mercoledì 23 settembre 2026

Turismo e autogoverno: quanto potere vuole la Sardegna sui propri interessi fondamentali? - Alessandro Cuccu


Alla fine di ogni estate, in Sardegna, torna la stessa discussione. Le spiagge si svuotano, i dati sui flussi turistici finiscono sui giornali, e con puntualità riparte il dibattito su quanto spazio il turismo debba occupare nell’economia dell’isola.

Da una parte, chi ritiene che il settore abbia assunto un peso eccessivo nella programmazione regionale, sottraendo risorse e attenzione allo sviluppo degli altri comparti. Dall’altra, chi ribalta l’argomento e legge ogni critica come un attacco al settore che, più di ogni altro, produce reddito, occupazione e domanda dall’estero. Non si sputa, si dice, nel piatto in cui si mangia.

Entrambe le posizioni guardano il turismo dalla parte sbagliata. Che generi valore è un fatto verificabile: il punto è quanto di quel valore diventi effettivamente reddito e attività economica per la Sardegna, quanta parte remuneri invece soggetti e servizi esterni al territorio, e quali costi la sua presenza concentri sull’isola.

Misurare questo, trattenere valore e governare i costi, è già un esercizio utile. Ma sotto c’è una posta più grande, ed è quella che conta davvero: quanto potere vuole esercitare la Sardegna sui propri interessi fondamentali. A questa posta si risponde in un solo modo: comprendendo la questione nella sua interezza (numeri, meccanismi, filiere, vincoli giuridici) e proponendo soluzioni concrete, verificabili, che qualcuno possa davvero attuare.

Le due domande, però, non si dimostrano allo stesso modo. Quanto valore un territorio trattiene si misura con i dati disponibili, come farà questo articolo. Quanto potere una comunità sa esercitare si costruisce piuttosto nel tempo, attraverso l’uso concreto degli spazi di autogoverno già disponibili, molti dei quali, nel caso del turismo, sono già nelle mani della Regione e dei Comuni.

Il turismo è il terreno più concreto su cui applicare questo metodo, perché attraversa per intero il ciclo che una comunità responsabile del proprio destino economico dovrebbe saper governare da sola: attrarre valore, produrlo, trattenerlo, investirlo, gestirne i costi, senza delegare nessuno di questi passaggi a un centro decisionale esterno.

Quanto pesa il turismo nella programmazione

Prima di discutere se il turismo occupi troppo spazio nella programmazione regionale, vale la pena guardare i numeri.

Il principale programma di investimento europeo, il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) 2021-2027, mette a disposizione della Sardegna 1,581 miliardi di euro su diverse priorità: competitività intelligente, transizione digitale e verde, mobilità urbana sostenibile, inclusione sociale, sviluppo urbano e assistenza tecnica.

Le quote maggiori vanno alla transizione verde (522,5 milioni) e alla competitività intelligente (340,1 milioni), seguite da inclusione sociale e sviluppo urbano (225,3 milioni ciascuna). Il turismo è presente, ma dentro una programmazione che finanzia in parallelo ricerca, digitalizzazione, PMI, competenze, energia ed economia circolare. La strategia regionale di specializzazione intelligente individua sei aree prioritarie: ICT, agroalimentare, aerospazio, biomedicina, energia e reti intelligenti, turismo e cultura.

Questo dimostra che il quadro della programmazione regionale non è costruito attorno a una sola filiera.

La questione più interessante, quindi, è un’altra: che cosa produce il turismo, quanto di questo valore resta in Sardegna e quali costi aggiuntivi determina?

Il turismo genera valore

Il turismo pesa già per una quota del valore aggiunto regionale superiore alla media europea. A differenza di altri settori concentrati in pochi grandi impianti, poggia su una rete diffusa di piccole imprese locali e attiva domanda lungo un’intera filiera: ricettività, ristorazione, trasporti, commercio, servizi, cultura, agricoltura, produzioni alimentari.

