giovedì 29 ottobre 2026

Oltre un milione di bambini senza il necessario

 

In Italia un minore su otto vive in povertà assoluta. Il fenomeno resta ai livelli più alti dell’ultimo decennio e colpisce soprattutto le famiglie numerose, quelle in affitto e i nuclei con un solo reddito. I sostegni economici aiutano, ma non bastano a garantire a bambini e adolescenti le stesse opportunità di crescita.

Ci sono oltre un milione di bambini e adolescenti che in Italia crescono in famiglie incapaci di sostenere tutte le spese considerate essenziali per una vita dignitosa. Non è soltanto una questione di reddito: significa vivere in condizioni che possono limitare le opportunità educative, le relazioni sociali e la possibilità di costruire un futuro diverso da quello della famiglia di origine.

Nel 2025 i minori in povertà assoluta erano circa 1 milione e 136mila, il 12,5% della popolazione con meno di 18 anni. In altre parole, un bambino su otto vive in una condizione di grave difficoltà economica. Il dato, sostanzialmente stabile rispetto al 2024, rimane al livello più alto registrato dal 2014.

A documentarlo è un’analisi di Openpolis, pubblicata il 27 ottobre 2026 nell’ambito dell’Osservatorio sulla povertà educativa realizzato con l’impresa sociale Con i bambini, sulla base delle più recenti rilevazioni dell’Istat.

Il dato più significativo riguarda il cambiamento generazionale della povertà. Se vent’anni fa erano soprattutto gli anziani a risultare maggiormente esposti, oggi sono i bambini e gli adolescenti a rappresentare una delle fasce più vulnerabili della popolazione. Un rovesciamento che pone interrogativi sull’efficacia delle politiche di protezione dell’infanzia.

Crescere poveri significa avere meno opportunità

La povertà assoluta viene misurata considerando la capacità delle famiglie di acquistare un insieme di beni e servizi indispensabili, il cui costo varia in base alla composizione del nucleo e al territorio di residenza.

Per un minore, tuttavia, le conseguenze della mancanza di risorse possono andare oltre le difficoltà materiali immediate.

Una famiglia che fatica a sostenere le spese quotidiane può incontrare ostacoli anche nell’accesso alle attività sportive, culturali e formative. Sono esperienze importanti per lo sviluppo personale, ma non sempre accessibili a chi deve concentrare le proprie risorse sulle necessità fondamentali.

La povertà economica rischia così di intrecciarsi con quella educativa. Le difficoltà incontrate durante l’infanzia possono influenzare il percorso scolastico, l’acquisizione delle competenze e, successivamente, le possibilità di ingresso nel mondo del lavoro.

È un meccanismo che può trasmettere lo svantaggio da una generazione all’altra. Per interromperlo non basta intervenire quando i ragazzi hanno già concluso il percorso scolastico: occorre garantire opportunità adeguate fin dai primi anni di vita.

Più figli, maggiore è il rischio di povertà

I dati mostrano che la presenza di figli, soprattutto quando sono numerosi, aumenta sensibilmente l’esposizione delle famiglie alle difficoltà economiche.

Nel 2025 erano oltre 656mila le famiglie con almeno un minorenne in povertà assoluta, pari all’11,2% dei nuclei con figli sotto i 18 anni.

L’incidenza cresce all’aumentare del numero dei bambini. Tra le coppie con un solo figlio minorenne la povertà assoluta riguarda il 7,8% dei nuclei. La percentuale sale al 10% quando i figli sono due e raggiunge il 17,7% nelle coppie con almeno tre figli.

Significa che, in quest’ultimo gruppo, quasi una famiglia su sei non dispone delle risorse necessarie per affrontare tutte le spese essenziali.

Anche i nuclei con un solo genitore presentano una vulnerabilità significativa, con un’incidenza della povertà assoluta dell’11,6%.

La situazione diventa ancora più difficile quando le entrate economiche sono insufficienti o discontinue. Se la persona di riferimento della famiglia è operaia, l’incidenza della povertà raggiunge il 15,5%; quando non è occupata o cerca lavoro arriva al 21,1%.

Questi numeri evidenziano che la presenza di un lavoro non rappresenta sempre una garanzia contro la povertà dei figli. Retribuzioni basse e occupazioni precarie possono lasciare le famiglie in condizioni di difficoltà anche quando almeno un adulto lavora.

Il peso dell’affitto sulla vita dei bambini

Tra gli elementi che incidono maggiormente sulle condizioni economiche dei minori emerge la situazione abitativa.

Nelle famiglie con figli minorenni che vivono in affitto, la povertà assoluta raggiunge il 28,7%. È una percentuale particolarmente elevata, soprattutto se confrontata con il 6% registrato tra i nuclei proprietari dell’abitazione.

Quasi tre famiglie su dieci con bambini e una casa in affitto si trovano dunque in povertà assoluta.

Il costo dell’abitazione assorbe una parte importante delle risorse disponibili e può ridurre il denaro destinato ad altri bisogni. Per i bambini questo può significare crescere in un contesto nel quale ogni spesa aggiuntiva deve essere attentamente valutata.

