lunedì 12 aprile 2021

Il gas pulito è una sporca menzogna. Una campagna europea di guerrilla advertising


di Extinction Rebellion e [GAS]TIVISTS



Il primo aprile 2021 attivist* di Extinction Rebellion (XR) di tutta Italia si sono uniti ai Gastivists per affrontare colossi come GasNaturally, Eurogas, Eni, Enel, Snam, Intesa Sanpaolo, Unicredit e Assicurazioni Generali, denunciando i loro tentativi di greenwashing in merito al finanziamenti di nuovi progetti sul gas metano, incompatibili con una seria azione climatica.

In più di dodici città d’Europa sono apparse alle fermate degli autobus e sui cartelloni pubblicità “ritoccate” che svergognano le aziende per il loro marketing ingannevole rispetto al gas fossile.
Le installazioni portano la narrazione delle lobby industriali allo scoperto, poiché non esiste nessun “gas pulito”.
Sui manifesti si mostrano pubblicità e slogan tipici delle compagnie e degli istituti finanziari ben noti per le loro attività speculative, modificati grazie alla creatività di attiviste e attivisti in tutta Europa.

L’obiettivo è quello di spiegare la portata della campagna di disinformazione in atto, che cerca di ingannare il pubblico con affermazioni sull’impegno per un futuro a basse emissioni di carbonio. In Italia, l’azione ha denunciato satiricamente il ruolo centrale della finanza nell’espansione dell’uso del gas fossile in tutta Europa e nel mondo, come parte del lancio della Ribellione di Aprile di Extinction Rebellion.

Il settore finanziario rimane pesantemente influenzato dal greenwashing del gas da parte dell’industria dei combustibili fossili. Anche se banche private come Unicredit e Intesa Sanpaolo hanno annunciato restrizioni e l’eliminazione progressiva del carbone, il loro finanziamento di gas e petrolio continua senza sosta.
Inoltre, con un meccanismo chiamato il “Capacity Market”, il governo italiano sta vergognosamente progettando di 
costringere i consumatori italiani a pagare oltre un miliardo di euro per la conversione delle centrali a carbone al gas.

Questa decisione renderà l’Italia uno degli Stati membri più dipendenti dai combustibili fossili per la produzione di elettricità all’interno dell’Unione Europea nel 2030 e toglierà enormi risorse dalla transizione ad un sistema energetico veramente decarbonizzato. La situazione a livello europeo è altrettanto preoccupante.
Lasciandosi ingannare dal greenwashing delle potenti lobby dei combustibili fossili, 
la Commissione europea sta proponendo l’inclusione di certi tipi di progetti di gas fossile nella sua tassonomia per la finanza sostenibile.

 

Questa proposta creerebbe un enorme occasione per le compagnie dei combustibili fossili per ricevere finanziamenti in nome degli investimenti “verdi”, e contraddice completamente i consigli dello stesso gruppo di esperti tecnici della Commissione.

Ancora una volta, la Commissione sta cedendo agli interessi delle major del carbonio a detrimento del bene comune.
La campagna di guerrilla advertising è stata coordinata dal 
collettivo “Gastivists”, attivo in nove paesi, ed ha coinvolto città come Amiens, Amsterdam, Barcellona, Berlino, Bruxelles, Budapest, Dublino, Gent, Kiel, Madrid, Milano, Torino, Bologna e Roma.  Guarda la fotogallery. 

I social sono già invasi dalle iniziative che rivelano che il gas “naturale” è una sporca bugia – #CleanGasIsADirtyLie.
Le ragioni scientifiche che smentiscono che il gas fossile sia un’opzione valida per soddisfare i nostri bisogni energetici sono molteplici: è un combustibile inquinante e responsabile di 
una quantità maggiore di emissioni di CO2 di quello stesso carbone che vorrebbe sostituire.

La produzione, il trasporto e l’uso del gas sono legati anche ad emissioni pericolose e significativamente sottovalutate di metano, un gas serra responsabile di quasi il 25% del riscaldamento globale osservabile, e di composti organici volatili e ossidi di azoto e zolfo, sostanze nocive per la salute.



 

da qui

 

 


domenica 11 aprile 2021

Acqua, forza motrice della Natura. La sua emancipazione attraverso la via delle consultazioni popolari - Alberto Acosta

 

 “Sotto il dominio della proprietà privata e del denaro,
l’atteggiamento nei confronti della Natura è il suo reale disprezzo,
la sua violazione di fatto”

Karl Marx, “La questione ebraica” (1844)

Quando noi esseri umani, già molti secoli fa, ci mettemmo figurativamente parlando ai margini della Natura, iniziammo a concederle un ruolo passivo in quanto oggetto la cui mercificazione finì per diventare pienamente accettabile. E così, alimentato dalle origini stesse della nozione di progresso, a poco a poco si andò consolidando quel ruolo di fornitrice di materie prime per la produzione e di deposito dei rifiuti, e comunque da dominare. La “rottura metabolica” di società e Natura immaginata da Karl Marx è stata ostacolata, sia per le posizioni antropocentriche di questo geniale pensatore universale, sia soprattutto per la semplicità di molti dei suoi seguaci. Così, con il predominio dell’impulso marginalista e neoclassico, il pensiero economico seppellirebbe la riflessione “metabolica” per finire per consolidare la mercificazione della Natura. E in questo mercato l’acqua è solo una ulteriore merce.

Alla crescente snaturalizzazione delle attività economiche, che ha indebolito la comunità naturale della vita, si è aggiunta l’individualizzazione della comunità umana, soprattutto attraverso il consumismo sfrenato legato a una cupidigia senza fine. E così la Natura, trasformata in oggetto dell’accumulazione, e gli esseri umani, anch’essi assunti come elementi da sfruttare, individualizzati in quanto produttori e consumatori, entrano a pieno titolo in una sempre più forsennata danza di mercificazione della vita e delle sue relazioni.
L’acqua, come già detto, non ha fatto eccezione ed è ridotta in schiavitù, financo alla Borsa di Wall Street.

Gli sforzi per emancipare l’acqua

Di fronte a questa dura realtà, si moltiplicano sempre più le lotte per l’acqua. Gli esempi sono tanti, presenti in tutti gli angoli del pianeta. Da diversi approcci e processi, si sta avanzando in questa direzione. Anche all’interno delle Nazioni Unite – su iniziativa dello Stato Plurinazionale della Bolivia – si è arrivati nel luglio 2010 a una dichiarazione a favore dell’acqua, sancendo che l’accesso all’acqua potabile è un diritto umano fondamentale. Malgrado questo passaggio sia caratterizzato dalla mancanza di sostegno da parte dei paesi ricchi – proprietari delle società idriche transnazionali – il suo significato rimane comunque importante. Perché quel risultato è stato possibile grazie ad altre lotte che mirano a una grande trasformazione.
Il frutto immediato di questa decisione in seno alle Nazioni Unite è stata la Costituzione ecuadoriana del 2008, nota in tutto il mondo per essere stata la prima a costituzionalizzare i diritti della Natura e, di conseguenza, concedendo uno status speciale all’acqua. Ricordiamo che, sin dall’inizio, l’articolo 3 della Costituzione stabilì come primo dovere primordiale dello Stato quello di garantire, senza alcuna discriminazione, a tutti i suoi abitanti l’effettivo godimento dei diritti all’istruzione, alla salute, all’alimentazione, alla sicurezza sociale e all’acqua.

