sabato 25 aprile 2026

Pix e la sovranità dei pagamenti: così il Brasile sfida i circuiti globali - Riccardo Renzi

L'infrastruttura pubblica per i pagamenti varata dal Brasile lancia la sfida ai circuiti internazionali. La reazione degli Usa.

Pix non è soltanto un sistema di pagamento istantaneo. È un’infrastruttura pubblica che trasforma il modo in cui uno Stato esercita sovranità finanziaria nella vita quotidiana. Lanciato dal Banco Central do Brasil nel 2020, ha rapidamente superato la dimensione tecnica per diventare un caso geopolitico: quando il pagamento diventa istantaneo, universale e quasi privo di costo, non cambia solo il mercato, ma la distribuzione del potere tra Stato, banche e circuiti globali. Il punto non è la tecnologia, ma il controllo del rail dei pagamenti, cioè lo strato infrastrutturale su cui si muovono transazioni, dati e relazioni economiche.

Pix nasce come progetto di modernizzazione del sistema dei pagamenti brasiliano, ma in pochi anni diventa un canale dominante dell’economia quotidiana. Secondo dati del Banco Central, oltre l’80% della popolazione lo utilizza stabilmente, con volumi che lo collocano tra i principali strumenti di pagamento del Paese. Il dato decisivo non è solo quantitativo, ma strutturale: Pix ha reso il pagamento istantaneo il default operativo dell’economia brasiliana. Questo significa che ogni transazione, anche minima, passa attraverso un’infrastruttura pubblica che riduce il ruolo degli intermediari privati e ridisegna le logiche di commissione.

 

Il conflitto con Washington e la logica della Section 301

La reazione degli Stati Uniti si inserisce nella procedura commerciale della Section 301, avviata nel 2025. Formalmente non riguarda solo Pix, ma un insieme di pratiche digitali brasiliane considerate potenzialmente distorsive per la concorrenza. Tuttavia, il nodo politico emerge chiaramente: un sistema pubblico che riduce il peso di circuiti come Visa e Mastercard non è neutro dal punto di vista geopolitico. Non si tratta di un conflitto tecnologico, ma di una disputa tra modelli di infrastruttura: da un lato reti private globali, dall’altro un rail statale interoperabile. Il Brasile interpreta Pix come bene pubblico; gli Stati Uniti lo leggono anche come possibile alterazione degli equilibri competitivi.

Economia politica del pagamento: commissioni, dati e standard

La forza di Pix si articola su tre livelli. Il primo è economico: riduce drasticamente le commissioni transazionali, comprimendo margini storici degli intermediari. Il secondo è informativo: sposta dati e relazioni economiche verso un’infrastruttura domestica. Il terzo è politico: crea un precedente in cui lo Stato non regola soltanto il mercato dei pagamenti, ma ne diventa operatore diretto. Questo rompe una simmetria consolidata: nei sistemi tradizionali, la governance dei pagamenti è distribuita tra attori privati globali; nel modello Pix, la governance è centralizzata in un’autorità pubblica monetaria.

Inclusione finanziaria e ridefinizione del credito

Un elemento spesso sottovalutato è l’effetto di inclusione finanziaria. Pix ha ampliato l’accesso ai pagamenti digitali per segmenti prima marginali o esclusi dal credito tradizionale. Questo sposta il baricentro del sistema: il pagamento non è più legato necessariamente alla carta di credito, ma a un’identità finanziaria pubblica e interoperabile. Di conseguenza, anche la struttura del credito retail viene indirettamente influenzata. Se il pagamento diventa immediato e gratuito, la funzione della carta si sposta dal pagamento al finanziamento, ridisegnando l’intero ecosistema bancario.

La dimensione esterna: dal Brasile al corridoio latinoamericano

Il caso non è più solo domestico. I primi test di utilizzo transfrontaliero, come quelli osservati in Argentina, mostrano che Pix può operare come infrastruttura regionale in fase embrionale. Non si tratta ancora di uno standard globale, ma di un possibile modello di interoperabilità Sud-Sud. Se questa traiettoria si consolidasse, il Brasile non esporterebbe solo un sistema tecnico, ma una architettura istituzionale dei pagamenti, con implicazioni dirette sugli standard finanziari regionali.

