martedì 27 ottobre 2026

Villanovaforru, l’anemometro è un ammasso di ferraglia abbandonato: «Vi piace questa transizione energetica?»

 

Il sindaco Maurizio Onnis: «Così da due anni e mezzo. Noi abbiamo proposto alternative, lo Stato non ha concesso niente. E il rancore cova»

 

L'anemometro abbandonato nelle campagne di Villanovaforru

 

Era un anemometro: una torre alta oltre 90 metri di altezza che avrebbe dovuto misurare il vento e stabilire se quella zona nelle campagne di Villanovaforru fosse adatta per l’installazione di un impianto eolico. Piazzato nel 2023  da una multinazionale, da due anni e mezzo – da quando a maggio del 2024 è crollato per non meglio precisate ragioni – è ridotto a un ammasso di ferraglia abbandonato. «Vi piace come modello di transizione ecologica?»,. 

La domanda provocatoria è del sindaco Maurizio Onnis, che da anni si batte contro le speculazioni e, di contro, spinge per le comunità energetiche. 

Per questo, nel pubblicare l’immagine del rifiuto metallico, aggiunge: «Prevengo il solito tizio che a questo punto dice insofferente: «Basta protestare. Proponete qualcosa!». Rispondo. Studia, ignorante, e informati. Le proposte le abbiamo elaborate, complesse e consapevoli, presentate in incontri pubblici, portate al tavolo della politica istituzionale. E in mano non abbiamo niente. Questo è ciò che lo Stato ha concesso: niente».

Dopo anni di resilienza pacifica Onnis aggiunge: «Se volete sapere che cos’è la rabbia sorda, repressa, da sfogare, chiedete a noi. Il rancore cova anche qua. E ha radici profonde, talmente profonde da rendere impossibile cancellarlo».

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lunedì 26 ottobre 2026

Somalia, diluvio dopo la siccità. Gli aiuti non arrivano

In Somalia anche la pioggia può diventare una minaccia. Dopo anni di siccità, raccolti perduti e famiglie costrette a lasciare le proprie terre, l’arrivo della stagione umida rischia di provocare un altro esodo. Secondo una previsione diffusa il 21 ottobre dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), 874.319 persone potrebbero essere costrette ad abbandonare la propria casa tra ottobre e dicembre. Le inondazioni sarebbero responsabili del 92% degli spostamenti previsti.

Quando le precipitazioni mancano, i campi non producono, gli animali muoiono e i prezzi del cibo diventano insostenibili. Quando invece arrivano tutte insieme, i fiumi straripano, cancellano i raccolti rimasti, danneggiano le abitazioni e isolano intere comunità. Per chi ha già venduto il bestiame, consumato le scorte e lasciato una prima volta il proprio villaggio, può significare perdere anche quel poco che resta.

La nuova allerta riguarda la stagione delle piogge Deyr, tra ottobre e dicembre, per la quale il rafforzamento del fenomeno El Niño fa prevedere precipitazioni superiori alla media. La FAO ha segnalato un rischio particolarmente elevato nelle aree centrali e meridionali, comprese quelle attraversate dai fiumi Giuba e Shabelle.

La possibilità di intervenire si scontra con un ostacolo sorprendentemente concreto: i soldi. L’OIM ha chiesto 16,62 milioni di dollari per predisporre la risposta alle inondazioni e proteggere più di 517mila persone. Al momento dell’allarme ne aveva raccolto appena il 14,4%. Significa che oltre quattro quinti delle risorse necessarie mancavano ancora mentre i livelli dei fiumi cominciavano a salire.

Il rischio di perdere tutto, un’altra volta

Il problema non è soltanto trovare un riparo temporaneo. Un’inondazione può contaminare i pozzi e rendere inutilizzabile l’acqua, interrompere i collegamenti con gli ospedali, distruggere sementi e attrezzi, separare le famiglie dai mercati in cui vendono e acquistano ciò che serve. Chi vive in un insediamento per sfollati, spesso in alloggi precari e sovraffollati, ha ancora meno possibilità di difendersi.

I numeri sull’alimentazione mostrano quanto sia fragile il terreno sul quale si abbatte la minaccia. Secondo l’analisi IPC pubblicata a settembre, tra ottobre e dicembre 2026 circa 5,4 milioni di somali potrebbero trovarsi in una situazione di insicurezza alimentare acuta di livello «crisi» o peggiore. Di questi, 1,5 milioni rischiano condizioni di «emergenza».

