"Nelle nostre case popolari, sui citofoni, non abbiamo più Giuseppe, non abbiamo più Maria, non abbiamo più Francesco. Abbiamo Omar, abbiamo Mohammed, abbiamo Abdul. E questo, cari colleghi della sinistra, a noi di Futuro nazionale non va giù" ha detto ieri, l’onorevole Rossano Sasso di Futuro Nazionale.
Amare Produzioni Agricole
giovedì 25 giugno 2026
A proposito di nomi - Djarah Kan
mercoledì 24 giugno 2026
Ue, la finzione giuridica dei nuovi Ogm deregolamentati - Lorenzo Consoli
Abolite la valutazione di rischio, la tracciabilità e
l’etichettatura obbligatorie
Il 17 giugno, a Strasburgo, la plenaria del parlamento europeo ha approvato, a larga maggioranza, la nuova normativa che deregolamenta una parte degli Organismi geneticamente modificati (Ogm), in particolare per le piante, introducendo una classificazione specifica per le Nuove tecniche genomiche (Ngt). Così come per l’altro regolamento, votato lo stesso giorno, sui rimpatri dei migranti a cui è stato rifiutato l’asilo nell’Unione, anche nel caso delle Ngt la nuova normativa si basa su una finzione semantica, che consente poi una finzione giuridica: le piante geneticamente modificate con l’uso delle Ngt “non sono Ogm”, e quindi non devono essere regolamentate come tali, così come i “rimpatri” (ritorno nel Paese di origine) possono essere in realtà vere e proprie deportazioni (i migranti possono essere trasferiti in Paesi terzi con i quali non hanno alcun legame: vedi qui).
In più, in Italia, dove nei decenni scorsi le
organizzazioni agricole, le organizzazioni ambientaliste e i consumatori si
erano opposti con successo al tentativo di introdurre le coltivazioni e gli
alimenti geneticamente modificati nei campi e nei supermercati, il termine
“Nuove tecniche genomiche” non è stato considerato sufficientemente appropriato
e convincente per cambiare la percezione dell’opinione pubblica. Le
organizzazioni agricole e il governo, ora risolutamente favorevoli alle Ngt,
avevano bisogno di eliminare del tutto anche il riferimento alla genomica,
perché evoca il sospetto (assolutamente fondato) che comunque è di Ogm che si
parla, per quanto con alcune caratteristiche nuove. Così, è stato
inventato e promosso il termine “Tecniche evolutive assistite” (Tea),
prontamente accolto da quasi tutta la stampa nazionale.
Per smontare questa manipolazione delle parole,
basta leggere con attenzione il testo del “regolamento che deregolamenta” gli
Ogm ricavati mediante le Nuove tecniche genomiche: l’articolo 3 definisce
chiaramente le “piante Ngt” come “piante geneticamente modificate ottenute
tramite mutagenesi mirata o cisgenesi”. Piante geneticamente
modificate, dunque, senza ombra di dubbio, nonostante le affermazioni di
ministri e organizzazioni agricole secondo cui “non si tratta assolutamente di
Ogm”.
Come funziona la deregolamentazione? Le Nuove tecniche
genomiche (o Tea) sono definite secondo due gruppi distinti, Ngt1 e Ngt2, sulla
base di un principio difficilmente giustificabile dal punto di vista scientifico:
una soglia numerica. Le Ngt1, che non saranno più sottoposte alla
regolamentazione Ue per gli Ogm, devono includere non più di venti modifiche
genetiche complessive nel genoma della pianta, e gli inserimenti di nuovo Dna
non devono superare la lunghezza di venti coppie di basi. Le Ngt2, invece, non
dovranno rispettare queste condizioni, e saranno considerate a tutti gli
affetti come degli Ogm, a cui continuerà ad applicarsi pienamente tutta la
regolamentazione europea pertinente. Le differenze di trattamento
normativo sono sostanzialmente tre: gli Ogm prodotti con le Ngt1 non
dovranno più essere approvati con una procedura di autorizzazione europea,
basata su valutazioni di rischio preventive, e non saranno più sottoposti agli
obblighi né di tracciabilità né di etichettatura. Resterà, tuttavia, il divieto
di usare le Ngt1 nell’agricoltura biologica.
Ma se le Ngt sono comunque delle nuove tecniche di
manipolazione genetica delle piante, in che cosa differiscono dal modo in cui
vengono prodotti in laboratorio gli Ogm tradizionali? Le differenze sono sostanzialmente due.
La prima è che nelle Ngt non può
essere più usata la “transgenesi”, ossia l’introduzione, nel Dna della pianta
che si vuole modificare, di tratti genetici provenienti da specie diverse da
quella a cui la pianta stessa appartiene. Un caso concreto di cisgenesi (la
sperimentazione è in corso in Italia), per esempio, è quello della
“Gala Plus”, in cui si introduce nelle mele della popolare varietà Gala un gene
della mela selvatica (della stessa specie, quindi), che rende la
pianta meno suscettibile alla ticchiolatura, una grave malattia fungina. La
cisgenesi può avvenire inoltre “tagliando” uno o più geni dal Dna della pianta,
usando una “forbice molecolare” (chiamata Crispr/Cas9), che permette di
rimuovere o sostituire porzioni specifiche del genoma in modo mirato. Esiste
tuttavia il rischio che questa forbice molecolare agisca anche su geni diversi
da quelli che si vogliono rimuovere (effetto “off-target”, o fuori bersaglio).
