giovedì 1 dicembre 2022

Il fondatore del colosso Patagonia dona l’azienda al pianeta Terra - Valentina Neri

Con una decisione senza precedenti, il fondatore di Patagonia Yvon Chouinard regala l'azienda a una no profit che reinvestirà i profitti per il clima

 

Un’azienda valutata in 3 miliardi di dollari che passa interamente nelle mani di un’associazione non profit, con il mandato di reinvestire interamente i profitti nella tutela del Pianeta. Sarebbe fantascienza se di mezzo non ci fosse Yvon Chouinard, fondatore e proprietario – o meglio, ex-proprietario – di Patagonia, che a 83 anni dà l’ennesima dimostrazione del suo approccio visionario all’imprenditoria. Dimostrandoci come alcune dinamiche del capitalismo possano essere cambiate dall’interno, se c’è la volontà di farlo.

L’azienda attivista voluta da Yvon Chouinard

Patagonia mostrava un’anima ambientalista decenni prima che diventasse di moda farlo. Yvon Chouinard, scalatore e alpinista, iniziò come artigiano per poi passare al commercio di abbigliamento tecnico sportivo. Fondata nel 1970, la sua azienda crebbe fino a diventare una multinazionale, sempre dimostrando un’inattaccabile coerenza sui temi ambientali e sociali: la certificazione di B-corp conseguita nel 2011, l’1% del fatturato annuale devoluto in beneficienza.

E ancora una percentuale paritaria di donne ai vertici (compresa Rose Marcario, amministratrice delegata dal 2008 al 2020), l’adozione di fibre tessili organiche e riciclate. Fino al punto da auto-definirsi come un’impresa attivista, con l’adesione agli scioperi per il clima e lo scontro aperto con l’ex-presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Si apre un nuovo capitolo nella storia di Patagonia

Fino a questo punto Patagonia è stata una società privata, le cui azioni erano detenute dallo stesso Yvon Chouinard e da altri membri della famiglia. A 83 anni, con un annuncio a sorpresa, il fondatore volta pagina. Il 98% delle quote passerà a Holdfast Collective, un’organizzazione non profit. Sarà quest’ultima a incassare sotto forma di dividendi tutti gli extra profitti (cioè i guadagni che restano dopo averne reinvestito una parte nello sviluppo dell’impresa e aver accantonato un cuscinetto per gli imprevisti) e «usare ogni dollaro ricevuto per combattere la crisi ambientale, proteggere la natura e la biodiversità e supportare le comunità».

Il restante 2%, incluse tutte le azioni con diritto di voto, spetterà al neo-costituito Patagonia Purpose Trust. Si tratta di una fondazione che si farà garante della continuità nella gestione strategica.

«Adesso il nostro unico azionista è il Pianeta»

«Adesso il nostro unico azionista è il Pianeta», titola il comunicato pubblicato da Patagonia. Il business di fatto rimarrà esattamente lo stesso, e per i dipendenti non cambierà nulla. L’unica differenza sta nel fatto che i guadagni saranno interamente reinvestiti nella causa ambientale. Una decisione inedita che peraltro non è stata presa a buon mercato. La famiglia Chouinard dovrà infatti sborsare circa 17,5 milioni di dollari in tasse sulla donazione.

In questo modo Yvon Chouinard, ormai ultraottantenne, dichiara di aver trovato la «soluzione ideale» al grande punto di domanda rappresentato dalla successione. «Speriamo che questo influenzi una nuova forma di capitalismo. Che non finisca per creare pochi ricchi e un sacco di poveri», ha affermato nel corso di un’intervista rilasciata in esclusiva al New York Times. «Devolveremo – ha concluso – la maggiore quantità possibile di denaro a chi sta lavorando attivamente per salvare questo Pianeta».

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mercoledì 30 novembre 2022

Il mondo non cambia. Le emissioni globali di CO2 ancora a livelli record - Andrea Barolini

 

 Nel 2021 ci consolammo con la contingenza. Fu in qualche modo normale registrare un aumento delle emissioni globali di gas ad effetto serra, rispetto all’anno precedente. Il 2020, infatti, fu contrassegnato dalla pandemia, dai lockdown, dalle industrie ferme, dalla recessione globale. Ma nel 2022, tenendo soprattutto conto delle promesse di riduzione avanzate dai governi di tutto il mondo, ci si sarebbe ragionevolmente potuti attendere, per lo meno, qualche passo avanti.

40,6 miliardi di tonnellate di CO2 per proiettarci nella catastrofe climatica

Al contrario, l’anno che tra un mese e mezzo si chiuderà non è stato positivo per il clima. Secondo il nuovo rapporto Global Carbon Budget le emissioni globali di CO2 si attesteranno di nuovo a livelli record, per un totale previsto di 40,6 miliardi di tonnellate (GtCO2)

Come sempre, il peso più grande per il clima della Terra viene dalla combustione di fonti fossili. Queste ultime sono infatti responsabili di 36,6 miliardi di tonnellate di gas dispersi nell’atmosfera. Un dato in crescita dell’1% rispetto al 2021.

Scendono le emissioni cinesi, salgono quelle americane e indiane

In particolare, lo scorso anno le emissioni dell’Unione europea erano state pari a 2,8 miliardi di tonnellate. Nel 2022 si stima una diminuzione di appena lo 0,8%. A scendere sarà anche la Cina (-0,9%). Mentre salgono le altre aree: Stati Uniti (+1,5%), India (+6%), resto del mondo (+1,7%).

Secondo il Global Carbon Project – che presenterà oggi alla Cop27 di Sharm el-Sheikh il rapporto – le conseguenze della mancata volontà dei governi di abbattere drasticamente e immediatamente le emissioni di gas ad effetto serra saranno immediate. E potenzialmente catastrofiche. Se il trend verrà mantenuto, abbiamo infatti il 50% di possibilità di superare la soglia degli 1,5 gradi centigradi di aumento della temperatura media globale, rispetto ai livelli pre-industriali, già entro i prossimi nove anni.

Crisi climatica

Abbiamo il 50% di possibilità di arrivare a +1,5 gradi già tra 9 anni

Il documento precisa inoltre che il carbon budget rimasto a nostra disposizione – ovvero il quantitativo di emissioni che ancora possiamo permetterci di disperdere senza sforare la traiettoria per gli 1,5 gradi – si è ridotto a 380 GtCO2. Per limitare la crescita della temperatura media globale a 2 gradi, invece non dovremmo superare le 1.230 GtCO2. Cosa che accadrà entro i prossimi 30 anni se si manterranno i livelli attuali.

