lunedì 9 marzo 2026

Anatomia di una depressione collettiva - Laura Antonella Carli

Trattare la depressione solo come un problema individuale e chimico rischia di nasconderne le dinamiche sociali. Una riflessione sulla dimensione collettiva della depressione, e delle sue possibili cure.

Nel Medioevo, i monaci chiamavano “demone di mezzogiorno” quel torpore dell’anima che si impadroniva di loro nelle ore più calde, quando la luce abbagliante diventava insopportabile e ogni desiderio pareva svuotarsi. Un torpore senza scampo, che calava proprio nel momento di massima luce, quando tutto avrebbe dovuto farsi limpido e vitale. Non era soltanto una malinconia individuale, ma un contagio collettivo, come se l’intero monastero si fermasse a trattenere il respiro. Oggi, nelle nostre estati sempre più infuocate e assediate dal sole, ritorna un senso di stordimento simile: la promessa di felicità che la bella stagione portava con sé nelle lunghe estati della nostra infanzia si infrange sull’afa opprimente e su aspettative di sollievo puntualmente disattese. Le giornate scorrono più lente, ma non più leggere. E quella sensazione, che un tempo si sarebbe forse chiamata malinconia, oggi prende forme più sfuggenti, più cliniche, più insidiose nella loro apparente normalità.

Le ricerche lo mostrano con chiarezza: nonostante la forma più tipica di depressione stagionale raggiunga il picco tra autunno e inverno, la letteratura registra anche un altro fenomeno: negli Stati Uniti, quando il caldo arriva a livelli estremi, gli accessi al pronto soccorso per motivi di salute mentale crescono di circa l’8%. In particolare aumentano i ricoveri per ansia e disturbi dell’umore (intorno al 7%) e quelli per comportamenti autolesivi (circa 6%). Nel 2013 lo scrittore statunitense Andrew Solomon ha scelto Il demone di mezzogiorno come titolo del suo saggio sulla depressione, perché – spiega – rende bene “quel terribile senso di possessione che accompagna la condizione del depresso”. Come il demone descritto dai monaci, anche la depressione moderna resiste al pieno bagliore del sole: si lascia vedere, ma non svanisce.

Nonostante la forma più tipica di depressione stagionale raggiunga il picco tra autunno e inverno, quando il caldo arriva a livelli estremi aumentano gli accessi al pronto soccorso per motivi di salute mentale, i ricoveri per ansia e disturbi dell’umore e quelli per comportamenti autolesivi.


Si può riconoscerla, persino trovarla assurda, essere perfettamente consapevoli che alzarsi dal letto o prepararsi un pasto è possibile – e che altri, in condizioni peggiori, ci riescono. Eppure si resta immobili, come dentro un caldo che toglie l’aria: ogni gesto diventa faticoso, ogni pensiero si ripete, come l’afa estiva che spegne ogni slancio vitale. E non è solo un’impressione individuale: dopo il 2020 gli indicatori si sono alzati. L’Organizzazione mondiale della sanità 
stima, nel primo anno di pandemia, circa un quarto in più di persone con ansia e depressione nel mondo. Mentre negli Stati Uniti, le indagini federali del 2021-2023 indicano che la depressione riguarda circa un adulto su otto, una quota più alta rispetto al periodo prepandemico, con livelli particolarmente elevati tra giovani e donne.

La festa è finita
La malinconia non è un’invenzione recente. I suoi sintomi – stanchezza, perdita di senso, avversione per il mondo – compaiono già nei testi antichi, attraversano 
Omero e Ippocrate, si insinuano nei versi di Emily Dickinson e Charles Baudelaire, nei diari di Sylvia Plath. Per millenni, però, non è stata considerata davvero una malattia. Al contrario: era spesso associata a una particolare sensibilità, a uno sguardo troppo acuto o troppo profondo per non incrinare l’ordine apparente delle cose. Oggi usiamo un altro lessico. Parliamo di depressione. Ma non sempre è chiaro di cosa stiamo parlando: la distinzione tra tristezza, malinconia e depressione clinica è tutt’altro che scontata. Il termine depressione è recente. E soprattutto: non tutte le manifestazioni di sofferenza interiore rientrano nella depressione maggiore. Esistono condizioni meno gravi, ma più diffuse: disturbi dell’adattamento, crisi reattive, momenti di demotivazione legati a fattori esterni. Non sono patologie nel senso stretto, ma si manifestano in modo simile – e a volte vengono diagnosticate come tali.

Chi soffre di depressione e vive in condizioni di marginalità tende a non chiedere aiuto, a non riconoscersi nei percorsi di cura disponibili, a convivere con il dolore come se fosse parte dell’ordine naturale delle cose.


L’immaginario alimentato dai poeti che abbiamo citato colloca la depressione nelle biblioteche e in silenziosi interni borghesi; le ricerche, invece, raccontano altro. La depressione si addensa dove la vita è più fragile dal punto di vista materiale: chi sta nei gruppi socioeconomici più bassi corre 
un rischio quasi doppio di ammalarsi rispetto ai più abbienti. Precarietà abitativadisoccupazione e povertà – insieme allo stress cronico che ne deriva – hanno in realtà un peso fortissimo.

La vulnerabilità genetica può essere distribuita in modo omogeneo, ma i fattori scatenanti no. E le conseguenze sono spesso trascurate: chi soffre di depressione e vive in condizioni di marginalità tende a non chiedere aiuto, a non riconoscersi nei percorsi di cura disponibili, a convivere con il dolore come se fosse parte dell’ordine naturale delle cose. Esiste un vero e proprio circolo vizioso tra depressione e povertà: l’una alimenta l’altra, fino a produrre una rassegnazione profonda, silenziosa, che non trova parole né interlocutori.

L’idea romantica della malinconia come segno di genialità ha lasciato un’eredità sottile ma persistente. Anche oggi tendiamo a isolare il dolore psichico dalle sue radici storiche e materiali, concentrandoci sulle biografie di chi soffre invece che sui contesti che generano sofferenza. Secondo Barbara Ehrenreich l’attenzione riservata ai depressi celebri – scrittori, filosofi, artisti – ha contribuito a scollegare il dolore psichico dalle sue cause sistemiche, rendendolo un’esperienza astratta, quasi nobile, profondamente isolata. Nel suo Una storia della gioia collettiva (2006, trad. it. 2024) dedica un intero capitolo all’epidemia di malinconia che attraversò l’Europa tra Seicento e Settecento. Uomini e donne che si ritirano dalla vita pubblica smettono di mangiare, di parlare, di desiderare, senza cause apparenti. Ehrenreich legge questo malessere come il segnale di un cambiamento profondo: la nascita di un nuovo ordine morale fondato su disciplina, sobrietà, rinuncia. Un ordine che coincide con l’ascesa del capitalismo moderno, e che, come aveva già intuito Max Weber, affonda le sue radici in una spiritualità calvinista in cui il piacere è sospetto e la fatica è virtù.