Da questa definizione iniziale, nell’Assemblea Costituente di Montecristi sono stati approvati principi fondamentali, come recita l’articolo 12:
“il diritto umano all’acqua è fondamentale e irrinunciabile. L’acqua costituisce un patrimonio nazionale strategico di uso pubblico, inalienabile, imprescrittibile, inattaccabile ed essenziale per la vita”.
Tra i tanti elementi costituzionali legati al liquido vitale, è vietato l’accaparramento dell’acqua (e della terra). E, oltre a quanto esposto sopra, è stato sancito che l’acqua, in quanto diritto umano, supera la visione commerciale e quella di “cliente” che può accedere solo all’acqua che ha la capacità di pagare. L’acqua, in quanto bene nazionale strategico di uso pubblico, riscatta il ruolo dello Stato, avendo questo la potestà di concedere l’uso dell’acqua nonché un ruolo guida a tal proposito. L’acqua, in quanto patrimonio della società deve essere gestito in una prospettiva di lunga scadenza, cioé guardando alle future generazioni, liberando l’acqua dalla dimensione di breve prospettiva propria del mercato e della speculazione. E l’acqua, in quanto bene comune, recupera l’elemento comunitario da cui è necessario riconsiderare questo tema vitale nella sua integrità, poiché una delle priorità del suo utilizzo è il mantenimento del ciclo ecologico dell’acqua.

L’acqua, quindi, rientra a pieno titolo nella definizione della Natura come soggetto di diritti. Si tratta di diritti propri che garantiscono pienamente l’esistenza, il mantenimento e la rigenerazione dei suoi cicli vitali, struttura, funzioni e processi evolutivi. Si stabilisce che qualsiasi persona, comunità, popolo o nazionalità può esigere alla pubblica autorità il rispetto di questi diritti. E, in linea con queste disposizioni chiaramente rivoluzionarie, la Natura ha diritto alla reintegrazione, che è indipendente dall’obbligazione dello Stato e delle persone fisiche o giuridiche di riparare il danno ambientale o di indennizzare individui e gruppi che dipendono dai sistemi naturali danneggiati. Vale altresì la pena segnalare che esistono chiare disposizioni a sanzionare i casi di distruzione ambientale, integrate dai principi di precauzione e restrizione per le attività che possono portare all’estinzione di specie, alla distruzione di ecosistemi o all’alterazione permanente dei cicli naturali. Riassumiamo quanto sopra citando Leonardo da Vinci: “L’acqua è la forza motrice di tutta la Natura”. E per questo motivo, la difesa dell’acqua come diritto umano, così come i diritti intrinseci dell’acqua stessa, acquisisce progressivamente forza.
Sebbene queste posizioni non siano state rispettate dai governi posteriori alla maggioritaria approvazione nelle urne della Costituzione di Montecristi del 2008, diverse organizzazioni e comunità, quelle che superando un’infinità di difficoltà hanno ispirato queste conquiste costituzionali, hanno moltiplicato le loro lotte di resistenza.

Le consultazioni popolari per l’acqua nelle Ande equatoriali

Di fronte alle pressioni estrattive inarrestabili – tra cui segnaliamo l’estrazione mineraria su larga scala imposta dal governo di Rafael Correa – molte comunità difendono i diritti alla vita, brevemente menzionati sopra. Così, in molti territori dove l’estrazione mineraria ha seminato a “sangue e fuoco” odio e divisione tra le stesse famiglie, con il recupero del diritto costituzionale alla partecipazione ai processi decisionali, le comunità hanno dispiegato varie azioni di lotta. Con le loro risposte affrontano saccheggi, devastazioni, violenze, false speranze di prosperità, annunci di guadagni milionari che in realtà non sono altro che perverse chimere…
Allo stesso tempo sfidano il potere politico e mediatico che incoraggia le compagnie minerarie tollerando o addirittura sponsorizzando violazioni sistematiche della Costituzione: una situazione perversa in cui anche le società minerarie considerate legali si basano sull’illegalità e persino sull’incostituzionalità. E ricorrendo ai diritti esistenti, compreso il diritto costituzionale alla resistenza dell’articolo 98, molte comunità hanno messo e mettono in scacco il potente blocco governativo minerario.

Così, lo scorso 7 febbraio, nell’ambito del primo turno del processo elettorale per eleggere il Presidente della Repubblica e il nuovo organo legislativo, nella città di Cuenca, il terzo cantone più popoloso dell’Ecuador, all’interno di quanto stabilito dall’art. 104 della Costituzione, si è tenuta una storica consultazione popolare. L’80% dei voti si è espresso a favore dell’acqua contro l’estrazione di metalli nelle zone di ricarica dell’acqua dei fiumi Tarqui, Yanuncay, Tomebamba, Machángara e Norcay; acqua che ha origine nei paramos e nelle foreste che circondano il Parco Nazionale di Cajas e che viene utilizzata per vari usi dagli abitanti di questa zona.
Questi fiumi, infatti, forniscono l’irrigazione per l’agricoltura e le attività lattiero-casearie, forniscono direttamente l’acqua alla popolazione di Cuenca e a molte comunità della zona, molte delle quali vivono di turismo. La cosa preoccupante è che più di 200 concessioni minerarie circondano i paramos del cantone, e ciò minaccia seriamente l’approvvigionamento del liquido vitale. In sintesi, sono in gioco interessi strategici vitali per Cuenca, perché lo sfruttamento minerario nelle zone di ricarica idrica dei suddetti fiumi lederebbe il diritto umano all’acqua dei suoi abitanti.
Come risultato di un lungo processo, superando innumerevoli difficoltà, si è arrivati alla storica data indicata. La strada percorsa è lunga. Per più di vent’anni le comunità contadine e indigene della provincia di Azuay, la cui capitale è Cuenca, hanno affrontato le pressioni minerarie.
C’è un antecedente che non può essere dimenticato. Nella stessa provincia, nel cantone di Girón, a sud di Cuenca, utilizzando varie forme di lotta che vanno dai blocchi stradali ai passaggi per i complessi meandri della giustizia, si iniziò a costruire ciò che poi è diventata la prima consultazione popolare vincolante, cioè riferita alle norme costituzionali nel citato articolo 104, per il quale si sono dovute raccogliere le firme necessarie. Ma ci sarebbero voluti quasi 8 anni affinché questa consultazione si potesse cristallizzare: il governo dell’epoca, fedele alleato dei capitali minerari, bloccò sistematicamente l’esercizio del menzionato diritto costituzionale.
Domenica 24 marzo 2019, giorno delle elezioni per i prefetti provinciali, i sindaci e le altre personalità locali, fu la data in cui si diede luogo a un passo sostanziale per la successiva consultazione di Cuenca. Nel piccolo cantone di Girón, nella provincia di Azuay, attraverso un pronunciamento popolare, si è deciso sul tema dello sfruttamento minerario: la prima consultazione vincolante di questo tipo in Ecuador. A capo c’erano varie organizzazioni soprattutto contadine: la Federazione delle organizzazioni indigene e contadine di Azuay (FOA) e l’Unione dei sistemi idrici comunitari di Girón, che avevano il sostegno di diversi gruppi cittadini, tra cui spiccava il Collettivo Yasunidos de Guapondelig (Cuenca).
Le comunità hanno combattuto contro il potere delle grandi compagnie minerarie e dello Stato, e la loro determinazione a bloccare la consultazione con qualunque mezzo. Anche nella fase finale sia il capitale minerario che lo Stato hanno presentato all’autorità elettorale numerose impugnazioni per bloccare lo svolgimento della consultazione. Con questi precedenti, il referendum di Girón, in cui le comunità hanno ottenuto una clamorosa vittoria con l’87% dei voti, è stato decisivo per proteggere casi del páramo di Kimsacocha e poi dare impulso alla consultazione di Cuenca.

