Il 24
luglio, è l’Overshoot Day del pianeta. In parole povere: i nostri consumi
hanno superato ciò che il pianeta è in grado di fornire per tutto l’anno in
corso. Dal 25 luglio in poi stiamo (sempre noi!) consumando con largo anticipo
(più di cinque mesi) quello che la Terra mette a disposizione della vita delle
specie: dalle coltivazioni alla fauna, dalle foreste all’energia.
Il calcolo
con cui viene effettuata questa misurazione si ottiene con una semplice
formula: la biocapacità della Terra diviso l’impronta ecologica, il tutto
diviso i 365 giorni dell’anno. I due termini della divisione non fanno parte
del linguaggio comune per cui spendiamo qualche parola di spiegazione perché si
tratta di termini spesso ricorrenti nelle ricerche scientifiche sull’ambiente.
La biocapacità è
la capacità totale del pianeta di ricostruire le risorse naturali – acque,
legnami, prodotti agricoli e cibo in generale. A questo totale – costituito da
una marea di dati – va sottratto il quantitativo di rifiuti prodotto dalla
attività umana, comprese le emissioni di CO2 dato che questi fattori
diminuiscono la capacità rigenerativa totale.
L’impronta
ecologica indica il consumo di quelle risorse da parte dell’umanità.
Moltiplicando per i giorni dell’anno sapremo in quale data il consumo supera la
rigenerazione. Questo dato riguarda, però, la media del pianeta ma la
data dell’overshoot varia da paese a paese e commenteremo
nel seguito alcune di queste differenze. Per ora ci interessa capire se la
ricerca effettuata ci può fornire un indicatore del rapporto tra la crisi delle
risorse, il modo di produzione capitalistico e le conseguenze sull’ambiente:
questi sono i fatti per noi rilevanti.
La prima
cosa che rileviamo è che gli appelli ad un consumo consapevole si rivolgono
sempre ad un indefinito “noi” in quanto singoli consumatori e mai al
sistema produttivo – quell’innominabile capitalismo –
che governa la vita del pianeta e che non è in mano a singoli individui ma è
proprietà di una classe sociale – altro termine
innominabile – che sperpera in consumi di lusso, che distrugge merci per
mantenere alti i prezzi ed i profitti, che organizza guerre dove, sempre di
più, il consumo di risorse e la distruzione dell’ambiente raggiungono livelli
parossistici. E’ essenzialmente per questo che dal 25 luglio in poi le specie
del pianeta vivranno a credito ecologico ipotecando pericolosamente ogni tipo
di risorsa che la natura mette a disposizione.
Altra
osservazione che ci suggerisce dovute considerazioni è il fatto che i dati di
quel consumo – di cui non vi sommergeremo – variano da paese a paese. L’Italia,
per esempio, si dà sempre un gran bel da fare e la sua data fatale è
caduta il 3 maggio: in soli 122 giorni il paese ha
consumato ciò che la natura è capace di metterle da parte per tutto l’anno! L’Italia
è in linea con la media europea ma alcuni paesi fanno molto peggio: il Qatar
batte tutti e in 35 giorni brucia tutto. Seguono Lussemburgo, Singapore,
Kuwait, Mongolia (?), Canada, Emirati, Bahrain, Usa, Australia, Danimarca,
insomma tutti i paesi con un modello economico di “avanzato” capitalismo. I
paesi virtuosi giungono, invece, vicino al mese di novembre come Tunisia,
Nicaragua, Ecuador, Cambogia, Honduras. Ai campisti potrà interessare che il
giorno di “soglia” è il 28 marzo per la Russia mentre in Cina sono più virtuosi
e si fermano al 27 maggio. La data fatidica del 24 luglio rappresenta, quindi,
una media di consumi medi dei paesi oggetto dello studio di Global Footprint
Network, e non ci consente – dobbiamo riconoscere che sarebbe difficilissimo –
di misurare il contributo delle diverse classi sociali alla distruzione delle
risorse planetarie, la quale comunque non può essere fatta risalire a modelli
di consumo individuale.
Altra
considerazione ci viene dai grafici che mostrano dal 1972 al 2026 un
incremento pressocché lineare del debito – o credito – ecologico. Assumendo
come punto di partenza – o di parità tra consumi e riproduzione naturale – il
mese di dicembre del 1972, si vede che di anno in anno il mese in cui si va a
debito (media mondiale) arriva gradualmente e inesorabilmente all’agosto del
2026. L’andamento di questo dato coincide strettamente con tutte le
osservazioni metereologiche sul riscaldamento ambientale, sulla crisi climatica
generale, sul sovra-consumo dei combustibili fossili, sulla sovrapproduzione di
CO2.
Un’ulteriore
verifica della nostra tesi ci viene dai dati del periodo del Covid. In quei
giorni le rilevazioni dell’Overshoot Day portarono i dati in avanti
di ben tre settimane e non si può fare a meno di considerare che questa
anomalia sia stata frutto dell’abbattimento della produzione di merci, del calo
dei consumi dei combustibili fossili, del calo brusco del traffico
automobilistico. E non basta! Alcuni Paesi non compaiono nelle statistiche
di questa ricerca perché non raggiungono mai il punto di
sovrasfruttamento delle risorse naturali nell’arco dell’anno. E’ il caso
di diversi Stati africani come l’Angola e l’Eritrea,
o asiatici come il Pakistan e il Nepal. Questo accade
perchè l’impronta ecologica media di quei Paesi è inferiore
alla biocapacità globale disponibile e anche in questi casi il modello di
“sviluppo” capitalistico e di consumo è dissimile da quello dei cosiddetti
paesi occidentali tipici.
