mercoledì 11 marzo 2026

Trump, il glifosato come arma di guerra - Silvia Ribeiro

 

Un nuovo ordine esecutivo di Trump – approvato mentre venivano lucidate le bombe da scagliare contro bambine e bambini in Iran – ha dichiarato il pesticida glifosato e il fosforo elementi di sicurezza nazionale. Il loro accesso e la loro produzione sono ora una questione militare: di fatto viene garantita la continuità d’uso, malgrado siano proliferati gli autorevoli studi che dimostrano i numerosi rischi e danni causati dal glifosato. La multinazionale Bayer ringrazia

 

Il 18 febbraio 2026, un nuovo ordine esecutivo di Trump ha dichiarato il pesticida glifosato e il fosforo – un componente cruciale dei fertilizzanti sintetici – elementi di sicurezza nazionale, trasformando così il loro accesso e la loro produzione in una questione militare e mirando a garantirne la continuità d’uso. Questo è un aspetto rilevante anche nel contesto dell’attacco imperialista all’America Latina con la rinnovata Dottrina Monroe.

Questo provvedimento è stato concepito principalmente a beneficio della multinazionale Bayer, che ha dovuto affrontare forti critiche per l’uso di questo agrochimico e delle colture geneticamente modificate ad esso associate, fin da quando l’OMS lo ha dichiarato cancerogeno nel 2015. Bayer si è dedicata a denigrare e attaccare gli scienziati dell’OMS che hanno partecipato a quello studio, così come giornalisti e analisti critici, pagando allo stesso tempo scienziati per produrre studi che negassero l’elevato rischio del glifosato.

Ciononostante, dal 2015 sono proliferati studi che dimostrano sempre più i rischi e i danni causati dal glifosato, come danni neurologici e danni al microbiota di esseri umani, animali domestici e api. Nel giugno 2025, un progetto che includeva una revisione completa di studi scientifici ha dimostrato che, anche alle dosi consentite da diverse normative, questo agrochimico è stato associato a molteplici forme di cancro (https://tinyurl.com/z7fyhefx).

Un’altra battuta d’arresto per Bayer si è verificata nel dicembre 2025, quando è stato rivelato che una prestigiosa rivista scientifica aveva ritirato uno studio sul glifosato ampiamente citato dalle autorità di regolamentazione, a causa della parzialità e della mancanza di rigore degli autori, che erano stati anche pagati da Monsanto (https://tinyurl.com/243m2d5t).

Bayer, l’attuale proprietaria di Monsanto, ha dovuto affrontare quasi 200.000 cause legali dal 2018 da parte di vittime di cancro legate all’uso del glifosato in agricoltura e giardinaggio. Le cause sostengono che Monsanto fosse a conoscenza dell’elevato rischio del glifosato, ma abbia nascosto i fatti e non abbia avvisato i consumatori sulle sue etichette, un fatto documentato in tribunale con migliaia di documenti presentati da diversi dei ricorrenti iniziali. Dopo aver perso diverse cause di alto profilo, Bayer ha raggiunto un accordo extragiudiziale con numerosi gruppi di ricorrenti, sostenendo costi per circa 12 miliardi di dollari fino al 2025. Decine di migliaia di cause legali rimangono pendenti e il numero continua a crescere.

Nel dicembre 2025, Trump ha sostenuto Bayer davanti alla Corte Superiore di Giustizia, esortando la corte a sostenere la tesi di Bayer davanti alla Corte Suprema, secondo cui solo la legge federale può disciplinare l’agrochimico e che la possibilità di citare in giudizio le aziende sulla base delle leggi statali dovrebbe essere eliminata. Ciò è avvenuto perché l’agenzia federale EPA (Environmental Protection Agency) aveva dichiarato che i rischi del glifosato non erano gravi, contrariamente alle prove disponibili e grazie a rapporti discutibili con le aziende. Questa parzialità è stata denunciata da diverse organizzazioni, ma l’EPA non ha cambiato posizione.

Le cause legali contro Bayer-Monsanto si basavano principalmente sulle normative degli Stati in cui vivono le vittime e sono state regolate dalle prove presentate nel caso. La manovra di Trump mira a impedire che vengano intentate nuove cause legali e a impedire che prove cruciali vengano prese in considerazione, non solo nel caso Bayer, ma potenzialmente in molti altri casi di aziende inquinanti (https://tinyurl.com/ytu7hec2).

Il nuovo ordine sul glifosato è inoltre in contrasto con i principi del movimento Make America Healthy Again (MAHA), che include molte madri con famiglie affette da malattie croniche negli Stati Uniti ed è guidato da Robert F. Kennedy Jr., Segretario della Salute e dei Servizi Umani di Trump. L’ordine della scorsa settimana contraddice tutto ciò che MAHA ha dimostrato e quanto lo stesso Kennedy Jr. ha precedentemente affermato, nonostante abbia ora dichiarato il suo sostegno alla nuova politica. Ciò conferma ciò che molti critici hanno sottolineato su MAHA: si tratta di un cavallo di Troia per riconquistare al trumpismo milioni di persone affette da malattie croniche, intossicazione, obesità e altri problemi di salute.

Per il Messico e l’America Latina, questo ordine esecutivo rappresenta anche una minaccia volta a bloccare o impedire iniziative volte a limitare e vietare il glifosato. È anche un ordine che impone agli interessi di Bayer e di altre multinazionali agroalimentari di avere la precedenza sulla salute e l’ambiente dei nostri Paesi, poiché sono considerati parte della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Un altro giro di vite per promuovere le palesi imposizioni imperialiste che caratterizzano questa fase del trumpismo.
Insieme ad altre azioni violente e forum convocati dall’amministrazione Trump nel 2026 – come il forum sui minerali strategici e l’accordo Pax Silica (https://tinyurl.com/38wzu8p2) – Trump chiarisce che utilizzerà tutti i mezzi dello Stato, inclusa la forza militare, per promuovere gli interessi delle grandi aziende e degli individui più ricchi, che sono coloro che governano il suo Paese.


Pubblicato su La jornada

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martedì 10 marzo 2026

Lettera aperta ai vertici della Regione autonoma della Sardegna su transizione energetica e tutela del territorio.