Il solo comparto alberghiero impiega quasi 10.000 addetti diretti; per l’estate 2026 sono state programmate oltre 16.000 assunzioni nei servizi di alloggio, ristorazione e turismo, mentre una quota rilevante delle imprese segnala difficoltà a reperire personale.

Ma è nei flussi che la dimensione del fenomeno emerge con più chiarezza.

Nel 2025 la Sardegna ha superato per la prima volta i 5 milioni di arrivi, con circa 22 milioni di presenze. Secondo l’Osservatorio regionale le presenze sono state 21.922.765: +15,9% sul 2024, +34,2% sul 2023. Nel primo semestre 2026 il quadro ha continuato a mostrare una crescita (+8,24%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La crescita è sempre più internazionale. Nel 2025 gli stranieri hanno rappresentato circa il 56% delle presenze, oltre 12 milioni di pernottamenti. La Germania ha superato per la prima volta i tre milioni di presenze, la Francia 1,6 milioni, la Svizzera un milione. Gli Stati Uniti, con quasi 400.000 presenze e una crescita molto significativa negli ultimi due anni, sono diventati il primo mercato extraeuropeo.

Questi numeri descrivono una delle principali porte attraverso cui la Sardegna intercetta domanda estera. Il turismo rende profittevoli, agli occhi delle compagnie aeree, molte delle rotte da e per l’isola e permette a piccole imprese agroalimentari, culturali e di servizi di entrare in contatto con consumatori esteri senza dover sostenere da sole i costi necessari a costruire una presenza commerciale internazionale.

Su questo il punto dovrebbe essere pacifico: il turismo è un vantaggio comparato reale della Sardegna e va riconosciuto come tale. Ma riconoscerlo significa usarlo per alimentare le altre filiere, non per sostituirle. Senza farne, per questo, il motore esclusivo dell’economia regionale.

Non tutto il valore resta in Sardegna

È qui che occorre introdurre una distinzione che nel dibattito pubblico viene spesso trascurata.

La spesa di un turista non coincide con il valore aggiunto prodotto in Sardegna. Se un visitatore spende 100 euro in un ristorante, quei 100 euro comprendono anche il costo degli alimenti, dell’energia, dei servizi acquistati dall’impresa, degli affitti e di altri input. Solo una parte diventa valore aggiunto dell’attività locale. E anche una parte del valore aggiunto può poi tradursi in redditi o remunerazioni che non rimangono interamente sul territorio.

Per questo il problema non è semplicemente stabilire quanti euro spende un turista in Sardegna. Bisogna capire quanti euro di valore aggiunto territoriale quella spesa contribuisce a generare e quale parte della catena economica viene remunerata fuori dall’isola.

La letteratura internazionale mostra che la distribuzione dei benefici del turismo dipende anche dalla struttura proprietaria attraverso cui il settore è organizzato. Dove imprese esterne o multinazionali controllano una parte rilevante della filiera, una quota maggiore dei redditi può essere catturata fuori dal territorio. Questo non significa che la presenza di capitale esterno sia necessariamente negativa: può portare investimenti, competenze, tecnologia, marketing e accesso ai mercati. Il punto è capire se questi benefici compensino la quota di reddito che viene trasferita fuori dall’economia locale.

In Sardegna il problema passa per almeno tre canali.

Il primo è la posizione nella filiera. Il valore aggiunto per addetto nel comparto alloggio-ristorazione è nettamente inferiore a quello del complesso di commercio e servizi, e lo stesso vale per gli investimenti per addetto. Una stima SRM indicava 63,8 euro di valore aggiunto attivato nell’indotto sardo per ogni presenza turistica aggiuntiva, contro 103,4 euro nella media italiana: un divario che segnala quanto sia ancora debole la capacità del turismo sardo di attivare valore aggiunto lungo la filiera locale.

Il secondo è l’intermediazione digitale. Le commissioni delle principali piattaforme di prenotazione possono collocarsi indicativamente tra il 15 e il 25%, a seconda della piattaforma, della struttura e delle condizioni contrattuali. È una quota della spesa che remunera un servizio reale e non può essere semplicemente definita “valore perso”. Il punto è un altro: quanto della spesa turistica remunera imprese e fattori produttivi presenti in Sardegna e quanto viene destinato a soggetti esterni per intercettare, distribuire o organizzare quella domanda.

