Amare Produzioni Agricole
martedì 9 giugno 2026
lunedì 8 giugno 2026
Infortuni a scuola
Infortuni a scuola: 36.728 denunce e 8 morti in 4 mesi
Crescono le denunce di infortunio tra gli studenti. Nei primi quattro mesi del 2026, secondo i dati provvisori dell’Inail, sono state presentate 36.728 segnalazioni per alunni e studenti di ogni ordine e grado. Nello stesso periodo del 2025 erano state 34.268. L’aumento è del 7,2%.
Il numero colpisce perché riguarda la quotidianità
della scuola: aule, corridoi, palestre, laboratori, ricreazione, attività
didattiche e spostamenti. La scuola non è solo il luogo dell’apprendimento.
È anche uno spazio fisico attraversato ogni giorno da
milioni di minori, dove sicurezza, manutenzione, vigilanza e organizzazione
pesano concretamente sulla vita degli studenti.
Il dato più grave riguarda i casi mortali. Nei primi
quattro mesi dell’anno l’Inail ne ha ricevuti otto, contro i cinque denunciati
nello stesso periodo del 2025.
L’Istituto precisa che si tratta di numeri provvisori,
soggetti ad aggiornamenti nei mesi successivi, soprattutto per gli eventi
mortali e per quelli legati ai percorsi di formazione scuola-lavoro.
Le denunce che riguardano studenti coinvolti nei
percorsi di formazione scuola-lavoro sono state 355. In questo caso il dato
risulta in forte calo: meno 54% rispetto ad aprile 2025.
È una flessione significativa, ma da leggere con
prudenza, perché proprio su questa categoria le rilevazioni possono essere
aggiornate successivamente.
Nel complesso, gli infortuni in ambito scolastico
rappresentano il 18% di tutte le denunce arrivate all’Inail nel primo
quadrimestre del 2026. È quasi una denuncia su cinque.
La stragrande maggioranza degli incidenti, il 97%,
avviene durante lo svolgimento delle attività scolastiche. Solo il 3% è
classificato come “in itinere”, cioè nel tragitto tra casa e scuola.
La distribuzione per genere mostra una prevalenza
maschile. Il 58% degli infortuni denunciati riguarda studenti maschi, con un
aumento dell’8,1% rispetto al 2025. Le studentesse rappresentano il 42% dei
casi, anche in questo caso in crescita, ma con un incremento più contenuto: più
6%.
Ancora più netto il dato per età. Tre infortuni su
quattro riguardano minori di 15 anni. Il restante quarto interessa studenti dai
15 anni in su. È un elemento centrale: la maggioranza degli incidenti avviene
tra bambini e ragazzi più piccoli, cioè nella fascia che dovrebbe essere
maggiormente protetta dagli adulti, dall’organizzazione scolastica e dalla
qualità degli spazi.
Sul piano territoriale la Lombardia concentra il 24%
delle denunce nazionali, con un aumento dell’11,6% rispetto all’anno
precedente. Seguono Emilia-Romagna e Veneto, entrambe al 12% del totale
nazionale, e il Piemonte al 10%. L’Emilia-Romagna registra l’incremento più
marcato tra le regioni principali indicate dai dati: più 17,7%.
Il 95% delle denunce proviene da scuole statali,
mentre il 5% riguarda istituti non statali e privati. Anche questo dato va
letto tenendo conto del peso numerico della scuola pubblica nel sistema
nazionale. Ma conferma che la questione riguarda prima di tutto la scuola di
tutti, quella frequentata dalla maggioranza degli studenti italiani.
L’aumento delle denunce non va interpretato in modo
automatico. Dal 2025/2026 la tutela assicurativa Inail per studenti e personale
scolastico è stata resa strutturale.
Questo può favorire una maggiore emersione degli
episodi e una registrazione più completa degli infortuni. Ma l’emersione non
attenua il problema: lo rende più visibile.
Ogni denuncia racconta un fatto concreto: una caduta,
un urto, un incidente in palestra, un evento in laboratorio, un problema
durante un’attività scolastica. Nella maggior parte dei casi non si tratta di
eventi gravi. Ma quando il numero supera quota 36 mila in quattro mesi, la
prevenzione non può essere ridotta a una procedura burocratica.