Tra luglio 2026 e giugno 2027 circa 1,92 milioni di bambini sotto i cinque anni potrebbero aver bisogno di trattamenti per malnutrizione acuta, inclusi 433mila casi gravi. A Baidoa, dove vivono numerosi sfollati, gli analisti segnalano perfino il rischio di carestia nello scenario peggiore, qualora alluvioni estese aggravassero l’isolamento e le difficoltà di accesso agli aiuti.

Le condizioni meteorologiche, tuttavia, non raccontano l’intera storia. La Somalia è attraversata da conflitti e insicurezza che ostacolano gli spostamenti, il lavoro nei campi e l’assistenza sanitaria. Le famiglie devono fare i conti con prezzi elevati, servizi insufficienti e finanziamenti umanitari in calo. Un raccolto distrutto pesa molto di più quando non c’è un reddito alternativo; una strada allagata diventa una condanna quando non esiste un’altra via per raggiungere una clinica.

Una catastrofe annunciata non dovrebbe essere inevitabile

Il rischio è conosciuto con anticipo. Le agenzie internazionali dispongono di previsioni stagionali, monitorano i livelli dei fiumi e indicano dove preparare vie di evacuazione, acqua potabile, strutture sanitarie e rifugi. Eppure la macchina della prevenzione rischia di restare sulla carta perché i fondi arrivano troppo lentamente, o non arrivano affatto.

Al contrario, la ripetizione degli stessi disastri mostra quanto siano necessari argini, reti idriche sicure, strutture sanitarie raggiungibili e mezzi di sussistenza meno esposti agli shock climatici. Ma nell’immediato la differenza tra prepararsi e intervenire dopo può essere quella tra salvare una famiglia e ritrovarla in un altro campo per sfollati.

La Somalia si prepara così a un’altra stagione nella quale la natura fornisce la minaccia e le disuguaglianze ne determinano buona parte delle conseguenze. Per quasi 874mila persone il futuro prossimo potrebbe significare un nuovo trasloco forzato, senza sapere se esisterà una casa alla quale tornare. Il mondo è stato avvertito prima dell’arrivo dell’acqua. Se gli aiuti resteranno insufficienti, non potrà dire di essere stato colto di sorpresa.

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domenica 25 ottobre 2026

Quando l’attacco cyber diventa una minaccia fisica - Marco Schiaffino

 

Dai supermercati francesi agli impianti idrici statunitensi: gli attacchi informatici possono provocare danni sempre più concreti. E le infrastrutture industriali sono particolarmente vulnerabili.

 

Nella notte tra l’11 e il 12 ottobre 2026, i frigoriferi di centinaia di supermercati francesi hanno cominciato improvvisamente a riscaldarsi. In alcuni casi le temperature hanno raggiunto i 50 gradi, costringendo i responsabili dei punti vendita a gettare grandi quantità di prodotti freschi e surgelati. Non si è trattato però di un guasto tecnico, ma di un attacco informatico.

I responsabili sono infatti riusciti a prendere il controllo da remoto dei sistemi di regolazione degli impianti frigoriferi (approfittando della scarsa protezione di sistemi di controllo accessibili direttamente via internet), attivando i cicli di sbrinamento e prolungandone la durata fino a otto ore. Il risultato è stata l’interruzione della catena del freddo in centinaia di supermercati appartenenti a diverse catene della grande distribuzione, con danni economici per milioni di euro.

La vicenda rappresenta un recentissimo esempio di un fenomeno sempre più preoccupante: gli attacchi informatici ai sistemi di Operational Technology (OT, le tecnologie che controllano e monitorano impianti e processi fisici), capaci di provocare conseguenze concrete nel mondo materiale. Un fenomeno, come vedremo, in crescita e che negli ultimi mesi ha colpito in Occidente soprattutto gli Stati Uniti.

Il 30 luglio 2026, sul sito dell’FBI, è infatti comparso un “avviso pubblico” rivolto ai proprietari e ai gestori di infrastrutture critiche sul territorio statunitense. L’allarme riguardava possibili attacchi a “dispositivi di tecnologia operativa”.

Nell’avviso, il Federal Bureau of Investigation specificava che l’allarme era scattato dopo le segnalazioni da parte di alcune aziende di servizi idrici e trattamento delle acque reflue in sette diversi stati, tutte vittime di cyber attacchi che miravano a interferire con le loro operazioni. Nel solo Minnesota gli attacchi avrebbero interessato 30 impianti, ma nell’arco di un paio di settimane i casi si sarebbero moltiplicati, arrivando a coinvolgere in tutto almeno 12 stati dell’Unione.