La petizione Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica! si firma qui.

Alla Presidente della Regione Autonoma della Sardegna

Al Presidente del Consiglio Regionale

Ai Capigruppo del Consiglio Regionale

Alla Giunta Regionale

Alla Commissione Industria del Consiglio regionale

Alla Commissione Ambiente del Consiglio regionale

Oggetto: Posizione del Comitato “Su Entu Nostu” e delle Associazioni sottoscrittrici su transizione energetica e tutela del territorio – Inquadramento normativo e tutela degli interessi della  comunità regionale.

Il Comitato e le Associazioni ambientaliste sottoscrittrici, con la presente memoria, intendono render note le proprie in merito alla disciplina della transizione energetica in Sardegna, alla luce del necessario coordinamento tra normativa regionale, nazionale ed europea.

1. Gerarchia delle fonti e necessaria coerenza normativa

L’approvazione della Legge n. 4 del 15 gennaio 2026 rappresenta un passaggio estremamente delicato nei rapporti tra lo Stato e la Regione Autonoma della Sardegna.

Di fatto, questa norma riduce ulteriormente il potere decisionale e la discrezionalità della nostra Regione, relegandola sempre più al ruolo di semplice esecutrice di decisioni assunte altrove.

La legge viene presentata come recepimento della direttiva europea RED III (UE 2023/2413), ma nel farlo omette parti fondamentali della direttiva stessa. In particolare vengono meno:

– il principio della copianificazione con le autorità regionali e locali;

– il coinvolgimento delle comunità nei processi decisionali, elemento essenziale per garantire l’accettazione pubblica dei progetti energetici;

– l’introduzione di limiti legati al fabbisogno energetico reale e alla capacità della rete elettrica;

– una vera razionalizzazione dell’infrastruttura elettrica basata sulla potenza effettivamente installata e pianificata.

Non siamo quindi di fronte soltanto a una questione tecnica. Qui vengono toccati direttamente i diritti e le prerogative riconosciuti dallo Statuto speciale della Sardegna, e viene messo in discussione uno dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale: quello della leale collaborazione tra Stato e Regioni.

Il percorso che ha portato all’approvazione della legge, infatti, non è stato accompagnato da un reale confronto istituzionale. Non vi è stato alcun accordo preventivo in sede di Conferenza Stato-Regioni, passaggio che sarebbe stato necessario proprio per rispettare quel principio di leale collaborazione che la nostra Costituzione richiede.

Per queste ragioni riteniamo che la Regione Sardegna non possa limitarsi a prendere atto di questa situazione.

Al contrario, l’unica strada realmente coerente con la difesa delle nostre prerogative è impugnare la Legge n. 4 del 15 gennaio 2026 davanti alla Corte Costituzionale (art. 127 Cost.).

Solo attraverso un ricorso formale sarà possibile chiedere un chiarimento definitivo sul rispetto delle competenze regionali e ottenere il riconoscimento delle prerogative che spettano alla Sardegna in virtù del proprio Statuto speciale.

Rinunciare a questo passaggio significherebbe accettare, di fatto, una progressiva riduzione dell’autonomia della nostra Regione.

Parallelamente, esiste anche un altro strumento previsto dal nostro ordinamento democratico: il referendum abrogativo previsto dall’articolo 75 della Costituzione.

Si tratta di uno strumento che può essere promosso da almeno cinque consigli regionali e che consentirebbe di rimettere ai cittadini la valutazione su una norma che incide in modo così rilevante sulla governance energetica del Paese e sui diritti dei territori.

Queste due strade — l’impugnazione davanti alla Corte Costituzionale e l’attivazione dello strumento referendario — non sono alternative, ma possono procedere in modo parallelo, rafforzando la posizione istituzionale della Sardegna e la difesa delle sue competenze.

Nel frattempo, naturalmente, il Consiglio regionale dovrà continuare a operare nel rispetto della gerarchia delle fonti e del quadro normativo vigente. Anche la Legge regionale sarda n. 20 del 2024 dovrà essere adeguata alla sentenza della Corte Costituzionale, che ne ha disposto la parziale riscrittura nel rispetto dei principi costituzionali e della corretta ripartizione delle competenze tra Stato e Regione.

Ma proprio per questo è necessario agire con chiarezza.

Difendere le prerogative della Sardegna non significa creare conflitti istituzionali inutili.

Significa, al contrario, utilizzare tutti gli strumenti costituzionali disponibili per far valere i diritti della nostra autonomia.

Ed è esattamente questo che oggi voi siete chiamati a fare.

2. Elaborazione di un Piano Strategico Sardo

Ai fini del calcolo dei fabbisogni energetici è indispensabile l’elaborazione di un Piano Strategico. Tale Piano deve includere i relativi Piani dei settori a maggior consumo energetico: trasporti, industria, settore civile, agricoltura, servizi, rifiuti, ecc; e le relative strategie di sviluppo, deve fare perno su innovazione tecnologia e tradizione, laddove la salvaguardia e il rilancio di attività, colture, pratiche e saperi tradizionali, con il supporto della migliore innovazione tecnologica, offrano contributo per il mantenimento e rafforzamento del nostro tessuto economico, sociale e ambientale

3. Definizione del PEARS

Si ribadisce la necessità della definizione immediata di un PEARS (Piano Energetico Ambientale Regionale della Sardegna) quale documento programmatico ufficiale idoneo a rappresentare:

– il fabbisogno energetico attuale dell’Isola;

– il fabbisogno energetico dell’Isola al 2030 e al 2050, con le diverse ipotesi evolutive, quale risultato di un Piano Strategico e di un cronoprogramma di transizione che rappresenti l’evoluzione del mix energetico a partire da quello attuale

– il quadro delle infrastrutture esistenti;

– la quota di produzione destinata all’autoconsumo regionale;

– l’eventuale eccedenza destinata all’esportazione.

– Il PEARS deve riportare i piani di adeguamento e potenziamento dell’infrastruttura elettrica incluse le reti di trasposto e distribuzione secondo quanto previsto e concordato con gli attuali gestori.

Solo attraverso un atto pianificatorio chiaro e formalizzato sarà possibile garantire che le scelte energetiche siano proporzionate, sostenibili e coerenti con il principio di tutela dell’interesse pubblico.

