sabato 7 novembre 2026

smiracolo a Milano

 

La Milano sott’acqua e chi non vuole fermare l’onda del cemento - Paolo Pileri

Premesso che voglio dimostrare tutta la mia vicinanza a chi è stato colpito dai danni delle alluvioni del 22 settembre nel Nord milanese (e non solo), quel che è accaduto ancora una volta ci mette davanti il fatto che continuiamo a sottovalutare i nuovi scenari climatici e metereologici (che poi tanto nuovi non sono): piove tanto e in poco tempo. Sono piogge tipiche di un meteo che non è impazzito ma che reagisce a una situazione climatica fortemente modificata da un lato e a una situazione a terra altrettanto incapace di reagire perché non assorbe più nulla. Quando piove in un’area permeabile gli effetti sono decisamente inferiori e più lenti a generarsi. E torniamo quindi a parlare di impermeabilizzazione ovvero di cementificazione.

I fatti di questi giorni ci dimostrano che la soluzione tecnica della vasca di laminazione tanto invocata da tecnici e politici non può funzionare e non ha funzionato. Quella che è stata inaugurata lo scorso anno trasformando un’area di poco più di un ettaro del parco e che fu causa di proteste da parte degli abitanti da un lato e di proclami trionfalistici da parte del Comune dall’altro, non è riuscita a reggere, insieme alle poche altre esistenti. Presumibilmente non lo sarà neppure nei prossimi anni. Perché?

Perché non basta un rimedio tecnico davanti a uno scenario urbanistico che continua pervicacemente a non dare segnali di cambiamento. Fare una, due, tre, dieci vasche di laminazione e nel frattempo non fermare l’onda di impermeabilizzazione (ovvero di consumo di suolo) da un lato e non avviare un serio, diffuso, esteso e cospicuo programma di depavimentazione della regione territoriale a Nord di Milano dall’altro non fa che rendere vane quelle opere. Non servono a nulla se nel frattempo non si smette di massacrare il territorio a colpi di cemento e asfalto.

Se tracciassimo una linea orizzontale cha va da Novara a Romano di Lombardia passando per Milano e andassimo a vedere il consumo di suolo degli ultimi anni a Nord e a Sud di questa linea, sapete che cosa scopriremmo? Che a Nord, ovvero nelle Province di Monza Brianza, Lecco, Sondrio, Varese e Bergamo il consumo di suolo è cresciuto o si è mantenuto stabile, mentre in quelle a Sud vi è stata una flessione. Vuol dire che a Nord di Milano -area già intasata- si è provveduto a rendere ancor più impermeabile e fragile il territorio, esponendolo a maggiori danni in caso di alluvioni. Che è ciò che è successo e succederà ancora, purtroppo.

Mentre scrivo, sui tavoli regionali e comunali giacciono ancora progetti faraonici di nuove opere stradali e autostradali (una su tutte la Pedemontana nelle sue tratte mancanti), nuove logistiche, nuovi data-center (ad esempio nel vimercatese, ma anche in aree interstiziali brianzole e bergamasche) e, immancabilmente, ancora nuove aree residenziali e nuove strade e parcheggi. E nessuno le sta mettendo in discussione alla luce di quanto appena successo. Domani riprenderanno ad approvarle nei Consigli comunali e in quello regionale, come se nulla fosse stato. In queste ore a Milano il sindaco Giuseppe Sala trionfalmente parla di un nuovo stadio dopo che nei mesi scorsi la sua Giunta ha autorizzato un centinaio di enormi trasformazioni urbanistiche interne alla città di Milano e non certo un centinaio di progetti di depavimentazione che avrebbero migliorato la permeabilità.

Non è servita la contrazione di uso del suolo invocata dalla legge regionale 31/2014 (peraltro mai avversata dalle principali fazioni politiche). Ne è servito o servirà il decreto ministeriale 2 gennaio 2025 sul contrasto al consumo di suolo che distribuisce qua e là una miseria di spiccioli per opere di rinaturazione vagamente definite e che comunque non è detto aumentino sistematicamente la permeabilità. In ogni caso si tratta di una goccia nel deserto delle politiche ambientali ed ecologiche di questo (e del precedente) governo in quanto saranno assegnati 160 milioni di euro per cinque anni per 20 Regioni con criteri di ripartizione che poco o nulla hanno tenuto conto del consumo di suolo (pesa solo il 10%). Una Regione come la Lombardia riceverà in cinque anni 18 milioni di euro da utilizzare per varie azioni il cui esito finale in termini di permeabilità non è dimostrato. Ma comunque tutto ciò, per poco che sia, avverrà in un contesto dove non vi è il minimo accenno a una regolamentazione che fermi il consumo di suolo. Si capisce l’assurdo? Si spenderanno dei soldi (pur una miseria) senza nel frattempo fermare il treno della cementificazione. Lo schianto sarà comunque inevitabile e doloroso. Fatte così, senza il pedale del freno, queste politiche si rivelano meri palliativi. Idem gli incentivi per deimpermeabilizzare i quali non solo sono anche loro miseri ma spesso puntano appena a sostituire una pavimentazione impermeabile al 100% con una che lo è al 70% o al 50%. E nel frattempo si impermeabilizza cento volte di più appena poco più in là. Sempre meglio di niente, dicono, ma infinitamente lontano dagli obiettivi urgenti e necessari che dovremmo avere.

Ci si deve mettere in testa che la crescita dell’urbanizzazione concorre a peggiorare lo stato del clima e a incrementare l’esposizione ai danni ovvero aumenta la spesa pubblica. Quel che c’è da fare è semplice: riutilizzare ciò che già esiste prima di toccare anche un solo metro quadrato di suolo, lavorare a un rigoroso stop al consumo di suolo, avviare una campagna di estesa depavimentazione ovunque (grandi città e piccoli paesi) con conseguente rinaturazione delle aree depavimentate e infine formare tecnici politici e cittadini sul ruolo del suolo nel quadro ecologico e climatico attuale. Ovvio che tutto ciò richiede sforzi e un nuovo modo di abitare le città e i paesi e nuove abitudini che nulla possono avere a che fare con quel che abbiamo vissuto fino ad oggi. Questo ci spaventa? Non ha senso spaventarci delle cose giuste da fare. Piuttosto, ha senso spaventarsi di quelle che non vengono fatte e pretenderle da chi ha scelto di governare il territorio.

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Altro che depavimentare le città: il governo ha asfaltato il Piano di ripristino della natura - Paolo Pileri

La saga dell’irresponsabilità ecologica procede con il vento del governo in poppa. Il 7 ottobre è stata pubblicata sul sito del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) la proposta di piano di ripristino della natura (Pnr) che il nostro governo ha presentato, in ritardo, a Bruxelles, in perfetta coerenza con il voto contrario al Regolamento europeo per il ripristino della natura (Nrr) del ministro Gilberto Pichetto Fratin in Europa, ma che poi fu comunque approvato grazie all’atto eroico e responsabile, lo ricordiamo, di Leonore Gewessler.

