Amare Produzioni Agricole
sabato 25 luglio 2026
venerdì 24 luglio 2026
Il futuro del pianeta si deciderà in Brasile - Eliane Brum
Una delle più importanti scienziate esperte di clima, la brasiliana Luciana Gatti, ha sorpreso tutti annunciando la sua candidatura a deputata federale alle elezioni di ottobre. La logica di Gatti, che da trent’anni fa ricerche sull’Amazzonia e sull’impatto dei gas serra generati in gran parte dallo sfruttamento del bestiame nella foresta, è cristallina. “La situazione climatica sta andando verso il caos. Dobbiamo fare qualcosa di diverso, uscire dagli schemi. Il congresso sta accelerando la nostra estinzione”, ha spiegato in un’intervista al sito d’informazione sull’Amazzona Sumaúma. Gatti si riferisce al fatto che il parlamento brasiliano sta annullando le leggi di protezione ambientale e ostacolando la demarcazione delle terre dei popoli nativi. “Non possiamo restare a guardare questo congresso assurdo, ignorante, e limitarci a rimanere nel nostro angolino, a fare gli scienziati. Il compito di tutti noi è cambiare il parlamento”.
La decisione
può sembrare radicale o addirittura disperata, ma dal punto di vista etico è
forse l’unica che abbia senso. La scienziata, come altri che intendono lasciare
i laboratori per candidarsi a un seggio al congresso, sa meglio della maggior
parte delle persone cosa sta succedendo: nella porzione brasiliana la
principale foresta pluviale del pianeta emette già più anidride carbonica di
quanta ne assorba. Nel 2024 ne ha immagazzinato 476 milioni di tonnellate, ma
ne ha emesse 755 milioni, superando la quota assorbita di 279 milioni di
tonnellate. Ciò significa che uno dei grandi serbatoi di carbonio del pianeta
sta collassando.
Chi conosce
l’Amazzonia sa che la foresta non sopravvivrebbe a un altro governo di estrema
destra, per questo l’attenzione è concentrata sul parlamento brasiliano
Studi come
quelli di Gatti e dei suoi colleghi dimostrano che nelle zone disboscate le
temperature aumentano e le precipitazioni diminuiscono. Le piogge dell’America
Latina dipendono dalla salute del bioma amazzonico, grande regolatore del clima
del pianeta. Questa meraviglia, creata nel corso di più di cinquanta milioni di
anni, è stata sistematicamente distrutta in poco più di cinquant’anni e negli
ultimi tempi a un ritmo ancora più accelerato. Se muore, moriremo anche noi.
Questa è la
portata della posta in gioco nelle elezioni brasiliane. E dovrebbe interessare
il mondo intero. Il governo di estrema destra di Jair Bolsonaro (2019-2022) ha
aggravato – e di molto – la distruzione della foresta. Ma il ritorno al potere
di Luiz Inácio Lula da Silva nel 2023 non ha salvato l’Amazzonia. In parte
perché il suo governo è formato da una coalizione di ben undici partiti, che
annovera sostenitori dell’agroindustria e dei combustibili fossili in ministeri
chiave; e anche perché Lula appartiene a quella corrente della sinistra globale
ancora convinta che sia possibile ridurre le disuguaglianze sottraendo materie
prime alla natura. Ma, soprattutto, perché il governo non ha la maggioranza in
parlamento e perché alla camera e al senato dominano i politici legati ai
principali responsabili di deforestazione e inquinamento: l’industria mineraria
e quelle della carne, della soia e dei pesticidi.
Il
parlamento attuale ha smantellato gran parte della legislazione ambientale e
rende sempre più difficile demarcare i territori degli indigeni. La
legalizzazione dell’attività mineraria nelle loro terre è il prossimo passo.
Chi conosce l’Amazzonia sa che probabilmente la foresta non sopravvivrebbe a un
altro governo di estrema destra. Per questo l’attenzione è concentrata sul
congresso, dove l’estrema destra si sta adoperando per ampliare il proprio
controllo, soprattutto al senato, l’unica istituzione competente a destituire i
magistrati della corte suprema. Poiché negli ultimi anni la corte ha annullato
alcune sue leggi ritenendole incostituzionali, il suo obiettivo è quello di
eliminare gli ostacoli ai propri abusi di potere.
Anche i
presunti “progressisti” si concentrano sulla contesa parlamentare, ma per
motivi opposti. Il ritorno dell’estrema destra al governo, questa volta con
Flávio Bolsonaro, il primogenito dell’ex presidente, sarebbe catastrofico per
il paese e metterebbe quasi tutta l’America Latina sotto la tutela di Donald
Trump. Ma altri quattro anni di legislazione come quella attuale, anche se Lula
fosse rieletto, aggraveranno il collasso climatico e causeranno la morte di
molte più persone.
Marina
Silva, deputata federale ed ex ministra dell’ambiente e dei cambiamenti
climatici di Lula, ora aspirante candidata al senato, è riuscita a ridurre la
deforestazione in Amazzonia. Ma ridurre non basta. La media è di cinque alberi
abbattuti al secondo. Tuttavia anche se la deforestazione si fermasse,
l’accelerazione del collasso continuerebbe.