Al contrario, per raggiungere l’azzeramento delle emissioni nette di CO2 di qui al 2050 – la cosiddetta carbon neutrality – occorrerebbe abbattere le emissioni ogni anno di 1,4 miliardi di tonnellate. Ovvero di quanto erano calate le stesse nell’anno della pandemia e dei lockdown…

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martedì 29 novembre 2022

La prevenzione non c’è nel nuovo trattato dell’Oms – Nicoletta Dentico

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha licenziato la bozza zero «concettuale» del trattato pandemico, il cui percorso negoziale è stato deciso all’unanimità da una sessione dell’Assemblea nel 2021.
Al trattato è rivolta l’attenzione e l’impegno della comunità sanitaria globale. C’è molta agitazione nell’aria, e anche un bel po’ di confusione. Infatti l’Oms uno strumento vincolante per gestire le emergenze sanitarie ce l’ha già: i Regolamenti Sanitari Internazionali, aggiornati nel 2005 dopo l’epidemia di SARS, ma inefficaci nella vicenda di Covid-19 (una défaillance, le cui cause profonde non sono state indagate). Ora, dunque, i delegati sono chiamati a negoziare il nuovo trattato pandemico entro il 2024 e ad emendare il vecchio trattato dell’Oms.
COME ERA PREVEDIBILE i due percorsi si intrecciano, confondono, e competono fra loro, sicché le delegazioni faticano non poco a tirare le fila, persino quelle europee. Le minuscole delegazioni dei Paesi del sud del mondo, con il respiro cortissimo, se la giocano tra intimidazioni e fatalismo diplomatico. La consegna è chiara - avanti a tutta velocità. La pressione per il nuovo trattato è forte, come si evince anche dalla presa di posizione del Nobel Giorgio Parisi, convinto che la comunità internazionale abbia umilmente appreso le razionali pedagogie di Covid.
Sul nuovo trattato pandemico, invece, diversi esperti di salute globale nutrono perplessità, a partire dalla genesi dell’iniziativa, a forte trazione europea e sostenuta dalla Fondazione Gates che sta investendo a piene mani nei think-tank internazionali per farla avanzare. Oggi, la bozza zero «concettuale» non fa che confermare i dubbi. Certo è presto per parlare, visto che si tratta di un proto-testo, e il negoziato vero e proprio deve ancora cominciare. Ma chi ha seguito il percorso fin dalla prima ora, come chi scrive, sa bene che l’impostazione politica del trattato e i paletti negoziali sono ben saldi, e noti all’Inter-governmental Negotiating Body (INB), il piccolo solerte gruppo intergovernativo cui è affidato il compito di tessere il processo diplomatico.
IL TRATTATO PANDEMICO dell’Oms punta alla prevenzione, preparazione e risposta alle prossime pandemie. Ora, a prescindere dal fatto che - Covid ce lo ha insegnato - una pandemia non è un evento naturale ma un colossale fallimento di governance mondiale, nella attuale proto-bozza balza agli occhi la assenza di ogni serio riferimento alla prevenzione e l’esclusiva attenzione alla preparazione e risposta.
L’EPISTEMOLOGIA del testo guarda esclusivamente alle soluzioni biomediche, punta a fissare le dinamiche sullo scambio di patogeni (come faceva il vecchio trattato), il trasferimento di tecnologie per la creazione di hub regionali a vocazione farmaceutica. Il testo spende pagine sull’accordo TRIPS sulla proprietà intellettuale, sulla Dichiarazione di Doha per favorire l’accesso ai farmaci, richiama anche la possibilità di waiver limitati della proprietà intellettuale e afferma l’obbligo per le aziende di rivelare i prezzi e gli accordi siglati per ogni singolo prodotto farmaceutico nelle prossime emergenze sanitarie nei contratti di procurement pubblico.
NELLA MACEDONIA di proposte c’è di tutto sulla sola declinazione di salute che l’Oms e la comunità sanitaria internazionale sanno interpretare da decenni a questa parte: quella della sua medicalizzazione. Una agenda tecnologica occidentale decisamente egemonica, che piace alle case farmaceutiche perché conferisce loro sconfinato potere. Dopo la storia dei vaccini anti-Covid, i Paesi del sud globale dovrebbero sapere che questa dipendenza non porta fortuna. Il problema però è più profondo e riguarda tutti. Nella concatenazione di crisi, sanitaria e climatica, siamo sicuri di poter gestire le prossime emergenze sanitarie come se fossero malattie infettive da contenere e sorvegliare? E siamo davvero convinti di prepararci alle prossime zoonosi con vaccini, farmaci e diagnostici coordinati su scala globale?
La visione del negoziato ufficiale resta inchiodata a uno sproporzionato soluzionismo farmaceutico che non induce a grandi aperture di credito, anche perché il coordinamento sarebbe affidato alle entità pubblico-private a matrice filantropica che hanno fatto il bello e cattivo tempo durante Covid, senza lode e con molta infamia.
LA TANTO ACCLAMATA One Health, l’approccio che dovrebbe ridisegnare i contorni della salute umana nella sua interconnessione con salute animale e dell’ambiente, viene evocata e poi citata a pagina 23 (su 32) solo come sorveglianza, mentre è chiaro che senza colossali politiche e investimenti nella mitigazione climatica, senza un cambio netto di direzione sui determinanti industriali delle malattie - allevamento del bestiame e monoculture industriali - le pandemie continueranno. L’Oms si gioca il futuro su questa partita, ma anche la sua definitiva trasformazione genetica nelle mani del settore privato, che per la prima volta viene chiamato al tavolo negoziale per discutere un trattato senza che per ora sia previsto il minimo accenno alle clausole di salvaguardia dal conflitto di interessi. Non era questa la lezione di Covid.

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lunedì 28 novembre 2022

Cosa accade nei mattatoi? La testimonianza shock - Laura Di Cintio


Lavorare in un mattatoio, sotto copertura: un professore universitario, Timothy Pachirat, si è finto un operaio in un mattatoio americano: ecco la sua testimonianza shock

 

Ogni dodici secondi: questa è la frequenza media con cui, all’interno di un mattatoio, il knocker, cioè l’operaio addetto allo stordimento degli animali, spara un colpo di pistola captiva sulla testa delle sue vittime. Ed “Every twelve seconds” è anche il titolo del libro-documentario scritto da Timothy Pachirat, assistente professore di Politica in quel di New York, in seguito alla sua esperienza di lavoratore in incognito all’interno di un macello per 6 mesi. “Volevo capire come i processi di violenza di massa divengano normali nella moderna società, e volevo farlo dal punto di vista di chi lavora in un macello” ha dichiarato l’autore, in un’intervista per il sito boingboing.net, per giustificare la propria decisione.

