La Milano sott’acqua e chi non
vuole fermare l’onda del cemento - Paolo Pileri
Premesso che voglio dimostrare tutta la mia vicinanza a chi è stato colpito dai danni delle alluvioni del 22 settembre nel Nord milanese (e non solo), quel che è accaduto ancora una volta ci mette davanti il fatto che continuiamo a sottovalutare i nuovi scenari climatici e metereologici (che poi tanto nuovi non sono): piove tanto e in poco tempo. Sono piogge tipiche di un meteo che non è impazzito ma che reagisce a una situazione climatica fortemente modificata da un lato e a una situazione a terra altrettanto incapace di reagire perché non assorbe più nulla. Quando piove in un’area permeabile gli effetti sono decisamente inferiori e più lenti a generarsi. E torniamo quindi a parlare di impermeabilizzazione ovvero di cementificazione.
I fatti di
questi giorni ci dimostrano che la soluzione tecnica della vasca di laminazione
tanto invocata da tecnici e politici non può funzionare e non ha funzionato.
Quella che è stata inaugurata lo scorso anno trasformando un’area di poco più
di un ettaro del parco e che fu causa di proteste da parte degli abitanti da un
lato e di proclami trionfalistici da parte del Comune dall’altro, non è
riuscita a reggere, insieme alle poche altre esistenti. Presumibilmente non lo
sarà neppure nei prossimi anni. Perché?
Perché non
basta un rimedio tecnico davanti a uno scenario urbanistico che continua
pervicacemente a non dare segnali di cambiamento. Fare una, due, tre, dieci
vasche di laminazione e nel frattempo non fermare l’onda di
impermeabilizzazione (ovvero di consumo di suolo) da un lato e non avviare un
serio, diffuso, esteso e cospicuo programma di depavimentazione della regione
territoriale a Nord di Milano dall’altro non fa che rendere vane quelle opere.
Non servono a nulla se nel frattempo non si smette di massacrare il territorio
a colpi di cemento e asfalto.
Se
tracciassimo una linea orizzontale cha va da Novara a Romano di Lombardia
passando per Milano e andassimo a vedere il consumo di suolo degli ultimi anni
a Nord e a Sud di questa linea, sapete che cosa scopriremmo? Che a Nord, ovvero
nelle Province di Monza Brianza, Lecco, Sondrio, Varese e Bergamo il consumo di
suolo è cresciuto o si è mantenuto stabile, mentre in quelle a Sud vi è stata
una flessione. Vuol dire che a Nord di Milano -area già intasata- si è
provveduto a rendere ancor più impermeabile e fragile il territorio,
esponendolo a maggiori danni in caso di alluvioni. Che è ciò che è successo e
succederà ancora, purtroppo.
Mentre
scrivo, sui tavoli regionali e comunali giacciono ancora progetti faraonici di
nuove opere stradali e autostradali (una su tutte la Pedemontana nelle sue
tratte mancanti), nuove logistiche, nuovi data-center (ad esempio nel
vimercatese, ma anche in aree interstiziali brianzole e bergamasche) e,
immancabilmente, ancora nuove aree residenziali e nuove strade e parcheggi. E
nessuno le sta mettendo in discussione alla luce di quanto appena successo.
Domani riprenderanno ad approvarle nei Consigli comunali e in quello regionale,
come se nulla fosse stato. In queste ore a Milano il sindaco Giuseppe Sala
trionfalmente parla di un nuovo stadio dopo che nei mesi scorsi la sua Giunta
ha autorizzato un centinaio di enormi trasformazioni urbanistiche interne alla
città di Milano e non certo un centinaio di progetti di depavimentazione che
avrebbero migliorato la permeabilità.
