domenica 1 novembre 2026

Ho perso un ghiacciaio - Nicolaso Lozito

Forse per la prima volta in vita mia ho capito cosa significa solastalgia. O meglio, per la prima volta l’ho provata.

Solastalgia è una di quelle parole che vanno di moda nei libri sull’ambiente, che fa un po’ bello citare ma che poi nessuno conosce.

Significa il disagio per dei cambiamenti negativi nel proprio ambiente di vita. Il neologismo è stato coniato nel 2003 da un filosofo australiano, Glenn Albrecht, per indicare il dolore che si prova quando un luogo naturale a cui siamo molto legati viene distrutto o cambia per sempre, come può capitare per un disastro naturale, o per un intervento umano o ancora per i cambiamenti climatici.

Ho provato solastalgia quando ho letto che il monte Tricorno (Triglav) ha perso il suo ghiacciaio. Questo è tutto ciò che è rimasto al 19 ottobre scorso:

Dall’analisi di foto e documenti storici si stima che a metà dell’Ottocento il ghiacciaio coprisse circa 40 ettari. Nel 1946, quando sono iniziate le prime misurazioni metodiche, la sua superficie era scesa a 14 ettari. Tra 1983 e 2003 si era ridotto ulteriormente del 93%, arrivando ad appena un ettaro. Se come me non vi intendendete di ettari, significa che 150 anni fa era grande come tutta Città del Vaticano e, all’inizio del millennio, piccolo come un campo da calcio e mezzo.

Arriviamo a quest’anno: a fine estate erano rimaste poche chiazze di ghiaccio, ora definitivamente scomparse dopo mesi di record di temperatura infranti e anni di cambiamento climatico causato dalle attività umane sempre più forte ed evidente.

Il monte Triglav è il più alto della Slovenia, 2.864 metri sul livello del mare e fa parte delle Alpi Giulie. La vetta della montagna è nella bandiera della Slovenia, nei simboli del Fronte di liberazione partigiano e più prosaicamente nel simbolo della Lasko, la birra più famosa di Slovenia (e celebre, tra noi friulani, per la rima “Bevo Pivo finché vivo, bevo Lasko finché casko”).

Il ghiacciaio nel 1920 (Foto dall’archivio dell’Istituto geografico Anton Melik – altre immagini qui)

Mio nonno era sloveno, io mi sono laureato a Gorizia, a cinquecento metri dal confine tra Italia e Slovenia. Il Triglav è a un’ora e mezza da lì. Non sono mai salito in cima alla montagna, lo ammetto, ma in realtà non sono mai salito salito su nessuna montagna, finirei in una scarpata in men che non si dica.

L’ho visto, sì, il Tricorno, l’ho riscoperto anni fa quando ormai non abitavo più da quelle parti. Ho un ricordo vivido di quelle terre, credo facciano parte del mio patrimonio di memorie e origini famigliari, idealizzate per resistere per sempre.

Scriveva Julius Kugy, padre dell’alpinismo nelle Alpi Giulie:

«Il Triglav non è semplicemente una montagna, è un regno. È il trono degli dei che regna sovrano sopra un immenso e silenzioso mondo di roccia».

Ai tempi dell’università in un cinema di Gorizia ho visto un documentario sloveno muto del 1931, Nel regno del Corno d’Oro, che mostrava un gruppo di alpinisti che salivano sulla montagna più alta del Paese, abitata, secondo le leggende, da un camoscio dalle corna d’oro, lo Zlatorog.

Per farvi capire ancora di più quanto è importante il Triglav per gli sloveni: quel film è stato anche il primo lungometraggio della storia del Paese. Sul film ho anche scritto uno dei primissimi articoli della mia vita, su Sconfinare, il giornale universitario. L’articolo è andato perso, ma il documentario no, è su Youtube. Le vette ghiacciate della montagna compaiono in diverse scene del film… immortalate in un tempo che non tornerà mai più.

Il ghiacciaio del Triglav forse aveva più di 20.000 anni, quando l’Europa era piena di mammut. Ecco quanto era vecchio. Era sopravvissuto alla fine dell’era glaciale, 12.000 anni fa, quando le temperature salirono di diversi gradi e la specie umana iniziò ad abbandonare il nomadismo. Non è riuscito a sopravvivere l’età del petrolio.

Racconta uno dei ricercatori dell’Istituto geografico Anton Melik, ente che studia il ghiacciaio:

«Lo scioglimento recente è stato incredibile. Nel 2022 abbiamo estratto una carota di ghiaccio per alcune analisi geochimiche e lo spessore era di circa cinque metri. L’anno successivo mi trovavo esattamente nello stesso punto, ma non ero più sul ghiaccio: ero sulla roccia».

Non so quale sia il rito migliore per dire addio a un ghiacciaio. Sicuro il trauma assomiglia molto a un lutto collettivo, come quando muore una persona molto famosa, amata anche da chi non l’aveva mai conosciuta. In Islanda nel 2019, infatti, allo scioglimento dell’Okjökull hanno organizzato un funerale e posto una targa, e l’esperienza si è ripetuta in diversi ghiacciai morenti del mondo.