C’è solo una
via d’uscita: riforestare. Lo dicono scienziate come Luciana Gatti. Dal
prossimo congresso brasiliano dipende la vita ben oltre i confini del Brasile. ◆ et
Questo
articolo è uscito sul numero
1675 di
Internazionale, a pagina 36.
giovedì 23 luglio 2026
Dove ci porta il giardinaggio - Olivia Laing
Quest’anno la primavera è scoppiata in un tripudio di gemme. Ogni dieci minuti esco in giardino per un nuovo sopralluogo: si sono aperti i primi tulipani fucsia, i narcisi stanno cominciando a sfiorire e il nespolo e il cotogno hanno foglie nuove, cariche di linfa, che riflettono la luce. Al centro di tutto troneggia una Magnolia x soulangeana, regina dei giardini suburbani, sospesa tra la piena fioritura e l’inevitabile declino in una massa disgustosa di viscidi petali marroni. Ho perfino falciato il prato, per godermi quel sentore di cumarina dell’erba calda dopo lunghe settimane di pioggia invernale.
Più di qualsiasi altro cambio di stagione,
l’arrivo della primavera sembra sempre un evento improbabile, stranamente
incerto, e porta con sé un’esplosione pagana di piacere e sollievo. Se avete il
coraggio di sfidare il freddo, il giardinaggio vi offre un posto in prima fila.
Il mio primo compito, a gennaio, è togliere le foglie morte dagli ellebori,
scoprendo i piccoli germogli di fiori lentigginosi, a cinque petali, che
sbocceranno anche sotto la neve. La piantagione dei bulbi in autunno garantisce
ogni ondata successiva, dai bucaneve e gli aconiti ai narcisi, le scille e le
fritillarie. Nelle settimane esaltanti in cui la natura si schiude, mi sento
quasi attraversare da una scossa elettrica.
Questa sensazione di prossimità alla
rinascita fa parte del fascino tradizionale del giardino, ma diventa ancora più
acuta, quasi dolorosa, in tempi di caos e violenza. Quando i giornali usano
titoli apocalittici, il giardino può sembrare una zona di sanità mentale, un
rifugio di abbondanza naturale. Qui, almeno, Donald Trump non detta l’ordine
degli eventi.
Nell’ultimo, turbolento decennio l’idea
del giardino come rifugio o addirittura come soluzione ai problemi della
modernità si è molto diffusa. Se un tempo dedicarcisi era considerato
soprattutto un passatempo legato al relax e alla bellezza, oggi è regolarmente
presentato come un antidoto a molti aspetti dell’esistenza contemporanea: dalla
depressione all’ansia, dalla fame di realtà indotta dall’intelligenza
artificiale alla crisi climatica stessa.
Il libro di Sue Stuart-Smith Coltivare il giardino della mente (Rizzoli 2021)
ha contribuito a diffondere l’immagine del giardinaggio come attività benefica
per la salute mentale, mentre giardinieri come Piet Oudolf, Isabella Tree, John
Little e Nigel Dunnett promuovono da tempo metodi di coltivazione ecologici che
svolgono una funzione protettiva contro il riscaldamento globale e la perdita
di biodiversità.
Eppure, al giardinaggio visto come una
sorta di rimedio universale alla permacrisi si è accompagnata una
contronarrazione che lo dipinge come un hobby escapista, frutto del privilegio
e della disuguaglianza. Le foto del lockdown del 2020, tra prati incolti e meli
in fiore, hanno scatenato un acceso dibattito sui social riguardo alla
proprietà della terra e all’accesso agli spazi verdi, mentre su Instagram il mondo
del giardinaggio si è fortemente polarizzato su temi come la Brexit, Black
lives matter e, più recentemente, sulla questione palestinese.
A volte sembra di dover scegliere tra due
posizioni estreme e inconciliabili. Il giardino è davvero un’arma segreta
contro il capitalismo tossico e il collasso ecologico? Oppure è un rifugio
platealmente apolitico, un Petit Trianon di autocompiacimento? Possibile che un
giardino non può semplicemente essere un giardino?
La risposta, almeno all’ultima domanda, è
no. Un giardino è uno spazio fisico, certo, ma è anche un luogo profondamente
metaforico. Si colloca su quella soglia complessa tra natura e cultura, lavoro
e piacere. Proprio il suo essere un “luogo di mezzo” lo rende particolarmente
utile per riflettere su molte questioni legate al modo in cui organizziamo la
nostra vita, ed è per questo che il giardino occupa un ruolo così
sproporzionato nella letteratura e nell’arte.
Nel Candido di
Voltaire, scritto nel 1759, il giardinaggio è un atto di lucidità che sopravvive
alla guerra e alle crisi. Nel capolavoro seicentesco di Andrew Marvell The garden il giardino è un regno privato di
contemplazione, dove le realtà dell’immaginazione e dello spirito prevalgono
sull’amore e sul conflitto umano, annihilating all that’s made / to a green thought in a green shade (annientando
tutto ciò che è creato / in un pensiero verde, in un’ombra verde). Il conflitto
era un concetto che Marvell, politico negli anni spaventosi dell’interregno e
della restaurazione, conosceva fin troppo bene. Se la guerra guidata
dall’intelligenza artificiale è un’invenzione del nostro secolo, il desiderio
di sottrarsi allo scontro imboccando la via del giardino ha radici molto
antiche.
La questione etica, qui, riguarda il
rapporto tra testimonianza e fuga, ed è stata distorta dal modo in cui i social
media mescolano immagini di atrocità e dolore globali con le pratiche
quotidiane, fino a far sembrare che una sia la risposta diretta all’altra. Ci
sono giardini concepiti come veri e propri ritiri dal mondo, con recinzioni di
filo spinato e pattuglie di sicurezza per tenere fuori il resto della
popolazione. E ci sono giardini che si affidano a uno stuolo di addetti per
costruire un’illusione di potere e perfezione.