Emergono differenze anche in relazione alla cittadinanza. Tra le famiglie con minori composte esclusivamente da italiani, l’incidenza della povertà assoluta è del 7,8%, mentre sale al 31,4% nei nuclei formati soltanto da cittadini stranieri.

Una distanza che segnala condizioni economiche profondamente differenti e la necessità di interventi capaci di raggiungere i bambini maggiormente esposti allo svantaggio.

Bonus e assegni, gli aiuti restano limitati

Nel 2025 sono entrate in vigore diverse misure economiche destinate alle famiglie, comprese quelle con figli.

Tra gli interventi figurano l’adeguamento dell’assegno unico e universale al costo della vita, l’ampliamento del bonus asilo nido e il ripristino del contributo di mille euro per i nuovi nati.

Secondo le simulazioni dell’Istat richiamate da Openpolis, queste tre misure hanno prodotto un beneficio medio aggiuntivo di circa 120 euro annui per oltre sei milioni di famiglie.

Si tratta di un incremento medio equivalente a una decina di euro al mese, che va interpretato come beneficio derivante dalle modifiche introdotte e non come valore complessivo degli aiuti ricevuti.

Il risultato mette in evidenza la portata limitata degli interventi aggiuntivi rispetto alle difficoltà affrontate da molte famiglie con bambini.

Considerando tutte le modifiche fiscali e assistenziali entrate in vigore nel 2025, e non soltanto quelle rivolte ai figli, l’Istat stima un miglioramento medio del reddito disponibile di 243 euro annui.

Gli effetti redistributivi risultano positivi, ma contenuti. Soprattutto, i trasferimenti economici non possono sostituire la disponibilità di servizi fondamentali per l’infanzia.

Un sostegno al reddito può contribuire a pagare le spese quotidiane, ma non risolve automaticamente la mancanza di posti negli asili nido, di servizi educativi accessibili o di opportunità formative nei territori più svantaggiati.

È proprio su questo punto che Openpolis richiama la necessità di affiancare ai contributi economici interventi strutturali e servizi distribuiti in modo più equilibrato.

Le differenze territoriali iniziano dalla prima infanzia

Il luogo in cui un bambino nasce e cresce continua a influenzare le condizioni economiche della sua famiglia e le opportunità disponibili.

Un indicatore utile per individuare i territori potenzialmente più fragili riguarda le famiglie con un solo reddito e almeno un figlio di età inferiore ai sei anni.

Secondo le statistiche sperimentali dell’Istat, riferite al 2022, nei comuni capoluogo queste famiglie rappresentavano mediamente il 16,3% dei nuclei anagrafici.

Le percentuali più elevate si registravano ad Andria, con il 29,7%, e Barletta, con il 26,1%. Seguivano Prato, al 24%, Napoli, al 21,6%, e Palermo, al 21%.

Questi valori non indicano direttamente quante famiglie siano povere. Segnalano piuttosto una possibile vulnerabilità economica, perché la presenza di una sola fonte di reddito può rendere più difficile affrontare imprevisti e spese legate alla crescita dei figli.

Le differenze tra città mostrano quanto sia importante disporre di informazioni territoriali aggiornate. Le medie nazionali, infatti, non riescono sempre a descrivere le condizioni dei bambini che vivono nei singoli quartieri o comuni.

I dati disponibili risalgono al 2022 e non consentono di fotografare pienamente la situazione attuale. Restano però uno strumento per individuare dove concentrare maggiormente l’attenzione delle politiche sociali ed educative.

La povertà infantile riguarda il futuro del Paese

Il permanere della povertà minorile a livelli record pone una questione che va oltre l’assistenza economica.

Un bambino che cresce in condizioni di svantaggio rischia di incontrare maggiori ostacoli nell’istruzione, nella partecipazione sociale e nella costruzione della propria autonomia futura.

Per questo gli interventi contro la povertà dei minori devono accompagnare il sostegno alle famiglie con servizi per la prima infanzia, opportunità educative, attività extrascolastiche e strumenti capaci di ridurre le differenze territoriali.

La scuola e le comunità educanti possono svolgere un ruolo decisivo, soprattutto nei contesti dove le risorse familiari sono più limitate.

Il dato di oltre 1,1 milioni di bambini e adolescenti in povertà assoluta non descrive soltanto una condizione economica. Racconta una parte consistente delle nuove generazioni che cresce senza poter contare sulle stesse opportunità degli altri coetanei.

Contrastare la povertà minorile significa impedire che le condizioni economiche della famiglia diventino una condanna per il futuro dei figli. È questa la sfida che i numeri del 2025 consegnano alle istituzioni e alla società italiana.

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mercoledì 28 ottobre 2026

Annalisa Gusai conquista Cordoba con la sua pizza sarda


Ti accoglie con un sorriso e un cappellino rosso con la vecchia bandiera dei quattro mori in rilievo. Quella che guarda, con la benda alzata, la Spagna e dà le spalle all’Italia. Le mani son sporche di farina. Gli occhi, solcati dai primi segni dell’incedere del tempo, raccontano un viaggio iniziato tanti anni fa. Al tempo del boom dei primi voli low-cost, quando l’Europa non sembrava più così lontana e distante dal centro del Mediterraneo.