Il Pnr inviato alla Commissione è un piano svuotato come un calzino per quanto riguarda l’Articolo 8, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani, di cui abbiamo ripetutamente parlato quest’estate. Quello che era un forte sospetto ora è realtà. Delle 23 misure del Pnr valide per tutti i Comuni e proposte dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) dopo varie consultazioni con un’ampia compagine di associazioni, edilizia-Comuni-ambiente e con esperti di pianificazione urbanistica e di ambiente, ben 15 sono state completamente cancellate, senza nessuna proposta alternativa.

Tanto per essere chiari, è stata cancellata la misura che prevedeva un registro delle perdite di aree verdi dall’entrata in vigore del Nrr; quella che minimizzava il consumo di suolo; quella che prevedeva di localizzare gli interventi compensativi entro il proprio confine comunale e non altrove; quella che prevedeva oneri urbanistici supplementari per sostenere un po’ gli interventi di ripristino; quella del principio di precauzione per il quale si chiedeva di sospendere le previsioni e gli interventi che generavano riduzione degli spazi verdi fino alla pubblicazione del monitoraggio ufficiale al 2030. Ma anche quella che limitava gli interventi su suoli urbani non artificializzati; quella di integrare i piani urbanistici esistenti con i principi Nrr e Pnr; quella di integrare e aggiornare le valutazioni di impatto ambientale e strategiche con i principi Nrr e Pnr; quella di integrare e aggiornare i regolamenti edilizi comunali (come già fatto da Genova); quella di fare un monitoraggio annuale delle aree verdi legandolo a un rendiconto da pubblicare; quella di depavimentare con contestuale ricostituzione dei suoli ed equipaggiamento ecologico delle superfici. Le misure di depavimentazione che sono rimaste sono state un po’ declassate a deimpermeabilizzazioni e un po’ trasformate in suggerimenti assieme alle poche altre superstiti: non c’è più nulla di praticamente obbligatorio.

Non più indirizzi sfidanti ma “consiglietti” che -lo sappiamo a menadito- in urbanistica sono inutili nel 95% dei casi. Non si impone ma si promuove. Non si richiede ma si favorisce. Non si chiede ma si auspica. Non di deve ma si dovrebbe. I devono sono stati imbavagliati e trasformati in possono. Non si obbliga a usare soluzioni basate sulla natura ma solo viene consigliato (assurdo). Parole scelte per generare degli incompiuti e non cambiare nulla. Perfino gli abbattimenti degli alberi si possono continuare a fare se debitamente documentati (ma da chi? Da chi vuole abbatterli, non mi stupirei).

I tempi sono stati fatti slittare attaccandosi ad aggiornamenti tecnici che mai si faranno. Le misure sono state agganciate a non ben chiari meccanismi prestazionali che, a loro volta, richiederanno burocrazia ingessante. Si lasciano sulle spalle dei Comuni censimenti di aree idonee quando sarebbe un compito delle Regioni, visto che queste hanno staff e competenze più adeguate e sarebbero più rapide. Un piano di misure che i Comuni già virtuosi per i fatti loro potranno usare, mentre gli altri potranno largamente disimpegnarsi. Speriamo ovviamente che Bruxelles bocci questa proposta, ma anche questo fa parte del piano “horribilis” che gioca a costruire ritardi a tavolino, consentendo a chi vuole continuare a consumare suolo e aree verdi, di prendere tempo e andare avanti a stendere altro asfalto.

E così il nostro Paese si troverà in una situazione sempre più compromessa perché nessuno riuscirà a ripristinare le migliaia di ettari di aree verdi che continueranno a sparire. Non è che quel che scompare prima della approvazione del Pnr non dovrà essere ripristinato. Tutt’altro: il regolamento europeo rimane vigente e vincolante (per fortuna) a partire dal 18 agosto 2024, anche senza il Pnr: è bene ricordarlo al governo, ai Comuni italiani e ai sindaci.

E fioccheranno sanzioni milionarie che il governo sta lasciando sulle spalle dei Comuni visto che il decreto legislativo 80/2026 ha indicato loro come attuatori del Nrr. La cancellazione delle misure del Pnr lascia i Comuni allo sbando e gli taglia il ramo sul quale sono seduti. I sindaci rimarranno intrappolati senza riuscire a raggiungere gli obiettivi entro il 2030 e dovranno pagare di tasca loro (nostra) le sanzioni. E a noi, ignari cittadini, ci toccherà assistere all’incrudimento della crisi ecologica, all’aumento delle temperature nelle città dove abitiamo, ad alluvioni sempre più distruttive come quelle appena accadute in Campania e a Napoli, dove abita il presidente dei Comuni italiani, il sindaco Gaetano Manfredi.

Alla fine, la strana alleanza tra l’Associazione nazionale dei Comuni italiani e quella dei costruttori edili (Anci&Ance) ce l’ha fatta ad affondare l’Articolo 8 del Pnr. Un aiutino di retrovia l’ha ricevuto anche dall’Istituto nazionale di urbanistica (Inu) che non se l’è sentito di “gettare il cuore oltre l’ostacolo” preferendo usare l’ostacolo -l’inadeguata normativa urbanistica italiana- per rallentare il Pnr, contribuendo a fermarlo. Questo volevano, questo hanno dichiarato negli incontri che si sono tenuti nelle fasi di consultazione e questo hanno ottenuto. Il nostro Paese va in Europa con un piano che ci renderà ridicoli e irresponsabili. I nostri politici non vengano a farci lezioni sull’arte del compromesso perché qui non c’è stato nessun compromesso, ma solo cancellazione e respingimento.

Non c’è una sola azione tra quelle dell’Articolo 8, rivolte a tutti i Comuni, che sia rimasta in piedi con la forza con cui era stata scritta. Prendiamo quindi atto che i Comuni non ne vogliono sapere di cambiare la loro azione urbanistica. Si vede che i sindaci, tranne poche eccezioni, preferiscono continuare a indossare la divisa dei consumatori di suolo e aree verdi. Altro che discorsetti sulla responsabilità e l’attenzione alle prossime generazioni. Le loro parole sono enunciati che innescano la retromarcia appena devono passare all’azione concreta. In un dibattito a cui ho partecipato presso l’ordine degli architetti di Padova lo scorso 8 ottobre, il vicepresidente dell’Anci, Massimo Cavazzana, ha confermato che proprio l’Associazione dei Comuni ha svuotato la bozza del Pnr. Tra le motivazioni che ha portato, l’accusa allo Stato per non aver fatto formazione sul Nrr ai sindaci e ai tecnici comunali.

Pare che questo sia stato un valido motivo per non imbarcarsi nella sfida del Pnr (peccato che la formazione ai sindaci e agli uffici tecnici è uno dei compiti che l’Anci si è assunta da decenni che però non ha svolto, non mandando neppure una striminzita mail ai Comuni per dire che era stato approvato Nrr nel 2024). Ha detto che non c’è stato un tempo sufficiente per lavorare al Pnr (peccato che l’Associazione non ha incalzato il governo a non perdere tempo e avviare subito i lavori del piano; e comunque nei sei mesi di intenso lavoro tecnico condotto dall’Ispra, non mi risulta che l’Anci abbia messo in piedi un folto gruppo di sindaci per lavorarci né che abbia chiesto aiuto a esperti).

