lunedì 1 giugno 2026

Il calice dell’occupazione. L’industria dei vini nei territori dei coloni israeliani - Marta Vidal

 

La viticoltura in Cisgiordania e sulle alture del Golan genera profitti e toglie terre ai coltivatori palestinesi. I vini dell’occupazione sono venduti anche in Europa

 

Ziad Rida ha ereditato insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle circa dieci ettari di uliveti e terreni agricoli nel villaggio palestinese di Qusra, 15 chilometri a sud-est di Nablus. Per generazioni, la sua famiglia ha coltivato grano, lenticchie e ceci. Ma nel 2009, i coloni israeliani hanno occupato la cima della collina accanto. «Hanno iniziato a impedirci l’ingresso nell’area. Abbiamo cercato di rimuovere le barriere, ma sono tornati con la protezione dell’esercito – ricorda Rida –. Hanno piantato viti e hanno continuato a espandersi, prendendo sempre più terra».

Lungo le colline ondulate a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata, filari e filari di vigneti piantati dai coloni tracciano il paesaggio roccioso, riempiendo le colline terrazzate di viti disposte in modo uniforme. Questa regione nel nord della Cisgiordania è diventata una delle principali aree dove si produce vino. È anche una di quelle dove l’occupazione è più violenta: Qusra è stata ripetutamente presa di mira da attacchi dei coloni israeliani e dell’esercito. L’11 ottobre 2023, quattro palestinesi sono stati uccisi da colpi d’arma da fuoco durante un’incursione dei coloni e un successivo raid dell’esercito. Il giorno seguente, durante il corteo funebre per le vittime, i coloni israeliani hanno aperto il fuoco sui partecipanti uccidendo un padre e suo figlio.

 

L’inchiesta in breve

·         In Cisgiordania e nelle alture del Golan l’industria vitivinicola è uno strumento della violenta occupazione israeliana. I coloni aggrediscono i palestinesi con il sostegno anche dell’esercito. Le cantine e le aziende agricole si ingrandiscono con il sostegno dello Stato

·         Il complesso di insediamenti di Shiloh, tra Ramallah e Nablus, è stato fondato negli anni Settanta ed è diventato un punto nevralgico per favorire l’occupazione di terreni agricoli palestinesi. La cantina Shiloh, la più grande della zona, ha ricevuto più di 1 milione di aiuti pubblici nell’ultimo decennio, nonostante il furto dei terreni sia contro la legge internazionale. Ai palestinesi sono state sottratte le risorse idriche per destinare l’acqua alle coltivazioni dei coloni

·         Nelle alture del Golan, i vigneti dei coloni sono (almeno) 1.320 ettari. Più difficile stimare l’estensione delle coltivazioni nei territori occupati della Cisgiordania. L’ong Kerem Navot ne ha identificati 1.300 ettari e segnala un aumento delle espropriazioni di terreni 

·         I vini dell’occupazioni finiscono anche nei Paesi dell’Unione europea, principale partner commerciale di Israele. L’Italia nel 2022 ha importato bottiglie per un valore di circa 950mila euro; nel 2024 per circa 600mila euro. Rispondendo alle nostre domande, il rivenditore italiano Vinum Vini ha precisato che l’importazione di vini della cantina dei coloni israeliani Shiloh «è avvenuta solo nel 2021» e che la decisione di intraprendere quella collaborazione commerciale «è stata presa sulla base di informazioni incomplete»

·         Un rapporto del 2020 dell’European Middle East Project (EuMep) ha rilevato che solo il 10% dei vini prodotti nella Cisgiordania occupata e nelle alture del Golan sono stati venduti nell’Ue con etichette corrette. Durante la nostra indagine, non abbiamo trovato un solo caso di etichettatura corretta tra le centinaia di bottiglie esaminate nei negozi europei

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Terra occupata, risorse sottratte ai palestinesi 

Negli ultimi due anni, oltre mille palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania, tra cui almeno 213 bambini. Migliaia di altri palestinesi sono rimasti feriti in attacchi, spesso coordinati, compiuti dall’esercito israeliano o dai coloni. La zona di Nablus è tra quelle che ne registrano il numero più alto. Con l’escalation della violenza dei coloni, la terra palestinese viene confiscata e assorbita dagli insediamenti in espansione. La coltivazione della vite per l’industria vinicola israeliana è diventata uno strumento efficace di espropriazione che fornisce opportunità economiche ai coloni e impedisce ai palestinesi di tornare alle loro terre.

Il complesso di insediamenti di Shiloh, situato in posizione strategica tra Ramallah e Nablus, ha svolto un ruolo centrale nell’appropriazione delle terre. Da quando è stato fondato alla fine degli anni Settanta su terreni sottratti ai villaggi palestinesi di Qaryut eTurmus Ayya, Shiloh è diventato unpunto nevralgico per la creazione di nuovi avamposti – insediamenti che sebbene ufficialmente illegali secondo la legge israeliana, spesso sono di fatto sostenuti dallo Stato, che ne fornisce infrastrutture, protezione militare e strumenti per la retroattiva legalizzazione – che hanno favorito l’avanzata dei coloni nei terreni agricoli circostanti.

In primo luogo, i coloni occupano le cime delle colline. Poi, i loro avamposti vengono collegati a insediamenti più grandi, creando corridoi che isolano le comunità palestinesi e aprono la strada all’annessione della Cisgiordania.

A Qaryut, Shaher Musa ricorda la prima volta che i terreni del suo villaggio – compresi quelli intestati a suo nonno, durante il periodo ottomano – furono confiscati per piantare un vigneto. Era il 1996, poco dopo l’inizio del primo dei sei mandati di Benjamin Netanyahu alla guida del governo israeliano.

C’è stata una manifestazione, ma è stata repressa violentemente dall’esercito e attaccata dai coloni. «Tutte le proteste e i documenti ufficiali che abbiamo presentato non sono serviti a nulla – dice Musa –. Le ambizioni dei coloni erano sostenute dal governo e dall’esercito. L’intera area è stata rasa al suolo con i bulldozer. È stata livellata e piantata a vigneto».

Durante la seconda Intifada, nei primi anni 2000, i coloni e l’esercito israeliano hanno impedito ai palestinesi di accedere ai loro terreni agricoli, che sono stati poi occupati dagli stessi coloni. L’espropriazione dei contadini palestinesi risale a decenni fa. Dal 1967, Israele ha sequestrato più di 200mila ettari della Cisgiordania – oltre un terzo del territorio – privando i palestinesi della loro terra e dei loro mezzi di sussistenza. Ma anche prima, durante la Nakba del 1948, i palestinesi hanno perso circa il 78% della Palestina storica. Circa 750mila palestinesi sono stati espulsi o sono fuggiti, la maggior parte dei quali erano agricoltori.

 

Il peso del settore vitivinicolo nell’economia dell’occupazione

In tutta la Cisgiordania, l’appropriazione delle terre ha subito un’accelerazione negli ultimi due anni. A Qaryut, secondo il consiglio del villaggio, gli abitanti sono stati privati di quasi il 90% delle loro terre. I coloni hanno anche preso il controllo delle sorgenti del villaggio, una delle quali è stata trasformata in una piscina. Mentre gli agricoltori palestinesi sono privati delle loro risorse, gli avamposti vengono rapidamente collegati alle reti idriche ed elettriche. A est di Shiloh, la compagnia idrica nazionale israeliana ha installato un grande serbatoio d’acqua in mezzo a vasti vigneti.

La regione di Nablus ospita attualmente quattro aziende vinicole che esportano in tutto il mondo: Shiloh, Gva’ot, Har Bracha e Tura. Anche una grande azienda agricola, Meshek Achiya, coltiva olive e uva da vino su terreni confiscati ai palestinesi.