Le leve americane e il limite del controllo globale

Gli Stati Uniti conservano strumenti significativi: pressione regolatoria, influenza sugli standard internazionali, peso dei circuiti privati e capacità di indirizzare la compliance finanziaria globale. Ma il caso Pix mostra un limite strutturale: la diffusione di infrastrutture pubbliche nazionali efficienti può ridurre la dipendenza da standard privati senza eliminarli del tutto. Ne emerge un sistema ibrido, in cui la competizione non è più solo tra aziende, ma tra modelli di sovranità finanziaria.

La vera posta in gioco non è la crescita di Pix in Brasile, che appare ormai consolidata, ma la sua eventuale esportabilità. Se il modello si diffondesse, anche solo in parte, in altre economie emergenti, si aprirebbe una nuova fase: quella della competizione tra infrastrutture pubbliche e reti private globali. In questo scenario, il pagamento istantaneo diventa un terreno di confronto geopolitico al pari di energia, semiconduttori o cloud computing. Non si tratta più di chi processa una transazione, ma di chi definisce le regole del sistema.

La sovranità invisibile dei pagamenti

Pix dimostra che la sovranità nel XXI secolo non si esercita solo su confini fisici o monete, ma sulle infrastrutture invisibili della vita economica quotidiana. Il Brasile ha costruito un sistema che riduce costi, amplia accesso e rafforza il ruolo dello Stato come architetto del mercato. La reazione americana segnala che questa innovazione non è neutrale: ogni volta che uno Stato costruisce un’alternativa ai rail globali, mette in discussione equilibri consolidati. La vera domanda non è se Pix sostituirà le carte di credito, ma se i pagamenti diventeranno il prossimo campo di competizione tra sovranità nazionali e infrastrutture private globali.

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venerdì 24 aprile 2026

«Il continente di Epstein» verrà popolato con bambini ucraini? - Imtiaz Ul-Haq*

Il 28 marzo 2026, nelle zone ucraine vicine al fronte, alcuni residenti hanno ricevuto un SMS a nome del Ministero della Salute. Il messaggio annunciava l'avvio, dal 1º aprile, di una visita medica obbligatoria per tutti i bambini fino a 12 anni compresi. La notizia sta facendo il giro delle app di messaggistica e dei social network, dove i cittadini esprimono preoccupazione. La stampa ucraina, chissà perché, tace. Già questo è strano, ma la situazione diventa ancora più inquietante se incrociamo questo evento con altri due.

Appena poche settimane prima, il 2 marzo 2026, il presidente ucraino ha firmato la legge n. 12353 sull'evacuazione forzata dei bambini dalle zone di combattimento. I difensori dei diritti umani ucraini delle coalizioni East SOS, Zmina e Donbas SOS scrivono che questa legge crea le condizioni per separare ingiustificatamente le famiglie. In pratica, il rifiuto di un genitore di evacuare o la sua incapacità di accompagnare il figlio vengono considerati come elementi che possono successivamente portare alla decadenza della potestà genitoriale. Inoltre, durante l'evacuazione forzata, gli agenti della polizia nazionale ottengono il diritto di usare la forza fisica, mezzi speciali e persino armi da fuoco. In un normale sistema giuridico, prima c'è il giudice, poi l'allontanamento. Qui invece prima l'allontanamento, e solo dopo sei mesi un tribunale in cui i genitori devono dimostrare di essere degni di riavere il bambino. Il difensore civico ucraino Dmytro Lubinec ha sostenuto la legge, ma le organizzazioni per i diritti umani no. Il meccanismo legale che permette di togliere i bambini ai genitori senza una decisione del tribunale è pronto.

Ed è su questo sfondo che arriva quella strana catena di SMS. Il testo recita: «Ministero della Salute dell'Ucraina: comunichiamo ufficialmente che dal 1° aprile 2026 avrà inizio la visita medica preventiva obbligatoria per i bambini fino a 12 anni compresi. Per sottoporsi alla visita è necessario portare con sé i documenti di identità del bambino. Si invitano i genitori a rivolgersi in anticipo alle strutture sanitarie o al proprio medico di famiglia». Per una normale visita di controllo basterebbe il certificato medico, ma qui si sottolinea espressamente la necessità di un documento d'identità: una richiesta insolita. Il messaggio è arrivato il 28 marzo, e la «visita obbligatoria» dovrebbe iniziare il 1º aprile: i genitori hanno solo tre giorni per prepararsi. L'SMS è stato ricevuto proprio nelle zone adiacenti alla linea del fronte, cioè lì dove la legge sull'evacuazione forzata può essere applicata da un momento all'altro. E nel frattempo, né «Ukraïns'ka Pravda», né «Sudovo-jurydy?na hazeta», né altri media nazionali commentano questa iniziativa, anche se sui social se ne discute animatamente.