La decisione popolare di Cuenca si è concretizzata dopo tre tentativi falliti che erano stati proposti per l’intera provincia, promossi da varie organizzazioni, con la guida dell’ex prefetto provinciale: Yaku Pérez, in seguito candidato indigeno alla Presidenza della Repubblica (al quale in modo fraudolento la cricca al potere ha impedito di raggiungere il secondo turno dopo le elezioni del 7 febbraio). Questa consultazione di Cuenca ha superato ogni tipo di trappola legale con una strategia intelligente, in alcune circostanze anche appoggiata dalla Corte Costituzionale, contando sul sostegno e la guida di un’alleanza contadina-cittadina, che è l’elemento che motiva il grande trionfo ottenuto. In questo caso la via della consultazione popolare non è stata aperta con la raccolta delle firme dei cittadini come nel caso di Girón, ma – come prevedono le norme costituzionali – si è raggiunta la maggioranza nel Consiglio cantonale di Cuenca per avanzare verso il referendum, il quale sta già provocando echi sempre più forti. Ad esempio, già si sta lavorando per nuove consultazioni vincolanti in altre aree dell’Ecuador, come nel caso del Distretto Metropolitano di Quito, la cui regione nord-occidentale è gravemente minacciata dalle attività minerarie.

Così, ispirata dall’esempio di Azuay, e tenendo come asse portante una forte alleanza di contadini e cittadini, si sta sviluppando una consultazione popolare per proteggere l’acqua e la biodiversità anche nella città di Quito, capitale dell’Ecuador. L’approvvigionamento idrico, le forniture di cibo di qualità, nonché l’esistenza di foreste incontaminate con la loro enorme e ricca biodiversità, sono già gravemente minacciate dalle attività minerarie. E per rendere possibile questa consultazione vincolante, a seguito di una lunga resistenza, si è formato un ampio fronte al quale partecipano l’Unione dei Governi Locali e la Rete dei Giovani Leader della Mancomunidad del Chocó Andino, Fronte Antiminerario di Pact, i comitati di gestione delle aree di conservazione e uso sostenibile, nonché vari collettivi urbani come Yasunidos e Caminantes, tra i tanti. La domanda per questo esercizio democratico è già pronta: sta solamente aspettando l’approvazione della Corte costituzionale per poter iniziare la raccolta delle firme, come parte di un processo sicuramente  complesso, ma che sarà anche un grande esercizio di pedagogia popolare.

Questo è ciò che si riflette nella domanda formulata collettivamente, con l’obiettivo di vietare ogni forma di giacimento minerario metallifero dal Sottosistema Metropolitano delle Aree Naturali Protette del Distretto Metropolitano di Quito; e, all’interno dell’Area di Importanza Ecologica, Culturale e di Sviluppo Produttivo Sostenibile costituita dai territori delle parroquias che compongono la Mancomunidad del Chocó Andino.
Questi indiscutibili risultati sono però ancora insufficienti. La perversa alleanza tra le compagnie minerarie e lo Stato non si basa solo sul desiderio di imporre la loro volontà. L’elenco dei cavilli addotti, usati con la finalità di non riconoscere la volontà popolare a Cuenca, o per reinterpretare le sentenze dei tribunali che paralizzano l’attività mineraria, è enorme. Si sostiene che, se proprio vogliamo menzionare una delle questioni, le concessioni sono precedenti alla consultazione popolare e che questa non può avere un effetto retroattivo. Alla stessa maniera viene usato l’argomento della sicurezza legale a rischio, qualora venissero interrotte le attività minerarie, agitando la minaccia di cause legali internazionali.

Sostenere i progetti in corso e anche le concessioni affidate, ignorando le norme costituzionali e legali per non intaccare interessi particolari che colpiscono la comunità umana e naturale, è un’aberrazione: sarebbe come giustificare il mantenimento della schiavitù per non colpire i proprietari di schiavi…
Basterebbe ricordare che quando gli schiavi furono liberati, non mancarono coloro che rivendicavano le “perdite” subite dai loro “proprietari”, a cui era stata limitata la “libertà” di commercializzarli, usarli, sfruttarli…
Qualcosa di simile accadde quando, nell’Inghilterra di inizio XIX secolo, fu messo in discussione il lavoro dei bambini e delle bambine: “la polemica fu enorme”, ci ricorda Ha-Joon Chang, uno dei principali professori dell’Università di Cambridge: “per i detrattori della proposta (essa) minava la libertà di contratto e distrusse le fondamenta del libero mercato”. Indubbiamente, in un’ottica di assoluta certezza giuridica, ciò che conta in ogni momento è il bene comune e non esclusivamente gli interessi privati, compresa la piena vigenza dei Diritti della Natura, oltre ai Diritti Umani.

Ora, queste società minerarie transnazionali, che hanno liste per valutare la maggiore o minore apertura dei paesi, cioè il loro maggiore o minore grado di sottomissione all’estrattivismo minerario, vedono con grande preoccupazione come questi “cattivi esempi” siano aumentati già da molti anni non solo in Ecuador, ma in tutto il mondo.
E hanno ragione.

Il “cattivo esempio” si diffonde in tutto il mondo

“L’acqua non è in vendita, l’acqua si difende”, “prima l’acqua poi la miniera” sono alcuni dei tanti slogan che risuonano nella Nostra America. Intensificando gli sforzi, affrontando multinazionali e governi complici, migliaia di persone nella regione difendono ogni giorno i propri territori. Sarebbe impossibile citare tutte queste situazioni, ma vale la pena ricordarne alcune che sono passate anche per i difficili corridoi della giustizia e delle istituzioni costituzionali, promuovendo consultazioni popolari.
Senza pretendere un elenco esaustivo, ricordiamo le consultazioni popolari più importanti, che sono servite anche da esperienza e incoraggiamento per quelle dell’Ecuador. Tra le decine di consultazioni popolari “di buona fede” o vincolanti svolte, ne ricordiamo alcune: il distretto di Tambogrande a Piura in Perù è riconosciuto come uno dei pionieri per la consultazione popolare che ebbe luogo il 2 giugno 2002, contro i progetti finalizzati all’estrazione di oro dal giacimento situato proprio sotto alla popolazione.
Il 23 marzo 2003, a Esquel, in Argentina, si tenne un plebiscito che con l’82% dei voti respinse le attività minerarie nell’area: anche se non con carattere vincolante, ha comunque consentito a Esquel di essere dichiarato “municipio non tossico ed ecologicamente sostenibile”. Attualmente in quello stesso paese, si sta lavorando duramente per avviare una consultazione popolare a favore di una legge per la protezione integrale dell’acqua, al fine di sostenere la vita delle comunità e gli ecosistemi.
In Colombia, paese di governi neoliberisti ed iperestrattivisti, sono già dieci le consultazioni realizzate e altre decine proposte: il 28 luglio 2013, nel piccolo e quasi sperduto comune di Piedras nel Tolima – con un’economia agricola e zootecnica – si è tenuta la prima consultazione popolare vincolante contro il distretto minerario La Colosa, progettato per essere una delle più grandi miniere a cielo aperto del pianeta; e da allora, superando una serie di difficoltà, le consultazioni popolari si sono moltiplicate fino a renderle apparentemente inutili, a causa delle pressioni del potere minerario-governativo.