L’Amministrazione civile della Cisgiordania – l’unità militare responsabile dell’attuazione della politica civile di Israele nella regione occupata – dal 2008 in avanti ha emesso diversi ordini di sfratto, mai eseguiti, affinché liberasse i terreni palestinesi che l’azienda aveva confiscato illegalmente. Tra il 2014 e il 2022, l’azienda ha comunque ricevuto circa 100mila metri cubi di acqua all’anno dall’Autorità idrica israeliana, diventando uno dei maggiori consumatori di acqua per l’agricoltura degli insediamenti in Cisgiordania.

Oltre all’irrigazione fornita dallo Stato, i viticoltori coloni ricevono generosi sussidi, sovvenzioni e agevolazioni fiscali nella Cisgiordania occupata. Secondo i dati del ministero dell’Economia e dell’industria israeliano condivisi dall’organizzazione Peace Now, solo la cantina Shiloh, la più grande azienda vinicola della zona di Nablus, ha ricevuto più di un milione di euro di finanziamenti governativi nell’ultimo decennio. Una nota del 2018 dello stesso ministero riporta la notizia di un piano autorizzato dall’Autorità israeliana per gli investimenti dal valore complessivo di 19 milioni di shekel (circa 5 milioni di euro) per la cantina Shiloh e altre due aziende vinicole. 

I dati del ministero dell’Agricoltura israeliano mostrano che i territori occupati nel 1967 sono diventati importanti regioni vinicole. Nelle alture del Golan siriano si stima che ci siano 1.320 ettari di vigneti. Tuttavia, secondo Noa Maoz, viticoltore del Consiglio israeliano delle uve e del vino (che vive nelle alture occupate del Golan), questi dati non riflettono ancora l’estesa piantumazione avvenuta negli ultimi tre anni.

In Cisgiordania, determinare l’estensione totale dei vigneti dei coloni è molto più difficile. Le regioni vinicole israeliane si estendono oltre la Linea Verde – la linea di confine tracciata nel 1949 tra Israele e i Paesi arabi confinanti (Egitto, Giordania, Siria, Libano) – e non fanno distinzione tra i confini internazionali riconosciuti di Israele e le sue colonie. Tuttavia, secondo un rapporto commissionato dal Consiglio delle uve e del vino – associazione di categoria che rappresenta i viticoltori e le cantine israeliane fondata nel 1963 – dopo le alture del Golan, la seconda regione vinicola più grande di Israele sono le colline della Giudea, che si estendono anche sui territori occupati della Cisgiordania.

Dror Etkes, ricercatore israeliano che da oltre vent’anni monitora l’attività degli insediamenti e ha fondato l’ong Kerem Navot, avverte che i dati ufficiali sottostimano la reale portata della viticoltura dei coloni in Cisgiordania. «Ci sono molti casi di appropriazione di terreni che non vengono segnalati. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’espansione», afferma indicando il suo database, che mappa circa 1.300 ettari di vigneti dei coloni in Cisgiordania. Le sue immagini aeree documentano la graduale espropriazione subita dai contadini palestinesi nel corso dei decenni, le cui terre sono state confiscate dai coloni, rase al suolo e ripiantate con viti.

La cantina Shiloh, situata all’ingresso dell’omonimo insediamento, è stata fondata nel 2005 dall’avvocato e uomo d’affari messicano Mayer Chomer. Amministratore delegato e capo enologo è Amichai Lourie, originario di Boston. Secondo il sito web dell’azienda vinicola, «la produzione aumenta ogni anno». Attualmente produce circa 500mila bottiglie all’anno, di cui circa la metà viene esportata.

Un centro visitatori inaugurato di recente ospita matrimoni ed eventi, offrendo visite guidate e degustazioni di vini in quello che viene descritto come «un ambiente sofisticato e sereno». Una mappa del mondo appesa alla parete del centro evidenzia le esportazioni verso più di una dozzina di Paesi in Europa, Nord e Sud America e Asia orientale. I vini della cantina Shiloh sono disponibili in vendita in Italia. Uno dei rivenditori di questo prodotto, Vinum Vini, rispondendo alle domande di IrpiMedia, ha precisato che «l’importazione di vini è avvenuta solo nel 2021» e che la decisione di intraprendere quella collaborazione commerciale «è stata presa sulla base di informazioni incomplete». «Riconosciamo la nostra responsabilità per questo errore e ce ne rammarichiamo sinceramente», conclude l’azienda.

 

Trarre profitto dalle terre occupate illegalmente

Oggi esistono più di 300 aziende vinicole israeliane che producono circa 45 milioni di bottiglie di vino all’anno. Secondo l’Istituto israeliano per l’esportazione, quelle di vino sono raddoppiate nell’ultimo decennio. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il mercato più grande, assorbendo circa idue terzi delle esportazioni di vino israeliano, seguiti dall’Unione europea. Sebbene l’Italia non sia tra i principali importatori, secondo il portale dell’Unione europea nel 2022 le importazioni hanno raggiunto un valore di quasi 950mila euro.

È difficile determinare quale percentuale dei vini esportati provenga dalla Cisgiordania occupata e dalle alture del Golan siriano, poiché né Israele né l’Ue raccolgono questi dati. Francesca Albanese, relatrice speciale della Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Palestina e nei territori arabi occupati, nel rapporto di luglio 2025 Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, scrive: «I prodotti israeliani, inclusi quelli provenienti dalle colonie, invadono i mercati globali attraverso i grandi rivenditori, spesso senza alcun controllo». Albanese aggiunge che per evitare il boicottaggio o reazioni negative dei consumatori, «le aziende mascherano l’origine dei prodotti» con varie strategie.

Nel 2011 il centro di ricerca sull’occupazione israeliana Who Profits scriveva nella conclusione di un rapporto che «tutte le principali aziende vinicole israeliane utilizzano uve provenienti dai territori occupati nei loro vini». Mentre le uve provenienti dalle alture del Golan vengono utilizzate apertamente, il rapporto ha rilevato che le aziende vinicole che si rifornivano di uve dai vigneti della Cisgiordania utilizzavano vari metodi per nasconderne l’origine.

Nel luglio 2024, il Parere consultivo della Corte internazionale di giustizia (Cig) ha delineato gli obblighi degli Stati di «astenersi dall’intrattenere rapporti economici o commerciali con Israele in relazione al territorio palestinese occupato» e di «adottare misure per impedire relazioni commerciali o di investimento che contribuiscano al mantenimento» degli insediamenti illegali. Nonostante questi chiari obblighi, il commercio che sostiene l’espansione coloniale dei coloni è continuato senza sosta e quello del settore del vino è solo uno dei campi nei quali questi obblighi non vengono rispettati.

La guerra contro Gaza – che gruppi per i diritti umani, esperti delle Nazioni Unite e le principali autorità del diritto internazionale hanno definito un genocidio – e le crescenti richieste di boicottaggio dei prodotti israeliani, non hanno avuto un impatto significativo sull’industria vinicola. Nel 2024, le importazioni di vino italiano si sono avvicinate al valore commerciale di 600mila euro.

«Le esportazioni verso l’Europa non hanno risentito in modo significativo delle tensioni degli ultimi anni», ha affermato Mark Gershman, responsabile del settore vinicolo presso l’Istituto israeliano per l’esportazione. Ha aggiunto che «mentre alcuni mercati specifici hanno registrato una stagnazione o un leggero calo negli ultimi tempi, altri mercati nuovi sono in crescita».

L’Ue, il principale partner commerciale di Israele, ha adottato diverse politiche volte a distinguere tra i confini internazionali riconosciuti di Israele e i territori occupati dal 1967. Il primo passo è stato compiuto nel 2004, quando agli esportatori israeliani è stato richiesto di fornire i codici postali indicanti il luogo di produzione, in modo che i prodotti provenienti dagli insediamenti non ricevessero un trattamento preferenziale nell’ambito dell’accordo commerciale Ue-Israele.