Per alcuni è anche un lutto personale. Un altro ricercatore dell’Istituto Melik, Miha Pavšek, glaciologo e guida alpina, ha una foto dei genitori scattata sul ghiacciaio nel 1957. Dove c’era il ghiaccio ora c’è la roccia. Ha raccontato in un podcast (in sloveno):

«Con lo scioglimento del ghiacciaio, se ne va anche una parte di me. Ci sono cose che gli esseri umani pensavano fossero eterne. Evidentemente i ghiacciai non lo sono più».

Una delle canzoni popolari più celebri della tradizione slovena è “Oj, Triglav, moj dom”, Tricorno, casa mia, i cui versi si trovano anche sulle monete da cinquanta centesimi del Paese.

Oggi quella casa è un po’ più vuota. Ecco cosa significa solastalgia.

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sabato 31 ottobre 2026

Chi protegge i nostri pagamenti? - Antonio Piemontese

 

Nel breve lasso di tempo tra la strisciata di una carta di credito – oggi, più frequentemente, un tap – e l’approvazione di ogni pagamento, che si tratti di un caffè o di un’automobile, accadono molte cose, tutte piuttosto complesse. In un istante le informazioni viaggiano tra il POS, la banca e i circuiti di pagamento. I dati provenienti dalle carte vengono sottoposti a controlli incrociati, geolocalizzazione, analisi dei profili di rischio, rilevazione di eventuali blocchi. 

Frodi, truffe, ingegneria sociale: il menù delle minacce è ricco. E se una volta i cracker erano semplicemente un prodotto da forno, oggi il termine fa riferimento anche agli hacker malevoli, che si annidano ovunque. E di cui l’intelligenza artificiale ha moltiplicato i mezzi. 

La sede di Mastercard in Europa si trova a Waterloo, periferia verde di Bruxelles. Quando chi scrive l’ha visitata, nel marzo scorso, è bastata una manciata di minuti per rendersi conto che una parola sola domina le menti e le giornate di chi ci lavora: cybersecurity. Un’ossessione così pervasiva che, quando ci avviciniamo al tavolo in cui lavorano, i dipendenti si affrettano ad applicare una pellicola di sicurezza sugli schermi dei propri computer, di quelle che consentono di leggere solo a chi si trova in asse col monitor. Non si sa mai.

Anche fare foto non è particolarmente apprezzato nella centrale di comando della sicurezza informatica della società americana, dove un grande schermo mostra il planisfero illuminato da LED che si accendono e spengono. Rossi, verdi, blu: il pericolo può arrivare da uno qualsiasi dei Paesi del globo. 

“Alla fine, quello che cerchiamo di fare è rendere l’ecosistema in cui operiamo sicuro e degno di fiducia”, spiegava ai cronisti il vicepresidente per le soluzioni di cybersecurity della Mastercard Rigo van den Broek. E con 174 miliardi di transazioni gestite nel 2025, lo sguardo della società, il cui quartier generale è a Purchase (nomen omen) nello stato di New York, deve per forza di cose mantenersi su scala mondiale.

Per questo, aggiunge van den Broek, alcuni dei migliori crittografi del mondo lavorano nel quartier generale europeo, che si trova nella città dove fu sconfitto Napoleone.

Cosa accade quando si fa un acquisto con carta

Ma cosa accade quando si fa un acquisto con  una carta di credito? Tutto accade nel giro di un paio di secondi. Ma lo scambio di informazioni collega tra di loro data center che si trovano a migliaia di chilometri di distanza. 

Quando l’esercente ha finito di digitare l’importo sul terminale e il cliente avvicina la carta al lettore, in quel momento si avvia un processo di comunicazione che trova origine nella tecnologia bellica: come tante innovazioni, infatti, anche quella che sta alla base del contactless è nata in ambito militare. 

Siamo negli anni che precedono la Seconda guerra mondiale. Il radar era già stato sviluppato negli anni Trenta dallo scozzese R.A. Watson-Watt, ma il dispositivo risolveva il problema dell’avvistamento e non quello dell’identificazione. Gli operatori a terra avevano però la necessità di capire se i velivoli che apparivano sullo schermo erano nemici o colleghi di rientro da una missione, differenza che il radar non era in grado di cogliere.

Così, alla fine degli anni Trenta, i britannici svilupparono un dispositivo di identificazione automatica chiamato IFF (Identification friend or foe, identificazione amici o nemici). Fu uno degli antecedenti delle successive tecnologie di identificazione a radiofrequenza, che poi – una volta perfezionate – diedero vita a innumerevoli altre applicazioni, spesso molto distanti dall’ambito bellico. Tra queste, le linguette antitaccheggio dei grandi magazzini e, molto più tardi, l’NFC (Near-field communication, comunicazione a breve distanza), cioè la tecnologia che comunemente utilizziamo con le carte contactless, nata nei primi anni Duemila.