Ma per molte persone, me compresa, parte
del fascino del giardino sta proprio nel fatto che è uno spazio che permette di
misurarsi con la realtà senza nascondersi. La pratica ripetitiva di potare,
scavare, piantare e curare le piante favorisce uno stato mentale ideale per
metabolizzare pensieri difficili e impegnativi, a partire dai contenuti delle
notizie, in modo molto più fluido e naturale di quanto si possa fare stando
seduti davanti a uno schermo.
Come leggere o ascoltare musica, il
giardinaggio è un’attività cognitivamente ricca. Ogni mattina provo un piccolo
fremito di piacere quando poso il telefono ed esco per il mio giro di
perlustrazione. Quella che mi accoglie è un’esplosione di segnali che arrivano
da altre entità viventi complesse, segnali che il mio corpo e il mio cervello
sono nati per elaborare e interpretare. Sono scollegata e connessa allo stesso
tempo: avverto la vibrazione delle informazioni mentre sono osservata da una
moltitudine di esseri viventi. Non si tratta tanto di fuggire o di staccare la
mente, ma di rientrare nel mondo vivente che la tecnologia spesso rende
invisibile. È un ritorno essenziale se vogliamo davvero affrontare il
cambiamento climatico.
Questo non significa che il giardinaggio
sia una pratica riservata a pochi privilegiati che assistono da spettatori alle
calamità globali. Nel Giardino contro il tempo (Il
Saggiatore 2024) ho scritto di Abu Waad, l’ultimo giardiniere di Aleppo,
protagonista di un breve documentario realizzato nel 2016 sulla guerra civile
siriana. Abu Waad gestiva un vivaio e si rifiutò di smettere di lavorare quando
in città era arrivata la guerra. Continuò ad annaffiare rose e fichi mentre
intorno cadevano le bombe, finché non rimase ucciso in un attacco aereo. “I
fiori aiutano il mondo”, insisteva. “L’essenza del mondo è un fiore”.
Se un giardino nutre lo spirito, allora i
giardini possono essere un modo di resistere alla guerra, di armarsi con
l’immaginazione contro un’invasione terribile. Un giardino è un modo per un
popolo di definire chi è davvero, anche quando viene precettato con la forza o
costretto a vivere nei campi profughi. In Ucraina, in Palestina, in Iran,
costruire giardini tra le macerie e le rovine è l’atto di speranza più viscerale
che esista.
Nel 2024 ho curato A garden manifesto insieme all’artista Richard
Porter. Sentivamo che il giardinaggio stava diventando sempre più impegnato
politicamente e volevamo raccogliere testimonianze stimolanti da chi lo
praticava. Abbiamo invitato artisti, giardinieri e attivisti, alternando le
loro risposte a fotografie degli orti e dei giardini comunitari nell’East
village di New York negli anni settanta, degli affreschi di Pompei e di pitture
tombali dell’antico Egitto. Le risposte erano tutte profondamente personali.
Alcuni vedevano il giardino come un portale verso il passato o come un ricordo
caro dell’infanzia; altri si confrontavano con questioni di guerra e
colonialismo. C’erano tantissimi giardini diversi.
La primavera seguente siamo stati invitati
alla British library per discutere del manifesto. Abbiamo portato con noi tre
partecipanti: i giardinieri Jonny Bruce e Alys Fowler e l’artista Joy Gregory.
Gregory ha parlato di A taste of home,
un’opera di grande formato che nel 2024 ha installato al terminal 4
dell’aeroporto londinese di Heathrow, nata dalla collaborazione con un gruppo
di richiedenti asilo ospitati in strutture temporanee che erano lì vicino.
Insieme avevano creato cianotipi e monotipi di piante – finocchio, curcuma,
aglio, zafferano – che per loro significavano casa. Era uno spazio per chi era
stato strappato al suo giardino: un mondo azzurro di forme naturali che
raccontava la malinconia dell’esilio e il modo in cui le piante sanno
restituirci le nostre radici.
Un giardino non può mai essere davvero
isolato dal mondo. Come mostra l’opera di Gregory, le piante viaggiano, portano
con sé storie e provenienze, e anche il giardino più protetto resta esposto al
clima che cambia. Fiori, alberi e arbusti dipendono da risorse sempre più scarse
(soprattutto l’acqua) e sono vulnerabili a nuovi parassiti e malattie che, come
ricorda l’Agenzia per la salute degli animali e delle piante, “non rispettano i
confini internazionali”. L’aumento delle temperature e l’instabilità del meteo
stanno già avendo effetti profondi sulle specie che riescono a sopravvivere.
Il giardino non è un rifugio dalla crisi
climatica. È un laboratorio a cielo aperto, dove gli effetti della siccità,
delle alluvioni e delle ondate di calore non si possono ignorare, dove i fiori
spuntano fuori sincrono, non più in sintonia con gli almanacchi e le poesie del
passato. Nel mio diario del giardino ho annotato i ranocchietti cotti dall’afa
durante l’ondata di calore del 2022, quando nel Suffolk le temperature sono
arrivate a 38 gradi, e un’iris barbata fiorita in una tiepida giornata di
dicembre anziché a giugno. La magnolia è in anticipo di due settimane rispetto
all’anno scorso e, nonostante un inverno piovoso, l’ultimo bollettino
dell’Environment agency segnala che gran parte dell’Inghilterra ha avuto metà
delle precipitazioni previste per marzo.
