giovedì 5 febbraio 2026

Scrivere romanzi sulla Sardegna è inutile! - Giovanni Gusai

 

Basta con l’immagine del povero bimbo malato: ActionAid cambia rotta in Africa e smonta un rapporto di potere - Stefano Pancera

 

Per decenni, uno dei pilastri morali e finanziari della cooperazione internazionale è stato rappresentato da una formula consolidata: la foto di un bambino, un nome, un villaggio lontano e la promessa che, attraverso una quota mensile, si potesse “cambiare una vita”.

Tuttavia, le immagini di minori africani utilizzate per mobilitare le donazioni — pratica nota da anni come poverty porn — non sono affatto neutrali. Producono immaginari, rafforzano gerarchie e raccontano l’Africa come un luogo di privazione, piuttosto che come uno spazio di organizzazione sociale.

Il modello del sostegno a distanza, o “sponsor a child”, ha costruito l’identità di molte grandi Ong occidentali attive in Africa, Asia e America Latina. Per mezzo secolo, la figura dello sponsor del “povero bimbo” è stata considerata intoccabile: una formula semplice e rassicurante composta da un bambino, un donatore e una promessa.

Questo meccanismo ha funzionato, raccogliendo fondi e costruendo consenso, ma ha anche cristallizzato un’immagine distorta del continente africano: una terra fragile, dipendente e in perenne attesa.

Oggi ActionAid, una delle grandi organizzazioni che più a lungo ha incarnato questo modello sin dalla sua nascita nel 1972, dichiara che tale approccio non è più sufficiente. Lo fa con parole che hanno un peso specifico nel mondo della cooperazione: l’obiettivo è “decolonizzare” lo storico programma di sponsorizzazione dal paternalismo, retaggio di un’epoca passata. Non si tratta di accuse esterne, bensì di un’autocritica necessaria. È un passaggio complesso e scomodo, poiché tocca il cuore emotivo della cooperazione internazionale e mette in discussione un sistema che ha garantito entrate stabili per decenni.

 

Per anni il sistema è rimasto immutato: i donatori scelgono un bambino in un Paese povero, ricevendo in cambio aggiornamenti, lettere e fotografie. È tuttavia evidente che permettere di selezionare un bambino tramite una foto generi una relazione asimmetrica. Si definisce un divario tra chi guarda e chi viene guardato, tra chi decide e chi riceve: un nodo che non è solo etico, ma profondamente simbolico. Non è solo una questione di metodo; è, a tutti gli effetti, una questione di potere.

Il fulcro della revisione annunciata consiste nello spostare la narrazione degli aiuti dalla compassione alla reale solidarietà. L’obiettivo non è più limitarsi ad “aiutare qualcuno che soffre”, ma collaborare attivamente con movimenti locali, organizzazioni di base e comunità che già lottano per i diritti, l’istruzione e la salute. Questo approccio impone un superamento delle narrazioni individuali, dei ‘volti’ da salvare. In termini di coerenza, ciò dovrebbe tradursi in una drastica riduzione degli investimenti in campagne pubblicitarie e promozione, così come in un ridimensionamento di quegli apparati burocratici che alimentano stipendi privilegiati.

Resta però un interrogativo aperto che ogni Ong deve affrontare: i donatori saranno pronti a seguire questo cambiamento? Saranno disposti ad accettare un’Africa meno “commovente”, meno filtrata dai post strategici e furbetti sui social e più marcatamente politica?. Un’Africa meno rassicurante e più complessa?

Decolonizzare gli aiuti, infatti, non significa solo modificare i programmi. Significa rinunciare intimamente all’idea di essere al centro della Storia. Perché non lo siamo.

da qui

domenica 1 febbraio 2026

Quando gli studenti ci danno una lezione - Marco Lodoli

A scuola tante parole volano via senza lasciare alcun segno: il professore parla e i ragazzi guardano le mosche, oppure prova a lanciare un argomento di discussione che deperisce dopo due o tre svogliati interventi. Ma a volte capita la giornata d'oro, quella in cui le parole pesano e lasciano un segno profondo negli studenti ma anche nel professore, al quale si rivelano intuizioni sbalorditive. E così l'altro giorno in classe si parlava di desideri, di consumismo, di intontimenti pericolosi, tema che torna spesso e che sembra non avere soluzione.