La sicurezza a scuola dipende da molte cose insieme:
edifici mantenuti, spazi adeguati, palestre controllate, laboratori sicuri,
personale formato, sorveglianza sufficiente, regole chiare e tempi scolastici
sostenibili.
È una responsabilità diffusa, che riguarda dirigenti,
enti locali, ministero, personale scolastico e politiche pubbliche.
La scuola italiana discute spesso di programmi, voti,
discipline, valutazione e competenze. I dati Inail ricordano un punto più
elementare: prima ancora di imparare, uno studente deve poter stare in un luogo
sicuro.
Quando aumentano gli infortuni, la domanda non può
essere solo quante denunce siano arrivate, ma quanta prevenzione reale ci sia
dietro la vita quotidiana delle scuole.
domenica 7 giugno 2026
sabato 6 giugno 2026
Sugli aeroporti - Lucia Chessa
La chiamano “Rete degli Aeroporti Sardi” e sa molto di grande, di moderno,
di integrato. Tutto bello! E infatti non ci sarebbe niente di male se la
gestione della rete fosse pubblica, o almeno mista, cioè con quote private, ma
anche con una componente pubblica se non preponderante, almeno sufficiente a
tutelare il diritto dei sardi, e di tutti, ad entrare ed uscire da quest’isola.
Ma non è così.
Il fatto è che gli aeroporti sono un grande affare e scatenano appetiti
stratosferici. Vengono costruiti con fondi pubblici e una volta belli/pronti a
produrre utili vengono consegnati, per la gestione, a società che possono
guadagnarci un sacco di soldi. Senza contare che il rubinetto di mamma regione,
in virtù di ragionamenti che si fanno ai piani alti, è sempre pronto ad aprirsi
a favore dei soggetti gestori. Più di 120 milioni di euro, solo negli ultimi 10
anni, sono transitati dalle casse della regione a quelle dei soggetti che
gestiscono gli scali sardi. Piuttosto fastidioso un contesto in cui le spese
sono di tutti e i guadagni solo di alcuni.
Comunque ricapitolando. Oggi in Sardegna gli aeroporti di Alghero ed Olbia
sono gestiti da società a schiacciante maggioranza privata, Cagliari è invece
gestito da una società dove la Camera di Commercio del sud Sardegna, dunque un
ente pubblico, è azionista di maggioranza con il 94% delle quote. Lo scalo di
Cagliari è rimasto l’unico in Sardegna a gestione pubblica ed è proprio su
questo assetto che si muovono, da alcuni anni, interessi molto forti. Se tutto
dovesse loro andare liscio, e ogni sardo dovrebbe sperare che questo non
avvenga, fondi privati faranno da padroni in tutte le porte di accesso alla
nostra terra. Se tutto andasse dove vogliono lorsignori, sarà come aver
consegnato ad un estraneo le chiavi di casa nostra dandogli facoltà di decidere
come e quando entreremo ed usciremo, noi e i nostri ospiti.
Serve però un po’ di pazienza per capire il percorso, perché bisogna
tornare indietro di qualche anno, fino al 2023, quando una serie di operazioni
finanziarie e una fusione, portarono gli aeroporti di Alghero ed Olbia ad
essere gestiti dallo stesso soggetto: Olbia da Geasar e Alghero da Sogeaal, due
società per azioni dove chi comanda però è uno solo e cioè il fondo di
investimento privato chiamato “F2i Ligantia” che detiene, in tutte e due le
società, tra il 70 e 80 per cento delle azioni.
Non che l’operazione che ha portato alla fusione sia pacifica, non che
proceda lineare. Il tribunale di Cagliari, a seguito di ricorsi, l’ha sospesa,
ma il procedimento non si è ancora chiuso con una sentenza, anche perché la
regione ha più volte chiesto il rinvio. Ma guarda tu. La tecnica del rinvio
quando si attendono sentenze indesiderate da sempre i suoi buoni frutti.