È una delle principali sfide scientifiche di questa nuova tecnologia, che
è stata premiata dal Nobel per la Chimica nel 2020.
La seconda differenza è che le Ngt,
come dice il nome, utilizzano la genomica, la nuova tecnica che permette di
mappare con precisione l’intero genoma, localizzando i geni nella loro
posizione lungo i cromosomi. Da questo punto di vista, le Ngt applicano
tecniche molto più precise di quelle degli Ogm tradizionali, che erano il
frutto di modifiche introdotte senza sapere esattamente dove i nuovi tratti
genetici si sarebbero inseriti nel genoma. Resta comunque il fatto che le Ngt
possono continuare a usare la tecnica tradizionale del “bombardamento” della
pianta da modificare in laboratorio, con microparticelle rivestite con i tratti
di Dna che si vuole inserire nella pianta stessa.
In entrambi i casi, nonostante la maggiore
precisione, resta sempre la possibilità che le modifiche genetiche
generino effetti imprevisti (unintended effects), come per i
vecchi Ogm. Questi effetti possono essere negativi per le stesse piante
geneticamente modificate, oltre che per quelle convenzionali, per l’ambiente e
la biodiversità, o per i consumatori e la loro salute. Il fatto che le
piante classificate come Ngt1 non debbano sottostare agli obblighi di tracciabilità
ed etichettatura rischia di rendere irreparabili gli eventuali effetti negativi
imprevisti, a causa della difficoltà di identificare questi Ogm nei
campi e sugli scaffali dei supermercati. E questo in palese contraddizione
con i “princìpi della precauzione e dell’azione preventiva”, sanciti
dall’articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
Infine, alcuni dati positivi. Nel processo
co-legislativo, il parlamento europeo è riuscito a introdurre alcune importanti
eccezioni, che limitano parzialmente il possibile danno di questa
deregolamentazione. Innanzitutto, la clausola secondo cui saranno
automaticamente escluse dalla categoria Ngt1 due tipi di piante geneticamente
modificate: quelle resistenti agli erbicidi (quasi tutti gli Ogm coltivati
oggi nel mondo appartengono a questa categoria) e quelle che producono al
proprio interno sostanze insetticide. In entrambi i casi, sono già emersi
rischi importanti, come il trasferimento alle piante infestanti di geni
tolleranti agli erbicidi e l’esposizione di farfalle e impollinatori agli
insetticidi “interni” delle piante Ogm.
La seconda clausola importante è un obbligo
parziale di etichettatura, limitato alle sole sementi delle piante Ngt1.
Questo per consentire agli agricoltori biologici di evitarle, rispettando il
divieto d’uso previsto per loro dal regolamento. Non sono stati adottati,
invece, gli emendamenti con cui una parte del parlamento europeo avrebbe voluto
mantenere comunque l’obbligo generale di tracciabilità e di etichettatura degli
Ogm prodotti con le Ngt1.
martedì 23 giugno 2026
ricordo di Bachisio Bandinu
lunedì 22 giugno 2026
Colonialismo “banale” e prospettive funeste per la Sardegna - Omar Onnis
La situazione della Sardegna diventa di giorno in giorno più critica. I problemi accumulati nei decenni non sono mai stati risolti e in molti casi nemmeno affrontati adeguatamente e a essi se ne sono aggiunti altri, via via più pressanti.
L’approccio
colonialista dello Stato centrale emerge costantemente in tutte le partite
strategiche che riguardano l’isola, dai trasporti all’energia, dal turismo ai
rapporti con le grandi organizzazioni criminali, dalla scuola al comparto
agro-zootecnico.
I mass media
italiani e l’intellighenzia egemone oltre Tirreno raccontano
di una Sardegna restia alla modernizzazione, arretrata, chiusa egoisticamente
in una sua specifica sindrome NIMBY. In cui però il “cortile di casa” è
ampio quanto tutta l’isola, un’isola a sua volta grande, con sue
caratteristiche orografiche e ecologiche, con una storia di antropizzazione
plurimillenaria e una serie di questioni aperte tutte da risolvere.
Parlare
della Sardegna come se la sua popolazione non avesse né dovesse avere voce in
capitolo è uno dei sintomi caratteristici del colonialismo. Ci siamo dentro in
pieno. Ciò che fino a qualche tempo fa poteva essere etichettato come una
fissazione ideologica dell’ambito indipendentista, oggi risulta un’emergenza
generalizzata a cui la nostra classe politica e la sua intellettualità organica
non sembrano capaci di reagire, non essendo state selezionate per quello.
L’ambito
politico indipendentista è sempre stato dipinto come un’accozzaglia
folkloristica fuori dalla storia, un effetto secondario del disagio sociale o
un residuato identitario di stampo sostanzialmente reazionario. Questo
quadro non è mai stato veritiero. I mass media hanno sempre
privilegiato le figure meno presentabili dell’intero movimento indipendentista,
che va molto oltre le sue organizzazioni e il suo consenso elettorale,
per usarle nelle loro “argomentazioni del fantoccio”. Le tesi e le proposte delle varie anime
dell’indipendentismo non sono mai state accolte nel già disastrato dibattito
pubblico sardo, la cui pochezza è uno dei tanti problemi della nostra mancata
democrazia. Salvo poi costituire, nel corso degli anni, l’ossatura dell’intera
agenda politica sarda. Non c’è oggi questione aperta, problema
strutturale, allarme socio-economico che non sia stato sollevato e discusso con
larghissimo anticipo in ambito indipendentista.
