giovedì 18 luglio 2019

Il caso e la sfortuna non c’entrano. A causare i tumori è l’ambiente - Miriam Cesta




La sfortuna non c’entra: l’insorgenza di un tumore non dipende dalla malasorte o dal caso. Un gruppo di studiosi dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) e dell’Università Statale di Milano guidati da Piergiuseppe Pelicci, direttore della Ricerca Ieo e professore di Patologia generale all’Università Statale di Milano, e Gaetano Ivan Dellino,  ricercatore, in collaborazione con i colleghi dell’Università Federico II di Napoli, ha scoperto che dietro a una delle alterazioni del Dna più frequenti e importanti per lo sviluppo del cancro, le traslocazioni cromosomiche, non ci sono il caso o la sfortuna, come ipotizzato fino a oggi, ma degli specifici input che le cellule ricevono dall’ambiente esterno, quest’ultimo condizionato a sua volta dall’ambiente in cui viviamo e dal nostro stile di vita.

Il cancro non si sviluppa per caso o sfortuna
I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Nature Genetics, sembrerebbero dunque rappresentare un primo colpo inferto al mito della casualità del cancro lanciato da Bert Vogelstein della Johns Hopkins Medical School (Baltimora, Stati Uniti), uno degli scienziati contemporanei più autorevoli, quando sulla rivista Science in tre studi pubblicati nel 2016, 2017 e 2018 sostenne come due mutazioni su tre nei tumori fossero dovute a errori casuali effettuati durante i meccanismi di replicazione del Dna delle cellule, e quindi inevitabili. Siccome queste mutazioni venivano considerate del tutto casuali, Vogelstein ha concluso i suoi studi sostenendo che avverrebbero in ogni caso, anche se il nostro pianeta fosse perfetto e i nostri stili di vita irreprensibili. Quindi non possiamo fare nulla per evitare di ammalarci di cancro: possiamo solo sperare che non tocchi a noi, contando sulla fortuna.

Le traslocazioni cromosomiche
Un tumore si sviluppa quando una singola cellula accumula 6 o 7 alterazioni del Dna a carico di particolari geni, detti “geni del cancro” o “oncogeni”. Gli autori dello studio pubblicato su Nature Genetics spiegano che possono essere di due tipi le alterazioni presenti nei geni del cancro: le mutazioni, che causano piccoli cambiamenti della struttura di un gene, e le traslocazioni cromosomiche, che causano la fusione di due geni. «Le traslocazioni sono la conseguenza di un particolare tipo di danno a carico del DNA, ossia la rottura della doppia elica», spiega Dellino. Come per le mutazioni, gli studiosi pensavano che questo tipo di danno avvenisse casualmente nel genoma, ad esempio durante la divisione cellulare, come ipotizzato da Vogelstein. «Al contrario il nostro lavoro mette in discussione la casualità delle traslocazioni cromosomiche. Studiando le cellule normali e tumorali del seno, abbiamo scoperto che né il danno al Dna né le traslocazioni avvengono casualmente nel genoma: possiamo prevedere quali geni si romperanno con una precisione superiore all’85%. Tuttavia solo una piccola parte di questi darà poi origine alle traslocazioni, cioè alla fusione di due geni rotti. La questione centrale, che cambia la prospettiva della casualità del cancro, è che l’attività di quei geni è controllata da segnali specifici che provengono dall’ambiente nel quale si trovano le nostre cellule, e che a sua volta è influenzato dall’ambiente in cui viviamo e dai nostri comportamenti, per esempio dal tipo di microbi con cui conviviamo, dalle sostanze che ingeriamo, ecc., non certo dalla sfortuna».

Non allentare sulla prevenzione
Le traslocazioni forse in futuro potranno essere usate come marcatore per identificare il rischio di sviluppare neoplasie o come bersaglio per mettere a punto farmaci che aiutino a prevenire il cancro. «Per ora non abbiamo capito esattamente quale sia il segnale che induce la formazione delle traslocazioni, ma abbiamo capito che proviene dall’ambiente. Ci stiamo lavorando», afferma Piergiuseppe Pelicci, coordinatore  dello studio dello Ieo e della Statale. Che spiega che, anche grazie a questo studio, la prevenzione in campo oncologico torna ad assumere un’importanza centrale: «Abbiamo dimostrato che non esiste una base scientificache ci autorizzi a sperare nella fortuna per evitare di ammalarci di tumore. Anzi: ora abbiamo un motivo in più per non allentare la presa sulla prevenzione riguardo allo stile di vita, al tipo di mondo che vogliamo, ai programmi di salute che chiediamo al nostro servizio sanitario. E anche al tipo di ricerca scientifica che vogliamo promuovere».