Le opzioni per concretizzare questi diritti vanno oltre quanto esposto in forma telegrafica. C’è di più, anche in altri settori e li specifichiamo di seguito. Nel novembre 2016, il fiume Atrato e il suo bacino, in Colombia, sono stati riconosciuti come soggetto di diritto dalla Corte Costituzionale, il massimo organo di controllo costituzionale. Stessa cosa è accaduta nel 2018 con l’Amazzonia colombiana: due azioni notevoli in un Paese dove i Diritti della Natura si conquistano con risposte creative provenienti dall’ambito cittadino, non essendo costituzionalizzati.
E non solo l’America Latina si mobilita in difesa dell’acqua e dei Diritti della Natura.
Nel 2016 la Corte Suprema dell’Uttarakhand a Naintal, nel nord dell’India, ha stabilito che i fiumi Gange e Yumana sono entità viventi.
Nel marzo 2017, il fiume Whanganui in Nuova Zelanda è stato riconosciuto come soggetto di diritto in modo che possa comparire in tribunale attraverso i suoi rappresentanti: il popolo Whanganui iwi. Nel 2013, anche il Parco Nazionale Te Urewera, sempre in quel paese, è stato riconosciuto come soggetto giuridico con i diritti di una persona: se la terra non ha un proprietario, viene gestita congiuntamente dai popoli Crown e Tuhoe.
In Nepal è in corso un’iniziativa per riconoscere i diritti della Natura tramite emendamento costituzionale.
In Africa, tra le tante lotte, possiamo citare la difesa del delta del fiume Niger in Nigeria.
Anche negli Stati Uniti si stanno compiendo passi degni di nota. A Toledo, Ohio, nelle urne del 26 febbraio 2019 è stato deciso che il lago Erie, l’undicesimo più grande del mondo e che fornisce acqua potabile a 12 milioni di americani e canadesi, ha dei diritti. A sua volta, un gruppo di cittadini nordamericani ha intentato una causa affinché le Montagne Rocciose e il deserto del Nevada possano citare legalmente individui, società o governi negli Stati Uniti.
In Europa, per citare un altro continente, centinaia di migliaia di cittadini, con esiti più o meno positivi, affrontano la privatizzazione dei servizi idrici. In Germania, a Berlino, gli sforzi per rendere di nuovo comune l’acqua hanno avuto successo, qualcosa di simile è accaduto a Parigi, in Francia.
In Italia questo giugno segnerà il decimo anniversario della storica vittoria del referendum popolare quando il 95% dei 27 milioni di partecipanti respinse categoricamente la privatizzazione dell’acqua.
Sforzi simili vengono portati avanti anche in Spagna, Portogallo, Grecia…

La conclusione è inoppugnabile. Le organizzazioni comunitarie, impegnate in questi intrecci inestricabili della giustizia – quasi sempre manipolati o controllati da interessi di grandi aziende in collusione con i governi – sono obbligate a utilizzare in modo intelligente e creativo tutti gli strumenti offerti dall’istituzionalità esistente. Allo stesso modo, resistono a varie forme di violenza aperta o nascosta con cui vengono perseguitati, stigmatizzati, criminalizzati e persino assassinati i difensori della vita, che tra l’altro è ciò di cui tratta questa lotta: la difesa della vita. Ovviamente la questione va oltre l’ambito tecnico-giuridico, costringendoci a ripensare le forme di resistenza e di re-esistenza.

Urgente, tessere lotte globali di resistenza

È evidente, quindi, che la transizione per cristallizzare i diritti di Madre Terra, che sono in definitiva i diritti che garantiscono l’esistenza degli esseri umani, richiede molteplici alleanze. Occorre costruire ponti tra la campagna e la città, ponti tra le diverse regioni di un paese e sempre più ponti tra tutte le lotte di resistenza nel mondo: insomma i sud del mondo – e anche il nord globale -, attanagliati dagli estrattivismi, devono unirsi.

Senza minimizzare le origini storiche e i contenuti sociali e ambientali propri di ogni lotta, la posta in gioco in queste lotte è la democrazia. Si tratta di fatti politici che sintetizzano il diritto di una comunità di decidere sul proprio territorio e sul proprio progetto di vita in comune. Riassume la decisione di sopravvivenza dei popoli che hanno resistito e continuano a resistere alla logica dell’accumulazione capitalista che soffoca la vita, sia degli umani che della Natura. Si cerca di dare priorità alla vita degna per tutti gli esseri umani e non umani piuttosto che a un insostenibile produttivismo e un inarrestabile consumismo forgiato s’un individualismo alienante: la particolarità locale e l’uniformità globalizzante.

È la lotta tra queste visioni del mondo, il cui superamento dovrebbe orientarsi verso un orizzonte pluriversale: un mondo dove entrano molti mondi, assicurando contemporaneamente giustizia sociale e giustizia ecologica. Ed è per questo che in ogni consultazione popolare è in gioco molto di più delle mere controversie giuridiche. Queste consultazioni, assai più delle lunghe e complesse resistenze e costruzioni di alternative, evidenziano – senza mezzi termini – il grande potenziale di una democrazia vissuta, praticata e conquistata dal basso, dalle comunità, e da lì estesa ad altri ambiti governativi. Alla stessa maniera sintetizzano stili di vita che devono essere rispettati, mentre si aprono spazi per costruire altri tipi di economia. E nel bel mezzo della pandemia di Covid-19, si avverte molto più intensa la necessità di preservare questo liquido vitale come un diritto e non più come una merce.

E questa democrazia richiede azioni permanenti in molti campi, poiché le consultazioni popolari, come abbiamo visto a Cuenca, non finiscono per risolvere i problemi. Se la volontà popolare espressa nelle urne di quella città non viene rispettata, oltre a continuare a lottare lungo il complesso cammino della giustizia, bisogna tenere aperta la via della resistenza, nelle strade e nelle campagne, ribellioni e blocchi, cortei e manifestazioni, e anche nuove consultazioni popolari. Non dimentichiamo che questo percorso per difendere la vita è pieno di azioni anche eroiche, come quella conosciuta come la Guerra dell’Acqua che si svolse a Cochabamba, tra gennaio e aprile del 2000, quando i settori popolari di quella città boliviana si mobilitarono con successo contro la privatizzazione della fornitura dell’acqua potabile comunale.

Quello che abbiamo sintetizzato in queste brevi righe rappresenta il grande messaggio di questa giornata storica a Cuenca, che proseguirà a Quito, così come in tante altre regioni del pianeta: il nostro impegno è per una vita degna degli esseri umani e non umani. Per usare le parole schiette dell’infaticabile combattente argentino Fernando Pino Solanas**, in occasione della sua partecipazione al Tribunale Internazionale per i Diritti della Natura, a Parigi, nel dicembre 2015, “forse non esiste causa più grande, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che lottare per i Diritti della Natura”.
 

* Economista ecuadoriano. Attualmente è professore universitario, docente e soprattutto compagno di lotta dei movimenti sociali. Giudice del Tribunale Internazionale per i Diritti della Natura (dal 2014). Ministro dell’Energia e delle Miniere dell’Ecuador (2007). Presidente dell’Assemblea Costituente dell’Ecuador (2007-8). Autore di numerosi libri.

** Fernando Ezequiel Solanas (1936-2020), argentino, meglio conosciuto come Pino Solanas: regista e politico, deputato, senatore, ambasciatore; giudice del Tribunale Internazionale per i Diritti della Natura. Un grande punto di riferimento della dignità nelle lotte che ha intrapreso e alle quali ha partecipato.