 

La storia

Il viaggio di Annalisa Gusai, co-proprietaria insieme all’ex marito Ignacio Luis Tapia, della pizzeria Verde Rucola a Córdoba, è iniziato nel 2004. «Ero fresca di laurea in Lingue e Letterature Straniere, conseguita col massimo dei voti all’Università degli Studi di Sassari – esordisce – e rimanere in Sardegna, al tempo, mi rendeva inquieta: non volevo insegnare, avevo paura di restare imbrigliata dentro una macchina istituzionale che mi avrebbe rubato sogni e tempo. Così partii per vedere nuovi orizzonti». In Inghilterra, lavora sei anni da cameriera e conosce il futuro compagno che la porterà a riscoprire un altro sud. «Ignacio è di Granada, seguirlo è stato facile. Insieme, nel 2010, ci buttammo nel settore alberghiero. Aprimmo un ostello ed un locale che divenne un punto di riferimento per tanti connazionali. Sette anni dopo ci trasferimmo a Córdoba, con due figlie al seguito». Sempre Spagna, sempre Andalusia. «In città, mancava una pizzeria italiana. Noi fummo i primi a proporre un impasto autentico, seguendo la tradizione. Conoscevo già questa realtà – continua – grazie ai viaggi fatti con i miei genitori e alla mia tesi di laurea sul Calò, la lingua dei gitani iberici, che mi permise di spostarmi, per tanti mesi, da Barcellona a Siviglia».

 

Si guarda attorno. Fa una pausa. Di fronte a lei, il barrio di Vista Alegre in cui lavora, prende vita con i rumori della sera. Gli studenti universitari rientrano da lezione. I camerieri dei ristoranti vicini apparecchiano i primi tavoli. Qualche passante la saluta e l’abbraccia. Un signore prenota d’asporto per la notte. «Qua la vita è traslata di qualche ora rispetto all’Italia. Si cena tardi. Per il resto gli andalusi sono un po' come noi sardi: amano la vita comunitaria, la condivisione. Siamo popoli rappresentati dal fenicottero (flamenco in spagnolo). Un animale di confine, tra terra e mare, che non teme di migrare verso altri lidi in cui possa, di nuovo, sentire calore». A patto che non sia eccessivo. «D’estate scappo – ride – perché qua si toccano temperature elevate. Ho la necessità di sentire sulla pelle la salsedine, vagare di spiaggia in spiaggia e respirare l’aria del Monte Ortobene».

 

Le sue pizze

E Nuoro, la sua città natale con Lollove, il paese dei suoi genitori, son entrambe presenti nel suo menù. «La Nugoro è una pizza con salsiccia, pecorino ed olive nere. I prodotti mi arrivano direttamente dall’isola. La Lollove è una novità: racchiude gli ingredienti di una focaccia di patate, lardo e cipolla che mi faceva nonna da piccola. Altre pizze le ho dedicate ad alcuni membri della comunità sarda e italiana, che si è formata nel corso degli anni. Il Verde Rucola, per loro, è diventato una sorta di cenacolo domenicale. I primi a scoprirmi furono due ragazzi originari del sud Sardegna ed un avellinese: Andrea Oliviero, Andrea Cannas e Mirko Todesca, che colgo l’occasione di ringraziare per aver fatto rete e aver riunito così tante persone, provenienti da diverse parti del globo».

 

Numeri in crescita

A Còrdoba, il Verde Rucola, ormai è una realtà importante. Le recensioni sono positive, i numeri continuano a crescere. «Abbiamo i clienti fissi, gli stranieri, i tanti italiani che vengono da noi per mangiare un prodotto che li riporti a casa. E non mancano gli studenti. Ho la fortuna di avere un locale, in un punto che è un crocevia tra diverse facoltà e la zona più turistica della città. Mi piace pensare che sia io che la mia pizzeria, possiamo fungere da ponte tra le varie culture. La missione della mia vita, dopotutto, è stata lasciare un pezzo di Sardegna, con i miei racconti e i miei prodotti, nelle case di coloro che non la conoscevano. E ho fatto anche il contrario: ho portato l’estero nella mia Lollove, aprendo nel 2015, il primo Airbnb del paese, dove sostavano perlopiù statunitensi e canadesi».

 

Il futuro

Gli occhi neri, distanti nel rincorrere i ricordi, ritornano nel presente e illuminano, come dei fanali, i gesti di un aiuto pizzaiolo di Milano. Compaiono due cameriere: una messicana e una spagnola. Annalisa dà loro alcune indicazioni con un tono gentile. Spegne una radio inglese e mette in sottofondo Amico Fragile di Fabrizio De Andrè con la PFM. Si sofferma meditabonda davanti alla vetrinetta porta ingredienti. Aggiunge delle foglie di basilico alla salsa di pomodoro. Si prepara all’apertura. Poi cambia espressione, schiarandosi la voce, in parte rotta. «Sa qual è il mio sogno? - conclude - Per un sardo è sempre quello di tornare a casa. La Sardegna è una mamma che ti attende col sorriso, a braccia aperte, sul ciglio della porta. Non ti sgrida se fai tardi. Puoi scappare, in fuga, in qualsiasi posto dell'universo ma lei continuerà ad aspettarti. L’idea di averla lì, pronta ad accogliermi, mi tranquillizza. A volte, basta un profumo, un ingrediente e la sento vicina. Un domani, a questa mamma, vorrei farle vedere quel che ho imparato e tutti i colori che ho collezionato, in questo mio lungo viaggio. Per provare a vestirla con un nuovo abito e renderla più bella. Le direi che noi sardi all’estero non ci dimentichiamo mai di lei. Siamo i suoi satelliti sparsi per il mondo».