Il fascino discreto dell’aliga - Stefano Deliperi


Come ne Il fascino discreto della borghesia, grande capolavoro di Luis Buñuel, il rapporto della Sardegna con la gestione dei propri rifiuti rivela aspetti decisamente surreali e grotteschi.
Nel dicembre 2018 l’allora Assessore regionale della difesa dell’ambiente Donatella Emma Ignazia Spano vantava con una punta d’orgoglio i risultati della Sardegna nella raccolta differenziata dei rifiuti: l’Isola è sesta nella classifica nazionale della raccolta differenziata, con il 63% di raccolta differenziata rispetto ai rifiuti prodotti, dopo il Veneto (al 72,9%), il Trentino Alto Adige, la Lombardia, il Friuli e l’Emilia Romagna.
Sì, è un bel risultato, ma non tiene minimamente conto di una realtà diffusissima in tutta la regione, l’abbandono dei rifiuti. A Cagliari, con il vecchio sistema di raccolta differenziata dei “cassonetti”, i dati ufficiali del catasto rifiuti I.S.P.R.A. indicavano un lento calo della percentuale della raccolta differenziata dei rifiuti 88-90 mila tonnellate all’anno) dal 34,15% del 2011 al 28,87% del 2017.
In poco tempo, con il nuovo sistema di raccolta differenziata “porta a porta”, la percentuale è salita dal 29% dell’aprile 2018 al 64% del maggio 2019. Un bel successo, innegabile, tuttavia, con l’estensione progressiva del nuovo sistema di raccolta differenziata al centro storico e alle periferie, sono aumentati esponenzialmente i roghi di rifiuti, da Pirri a Mulinu Becciu,da San Michele a Sant’Elia.
Nessun complotto, come pur si dubita, ma un banale dato di fatto: le migliaia di evasori della TARI, la tassa sui rifiuti, non hanno diritto ai contenitori per la raccolta differenziata “porta a porta” e buttano i rifiuti per strada, dove – prima o poi – qualcunoli elimina con il fuoco.
Tant’è, con tutti i gravi problemi ambientali e sanitari che ne derivano. Un bel successo degradato da un aspetto della metodologia di raccolta differenziata non adeguatamente considerato. Surreale, ma vero. Pur dovendo intensificare la lotta all’evasione della TARI, si tratta di un aspetto assolutamente da rivedere (per esempio, realizzando e mantenendo alcune “isole ecologiche” nei vari quartieri), se non si vuol vedere la città ridotta a una terra dei fuochi. A questo si somma l’eterna inciviltà di troppa gente, mai abbastanza sanzionata.
Elemento, quest’ultimo, da non sottovalutare, come dimostra la realtà isolana. Da Pratobello, fra Fonni e Orgosolo, a Mores, dal parco Europa di Quartu S. Elena a S.Agostino di Alghero, sono infiniti le campagne, i cigli stradali, i parchi pubblici allietati da cumuli di rifiuti sistematicamente abbandonati pressochè impunemente da cafoni e incivili. Finora non si sono avvertiti miglioramenti e solo puntuali esposti alle amministrazioni pubbliche competenti portano a una (temporanea) bonifica ambientale.
Lungo le strade gli obblighi di pulizia e di decoro ambientale competono ai titolari e ai concessionari della rete viaria (art. 14 del decreto legislativo n. 285/1992 e s.m.i.), mentre per i terreni contigui e le campagne sono compiti dei soggetti pubblici e privati proprietari (art. 192 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.), come rammentato anche da una circolare assessoriale dell’ottobre 2012.
Non sono esenti da compiti anche gli amministratori locali: la recente  sentenza Corte cass., Sez. III, 15 novembre 2018, n. 51576 ha affermato che, nell’ordinamento delle Autonomie locali, pur sussistendo una netta distinzione fra i poteri d’indirizzo politico-amministrativo di competenza dei vertici istituzionali e i poteri gestionali attribuiti ai dirigenti o ai responsabili tecnico-amministrativi dei servizi (art.107del decreto legislativo n. 267/2000 e s.m.i.), non è certo escluso il dovere di attivazione da parte del sindaco di un Comune quando siano note situazioni che pongano in pericolo l’ambiente e/o la salute dei cittadini, non derivanti da fatti contingenti e occasionali.
Un esempio eclatante è dato dalla località di Sa Muxiurida, nelle campagne di Selargius. Un vero e proprio far west dei rifiuti. In proposito il Corpo forestale e divigilanza ambientale ha fornito (nota prot. n. 77011 del 3 dicembre 2018) gli imponenti numeri dell’attività svolta:
*attività in campo penale: n. 23 sequestri preventivi per discarica abusiva (2010-2018), n. 4 sequestri di automezzi pesanti per traffico illecito di rifiuti, n. 22 persone indagate;
*attività in campo amministrativo: n. 14 violazioni amministrative (2015-2018), n. 22 segnalazioni al sindaco di Selargius per l’emanazione di provvedimenti di bonifica ambientale (art. 192 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.).
Sono numeri che fanno comprendere come vi sia una vera e propria lucrosa attività organizzata di gestione dei rifiuti parallela a quella legale per ragioni legate al risparmio economico nello smaltimento di rifiuti speciali e non (detriti, pneumatici, mobili, vernici, rottami, ecc.), prima depositati, poi bruciati.
Un’attività illecita, sanzionata in particolare ai sensi degli artt. 255 (divieto di abbandono di rifiuti) e 256 (attività di gestione di rifiuti non autorizzata) del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i., nonché 674 del codice penale, che va stroncata con adeguata attività di vigilanza predisposta dal Comune e provvedimenti della magistratura se non vogliamo che le campagne di Selargius siano destinate a diventare una permanente discarica a cielo aperto, con tutte le ovvie conseguenze ambientali e sanitarie.
E’ fondamentale, quindi, l’attività di sensibilizzazione dei cittadini e un efficiente servizio di raccolta e gestione dei rifiuti, ma davanti a vere e proprie attività criminali di smaltimento illecito dei rifiuti di ogni genere non può mancare la giusta risposta preventiva e repressiva di amministrazioni pubbliche e magistratura.

