Nelle
ferite, nelle frontiere, nei volti dei migranti e dei poveri si nascondono le
tracce di un mondo diverso. Una riflessione sull’apocalisse come rivelazione,
insurrezione e possibilità di riscrivere la storia dal basso.
Apocalissi
leggere nel quotidiano
Introduzione
Gli alberi
fioriscono perché non possono parlare (Franco Arminio)
Un altro
nome di apocalisse potrebbe essere quello di insurrezione che poi è
sinonimo di ‘rivelazione’. Tra le due parole c’è una profonda connessione e per
così dire ‘ complicità’. Ogni autentica sovversione non è, in fondo, che
la rivelazione di un mondo altro che, fatto prigioniero da quello esistente,
è‘naturalizzato’ da un’apparente ineluttabilità. Le apocalissi sono dunque
incursioni che svelano l’ambizione di offrire chiavi di lettura per
interpretare la propria storia. Essa è parte integrante di quella più ampia che
involucra e incide su quella realtà che crediamo unica. Le apocalissi
hanno il sapore dell’ultimità e, per certi versi, di fragile passerella
per i tempi di crisi che sono i cambiamenti d’epoca.
Tracce
apocalittiche
Le ferite
come ‘feritoie’ del futuro
Anche
perdere ci appartiene (Rainer Maria Rilke)
Sono le
sconfitte che ci salvano e sono le debolezze che ci aprono all’inedito di un
futuro fuori da ogni schema o programmazione. Le ferite della guerra, del
dolore, della malattia, dei tradimenti propri e altrui, individuali e
collettive, proprio perché come ‘solchi’, consentono di seminare opportunità
rinnovate, autentiche ri-creazioni che dalla debolezza fanno germogliare la
novità. Non si spiegherebbe, infatti, come malgrado tutte le drammatiche
vicende della storia umana si apra il cammino, tortuoso ma reale, verso un
altrove che di fatto tradisce la nefasta eredità di ciò lo ha preceduto.
Non è
una legge codificata e scritta nella natura o nel destino umano.
Nondimeno meraviglia come da sconfitte talvolta indelebili possano scaturire
speranze e indicazioni per sentieri non battuti. Potremmo parlare di un destino
forse teologico nel senso ampio del termine. L’apparizione di un miracolo che
proprio dalla debolezza e dalle ferite, insinua un’insurrezione già avvenuta.
Da questo punto di vista ogni umana ferita è anche una ferita ‘divina’. Proprio
per questo l’apocalisse come rivelazione e opacità, trova il suo senso e
la sua precaria consistenza. Nessuna sofferenza o sconfitta umana andrà perduta
perchè le ferite sono come ‘crepe’ scavate nei muri di cinta. Esse, nelle
fortezze della vita umana, consentono di far passare, clandestinamente, la luce
Non c’è più
filosofia o teologia possibile dopo Auschwitz o Hiroshima/Nagasaki…ma solo la
divina debolezza che, con umiltà, tocca e identifica la sconfitta umana con la
propria. Il sepolcro, i cimiteri non sono l’ultima ma la penultima parola
scritta della storia. Essa va avanti, in modo discontinuo e ‘irregolare’ in
modo che dalle ferite possano nascere e crescere fragili ed eterne novità.
Sostare
sulle frontiere
...’Per
di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui
vogliono passare da voi, non possono, nè di lì possono giungere fino a
noi’… ( Lc 16, 26)
Abitare le
frontiere è un’esperienza unica e accorgersi di essere abitati da frontiere
è un’apocalisse, una rivelazione. Le frontiere sono variegate e sono fatte di
parole, di carta, di sabbia, di pietra, d’acqua, armate, metalliche o
elettroniche. Si trasformano in muri oppure magicamente in sorgenti di futuro
e, nel migliore dei casi, in ponti. In ogni caso sono inaggirabili perché
nasciamo, cresciamo e moriamo con esse e in esse. Le frontiere ci fanno e noi
facciamo le frontiere. Luogo di passaggio e anche di soggiorno ma soprattutto
luogo sul quale sostare ma non a lungo. Le frontiere sono mobili. Inventare,
costruite, reali, pericolose, opportunità di salvezza e al contempo griglia di
lettura, includente o escludente, dell’alterità.
