sabato 11 luglio 2026

Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia - Laura Guglielmi


Ci sono giornaliste che obbligano il mondo a guardarsi allo specchio. Lydia Cacho appartiene a una costellazione di donne che hanno trasformato il giornalismo in un atto di coraggio civile. Un atteggiamento verso la professione che ricorda, da vicino, quello di Politkovskaja, perseguitata e uccisa in Russia per avere denunciato la brutalità del potere (vedi qui); o quella di Taro, che pagò con la vita il suo modo di raccontare la guerra (vedi qui); o ancora quella di Nellie Bly, che si fece rinchiudere in un manicomio per smascherare gli abusi (vedi qui). La genealogia è la stessa: reporter che hanno scelto di vedere ciò che altri evitano persino di pensare. Non hanno scelto la via più facile, ma quella più pericolosa, l’unica che permetteva loro di dire la verità.

Cacho, nasce a Città del Messico nel 1963; sua madre – psicologa e femminista di origine franco-portoghese – le insegna che la dignità non si negozia. È un imprinting che tornerà in ogni pagina, in ogni indagine, in ogni ferita. Presto capisce che per spiegare il Messico, per farlo davvero, bisogna scendere negli abissi della violenza domestica e sessuale contro donne e bambini, dove lo Stato preferisce non guardare. Negli anni Novanta, lavora nei centri di accoglienza per donne maltrattate, ascolta storie che nessuno vuole ascoltare, vede da vicino la trama di complicità che protegge i carnefici. È lì che matura la convinzione che il giornalismo non può limitarsi a registrare: deve intervenire, deve rompere il silenzio, deve diventare strumento di protezione per chi non ha voce.

Nel 2005, pubblica Los demonios del Edén. El poder que protege a la pornografía infantil, un libro che scuote il Paese. Cacho documenta un vasto giro di pedofilia e sfruttamento minorile, facendo nomi e cognomi di imprenditori, politici, uomini di affari, protetti da una rete di potere che si crede intoccabile. Non è solo un’inchiesta: è un atto d’accusa contro un sistema che normalizza la violenza e garantisce l’impunità. Le istituzioni messicane reagiscono come spesso fanno i poteri feriti: si vendicano. Nel dicembre 2005, Cacho è arrestata, sequestrata dalla polizia e condotta a Puebla. Quello che doveva essere un trasferimento si trasforma in un viaggio all’inferno lungo 1.500 chilometri, durato venti ore. Sola, in un’auto con tutti agenti uomini, l’autrice è privata di tutto: del cibo, del sonno, del diritto di andare in bagno e delle medicine necessarie per curare la sua bronchite. In quel veicolo, si consuma una violenza feroce, sia fisica sia psicologica. Sotto la costante minaccia di morte, Cacho subisce palpeggiamenti e abusi sadici da parte di un agente, che le inserisce la pistola in bocca per poi passarla sul seno e puntarla contro i genitali, umiliandola fino a farle perdere il controllo del proprio corpo. Quando l’auto finalmente arriva alla procura di Puebla, l’incubo non finisce: ad attenderla, nuove aggressioni fisiche e palpazioni forzate. Nemmeno l’ingresso formale nel carcere preventivo, riesce a proteggerla da un flusso continuo di minacce.

Una violenza non solo politica, ma fisica, diretta, brutale. Cacho, del resto, non era nuova a questi abusi: nel 1999 era già stata aggredita e violentata in un bagno pubblico, un attacco che lei stessa collega alle sue prime indagini sulla tratta. Nel 2007, la sua auto era stata sabotata. Vive per anni sotto scorta, cambia casa più volte, riceve minacce quotidiane. Eppure, non arretra. Continua a indagare, a denunciare, a dirigere il centro di protezione per donne e bambine vittime di violenza, a Cancún, uno dei pochi luoghi del Paese dove chi fugge da reti di sfruttamento può trovare rifugio. La sua vita trascorre in un equilibrio precario, tra la necessità di proteggersi e quella, più forte, di continuare a parlare. Ma non smette: dal 2006, Cacho è tra le voci più autorevoli nel denunciare e documentare i femminicidi di Ciudad Juárez, un luogo famoso per le tremende uccisioni di centinaia di donne. Tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, si stima che ne siano state uccise da quattrocento a mille, uno dei casi più emblematici di violenza di genere al mondo.