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sabato 10 aprile 2021

Chi non assicura il futuro al pianeta - Luca Manes


A poche settimane dall’Assemblea degli azionisti di Assicurazioni Generali, prevista per il 29 aprile, Re:Common e Greenpeace Italia lanciano “Cambiamento climatico assicurato”, rapporto che analizza l’ostinato supporto del Leone di Trieste al business del carbone in Europa.

La pubblicazione mostra come Generali sia uno degli attori chiave nel sostenere il settore europeo del carbone, in particolare in quei Paesi che dipendono ancora fortemente dal più inquinante dei combustibili fossili: Polonia, Repubblica Ceca e Germania.

Un sostegno che ostacola la transizioni di questi Stati verso un’economia più giusta e basata sulle energie rinnovabili.

Gli investimenti di Generali nelle società carbonifere ammontano ancora a 203 milioni di euro, tra cui spiccano i 20 milioni in RWE, società più inquinante d’Europa, di cui è il primo investitore italiano. Di recente proprio la società energetica tedesca ha deciso di portare in tribunale i Paesi Bassi, perché questi hanno deciso di chiudere entro il 2030 con il carbone per la produzione di energia elettrica.

Un affronto ai cittadini dei Paesi Bassi, che rischiano di dover placare la fame fossile di RWE con i propri soldi, e a tutti coloro che affrontano quotidianamente le conseguenze derivanti dall’inquinamento del carbone.

Per Re:Common e Greenpeace Italia il nodo cruciale rimane l’ostinato legame di Generali con alcuni suoi clienti, grandi aziende del settore del carbone in Polonia e Repubblica Ceca. Generali ha infatti etichettato questi due Paesi, tra i maggiori utilizzatori di carbone in Europa, come “eccezioni” rispetto agli impegni presi nel 2018.

Grazie a questo escamotage, ancora oggi il Leone di Trieste intrattiene rapporti, ad esempio, con PGE e ČEZ, aziende controllate dallo Stato rispettivamente in Polonia e Repubblica Ceca, che hanno tra i più alti livelli di emissioni di gas serra in Europa.

Il ruolo delle compagnie assicurative nei progetti fossili è decisivo: miniere, centrali, oleodotti e gasdotti non potrebbero operare senza copertura assicurativa.

Generali in questo non fa eccezione, senza dimenticare il ruolo che riveste come investitore e gestore di asset per conto di terzi, come avviene ad esempio per alcuni fondi pensione polacchi.

«In un periodo in cui il diritto di respirare abbraccia significati più ampi, è impensabile come si possa continuare ad assicurare e investire nel carbone», commenta Simone Ogno di Re:Common, «Se Generali vuole prendere seriamente l’emergenza climatica in corso, è bene che interrompa immediatamente ogni relazione con tutte quelle società che non prevedono di chiudere con il carbone entro il 2030», aggiunge Ogno.

La comunità scientifica afferma infatti che l’Europa deve chiudere con questo combustibile fossile entro il 2030, al fine di raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento medio della temperatura globale al di sotto di 1,5 gradi Centigradi.

«L’emergenza climatica non ammette eccezioni», commenta Luca Iacoboni di Greenpeace. «E lo stesso deve fare Generali, chiudendo immediatamente i rapporti società come PGE e CEZ, e avviando un serio e rapido percorso di abbandono di tutti i combustibili fossili, compreso il gas».

Nell’anno in cui l’Italia ricopre la presidenza del G20 e la vicepresidenza della CoP26, Generali non può continuare a nascondersi dietro slogan che tingono di verde il suo business nero.

Gli occhi del mondo saranno puntati sull’Italia in materia di clima, ambiente e transizione ecologica, con tantissime persone che chiederanno a gran voce di smetterla con le false promesse e di passare ai fatti.

Una richiesta per i governi, per le società energetiche e anche per la finanza, Generali compresa.

Scarica il rapporto qui: Cambiamento climatico assicurato

da qui

venerdì 9 aprile 2021

Democrazie divinizzate - Mauro Armanino

Il prossimo 2 aprile Mohamed Bazoum sarà investito della funzione presidenziale e presterà il rituale giuramento di fedeltà alla Costituzione della Repubblica del Niger. Il settimanale governativo ‘Sahel Dimanche’ del 26 marzo 2021, non lascia alcun dubbio sulla giovane democrazia nigerina. “Allah il Sommo, incorona re chi vuole tra le sue creature, eleva e abassa chi vuole” (Sura 3, versetto 26). E poi continua, applicando con coerenza alle ultime elezioni l’affermazione precedente…”Si dice comunemente che l’uomo propone e Dio dispone. I nigerini, appassionati di pace e di giustizia, avevano sperato che Allah il Potente scegliesse un presidente per il Niger e il suo popolo, che faccia in modo che le elezioni si svolgano nella tranquillità e il Signore sembra abbia esaudito questa preghiera, designando Mohamed Bazoum come Presidente della Repubblica. I decreti divini sono irrevocabili e gli uomini non possono che inchinarsi davanti a loro…”

Per l’autore dell’editoriale la sorpresa viene dall’attitudine del perdente, Mahamane Ousmane, già presidente delle Repubblica e deposto da un colpo di stato militare a Niamey nel 1996, dopo tre anni di esercizio. Golpe che avrebbe portato al potere il generale Ibrahim Baré Mainassara. Ci sarebbe da domandarsi se, in questo caso, i putchisti che hanno rovesciato il primo presidente democraticamente eletto nel Niger, hanno peccato contro la volontà di Dio che aveva scelto Mahamane Ousmane. Oppure si presume ci sia stato un cambiamento di regime divino che avrebbe ‘esautorato’ l’eletto per favorire chi ha preso il potere per le armi e che, drammaticamente, sarebbe stato ucciso dalla sua guardia presidenziale appena tre anni dopo…Vediamo dunque che l’aspetto divino, se preso sul serio, appare come variabile molto dipendente degli interessi della classe o del ceto dominante in quel momento particolare della storia.

L’attuale Costituzione della settima Repubblica sancisce la separazione tra lo Stato e la religione…, infatti all’articolo 8 si legge…”La Costituzione vieta la discriminazione religiosa e prevede la libertà di religione e di culto compatibili con l’ordine pubblico, la pace sociale e l’unità nazionale. Prevede la separazione tra lo Stato e la religione e vieta i partiti politici a carattere religioso”. Tutto chiaro, come sempre, sulla carta, sia pure ‘Costituzionale’, perché come sappiamo, qui come altrove, il ruolo della religione come ‘garante’ del sistema non lascia alcun dubbio. L’affermazione del giurista, filosofo e politologo tedesco Carl Schmitt secondo cui i concetti di base dello stato moderno non sono altro che teologia politica, si conferma tutt’ora e sotto varie latitudini. La religione, intesa come ‘legame’ con il Trascendente e, allo stesso tempo, insieme di pratiche e comportamenti, è da sempre costitutiva dell’istituzione di potere fondante della politica.

In vari Paesi del Sahel, innegabilmente marcati dalla religione islamica, chi governa non potrà prescindere dall’appoggio, esplicito o implicito, della religione e soprattutto dei leader religiosi. Il connubio tra princìpi religiosi e gestione concreta del potere, specie dove l’ispirazione ai libri religiosi diventa vincolante, non può non rivelarsi problematico. L’antica lotta tra potere secolare e potere spirituale che l’Occidente ha conosciuto, sofferto e tentato di risolvere con la ‘laicità’, in questa parte del mondo non è risolta, se non a livello di princìpi costituzionali ispirati dalla giurisprudenza occidentale. Di fatto si nota un non adeguamento tra lo spirito della Costituzione e la traduzione nel quotidiano politico dello stato. L’autonomia dello stato, le istituzioni e il pensiero politico rispetto ai dettami normativi della religione è puramente teorica. Solo questo spiega la riflessione ‘teologico-politica’ del giornalista pubbicata nel settimanale citato.