mercoledì 17 luglio 2019

Lo scarpone militare affonda nel pantano artico - Elena Camino


Permafrost  e military bootprint
Non ci sono traduzioni in un italiano di uso corrente per queste due espressioni.  La parola permafrost – che viene citata con crescente frequenza non solo dalle pubblicazioni scientifiche, ma anche dai media – è un termine inglese composto da ‘perma’ (cioè permanente) e ‘frost’ (gelato).  Questa parola indica un terreno tipico delle regioni del  Nord Europa, della Siberia e dell’America settentrionale, dove il suolo è perennemente ghiacciato (non necessariamente con presenza di masse di acqua congelata) fino a profondità di 1 km e più da almeno due anni.

Military bootprint si può tradurre come ‘impronta dello scarpone militare’ – che richiama il concetto, ormai abbastanza diffuso, di ‘impronta ecologica’ – e in questo caso fornisce un’indicazione (più che una misura) dell’impatto ambientale esercitato dall’apparato militare sul pianeta.
Che relazioni ci possono essere tra i due? Un abile disegnatore potrebbe esprimerlo con una vignetta. Io ci proverò a parole.

Turbolenze nuove sul pianeta
Le trasformazioni climatiche in atto sul nostro pianeta vengono associate con crescente evidenza alle attività antropiche, e possono essere illustrate con molti esempi: uno dei più noti mette in relazione l’utilizzo dei combustibili fossili nelle attività estrattive e industriali, nei trasporti, negli scambi commerciali con la produzione di  un gas a effetto serra, CO2, che favorisce l’aumento della temperatura media dell’atmosfera e degli oceani. Ne consegue, secondo la maggioranza degli studiosi, un aumento della turbolenza dei flussi di aria e di acqua nell’atmosfera e negli oceani: cicloni e tempeste si abbattono con violenza anche in zone prima tranquille, in certe aree piove troppo, mentre in altre caldo e siccità mettono a rischio coltivazioni e vite umane; i monsoni e le grandi correnti oceaniche stanno diventando capricciosi e imprevedibili…