E così, lungo il percorso, osservando i movimenti di ognuno, emergono piano
piano i registi/attori dell’intera operazione “Rete Aeroportuale Sarda” . Sono
3: F2i Ligantia, di cui è parte non marginale la Fondazione di Sardegna, la
Regione e la Camera di Commercio di Cagliari e infatti il passo successivo lo
ha fatto quest’ultima che, già azionista di maggioranza della società che
gestisce l’aeroporto di Elmas, con una delibera del 2023, molto contestata e
controversa, contro il parere dei suoi stessi revisori dei conti, ha deciso di
acquisire azioni di F2i Ligantia, pagandole con le proprie quote azionarie in
Sgear, la società che oggi gestisce l’aeroporto di Cagliari.
Non so se è chiara la raffinatezza. Un fondo di investimento privato, che
già gestisce Olbia e Alghero, in questo modo mette radici a Cagliari perché un
soggetto pubblico, la Camera di Commercio, senza uno straccio di bando, gli
consegna le proprie quote azionarie creando un monopolio nella gestione di
tutti gli scali, oltre che sulla pelle dei sardi.
Un vero capolavoro di non senso, bisogna dire, su cui già si è pronunciata
la Corte dei Conti con una sentenza di una chiarezza esemplare. I giudici contabili
evidenziano una serie di criticità pesanti già dalle prime fasi dell’operazione
Rete Aeroporti Sardi: rilevano che la Camera di Commercio, come tutti quelli
che gestiscono fondi pubblici, per cederli in qualunque forma, avrebbe dovuto
fare un bando pubblico e non scegliere discrezionalmente F2i, contestano che le
Camere di Commercio hanno limiti territoriali e non si capisce perché quella di
Cagliari dovrebbe avere ruoli di gestione negli aeroporti di Olbia e Alghero,
ma soprattutto rilevano che non ci sia nel progetto alcuna garanzia che gli
interessi privati e quelli pubblici trovino un punto di equilibrio accettabile.
Facile da capire si potrebbe dire, tanto più se argomentato sul piano giuridico
e finanziario come si fa in una sentenza. Così evidente da rendere
incomprensibile il fatto che il governo regionale sardo e la presidente Todde
continuino a non capirlo.
Ci si potrebbe aspettare infatti, che davanti alla demolizione dell’intera
operazione effettuata dalla Corte dei Conti i tre registi/attori si fermino, si
pongano qualche problema, e invece no. Non si fermano.
Vanno avanti, vogliono fermissimamente vogliono la Rete Aeroportuale Sarda,
e questa volta il passo avanti è toccato alla giunta Todde che, dopo aver
incaricato uno studio milanese, per essere accompagnati in sicurezza in un
percorso evidentemente tortuoso e rischioso, (al costo di 170mila euro) a marzo
2026, ha deliberato la firma di un Term Sheet.
Cosa è? Lo dicono in inglese per darsi arie, perché da l’idea di competenza
e perché l’italiano ormai fa troppo provinciale, figurati il sardo.
Significa semplicemente “accordo non vincolante” tra Camera di Commercio di
Cagliari, Regione Sardegna, fondo privato F2i Ligantia, dove si dichiara di
voler arrivare subito alla creazione della Rete Sarda degli aeroporti entro
settembre 2026. Si dichiara di voler andare avanti anche in caso di parere
contrario della corte dei conti, si stabiliscono una serie di clausole che a
leggerle si immagina la parte privata che fa da padrona e la parte pubblica stesa
a terra a tappetino, a preannunciare anticipatamente come funzioneranno gli
aeroporti sardi se l’operazione andasse a buon fine.
L’accordo sottoscritto contiene praticamente il piano B, qualora i
tribunali ordinari e contabili finissero, come sembra prevedibile, di smontare
a colpi di sentenze l’intero percorso messo in piedi fino ad oggi da Regione,
Camera di Commercio, società di gestione controllate dai privati di F2i e tra
questi la Fondazione di Sardegna.
