I Mamuthones a Cala Finanza e l’Identità - Francesco Casula
La presenza
dei Mamuthones a Cala Finanza ha riproposto con forza la questione
dell’Identità sarda, suscitando un dibattito interessante: anche al di là di
posizioni diverse e articolate.
Da parte
mia, la pesso goi.
Dobbiamo
liberarci definitivamente e al più presto di un’impostazione che riproponga un
cliché che la riduce a semplice recupero acritico del passato e delle sue
tradizioni o del suo folclore; o a un attributo eterno e immutabile.
Provocatoriamente sosterrei anzi che la visione puramente etnografica
dell’identità, certifica la morte dell’identità stessa.
Di
più: quando ci si interroga sull’identità –
scrive magistralmente il compianto Bachisio Bandinu in La Maschera, la donna e lo specchio, (Spirali
editore, Milano 2004) – vuol dire che si sta
sperimentando una condizione di disidentità. Si cerca qualcosa che si è già
perduta…Si piange il corpo morto e si tesse il manto luttuoso del ricordo e del
rimpianto. Opera il fantasma della madre tradizione. Si arreda lo spazio di
monumenti, documentazioni, mappature, rituali, tutti timbrati inesorabilmente
al passato, secondo una concezione mussale. Si ricostruiscono i luoghi sacri
della malinconia. Ricorrenze, ripetizioni e fantasie di rinascita. E’ un lutto
senza elaborazione. Così codici e scritture, riti e narrazioni, usi e costumi
non prendono la forma del tempo attuale, La fissazione all’oggetto perduto
produce le folclorizzazioni che sono delle rappresentazioni mortuarie.
C’è un
enunciato, imperativo e malinconico, davvero sintomatico che ricorre nel
discorso sardo: torrare a su connotu, ritornare al conosciuto. Su connotu è
visto come uno spazio reale e simbolico di garanzia, ricco di valori è
costituito dal patrimonio storico, archeologico, artistico, linguistico e
culturale, ma inteso come tesoro da custodire, senza investimento.
Con un
aforisma affilato e fulminante, esprime lo stesso pensiero il compositore
austriaco Gustav Mahler, scrivendo che “La tradizione deve essere
considerata come rigenerazione del fuoco e non come venerazione delle ceneri”.
L’identità
non è un dato dunque che si contempla: quando ciò avviene vuol dire che il
fenomeno è ormai svanito. E neppure semplicemente si studia o si indaga: questo
avviene infatti quando essa viene a mancare o si è trasformata in oggetto
estraniante. Pensiamo alle lingue morte che sono sempre oggetto di attenzione
alla luce fioca dei tavoli accademici, quando “il morto” è sezionato e
classificato. O pensiamo alle lingue, le arti, le tradizioni sempre più materia
per i nuovi entomologi.
L’Identità
dei sardi è così difficile da definire proprio perché dinamica e variabile,
fatta di somme e di accumuli e non di sottrazioni successive. Se procediamo per
ortodossia totalizzante, e ci mettiamo a sottrarre e a sottrarre, escludendo e
tagliando, per riscoprire l’autentico, possiamo arrivare fino a ricondurre la
cultura sarda dentro la sua lingua originaria precedente alla romanizzazione.
L’identità
che occorre difendere e rivendicare e far crescere dunque non è quella immobile
o primigenia o “autentica”: anche perché l’autoctono puro non esiste. Come non
esiste – un terroir identitario sicuro e
definitivo, come per il vino. Gli uomini – come le piante – hanno certo
“radici”, ma insieme viaggiano, cambiano, sono ibridi, multipli, figli di molte
generazioni e di molte culture e di infiniti incontri: influenzati dal sangue e
dalla storia tanto quanto dal loro libero mutare, abitare, imparare. Non
esistono quindi identità blindate o troppo ingombranti.
L’Identità
che esiste è invece lo specchio fedele di
stratificazioni culturali secolari su un potente sostrato indigeno che fa da
coagulo (Antonello Satta).