“Come nelle sue più evidenti analogie politiche – la prigione, l’ospedale, il reparto psichiatrico, la stanza degli interrogatori, la camera di esecuzione – il moderno macello industrializzato è una “zona di confinamento”,  nelle parole del sociologo Zygmunt Bauman, “del tutto inaccessibile ai membri ordinari della società”. Ho lavorato come operaio di basso livello in un mattatoio industrializzato, per poter capire, dalla prospettiva di chi vi partecipa direttamente, come operano queste zone di confinamento”.

Lo “scarico di responsabilità”

L’obiettivo di Timothy, dunque, non è la denuncia dell’attività di un singolo mattatoio, ma piuttosto portare alla luce gli orrori che quotidianamente hanno luogo in ogni macello del mondo ma, soprattutto, mettere in evidenza come gli operai che eseguano delle mansioni diverse da quelle del knoker, si sentano in realtà estranei al processo di macellazione: “Se ascoltaste con sufficiente attenzione le centinaia di operai che eseguono le altre 120 mansioni nel piano macellazione – afferma Timothy – questo potrebbe essere il ritornello che udireste: “Solo il knocker”. È semplice matematica morale: il piano macellazione opera con 120+1 mansioni. E finché quell’1 esiste, finché vi è una plausibile narrativa che concentra il più pesante e sporco dei lavori su questo 1, allora gli altri 120 operai del piano macellazione possono dire, e credere, “Io non faccio parte di questo”.

La “catena di montaggio” dell’orrore

Senza mezzi termini l’autore ci spiega quale trattamento sia riservato ai più di 2500 animali che ogni giorno, nel mattatoio in cui lui ha lavorato, vengono condotti alla morte: per prima cosa il tragitto verso il punto di macellazione, che gli animali compiono sulle proprie zampe, del tutto coscienti e subodorando il pericolo imminente, terrorizzati e impossibilitati a scappare. Da lì, uno per uno, vengono condotti alla knocking box, la stanza in cui il knocker spara loro in testa con una pistola a proiettile captivo, cioè un’arma provvista di una punta di ferro di 6 cm che penetra dolorosamente nel cranio dell’animale, stordendolo senza ancora togliergli la vita. Quindi le povere bestie cadono su un nastro trasportatore, che le porterà al punto dove verranno incatenate e poi sollevate da terra. Appesi per le zampe posteriori gli animali – che ricordiamo essere ancora vivi e spesso parzialmente coscienti – viaggiano attraverso una serie di novanta giravolte fino ad arrivare davanti all’operaio che si occupa di recidere loro carotide e giugulare. A questo punto le povere bestie muoiono dissanguate mentre continuano ancora a viaggiare sulla catena sopraelevata fino al tail ripper, colui che inizia il processo di squartamento della carcassa e di rimozione delle pelli.

“Degli oltre 800 operai nel piano macellazione, solo quattro sono coinvolti direttamente nell’uccisione del bestiame e meno di 20 hanno una visuale su di essa” afferma Pachirat, che continua: “Sul posto di lavoro esiste una specie di mitologia collettiva secondo la quale solo il knocker è coinvolto nell’uccisione, mentre il lavoro degli altri 800 operai del macello sarebbe moralmente scollegato da essa“.

La violenza nascosta

La domanda quindi sorge spontanea: perché la stragrande maggioranza della popolazione non sa nulla di ciò che avviene realmente in un mattatoio? “Negli Stati Uniti, oltre 8,5 miliardi di animali vengono uccisi ogni anno per farne cibo, ma queste uccisioni vengono effettuate da una piccola minoranza composta per lo più da lavoratori immigrati, che operano dietro a mura opache, per lo più in luoghi rurali isolati, lontani dai centri urbani” afferma Pachirat. Come se ciò non bastasse, esistono anche delle leggi molto severe che vietano la pubblicizzazione di ciò che avviene nei macelli. “In secondo luogo – continua Timothy – il macello, nel suo complesso, è diviso in compartimenti. […] È del tutto possibile trascorrere anni, lavorando nell’ufficio, nel reparto fabbricazione o al congelatore di un mattatoio industriale che macella oltre mezzo milione di bestiame all’anno, senza neppure incontrare un animale vivo e tanto meno assistere ad uno che viene ucciso”.

La cosa più incredibile, comunque, è che il lavoro di uccisione è nascosto anche laddove ci si aspetterebbe che fosse più evidente, ovvero nel luogo stesso della macellazione: la divisione degli spazi e la struttura del macello fa sì che siano pochissimi gli operai che entrino effettivamente in contatto con quello che, nel gergo, viene definito “lato sporco” (ovvero, quello che viene eseguito quando le pelli sono ancora attaccate ai corpi degli animali). Gli operai del “lato pulito”, tra l’altro, non entrano mai in contatto con gli altri, nemmeno durante le pause: “In questo modo, la violenza del trasformare un animale in una carcassa viene tenuta come in quarantena tra i lavoratori del “lato sporco”, dove vi è, anche là, un ulteriore divisione di mansioni e spazi”. Può sembrare assurdo, ma all’interno di un mattatoio vige anche l’utilizzo di un linguaggio dissociativo, con il solo scopo di nascondere la violenza dell’uccisione: fin dal momento in cui gli animali arrivano al macello, per esempio, tutti gli operai devono riferirsi a loro chiamandoli “carne”, nonostante si tratti di animali vivi e senzienti, che ancora respirano.

 

I mattatoi: violenza sistematizzata

“La lezione, qui, non è che la macellazione e i genocidi siano moralmente e funzionalmente equivalenti, ma piuttosto che la violenza sistematica, su larga scala, resa routine, è del tutto coerente con il genere di strutture burocratiche ed i meccanismi che associamo tipicamente alla civiltà moderna” ha affermato Pachirat. A questo punto, non resta da chiedersi quale sia il grado di complicità di ognuno di noi in tutta questa violenza; l’autore, per esempio, ritiene responsabili coloro che beneficiano della produzione di carne “a distanza” forse più di coloro che, per necessità, sono costretti a compiere questo lavoro. Ne è l’esempio la storia della mucca Cinci Freedom, a cui Pachirat aveva assistito direttamente e che l’autore riporta nell’ultimo capitolo del suo libro: l’animale era riuscito a fuggire dal macello e, braccato dalla polizia, era stato freddato per strada con un colpo di pistola alla testa. L’indignazione, la rabbia e il disgusto per quanto avvenuto avevano preso il sopravvento tra gli operai, che il giorno dopo però erano tornati alle loro mansioni quotidiane: un esempio concreto di come, chi lavori in un macello, non abbia la benché minima percezione di ciò che il proprio lavoro comporti realmente.