Semplificando, ecco quindi ciò che avviene ogni volta che facciamo un acquisto. Una volta arrivati alla cassa e inserita la cifra sul terminale, il dispositivo POS (Point of sale, punto vendita) dell’esercente emette un segnale a radiofrequenza, e il campo elettromagnetico attiva il chip presente sulla vostra carta una volta che questa entra nel suo raggio d’azione. È come se la tessera si svegliasse grazie a questa energia, e iniziasse a comunicare e scambiare i dati necessari a identificare la carta e autorizzare la transazione. Può essere pensato come un badge di ingresso nell’area protetta di un edificio. Le informazioni sono, ovviamente, protette da sistemi crittografici, per evitare che malintenzionati dotati di strumenti relativamente semplici possano intercettarle e riutilizzarle.

A questo punto, acquisiti i dati necessari, il POS comunica con la banca acquirente, cioè l’istituto che gestisce i pagamenti dell’esercente nel cui negozio vi trovate. La banca acquirente inoltra una richiesta al circuito di pagamento, per esempio Visa, Mastercard o American Express, che, a propria volta, la inoltra all’istituto che ha emesso la carta, cioè il vostro: sarà quest’ultimo a verificare, tra le altre cose, che ci siano fondi o credito disponibili e, alla fine del processo, ad addebitare l’acquisto.

È in questa fase che avvengono le verifiche: si controlla innanzitutto che la carta sia autentica, ma anche che ci siano fondi o credito disponibili e che non siano presenti blocchi o restrizioni. Tra queste ultime possono rientrare anche quelle dovute ai regimi sanzionatori internazionali. A questo proposito, è noto (e triste) il caso della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese, colpita dagli effetti delle sanzioni imposte dall’amministrazione statunitense di Donald Trump.

Albanese si è così trovata esclusa da numerosi servizi finanziari e digitali forniti da società statunitensi: la giurista è tornata giocoforza all’era del contante e non può semplicemente rivolgersi a un altro grande operatore americano per aggirare il problema. Sulla base delle sanzioni statunitensi, infatti, una società americana che le fornisse determinati servizi rischierebbe a propria volta conseguenze. Da qui il cortocircuito. Lo stesso meccanismo ha colpito, tra gli altri, Karim Khan, già procuratore capo della Corte penale internazionale, e numerosi giudici e funzionari della Corte.

Al di là di questi casi particolari, i controlli comprendono il riconoscimento di pattern noti, cioè delle abitudini personali del titolare della carta. I sistemi usano sofisticati modelli che studiano la storia del cliente e la confrontano con la transazione effettuata al momento, a partire dalla posizione geografica in cui l’acquisto avviene (ed è per questo che ancora oggi è a volte richiesto di comunicare alla banca quando ci si trova all’estero), ma il sistema può essere allertato anche da transazioni che avvengono in negozi fisici molto distanti fra loro in un lasso di tempo giudicato troppo breve. Per transazioni di una certa entità viene inoltre chiesto un codice PIN (personal identification number, ennesimo acronimo), mentre anche per acquisti di piccolo importo può essere periodicamente richiesta una nuova autenticazione del titolare.

Se i controlli vanno a buon fine, l’autorizzazione torna indietro risalendo lo stesso percorso, fino al POS del negozio in cui state effettuando l’acquisto. In realtà il denaro non è ancora stato trasferito, ma si è avviato un processo che condurrà, nei giorni successivi, al pagamento. 

“La sicurezza del processo è garantita da uno standard chiamato PCI/DSS, creato dall’organizzazione omonima fondata nel 2006 dai principali circuiti internazionali: Mastercard, Visa, American Express, Discover Global Network, JCB”, spiega a Guerre di Rete Alessio Pennasilico, membro del comitato scientifico della Clusit, una delle principali associazioni italiane che si occupano di sicurezza informatica. 

Questi circuiti internazionali impongono ai soggetti che elaborano, trasmettono e gestiscono dati relativi alle carte di pagamento l’aderenza a una serie di requisiti di sicurezza. “Esistono figure che si occupano periodicamente di controllare il rispetto dei requisiti”, prosegue Pennasilico. In questo modo viene rafforzata la sicurezza del sistema, da cui dipende direttamente il grado di fiducia, essenziale per mantenere legati i clienti.

Cosa succede se la transazione è rifiutata?

I sistemi di rilevamento delle frodi hanno l’obiettivo di bloccare la transazione prima che venga completata e diventi difficile – quasi impossibile, se finisce in certe giurisdizioni – recuperarla. Ma cosa succede se la transazione viene rifiutata? Va ricordata innanzitutto una cosa: declined è un semplice messaggio, e non costituisce una spiegazione. 

Ci possono essere almeno quattro ordini di motivi per cui l’acquisto viene rifiutato: il primo riguarda il vostro conto corrente (per esempio, la mancanza di fondi, ma anche un conto non più attivo); il secondo ha a che fare con i fattori di rischio (il sistema pensa di riconoscere una frode in atto); il terzo riguarda le credenziali (un problema fisico con la carta, che non riesce a fornire le informazioni necessarie per l’identificazione); il quarto motivo potrebbe risiedere in un problema di rete. 

Nell’ultimo caso, ripetendo l’operazione è possibile che il problema si risolva, e che la luce verde, finalmente, appaia. Negli altri, la questione è più complicata ed è peggiorata dal fatto che non c’è modo di sapere, seduta stante, quale sia il problema. Un’incognita motivata con la privacy: si vuole infatti evitare che il commerciante venga a conoscenza di informazioni personali. A questo punto è necessario mettersi in contatto con la società che ha emesso la carta di credito. E non è sempre agevole, soprattutto quando ci si trova all’estero o si ha fretta. Per questo è importantissimo ridurre il numero di “falsi positivi”. 