Il terzo è fiscale. Lo Statuto Speciale attribuisce alla Sardegna una quota significativa del gettito delle imposte sul reddito. Il punto è verificare quanto i criteri oggi utilizzati per attribuire territorialmente questo gettito riescano a riflettere l’effettiva attività economica generata nell’Isola, soprattutto quando essa coinvolge società con sedi e attività distribuite su più territori, gruppi societari, intermediari e piattaforme digitali.

Struttura della filiera, intermediazione, attribuzione fiscale sono fenomeni diversi ma con un punto in comune: una parte del valore economico associato alla presenza turistica può essere prodotta o catturata fuori dall’economia regionale.

Il valore netto territoriale si può cominciare a misurare

È qui che il tema diventa interessante.

Un indicatore complessivo del valore netto territoriale di una presenza turistica non esiste oggi come misura statistica consolidata. Ma costruirlo non significherebbe partire da zero.

La Sardegna dispone già di una parte significativa dell’infrastruttura informativa necessaria: dati sui flussi, capacità ricettiva, distribuzione territoriale e temporale delle presenze e, più recentemente, informazioni sulla spesa effettuata attraverso i sistemi di pagamento elettronici.

I dati consentono di osservare quantità e tipologia della spesa, mercato di provenienza e importo medio delle transazioni. La ristorazione, gli alimentari e gli alberghi rappresentano alcune delle principali categorie di spesa, anche se i dati relativi agli hotel devono essere letti con cautela perché una parte consistente delle camere viene pagata anticipatamente online tramite OTA o agenzie situate fuori dall’isola.

Questo è un passaggio importante perché sposta l’attenzione dal volume del turismo alla sua capacità di generare attività economica sul territorio. Sapere quanti turisti arrivano non basta. Bisogna sapere quanto spendono, dove spendono, quali settori beneficiano di quella spesa, quali beni e servizi acquistano le imprese turistiche dai fornitori locali e quali quote della catena del valore vengono remunerate fuori dall’isola.

Il passo successivo dovrebbe essere la costruzione di un vero Indicatore del Valore Netto Territoriale del Turismo, che misuri almeno quattro componenti: il valore aggiunto prodotto direttamente sul territorio; quello attivato lungo la filiera locale; la quota di redditi e remunerazioni trasferita a soggetti esterni alla regione; i costi marginali che la presenza turistica genera per infrastrutture e servizi pubblici.

A quel punto il confronto fra destinazioni non sarebbe più soltanto arrivi, presenze, spesa. Diventerebbe valore netto prodotto per presenza, quota di valore trattenuta localmente, costi marginali generati e capacità di distribuirli nel tempo. Sarebbe un cambiamento sostanziale nel modo di governare il turismo.

Il turismo concentra alcuni costi sul territorio

Gli stessi flussi che generano valore concentrano, negli stessi mesi e nelle stesse zone, costi precisi.

Nel 2025, circa 14,7 milioni di presenze si sono concentrate nei tre mesi di alta stagione, altri 7,2 milioni tra aprile, maggio, settembre e ottobre: la media stagione rappresenta ormai circa un terzo delle presenze annuali. La bassa stagione, da novembre a marzo, resta invece marginale.

Il dato non è statico: nel 2025 la media stagione è cresciuta del 39,2% rispetto al 2023, la bassa stagione del 32,1%.

È un segnale positivo, ma non ancora sufficiente. La questione non è soltanto aumentare la domanda nei mesi meno affollati: è trasformare quella crescita in domanda stabile e in valore economico durevole.

Più è ristretta la finestra turistica, infatti, più si concentrano alcuni effetti negativi: pressione sul mercato immobiliare, dove le locazioni brevi possono ridurre l’offerta disponibile per il mercato residenziale e contribuire, nelle aree più esposte, alla crescita dei canoni; difficoltà nel reperire alloggi per chi lavora nella ricettività; un mercato del lavoro che fatica a offrire percorsi continuativi; infrastrutture dimensionate per una popolazione molto più piccola di quella che l’isola ospita d’estate.