Secondo alcune fonti investigative citate dalla stampa statunitense, gli attacchi informatici – che in alcuni casi hanno provocato cali di pressione nella rete idrica e allagamenti – potrebbero essere riconducibili a gruppi legati al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniano, che avrebbero agito per rappresaglia nei confronti degli attacchi “cinetici” condotti da USA e Israele contro l’Iran.

Uno degli episodi più significativi è quello della Clayton County Water Authority, in Georgia, dove il 27 luglio un guasto a una stazione di pompaggio ha provocato interruzioni nell’erogazione dell’acqua e costretto le autorità a raccomandare ai residenti di bollirla prima del consumo. Il servizio è stato ripristinato nel giro di poche ore e le analisi non hanno rilevato contaminazioni, ma l’azienda ha avviato un’indagine per accertare se si trattasse di un attacco informatico.

Se la responsabilità iraniana fosse accertata, la vicenda della compromissione degli impianti idrici negli Stati Uniti confermerebbe come questi attacchi siano spesso una componente importante di quella “guerra ibrida” che agita le opinioni pubbliche in Occidente.

Stuxnet, il più celebre attacco OT

Gli attacchi segnalati dall’FBI lo scorso luglio hanno interessato i sistemi industriali gestiti attraverso dispositivi della serie Rockwell Automation/Allen-Bradley’s MicroLogix 1100 e 1400, ma già in passato altri sistemi di controllo industriale – tra cui gli SCADA (applicazioni software usate per supervisionare i processi industriali associati) di Siemens, usati anche nel settore energetico – erano stati presi di mira da gruppi legati ad apparati statali, con conseguenze anche sul funzionamento fisico degli impianti.

Il caso più clamoroso di attacchi cyber a impianti fisici è infatti quello di Stuxnet, un malware entrato in circolazione attorno al 2007 e tra i primi esempi di come sia possibile provocare gravi danni fisici a un impianto industriale agendo per via informatica. Il malware è stato sviluppato congiuntamente dai servizi segreti statunitensi e israeliani con l’obiettivo di sabotare la centrale di arricchimento dell’uranio di Natanz, in Iran.

L’operazione, battezzata Olympic Games, secondo le fonti di stampa sarebbe stata pianificata dall’amministrazione statunitense come alternativa all’ipotesi di un attacco “fisico” – caldeggiato da Tel Aviv – per rallentare il programma nucleare iraniano ed è stata portata a termine con successo nel 2010. L’obiettivo di Stuxnet, in sintesi, era quello di alterare il funzionamento delle centrifughe fino a renderle inutilizzabili. Stuxnet è stato il primo vero “campanello d’allarme” sul rischio legato ad attacchi cyber in ambito OT con conseguenze potenzialmente catastrofiche a livello fisico.

Un fenomeno in crescita

Da allora, gli episodi di attacchi ai sistemi OT sono cresciuti notevolmente e sono spesso stati condotti sia come strumento di rappresaglia, sia come azione di sabotaggio in sinergia con gli attacchi “fisici”.

Le cronache delle tensioni tra Russia e Ucraina, successivamente sfociate in aperto conflitto, riportano per esempio ben tre episodi di questo tipo. Nel dicembre 2015, un attacco legato al malware BlackEnergy ha provocato un’interruzione dell’energia elettrica che ha coinvolto circa 230mila persone. L’anno successivo, un altro malware, chiamato Industroyer, ha causato un blackout nella capitale Kiev. Il più recente attacco con Industroyer2 dell’aprile 2022 è stato invece pianificato nel pieno delle ostilità con l’obiettivo – fallito – di colpire le sottostazioni elettriche ad alta tensione ucraine.

Altri episodi, sempre attribuiti a gruppi legati al governo del Cremlino, hanno coinvolto recentemente alcuni impianti del settore energetico in Polonia, un sistema di teleriscaldamento nella città ucraina di Lviv, per finire con i sistemi di controllo della diga di Bremanger, nella Norvegia occidentale.

Gli impianti industriali rischiano però di finire nel mirino non solo dei cosiddetti “hacker di stato”, ma anche dei cyber criminali specializzati nel ransomware, cioè in attacchi che puntano a compromettere i sistemi informatici delle aziende con lo scopo di estorcere un riscatto.

In quest’ottica, i sistemi OT sono un bersaglio ideale. Se normalmente i pirati informatici puntano al blocco dei sistemi digitali o alla sottrazione di informazioni sensibili, gli attacchi che coinvolgono direttamente o indirettamente i sistemi OT rappresentano un potenziale salto di qualità. Provocando l’interruzione dell’attività produttiva, infatti, i criminali si garantiscono una leva formidabile per indurre la vittima a cedere al ricatto.