Ma stavolta Manolo, un ragazzetto scapigliato e nervoso, ha fatto in tre minuti un'analisi chiarissima, di quelle che aprono e chiudono ogni discorso. «Voi insegnanti ci dite che i desideri sono la nostra rovina, che ci costringono in una situazione di affanno perenne, di dipendenza, di mortificazione del pensiero. I desideri ci spingono nei centri commerciali dove siamo come pecore al pascolo, e noi sbaviamo dietro un telefonino, un paio di scarpe firmate, una maglia da cento euro, e intanto non ci accorgiamo che il lupo si sbrana la nostra vita. Ci parlate di Leopardi e di Schopenhauer, insistete perché noi ragazzi non perdiamo tempo ed energie a rincorrere false soddisfazioni, che in realtà ci impoveriscono sempre più. Ci leggete in classe articoli di scrittori, preti, filosofi che condannano il consumismo. Tutto vero, probabilmente, tutto fila senza una grinza. Però io mi domando: come mai queste sante parole non producono alcun effetto? È semplice. Non producono alcun effetto perché tutto il mondo occidentale si regge sull'eccitazione dei desideri, e se di colpo prevalesse San Francesco sarebbe lo sfacelo. Si ricorda professore quella pubblicità in cui si vedeva la gente per la strada che ringraziava un tipo con una busta in mano? Lo ringraziavano perché aveva comprato qualcosa, una cosa qualunque, forse una cosa inutile, ma che permetteva all'economia di girare, di creare ricchezza, di aumentare i posti di lavoro, o almeno di non perderli. Ecco dov'è l'ipocrisia. Tutti i sapientoni ripetono che bisogna accontentarsi, senza sciupare la propria esistenza dietro alle sciocchezze che ci vengono proposte a getto continuo, ma poi l'Occidente si regge solo sulla frenesia, sull'avidità, sul desiderio folle. Tutto il nostro immaginario è costruito ad arte per sedurre e farci sentire partecipi di una comunità che esiste finché può spendere. La ruota gira e non si può assolutamente fermare, e neppure rallentare. Gli adulti al comando gestiscono la fantasia nazionale, la spingono dove più conviene. Il Pil deve crescere, gli stipendi devono aumentare per rilanciare i consumi, le industrie devono incrementare i profitti per far guadagnare i padroni ma anche per non mandare a casa gli operai. Senza desideri assatanati l'Occidente precipita. Pubblicitari, creativi, uomini del marketing, belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti soffiano a pieni polmoni nelle vele del desiderio, perché è da lì che vengono i soldi e il benessere. Magari poi la gente impazzisce, si perde, si indebita, i giovani si confondono, si viziano, diventano sempre più deboli, ma non c'è niente da fare, se il desiderio non pompa l'acqua non sgorga. Se il desiderio si blocca, si blocca tutto. E poi arrivate voi professori, che siete tagliati fuori dal mondo, che contate sempre meno perché avete poco da spendere, e ci rifilate questi pistolotti inutili. Dite che il desiderio porta alla depressione o alla criminalità, che separa e contrappone gli esseri umani, che genera un arraffa arraffa individualista e degradante, predicate il rigore, lo studio, il sacrificio, ma nessuno vi sta a sentire. Noi no, perché siamo ragazzi e vogliamo divertirci, ma neanche gli adulti che valgono davvero vi prestano ascolto. Loro lo sanno cento volte meglio di voi come funziona la baracca. Funziona solo se i nostri desideri la sostengono minuto per minuto, altrimenti si sbraca. Fortunatamente oggi la cultura è inutile, ma se veramente fosse assorbita profondamente dalla gente comune sarebbe addirittura nociva, saboterebbe la macchina o l'autobus su cui viaggiamo, e questo non può accadere».