Le frontiere
possono essere talvolta mortali e di fatto lo sono, in particolare per i poveri
o e per coloro che si avventurano oltre le ‘Colonne d’Ercole’ che l’Occidente
ha perpetuato da allora. Nel mare, nel deserto, nei campi di detenzione, nei
luoghi ibridi dove nè legge nè diritto assicurano la dignità inerente ad ogni
persona in qualunque stato o situazione essa sia. Cimiteri senza nome e al
contempo strada maestra per un futuro differente, le frontiere rappresentano e
rivelano meccanismi di potere, rapporti di forza e sono a volte occasione di
dialogo. Ma la grande frontiera è l’abisso!
Visibilissima
e al contempo invisibile perchè ‘naturalizzata’, la frontiera che divide il
mondo in tanti mondi si è approfondita, scavata, fino, appunto, a prendere la
forma di un abisso. Si trovano dei ‘sud’ nel NORD e dei ‘nord’ nel SUD, questo
è certo e risaputo. Nondimeno la linea di faglia tra Nord e Sud è ben reale.
Opera e utilizza le frontiere come mezzo e strumento di controllo sociale,
economico e politico. Si passa da una all’altra ma a caro prezzo. Da questa
prospettiva la frontiera rivela, alla maniera di un’apocalisse, come funziona
il mondo, l’economia, la politica, le relazioni umane e la messa in pratica di
ciò che si chiama ‘mobilità’. Diritto riconosciuto come tra i fondamentali
nella Dichiarazione Universale primigenia e purtroppo non applicato da buona
parte dei Paesi che compongono le Nazioni Unite.
I migranti,
nella loro ragionevole follia sono coloro che meglio hanno saputo interpretare
le frontiere e la loro messa in relazione con la storia della mobilità e
povertà. Essi, infatti sono una frontiera vivente che cammina, naviga, vola,
sogna e spera. Portano in loro stessi la loro frontiera, fatta di carne, di
sangue, di fatica, di sudore e di paura convertita in speranza o disperazione a
seconda del viaggio e soprattutto della destinazione dello stesso. Portatori di
qualcosa di unico e irripetibile. L’avvento di un mondo differente nel quale le
frontiere servano a credere che il grande abisso si converta, un giorno, in
tanti ponti o porti nei quali approdare accolti da una moltitudine in
festa.
Nei volti
sta scritto
Il futuro,
forse, può essere ascoltato, non previsto ( Russel Jacob)
Sono i
volti, prima incurvati e sottomessi dalle tante schiavitù, conseguenze delle
idolatrie, che si risollevano, perchè la liberazione non è lontana. Il volto,
ogni volto, è un’epifania, una rivelazione e dunque un’apocalisse leggera
dell’infinito nel tempo e nello sguardo. Tra le maschere e i volti ci sta tutta
la differenza che esiste tra la nudità che si offre all’altro e la fuga di chi
si nasconde dallo sguardo alieno. I volti sono una delle espressioni più
marcanti della nostra vulnerabilità perchè, in qualche modo, ci si dà ‘in
pasto’ agli occhi e alla percezione dell’altro. Si rischia la profanazione o la
lettura ambigua di ciò che non si è e che, comunque, appare, disponibile
persino al naufragio. Il volto rivela e nasconde perchè l’opacità appartiene di
diritto ad ognuno. Non tutto dev’essere visibile, misurabile e controllabile.
Occorre la saggezza e l’umiltà di rieducarsi ad accogliere il limite.