4. Istituzione di un “Ufficio del piano” per supportare i comuni per l’adeguamento dei Puc al PPR e offrire un servizio specialistico di opposizione e tutela legale nei confronti delle imprese che imperversano indisturbate.

5. Gestione pubblica di una quota parte dell’energia

Nel processo di adeguamento della Legge Regionale n. 20, si propone di inserire una previsione esplicita relativa alla quota parte di energia che la Regione Autonoma della Sardegna intenderà gestire per finalità pubbliche.

Tale previsione potrà trovare fondamento:

nell’art. 43 della Costituzione, che consente la riserva o il trasferimento allo Stato o ad enti pubblici di imprese che abbiano carattere di preminente interesse generale;

nelle competenze statutarie regionali in materia di energia e governo del territorio.

Si ritiene necessario affermare un principio politico e giuridico chiaro: l’energia non può essere ridotta a mera materia di iniziativa privatistica, ma deve essere ricondotta alla sua natura di bene strategico essenziale per la collettività.

 

6. Obblighi derivanti dal diritto europeo

Il quadro normativo regionale deve altresì tenere conto degli obblighi derivanti dal diritto dell’Unione europea.

a) RED III e recepimento nazionale

La Direttiva europea sulle energie rinnovabili (c.d. RED III) impone agli Stati membri l’adeguamento mediante legge di recepimento. Il recente decreto-legge nazionale di gennaio, adottato in attuazione di tale direttiva, vincola l’ordinamento interno e costituisce parametro di riferimento anche per la normativa regionale.

La pianificazione energetica della Sardegna dovrà pertanto:

garantire il raggiungimento degli obiettivi di produzione da fonti rinnovabili;

individuare aree idonee e non idonee in modo coerente con i criteri europei;

assicurare il rispetto dei principi di proporzionalità, sostenibilità e tutela ambientale.

b) Regolamento europeo sul ripristino della natura

Occorre inoltre adeguarsi al Regolamento europeo sul ripristino dei suoli e degli ecosistemi compromessi (Nature Restoration Law), che impone agli Stati membri obblighi stringenti in materia di recupero ambientale.

La localizzazione di impianti energetici non può prescindere:

– dalla tutela dei suoli agricoli produttivi;

– dal recupero delle aree degradate;

– dalla salvaguardia degli ecosistemi vulnerabili.

La transizione energetica non può tradursi in un nuovo consumo irreversibile di suolo né in una compromissione degli equilibri ambientali già fragili del territorio sardo.

La nuova legge sulle aree idonee dovrà, pertanto, tenere conto di quanto di seguito esposto:

– Limiti di rete e installazione di potenza commisurata alla totale pianificata

Come previsto dall’Articolo 15 ter della direttiva UE 2023/2413 (RED III), “Mappatura delle zone necessarie per i contributi nazionali all’obiettivo complessivo dell’Unione di energia rinnovabile per il 2030”, Gli Stati membri devono garantire che tali zone, compresi gli impianti di produzione di energia rinnovabile esistenti, e i meccanismi di cooperazione siano commisurati alle traiettorie stimate e alla potenza totale installata pianificata delle tecnologie per le energie rinnovabili stabilite nei piani nazionali per l’energia e il clima presentati a norma degli articoli 3 e 14 del regolamento (UE) 2018/1999.

Inoltre, come previsto al paragrafo 2: “Ai fini dell’individuazione delle zone di cui al paragrafo 1, gli Stati membri tengono conto in particolare:

c) della disponibilità di infrastrutture energetiche pertinenti, tra cui reti, impianti di stoccaggio e altri strumenti di flessibilità, o della possibilità di creare o migliorare tali infrastrutture di rete e impianti di stoccaggio.”

Ciò a significare che, oltre la soglia determinata dai valori di potenza installata previsti per ogni singola tecnologia e complessiva e degli ovvi limiti di rete, non possono essere concesse ulteriori autorizzazioni.

– Informazione e Formazione

Come previsto dall’Art. 16 cap. 7 della direttiva UE 2023/2413, gli Stati membri devono fornire risorse adeguate per garantire personale qualificato, il miglioramento delle competenze e la riqualificazione delle loro autorità competenti. Gli Stati membri devono assistere le autorità regionali e locali al fine di agevolare la procedura di rilascio delle autorizzazioni.

Come previsto dall’Art. 18 cap. 6 della direttiva UE 2023/2413 (RED III)

Devono essere elaborati dei “programmi adeguati d’informazione, sensibilizzazione, orientamento o formazione al fine di informare i cittadini sulle modalità di esercizio dei loro diritti in quanto clienti attivi e sui benefici e sugli aspetti pratici, compresi gli aspetti tecnici e finanziari, dello sviluppo e dell’impiego di energia da fonti rinnovabili, incluso l’autoconsumo di energia rinnovabile o l’utilizzo nell’ambito delle comunità di energia rinnovabile” 

Laddove non sia lo Stato italiano ad adempiere ai suoi obblighi, è indispensabile che sia la Regione a intervenire con fondi e strutture proprie ai fini della tutela della Sardegna e degli interessi della comunità sarda.

7.Direttiva (UE) 2023/1791

I piani dovranno necessariamente tener conto della direttiva (UE) 2023/1791 la quale introduce disposizioni molto chiare e stringenti per quanto riguarda la progressiva eliminazione degli incentivi ai combustibili fossili, con l’obiettivo di allineare i consumi energetici agli obiettivi climatici europei.

La direttiva già dal 1° Gennaio 2024 ha imposto lo stop alla “Contabilizzazione” dei Risparmi da Fossili e dal 1° Gennaio 2026 vieta l’istituzione di nuovi regimi di incentivazione che finanzino l’installazione di sistemi di riscaldamento e raffrescamento che utilizzano la combustione diretta di combustibili fossili.

8. Piano di metanizzazione

In questo senso e anche alla luce della recente guerra innescata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, la quale fa seguito all’altra più datata tra Russia e Ucraina, appare ancora più incomprensibile la scelta di investire sulla realizzazione di un’infrastruttura per il metano. Oltre a non avere numeri a giustificazione di simile decisione, questo progetto va in netto contrasto con i piani di decarbonizzazione dell’isola, è un evidente controsenso rispetto agli obiettivi di potenza rinnovabile installata – anch’essi mai giustificati – e si scontra con i dati di elettrificazione dei consumi i quali vedono l’isola già da tempo avanti rispetto alle altre regioni del Continente proprio in virtù della mancata metanizzazione.