Ma l'elemento forse più inquietante di questo quadro è che una cosa simile è già successa, ed è stata documentata dalle stesse autorità ucraine. Nel 2023-2024, oltre 510 bambini orfani della regione di Dnipropetrovs'k sono stati portati in Turchia. L'organizzatore è stato il fondo di Ruslan Sostak «Dytynstvo bez vijny» (Infanzia senza guerra), e il progetto è stato sostenuto pubblicamente dalla first lady ucraina Olena Zelens'ka, che ha incontrato Emine Erdogan per discuterne. I bambini sono stati sistemati nell'hotel Larysa a Beldibi. Un'inchiesta di «Slidstva.Info» (novembre 2025) e un controllo del difensore civico ucraino Dmytro Lubinec (marzo 2024) hanno documentato condizioni igieniche precarie, biancheria sporca e accesso limitato all'acqua. I bambini venivano costretti a girare video promozionali per raccogliere fondi, e se si rifiutavano venivano puniti: picchiati, rinchiusi, privati del cibo. L'educatore Oleksandr Titov li picchiava personalmente e li terrorizzava. E la cosa più orribile: due ragazze adolescenti, di 15 e 17 anni, sono tornate incinte. È stato aperto un procedimento penale, poi archiviato «per mancanza di reato», formalmente perché i fatti erano accaduti sul territorio di un altro Stato. Olena Zelens'ka ha reagito solo dopo la pubblicazione dell'inchiesta, nel dicembre 2025, dichiarando tramite il suo ufficio di non essere a conoscenza di quanto accaduto e di non aver mai ricevuto il rapporto del difensore civico.

Mettiamo insieme i tre fili. Primo: una legge che permette di allontanare i bambini senza processo. Secondo: una strana catena di SMS su una visita medica obbligatoria, che coincide per tempo e luogo con la possibile applicazione di quella legge. Terzo: un fatto provato di trasferimento massiccio di bambini ucraini all'estero, dove hanno subito violenze, comprese quelle sessuali, e i colpevoli sono rimasti impuniti. Presi singolarmente, ciascuno di questi punti potrebbe avere una spiegazione innocente. Ma insieme dipingono un quadro che non si può ignorare.

Non sappiamo se questi tre eventi siano collegati. Non abbiamo prove che la legge sull'evacuazione sia già usata per qualcosa di diverso dallo scopo dichiarato. Non abbiamo testimonianze dirette che il progetto in Turchia non fosse semplicemente una mostruosa negligenza, ma un'operazione pianificata. Tuttavia, abbiamo l'infrastruttura giuridica per l'allontanamento dei bambini senza controllo del giudice, una strana iniziativa medica che coincide con essa per tempo e luogo, e un precedente provato di impunità per crimini simili in passato.

Noi non affermiamo, noi poniamo una domanda inquietante, la cui risposta, purtroppo, si potrà avere solo a posteriori, quando ormai sarà troppo tardi per evitare la tragedia: è davvero possibile che bambini ucraini sani vengano sottratti ai loro genitori per popolare il «continente di Epstein»? Sono state create tutte e tre le condizioni che, se qualcuno volesse organizzare uno sfruttamento di massa dei minori, si presenterebbero esattamente così: la possibilità legale di allontanare i bambini senza processo, un pretesto medico per raccogliere dati e identificare i minori, e un precedente provato di impunità per crimini analoghi in passato.