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domenica 27 novembre 2022

Sull’acqua argentina le mani di un’impresa israeliana – David Lifodi

 

“Hidropolítica”: si nasconde dietro a questa parola magica il motivo della presenza dell’impresa israeliana Mekorot Israel National Water in Argentina. Mekorot si è aggiudicata la gestione dell’oro blu in cinque province del paese (San Juan, Mendoza, Catamarca, La Rioja e Río Negro) a seguito di un accordo firmato con il governo argentino per la gestión integral de los recursos hídricos superficiales y subterráneos.

Tra le righe emerge che il testo dell’accordo prevede l’attribuzione della gestione dell’acqua potabile all’impresa israeliana, le cui modalità d’azione sono state condannate dall’Onu in relazione ai territori palestinesi occupati. “Apartheid contro la popolazione palestinese di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est” è l’accusa che pende su Mekorot Israel National Water, come evidenziato dai coordinatori della campagna Stop the Wall, che hanno promosso una campagna di sensibilizzazione significativamente intitolata “Buenos Aires, aguas turbias” insieme alla Liga Argentina por los Derechos Humanos. “Controllare le risorse idriche significa esercitare un controllo territoriale sulla Palestina”, sostengono gli attivisti della campagna.

In Palestina Mekorot ha trasformato l’acqua in merce, utilizzandone il controllo per cacciare le comunità dai propri territori e il timore è che in Argentina possa accadere lo stesso. In Israele Mekorot rappresenta il braccio destro del governo, impedisce ai palestinesi di aprire nuovi pozzi e, contemporaneamente, limita loro il diritto all’acqua, come evidenziato dal Relatore speciale Onu per i territori palestinesi occupati Michael Lynk.

I legami tra Argentina e Israele risalgono al 1995, quando i due paesi sottoscrissero un accordo di cooperazione commerciale ed economica. Successivamente, nel 2005, il governatore di Neuquén scelse la strada dell’affidamento diretto (senza alcuna asta o concorso pubblico) all’impresa The Israeli Consulting and Technological Company per la realizzazione di progetti di irrigazione. Accordi simili furono sottoscritti in quegli stessi anni dai governatori argentini con Mekorot fino a quando, nel 2020, Camera di Commercio Argentino-Israeliana rese noto che Mekorot avrebbe lavorato per la realizzazione di progetti legati non solo alla gestione delle risorse idriche, ma a progetti di tecnologia legati allo sviluppo e alla commercializzazione dell’oro blu.

Due partecipate di Mekorot, Mekorot Desalination and Enterprise e Mekorot Development & Enterprise LTD, sono servite all’impresa israeliana per radicarsi ulteriormente in Argentina, come evidenziato dall’Asamblea Popular por el Agua di Mendoza.

Come denunciato nell’articolo https://www.elcohetealaluna.com/el-agua-el-nuevo-botin/che analizza le relazioni pericolose tra governo argentino e israeliano per la gestione, ma soprattutto per la mercantilizzazione dell’acqua pubblica, l’idea dell’Argentina è quella di unificare il controllo del consumo domestico, industriale e agricolo delle risorse idriche proprio sull’esempio di Israele.

Fondata nel 1937, ancor prima che Israele vedesse la luce, Mekorot ha trasformato la questione idrica in un affare esclusivamente politico, grazie anche al grande sviluppo delle tecnologie di cui dispone lo Stato ebraico. I governatori delle province dove arriverà Mekorot sembrano tutti entusiasti e intravedono la possibilità di sviluppare ulteriormente l’estrazione mineraria grazie ad un aumento della disponibilità dell’oro blu grazie al sostegno israeliano, ad eccezione del governatore di Mendoza Rodolfo Suárez.

Se la tecnologia può effettivamente aiutare l’Argentina a disporre di una maggiore quantità di acqua, restano molti dubbi sulle finalità e sulle modalità di agire di Mekorot, che potrebbe comportarsi nello stesso modo con cui opera in patria e nei territori palestinesi occupati: trasformare l’acqua in merce da pagare a caro prezzo sembra essere la sua unica preoccupazione.

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sabato 26 novembre 2022

Pensavo fosse un compagno... invece era vegano

Una storia che sa di socialismo, combutte parentali e cotolette vegetali

 

- Papà, son diventato vegano.

Il padre, distratto dal telegiornale appena iniziato, non rispose subito al figlio.

A Milano, diceva la tivù, una madre aveva lasciato di proposito la figlia di un anno e mezzo sola in casa per una settimana. La bimba era morta.

- Papà?

Finalmente l’uomo si voltò verso il ragazzo.

- Che c’è?

- Son diventato vegano.

Ora l’attenzione del padre, benché malvolentieri, era dedicata solo al figlio. Quel quindicenne che passava troppo tempo su internet e ultimamente era così strano.

- Che roba è? - disse con voce alterata. Si era già imbattuto altre volte in quella parola, vegano, ma non ne ricordava il significato, anche se presentiva non fosse nulla di buono. - Niente religioni, qui dentro, eh!

Il figlio non si perse d’animo.

- Nessuna religione, papà. Per chi mi prendi?

Il padre parve tranquillizzarsi. In fondo, era pur sempre suo figlio, quello. Il figlio di un dirigente del partito. E anche se il partito in Italia non contava più un cazzo da ormai trent’anni, beh, almeno in quella casa, la casa di un suo dirigente, avrebbe continuato a contare.

- Meno male - disse, e poi si accorse di avere una gran fame. - Luisa, è pronta sta cena?

- Ancora cinque minuti - rispose la moglie, dalla cucina. - Il pollo deve finire di rosolarsi.

Il marito levò gli occhi al cielo, rimpiangendo i tempi, quand’era ragazzo, in cui tra compagni si andava a mangiare tutti insieme in osteria, la sera. Mica ogni famiglia chiusa tra le sue quattro mura, davanti ai vari monitor disseminati per casa, come loro stessi ormai da tempo facevano. A quel pensiero l’uomo afferrò il telecomando e spense la televisione con un gesto di stizza. Fanculo anche il telegiornale, che tanto diceva solo stronzate.

- E quindi - disse burbero rivolgendosi di nuovo al figlio - cos’è che sei diventato?

- Vegano - rispose il ragazzo.

- Sarebbe a dire?