Ma
non si esprime in un isolato e fermo recupero e cernita di semplici memorie e
tradizioni. In genere – ha sostenuto il filosofo americano John Rogers
Searle – noi pensiamo alla memoria e
dunque all’identità che su questa basiamo, come a un magazzino di frasi e
immagini.
Dobbiamo
invece pensare alla memoria e dunque all’identità come a un meccanismo che
genera atti contemporanei, inclusi pensieri e azioni, certo basati anche sulle
esperienze del passato, ma nei termini accrescitivi di un confronto nel tempo
perché è in quel confronto, in quello scambio intersoggettivo che trova la
ragione la capacità di conservare ma anche di progettare e di accogliere e di
proporre, di ricevere e di dare. Ciascuno è figlio della propria terra ma anche
figlio del mondo intero. Occorre partire dal luogo della differenza per
riconoscerci e appartenerci e insieme da quel luogo, dal valore della diversità
segnata da una storia dissonante e da arresti anche drammatici ma carica di
significati millenari: ripartire, muovere per disegnare nel presente la nostra
storia futura, il progetto della nostra terra.
L’identità
non è immutabile come un blocco di cemento ma un elemento dinamico. Ogni identità è dinamica, cioè variabile, ci
ricorda anche il vecchio Emanuele Kant. E, soprattutto non è definitiva ma è da
rielaborare continuamente. Da ricostruire in progress, secondo la logica
del bricolage, nella dimensione di un grande blob – scrive
Alberto Contu – che crea inedite adiacenze
tra segni e simboli delle vecchie certezze e nuovi elementi mobili dai confini
elastici. La purezza infatti è l’unico ingrediente che non dovrebbe mai entrare
nella composizione del concetto di identità.
Hitler che
era nostalgico di quella famosa purezza della razza, perpetrò il più grande
genocidio della storia. Essere identici significa essere unici: l’individuo è
unico ma nello stesso tempo somiglia agli altri individui. La nostra diversità
sta in questa unicità. Sappiamo da tempo che una identità chiusa e inaridita,
perde il suo profumo e la sua anima. Un’identità è qualcosa che dà e riceve. In
essa nulla è cristallizzato, definitivo. L’identità insomma è una casa aperta,
che si ingrandisce e si arricchisce ogni giorno.
In
quest’ottica – utilizzo ancora l’affilata e pregnante prosa di Bandinu – la tradizione non è un luogo, è
il traditur come procedere del tempo. L’elaborazione del passato trova il suo
punto di progettazione come investimento nell’impresa del dire e del fare…Il
passato non è svelamento magico di un tesoro e neppure contenuto sostanziale di
cui appropriarsi. E’ il percorso narrativo del farsi del linguaggio…Non si
tratta di fare un cammino a ritroso per abitare la vecchia casa, è piuttosto un
percorso prospettico che avvia un modo nuovo del dire e del fare. Il passato
come rielaborazione per cogliere la specificità del tempo attuale.
L’identità
dunque non è un dato rassicurante e permanente ma è quella che diventa
fatto nuovo, che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il
presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso,
per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il
tempo della dimenticanza e della smemoratezza.
L’identità
dunque si vive, nel segno della contaminazione, del contatto e della
creolizzazione e, insieme,dell’appartenenza. L’identità è quella che si
trasforma in questione operativa: che diventa progetto e l’appartenenza diventa
storia, caricandosi di vita, suscitando conflitti, impegnandosi con le lotte a
trasformare il presente e costruire il futuro.
I
veri e importanti elementi di identità che la tradizione ci consegna si perdono
se non vengono investiti nell’oggi e nel diverso da noi: in qualcosa che con un
termine ambiguo si chiama «il moderno». Anche se è vero che il moderno non ha
portato il paradiso in Sardegna, tra industrializzazioni fallite, riforme
agrarie nemmeno partite o comunque abortite, globalizzazioni solo patite,
spaventose culture dei consumi, devastazioni mediatiche, scolarità degradate…
Però hic Rhodus, hic salta: questi sono i problemi che è necessario affrontare,
non solo in Sardegna, anche se sulla Sardegna hanno un impatto specifico.