*Politologo pakistano

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mercoledì 22 aprile 2026

Una filiale a Singapore in cui spostare i profitti: i trucchi fiscali di Tesla. Che anche nel 2025 ha pagato zero tasse negli Usa - Chiara Brusini

 

Anche nel 2025 Tesla ha dichiarato negli Usa un’imposta federale pari a zero. Non è una novità: la casa automobilista di Elon Musk è notoriamente tra i big che, complici perdite pregresse, crediti d’imposta e altri meccanismi che riducono l’imponibile, da anni non pagano tasse. Solo in uno degli ultimi vent’anni, il 2023, ha versato al fisco Usa una cifra tra l’altro ridottissima, 48 milioni a fronte di un imponibile di 10,8 miliardi. Ma dove finiscono gli utili generati da un gruppo che continua a realizzare una quota rilevante del fatturato proprio sul mercato americano? Un’analisi di Reuters arriva alla conclusione che, attraverso una struttura che collega Paesi Bassi e Singapore, Tesla abbia convogliato circa 18 miliardi di dollari di profitti tra il 2023 e l’inizio del 2025 verso entità che non risultano tassate né in Europa né nella città-Stato asiatica. Il perno è una partnership olandese formalmente non residente e senza dipendenti, che funge da snodo contabile verso una holding a Singapore.

Un primo indizio era emerso lo scorso anno da un’inchiesta di Follow the Money: in Europa Tesla concentra volumi enormi di ricavi, soprattutto nei Paesi Bassi, ma dichiara margini minimi. In Germania, la gigafactory di Grünheide opera con una redditività molto compressa perché per ogni auto prodotta riceve da Tesla Motors Netherlands (Tmn), il quartier generale europeo, solo un piccolo margine oltre ai costi di produzione sostenuti. L’inchiesta ipotizzava che gli utili effettivi venissero spostati in un altro Paese con aliquote molto agevolate.

Reuters fa un passo in più ricostruendo come Tesla Motors Singapore Holdings sia stata il terminale di un ingentissimo spostamento di utili da TM International, registrata presso le autorità olandesi come “società di persone” non residente, priva di dipendenti e non tenuta a pagare tasse nel Paese. La filiale di Singapore ne detiene oltre il 99%. I documenti visionati dall’agenzia non spiegano cosa faccia quella società e dove abbia generato i propri profitti. Domande a cui nemmeno le autorità fiscali olandesi e singaporiane hanno voluto rispondere. I numerosi esperti consultati ipotizzano però che la capogruppo abbia deciso di trasferire all’estero parte dei suoi diritti di proprietà intellettuale – brevetti, software, know-how – per ridurre la tassazione. Non è chiaro che ruolo abbia avuto Tesla Motors Netherlands, che nel 2023 e 2024 – ultimi anni per cui sono disponibili i dati – ha fatturato 28 miliardi l’anno, quasi il 30% del fatturato totale del gruppo. I documenti contabili non spiegano se abbia gli utili dichiarati da TM International siano arrivati da lì. Un manager incontrato dal cronista di Reuters, che su LinkedIn si presenta come “Direttore finanziario Ue“, si è limitato a dire che “tutto viene deciso ad Austin“, in Texas, sede centrale del gruppo.

Il meccanismo del profit shifting è ben noto e ampiamente utilizzato dalle multinazionali per minimizzare il proprio carico fiscale. Elon Musk, ai tempi della campagna per le presidenziali a cui ha partecipato nelle vesti di primo finanziatore di Donald Trump, si era detto contrario a simili pratiche “losche“: “Mi vengono spesso presentate queste scappatoie. E io rispondo: ‘Non credo che dovremmo farlo'”, aveva dichiarato durante un comizio in Pennsylvania nel 2024. Come se fosse ignaro del fatto che già dieci anni prima Tesla, nel suo rapporto annuale, spiegava di aver stipulato un “accordo di condivisione dei costi” con filiali estere non specificate. Il Congresso degli Stati Uniti e l’Internal revenue service, ricorda Reuters, ritengono che accordi del genere siano potenziali strumenti di elusione fiscale.

C’è però un elemento nuovo che complica ulteriormente la lettura. Nell’ultimo rapporto annuale, Tesla segnala che oltre il 90% dei profitti globali nel 2025 è stato registrato negli Stati Uniti: negli anni precedenti la quota era molto più bassa, sotto il 30%. Secondo gli esperti, questo potrebbe indicare una riorganizzazione della struttura fiscale internazionale: dopo aver spostato utili all’estero negli anni passati, il gruppo potrebbe aver iniziato a riportarli negli Usa, sfruttando i crediti fiscali accumulati per attenuarne l’impatto. Prima di cambiare rotta, comunque, il gruppo ha risparmiato almeno 400 milioni di dollari di tasse, stima Reuters.