La pressione riguarda anche acqua, energia, mobilità, rifiuti, sanità e altri servizi pubblici, con il picco turistico che si sovrappone, in particolare, ai mesi di maggiore scarsità idrica.

C’è infine un costo culturale, più difficile da misurare ma non per questo meno rilevante. Un modello turistico può valorizzare la specificità di un territorio, oppure sostituirla progressivamente con un’immagine standardizzata, costruita sulle aspettative della domanda. Nel primo caso il turismo aumenta il valore percepito e prodotto localmente; nel secondo rischia di consumare proprio ciò che rende il territorio attrattivo. Anche questa dovrebbe diventare una variabile della valutazione complessiva del modello turistico sardo.

Quindi non è una questione di quantità

La domanda “più o meno turismo” perde senso. Ridurre i flussi può abbattere alcuni costi, ma non corregge da solo la struttura che determina quanto valore resta sul territorio. Allo stesso modo, aumentare indefinitamente gli arrivi non significa necessariamente aumentare nella stessa proporzione il benessere dei residenti.

La domanda che conta è come aumentare il valore netto prodotto da ogni presenza e come distribuire nel tempo e nello spazio sia i benefici sia i costi.

Le politiche dovrebbero quindi muoversi lungo quattro direttrici: distribuire meglio la domanda nel tempo, trattenere più valore nella filiera locale, alzare la produttività di ciò che già esiste, governare i costi che si concentrano nei periodi di picco.

Distribuire meglio la domanda

Spostare parte dei flussi su primavera e autunno non serve solo a ridurre la pressione sui mesi di punta: crea una domanda più continuativa, capace di rendere sostenibili collegamenti aerei e servizi che oggi dipendono soprattutto dalla stagione estiva.

Gli incentivi pubblici possono sostenere l’avvio di nuove rotte entro condizioni precise, ma la sostenibilità della domanda va costruita nel tempo. L’obiettivo non dovrebbe essere finanziare indefinitamente collegamenti che il mercato non riesce a sostenere, ma utilizzare l’intervento pubblico per superare una fase iniziale e generare condizioni affinché la domanda fuori dalla stagione estiva renda progressivamente le rotte economicamente sostenibili.

In questo senso è interessante anche l’esperienza del “Patto Destinazione Sardegna Nord Ovest”, costruito da un gruppo di amministrazioni comunali e camere di commercio del Nord Ovest sardo, che sta provando a utilizzare il gettito dell’imposta di soggiorno per facilitare e attirare collegamenti fuori stagione.

Una domanda distribuita su più mesi ha anche un effetto indiretto sulla ritenzione del valore: aumenta l’utilizzo di infrastrutture, competenze e imprese durante l’anno invece che concentrarlo in una finestra ristretta.

Qualcosa sta già cambiando: nel 2025 la media stagione ha raggiunto oltre 7,2 milioni di presenze, +39,2% sul 2023; anche la bassa stagione è cresciuta, +32,1%, pur restando marginale in termini assoluti.

Trattenere più valore nella filiera

La seconda leva è rafforzare le imprese sarde competitive nella fornitura di beni e servizi al turismo, dall’agroalimentare alla tecnologia, dalla manutenzione ai servizi professionali.

Non significa creare una filiera artificialmente chiusa. Un’economia aperta ha bisogno di acquistare beni, capitali, tecnologia e servizi dall’esterno. Il problema non è eliminare gli operatori esterni, ma fare in modo che le imprese locali siano abbastanza forti da occupare una quota crescente delle fasi economicamente interessanti della filiera.

Questo significa sostenere aggregazioni fra micro-imprese, reti di fornitura, capacità logistica, certificazioni, digitalizzazione, innovazione e accesso ai mercati.