Non è
servita la contrazione di uso del suolo invocata dalla legge regionale 31/2014
(peraltro mai avversata dalle principali fazioni politiche). Ne è servito o
servirà il decreto ministeriale 2 gennaio 2025 sul contrasto al consumo di
suolo che distribuisce qua e là una miseria di spiccioli per opere di
rinaturazione vagamente definite e che comunque non è detto aumentino
sistematicamente la permeabilità. In ogni caso si tratta di una goccia nel
deserto delle politiche ambientali ed ecologiche di questo (e del precedente)
governo in quanto saranno assegnati 160 milioni di euro per cinque anni per 20
Regioni con criteri di ripartizione che poco o nulla hanno tenuto conto del
consumo di suolo (pesa solo il 10%). Una Regione come la Lombardia riceverà in
cinque anni 18 milioni di euro da utilizzare per varie azioni il cui esito
finale in termini di permeabilità non è dimostrato. Ma comunque tutto ciò, per
poco che sia, avverrà in un contesto dove non vi è il minimo accenno a una
regolamentazione che fermi il consumo di suolo. Si capisce l’assurdo? Si
spenderanno dei soldi (pur una miseria) senza nel frattempo fermare il treno
della cementificazione. Lo schianto sarà comunque inevitabile e doloroso. Fatte
così, senza il pedale del freno, queste politiche si rivelano meri palliativi.
Idem gli incentivi per deimpermeabilizzare i quali non solo sono anche loro
miseri ma spesso puntano appena a sostituire una pavimentazione impermeabile al
100% con una che lo è al 70% o al 50%. E nel frattempo si impermeabilizza cento
volte di più appena poco più in là. Sempre meglio di niente, dicono, ma
infinitamente lontano dagli obiettivi urgenti e necessari che dovremmo avere.
Ci si deve
mettere in testa che la crescita dell’urbanizzazione concorre a peggiorare lo
stato del clima e a incrementare l’esposizione ai danni ovvero aumenta la spesa
pubblica. Quel che c’è da fare è semplice: riutilizzare ciò che già esiste
prima di toccare anche un solo metro quadrato di suolo, lavorare a un rigoroso
stop al consumo di suolo, avviare una campagna di estesa depavimentazione
ovunque (grandi città e piccoli paesi) con conseguente rinaturazione delle aree
depavimentate e infine formare tecnici politici e cittadini sul ruolo del suolo
nel quadro ecologico e climatico attuale. Ovvio che tutto ciò richiede sforzi e
un nuovo modo di abitare le città e i paesi e nuove abitudini che nulla possono
avere a che fare con quel che abbiamo vissuto fino ad oggi. Questo ci spaventa?
Non ha senso spaventarci delle cose giuste da fare. Piuttosto, ha senso
spaventarsi di quelle che non vengono fatte e pretenderle da chi ha scelto di
governare il territorio.
Altro che depavimentare le
città: il governo ha asfaltato il Piano di ripristino della natura - Paolo Pileri
La saga dell’irresponsabilità ecologica procede con il vento del governo in poppa. Il 7 ottobre è stata pubblicata sul sito del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) la proposta di piano di ripristino della natura (Pnr) che il nostro governo ha presentato, in ritardo, a Bruxelles, in perfetta coerenza con il voto contrario al Regolamento europeo per il ripristino della natura (Nrr) del ministro Gilberto Pichetto Fratin in Europa, ma che poi fu comunque approvato grazie all’atto eroico e responsabile, lo ricordiamo, di Leonore Gewessler.
Il Pnr
inviato alla Commissione è un piano svuotato come un calzino per quanto
riguarda l’Articolo 8, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani, di cui
abbiamo ripetutamente parlato quest’estate. Quello che era un forte sospetto
ora è realtà. Delle 23 misure del Pnr valide per tutti i Comuni e proposte
dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) dopo
varie consultazioni con un’ampia compagine di associazioni,
edilizia-Comuni-ambiente e con esperti di pianificazione urbanistica e di
ambiente, ben 15 sono state completamente cancellate, senza nessuna proposta
alternativa.