La fragilità del settore OT

Il bersaglio privilegiato degli attacchi cyber in ambito industriale sono i Programmable Logic Controller (PLC), cioè i computer industriali che controllano macchinari e processi fisici: pompe, valvole, motori, nastri trasportatori, turbine, sistemi di trattamento dell’acqua e simili.

Ciò che rende così vulnerabili i PLC è che, nella maggior parte dei casi, hanno una “età” piuttosto elevata. Gli impianti industriali sono infatti pensati per cicli di sostituzione molto più lunghi (dai 15 ai 30 anni) rispetto a quelli digitali, che invece vanno solitamente incontro all’obsolescenza nel giro di 3-5 anni. Chi ha implementato i PLC per la gestione di impianti industriali nei primi anni 2000 non aveva alcuna dimestichezza con concetti come “security by design” e, soprattutto, non poteva prevedere fino a che punto quei sistemi sarebbero stati interconnessi con l’infrastruttura IT aziendale.

Risultato: oggi ci sono impianti industriali che poggiano le loro fondamenta su sistemi informatici con caratteristiche di sicurezza assolutamente inadeguate ai tempi. Una recente analisi eseguita dall’olandese Modat, per esempio, evidenzia come in Europa ci siano 8.547 sistemi legati alla produzione di energia solare ed eolica esposti su Internet.

Uno dei fattori che incide di più sul livello di sicurezza di questi sistemi è però il fatto che gli impianti industriali “obbligano” a utilizzare sistemi operativi e software non più supportati a livello di aggiornamenti di sicurezza. Stando a una ricerca condotta su 635 sistemi di controllo industriale, risulterebbe che solo il 22,5% dei computer Windows impiegati nei centri di controllo utilizzerebbe versioni aggiornate del sistema operativo. Il 77,5% “gira” invece su versioni legacy, come Windows XP e Windows 7, per le quali non è più disponibile il supporto.

Non si tratta di una forma di incoscienza o sciatteria, ma di un effetto collaterale legato alla compatibilità tra software e dispositivi di controllo. Una ricerca di txOne che ha coinvolto 550 responsabili OT europei segnala che il 54% degli intervistati indica proprio la compatibilità come motivazione per il mantenimento di sistemi vetusti, mentre il 45% giustifica il mantenimento dello status quo con gli elevati costi di aggiornamento degli impianti.

Sotto questo profilo è bene chiarire come non si tratti dei costi per gli aggiornamenti software, ma di quelli che sarebbero necessari per sostituire gli impianti di produzione o aggiornare i sistemi di controllo. In altre parole, per modernizzare il settore digitale di un impianto industriale sarebbe spesso necessario un esborso economico insostenibile.

Tempi lunghi per il cambiamento

Il quadro, per lo meno in Europa, è destinato a cambiare. Se la direttiva NIS2 impone già una serie di obblighi a livello di cyber security per chi gestisce servizi critici, il vero cambio di passo è avvenuto con il Cyber Resilience Act (CRA). Il regolamento fissa una serie di requisiti per i dispositivi OT disponibili nel mercato europeo, per garantire un maggior livello di sicurezza. Il problema è che le principali disposizioni del CRA entreranno in vigore a fine 2027, ma non imporranno un adeguamento generalizzato dei sistemi già installati.

Considerando il fatto che i cicli di vita di questi dispositivi sono estremamente lunghi, il vero salto di qualità verso sistemi meno vulnerabili potrebbe richiedere decenni. Fino ad allora, la vera sfida sarà quella di proteggere in maniera efficace un ecosistema industriale che, sotto il profilo della cyber security, rischia di essere un colabrodo.

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sabato 24 ottobre 2026

Perché spostare i migranti con contratto regolare senza motivo? Succede al CPA di Monastir - Roberta Mocci


Già vivono in condizioni disumane a causa dell'assenza di spazi adeguati. Ultimamente si sono verificati numerosi disordini all'interno e fuori dal CPA di Cagliari: vorrei ben vedere

 

È possibile prelevare delle persone da un centro di accoglienza e spostarle altrove nonostante un contratto di lavoro regolare? Il fatto che si tratta di migranti ci autorizza a calpestare completamente i loro diritti?