9. Impugnazione della Legge n. 4/2026

Si ribadisce la richiesta di valutare l’impugnazione della Legge n. 4/2026 dinanzi alla Corte Costituzionale, laddove emergano profili di lesione delle competenze statutarie regionali o di compressione dell’autonomia speciale della Sardegna.

Tra le violazioni da noi rilevate vi sono quelle di seguito elencate:

– Mancato coordinamento nella mappatura delle aree tra  tutte le autorità e gli enti pertinenti a livello nazionale, regionale e locale, compresi gli operatori di rete, come previsto dall’Articolo 15 ter della direttiva UE 2023/2413. Vedi uso dei terreni agricoli in particolare per il fotovoltaico a terra.

– Mancata verifica della Compatibilità dei progetti in materia di energia rinnovabile con gli usi preesistenti delle zone individuate, e mancata verifica della commisurazione di tali zone, compresi gli impianti di produzione di energia rinnovabile esistenti, e i meccanismi di cooperazione, alle traiettorie stimate e alla potenza totale installata pianificata delle tecnologie per le energie rinnovabili stabilite nei piani nazionali per l’energia e il clima presentati a norma degli articoli 3 e 14 del regolamento (UE) 2018/1999

– Omesse promozione e sostegno da parte dello Stato italiano delle azioni di sviluppo nazionali e regionali in tali settori, incoraggiare lo scambio di migliori prassi tra iniziative di sviluppo locali e regionali in materia di produzione di energia da fonti rinnovabili e potenziare la fornitura di assistenza tecnica e programmi di formazione, per rafforzare le competenze in ambito normativo, tecnico e finanziario, come indicato al punto 61 pagg. 9 e 10 della direttiva UE 2023/2413.

– Violazione della convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali alla giustizia in materia ambientale, in particolare quale attuata dalla direttiva 2003/4/CE del Parlamento europeo e del Consiglio come indicato al punto 125 pag. 19 della direttiva UE 2023/2413.

– Mancata valutazione ambientale strategica (VAS) a norma della direttiva 2001/42/CE e, se del caso, di una valutazione a norma dell’articolo 6, paragrafo 3, della direttiva 92/43/CEE” per le zone di accelerazione, come previsto dall’Art. 15 quater della direttiva UE 2023/2413;

– Violazione dell’Articolo 15 quinquies della direttiva UE 2023/2413 (RED III) sulla Partecipazione del pubblico e sull’accettazione pubblica dei progetti, che così recita:

1. Gli Stati membri garantiscono la partecipazione del pubblico ai piani che designano le zone di accelerazione delle energie rinnovabili di cui all’articolo 15 quater, paragrafo 1, primo comma, conformemente all’articolo 6 della direttiva 2001/42/CE, anche individuando il pubblico interessato o che potrebbe essere interessato.

2. Gli Stati membri promuovono l’accettazione pubblica dei progetti in materia di energia rinnovabile mediante la partecipazione diretta e indiretta delle comunità locali a tali progetti.

10. Da Questione Sarda a Questione meridionale

Si propone infine di attivare immediatamente un’interlocuzione con le Regioni del Sud, al fine di trasformare la cosiddetta “Questione Sarda” in una più ampia Questione meridionale in materia energetica.

In tale prospettiva, si valuti la promozione – con almeno altri quattro Consigli Regionali – di un referendum abrogativo della Legge n. 4/2026, così da riaprire democraticamente il confronto sulle regole di codecisione di un processo strategico quale la transizione energetica.

Conclusioni

Il Comitato e le Associazioni ambientaliste sottoscrittrici ritiengono che:

la normativa regionale debba essere pienamente coerente con la Legge n. 4/2026;

la Legge Regionale n. 20 debba essere adeguata alla pronuncia della Corte Costituzionale;

l’ordinamento regionale debba conformarsi agli obblighi derivanti dalla RED III e dal Regolamento europeo sul ripristino della natura;

la pianificazione energetica debba fondarsi su un PEARS aggiornato e formalmente adottato;

sia necessario garantire una quota di gestione pubblica dell’energia quale strumento di tutela dell’interesse collettivo.

Questi passaggi rappresentano condizioni essenziali per assicurare una tutela concreta, efficace e costituzionalmente orientata degli interessi del popolo sardo.

Distinti saluti

Comitato contro la speculazione energetica Su Entu Nostu

Italia Nostra Sardegna

ISDE Medici per L’Ambiente-sezione Sardegna

USB Sardegna

Gruppo di Intervento Giuridico (GrIG)

LIPU Sardegna

Comitato contro la speculazione energetica Nuraxino

Comitato contro la speculazione energetica Montiferru

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lunedì 9 marzo 2026

Anatomia di una depressione collettiva - Laura Antonella Carli

Trattare la depressione solo come un problema individuale e chimico rischia di nasconderne le dinamiche sociali. Una riflessione sulla dimensione collettiva della depressione, e delle sue possibili cure.

Nel Medioevo, i monaci chiamavano “demone di mezzogiorno” quel torpore dell’anima che si impadroniva di loro nelle ore più calde, quando la luce abbagliante diventava insopportabile e ogni desiderio pareva svuotarsi. Un torpore senza scampo, che calava proprio nel momento di massima luce, quando tutto avrebbe dovuto farsi limpido e vitale. Non era soltanto una malinconia individuale, ma un contagio collettivo, come se l’intero monastero si fermasse a trattenere il respiro. Oggi, nelle nostre estati sempre più infuocate e assediate dal sole, ritorna un senso di stordimento simile: la promessa di felicità che la bella stagione portava con sé nelle lunghe estati della nostra infanzia si infrange sull’afa opprimente e su aspettative di sollievo puntualmente disattese. Le giornate scorrono più lente, ma non più leggere. E quella sensazione, che un tempo si sarebbe forse chiamata malinconia, oggi prende forme più sfuggenti, più cliniche, più insidiose nella loro apparente normalità.