Significa anche utilizzare meglio i dati già raccolti: se sappiamo quali mercati spendono di più, quali categorie di consumo crescono, quali territori catturano maggiore valore e quali mesi producono domanda aggiuntiva, possiamo orientare le politiche verso i flussi economicamente più interessanti.

La Regione dispone già di buona parte di questa infrastruttura informativa. Il passo successivo è trasformarla in uno strumento di decisione. Un obiettivo misurabile potrebbe essere proprio l’aumento progressivo del valore netto territoriale per presenza.

Produttività, non soltanto occupazione

Il turismo sardo crea molta occupazione, ma una parte del problema strutturale è che una quota significativa degli impianti e delle competenze viene utilizzata intensamente per pochi mesi e molto meno nel resto dell’anno. Questo incide sulla produttività e sulla qualità del lavoro; e alzarla non significa finanziare nuovi investimenti isolati, ma allargare la finestra temporale: la leva più diretta per far lavorare di più, e meglio, gli stessi impianti e le stesse persone.

Banalmente, un albergo che riesce a operare sette-otto mesi anziché quattro non aumenta soltanto il numero delle camere vendute: distribuisce i costi fissi su un periodo più lungo, stabilizza il lavoro, rende più conveniente investire in competenze.

Governare i costi

Sul fronte abitativo, il problema richiede una politica fondata sui dati più che su un divieto generalizzato.

Per questo il primo obiettivo dovrebbe essere conoscere con precisione la distribuzione territoriale delle locazioni brevi, la loro intensità e la relazione con l’offerta abitativa disponibile.

In Sardegna esiste già un sistema regionale di identificazione delle attività ricettive e delle locazioni. Questa infrastruttura può diventare una base per politiche più selettive: non necessariamente limitare ovunque, ma intervenire dove gli indicatori mostrano una pressione abitativa incompatibile con le esigenze della popolazione residente.

La logica dovrebbe essere quella della regolazione territoriale selettiva. Dove la pressione è bassa, non c’è necessariamente motivo di introdurre vincoli. Dove la quota di abitazioni destinate agli affitti turistici raggiunge livelli tali da ridurre sensibilmente l’offerta residenziale, si possono invece valutare strumenti più incisivi; un quadro che la Commissione europea sta ridisegnando proprio in questi mesi con l’Affordable Housing Act, pensato per dare agli enti locali basi giuridiche più solide per intervenire sulle locazioni brevi nelle aree sotto pressione abitativa.

La stessa logica può essere applicata alla capacità dei luoghi più fragili. Si pensi per esempio alle forme di accesso contingentato introdotte in diverse spiagge. Il punto è riconoscere che esiste una capacità fisica, ambientale e infrastrutturale oltre la quale un ulteriore visitatore può produrre meno valore di quanto costi al territorio. In altre parole, anche la capacità di carico deve diventare una variabile economica.

Quanto potere vuole esercitare la Sardegna sui propri interessi fondamentali

Il turismo rende evidente un principio più generale: una comunità costruisce potere sviluppando, su ciò che già ha in mano, le idee e gli strumenti per esercitarlo davvero.

Una comunità che si considera responsabile del proprio ciclo economico dovrebbe saper rispondere a domande concrete: quanto valore genera il turismo, quanto ne resta sul territorio, quali costi produce per abitazioni, infrastrutture, acqua, mobilità e servizi pubblici, e quali politiche migliorano questo rapporto. Le leve descritte in questo articolo (distribuire la domanda, rafforzare la filiera, alzare la produttività, regolare le locazioni turistiche, gestire la capacità di carico) sono già nelle mani della Regione e dei Comuni. In questo senso l’autogoverno è un esercizio che si può e si deve cominciare oggi, con gli strumenti che già ci sono. 

Sapere usarli bene non garantisce automaticamente competenze ulteriori, ma è la condizione per trattare ogni questione come la tratterebbe una comunità già pienamente responsabile di sé: non aspettando il permesso di decidere, ma esercitando fino in fondo, da subito, gli spazi disponibili.

Ed è qui che le dimensioni del problema si tengono insieme.