In questa chiave, la depressione non appare come un semplice guasto individuale, bensì come una forma di rifiuto: un segnale – spesso silenzioso – di adattamento a contesti che restringono tempo, legami e piacere. Non a caso, Ehrenreich nota che chi ne è colpito spesso non si lamenta: si ritira. Non chiede aiuto: smette di partecipare. Forse, osserva Ehrenreich, epidemia di depressione e scomparsa delle feste condivise possono avere un’eziologia comune nella nuova mentalità dell’uomo moderno, ma non solo, potrebbe esserci anche una sorta di rapporto di causa-effetto: è possibile che l’apparente declino della capacità di provare piacere sia in qualche modo collegato al declino delle opportunità di piacere?

L’attenzione riservata ai depressi celebri – scrittori, filosofi, artisti – ha contribuito a scollegare il dolore psichico dalle sue cause sistemiche, rendendolo un’esperienza astratta, quasi nobile, profondamente isolata.


È difficile dimostrare una filiazione diretta tra la soppressione delle feste e l’aumento dei casi di malinconia, così come è complicato stabilire con certezza se tra Sedicesimo e Diciassettesimo secolo i casi di depressione siano realmente aumentati, o se semplicemente la letteratura abbia cominciato a nominarli con più insistenza. Ma che la scomparsa delle occasioni rituali abbia contribuito a rendere più cupo l’umore collettivo è più che plausibile ‒ e ancor più plausibile è l’idea che la festa fosse, in molte culture, una forma di cura. La soppressione delle feste ha dunque privato le comunità di un antidoto.

La cura perduta
All’inizio degli anni Duemila, a seguito di un grande episodio depressivo e del successo di Il demone di mezzogiorno, Andrew Solomon si recò in Ruanda per parlare con alcuni operatori locali impegnati a curare i sopravvissuti al genocidio. Come ha 
raccontato nel 2013, gli operatori locali gli spiegarono che l’approccio occidentale funzionava poco: niente sole, niente tamburi, nessun coinvolgimento della comunità. Quello che fecero “fu portare le persone, una alla volta, in piccole stanze squallide e farle parlare per un’ora di tutte le cose orribili che gli erano accadute”. Solomon rimase colpito da quel confronto. In molte culture, la cura della sofferenza psichica non passa per l’introspezione solitaria, ma per il coinvolgimento del corpo e della comunità. Come accade per esempio in Senegal con il rituale di guarigione Ndeup, in cui musica, canto e danza servono a sciogliere il dolore e restituire la persona al gruppo.

Anche Barbara Ehrenreich ha raccolto esempi di cerimonie terapeutiche collettive: dalle danze rituali usate in Uganda negli anni Novanta per aiutare i bambini rapiti dalle milizie a elaborare il trauma, fino al tarantismo pugliese studiato da Ernesto de Martino, che liberava le contadine possedute dal morso della tarantola in un’esplosione coreografica di suoni e movimento. Per secoli, parate religiose, feste popolari, carnevali e danze hanno avuto un ruolo che oggi definiremmo terapeutico: davano forma al dolore, lo rendevano manifesto, lo trasformavano in energia condivisa.

Già nel 1621, Robert Burton, nell’Anatomia della malinconia, elencava tra i rimedi musica, gioco, conversazione, esercizio fisico – persino “un po’ di vino” – a indicare che contro la malinconia servono movimento, contatto, partecipazione.

Il DSM ha progressivamente ristretto i margini della normalità, riducendo anche il periodo di lutto considerato fisiologico. In questo modo, ogni sofferenza rischia di diventare una devianza: ogni dolore, una diagnosi.


A partire dal Novecento, e soprattutto dagli anni Cinquanta, il dolore psichico ha cominciato a essere codificato come disturbo. La depressione è entrata nei manuali diagnostici, è diventata una sindrome da riconoscere, classificare, trattare. Il 
DSM, la cosiddetta “bibbia” della psichiatria americana, elenca con precisione i criteri clinici: umore depresso per la maggior parte del giorno, anedonia, insonnia o ipersonnia, affaticamento, senso di colpa eccessivo, pensieri ricorrenti di morte. Ma quella lista, così ordinata, dice poco del contesto in cui quei sintomi emergono. Non racconta la qualità dell’esperienza, né tiene conto delle sue cause storiche, sociali, biografiche.

Una cosa è la depressione maggiore ‒ grave, persistente, spesso invalidante ‒ un’altra è il vasto spettro di condizioni che oggi vengono ricondotte a essa. Come ricorda lo psichiatra Piero Cipriano in La società dei devianti (2016), “dal 1980, e ancor più dal 2013, tutte le forme di tristezza conseguenti a perdita del lavoro, incidenti, malattie organiche, fine di relazioni affettive, lutti, sono depressione”. Il DSM ha progressivamente ristretto i margini della normalità, riducendo anche il periodo di lutto considerato fisiologico. In questo modo, ogni sofferenza rischia di diventare una devianza: ogni dolore, una diagnosi.

In Il demone di mezzogiorno, Andrew Solomon contesta apertamente l’idea che la depressione possa essere ridotta a un semplice squilibrio biochimico. Spiega che, a differenza del diabete, non esiste un deficit misurabile e univoco da correggere: l’incremento della serotonina può avere un effetto benefico, ma non necessariamente perché la depressione sia causata da una carenza.
Solomon parla di “neuromitologia moderna”, e mette in guardia contro la narrazione secondo cui la depressione sia solo una questione di chimica interna. Perché se tutto è chimico ‒ l’intelligenza, il desiderio, persino la nostalgia di un pomeriggio di primavera ‒ allora nulla è davvero “solo” chimico. Ridurre la depressione alle sole molecole equivale a escludere il contesto materiale e relazionale che la modella.

Capitalismo malinconico
A spingere con più forza questa lettura è stato Mark Fisher, che in 
Realismo capitalista (2009, trad. it.2018) descrive la depressione non solo come patologia individuale ma come “forma affettiva dominante del presente”. Secondo Fisher, l’aumento vertiginoso delle diagnosi non segnala soltanto un peggioramento della salute mentale collettiva, ma la crescente incapacità del sistema di immaginare alternative. La depressione diventa allora il sintomo più chiaro di una paralisi desiderante: un futuro che non si riesce più a vedere, un presente che si ripete, un senso di impotenza strutturale che si incolla ai corpi.

Secondo Mark Fisher, l’aumento vertiginoso delle diagnosi non segnala soltanto un peggioramento della salute mentale collettiva, ma la crescente incapacità del sistema di immaginare alternative.


“Non è un caso che la depressione sia così diffusa oggi. Anzi, è necessario che lo sia”, scrive Fisher. Se la depressione è ovunque, è perché ovunque si respira un’aria di stanchezza generalizzata, di precarietà affettiva, di logoramento del senso. È la condizione emotiva coerente con un sistema che sfinisce, atomizza, disinnesca il conflitto. In molti casi, ciò che chiamiamo depressione assomiglia sempre più a una forma di adattamento. Una risposta muta e rassegnata a uno stile di vita che non concede tregua, che sbriciola le relazioni, che trasforma ogni esperienza in prestazione. La socialità si è fatta intermittente, la soglia dell’attenzione si accorcia, le giornate scorrono come in un loop, sempre uguali e sempre troppo piene. E tuttavia nulla si ferma: si va avanti. È una stanchezza silenziosa, che non blocca il sistema, ma lo accompagna.