Si stabilisce di creare una Holding, cioè una società che ne contiene altre
al suo interno e che nel caso specifico saranno le 3 società che oggi
gestiscono gli aeroporti sardi che saranno dirette e coordinate dalla nuova
Holding. Al suo interno i soci di maggioranza saranno privati e la regione ne
farà parte con il 9,25% delle azioni per l’acquisto delle quali, nella
finanziaria 2026 si stanno stanziando 30 milioni di euro. Soldi molti e
vantaggi zero per la verità, poiché la quota sarà marginale e del tutto
insufficiente ad orientarne le scelte.
La parte privata non potrà vendere, bontà sua, fino a dicembre 2028,
praticamente fino a domani, dopo avrà mano libera e potrà cedere le sue quote a
chiunque, indipendentemente dal parere della Regione Sardegna. Viceversa, la
parte pubblica “non potrà trasferire partecipazioni nella Holding a soggetti
che gestiscono altri aeroporti all’interno dello Spazio Economico Europeo,
senza l’autorizzazione scritta dei soci privati. E qualora la necessità di
bandi ad evidenza pubblica portassero all’interno della holding soggetti non
del tutto graditi alla parte privata, questa avrebbe diritto ad imporre “
limitazioni sia in termini di rappresentanza negli organi sociali, sia in
termini di veti sulle materie riservate”.
Cosa chiede la Regione Sardegna in cambio di tutto ciò? Il suo parere
favorevole vincolante nel caso si decida di chiudere un aeroporto per più di 60
giorni.
Caspita come siamo ben rappresentati! “Tutto” c’è in questo accordo
preliminare e nell’intera operazione, tranne l’interesse della Sardegna e dei sardi.
Noi chiediamo semplicemente di volare, chiediamo che la continuità
territoriale non sia una pagliacciata, chiediamo di non essere fuori dalle
rotte turistiche, di essere raggiungibili da chi vuole venire in Sardegna.
Chiediamo semplicemente che i soldi pubblici siano destinati a vantaggio di
tutti non solo a parole, ma anche con i fatti.
Lucia Chessa
Segretaria nazionale Rossomori De Sardigna
venerdì 5 giugno 2026
Il surreale dibattito negli Usa sul candidato dem: “È vegano o no?”. Trump lo attacca e James Talarico corre ai ripari: “Faccio barbecue da sempre” - Alberto Marzocchi
Essere vegano? Negli Stati Uniti è un'arma politica e culturale. Perché da giorni i repubblicani stanno attaccando così l'enfant prodige del Partito democratico. E cosa c'entra l'industria zootecnica a stelle e strisce
“È vegano o no?“. Qualcuno avrà scrollato le
spalle, disinteressato, ma è fuori dubbio che migliaia di elettori ed elettrici
tanto in Texas quanto negli Stati Uniti si
stanno facendo questa domanda. Perché lui, il soggetto – o, da un certo punto
di vista, l’oggetto – della discussione è James Talarico. Nome che
in Italia significa ancora poco, ma che negli Usa vale tanto: per il Partito
democratico è uno dei politici più promettenti in
circolazione, per il Partito repubblicano è lo stereotipo del
nuovo avversario, una specie di incarnazione di (quasi)
tutti i mali per il mondo Maga. E, perché no, l’uomo che potrebbe fare
lo scherzetto in passato tanto annunciato ma mai verificatosi: strappare il
Texas al Grand Old Party.
“È vegano, non può vincere in Texas”: la
premonizione di Trump
Talarico ha 36 anni e la faccia
pulita. Non a caso è un seminarista presbiteriano (aspetto che
lo avvicina all’area più moderata del partito e ai delusi da Donald
Trump), usa sempre toni molto pacati, assicura di voler fare la guerra ai miliardari (aspetto,
questo, che invece lo avvicina alla sinistra dei dem) e a marzo ha vinto le
primarie: il prossimo novembre correrà per le elezioni di medio termine.
Cioè, per un posto al Senato. Fin qui tutto normale, se non fosse
che un paio di settimane fa il presidente degli Stati Uniti in persona lo ha
attaccato: “Non potrà mai vincere in Texas, è vegano“. Tutto il partito
repubblicano, naturalmente, ha seguito Trump e ha iniziato a far coincidere il
fatto di essere vegano con una sorprendente onta morale. Vegano
uguale essere riprovevole, in pratica.