Questo approccio è stato rafforzato nel 2012, quando l’Ue ha cercato di garantire che gli accordi tra i due Paesi non si applicassero alla Cisgiordania occupata o alle alture del Golan. Nel 2015, l’Ue ha richiesto con una nota un’etichettatura chiara dei prodotti provenienti dagli insediamenti. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha rafforzato questo approccio nel 2019, stabilendo che gli Stati membri devono garantire un’etichettatura distinta per i prodotti provenienti dagli insediamenti, che non possono essere commercializzati come “Made in Israel”.

 

Il ruolo del boicottaggio commerciale in Sudafrica nella fine dell’apartheid

 

Per molti esperti di diritto internazionale, tuttavia, le misure di etichettatura non sono sufficienti a costituire la risposta giuridica necessaria quando il commercio è legato a insediamenti illegali. «È come se si scrivesse “realizzato con lavoro minorile” su un prodotto e poi si spiegasse che spetta al consumatore decidere se acquistarlo o meno – afferma François Dubuisson, professore di diritto internazionale all’Université Libre de Bruxelles (Ulb) –. Si tratta fondamentalmente di una sorta di politica simbolica volta a salvare le apparenze».

Data l’illegalità degli insediamenti, Dubuisson sostiene che questi prodotti dovrebbero essere vietati tout court. Non sarebbe una novità: dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, l’Ue ha agito rapidamente per vietare le importazioni dai territori occupati dalla Russia.

Eppure Israele continua a beneficiare di una politica di eccezione che gli consente di violare sistematicamente il diritto internazionale nell’impunità più totale. «Anche quando la legge impone l’etichettatura dei prodotti, questa non viene applicata – afferma Nazeh Brik, ricercatore dell’organizzazione per i diritti umani Marsad, che ha pubblicato un rapporto sull’industria vinicola dei coloni nelle alture del Golan siriano –. La posizione dei Paesi europei e occidentali non è sorprendente. La questione dell’occultamento dei prodotti e delle loro fonti è molto marginale rispetto al loro sostegno allo sterminio del popolo palestinese».

Un rapporto del 2020 dell’European Middle East Project (EuMep) ha rilevato che solo il 10% dei vini prodotti nella Cisgiordania occupata e nelle alture del Golan sono stati venduti nell’Ue con etichette corrette. Durante la nostra indagine non abbiamo trovato un solo caso di etichettatura corretta tra le centinaia di bottiglie esaminate nei negozi europei. Molti rivenditori e importatori non hanno risposto alle richieste di commento o di intervista, come alcune fonti istituzionali, tra cui l’Osservatorio del mercato vitivinicolo dell’Ue e i portavoce delle direzioni generali della Commissione per il commercio e l’agricoltura.

Le bottiglie della cantina Jerusalem vendute come “Made in Israel” riportano indirizzi che non corrispondono al loro effettivo sito di produzione nell’insediamento di Kiryat Arba, vicino a Hebron, nel sud della Cisgiordania. I documenti del registro delle imprese israeliano suggeriscono che l’azienda potrebbe utilizzare l’indirizzo di un impianto di imbottigliamento e la sua registrazione amministrativa per nascondere la vera origine dei suoi vini e potrebbe beneficiare ingiustamente di un trattamento preferenziale.

L’Ue e le autorità doganali, i rivenditori, gli importatori e la cantina Jerusalem non hanno risposto alle richieste di commento.

Un rapporto pubblicato nel 2025 da Oxfam, in collaborazione con oltre 80 organizzazioni della società civile, ha documentato come gli esportatori israeliani eludano deliberatamente le normative mescolando i prodotti provenienti dagli insediamenti con merci prodotte all’interno dei confini riconosciuti di Israele, oppure indicando indirizzi fittizi all’interno di Israele per ottenere un trattamento commerciale preferenziale. Nel frattempo, le aziende che etichettano chiaramente i propri prodotti come provenienti dagli insediamenti possono ricevere un risarcimento dal ministero delle Finanze israeliano per la perdita delle esenzioni doganali.

Nel settembre 2025, dopo due anni di massacri a Gaza, la Commissione europea ha annunciato una proposta per sospendere l’accesso preferenziale di Israele al mercato dell’Ue, una mossa che comporterebbe circa 227 milioni di euro di dazi doganali aggiuntivi all’anno.

La proposta, ad oggi, non è mai andata avanti.

 

Tra politica, messianesimo e business

L’importanza dell’industria vinicola israeliana va ben oltre il suo valore economico. Secondo un rapporto dell’agenzia di consulenza Herzog Strategic commissionato dal Consiglio delle uve e del vino, il settore offre un «contributo sostanziale al rafforzamento degli insediamenti e del patrimonio agricolo ebraico», svolge un ruolo chiave nello sviluppo del «turismo rurale» e promuove le relazioni con l’estero, in particolare attraverso la partecipazione di Israele a concorsi enologici internazionali.

In un episodio di settembre 2024 di Kosher Terroir – un podcast che racconta della «crescita globale incredibile del vino kosher» a cui stiamo assistendo, si legge in descrizione – Vered Ben-Sa’adon, cofondatrice della cantina Tura, nata nei Paesi Bassi, ha descritto come alla fine degli anni Novanta lei e suo marito abbiano piantato dei vigneti vicino a Nablus con l’obiettivo esplicito di colonizzare la terra.

«Se hai l’agricoltura, puoi avere centinaia di ettari di terra», ha spiegato. Ha poi raccontato al conduttore Simon Jacob (che promuove l’acquisto di vino israeliano come «uno dei modi migliori per sostenere Israele») che uno dei suoi figli, recentemente tornato dai combattimenti a Gaza, ora aiuta nella cantina. Secondo Ben-Sa’adon, circa la metà della produzione di Tura viene esportata, e ci sono piani per aprire un nuovo centro visitatori nell’insediamento di Rehelim, a sud di Nablus, costruito su un terreno confiscato al villaggio palestinese di As-Sawiya.

Nell’ottobre 2023, Bilal Saleh, un contadino palestinese, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco davanti alla moglie e ai figli mentre raccoglieva olive nella sua terra ad as-Sawiya. L’assassino è stato identificato come Shuvael Ben-Natan, un colono di Rehelim, poi ucciso mentre combatteva in Libano. I discorsi funebri al suo funerale hanno raccontato che aveva attaccato i palestinesi, bruciato case a Gaza e cercato vendetta contro «le donne e i bambini palestinesi».

Nonostante si trovi in un insediamento noto per la sua violenza e considerato illegale dal diritto internazionale, Tura ha ricevuto premi da prestigiosi concorsi come il Decanter World Wine Awards. Decanter ha anche assegnato medaglie ad altre cantine con sede in alcune delle zone più violente della Cisgiordania, tra cui Shiloh e Gva’ot nella regione di Nablus, e La Forêt Blanche nelle colline a sud di Hebron, fondata da un colono israeliano condannato per l’omicidio di tre palestinesi.

In un articolo sulla cantina Shiloh pubblicato sul sito web di Decanter, la zona è descritta come un «paradiso della vinificazione» senza mai menzionare che si trova su un territorio occupato dove i palestinesi subiscono aggressioni sistematiche, espropriazioni, sfollamenti e cancellazioni.

Contattato per un commento, Decanter ha dichiarato che «sta attualmente rivedendo le sue politiche e procedure interne relative ai vini prodotti in territori con uno status giuridico controverso o delicato. Poiché tale revisione è ancora in corso, non siamo in grado di rispondere alle domande specifiche sollevate». La cantina Shiloh ha affermato di «operare nel pieno rispetto della legge israeliana, in modo trasparente e responsabile».

In risposta a una richiesta di commento, le aziende vinicole Tura, Har Bracha e La Forêt Blanche non hanno risposto, mentre il cofondatore dell’azienda vinicola Gva’ot, Elyashiv Drori, ha respinto le accuse secondo cui la sua azienda vinicola sarebbe stata fondata su terreni occupati. «Gli arabi sono arrivati in questa terra come nomadi e in seguito come conquistatori», ha scritto, aggiungendo che la terra «era stata promessa da Dio al popolo ebraico». Una risposta che si colloca nella tradizione delle giustificazioni religiose e nazionaliste per l’insediamento, tipiche di alcune correnti della destra radicale israeliana.