Contagio emotivo
La depressione come sottofondo emotivo non si limita a esistere: si mantiene. A tenerla in posizione concorrono più dinamiche intrecciate. Anzitutto gli stressori materiali condivisi. Quando intere fasce di popolazione vivono lavoro incerto, abitare instabile ed estati opprimenti, i sintomi non restano dispersi: si addensano. La stessa pressione, ripetuta in molte vite, crea una base comune di fatica e sfiducia.

Poi c’è la trasmissione emotiva. Nelle interazioni quotidiane tendiamo a rispecchiare chi abbiamo di fronte – postura, timbro, ritmo, microespressioni – e questo favorisce un allineamento dell’umore. Succede al tavolo di famiglia, in ufficio, nei gruppi e nei feed: se il registro condiviso scivola verso stanchezza e sfiducia, chi è più esposto finisce per sintonizzarsi su quei toni. Non è solo soffrire “in tanti”: è risuonare.

Quando intere fasce di popolazione vivono lavoro incerto, abitare instabile ed estati opprimenti, i sintomi non restano dispersi: si addensano.


Sul versante sociologico, Émile Durkheim mostrava che il benessere mentale dipende anche da due equilibri collettivi: l’integrazione, cioè quanto ci si sente parte di reti e comunità, e la regolazione, ossia quanto sono chiare le norme e le aspettative comuni. Quando l’integrazione si indebolisce e la regolazione si allenta, prende forma ciò che Durkheim chiamava anomia: vengono meno orientamento e punti d’appoggio, aumentano smarrimento e disordine di scopi. Tradotto nel presente: reti più rade e riferimenti comuni più fragili spingono molte persone a un defilamento dalla vita comune – meno partecipazione a luoghi e tempi condivisi, meno scambio di aiuto – e così la tristezza perde i contorni del fatto privato e diventa stile emotivo di gruppo.

Infine l’ambiente informativo. Già negli anni Ottanta si parlava di società sovrainformata: un ecosistema che immette più stimoli di quanti riusciamo a elaborare. Il risultato, allora come oggi, è una sindrome di blocco: si accumulano input, si resta in costante aggiornamento ma la capacità di tradurre informazioni in azione si inceppa. I feed contemporanei amplificano questo schema: notifiche continue, paragoni permanenti, piani d’azione che si sbriciolano sotto l’urto di stimoli sempre nuovi. L’impotenza smette di essere un’esperienza isolata e diventa abitudine condivisa.

Tutti i fattori descritti tendono poi ad alimentarsi a vicenda. La pressione materiale legata a casa, lavoro e aspettative socioeconomiche non mantenute genera stanchezza e sfiducia diffuse, che a loro volta – attraverso il rispecchiamento quotidiano – si propagano diventando il tono emotivo del gruppo. E in una comunità dal tono depressivo, rassegnazione e impotenza si rafforzano reciprocamente: ciascuno conferma agli altri l’impossibilità del cambiamento, come se tutti respirassero la stessa aria viziata senza più accorgersi della mancanza di ossigeno. Nel frattempo aumenta il ripiegamento individuale, e con la minore partecipazione, si assottiglia anche il supporto pratico ed emotivo. Con meno aiuto a disposizione, le stesse pressioni pesano di più ‒ le spese si fanno più gravose, le incombenze di cura più isolate ‒ e la stanchezza ritorna rafforzata. Così il registro emotivo collettivo scivola su toni bassi e vi rimane, perché ogni giro del ciclo alimenta il successivo.

La città che non cura
Più che un’epidemia di depressione, stiamo dunque vivendo una rassegnazione di massa, anestetizzata ma capillare, che assomiglia a un torpore collettivo del desiderio. Una condizione che non viene vissuta come emergenza, ma come normalità: si lavora comunque, si produce comunque, si va avanti comunque. Solomon ha scritto che la depressione ti convince che nulla cambierà mai. Non che tutto sia terribile, ma che sarà sempre così. È questa l’idea più difficile da scardinare: che lo stato attuale delle cose sia ineluttabile.

In una comunità dal tono depressivo, rassegnazione e impotenza si rafforzano reciprocamente: ciascuno conferma agli altri l’impossibilità del cambiamento, come se tutti respirassero la stessa aria viziata senza più accorgersi della mancanza di ossigeno.


Il demone di mezzogiorno non abita più nei monasteri: si è trasferito nelle città, nelle stanze da letto, nei coworking, nelle timeline, nei vagoni della metro. Non toglie il sonno: lo rende opaco. Non impone silenzio: lo mimetizza in un rumore di fondo. E se il malessere ha dinamiche sociali – contagio emotivo, anomia, sovraccarico informativo – allora anche l’ambiente in cui viviamo può spegnerlo o alimentarlo: è qui che entrano in gioco spazio urbano e infrastrutture sociali. È difficile guarire in un luogo che non permette di incontrarsi. Le nostre città sembrano progettate per tenerci separati: panchine senza ombra, piazze vuote ma sorvegliate, cortili chiusi a chi non abita lì. Gli spazi pubblici si riducono a corridoi di passaggio, mentre i luoghi di sosta si privatizzano e ci si incontra solo per consumare.

Così il piacere diventa un gesto solitario, e il desiderio una prestazione da ottimizzare. Anche le stagioni sembrano aver perso la loro promessa: le estati non liberano più, opprimono. Non è solo il sole a schiacciare. È l’assenza di luoghi che accolgano il corpo, che facilitino la sosta, che permettano di stare senza produrre.
Piazze nuove, disegnate senza alberi, 
si trasformano in superfici incandescenti
. L’ombra non è prevista. L’afa non concede scampo. Non stupisce allora se la tristezza non si dissolve ma ristagna, come l’aria ferma nei sottopassi, nei tram affollati, nei pomeriggi di luglio. Il demone di mezzogiorno non arriva solo da dentro, ma si annida nei ritmi, negli spazi, nelle relazioni interrotte. E se il malessere è collettivo, anche la cura dovrà esserlo.

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domenica 8 marzo 2026

Come Eni vuole prendersi gli influencer italiani - Lorenzo Tecleme


Una popolare pagina Instagram italiana pubblica un carosello, cioè un post composto da più immagini. La notizia al centro del contenuto social è il nuovo record segnato nel 2024 dall’installazione di energia eolica e fotovoltaica, ma i toni del post sono inusuali. Sole e vento «non bastano per la transizione energetica – scrive la pagina, e – il gas e alcune fossili restano indispensabili». Per i divulgatori dietro il profilo, la soluzione sta nella «neutralità tecnologica». Si tratta del principio, da tempo dibattuto nella politica europea, per cui dovrebbe essere il mercato a decidere quali soluzioni tecnologiche siano più adatte a portare avanti la transizione ecologica, e non gli Stati.