La fusione del permafrost: un punto di svolta?
Da alcuni anni è stata segnalato – tra le conseguenze del riscaldamento globale – un fenomeno che potrebbe avere effetti particolarmente gravi: la fusione del permafrost, che esporrebbe all’atmosfera una vasta regione del pianeta liberando rapidamente nell’atmosfera una grandissima quantità di gas serra che ne erano intrappolati.
I responsabili del sito ‘climalteranti’, molto attenti  a documentare in modo quantitativo i problemi climatici, hanno pubblicato nei giorni scorsi una nota (Quando i grafici inquietano) e hanno mostrato un  grafico in cui anche i non addetti ai lavori possono rendersi conto di una  anomalia – la linea rossa che sale bruscamente – che segnala un aumento inaspettato della fusione del permafrost in Groenlandia rispetto agli andamenti passati.
Una interessante carta interattiva consente ai lettori di avere una visione più ampia del fenomeno, e di fare paragoni con gli anni passati.
La fusione del permafrost è stata indicata già parecchi anni fa come uno dei possibili ‘tipping points’, ovvero punti di svolta, raggiunti i quali il nostro pianeta si innescano processi nuovi, irreversibili, che porteranno la Terra ad assumere nuove caratteristiche, alle quali con ogni probabilità le comunità umane risulteranno poco ‘adatte’. Il disegno qui sotto illustra in modo intuitivo un tipping point e le due strade che può prendere la Terra: girando verso sinistra (riducendo drasticamente il riscaldamento climatico) il pianeta può forse ‘stabilizzarsi’ in una situazione compatibile con la sopravvivenza umana. Se invece il riscaldamento continua, la Terra prosegue diritta (come una pallina che finisce in una buca) allontanandosi definitivamente dalla posizione che per miliardi di anni aveva reso possibile la meravigliosa evoluzione dei viventi. Il ‘tipping point’ diventa punto di ‘non ritorno’.

La fusione del permafrost è uno solo dei numerosi esempi di possibili ‘punti di svolta’, già previsti da tempo dagli scienziati: inversione delle correnti oceaniche, instabilità dei monsoni, estinzione delle foreste boreali… È possibile che più di uno di essi venga superato nello stesso periodo, con esiti che neppure i più potenti computer possono prevedere.

Dagli effetti alle cause: responsabilità taciute
Intanto i governanti di tutto il mondo si accapigliano nei loro giochi di potere, e rifiutano di prendere iniziative concrete ed efficaci per contrastare il crescente squilibrio dei sistemi ecologici… Non solo: le strategie che utilizzano nei loro bisticci sono tra le cause principali del dissesto ambientale: la preparazione delle guerre, le azioni di guerra e le conseguenze materiali delle guerre sono una delle principali fonti di emissione di gas serra (oltre che – ovviamente – di distruzioni sociali e ambientali).  Sono pochi, mal finanziati e spesso censurati gli studi che illustrano il contributo degli apparati militari alla produzione di gas serra. Si distinguono per la tenacia della loro denuncia alcuni gruppi di studiosi: uno è l’associazione inglese  ‘Scientists for Global Responsibility’, il cui Direttore, il  dottor Stuart Parkinson, terrà una conversazione nei prossimi giorni (il 29 giugno) sulle emissioni di CO2 prodotte dagli apparati militari in UK e nel mondo (The carbon bootprint of the military). Un’altra fonte preziosa di dati  proviene dal  Watson Institute della Brown University,  di cui fa parte Neta C. Crawford.   Gli interessi di questa ricercatrice sono molteplici: si occupa di teoria delle relazioni internazionali, processi decisioni, ruoli delle sanzioni, movimenti per la pace, aspetti etici, costruzione della pace dopo i conflitti.  E’ anche interessata ai metodi per comprendere costi e conseguenze della guerra, ed è  co-direttrice del Gruppo di Studio “Costs of War”).
In un lungo e dettagliato articolo da poco pubblicato (Pentagon Fuel Use, Climate Change,and the Costs of War) questa ricercatrice  presenta i calcoli che ha eseguito sulle emissioni di gas a effetto serra (espressi in tonnellate di CO2equivalente[1] prodotte dall’apparato militare USA dal 1975 al 2017.
Neta Crawford inizia l’articolo con alcune considerazioni generali: «con poche eccezioni – scrive – il contributo dell’apparato militare USA al cambiamento climatico ha ricevuto scarsa attenzione. Anche se il Dipartimento della Difesa ha ridotto i consumi di combustibili fossili dall’inizio degli anni 2000,  resta sempre il maggior consumatore di petrolio nel mondo». […]
Oggi è la Cina la maggiore produttrice di gas serra, seguita dagli Stati Uniti. Il solo Pentagono ha emesso, nel 2017, 59 milioni di tonnellate equivalenti di CO2, più del Portogallo, della Svezia o della Danimarca.
La Crawford fornisce poi dettagli sulle varie componenti delle emissioni: le maggiori fonti sono gli edifici (560.000 edifici in circa 500 installazioni – in USA e all’estero) e il combustibile: nel 2016 sono stati consumati 80 milioni di barili di petrolio per l’operatività. Gli aerei sono particolarmente ‘assetati’: il bombardiere B-2, che può contenere 25.600 galloni[2] di combustibile, in un  tragitto di 6000 miglia nautiche[3] emette 250 tonnellate di gas serra. Una singola missione richiede quantità enormi: nel gennaio 2017 due bombardieri B-2, accompagnati da 15 aerei per il rifornimento in volo, hanno viaggiato per 12.000 miglia, dalla base di Whiteman fino alla Libia, per bombardare dei bersagli ISIS (e hanno ucciso 80 sospetti militanti  ISIS) emettendo 1000 tonnellate di gas serra (senza contare quelli emessi dagli aerei di rifornimento).
«Quantificare le  emissioni di gas serra delle attività militari non è facile» – dichiara la studiosa.  Tuttavia, usando i dati ufficiali pubblicati dal Dipartimento  dell’Energia e considerando solo le operazioni di guerra si stima  che tra il 2001 e il 2017 in Afghanistan, Pakistan, Iraq e Siria che abbiano generato  più di 400 milioni di tonnellate di CO2 equivalente — circa pari alle emissioni prodotte in un anno da 85 milioni di automobili.
Neta Crawford esprime chiaramente il suo parere: «secondo me – scrive – nessuno degli avversari degli Stati Uniti – Russia, Iran, Cina, Nord Corea – pensa di attaccare gli Stati Uniti.  …Invece, il cambiamento climatico non è un potenziale rischio, ma una realtà, con conseguenze concrete per gli USA. Se non si riducono le emissioni diventeranno più plausibili i peggiori scenari, forse anche le ‘guerre climatiche’».