Questo è quello che sta accadendo al CPA di Monastir in provincia di Cagliari dove i richiedenti protezione internazionale vivono, come si sa da anni, in condizioni disumane a causa dell’assenza di spazi adeguati. La maggior parte di loro, dopo la richiesta di protezione internazionale, ha ottenuto un permesso provvisorio che dopo 60 giorni permette loro di lavorare. Queste domande spesso non vengono esaminate per anni, lasciando questi ragazzi in un limbo, sospesi tra la regolarità e l’irregolarità, con i comprensibili timori dei datori di lavoro. Inutile dire che di questa forza lavoro abbiamo enormemente bisogno e molti di loro trovano impiego nelle aziende agricole del Campidano. La loro disponibilità a lavorare senza badare troppo a orari e condizioni di lavoro li rende inoltre particolarmente “interessanti” agli occhi delle aziende. Nonostante questa giungla fatta di incertezze, alcuni di loro ottengono regolari contratti di lavoro, spesso stagionali, ma nel settore la stagionalità significa semplicemente cambiare raccolto e quindi spesso sono impegnati per la maggior parte dell’anno.

Ma arriviamo ai fatti.

Ultimamente si sono verificati numerosi disordini all’interno e fuori dal CPA: vorrei ben vedere come si fa a vivere sereni, in condizioni di sovraffollamento, di scarsa igiene, ragazzi con un passato difficile, un presente complesso e un futuro ancora più incerto e non ci vuole molto a capire che alcuni di loro avrebbero bisogno di un aiuto psicologico. È assolutamente comprensibile la preoccupazione degli abitanti dei paesi vicini, ne hanno tutto il diritto, ma anche qua la percezione di pericolo è superiore alla realtà in seguito alla propaganda anti migranti del nostro lungimirante governo e portata avanti con convinzione da alcuni giornali locali. E siccome investire nell’integrazione non è considerata un’opzione, si è scelto di operare diversamente e di spostare i migranti verso altri centri, dove non si sa.

Bene direte voi, si alleggerisce il carico, saranno stati utilizzati dei criteri per lo spostamento di queste persone, l’obiettivo sarà il loro benessere. E invece pare proprio di no, perché molti di loro erano in possesso di regolare contratto di lavoro. Cioè, proprio coloro che avevano più diritto a restare e avevano iniziato un percorso di integrazione che, non ci vuole molto a capire, inizia proprio dal lavoro, vengono mandati via. E chi in tutto ciò non vede lesi i diritti fondamentali dei migranti pensi ai datori di lavoro agricoli che hanno visto scomparire da un giorno all’altro i loro lavoratori sui quali contavano.

Ma in fondo, a noi cosa cambia? Non lo so, forse nulla, le aziende troveranno un altro disperato disponibile a lavorare dall’alba al tramonto. Ma io mi sono sentita offesa come essere umano. Vedo il realizzarsi di quei sani principi anticostituzionali che tanto piacciono ultimamente ai nostri politici e non solo. Ho paura, che a poco a poco ci si spinga sempre oltre. Che qualcosa sfugga di mano. Perché la storia ci insegna, ma noi non abbiamo imparato.

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venerdì 23 ottobre 2026

“Questa non è conservazione, è un cartello.” Rappresentanti indigeni da tutto il mondo hanno rilasciato oggi una dichiarazione storica dall’impatto dirompente

 

“La conservazione della natura deve essere guidata dai popoli indigeni, perché noi ne sappiamo di più.”

Nairobi: numerosi popoli indigeni vittima dell’industria della conservazione si sono riuniti in un incontro unico nel suo genere, a conclusione del quale hanno chiesto “la restituzione delle nostre terre ancestrali, incluse quelle che ci sono state sottratte per creare parchi e riserve naturali”.

La Dichiarazione di Nairobi, diffusa oggi dalla neonata Indigenous Lands Alliance (Alleanza per le terre indigene) a conclusione dell'incontro, contiene anche un ultimatum senza mezzi termini rivolto a note organizzazioni per la conservazione, tra cui WWF, WCS, African Parks, UNESCO e altre: "andatevene dalle nostre terre e rispettate i nostri diritti, diversamente, vi cacceremo via".

Our Land, Our Nature (OLON, La nostra terra, la nostra natura) ha riunito per la prima volta rappresentanti indigeni da tutto il mondo, accomunati dalla lotta contro il modello di conservazione dominante; insieme hanno denunciato il prezzo umano della “conservazione fortezza” e dei mercati del carbonio, presentando al contempo alternative a guida indigena.

La dichiarazione delinea la portata del problema:

“Da decenni ormai, la potente industria della conservazione usurpa e ruba i nostri territori con il pretesto di salvare Madre Terra. Trasformano i nostri territori in parchi nazionali, riserve della tigre, santuari della fauna selvatica, aree protette,aree di conservazione e riserve di caccia sportiva senza il nostro consenso.”