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martedì 27 ottobre 2026

Villanovaforru, l’anemometro è un ammasso di ferraglia abbandonato: «Vi piace questa transizione energetica?»

 

Il sindaco Maurizio Onnis: «Così da due anni e mezzo. Noi abbiamo proposto alternative, lo Stato non ha concesso niente. E il rancore cova»

 

L'anemometro abbandonato nelle campagne di Villanovaforru

 

Era un anemometro: una torre alta oltre 90 metri di altezza che avrebbe dovuto misurare il vento e stabilire se quella zona nelle campagne di Villanovaforru fosse adatta per l’installazione di un impianto eolico. Piazzato nel 2023  da una multinazionale, da due anni e mezzo – da quando a maggio del 2024 è crollato per non meglio precisate ragioni – è ridotto a un ammasso di ferraglia abbandonato. «Vi piace come modello di transizione ecologica?»,. 

La domanda provocatoria è del sindaco Maurizio Onnis, che da anni si batte contro le speculazioni e, di contro, spinge per le comunità energetiche. 

Per questo, nel pubblicare l’immagine del rifiuto metallico, aggiunge: «Prevengo il solito tizio che a questo punto dice insofferente: «Basta protestare. Proponete qualcosa!». Rispondo. Studia, ignorante, e informati. Le proposte le abbiamo elaborate, complesse e consapevoli, presentate in incontri pubblici, portate al tavolo della politica istituzionale. E in mano non abbiamo niente. Questo è ciò che lo Stato ha concesso: niente».

Dopo anni di resilienza pacifica Onnis aggiunge: «Se volete sapere che cos’è la rabbia sorda, repressa, da sfogare, chiedete a noi. Il rancore cova anche qua. E ha radici profonde, talmente profonde da rendere impossibile cancellarlo».

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lunedì 26 ottobre 2026

Somalia, diluvio dopo la siccità. Gli aiuti non arrivano

In Somalia anche la pioggia può diventare una minaccia. Dopo anni di siccità, raccolti perduti e famiglie costrette a lasciare le proprie terre, l’arrivo della stagione umida rischia di provocare un altro esodo. Secondo una previsione diffusa il 21 ottobre dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), 874.319 persone potrebbero essere costrette ad abbandonare la propria casa tra ottobre e dicembre. Le inondazioni sarebbero responsabili del 92% degli spostamenti previsti.

Quando le precipitazioni mancano, i campi non producono, gli animali muoiono e i prezzi del cibo diventano insostenibili. Quando invece arrivano tutte insieme, i fiumi straripano, cancellano i raccolti rimasti, danneggiano le abitazioni e isolano intere comunità. Per chi ha già venduto il bestiame, consumato le scorte e lasciato una prima volta il proprio villaggio, può significare perdere anche quel poco che resta.

La nuova allerta riguarda la stagione delle piogge Deyr, tra ottobre e dicembre, per la quale il rafforzamento del fenomeno El Niño fa prevedere precipitazioni superiori alla media. La FAO ha segnalato un rischio particolarmente elevato nelle aree centrali e meridionali, comprese quelle attraversate dai fiumi Giuba e Shabelle.

La possibilità di intervenire si scontra con un ostacolo sorprendentemente concreto: i soldi. L’OIM ha chiesto 16,62 milioni di dollari per predisporre la risposta alle inondazioni e proteggere più di 517mila persone. Al momento dell’allarme ne aveva raccolto appena il 14,4%. Significa che oltre quattro quinti delle risorse necessarie mancavano ancora mentre i livelli dei fiumi cominciavano a salire.

Il rischio di perdere tutto, un’altra volta

Il problema non è soltanto trovare un riparo temporaneo. Un’inondazione può contaminare i pozzi e rendere inutilizzabile l’acqua, interrompere i collegamenti con gli ospedali, distruggere sementi e attrezzi, separare le famiglie dai mercati in cui vendono e acquistano ciò che serve. Chi vive in un insediamento per sfollati, spesso in alloggi precari e sovraffollati, ha ancora meno possibilità di difendersi.

I numeri sull’alimentazione mostrano quanto sia fragile il terreno sul quale si abbatte la minaccia. Secondo l’analisi IPC pubblicata a settembre, tra ottobre e dicembre 2026 circa 5,4 milioni di somali potrebbero trovarsi in una situazione di insicurezza alimentare acuta di livello «crisi» o peggiore. Di questi, 1,5 milioni rischiano condizioni di «emergenza».

Tra luglio 2026 e giugno 2027 circa 1,92 milioni di bambini sotto i cinque anni potrebbero aver bisogno di trattamenti per malnutrizione acuta, inclusi 433mila casi gravi. A Baidoa, dove vivono numerosi sfollati, gli analisti segnalano perfino il rischio di carestia nello scenario peggiore, qualora alluvioni estese aggravassero l’isolamento e le difficoltà di accesso agli aiuti.