Ma
per affrontarli sono inadeguate le logiche de su connottu.
L’identità va resa vera e reinventata giorno per giorno, come la vita: sa vida est naschimentu. E il popolo sardo è tutt’altro
che compatto (come in genere il popolo italiano): si tratta di rimetterlo
faticosamente insieme, con una ricerca collettiva di senso, che batta ogni
paese e ogni campagna ma vada ben al di là dei confini dell’isola.
Se prevale
questa convinzione, se vince il fantasma – l’ingombrante
sovrastruttura – la Sardegna è tagliata fuori dal mondo, dalla
realtà; e anche da se stessa: perché conoscersi e vivere significa confrontarsi
con gli altri.
A mo’
di conclusione
E invece cosa
succede in Sardegna? Cosa succede ai sardi e alla loro smemoratezza culturale?
Forse che anche per noi sardi non vale la frase del poeta e scrittore
preromantico tedesco Edward Young “Nati originali come accade che
moriamo copie”?
“Ohi
ohi ohi cosa siamo diventati – fa dire Salvatore Niffoi a Bachis, il protagonista del romanzo La sesta ora – né antichi né moderni, né altri né noi stessi!
Quel
fuggire rimanendo incatenati, quel restare col prurito di Ulisse nel culo, era
tutto uno stillicidio di sangue che si versava nel limbo del non tempo, altrove
e lui non se ne chiamava fuori, anzi: si torturava e s’interrogava, su quel
rapporto magico e maledetto che aveva con la sua gente, la sua terra. Un cane
randagio era. Un cane randagio che non stava bene da nessuna parte, che non si
sentiva a casa né in acqua, né in cielo, né in terra. Che cosa aveva fatto per
cambiare le cose ad Ularzai? Niente! E se avesse passato i suoi giorni a
tribolare per il suo paese, sarebbe cambiato qualcosa? Di sicuro niente! Forse,
quella terra malinconica, i suoi figli li voleva proprio così: che non
facessero niente, che capissero fin da piccoli l’inutilità del fare, che tanto
è tutto inutile…”.
O no?
E i
Mamuthones a Cala Finanza? Erano al loro posto. Nel posto più adatto. Perché –
ripeto –: “L’identità e la tradizione è quella che si trasforma in questione
operativa: che diventa progetto e l’appartenenza diventa storia, caricandosi di
vita, suscitando conflitti, impegnandosi con le lotte a trasformare il presente
e costruire il futuro”.
E il sindaco
di Mamoiada? Ha torto. Perché, evidentemente, è fuori da questa traiettoria.
Pelle bianca, Maschera nera e le due Sardegne, di lotta e di governo - Ivan Monni
Esistono due
Sardegne che non comunicano tra loro: una unionista (autonomista inclusa), l’altra
indipendentista e anti-colonialista.
Una parte,
per ora elettoralmente maggioritaria (chi si astiene è irrilevante), non è
stata scalfita dalle sue convinzioni e continua a sostenere FdI, i 5S, il PD,
Vannacci: tutte facce della stessa medaglia coloniale.
L’altra
Sardegna, invece, ha preso coscienza del proprio status coloniale.
Quattro anni
di lotta continua, in ogni angolo della Sardegna sono un precedente unico nella
storia degli ultimi cento anni, che non può non aver lasciato il segno nella
società sarda.
L’intensità
crescente della lotta è dovuta alla consapevolezza storica di aver colmato il
limite di sopportazione coloniale sotto questa infornata costante di nuove
servitù (energetiche, militari, mafioso-carcerarie, minerarie, turistiche, ecc)
e il più grande furto di terra sarda.
Torno sulla
questione maschere, non con
gli occhi del sociologo-antropologo (che non sono) ma dal punto di vista dei
simboli nella comunicazione politica.