Volti nuovi
dei bambini, volti adulti e volti scolpiti dal tempo e dunque ricchi di
cicatrici, rughe e pezzi di vita attaccati ad impercettibili segni che solo
l’attenzione e il rispetto permettono di interpretare. Il sorriso, la
preoccupazione, il pianto e il dolore che, con la gioia, trovano nel volto uno
spazio unico e definitivo per ri-velarsi o meglio s-velarsi. Sui volti sta
scritta la vita, quella passata, presente e soprattutto quella futura. Nella
società dello ‘spettacolo’, dove i volti, specie femminili, sono offerti e
svenduti ad ogni tipo e qualità di sguardo.Forse la cosa migliore sarebbe
quella di ‘velare’ il volto o almeno una parte di questo, in modo da
riscoprirne la funzione che è qualla di introdurci al mistero. Così come il
venerdì santo con le croci.
Il
volto, infatti, non è che l’atrio del mistero, lo spazio tra il mondo esterno e
l’interiorità del sacro. Ecco perchè, specie nel femminile, quando il volto è
‘commercializzato’ e manipolato si opera una profanazione.
Nei poveri
si rivela la storia
Dove non
entra il povero Dio non entra/ Possono dire quello che vogliono/Possono fare
statue d’oro/ ma Dio non entra mai dalla porta dove non entra il povero (Arturo Paoli)
Una delle
più rivoltanti (o consolanti) apocalissi, ci ricorda il brano, accade
quando il mistero si nasconde ad alcuni e si svela ad altri. Per Arturo Paoli
sono i poveri di ieri e quelli di tutti i tempi, soprattutto coloro che non
sanno di esserlo. Probabilmente non si porta fino alle ultime conseguenze
l’affermazione sottesa alla citazione. Vi troviamo in effetti una delle
chiavi di lettura della storia più contundenti che mai siano state offerte. I
privilegiati non sono quelli che ci si aspetta di trovare sul palcoscenico
della storia : i potenti e coloro i cui nomi sono scritti sui monumenti, sulle
piazze e nei libri di testo.
I sapienti e
i saggi, alla maniera del sistema di dominazione attuale, saranno spazzati via
da ogni possibile apocalisse e dunque da ogni memoria. Coloro che, invece, sono
stati considerati come ‘invisibili’, inutile zavorra nel cammino delle idee e
della mondializzazione illuminata, costituiscono l’autentica realtà. Ad essi e
a quanti loro assomigliano appartiene la risurrezione e dunque la chiave della
saggezza delle umane avventure. I piccoli, i poveri sono una fragile e leggera
apocalisse permanente perchè, in un modo misterioso, in essi si cela, nascosto
ed evidente, il segreto del senso e del cammino della storia. Fossimo
conseguenti dovremmo imparare a riformulare la nostra storia, personale e
collettiva dal rovescio del mondo o dai ‘sotterranei’ della storia.
Ci hanno
provato in tanti, eretici, santi e rivoluzionari che poi hanno fondamentalmente
la stessa prospettiva esistenziale. Messi al rogo oppure accettati e
normalizzati dall’istituzione, creata per perennizare l’eventuale carisma
espungendone la carica di esplosività. Ci hanno provato, da millenni, le donne
di ogni età e stato sociale. Ci ha provato una persona che poi si è cercato di
incorniciare trasformandola in una sorta di subalterna divinità. Maria,
la madre di Cristo che, secondo l’evangelista Luca, sostiene che ‘ il
Signore ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i
potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli
affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote’. (Lc 1, 51- 53)
Nell’ora
della morte
L’amore non
muore mai di morte naturale. Muore perché noi non sappiamo come
rifornire la sua sorgente. Muore di cecità e
di errori e tradimenti. Muore di malattia e di ferite,
muore di stanchezza, per logorio o per opacità. (Anais Nin)
A ben vedere
la storia del mondo non è solo quella delle lotte di classe, come il noto
‘Manifesto’ di Marx e Engels evidenziavano. La storia del mondo è anche e forse
soprattutto quella dei ‘cimiteri’, dove si custodiscono per un certo tempo le
ossa inaridite di tutte le morti che accompagnano l’umano transito. Nella vita
di una persona, marcata dal mistero della morte, ci sono tante morti.