Le condizioni meteorologiche, tuttavia, non raccontano l’intera storia. La Somalia è attraversata da conflitti e insicurezza che ostacolano gli spostamenti, il lavoro nei campi e l’assistenza sanitaria. Le famiglie devono fare i conti con prezzi elevati, servizi insufficienti e finanziamenti umanitari in calo. Un raccolto distrutto pesa molto di più quando non c’è un reddito alternativo; una strada allagata diventa una condanna quando non esiste un’altra via per raggiungere una clinica.

Una catastrofe annunciata non dovrebbe essere inevitabile

Il rischio è conosciuto con anticipo. Le agenzie internazionali dispongono di previsioni stagionali, monitorano i livelli dei fiumi e indicano dove preparare vie di evacuazione, acqua potabile, strutture sanitarie e rifugi. Eppure la macchina della prevenzione rischia di restare sulla carta perché i fondi arrivano troppo lentamente, o non arrivano affatto.

Al contrario, la ripetizione degli stessi disastri mostra quanto siano necessari argini, reti idriche sicure, strutture sanitarie raggiungibili e mezzi di sussistenza meno esposti agli shock climatici. Ma nell’immediato la differenza tra prepararsi e intervenire dopo può essere quella tra salvare una famiglia e ritrovarla in un altro campo per sfollati.

La Somalia si prepara così a un’altra stagione nella quale la natura fornisce la minaccia e le disuguaglianze ne determinano buona parte delle conseguenze. Per quasi 874mila persone il futuro prossimo potrebbe significare un nuovo trasloco forzato, senza sapere se esisterà una casa alla quale tornare. Il mondo è stato avvertito prima dell’arrivo dell’acqua. Se gli aiuti resteranno insufficienti, non potrà dire di essere stato colto di sorpresa.

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domenica 25 ottobre 2026

Quando l’attacco cyber diventa una minaccia fisica - Marco Schiaffino

 

Dai supermercati francesi agli impianti idrici statunitensi: gli attacchi informatici possono provocare danni sempre più concreti. E le infrastrutture industriali sono particolarmente vulnerabili.

 

Nella notte tra l’11 e il 12 ottobre 2026, i frigoriferi di centinaia di supermercati francesi hanno cominciato improvvisamente a riscaldarsi. In alcuni casi le temperature hanno raggiunto i 50 gradi, costringendo i responsabili dei punti vendita a gettare grandi quantità di prodotti freschi e surgelati. Non si è trattato però di un guasto tecnico, ma di un attacco informatico.

I responsabili sono infatti riusciti a prendere il controllo da remoto dei sistemi di regolazione degli impianti frigoriferi (approfittando della scarsa protezione di sistemi di controllo accessibili direttamente via internet), attivando i cicli di sbrinamento e prolungandone la durata fino a otto ore. Il risultato è stata l’interruzione della catena del freddo in centinaia di supermercati appartenenti a diverse catene della grande distribuzione, con danni economici per milioni di euro.

La vicenda rappresenta un recentissimo esempio di un fenomeno sempre più preoccupante: gli attacchi informatici ai sistemi di Operational Technology (OT, le tecnologie che controllano e monitorano impianti e processi fisici), capaci di provocare conseguenze concrete nel mondo materiale. Un fenomeno, come vedremo, in crescita e che negli ultimi mesi ha colpito in Occidente soprattutto gli Stati Uniti.

Il 30 luglio 2026, sul sito dell’FBI, è infatti comparso un “avviso pubblico” rivolto ai proprietari e ai gestori di infrastrutture critiche sul territorio statunitense. L’allarme riguardava possibili attacchi a “dispositivi di tecnologia operativa”.

Nell’avviso, il Federal Bureau of Investigation specificava che l’allarme era scattato dopo le segnalazioni da parte di alcune aziende di servizi idrici e trattamento delle acque reflue in sette diversi stati, tutte vittime di cyber attacchi che miravano a interferire con le loro operazioni. Nel solo Minnesota gli attacchi avrebbero interessato 30 impianti, ma nell’arco di un paio di settimane i casi si sarebbero moltiplicati, arrivando a coinvolgere in tutto almeno 12 stati dell’Unione.

Secondo alcune fonti investigative citate dalla stampa statunitense, gli attacchi informatici – che in alcuni casi hanno provocato cali di pressione nella rete idrica e allagamenti – potrebbero essere riconducibili a gruppi legati al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniano, che avrebbero agito per rappresaglia nei confronti degli attacchi “cinetici” condotti da USA e Israele contro l’Iran.

Uno degli episodi più significativi è quello della Clayton County Water Authority, in Georgia, dove il 27 luglio un guasto a una stazione di pompaggio ha provocato interruzioni nell’erogazione dell’acqua e costretto le autorità a raccomandare ai residenti di bollirla prima del consumo. Il servizio è stato ripristinato nel giro di poche ore e le analisi non hanno rilevato contaminazioni, ma l’azienda ha avviato un’indagine per accertare se si trattasse di un attacco informatico.