C’è una questione di giustizia sociale, perché a pagare i costi della stagionalità (affitti più alti, case sottratte al mercato residenziale, lavoro discontinuo, servizi pubblici sotto pressione) sono soprattutto i residenti e chi lavora nel settore, mentre parte dei benefici economici può essere catturata fuori dal territorio.

C’è una questione di innovazione e impresa, perché trattenere più valore significa rafforzare le filiere locali, digitalizzare le imprese ricettive, aumentare la produttività, allungare la finestra temporale e utilizzare meglio i dati disponibili.

E c’è una questione di potere, perché ogni volta che un territorio dimostra di saper misurare, distribuire e governare questi processi da solo, restringe lo spazio di chi sostiene che certe decisioni debbano essere necessariamente prese altrove.

Questo vale anche per il turismo nel suo complesso. Non sarebbe razionale chiedere alla Sardegna di rinunciare al proprio principale vantaggio comparato internazionale. Ma non è razionale nemmeno accettare che il successo del settore venga misurato esclusivamente attraverso arrivi e presenze. Il turismo è tanto più utile alla Sardegna quanto più riesce a trasformare domanda esterna in valore aggiunto locale, in redditi e imprese solide, e queste risorse in capacità produttiva per il resto dell’economia.

È questa la differenza fra una comunità che subisce un modello economico e una comunità che lo governa. E non c’è scorciatoia che tenga: la comprensione approfondita della materia e la proposta di soluzioni concrete restano l’unica strada per rispondere seriamente alla domanda sul potere, qualunque sia la risposta politica di fondo a cui si crede. Perché trattenere valore e governare i costi significa anche questo: poter fare turismo restando sé stessi, senza piegarsi a un’immagine costruita per compiacere chi guarda da fuori, senza scimmiottamenti né forzature sui propri luoghi e sulla propria identità.

Ecco perché la vera posta in gioco della questione turistica non è quanto turismo vogliamo, ma quanto potere vogliamo esercitare su di esso, e quanto siamo disposti a lavorare su giustizia sociale, capacità d’impresa e conoscenza, per dimostrare ai sardi e alle sarde di saperlo esercitare.

da qui

martedì 22 settembre 2026

London bye bye

Il rilancio della richiesta di indipendenza delle “nazioni celtiche” nel Regno Unito - Omar Onnis

Lunedì 14 settembre, a Cardiff (Galles), si sono riuniti i primi ministri delle “nazioni devolute” o anche “celtiche” del Regno Unito di Gran Bretagna, per discutere sulla possibilità di procedere insieme nel processo di autodeterminazione delle rispettive comunità. Si chiamano Rhun ap Iorwerth (Galles), John Swinney (Scozia) e Michelle O’Neill (Irlanda del Nord). Sono tutti e tre leader di partiti indipendentisti, sia pure con sfumature e in contesti differenti, e in questa veste, non in quanto primi ministri (per evitare incidenti istituzionali), si sono incontrati nella capitale gallese.

Al dibattito hanno partecipato attivamente sia la leader del Sinn Féin Mary Lou McDonald, sia Michael Martin, primo ministro dell’Eire-Repubblica d’Irlanda, ovviamente coinvolti nella questione.

La richiesta di poter procedere con consultazioni popolari sulla separazione dal Regno Unito è stata rivolta al primo ministro britannico Andy Burnham, ma sul tema è intervenuto – possiamo ben dire goffamente (per usare un eufemismo) – lo stesso presidente USA Donald Trump, dichiarandosi favorevole alla riunificazione dell’Irlanda sotto la bandiera dell’Eire. Il che ha immediatamente provocato un incidente diplomatico, dato che gli esponenti politici nord-irlandesi di confessione unionista non hanno accolto tali dichiarazioni con particolare favore.

In Italia questa vicenda non è seguita con particolare interesse dai mass media. Se ne trova traccia in qualche testata, ma con toni scettici e spesso sarcastici. Allo stesso modo in cui venne trattato a suo tempo il primo referendum scozzese sull’indipendenza, nel settembre 2014, e quello catalano dell’ottobre 2017. Un problema culturale e politico profondo, che nel “bel paese dove ‘l sì sona” accomuna l’intellighenzia progressista a quella di destra e nazionalista.