Ha detto che il Pnr avrebbe fatto piovere un sacco di ricorsi perché i privati che hanno aspettative di volumetrie da realizzare non possono ricevere uno stop (frasi del genere mi confondono sempre perché penso sempre che i sindaci sono innanzitutto degli strenui protettori dell’interesse generale e non gli alfieri che difendono per prima cosa le pretese di quanti vogliono urbanizzare sui propri terreni). Ha detto che non si poteva approvare un Pnr senza finanziamenti (ma l’Anci non ha mai pubblicamente alzato la voce chiedendo al governo di appostare soldi proprio per non perdere questa sfida). Ha detto che comunque nulla è perso perché ora la commissione lo reinvierà e ci saranno altri sei mesi per sistemarlo, senza rendersi conto (o rendendosene eccome, valutate voi) che nel tempo che passerà senza un Pnr i Comuni non se ne staranno con le mani in mano e tantomeno avranno strumenti nuovi per frenare le richieste di trasformazione che fioccheranno e che poi sarà impossibile compensare.

Ha poi detto che l’applicazione del regolamento a solo 2.761 Comuni, come indicato dall’Ue, avrebbe scatenato una asimmetria ingiusta e sperequativa. Peccato che l’Anci non ha mai proposto di allargare a tutti i Comuni o a un numero maggiore, ma ha fatto l’esatto contrario: ha chiesto di ridurre il numero e si è opposta alla proposta dell’Ispra di prevedere l’adesione volontaria dei Comuni non appartenenti alla lista Ue.

Insomma, tutte affermazioni che non rispondono alla cronaca degli ultimi mesi, ma che piuttosto lasciano pensare a una imbarazzante prossimità con le posizioni dell’Ance (l’associazione dei costruttori) e alla debolezza dei meccanismi di condivisione interna alla associazione dei Comuni. Se quelle cancellature le ha decise un’ampia e autorevole assemblea dei sindaci (di cui non abbiamo avuto notizia) o un tavolo ristretto di uno o due di loro fa certamente differenza e spero ne discutano con franchezza alla prossima assemblea Anci a Verona. Nel frattempo, ricordiamo ai 2.761 Comuni che devono applicare in toto il regolamento europeo che, solo nel 2024, entro i loro confini sono spariti 595 ettari di coperture arboree e quattromila ettari di aree verdi, pari al 48% del consumo di suolo nazionale annuo. Una cifra da brivido che dimostra la responsabilità dei Comuni e/o la loro incapacità a frenare una urbanistica ancora ingorda di suolo e verde.

L’affossamento del Pnr ci catapulta in una vicenda di cui questo tempo di crisi ecologica non ha bisogno e rende tutti noi, volenti e nolenti, complici. Una situazione davanti alla quale non dobbiamo tenerci le parole in gola. Eppure, nessun sindaco, tranne Silvia Salis di Genova, ha formalmente inviato una lettera all’Anci prendendo posizione per difendere quello che era il Pnr prima del grande taglio. Gli altri? Il sindaco di Milano? Di Roma? Di Bologna? Di Rimini? Di Crotone? Di Isernia? Di Palermo? Di Catania? Di Bari? Di Firenze? Di Pesaro? Di Venezia? Di Matera? Di Cagliari? Di Udine? Di Trento? Di Bolzano? Di Aosta? Di Torino? Di Padova? Di Perugia? Di Chieti? Di Reggio Emilia dove si è consumato il grande e ignobile ecocidio di Bosco Ospizio?. Evito di inserire nella lista il sindaco di Napoli, presidente dell’Anci. E i deputati? E i senatori? Nazionali ed europei? Il 95% di loro è stato colto da improvvisi ascessi e non ha potuto parlare? Il silenzio di tutti coloro che hanno responsabilità politiche è pesante come una pietra tombale.

Mi tornano alla mente le parole di Hannah Arendt: “Chi sa di poter dissentire sa anche che, in qualche modo, quando non dissente esprime un tacito assenso”. La Società italiana degli urbanisti ha dissentito e ha preso posizione lo scorso maggio: ne siamo fieri. Lo ribadiremo con convinzione il prossimo 27 novembre proprio a Napoli: sappiamo che è difficile fare cambiamenti, ma non vogliamo essere complici di un clima urbanistico che si arrende. Vogliamo insistentemente alimentare l’ambizione e stare dalla parte di un progetto urbanistico che sposa in pieno il ripristino della natura.

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giovedì 5 novembre 2026

Sostanze chimiche quotidiane, la sicurezza di cui non si parla: come l’industria nasconde i rischi e ci avvelena - Stella Levantesi

Dall’acqua che beviamo ai prodotti che usiamo per cucinare, vestirci o conservare gli alimenti, il segreto decennale dell’industria è nascondere i rischi delle sostanze chimiche e continuare a produrre.  

 

L’Europa è coperta di rosso. Pallini rossi ovunque – ognuno, un segno di contaminazione. È la mappa dell’inquinamento perenne e, creata da LeMonde e dal progetto d’inchiesta The Forever Pollution Project, mostra l’entità della contaminazione da PFAS sul territorio europeo – oltre 23 mila siti. 

I PFAS, un gruppo di oltre dodicimila sostanze chimiche chiamate per- e polifluoroalchiliche, si trovano in migliaia di prodotti con cui abbiamo a che fare ogni giorno, dagli imballaggi per alimenti agli indumenti indossiamo, dai cosmetici ai dispositivi elettronici, e vengono usati dall’industria per le loro proprietà idro e oleorepellenti. 

I PFAS sono anche nell’acqua che beviamo. 

 

Secondo un’inchiesta di Greenpeace Italia del 2025, in 206 campioni d’acqua italiani su 260 analizzati, è stata trovata almeno una delle 58 sostanze PFAS monitorate. I risultati mostrano che il 79% dei campioni di acqua potabile risulta contaminato. In particolare, in 121 comuni italiani, le analisi hanno rilevato la presenza di PFOA, un composto chimico sintetico appartenente ai PFAS e, dal 2023, riconosciuto come cancerogeno.

“I rischi sono tantissimi, i PFAS sono molto persistenti e sono interferenti endocrini,  possono alterare il funzionamento ormonale. I rischi sono dovuti anche al fatto che sono decine di migliaia di sostanze e quindi è veramente complicato [eliminarle una volta diffuse]”, spiega in un'intervista a Voice Over Alessandro Giannì, responsabile delle relazioni istituzionali e scientifiche di Greenpeace Italia. 

Per questo motivo, i PFAS vengono comunemente chiamati “inquinanti eterni”. Tra questi, PFOA e PFOS, in particolare, possono essere assorbiti dagli organismi ed essere molto difficili da degradare.