La stretta
correlazione tra gli andamenti di questi fenomeni mostra che essi non
sono separati, indipendenti, tutt’altro! Gli studi e le
rilevazioni dell’Overshoot Day partono dai primi anni ’70 mentre il
dibattito scientifico – con le conseguenti ricerche – ha individuato la
questione ecologica ben prima datandone l’inizio agli anni della ricostruzione
postbellica che segnò un balzo in avanti di tutti i fattori della crisi
climatica. Gli scienziati più avanzati hanno subito individuato la natura della
variazione degli elementi climatici nelle attività dell’uomo spingendosi fino
al punto di indicare l’attuale fase come un’epoca geologica del tutto nuova:
l’era dell’Anthropocene. Noi, incontentabili critici puntigliosi, indichiamo la
fase climatica in maniera più specifica sostenendo che essa è generata
direttamente dal modo di produzione capitalistico essendo confortati
dalle ripetute osservazioni della stretta correlazione tra le due
accelerazioni: quella del mdp e quella del cambiamento climatico. Gli studi
sull’Overshoot Day sono un’altra prova di questa correlazione e
della sua negativa evoluzione.
Questa
giornata sull’esaurimento delle risorse fa il paio con un’altra ricorrenza:
quella contro lo spreco alimentare, ma anche qui la prima cosa che
notiamo è l’omissione nell’indicare le vere cause e i conseguenti
rimedi ricorrendo ad un modo di porre anche questo problema come
dipendente dalle abitudini individuali. Siamo solo noi, quelli che buttano cibo
nella spazzatura (a proposito, molto di quello in produzione è veramente da
buttare!) i responsabili dello spreco alimentare? Per Waste Watcher
Observatory il problema è nel: “… comportamento del consumatore [che
genera] impatti economici, ambientali e sociali [adottando] diverse diete e
diversi stili di vita”. Sarebbe interessante, a questo punto, sottoporre
il questionario – perno di questa ricerca – ai palestinesi di Gaza ed agli
altri 730 milioni di persone che nel mondo soffrono la fame; non è una
provocazione! Con gli scarti dei supermercati davanti agli occhi non possiamo
fare a meno di commentare che l’obiettivo “… di generare conoscenze utili ad
indirizzare scelte individuali e politiche pubbliche relative all’uso
sostenibile delle risorse naturali, alla riduzione e prevenzione dello spreco
alimentare e alla promozione di diete sane” è davvero come prosciugare il mare
col cucchiaino della buona volontà di qualche persona, mal che vada, con le
consuete raccomandazioni di qualche spot ministeriale.
Lo sforzo
compiuto dall’Osservatorio è senz’altro generoso. Partito nel 2013 (invece le
rilevazioni dell’Overshoot partono dal ’’70) come fatto
circoscritto a livello italiano, si è gradualmente esteso coinvolgendo altri
paesi, ma non è mai uscito dall’ambito di un approccio fondato su modello della
microeconomia marginalista. Interessanti i dati che mostrano il divario tra
zone “ricche” e zone “povere” del paese e tra generazioni. Ma anche con questi
presupposti di ricerca non vediamo nel report la dichiarazione di un
minimo legame tra condizioni di vita (lavoro, reddito, salute,…) e abitudini
alimentari. E’ solo modello culturale quello di imbottire i bambini di cibo
spazzatura? A nessuno dei ricercatori è venuto in mente che la causa prevalente
potrebbe essere il minor costo del cibo industriale, il tempo di lavoro che non
consente più di praticare il modello di cucina casalinga? Eppure, secondo noi,
anche nell’alimentazione si ripropone il ruolo del modo di produzione che
condiziona il modo di vita e che regola anche il bisogno essenziale,
l’alimento, allo stesso modo di una merce che non deve soddisfare i bisogni
dell’organismo umano – e meno che mai si rivolge alla sua salute – ma deve
realizzare profitto.
Qualche
studioso sostiene perfino che le attuali modalità alimentari abbiano influenza
sulla fertilità delle coppie. Non abbiamo la possibilità di verificare se
questa ipotesi prevalga su quelle più strettamente socioeconomiche – quali, ad
esempio, quelle legate al reddito familiare in costante diminuzione – ma
certamente fenomeni quali l’obesità infantile non sono slegati dal reddito,
dalle condizioni di lavoro, dalla produzione di cibo “spazzatura”. E’ davvero
sorprendente, però, che studiosi di rango e ricercatori preparati ignorino che
tutte le società sono divise in classi, e questo già da molti millenni e con
effetti notevoli e spesso dirompenti, tra cui qualche rivoluzione.
Tornando
sullo spreco generale dei consumi umani, abbiamo solo accennato a quello di
portata collettiva che avviene ad opera dei supermercati, come del mondo della
ristorazione, che potrebbe avere un suo seppur labile fondamento. Non vogliamo
ripetere quello che più volte abbiamo affermato, ma come non considerare la
distruzione che avviene soprattutto in agricoltura (e negli allevamenti di
animali a terra e in mare? Non troverete alcun dato che parli di queste stragi,
ma non c’è inchiesta giornalistica o osservazione personale che non ci dica che
si distrugge anzitutto per mantenere alti i prezzi, poi per regolare l’eccesso
di produzione, poi per portare ai mercati merce “bella”, frutta, ortaggi e
verdura di buon calibro, poi per l’abbandono del prodotto perché il costo della
raccolta non è coperto dall’utile alla vendita. Dunque sostenere – come si
legge tra le pagine del report di Sprecozero – che lo spreco alimentare è più
diffuso tra i ceti popolari e al sud perché il “senso di insicurezza, di
incertezza psicologica, spinge” costoro – i poveri – a comprare più del
necessario per timore di restarne senza, è veramente un ossimoro, una
contraddizione in termini, ma è soprattutto insultante.