Il suo lavoro investigativo ha contribuito a sollevare il velo su una realtà agghiacciante: queste ragazze, spesso giovanissime e migranti interne, si trovavano a Juárez da sole, attirate dal miraggio di un salario nelle grandi fabbriche di montaggio statunitensi, le maquilladoras, dislocate lungo la frontiera. Separate dalle proprie famiglie, prive di tutele, erano diventate i bersagli di un sistema criminale sistematico. In Messico, infatti, il femminicidio è alimentato da un tasso di impunità altissimo, con i corpi delle donne usati come merce, o come messaggi di terrore, dai cartelli del narcotraffico. Il suo lavoro racconta un Messico che non vuole vedersi: un Paese in cui il femminicidio è quotidiano, dove la violenza contro le donne è sistemica, e dove l’impunità è la regola.

“Il problema non è solo la violenza – ripete infatti –, è l’impunità che la normalizza”. Le sue parole risuonano come un atto di accusa non solo contro i singoli responsabili, ma contro un intero sistema che preferisce ignorare. Eppure, proprio perché così scomoda, la sua voce diventa impossibile da silenziare. Amnesty International la definisce “forse la più famosa giornalista investigativa del Messico”, mentre una rete internazionale di artisti, intellettuali e attivisti, da Iñárritu a Susan Sarandon, da Gael García Bernal a Noam Chomsky, si mobilita per proteggerla. Un prezioso aiuto e uno stimolo a continuare, così come i premi prestigiosi, tra cui il Ginetta Sagan per i diritti delle donne e dei bambini, del 2007: è la prima cittadina messicana a ricevere questo prestigioso riconoscimento. Come ricorda la motivazione del premio Unesco, ricevuto nel 2008, Lydia Cacho ha voluto stare in prima linea per esigere la risoluzione dei casi irrisolti di Juárez, contribuendo a rendere “femminicidio” non più solo un termine sociologico, ma una categoria giuridica internazionale.

Nel luglio del 2019, Lydia Cacho è vittima di un grave attentato. Due uomini armati fanno irruzione nella sua abitazione a Cancún, uccidendo i suoi cani, rubando materiale d’indagine e lasciando chiare minacce di morte, costringendola a fuggire in esilio in Spagna. Per fortuna lei non è in casa. Oggi Lydia Cacho vive a Madrid, in un esilio blindato e sotto scorta ufficiale; il governo spagnolo le ha concesso la cittadinanza. In Europa, ha ricostruito una quotidianità spezzata, ma ha rifiutato il ruolo di vittima silenziosa: continua a scrivere, a coordinare reti di protezione contro la tratta, e a collaborare a serie e documentari per aggirare i silenzi giudiziari. Il prezzo emotivo, tuttavia, resta altissimo. Chi la incontra descrive una donna dalla forza intatta, ma i cui occhi tradiscono la nostalgia per il suo Messico e il trauma dell’ultima aggressione subìta nel 2019. Vivere in Spagna significa abitare in una terra di mezzo: il corpo è in salvo, tra le strade ordinate, ma la mente e il cuore sono ancora là, a scavare nella sabbia insieme alle madri di Juárez per pretendere giustizia.

La sua storia è un promemoria feroce: il giornalismo può ancora essere un atto di resistenza, un gesto di protezione, un modo per restituire dignità a chi l’ha perduta. E ci sono donne che, pur sapendo di essere nel mirino, continuano a scrivere. Perché il silenzio, quello sì, uccide.

https://www.terzogiornale.it/2026/06/17/lydia-cacho-paladina-del-giornalismo-di-denuncia/

venerdì 10 luglio 2026

il Piano “scientifico” per farti ammalare e guadagnarci una MONTAGNA DI QUATTRINI

 


Cobas – Coordinamento Nazionale via Bernardo Celentano 5, Sindacato Intercategoriale 20132 Milano (MI) 04.07.2026

Siamo tutti diffidati.

Solo a dicembre, il sensazionalismo mediatico sembrava gettare luce su condizioni di degrado sanitario ed umano al San Raffaele. Prima che la triste realtà venisse “strillata” la RSU del San Raffaele aveva denunciato già a settembre  l'improvvisazione e caoticità nella gestione delle cure intensive e l’irruzione di un capitalismo sui generis che fa della salute un territorio per le sue scorrerie affaristiche.

L'allarme preventivo  denunciato dalla RSU avvertiva che l'affidamento a cooperative e associazioni di liberi professionisti avrebbe portato a inevitabili rischi  per i pazienti. 

 

Veniva difeso il principio che la  salute va preservata per tutti e soprattutto dei più poveri. Questo principio violato  a Milano come altrove  apre la strada alla  la logica del “ti curi se hai i soldi” ed è così che  la sanità diventa preda di ditte fintamente onlus, fintamente religiose, fintamente cooperative, fintamente umanitarie.