Non tutto si può fare internamente. Mastercard, per esempio, si è assicurata una società specializzata, Recorded Future, nel dicembre 2024. Acquistata per la cifra considerevole di 2,65 miliardi di dollari, Recorded Future è specializzata in threat intelligence: cerca – cioè – segnali provenienti da fonti aperte, dark web e ambienti ad alta criticità (anche criminali) per anticipare le minacce. A Waterloo assicurano che le informazioni individuate sono condivise anche con la concorrenza, con l’obiettivo di mantenere alta la fiducia generale nel sistema. 

“L’esposizione dei dati è il carburante che alimenta le frodi su larga scala”, scrive Recorded Future nel rapporto Annual payment fraud intelligence report uscito nel 2025. Solo in quell’anno, i dati di 142 milioni di carte di credito sono stati postati nel dark web (34 milioni meno che nel 2019, -19%). “Ma non tutti i dati esposti presentano lo stesso livello di rischio”.

Tra le frodi principali che gli esperti di cybersicurezza tengono d’occhio troviamo le cosiddette MageCart (crasi tra il  nome del sistema di content management per negozi online Magento, e cart, la parola inglese che sta per “carrello”): si tratta di script difficili da rilevare che rubano i dati dei clienti mentre fanno acquisti online. Recorded Future si spinge a parlare di “malware as-a-service”, per spiegare quanto sia facile oggi per gli attori malevoli procurarsi a pagamento i ferri del mestiere. 

Anche per questo gli investimenti in tecnologia e sicurezza sono molto alti, nell’ordine di miliardi di dollari. “D’altra parte, sono successe più cose negli ultimi cinque che nei precedenti cinquanta”, chiosava a marzo scorso Luca Gagliardi, a capo della sezione consulting & analytics per Visa in Italia. “L’innovazione nei pagamenti è stata velocissima, ma ancora di più lo è stata l’innovazione nelle frodi, che sono globali”.

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venerdì 30 ottobre 2026

Ricercatrice per un progetto Ue sospesa dal suo istituto in Argentina per aver svelato le conseguenze sulla popolazione dell’uso massiccio di agrofarmaci - Estefano Tamburrini

Aparicio vanta oltre 150 pubblicazioni e 3.500 citazioni scientifiche. Le sue conclusioni smentiscono le tesi della lobby degli agrofarmaci. E a Ilfattoquotidiano.it denuncia: "Il messaggio che si trasmette è che produrre e comunicare la conoscenza scientifica può avere ripercussioni negative per chi lo fa" 

Ha eseguito una ricerca sulla presenza di veleni agricoli in esseri umani e animali, nel sudovest di Buenos Aires, coinvolgendo 73 volontari. Lo studio, iniziato nel 2020, finanziato da fondi Ue nell’ambito del progetto Sprint, Sustainable plant protection transition, con l’approvazione dell’Inta, Instituto nacional de tecnología agropecuaria, ha rilevato la presenza di almeno due pesticidi nel sangue del 100% dei volontari coinvolti e di glifosato nelle urine dell’84%. In alcuni test si registra la presenza di decine di fitofarmaci diversi nell’organismo dei volontari. I veleni sono ovunque, anche nella polvere domestica, che nasconde fino a 86 molecole chimiche differenti. L’esito non è piaciuto affatto ai vertici dell’Inta né ai colossi agricoli, i cui rappresentanti siedono nel Consiglio direttivo dell’ente. E ora Virginia Aparicio, 53 anni, responsabile scientifica della ricerca, affronta una procedura di esonero che comporterebbe il licenziamento e l’esclusione da ogni incarico pubblico per i prossimi cinque anni.

“La mia vita è cambiata profondamente”, confida Aparicio a Ilfattoquotidiano.it. Dopo più di vent’anni di lavoro presso l’Inta, affronta una decisione di esonero dalla pubblica amministrazione vincolata a una ricerca scientifica internazionale. “È una decisione che compromette il mio percorso professionale e la mia continuità lavorativa”. L’Inta l’accusa di diverse irregolarità, come l’aver “scavalcato i superiori” e “occultato informazioni“, ma Aparicio ha notificato per iscritto ogni singola azione, protocollo e avanzamento del progetto. Sotto pressione degli agroindustriali, l’ente ha provato a fermare la divulgazione dei risultati, che invece erano già arrivati in Europa. Per rappresaglia, l’Argentina si è formalmente ritirata dal progetto Sprint. Aparicio, già ritenuta la migliore ricercatrice dell’Inta in materia di agrochimici con oltre 150 pubblicazioni e 3.500 citazioni scientifiche dice: “Temo per il mio futuro lavorativo e personale. Ma a preoccuparmi di più è il messaggio che, con questa situazione, viene trasmesso ad altri ricercatori. Produrre e comunicare la conoscenza scientifica può avere ripercussioni negative per chi lo fa”.