Una strategia obsoleta
Fare la guerra per affermare le proprie ragioni continua ad essere considerata un’opzione valida – non solo da governanti e militari – ma purtroppo da molta parte della società ‘civile’.  Nonostante l’evidenza di una situazione di massimo rischio nucleare (l’orologio dell’apocalisse segna 2 minuti alla fine) e nonostante la realtà presente – di una trasformazione in atto dei sistemi di regolazione del nostro pianeta – sembra impossibile trovare, a livello mondiale, la forza e la determinazione per un cambiamento radicale. L’immagine di truppe di soldati – a milioni – che sprofondano nel permafrost che fonde nelle vaste distese del Nord, mentre nel Sud del mondo  vaste comunità sono costrette a migrare da foreste morenti e campagne inaridite, potrebbe diventare uno stimolo per lottare – con le armi della nonviolenza e del buonsenso – contro la stupidità e la crudeltà.   Proviamo a bandire un concorso grafico? Nessuna classifica, per piacere, solo un moltiplicarsi di vignette che con ironia ed empatia ci spronino all’azione.

[1] Tonnellata di CO2 equivalente: è un’unità di misura che permette di pesare insieme emissioni di gas serra diversi con differenti effetti climalteranti.
[2] 1 gallone è circa 3,7 litri
[3] 1 miglio nautico = 1,8 km

da qui

Le scelte degli scienziati per ridurre la propria impronta ecologica - Claudia Grisanti



Il quotidiano britannico The Guardian ha chiesto a cinque esperti in che modo hanno modificato lo stile di vita per ridurre la loro impronta ecologica. Tom Bailey, del C40 cities climate leadership group, cerca di evitare l’aereo. Si concede un viaggio di andata e ritorno su breve distanza ogni due o tre anni. È vegetariano e nell’ultimo anno è passato a un’alimentazione vegana, cercando anche di consumare meno calorie. Bailey limita inoltre l’acquisto di nuovi vestiti e vorrebbe portare a quattro le giornate lavorative a settimana.
Dave Reay, dell’università di Edimburgo, ha smesso di prendere l’aereo nel 2004: “Sarebbe ipocrita da parte mia continuare a volare per andare ai convegni”. Con la sua famiglia è diventato vegetariano, perché la produzione di carne comporta molte emissioni di gas serra nell’atmosfera.
Alison Green, dell’organizzazione Scientists warning, teme un possibile collasso della società e per questo prevede di trasferirsi in campagna, dove poter produrre il proprio cibo. Siobhán Pereira, dell’azienda Costain group, ha deciso di non usare più la plastica, almeno per i prodotti per il bagno. Usa un sapone ecologico e tiene il dentifricio in un barattolo di vetro. “Ma c’è un costo addizionale in molte scelte ecologiche”, avverte Green, “che le rende elitarie”. Lei non guida e non mangia carne, ma prende ancora l’aereo. Secondo Kimberly Nicholas, dell’università di Lund, bisogna agire su tre fronti: i viaggi in aereo, l’auto e il consumo di carne.