Se la responsabilità iraniana fosse accertata, la vicenda della compromissione degli impianti idrici negli Stati Uniti confermerebbe come questi attacchi siano spesso una componente importante di quella “guerra ibrida” che agita le opinioni pubbliche in Occidente.

Stuxnet, il più celebre attacco OT

Gli attacchi segnalati dall’FBI lo scorso luglio hanno interessato i sistemi industriali gestiti attraverso dispositivi della serie Rockwell Automation/Allen-Bradley’s MicroLogix 1100 e 1400, ma già in passato altri sistemi di controllo industriale – tra cui gli SCADA (applicazioni software usate per supervisionare i processi industriali associati) di Siemens, usati anche nel settore energetico – erano stati presi di mira da gruppi legati ad apparati statali, con conseguenze anche sul funzionamento fisico degli impianti.

Il caso più clamoroso di attacchi cyber a impianti fisici è infatti quello di Stuxnet, un malware entrato in circolazione attorno al 2007 e tra i primi esempi di come sia possibile provocare gravi danni fisici a un impianto industriale agendo per via informatica. Il malware è stato sviluppato congiuntamente dai servizi segreti statunitensi e israeliani con l’obiettivo di sabotare la centrale di arricchimento dell’uranio di Natanz, in Iran.

L’operazione, battezzata Olympic Games, secondo le fonti di stampa sarebbe stata pianificata dall’amministrazione statunitense come alternativa all’ipotesi di un attacco “fisico” – caldeggiato da Tel Aviv – per rallentare il programma nucleare iraniano ed è stata portata a termine con successo nel 2010. L’obiettivo di Stuxnet, in sintesi, era quello di alterare il funzionamento delle centrifughe fino a renderle inutilizzabili. Stuxnet è stato il primo vero “campanello d’allarme” sul rischio legato ad attacchi cyber in ambito OT con conseguenze potenzialmente catastrofiche a livello fisico.

Un fenomeno in crescita

Da allora, gli episodi di attacchi ai sistemi OT sono cresciuti notevolmente e sono spesso stati condotti sia come strumento di rappresaglia, sia come azione di sabotaggio in sinergia con gli attacchi “fisici”.

Le cronache delle tensioni tra Russia e Ucraina, successivamente sfociate in aperto conflitto, riportano per esempio ben tre episodi di questo tipo. Nel dicembre 2015, un attacco legato al malware BlackEnergy ha provocato un’interruzione dell’energia elettrica che ha coinvolto circa 230mila persone. L’anno successivo, un altro malware, chiamato Industroyer, ha causato un blackout nella capitale Kiev. Il più recente attacco con Industroyer2 dell’aprile 2022 è stato invece pianificato nel pieno delle ostilità con l’obiettivo – fallito – di colpire le sottostazioni elettriche ad alta tensione ucraine.

Altri episodi, sempre attribuiti a gruppi legati al governo del Cremlino, hanno coinvolto recentemente alcuni impianti del settore energetico in Polonia, un sistema di teleriscaldamento nella città ucraina di Lviv, per finire con i sistemi di controllo della diga di Bremanger, nella Norvegia occidentale.

Gli impianti industriali rischiano però di finire nel mirino non solo dei cosiddetti “hacker di stato”, ma anche dei cyber criminali specializzati nel ransomware, cioè in attacchi che puntano a compromettere i sistemi informatici delle aziende con lo scopo di estorcere un riscatto.

In quest’ottica, i sistemi OT sono un bersaglio ideale. Se normalmente i pirati informatici puntano al blocco dei sistemi digitali o alla sottrazione di informazioni sensibili, gli attacchi che coinvolgono direttamente o indirettamente i sistemi OT rappresentano un potenziale salto di qualità. Provocando l’interruzione dell’attività produttiva, infatti, i criminali si garantiscono una leva formidabile per indurre la vittima a cedere al ricatto.

La fragilità del settore OT

Il bersaglio privilegiato degli attacchi cyber in ambito industriale sono i Programmable Logic Controller (PLC), cioè i computer industriali che controllano macchinari e processi fisici: pompe, valvole, motori, nastri trasportatori, turbine, sistemi di trattamento dell’acqua e simili.

Ciò che rende così vulnerabili i PLC è che, nella maggior parte dei casi, hanno una “età” piuttosto elevata. Gli impianti industriali sono infatti pensati per cicli di sostituzione molto più lunghi (dai 15 ai 30 anni) rispetto a quelli digitali, che invece vanno solitamente incontro all’obsolescenza nel giro di 3-5 anni. Chi ha implementato i PLC per la gestione di impianti industriali nei primi anni 2000 non aveva alcuna dimestichezza con concetti come “security by design” e, soprattutto, non poteva prevedere fino a che punto quei sistemi sarebbero stati interconnessi con l’infrastruttura IT aziendale.

Risultato: oggi ci sono impianti industriali che poggiano le loro fondamenta su sistemi informatici con caratteristiche di sicurezza assolutamente inadeguate ai tempi. Una recente analisi eseguita dall’olandese Modat, per esempio, evidenzia come in Europa ci siano 8.547 sistemi legati alla produzione di energia solare ed eolica esposti su Internet.