“I PFAS sono davvero problematici perché [...] una volta che si trovano nell’acqua, nell’aria, nel suolo o nei nostri corpi, è molto difficile liberarsene e sono collegati ad impatti sulla salute come tumori, problemi di fertilità, problemi relativi al sistema endocrino,” evidenzia in un’intervista a Voice Over Vicky Cann, ricercatrice e campaigner presso Corporate Europe Observatory (CEO). 

“I costi di bonifica sono estremamente elevati e non disponiamo ancora della tecnologia necessaria per rimuovere e distruggere i PFAS su larga scala”, aggiunge Cann. 

Secondo l’inchiesta Forever Lobbying Project, il costo per “bonificare” i PFAS preesistenti e le emissioni in corso è di 2 mila miliardi di euro su un periodo di 20 anni: il “veleno del secolo” ha provocato “la peggiore crisi di inquinamento che l’umanità abbia mai affrontato”. 

Nonostante i rischi conosciuti, l’industria chimica e le sue lobby hanno esercitato pressioni politiche per evitare la regolamentazione sui PFAS, come rivelato dagli oltre 14 mila documenti inediti dell’indagine Forever Lobbying Project e da un rapporto di CEO. 

Secondo le inchieste, la campagna dell’industria chimica ha l’obiettivo di indebolire una proposta ancora in corso, presentata nel 2023 da Paesi Bassi, Germania, Danimarca, Norvegia e Svezia all’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA), al fine di ottenere un divieto per tutti i PFAS, che prevederebbe comunque alcune esclusioni. 

“Nessuno ci ha chiesto se vogliamo sostanze chimiche pericolose nei nostri cosmetici, nei nostri vestiti, nei nostri veicoli, nel nostro cibo o nella nostra acqua. Penso che se lo si chiedesse alle persone, chiunque, ovviamente, risponderebbe: ‘Non vogliamo sostanze chimiche tossiche e pericolose’”, rimarca Cann. 

In Italia, uno dei casi di avvelenamento da PFAS più esteso è quello dell’azienda chimica Miteni, fondata nel 1965 dal Conte Giannino Marzotto con il nome di RiMAr (Ricerche Marzotto). Nel 1977, Marzotto è stato portato a processo e assolto per un grave caso di inquinamento da sostanze benzotrifluoriche (Btf), un intermedio chimico usato per la produzione di pesticidi e fitofarmaci, e altamente tossico per l’ambiente acquatico. 

Nel 1988, l’azienda petrolchimica del gruppo Eni, EniChem, rileva RiMar insieme alla Mitsubishi S.p.A. e, nel 1992, la fusione trasforma il nome in Miteni S.p.A. (una crasi dei nomi Mitsubishi ed Eni). Nel 1996, Mitsubishi acquisisce il 100% delle azioni dell’azienda, fino al suo nuovo acquirente, nel 2009, il tedesco International Chemical Investors Group (ICIG). 

Nel 2011, alcuni ricercatori CNR-IRSA scoprono la più alta concentrazione al mondo di Pfas mai trovata presso le acque di scarico dell’azienda. 

Nel 2017, Miteni organizza un seminario in cui un consulente dell’azienda sostiene che la tossicità di PFAS “non è provata”. Un anno dopo, Miteni fallisce. 

Pochi mesi dopo il seminario negazionista, davanti alla Miteni, si raccoglie il movimento No Pfas nella Marcia dei Pfiori, in difesa della salute e dell’ambiente. 

Infatti, solo a seguito di una tenace mobilitazione della società civile e di comitati come Mamme No Pfas, assemblee, analisi indipendenti e proteste, il processo per portare Miteni alla giustizia prende forma.

 

 “L’accertamento della natura dolosa dei reati contestati, il fatto che sia emerso con chiarezza che a lungo Miteni ha ignorato e omesso di comunicare alle Autorità la contaminazione della falda acquifera, è stato un risultato importante delle lotte delle cittadine e dei cittadini che per anni sono stati esposti ai rischi degli inquinanti eterni”, sottolinea Giannì. 

Dopo una lunga lotta, nel 2025, in sentenza di primo grado, la Corte d’Assise di Vicenza, condanna a un totale di 141 anni di carcere 11 dei 15 manager dell’azienda, ritenuti responsabili per la contaminazione della seconda falda acquifera d’Europa in un territorio nel Veneto abitato da oltre 350 mila persone. 

“Dopo anni in cui sembrava che nulla potesse scalfire l’impunità di chi ha avvelenato le nostre acque, il nostro sangue, la nostra terra, finalmente è arrivato un segnale forte, chiaro, inequivocabile,” si legge sul sito di Mamme No Pfas in riferimento alla sentenza.  

Le condanne sono state superiori a quelle richieste dall’accusa. All’inizio del 2026, la difesa ha presentato ricorso in appello, aprendo la fase del processo di secondo grado. 

“Adesso è necessario bonificare e soprattutto impedire che i PFAS continuino a essere rilasciati nell’ambiente. La sentenza del processo Miteni è stata un passo fondamentale per dare concretezza al principio ‘chi inquina paga’”, aggiunge Giannì. 

Allarmi precoci sabotati 

“Altamente tossico se inalato e moderatamente tossico se ingerito”. Si legge così nell’esame tossicologico del composto chimico sintetico PFOA.

Il documento è dell’industria chimica DuPont e risale al 1970, almeno quarant’anni prima che la consapevolezza della pericolosità di queste sostanze chimiche industriali raggiungesse le organizzazioni sanitarie e, poi, il pubblico. 

DuPont è conosciuta per aver creato il Teflon che troviamo in oggetti di uso quotidiano come il rivestimento antiaderente di pentole e padelle. 

Nel 1979, in un rapporto privato per la DuPont, un laboratorio aveva condotto una serie di test sugli animali con la sostanza chimica APFO (il sale di ammonio del PFOA, prodotto anche da Miteni), riscontrando una serie di effetti tossici. La sostanza è stata somministrata in una singola dose a due cani, che sono morti due giorni dopo l’ingestione e che hanno mostrato un aumento dei livelli plasmatici degli enzimi “indicativo di danno cellulare”.

Un anno dopo, altri documenti di DuPont e del produttore chimico 3M mostrarono che, su otto gravidanze di dipendenti aziendali nel periodo preso in esame, due bambini erano nati con malformazioni congenite, uno con anomalie agli occhi e una sola narice, e l’altro con anomalie agli occhi e ai dotti lacrimali. Un terzo bambino presentava livelli rilevabili della sostanza nel sangue del cordone ombelicale. Questi risultati non furono pubblicati e non furono comunicati ai dipendenti. 

Pur conoscendo i rischi di PFOA, nel 1981, DuPont e 3M diffusero una comunicazione ai dipendenti in cui si negava che i lavoratori fossero stati esposti a livelli tali da causare effetti negativi sulla salute, inclusi esiti avversi per la gravidanza. 

Nel 1991, un comunicato stampa pubblico della DuPont negava ancora gli effetti negativi sulla salute.