Viviamo tempi difficili, ma sappiamo che i
giardini possono essere un antidoto al cambiamento climatico, soprattutto i
giardini pubblici e i parchi, capaci di raffreddare le città e proteggere la
biodiversità. Perché ciò accada, però, bisogna avere la volontà di crearli e
finanziarli, e resistere alla tentazione di costruirci sopra. Servono governi
disposti a proteggere gli obiettivi ambientali e a non sacrificarli per
guadagni economici di breve periodo. Servono capitali, visione politica e
interventi su larga scala oltre che nei singoli giardini privati.
Per immaginare i giardini pubblici del
futuro basta andare a Great Dixter, due ettari di esuberanza a Northiam, nel
cuore del Sussex. Sotto la guida ispirata del capo giardiniere Fergus Garrett,
Dixter è diventato la prova vivente che il giardinaggio ecologico e quello
ornamentale possono convivere e sostenersi a vicenda e che non sono obiettivi
in conflitto, come vorrebbero le interpretazioni più ascetiche della
rinaturalizzazione. È un giardino ludico e opulento, sia dal punto di vista
estetico sia per la sua sorprendente biodiversità.
L’aspetto ludico è importante. Questa idea
un po’ ingenua del giardinaggio come fonte di benessere e rinnovata salute
mentale spesso non tiene conto di quanto sia faticoso e doloroso, per l’ego e
per la schiena. L’orto è uno spazio di fallimenti e delusioni, dove le cose
vanno male più spesso di quanto vadano bene. “A volte penso che il libro ideale
sul giardinaggio non sia mai stato scritto, e temo che non sarà mai scritto. Il
titolo dovrebbe essere I miei fallimenti tra le
piante del giardino”, scriveva con ironia tagliente Henrietta Batson
nel 1908. Le piante muoiono, i progetti s’interrompono a metà, le erbacce
prendono il sopravvento, i parassiti mandano a monte un raccolto. Ogni anno
perdo un albero o un’amata rosa per colpa del fungo del miele, che si annida
invisibile sotto il suolo. In questo momento, un colombaccio sta strappando i
boccioli del glicine e li getta sul selciato.
Se per voi il giardino è un luogo dove
imporre la vostra volontà, resterete delusi. Ma, dato che il fallimento è
inevitabile, forse il giardino andrebbe inteso come un invito ad allentare i
propri confini, ad accettare la presenza di altri attori sulla scena. Se il
giardino è davvero un antidoto a qualcosa, è un antidoto al dominio
dell’individuo, un’introduzione al pensiero relazionale e reticolare. Quando ho
cominciato a dedicarmi al giardinaggio, negli anni novanta, l’idea prevalente
era che il suolo fosse un mezzo inerte; oggi sappiamo che è un tumulto di vita
microbica. Per questo m’interessa soprattutto creare comunità di piante che
possano cavarsela da sole nelle condizioni più favorevoli per loro. I miei
interventi, come quelli di molti altri organismi, avvengono su scale troppo
microscopiche o troppo vaste per essere percepibili.
Non servono ettari ed ettari di terreno.
Uno dei giardini più belli che ho visto è stato creato da un mio amico sui
minuscoli balconi del suo appartamento, in un nuovo complesso vicino alla
stazione ferroviaria di Cambridge. Dalla strada non si direbbe che, cinque
piani più in alto, c’è una meravigliosa arcadia di vasi e fioriere a doppio
livello che ospita limoni e fichi, altea, gladioli, lamponi e rose. Il mio
amico ha perso la moglie Ania per un tumore poco dopo la nascita della figlia,
e alcune delle piante più preziose sono state ricavate da talee dei fiori del
suo funerale, tra cui il suo amato lillà bianco e l’elegante aeonium “testa
nera”.
È questo il vero potere del giardinaggio:
una forma di espressione che dà sempre qualcosa in più, un atto di
collaborazione capace di sorprendere all’infinito. Le delusioni sono
innumerevoli, ma è proprio per questo che il processo ci restituisce così tanto.
Più che un dittatore o un re, il giardiniere è un partecipante, circondato dal
brulichio di tanti concittadini di specie diverse. Non conosco l’antidoto alla
guerra, ma non posso fare a meno di pensare che il mondo sarebbe molto più
pacifico se tutti riuscissimo ad assaporare questa gioia. ◆ fas
Olivia Laing è una scrittrice e
giornalista britannica. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Specchio d’argento (Il Saggiatore 2025). Questo
articolo è uscito sul Financial Times con il titolo “Refuge or reality?”.
Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina
88.
mercoledì 22 luglio 2026
A vent’anni dall’Operazione Arcadia l’onda nera internazionale è una seria minaccia per la Sardegna - Omar Onnis
L’Operazione Arcadia fu la vasta azione repressiva degli apparati di sicurezza dello Stato contro la sinistra indipendentista (allora rappresentata soprattutto dalla formazione A Manca pro s’Indipendèntzia). Dopo vent’anni e varie vicissitudini processuali, la morte di uno degli imputati e costanti riformulazioni delle accuse, non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda.