Tanto per
essere chiari, è stata cancellata la misura che prevedeva un registro delle
perdite di aree verdi dall’entrata in vigore del Nrr; quella che minimizzava il
consumo di suolo; quella che prevedeva di localizzare gli interventi
compensativi entro il proprio confine comunale e non altrove; quella che
prevedeva oneri urbanistici supplementari per sostenere un po’ gli interventi
di ripristino; quella del principio di precauzione per il quale si chiedeva di
sospendere le previsioni e gli interventi che generavano riduzione degli spazi
verdi fino alla pubblicazione del monitoraggio ufficiale al 2030. Ma anche
quella che limitava gli interventi su suoli urbani non artificializzati; quella
di integrare i piani urbanistici esistenti con i principi Nrr e Pnr; quella di
integrare e aggiornare le valutazioni di impatto ambientale e strategiche con i
principi Nrr e Pnr; quella di integrare e aggiornare i regolamenti edilizi
comunali (come già fatto da Genova); quella di fare un monitoraggio annuale
delle aree verdi legandolo a un rendiconto da pubblicare; quella di
depavimentare con contestuale ricostituzione dei suoli ed equipaggiamento
ecologico delle superfici. Le misure di depavimentazione che sono rimaste sono
state un po’ declassate a deimpermeabilizzazioni e un po’ trasformate in
suggerimenti assieme alle poche altre superstiti: non c’è più nulla di
praticamente obbligatorio.
Non più
indirizzi sfidanti ma “consiglietti” che -lo sappiamo a menadito- in
urbanistica sono inutili nel 95% dei casi. Non si impone ma si promuove. Non si
richiede ma si favorisce. Non si chiede ma si auspica. Non di deve ma si
dovrebbe. I devono sono stati imbavagliati e trasformati in possono. Non si
obbliga a usare soluzioni basate sulla natura ma solo viene consigliato
(assurdo). Parole scelte per generare degli incompiuti e non cambiare nulla.
Perfino gli abbattimenti degli alberi si possono continuare a fare se
debitamente documentati (ma da chi? Da chi vuole abbatterli, non mi stupirei).
I tempi sono
stati fatti slittare attaccandosi ad aggiornamenti tecnici che mai si faranno.
Le misure sono state agganciate a non ben chiari meccanismi prestazionali che,
a loro volta, richiederanno burocrazia ingessante. Si lasciano sulle spalle dei
Comuni censimenti di aree idonee quando sarebbe un compito delle Regioni, visto
che queste hanno staff e competenze più adeguate e sarebbero più rapide.
Un piano di misure che i Comuni già virtuosi per i fatti loro potranno usare,
mentre gli altri potranno largamente disimpegnarsi. Speriamo ovviamente che
Bruxelles bocci questa proposta, ma anche questo fa parte del piano
“horribilis” che gioca a costruire ritardi a tavolino, consentendo a chi vuole
continuare a consumare suolo e aree verdi, di prendere tempo e andare avanti a
stendere altro asfalto.
E così il
nostro Paese si troverà in una situazione sempre più compromessa perché nessuno
riuscirà a ripristinare le migliaia di ettari di aree verdi che continueranno a
sparire. Non è che quel che scompare prima della approvazione del Pnr non dovrà
essere ripristinato. Tutt’altro: il regolamento europeo rimane vigente e
vincolante (per fortuna) a partire dal 18 agosto 2024, anche senza il Pnr: è
bene ricordarlo al governo, ai Comuni italiani e ai sindaci.