Sono rimasto a bocca aperta. L'immaginario che la scuola prova a costruire è una gondoletta di fronte a una portaerei. È un ostacolo da travolgere, o meglio ancora da ignorare. La diffusa pedagogia sociale ha un solo chiaro argomento: se spendi ci sei, se spendiamo tutti il paese va avanti, il resto sono solo chiacchiere inconsistenti, inconsapevolmente sovversive. Gli altri ragazzi hanno guardato in silenzio il compagno filosofo, poi uno ha preso la parola: «Non ho capito quasi niente di quello che hai detto, ma mi sembra giustissimo».

da qui

sabato 31 gennaio 2026

Hamburger nel carrello: nel 30% dei campioni, i batteri trovati sono resistenti agli antibiotici - Luisiana Gaita

Super batteri che resistono agli antibiotici. Sono stati trovati nei campioni prelevati da quattro hamburger dei 12 acquistati al banco frigo dei supermercati e fatti analizzare da Il Salvagente per il nuovo numero della rivista specializzata proprio nei test in laboratorio. Obiettivo: valutare igiene e qualità della materia prima in base al rapporto tra collagene e proteine. A preoccupare, però, non è lo stato complessivo di igiene della carne, ma “la possibile presenza – riscontrata in effetti nel 30 per cento dei casi – di microrganismi capaci di bucare lo scudo farmacologico di medicinali usati per curare le infezioni causate da questi stessi batteri”. Eppure tutti gli hamburger analizzati sono risultati conformi alla legge. Questo perché i produttori, al contrario di ciò che dovrebbe avvenire in allevamenti e macelli, non hanno l’obbligo di sottoporre i batteri presenti negli hamburger all’antibiogramma, ossia l’esame microbiologico in vitro che determina la sensibilità o la resistenza di un batterio specifico a vari antibiotici. Lungo la filiera, quindi, questo tipo di controllo viene a mancare, rendendo impossibile una valutazione su quali antibiotici siano stati resi inefficaci e quali no. Di fatto, resistenze agli antibiotici sono state riscontrare nell’hamburger Terre d’Italia di Carrefour, in quello di Chianina di Lidl, nel Gramburger di scottona di Gram e nel maxihamburger di scottona ‘La collina delle bontà’ di Eurospin. “Le resistenze più gravi rilevate dal Salvagente sono legate alla presenza, in alcuni hamburger, di Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi in grado di sopravvivere a medicinali moderni e molto usati in questi casi, come le cefalosporine, una classe di antibiotici beta-fattamici” scrive Enrico Cinotti, vicedirettore e autore dell’inchiesta. Quali sono le conseguenze per il consumatore? Piaccia o meno l’hamburger al sangue, per uccidere i batteri resistenti agli antibiotici presenti in questo tipo di carne, l’unica soluzione è cuocerla bene. Come, tra l’altro, viene ricordato su molte confezioni.

L’allarme mondiale e i 12mila morti all’anno in Italia

Ed è un problema dato che, come spiega l’Organizzazione mondiale della sanità nel Global Antibiotic Resistance Surveillance Report 2025 “la resistenza antimicrobica (Amr) sta erodendo le basi della medicina moderna”, con batteri comuni che diventano sempre più difficili da curare (Leggi l’approfondimento). Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, in Italia si contano ormai 12mila morti all’anno. Una resistenza causata da un sempre più massiccio uso degli antibiotici, soprattutto in età pediatrica e in ambito ospedaliero (rispetto a quanto non avvenisse in passato) e al loro ricorso negli allevamenti, dove viene somministrato anche agli animali sani come profilassi preventiva.

La qualità proteica della carne

Tutto questo rende proprio questo aspetto la nota dolente dei risultati delle analisi, rispetto agli altri criteri presi in considerazione. Lo stato di igiene degli hamburger, in gran parte confezionati sottovuoto, ha pesato per il 50% sul voto finale, la percentuale di carne impiegata per il 20% e la qualità della carne per il 30%. Quest’ultimo aspetto è stato valutato in base al rapporto tra collagene e proteine, perché più è presente il primo e minore sarà la qualità proteica della carne. Da un punto di vista nutrizionale, il rapporto tra collagene e proteine non supera mai il 15%, soglia oltre la quale la qualità proteica della carne sarebbe risultata scarsa. Il punteggio peggiore (mediocre, con 14,93) lo ha totalizzato il Jubatti Barbecue Burgers di scottona, gusto delicato. Mediocri, da questo punto di vista, anche l’Hamburger bovino di razza, Chianina di Lidl.