 

Il vino israeliano: una storia coloniale

Le radici coloniali dell’industria vinicola israeliana non risalgono al 1967, ma possono essere fatte risalire agli albori del sionismo. Alla fine del XIX secolo, il barone Edmond de Rothschild, membro francese della famiglia di banchieri Rothschild e forte sostenitore del sionismo, acquistò dei terreni in Palestina e importò viti francesi, nella speranza di creare opportunità economiche per i coloni ebrei.

I ricercatori israeliani Ariel Handel e Daniel Monterescu osservano che questo sforzo di modernizzare la viticoltura nelle colonie ebraiche si basava sull’idea del vino come agente di cultura e progresso. Nonostante i notevoli investimenti, il progetto fallì, poiché i vitigni francesi si adattavano male al clima e al suolo locali e i vini non riuscirono a conquistare i mercati esteri.

«Israele non era noto per il vino fino all’inizio degli anni Novanta, con la fondazione della cantina Alture del Golan», afferma Handel. Il vino, spiega, è diventato uno strumento per ridefinire l’immagine del Golan «non come territorio occupato, luogo di guerre, luogo di sangue, ma piuttosto come “l’Europa in Israele”… È diventato un luogo di turismo e di buon gusto».

Il vino ha svolto un ruolo così importante nella normalizzazione dell’occupazione delle alture del Golan che il modello viene ora riprodotto dai coloni in Cisgiordania. «Hanno iniziato a promuovere la Cisgiordania come la Toscana: vino e formaggio, bed and breakfast», osserva Handel.

 

Una storia secolare

I viticoltori coloni si presentano come pionieri che stanno «riportando in auge la produzione vinicola dopo 2.000 anni» e «rivitalizzando» le tradizioni vinicole bibliche. Molti di loro sono allineati con l’estrema destra messianica, combinando l’ultranazionalismo con la convinzione che la terra sia stata loro donata da Dio, negando i diritti dei palestinesi e presentando la supremazia ebraica come un disegno divino.

La produzione vinicola, afferma Monterescu a IrpiMedia, «ha una risonanza culturale e religiosa molto profonda. Quindi è sia un mezzo di espansione e di appropriazione della terra, ma ha anche un indice di radicamento religioso», diventando parte di una narrativa nazionalista di redenzione della terra volta a colmare il percepito «divario di 2.000 anni tra l’esilio e il ritorno sionista».

Gli agricoltori palestinesi che hanno mantenuto in vita i vitigni endemici erano diventati i «custodi» dell’antica conoscenza viticola, spiega Monterescu. Ma una volta che le cantine israeliane si sono assicurate l’accesso all’uva, gli agricoltori palestinesi «sono diventati superflui. Non hanno più bisogno di loro, perché hanno già preso l’uva», dice. «Ora ci sono decine di aziende vinicole locali che commercializzano varietà autoctone come «antiche uve bibliche di Israele».

Mentre i vini degli insediamenti circolano liberamente, i prodotti palestinesi sono sottoposti a rigorosi controlli. «Non possiamo importare o esportare nulla liberamente – racconta Canaan Khoury, produttore di vino del villaggio palestinese di Taybeh, nella Cisgiordania occupata –. Ci costa di più portare il vino dalla cantina al porto che dal porto a Tokyo, a causa dei controlli di sicurezza aggiuntivi e delle restrizioni. Per ogni spedizione ci sono nuove regole che gli israeliani ci impongono».

Le difficoltà vanno ben oltre la spedizione: «Abbiamo subito confische di terreni da parte dell’esercito e continui attacchi dei coloni – continua Khoury –. Attaccano i vigneti. Troverete filari di viti di età diverse perché ogni volta che i coloni arrivano, tagliano alcune viti e noi dobbiamo reimpiantarle. Non ci è nemmeno permesso accedere alla nostra fonte d’acqua. Gli israeliani rubano la nostra acqua e ce la vendono in quantità limitate».

Nonostante queste difficoltà e l’incertezza per il futuro, Khoury continua a curare i suoi vigneti, raccogliere l’uva con la famiglia e produrre vino. «Continuiamo a produrre di più e a costruire nuove strutture – dice con un sorriso amaro –. Scherziamo dicendo che li stiamo facendo per i coloni, affinché vengano a prenderli da noi».

da qui

venerdì 29 maggio 2026

Il negozio fisico non è morto ma deve cambiare mestiere - Vincenzo Imperatore

 

Per anni ci hanno spiegato che il negozio fisico fosse destinato a sparire, travolto dall’e-commerce, dai modelli direct-to-consumer, dalle piattaforme digitali e da quella religione contemporanea secondo cui tutto ciò che passa da uno schermo sarebbe automaticamente più moderno, più efficiente e più intelligente. Poi, come spesso accade, la realtà si è permessa di disturbare la teoria.

Nel 2024 il tasso di sfitto dei centri commerciali era pari al 5,4%, il livello più basso degli ultimi vent’anni. Ancora più interessante è un altro dato: la frequentazione dei centri commerciali risulta più alta tra i giovani della Generazione Z, cioè proprio tra quei consumatori cresciuti con lo smartphone in mano, che secondo molte previsioni avrebbero dovuto seppellire definitivamente il commercio fisico sotto una montagna di carrelli digitali. Evidentemente la storia era un po’ più complicata.

Anche la crescita dell’e-commerce racconta una realtà meno lineare di quella immaginata. Nel 2025 le vendite online rappresentavano il 16,4% delle vendite retail complessive, appena sopra il 16,3% raggiunto nel secondo trimestre del 2020, cioè nel pieno delle condizioni eccezionali create dai lockdown. Inoltre, gli incrementi annuali registrati negli ultimi quattro anni sono stati tra i più bassi dalla Grande Recessione del 2008-2009. Tradotto: l’e-commerce resta fondamentale, ma non ha divorato il negozio fisico. Ha costretto il negozio fisico a cambiare mestiere.

Questa è la lezione che molte PMI italiane dovrebbero imparare in fretta. Il problema non è scegliere tra fisico e digitale. Il problema è costruire un modello commerciale nel quale negozio, sito, social, magazzino, consegna, assistenza e relazione con il cliente funzionino come parti dello stesso sistema.

Il punto vendita, oggi, non è più soltanto il luogo in cui si espone merce e si aspetta che qualcuno entri. Quella non è strategia: è meteorologia applicata al commercio. Si apre la porta e si spera nel passaggio. Ma il cliente contemporaneo non compra più così. Si informa online, confronta prezzi, guarda recensioni, visita il negozio, chiede conferme, pretende servizio, valuta l’esperienza e poi decide se comprare lì, altrove o da nessuna parte.

Per questo il negozio fisico deve assumere almeno tre nuove funzioni.

La prima è logistica. Il punto vendita può diventare luogo di ritiro, reso, consegna rapida, gestione dello stock e supporto operativo all’online. Non è un dettaglio. In molti settori, il vero vantaggio competitivo non è solo vendere, ma consegnare meglio, assistere prima, risolvere problemi, ridurre tempi morti e trasformare la prossimità in efficienza. Alcune catene hanno già introdotto nei negozi strumenti digitali che permettono al cliente di accedere a cataloghi molto più ampi rispetto allo spazio fisicamente disponibile, anche oltre centomila articoli. Il messaggio per le PMI è chiaro: il negozio non deve contenere tutto, deve collegare tutto.

La seconda funzione è esperienziale. Il cliente torna nel punto vendita se trova qualcosa che online non può avere: competenza, consiglio, fiducia, prova del prodotto, relazione, sicurezza nella scelta. Questo vale ancora di più per le piccole imprese italiane, che non possono competere con le piattaforme sul prezzo, sulla scala o sulla velocità pura. Possono però competere sulla qualità dell’interazione. Ma attenzione: relazione non significa improvvisazione simpatica. Significa personale formato, procedure chiare, capacità di ascolto, coerenza dell’offerta, cura dello spazio e promessa commerciale riconoscibile.