Interpellata sui risultati della ricerca, Aparicio racconta: “Ho provato preoccupazione, ma anche un’enorme responsabilità scientifica ed etica. I risultati costituiscono un’evidente esposizione che occorre indagare, comunicare e tenere in considerazione nell’attuazione di politiche pubbliche”. E rilancia con una domanda: “Cosa succede quando i risultati di una ricerca scomodano chi ha potere decisionale?”. La ricercatrice rivendica perciò “l’indipendenza” della scienza pubblica nel “porre domande, ottenere risultati e comunicarli, anche quando mettono in discussione prassi prestabilite e interessi economici”.

La sua ricerca ha non a caso smentito il discorso ufficiale della lobby degli agrofarmaci, secondo cui i fitofarmaci sono “strumenti sicuri per l’uomo e per l’ambiente“, come affermato da Aacrea, Asociación argentina de consorcios regionales de experimentación agrícola. Tesi sostenuta anche da Sociedad rural argentina e Coninagro che in Argentina gestiscono la logistica dell’utilizzo dei prodotti Bayer (già Monsanto) e Syngenta. “Se invece i ricercatori temono di perdere il lavoro per le loro scoperte si favorisce l’autocensura. E questo impoverisce tutta la società”, aggiunge.

Aparicio esorta i colleghi a “difendere la scienza con dignità, indipendenza e rigore” e alla cittadinanza a “tutelare il proprio diritto alla conoscenza”. È una questione di principio: “La ricerca finanziata con fondi pubblici dev’essere posta al servizio del bene comune – osserva – I dati scientifici non appartengono a governi, imprese e ricercatori. La conoscenza che produciamo è un patrimonio della società“.

Negli ultimi giorni, la causa di Aparicio ha riscosso l’adesione di diverse realtà che vanno da sindacati locali a istituti di ricerca esteri. “La sanzione massima contro una ricercatrice per fatti prodotti nell’ambito del suo progetto istituzionale avrebbe conseguenze su tutto il personale e indebolirebbe la ricerca pubblica”, ha denunciato il sindacato nazionale del personale dell’Inta. Reagiscono anche la Facoltà di Agronomia dell’Università di Buenos Aires e la Coordinadora de pueblos fumigados (rete di popoli irrorati) per i quali la procedura contro Aparicio punta a “ostacolare il diritto cittadino di sapere chi inquina i territori”. Anche i rappresentanti del progetto Sprint hanno difeso la trasparenza dell’operato di Aparicio e il rispetto dei protocolli. “È evidente che ciò che abbiamo trovato non è stato conveniente per molte persone”, ha commentato a El País la ricercatrice Violette Geissen, dell’Università di Wageningen (Paesi Bassi) e coordinatrice generale dell’intero progetto. Il governo di Javier Milei, più volte interpellato sulla vicenda, resta in silenzio.

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giovedì 29 ottobre 2026

Oltre un milione di bambini senza il necessario

 

In Italia un minore su otto vive in povertà assoluta. Il fenomeno resta ai livelli più alti dell’ultimo decennio e colpisce soprattutto le famiglie numerose, quelle in affitto e i nuclei con un solo reddito. I sostegni economici aiutano, ma non bastano a garantire a bambini e adolescenti le stesse opportunità di crescita.

Ci sono oltre un milione di bambini e adolescenti che in Italia crescono in famiglie incapaci di sostenere tutte le spese considerate essenziali per una vita dignitosa. Non è soltanto una questione di reddito: significa vivere in condizioni che possono limitare le opportunità educative, le relazioni sociali e la possibilità di costruire un futuro diverso da quello della famiglia di origine.

Nel 2025 i minori in povertà assoluta erano circa 1 milione e 136mila, il 12,5% della popolazione con meno di 18 anni. In altre parole, un bambino su otto vive in una condizione di grave difficoltà economica. Il dato, sostanzialmente stabile rispetto al 2024, rimane al livello più alto registrato dal 2014.

A documentarlo è un’analisi di Openpolis, pubblicata il 27 ottobre 2026 nell’ambito dell’Osservatorio sulla povertà educativa realizzato con l’impresa sociale Con i bambini, sulla base delle più recenti rilevazioni dell’Istat.

Il dato più significativo riguarda il cambiamento generazionale della povertà. Se vent’anni fa erano soprattutto gli anziani a risultare maggiormente esposti, oggi sono i bambini e gli adolescenti a rappresentare una delle fasce più vulnerabili della popolazione. Un rovesciamento che pone interrogativi sull’efficacia delle politiche di protezione dell’infanzia.

Crescere poveri significa avere meno opportunità

La povertà assoluta viene misurata considerando la capacità delle famiglie di acquistare un insieme di beni e servizi indispensabili, il cui costo varia in base alla composizione del nucleo e al territorio di residenza.

Per un minore, tuttavia, le conseguenze della mancanza di risorse possono andare oltre le difficoltà materiali immediate.

Una famiglia che fatica a sostenere le spese quotidiane può incontrare ostacoli anche nell’accesso alle attività sportive, culturali e formative. Sono esperienze importanti per lo sviluppo personale, ma non sempre accessibili a chi deve concentrare le proprie risorse sulle necessità fondamentali.