E
fioccheranno sanzioni milionarie che il governo sta lasciando sulle spalle dei
Comuni visto che il decreto legislativo 80/2026 ha indicato loro come attuatori
del Nrr. La cancellazione delle misure del Pnr lascia i Comuni allo sbando e
gli taglia il ramo sul quale sono seduti. I sindaci rimarranno intrappolati
senza riuscire a raggiungere gli obiettivi entro il 2030 e dovranno pagare di
tasca loro (nostra) le sanzioni. E a noi, ignari cittadini, ci toccherà
assistere all’incrudimento della crisi ecologica, all’aumento delle temperature
nelle città dove abitiamo, ad alluvioni sempre più distruttive come quelle appena
accadute in Campania e a Napoli, dove abita il presidente dei Comuni italiani,
il sindaco Gaetano Manfredi.
Alla fine,
la strana alleanza tra l’Associazione nazionale dei Comuni italiani e quella
dei costruttori edili (Anci&Ance) ce l’ha fatta ad affondare l’Articolo 8 del Pnr. Un
aiutino di retrovia l’ha ricevuto anche dall’Istituto nazionale di urbanistica
(Inu) che non se l’è sentito di “gettare il cuore oltre l’ostacolo” preferendo
usare l’ostacolo -l’inadeguata normativa urbanistica italiana- per rallentare
il Pnr, contribuendo a fermarlo. Questo volevano, questo hanno dichiarato negli
incontri che si sono tenuti nelle fasi di consultazione e questo hanno
ottenuto. Il nostro Paese va in Europa con un piano che ci renderà ridicoli e
irresponsabili. I nostri politici non vengano a farci lezioni sull’arte del
compromesso perché qui non c’è stato nessun compromesso, ma solo cancellazione
e respingimento.
Non c’è una
sola azione tra quelle dell’Articolo 8, rivolte a tutti i Comuni, che sia
rimasta in piedi con la forza con cui era stata scritta. Prendiamo quindi atto
che i Comuni non ne vogliono sapere di cambiare la loro azione urbanistica. Si
vede che i sindaci, tranne poche eccezioni, preferiscono continuare a indossare
la divisa dei consumatori di suolo e aree verdi. Altro che discorsetti sulla
responsabilità e l’attenzione alle prossime generazioni. Le loro parole sono
enunciati che innescano la retromarcia appena devono passare all’azione
concreta. In un dibattito a cui ho partecipato presso l’ordine degli architetti
di Padova lo scorso 8 ottobre, il vicepresidente dell’Anci, Massimo Cavazzana,
ha confermato che proprio l’Associazione dei Comuni ha svuotato la bozza del
Pnr. Tra le motivazioni che ha portato, l’accusa allo Stato per non aver fatto
formazione sul Nrr ai sindaci e ai tecnici comunali.
Pare che
questo sia stato un valido motivo per non imbarcarsi nella sfida del Pnr
(peccato che la formazione ai sindaci e agli uffici tecnici è uno dei compiti
che l’Anci si è assunta da decenni che però non ha svolto, non mandando neppure
una striminzita mail ai Comuni per dire che era stato approvato Nrr nel 2024).
Ha detto che non c’è stato un tempo sufficiente per lavorare al Pnr (peccato
che l’Associazione non ha incalzato il governo a non perdere tempo e avviare
subito i lavori del piano; e comunque nei sei mesi di intenso lavoro tecnico
condotto dall’Ispra, non mi risulta che l’Anci abbia messo in piedi un folto
gruppo di sindaci per lavorarci né che abbia chiesto aiuto a esperti).
Ha detto che
il Pnr avrebbe fatto piovere un sacco di ricorsi perché i privati che hanno
aspettative di volumetrie da realizzare non possono ricevere uno stop (frasi
del genere mi confondono sempre perché penso sempre che i sindaci sono
innanzitutto degli strenui protettori dell’interesse generale e non gli alfieri
che difendono per prima cosa le pretese di quanti vogliono urbanizzare sui propri
terreni). Ha detto che non si poteva approvare un Pnr senza finanziamenti (ma
l’Anci non ha mai pubblicamente alzato la voce chiedendo al governo di
appostare soldi proprio per non perdere questa sfida). Ha detto che comunque
nulla è perso perché ora la commissione lo reinvierà e ci saranno altri sei
mesi per sistemarlo, senza rendersi conto (o rendendosene eccome, valutate voi)
che nel tempo che passerà senza un Pnr i Comuni non se ne staranno con le mani
in mano e tantomeno avranno strumenti nuovi per frenare le richieste di
trasformazione che fioccheranno e che poi sarà impossibile compensare.