Ed è così che il concentramento, voluto dalla direzione del San Raffaele, delle cooperative nei reparti che si occupano, guarda caso, dei malati “non paganti” ma bisognosi di cure intensive.

Non è un blackout momentaneo è di fatto, un lucido disegno di un capitale che non ha coscienza sociale. La sua coscienza si misura in quote di capitale che devono essere crescenti.

La concorrenza tra i predoni, progressivamente, fa emergere società di taglia sempre più grande. La concentrazione dei capitali opera anche in questo settore e fa emergere colossi come il Gruppo San Donato SPA che controlla a sua volta il San Raffaele.

Man mano che il clamore della caotiche  giornate di dicembre, vissute dai pazienti, andava spegnendosi,  le luci natalizie si accendevano, l’assessore alla Sanità Guido Bertolaso rassicurava che il San Raffaele è “ un vero fiore all’occhiello della sanità italiana ed è fisiologico che ogni giorno possano presentarsi criticità".

Caro assessore alla Sanità le cosiddette criticità sono solo le conseguenze fisiologiche e connaturate  a questo sistema che vive sul  lavoro salariato e mercifica vita e salute.

Altrettanto fisiologico e connaturato al sistema di potere che vive sul profitto e sul sangue della povera gente che a giugno in concomitanza (ma guarda un po) dello sciopero del 25 e 26 venga emessa una diffida e una contestazione disciplinare  alla CUB e alla portavoce della RSU Margherita Napoletano per avere paventato quello che puntualmente stava per accadere.

Anche noi a dicembre avevamo denunciato questa situazione  con un volantino dal titolo: Caos errori ed orrori al San Raffaele. Orrori  che solo grazie all'intercessione della Madonnina non si sono trasformati in tragedia.

Conseguentemente noi del S.I. Cobas della Sanità ci riteniamo diffidati e a maggior ragione  ci associamo alla denuncia  di Margherita 

 


giovedì 9 luglio 2026

Chi decide quanto costa una maglietta? - Claudia Vago

Non sono molti i capi che riescono a sopravvivere agli imperativi della moda, diventando dei “classici”. Da una stagione all’altra (e nel caso della fast fashion anche da una settimana all’altra) i jeans diventano più larghi o più stretti, le gonne più lunghe o più corte, la vita dei pantaloni si alza o si abbassa. Le t-shirt resistono, tutto sommato uguali a se stesse, da decenni. Persino nel prezzo. Prendiamo, per esempio, una t-shirt bianca di cotone. Costa 9,90 euro. Più o meno la stessa cifra che pagavi dieci, forse addirittura quindici anni fa. Nel frattempo i prezzi di praticamente tutto sono aumentati, ma non quella maglietta.

Non è solo un’impressione, lo dicono i dati. Tra il 2001 e il 2025 il prezzo che gli importatori europei pagano per una t-shirt di cotone è cresciuto, in termini nominali, di appena lo 0,9% l’anno. Nello stesso periodo il costo della vita a livello globale è più che raddoppiato. Aggiustato per l’inflazione europea, significa che oggi una maglietta importata costa, in valore reale, circa il 30% in meno di venticinque anni fa.

Come fa una maglietta a costare meno di prima?

La domanda che è lecito porsi è: come fa un prodotto a costare meno di prima, mentre tutto il resto costa di più? La risposta sta nel fatto che qualcuno, lungo la strada che separa il campo di cotone dallo scaffale del negozio, ha assorbito quel rincaro al posto nostro. E qui arriva la domanda più scomoda: di quei 9,90 euro, quanto arriva davvero a chi ha cucito la maglietta?

Una ricerca del 2020 stima che per una t-shirt base prodotta in Bangladesh solo circa il 2% del prezzo finale finisce nei salari di chi la confeziona. Il resto – ovvero la quasi totalità – si distribuisce tra tutti gli altri anelli della catena. Ripercorrendola a ritroso possiamo capire qual è il punto in cui si decide davvero il prezzo di una maglietta. E non è dove pensiamo.

A ricostruirlo è Squeezed Dry, un rapporto pubblicato a maggio 2026 da Public Eye e Clean Clothes Campaign. Per spiegare un meccanismo che riguarda l’intera industria dell’abbigliamento, gli autori scelgono il prodotto più elementare che esista, la t-shirt di cotone. E mettono a fuoco due luoghi: da un lato il Bangladesh, diventato il principale laboratorio di cucitura a basso costo, dall’altro l’Unione europea, il più grande mercato di sbocco.