L’attualità
spinge finalmente anche osservatori moderati o comunque non ascrivibili alla
sensibilità autodeterminazionista a riconoscere che esiste un problema
serio di relazione con lo Stato centrale. Un dato oggettivo, non
un’interpretazione di parte. La crisi finale dell’autonomia è evidente,
l’obsolescenza dello Statuto regionale ormai palese. Evitare di ricondurre
tutta la congerie di problemi aperti al nodo storico della dipendenza e della
subalternità dell’isola rispetto allo stato italiano significa disconoscere la
realtà. Impedendo così che si possa procedere a sciogliere tale nodo, o almeno
cominciare ad allentarlo.
Faccio pochi
esempi recentissimi.
Il Governo di Roma autorizza direttamente un investimento immobiliare
di grandi dimensioni in zona Loiri-Porto San Paolo. Lo fa passando come un
rullo compressore sopra competenze statutarie, PPR e relativi vincoli (anche di
natura costituzionale), valutazioni degli organi regionali preposti. Lo fa in
virtù della normativa riguardante le ZES, Zone Economiche Speciali, per le
quali vige una procedura autorizzativa semplificata.
La Sardegna,
in passato costituente un ZES a sé stante, è stata recentemente incorporata
nella più vasta ZES del Mezzogiorno, compresa la Sicilia
(altra Regione Autonoma). In realtà, dalla stessa normativa che regola le ZES
risultano fatte salve le norme paesaggistiche e autorizzatorie, quindi quella
del Governo è un’azione arbitraria, di pura prepotenza colonialista. In
proposito, segnalo il post su FaceBook, del 6 giugno, di Tonino Dessì (tra le
altre cose, ex assessore all’ambiente) e un articolo del 23 maggio dal Gruppo di Intervento
Giuridico.
La stessa
postura centralista e autoritaria esercitata a proposito di 52 ettari a
sud-ovest della zona industriale di Porto Torres, area agricola, da ricoprire
di pannelli fotovoltaici. Anche in questo caso è direttamente il Ministero
dell’Ambiente che, con decretazione propria, impone una decisione in barba a vincoli,
procedure, competenze regionali e quant’altro.
In queste
stesse settimane, poi, assistiamo a una singolare campagna social, attiva
soprattutto su Instagram, in cui viaggiatori, influencer e commentatori vari,
perlopiù statunitensi, parlano della Sardegna come una destinazione
vacanziera estremamente desiderabile, comoda e sicura. Non sembrano
interventi casuali, anche perché si legano ad altri fatti e altre circostanze.
L’inaugurazione
del volo diretto New-York-Olbia, salutato con grande giubilo da politici e mass
media sardi, è uno. Gli investimenti di entità finanziarie legate agli USA in
vari ambiti, nell’isola, è un altro. Nello stesso periodo, in Albania, si sono
scatenate vere e proprie mobilitazioni popolari contro il progetto immobiliar-turistico
targato Kushner-Trump in una zona di pregio del paese balcanico.
L’approccio è lo stesso: prepotenza predatoria, compiacenza della politica
locale, noncuranza verso le popolazioni. Direi che sarebbe il caso di alzare le
antenne anche dalle nostre parti e cominciare a premunirci, onde scongiurare il
rischio della espropriazione e privatizzazione di vaste fasce di
territorio, ad uso e consumo esclusivo di un turismo “alto-spendente”
(quello che piace all’assessore Cuccureddu), che nell’isola lascerebbe poco o
nulla, a parte costi e servitù ulteriori.
Si è parlato
ancora, nei giorni scorsi, del problema dell’infiltrazione mafiosa (in realtà
più che altro camorristica e ‘ndranghetista) ad Alghero.
Problema noto, sollevato da anni da comitati e associazioni cittadine, ma poco
amato dalla politica locale. Il sindaco Cacciotto, in un consiglio comunale dei
giorni scorsi, ha affermato che i recenti attentati incendiari sono
riconducibili a banali “dissidi privati”. In loco la faccenda è però presa
molto sul serio, si citano circostanze e si fanno nomi. Le autorità
sembrano stranamente dormienti. Addirittura, da un vertice in Prefettura a
Sassari, pochi giorni or sono, è emersa la conclusione che non esiste ad
Alghero un problema di infiltrazione mafiosa.
Ora, che il
disegno governativo di dirottare in Sardegna una parte consistente delle
leadership criminali italiane – detenute in regime di art. 41bis –
potesse causare l’arrivo delle stesse organizzazioni in pianta stabile era ed è
un pericolo segnalato da tempo. Non una suggestione paranoica di qualcuno, ma
un risultato considerato più che probabile da tutti gli studi in materia.
Dunque, una scelta deliberata da parte del Governo. Spostare in Sardegna le
centrali decisionali e operative delle grandi organizzazioni criminali potrebbe
avere un senso, nell’ottica italiana. Negarne la pericolosità, a livello
istituzionale, serve ad attenuare l’allarme diffuso, in modo che il progetto
possa andare avanti.