“Vendono le nostre terre attraverso i mercati del carbonio, i crediti di biodiversità e altri sistemi di compensazione che servono a dare una parvenza di sostenibilità ambientale (greenwashing) alle pratiche distruttive delle multinazionali. Nonostante siano designate come "Aree protette", queste zone vengono distrutte e destinate all'estrazione mineraria a cielo aperto, all'estrazione "verde" di minerali critici per la transizione energetica e alle piantagioni commerciali di gomma, pino, tè, caffè, soia e teak. Vengono aperte al turismo dei safari, che non mostra alcun rispetto per i popoli indigeni né per i nostri antenati.”

 “Dietro tutto ciò vi è una coalizione composta da governi, multinazionali e ONG internazionali che si occupano di ‘conservazione’ dell’ambiente. Controllano i nostri territori perché finanziati da ricchi paesi del Nord del mondo, dalle banche multilaterali di sviluppo, da istituzioni finanziarie multilaterali, dalla Banca Mondiale, dalle industrie dei combustibili fossili e da altre industrie inquinanti. Oggi le nostre terre sono amministrate da governi, ONG ed élite. Non da noi. Questa non è conservazione della natura. Non è altro che un cartello.”

“Ci opponiamo a una conservazione caratterizzata da logiche di mercato, accaparramento di terre, finanziarizzazione della natura, greenwashing da parte dei grandi inquinatori e false Soluzioni basate sulla natura (NBS). Esigiamo uguaglianza, consenso, trasparenza, rispetto e dignità.” 

Questa Dichiarazione, dai toni molto fermi, è stata sottoscritta dai 60 rappresentanti indigeni provenienti da 16 paesi del mondo che hanno partecipato a questo incontro senza precedenti. Essi hanno anche dato vita a una nuova rete, la Indigenous Lands Alliance (Alleanza per le terre indigene), per promuovere le istanze contenute nella Dichiarazione di Nairobi.

I rappresentanti indigeni provengono da:

  • Argentina (popoli Qom e Mbya Guarani)
  • Bolivia (popolo Uchupiamona)
  • Botswana (popolo Kua)
  • Cambogia (popolo Bunong)
  • Camerun (popolo Baka)
  • Colombia (popolo Pasto)
  • Congo (rep.) (popolo Baka)
  • Ecuador (popolo Kichwa)
  • India (popolo Jenu Kuruba)
  • Kenya (popoli Ogiek, Samburu, Rendille, Masai, Borana, Sengwer)
  • Nepal (popolo Tharu)
  • Perù (popolo Kichwa)
  • Tanzania (popolo Masai)
  • Tailandia (popolo Karen)
  • Uganda (sottogruppo Mosopisyek/Kalenjin)
  • Stati Uniti (nazioni Diné e Dakota)

Note ai redattori:

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giovedì 22 ottobre 2026

Parigi in fiamme: le immagini surreali del turismo di massa - Angela Fais

 

Di fronte alle immagini dei turisti spagnoli che al Louvre hanno insultato gli studenti per aver bloccato l’accesso al museo, o alle due turiste che, sempre a Parigi, cercano il B&B in una piazza in cui divampano violentissimi scontri, restiamo profondamente colpiti.

E non ci stupiamo che i video siano diventati virali insieme agli altri, quello della ragazza che fa jogging lungo un boulevard nero e nebbioso o quello della coppia che sorseggia il caffè come se la città attorno non stesse letteralmente bruciando in preda alla guerriglia urbana.

Ci colpiscono intensamente perchè ci mostrano senza veli gli esiti cui il neoliberismo inevitabilmente approda attraverso una calcolata atomizzazione sociale e una sistematica depoliticizzazione della società, facendo si che, non senza stridore, nello stesso spazio fisico si posizionino, come mondi paralleli, segmenti sociali politicamente inconciliabili. 

Queste immagini in realtà sono una metafora potentissima in cui si condensa la frattura sociale profonda e strutturale che il neoliberismo produce, costituendosi come dispositivo di polarizzazione economica e frammentazione sociale che, concentrando i capitali nelle mani di pochi - sempre più pochi - progressivamente impoverisce la classe media e crea marginalità sociali.

 

Senza ombra di dubbio possiamo dire che i protagonisti dei reel sono degli idioti.

Non perché si sia testato il loro Qi, ma “idioti” ( ?δι?της ) nel senso greco del termine, nell'accezione in cui Pericle recita, come riporta Tucidide, nella Atene del 431 a.c. nell’epitaffio in onore ai caduti alla fine del primo anno della guerra del Peloponneso: “Un cittadino che non si interessa dello Stato non lo consideriamo pacifico, ma inutile”.