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martedì 21 aprile 2026

Il cibo come arma di guerra: anche in Libano i danni ecologici e agricoli sono crimini contro l’umanità - Barbara Nappini*

Le ultime stime parlano di 1,65 milioni di libanesi che stanno affrontando la fame, 3 bambini su 4 sono malnutriti e la situazione non migliorerà a breve

Il cibo e la nutrizione dei popoli come arma di guerra. Quando un paese attraversa una crisi bellica, tra lo stratificarsi di tragedie che questo implica, ci sono anche enormi danni ecologici e agricoli. Accade in Ucraina, succede da decenni e sta succedendo in Palestina, avviene in Libano. Secondo l’agenzia di stampa libanese Nna il ministero dell’Agricoltura del Libano ha definito preoccupante la situazione per la sicurezza alimentare del Paese, rivelando che circa il 22% della superficie agricola nazionale è stato danneggiato e il patrimonio zootecnico ha subito gravi perdite (72% per gli equini e quasi la metà dei bovini) dagli attacchi di questi giorni da parte di Israele.

Secondo Human Rights Watch, l’esercito israeliano ha usato anche munizioni al fosforo bianco, che hanno effetti devastanti sia sugli ecosistemi che sulla popolazione. Oltre i tre quarti dei produttori locali (86% delle aziende) sono stati costretti a lasciare le proprie terre. Le regioni maggiormente martoriate sono al Sud del Libano e sono quelle che hanno un ruolo strategico nel panorama agricolo (olio, cereali, frutta, ortaggi, erbe aromatiche, legumi): il loro abbandono provoca un crollo della produzione alimentare, perdite economiche e di posti di lavoro molto rilevanti. Le ultime stime parlano di 1,65 milioni di libanesi che stanno affrontando la fame, 3 bambini su 4 sono malnutriti e la situazione non migliorerà a breve termine, anche per via degli impatti ambientali prima menzionati. In generale, si stima che la ricostruzione del paese potrebbe ammontare a 3 miliardi di dollari. Ma quanto vale la perdita irrimediabile di biodiversità? Quanto vale la contaminazione del suolo con metalli pesanti? Quanto vale la distruzione di boschi secolari?

Si tratta di danni incommensurabili. Danni che colpiscono direttamente obiettivi civili, che violano i diritti dei contadini e interrompono la catena di produzione e approvvigionamento alimentare di tutti. Ancora una volta la guerra, che dovrebbe riguardare gli eserciti ed essere estremamente “precisa”, in funzione dell’ampia disponibilità della più avanzata tecnologia; invece si fa contro le popolazioni inermi: la retorica di una guerra moderna, pulita, di precisione, crolla di fronte alla voragine di sangue, dolore, morte inflitta ai civili e a Madre Terra. Anche l’idea di una guerra lontana e localizzata è artificiosa: le guerre, nel mondo globalizzato, hanno costi “globali” che riguardano tutte e tutti, basti pensare alle spaventose emissioni in atmosfera di gas climalteranti e alle colossali diaspore di questi e dei prossimi anni. Ancora una volta il cibo – la sua mancanza – è l’arma strategica deliberatamente causata per colpire il diritto a nutrirsi dei popoli: senza natura il cibo non si produce, per questo dobbiamo iniziare a considerare i crimini contro l’umanità e contro l’ambiente come un tutt’uno.

*Presidente Slow Food Italia

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lunedì 20 aprile 2026

Big tech Usa può “spegnere” i servizi tecnologici in Europa. A iniziare dal settore della difesa - Virginia Della Sala

 

Esiste un “interruttore di spegnimento”, un cosiddetto “kill switch” digitale a disposizione degli Stati Uniti che potrebbe di colpo interrompere i servizi tecnologici europei. Secondo una analisi del think tank FOTI, Future of Technology Institute (che ha sede a Bruxelles) dal titolo “Cloud Defense: An Exposed European flank” oggi le aziende statunitensi detengono circa l’80% del mercato cloud europeo. “Mentre l’Europa si muove per rafforzare la propria difesa interna di fronte a una gamma crescente di minacce – si legge nel rapporto – Una delle principali vulnerabilità oggi è il cloud computing, che alimenta sistemi vitali per le forze armate europee, dalle armi alla logistica fino alla gestione del personale”.