martedì 16 luglio 2019

Piantiamo alberi, ovunque - Maria Rita D'Orsogna



Il metodo migliore per combattere i cambiamenti climatici? Piantare miliardi di alberi in tutto il mondo. Non è la prima volta che si parla del potere benefico degli alberi, in questo pianeta i cui ritmi e gli equilibri naturali cambiano troppo in fretta, ma è importante continuare a sottolineare questo fatto, specie in Italia, dova pare che abbattere alberi sia diventato lo spot nazinale. E non solo piantare alberi è il metodo migliore per fermare i cambiamenti climatici, ma è anche quello più economico. Impianti per sequestrare la CO2? Carbon Tax? Accordi internazionali? No, la risposta è piantare alberi!
La litania è lunga: gli alberi crescono e assorbono CO2 i cui livelli aumentano sempre più su questi pianeta. Se ci fosse un programma mondiale per la piantumazione degli alberi, molte cose potrebbero migliorare. Sulla terra ci sono circa 1,7 miliardi di ettari senza alberi, l’equivalente della superficie totale di Usa e Cina assieme. Si potrebbero qui piantare alberelli nativi, che crescono in modo naturale, senza troppi accorgimenti, e senza soldi per la loro cura. La stima è che ci vorrebbero trenta centesimi ad albero se si scelgono le specie giuste. Si potrebbero riforestare zone tropicali, si potrebbero piantare più alberi nei pascoli, nelle città, lungo le strade.

Il numero di 1,7 miliardi di ettari su cui si potrebbero piantare alberi arriva dall’analisi di circa 80.000 immagini ad alta risoluzione da Google Earth. Sistemi di intelligenza artificiale hanno poi messo assieme le foto con dieci tipi diversi di terriccio, topografia e clima per creare una mappa di dove gli alberi possano crescere meglio. L’analisi mostra che circa 8,7 miliardi di ettari di terra possono sostenere una foresta, e che circa 5,5 miliardi già hanno alberi. Di quel che resta, circa 3.2 miliardi di ettari senza alberi, 1,5 ettari sono usati per agricoltura intensiva e appunto, 1,7 miliardi di terreno sparsamente “verdeggiante”.
La riforestazione dunque, urbana e selvaggia, su questi terreni è il metodo migliore per abbassare i livelli di CO2, dice Tom Crowther dell’ETH di Zurigo, l’autore principale dello studio che ha pubblicato su Science. La riforestazione aiuterà a fermare i cambiamenti climatici e aiuterà a contenere i danni provocati dalle emissioni dalle fonti fossili.
Ottobre 2015: domenica salentina di disobbedienza in difesa degli ulivi
Certo ci vorranno anni per una riforestazione completa, ma a volerlo sarebbe il modo ottimale. Intanto, non ci vogliono grandi ordini dall’alto o la costruzione di mega impianti. Basta solo volerlo. Tutti possiamo piantare alberi, arrabbiarci con i nostri comuni quando vogliono abbatterne, partecipare o organizzare eventi di riforestazione nei campi abbandonati, gettare semi. I siti ottimali che sono stati identificati da Crowther dell’ETH si trovano in Russia, Canada, Cina, Usa, Brasile e Australia. In realtà iniziative di piantumazione esistono già a livello globale, incluso il Bonn Challenge, appoggiato da quarantotto paesi che si pone l’obiettivo si ripiantare trecentocinquanta milioni di ettari di foresta entro il 2030. Ma si può fare molto di più secondo Crowther. In cima alla sua lista c’è il Brasile. Crowther dice che gli alberi possono essere piantati vicino a piantagioni di caffè e di frutta creando “agro-foreste”.
Sul pianeta ci sono tre trilioni di alberi la metà di quanto ce ne fossero prima dell’arrivo 
dell’uomo. Abbiamo molta strada da fare.

Ecco "la formula perfetta" per impostare la temperatura dell'aria condizionata



La calura di questo torrido periodo estivo ci induce a esporci all'aria condizionata nei tanti ambienti che quotidianamente frequentiamo, spesso anche senza volerlo. Ma quale dev'essere la temperatura ideale rispetto a quella esterna? "Molto spesso a causare raffreddori, tosse e mal di gola non è l'aria condizionata in sé, quanto un suo uso scorretto, che mette il nostro corpo bruscamente sotto stress termico per il salto di temperatura. La differenza non deve essere superiore ai 7 gradi. C'è una piccola formula: impostare una temperatura pari alla metà di quella esterna più 10°C. Ad esempio, se fuori ci sono 36°C regoliamo a 36/2+10= 28°C quella interna". Lo spiega Lino Di Rienzo Businco, responsabile di Otorinolaringoiatra all'Ospedale S. Carlo di Nancy di Roma.