Vorrebbe dire che Dio, in questa ottica, diventerebbe complice o autore dei mandati ‘eterni’ di vari presidenti africani e delle dinastie che hanno accaparato e confiscato il potere per intere generazioni. Significherebbe credere in un Dio che, tramite le regolari elezioni, più o meno di sabbia, prende partito, appoggia, conferma e in definitiva ‘governa’ un popolo tramite il suo ‘eletto’! Implicherebbe dunque il delitto di ‘sacrilegio’, o perlomeno di ‘insurrezione teologica’, contestare il risultato delle elezioni e rivendicare un altro tipo di gestione del potere. Vorrebbe dire, in definitiva, che la democrazia è ‘divinizzata’ e che ogni tentativo di rettifica o di riforma della stessa, andrebbe contro la volontà di Dio. De-divinizzare la politica, rispettare la sovranità del popolo e liberare la nostra immagine di Dio è un cammino da seguire.

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giovedì 8 aprile 2021

Cosa nasconde la fast-fashion? - Deborah Lucchetti

 

Il docu-film Le ali non sono in vendita, viaggio nel labirinto della fast fashion interseca arte e attivismo: al documentario con interviste su temi complessi, si affianca infatti il viaggio onirico ed estetico degli studenti e il loro percorso di riappropriazione dei propri vestiti

 

Da tempo la Campagna Abiti Puliti denuncia l’insostenibilità di questo modello di sviluppo: la produzione continua di nuove collezioni e la vendita a basso costo impone alle lavoratrici tessili ritmi di lavoro disumani per paghe da fame.

Turni estenuanti, violenze fisiche e psicologiche, straordinari non retribuiti, libertà di associazione violata sono alcune delle caratteristiche alla base del ciclo della fast fashion.

Inoltre, come ultimo anello di una catena di potere fortemente sbilanciata a favore dei marchi committenti, le lavoratrici stanno pagando in larga parte il conto della crisi.

Consapevoli che il cambiamento passi anche attraverso l’educazione alla cittadinanza attiva al consumo critico delle nuove generazioni, FAIR in collaborazione con hòferlabproject ha promosso una serie di workshop di approfondimento in quattro Istituti di Milano, Genova, Foggia e Torino seguiti da due masterclass a Genova e Torino, coinvolgendo i giovani studenti attraverso un approccio sperimentale che unisse la pratica artistica e l’attivismo.

Il docufilm, arricchito da interviste ad esperti, infografiche e approfondimenti, racconta questo percorso dando voce ai ragazzi e alle ragazze che lo hanno vissuto. Attraverso una metafora onirica, che passa da Dedalo e dal filo di Arianna, i giovani aprono al mondo la loro riflessione sul presente e sul futuro della moda, lanciano una chiamata all’azione che si fa appello corale al cambiamento.

 

Un percorso corale che ha coinvolto anche l’artista e rapper AME 2.0 con la canzone Cambiare ispirata alle dichiarazioni raccolte dai giovani durante i workshop e ai principi della Campagna Abiti Puliti.

Un viaggio emozionante che ci ha permesso di osservare da vicino il punto di vista dei ragazzi e delle ragazze che acquistano i capi della fast fashion e ne frequentano i luoghi.

Attraverso un viaggio a cavallo fra l’arte e l’attivismo, siamo riusciti a costruire con loro uno spazio di confronto al contempo intimo e politico sugli impatti multidimensionali della moda, sulle persone e sul tema del consumo critico. Sono loro i veri protagonisti di questo film, sono loro che domandano un cambiamento radicale del modello di produzione e consumo

Il docufilm è stato realizzato con i contributi dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e dell’Unione Europea e grazie ai contributi derivanti dalla campagna 5 per mille 2017 e 2018.

 

Grazie alla collaborazione di Streeen! – piattaforma streaming VOD dedicata al cinema indipendente e d’autore con base a Torino – il docufilm è disponibile in visione gratuita in tutta Italia, inserita nel canale FREEE! di streeen.org che offre al pubblico contenuti ricercati e free.

 

QUI si può vedere il film

 

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mercoledì 7 aprile 2021

Mozambico: la lunga Via Crucis di un popolo - Luca Bussotti


L' estrema povertà, le storiche tensioni politiche e le lotte etniche per aggiudicarsi le risorse naturali innalzano il malcontento della gente in cui si innesta il radicalismo islamico. Il progetto di Total, Exxon e Eni é solo il coronamento di un conflitto aperto. L'appello di padre Alex Zanotelli 

 

Dal 5 ottobre 2017, giorno del primo attacco a Mocimboa da Praia, le notizie sulle incursioni di presunti terroristi islamici estremisti contro istituzioni dello Stato mozambicano e, in seguito, contro popolazioni inermi, ci giungono in tutta la loro puntualità e drammaticità.

In un primo momento, tutti gli analisti hanno mostrato stupore per la caduta di un “mito” appositamente costruito dalla propaganda governativa mozambicana col pieno appoggio della comunità internazionale: il mito secondo cui il Mozambico sarebbe un’eccezione nel contesto africano. Un caso a parte dove i conflitti religiosi ed etnici non esisterebbero e dove regnerebbe sovrana la pace. Un film che vorrebbe nascondere le ragioni profonde (endogene, oltre che esogene, legate alla guerra fredda) di una guerra civile durata 16 anni (1976-1992) e conclusasi con un accordo di pace firmato a Roma grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio e dello Stato italiano. Accordo che in realtà non ha mai risolto le tensioni politiche, sociali ed economiche di questo paese.

Dal 1992 al 2013 il Mozambico ha vissuto una ventina d’anni di pace o, meglio, di assenza di guerra. I due protagonisti di questo periodo relativamente tranquillo (e con una crescita economica media annua di oltre il 7%) sono stati Joaquim Chissano, presidente del paese dal 1986 al 2004, nonché leader del partito di governo, il FRELIMO, e Alfonso Dhlakama, leader del principale partito di opposizione, la RENAMO, morto a maggio del 2018.

Con l’entrata di Guebuza alla presidenza della repubblica, nel 2004, la situazione ha iniziato rapidamente a deteriorarsi: concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi, di preferenza legati alla famiglia del presidente, un po’ sul modello angolano dei Dos Santos, grandi investimenti legati alla terra, dal carbone di Tete al programma ProSavana (programma di triangolazione per lo sviluppo dell’agricoltura nelle savane tropicali del Mozambico) nel Corridoio di Nacala, alla silvicoltura nel Centro del paese, fino ai rubini di Montepuez, a Cabo Delgado, con spostamenti forzati della popolazione e grandi manifestazioni contro tali programmi, a volte portando a successi insperati (vedi la chiusura definitiva del programma ProSavana, nel 2020). Poi é arrivato il taglio degli aiuti finanziari stranieri, soprattutto dei paesi occidentali, che sostenevano il bilancio dello Stato mediante il Budget Support, il che ha aperto una voragine nella fragile economia mozambicana. Tale decisione è stata assunta in seguito alla scoperta di uno schema di frode internazionale realizzato negli ultimi anni del governo-Guebuza per l’ammontare di 2,2 miliardi di dollari, chiamando in causa i servizi segreti locali, i cui vertici sono stati tutti arrestati insieme a uno dei figli dell’ex-presidente e all’ex-ministro delle Finanze, Manuel Chang, ancora in Sudafrica, in attesa di giudizio (o di estradizione).