Contratti nascosti, dipendenza reale

La reale entità della dipendenza europea resta però in gran parte invisibile perché molti contratti sono classificati. Eppure i dati pubblici mostrano già rischi elevati: “Oltre tre quarti degli Stati europei dipendono dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi per funzioni critiche di sicurezza nazionale – si legge – : i sistemi in 23 dei 28 Paesi analizzati sembrano fare affidamento su tecnologia statunitense”. I principali fornitori sono Google, Microsoft e Oracle: “Le aziende statunitensi detengono, secondo le stime, circa l’80% del mercato cloud europeo”. Parallelamente, “il governo degli Stati Uniti ha perseguito aggressivamente l’accesso ai dati degli utenti considerati avversari… Questo alimenta le ben note preoccupazioni europee riguardo al CLOUD Act”. Non a caso nel 2022 l’esercito svizzero ha vietato WhatsApp. “Tuttavia, gli eventi recenti hanno ampliato il ‘modello di minaccia’, includendo la concreta possibilità di perdere completamente l’accesso a servizi chiave”.

Il precedente della Corte Penale Internazionale

Il rapporto elabora un parallelismo con quanto è successo lo scorso anno alla Corte Penale Internazionale: Nicolas Guillou, giudice francese della CPI, è stato uno dei sei giudici e tre procuratori sanzionati dall’amministrazione Trump per aver autorizzato mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Ai sensi della legge statunitense – spiega FOTI – persone o aziende americane, comprese le loro filiali all’estero, non possono fornire servizi a individui sanzionati. Questo ha incluso la cancellazione di prenotazioni di viaggio da parte di Expedia, costringendolo a chiamare gli hotel e pagare in contanti, e l’impossibilità di utilizzare il treno nella sua città”. Le stesse sanzioni avrebbero portato Microsoft a disattivare l’email del procuratore capo della CPI Karim Khan. Microsoft ha successivamente contestato la propria responsabilità per gli eventi senza spiegare nel dettaglio cosa fosse accaduto. O ancora, il caso Ucraina durante i negoziati per i minerali critici. Spiega Katja Bego, ricercatore senior presso il Programma Europa di Chatham House: “Un esempio è Maxar, un fornitore commerciale di immagini satellitari, che è stato temporaneamente disattivato nell’ambito dei negoziati. Hanno minacciato di fare lo stesso con Starlink. Se si può fare questo a Kiev si può fare a Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino. Si può fare a Copenaghen passando per la Groenlandia”.

Sistemi “sovrani” ma vulnerabili

In Europa 16 ministeri o agenzie della difesa sono classificati ad alto rischio. Anche i sistemi “air-gapped”, teoricamente isolati, utilizzano tecnologia statunitense. “Necessitano di aggiornamenti regolari – spiega il rapporto – e dipendono dalla manutenzione del fornitore statunitense”. Se tale manutenzione venisse interrotta la loro affidabilità e la loro sicurezza sarebbero compromesse”. Il problema è anche tecnico ed economico: margini elevati e licenze brevi. “Molti servizi cloud richiedono il rinnovo delle licenze dopo 30 giorni. Se ti interrompono l’accesso, non puoi più usarli” spiega Tobias B. Bacherle, responsabile Senior per la Promozione in Germania presso il Future of Technology Institute