Il ministro
degli esteri (segretario di Stato) USA, Marco Rubio, convoca un summit internazionale
anti-antifascista, sotto la fattispecie della lotta al “terrorismo rosso”. La fissazione
dell’amministrazione Trump e dei suoi sostenitori per la minaccia “comunista”
somiglia un po’ alla retorica di Silvio Berlusconi trent’anni fa.
Agitare uno
spettro fittizio come quello del comunismo è un espediente di comodo per
delegittimare e se possibile colpire in termini repressivi qualsiasi movimento
democratico e popolare, organizzato o meno che sia. Lo spostamento a destra
dell’asse politico occidentale (ma non solo) è un fenomeno ormai conclamato, le
cui radici affondano nella reazione delle élite internazionali al periodo di
fermento sociale e culturale tra anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Si
innerva di ideologie securitarie e di fede cieca nelle virtù taumaturgiche del
“libero mercato”.
Per
inciso, ”libero mercato” è una formula vacua e menzognera (ideologica,
appunto), dato che i grandi padroni del mondo – gruppi bancari, fondi di
investimento, famiglie detentrici di rendite mostruosamente grandi, boss della
Silicon Valley, industriali delle armi e dei farmaci, ecc. ecc. – aspirano
ai monopoli e al controllo assoluto delle risorse, delle ricchezze
materiali e delle informazioni. L’esistenza stessa dell’umanità e la
salvaguardia della biosfera (l’unica di cui disponiamo) sono variabili
dipendenti, persino elementi sacrificabili.
La finta
dialettica tra élite tecnocratiche e movimenti politici di estrema destra
camuffa una convergenza di interessi che ha tra i suoi obiettivi principali quello
di prosciugare la partecipazione popolare alla politica, di ridurre
la possibilità stessa di alternative politiche e sociali, di generare una
frattura sempre più netta tra le classi dominanti e il resto della popolazione
umana. Mentre nel mondo si pagano le conseguenze dei rapidi mutamenti climatici
in corso, le élite internazionali – perlopiù negazioniste o comunque
interessate a fare del problema un’occasione di arricchimento e di potere – si
costruiscono bunker di lusso, preparandosi al peggio.
La stessa
retorica bellica, così di moda, in realtà riveste a malapena pulsioni di
speculazione affaristica, soddisfatte dalla crescita del traffico di armamenti
e strumenti di distruzione. Il vero interesse sta nei grandiosi ricavi
che i conflitti garantiscono, il resto è inquinamento infodemico.
Vale anche
per il finto conflitto tra Occidente e Federazione russa, i cui vertici sono
pericolosamente in consonanza ideale e strategica con quelli USA e con le
destre europee. D’altra parte, l’esempio fornito dalle classi dirigenti del
Vecchio continente è così poco dignitoso (pensiamo all’ultimo vertice NATO in
Turchia) che davvero si fa fatica a immaginarle come baluardo contro l’onda
nera montante e contro eventuali attacchi militari da est. Il
prosciugamento della democrazia europea non è spettacolare e fanfarone come
l’analogo fenomeno USA, ma non meno reale. Solo, applica preferibilmente
il principio della “rana bollita”.
L’iniziativa
di Rubio, per quanto possa suonare grottesca e quasi caricaturale, ha un senso
profondo che dovrebbe allarmarci molto. Ormai sta diventando legittimo il
discorso pubblico di stampo fascista (lo vediamo sotto l’amministrazione Trump negli USA, ma
anche nella maggior parte dei paesi europei, Italia in testa). Al contempo viene sempre più
colpevolizzato qualsiasi discorso emancipativo, popolare, solidale,
internazionalista, autodeterminazionista (sia nel senso delle garanzie per le
scelte di vita individuali, sia nel senso del diritto di esistere delle varie
minoranze, sia in termini di autodeterminazione dei popoli).
Operazione Arcadia: non siamo ancora giunti a un esito
definitivo della vicenda
Il che in
Sardegna dovrebbe suscitare un allarme ancora più vivo. Per combinazione, l’11
luglio cadeva il ventesimo anniversario dell’Operazione Arcadia, la vasta azione
repressiva degli apparati di sicurezza dello Stato contro la sinistra
indipendentista (allora rappresentata soprattutto dalla
formazione A Manca pro s’Indipendèntzia). Dopo
vent’anni e varie vicissitudini processuali, la morte di uno degli imputati (Massimiliano Nappi) e costanti riformulazioni delle
accuse, non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda. Ripensarci
oggi dovrebbe suscitare ancora maggiori preoccupazioni di quanto non sia
successo al momento.
Va anzi
detto che, sulle prime, quella vicenda non destò l’indignazione che ci si
sarebbe aspettati non solo dal mondo indipendentista ma anche dalla società
civile democratica. Il ceto medio istruito, in Sardegna, è da tempo il bacino
di consenso dei partiti italiani, come tale ostile a qualsiasi discorso
autodeterminazionista, anche blandamente autonomista (a dispetto delle
retoriche spesso impiegate). Ma almeno l’ambiente indipendentista,
sia nelle sue organizzazioni sia nella sua base sociale (che non è affatto così
esigua come i risultati elettorali lasciano supporre), avrebbe dovuto
reagire in modo forte e compatto.