I partiti della destra e dell’ultradestra hanno fatto della neutralità tecnologica una battaglia simbolo all’interno delle istituzioni comunitarie, e anche le aziende dell’oil&gas ne parlano diffusamente. E proprio a queste ultime dobbiamo guardare per capire il post da cui siamo partiti. L’ultima slide rivela infatti il vero scopo della pubblicazione: promuovere MINDS, un master organizzato dalla multinazionale italiana Eni assieme al Politecnico di Torino.

Plenitude Creator Bootcamp: la scuola per influencer di Eni

La collaborazione tra la pagine Instagram in questione – Data Pizza, 226mila follower – ed Eni è correttamente segnalata e assolutamente lecita. Il tema dei legami tra una delle più grandi aziende del nostro Paese e l’universo dei content creator italiani, però, merita attenzione.

Da anni Eni, anche tramite la sua controllata Plenitude, investe molto sulle collaborazioni con personaggi famosi sui social e pagine dedicate alla divulgazione. L’attore Paolo Ruffini (1,9 milioni di follower su Instagram), la travel blogger Manuela Vitulli (168mila follower), il gamer Jody Checchetto (282mila follower) sono solo alcune delle celebrità online che hanno prestato la loro immagine all’azienda. Andrea Perticaroli e Christian Cardamone, meglio noti come @iwouldbeandrea e @nonsonokristiano, sono diventati di fatto i volti di Plenitude su TikTok. Un’investimento sui social che si combina alla pubblicità tradizionale e alle sponsorship dei grandi eventi – il Festival di Sanremo e la Seria A su tutte, ma anche grandi occasioni straniere come la Vuelta di Spagna recentemente conclusa.

L’ultima novità in questo scenario è che l’azienda con sede a San Donato Milanese ha fatto un passo ulteriore nel mondo della comunicazione online. Proponendosi come punto di riferimento per chi vuole fare carriera su nuovi media. Ha avuto inizio il 15 settembre a Milano, da quanto si apprende sul sito della multinazionale, il Plenitude Creator Bootcamp. Si tratta di «un programma di formazione pensato per aspiranti content creator». Chiunque tra i 20 e i 40 anni con un profilo Instagram o TikTok attivo ha potuto candidarsi per partecipare a questa scuola. L’obiettivo è «consolidare ulteriormente il dialogo con le nuove generazioni attraverso i loro linguaggi». L’idea, insomma, sarebbe quella di creare una nuova generazione di influencer sui temi dell’energia e dell’ambiente. Una generazione la cui formazione passi dalla principale impresa dell’oil&gas italiana.

Tante emissioni e poca transizione: il futuro secondo Eni

«Fin dalla nascita qualche anno fa, Eni ha sempre cercato di promuovere Plenitude con una strategia di marketing ben precisa: associare l’azienda dal logo verde agli eventi più amati dalle persone e più lontani dall’immaginario fossile, come il Festival di Sanremo o le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. E sempre con il fine di ripulire la propria immagine e presentarsi come qualcosa di familiare, quotidiano e amichevole, ora Plenitude utilizza la voce dei content creator sui social media, come nella sua ultima accattivante iniziativa» ,dice a Valori.it Federico Spadini, campaigner clima di Greenpeace Italia.

Da tempo le associazioni e i movimenti ecologisti accusano Eni di greenwashing. Ovvero, la pratica per cui delle aziende impegnate in settori inquinanti ripuliscono la loro immagine pubblica con piccole iniziative verdi o con campagne di marketing dal sapore ecologista. Un’accusa esplosa da quando la controllata Eni Gas&Luce ha cambiato nome in Plenitude: un rebranding volto proprio a mettere in evidenza l’impegno ambientale dell’azienda.

Greenwashing e strategia social: così Eni punta sugli influencer

Eni è il primo emettitore italiano, e il suo core business è l’estrazione e vendita di idrocarburi. Si tratta di un’azienda privata, ma i principali azionisti sono pubblici: ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti. Secondo le ong Greenpeace e Recommon, Eni da sola nel 2021 ha prodotto 456 Mt CO2eq. Cioè più dell’Italia nel suo complesso. Secondo uno studio di Reclaim Finance,  gli attuali piani aziendali prevedono  che la produzione di idrocarburi sarà superiore del 70% rispetto al livello richiesto dagli scenari di riduzione delle emissioni “Net Zero Emission” dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Sempre secondo le ong, al 2021 ad ogni euro che ENI investe in fossili corrispondono sette centesimi in rinnovabili.

Non sappiamo se questo genere di dati vengano discussi durante la formazione che l’azienda del cane a sei zampe offre alla nuova generazione di content creator. «Il business di Eni si basa per la stragrande maggioranza su gas fossile e petrolio, principali cause della crisi climatica», dice ancora Spadini. «Insomma, di verde e amichevole Plenitude ha solo il logo, il resto è una grande copertura per continuare a emettere gas serra e a fare profitti sulle spalle delle persone e del Pianeta».

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venerdì 6 marzo 2026

Vestiti non venduti, dal 19 luglio l’Europa dice stop al macero - Antonella Giordano

 

Per ridurre l’inquinamento prodotto dall’industria del fast fashion, dal 19 luglio le grandi aziende della moda attive nell’Unione europea non potranno più distruggere liberamente il tessile invenduto, ma dovranno trovare alternative come il riuso, il riciclo o la donazione

 

Ogni anno milioni di magliette, pantaloni e scarpe, nonostante siano nuovi di zecca, mai indossati, finiscono al macero per essere distrutti. È il lato oscuro del fast fashion che, oltre ad inquinare già di per sé, crea un ulteriore peso sull’ambiente. Secondo le stime della Commissione europea, tra il 4 e il 9% di abiti e scarpe invenduti in Europa viene eliminato prima ancora di arrivare nell’armadio dei consumatori. Il conto in termini di inquinamento è salatissimo: circa 5,6 milioni di tonnellate di CO₂ ogni anno, una quantità di emissioni paragonabile a quelle prodotte da un intero paese come la Svezia nel 2021. Ora Bruxelles prova a “metterci una toppa”: come previsto dal regolamento Ecodesign per i prodotti sostenibili (Espr), di cui sono stati approvati gli atti delegati, dal 19 luglio le grandi aziende della moda attive nell’Unione europea non potranno più distruggere liberamente il tessile invenduto. Lo smaltimento sarà consentito solo in casi specifici, per esempio se la merce è danneggiata o non riutilizzabile. Per le imprese di medie dimensioni l’obbligo scatterà dal 2030.