Stagionali, quotidiane, imprevedibili oppure già note, le morti stanno come cani
fedeli al capezzale della vita. Di fatto la morte è l’Apocalisse quasi
definitiva perchè lì, nell’agonia, si svela quanto di più profondo giace
sedimentato nell’animo umano. Progetti, viaggi, lotte e sconfitte trovano in
quel momento, in quell’ora, la definitiva rivelazione. Ricordati, uomo (Adam) che
sei polvere e in polvere tornerai, si dice per le ceneri di mercoledì.
Il vescovo
argentino Henrique Angelelli, assassinato per il suo impegno coi poveri,
scriveva che l’uomo non è che fango che cerca la vita, una mescolanza di terra
e di cielo. Proprio queste due dimensioni della vita appaiono in piena luce
‘nell’ora della morte’, il mistero dei misteri che, rimasto nell’ombra per
tutta la vita, insorge nel momento più tragico. Accade in quello spazio
liminale che da sempre sfugge al ‘controllo’ umano ed è marcato dalla fragilità
e dalla verità. Le due camminano assieme perchè è nella fragilità che più forte
si manifesta la verità della creaturalità dell’essere umano. Nessuno si è dato
la vita o ha scelto di venire a questo mondo. C’è stata una chiamata, un
appello o una condanna per certuni, al mistero della vita. La verità di una
sottrazione oppure di una porta che si apre alla pienezza inedita o solo
sospettata che per i credenti prende il nome impronunciabile di Dio.
Nostra
sorella morte, cantava san Francesco ferito dalle stigmate e forse
dall’abbandono che sempre diventa una costante nella relazione col divino. La
morte come porta o come riva apre, per chi assume la vita come dono, ad una
definitività che non la rende meno dura ma insinua la parvenza di un
senso. In quessto modo supera ogni umana disperazione. La morte si infiltra,
clandestina o accettata, nel correre o camminare della vita e i tentativi di
‘addomesticarla’ si traducono nelle simbologie o strategie che ogni
cultura inventa. Il peggior servizio che si possa rendere alle nuove
generazione sarebbe proprio quello di mutilarne l’esistenza, l’effettività e la
portata. Educarsi ad assumerla come parte, drammatica, della vita, dovrebbe
essere uno dei compiti delle culture e delle religioni che meritano questo
nome.
Utopia come
profezia
…’E vidi
un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano
scomparsi e il mare non c’era più’… (Ap 21, 1)
L’utopia si
coniuga con l’apocalittica e insieme offrono al mondo e alla storia l’unica
lettura che possa offrire un’alternativa radicale alla banalità del quotidiano.
Le apocalissi come utopie insinuano frammenti di una visione radicalmente
alternativa a miti e immaginari ortodossi dell’umano intendere. Chiamiamo
profezia l’umanizzazione divina delle relazioni umane e una nuova direzione
della storia.
Essa appare
scritta, finora, dai forti e dai potenti di turno, dai padroni e da coloro che
adesso hanno le chiavi del potere sulla vita e il destino degli altri. Il loro
nome corre veloce e appaiono ai più come invincibili, immortali, eterni.
Cadranno come statue dai piedi di argilla. L’utopia come profezia afferma che
la storia si fa dal basso, dalla mitezza e dall’umiltà consapevole dell’unica
insurrezione per la quale vale la pena di dare la vita. Questa visone
dell’esistenza è espressa nel vangelo di Matteo al capitolo 5, con la
parola ‘beati’ e cioè felici, realizzati in pienezza. Solo appartiene a
coloro che di fatto sono considerati i perdenti della storia. Tracce di questo
nuovo mondo si hanno quando, per un attimo, si squarcia la polvere e la cecità
che copriva il reale e appare in piena luce la saggia follia dei martiri. Si
tratta dei testimoni che incarnano, con il sacrificio di loro corpo, ciò per
cui la vita è degna di essere vissuta. Offrono un fragile segno che fa
apparire, per un istante, come il mondo potrebbe essere per ricrearlo, nuovo,
ogni giorno.