L’Operazione Arcadia avrebbe dovuto dotarci di una
nuova consapevolezza
Era
l’occasione per sviluppare anticorpi robusti contro ogni forma di repressione
da parte degli apparati di sicurezza italiani. La memoria della repressione del
“vento sardista”, negli anni Ottanta del secolo scorso, non era condivisa dalle
nuove generazioni che animavano lo scenario politico del primo decennio di
questo secolo: l’Operazione Arcadia avrebbe dovuto dotarci di una nuova
consapevolezza. Certo, la copertura mediatica dell’intera vicenda ha sempre
lasciato a desiderare. Se da parte dell’informazione italiana ciò non può
destare meraviglia, dalla stampa sarda, in un mondo ideale, avremmo
potuto avere un apporto molto più sensibile alla realtà socio-politica dell’isola.
Ma anche la stampa sarda è perlopiù funzionale a dinamiche di potere e di
posizionamento dentro il grande gioco spartitorio neo-coloniale che colpisce la
Sardegna.
Molte
persone, sedicenti progressiste, che nell’isola si scandalizzano per la deriva
trumpiana e magari stigmatizzano la vicinanza del governo Meloni a tali istanze
reazionarie, non hanno la minima idea di cosa sia stata l’Operazione
Arcadia, di quale precedente inquietante rappresenti, proprio nell’ottica
dell’aggressione all’anti-fascismo in atto. Così come non hanno mai battuto
ciglio davanti a tutte le successive azioni repressive contro il movimento
anti-occupazione militare, pure a volte clamorose (come l’Operazione Lince, per
dirne una).
L’esclusione sistematica della popolazione locale da
qualsiasi decisione riguardi il territorio sardo
Insomma, non
c’è di che stare tranquilli. In Sardegna i disegni di sfruttamento coloniale
sono così palesi da risultare quasi invisibili, per paradossale che possa
sembrare. L’esclusione sistematica della popolazione locale da qualsiasi
decisione riguardi il territorio sardo è una condizione basilare, purtroppo
garantita dalle stesse forze politiche che occupano le istituzioni e tutti i
vari posti di sottogoverno, para-pubblici, culturali ecc. Che siano affari
generati dall’industria energetica, dal complesso militar-industriale, dai
grandi fondi di investimento interessati a infrastrutture e speculazione
immobiliar-turistica, dalle terre rare o da chissà cos’altro, la politica
istituzionale sarda è delegata a garantirne il successo. È una tipica
situazione coloniale, a dispetto delle obiezioni di intellettuali organici
all’apparato di potere dominante.
Un’ulteriore
stretta repressiva, che colpisca il dissenso nel cosiddetto Occidente (entità
mitologica, più che altro, ma è per capirci), in Sardegna potrebbe avere
effetti ancor più pesanti e assumere come obiettivi sia il mondo indy, sia
quello dei comitati popolari, sia la galassia anti-militarista e
anti-colonialista (ambiti che spesso si sovrappongono e si intrecciano, pur
senza mai riuscire a diventare un fronte democratico compatto), sia anche le
forze politiche non inquadrate nella consorteria oligarchica dei due (finti)
contendenti del centrosinistra e del centrodestra di matrice italiana.
Le notizie
riguardanti il summit convocato dalla destra statunitense e l’anniversario
dell’Operazione Arcadia, nella loro concomitanza, assumono dunque il carattere
di un monito, che nell’Isola dovrebbe essere colto non solo dai gruppi e dalle
persone potenzialmente bersaglio di tale recrudescenza reazionaria, ma da tutte
le persone e i gruppi, più o meno formalizzati, di sensibilità sinceramente
democratica.
martedì 21 luglio 2026
La plastica che ci ostruisce il cuore: nei pazienti con infarto acuto l’84% ha frammenti nelle arterie
La ricerca pubblicata sull'European Heart Journal individua nel fumo e nello smog un "cavallo di Troia": danneggiano le barriere polmonari e facilitano l'ingresso dei frammenti plastici nelle arterie del cuore.
Chi subisce un grave infarto ha livelli nettamente più
alti di micro e nanoplastiche nel sangue coronarico, e i fumatori
rischiano sei volte di più di avere queste particelle in circolo. Lo rivela uno
studio italiano pubblicato sull’European Heart Journal, che dimostra come
il fumo agisca da “apripista” nei polmoni, facilitando l’ingresso della
plastica nel flusso sanguigno fino ad ostruire le arterie del cuore.
I ricercatori hanno scoperto una correlazione chiarissima: chi subisce un
grave infarto ha livelli molto più alti di micro e nanoplastiche nel sangue
rispetto a chi soffre di altri disturbi cardiaci o ha coronarie sane. E in
questo scenario, c’è un fattore che amplifica drasticamente il pericolo, agendo
da vero e proprio “cavallo di Troia”: il fumo. Lo studio – frutto della
collaborazione tra l’Università Sapienza di Roma, l’Università di Verona e il
Centro di Ricerca sull’Inquinamento Ambientale e le Malattie Cardiovascolari
dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” di Napoli – ha analizzato il
sangue prelevato direttamente dai vasi coronarici di 61 pazienti. I risultati
non lasciano spazio a molti dubbi sulla diffusione di questi materiali.
Ebbene, la plastica è stata rilevata in ben l’84% dei pazienti colpiti da
infarto acuto. Inoltre, in questo gruppo è stata riscontrata una varietà di
tipi di plastica decisamente maggiore, tra cui il polietilene (il materiale più
comune per imballaggi e contenitori monouso). Mentre nei pazienti con
cardiopatia ischemica cronica, la presenza di plastica è scesa al 40%. È crollata
al 32% nei pazienti con coronarie sane (gruppo di controllo).