Le aziende dovranno essere trasparenti comunicando quanti prodotti invenduti buttano via e come li gestiscono (le grandi già lo fanno, le aziende medie lo faranno dal 2030). L’obiettivo è spingere il settore della moda a cambiare modello riducendo la distruzione delle scorte e alimentando rivendita, donazioni, ricondizionamento e riuso. In altre parole, si deve puntare ad allungare la vita dei vestiti invece di mandarli al macero per liberare i magazzini o proteggere il valore del marchio.
La Commissione europea parla esplicitamente di “gestione più efficiente delle giacenze” e di “alternative alla distruzione”, per ridurre i rifiuti e i danni ambientali, ma anche per creare condizioni di concorrenza più eque tra le aziende che investono davvero in modelli sostenibili e chi invece continua a produrre troppo per poi eliminare l’eccesso. Dietro ogni capo distrutto ci sono acqua, pesticidi, tessuti sintetici derivati dal petrolio, lavoro e logistica. Buttare un vestito nuovo non significa solo perdere un oggetto: significa sprecare tutte le risorse usate per produrlo. Le nuove regole europee non risolvono da sole il problema, ma segnano un cambio di passo: per la prima volta distruggere l’invenduto non è più la scorciatoia più semplice – né la più economica.

Il problema non riguarda solo la sovrapproduzione, ma anche il boom dei resi dell’e-commerce. Solo in Germania, ogni anno, quasi 20 milioni di articoli restituiti vengono smaltiti invece di essere rimessi in vendita, con ulteriore spreco di materie prime, energia e trasporti.

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giovedì 5 marzo 2026

Greenpeace rischia il fallimento per l’Oleodotto in North Dakota difeso da Trump. Condannata a pagare 345 milioni di dollari - Luisiana Gaita

Greenpeace non può permettersi di pagare, come stabilito da una sentenza, 345 milioni di dollari Energy Transfer, gestore dell’oleodotto Usa contro cui aveva protestato in North Dakota, nonché tra i principali donatori di Donald Trump. E per questo rischia il fallimento, ma non molla. Greenpeace International e Stati Uniti annunciano infatti che chiederanno un nuovo processo e, se necessario, presenteranno ricorso alla Corte Suprema del North Dakota a seguito della sentenza emessa da un tribunale distrettuale e che chiude un caso legale durato anni. Una decisione, quella del giudice James Gion, in linea con la sentenza che già a ottobre 2025 aveva tagliato di quasi la metà il risarcimento di circa 667 milioni di dollari assegnato a Energy Transfer circa un anno fa (Leggi l’approfondimento).

Una causa durata anni

La compagnia ha accusato la ong di aver causato centinaia di milioni di dollari di danni attraverso una campagna “di violenza e diffamazione” contro la costruzione del Dakota Access, l’oleodotto completato nel 2017. Contro il progetto, vicino alla Standing Rock Indian Reservation, un decennio fa la tribù Sioux aveva guidato una delle più grandi proteste anti-combustibili fossili nella storia degli Stati Uniti. Una battaglia inizialmente locale e presto diventata internazionale, nonché un braccio di ferro tra Obama e Trump, da sempre favorevole a quei 1.900 chilometri, strategici per trasportare petrolio dai giacimenti di Bakken fino all’Iowa. A gennaio 2017, Trump aveva firmato un decreto per la ripresa della realizzazione del Dakota Access con la conseguente resa della tribù di Sioux. A luglio 2020, però, il giudice federale James Boasberg, della corte distrettuale del District of Columbia, aveva disposto la chiusura temporanea del cantiere per la costruzione del maxi oleodotto di quasi duemila chilometri. E nel 2020, la Corte Suprema aveva respinto un ricorso della compagnia, sostenendo che fosse necessaria una nuova valutazione d’impatto ambientale. Nel frattempo, però, l’oleodotto ha continuato a trasportare petrolio.

La difficile posizione di Greenpeace

Greenpeace International continuerà a opporsi alle tattiche di intimidazione. Non saremo messi a tacere. Al contrario, alzeremo ancora di più la nostra voce, unendola a quella dei nostri alleati in tutto il mondo contro le aziende inquinanti e gli oligarchi miliardari che antepongono il profitto alle persone e al pianeta” spiega Mads Christensen, direttore esecutivo di Greenpeace International. Per l’organizzazione, le cause consecutive intentate da Energy Transfer contro Greenpeace International e le organizzazioni statunitensi Greenpeace Usa e Greenpeace Fund “sono esempi lampanti di slapp, azioni legali volte a sommergere organizzazioni non profit e attivisti di spese legali, spingerli verso la bancarotta e, in ultima analisi, mettere a tacere il dissenso”. Greenpeace International, con sede nei Paesi Bassi, sta cercando giustizia in Europa con una causa contro Energy Transfer, ai sensi del diritto olandese e della nuova direttiva anti-slapp dell’Unione Europea, un banco di prova storico della nuova legislazione che potrebbe contribuire a stabilire un importante precedente contro le intimidazioni aziendali. “Esprimersi contro le aziende che causano danni ambientali non dovrebbe mai essere considerato illegale. È garantito dalla Costituzione degli Stati Uniti ed è essenziale per la tutela delle comunità e per la salute della democrazia” Marco Simons, General Counsel ad interim di Greenpeace Usa e Greenpeace Fund. E ricorda: “Queste organizzazioni Greenpeace sono state ritenute responsabili per aver presumibilmente ritardato un oleodotto che, ancora oggi, non dispone dell’autorizzazione legale per operare e che in realtà è stato ritardato dalle decisioni del Corpo degli ingegneri dell’Esercito degli Stati Uniti”.

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mercoledì 4 marzo 2026

Palermo ha scelto il turismo di massa - Pierluigi Bizzini


Nel capoluogo siciliano, la politica spinge il settore e compie scelte sorde alle esigenze degli abitanti, mettendo così a rischio conquiste sociali e comunitarie dal basso

Vista dall’alto, via Maqueda scorre lineare lungo il centro storico di Palermo come un canale artificiale per circa un chilometro e mezzo. In una giornata estiva, partendo dall’ingresso monumentale che si affaccia su corso Tukory, a pochi passi dalla stazione centrale, la strada ribolle dell’irrequietezza che si riversa dal limitrofo mercato di Ballarò. Gorghi di voci da ogni dove — Sri Lanka, Capo Verde, Gambia, Tunisia — accompagnano lo sfrecciare dei motorini elettrici guidati da giovanissimi.

A pochi passi dal cinema Orfeo, l’ultimo cinema a luci rosse della città, un gruppo di bambini tamil gioca a pallone. Proseguendo, ci si affaccia sulla cinquecentesca Fontana Pretoria e il Palazzo delle Aquile, sede del Comune. L’aria è pregna delle zaffate di orina dei cavalli parcheggiati a bordo strada e agghindati con cappellini e ninnoli, in attesa di spingere a trotto la carrozza per i turisti lungo la città.

Infine, i Quattro Canti, ovvero l’incrocio tra via Vittorio Emanuele, che dalle montagne scende a mare, e via Maqueda: centro vorticoso della città dove i più si fermano a fotografare le allegorie monumentali delle quattro stagioni.

E più in là ancora, la strada prosegue fino al Teatro Massimo, dove la carreggiata si restringe sempre più, e una strabordante distesa di corpi, perlopiù turisti, faticano a camminare tra tavoli, gazebi, chioschetti, gli inviti insistenti dei buttadentro. Una volta arrivati a piazza Verdi, pare di riprendere il fiato dopo aver passato svariati minuti in apnea.

