scriveva uno. “Ahahah… siamo praticamente degli spacciatori”, rispondeva l’altro.

Da mesi testimonianze come queste vengono presentate nei tribunali Usa contro Meta, Youtube, TikTok, Snap. Un primo processo si è concluso a Los Angeles, dove una giuria ha deciso che Meta, proprietaria di Instagram e Facebook, e Google, proprietaria di YouTube, hanno intenzionalmente creato social che creano dipendenza e che hanno danneggiato la salute mentale di una ventenne. Alla ragazza, nota come K.G.M, sono stati riconosciuti 6 milioni di dollari in risarcimento danni. La battaglia legale è stata modellata su quelle degli anni Ottanta e Novanta contro Big Tobacco, accusata di aver nascosto informazioni sui danni causati dalle sigarette. Nel 1998 le aziende patteggiarono per 206 miliardi di dollari. All’intesa fecero seguito norme più severe sulla commercializzazione del tabacco e un calo nel consumo di sigarette. Allo stesso modo, la sentenza di Los Angeles potrebbe avere una sorta di effetto domino su centinaia di casi simili.

Le piattaforme Meta non sono le uniche a subire il vaglio dei tribunali. È l’intero mondo social in discussione. Risulta per esempio che a Youtube siano stati informati che la funzione di riproduzione automatica “potrebbe potenzialmente disturbare i ritmi del sonno”. L’azienda madre, Google, non sembra poi essersi fatta troppi problemi quanto a tutela dei più piccoli. Un documento del novembre 2020 illustra un piano aziendale per “integrare i bambini nell’ecosistema Google”, ciò che porterebbe “alla fiducia e alla fedeltà al marchio per tutta la vita”. In una serie di mail del marzo 2017, all’amministratore delegato di Snap, Evan Spiegel veniva sottoposto un dato: “nonostante le regole che vietino l’uso di Snapchat ai minori di 13 anni, il nostro focus group ha chiaramente dimostrato che gli studenti delle scuole medie sono utenti accaniti, quasi esclusivi, di Snapchat”. In una chat tra dipendenti di TikTok del febbraio 2020, ci si rallegrava che le troupe TV non si fossero presentate a un evento pieno di ragazzini, dove un genitore aveva chiesto: “A quanti anni avete iniziato a usare i social?” e quelli gli avevano risposto “tra gli 8 e i 12 anni”, ammettendo di aver facilmente infranto la regola dell’età minima consentita: 13 anni.

Il verdetto di Los Angeles arriva a poche ore dalla sentenza di un tribunale del New Mexico, che ha condannato Meta a pagare 375 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali. Facebook e Instagram sarebbero diventati mercati per il traffico di minori, senza che i vertici dell’azienda abbiano preso le necessarie contromisure. Tina Frundt, fondatrice del “Courtney’s House”, associazione che si occupa di violenze, ha raccontato in questi mesi la storia di Maya, 12 anni. Contattata da un adulto su Instagram, la bambina gli ha mandato foto nuda e, dopo averlo incontrato, è stata avviata alla prostituzione. Il suo profilo Instagram è stato utilizzato per farle pubblicità e per organizzare gli incontri. La ragazza, che non sapeva come dire no a un uomo che era stato così gentile con lei, è stata accolta da “Courtney’s House” dopo essere stata abbandonata semi-incosciente in mezzo a una strada. Era stata violentata da diversi uomini tutta la notte. Maya alla fine non ce l’ha fatta. È stata trovata morta dalla madre una mattina, a letto, dopo un’altra notte di sesso e droga. Tina Frundt ha detto di aver chiesto a Instagram di rimuovere il materiale usato per “vendere” la ragazza. Dopo la sua morte, le foto non erano ancora state rimosse.

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