"L'estate - sottolinea l'esperto - rappresenta un fattore di rischio per le nostre mucose respiratorie. Entrare e uscire da negozi, uffici, supermercati, palestre, come anche aerei o treni ad alta velocità, dove sono attivi impianti di climatizzazione, determina un vero e proprio schock termo-igrometrico, legato alla differenza di temperatura tra ambiente esterno e interno. Le mucose delle prime vie respiratorie (naso, seni paranasali, faringe, tonsille, adenoidi, laringe, bronchi) ne risentono, diventano secche e più permeabili all'aggressione di virus e batteri e quindi si sviluppano riniti, sinusiti, adeno-tonsilliti, faringiti, laringiti e abbassamento di voce, tosse, asma".

E' facile, dunque, "dopo sbalzi termici avere raffreddori o sinusiti, con faringiti, naso che 'colà - prosegue Di Rienzo Businco - Esistono terapie in grado di prevenire i danni mucosali, a base di sostanze emollienti e idratanti anche a base di vitamine. Queste, un po' come avviene per la pelle, formano un film protettivo sulle mucose, rendendole più forti contro le aggressioni climatiche e le infezioni".
Lo specialista indica anche i "fattori di rischio da correggere e da tenere presente per chi è esposto ad ambienti climatizzati: allergie, adenoidi o tonsilliti ricorrenti specie nei bambini, afte orali, stomatiti, mal di gola ricorrenti, abbassamenti di voce, bisogno di raschiare la gola, tosse cronica o ricorrente".
L'aria condizionata ha lo scopo di migliorare il clima in un'abitazione e il benessere dei suoi abitanti, ma non posizionare l'unità interna correttamente può far ottenere l'effetto contrario, ammonisce inoltre l'otorinolaringoiatra. "Il flusso di aria, sia fredda che calda, non va orientato direttamente verso le persone - avverte - Sarebbe fastidioso e può generare diversi malesseri quali torcicolli, nevralgie, asma, allergie respiratorie, riniti, e congiuntiviti". "È importante - conclude Di Rienzo Businco - che l'aria non sia direzionata verso la scrivania, il tavolo da pranzo, la poltrona o il divano del salotto o un letto, al massimo ai piedi di questo, mentre si può accettare che il flusso vada verso un'area di passaggio; è poi sbagliato posizionare lo split dietro a tende, divani o di fronte una parete a meno di 3 metri, se così si genera un 'rimbalzo' dell'aria che colpisce le persone".