Un murale con la frase Tourism kills the city (“Il turismo uccide la città”) lungo il Foro Italico © Bruna Casas

Carretto per turisti in Via Roma. L’utilizzo delle carrozze per turisti è fonte di polemiche in città per via delle condizioni di sfruttamento dei cavalli che operano in condizioni estreme, specie in estate con le alte temperature © Bruna Casas

Prima del 2015, una passeggiata del genere sarebbe stata pressoché impossibile, in quanto il centro storico era in ostaggio del traffico automobilistico. Il 3 luglio del 2016, a Bonn, il Comitato del patrimonio mondiale dell’Unesco ha dichiarato l’itinerario arabo normanno “Patrimonio mondiale dell’umanità”.

Una superficie di ben 6.235 ettari, dove già nel 2013 era stato previsto, in merito al Piano di gestione per la candidatura presentata dall’allora amministrazione di Leoluca Orlando, il raddoppio delle aree pedonali nel centro cittadino.

Una rivoluzione per una città il cui centro storico è sempre stato un’anomalia rispetto ad altre città italiane: lungamente abitato dalle comunità più povere sin dal secondo dopoguerra, protagonista di battaglie politiche e di speculazioni che ne hanno cambiato le funzioni e la fisionomia.    

In breve

·         Nel 2024, per la festa della città, uno striscione spicca in centro a Palermo: «La turistificazione è la nuova peste. Santa Rosalia, dov’è finita casa mia?», dice, riferendosi alla patrona del capoluogo siciliano

·         Otto anni prima, l’itinerario arabo normanno, in centro città, era diventato Patrimonio mondiale dell’umanità Unesco e, da allora, i turisti sono fortemente cresciuti: da 560mila arrivi del 2016 a 860mila nel 2024

·         Gli affitti brevi sono aumentati in molti quartieri, garantendo un reddito aggiuntivo ad alcuni abitanti e spingendone molti di più fuori dal centro, per i prezzi in salita degli affitti a lungo termine

·         Intanto, le scelte politiche del Comune mettono a rischio le conquiste sociali dal basso, che hanno sempre caratterizzato il centro della città, storicamente abitato dalle comunità più povere di Palermo 

·         È il caso dell’ex convento di San Basilio, occupato per fini sociali, e del mercato dell’usato dell’Albergheria. Entrambi potrebbero sparire, a causa di politiche di “rigenerazione urbana” pensate più per i turisti che per gli abitanti

·         Ma gli effetti del turismo si ripercuotono anche nelle aree rurali fuori Palermo. A Borgo Parrini, la cooperativa sociale Noe, che da decenni promuove progetti agricoli ed educativi, rischia la chiusura a causa di un parcheggio per bus turistici

Palermo si è aperta dunque al mondo come una rinnovata capitale del Mediterraneo ma, in poco tempo, un modello, che avrebbe dovuto restituire dignità alla città e ai suoi abitanti, ha invece innescato nuove conflittualità e pressioni sociali.

Dopo che nel 2022 Orlando ha concluso i suoi due ultimi mandati da sindaco sostenuto da partiti e movimenti di centro-sinistra ed è stato sostituito da Roberto Lagalla del centro-destra, oggi, ad agire sulla città è il turismo di massa.

«Santa Rosalia, dov’è finita casa mia?»

Il 14 luglio del 2024, durante la sfilata verso il mare del carro di Santa Rosalia, la patrona di Palermo che nel 1625 salvò la città dalla peste, tra due palazzi di via Vittorio Emanuele svettava uno striscione che recitava: «La turistificazione è la nuova peste. Santa Rosalia, dov’è finita casa mia?». 

A reclamare l’azione è stata l’Assemblea permanente resistenza over tourism (Apro), di cui il ricercatore indipendente Federico Prestileo è un attivista.

Nato e cresciuto a Palermo, Prestileo vive con la compagna alla Kalsa, quartiere alle prese con un incontrollato aumento repentino di locali e ristoranti. «Stiamo cercando una nuova sistemazione fuori dal centro storico perché la vita nel quartiere è diventata insostenibile. Sotto casa si è aperto l’ennesimo locale. Se apro le finestre mi ritrovo la gente a casa».

Questa è una delle due storie dedicate a due comunità mediterranee che stanno affrontando il fenomeno dell’overtourism, realizzate nell’ambito del progetto collaborativo Senza Segnale, che coinvolge giornalisti di Malta e Italia. Il capitolo maltese, curato da Amphora Media e scritto in collaborazione con il media maltese Newsbook, si concentra sulla città di Swieqi, un centro suburbano che ha poco da offrire ai turisti ma che è comunque profondamente segnato dall’impatto del turismo.

Prestileo racconta che i primi incontri pubblici di Apro si sono tenuti ad inizio 2020 e hanno avuto «un riscontro enorme», sintomo che la frustrazione nei confronti della turistificazione in città fosse già ampia.

«Durante le assemblee cominciamo a capire che la questione del turismo si lega inestricabilmente alla questione della casa e dei servizi», spiega. «L’inserimento sempre più massivo di popolazioni temporanee modifica il mercato degli alloggi e dei servizi, orientandosi a fasce sempre più alte. Viene incoraggiato così il turismo di qualità: ma cos’è il turismo di qualità se non una barriera economica all’accesso?», si chiede. Un primo segnale d’allarme è stato il rincaro degli affitti nel centro storico.

I cittadini puntano il dito contro la diffusione sempre più capillare degli alloggi brevi per turisti: minore possibilità di scelta associata a un’impennata dei costi d’affitto. I dati Idealista confermano che nel gennaio 2020 il costo di affitto a metro quadro dei vani nel centro storico si aggirava intorno agli 8,2 euro mentre nel dicembre del 2025 va sui 12,1 euro, un rincaro del 47,6 per cento.

Un aumento insostenibile in una città dove quasi un terzo dei contribuenti palermitani ha un reddito lordo inferiore a diecimila euro. Il centro storico si fa più inaccessibile e sposta il mercato degli affitti più in periferia, dove il sistema di servizi e trasporti è meno efficiente.

La città che cambia

In questi ultimi anni, il mercato degli affitti brevi a uso turistico è diventato parte strutturale dell’economia urbana di Palermo. Analizzando i dati di Inside Airbnb, emerge come tra 2020 e 2025 le inserzioni su Airbnb per Palermo sono cresciute da 5.700 a circa settemila. Si tratta, nella quasi totalità dei casi, di interi appartamenti, segnale di una progressiva sottrazione di abitazioni al mercato residenziale tradizionale. 

I quartieri della prima circoscrizione mantengono una posizione dominante, concentrando circa il 45 per cento dell’offerta sia nel 2020 che nel 2025. Accanto a questa stabilità, però, si registrano aree della città che, nel giro di pochi anni, raddoppiano la propria presenza sul mercato turistico.