Le ricerche lo mostrano con chiarezza: nonostante la forma più tipica di depressione stagionale raggiunga il picco tra autunno e inverno, la letteratura registra anche un altro fenomeno: negli Stati Uniti, quando il caldo arriva a livelli estremi, gli accessi al pronto soccorso per motivi di salute mentale crescono di circa l’8%. In particolare aumentano i ricoveri per ansia e disturbi dell’umore (intorno al 7%) e quelli per comportamenti autolesivi (circa 6%). Nel 2013 lo scrittore statunitense Andrew Solomon ha scelto Il demone di mezzogiorno come titolo del suo saggio sulla depressione, perché – spiega – rende bene “quel terribile senso di possessione che accompagna la condizione del depresso”. Come il demone descritto dai monaci, anche la depressione moderna resiste al pieno bagliore del sole: si lascia vedere, ma non svanisce.

Nonostante la forma più tipica di depressione stagionale raggiunga il picco tra autunno e inverno, quando il caldo arriva a livelli estremi aumentano gli accessi al pronto soccorso per motivi di salute mentale, i ricoveri per ansia e disturbi dell’umore e quelli per comportamenti autolesivi.


Si può riconoscerla, persino trovarla assurda, essere perfettamente consapevoli che alzarsi dal letto o prepararsi un pasto è possibile – e che altri, in condizioni peggiori, ci riescono. Eppure si resta immobili, come dentro un caldo che toglie l’aria: ogni gesto diventa faticoso, ogni pensiero si ripete, come l’afa estiva che spegne ogni slancio vitale. E non è solo un’impressione individuale: dopo il 2020 gli indicatori si sono alzati. L’Organizzazione mondiale della sanità 
stima, nel primo anno di pandemia, circa un quarto in più di persone con ansia e depressione nel mondo. Mentre negli Stati Uniti, le indagini federali del 2021-2023 indicano che la depressione riguarda circa un adulto su otto, una quota più alta rispetto al periodo prepandemico, con livelli particolarmente elevati tra giovani e donne.

La festa è finita
La malinconia non è un’invenzione recente. I suoi sintomi – stanchezza, perdita di senso, avversione per il mondo – compaiono già nei testi antichi, attraversano 
Omero e Ippocrate, si insinuano nei versi di Emily Dickinson e Charles Baudelaire, nei diari di Sylvia Plath. Per millenni, però, non è stata considerata davvero una malattia. Al contrario: era spesso associata a una particolare sensibilità, a uno sguardo troppo acuto o troppo profondo per non incrinare l’ordine apparente delle cose. Oggi usiamo un altro lessico. Parliamo di depressione. Ma non sempre è chiaro di cosa stiamo parlando: la distinzione tra tristezza, malinconia e depressione clinica è tutt’altro che scontata. Il termine depressione è recente. E soprattutto: non tutte le manifestazioni di sofferenza interiore rientrano nella depressione maggiore. Esistono condizioni meno gravi, ma più diffuse: disturbi dell’adattamento, crisi reattive, momenti di demotivazione legati a fattori esterni. Non sono patologie nel senso stretto, ma si manifestano in modo simile – e a volte vengono diagnosticate come tali.

Chi soffre di depressione e vive in condizioni di marginalità tende a non chiedere aiuto, a non riconoscersi nei percorsi di cura disponibili, a convivere con il dolore come se fosse parte dell’ordine naturale delle cose.


L’immaginario alimentato dai poeti che abbiamo citato colloca la depressione nelle biblioteche e in silenziosi interni borghesi; le ricerche, invece, raccontano altro. La depressione si addensa dove la vita è più fragile dal punto di vista materiale: chi sta nei gruppi socioeconomici più bassi corre 
un rischio quasi doppio di ammalarsi rispetto ai più abbienti. Precarietà abitativadisoccupazione e povertà – insieme allo stress cronico che ne deriva – hanno in realtà un peso fortissimo.

La vulnerabilità genetica può essere distribuita in modo omogeneo, ma i fattori scatenanti no. E le conseguenze sono spesso trascurate: chi soffre di depressione e vive in condizioni di marginalità tende a non chiedere aiuto, a non riconoscersi nei percorsi di cura disponibili, a convivere con il dolore come se fosse parte dell’ordine naturale delle cose. Esiste un vero e proprio circolo vizioso tra depressione e povertà: l’una alimenta l’altra, fino a produrre una rassegnazione profonda, silenziosa, che non trova parole né interlocutori.

L’idea romantica della malinconia come segno di genialità ha lasciato un’eredità sottile ma persistente. Anche oggi tendiamo a isolare il dolore psichico dalle sue radici storiche e materiali, concentrandoci sulle biografie di chi soffre invece che sui contesti che generano sofferenza. Secondo Barbara Ehrenreich l’attenzione riservata ai depressi celebri – scrittori, filosofi, artisti – ha contribuito a scollegare il dolore psichico dalle sue cause sistemiche, rendendolo un’esperienza astratta, quasi nobile, profondamente isolata. Nel suo Una storia della gioia collettiva (2006, trad. it. 2024) dedica un intero capitolo all’epidemia di malinconia che attraversò l’Europa tra Seicento e Settecento. Uomini e donne che si ritirano dalla vita pubblica smettono di mangiare, di parlare, di desiderare, senza cause apparenti. Ehrenreich legge questo malessere come il segnale di un cambiamento profondo: la nascita di un nuovo ordine morale fondato su disciplina, sobrietà, rinuncia. Un ordine che coincide con l’ascesa del capitalismo moderno, e che, come aveva già intuito Max Weber, affonda le sue radici in una spiritualità calvinista in cui il piacere è sospetto e la fatica è virtù.

In questa chiave, la depressione non appare come un semplice guasto individuale, bensì come una forma di rifiuto: un segnale – spesso silenzioso – di adattamento a contesti che restringono tempo, legami e piacere. Non a caso, Ehrenreich nota che chi ne è colpito spesso non si lamenta: si ritira. Non chiede aiuto: smette di partecipare. Forse, osserva Ehrenreich, epidemia di depressione e scomparsa delle feste condivise possono avere un’eziologia comune nella nuova mentalità dell’uomo moderno, ma non solo, potrebbe esserci anche una sorta di rapporto di causa-effetto: è possibile che l’apparente declino della capacità di provare piacere sia in qualche modo collegato al declino delle opportunità di piacere?