Non è
nemmeno escluso che qualche soggetto dentro gli apparati di sicurezza dello
Stato abbia avuto la brillante intuizione che la Sardegna abbia bisogno
di italianizzarsi anche sul fronte criminale, dunque niente di
meglio che regalarla alle organizzazioni di stampo mafioso. Dopo tutto, tale
esito potrebbe fare comodo anche per controllare i rigurgiti ribellistici
locali, le velleità di autodeterminazione o le pretese di democrazia compiuta e
dispiegata. Quando, anni fa, preconizzavo una Sardegna ridotta a una
sorta di Cuba del Mediterraneo, non nel senso in cui l’aveva concepita –
illusoriamente – Gian Giacomo Feltrinelli, a fine anni Sessanta del secolo
scorso, ma nel senso della Cuba pre-Rivoluzione, poteva suonare come una
provocazione.
Oggi, la
prospettiva di un’isola progressivamente svuotata della sua popolazione storica,
adibita in alcune zone ad “area di sacrificio” per la produzione
di energia a favore del continente (specialmente del Nord Italia), in
altre a vasto poligono ad uso e consumo delle forze armate, in
altre ancora ad enclave turistiche di lusso, con un territorio
sottoposto a durissimo controllo poliziesco da un lato e mafioso dall’altro (le
due cose non vanno necessariamente a contrasto), non suona più come una
distopia fantasiosa ma somiglia molto a una realtà di cui cominciamo a
intravvedere i contorni.
La domanda è: cosa aspettiamo a renderci conto della situazione e ad agire
di conseguenza?
domenica 21 giugno 2026
«Francia o Spagna, purché se magna»: un elogio controcorrente - Francesco Coniglione
Appena lo pronunci, parte la condanna. “Francia o Spagna, purché se magna” viene regolarmente citato come la prova provata che noi italiani siamo gente senza spina dorsale, pronti a svendere la patria per un piatto di pasta. Un concentrato di qualunquismo, disimpegno civile, pusillanimità bella e buona. Basta vederlo citato nei dibattiti televisivi o nelle omelie dei predicatori d’italianità: “Con questa mentalità non andremo mai da nessuna parte”, “È il simbolo del nostro trasformismo”, “Così si allevano servi, non cittadini”. Persino a scuola, quando un insegnante voleva bacchettarci per la mancanza di ideali, sventolava questo motto come fosse una vergogna nazionale.
Eppure, c’è
qualcosa di profondamente sbagliato in questa condanna senza appello. O, per dirla meglio, c’è una
pigrizia interpretativa che merita di essere smascherata: se grattiamo via la
crosta materialista del detto, troviamo una saggezza antica, raffinata, perfino
radicale. Una saggezza che la tradizione ha non a caso accostato a Francesco
Guicciardini, al quale il motto viene spesso attribuito, pur senza comparire in
questa forma nei suoi scritti. Una saggezza che oggi, in tempi di nuovi
furori patriottici e di tamburi di guerra che tornano a suonare alle porte di
casa, appare più rivoluzionaria che mai.
Conviene
riportare il motto alle sue radici: l’Italia del Cinquecento, ridotta a campo
di battaglia delle grandi potenze: da un lato le armate di Francesco I,
dall’altro quelle di Carlo V. Per i popoli della penisola, la domanda
“Francia o Spagna?” non era una scelta ideale, era uno strazio. Il dominio
straniero portava carestie, saccheggi, violenze, e ai più non restava che
sopravvivere. In questo scenario, quel “purché se magna” non suonava come una
resa vile, ma come un grido di resistenza umana: potete giocarvi le nostre terre
a Risiko, potete sventolare le vostre bandiere, ma noi una sola cosa chiediamo
– di vivere, di mangiare, di salvare le nostre famiglie. Non è
qualunquismo, è una gerarchia dei valori. La dignità dell’esistenza prima del
feticismo degli stendardi. La vita, prima della gloria. È la versione
rustica e popolana di un principio che la filosofia antica aveva già formulato
con ben altra eleganza: Patria est ubicumque est bene (La
patria è ovunque si stia bene). La formula, attribuita a Pacuvio e resa celebre
da Cicerone, esprime l’idea che la vera appartenenza non è
data solo dal sangue o dal suolo, ma dalle condizioni che consentono a un
essere umano di prosperare. Ecco allora che “Francia o Spagna, purché se
magna” non è il rigurgito di un servo, non è un disinvolto tirare a campare, ma
la traduzione terragna e disincantata di un altissimo principio
cosmopolita: la patria è dove si può vivere con dignità, non dove ci
impongono di morire. Perché la terra che ricopre i morti è ovunque la
stessa: ha il medesimo colore, lo stesso odore; non conosce bandiere, non
distingue inni, non si commuove per i fanatismi.