Lo ha fatto ieri anche lo sfidante al voto di metà
mandato, Ken Paxton, che solo la settimana scorsa ha vinto le
primarie per i repubblicani. Uno che è così distante, dal punto di vista
ideologico e antropologico, da Talarico, da rappresentare al meglio il modello
del politico Maga: 63 anni, procuratore generale del Texas
e ultraconservatore, ha fatto battaglie grazie al suo ruolo sia
contro Barack Obama sia contro Joe Biden,
soprattutto per quanto riguarda l’ambiente e l’immigrazione. È convinto che
Trump sia stato sconfitto nel 2020 a causa di un non meglio specificato complotto,
è anti-abortista e ha avuto più di un grattacapo con la giustizia: un patteggiamento
per frode, un impeachment per corruzione, accuse di abuso
d’ufficio. Un bel soggetto.
Gli insulti e il barbecue da otto
generazioni
Ma torniamo a Talarico e al dibattito surreale in
corso negli Stati Uniti. Il povero (si fa per dire) candidato dem in questi
mesi si è preso di tutto: sempre con un’accezione dispregiativa, dai suoi
avversari politici è stato definito “transgender”, “un insulto a Gesù Cristo“,
“Low-T Talarico” (per indicare bassi livelli di testosterone),
“Six-gender Jimmy” (alludendo a una sua dichiarazione su Dio, che non sarebbe
né maschio né femmina), “Tala-freako“, “defective candidate” e via
dicendo. Ma anche “Tofu-Talarico” e “gay vegano”. Tanto che “se gli fanno gli
esami del sangue, al posto del sangue trovano la soia”.
Il fatto è che l’attacco al quale Talarico ha replicato
con maggior prontezza è proprio quello legato al veganesimo. Il 15
di maggio Trump lo ha accusato di essere vegano. Il team di Talarico ha
smentito che il candidato dem lo fosse, e tre giorni dopo ha pubblicato una sua
foto con una camicia con stampata la bandiera del Texas mentre mangia
un pezzo di carne. E la settimana scorsa, a un comizio, Talarico ha
dichiarato: “La mia famiglia è texana da otto generazioni, faccio
barbecue dalla prima incriminazione di Ken Paxton”. La domanda è: il
candidato dem ha voluto ristabilire, nel dibattito pubblico, una verità, o più
semplicemente ha paura di perdere voti? Le due cose possono benissimo andare
insieme.
L’industria zootecnica e la cultura Usa:
perché Talarico si difende così
Nel 2022 Talarico partecipò a una raccolta fondi per
alcune leggi contro il maltrattamento sugli animali. Al microfono –
e il video di quelle dichiarazioni è diventato virale qualche settimana fa –
disse che “sono orgoglioso di poter dire che la nostra campagna è ufficialmente
diventata una campagna senza carne. Acquistiamo solo prodotto vegani da
aziende vegane locali”. In sostanza, un’azione encomiabile –
o, se si preferisce, non biasimevole – che ora gli si sta ritorcendo contro.
Disse anche che “credo che il tema del benessere animale sia diventato sempre
più rilevante. Non solo perché è la cosa giusta da fare, e la cosa
morale da fare, ma anche perché è necessario per combattere
il cambiamento climatico. È ormai fondamentale cercare di ridurre il
consumo di carne e di rispettare gli animali”. Esattamente ciò che dice
la scienza (se proprio vogliamo lasciar fuori la morale). Eppure, ora,
Talarico è corso ai ripari. Perché?
Il consumo di carne negli Stati
Uniti, dopo anni di costante regresso, è tornato a salire. Un
fenomeno che non è soltanto alimentare, ma è culturale. Secondo
svariate ricerche, gli Usa sono il Paese col maggiore consumo
di carne al mondo: pro capite, fanno più di 120 chilogrammi
all’anno, prevalentemente bovini e pollame (e il Texas, neanche a dirlo, è
lo Stato che guida la classifica interna). In Italia, per avere un metro di
paragone, arriviamo a circa 78-79 chili. Da quando Jonathan Safran Foer ha
scritto Se niente importa, nel 2010, le cose non sono cambiate:
negli Stati Uniti il 99% della carne proviene dagli allevamenti
intensivi, i cosiddetti CAFO (Concentrated Animal Feeding Operations).