- Non mangio più carne.

L’uomo sgranò gli occhi. Ora ricordava: si trattava di quella nuova moda ridicola, in voga tra gli adolescenti pallosi che protestavano contro il cambiamento climatico...

- Cazzate - disse al figlio. - Pensi di risolverli così, i problemi della società? Smettendo di mangiare carne?

- E pure il pesce. E il latte. E i suoi derivati.

L’uomo sospirò. Ormai non riusciva più a capire il mondo come un tempo, quand’era tutto più chiaro, più delineato: lavoratori da una parte e padroni dall’altra. Adesso, invece, i lavoratori stavano con gli amici dei padroni, mentre i padroni facevano finta di fare i progressisti. E in mezzo c’erano sti ragazzi con la fissa per l’ambiente... Un caos dove lui non riusciva più a orientarsi.

- Senti, Nicola - gli disse - tu per me puoi mangiare, o non mangiare, quello che vuoi. Ma sappi che, se lo fai per migliorare il mondo, hai sbagliato strada. Il mondo si migliora lottando contro i padroni, non contro la carne. La carne è stata una conquista, per noi lavoratori, ché prima eran solo loro, i padroni, che potevano permettersela!

- Ma ora non se la può permettere più nessuno, papà. Non è più sostenibile.

Ecco anche quell’altra parola! Sostenibile. Nicola e gli altri ragazzi come lui le imparavano su internet, non c’era dubbio. Era quello il nuovo male, altro che tivù...

- E perché mai? - rispose al figlio. - Finché ci saranno ancora quel minimo di diritti che ci siamo conquistati in decenni di lotta, potrà continuare a permettersela anche la gente come noi, la carne.

- Non è una questione di soldi, papà, ma di ambiente. Per produrre tutta la carne che mangia oggi la gente, bisogna allevare troppi animali, sempre di più, in modi sempre più intensivi. E gli allevamenti intensivi distruggono gli ecosistemi ed emettono gas serra. Lo sapevi che il novanta per cento della deforestazione mondiale è causata dagli allevamenti? E che gli allevamenti producono la metà dei gas serra emessi sul pianeta?

No, che non lo sapeva. Sapeva a malapena cosa fossero i gas serra, lui. Ma non glielo disse. Per quanto si trattasse di cose poco importanti, non gli andava di apparire ignorante agli occhi del figlio.

- E con questo?

- Diventare tutti vegani è la strada più rapida per evitare il disastro climatico. Diventare vegani e ridurre le nascite.

Il padre, chiudendo gli occhi, si portò pollice e indice alle tempie, provato da quei ragionamenti strampalati. Nicola sarebbe di certo finito come quei giovani, sempre di più, che decidevano di non fare figli. Ci mancava solo che diventasse gay, e il quadro sarebbe stato completo.

- Ridurre le nascite? Ma di cosa parli? Lo sai che nascono sempre meno bambini? Chi li manterrà, i vecchi, in futuro? Eh?

- In Italia, papà. Ma al mondo ne nascono fin troppi. Ogni giorno, più di duecentomila, lo sapevi? Non è più sostenibile.

- È pronto! - disse Luisa a voce alta, dalla cucina.

Padre e figlio smisero di parlare, si alzarono e andarono a sedersi a tavola.

La donna servì loro i piatti e poi si sedette pure lei.

- E quella cos’è? - le domandò il marito guardando il piatto del figlio.

- Cotoletta vegetale - rispose la moglie. - Nicola non mangia il pollo. È diventato vegano.

L’uomo fissò il piatto del figlio ancora per un istante, poi fissò il figlio, infine la moglie.

- Sarete mica in combutta, voi due?

Madre e figlio si guardarono e sorrisero in modo sospetto.

- Macché combutta - rispose lei. - Il pollo io lo mangio, vedi? Anche se quelle cotolette vegetali, devo dire che non sono niente male. Vuoi assaggiarne?

- Nemmeno per sogno - disse l’uomo, e iniziò a mangiare la sua coscia di pollo senza aggiungere altro.

I tre se ne restarono in silenzio per qualche minuto.

- Papà? - disse a un tratto Nicola.

Il padre alzò lo sguardo dal piatto.

- Che c’è?

- Domani sera volevo portare qui a cena Cristina.

L’uomo guardò la moglie, che continuava ad avere in faccia quello strano sorriso. Poi tornò a fissare il figlio.

- E chi è Cristina?

- La mia ragazza.

Gli occhi dell’uomo s’illuminarono. Per la prima volta, quel giorno, sorrise. Almeno, si disse esultante, suo figlio non era gay.

- La tua ragazza? Ma certo! Che venga pure!

- È vegana anche lei - disse il figlio.

Il sorriso del padre si affievolì e infine scomparve.

- Ah.

- Sì. Per cui ti chiederei un favore.

- Un favore? Quale favore?

- Io e mamma abbiamo pensato a una cena che metta Cristina a suo agio. Sai, lei è ancora più attenta di me, su certe cose…

Il padre guardò la moglie. Quel sorriso era sempre lì, sempre più largo.

- E secondo voi anch’io dovrei...

- ... mangiare vegano - completarono la frase madre e figlio.

L’uomo, affranto, fissò dentro la padella l’ultima cotoletta vegetale rimasta.

- Quella roba lì? - domandò.

- Anche - disse la moglie. - Ma non solo. Ho dato un’occhiata al libro di ricette vegane che mi ha regalato Nicola, e ce n’è davvero di tutti i tipi. Alcune sembrano davvero buone!

L’uomo chiuse gli occhi e si portò di nuovo pollice e indice alle tempie.

- Ma se non ti va, papà, fa niente - disse il figlio. - Vorrà dire che Cristina non viene...

Il padre riaprì gli occhi e tornò a fissare torvo il ragazzo. Sorrideva anche lui, ora. Altro che combutta. Quella tra il figlio e sua madre era addirittura una santa alleanza.

Poi, con uno scatto, prese la forchetta e infilzò la cotoletta vegetale. Se la portò alla bocca e ne addentò un pezzo minuscolo. Lo masticò piano, come se stesse mangiando qualcosa di velenoso. Infine mandò giù.

- Il pollo è un’altra cosa - sentenziò severo dopo alcuni secondi.

Madre e figlio non risposero.

- Ma è vero che, alla fine, sta roba non fa poi così schifo. Cristina può venire.

Nicola si alzò e corse ad abbracciare il padre.

- Ti voglio bene, papà - gli disse. - E ricordati che non c’è giustizia sociale senza quella ambientale.