C’è poi un
secondo strato, ancora più importante. Nel motto è implicito un pacifismo
radicale, di quelli che non s’imparano sui libri ma nelle budella svuotate
dalla carestia e dal piombo. Il «se magna» non è solo un’invocazione
alla sopravvivenza materiale: è il rifiuto di farsi ammazzare per un pezzo di
stoffa colorata, per un capriccio dinastico, per una parola altisonante come
“onore nazionale”. Tra il pane e la guerra, sceglie il pane. Tra il
martirio e la vita, sceglie la vita. Non è una scelta eroica, è una scelta
umana. Ed è esattamente la scelta che farebbe qualsiasi persona di buon senso
se solo non fosse ubriacata dalle retoriche dell’estremo sacrificio. A voler
cercare un antecedente nobile e cristianissimo, basterebbe riandare a Francesco
d’Assisi. Il “pace e bene” che la tradizione francescana gli
attribuisce non era un saluto devoto ma un programma politico-spirituale di una
modernità sconcertante. Quando nel 1219, in piena quinta crociata, si recò
a Damietta, in Egitto, per incontrare il sultano al-Malik al-Kamil, lo fece
disarmato, camminando in mezzo agli eserciti. Non andava con le armi; e anche
se il suo gesto restava inscritto nello zelo religioso del suo tempo, esso
spezzava la logica ordinaria della crociata: non la spada contro la spada, ma
la presenza inerme davanti al nemico. Andava a ricordare, con la sola forza
della presenza, che la pace è un bene supremo, più alto della vittoria militare,
più urgente della conquista di Gerusalemme. Anche lì, sulle rive del Nilo, la
domanda silenziosa di Francesco poteva risuonare come quella
del contadino italiano del Cinquecento: perché uccidersi per una bandiera?
Perché sacrificare la vita, che è sacra, a un’idea che si pretende più sacra
della vita stessa? Il suo «pace e bene» era un «purché se magna» tradotto nel
linguaggio dei santi.
Non occorre
scomodare Kant e il suo progetto di pace perpetua, anche se un collegamento con
l’illuminismo non sarebbe fuori luogo. Basta ricordare Erasmo da Rotterdam, che
nel suo Dulce bellum inexpertis (la guerra è dolce per chi non
l’ha provata) smascherava con lucidità l’oscena seduzione della
guerra vista da lontano. E chi l’aveva provata sulla pelle, la guerra, non
poteva che rispondere con un «purché se magna» – cioè con il rifiuto istintivo
di ogni bandiera che pretendeva il suo tributo di sangue. Detto in termini
contemporanei, è questo — per usare con cautela il lessico di Agamben —
un tentativo di sottrarre la “nuda vita” alla macchina che vorrebbe
trasformarla in materia sacrificabile: non perché la pura sopravvivenza sia
il compimento dell’umano, ma perché senza la sua salvaguardia nessuna vita più
ricca, civile e pienamente umana può nemmeno esser pensata. Proprio perché
esposta, fragile, inerme, quella vita sa bene che nessuna bandiera
merita il suo sacrificio, e oppone un «no» viscerale a chi vorrebbe
trasformarla in carne da cannone.
Questo non
significa negare l’esistenza di valori per cui valga la pena battersi.
Significa però riconoscere che nessun ideale – per quanto nobile – può
chiedere ipso facto la vita di uomini, donne e bambini come
prezzo della sua affermazione. Il detto non disprezza la patria; disprezza la
patria che si trasforma in idolo famelico. Non rifiuta la comunità; rifiuta la
comunità che esige il sacrificio dei suoi membri senza garantire loro, prima di
tutto, il diritto di esistere e di essere felici.
Ed ecco il
punto più frainteso. I critici del motto si fermano alla superficie:
«se magna» come puro istinto animale, come materialismo volgare, come trionfo
della pancia sulla testa. Ma chi ha mai detto che «magna» significhi
soltanto ingurgitare cibo? Il pane, nel linguaggio dei popoli, è sempre stato
molto più di un alimento: è il simbolo della sicurezza, della dignità, della
possibilità di costruire qualcosa. È il diritto a non essere strappati alla
propria esistenza quotidiana per morire sotto una palla di cannone o, oggi,
sotto un drone. «Se magna» vuol dire, in controluce, benessere civile e
morale. Vuol dire poter crescere i propri figli in pace, poter coltivare un
orto o una passione, poter invecchiare con la serenità di chi non ha dovuto
seppellire i propri cari prima del tempo. Vuol dire avere il tempo e le risorse
per dedicarsi a ciò che rende la vita degna di essere vissuta: l’arte, l’amore,
l’amicizia, la conoscenza. In una parola: la felicità. È esattamente la
promessa che sta al cuore della dichiarazione americana del 1776, con il
suo “perseguimento della felicità”, e che riecheggia poi, in altra forma, nella
Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: libertà dalla paura e dal
bisogno, dignità, sicurezza dell’esistenza. E allora, non è forse questo
il fine per cui vale la pena lottare politicamente? Non è forse più rivoluzionario
garantire a tutti il diritto al «se magna» – inteso come vita piena e pacifica
– piuttosto che esaltare il sacrificio per un confine o per un colore?
C’è, infine,
un germe di universalismo in quel «purché». Non importa quale sia la bandiera che
sventola, non importa se il sovrano parli francese, spagnolo, tedesco o un
qualsiasi altro idioma: ciò che conta è che vengano le condizioni
elementari della vita umana. È la versione popolana del
cosmopolitismo illuminista: l’idea che esistono diritti che precedono e
superano qualsiasi appartenenza nazionale. Il contadino del Cinquecento non
aveva letto Voltaire, ma intendeva perfettamente che sotto un buon governo si
può vivere bene, mentre sotto un cattivo governo si muore di fame e di spada, a
prescindere dalla lingua in cui sono scritte le leggi. Oggi che assistiamo al
ritorno dei nazionalismi più gretti, dei muri, delle identità escludenti, dei
fanatismi dei “sacri libri”, riscoprire questo universalismo plebeo ha un
sapore quasi profetico. Perché ci ricorda che la misura ultima di ogni
comunità politica non è la sua potenza militare, non è la retorica degli eroi e
dei martiri, ma è la capacità di assicurare ai propri membri una vita libera
dalla paura e dal bisogno. «Purché se magna» è, in fondo, il primo articolo
di una carta costituzionale non scritta, ma incisa nel buon senso umano: il
diritto a esistere, a vivere in armonia con il mondo e con gli altri, a non
vedere i propri sogni calpestati dallo stivale di un’ideologia assassina.