L’intera filiera dell’industria zootecnica statunitense – quindi anche mangimi,
produzione, trasporto – vale circa 350 miliardi di dollari. Ma
secondo altre stime, tutto il comparto varrebbe un trilione di
dollari. E ogni anno l’amministrazione federale stanzia decine di miliardi di
dollari per il settore. Lo scambio tra la politica e gli interessi
dell’industria zootecnica è costante. Ma, come si accennava, al di là degli
interessi economici ci sono anche ragioni culturali ed
ideologiche dietro il consumo di carne. O, se vogliamo, alla base della più o
meno recente “tradizione” culinaria statunitense. Non a caso per la destra Usa
mangiare carne è diventata una pratica identitaria. Ma il caso
Talarico dimostra che il fenomeno è ben più radicato ed esteso. E la questione,
più complessa.
giovedì 4 giugno 2026
Perché va frenata la fuga dei giovani - Chiara Saraceno
Ci sono più italiani che vivono stabilmente fuori dall’Italia che immigrati che vivono stabilmente nel nostro Paese. Nel 2025, anno in cui è avvenuto questo singolare sorpasso, erano iscritti all’Aire 6,4 milioni circa di italiani rispetto a 5,3 milioni circa di stranieri regolarmente residenti in Italia.
Più che preoccuparci di un’invasione da parte degli stranieri e vagheggiare
qualche forma di remigrazione forzata, dovremmo preoccuparci di un esodo che
negli ultimi anni non solo si è fatto più intenso, ma coinvolge sempre più
giovani altamente qualificati, impoverendo il Paese dal punto di
vista sia demografico sia delle risorse umane.
Tra il 2011 e il 2024, 486 mila giovani italiani (di prima o seconda
cittadinanza) sotto i 34 anni sono emigrati verso Paesi, per lo più europei –
Germania, Francia, Regno Unito Spagna, Svizzera – che offrivano loro condizioni
migliori. Tenendo conto della stima dell’Istat secondo cui se ne vanno dall’Italia
circa 21.000 giovani laureati ogni anno, più della metà, 294 mila, di tutti i
giovani emigrati nel periodo sono, appunto, laureati, riducendo ulteriormente
la già comparativamente ridotta quota di popolazione residente in possesso di
questo titolo di studio. Gli altri sono per lo più diplomati.
Secondo le stime di Almalaurea, la percentuale di laureati che lascia
l’Italia è “solo” il 5 per cento. Ma raddoppia in particolari settori, quelli
delle lauree “più forti” sul mercato del lavoro, quali le Ict (11,3 per cento
se ne va a 5 anni dal diploma), le materie scientifiche (10,3 per cento), gli
ingegneri industriali e dell’informazione (8,2 per cento). Evidentemente,
anche avere una laurea “forte” non è sempre sufficiente per trovare opportunità
soddisfacenti in Italia, competitive con quelle di altri Paesi.
Per altro, le percentuali sono sopra la media anche tra i laureati in
Scienze politiche, in Scienze della comunicazione e in Lingue. In altri
termini, soprattutto per i giovani, l’emigrazione dall’Italia da tempo non
riguarda più persone che provengono da contesti di povertà, a bassa istruzione,
disponibili ad occupazioni a bassa o nessuna qualifica. Al contrario,
riguarda persone spesso qualificate che non trovano in Italia
condizioni, economiche, di qualità del lavoro e di riconoscimento sociale,
adeguate alle proprie capacità e aspirazioni, sia nel settore privato sia in
quello pubblico.
Per dire, come si racconta oggi in cronaca, il Comune di Torino sta
cercando una persona laureata con le competenza necessarie per assumere il
ruolo di amministratore delegato della società Turismo Torino e Provincia,
stipendio massimo 1500 euro. Ovviamente non la trova.