Come l’industria di combustibili fossili - i cui prodotti costituiscono circa il 99% del petrolchimico, comprese le catene di carbonio utilizzate per costruire le molecole PFAS -  l’industria chimica  in tutto il mondo ha utilizzato molteplici tattiche per sopprimere le ricerche scientifiche che ne evidenziavano i rischi. 

“C’è sicuramente una ‘tradizione’ davvero preoccupante nel tenere segrete le informazioni sui rischi, nel non condividerle, nel non essere trasparenti con le autorità. Penso che ci sia anche una tendenza alla manipolazione fuorviante riguardo alla sicurezza dei loro [dell’industria chimica] prodotti e delle loro sostanze chimiche,” ha spiegato Cann.

“Una versione adeguata della storia”

Lo schema si è ripetuto più volte, con sostanze chimiche sintetiche contenute nei prodotti che usiamo, tocchiamo o ingeriamo ogni giorno. 

Prendiamo il cloruro di vinile (VC), per esempio, un gas sintetico impiegato per produrre il polivinilcloruro (PVC), una delle materie plastiche più diffuse al mondo. 

Nel 1961, i ricercatori dell’industria chimica Dow Chemical pubblicarono i risultati di uno studio su animali, tra cui ratti, conigli e cani, esposti al cloruro di vinile per numerose ore al giorno, che rilevava anomalie epatiche e alterazioni degenerative. 

Le prove dei rischi di malattie derivanti dall’esposizione al VC non si limitavano agli studi sugli animali. “Non desideriamo che se ne discuta affatto e le chiedo di mantenere riservate queste informazioni [sui rischi],” aveva detto il direttore medico del produttore Goodrich sull’impatto del VC sulla salute dei lavoratori aziendali.

Altre aziende chimiche adottarono una linea simile. Per esempio, negli anni ‘60, un dirigente della Monsanto, a seguito della decisione di sottoporre i lavoratori esposti a radiografie, affermò: “Sono certo che il dottore [...] possa preparare queste persone ad una versione adeguata della storia, così da non far sorgere alcun problema”. 

L’industria era particolarmente preoccupata che l’opinione pubblica e i media potessero giungere alla conclusione che i prodotti in PVC fossero pericolosi, il che “sarebbe stato molto dannoso per l’industria”.

Inoltre, nel 1972, Dow Chemical e altri produttori statunitensi avevano firmato un “accordo di segretezza” con le aziende chimiche europee. 

In realtà, i risultati sui rischi di VC erano già noti, in parte, anni prima, negli anni ‘40, quando prove di tossicità cronica nei lavoratori esposti furono segnalate da scienziati sovietici che rivelarono infiammazioni epatiche e malattie vascolari e, poi, negli anni ‘50, negli Stati Uniti, con comunicazioni interne tra i produttori chimici. Per esempio, nel 1959, il direttore della compagnia Union Carbide veniva informato del fatto che, secondo un tossicologo alla Dow Chemical, il VC era “più tossico di quanto si credesse”. 

La storia è molto articolata ma il punto è che ci vollero anni prima che le concentrazioni di VC fossero regolamentate per l’industria. 

“C’è una lunga storia di manipolazione del dibattito, di manipolazione della scienza e di ricorso a ogni mezzo possibile per cercare di opporsi a normative significative in materia di salute pubblica e ambiente contro i loro [dell’industria] prodotti”, ha sottolineato Cann.

Secondo un rapporto della Agenzia europea dell'ambiente (AEA), che raccoglie molte di queste prove, le aziende avevano sufficienti informazioni sulla tossicità di VC negli anni ‘50 per limitare le applicazioni. La “resistenza dell’industria” era legata a scelte commerciali, dice il rapporto: “la possibilità di perdere quote di mercato e di vedere diminuire i profitti, viene raramente, se mai, superata semplicemente dalla coscienza aziendale”.  

Negli anni, con l’aumentare della diffusione di casi e, soprattutto, informazioni, l’esposizione al VC è stata associata a tumori, cirrosi epatica, malformazioni congenite e aborti spontanei, anche tra le partner dei lavoratori esposti al VC. 

Il costo del segreto industriale 

Molteplici studi dimostrano che le operazioni di disinformazione e pressione da parte delle aziende e delle lobby industriali in tutto il mondo hanno portato ad un notevole ritardo nell’adozione di misure normative. 

Secondo un’altra inchiesta di France 3 Rhône-Alpes, per esempio, un importante produttore chimico francese, Arkema, i cui prodotti includono i PFAS, era a conoscenza dei pericoli dei PFAS almeno dalla fine degli anni ’90 e avrebbe potuto limitare la diffusione nell’ambiente almeno dieci anni prima di intervenire.

“Ci sono decine di esempi e un secolo di informazioni sugli allarmi precoci, segnali di potenziale pericolosità e di non sicurezza di certe sostanze, a cui, però, non è seguita un’azione a livello regolamentare e legislativo per ridurre o bloccarne la produzione,”

spiega  in un’intervista a Voice Over Giulia Carlini, giurista senior del Center for International Environmental Law (CIEL) e co-presidente del gruppo di lavoro sulle plastiche tossiche dell’International Pollutants Elimination Network. 

Questo anche perché, per evitare la regolamentazione e influenzare i processi legislativi, l’industria punta a indebolire la ricerca scientifica indipendente, ha rivelato il rapporto “The Pollution Playbook” di CIEL e CEO. 

L’industria chimica finanzia studi scientifici che possano favorire gli interessi stessi dei produttori, omette di rivelare il conflitto d’interesse, intimidisce scienziate e scienziati indipendenti e manipola dati scientifici esistenti per sostenere la sicurezza dei propri prodotti. 

“L’industria [chimica] è ben nota per la produzione di proprie “prove”. [...] La manipolazione dei dati scientifici è davvero importante in questo contesto, ma lo è anche ciò che si costruisce su di essa: le campagne di pubbliche relazioni e di lobbying che poi utilizzano quelle informazioni per rivolgersi ai decisori politici,” ha spiegato Cann.  

C’è un “coinvolgimento disonesto” da parte dell’industria nei processi politici e normativi, evidenzia la ricerca di “The Pollution Playbook”.

“Molto spesso queste industrie si nascondono dietro al segreto industriale, invece questo non dovrebbe esistere quando si tratta di salute umana e di impatti sull’ambiente,” sottolinea Carlini.

Tra le proposte per evitare l’inserimento industriale nelle questioni di interesse pubblico, oltre alla regolamentazione delle sostanze chimiche dannose, c’è quello che gli esperti chiamano l’approccio “firewall”, per escludere le lobby industriali dai “tavoli del potere” e già adottato in alcune istanze per l’industria di tabacco.

“L’approccio ‘firewall’ protegge il processo decisionale dalle industrie che operano in modo diametralmente opposto all’interesse pubblico, alla salute pubblica e alle preoccupazioni ambientali”, spiega Cann. 