Ricordiamo che nell’antica Grecia chi non prendeva parte alle riunioni dell’ Ecclesia era esposto al pubblico ludibrio, essendo considerata un’onta non interessarsi alla cosa pubblica. Per convogliare i cittadini nell’area dell’  Ecclesia il giorno del voto si usava cingere la piazza dell’ Agorà con una corda intrisa di color rosso che avrebbe marchiato le vesti dei ritardatari.

Oggi i turisti sono guidati da aspettative costruite sulla base dell’omologazione e di luoghi comuni che hanno ridotto ogni nostra città a cartolina, semplice sfondo di un post sui social. Aspettative che fanno si che la città reale, in cui la rivolta divampa in tutta la sua violenza, resti solo uno sfondo sfocato che interferisce con il loro tour, nonché banale luogo comune da ricalcare ancora una volta, ma forte abbastanza da prevalere sulla realtà. Quasi che la Parigi disneyficata, in una percezione aberrante, riesca ad avere la meglio sulle fiamme, il fumo delle molotov, i lacrimogeni e la violenza.

Ma se sulla dimensione sociale della rivolta riesce a prevalere con tutta la sua forza l’ottusità del privato, ci troviamo irrimediabilmente in una società abitata da idioti. Ricordiamoci sempre che il neoliberismo prima che una dottrina economica è un progetto di vita sociale.

Di una città della quale neghiamo la sua dimensione sociale, politica , restano solo le pietre e individui che vivono come “idiotes”: privati cittadini che non partecipano in alcun modo alla vita pubblica e politica della comunità, sono disinteressati, “non pacifici” ma idioti.

E mentre le turiste guardano gli smartphone, così come gli altri due che seduti a un tavolino sorseggiano caffè e fumano, viene a galla una mostruosa disconnessione. Avulsi in un’ottusa ‘bolla turistica’ che riduce la città reale a puro sfondo e declassa la rivolta a imprevisto logistico che può rovinare la vacanza, la rivolta urbana, il malessere sociale è ridotto e ricondotto a mero rumore di fondo.

In realtà la scena comunica un fortissimo tema di classe:

da un lato “i reietti della città” come li chiama Loïc Wacquant, espulsi dalle  città-vetrina che vorrebbero definitivamente sganciarsi dalla materialità di un conflitto di classe sempre più bruciante, per imporre la presenza e il dominio di élite, speculatori e consumatori globali che la città la attraversano consumandola come fosse un prodotto tra gli altri.

Se però le città vengono epurate e depurate della propria memoria, elemento opaco e spurio di cui son composti i mattoni della storia, a favore delle città vetrina, astoriche e acritiche, il conflitto di classe viene declassato a fastidiosa interferenza di fondo, un contrattempo fastidioso. Tuttavia laddove il cittadino è sostituito da turisti e consumatori facoltosi, la materialità ritorna sempre come rimosso, attraverso i conflitti urbani.

L’espulsione dalla città del suo proletariato, respinto nelle periferie attraverso un atto di violenza fortissima che prende il nome di gentrificazione, genera movimenti di resistenza e di classe, spostando l’asse del conflitto dalle fabbriche, ormai chiuse da un pezzo, alla città.

E noi dobbiamo prenderne atto per non rischiare di diventare degli idioti.

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mercoledì 21 ottobre 2026

In 5 anni chiuse 500 botteghe, in 38 Comuni non c’è neanche un negozio di alimentari: tutti i dati - Francesco Zizi

Quasi cinquecento le piccole botteghe chiuse negli ultimi cinque anni nei comuni già colpiti dallo spopolamento. Trentotto, sono invece i paesi della Sardegna in cui non esiste più un negozio specializzato in alimentari. In otto piccoli non c’è nemmeno più un minimarket. I rapporti della Camera di Commercio di Sassari, letti in successione, restituiscono la foto di un’isola che - dopo scuole, chiese, ambulatori e pronto soccorso -, perde anche un altro pilastro economico e sociale fondamentale. Un ritirata silenziosa che in alcuni borghi ha già lasciato un vuoto difficilmente colmabile.

Il dato più preoccupante è l’ultimo, quello che riguarda il rapporto “Sardegna imprese” del 2026, che riporta i dati del 2025. Lo scorso anno in 38 comuni dell’isola, non risulta alcuna impresa attiva di commercio al dettaglio, specializzato in alimentari e bevande. Niente macellaio, niente pescheria, niente panettiere e niente frutta e verdura. In ben otto comuni invece, il deserto è totale: Cheremule, Baradili, Bidonì, Boroneddu, Curcuris, Tadasuni, Villa Sant’Antonio e Tinnura non hanno neppure un minimarket. In alcuni di questi non c’è un solo negozio, di nessun genere. Per comprare il pane bisogna prendere l’auto e andare altrove, spesso macinando chilometri e chi l’auto non ce l’ha resta a casa.