Poco attrattiva per una parte, certo minoritaria, ma significativa, delle
giovani generazioni italiane, l’Italia lo è anche per i loro coetanei di altri
Paesi se si tratta, non di venirci in vacanza, ma per lavorare e vivere. I giovani stranieri
qualificati che sono entrati in Italia tra il 2011 e il 2024 sono stati solo
55.000. Si aggiunga che mancano dal conteggio dei fuorusciti i giovani
stranieri che magari sono nati, cresciuti e comunque hanno studiato in Italia,
senza avere ottenuto la cittadinanza e se ne vanno perché, ancor più dei loro
coetanei italiani, non trovano in Italia sufficienti opportunità di far valere
le proprie competenze.
Come ha segnalato, infatti, l’ultimo Rapporto annuale Istat, neppure una
laurea ottenuta in Italia basta a far superare l’“handicap” dell’origine
straniera, specie se da un Paese povero. Sebbene tra i giovani stranieri il
raggiungimento della laurea sia ancora più ridotto che tra i coetanei italiani,
avere una laurea, a differenza di quanto avviene per questi ultimi, ha un
effetto nullo sulle loro opportunità occupazionali rispetto all’avere solo il
diploma. Vale quindi per i giovani stranieri in modo particolarmente acuto il
circolo vizioso enunciato dal governatore della Banca d’Italia per i giovani in
generale.
Da un lato, la scarsa valorizzazione delle competenze scoraggia troppi
dall’acquisirle, specie tra chi sperimenta qualche forma di svantaggio sociale
– origine straniera, basso reddito familiare. Ciò riduce, oltre che
il pieno sviluppo delle loro capacità come esseri umani, cittadini, lavoratori,
la disponibilità del capitale umano necessario perché il sistema economico e
sociale italiano possa far fronte alle sfide in atto e future.
Dall’altro lato, una parte significativa di chi non si lascia scoraggiare,
se può va, appunto, altrove. Lo ha documentato il Rapporto
annuale Istat e ripetuto ora il Governatore: «Creare le condizioni perché le
nuove generazioni possano realizzare le loro aspirazioni e concorrere al
progresso del Paese non è solo una responsabilità economica: è il compito
civile di questo tempo.
Solo così l’Italia potrà attraversare un mondo sempre più frammentato senza subirne le divisioni, e trasformare la transizione tecnologica in una stagione di libertà, lavoro e fiducia nel futuro». Aggiungo che, forse, solo così si potrà provare a convincere i giovani che vale la pena investire nel loro futuro in Italia, studiando, ma anche partecipando alla vita politica.
mercoledì 3 giugno 2026
Difendiamo i medici cubani in Calabria dai diktat statunitensi! - Fabio Marcelli
Non è chiaro a che titolo l’incaricato d’affari statunitense a Cuba, Mike Hammer, abbia preteso
dal governatore della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, l’immediato
allontanamento dei 330 medici cubani che vi prestano da tempo servizio dando un
importante contributo all’assistenza sanitaria in quei paraggi. Non pare
infatti che né la Costituzione italiana, né le leggi nazionali, né lo Statuto
della Regione Calabria e nemmeno i trattati internazionali attribuiscano ai
diplomatici statunitensi, per giunta operanti altrove, la potestà di ingiungere
a un’autorità pubblica italiana di attuare in un modo o nell’altro a tutela del
pubblico interesse.
Per il momento il governatore Occhiuto ha respinto l’ingiunzione e occorre
augurarsi che, precipuamente nell’interesse del popolo calabrese, continui a
difendere l’essenziale presenza dei medici cubani, anche se il governo Meloni,
infestato com’è da servi sciocchi di Washington, non sembra avergli dato alcun
sostegno e in cuor loro Meloni, Tajani, Salvini & C. si augureranno
certamente che ceda.
Donald Trump, bastonato materialmente in Iran e moralmente in
Cina, sta cincischiando e pronunciando cialtronescamente roboanti minacce. Ma
è sicuro che con l’Iran gli andrà ancora peggio, per quanti gravi danni possa
ancora fare, massacrando scolarette, bombardando ponti e oleodotti e
minacciando vanamente il ricorso all’arma nucleare. Ecco allora
che Cuba assume, nella mente non sempre lucida del presidente
statunitense, il valore di una sorta di premio di consolazione ovvero la dimostrazione che,
se non è più la principale potenza mondiale, almeno lo è nell’emisfero
occidentale.