Come si forma il prezzo di una maglietta

La fabbrica calcola quanto le costa produrre una maglietta, ci aggiunge un margine e propone un prezzo al brand, che può accettarlo o negoziarlo. È lecito immaginare che il prezzo si definisca così. Nella realtà, le cose vanno al contrario. Nel modello che domina il settore – quello che il rapporto chiama top-down, dall’alto verso il basso – è il compratore ad arrivare al tavolo con un prezzo già fissato. Quel numero non nasce dalla considerazione dei costi di produzione: viene calcolato a ritroso, partendo dal prezzo di vendita previsto in negozio e dal margine che il marchio vuole portare a casa. Quello che resta, in fondo a questa sottrazione, è ciò che il fornitore può incassare. Al fornitore arriva, di fatto, un’offerta da prendere o lasciare.

Secondo nove specialisti bengalesi di pricing intervistati per il rapporto, quel numero arriva quasi sempre già schiacciato verso il basso. Le parole di uno di loro fotografano la dinamica: «Il compratore dice sempre che il suo prezzo-obiettivo è più basso del nostro. In realtà nessuno vuole perdere un ordine, soprattutto quando ha un buon volume. I compratori chiedono preventivi a quattro o cinque fornitori alla volta».

Perché i fornitori del Bangladesh accettano prezzi bassi

Perché i fornitori accettano? La risposta breve sta nella struttura del mercato. In Bangladesh ci sono oltre 4mila fabbriche e la gran parte produce capi semplici e intercambiabili, come le magliette. Questo consegna ai compratori un esercito di fornitori potenziali e ai fornitori la certezza che, se rifiutano un ordine, ci sarà sempre qualcun altro pronto ad accettarlo. «La sfida più grande, quando si tratta di negoziare prezzi più alti, è che questo prodotto è diventato completamente una commodity». Una merce indifferenziata, cioè, su cui l’unica variabile che conta è il prezzo. Da qui la normalizzazione dei prezzi bassi: i compratori se li aspettano e, per paura di perdere l’ordine, i fornitori rinunciano a contrattare sul serio.

In mezzo, ad alimentare la pressione, ci sono le buying house: intermediari che fanno da ponte tra i marchi e le fabbriche. Gestiscono campionature, controlli di qualità, audit, logistica.  E in cambio trattengono una commissione. Ma soprattutto mettono le fabbriche le une contro le altre, raccogliendo preventivi da più stabilimenti per spuntare il prezzo più basso possibile e fare contenti i marchi. Lo spiega un product manager intervistato dagli autori del rapporto: «Facciamo un esempio: una sourcing house riceve un ordine da un marchio a 10 dollari. Lo passa a una buying house a 8. La buying house tratta con le fabbriche locali a 5 o 6 dollari, a volte anche meno. La buying house e la sourcing house guadagnano, ma le fabbriche faticano, prendono prestiti o non riescono a pagare gli stipendi».

Quando il prezzo sale. E quando scende

Il prezzo di una t-shirt non è del tutto immobile. Si muove, ma in modo selettivo. Sale quando aumentano i costi delle materie prime, come il cotone soprattutto, e l’energia. È successo nel 2011, quando i raccolti rovinati dalle alluvioni in Pakistan e la speculazione fecero più che raddoppiare il prezzo del cotone in pochi mesi. Ed è successo nel 2022, quando la coda della pandemia e la guerra in Ucraina spinsero in alto cotone, coloranti e gas. In quei momenti i fornitori riescono a trasferire parte dei rincari e i compratori li assorbono. Ma si tratta di rialzi temporanei. Appena la crisi rientra e i mercati delle materie prime si normalizzano, il prezzo torna a scendere altrettanto rapidamente.

Ma c’è un costo che, quando aumenta, non lascia quasi traccia sul prezzo della maglietta: il salario. Il rapporto mostra che gli aumenti del salario minimo in Bangladesh – anche consistenti, come il +51% del 2018 (da 5.300 a 8mila taka) e il +56% del 2023 (da 8mila a 12.500 taka) – non hanno prodotto alcun effetto rilevabile sui prezzi all’export. Come se il lavoro non fosse un costo da coprire, ma una variabile da assorbire altrove.