Ha poi detto
che l’applicazione del regolamento a solo 2.761 Comuni, come indicato dall’Ue,
avrebbe scatenato una asimmetria ingiusta e sperequativa. Peccato che l’Anci
non ha mai proposto di allargare a tutti i Comuni o a un numero maggiore, ma ha
fatto l’esatto contrario: ha chiesto di ridurre il numero e si è opposta alla
proposta dell’Ispra di prevedere l’adesione volontaria dei Comuni non
appartenenti alla lista Ue.
Insomma,
tutte affermazioni che non rispondono alla cronaca degli ultimi mesi, ma che
piuttosto lasciano pensare a una imbarazzante prossimità con le posizioni
dell’Ance (l’associazione dei costruttori) e alla debolezza dei meccanismi di
condivisione interna alla associazione dei Comuni. Se quelle cancellature le ha
decise un’ampia e autorevole assemblea dei sindaci (di cui non abbiamo avuto
notizia) o un tavolo ristretto di uno o due di loro fa certamente differenza e
spero ne discutano con franchezza alla prossima assemblea Anci a Verona. Nel
frattempo, ricordiamo ai 2.761 Comuni che devono applicare in toto il
regolamento europeo che, solo nel 2024, entro i loro confini sono spariti 595
ettari di coperture arboree e quattromila ettari di aree verdi, pari al 48% del
consumo di suolo nazionale annuo. Una cifra da brivido che dimostra la
responsabilità dei Comuni e/o la loro incapacità a frenare una urbanistica
ancora ingorda di suolo e verde.
L’affossamento
del Pnr ci catapulta in una vicenda di cui questo tempo di crisi ecologica non
ha bisogno e rende tutti noi, volenti e nolenti, complici. Una situazione
davanti alla quale non dobbiamo tenerci le parole in gola. Eppure, nessun
sindaco, tranne Silvia Salis di Genova, ha formalmente inviato una lettera
all’Anci prendendo posizione per difendere quello che era il Pnr prima del
grande taglio. Gli altri? Il sindaco di Milano? Di Roma? Di Bologna? Di Rimini?
Di Crotone? Di Isernia? Di Palermo? Di Catania? Di Bari? Di Firenze? Di Pesaro?
Di Venezia? Di Matera? Di Cagliari? Di Udine? Di Trento? Di Bolzano? Di Aosta?
Di Torino? Di Padova? Di Perugia? Di Chieti? Di Reggio Emilia dove si è
consumato il grande e ignobile ecocidio di Bosco Ospizio?. Evito di
inserire nella lista il sindaco di Napoli, presidente dell’Anci. E i deputati?
E i senatori? Nazionali ed europei? Il 95% di loro è stato colto da improvvisi
ascessi e non ha potuto parlare? Il silenzio di tutti coloro che hanno
responsabilità politiche è pesante come una pietra tombale.
Mi tornano
alla mente le parole di Hannah Arendt: “Chi sa di poter dissentire sa anche
che, in qualche modo, quando non dissente esprime un tacito assenso”. La Società italiana degli urbanisti ha dissentito e ha preso posizione lo
scorso maggio: ne siamo
fieri. Lo ribadiremo con convinzione il prossimo 27 novembre proprio a Napoli:
sappiamo che è difficile fare cambiamenti, ma non vogliamo essere complici di
un clima urbanistico che si arrende. Vogliamo insistentemente alimentare
l’ambizione e stare dalla parte di un progetto urbanistico che sposa in pieno
il ripristino della natura.