I simboli
sono potentissimi strumenti nella comunicazione: vale per le statue, la
toponomastica, gli inni, le bandiere.
Più di una
persona ha notato che una parte della squadra spagnola ha avvertito l’esigenza
di mostrare la propria bandiera nazionale (dai giornali coloniali italiani
definita “regionale”), oltre a quella statale.
Il sindaco
di Mamoiada, Barone, sentenzia contro il gruppo di
Mamuthones a Lu Fenosu: “non condividiamo l’iniziativa di singoli che a titolo
personale sostengono cause di natura ideologica”. Meditava in silenzio quando
le maschere o gli abiti tradizionali venivano utilizzati per il marketing
turistico o per compiacere il politico che viene dal continente? Il risveglio
improvviso, l’arrocco in difesa, avviene quando tocca il potere italico,
inequivocabilmente in decadente putrefazione.
Nell’ultimo
congresso di Forza Italia in Sardegna, addirittura gli abiti tradizionali sono
stati indossati da cameriere (donne) per servire dolci sardi a quella sagoma di
Tajani.
La
tradizione usata per servire il dominatore. C’è di che vergognarsi profondamente di essere
concittadini delle pseudo-persone che hanno ideato quel palcoscenico.
E le
maschere, e in generale l’identità usate per la protesta?
Qui il discorso si complica. Vengono usate per lo scontro, non per essere
assoggettate e intrappolarle in schemi coloniali.
La tradizione ha la forza di coinvolgere la popolazione in quanto lascito
mitizzato delle generazioni passate.
Non agisce sul piano razionale, fa leva sull’istinto. La maschera è parte della
tradizione e in essa possiamo riconoscerci come parte distinta e distante dal
colonizzatore.
Scrive Frantz
Fanon ne I dannati della Terra (Einaudi), pag. 196:
“Tutto concorre
a risvegliare la sensibilità del colonizzato, a rendere inattuabili,
inaccettabili gli atteggiamenti contemplativi o fallimentari. Come rinnova le
intenzioni e la dinamica dell’artigianato, della danza e della musica, della
letteratura e dell’epopea orale, il colonizzato ristruttura la sua percezione.
Il mondo perde il suo carattere maledetto. Le condizioni sono riunite per
l’inevitabile confronto.
Abbiamo
assistito alla comparsa del moto nelle manifestazioni culturali. Abbiamo visto
che quel movimento, quelle nuove forme erano legate al maturare della coscienza
nazionale. Ora, questo movimento tende sempre più a oggettivarsi, a
istituzionalizzarsi.
Da ciò la necessità d’una esistenza nazionale a ogni costo. […]
Nella
situazione coloniale, la cultura priva del doppio supporto della nazione e
dello Stato deperisce e agonizza. La condizione di esistenza della cultura è
dunque la liberazione nazionale, la rinascita dello Stato.”
Concetto che
somiglia molto al “genocidio” (tra virgolette) di cui parlava Simon
Mossa già negli anni ’60, ribattezzato dall’indipendentismo storico
come “genocidio bianco” (che non c’entra nulla con il colore della
pelle), e rilanciato nel dibattito presso S’Indipendente da Cristiano Sabino.
Il
politologo Carlo Pala definisce l’identità un tesoretto per la causa degli
indipendentisti. Certo non deve essere “usata” contro altri popoli per
chiudersi, semmai contro lo stato e il potere.
Per Fanon affrontare
la questione dell’identità è fondamentale per decolonizzarsi, ma non basta
difendere un’identità fissa o del passato. L’identità deve trasformarsi in un
progetto politico vivo e aperto e si ricostruisce nella lotta per la libertà,
in una nuova elaborazione che si concretizza e sfocia nell’uomo nuovo.
Non si
tratta di riconoscere un fantomatico essenzialismo, la cui teoria
ormai è rigettata dalla maggior parte degli studiosi. Chi pensa a una Sardegna
isolata dalle idee che circolano in tutto il mondo, e che i sardi
perpetuino sempre le stesse tradizioni da millenni ha capito poco e pratica
un nazionalismo auto-razzista, che teorizza i sardi fuori dal
mondo, isolati e arretrati, più o meno come ci narravano con sguardo
orientalista i nostri peggiori detrattori.