A dirla tutta, anche in Sardegna non se ne è parlato molto. Un certo provincialismo subalterno del nostro ceto medio istruito, estremamente timoroso su queste tematiche, la grettezza della nostra politica e la scarsa propensione a guardare oltre i confini dell’isola e dell’Italia della nostra informazione impongono questo esito. 

Eppure si tratta di un processo politico estremamente rilevante, perché, al di là dei suoi esiti concreti, ci costringe a riflettere su diversi temi e aspetti della nostra democrazia e del nostro rapporto – come comunità sarda – con lo stato italiano.

I partiti indipendentisti delle “nazioni devolute” britanniche sono tendenzialmente europeisti, ossia prediligono una relazione forte col Continente, a dispetto dei partiti nazionalisti inglesi e a contrasto esplicito della Brexit. L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, nel 2016, ha infatti prodotto non solo problemi assortiti a livello economico e sociale, ma ha anche inevitabilmente acuito i contrasti tra il centro – Londra, l’Inghilterra come comunità egemone – e le altre comunità suddite della corona britannica.

Lo stesso indipendentismo catalano, nelle sue varie incarnazioni, è piuttosto europeista, sia pure con differenze dovute agli orientamenti di base delle sue componenti, che coprono uno spettro politico ampio, dalla sinistra anticapitalista alla destra moderata.

In generale l’indipendentismo europeo è sempre stato piuttosto sensibile all’internazionalismo, se non altro per una necessità di solidarietà tra movimenti minoritari in conflitto con i rispettivi stati centrali. Ma è anche un retaggio degli orientamenti prevalentemente progressisti, quando non apertamente di sinistra, della maggior parte delle organizzazioni autodeterminazioniste. Ultimamente, tuttavia, si è allargata la fascia anti-europeista e a tratti puramente nazionalista. Una certa difficoltà ad orientarsi nelle dinamiche storiche in corso ha alimentato divergenze diffuse su questioni rilevanti come la guerra in Ucraina, il riarmo europeo (o meglio, dei diversi stati europei), la stessa Unione Europea, l’immigrazione, le relazioni internazionali. Osservare quello che succede in questo momento nel Regno Unito può fornirci spunti di riflessione da angolazioni diverse, quindi preziose. 

Non credo proprio che nei movimenti indipendentisti gallesi e scozzesi e nell’orizzonte del Sinn Féin irlandese prevalgano particolari illusioni sulla natura dell’UE. Sia per sua natura, per come è stata edificata, sia per le prese di posizione istituzionali di questi decenni, dovremmo aver imparato che l’establishment europeo è sì un interlocutore necessario ma è anche una controparte con cui intavolare una negoziazione serrata, a proposito della questione autodeterminazione all’interno degli stati membri. In ogni caso, nonostante i suoi limiti, l’UE rimane comunque un agglomerato politico democratico, sia pure minacciato e più precario che mai, sovranazionale (quindi già impostato in termini teoricamente confederali), profondamente integrato. Nonostante la mediocrità e gli orientamenti tecnocratici e oligarchici dei suoi vertici, dispone, a livello istituzionale, di un parlamento democraticamente eletto, di entità giudiziarie sovrastatali a cui appellarsi, di un orizzonte di valori universali di libertà e diritti civili e sociali almeno astrattamente condiviso. L’esistenza di un gruppo politico come l’European Free Alliance (EFA, o ALE per dirla in italiano) garantisce per altro una forma di rappresentanza istituzionale delle popolazioni senza stato. Non è poco, nel mondo di oggi. 