“Queste industrie dannose non devono trovarsi nella stessa ‘stanza’ con le autorità di regolamentazione, soprattutto non in incontri privati, dove la loro attività di lobbying non può essere contestata dalla società civile indipendente o dalla scienza”, dice. 

Cann, inoltre, parla di “invertire l’onere della prova”. 

“Al momento, è facile immettere sul mercato una nuova sostanza chimica, mentre è davvero difficile dimostrare in seguito che debba essere ritirata dal mercato. E questo è l’ordine sbagliato.

Non dovremmo autorizzare o consentire la presenza di nuove sostanze chimiche sul mercato a meno che non sappiamo che siano sicure. È una cosa piuttosto elementare, [...] tuttavia, al momento troppi di questi prodotti non lo sono [sicuri],” ha aggiunto.  

Alternative più sicure esistono già, ma una risposta molto comune dell’industria alla regolamentazione è quella di enfatizzare gli aspetti economici, sovrastimando il costo e sottostimando i benefici delle norme legislative. 

“È una visione molto, molto parziale. [...] È anche così che l’industria è riuscita a manipolare il dibattito. C’è sempre un costo legato all’uso di sostanze chimiche nocive, e la domanda è: su chi ricade questo costo? E ricade in gran parte su di noi, come individui e come contribuenti,” spiega  Cann.  

“Ciò che l’industria non prende mai in considerazione nei propri studi che conducono per dimostrare il costo economico di una normativa”, aggiunge Cann, “sono i benefici per la salute e l’ambiente che andrebbero a vantaggio di tutte e tutti noi”. 

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mercoledì 4 novembre 2026

Sardegna, stop alla pesca del Riccio di mare, una buona volta

Il Riccio di mare (Paracentrotus lividus) è in una situazione di progressiva gravissima rarefazione nei mari della Sardegna, forse definitiva.

Eppure la Regione autonoma della Sardegna ha colpevolmente assunto (2023) la decisione di sospendere l’appena decisa moratoria della pesca dei Ricci per squisiti motivi politico-clientelari.

Una scelta assurda e deleteria.

Eppure, con una disinvoltura degna di miglior causa, l’Assessore all’agricoltura della Regione autonoma della Sardegna, con decreto n..19 del 30 aprile 2026, aveva deciso la proroga della pesca dei Ricci di mare fino al 16 maggio 2026, su richiesta delle “principali associazioni di categoria … in considerazione del fatto che nel corso del 2026 le giornate effettive di pesca sono state drasticamente ridotte a causa delle avverse condizioni meteomarine, del ciclone Harry e di un inverno particolarmente rigido, che hanno reso la stagione particolarmente difficoltosa”.

Qualche giorno di Ciclone Harry e un normalissimo inverno sono state la plateale scusa per continuare a far fuori senza ritegno il Riccio di mare dalle acque della Sardegna.

E questo mentre sulle coste del Sinis magistratura e polizia giudiziaria hanno portato alla luce una vergognosa rapina di circa 70 mila esemplari e le Istituzioni scientifiche descrivono la situazione sempre più disastrosa.

Continua la pesca, continuano le vendite illecite di polpa di Riccio.

Tuttora il consumo è presente in vari centri dell’Isola, in particolare a Cagliari.

Però, fortunatamente, sempre più ristoratori non offrono piatti a base di Riccio di mare, sempre più persone non ne consumano più.

Ora, finalmente viene disposta una moratoria della pesca per un periodo di tre anni, con indennizzi ai pescatori autorizzati, come previsto dall’art. 10, comma 43, della legge regionale Sardegna 21 settembre 2026, n. 20.

Forse è troppo tardi, ma è meglio del nulla finora fatto dalla Regione.

Nessun Riccio di mare nel nostro piatto!

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

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martedì 3 novembre 2026

Tassare i miliardari potrebbe salvare milioni di vite - Ana Puentes

Se in tutto il mondo i miliardari pagassero un’imposta pari al 3 per cento del loro patrimonio, e il denaro raccolto fosse destinato a finanziare gli aiuti per lo sviluppo, potremmo evitare la morte di 29,5 milioni di persone entro il 2030. È la stima più alta emersa da una ricerca dell’Instituto de salud global de Barcelona (Isglobal), pubblicato sulla rivista medica The Lancet. Lo studio valuta in che misura dieci strumenti per redistribuire la ricchezza possono contrastare le conseguenze sul piano sanitario dei tagli alla cooperazione internazionale, aumentati a partire dal 2025.

“Uno degli argomenti a sostegno della riduzione degli aiuti umanitari è che non ci sono le risorse. Non è vero. Le risorse esistono eccome. Il problema è che viviamo in un mondo caratterizzato da un’alta concentrazione della ricchezza”, sottolinea Davide Raselle, coordinatore dello studio. “L’obiettivo della ricerca è dimostrare che se attuassimo determinate misure potremmo salvare milioni di vite umane. È un’analisi che mostra gli effetti di un trasferimento reale di denaro dai più ricchi del mondo verso le persone che vivono in condizioni di estrema povertà”.

Lo studio di Isglobal illustra i benefici delle soluzioni alternative in un contesto di crisi degli aiuti per lo sviluppo. Un anno e mezzo fa il governo degli Stati Uniti ha smantellato l’agenzia per la cooperazione Usaid. Allo stesso tempo, paesi come il Regno Unito, la Germania, la Francia, i Paesi Bassi e il Belgio hanno annunciato una riduzione del loro sforzo economico per la cooperazione internazionale, preferendo investire nella spesa militare e in altri settori.

In totale, secondo le ultime cifre pubblicate dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), nel 2025 gli aiuti per lo sviluppo sono diminuiti del 23,1 per cento rispetto all’anno precedente.

I ricercatori hanno preso in considerazione i dati relativi a 59 paesi con redditi bassi e medio-bassi in un arco di tempo compreso tra il 2002 e il 2021. Dopo aver calcolato il rapporto tra gli aiuti ricevuti e la mortalità nel corso di questi anni, si sono chiesti cosa succederebbe se i tagli proseguissero fino al 2030.

Secondo il modello elaborato, questa riduzione dei fondi potrebbe essere associata a 7,6 milioni di decessi in più e cancellerebbe i risultati ottenuti negli ultimi vent’anni.

Partendo da questa constatazione, i ricercatori hanno valutato l’effetto potenziale di dieci strumenti per redistribuire la ricchezza. Lo studio ipotizza che i guadagni sarebbero usati per compensare in parte o del tutto gli aiuti tagliati. In questo modo sarebbe possibile mantenere programmi sanitari e di sviluppo, evitando le morti associati ai tagli.

Una misura minima

Gli strumenti analizzati comprendono aliquote dell’1 per cento, del 2 per cento e del 3 per cento sui grandi patrimoni, una Tobin tax sulle transazioni finanziarie, un’imposta minima sugli utili da richiedere alle multinazionali con guadagni superiori a 750 milioni di euro, formule applicate agli interessi sul debito pubblico dei paesi con redditi medi e bassi, una tassa sulle emissioni di CO2 e due modalità di tassazione delle criptovalute.