Dove, se non sul prezzo? Una parte viene letteralmente cancellata dal cambio: il taka si è svalutato pesantemente sul dollaro – la valuta utilizzata dai marchi che acquistano – al punto che, secondo il Worker Rights Consortium, in termini reali il costo della manodopera bengalese per i compratori è diminuito di circa il 38% dal 2019, nonostante gli aumenti in taka. Il resto viene assorbito dentro la fabbrica, in termini di pressione nei ritmi di lavoro. «Prima il nostro obiettivo era 200 magliette l’ora», racconta un intervistato, «ora spingiamo gli stessi operai a produrne 250, solo per restare in attivo». 

Quanto resta a chi cuce: tre centesimi a maglietta

I margini per i capi base sono ridotti all’osso, quando ci sono. Un merchandiser intervistato nel rapporto descrive con precisione la situazione: «I proprietari di fabbrica sono disperati e accettano qualsiasi prezzo. Solo negli ultimi sei mesi almeno 182 fabbriche hanno chiuso. Per tenere aperta la nostra accettiamo qualunque prezzo offra il compratore. Prima il nostro margine era di circa 10 taka a pezzo (circa 0,08 dollari, ndr); ora, anche se sono 3 taka (circa 0,03 dollari ndr), siamo contenti».

Tre centesimi di dollaro a maglietta. E spesso nemmeno quelli: le fabbriche accettano ordini sottocosto pur di non fermare le linee, perché uno stabilimento fermo continua a divorare costi fissi. Tenere viva la produzione serve, prima di tutto, a poter pagare gli operai a fine mese. Pur se con salari da fame: il minimo legale in Bangladesh è di circa 105 dollari al mese, mentre il costo della vita stimato per una famiglia di Dhaka è quasi quattro volte tanto. Un divario che, lo abbiamo scritto più volte su Prêt-à-changer, non è un effetto collaterale del sistema dei prezzi, ne è il prodotto diretto.

E se il prezzo si costruisse al contrario?

Il problema, quindi, non è un’azienda cattiva o un compratore cinico. È il sistema stesso con cui si determina il prezzo di un capo. La domanda su cui si basa la seconda parte del rapporto cerca di ribaltare questo sistema: e se costruissimo il prezzo al contrario? È la proposta del bottom-up pricing.

L’idea è semplice da spiegare, ma complicata da realizzare. Nel modello top-down si parte dal prezzo in negozio e si scende, sottraendo margini. Nel bottom-up si fa l’inverso: si parte da quanto costa davvero produrre una maglietta in modo sicuro, dignitoso e ambientalmente sostenibile, e si sale costruendo il prezzo voce per voce. Il presupposto – e qui sta la parte difficile – è che il rapporto tra marchio e fornitore smetta di essere gerarchico e diventi cooperativo.

Come funzionerebbe il bottom-up pricing, passo per passo

In pratica, il calcolo procederebbe per fasi. Il compratore definisce il prodotto e i parametri dell’ordine, come la composizione del tessuto e la quantità. Poi la parola passa al fornitore che costruisce l’offerta. Il costo del lavoro viene fissato a partire da un salario dignitoso – un living wage, o un livello negoziato con i sindacati – con gli straordinari pagati secondo legge. In questo schema il lavoro diventa un input non negoziabile, messo al riparo dalla trattativa: non più il residuo che si comprime per quadrare i conti, ma un costo dato, come il cotone.

Solo a quel punto si aggiungono le spese di fabbrica (energia, manutenzione, sicurezza, conformità, adattamento climatico) e un margine di profitto adeguato, capace di lasciare riserve e spazio per reinvestire. Il fornitore presenta infine un’offerta e il marchio costruisce su quella base il proprio prezzo finale, aggiungendo logistica, marketing e il suo margine.

Il vantaggio non è solo etico. Spostando il fulcro della trattativa, il bottom-up sposta anche l’oggetto della negoziazione: non più quanto si può limare sul prezzo, ma quali leve reali – stabilità degli ordini, dimensione dei lotti, tempi di consegna, varianti di qualità – possono migliorare l’efficienza senza scaricarsi sulle spalle di chi cuce. E dà alle fabbriche la prevedibilità necessaria per investire in competenze e tecnologia, invece di rincorrere la sopravvivenza ordine per ordine.

Cosa cambierebbe nel cartellino

Quanto costerebbe tutto questo? Il rapporto prova a metterci dei numeri, partendo da una t-shirt di cotone da 165 grammi che oggi esce dalla fabbrica a 2,00 dollari. E disegna due scenari. Nel primo, di aggiustamenti prioritari, si garantisce il salario dignitoso mantenendo l’attuale intensità di lavoro e si aumentano del 20% i costi dei materiali: il prezzo sale a 3,01 dollari (+50%). Nel secondo, di trasformazione completa, si va molto oltre: costo del lavoro più che triplicato per arrivare a salari davvero dignitosi, ore settimanali ridotte del 40%, materiali raddoppiati per passare al cotone agroecologico, fabbriche più sicure. Il prezzo in questo secondo scenario arriva a 5,00 dollari (+150%).