Certo, detto
così, davanti a un dibattito sulla difesa della patria o sull’orgoglio
nazionale, suona provocatorio, quasi sfrontato. Ma è una sfrontatezza
necessaria, che ci invita a non smarrire la gerarchia delle cose. Prima di
chiederci sotto quale bandiera vogliamo schierarci, dovremmo chiederci se
quella bandiera garantisce il pane, la pace, la dignità. Dovremmo chiederci se
vale la pena di morire per essa, o se non sia meglio vivere per essa – e
soprattutto per noi, per le nostre famiglie, per il nostro futuro. “Francia
o Spagna, purché se magna” non è il motto dei vigliacchi, ma dei sopravvissuti.
Non è l’alibi dei senza patria, ma la bussola di chi sa che la patria più vera
è quella in cui si può mangiare insieme, in pace, senza bandiere che dividono.
E se proprio vogliamo farne una bandiera, facciamone la bandiera dell’umanità
concreta, quella che non si innamora degli eroi, ma protegge il diritto
semplice e sacrosanto di ogni donna, ogni uomo, ogni bambino a una vita felice.
Ché poi, a ben guardare, non c’è niente di più profondamente patriottico.
sabato 20 giugno 2026
Vasco Rossi a Olbia. La ribellione addomesticata nell’isola-colonia - Cristiano Sabino
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel dibattito che si è acceso attorno al concerto di Vasco Rossi a Olbia. Non riguarda semplicemente la musica, il gusto o l’estetica. Riguarda piuttosto il ruolo politico della cultura di massa dentro una società coloniale come quella sarda.
Quando si
critica Vasco Rossi, la reazione è quasi sempre la stessa: “non capisci la sua
arte”, “non cogli la sua filosofia nichilista”, addirittura “non hai empatia
perché non cogli l’universale che unisce tre generazioni”. Ma è proprio qui il
punto: comprendere perfettamente quella funzione unificante significa anche
smascherarne la natura ideologica.
Perché ciò
che viene venduto come ribellione è, in realtà, una forma di trasgressione
innocua, anzi perfettamente compatibile con l’ordine esistente. E ciò vale
tanto più in Sardegna dove la musica, l’arte e in generale l’intrattenimento
svolgono una funzione precisa.
Degna di
nota è inoltre la presa di posizione di Vasco Rossi sul genocidio palestinese,
rilanciata con un’intervista a tutto campo anche da quella che viene presentata
come stampa “autorevole”, come il Corriere della Sera (qui). Il post risale al 2024. In un
momento storico in cui a Gaza si consumava un massacro sotto gli occhi del
mondo con la piena e documentata complicità dell’occidente collettivo e della
UE, la voce del “ribelle” si è espressa in questi termini: rifiuto di
schierarsi, invocazione generica della pace, appello alla soluzione “due popoli
due stati”, condanna indistinta degli estremismi. Praticamente le frasi fatte
che si possono sentire nei peggiori bar sport!
Una
posizione che, lungi dall’essere scomoda e critica, coincide perfettamente con
il qualunquismo e il suprematismo dominante.
Perché si
capisca cosa voglio dire sarà meglio riportare il post integrale (nell’articolo
del CorSera c’è il link al post di Rossi sulla Palestina):
“Sarebbe
facile per me oggi scrivere Freeee Palestine
Ma io non sono facile… Sono semplice… Ma non facile.
Sarebbe facile e sarebbe anche un po’ alla moda di questi tempi
ma io non sono mai stato alla moda
sono sempre andato controcorrente.
sarebbe anche facile perché mi sentirei schierato dalla parte
giusta
..la parte dei più deboli.
Come non esserlo oggi!
Ma io lo sono… Lo sono sempre stato…
Non ho bisogno di dimostrarlo oggi.
Di fronte alla tragedia che sta succedendo a Gaza
(siamo tutti atterriti dai bombardamenti sui civili e ovviamente
come minimo solidali con le sofferenze del popolo palestinese chiediamo tutti
che vengano immediatamente sospesi)
ciò detto la faccenda è un po’ più complessa di come le fate voi…
E io non riesco a schierarmi da una parte o dall’altra… Come fanno
molti dalle loro comode poltrone.
Io se mi schiero vado a combattere, altrimenti sto zitto o meglio
rimango ammutolito di fronte a orrori di questo genere!
IO SONO PER LA PACE
Per 2 popoli 2 stati !
Credo che gli “estremisti”
di tutte le specie
siano la rovina dell’umanità.
Credo nella reciprocità!
“Reciproca Convenienza
reciproco rispetto “
Io non mi faccio condizionare dal bombardamento
televisivo dei mezzi di comunicazione di massa sulle catastrofi e
le tragedie del “giorno” o del “momento “!