Era di certo un altro slogan dei loro, si disse l’uomo. Non c’è giustizia sociale senza quella ambientale, ripeté mentalmente. Il socialismo, come il pollo, era un’altra cosa. Ma doveva ammettere che quello slogan era un po’ come la cotoletta vegetale: alla fine, poi così schifo non faceva.

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giovedì 24 novembre 2022

Come i brand del lusso si prendono le città - Sarah Gainsforth

 

Dalla metà degli anni ottanta aziende e grandi marchi della moda hanno cominciato a investire nel restauro dei beni culturali per ottenere un ritorno d’immagine. Oggi il confine tra la tutela e la sottrazione dello spazio pubblico è sempre più sfocato

Ai piedi del Palatino, nel centro di Roma, c’è una piazza pubblica chiusa da una cancellata. Dietro ci sono una fontana, panchine di travertino, cipressi e l’arco di Giano, un arco a pianta quadrata di epoca costantiniana. La soprintendenza speciale di Roma ha chiuso la piazza dopo che il 28 luglio del 1993 un’autobomba è esplosa di fronte alla chiesa di San Giorgio al Velabro, alle spalle dell’arco.

Sulle sbarre della cancellata c’è una targa messa dalla soprintendenza. Sopra c’è scritto: “Alda Fendi dona a Roma la luce dell’arco di Giano ideata da Vittorio e Francesca Storaro”. È datata 11 ottobre 2018, il giorno dell’inaugurazione della Rhinoceros gallery, una galleria aperta dalla fondazione Alda Fendi Esperimenti in un grande edificio che affaccia sulla piazza. Per l’evento, infatti, l’arco di Giano è stato illuminato con un disegno di luci ideato dai coniugi Storaro e nella piazza chiusa è comparsa la scultura di un rinoceronte.

Intorno alla metà degli anni ottanta aziende, brand di lusso e grandi marchi della moda hanno iniziato a creare fondazioni collegate ai gruppi aziendali per investire nel restauro di beni culturali. Le fondazioni d’arte, espressione del mecenatismo d’impresa, investono nella promozione culturale per ottenere un ritorno d’immagine e, da questo, un vantaggio economico indiretto.

“La logica è quella della sponsorizzazione: i privati finanziano un soggetto o un artefatto che incarna dei valori considerati socialmente positivi e condivisibili, associandosi a questi valori e rafforzando la propria identità. È un meccanismo di rispecchiamento valoriale”, spiega Sabina Addamiano, consulente di marketing e management culturale e docente dell’università Roma Tre.

Oggi però il confine tra la tutela e la creazione di valore economico dal suo sfruttamento, è sempre più sfocato. È in questa zona grigia che operazioni di privatizzazione di beni pubblici sono presentate come iniziative di mecenatismo e di restituzione ai cittadini.

Nel novembre del 2021 Fendi ha annunciato la riapertura della piazza e dell’arco. “La mia fondazione è felice di aprire al pubblico la prestigiosa area dell’arco di Giano e di favorire la fruizione di un importante monumento”, ha scritto Alda Fendi in un comunicato congiunto con la soprintendenza. Il ruolo degli enti appare ribaltato. “Da vent’anni ho esplorato il mondo dei Fori Imperiali lasciando testimonianze artistiche e spettacolari. Ringrazio il soprintendente speciale Daniela Porro per la sua lungimiranza”, prosegue Fendi. La piazza, pubblica, viene lasciata aperta per quattro ore a settimana.

Una finta restituzione

Due ampie sale al piano terra, forse un tempo magazzini, ospitano il cuore della Rhinoceros gallery. Le ante di legno dei vecchi portoni sono conservate, con tanto di graffiti, dietro uno strato di vetro. Acciaio, metallo, vetro e mattoni nudi sono i materiali più usati per la ristrutturazione minimalista. La galleria ospita, uno alla volta, quadri importanti. Proiezioni di filmati animano le pareti dello spazio espositivo che si snoda su tre piani, tra le ventiquattro residenze affittate anche a oltre mille euro a notte. Sulla terrazza c’è un ristorante dove si organizzano eventi.

Quando cala il sole l’immagine di Alda Fendi viene proiettata su una parete esterna dell’edificio, restaurato nel 2017 con un progetto dello studio Jean Nouvel. La ristrutturazione, si legge nella scheda del progetto sul sito Archilovers, sarebbe un’operazione di “riqualificazione e recupero”, in “un’ottica di risanamento” dell’area, che “rientra in una serie di interventi donati da Alda Fendi alla città di Roma”.

Prima di ospitare la galleria l’edificio in via del Velabro 9 era stato destinato a case popolari. Ma dopo una causa legale persa dal comune di Roma contro i proprietari originari del palazzo, espropriato e indennizzato nel 1938, le famiglie che vi abitavano sono state trasferite. L’indennità che alla fine di un’articolata vicenda giudiziaria fu pagata al comune dai proprietari per rientrare in possesso palazzo sarebbe stata “assolutamente inadeguata rispetto al valore dell’immobile”, si legge in un ordine del giorno del consiglio comunale dell’11 dicembre 2006.

Gli stabili accanto hanno storie simili. Il palazzo in via del Velabro 5 è stato venduto all’asta dal comune nel 2003 per appena 377mila euro. In fatto di doni, insomma, il comune di Roma può competere con Fendi. Se si indaga la storia di questi edifici, infatti, si scopre che la loro rigenerazione è stata preceduta da uno svuotamento e da un declino a cui non è estranea la responsabilità della pubblica amministrazione.

 “I processi che causano la fuga dei residenti vengono promossi dai media e da tutti quelli coinvolti come l’esatto contrario: come una restituzione”, spiega Paola Somma, docente di urbanistica all’università Iuav di Venezia oggi in pensione. Somma ha raccontato una delle principali operazioni di privatizzazione conclusasi a Venezia, presentata dalla stampa come “restauro, riparazione, rinnovo, riconfigurazione, rilancio, rinascita e perfino rianimazione”.

L’intervento ha riguardato l’edificio simbolo di Venezia, eretto a spese dell’erario pubblico nella prima metà del cinquecento nell’unica piazza della città, quella di San Marco: l’edificio delle Procuratie vecchie, dove un tempo abitavano i procuratori. Assicurazioni Generali ha acquistato l’edificio e dal 1832 vi ha insediato i propri uffici. Nel 1989 li ha trasferiti altrove e nel 2015 ha ottenuto la rimozione della destinazione a uso pubblico di una parte dei locali prima destinati a uffici giudiziari.