E parliamo dei costi di produzione, non del prezzo che leggiamo sul cartellino. Come abbiamo visto, il lavoro è una frazione minima del prezzo finale – ricordiamo quel 2% – quindi anche un suo forte aumento incide poco sul totale. E una parte di quell’aumento, suggerisce il rapporto, potrebbe essere assorbita dai marchi ribilanciando i propri margini, invece di scaricarla per intero sul consumatore.

Ad oggi nessun grande marchio applica questo sistema di composizione del prezzo. Esistono rare eccezioni nel mercato di nicchia della sostenibilità, ma il rapporto non ne fa i nomi. E strumenti di supporto come quelli messi a punto dall’organizzazione Fair Wear non sono certo pratica diffusa. I grandi gruppi analizzati nel rapporto – Inditex, H&M, Fast Retailing (Uniqlo), Primark, Bestseller e LPP – restano tutti dentro la logica top-down. Interpellati prima della pubblicazione, hanno contestato la metodologia o ribadito impegni generici. Nessuno ha condiviso i propri dati per smentire le cifre.

Perché prezzi più alti non bastano per salari più alti

Ma attenzione: alzare il prezzo, da solo, non basta. Prezzi più alti non si traducono automaticamente in salari più alti. Il bottom-up risolve il problema alla radice perché costruisce il prezzo a partire dal salario. Ma se ci si limita a fissare una soglia di prezzo minima più alta, senza il metodo e senza vincoli, il sovrapprezzo può fermarsi nei profitti della fabbrica o dell’intermediario senza mai raggiungere chi cuce.

Per questo il rapporto insiste che i prezzi minimi vadano agganciati a impegni verificabili sui salari e al coinvolgimento dei sindacati. E avverte di un altro rischio: se ad alzare i prezzi sono solo in pochi, i compratori meno scrupolosi possono semplicemente spostarsi altrove, o si può innescare una nuova delocalizzazione verso i Paesi dove i prezzi ultra-bassi restano la norma. Perché il meccanismo funzioni servono accordi di settore e, soprattutto, regole: a cominciare dal divieto di acquistare sotto il costo di produzione e da una due diligence sui diritti umani che includa le pratiche di prezzo.

Il bottom-up pricing, oggi, è solo una proposta. Ma ha il merito di mettere a fuoco le responsabilità. Per anni il dibattito sulla sostenibilità della moda si è concentrato sul consumatore: cosa comprare, come riconoscere il greenwashing, quante volte rimettere la stessa maglietta… Questo rapporto ci ricorda che la leva più potente sta molto prima dello scaffale: nel numero che un ufficio acquisti, da qualche parte in Europa, decide di scrivere su un foglio di calcolo prima ancora di chiamare Dhaka.

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mercoledì 8 luglio 2026

I nascenti poli africani nella produzione di farmaci - Mauro Indelicato

L’obiettivo principale delle autorità sanitarie africane negli ultimi anni è quello di raggiungere una sempre maggiore autonomia. Per farlo, da più parti e da più tempo viene sottolineata l’importanza di avviare una propria produzione interna di prodotti farmaceutici. Attualmente le cifre appaiono piuttosto impietose: in media, secondo l’Oms, il continente importa tra il 70% e il 90% dei farmaci riguardanti il proprio fabbisogno. Se si parla poi dell’importazione dei principi attivi, le percentuali arrivano a quasi il 95%. Esistono alcuni esempi virtuosi di filiere produttive avviate in territorio africano, ma appaiono più che altro come piccole enclavi sparse a macchia di leopardo. Significativa l’incidenza dell’industria farmaceutica sudafricana, egiziana e marocchina, ancora molto indietro gli altri Paesi. Qualcosa però sembra iniziare a muoversi.