Lo stato dell’igiene degli hamburger

La rivista diretta da Riccardo Quintili ha ricercato la presenza di diversi microrganismi per valutare, poi, il livello igienico della carne. Considerando i limiti di legge, che impongono l’assenza di Salmonella e Listeria monocytogenes (di fatto assenti in tutti i campioni), sono stati ricercati i batteri anaerobi, gli stafilococchi, l’E.coli, le enterobatteriacee, i coliformi e il bacillus cereus. Le linee guida utilizzare come riferimento sono quelle del Centro interdipartimentale di ricerca e documentazione sulla sicurezza alimentare della Regione Piemonte: il limite di 100 Unità formanti colonie per grammo (Ufc/g) per i batteri anaerobi solfito riduttori e per i stafilococchi coagulasi positivi e di 500 Ufc/g per l’Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva. “Dal punto di vista igienico – scrive Enrico Cinotti – a parte in tre casi in cui le linee guida sono state leggermente superate, lo standard di sicurezza alimentare è risultato mediamente buono”. Nell’hamburger di Carrefour è stato registrato uno sforamento (270 Ufc/g) per gli stafilococchi, mentre in quelli di Jubatti e Coop, una concentrazione media di batteri anaerobi leggermente superiore alla soglia, rispettivamente di 110 e 120 Ufc/g.

Quanti (e quali) antibiotici messi fuori gioco dai batteri

Il vero problema, però, è proprio il tipo di batterio e la capacità di resistere agli antibiotici. Ed è per questo che, in caso di presenza accertata di microrganismi, la rivista ha commissionato un esame specifico, l’antibiogramma, “per valutare la loro resistenza a un classe di 23 antibiotici comunemente prescritti dai medici per infezioni provocate dai batteri rilevati”. Le resistenze più gravi rilevate sono legate alla presenza di Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi ma, nella valutazione, si è anche tenuto conto del fatto che alcuni degli antibiotici indicati “sono notoriamente non adatti a curare questo tipo di infezioni”. Anche escludendo, dunque, i casi di “resistenza nota” e prendendo in considerazione solo quella “agli antibiotici utili”, sono quattro gli hamburger nei quali è stata riscontrata anche quest’ultima. Nell’Hamburger Bovino di Razza Chianina di Lidl, gli stafilococchi rintracciati sono resistenti a quattro tipi di antibiotici, mentre l’Escherichia coli individuata può superare le difese di due medicinali. Totale: 6 farmaci messi fuori gioco. Sono cinque gli antibiotici a cui sono resistenti gli stafilococchi rintracciati nell’Hamburger con Marchigiana, Terre d’Italia, di Carrefour. Resistono rispettivamente a tre e un medicinale gli stafilococchi trovati, infine, nel Gram Gramburger di Scottona e nel Maxihamburger di Scottona la Collina delle bontà di Eurospin. Il Salvagente ha contattato i produttori in questione che, non negando la presenza di batteri con profili di antibiotico-resistenza, sottolineano che non compete a loro questo tipo di controllo. E c’è chi promette approfondimenti con i propri fornitori.

da qui

venerdì 30 gennaio 2026

Trovate microplastiche anche nei pesci delle acque incontaminate del Pacifico


Altro che atolli incontaminati e acque cristalline. Un nuovo studio dell’Università del Pacifico del Sud rivela che l’invulnerabilità dei mari del Sud è un mito: nei piatti delle comunità del Pacifico, la plastica è diventata un ospite fisso. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista PLOS One, circa un pesce su tre catturato nelle acque costiere delle isole del Pacifico ha ingerito microplastiche. In alcune zone, come le isole Fiji, la percentuale di pesci contaminati schizza al 75% contro una media globale che si attesta intorno al 49%. Le microplastiche sono ormai riconosciute come una minaccia ambientale globale, che colpisce gli ecosistemi marini e solleva preoccupazioni per la salute umana. Sebbene i Paesi e Territori insulari del Pacifico (PICT) siano spesso considerati isolati, i ricercatori affermano che queste regioni potrebbero essere maggiormente esposte a causa della rapida crescita urbana e delle limitate infrastrutture per il trattamento dei rifiuti e delle acque.

Analizzando 878 pesci di 138 specie diverse tra Fiji, Tonga, Tuvalu e Vanuatu, i ricercatori hanno scoperto che le microplastiche sono arrivate ovunque. Il motivo per cui le Fiji sono così colpite rispetto alla vicina Vanuatu, dove solo il 5% dei pesci presenta tracce di plastica, sta nell’impatto umano. Lo studio non si è limitato a contare i frammenti, ma ha cercato di capire l’identikit del pesce “a rischio”. I pesci di barriera e quelli di fondo, i cosiddetti “benthonici“, sono molto più esposti rispetto a chi nuota in mare aperto. Chi caccia tendendo imboscate o chi setaccia il fondale in cerca di invertebrati — come il Lethrinus harak (imperatore macchiato) — finisce per ingerire accidentalmente le fibre sintetiche che si depositano sul fondo. Queste fibre, derivate principalmente da tessuti e attrezzature da pesca, agiscono come agenti infiltrati nella catena alimentare.