Uno dei fattori che incide di più sul livello di sicurezza di questi sistemi è però il fatto che gli impianti industriali “obbligano” a utilizzare sistemi operativi e software non più supportati a livello di aggiornamenti di sicurezza. Stando a una ricerca condotta su 635 sistemi di controllo industriale, risulterebbe che solo il 22,5% dei computer Windows impiegati nei centri di controllo utilizzerebbe versioni aggiornate del sistema operativo. Il 77,5% “gira” invece su versioni legacy, come Windows XP e Windows 7, per le quali non è più disponibile il supporto.

Non si tratta di una forma di incoscienza o sciatteria, ma di un effetto collaterale legato alla compatibilità tra software e dispositivi di controllo. Una ricerca di txOne che ha coinvolto 550 responsabili OT europei segnala che il 54% degli intervistati indica proprio la compatibilità come motivazione per il mantenimento di sistemi vetusti, mentre il 45% giustifica il mantenimento dello status quo con gli elevati costi di aggiornamento degli impianti.

Sotto questo profilo è bene chiarire come non si tratti dei costi per gli aggiornamenti software, ma di quelli che sarebbero necessari per sostituire gli impianti di produzione o aggiornare i sistemi di controllo. In altre parole, per modernizzare il settore digitale di un impianto industriale sarebbe spesso necessario un esborso economico insostenibile.

Tempi lunghi per il cambiamento

Il quadro, per lo meno in Europa, è destinato a cambiare. Se la direttiva NIS2 impone già una serie di obblighi a livello di cyber security per chi gestisce servizi critici, il vero cambio di passo è avvenuto con il Cyber Resilience Act (CRA). Il regolamento fissa una serie di requisiti per i dispositivi OT disponibili nel mercato europeo, per garantire un maggior livello di sicurezza. Il problema è che le principali disposizioni del CRA entreranno in vigore a fine 2027, ma non imporranno un adeguamento generalizzato dei sistemi già installati.

Considerando il fatto che i cicli di vita di questi dispositivi sono estremamente lunghi, il vero salto di qualità verso sistemi meno vulnerabili potrebbe richiedere decenni. Fino ad allora, la vera sfida sarà quella di proteggere in maniera efficace un ecosistema industriale che, sotto il profilo della cyber security, rischia di essere un colabrodo.

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sabato 24 ottobre 2026

Perché spostare i migranti con contratto regolare senza motivo? Succede al CPA di Monastir - Roberta Mocci


Già vivono in condizioni disumane a causa dell'assenza di spazi adeguati. Ultimamente si sono verificati numerosi disordini all'interno e fuori dal CPA di Cagliari: vorrei ben vedere

 

È possibile prelevare delle persone da un centro di accoglienza e spostarle altrove nonostante un contratto di lavoro regolare? Il fatto che si tratta di migranti ci autorizza a calpestare completamente i loro diritti?

Questo è quello che sta accadendo al CPA di Monastir in provincia di Cagliari dove i richiedenti protezione internazionale vivono, come si sa da anni, in condizioni disumane a causa dell’assenza di spazi adeguati. La maggior parte di loro, dopo la richiesta di protezione internazionale, ha ottenuto un permesso provvisorio che dopo 60 giorni permette loro di lavorare. Queste domande spesso non vengono esaminate per anni, lasciando questi ragazzi in un limbo, sospesi tra la regolarità e l’irregolarità, con i comprensibili timori dei datori di lavoro. Inutile dire che di questa forza lavoro abbiamo enormemente bisogno e molti di loro trovano impiego nelle aziende agricole del Campidano. La loro disponibilità a lavorare senza badare troppo a orari e condizioni di lavoro li rende inoltre particolarmente “interessanti” agli occhi delle aziende. Nonostante questa giungla fatta di incertezze, alcuni di loro ottengono regolari contratti di lavoro, spesso stagionali, ma nel settore la stagionalità significa semplicemente cambiare raccolto e quindi spesso sono impegnati per la maggior parte dell’anno.

Ma arriviamo ai fatti.

Ultimamente si sono verificati numerosi disordini all’interno e fuori dal CPA: vorrei ben vedere come si fa a vivere sereni, in condizioni di sovraffollamento, di scarsa igiene, ragazzi con un passato difficile, un presente complesso e un futuro ancora più incerto e non ci vuole molto a capire che alcuni di loro avrebbero bisogno di un aiuto psicologico. È assolutamente comprensibile la preoccupazione degli abitanti dei paesi vicini, ne hanno tutto il diritto, ma anche qua la percezione di pericolo è superiore alla realtà in seguito alla propaganda anti migranti del nostro lungimirante governo e portata avanti con convinzione da alcuni giornali locali. E siccome investire nell’integrazione non è considerata un’opzione, si è scelto di operare diversamente e di spostare i migranti verso altri centri, dove non si sa.

Bene direte voi, si alleggerisce il carico, saranno stati utilizzati dei criteri per lo spostamento di queste persone, l’obiettivo sarà il loro benessere. E invece pare proprio di no, perché molti di loro erano in possesso di regolare contratto di lavoro. Cioè, proprio coloro che avevano più diritto a restare e avevano iniziato un percorso di integrazione che, non ci vuole molto a capire, inizia proprio dal lavoro, vengono mandati via. E chi in tutto ciò non vede lesi i diritti fondamentali dei migranti pensi ai datori di lavoro agricoli che hanno visto scomparire da un giorno all’altro i loro lavoratori sui quali contavano.