A questo serve la riesumazione della dottrina Monroe, che risale a
duecentoquattordici anni fa circa. A questo serve l’infame bloqueo nello
stile di un assedio medievale che vuole impedire al popolo cubano di vivere. A
questo è servito il rapimento di Nicolas Maduro e Cilia Flores e il ricatto
mafioso nei confronti del governo venezolano, minacciato di essere liquidato
fisicamente in blocco se non avesse, come purtroppo ha fatto, interrotto ogni
fornitura petrolifera a Cuba.
Il ragionamento di Trump, per quanto viziato dalle molteplici patologie
psichiatriche che sembrano affliggerlo (ma a volte c’è del metodo in questa
follia) dal narcisismo maligno alla megalomania alla bugia
seriale e sistematica come instrumentum regni, alla totale mancanza di umanità
e di empatia, è abbastanza chiaro. Egli vuole mascherare l’evidente e
irrimediabile declino degli Stati Uniti (altro che MAGA, era più seria la Maga
Magó di disneyana memoria) provando a cancellare l’anomalia cubana, questa
ferita aperta da oltre 67 anni nel fianco del potere imperiale. I cubani vanno
aboliti perché rappresentano, a pochi chilometri da Miami, un’alternativa
socialista alla disumanità del capitalismo trumpiano ed epsteiniano.
Conoscendo i cubani dubito fortemente che questo piano infame di
Trump e del suo braccio destro, il gusano Rubio, abbia
qualche possibilità di riuscire. Cuba non imploderà mai anche perché sarà
sostenuta dalla solidarietà dei giusti e degli onesti di tutto il mondo. E se
Trump attacca frontalmente scatenerà una resistenza che finirà per mettere in
discussione definitiva il potere malsano delle corporations, dei
neocon e di tutto l’assurdo bestiario politico ed economico di fronte al quale
amano genuflettersi gli smidollati e scellerati politici nostrani.
Forse alla fine la strategia di Occhiuto riuscirà a respingere le
intromissioni di Hammer. Ma non è detto che ci riesca ed allora l’espulsione
dei medici cubani segnerà il punto più basso e vergognoso di
quello che resta della dignità nazionale di un’Italia che pure proprio dai
cubani fu efficacemente soccorsa ai tempi del Covid. Occorre sperare che
Occhiuto resista e non si prostri al proconsole imperiale. Speriamo quindi che
non imiti tutta la congerie di valletti politici che rappresentano la quasi
totalità del centrodestra e del cosiddetto centro e parte non trascurabile
della compagine parlamentare del Partito democratico. Coloro che, per obbedire
agli Stati Uniti stanno da tempo mandando a ramengo la società e l’economia
italiana, oltre che la dignità nazionale e il sentimento
stesso dell’umanità, concetti loro del tutto ignoti e che vorrebbero sradicare
anche dal popolo.
Nell’attuale contesto internazionale in rapida trasformazione è invece necessario
recuperare la dignità nazionale gravemente calpestata dal governo delle
destre e dai suoi fiancheggiatori centristi, anche da quelli ancora
opportunisticamente arroccati nel Pd.
Sarà questa la principale cartina di tornasole per verificare l’esistenza
di una reale alternativa. Occorre un governo effettivamente autonomo sulla
scena internazionale, in grado di fare la pace con Russia e Iran, di sviluppare
proficuamente la cooperazione con la Cina, di affermare i diritti fondamentali
della Palestina, sanzionando duramente il codardo governo israeliano che
tortura e stupra da tempo impunemente il popolo palestinese e lo ha fatto anche
coi volontari della Flotilla, tra i quali ventinove italiani, e di sostenere
concretamente Cuba, il sogno che non muore di una società alternativa alle
brutture dell’imperialismo e del neoliberismo. Altrimenti tanto vale tenersi il
deprimente attuale governo di analfabeti forchettoni.