A guidare questa complessa e delicatissima fase di analisi clinica sul
campo è stato Pasquale Paolisso, cardiologo presso l’Ospedale
Sant’Andrea – Università Sapienza di Roma e primo autore dello studio. È stata
proprio l’intuizione di Paolisso e del seu team a permettere di mappare per la
prima volta la presenza di questi contaminanti direttamente all’interno della
circolazione coronarica. “Le micro e nanoplastiche sono ormai ovunque nell’ambiente,
ma fino ad oggi sapevamo pochissimo sulla loro reale capacità di penetrare nel
cuore”, spiega Paolisso. “La nostra ricerca dimostra non solo che queste
particelle raggiungono la circolazione coronarica, ma che esiste un legame
diretto tra l’esposizione ambientale, lo stile di vita e l’accumulo di plastica
nel sangue. Averle identificate in percentuali così elevate nei pazienti con
infarto acuto rappresenta un punto di svolta per comprendere i nuovi fattori di
rischio cardiovascolare legati all’antropocene”.
Se la presenza di plastica nel sangue è già di per sé preoccupante, i dati
su come queste particelle riescano a penetrare così facilmente nel nostro
sistema circolatorio lo sono ancora di più. È qui che il ruolo del fumo e
dell’inquinamento atmosferico diventa centrale. Secondo lo studio, infatti, i
fumatori hanno una probabilità sei volte maggiore di avere microplastiche nel
sangue rispetto ai non fumatori. Chi è esposto a lungo termine a livelli
elevati di polveri sottili (PM2.5) mostra una presenza di
plastica significativamente più alta. Il dato record è che il 100% dei pazienti
fumatori esposti ad alto inquinamento atmosferico presentava plastica nel
sangue coronarico.
Tra chi non fumava e viveva in aree meno inquinate, la percentuale scendeva
ad appena il 12,5%. “La storia clinica dei fumatori è strettamente legata alla
presenza di microplastiche nel sangue”, spiega Emanuele Barbato, ordinario
di Cardiologia alla Sapienza e direttore dell’Unità di Cardiologia
dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma, che ha guidato la ricerca spiegando il
legame biologico. “I nostri risultati suggeriscono che il fumo potrebbe
danneggiare le barriere protettive dei polmoni, rendendo molto più facile per
le micro e nanoplastiche penetrare nel flusso sanguigno attraverso le vie
respiratorie”. In altre parole, il fumo di sigaretta non solo introduce
sostanze tossiche di per sé, ma agisce come un ‘apripista’ che rende i polmoni
permeabili a queste piccolissime particelle plastiche disperse nell’ambiente.
Lo stesso meccanismo di vulnerabilità polmonare viene innescato
dall’esposizione costante allo smog e al particolato fine. Fino ad oggi, la
plastica nel corpo umano era considerata un problema principalmente teorico o
limitato all’apparato digerente. Questa ricerca, unita ad altre recenti
evidenze (come il ritrovamento di microplastiche nelle placche aterosclerotiche
carotidee), dimostra che la contaminazione da plastica è un fattore di rischio
cardiovascolare concreto. Le particelle di plastica non si limitano a
“galleggiare” nel sangue: studi collaterali indicano che la loro presenza è
associata a un forte aumento dei marcatori infiammatori (come il TNF-alfa e
l’interleuchina-6), che possono destabilizzare le placche nelle arterie e
favorire la formazione di trombi, scatenando l’infarto. La lotta alle malattie
cardiache, dunque, non passa più soltanto dal controllo del colesterolo, della
pressione o della sedentarietà. Ridurre l’uso della plastica, bonificare
l’ambiente, ripulire l’aria delle nostre città e, soprattutto, dire addio al
fumo di sigaretta sono oggi più che mai passi fondamentali per proteggere
letteralmente il nostro cuore.
lunedì 20 luglio 2026
Per sentirsi in vacanza non serve partire - Emma Poesy
Che sia per ragioni economiche, ambientali o per riposarsi davvero, sempre più persone rinunciano ai grandi viaggi e riscoprono un rapporto più sereno con il tempo libero
Fino a poco tempo fa Sylvie, 36 anni (che
come le altre persone citate in questo articolo preferisce non rivelare il suo
cognome), era abituata a viaggiare ogni volta che poteva prendere le ferie.
Poi una sera, davanti al computer, mentre
stava per prenotare i biglietti del treno e gli alberghi per un soggiorno in
Spagna, ha avuto un’illuminazione: “Mi sono chiesta perché stavo organizzando
una vacanza anche se, in quel momento, non avevo voglia di partire”, racconta.
Sylvie, che è responsabile della
comunicazione in una grande azienda parigina, conosceva già la risposta a
quella domanda. “Nel mio ambiente sociale, piuttosto privilegiato, è quasi un
obbligo: le ferie sono associate ai viaggi lontani, come se fosse
indispensabile fuggire dal proprio quotidiano appena si ha un po’ di tempo
libero”.
Eppure, in Francia solo il 60 per cento
delle persone parte per una vacanza almeno una volta all’anno, secondo uno
studio dell’Osservatorio delle disuguaglianze pubblicato nel giugno 2025.
Ma anche se i viaggi di piacere sono
tutt’altro che la norma, hanno un ruolo enorme nell’immaginario collettivo, a
sua volta alimentato dall’industria del turismo e dai social media, su cui ogni
giorno circolano milioni di foto di paesaggi da cartolina.