L’attenzione riservata ai depressi celebri – scrittori, filosofi, artisti – ha contribuito a scollegare il dolore psichico dalle sue cause sistemiche, rendendolo un’esperienza astratta, quasi nobile, profondamente isolata.


È difficile dimostrare una filiazione diretta tra la soppressione delle feste e l’aumento dei casi di malinconia, così come è complicato stabilire con certezza se tra Sedicesimo e Diciassettesimo secolo i casi di depressione siano realmente aumentati, o se semplicemente la letteratura abbia cominciato a nominarli con più insistenza. Ma che la scomparsa delle occasioni rituali abbia contribuito a rendere più cupo l’umore collettivo è più che plausibile ‒ e ancor più plausibile è l’idea che la festa fosse, in molte culture, una forma di cura. La soppressione delle feste ha dunque privato le comunità di un antidoto.

La cura perduta
All’inizio degli anni Duemila, a seguito di un grande episodio depressivo e del successo di Il demone di mezzogiorno, Andrew Solomon si recò in Ruanda per parlare con alcuni operatori locali impegnati a curare i sopravvissuti al genocidio. Come ha 
raccontato nel 2013, gli operatori locali gli spiegarono che l’approccio occidentale funzionava poco: niente sole, niente tamburi, nessun coinvolgimento della comunità. Quello che fecero “fu portare le persone, una alla volta, in piccole stanze squallide e farle parlare per un’ora di tutte le cose orribili che gli erano accadute”. Solomon rimase colpito da quel confronto. In molte culture, la cura della sofferenza psichica non passa per l’introspezione solitaria, ma per il coinvolgimento del corpo e della comunità. Come accade per esempio in Senegal con il rituale di guarigione Ndeup, in cui musica, canto e danza servono a sciogliere il dolore e restituire la persona al gruppo.

Anche Barbara Ehrenreich ha raccolto esempi di cerimonie terapeutiche collettive: dalle danze rituali usate in Uganda negli anni Novanta per aiutare i bambini rapiti dalle milizie a elaborare il trauma, fino al tarantismo pugliese studiato da Ernesto de Martino, che liberava le contadine possedute dal morso della tarantola in un’esplosione coreografica di suoni e movimento. Per secoli, parate religiose, feste popolari, carnevali e danze hanno avuto un ruolo che oggi definiremmo terapeutico: davano forma al dolore, lo rendevano manifesto, lo trasformavano in energia condivisa.

Già nel 1621, Robert Burton, nell’Anatomia della malinconia, elencava tra i rimedi musica, gioco, conversazione, esercizio fisico – persino “un po’ di vino” – a indicare che contro la malinconia servono movimento, contatto, partecipazione.

Il DSM ha progressivamente ristretto i margini della normalità, riducendo anche il periodo di lutto considerato fisiologico. In questo modo, ogni sofferenza rischia di diventare una devianza: ogni dolore, una diagnosi.


A partire dal Novecento, e soprattutto dagli anni Cinquanta, il dolore psichico ha cominciato a essere codificato come disturbo. La depressione è entrata nei manuali diagnostici, è diventata una sindrome da riconoscere, classificare, trattare. Il 
DSM, la cosiddetta “bibbia” della psichiatria americana, elenca con precisione i criteri clinici: umore depresso per la maggior parte del giorno, anedonia, insonnia o ipersonnia, affaticamento, senso di colpa eccessivo, pensieri ricorrenti di morte. Ma quella lista, così ordinata, dice poco del contesto in cui quei sintomi emergono. Non racconta la qualità dell’esperienza, né tiene conto delle sue cause storiche, sociali, biografiche.

Una cosa è la depressione maggiore ‒ grave, persistente, spesso invalidante ‒ un’altra è il vasto spettro di condizioni che oggi vengono ricondotte a essa. Come ricorda lo psichiatra Piero Cipriano in La società dei devianti (2016), “dal 1980, e ancor più dal 2013, tutte le forme di tristezza conseguenti a perdita del lavoro, incidenti, malattie organiche, fine di relazioni affettive, lutti, sono depressione”. Il DSM ha progressivamente ristretto i margini della normalità, riducendo anche il periodo di lutto considerato fisiologico. In questo modo, ogni sofferenza rischia di diventare una devianza: ogni dolore, una diagnosi.

In Il demone di mezzogiorno, Andrew Solomon contesta apertamente l’idea che la depressione possa essere ridotta a un semplice squilibrio biochimico. Spiega che, a differenza del diabete, non esiste un deficit misurabile e univoco da correggere: l’incremento della serotonina può avere un effetto benefico, ma non necessariamente perché la depressione sia causata da una carenza.
Solomon parla di “neuromitologia moderna”, e mette in guardia contro la narrazione secondo cui la depressione sia solo una questione di chimica interna. Perché se tutto è chimico ‒ l’intelligenza, il desiderio, persino la nostalgia di un pomeriggio di primavera ‒ allora nulla è davvero “solo” chimico. Ridurre la depressione alle sole molecole equivale a escludere il contesto materiale e relazionale che la modella.

Capitalismo malinconico
A spingere con più forza questa lettura è stato Mark Fisher, che in 
Realismo capitalista (2009, trad. it.2018) descrive la depressione non solo come patologia individuale ma come “forma affettiva dominante del presente”. Secondo Fisher, l’aumento vertiginoso delle diagnosi non segnala soltanto un peggioramento della salute mentale collettiva, ma la crescente incapacità del sistema di immaginare alternative. La depressione diventa allora il sintomo più chiaro di una paralisi desiderante: un futuro che non si riesce più a vedere, un presente che si ripete, un senso di impotenza strutturale che si incolla ai corpi.

Secondo Mark Fisher, l’aumento vertiginoso delle diagnosi non segnala soltanto un peggioramento della salute mentale collettiva, ma la crescente incapacità del sistema di immaginare alternative.