La terza funzione è comunicativa. Il negozio è un media. La vetrina comunica, l’allestimento comunica, il comportamento degli addetti comunica, il packaging comunica, perfino il modo in cui viene gestita una lamentela comunica. Una PMI che cura Instagram ma lascia il punto vendita disordinato somiglia a chi si mette il profumo sulla camicia sporca: l’intenzione è lodevole, il risultato meno.

Dentro questa trasformazione, il dato diventa decisivo. Troppe PMI continuano a gestire il negozio “a sensazione”: oggi è andata bene, ieri male, il sabato si lavora, il lunedì è morto, quel prodotto “secondo me tira”. È il folklore della gestione commerciale. Ma un’impresa dovrebbe sapere quanti clienti entrano, quanti comprano, quanto spendono, quali prodotti generano margine, quali occupano spazio senza redditività, quanti clienti ritornano, quanti sono identificati in un CRM, quante vendite nascono da un contatto digitale e quante si chiudono fisicamente.

Senza questi numeri, il negozio non è gestito: è raccontato. E il racconto, nei bilanci, purtroppo non si incassa.

Il punto centrale, per le PMI italiane, è smettere di considerare il digitale come nemico del negozio fisico. Il digitale deve portare persone nel negozio, il negozio deve alimentare dati per il digitale, l’assistenza deve rafforzare la fidelizzazione, la fidelizzazione deve migliorare la marginalità. Questa è omnicanalità. Non avere una pagina Facebook abbandonata dal 2021 con gli auguri di Natale ancora fissati in alto, testimonianza archeologica di un entusiasmo finito male.

Il ritorno del negozio fisico, dunque, non premia la nostalgia. Premia chi ha capito che la presenza territoriale è un vantaggio solo se viene organizzata. Il piccolo commerciante, l’artigiano evoluto, il retail locale, il laboratorio con punto vendita, la piccola azienda familiare possono ancora avere un ruolo enorme nei centri urbani e nei quartieri, ma devono trasformare la prossimità in valore misurabile: servizio più rapido, relazione più forte, esperienza più curata, informazioni migliori, offerte più pertinenti.

La serranda alzata non basta più. È solo ferro che si muove. Il negozio fisico sopravvive se diventa piattaforma commerciale, presidio relazionale, centro logistico leggero e laboratorio di ascolto del cliente.

Il futuro del retail non sarà tutto online e non sarà nemmeno il ritorno romantico alla bottega di una volta. Sarà ibrido, selettivo, spietato con chi improvvisa e generoso con chi misura, organizza e innova.

Il negozio fisico non è morto. È morto il negozio passivo, quello che aspetta il cliente come si aspetta la pioggia. E nelle PMI italiane, dove spesso si confonde la fatica quotidiana con la strategia, questa è forse la verità più scomoda: non basta lavorare tanto. Bisogna lavorare dentro un modello.

Altrimenti il cliente entrerà una volta, sorriderà per educazione e poi comprerà altrove. Con la serenità crudele di chi non deve spiegare nulla a nessuno.

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giovedì 28 maggio 2026

“Niente acqua del rubinetto al ristorante”: turista fa causa e chiede 2700 euro di danni, ma la Cassazione dà ragione a un hotel 5 stelle e fissa la regola

 

I ristoratori e gli albergatori che scelgono di non servire acqua del rubinetto ai propri clienti non violano alcuna regola. A chiudere definitivamente una discussione che da anni anima i tavoli dei locali italiani è stata la Corte di Cassazione, mettendo la parola fine a una singolare disputa legale nata a Corvara in Badia, nel cuore delle Dolomiti. Protagonisti della vicenda sono una turista e un noto hotel a cinque stelle della zona.

Una vacanza da 5.700 euro e l’acqua a 10 euro al litro

I fatti risalgono alle festività di Natale del 2019. La cliente si trovava in vacanza nella rinomata località altoatesina dopo aver acquistato un pacchetto in mezza pensione del valore di oltre 5.700 euro, con una formula che prevedeva le bevande escluse dal prezzo finale. Durante le cene, la donna ha domandato ripetutamente al personale di sala di poter consumare una caraffa di acqua della rete idrica locale, precisando di essere disposta a pagare la richiesta come un normale costo di servizio da aggiungere al conto. La direzione della struttura ha però opposto un fermo rifiuto. L’albergo ha infatti applicato la propria rigida politica commerciale interna, che prevedeva unicamente la somministrazione di bottiglie di acqua minerale al prezzo di circa 10 euro al litro.

La richiesta di 2.700 euro di risarcimento

Considerando questo diniego come la violazione di un principio essenziale, la turista ha deciso di intraprendere le vie legali e ha trascinato in tribunale la struttura ricettiva. La sua linea difensiva si basava sull’idea che l’accesso all’acqua rappresenti un diritto umano fondamentale. Sulla base di questa convinzione, la donna ha richiesto un risarcimento danni complessivo di circa 2.700 euro, calcolato per coprire sia il danno economico subito sia il disagio personale patito nel corso del soggiorno.

La decisione della Suprema Corte

L’argomentazione della turista non ha fatto breccia nelle aule di giustizia e la sua richiesta di risarcimento è stata respinta in ogni grado di giudizio, fino ad arrivare alla definitiva pronuncia della Cassazione. La Suprema Corte ha chiarito in modo inequivocabile che all’interno dell’ordinamento giuridico italiano non si rintraccia alcuna norma di legge che imponga agli operatori del settore della ristorazione o dell’alloggio l’obbligo di servire la comune acqua del rubinetto. I giudici hanno stabilito che, in assenza di un patto contrattuale stipulato in precedenza tra l’albergo e l’ospite al momento della prenotazione, la gestione della carta delle bevande e la scelta di vendere esclusivamente acqua in bottiglia rientrano nella totale e legittima libertà d’impresa della singola attività commerciale. L’acqua del rubinetto al tavolo, in sintesi, non è un diritto acquisito del cliente.

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mercoledì 27 maggio 2026

Virus e batteri trovano negli allevamenti intensivi un ambiente ideale per diffondersi - Roberta Marchi

 

Negli ultimi anni le emergenze sanitarie legate agli allevamenti intensivi si sono susseguite con una frequenza sempre più inquietante. Influenza aviaria, peste suina africana, afta epizootica, Bluetongue, morbo della mucca pazza: nomi diversi per un problema che continua a ripresentarsi, spesso trattato come una fatalità inevitabile anziché come il sintomo di un sistema profondamente fragile, mostruoso e crudele.

Ogni nuova epidemia viene raccontata come un evento isolato, un’emergenza temporanea da contenere. Eppure il punto centrale resta quasi sempre fuori dal dibattito pubblico: il modello produttivo su cui si basa l’industria della carne e dei suoi sottoprodotti. Un sistema costruito sulla concentrazione di migliaia di animali in spazi ridotti, sulla massimizzazione della produzione e sulla compressione dei costi, dove il benessere animale diventa inevitabilmente secondario rispetto alla resa economica. E’, di fatto, sempre inesistente. Un tradimento vergognoso. Una bugia.

Per molto tempo tutto questo è rimasto invisibile agli occhi della maggior parte delle persone. Polli, maiali e bovini esistono quasi esclusivamente come prodotto finale: confezioni ordinate nei supermercati, ingredienti sugli scaffali, numeri all’interno della filiera alimentare. La loro vita reale, fatta di oppressione, crudeltà, sovraffollamento, selezione intensiva, trattamenti sanitari continui e abbattimenti di massa, resta lontana dall’immaginario collettivo.

Le epidemie però continuano a ricordare quanto quel sistema sia instabile. Corrotto. Malato. E contagioso. Virus e batteri trovano negli allevamenti intensivi un ambiente ideale per diffondersi rapidamente, mutare e attraversare specie differenti. Gli animali vengono gestiti come unità produttive concentrate in enormi strutture industriali: una condizione che rende il controllo sanitario sempre più complesso e che aumenta il rischio di nuove emergenze.