Ad esempio, gli ideali della rivoluzione francese attecchirono
immediatamente in Sardegna, e Angioy e la Sarda
Rivoluzione furono il frutto di quella fase che sconvolse il mondo di
fine ‘700.
Piuttosto
occorre capire le funzioni dei simboli antichi che si rinnovano in nuovi
significati, dentro a un’identità non statica.
Non sto sposando la teoria etno-simbolista di Antony Smith,
dico solo che alcuni pezzi del suo impianto teorico spiegano la realtà meglio
di altre.
I nuraghi hanno assolto a varie funzioni nella storia, nel
loro riutilizzo come templi o fortezze, dimora del capo, vedette, granai,
tombe, mete turistiche. Oggi hanno trovato una nuova funzione nel preservare il
territorio dall’assalto degli speculatori dell’energia.
D’altronde,
anche il Carnevale non ha più lo stesso valore simbolico di
un tempo, in una società sempre meno contadina e superstiziosa, rispetto a
quella che invocava la pioggia chiamando Maimone.
Il punto è
che i simboli hanno la capacità immediata di fare presa, più di mille ragionamenti
e spiegazioni. Questo non significa negare le questioni economiche e
sociali, che vanno affrontate con studio e organizzazione.
Significa caricare
con la forza culturale le questioni materiali concrete, fornendo un frame
cognitivo implicitamente e istintivamente sardo che si ponga contro la classe
politica coloniale italica tutta, rispetto al gioco delle parti tra destra
e sinistra italiana. È un indipendentismo istintivo, razionalmente irrazionale.
La questione
culturale si incrocia con la questione ideologica: la lotta indipendentista deve
essere di classe o nazionale? Già Simon
Mossa risolse la questione, sovrapponendo e identificando la questione di
classe con quella popolare sarda. I sardi sono sfruttati e sottomessi da
secoli. Siamo i subalterni della storia, per lo storico americano John Day
siamo una delle più vecchie dipendenze
coloniali del mondo.
Da un lato i sardi oppressi, dall’altra il colonizzatore italiano. In mezzo sa
borghesia compradora, i vari “Barone”, o il sindaco di Ploaghe Giammario
Busellu che approva il repowering della ERG a Saccargia perché
“totalmente convinto”.
Da questo
punto di vista, l’alleanza tra comitati e l’Unione Sarda per salvaguardare il
territorio dell’isola, culminata con la Pratobello24, altro non è stata che un’alleanza
di scopo tra il popolo e una parte della borghesia sarda (Zuncheddu e
il Gruppo Unione) contro un altro pezzo di borghesia (che fa capo
a De Pascale, Nuova Sardegna, Fondazione di Sardegna, F2i) che sostiene
l’estrazione coloniale pilotata dall’Italia. La prima controparte cui
scontrarsi non è l’Italia, ma quella parte di Sardegna che sostiene l’Italia.
Se la
borghesia sarda assumesse come propria la responsabilità di una lotta
anticoloniale che culminasse con il “taglio della testa al re”, probabilmente
si innescherebbero altre dinamiche politiche, nel post-indipendenza.
Temo che la borghesia sia più interessata al sottopotere che garantisce appalti
e favori e al mantenimento dello status quo.
Certo che
non si può stare solo sulla difensiva, e occorre una proposta politica
alternativa che sfoci in un nuovo assetto istituzionale sardo e in un cambio di
paradigma sugli aspetti economico-sociali, iniziando dalla redistribuzione
della produzione dell’energia, sottraendola alle multinazionali per restituirla
alle comunità.
Il rilancio di Omar Onnis della confederazione
di un “blocco storico” di partiti, comitati e associazioni, riprendendo la
proposta di un’agenda comune di Riccardo Pisu Maxia, va in quella direzione.