“Non è un caso che la depressione sia così diffusa oggi. Anzi, è necessario che lo sia”, scrive Fisher. Se la depressione è ovunque, è perché ovunque si respira un’aria di stanchezza generalizzata, di precarietà affettiva, di logoramento del senso. È la condizione emotiva coerente con un sistema che sfinisce, atomizza, disinnesca il conflitto. In molti casi, ciò che chiamiamo depressione assomiglia sempre più a una forma di adattamento. Una risposta muta e rassegnata a uno stile di vita che non concede tregua, che sbriciola le relazioni, che trasforma ogni esperienza in prestazione. La socialità si è fatta intermittente, la soglia dell’attenzione si accorcia, le giornate scorrono come in un loop, sempre uguali e sempre troppo piene. E tuttavia nulla si ferma: si va avanti. È una stanchezza silenziosa, che non blocca il sistema, ma lo accompagna.

Contagio emotivo
La depressione come sottofondo emotivo non si limita a esistere: si mantiene. A tenerla in posizione concorrono più dinamiche intrecciate. Anzitutto gli stressori materiali condivisi. Quando intere fasce di popolazione vivono lavoro incerto, abitare instabile ed estati opprimenti, i sintomi non restano dispersi: si addensano. La stessa pressione, ripetuta in molte vite, crea una base comune di fatica e sfiducia.

Poi c’è la trasmissione emotiva. Nelle interazioni quotidiane tendiamo a rispecchiare chi abbiamo di fronte – postura, timbro, ritmo, microespressioni – e questo favorisce un allineamento dell’umore. Succede al tavolo di famiglia, in ufficio, nei gruppi e nei feed: se il registro condiviso scivola verso stanchezza e sfiducia, chi è più esposto finisce per sintonizzarsi su quei toni. Non è solo soffrire “in tanti”: è risuonare.

Quando intere fasce di popolazione vivono lavoro incerto, abitare instabile ed estati opprimenti, i sintomi non restano dispersi: si addensano.


Sul versante sociologico, Émile Durkheim mostrava che il benessere mentale dipende anche da due equilibri collettivi: l’integrazione, cioè quanto ci si sente parte di reti e comunità, e la regolazione, ossia quanto sono chiare le norme e le aspettative comuni. Quando l’integrazione si indebolisce e la regolazione si allenta, prende forma ciò che Durkheim chiamava anomia: vengono meno orientamento e punti d’appoggio, aumentano smarrimento e disordine di scopi. Tradotto nel presente: reti più rade e riferimenti comuni più fragili spingono molte persone a un defilamento dalla vita comune – meno partecipazione a luoghi e tempi condivisi, meno scambio di aiuto – e così la tristezza perde i contorni del fatto privato e diventa stile emotivo di gruppo.

Infine l’ambiente informativo. Già negli anni Ottanta si parlava di società sovrainformata: un ecosistema che immette più stimoli di quanti riusciamo a elaborare. Il risultato, allora come oggi, è una sindrome di blocco: si accumulano input, si resta in costante aggiornamento ma la capacità di tradurre informazioni in azione si inceppa. I feed contemporanei amplificano questo schema: notifiche continue, paragoni permanenti, piani d’azione che si sbriciolano sotto l’urto di stimoli sempre nuovi. L’impotenza smette di essere un’esperienza isolata e diventa abitudine condivisa.

Tutti i fattori descritti tendono poi ad alimentarsi a vicenda. La pressione materiale legata a casa, lavoro e aspettative socioeconomiche non mantenute genera stanchezza e sfiducia diffuse, che a loro volta – attraverso il rispecchiamento quotidiano – si propagano diventando il tono emotivo del gruppo. E in una comunità dal tono depressivo, rassegnazione e impotenza si rafforzano reciprocamente: ciascuno conferma agli altri l’impossibilità del cambiamento, come se tutti respirassero la stessa aria viziata senza più accorgersi della mancanza di ossigeno. Nel frattempo aumenta il ripiegamento individuale, e con la minore partecipazione, si assottiglia anche il supporto pratico ed emotivo. Con meno aiuto a disposizione, le stesse pressioni pesano di più ‒ le spese si fanno più gravose, le incombenze di cura più isolate ‒ e la stanchezza ritorna rafforzata. Così il registro emotivo collettivo scivola su toni bassi e vi rimane, perché ogni giro del ciclo alimenta il successivo.

La città che non cura
Più che un’epidemia di depressione, stiamo dunque vivendo una rassegnazione di massa, anestetizzata ma capillare, che assomiglia a un torpore collettivo del desiderio. Una condizione che non viene vissuta come emergenza, ma come normalità: si lavora comunque, si produce comunque, si va avanti comunque. Solomon ha scritto che la depressione ti convince che nulla cambierà mai. Non che tutto sia terribile, ma che sarà sempre così. È questa l’idea più difficile da scardinare: che lo stato attuale delle cose sia ineluttabile.

In una comunità dal tono depressivo, rassegnazione e impotenza si rafforzano reciprocamente: ciascuno conferma agli altri l’impossibilità del cambiamento, come se tutti respirassero la stessa aria viziata senza più accorgersi della mancanza di ossigeno.


Il demone di mezzogiorno non abita più nei monasteri: si è trasferito nelle città, nelle stanze da letto, nei coworking, nelle timeline, nei vagoni della metro. Non toglie il sonno: lo rende opaco. Non impone silenzio: lo mimetizza in un rumore di fondo. E se il malessere ha dinamiche sociali – contagio emotivo, anomia, sovraccarico informativo – allora anche l’ambiente in cui viviamo può spegnerlo o alimentarlo: è qui che entrano in gioco spazio urbano e infrastrutture sociali. È difficile guarire in un luogo che non permette di incontrarsi. Le nostre città sembrano progettate per tenerci separati: panchine senza ombra, piazze vuote ma sorvegliate, cortili chiusi a chi non abita lì. Gli spazi pubblici si riducono a corridoi di passaggio, mentre i luoghi di sosta si privatizzano e ci si incontra solo per consumare.