“L’intesa fu ulteriormente ‘ritoccata’ dal nuovo sindaco Luigi Brugnaro che, oltre a rendere meno vincolanti le destinazioni d’uso, introdusse la concessione per alcune attività commerciali”, ricostruisce Somma. Nel 2017 Generali ha annunciato il restauro del palazzo, affidato all’architetto David Chipperfield.

L’intervento, che ha frazionato lo spazio in dieci unità indipendenti (inizialmente si ipotizzò di farne appartamenti di lusso) è stato salutato dal sindaco come una “grande operazione di generosità culturale”, ha scritto Somma. Le Procuratie vecchie sono oggi sede di The human safety net, una fondazione creata da Generali per “liberare il potenziale delle persone che vivono in condizioni di vulnerabilità”. Si possono visitare pagando un biglietto intero di 12 euro. L’accesso è gratuito per i residenti ogni giovedì.

Spesa per la cultura

L’operazione di Generali era stata preceduta nel 2014 dalla concessione dei giardini Reali, uno spazio di verde pubblico che affaccia sul bacino di San Marco, a una fondazione privata, la Venice gardens foundation – per “restituirli a Venezia”, secondo il Sole 24 Ore.

Il ministero della cultura aveva da poco introdotto l’art bonus, un meccanismo di incentivazione di donazioni private in favore del patrimonio culturale in cambio di detrazioni fiscali. Gli interventi sono scelti dai donatori. A Venezia, in cambio della promessa di una donazione tramite l’art bonus, la Venice gardens foundation ha ottenuto la concessione senza gara dei giardini per 19 anni a un canone di 2mila euro al mese.

Oltre a usare lo spazio per eventi artistici, la fondazione vi ha costruito alcune strutture per la vendita di prodotti commerciali. Secondo l’allora soprintendente ai beni architettonici e paesaggistici di Venezia, Renata Codello, l’affidamento dello spazio pubblico alla fondazione sarebbe stato “quasi un regalo di Natale per la città”, ricorda Somma.

Nell’arco dei dieci anni precedenti l’introduzione dell’art bonus, il bilancio del ministero della cultura era diminuito di oltre il 30 per cento, secondo dati di Federculture, e l’anno prima, nel 2013, erano state affidate al ministero anche le competenze per il turismo, poi scorporato nel 2021, senza un aumento di risorse.

Da allora i bilanci del ministero sono cresciuti ma ancora oggi la spesa per la cultura è modesta, nonostante l’Italia detenga il primato mondiale di beni classificati come patrimonio Unesco, di cui 29 sono città, secondo l’Istituto nazionale di statistica (Istat).

Per i servizi culturali, che includono la tutela e la valorizzazione del patrimonio, nel 2019 l’Italia ha speso poco più di cinque miliardi di euro – la Francia ne ha spesi 16,8. Un dato che, spiega l’Istat, pone l’Italia in fondo alla classifica europea per spesa in servizi culturali. I bilanci previsionali 2021 e 2022 del ministero della cultura si attestano tra i 3 e i 4 miliardi di euro.

Nel 2021 attraverso l’art bonus i privati hanno destinato 663,3 milioni di euro a favore di musei, monumenti, siti archeologici e fondazioni lirico sinfoniche. Nei primi quattro mesi del 2022 le donazioni hanno raggiunto i 681,5 milioni di euro.

Ma la distribuzione territoriale dei contributi privati è profondamente diseguale: il 37 per cento va alla Lombardia. Nel 2019 l’81 per cento delle erogazioni è stato destinato alle regioni del nord. E l’importo, a cui andrebbe sottratto il credito d’imposta, non compensa la diminuzione della spesa in cultura dei comuni, passata da 2,6 miliardi di euro nel 2005 a poco più di 2 miliardi nel 2019.

Vietato sedersi

Nel 2013 il sindaco di Roma Gianni Alemanno fece appello al mecenatismo privato dopo il distacco di alcuni frammenti dalla Fontana di Trevi. Fendi colse l’occasione e lanciò il programma Fendi for fountains per il restauro di alcune fontane monumentali a Roma. Il sindaco definì l’accordo, che non prevedeva una ricompensa pubblicitaria, “un dono assoluto”. Il restauro della Fontana di Trevi si concluse proprio in concomitanza con i novant’anni della maison, che organizzò una sfilata di moda su una passerella di plexiglass trasparente collocata sopra le sue acque.

Così uno dei monumenti più celebri al mondo è diventato un set per la casa di moda, assicurando un ritorno d’immagine difficile da quantificare. “Le pubbliche amministrazioni si presentano con il cappello in mano agli sponsor perché non hanno la consapevolezza del valore di immagine di quello che maneggiano. Altrimenti avrebbero un potere contrattuale ben superiore”, commenta Addamiano.

A luglio scorso la scalinata di Trinità dei Monti, in Piazza di Spagna, ha fatto da sfondo per la sfilata della maison Valentino. “Per noi il giving back, il restituire, è un valore cruciale”, ha affermato l’amministratore delegato di Valentino in un comunicato ripreso dalla stampa. “Per questo motivo ridaremo le due palme distrutte dai parassiti a piazza di Spagna e termineremo la serata con un ricevimento alle Terme di Caracalla, di cui finanzieremo il restauro architettonico” ha aggiunto.

La maison ha pagato l’occupazione del suolo pubblico per la sfilata, ha fatto sapere a L’Essenziale Mariano Angelucci, consigliere comunale e presidente della commissione turismo di Roma. Il costo per l’affitto della scalinata, secondo il tariffario consultabile nell’ultimo bilancio di previsione finanziario pubblicato sul sito del comune di Roma, è di 15mila euro al giorno. Questo è il canone per quella che tecnicamente si chiama “concessione in uso strumentale e precario” di spazi museali, aree archeologiche, piazze e ville, rilasciata dalla soprintendenza capitolina “nell’ambito dell’attività di valorizzazione del patrimonio culturale”.

 

Le tariffe vanno da 15mila euro per l’affitto di beni come la scalinata di Trinità dei Monti, piazza del Colosseo e il Circo Massimo – dove al comune spetta una percentuale del 5 per cento sui biglietti venduti per gli eventi a pagamento, come i numerosi concerti lì organizzati – a cinquemila euro per affittare l’isola Tiberina, villa Borghese e alcune piazze come Campo de’ fiori, quattromila euro per alcune ville storiche come villa Pamphili, duemila euro per la Casina dell’orologio a villa Borghese. Anche i diritti di riproduzioni fotografiche e per riprese effettuate in diverse località, classificate in base al pregio, sono soggetti a concessioni per cui sono elencate le relative tariffe.