Io mi guardo intorno
leggo qualche libro
approfondisco gli argomenti
Abito nel mio mondo
cerco di fare la cosa giusta
qui e adesso!
Non ho mai sopportato
i rivoluzionari da salotto
che invadono le piazze
e infestano il web.
Io vado a combattere
sul campo le mie guerre.
E sempre
in direzione ostinata e contraria.
V.K.
Ps: Senza offesa per coloro
che scendono in piazza per manifestare i propri diritti o la
propria solidarietà alle popolazioni che soffrono le terribili conseguenze di
tutte le guerre”.
Dire che “la
guerra è brutta” non disturba nessuno. Non nomina i responsabili. Non prende
parte. Non comporta alcun rischio. È la stessa posizione che può essere
sottoscritta da un editorialista qualunque espresso dall’apparato
militare-industriale, da un rappresentante governativo che non può contrapporsi
a Washington e Tel Aviv, cioè alle centrali dell’imperialismo e del
colonialismo contemporaneo.
Intendiamoci,
è legittimo andare a vedere un concerto di Vasco, come è legittimo apprezzare
la sua arte. Il problema non è il Vasco cantautore o la sua capacità
carismatica. Mi spaventa il suo fun club sardo che lo scambia per un leader
trascinatore di folle, per un punto di riferimento sociale, per un’icona
ribelle.
Il problema
non è Vasco Rossi in quanto individuo o come artista. Il problema è la funzione
simbolica che incarna e l’insieme di proiezioni politiche o pseudo tali che
intercetta..
C’è una
differenza radicale tra parlare di libertà in astratto e schierarsi quando la
libertà viene negata. Tra cantare la ribellione e praticarla. Tra evocare un
disagio esistenziale e analizzarne le cause materiali.
E hanno
torto anche quelli che dichiarano di separare arte e politica. In Sardegna non
possiamo permettercelo. Abbiamo bisogno di una cultura impegnata e organica
alle necessità di riscatto dei sardi. Non dico solo di cultura ingaggiata
politicamente, ma nemmeno solo di big stranieri che vengono, si esibiscono
senza sapere nulla del luogo e della comunità che li ospita e vanno via senza
lasciare nulla.
Tornando a
Vasco e ai suoi presunti contenuti culturali, addirittura filosofici, dobbiamo
concludere che il “nichilismo filosofico” di Vasco Rossi è un nichilismo senza
conseguenze. Parafrasando il fondatore del nichilismo Friedrich Nietzsche si
tratta di un “nichilismo di comodo”. Ammesso e non concesso che a proposito del
repertorio di Rossi si possa parlare di “nichilismo”, al contrario del
nichilismo nietzschiano Rossi non mette mai in discussione i rapporti di
potere, le verità costituite, non interroga il sistema, non produce critica
reale. Funziona come valvola di sfogo, non come strumento di critica.
Ed è proprio
per questo che riesce a “unire tre generazioni”: perché non costringe nessuna
di esse a posizionarsi, a maturare una scelta.
Dentro
questo quadro, il concerto di Olbia assume un significato che va oltre l’evento
musicale. In una Sardegna trasformata sempre più in piattaforma energetica,
base militare, luogo di produzione di bombe e droni killer e spazio di consumo
turistico, la grande industria culturale svolge un ruolo preciso: produrre
consenso, neutralizzare il conflitto, offrire un immaginario di ribellione che
non mette mai in discussione la condizione della Sardegna perfettamente inserita
nel sistema di dominio coloniale occidentale (come strumento di produzione e
come oggetto di sfruttamento coloniale).
Si tratta
dello stesso meccanismo che vediamo all’opera in politica ad ogni tornata
elettorale, quando vengono costruite figure apparentemente antisistema che, nei
fatti, garantiscono la continuità dell’ordine esistente.
Per questo
la questione non è “ascoltare o non ascoltare” Vasco Rossi (io personalmente
quando capita alla radio cambio stazione!). Ognuno è libero di fare ciò che vuole
e di spendere i propri soldi acquistando i biglietti dei concerti che più gli
piacciono. Il punto è smettere di proiettare su figure del genere valori che
non incarnano.
Perché
continuare a credere nella ribellione addomesticata è esattamente ciò che consente
al sistema di perpetuarsi senza essere davvero messo in discussione.
E in una
terra colonizzata come la Sardegna, questo non è un dettaglio di costume: è un
nodo politico centrale, anche perché qui si aprirebbe il tema “grandi eventi
musicali” spesso agitato dall’artista e amico fraterno Alisandru Sanna ak
Quilo, ma questo meriterebbe una riflessione a parte!
venerdì 19 giugno 2026
Per le persone autistiche il futuro è oggi - Gianfranco Vitale
Ogni volta
che sento parlare di “progetto di vita” per le persone autistiche mi
trovo in una situazione curiosa: sono completamente d’accordo e, allo stesso
tempo, profondamente inquieto. D’accordo perché nessuno può contestare il
principio. Chi non vorrebbe che una persona autistica potesse vivere una vita
piena, dignitosa, autodeterminata, inserita nella società e non ai suoi
margini? Inquieto perché, troppo spesso, il progetto di vita sembra
assomigliare più a uno slogan che a un programma concreto.