Il caso dell’influenza aviaria H5N1 rappresenta uno degli esempi più preoccupanti. Negli Stati Uniti è stato documentato il primo caso noto di trasmissione del virus da un gatto domestico a un essere umano. Negli ultimi anni numerosi gatti sono risultati positivi dopo essere entrati in contatto con fauna selvatica infetta o aver consumato alimenti contaminati, come carne cruda o latte non pastorizzato. Gli esperti continuano a parlare di “rischio basso” per la popolazione generale, ma il virus continua a evolversi, adattarsi e superare le barriere tra specie.

Ed è proprio qui che cambia la percezione pubblica. Finché le vittime restano animali confinati negli allevamenti, il problema sembra distante. Quando invece il rischio entra nelle case, coinvolgendo animali domestici o esseri umani, l’attenzione cresce improvvisamente. La paura diventa concreta soltanto quando ciò che accade quotidianamente negli allevamenti smette di riguardare esclusivamente animali considerati “da reddito”.

Eppure, per milioni di esseri viventi, quella realtà non è una novità. Malattia, isolamento, selezione genetica esasperata, contenimento sanitario e abbattimenti di massa fanno parte della normalità dell’allevamento industriale. Ogni volta che un focolaio esplode, la risposta è quasi sempre la stessa: eliminare migliaia o milioni di animali nel tentativo di fermare la diffusione del virus. Una pratica ormai accettata come inevitabile conseguenza del sistema produttivo.

Anche chi prova a mettere in discussione questo modello spesso si scontra con un muro politico e culturale. In diversi casi, persino animali salvati e ospitati nei santuari sono stati abbattuti per ragioni sanitarie, nonostante fossero sottratti alla filiera produttiva. Episodi che hanno acceso forti polemiche e mostrato quanto il confine tra tutela animale e logiche industriali resti estremamente fragile.

Alla base di tutto continua a esistere una distinzione profondamente radicata: alcuni animali vengono considerati membri della famiglia, altri semplicemente risorse economiche. Cambia il nome che diamo loro, non la capacità di soffrire.

Le epidemie che colpiscono gli allevamenti non possono più essere archiviate come incidenti imprevedibili. Sono il risultato diretto di un modello intensivo che spinge la produzione oltre ogni limite biologico ed etico. Continuare a ignorare questa connessione significa affrontare soltanto le conseguenze, senza interrogarsi davvero sulle cause.

La domanda, oggi, non riguarda soltanto la salute animale. Riguarda il tipo di sistema alimentare che stiamo scegliendo di sostenere e il prezzo — sanitario, ambientale ed etico — che siamo disposti ad accettare perché tutto continui a funzionare esattamente come prima. Mentre dovremo avere il coraggio di cambiare radicalmente, sovvertendo ogni cosa, giungendo, infine, alla fine dell’industria della carne.

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martedì 26 maggio 2026

Sardegna e Sudtirolo in rivolta - Fabio Gobbato

 


Abbiamo lasciato Giangiacomo e Sibilla al termine del viaggio da incubo in Bolivia nell’estate del 1967. Feltrinelli, fin da quando è ragazzo, è un attento osservatore della politica. Quello che vede in Italia e nel mondo gli piace sempre di meno.  Sono anni difficili. Oggi lo ricordano in pochi ma il decennio cominciò nel sangue. Nel 1960 il governo Tambroni, monocolore DC sorretto dai voti del MSI ordina di sparare sulla folla di operai che protestano per l’annunciato congresso dei neofascisti a Genova. Tra Reggio Emilia e il resto del Paese in pochi giorni  si contano 11 morti. Undici morti. Un bilancio da massacro di minatori in sciopero in Sudamerica. Ma siamo parlando dell’Italia a guida democristiana, non della Bolivia di Barrientos. Undici morti.

Nel 1967 la catena di eventi che generano apprensione in chi ha a cuore le sorti democratiche dell’Occidente è allucinante. Una sfida alle leggi della statistica. In aprile, in Grecia, il regime dei colonnelli sale al potere con un colpo di Stato e va a fare compagnia a Salazar in Portogallo e a Franco in Spagna. Tre dittature fasciste in Europa.  Come se non bastasse, a maggio i giornalisti Scalfari e Jannuzzi pubblicano sull’Espresso lo scoop che rivela il tentato golpe De Lorenzo del 1964 (Il Piano Solo). Altro che “paranoie” di un ricco editore  ansiogeno. La crescita del PCI fa paura. In quegli anni la destra eversiva, le reti militari clandestine, i servizi (deviati?) mordono il freno. Scalpitano. Aspettano solo il momento buono, che come noto, arriverà nella notte dell'8 dicembre di due anni più tardi con il tentato golpe Borghese. Era tutto pronto. Il contrordine arrivò solo all’ultimo minuto. Un’operazione, questa, che coinvolgeva nomi che fanno venire i capelli dritti. Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, ad esempio. Odore di zolfo nell’aria. Soprattutto dai tombini.

Al rientro dalla Bolivia, Feltrinelli vede che in Italia il centrosinistra di Aldo Moro  (senza PCI) arranca. Il 9 ottobre Ernesto  Guevara, il “mito” per cui si è  tanto speso alcuni mesi prima, viene giustiziato dall’esercito boliviano eterodiretto dalla CIA. Il suo “amico” Quintanilla, il capo dei servizi segreti che nelle ultime puntate ritroveremo console ad Amburgo, mozza le mani al cadavere del Che e le spedisce a Fidel Castro come prova dell’avvenuta esecuzione. “Così potete confrontare le impronte digitali”, è il sottinteso. Uno sfregio che manda ai pazzi milioni di militanti della sinistra in tutto il mondo.

A quel punto nella testa dell’editore scatta qualcosa. Decide di mollare un po‘ le redini della casa editrice e di lanciarsi nell’attivismo politico rivoluzionario. La sua vita entra letteralmente in un turbine. E’ come se sentisse di dover fare ovunque tutto quello che può per sostenere i gruppi che lottano contro regimi oppressivi. E grazie all’immensa ricchezza che ha a disposizione e alla rete di contatti costruita in una ventina d’anni, l’editore “può” molto. E fa molto. Disordinatamente, spesso in modo avventato, ma fa molto. Fa più che può.  Schizza letteralmente da una parte all’altra dell’Europa e del pianeta, muovendo montagne di soldi e, pure, carichi di armi e di esplosivi.

La storia familiare, i legami personali e l’attualità – la strage di Cima Vallona è del giugno 1967 - spingono Feltrinelli ad interessarsi con regolarità anche della questione sudtirolese. Uno dei molti fronti aperti. 

·                     Prima la Sardegna

Prima di arrivare al Sudtirolo bisogna, però, fare un tuffo nel cuore del mar Mediterraneo. Nel 1967, tra un viaggio in Bolivia e l’altro in Algeria, Feltrinelli comincia a girare la Sardegna in lungo e in largo. Ci torna più volte tra il 1967 e il 1969. In quegli anni per “Giangi” l’isola ha un’attrattività a cui è difficile resistere: indipendentismo radicato, banditismo romantico, poligoni militari americani da contestare, comunità dedite alla pastorizia che resistono alla modernizzazione capitalista. Nel 1968 la casa editrice Feltrinelli pubblica Sardegna: Rivolta contro la colonizzazione di Giuliano Cabitza, pseudonimo dello scrittore Eliseo Spiga. Il titolo dice già tutto.

Feltrinelli arriva a identificare nel bandito Graziano Mesina - allora latitante nel Supramonte di Orgosolo  il possibile comandante di una guerriglia sarda. Una sorta di Che Guevara local profumato al mirto. L’editore è convinto di poter fare dell’isola una “Cuba del mediterraneo”. Ma c‘è un piccolo problema: a Grazianeddu, de su comunismu, no nd’importat un carru. Del comunismo, cioè, non gliene frega un carru-cavallo. Una mazza, insomma. 