I poli africani di sviluppo dell’industria farmaceutica

Secondo i dati dell’Italiana Trade Agency, la quale a sua volta riprende quelli delle agenzie ufficiali del governo di Pretoria, in Sudafrica sono di più i farmaci prodotti all’interno del proprio territorio che quelli invece importati. In particolare, almeno il 70% del fabbisogno sudafricano è soddisfatto dai produttori locali, il 30% invece è la quota di farmaci presa dal mercato internazionale. L’industria farmaceutica sudafricana è la più importante del continente, del resto anche il suo sistema sanitario nel suo complesso è generalmente considerato il più affidabile. In poche parole, il Paese vanta una lunga tradizione nel comparto farmaceutico e sanitario e questo è riflesso dai dati relativi alla produzione interna di medicinali. Ci sono però alcuni elementi contrastanti da tenere in considerazione e che, a loro volta, appaiono come emblema della situazione in tutto il continente. A partire dal fatto che sono molto poche le esportazioni e, soprattutto, che la quota delle importazioni aumenta di anno in anno. Se anche il Sudafrica vede quindi aumentare la necessità di prendere dall’estero i farmaci, vuol dire che occorre attuare significative riforme in tutto il continente.

 

Lo stesso discorso vale per l’Egitto e per il Marocco. Il Cairo rappresenta un fondamentale hub per il nord Africa e i dati parlano anche di una minima ma importante quota di esportazioni, orientate soprattutto verso l’area del Magreb e in minima parte verso il medio oriente. Il Marocco, dal canto suo, appare come un riferimento importante per la produzione di vaccini. Gli investimenti nel settore sono cresciuti subito dopo il periodo Covid, oggi il Paese può vantare almeno 40 stabilimenti farmaceutici. Ma la scommessa di Rabat, è quella di investire ulteriormente per competere con lo stesso Egitto. L’intenzione, da parte dei tre principali poli farmaceutici africani, è di dare ulteriore sostegno al settore: in una fase in cui l’Africa scommette sull’offerta interna e vede crescere la domanda di prodotti farmaceutici, i tre Paesi di riferimento vorrebbero guidare il mercato locale.

I Paesi emergenti

La buona notizia per l’Africa è che, nonostante diverse difficoltà e innumerevoli limitazioni, ci sono anche altri Paesi intenzionati ad accrescere i propri investimenti nella produzione farmaceutica. Segno anche di un certo cambio di mentalità: il continente ha oggi intuito l’importanza di dipendere sempre di meno dalle importazioni. Nigeria e Kenya sono i due Paesi che più di tutti stanno premendo per aumentare il sostegno al settore. A Lagos, così come a Nairobi, si sta puntando a diventare un’alternativa all’industria sudafricana per l’Africa sub sahariana. Particolarmente importante l’investimento che il governo keniano negli ultimi anni ha effettuato sulla produzione nazionale di farmaci di base, percepita come un’esigenza inderogabile. Dibattiti sull’importanza di spingere l’industria farmaceutica sono nati anche all’indomani della chiusura dello Stretto di Hormuz, episodio che ha mostrato ulteriormente la vulnerabilità del sistema africano dipendente dalle importazioni.

Rimanendo nell’Africa sub sahariana, anche l’Etiopia da almeno un decennio ha intensificato i propri investimenti. Del resto, spendere per impiantare nuove industrie costa meno delle importazioni: Addis Abeba deve infatti acquistare dall’estero l’85% dei fermaci che servono per il fabbisogno di una popolazione da 110 milioni di abitanti. Nel 2015, il governo ha adottato un piano di azione decennale per lo sviluppo dell’industria farmaceutica locale: il piano, compreso all’interno del National
Strategy and Plan of Action for Pharmaceutical Manufacturing in Ethiopia 2015-2025
, ha messo sul piatto incentivi alla produzione locale. Più di recente, il governo si è impegnato per il completamento dei lavori del Kilinto Industrial Park. Si tratta di un complesso industriale, situato a 37 km da Addis Abeba, quasi interamente dedicato al settore farmaceutico. Una vera e propria “incubatrice” per decine di start up impegnate nella produzione locali di farmaci.

Particolarmente interessanti poi i casi di Ghana e Botswana. Il primo da tempo produce internamente almeno il 30% dei prodotti destinati al proprio uso farmaceutico, con una piccola ma non secondaria quota riservata all’export soprattutto verso Camerun, Costa d’Avori e Gambia. Diversi piani finanziati sia dal governo che dai privati, mirano all’ampliamento della quota di farmaci prodotti localmente. In Botswana, il governo ha deciso di puntare sulla produzione interna dopo la crisi sanitaria esplosa lo scorso anno, quando il default del proprio bilancio e l’aumento dei prezzi internazionali ha lasciato per settimane il Paese quasi senza farmaci.