Alcune zone della città sono diventate fruibili solo a pagamento. A inizio settembre un turista statunitense ha ricevuto una multa di 450 euro per essersi seduto a mangiare un gelato sui gradini di una fontana storica nel centro di Roma. Il regolamento di polizia urbana, approvato nel 2019, vieta infatti di “sedersi, anche consumando cibi e/o bevande, sui beni del patrimonio storico, artistico, archeologico e monumentale e sul suolo pubblico o privato (…) al di fuori degli spazi attrezzati e consentiti per la somministrazione”.

Insomma in alcune delle piazze più belle di Roma si può stare seduti solo prendendole in affitto o consumando qualcosa a pagamento, a uno dei tavolini dei bar per i quali gli esercenti pagano una tariffa di occupazione del suolo pubblico pari a 2 euro al metro quadro al giorno, neanche il costo di un caffè. La tariffa annua standard è pari a 74,40 euro al metro quadrato, quella giornaliera è di 2,01 euro; questa tariffa varia, di poco, in base ad alcuni coefficienti, anche in base alla posizione nel territorio comunale, diviso in quattro categorie. Per le zone di pregio è prevista una tariffa speciale, aumentata del 50 per cento.

Secondo Paolo Gelsomini, presidente del coordinamento residenti della città storica, le ragioni degli abitanti contano sempre meno in quello che definisce “un processo di monetizzazione dello spazio pubblico”.

Set cinematografici

Se il centro di Roma, oggi invaso di tavolini, è diventato uno sfondo per eventi privati, i set veri e propri, quelli cinematografici, sono esentati dal pagamento del suolo pubblico, nonostante i notevoli disagi che provocano, quando le riprese si svolgono “prevalentemente nel territorio di Roma”.

Una delibera del 2001, poi modificata nel 2004, ha infatti previsto alcuni incentivi, come la gratuità del suolo pubblico in questi casi, per promuovere le riprese che “valorizzano la città di Roma”. Ma proprio intorno all’immagine, e al diritto di immagine di beni pubblici, si è prodotto un salto di scala nello squilibrio tra tutela e mercificazione dei beni culturali.

Nel 2016 il coordinamento del Roma pride promosse una campagna pubblicitaria per il Gay pride utilizzando il palazzo della civiltà italiana come sfondo. Fendi chiese l’immediato ritiro delle immagini. Il gruppo che detiene il marchio Fendi, LVMH, aveva infatti firmato tre anni prima un contratto di locazione per gli oltre ottomila metri quadri dell’edificio monumentale con Eur spa, società proprietaria partecipata da enti pubblici.

Il canone è stato fissato a 2,8 milioni di euro l’anno, per 15 anni. L’incidente con il Roma pride fu superato ma il comunicato che seguì non faceva che confermare il problema, considerato che Fendi scrisse che autorizzava “l’utilizzo del palazzo” per la campagna pubblicitaria. Il palazzo, però, è pubblico.

Anche l’accordo firmato nel 2011 per il restauro dell’anfiteatro Flavio, o Colosseo, tra il ministero, la soprintendenza e il gruppo Tod’s di Diego Della Valle, ha concesso a Della Valle il diritto in esclusiva dello sfruttamento dell’immagine del Colosseo per 15 anni. È questo l’accordo che, secondo Andrea Natella, sociologo ed esperto di marketing e comunicazione, ha ribaltato il meccanismo della sponsorizzazione. Fino ad allora, infatti, questo tipo di contratti prevedeva forme di pubblicità relativamente discrete per le aziende private.

“L’accordo di sponsorizzazione per il restauro del Colosseo, invece, modifica radicalmente l’equilibrio tra le parti: attraverso la concessione in esclusiva del diritto d’immagine, il bene pubblico diventa un mezzo pubblicitario per lo sponsor privato. Il rapporto tra le parti si capovolge”. In più, puntualizza Natella, la concessione del diritto d’immagine del monumento più celebre al mondo è avvenuto per soli 25 milioni di euro. “Nel mondo della pubblicità si tratta di briciole”.

Oggi le aziende private non sono neanche più interessate a sponsorizzare il restauro del patrimonio culturale. Piuttosto, spiega Addamiano, affittano spazi prestigiosi per costruirci eventi perché questo ha un impatto mediatico maggiore. E più che investire in opere esistenti, spesso le aziende finanziano la creazione di nuovi monumenti collocati nello spazio pubblico, anche strumentalizzando istanze come quella femminista.

Ludovica Piazzi, del collettivo Mi Riconosci?, ricorda che l’ormai celebre statua della Spigolatrice di Sapri, inaugurata a settembre 2021 in provincia di Salerno, è stata finanziata da una fondazione legata a una banca. La statua di Margherita Hack a Milano è stata pagata da Deloitte, azienda che si occupa di finanza e consulenza. “Da Bologna a Modena stanno spuntando statue dedicate ai tortellini, al parmigiano, al lambrusco, pagate dalle aziende e presentate come operazioni di riqualificazione delle rotatorie dove sono collocate”, spiega Piazzi.

A fine luglio il palazzo della civiltà italiana ha fatto da sfondo a una festa partecipata da diecimila tifosi per l’acquisto di un nuovo giocatore da parte della squadra di calcio As Roma. Sul palazzo sono state proiettate luci gialle e rosse e il logo della squadra. Il problema, secondo Addamiano, è che eventi temporanei e nuovi monumenti dall’alto potere simbolico modificano la percezione e la memoria di un luogo, dandogli un nuovo significato. E i mezzi d’informazione promuovono questo slittamento.

“Un bene è comune se la collettività lo sente come tale. Se diventa un feticcio turistico, la nostra relazione con quel bene si interrompe e non ce ne occupiamo più”, dice ancora Addamiano. L’oblio di cui soffrirebbero parti di città è il frutto non di un disinteresse diffuso ma del sottofinanziamento dei beni culturali e di strategie di marketing che modificano la percezione dei luoghi sottraendoli alla collettività. E se i beni comuni sono tali in relazione a una comunità che li usa e ne ha cura, oggi in molti casi questa comunità non c’è più.

In questo contesto la ripresa del turismo sta portando a un cambio di paradigma nella privatizzazione della città. “Il conflitto adesso non è più tra residenti e turisti, ma tra turisti ricchi e turisti poveri. Il residente non conta più nulla”, sostiene Somma. “Non c’è più opposizione. I comunicati di enti pubblici e privati, rilanciati dalla stampa, presentano la spoliazione di beni come una restituzione. Il capitalismo ci porterà via tutto, ma con il nostro consenso”. ●

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