“In tutti gli scenari presi in esame, le misure proposte genererebbero risorse sufficienti per compensare in parte, o nella maggioranza dei casi interamente, gli effetti negativi legati alla riduzione degli aiuti”, spiega Isglobal. Secondo Gonzalo Barreix, autore dello studio, in alcuni scenari i fondi raccolti sarebbero superiori a quelli persi. Per questo motivo la ricerca stima che l’approccio proposto potrebbe scongiurare tra 6,6 milioni e 29,5 milioni di morti entro il 2030.

Le tasse sui grandi patrimoni sono il meccanismo che avrebbe gli effetti più consistenti. La ricchezza complessiva dei 3.028 miliardari del mondo ammonta a 16.100 miliardi di dollari. Anche nel caso in cui la tassazione imposta a questo gruppo non dovesse raggiungere il 3 per cento ma limitarsi a una percentuale più bassa, i risultati sarebbero comunque molto rilevanti. Un’imposta dell’1 per cento permetterebbe di scongiurare 15 milioni di morti, mentre una del 2 per cento salverebbe 22,9 milioni di persone.

Secondo l’economista della Escuela de economía de Icesi Lucio Espósito, che ha partecipato allo studio, un’aliquota compresa tra l’1 e il 3 per cento rappresenta un livello minimo. “Negli ultimi anni la crescita del capitale è stata compresa tra il 6 e il 7 per cento”, sottolinea Espósito.

“Dunque la misura proposta cancellerebbe circa un terzo di questo guadagno. È il minimo che un sistema fiscale progressivo impone ai guadagni e ai patrimoni più alti. Non è niente di straordinario. È un intervento di solidarietà che permette di salvare vite umane e in più ha una solida giustificazione economica”.

Tra gli altri provvedimenti proposti, quello che avrebbe un effetto maggiore secondo gli autori è la Tobin tax, che potrebbe evitare circa 24 milioni di morti. Seguono l’imposta sulle multinazionali (venti milioni di decessi in meno) e un’aliquota del 3 per cento sui diecimila possessori di criptovalute più ricchi al mondo (6,6 milioni).

I tagli agli aiuti per lo sviluppo hanno aggravato una situazione già di per sé drammatica: i paesi coinvolti, infatti, versavano molto meno rispetto a quanto pattuito. Nel 1970 le Nazioni Unite hanno fissato come obiettivo per i paesi ricchi uno stanziamento dello 0,7 per cento del prodotto interno lordo da destinare agli aiuti per lo sviluppo. I governi, invece, hanno versato in media lo 0,3 per cento.

Alcuni dei paesi che hanno ricevuto questi soldi hanno provato ad aumentare le voci di bilancio destinate alla sanità pubblica, ma non riescono a coprire il vuoto lasciato dai tagli. Nell’ultimo anno la mancanza di risorse ha costretto molti governi a ridurre o interrompere programmi contro l’hiv, la malaria, la tubercolosi e altre malattie che provocano milioni di vittime, soprattutto tra i paesi del sud globale.

A essere colpiti sono stati anche progetti per combattere la fame e la povertà, interventi che pur non essendo sempre strettamente sanitari condizionano in maniera decisiva la salute e la sopravvivenza delle persone più vulnerabili.

In tutto questo, la disuguaglianza a livello mondiale continua a crescere inarrestabile, come sottolinea uno studio condotto dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz. Tra il 2004 e il 2024, l’1 per cento più ricco del mondo ha accumulato il 41 per cento della ricchezza, mentre il 50 per cento più povero si è dovuto accontentare dell’1 per cento.

Alcune delle misure analizzate da Isglobal sono state discusse anche in occasione dei vertici internazionali organizzati per cercare alternative agli aiuti per lo sviluppo. Per esempio durante il G20 del 2024 a Rio de Janeiro è stata valutata un’aliquota del 2 per cento per i tremila miliardari del mondo, ma alla fine non è stato trovato un accordo sul meccanismo di ripartizione, anche a causa dell’opposizione degli Stati Uniti. Nel 2025, in occasione della quarta Conferenza internazionale sul finanziamento dello sviluppo dell’Onu, organizzata a Siviglia, Brasile e Spagna hanno presentato una proposta per tassare di più i grandi patrimoni.

“Non stiamo parlando di un ritorno al comunismo”, scherza Raselle. “Stiamo simulando misure che toccano appena il 2 per cento della ricchezza dei miliardari. Spesso Elon Musk perde molti più soldi in un giorno a causa delle fluttuazioni del mercato”.

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lunedì 2 novembre 2026

La politica si indigna per le violenze ma ignora 300.000 minori in povertà assoluta - Massimo Pasquini

Fa bene la politica tutta ad indignarsi nei confronti dei disperanti atti di violenza da parte di giovani minorenni. Ma la politica quando e come si è interessata a loro? Quando si è indignata a reti unificate contro la violenza degli sfratti che coinvolgono minori? Eppure ogni anno sono circa 20.000 le famiglie che subiscono lo sfratto esecutivo senza alcuna alternativa abitativa. Sono almeno 8/10.000 i minori, anche disabili o che hanno bisogno di cure che vengono sfrattati e messi per strada dall’unico volto dello Stato che vedono: quello della polizia che li mette sul marciapiede.

Eppure sfrattare minori in periodo scolastico mette a rischio il diritto alla formazione, un diritto costituzionale al pari del diritto alla proprietà privata.
Quante volte avete sentito un politico di qualunque versante indignarsi su questo, a rete unificate? Ci sono, nel milione di famiglie in povertà assoluta, ripeto povertà assoluta, 300.000 minori che vivono in affitto, quando la politica, al di là dei comunicati stampa il giorno dei dati Istat, si è indignata ed ha proposto qualcosa di vero e concreto per affrancarli da quella povertà? Quando è stato tolto il reddito di cittadinanza a 400.000 famiglie e con esso il contributo affitto di 280 euro/mese, chi si è indignato.

Quanti minori vivono quella condizione? Solo lo scorso anno in Italia 75.000 abitazioni sono state oggetto di esproprio e, dicono i dati, nel 60% dei casi riguardano famiglie di lavoratori e pensionati che non sono riusciti a pagare ratei di mutui. Quanti sono i minori coinvolti negli espropri? Chi si è indignato a reti unificate per questo? E quando hai la scuola fatiscente spesso persino senza condizionatori o mezzi di prevenzione degli incendi, e ad ogni legge di bilancio sono stati prorogati i termini alle scuole persino per mettere gli estintori chi si è indignato a reti unificate?

Chi si è indignato rispetto a tutti questi atti di violenza sociale di Stato? Quale presidente del Consiglio, ministro, presidente di regione, sindaco e parlamentare si è indignato rispetto a questi atti di violenza? Ed infine se si prospetta ai giovani di essere precari a vita, pure sottopagato, oppure di andare in prima linea in guerra e nel frattempo tanto per formarti sei povero e devi restare povero, è possibile che come si dice a Roma: a qualcuno salti la brocca?