Da padre di
un figlio autistico adulto con bisogni di sostegno importanti, ho imparato
che il problema non è immaginare il futuro. Il problema è affrontare il
presente. Da anni il dibattito ruota attorno al “dopo di noi”. È
comprensibile. Tutti i genitori si chiedono cosa ne sarà dei propri figli
quando non ci saranno più. Ma c’è una domanda ancora più urgente: come
vivono oggi? Faccio questa domanda perché il futuro non nasce dal
nulla. Si costruisce giorno dopo giorno. Il domani è adesso. Se oggi mancano
servizi adeguati, operatori sufficienti, percorsi di inclusione efficaci,
opportunità lavorative reali e soluzioni abitative sostenibili, è difficile
immaginare che tutto questo appaia magicamente domani. La verità è che migliaia
di famiglie stanno reggendo quasi da sole un peso enorme. Molti genitori hanno
superato i sessanta o i settant’anni. Alcuni sono malati. Altri sono
semplicemente esausti. Eppure continuano a sostituirsi a servizi che dovrebbero
essere garantiti dalla collettività.
In questo
contesto si parla molto di deistituzionalizzazione. Anche qui, come
non essere d’accordo? Superare modelli segreganti e costruire contesti di vita
più inclusivi è un obiettivo condivisibile. Ma mentre discutiamo del futuro,
cosa accade nel presente? Le famiglie continuano a chiedere aiuto. Le liste
d’attesa si allungano. I servizi territoriali faticano a rispondere. Le
strutture esistenti soffrono spesso di carenze croniche di personale e
risorse. Perché dovrebbe essere incompatibile lavorare su due fronti
contemporaneamente? Da una parte progettare nuove forme di abitare e di inclusione.
Dall’altra migliorare subito ciò che già esiste, rendendolo più umano, più
dignitoso e più rispettoso delle persone. L’impressione, invece, è che talvolta
si preferisca discutere di modelli ideali piuttosto che affrontare problemi
reali.
Lo stesso
accade con la parola “progetto”. Nel mondo della disabilità il
termine compare ovunque. Progetti sperimentali. Progetti innovativi. Progetti
pilota. Progetti territoriali. A volte viene da chiedersi se esistano più
progetti che persone autistiche! Naturalmente molti sono seri e producono
risultati importanti. Ma altri sembrano avere una funzione diversa: dimostrare
che qualcosa si sta facendo senza modificare realmente le condizioni di vita
delle persone. Il lavoro rappresenta probabilmente l’esempio più
evidente. La normativa italiana sul collocamento mirato esiste da oltre
venticinque anni. Eppure continuano a proliferare stage, tirocini e borse
lavoro che troppo spesso non conducono ad alcuna assunzione stabile. Quando
una persona lavora per mesi o anni ricevendo compensi simbolici, o addirittura
senza alcuna retribuzione significativa, non siamo davanti a una forma di
inclusione. Siamo davanti a una distorsione del concetto stesso di inclusione.
Il lavoro è un diritto. Non una concessione.
Eppure i
diritti continuano a essere il grande assente del dibattito. Diritto alla
salute. Diritto a una casa. Diritto a un lavoro vero. Diritto a una vita
sociale. Diritto a servizi adeguati. Diritto a non lasciare sole le famiglie.
Su questi temi sembra essersi consolidata una sorta di rassegnazione
collettiva che finisce per favorire l’inerzia politica. Le
dichiarazioni pubbliche non mancano mai, soprattutto in occasione della
Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo del 2 aprile. I convegni si
moltiplicano. Le campagne di sensibilizzazione anche. Molto più difficile è
individuare interventi strutturali che incidano realmente sulla vita delle
persone autistiche adulte e delle loro famiglie. Emblematica è la questione del
caregiver familiare. Da anni si susseguono annunci, promesse e proposte
legislative. Nel frattempo migliaia di genitori continuano a svolgere un lavoro
di assistenza permanente, spesso senza adeguati sostegni economici, sociali
e psicologici.
E allora
forse vale la pena porre una domanda semplice. Qual è il vero progetto di vita?
È l’ennesimo documento programmatico? È l’ennesimo progetto sperimentale
destinato a esaurirsi con la fine dei finanziamenti? Oppure è la scelta
politica di investire stabilmente nelle persone? L’Italia continua a destinare
alla ricerca e sviluppo una quota del proprio prodotto interno lordo inferiore
alla media delle principali economie avanzate. Allo stesso tempo cresce il
dibattito sull’aumento delle spese militari e sulle grandi opere
infrastrutturali. Naturalmente la sicurezza nazionale è importante. Nessuno lo
nega. Ma una società dovrebbe essere giudicata anche da come tratta i suoi
cittadini più fragili. Per questo continuo a pensare che il più grande
investimento possibile non sia un’opera di cemento né un sistema d’arma. La
più grande opera pubblica è restituire dignità, opportunità e speranza a chi
rischia di essere dimenticato. Se vogliamo parlare seriamente di progetto
di vita, dobbiamo avere il coraggio di smettere di confondere le parole con le
soluzioni. I principi sono importanti. I diritti lo sono ancora di più.
Ma senza servizi, sostegni, lavoro, ricerca e politiche adeguate, il
rischio è che il progetto di vita resti soltanto una formula rassicurante.
Il futuro
delle persone autistiche adulte non è una questione che riguarda il domani. È
una questione che avrebbe dovuto essere affrontata ieri e che oggi non può più
essere rimandata.