Questa polveriera sociale e politica era sotto gli occhi di tutti, ma il “modello mozambicano” andava comunque sostenuto, a dispetto delle evidenze. Le maggiori ingiustizie, poi, erano concentrate nel Nord del paese, assai lontano dai centri di potere di Maputo. I rubini di Montepuez, nella regione di Cabo Delgado, gestiti dalla Montepuez Ruby Mining, una società controllata in maggioranza dalla britannica Gemsfield insieme alla locale Mwiriti Limitata, guidata dal generale makonde Pachinuapa, hanno dato vita a uno dei più terribili episodi di violazione dei diritti umani delle popolazioni locali. La società ha infatti accettato di pagare, presso il tribunale di Londra, nel 2018, 7.25 milioni di euro di risarcimenti per la morte, la tortura o le gravi violazioni fisiche inflitte a 273 persone da parte delle guardie private della stessa compagnia e della polizia di stato mozambicana. Uno schema, questo, che è diventato ormai la regola in Mozambico: il governo, a partire dalle forze di polizia, “protegge” i grandi investimenti stranieri, schierandosi sistematicamente contro le popolazioni locali.

Le “vittime” di questi programmi, nel Nord del Mozambico, sono state le popolazioni locali di etnia e lingua Makhuwa e Kimwani: i primi largamente prevalenti non soltanto a Nampula, ma anche a Cabo Delgado (secondo i dati ufficiali del governo mozambicano). Qui, su una popolazione di circa 2 milioni di abitanti, 1,2 milioni sono Makhuwa, mentre i Makonde costituiscono la terza etnia, in termini numerici, dopo i Kimwani. Questi ultimi sono concentrati sulla costa e sono quasi tutti musulmani. I Makonde, invece, sono stati da tempo cristianizzati, e da sempre, grazie al loro contributo alla lotta di indipendenza dal Portogallo, si sono spartiti il potere economico e politico con i popoli del sud del paese, i Ronga-Changana, secondo un processo ad excludendum  rispetto alle altre popolazioni, prime fra tutte Makhuwa, Kimany e Ndau (questi ultimi non a caso, hanno costituito a suo tempo il fulcro dell’appoggio militare alla guerra civile della Renamo).

Se, a livello nazionale, soprattutto con la presidenza-Guebuza e poi con l’attuale di Nyusi (rappresentante dei Makonde e primo presidente di questa etnia, dopo che tutti i suoi predecessori erano invece appartenenti a quella meridionale dei Ronga-Changana), la distribuzione delle ricchezze è stata diseguale, a Cabo Delgado (e Nampula) la situazione si è rivelata essere anche peggiore. Qui, i Makonde hanno avuto accesso facilitato a tutte le più importanti risorse, a scapito delle altre due etnie numericamente maggioritarie. Con la scoperta di ricchezze sempre più cospicue, vi è stata un accelerazione del malcontento che da tempo serpeggiava fra le popolazioni escluse. Il livello di maturità civica e politica di queste popolazioni ha fatto il resto: nessun riferimento ideologico, nessuna appartenenza politica, se non una generica avversione al governo centrale “dei Makonde”, una appartenenza religiosa islamica “debole”, ma comunque presente. È stata proprio questa identità “debole”, insieme all’odio verso i Makonde e il governo centrale, che ha costituito la leva principale a cui aggrapparsi per inscenare una protesta continua e disperata contro le istituzioni locali. Il tutto è stato favorito dalla presenza di predicatori radicali locali che hanno cercato di imporre un islam più ortodosso rispetto alle pratiche sufi molto tolleranti e mischiate con le confraternite tradizionali africane presenti a Nampula e Cabo Delgado, nonché da giovani mozambicani formatisi all’estero, in paesi come Egitto, Arabia Saudita o Sudan, da cui sono tornati con una idea di islam ben più intollerante rispetto a quello normalmente praticato nel Nord del Mozambico. In questo contesto erano presenti anche stranieri, entrati illegalmente nel paese da Nord, di origine somala, tanzaniana e congolese, che si sono ben presto uniti a questo movimento di giovani (appunto, Al-Shabaab), trovando nell’Islam radicale l’unica forma di riscatto nei confronti di uno Stato che li aveva dimenticati o che intendeva sfruttarli con lavori semi-servili…

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martedì 6 aprile 2021

L’importazione di rifiuti extraregionali avviene quotidianamente da anni. Il caso Sardegna - Stefano Deliperi

Avviene da anni, ogni giorno. Eppure, ricorrenti come fenomeni carsici sono gli allarmi in varie parti d’Italia, specialmente in Sardegna, relativi all’arrivo di rifiuti di provenienza extraregionale per lo smaltimento.

Per quanto riguarda l’Isola non si tratta del solo amianto, in queste settimane alla ribalta. Sul piano giuridico costituisce pietra miliare la sentenza Corte cost. n. 12 del 26 gennaio 2007, con cui veniva rammentato che il principio di autosufficienza regionale nello smaltimento dei rifiuti urbani ordinari – stabilito espressamente, ora, dall’art. 182, comma 5°, del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i. e in passato affermato dall’art. 5, comma 5°, del decreto legislativo n. 22 del 1997- non trova applicazione con riguardo alle tipologie di rifiuti speciali pericolosi, fra i quali sono compresi gran parte di quelli di origine sanitaria (Corte Cost. n. 281/2000), né a quelli speciali non pericolosi (Corte Cost. n. 335/2001).

Per tali tipologie di rifiuti – pericolosi e speciali (Corte Cost. n. 505/2002) – non è possibile infatti preventivare in modo attendibile la dimensione quantitativa e qualitativa del materiale da smaltire, cosa che, conseguentemente, rende impossibile “individuare un ambito territoriale ottimale che valga a garantire l’obiettivo della autosufficienza nello smaltimento” (Corte Cost. n. 335/2001).

Non è, quindi, legittima una norma regionale che escluda la gestione e lo smaltimento di tali rifiuti di provenienza extraregionale.

La giurisprudenza amministrativa specifica tale linea interpretativa.

L’ordinanza T.A.R. Sardegna, Sez. II, 7 agosto 2020, n. 319 (confermata, in sede cautelare, dall’ordinanza Cons. Stato, Sez. IV, 9 ottobre 2020, n. 5933) ha ricordato, essendovene purtroppo bisogno, che “lo smaltimento in discarica (senza trattamento) di rifiuti prelevati dall’Acquedotto Pugliese … e qualificati come ‘fanghi prodotti dal trattamento delle acque reflue urbane codice CER 19.08.05’” non possa avvenire in assenza di specifica autorizzazione integrata ambientale (A.I.A.).

Inoltre, per tali tipologie di rifiuti (rifiuti speciali non pericolosi e rifiuti speciali pericolosi), opera tendenzialmente “la prevalenza del principio dell’autosufficienza nello smaltimento” nella regione di produzione, come da giurisprudenza costituzionale che si riferisce alla fase del “trattamento” prima del conferimento in discarica (Corte cost. n. 505/2002Corte cost. n. 335/2001Corte cost. n. 281/2000Corte cost. n. 196/1998).  

La fase del trattamento di tali tipologie di rifiuti e la specifica autorizzazione si confermano elementi essenziali per la corretta gestione dei medesimi rifiuti.

E’ di questi giorni la notizia dell’arrivo in Sardegna di rifiuti contenenti amianto per il conferimento in discarica[1], nell’ambito di un più ampio traffico di rifiuti che sarebbe già all’attenzione della magistratura.