Sono invece 53 i comuni con al massimo due imprese alimentari, quasi uno su sette. In ventidue piccoli borghi invece, si regge tutto su un’unica attività: Aidomaggiore, Allai, Asuni, Neoneli, Osidda, Sagama, Turri. Basta una pensione, una malattia, un bilancio che non torna, e anche lì la saracinesca rimane giù. Intanto la rete si sbilancia verso le grandi città: delle 9.236 imprese alimentari dell’isola, il 43,5% si concentra nei dieci comuni più grandi. In 134 comuni, più di uno su tre, sono cinque o meno. E il saldo, in tutti questi piccoli paesi, riporta sempre un numero negativo.

In 88 piccoli comuni dell’isola, tra il 2020 e il 2025, le imprese del commercio al dettaglio sono passate da 3.925 a 3.426, quasi cinquecento in meno: il -12,7%. In 69 degli 88 comuni, il saldo è negativo e solo in nove positivo.

Nel Nord Sardegna, solo Alghero perde 98 attività, ma è nei piccoli borghi che il peso di una chiusura si avverte molto di più. Monti passa da 37 a 23, Pattada da 30 a 22, Luras da 26 a 19, Siligo da 13 a 9. Dove le botteghe si contano sulle dita di una mano, perderne anche solo due significa dimezzare l’offerta.

Dietro il bancone il quadro non migliora. A fine 2020 le industrie alimentari e delle bevande attive in Sardegna erano 2.126, a fine 2025 sono 2.032, 94 in meno. Ma a pagare il prezzo più caro è sempre la filiera del cibo, che è anche quella che rifornisce i territori più periferici. Piccoli panifici o caseifici, salumifici in cinque anni scendono da 1.987 a 1.875, mentre sono in leggera crescita cantine e birrifici. Fino al 2024, ultimo anno confrontabile, gli addetti erano però cresciuti da 12.258 a 12.833. Sintomo di un fenomeno che riguarda tutti quasi tutti i settori dell’economia: si rafforzano e si espandono le grandi imprese, muoiono le piccole realtà.

La mappa della desertificazione commerciale ha un baricentro negativo che pende verso le province di Cagliari e Oristano. Trenta dei 53 comuni più a rischio di chiusura totale dei piccoli presidi alimentari sono borghi dell’Oristanese interno, tra Barigadu e Marmilla: paesi di poche centinaia di abitanti, dove l’età media sale e i giovani partono per l’assenza di servizi essenziali. Dodici sono nel Nuorese, undici tra Sassarese e Gallura. Nessun territorio, insomma, può dire di essere al riparo. Lo stesso Sud perde anche i piccoli laboratori, parte fondamentale della filiera, che molto spesso è unica. Tra Cagliari e Oristano le industrie alimentari passano da 1.008 a 925, ottantatré in meno. Nel Nord Sardegna scendono da 549 a 526. Controcorrente il Nuorese, unico territorio in crescita, da 569 a 581: lì la trasformazione dei prodotti della terra e del pascolo resta ben ancorata alle radici.

La tendenza nazionale

Quello che sta succedendo nell’isola è il tassello locale di una desertificazione commerciale che attraversa tutta Italia. A livello nazionale sono 1.064 i comuni che non hanno più un negozio di alimentari in sede fissa. Oltre un milione e mezzo di persone vive senza un minimarket o un piccolo esercizio alimentare nel proprio comune, 265mila senza nemmeno un bar. Dal 2019 sono sparite 111mila imprese del commercio al dettaglio e 24mila bar, e circa 72mila erano attività di prossimità di base: forni, fruttivendoli, macellerie, pescherie, tabaccherie, edicole. Sul fronte della produzione, invece, il confronto nazionale restituisce un'immagine meno cupa.

Tra il 2020 e il 2024, ultimo periodo misurato con la stessa classificazione, le industrie alimentari e delle bevande sarde sono scese da 2.126 a 2.050, il 3,6% in meno. In Italia il calo è stato del 5,1%. Solo Campania e Piemonte hanno fatto meglio dell'isola, mentre Toscana, Lazio e Marche hanno perso tra il 7 e il 9%. Gli addetti crescono del 4,7%, in linea con la media nazionale. Il vero problema però, è che le imprese sarde restano piccolissime, molto spesso a conduzione familiare. In media, in un’azienda dell’isola lavorano 6,3 addetti contro i 10,7 del resto del Paese. Più piccole vuol dire anche più fragili.

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