È il caso dei quartieri Cuba-Calatafimi e Zisa, dove zone come Danisinni e l’area dei Cantieri Culturali emergono come nuovi poli di attrazione per turisti e smart worker. Cresce anche Settecannoli, spinta dalle aspettative legate ai progetti di trasformazione del futuro waterfront, che incentivano gli investimenti immobiliari anticipandone la riqualificazione.

Uno sguardo va poi al quartiere Arenella-Vergine Maria, che durante la pandemia beneficia di politiche di valorizzazione del patrimonio edilizio e di una posizione strategica, sospesa tra il centro storico e la baia di Mondello, diventando una delle zone più ricercate sul mercato turistico.

Accanto alla diffusione territoriale degli annunci, un ulteriore elemento di trasformazione riguarda la crescita delle imprese specializzate nella gestione degli affitti brevi.

Fino al 2020, Wonderful Italy — la più grande azienda per la gestione di affitti brevi in Italia — era l’unica realtà presente a Palermo con oltre cento alloggi gestiti; nel 2025 le sue unità superano le duecento e il mercato si popola di nuovi operatori. Tra questi, GuestHost, secondo con circa cento inserzioni a giugno 2025.

«Il valore medio annuo lordo generato da un alloggio turistico si aggira intorno ai 18mila euro», spiega Maurizio Giambalvo, direttore Social Impact e Special Projects di Wonderful Italy. «A quella cifra, vanno sottratti i costi di gestione, manutenzione, utenze e periodi di vuoto. Per questa ragione, in molti casi, l’affitto breve costituisce una forma di integrazione del reddito familiare piuttosto che una rendita speculativa». 

Sebbene la stragrande maggioranza degli annunci non sia gestita da aziende professionali, i margini di guadagno per tali aziende sono comunque consistenti.

Nel 2023, Wonderful Sicily (controllata locale di Wonderful Italy) ha fatturato circa 620mila euro, nel 2024 i ricavi sono saliti invece del 33 per cento con un fatturato di circa 830mila euro e un utile di poco sopra i 210mila euro.

La ridistribuzione economica legata alla «febbre» del turismo allarga dunque le distanze tra cittadini, tra chi è proprietario di immobili e tenta di capitalizzarne i frutti con gli affitti brevi e chi invece si ritrova costretto ad annaspare tra affitti sempre più cari, trovando soluzioni fuori dal centro...

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martedì 3 marzo 2026

Noi siamo con i medici di Ravenna


Se curare un migrante diventa un reato, allora la disobbedienza è un dovere civile contro la barbarie che avanza

Quando la cura diventa un reato, è la democrazia stessa a essere in pericolo. Non è uno slogan. È la descrizione esatta di quello che sta accadendo a Ravenna, dove sei medici del reparto di Malattie Infettive sono finiti indagati dopo una perquisizione “prima dell’alba” in ospedale. Un’azione condotta con modalità e spiegamento di forze tipici delle operazioni contro organizzazioni criminali, come se un reparto sanitario fosse un covo e non un presidio pubblico.

Il fatto in sé segna un punto di rottura. Ma ciò che lo rende davvero intollerabile è il messaggio politico: lo Stato pretende di trasformare la medicina in un ingranaggio della macchina securitaria. Pretende di sindacare il giudizio clinico. Pretende che un medico smetta di essere medico e diventi un funzionario della frontiera.

E quando questo accade, non è più “solo” un problema di immigrazione. È un problema di libertà, di Costituzione, di civiltà.

L’indagine nasce attorno a certificazioni di inidoneità al trasferimento in un CPR. Vale la pena ricordarlo con chiarezza: quelle valutazioni non sono un capriccio, non sono “arbitrarie”, non sono un favore. Sono atti clinici che si fondano su dati, evidenze, responsabilità professionale. E peraltro sono richieste espressamente dalle procedure previste, come indicato anche dalla direttiva del Ministero dell’Interno del 19/05/2022.

Ma proprio qui sta il nodo. Se un giudizio clinico viene trattato come un sabotaggio, se un certificato medico viene trattato come un atto di disobbedienza da reprimere, allora significa che il bersaglio non è quel singolo caso. Il bersaglio è l’autonomia del medico “in scienza e coscienza”, cioè uno dei pilastri minimi di qualunque società che voglia definirsi civile.

Il medico ha il dovere etico e giuridico di agire per la tutela della vita e della salute. Il Codice di Deontologia Medica non lascia spazio ad ambiguità: non esiste un “ma” quando davanti hai una persona fragile, vulnerabile, esposta. Non esiste un “ma” quando un ambiente è nocivo. Non esiste un “ma” quando la medicina sa già che un trasferimento produrrà danno.

I CPR sono patogeni: non è un’opinione, è un dato

L’appello che sta circolando in queste ore lo ricorda con forza: la detenzione amministrativa delle persone migranti è un driver diretto di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi. Non è un’opinione politica, non è una tesi ideologica: è un fatto sanitario. È una realtà clinica documentata.

Il testo richiama anche un Policy Brief della World Health Organization (WHO) di gennaio 2026, che riafferma la relazione tra detenzione amministrativa e peggioramento della salute fisica e mentale. In un contesto del genere, certificare l’inidoneità non è “ostacolare lo Stato”: è prevenire un danno certo. È applicare il principio di non maleficenza. È fare il medico, punto.

E qui emerge un’altra verità che l’Italia finge di non vedere: i CPR non sono luoghi neutri. Sono luoghi che producono sofferenza, che amplificano malattia, che peggiorano vulnerabilità. Chiunque li abbia osservati davvero — con monitoraggi, testimonianze, visite, ispezioni — lo sa. E infatti proprio per questo oggi si tenta di limitare le visite, di ridurre i controlli, di rendere opaca la detenzione.

Una perquisizione in ospedale è un atto di intimidazione

Le modalità della perquisizione sono un capitolo a parte, perché rivelano l’intento politico dell’operazione. Un reparto perquisito all’alba, con un approccio spettacolare, significa una cosa sola: intimidire. Umiliare. Creare un precedente.

L’appello parla di un clima che “umilia il personale sanitario, distoglie risorse dalla cura dei pazienti e crea intimidazione, minando la serenità necessaria all’esercizio della professione”. È esattamente così. E in più c’è un paradosso che dovrebbe scandalizzare chiunque: un’operazione del genere rischia di configurarsi come interruzione di pubblico servizio, perché altera la continuità assistenziale e mette a rischio la cura di tutti, non solo dei migranti.

Lo Stato che dichiara di difendere l’ordine pubblico entra in ospedale e produce disordine. Lo Stato che dice di garantire sicurezza entra in corsia e genera paura. È la fotografia perfetta del securitarismo: non protegge, disciplina.

L’articolo 32 della Costituzione vale per tutti, oppure non vale più

C’è un punto che dovrebbe essere ovvio e invece oggi viene trattato come una provocazione: il diritto alla salute non decade con lo status giuridico. Non esiste una salute “per cittadini” e una salute “per irregolari”. Non esiste un diritto costituzionale a tempo determinato.