I rifiuti contenenti amianto, in particolare, le lastre in eternit, purtroppo per decenni comuni in edilizia, sono piuttosto diffusi e fin troppo spesso abbandonati in modo incontrollato.  Generalmente sono costituiti da un impasto di cemento e amianto, possono rilasciare fibre di amianto se abrasi, perforati, spazzolati o se deteriorati, con gravi conseguenze per la salute delle persone che ne vengono a contatto (è, infatti, dimostrato che anche bassissime esposizioni a polveri di amianto possono indurre un preciso tumore polmonare, il c.d. mesotelioma pleurico).

Per tali motivi, il nostro ordinamento prevede specifiche modalità per lo smaltimento delle lastre realizzate con fibre di amianto (principalmente legge n. 257/1992 e s.m.i.).

Si può dire che pressochè tutti i rifiuti contenenti amianto siano da considerarsi “rifiuti pericolosi”: alla luce di quanto previsto dal Regolamento UE 1357/2014 della Commissione del 18 dicembre 2014, un rifiuto è definito “pericoloso” (caratteristica di Pericolo HP7 – Cancerogeno) se contiene una sostanza riconosciuta come cancerogena (categorie 1A o 1B) in concentrazione > 0,1% (corrispondente a 1.000 mg/kg). L’amianto rientra fra le sostanze cancerogene (Categoria 1).

I rifiuti di amianto o contenenti amianto possono essere conferiti nelle seguenti tipologie di discarica:

a) discarica per rifiuti pericolosi, dedicata o dotata di cella dedicata;

b) discarica per rifiuti non pericolosi, dedicata o dotata di cella monodedicata per:

• i rifiuti individuati dal codice dell’elenco europeo dei rifiuti 17 06 05;

• per le altre tipologie di rifiuti contenenti amianto, purché sottoposti a processi di trattamento ai sensi di quanto previsto dal D.M. n. 248 del 29 luglio 2004 e con valori conformi alla tabella 1, verificati con periodicità stabilita dall’autorità competente presso l’impianto di trattamento.

Nel caso di specie, secondo le notizie stampa, il sito di conferimento sarebbe la discarica in località Serra Scirieddus, in Comune di Carbonia (SU), gestita dalla Riverso s.p.a., l’impianto (proprietà famiglia Colucci) di maggiori dimensioni nell’Isola, che recentemente ha ottenuto il provvedimento conclusivo favorevole (con condizioni) del procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) per l’ampliamento con sopraelevazione fino a una capienza complessiva di 1.834.000 metri cubi (deliberazione Giunta regionale n. 59/17 del 27 novembre 2020).

La Società beneficia di autorizzazione integrata ambientale (A.I.A.) con determinazione Prov. Sud Sardegna n. 209 del 21 luglio 2016 e integrazione per rifiuti contenenti amianto con determinazione Prov. Sud Sardegna n. 78 del 6 marzo 2018.

L’ampliamento concesso nel novembre 2020 è finalizzato esclusivamente allo smaltimento di “rifiuti provenienti esclusivamente dal territorio regionale”, tuttavia a quella data veniva dichiarato un volume residuo esistente di 400.000 metri cubi.   La stessa Società, in sede di procedimento di V.I.A., dichiarava “conferimenti extraregionali del 2018, 2019 e parte 2020 … e che le regioni di provenienza sono prevalentemente la Lombardia e il Lazio”.

La limitazione allo smaltimento dei rifiuti di esclusiva provenienza regionale poggia sul fatto che “il proponente non abbia fornito gli elementi per valutare la coerenza dell’abbancamento dei rifiuti extraregionali con la normativa di settore e con i principi che la sostengono, recepiti anche dal citato Piano regionale, né motivato i conferimenti alla discarica di Carbonia come soluzione dal minore impatto ambientale rispetto ad altre forme di gestione nel resto d’Italia”.

Tuttavia, la prescrizione riguarda l’ampliamento, analogamente a quanto stabilito (“l’ampliamento della discarica potrà ricevere rifiuti prodotti nel territorio regionale”) con la deliberazione Giunta regionale n. 19/24 del 23 maggio 2019 di conclusione positiva, con condizioni, della procedura di V.I.A. relativa all’ampliamento della discarica di Su Siccesu-S’Arenaxiu, in Comune di Serdiana (SU), di proprietà della Ecoserdiana s.p.a.  Tale prescrizione è oggetto del ricorso n. 557/2019 davanti al T.A.R. Sardegna in attesa di discussione nel merito in seguito alla camera di consiglio del 3 settembre 2020.  Alla decisione di tale giudizio sono interessate ambedue le Società di gestione dei rifiuti, sicuramente anche altre.

L’impianto attualmente può lecitamente smaltire rifiuti contenuti amianto di provenienza extraregionale? 

Lo stabiliranno i doverosi controlli ambientali di A.R.P.A.S., Provincia Sud Sardegna, magistratura e polizia giudiziaria.

Per non dimenticare, comunque, vi sono altre aziende in Sardegna che svolgono la stessa attività di trattamento di rifiuti, così come vi sono rifiuti importati in Sardegna e rifiuti esportati dalla Sardegna ben più pericolosi: ben 98.500 tonnellate di fumi di acciaieria destinati alla Portovesme s.r.l. (Portoscuso) nel 2017 e ben 82.824 tonnellate nel 2018, più di 62 mila tonnellate di terra contaminata e rifiuti esportate in Portogallo e in Spagna dal sito di bonifica ex Alumix di Portoscuso nel 2018, circa 1.728 tonnellate di fanghi derivati dalla lavorazione del petrolio esportati in Germania dalla Sarlux s.r.l. di Sarroch nel 2017 e circa 1.411 tonnellate esportati nel 2018 (ultimi dati disponibili).

Curiosamente in questi casi le uniche denunce provengono da associazioni e comitati ambientalisti. Ma, forse, non è un caso.

Stefano Deliperi è il portavoce del Gruppo d’Intervento Giuridico odv

[1] L’INCHIESTA. Amianto killer, nella notte lo sbarco nell’Isola.Sulla nave Tirrenia centinaia di tonnellate di rifiuti pericolosi destinati alla discarica del Sulcis. (Mauro Pili, L’Unione Sarda, 6 marzo 2021).

INCHIESTA. Veleni: sottoterra l’amianto del Nord Italia. I tir giunti da Livorno finiscono nella discarica Riverso di Carbonia: 200mila kg di rifiuti pericolosi. (Mauro Pili, L’Unione Sarda, 7 marzo 2021).

INCHIESTA. Amianto & veleni, nuovo assalto alla Sardegna.  Al porto di Cagliari sbarcano altri 11 tir dal nord d’Italia. Blitz della Finanza: mezzi bloccati. (Mauro Pili, L’Unione Sarda, 9 marzo 2021).

INCHIESTA. Veleni d’Italia in Sardegna: misteri in discarica.  Arpas e Ispra: esistevano discariche in Lombardia e Lazio. Violata la norma della “prossimità”. (Mauro Pili, L’Unione Sarda, 10 marzo 2021).

INCHIESTA. Veleni, spuntano le assicurazioni bulgare. Le garanzie finanziarie della Riverso stipulate a Sofia e Bucarest. Tra compagnie fallite e vietate. (Mauro Pili, L’Unione Sarda, 13 marzo 2021).

INCHIESTA. «Discarica di veleni in mezzo alle vie d’acqua».  Relazione choc del Dipartimento geologico dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale. (Mauro Pili, L’Unione Sarda, 14 marzo 2021).

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