Ma in fondo, a noi cosa cambia? Non lo so, forse nulla, le aziende troveranno un altro disperato disponibile a lavorare dall’alba al tramonto. Ma io mi sono sentita offesa come essere umano. Vedo il realizzarsi di quei sani principi anticostituzionali che tanto piacciono ultimamente ai nostri politici e non solo. Ho paura, che a poco a poco ci si spinga sempre oltre. Che qualcosa sfugga di mano. Perché la storia ci insegna, ma noi non abbiamo imparato.

da qui

venerdì 23 ottobre 2026

“Questa non è conservazione, è un cartello.” Rappresentanti indigeni da tutto il mondo hanno rilasciato oggi una dichiarazione storica dall’impatto dirompente

 

“La conservazione della natura deve essere guidata dai popoli indigeni, perché noi ne sappiamo di più.”

Nairobi: numerosi popoli indigeni vittima dell’industria della conservazione si sono riuniti in un incontro unico nel suo genere, a conclusione del quale hanno chiesto “la restituzione delle nostre terre ancestrali, incluse quelle che ci sono state sottratte per creare parchi e riserve naturali”.

La Dichiarazione di Nairobi, diffusa oggi dalla neonata Indigenous Lands Alliance (Alleanza per le terre indigene) a conclusione dell'incontro, contiene anche un ultimatum senza mezzi termini rivolto a note organizzazioni per la conservazione, tra cui WWF, WCS, African Parks, UNESCO e altre: "andatevene dalle nostre terre e rispettate i nostri diritti, diversamente, vi cacceremo via".

Our Land, Our Nature (OLON, La nostra terra, la nostra natura) ha riunito per la prima volta rappresentanti indigeni da tutto il mondo, accomunati dalla lotta contro il modello di conservazione dominante; insieme hanno denunciato il prezzo umano della “conservazione fortezza” e dei mercati del carbonio, presentando al contempo alternative a guida indigena.

La dichiarazione delinea la portata del problema:

“Da decenni ormai, la potente industria della conservazione usurpa e ruba i nostri territori con il pretesto di salvare Madre Terra. Trasformano i nostri territori in parchi nazionali, riserve della tigre, santuari della fauna selvatica, aree protette,aree di conservazione e riserve di caccia sportiva senza il nostro consenso.”

“Vendono le nostre terre attraverso i mercati del carbonio, i crediti di biodiversità e altri sistemi di compensazione che servono a dare una parvenza di sostenibilità ambientale (greenwashing) alle pratiche distruttive delle multinazionali. Nonostante siano designate come "Aree protette", queste zone vengono distrutte e destinate all'estrazione mineraria a cielo aperto, all'estrazione "verde" di minerali critici per la transizione energetica e alle piantagioni commerciali di gomma, pino, tè, caffè, soia e teak. Vengono aperte al turismo dei safari, che non mostra alcun rispetto per i popoli indigeni né per i nostri antenati.”

 “Dietro tutto ciò vi è una coalizione composta da governi, multinazionali e ONG internazionali che si occupano di ‘conservazione’ dell’ambiente. Controllano i nostri territori perché finanziati da ricchi paesi del Nord del mondo, dalle banche multilaterali di sviluppo, da istituzioni finanziarie multilaterali, dalla Banca Mondiale, dalle industrie dei combustibili fossili e da altre industrie inquinanti. Oggi le nostre terre sono amministrate da governi, ONG ed élite. Non da noi. Questa non è conservazione della natura. Non è altro che un cartello.”

“Ci opponiamo a una conservazione caratterizzata da logiche di mercato, accaparramento di terre, finanziarizzazione della natura, greenwashing da parte dei grandi inquinatori e false Soluzioni basate sulla natura (NBS). Esigiamo uguaglianza, consenso, trasparenza, rispetto e dignità.” 

Questa Dichiarazione, dai toni molto fermi, è stata sottoscritta dai 60 rappresentanti indigeni provenienti da 16 paesi del mondo che hanno partecipato a questo incontro senza precedenti. Essi hanno anche dato vita a una nuova rete, la Indigenous Lands Alliance (Alleanza per le terre indigene), per promuovere le istanze contenute nella Dichiarazione di Nairobi.

I rappresentanti indigeni provengono da:

  • Argentina (popoli Qom e Mbya Guarani)
  • Bolivia (popolo Uchupiamona)
  • Botswana (popolo Kua)
  • Cambogia (popolo Bunong)
  • Camerun (popolo Baka)
  • Colombia (popolo Pasto)
  • Congo (rep.) (popolo Baka)
  • Ecuador (popolo Kichwa)
  • India (popolo Jenu Kuruba)
  • Kenya (popoli Ogiek, Samburu, Rendille, Masai, Borana, Sengwer)
  • Nepal (popolo Tharu)
  • Perù (popolo Kichwa)
  • Tanzania (popolo Masai)
  • Tailandia (popolo Karen)
  • Uganda (sottogruppo Mosopisyek/Kalenjin)
  • Stati Uniti (nazioni Diné e Dakota)

Note ai redattori:

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