L’articolo 32 della Costituzione definisce la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. E “individuo” significa chiunque. Significa anche chi non ha un permesso. Significa anche chi è destinato a un CPR. Significa anche chi è migrante.

Se passa l’idea che la medicina debba piegarsi alle esigenze della frontiera, allora non stiamo colpendo solo i migranti. Stiamo colpendo il sistema sanitario universalistico. Stiamo dicendo che la cura può diventare un braccio della polizia. E quando succede, il passo successivo è inevitabile: chiunque diventa curabile solo se è conforme.

Perché questa vicenda riguarda tutti

Chi pensa che sia un episodio locale, un fatto di cronaca, un incidente, non ha capito la fase storica.

Questo è un esperimento di governo: testare fin dove si può spingere la repressione, fin dove si può trasformare un diritto in un sospetto, fin dove si può imporre un clima inquisitorio. I migranti sono il bersaglio più facile. Ma non saranno gli ultimi.

Oggi si processa un certificato di inidoneità. Domani si processa un soccorso in mare. Dopodomani si processa un presidio in piazza. La traiettoria è quella: punire chi protegge, intimidire chi cura, colpire chi disobbedisce alla disumanità.

La disobbedienza è necessaria: perché la barbarie è già qui

In tempi normali, la disobbedienza è una scelta. In tempi come questi, è una responsabilità. Perché quando lo Stato pretende che un medico tradisca la propria missione, non sta chiedendo collaborazione: sta chiedendo complicità.

La cura non è un favore. Non è una concessione. Non è un atto negoziabile. È un dovere professionale, un pilastro costituzionale, un presidio democratico.

E se oggi si colpiscono sei medici di Ravenna, non è per ciò che hanno fatto di “sbagliato”. È per ciò che hanno fatto di giusto. È per dire a tutti gli altri: guardate cosa vi succede se non vi adeguate.

Ecco perché bisogna rispondere con una sola parola: solidarietà. Ma una solidarietà che non sia solo emotiva: politica, pubblica, organizzata.

L’appello: cosa si chiede e perché è urgente

L’appello si rivolge ai Presidenti degli Ordini dei Medici e alla FNOMCeO, al Garante Nazionale delle persone private della libertà, alle società scientifiche, alle associazioni che si occupano di soccorso e cura delle persone migranti e all’opinione pubblica.

Chiede una presa di posizione netta degli ordini professionali per difendere l’inviolabilità dell’atto medico da ogni ingerenza investigativa che pretenda di “processare” una diagnosi. Chiede l’intervento del Garante per arginare il clima inquisitorio che rischia di compromettere il diritto alla salute delle persone destinate alla detenzione amministrativa e il segreto professionale a cui gli operatori sanitari sono tenuti. E soprattutto ribadisce la solidarietà piena ai colleghi coinvolti, che hanno onorato la propria missione nonostante le pressioni.

Sono richieste minime. Ma oggi perfino il minimo diventa un atto di resistenza.

O stiamo con chi cura, o stiamo con chi punisce

Non esiste neutralità in una vicenda come questa. Non esiste “aspettiamo le indagini”. Non esiste “non conosciamo i dettagli”. Qui la questione è già chiara: si sta tentando di subordinare la medicina alle logiche di pubblica sicurezza e di gestione migratoria.

E questo è inaccettabile.

Perché se passa l’idea che curare un migrante “irregolare” possa essere trattato come un reato, allora non stiamo entrando in uno Stato più sicuro. Stiamo entrando in uno Stato più autoritario. Più crudele. Più fragile.

Uno Stato che non cura più. Uno Stato che punisce.

E a quel punto, davvero, la disobbedienza non sarà più una scelta morale. Sarà l’ultima forma possibile di democrazia.

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lunedì 2 marzo 2026

La coscienza di un fruttivendolo apre le porte al boicottaggio dell’economia israeliana


Un dipendente di un supermercato Tesco in una tranquilla cittadina costiera dell’Irlanda del Nord ha innescato un dibattito europeo sulla responsabilità individuale di fronte al genocidio. Nell’agosto 2025, mentre le immagini di Gaza devastata – con oltre 60.000 palestinesi uccisi dall’offensiva israeliana – lo perseguitavano fino alla cassa, ha iniziato ad avvertire i clienti sulla provenienza israeliana di frutta e verdura, poi ha rifiutato di scannerizzare quei prodotti. “Non posso averlo sulla coscienza”, ha dichiarato prima di essere sospeso da Tesco a Newcastle, County Down, cittadina nota più per il turismo estivo che per l’attivismo politico. La sua reintegrazione a gennaio 2026, dopo proteste di massa e pressioni sindacali da Unison e Unite, ha creato un precedente cruciale: “Se abbastanza persone lo fanno, non potranno vendere prodotti israeliani”, ha affermato, incoraggiando altri lavoratori a seguire il suo esempio.

Il caso richiama lo storico boicottaggio irlandese del 1984 contro l’apartheid sudafricano, quando dipendenti di Dunnes Stores rifiutarono per tre anni di maneggiare merci dal Sudafrica, contribuendo al primo divieto commerciale dell’Europa occidentale. Oggi il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions), lanciato nel 2005 da società civile palestinese per isolare economicamente Israele fino al rispetto del diritto internazionale, sta trasformando proteste individuali in politiche statali. Sindacati in Irlanda, Regno Unito e Norvegia hanno approvato mozioni per non obbligare lavoratori a gestire merci israeliane; cooperative come Co-op UK e Coop Alleanza 3.0 in Italia hanno rimosso prodotti in solidarietà con Gaza. Slovenia ha vietato nell’agosto 2025 import da insediamenti illegali in Cisgiordania (30.000 euro annui, principalmente avocado), Spagna ha seguito con decreto a inizio 2026; Paesi Bassi e Irlanda discutono misure simili, quest’ultima con l’Occupied Territories Bill bloccato dal 2018 nonostante consenso parlamentare, vittima di “pressioni USA per conto israeliano” secondo il deputato Paul Murphy.

Ma l’avanzata BDS incontra resistenze orchestrate: B’nai B’rith International ha avvertito nel 2025 il parlamento irlandese di conflitti con leggi anti-boicottaggio USA; documenti leakati rivelano programmi israeliani da 130.000 euro per monitorare attivisti via studi legali, inclusa l’ex-europarlamentare Sinn Féin Martina Anderson. In Germania, risoluzione 2019 equipara BDS ad antisemitismo, ritirando fondi pubblici; ELNET finanzia viaggi a Israele per politici Labour britannici (3.000 sterline dichiarate da Bridget Phillipson), mentre Luke Akehurst – ora MP Labour, ex-direttore We Believe in Israel – ha promosso leggi per bloccare boicottaggi da enti locali UK. Nonostante queste contro-offensive, la strategia dal basso sta funzionando: coscienza etica individuale, pressione sindacale e mobilitazione popolare stanno erodendo il consenso europeo verso l’occupazione israeliana, trasformando gesti di cassa in sanzioni legislative.

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