lunedì 15 luglio 2019

Giordania, le antiche rovine di Petra - GIUSEPPE DEL BUONO



Un paese affascinante la Giordania, una cultura millenaria, una storia travagliata e ricca che si perde indietro nel tempo fino agli albori della storia. In questi luoghi troviamo delle rovine ancora più misteriose e seducenti, i resti dell’antica città di Petra risalenti al IV secolo a.C. Le rovine dell'antica metropoli e del centro commerciale ora servono come importante sito archeologico e ovviamente come attrazione turistica.
Petra si trova a circa 240 km a sud di Gerusalemme e Amman, la capitale della Giordania, e circa a metà strada tra Damasco, Siria e Mar Rosso, ed è proprio la sua posizione geografica che è stata ideale per far sviluppare il complesso nel corso dei secoli come polo commerciale e centro di scambio.
Il sito è considerato significativo dagli storici e dagli archeologi, anche per altri motivi, ovvero sia per la sua bellissima architettura scavata nella roccia che per l'innovativo sistema di gestione delle acque, che ha reso la regione abitabile, dato che è circondata da terreno desertico, aspro e montuoso.
Petra è stata anche definita la "città delle rose" a causa del colore delle pietre utilizzate nei suoi edifici ed è stata inserita nel Patrimonio Mondiale dell'UNESCO nel 1985.
La storia della città inizia come postazione commerciale dai Nabatei, una tribù beduina araba indigena della regione in quella che oggi è la Giordania sudoccidentale. I Nabatei che vivevano e commerciavano a Petra accumularono presto una notevole quantità di ricchezza, e un invidioso Impero Greco attaccò la città nel 312 a.C. Questo evento segna il primo riferimento a Petra registrato nella storia. I Nabatei combatterono con successo gli invasori greci approfittando del terreno montagnoso che circondava la città. La montagna serviva efficacemente come un muro naturale, sostenendo Petra.
Tuttavia, l'incursione greca fu solo l’inizio di una serie di attacchi che portarono in ultimo alla conquista di Petra da parte dei Romani nel 106 d.C., e alla fine costrinsero i Nabatei ad arrendersi. L'Impero Romano annesse il territorio appena guadagnato e cambiò il suo nome in Arabia Petraea.
Continuarono a governare la città per oltre 250 anni fino alla metà del quarto secolo d.C., quando un terremoto distrusse molti dei suoi edifici. Alla fine i Bizantini presero il controllo della regione e governarono Petra per circa 300 anni. All'inizio dell'ottavo secolo d.C., Petra era in gran parte abbandonata e non era più un luogo significativo dal punto di vista commerciale, politico e culturale. Tuttavia, pur essendo in rovina incominciava ad essere notata da storici e archeologi per la sua architettura unica e per l'innovazione specifica dei beduini nabatei che hanno fondato la città.
Dato il terreno accidentato e montuoso che lo circonda, Petra non sembrerebbe un luogo logico per costruire una città eppure i Nabatei approfittarono di questa geografia mentre erigevano le sue strutture chiave. Usando una prima forma della tecnica nota come architettura scavata nella roccia, i Nabatei scolpirono letteralmente molti degli edifici della città dalle superfici di pietra circostanti. Con l'evolversi della cultura nabatea e con il successivo tentativo dei romani e dei bizantini di lasciare i propri segni sulla città, l'architettura di Petra iniziò ad assumere un mix tra le diverse culture che la occupavano.
Le tombe grandi ed ornate costruite dai Nabatei lasciarono il posto alle chiese cristiane costruite dai Bizantini, che consideravano Petra la capitale della provincia della Palestina.
Nel mentre di questo passaggio architettonico per le strutture più imponenti i Romani che governarono la città dopo i Nabatei e prima dei Bizantini, costruirono la strada romana di Petra, che venne utilizzata come la principale arteria, e costruirono anche le porte ornate che segnavano l’ingresso, e altri interventi minori che comunque lasciarono il segno.
L’influenza dei Nabatei sul disegno e sulla struttura della città non fu mai completamente eliminata, la loro geniale abilità nello sviluppare soluzioni per la raccolta dell’acqua rimase come segno indelebile e fu utilizzato senza troppe modifiche anche da coloro che vennero dopo.
Come abitanti del deserto, i Nabatei avevano lottato a lungo durante le stagioni in cui le precipitazioni nella regione erano molto limitate, ma anche quando erano troppo abbondanti. Al momento della costruzione, svilupparono un sistema unico di condutture, dighe e cisterne per raccogliere, immagazzinare e distribuire l'acqua piovana per tutto l'anno sfruttando anche precipitazioni limitatissime. In certi periodi dell'anno, l'area intorno alla città era soggetta a inondazioni. Tuttavia, i Nabatei erano in grado di controllare efficacemente queste alluvioni usando dighe e, quindi, l'approvvigionamento idrico della città. Ciò significava che potevano risiedere in città anche durante i periodi di siccità migliorando anche la resa dal punto di vista agricolo.
Dopo l'ottavo secolo, quando Petra fu in gran parte abbandonata come centro commerciale, le sue strutture in pietra furono utilizzate come rifugio dai pastori nomadi per diversi secoli.
Poi, nel 1812, le straordinarie rovine di Petra furono per cosi dire "scoperte" dall'esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt, che descrisse quello che aveva visto nelle sue memorie di viaggio.
Con il mondo occidentale ormai consapevole della loro esistenza, le rovine hanno presto attirato l'interesse di architetti e studiosi, e iniziarono anche degli scavi ufficiali che portarono a dei risultati nei decenni successivi, tra cui la scoperta del 1993 di pergamene greche risalenti al periodo bizantino e la più recente documentazione via satellite di immagini di una struttura monumentale precedentemente sconosciuta sepolta sotto le sabbie della zona.
Quando nel 1985 Petra fu dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO, le tribù beduine che avevano costruito case all'interno delle restanti rovine della città furono forzatamente trasferite dal governo giordano.
Nei primi anni 2000, il sito è stato nominato una delle "Sette nuove meraviglie del mondo", portando a un picco nel turismo. Da allora, sono stati fatti sforzi per proteggere le rovine di Petra dal turismo eccessivo, così come i danni da inondazioni, pioggia e altri fattori ambientali.