Così il piacere diventa un gesto solitario, e il desiderio una prestazione da ottimizzare. Anche le stagioni sembrano aver perso la loro promessa: le estati non liberano più, opprimono. Non è solo il sole a schiacciare. È l’assenza di luoghi che accolgano il corpo, che facilitino la sosta, che permettano di stare senza produrre.
Piazze nuove, disegnate senza alberi, 
si trasformano in superfici incandescenti
. L’ombra non è prevista. L’afa non concede scampo. Non stupisce allora se la tristezza non si dissolve ma ristagna, come l’aria ferma nei sottopassi, nei tram affollati, nei pomeriggi di luglio. Il demone di mezzogiorno non arriva solo da dentro, ma si annida nei ritmi, negli spazi, nelle relazioni interrotte. E se il malessere è collettivo, anche la cura dovrà esserlo.

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domenica 8 marzo 2026

Come Eni vuole prendersi gli influencer italiani - Lorenzo Tecleme


Una popolare pagina Instagram italiana pubblica un carosello, cioè un post composto da più immagini. La notizia al centro del contenuto social è il nuovo record segnato nel 2024 dall’installazione di energia eolica e fotovoltaica, ma i toni del post sono inusuali. Sole e vento «non bastano per la transizione energetica – scrive la pagina, e – il gas e alcune fossili restano indispensabili». Per i divulgatori dietro il profilo, la soluzione sta nella «neutralità tecnologica». Si tratta del principio, da tempo dibattuto nella politica europea, per cui dovrebbe essere il mercato a decidere quali soluzioni tecnologiche siano più adatte a portare avanti la transizione ecologica, e non gli Stati.

I partiti della destra e dell’ultradestra hanno fatto della neutralità tecnologica una battaglia simbolo all’interno delle istituzioni comunitarie, e anche le aziende dell’oil&gas ne parlano diffusamente. E proprio a queste ultime dobbiamo guardare per capire il post da cui siamo partiti. L’ultima slide rivela infatti il vero scopo della pubblicazione: promuovere MINDS, un master organizzato dalla multinazionale italiana Eni assieme al Politecnico di Torino.

Plenitude Creator Bootcamp: la scuola per influencer di Eni

La collaborazione tra la pagine Instagram in questione – Data Pizza, 226mila follower – ed Eni è correttamente segnalata e assolutamente lecita. Il tema dei legami tra una delle più grandi aziende del nostro Paese e l’universo dei content creator italiani, però, merita attenzione.

Da anni Eni, anche tramite la sua controllata Plenitude, investe molto sulle collaborazioni con personaggi famosi sui social e pagine dedicate alla divulgazione. L’attore Paolo Ruffini (1,9 milioni di follower su Instagram), la travel blogger Manuela Vitulli (168mila follower), il gamer Jody Checchetto (282mila follower) sono solo alcune delle celebrità online che hanno prestato la loro immagine all’azienda. Andrea Perticaroli e Christian Cardamone, meglio noti come @iwouldbeandrea e @nonsonokristiano, sono diventati di fatto i volti di Plenitude su TikTok. Un’investimento sui social che si combina alla pubblicità tradizionale e alle sponsorship dei grandi eventi – il Festival di Sanremo e la Seria A su tutte, ma anche grandi occasioni straniere come la Vuelta di Spagna recentemente conclusa.

L’ultima novità in questo scenario è che l’azienda con sede a San Donato Milanese ha fatto un passo ulteriore nel mondo della comunicazione online. Proponendosi come punto di riferimento per chi vuole fare carriera su nuovi media. Ha avuto inizio il 15 settembre a Milano, da quanto si apprende sul sito della multinazionale, il Plenitude Creator Bootcamp. Si tratta di «un programma di formazione pensato per aspiranti content creator». Chiunque tra i 20 e i 40 anni con un profilo Instagram o TikTok attivo ha potuto candidarsi per partecipare a questa scuola. L’obiettivo è «consolidare ulteriormente il dialogo con le nuove generazioni attraverso i loro linguaggi». L’idea, insomma, sarebbe quella di creare una nuova generazione di influencer sui temi dell’energia e dell’ambiente. Una generazione la cui formazione passi dalla principale impresa dell’oil&gas italiana.

Tante emissioni e poca transizione: il futuro secondo Eni

«Fin dalla nascita qualche anno fa, Eni ha sempre cercato di promuovere Plenitude con una strategia di marketing ben precisa: associare l’azienda dal logo verde agli eventi più amati dalle persone e più lontani dall’immaginario fossile, come il Festival di Sanremo o le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. E sempre con il fine di ripulire la propria immagine e presentarsi come qualcosa di familiare, quotidiano e amichevole, ora Plenitude utilizza la voce dei content creator sui social media, come nella sua ultima accattivante iniziativa» ,dice a Valori.it Federico Spadini, campaigner clima di Greenpeace Italia.

Da tempo le associazioni e i movimenti ecologisti accusano Eni di greenwashing. Ovvero, la pratica per cui delle aziende impegnate in settori inquinanti ripuliscono la loro immagine pubblica con piccole iniziative verdi o con campagne di marketing dal sapore ecologista. Un’accusa esplosa da quando la controllata Eni Gas&Luce ha cambiato nome in Plenitude: un rebranding volto proprio a mettere in evidenza l’impegno ambientale dell’azienda.

Greenwashing e strategia social: così Eni punta sugli influencer

Eni è il primo emettitore italiano, e il suo core business è l’estrazione e vendita di idrocarburi. Si tratta di un’azienda privata, ma i principali azionisti sono pubblici: ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti. Secondo le ong Greenpeace e Recommon, Eni da sola nel 2021 ha prodotto 456 Mt CO2eq. Cioè più dell’Italia nel suo complesso. Secondo uno studio di Reclaim Finance,  gli attuali piani aziendali prevedono  che la produzione di idrocarburi sarà superiore del 70% rispetto al livello richiesto dagli scenari di riduzione delle emissioni “Net Zero Emission” dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Sempre secondo le ong, al 2021 ad ogni euro che ENI investe in fossili corrispondono sette centesimi in rinnovabili.

Non sappiamo se questo genere di dati vengano discussi durante la formazione che l’azienda del cane a sei zampe offre alla nuova generazione di content creator. «Il business di Eni si basa per la stragrande maggioranza su gas fossile e petrolio, principali cause della crisi climatica», dice ancora Spadini. «Insomma, di verde e amichevole Plenitude ha solo il logo, il resto è una grande copertura per continuare a emettere gas serra e a fare profitti sulle spalle delle persone e del Pianeta».

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