“I dati infrangono l’illusione che la nostra lontananza offra protezione”, avverte Rufino Varea, co-autore dello studio. “I pesci più accessibili per i pescatori di sussistenza sono diventati serbatoi di inquinamento sintetico”, aggiunge. Se per un europeo o un americano la microplastica nel pesce è una preoccupazione ambientale, per gli abitanti delle isole del Pacifico è una minaccia diretta alla sicurezza alimentare. Qui il pesce non è una scelta gourmet, ma la principale fonte di proteine e il cuore della cultura locale. Questo studio è il canarino nella miniera di carbone del nostro oceano globale. Se anche le acque teoricamente più pure del pianeta mostrano segni di sofferenza, è chiaro che le soluzioni “a valle”, come la pulizia delle spiagge, non bastano più. “Questi dati ci obbligano a chiedere un Trattato Globale sulla Plastica che imponga limiti rigorosi alla produzione primaria di plastica e agli additivi tossici, poiché questo è l’unico modo praticabile per salvaguardare la salute e la sicurezza alimentare delle popolazioni del Pacifico”, concludono i ricercatori.

Leggi qui lo studio


da qui

giovedì 29 gennaio 2026

OTTAVO SACRAMENTO: LA GATTABUIA - Gian Luigi Deiana

un giorno della mia vita.

era il 22 gennaio del 1976, cioè cinquant’anni fa, e così come oggi anche quel giorno era giovedi: me lo ricordo perchè in paese, ad ardauli, era giorno di mercato, e ciò avveniva immancabilmente di giovedì;

infatti fu lì che fummo arrestati, con tanto di mamme, zie, e gente dei vicinati in giro lì davanti; eravamo in due, anche se col supporto di altri compagnetti più giovani cui fortunatamente avevamo imposto di stare appena in disparte;

l’antefatto fu semplice: il quotidiano isolano “l’unione sarda” aveva informato, già qualche giorno prima, che alcuni giovani sardi che svolgevano il servizio di leva a novara erano stati arrestati, e inviati al carcere militare di gaeta; l’articolo tuttavia non esplicitava le motivazioni, ma nell’elenco dei nomi era ricompreso anche quello di un nostro giovane paesano;

allora vi era una forte tendenza alla condivisione di questo genere di problemi, e la nostra condivisione consisteva in un piccolo collettivo politico; quindi ci mettemmo subito in azione per poter acquisire notizie fondate su un arresto collettivo per noi inusuale, con reclusione in carcere militare, riservato in piemonte a un tale gruppo di militari sardi;

ne venne che questi, giorni prima, avevano presenziato alla riunione di consiglio comunale della città, appunto novara, e avevano chiesto di poter rendere pubblico un fatto per loro molto grave: e che genere di fatto?

ebbene, un loro commilitone, sardo anche lui, era deceduto in quei giorni per causa di una polmonite: la questione verteva sul fatto che questo ragazzo sarebbe stato costretto ad alzarsi per l’alzabandiera nonostante avesse evidenziato la propria condizione e fosse fortemente febbricitante; ma morì e tornò semplicemente a casa, come quando si muore, senza debite scuse e senza plausibile spiegazione;

fu la reticenza di tale condotta che mosse quei commilitoni alla denuncia pubblica, e fu la denuncia pubblica a muovere la macchina della repressione; e anche la reticenza dei quotidiani isolani osservava a sua volta il proprio gioco di ruolo: tacere;

e così noi, che nel nostro piccolo eravamo riusciti a venire a capo di tutto il quadro, decidemmo a nostra volta di fare quello che si doveva fare: ne demmo una comunicazione informale al nostro consiglio comunale, realizzammo alcuni manifesti riguardanti quelli che a noi sembravano gli abusi grandi e piccoli del potere militare, e la mattina del giovedi ci presentammo con i nostri manifesti nella piazza del mercato, con tutta la gente davanti; a noi ci sembrava così la democrazia;