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martedì 7 luglio 2026

La bellezza tornerà a visitarci - Antonio Cipriani

 

“Siamo poveri di beni pubblici perché essi possono vivere solo se sono diffuse piccole dosi di coraggio, di rispetto per la bellezza e di riguardo per i luoghi da cui non si possono escludere gli altri. Saremo tutti più ricchi non quando avremo ulteriormente incrementato il nostro bottino privato ma quando avremo restituito a tutti le strade, le spiagge, i giardini, quando saremo guariti dalla ricerca ossessiva della separazione e della distinzione. Allora la bellezza tornerà a visitarci. Non è possibile togliere il potere ai piazzisti se non si scopre la differenza tra esperienza del mondo e il suo acquisto in offerta speciale”.

Queste parole le ha scritte Franco Cassano in un libro magistrale uscito trenta anni fa e che oggi andrebbe letto e riletto, “Il pensiero meridiano”.
Me l’ha fatto tornare in mente Paolo Pileri, un docente universitario, scrittore e attivista sapiente che, parafrasando Don Milani, si chiede: a che servono le conoscenze se ce le teniamo in tasca per badare ai fatti nostri. E infatti lui divulga, incontra persone, partecipa, si dà da fare nel suo ruolo professionale e laddove è possibile nel portare avanti un progetto comunitario. Per capirci: rende fertile il terreno della conoscenza per tutti, senza fare la figura di certi personaggioni mediatici, che battono cassa, e tanto, per partecipare a iniziative sostenute, ahimè, con i soldi nostri.

Ma il testo di Cassano, con quel richiamo alle piccole dosi di coraggio, ci mostra la strada del bene comune, dell’agire con semplicità, nella misura della rivolta. Fuori dalle metriche conformiste di potere che tutto assimilano e annullano. Lontano dal conformismo di una cultura da piazzisti dell’intrattenimento.
Perché la bellezza possa tornare a visitarci occorre resistere e costruire percorsi improvvisi, fuori dagli schemi, imprevedibili e lontani dall’algoritmo dell’incantesimo. Per esempio fare poesia, come esercizio spirituale quotidiano. Poesia vergata a mano, con la libertà delle parole che scavano, che graffiano la carta, scritte a matita perché possano essere cancellate

Una matita. Un foglio bianco di carta. Una gomma da scuola. Pensieri nella misura della rivolta. Per raccontare e raccontarsi, per riscoprire la differenza tra esperienza del mondo e il suo acquisto in offerta speciale. Rallentando il flusso del tempo schiavo. Sottraendosi dalla corsa. Sovvertendo le metriche che ci obbligano alla conquista di un risultato, sia pure falsificato, in balia di ciò che è meglio dire e che è utile tacere perché il potere, che è nemico, ci ascolta.

https://www.remocontro.it/2026/07/05/la-bellezza-tornera-a-visitarci/

sabato 4 luglio 2026

La dittatura dei B&B e la svendita della Puglia - Antonio Di Siena

“Da sindaco ho guidato la città che è cresciuta di più per il turismo”. 

Ogni volta che leggo dichiarazioni del genere mi cadono le braccia. Perché il problema è esattamente questo: l’idea che l’aumento dei flussi turistici coincida automaticamente con un aumento del benessere collettivo. La stessa idea che, negli ultimi anni, ha trasformato la rendita immobiliare in politica economica, la proliferazione incontrollata dei B&B in indice di sviluppo, il folklore in brand, il food in principale vettore culturale e la fiscalità di transito in leva economica e pilastro dei bilanci comunali.

Ma il presidente lo sa che inflazione, rincari, speculazioni, impossibilità di trovare una casa per i redditi medio bassi e conseguente spopolamento dei quartieri sono conseguenze dirette di quello stesso modello? E che la crescita purché sia che rivendica orgogliosamente alimenta contemporaneamente precarietà e sfruttamento generando un enorme costo sociale?

 

Mentre si parla di limitazioni agli affitti brevi e di “mare democratico” a Madonnella l’ennesimo fondo sta trasformando un’altra intera palazzina in b&b. E a Torre a Mare le spiagge libere - oltre a essere un immondezzaio - continuano a proliferare muri abusivi e accessi negati. È questa la Puglia del futuro che la politica immagina e insegue acriticamente?

 

La vera sfida non è prodigarsi per attirare ancora più visitatori, ma costruire una Puglia capace di produrre ricchezza senza diventare strutturalmente dipendente da rendita e flussi turistici. Una regione in cui il cittadino torni a essere centro e misura delle politiche pubbliche anziché un sorridente figurante in costume, un ingranaggio funzionale all’economia dell’accoglienza. Se si è capaci di farlo, bene. Diversamente non serve un assessorato al Turismo e non serve manco una giunta regionale. Basta una banalissima agenzia di marketing territoriale.

da qui