Secondo i documenti del Servizio Informazioni Difesa (SID) portati alla luce dalla Commissione Stragi nel 1996, è un ufficiale dei servizi a convincere Grazianeddu a desistere dall’alleanza con Feltrinelli (le conversazioni fra i due  furono pubblicate da Epoca in un numero che contiene pure un’intervista a Sibilla Melega, ndr). Il progetto si arena, ma non scompare. Resta come schema mentale, come metodo: cercare territori periferici, marginali, dove la frattura sociale possa trasformarsi in rivolta. Un progetto naif, senza dubbio, segno anche di un bisogno di protagonismo un po’ superficiale e puerile. Vero. Ma quelli sono anni di fermenti veri, ovunque. Le lotte di liberazione alternano rovinose sconfitte a qualche successo. Cuba e Fidel infondono speranza. Feltrinelli ci crede davvero al punto da acquistare due navi che dovrebbero servire per portare a compimento l’impresa. Dovrebbero.

Le cose talvolta non accadono perché non devono accadere.  Pigrizia del fato. Altre volte non accadono perché vengono da idee campate in aria. Altre ancora perché intervengono i servizi segreti. E niente. Il Mediterraneo non ha una sua Cuba. La Sardegna non farà nessuna lotta per l’indipendenza. Resterà - placidamente -una regione autonoma.  

 

Poi l’Alto Adige

Con un livello di naïveté simile  l’editore approccia la questione sudtirolese. Il tema lo appassiona. La sera del 1966 in cui conosce per la prima volta la meranese Sibilla Melega l’argomento viene affrontato in profondità.  Lo racconta Sibilla stessa in un pezzo di memorie pubblicato nel marzo del 2002 sulla rivista svizzera Du.“Die Gäste assen im Salon und unterhielten sich, GgF und ich waren einen Stock tiefer in der Küche, sprachen über die Probleme der Minderheiten in Südtirol”. Mentre gli altri erano nel salone lei era con GG in cucina a parlare di minoranze in Alto Adige.

Sibilla, di famiglia mistilingue, era cresciuta nella condizione peculiare di chi finisce per non appartenere davvero a nessuno dei due gruppi etnici: da bambina, ricorderà, non giocava né con i bambini tedeschi né con quelli italiani. E Feltrinelli — che aveva una nonna di Mittewald e aveva imparato il tedesco da bambino a pena di decurtazioni sulla paghetta — capisce immediatamente. Vede nell’Alto Adige quello che sta cercando altrove: una regione colonizzata, “tradita” dalla propria borghesia locale, sfruttata dal capitalismo italiano e dall’imperialismo americano, nella quale però c'è un movimento indipendentista passato dalle parole ai fatti, con una lunga catena di attentati. Chissà se nella sua vita Feltrinelli ha mai incontrato Georg Klotz, il martellatore della val Passiria, il punto riferimento sudtirolese in un gruppo terroristico ormai egemonizzato da neonazisti come Norbert Burger e Peter Kienesberger. Bruttissima gente. Chissà.

 

Ma quand‘è che GG inizia a occuparsi di Alto Adige dal punto di vista teorico? La risposta è: tra la fine del 1967 e l’inizio del 1968. 

In tutti i testi su Feltrinelli si parla dell’esistenza di un dattiloscritto, Italia 1968: Guerriglia politica. Tesi e proposte per un’avanguardia (comunista) di sinistra.  È un documento raro, assente perfino dal catalogo della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, a quanto mi hanno riferito via email.

Quando decido che per la mia ricerca sarebbe importante leggere il documento integralmente non ho idea di quanto sia raro. Imparo presto quanto possa essere divertente il mondo della ricerca storica per uno che come me non l’ha mai fatta: un giorno, nei primi mesi del 2023, contatto telefonicamente uno studioso che cita ampi stralci dello scritto, scambiamo alcune impressioni, e poi mi sembra normale chiedergliene una copia. Il mio ragionamento, da giornalista, è: “Tu ce l’hai, lo citi ampiamente, e quindi hai già ”tirato il buco a tutti“ (espressione gergale che indica le notizie date in anticipo e in esclusiva, ndr) per cui, che problema c’è a farmelo avere? Niente di più sbagliato. 
Parliamo di ricerca storica, non di attualità. ”Lo devi trovare da solo“, mi dice. Non ha detto, cazzi tuoi, ma lo ha sicuramente pensato.  ”Ok va bene, grazie lo stesso“, rispondo con il massimo aplomb. Te la farò vedere io, maledetto.

Riesco ad occuparmene nei ritagli di tempo, mezzora lì, tre ore là. Trascorrono i mesi. Alla fine di ogni ”sessione“ borbotto imprecazioni irripetibili. Non lo cerco tutti i giorni, no, ovvio, ma davvero non saprei dire quante decine di ore, quante email senza risposta o con risposte elusive, ci sono volute, per trovare il documento.

Stavo davvero per desistere finché a dicembre 2025, con il classico colpo di fortuna, imbrocco il prompt che funziona per la deep research di Chatgpt. Compare una traccia in un Biblioteca cantonale svizzera.  Non credo ai miei occhi. Andarci sarebbe un casino ma grazie alla gentilezza di un bibliotecario riesco a riceverne una copia in formato digitale. Bingo, prosecco. 
La lettura integrale del dattiloscritto - che renderemo disponibile in questo articolo se la biblioteca ci concederà l’autorizzazione - è  in effetti molto interessante. Valeva la pena sbattersi così tanto, mi dico.  O forse è la quantità di energia spesa per ottenere il pdf a convincermene? Ad ogni modo,  Italia 1968 è forse il testo più completo che l’editore abbia scritto sulla strategia rivoluzionaria: cinque capitoli, quarantatré pagine, un apparato di note. Feltrinelli scrive il documento a gennaio 1968, quattro mesi prima del Maggio francese. E‘ obiettivamente il testo che segna la svolta nel Feltrinelli-pensiero. Leggerlo consente di entrare (o quanto meno di avere la sensazione di poterlo fare) nella testa dell’editore. 
La tesi centrale del lavoro è che la sinistra debba abbandonare sia la strada riformista-socialdemocratica sia quella insurrezionalista classica e adottare una ”guerriglia politica" continua — non armata in senso militare, ma fatta di azioni dimostrative, occupazioni simboliche, interventi sui mezzi di comunicazione, propaganda diretta — legata alle rivendicazioni concrete di operai, contadini e studenti. E’ l’embrione teorico di quelli che a breve saranno i Gap, i gruppi di azione partigiana fondati dallo stesso editore.

 

Nel capitolo IV, nella sezione dedicata alla piattaforma rivendicativa, Feltrinelli chiede l’immediata indipendenza piena e totale per la Sardegna e l’Alto Adige. Chiede che si possano esprimere a favore della separazione dallo Stato italiano. Aggiunge una parentesi che è già una soluzione politica: la “rettifica etnica dei confini” mediante lo stralcio del Trentino. In altre parole, separare Bolzano da Trento e ridisegnare il confine del Tirolo storico. È la posizione del BAS, formulata da un comunista milanese. Nel gennaio 1968.