La povertà economica rischia così di intrecciarsi con quella educativa. Le difficoltà incontrate durante l’infanzia possono influenzare il percorso scolastico, l’acquisizione delle competenze e, successivamente, le possibilità di ingresso nel mondo del lavoro.

È un meccanismo che può trasmettere lo svantaggio da una generazione all’altra. Per interromperlo non basta intervenire quando i ragazzi hanno già concluso il percorso scolastico: occorre garantire opportunità adeguate fin dai primi anni di vita.

Più figli, maggiore è il rischio di povertà

I dati mostrano che la presenza di figli, soprattutto quando sono numerosi, aumenta sensibilmente l’esposizione delle famiglie alle difficoltà economiche.

Nel 2025 erano oltre 656mila le famiglie con almeno un minorenne in povertà assoluta, pari all’11,2% dei nuclei con figli sotto i 18 anni.

L’incidenza cresce all’aumentare del numero dei bambini. Tra le coppie con un solo figlio minorenne la povertà assoluta riguarda il 7,8% dei nuclei. La percentuale sale al 10% quando i figli sono due e raggiunge il 17,7% nelle coppie con almeno tre figli.

Significa che, in quest’ultimo gruppo, quasi una famiglia su sei non dispone delle risorse necessarie per affrontare tutte le spese essenziali.

Anche i nuclei con un solo genitore presentano una vulnerabilità significativa, con un’incidenza della povertà assoluta dell’11,6%.

La situazione diventa ancora più difficile quando le entrate economiche sono insufficienti o discontinue. Se la persona di riferimento della famiglia è operaia, l’incidenza della povertà raggiunge il 15,5%; quando non è occupata o cerca lavoro arriva al 21,1%.

Questi numeri evidenziano che la presenza di un lavoro non rappresenta sempre una garanzia contro la povertà dei figli. Retribuzioni basse e occupazioni precarie possono lasciare le famiglie in condizioni di difficoltà anche quando almeno un adulto lavora.

Il peso dell’affitto sulla vita dei bambini

Tra gli elementi che incidono maggiormente sulle condizioni economiche dei minori emerge la situazione abitativa.

Nelle famiglie con figli minorenni che vivono in affitto, la povertà assoluta raggiunge il 28,7%. È una percentuale particolarmente elevata, soprattutto se confrontata con il 6% registrato tra i nuclei proprietari dell’abitazione.

Quasi tre famiglie su dieci con bambini e una casa in affitto si trovano dunque in povertà assoluta.

Il costo dell’abitazione assorbe una parte importante delle risorse disponibili e può ridurre il denaro destinato ad altri bisogni. Per i bambini questo può significare crescere in un contesto nel quale ogni spesa aggiuntiva deve essere attentamente valutata.

Emergono differenze anche in relazione alla cittadinanza. Tra le famiglie con minori composte esclusivamente da italiani, l’incidenza della povertà assoluta è del 7,8%, mentre sale al 31,4% nei nuclei formati soltanto da cittadini stranieri.

Una distanza che segnala condizioni economiche profondamente differenti e la necessità di interventi capaci di raggiungere i bambini maggiormente esposti allo svantaggio.

Bonus e assegni, gli aiuti restano limitati

Nel 2025 sono entrate in vigore diverse misure economiche destinate alle famiglie, comprese quelle con figli.

Tra gli interventi figurano l’adeguamento dell’assegno unico e universale al costo della vita, l’ampliamento del bonus asilo nido e il ripristino del contributo di mille euro per i nuovi nati.

Secondo le simulazioni dell’Istat richiamate da Openpolis, queste tre misure hanno prodotto un beneficio medio aggiuntivo di circa 120 euro annui per oltre sei milioni di famiglie.

Si tratta di un incremento medio equivalente a una decina di euro al mese, che va interpretato come beneficio derivante dalle modifiche introdotte e non come valore complessivo degli aiuti ricevuti.

Il risultato mette in evidenza la portata limitata degli interventi aggiuntivi rispetto alle difficoltà affrontate da molte famiglie con bambini.

Considerando tutte le modifiche fiscali e assistenziali entrate in vigore nel 2025, e non soltanto quelle rivolte ai figli, l’Istat stima un miglioramento medio del reddito disponibile di 243 euro annui.

Gli effetti redistributivi risultano positivi, ma contenuti. Soprattutto, i trasferimenti economici non possono sostituire la disponibilità di servizi fondamentali per l’infanzia.

Un sostegno al reddito può contribuire a pagare le spese quotidiane, ma non risolve automaticamente la mancanza di posti negli asili nido, di servizi educativi accessibili o di opportunità formative nei territori più svantaggiati.

È proprio su questo punto che Openpolis richiama la necessità di affiancare ai contributi economici interventi strutturali e servizi distribuiti in modo più equilibrato.

Le differenze territoriali iniziano dalla prima infanzia

Il luogo in cui un bambino nasce e cresce continua a influenzare le condizioni economiche della sua famiglia e le opportunità disponibili.

Un indicatore utile per individuare i territori potenzialmente più fragili riguarda le famiglie con un solo reddito e almeno un figlio di età inferiore ai sei anni.