La risposta della politica ai giovani quale è stata? Un coro di no verso atti di violenza certo deprecabili e disperanti, ma nessuno che abbia dato una risposta concreta visibile. Addirittura si riunisce il Consiglio dei ministri. Per deliberare forse atti politici e sociali contro gli atti di violenza di Stato sopra descritti? No lo fa come stato di crisi e approvare ulteriori atti repressivi e anni di galera. E mentre si ciarla di leggi elettorali o primarie o di spiccioli di bollo auto da non pagare che ci costa 2,3 miliardi di euro, sprecati cosi ignobilmente, quale futuro o suggestione si propone ai giovani?

Ce li avevano descritti apatici, seguaci di influencer li scopriamo in piazza contro il carovita, contro il caroaffitti e che dicono no alle smart city fondate su precariato e rider. Si sono fatti vedere, anche sbagliando, ma mentre tutti si sono seduti dalla parte giusta una parte di loro si è messa dalla parte del torto, credo che vadano ascoltati non manganellati.

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domenica 1 novembre 2026

Ho perso un ghiacciaio - Nicolaso Lozito

Forse per la prima volta in vita mia ho capito cosa significa solastalgia. O meglio, per la prima volta l’ho provata.

Solastalgia è una di quelle parole che vanno di moda nei libri sull’ambiente, che fa un po’ bello citare ma che poi nessuno conosce.

Significa il disagio per dei cambiamenti negativi nel proprio ambiente di vita. Il neologismo è stato coniato nel 2003 da un filosofo australiano, Glenn Albrecht, per indicare il dolore che si prova quando un luogo naturale a cui siamo molto legati viene distrutto o cambia per sempre, come può capitare per un disastro naturale, o per un intervento umano o ancora per i cambiamenti climatici.

Ho provato solastalgia quando ho letto che il monte Tricorno (Triglav) ha perso il suo ghiacciaio. Questo è tutto ciò che è rimasto al 19 ottobre scorso:

Dall’analisi di foto e documenti storici si stima che a metà dell’Ottocento il ghiacciaio coprisse circa 40 ettari. Nel 1946, quando sono iniziate le prime misurazioni metodiche, la sua superficie era scesa a 14 ettari. Tra 1983 e 2003 si era ridotto ulteriormente del 93%, arrivando ad appena un ettaro. Se come me non vi intendendete di ettari, significa che 150 anni fa era grande come tutta Città del Vaticano e, all’inizio del millennio, piccolo come un campo da calcio e mezzo.

Arriviamo a quest’anno: a fine estate erano rimaste poche chiazze di ghiaccio, ora definitivamente scomparse dopo mesi di record di temperatura infranti e anni di cambiamento climatico causato dalle attività umane sempre più forte ed evidente.

Il monte Triglav è il più alto della Slovenia, 2.864 metri sul livello del mare e fa parte delle Alpi Giulie. La vetta della montagna è nella bandiera della Slovenia, nei simboli del Fronte di liberazione partigiano e più prosaicamente nel simbolo della Lasko, la birra più famosa di Slovenia (e celebre, tra noi friulani, per la rima “Bevo Pivo finché vivo, bevo Lasko finché casko”).

Il ghiacciaio nel 1920 (Foto dall’archivio dell’Istituto geografico Anton Melik – altre immagini qui)

Mio nonno era sloveno, io mi sono laureato a Gorizia, a cinquecento metri dal confine tra Italia e Slovenia. Il Triglav è a un’ora e mezza da lì. Non sono mai salito in cima alla montagna, lo ammetto, ma in realtà non sono mai salito salito su nessuna montagna, finirei in una scarpata in men che non si dica.

L’ho visto, sì, il Tricorno, l’ho riscoperto anni fa quando ormai non abitavo più da quelle parti. Ho un ricordo vivido di quelle terre, credo facciano parte del mio patrimonio di memorie e origini famigliari, idealizzate per resistere per sempre.

Scriveva Julius Kugy, padre dell’alpinismo nelle Alpi Giulie:

«Il Triglav non è semplicemente una montagna, è un regno. È il trono degli dei che regna sovrano sopra un immenso e silenzioso mondo di roccia».

Ai tempi dell’università in un cinema di Gorizia ho visto un documentario sloveno muto del 1931, Nel regno del Corno d’Oro, che mostrava un gruppo di alpinisti che salivano sulla montagna più alta del Paese, abitata, secondo le leggende, da un camoscio dalle corna d’oro, lo Zlatorog.

Per farvi capire ancora di più quanto è importante il Triglav per gli sloveni: quel film è stato anche il primo lungometraggio della storia del Paese. Sul film ho anche scritto uno dei primissimi articoli della mia vita, su Sconfinare, il giornale universitario. L’articolo è andato perso, ma il documentario no, è su Youtube. Le vette ghiacciate della montagna compaiono in diverse scene del film… immortalate in un tempo che non tornerà mai più.

Il ghiacciaio del Triglav forse aveva più di 20.000 anni, quando l’Europa era piena di mammut. Ecco quanto era vecchio. Era sopravvissuto alla fine dell’era glaciale, 12.000 anni fa, quando le temperature salirono di diversi gradi e la specie umana iniziò ad abbandonare il nomadismo. Non è riuscito a sopravvivere l’età del petrolio.

Racconta uno dei ricercatori dell’Istituto geografico Anton Melik, ente che studia il ghiacciaio:

«Lo scioglimento recente è stato incredibile. Nel 2022 abbiamo estratto una carota di ghiaccio per alcune analisi geochimiche e lo spessore era di circa cinque metri. L’anno successivo mi trovavo esattamente nello stesso punto, ma non ero più sul ghiaccio: ero sulla roccia».

Non so quale sia il rito migliore per dire addio a un ghiacciaio. Sicuro il trauma assomiglia molto a un lutto collettivo, come quando muore una persona molto famosa, amata anche da chi non l’aveva mai conosciuta. In Islanda nel 2019, infatti, allo scioglimento dell’Okjökull hanno organizzato un funerale e posto una targa, e l’esperienza si è ripetuta in diversi ghiacciai morenti del mondo.

Per alcuni è anche un lutto personale. Un altro ricercatore dell’Istituto Melik, Miha Pavšek, glaciologo e guida alpina, ha una foto dei genitori scattata sul ghiacciaio nel 1957. Dove c’era il ghiaccio ora c’è la roccia. Ha raccontato in un podcast (in sloveno):

«Con lo scioglimento del ghiacciaio, se ne va anche una parte di me. Ci sono cose che gli esseri umani pensavano fossero eterne. Evidentemente i ghiacciai non lo sono più».

Una delle canzoni popolari più celebri della tradizione slovena è “Oj, Triglav, moj dom”, Tricorno, casa mia, i cui versi si trovano anche sulle monete da cinquanta centesimi del Paese.

Oggi quella casa è un po’ più vuota. Ecco cosa significa solastalgia.

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