A proposito di “Italia 1968” scrive nel libro La diplomazia oscuraGianluca Falanga, uno dei massimi esperti di servi segreti dell’est:

“Vi è uno scritto di quelli programmatici composti da Feltrinelli nel 1968-70, che è rimasto inedito (ne circolarono solo poche copie dattiloscritte) e soprattutto trascurato dagli analisti, dal titolo: Italia ‘68: guerriglia politica. Tesi e proposte per un’avanguardia comunista. L’editore vi teorizzava il ”fronte frantumato“, asserendo che ”la guerriglia c’è già, in Sudtirolo e in Sardegna, andava solo intensificata per “provocare la reazione dello Stato”. Nell’opuscolo si chiedevano  ‘azioni che facciano concretamente sentire alle truppe straniere in Italia, ai rappresentanti economici politici e culturali dell’imperialismo Usa quanto essi siano sgraditi in Italia, azioni che esprimano il pieno incondizionato appoggio e sostegno alle aspirazioni di libertà e di indipendenza di minoranze etniche o delle popolazioni di determinate regioni italiane’. Nel passaggio più interessante dello scritto – continua Falanga - Feltrinelli incitava la sinistra rivoluzionaria a ‘mettere da parte giudizi e riserve che, in quanto militanti comunisti, possiamo e dobbiamo esprimere sulle forze, a volte di destra, che rappresentano l’avanguardia di queste aspirazioni (e sui mezzi che usano e che rischiano di colpire indiscriminatamente viaggiatori di un treno, ecc.)’. Sono parole pesanti, che non possono non rimandare la mente agli attentati dell’estate del 1969, attribuiti agli anarchici, ma commessi dalla cellula ordinovista padovana, sollevando il sospetto che in quel nodo delle frequentazioni venete dell’editore vi fosse quella che in un documento della Stasi è chiamata ‘attivazione delle forze neofasciste’ – vale a dire l’estensione del fronte di destabilizzazione delle democrazie occidentali al radicalismo nazionalista, sciovinista e antisemita dell’estrema destra – prevista dalle pianificazioni offensive sovietiche, delle quali l’azione di Feltrinelli fu in tutta la sua complessità un’articolazione. In altre parole, Feltrinelli non fu un doppio agente, come è stato insinuato per sciogliere la contraddizione di quei rapporti, bensì un’agente d’influenza del Piano strategico di lungo termine". 

Secondo alcuni autori Feltrinelli aveva rapporti non casuali con l’estrema destra neofascista e una convergenza di interessi addirittura con gli ordinovisti. Su questo punto, invece, Carlo Feltrinelli, figlio e biografo di Giangiacomo, è in netto disaccordo. Ai fini del racconto non è per nulla importante che io dica che idea mi sono fatto. Ma – democristianamente, me ne rendo conto – credo che i contatti di GGF con la destra eversiva ci siano indubbiamente stati anche se – azzardo – per puro “cinismo” e utilitarismo rivoluzionario. Con la stessa logica GGF non condanna ma sostiene il separatismo sudtirolese anche se in quel momento è trainato da loschi personaggi neonazisti.

Dal punto di vista documentale la questione altoatesina torna protagonista nell’estate del 1968 quando Giangiacomo scrive una lettera a “Sibillelein” che Aldo Grandi riporta integralmente nella sua biografia. La causa dei sudtirolesi, sostiene l’editore, è stata strumentalizzata dalla borghesia locale e poi abbandonata non appena quella stessa borghesia ha conquistato i propri privilegi accanto agli italiani. “Quando essi — le sette famiglie — hanno conquistato i privilegi degli italiani, allora sono pronti ad allearsi con gli italiani pur di difendere i loro privilegi capitalisti, e fregarsene dei poveri cristi”. Le sette famiglie. Un concetto che tornerà in una lettera ad Alexander Langer che vedremo presto e nello stesso volantino del 1969. E poi arriva una frase di Giangiacomo che riassume le forti motivazioni che lo spingono ad imboccare la strada rivoluzionaria: “Quello che tu senti per l’Alto Adige è quello che io sento per l’Italia”. Il nemico è comune: la borghesia capitalista che intrallazza con gli italiani e sfrutta contadini, operai, giovani. 

C'è ovviamente una certa ironia nella scelta del bersaglio. I Feltrinelli avevano possedimenti in Alto Adige fin dall’Ottocento - foreste, segherie, immobili tra Appiano e Dodiciville -  e la Feltrinelli Masonite era una fabbrica attiva dagli anni Trenta. Secondo il settimanale Epoca, quando Giangiacomo morì, era questa la sua principale fonte di guadagno. Ma basta vedere gli archivi della Cgil altoatesina per capire che gli operai bolzanini non godevano di particolari privilegi rispetto ai colleghi delle altre fabbriche. Una delle non poche contraddizioni nella vita di Feltrinelli.

Nella sua lettura della realtà sudtirolese l’editore sembra non tenere in debito conto il fatto che i contadini sudtirolesi all’epoca erano sì una classe economicamente  in difficoltà ma anche profondamente radicata in un universo cattolico e iper conservatore. La leva che li muoveva era etnico-identitaria, non di classe o di giustizia sociale. Il terrorismo sudtirolese era inoltre tutto tranne che anticapitalista e di sinistra e, a partire dal 1962, tendeva addirittura verso derive neonaziste pangermaniste. Difficile scaldare il cuore dei contadini, ma, con questi punti di riferimento, pure quello degli operai in buona parte di lingua italiana, che allora erano già parecchie decine di migliaia. Difficile fare la rivoluzione con questi presupposti.

Se il documento “Italia 1968” è rimasto inedito, la questione sardo-sudtirolese entra invece anche in uno scritto pubblicato all’inizio del 1969 e facilmente reperibile sul sito della Fondazione GGF. Si intitola “Contro l’imperialismo e la coalizione delle destre” e sviluppa molti dei temi che abbiamo visto nel testo precedente. L’editore propone di lavorare “a una piattaforma politica che stringa assieme le classi lavoratrici e la maggioranza della popolazione che vive del proprio lavoro nella lotta rivoluzionaria per il socialismo e il comunismo. Questa piattaforma dovrà esprimere e collegare, in ogni momento, le richieste più elementari con gli obiettivi finali della lotta per un concreto avanzamento della democrazia e della libertà e per un costante, progressivo miglioramento delle condizioni economiche e politiche delle classi lavoratrici”. E poi alla lettera I) si legge: 
I) Immediata indipendenza piena e totale per regioni, come la Sardegna e il Sud Tirolo (Alto Adige) (previa rettifica etnica dei confini della regione mediante stralcio da essa del Trentino), le cui popolazioni si esprimessero in un referendum a maggioranza assoluta a favore del distacco, della separazione dallo Stato italiano (anche se riteniamo che i problemi di queste popolazioni non potranno essere risolti fin tanto che esse non faranno i conti con le borghesie capitaliste locali). Il popolo italiano non potrà mai essere indipendente e libero fin tanto che negherà indipendenza e libertà a coloro che la reclamano.

A cosa si riferisce Feltrinelli quando parla della borghesia traditrice e delle sette famiglie? Proviamo a dare una prima risposta. Nel 1961, nel pieno della tensione post Notte dei fuochi, nasce dentro la SVP la corrente Aufbau (“ricostruzione” o “progresso”), in aperta critica alla linea rigida di Silvius Magnago (ne scrivemmo ampiamente qui). Il movimento si manifesta con un documento pubblicato sul Dolomiten e rappresenta l’ala moderata ed europeista del partito. Tra i promotori e firmatari spiccano Toni Ebner, Roland Riz, Karl von Braitenberg, insieme a Erich Amonn, Walter von Walther e Alois Pupp. Aufbau chiede una svolta: abbandono delle posizioni estremiste, apertura al dialogo con lo Stato italiano, sviluppo economico e convivenza interetnica. La pressione di questa corrente costringe Magnago ad ammorbidire fin da subito la propria linea, contribuendo indirettamente a creare il clima politico che porterà al percorso della Commissione dei 19 e al  secondo Statuto di autonomia. Questa parte della “lettura” feltrinelliana della realtà non è per nulla campata in aria: fu la borghesia cittadina a trainare la Stella alpina verso la strada che porterà al Pacchetto. 

Tra il 1968 e il 1969, mentre Feltrinelli medita di intervenire con il proprio proclama, in Südtirol-Alto Adige imperversa il dibattito Autonomia Sì / Autonomia No, culminato nel congresso SVP del 22 novembre 1969, in cui la linea autonomista — ormai incarnata anche dallo stesso Magnago — passa per una manciata di voti. Due piani che non si incontrano: da una parte la strategia politica concreta, lenta, negoziale della Stella alpina, dall’altro lo sguardo sempre più ideologizzato di Feltrinelli.

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