Secondo le statistiche sperimentali dell’Istat, riferite al 2022, nei comuni capoluogo queste famiglie rappresentavano mediamente il 16,3% dei nuclei anagrafici.

Le percentuali più elevate si registravano ad Andria, con il 29,7%, e Barletta, con il 26,1%. Seguivano Prato, al 24%, Napoli, al 21,6%, e Palermo, al 21%.

Questi valori non indicano direttamente quante famiglie siano povere. Segnalano piuttosto una possibile vulnerabilità economica, perché la presenza di una sola fonte di reddito può rendere più difficile affrontare imprevisti e spese legate alla crescita dei figli.

Le differenze tra città mostrano quanto sia importante disporre di informazioni territoriali aggiornate. Le medie nazionali, infatti, non riescono sempre a descrivere le condizioni dei bambini che vivono nei singoli quartieri o comuni.

I dati disponibili risalgono al 2022 e non consentono di fotografare pienamente la situazione attuale. Restano però uno strumento per individuare dove concentrare maggiormente l’attenzione delle politiche sociali ed educative.

La povertà infantile riguarda il futuro del Paese

Il permanere della povertà minorile a livelli record pone una questione che va oltre l’assistenza economica.

Un bambino che cresce in condizioni di svantaggio rischia di incontrare maggiori ostacoli nell’istruzione, nella partecipazione sociale e nella costruzione della propria autonomia futura.

Per questo gli interventi contro la povertà dei minori devono accompagnare il sostegno alle famiglie con servizi per la prima infanzia, opportunità educative, attività extrascolastiche e strumenti capaci di ridurre le differenze territoriali.

La scuola e le comunità educanti possono svolgere un ruolo decisivo, soprattutto nei contesti dove le risorse familiari sono più limitate.

Il dato di oltre 1,1 milioni di bambini e adolescenti in povertà assoluta non descrive soltanto una condizione economica. Racconta una parte consistente delle nuove generazioni che cresce senza poter contare sulle stesse opportunità degli altri coetanei.

Contrastare la povertà minorile significa impedire che le condizioni economiche della famiglia diventino una condanna per il futuro dei figli. È questa la sfida che i numeri del 2025 consegnano alle istituzioni e alla società italiana.

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mercoledì 28 ottobre 2026

Annalisa Gusai conquista Cordoba con la sua pizza sarda


Ti accoglie con un sorriso e un cappellino rosso con la vecchia bandiera dei quattro mori in rilievo. Quella che guarda, con la benda alzata, la Spagna e dà le spalle all’Italia. Le mani son sporche di farina. Gli occhi, solcati dai primi segni dell’incedere del tempo, raccontano un viaggio iniziato tanti anni fa. Al tempo del boom dei primi voli low-cost, quando l’Europa non sembrava più così lontana e distante dal centro del Mediterraneo.

 

La storia

Il viaggio di Annalisa Gusai, co-proprietaria insieme all’ex marito Ignacio Luis Tapia, della pizzeria Verde Rucola a Córdoba, è iniziato nel 2004. «Ero fresca di laurea in Lingue e Letterature Straniere, conseguita col massimo dei voti all’Università degli Studi di Sassari – esordisce – e rimanere in Sardegna, al tempo, mi rendeva inquieta: non volevo insegnare, avevo paura di restare imbrigliata dentro una macchina istituzionale che mi avrebbe rubato sogni e tempo. Così partii per vedere nuovi orizzonti». In Inghilterra, lavora sei anni da cameriera e conosce il futuro compagno che la porterà a riscoprire un altro sud. «Ignacio è di Granada, seguirlo è stato facile. Insieme, nel 2010, ci buttammo nel settore alberghiero. Aprimmo un ostello ed un locale che divenne un punto di riferimento per tanti connazionali. Sette anni dopo ci trasferimmo a Córdoba, con due figlie al seguito». Sempre Spagna, sempre Andalusia. «In città, mancava una pizzeria italiana. Noi fummo i primi a proporre un impasto autentico, seguendo la tradizione. Conoscevo già questa realtà – continua – grazie ai viaggi fatti con i miei genitori e alla mia tesi di laurea sul Calò, la lingua dei gitani iberici, che mi permise di spostarmi, per tanti mesi, da Barcellona a Siviglia».

 

Si guarda attorno. Fa una pausa. Di fronte a lei, il barrio di Vista Alegre in cui lavora, prende vita con i rumori della sera. Gli studenti universitari rientrano da lezione. I camerieri dei ristoranti vicini apparecchiano i primi tavoli. Qualche passante la saluta e l’abbraccia. Un signore prenota d’asporto per la notte. «Qua la vita è traslata di qualche ora rispetto all’Italia. Si cena tardi. Per il resto gli andalusi sono un po' come noi sardi: amano la vita comunitaria, la condivisione. Siamo popoli rappresentati dal fenicottero (flamenco in spagnolo). Un animale di confine, tra terra e mare, che non teme di migrare verso altri lidi in cui possa, di nuovo, sentire calore». A patto che non sia eccessivo. «D’estate scappo – ride – perché qua si toccano temperature elevate. Ho la necessità di sentire sulla pelle la salsedine, vagare di spiaggia in spiaggia e respirare l’aria del Monte Ortobene».