È proprio questa rappresentazione che
cercano di smontare tutti quelli che invece non partono, vuoi per ragioni
economiche, per considerazioni ambientali o per ostilità nei confronti del
turismo di massa (e a volte per tutte queste cose insieme).
Restando nel suo appartamento per tutta la
durata delle ferie, Sylvie ha deciso di “ascoltarsi davvero”. “Invece di
completare una prenotazione che non mi emozionava affatto, mi sono chiesta cosa
mi sarebbe piaciuto fare qui a Bagnolet”, racconta riferendosi al comune nella
periferia di Parigi in cui vive. Per dieci giorni si è concessa soprattutto il
lusso di non fare nulla e di provare a “liberarsi dell’abitudine di ottimizzare
costantemente il tempo”, cosa che associa ai suoi ritmi quotidiani.
Un turismo diverso
Sylvie ha passeggiato senza meta per le
strade di Parigi, ha letto fino a notte fonda e ha frequentato per la prima
volta quei corsi di ceramica di due ore e mezza che la incuriosivano da un po’
ma che non osava prenotare per paura di non avere abbastanza tempo.
Alla fine dei dieci giorni di ferie il
bilancio era chiaro: “Per la prima volta sono uscita dall’abitudine di ‘fare’
senza mai fermarmi, per provare semplicemente a ‘essere’”, racconta entusiasta.
Secondo l’antropologa Aude Vidal il
desiderio di dedicare più tempo a se stessi potrebbe essere legato anche ai
cambiamenti del turismo. “Con la comparsa di Airbnb e il sovraffollamento delle
mete turistiche, l’esperienza del viaggio è considerevolmente peggiorata”,
sottolinea l’autrice di Dévorer le monde (Divorare
il mondo).
“Molte città come Barcellona o Amsterdam
hanno finito per somigliare a dei musei e questo rende il viaggio meno
interessante o addirittura spiacevole se c’è troppa gente e i residenti
diventano poco ospitali”, dice Vidal. “Queste esperienze possono provocare una
certa delusione, oltre ad alimentare la crisi ecologica”.
Laura, 27 anni, da qualche mese ha
rinunciato ai viaggi in Europa e ai lunghi fine settimana di vacanza. Residente
a Grenoble, preferisce usare le ferie per dedicarsi a tutti quei piaceri che il
suo lavoro di receptionist non le lascia il tempo di concedersi.
Durante le ferie diventa una turista nella
sua città: “Mi piace scoprire nuove cose sul luogo in cui vivo. Anche
attraverso gesti molto semplici: esplorare vicoli a cui non ho mai fatto caso,
aprire il cancello di giardini che non conosco, entrare nei piccoli negozi in
cui di solito non riesco a fermarmi”.
Di recente Laura ha scoperto l’enorme
museo di Grenoble, dove ha passato quattro ore a osservare le opere esposte.
“Ho potuto soffermarmi su tutto quello che mi interessava, senza dovermi
preoccupare del tempo”, racconta. “Può sembrare una cosa da poco, ma è molto
diverso da quello che succede quando si è in viaggio e si sente il bisogno di
sfruttare ogni secondo al massimo perché si è speso molto per arrivare fin lì”.
Arnaud, 33 anni, già da qualche anno preferisce
dedicare un po’ di tempo a se stesso invece di partire per destinazioni
lontane. Chef e residente a Nancy, ha sempre amato viaggiare, ma è anche
consapevole che “partire non significa davvero riposare. Solo il viaggio, con
tutti gli spostamenti, basta a farti perdere un giorno di vacanza, a volte
anche di più”.
Arnaud non esclude in futuro di ripartire
per una meta lontana – gli piacerebbe andare in Giappone o in Nuova Zelanda –
ma oggi preferisce la serenità delle lunghe notti libere rispetto alle grandi
partenze. “Quello che mi piace è guardare serie tv una dopo l’altra e uscire
con gli amici senza preoccuparmi di arrivare al lavoro esausto il giorno dopo”,
spiega.
Forma di privilegio
Marie, insegnante di yoga di 43 anni che
vive a Metz, durante le ferie resta spesso in città con i suoi due figli,
dedicandosi ai lavoretti in casa e a coltivare l’orto. Questa viaggiatrice
quasi pentita preferisce ormai ai lunghi soggiorni le passeggiate e le
escursioni in giornata, che le permettono di soddisfare la sua curiosità senza
il carico mentale legato alla genitorialità.
“Partire con i figli comporta
inevitabilmente un grande impegno logistico”, racconta. “Bisogna fare e disfare
i bagagli, ma anche programmare le vacanze in modo che vadano bene per tutti. Tutto
questo toglie serenità”.
Secondo il sociologo e autore Rodolphe
Christin, che si è occupato molto di viaggi e turismo, imparare a restare a
casa implica comunque un lavoro su se stessi: “Quando la nostra esistenza non è
riempita dagli stimoli esterni, siamo portati a fare luce su ciò che ci motiva
come individui”.
“In altre parole, per essere un po’ meno
permeabili alle pressioni della pubblicità e delle norme sociali bisogna
riuscire a ‘decondizionarsi’ e scoprire quello che ci appassiona davvero”, dice
Christin, sottolineando però che lavorare su se stessi resta comunque “una
forma di privilegio”. ◆ as
Questo articolo è uscito sul numero
1673 di Internazionale, a pagina 100