non ci volle molto tempo, solo forse un’ora: arrivò dal comando dei carabinieri una specie di squadra speciale, con abbondanza di scena e di camionette, e fummo semplicemente ammanettati, presi anche in giro per come precipitavamo nello sgomento, e portati in carcere in città, ad oristano;

dopo una lunga sequenza di chiavistelli, noi due fummo alfine separati, ciascuno nella sua cella di isolamento: circa due metri per tre, con un buco per i bisogni da una parte e una branda dall’altra; il peggio era la presa di luce, cioè una finestra in gran parte murata in obliquo per impedire la vista orizzontale, limitandola alla sola visibilità di un rettangolo di cielo, piccolo e a sbarre; si chiama la bocca di lupo, ed è il più semplice esempio di quanto può essere stupida la crudeltà, e crudele la stupidità;

io in realtà ero in paese solo temporaneamente: ero lì per preparare l’ultimo esame di università e impostare la tesi, ma tutta la famiglia genitoriale risiedeva intorno a viterbo, e mio padre e mia madre non sapevano alcunchè di quanto mi stava succedendo; questo mi sgomentava, più di ogni altra cosa: mia madre;

ma il giorno dopo, lo sgomento diventò una specie di angoscia: in un foglietto verde ci si comunicava che avremmo dovuto rispondere di sette capi di imputazione, dal vilipendio alle forze armate alla questua non autorizzata: erano tutte balle, ma il peggio arrivò qualche giorno dopo: si aggiunse infatti l’imputazione del reato di “associazione sovversiva”: è un capo di imputazione davvero angosciante, poichè è talmente vago che ti si può poi accollare di tutto, e soprattutto ti si può circuire con il fine di coinvolgere altri;

e così non ci restava che confidare, per quel poco di prassi giuridica che avevamo imparato a masticare in giro, confidare nella valutazione del giudice deputato all’esame della fondatezza delle accuse;

passammo nell’attesa giorni infelici: e tuttavia radio carcere fece una rapida ricognizione: alcuni detenuti dei paesi vicini, autorizzati anche ad assistere le guardie nella somministrazione dei ranci, si premuravano di avvicinarsi con discrezione ai nostri sportellini dei pasti, e in due sguardi proporsi per eventuali contingenze, accennare ad amici comuni e comunque incoraggiarci: erano gli angeli del signore, gente con anni di carcere addosso che si premura di incoraggiare te, che sei lì da soli due giorni;

quando si ragiona sul carcere, tra un suicidio o una redenzione, è necessario considerare la dimensione carcerara degli angeli del signore: “visitare i carcerati”, per esempio, è una delle opere di misericordia raccomandate dalla dottrina cristiana, quella vera che non è quella dei comizi;

ma il giudice ci disse semplicemente che non vi era fondatezza in tutte quelle accuse: che quindi eravamo liberi, e dovevamo soltanto trovare il modo di tornare a casa;

erano passati in realtà solo dieci giorni, là dentro per noi: ma furono allora per noi i giorni più estenuanti di quella nostra età: l’estenuazione dell’incertezza, e del ritrovarsi dietro le sbarre in balia del caso;

….. e poi ? e poi tornammo alle nostre cose, ai nostri compagni e alla necessaria attenzione alla macchina militare: la macchina militare che conosciamo oggi è lontana anni luce da quella che sperimentavamo allora, e le sue carneficine sono ben altra cosa che i soprusi di allora; nel tempo si è moltiplicata la dimensione, e forse anche la disumanità; e si è fatta a pezzi ovunque la modalità di procedere a una pace;

eppure, a distanza di così tanti anni, venni poi a sapere che in uno strano traffico tra agenti dell’arma e un giro di tossicomani, precisamente nella città di piacenza, si trovò coinvolto il capo della squadra speciale che quel giorno ci aveva messo le manette ai polsi, in quel giovedì di mercato; ma in fondo le manette possono ben girare, anche di polso in polso;

questa ultima mia malignità non mi dà in realtà sollievo alcuno; intendo solo rendere un omaggio al cinquantenario di quel giorno, poichè allora noi ritenemmo di fare quello che si doveva fare; e rendere omaggio, sempre e dovunque, e soprattutto dietro le sbarre, agli angeli del signore.

da qui