 

Le sue pizze

E Nuoro, la sua città natale con Lollove, il paese dei suoi genitori, son entrambe presenti nel suo menù. «La Nugoro è una pizza con salsiccia, pecorino ed olive nere. I prodotti mi arrivano direttamente dall’isola. La Lollove è una novità: racchiude gli ingredienti di una focaccia di patate, lardo e cipolla che mi faceva nonna da piccola. Altre pizze le ho dedicate ad alcuni membri della comunità sarda e italiana, che si è formata nel corso degli anni. Il Verde Rucola, per loro, è diventato una sorta di cenacolo domenicale. I primi a scoprirmi furono due ragazzi originari del sud Sardegna ed un avellinese: Andrea Oliviero, Andrea Cannas e Mirko Todesca, che colgo l’occasione di ringraziare per aver fatto rete e aver riunito così tante persone, provenienti da diverse parti del globo».

 

Numeri in crescita

A Còrdoba, il Verde Rucola, ormai è una realtà importante. Le recensioni sono positive, i numeri continuano a crescere. «Abbiamo i clienti fissi, gli stranieri, i tanti italiani che vengono da noi per mangiare un prodotto che li riporti a casa. E non mancano gli studenti. Ho la fortuna di avere un locale, in un punto che è un crocevia tra diverse facoltà e la zona più turistica della città. Mi piace pensare che sia io che la mia pizzeria, possiamo fungere da ponte tra le varie culture. La missione della mia vita, dopotutto, è stata lasciare un pezzo di Sardegna, con i miei racconti e i miei prodotti, nelle case di coloro che non la conoscevano. E ho fatto anche il contrario: ho portato l’estero nella mia Lollove, aprendo nel 2015, il primo Airbnb del paese, dove sostavano perlopiù statunitensi e canadesi».

 

Il futuro

Gli occhi neri, distanti nel rincorrere i ricordi, ritornano nel presente e illuminano, come dei fanali, i gesti di un aiuto pizzaiolo di Milano. Compaiono due cameriere: una messicana e una spagnola. Annalisa dà loro alcune indicazioni con un tono gentile. Spegne una radio inglese e mette in sottofondo Amico Fragile di Fabrizio De Andrè con la PFM. Si sofferma meditabonda davanti alla vetrinetta porta ingredienti. Aggiunge delle foglie di basilico alla salsa di pomodoro. Si prepara all’apertura. Poi cambia espressione, schiarandosi la voce, in parte rotta. «Sa qual è il mio sogno? - conclude - Per un sardo è sempre quello di tornare a casa. La Sardegna è una mamma che ti attende col sorriso, a braccia aperte, sul ciglio della porta. Non ti sgrida se fai tardi. Puoi scappare, in fuga, in qualsiasi posto dell'universo ma lei continuerà ad aspettarti. L’idea di averla lì, pronta ad accogliermi, mi tranquillizza. A volte, basta un profumo, un ingrediente e la sento vicina. Un domani, a questa mamma, vorrei farle vedere quel che ho imparato e tutti i colori che ho collezionato, in questo mio lungo viaggio. Per provare a vestirla con un nuovo abito e renderla più bella. Le direi che noi sardi all’estero non ci dimentichiamo mai di lei. Siamo i suoi satelliti sparsi per il mondo».

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martedì 27 ottobre 2026

Villanovaforru, l’anemometro è un ammasso di ferraglia abbandonato: «Vi piace questa transizione energetica?»

 

Il sindaco Maurizio Onnis: «Così da due anni e mezzo. Noi abbiamo proposto alternative, lo Stato non ha concesso niente. E il rancore cova»

 

L'anemometro abbandonato nelle campagne di Villanovaforru

 

Era un anemometro: una torre alta oltre 90 metri di altezza che avrebbe dovuto misurare il vento e stabilire se quella zona nelle campagne di Villanovaforru fosse adatta per l’installazione di un impianto eolico. Piazzato nel 2023  da una multinazionale, da due anni e mezzo – da quando a maggio del 2024 è crollato per non meglio precisate ragioni – è ridotto a un ammasso di ferraglia abbandonato. «Vi piace come modello di transizione ecologica?»,. 

La domanda provocatoria è del sindaco Maurizio Onnis, che da anni si batte contro le speculazioni e, di contro, spinge per le comunità energetiche. 

Per questo, nel pubblicare l’immagine del rifiuto metallico, aggiunge: «Prevengo il solito tizio che a questo punto dice insofferente: «Basta protestare. Proponete qualcosa!». Rispondo. Studia, ignorante, e informati. Le proposte le abbiamo elaborate, complesse e consapevoli, presentate in incontri pubblici, portate al tavolo della politica istituzionale. E in mano non abbiamo niente. Questo è ciò che lo Stato ha concesso: niente».

Dopo anni di resilienza pacifica Onnis aggiunge: «Se volete sapere che cos’è la rabbia sorda, repressa, da sfogare, chiedete a noi. Il rancore cova anche qua. E ha radici profonde, talmente profonde da rendere impossibile cancellarlo».

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