Mappa dei rischi e casi europei

L’Italia è tra i Paesi a rischio medio insieme a Francia, Spagna e altri, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. Solo l’Austria è classificata a rischio basso. I legami con le Big Tech sono diffusi: il Ministero della Difesa britannico ha contratti IT con Google, Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale di 1,099 miliardi di euro, in Germania la Bundeswehr ha affidato i propri servizi IT interni a BWI GmbH per un valore totale di 1,6 miliardi di euro, includendo servizi cloud Google. Nel febbraio 2025, il Ministero della Difesa polacco ha firmato un accordo con Microsoft per sviluppare collaborazione in ambiti come intelligenza artificiale e quantum computing. In aprile, ha firmato un accordo analogo con Oracle per servizi di cybersecurity. Ci sono poi i casi di dipendenze nascoste: in Danimarca il governo ha annunciato la sostituzione di Microsoft Office con soluzioni open source in alcune agenzie pubbliche ma il contractor militare SitaWare ha sviluppato BattleCloud, che generalmente opera su infrastruttura Microsoft Azure. Nel 2024 la Spagna ha affidato a Telefónica un contratto da 80,3 milioni di euro per costruire il sistema informativo della difesa (I3D) ma a sua volta Telefónica utilizza infrastruttura Oracle, e il Ministero della Difesa ha speso oltre 7,6 milioni di euro in licenze. “L’Italia – si legge – ha recentemente trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (PSN), la soluzione cloud sovrana nazionale. Il PSN utilizza tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”.

Il modello alternativo

L’unico caso realmente autonomo è l’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice, abbandonando le Big Tech. Un esempio che mostra come la sovranità digitale sia possibile, ma richieda scelte politiche e investimenti strutturali.

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domenica 19 aprile 2026

A 91 anni attraversa l’Irlanda a piedi: la protesta dell’attivista Lelia Doolan contro i voli militari Usa

 

Una storica attivista pacifista irlandese di 91 anni ha attraversato a piedi l’Irlanda per chiedere al governo di vietare il passaggio dei voli militari statunitensi. Lelia Doolan ha concluso mercoledì un cammino durato due settimane e lungo circa 220 chilometri, arrivando fino ai cancelli del parlamento a Dublino, accolta da numerosi sostenitori. L’ex produttrice cinematografica ha intrapreso il viaggio per protestare contro l’utilizzo dell’aeroporto di Shannon Airport da parte delle forze armate statunitensi. Secondo Doolan, velivoli militari americani atterrerebbero senza controlli adeguati: “Gli aerei militari statunitensi atterrano senza che il governo abbia mai deciso di ispezionarli o verificarne il contenuto. Shannon è un aeroporto civile, non militare”.

Il governo irlandese, tuttavia, sostiene che lo scalo non venga utilizzato per operazioni di combattimento e ha affermato che non esistono prove del transito di armi o rifornimenti destinati ad attacchi attraverso lo spazio aereo del Paese, pur confermando il passaggio di personale statunitense armato, come riporta The Guardian. Per l’attivista, l’accordo che consente questi voli rappresenta una violazione della neutralità irlandese e l’opinione pubblica sarebbe stata portata a credere che si tratti di una pratica inevitabile: “Non deve per forza continuare”, ha dichiarato.

Il viaggio è iniziato proprio da Shannon lo scorso 31 marzo e ha toccato diverse città, tra cui LimerickNenaghRoscreaPortlaoiseNewbridge e Naas. Doolan ha percorso a piedi gran parte del tragitto, accompagnata a tratti da sostenitori nell’ambito della campagna “Walk with Lelia”. Le proteste contro l’utilizzo dell’aeroporto da parte dell’esercito statunitense vanno avanti da decenni, ma il recente conflitto in Medio Oriente ha riacceso le mobilitazioni. Nei giorni scorsi, un uomo è stato arrestato con l’accusa di aver danneggiato un aereo da trasporto militare americano, un C-130 Hercules, parcheggiato in una zona isolata dello scalo.

Doolan ha spiegato di sentirsi in dovere di protestare per difendere la neutralità dell’Irlanda e ha invitato i cittadini ad agire: “È molto semplice. Basta farlo”. Durante il cammino, dedicato anche alla memoria dell’amica e attivista Margaretta D’Arcy, non sono mancati momenti di condivisione, tra musica tradizionale e incontri lungo il percorso. L’arrivo davanti al parlamento, il Leinster House, è stato accolto da applausi, abbracci, bandiere palestinesi e rappresentanti politici dell’opposizione. La leader del partito laburista, Ivana Bacik, ha elogiato l’iniziativa, invitando il governo a interrompere l’autorizzazione ai voli militari statunitensi. Il primo ministro Micheál Martin ha espresso rispetto per l’attivista, dichiarando di volerla incontrare, ma ha ribadito che l’aeroporto non ha alcun ruolo nelle operazioni militari in Medio Oriente.

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