Purtroppo molto indipendentismo europeo sta ripiegando su posizioni di retroguardia, anziché rilanciare i suoi temi in un’ottica adeguata ai tempi che corrono. La sfida dei neo-fascismi e dei partiti reazionari e nazionalisti è spesso sottovalutata, forse perché più complessa e difficile da affrontare, preferendo discorsi – perlopiù fatti di posizionamenti astratti – di stampo geopolitico. Temi decisivi come i cambiamenti climatici, la transizione energetica, i diritti umani, la stessa autodeterminazione democratica sono lasciati in secondo piano, anziché essere al centro dell’agenda. Pensiamo a quale danno ciò rappresenti in una situazione come quella sarda, in cui l’isola subisce una delle peggiori aggressioni coloniali della sua storia, davanti a una prospettiva di restringimento della sfera democratica e di tutela delle minoranze e a una palese stretta repressiva. Già solo il tema della transizione energetica meriterebbe di essere affrontato in termini sovranazionali e solidali, in una prospettiva di democratizzazione di produzione e consumo a livello continentale, a contrasto dell’approccio meramente affaristico e speculativo in corso, promosso sia dai vertici dell’UE sia dai governi statali (da quello italiano in primis).

Vedremo cosa succederà nel Regno Unito, dopo la riunione del 14 settembre. È possibile che a dodici anni dalla data del primo referendum scozzese (18 settembre 2014) venga dichiarata ufficialmente dai vertici dello Scottish National Party l’intenzione di procedere con un secondo tentativo di separazione. Trattandosi di una concessione da parte del governo di Londra, sarà interessante vedere come reagirà il governo del laburista Burnham, così come sarà interessante verificare come il processo andrà avanti in Galles e Irlanda. Senza dimenticare il fermento indipendentista nella regione periferica della Cornovaglia, che potrebbe trarre nuove energie da eventuali successi delle nazioni celtiche.

La diversa visione proveniente dalle isole britanniche e gli sviluppi di questa vicenda potrebbero innestare nell’assopito dibattito autodeterminazionista europeo, compreso quello sardo, nuova linfa e nuove prospettive. A patto di uscire dagli schemi vetusti del secolo scorso e di recuperare il terreno perduto nell’elaborazione teorica e nei metodi di lotta politica.

da qui

 

Scozia, Galles e Irlanda del Nord contro Londra. Secessione? - Piero Orteca

La fine del Regno Unito? Storico vertice a Cardiff: le nazioni da sempre ‘vassalle’ dell’Inghilterra (Scozia, Galles e Irlanda del Nord) si riuniscono per chiedere l’indipendenza da Londra. Vogliono un modello di sviluppo diverso e sono pronte ad aderire all’Unione Europea. E ora Burnham che farà?

L’Inghilterra e il “fronte interno”

Se in questo momento fossimo al posto di Andy Burnham, più che pensare ai guai dell’Ucraina, ci preoccuperemo piuttosto di quello che sta succedendo in casa sua, nel regno di Sua maestà britannica. Dove, nuvoloni neri come la pece, si profilano all’orizzonte e deliberano un futuro sempre più plumbeo. Perché, vedete, prima o dopo tutti i nodi vengono al pettine. E chi ha sempre rimandato la soluzione degli acuti problemi di convergenza sociale e nazionale, che nelle isole britanniche covano da secoli sotto la cenere, oggi se li ritrova esplosi tutti in un colpo. Ieri, a Cardiff un evento che segna uno snodo cruciale nella storia britannica contemporanea: “Le tre nazioni”, da sempre vassalle dell’Inghilterra, cioè Scozia, Galles e Irlanda del Nord, hanno firmato un documento congiunto, che chiede l’autodeterminazione. Non è una lettera di intenti, ma una vera e propria dichiarazione di guerra diplomatica, per far capire a Downing Street che il tempo in cui tutta la vita del Paese dipendeva dagli umori di Westminster è finito. O, almeno, che il modo di amministrare il potere e, soprattutto, quello di erogare i servizi, vanno profondamente ripensati. Se vogliamo, è un’altra sfaccettatura, questa volta territoriale, della stessa medaglia: Il “deep power”, il potere profondo trincerato dietro il paravento della democrazia, ma avidamente aggrappato alle plusvalenze finanziarie, ha fatto il suo tempo. La crisi di sistema, che si cerca di combattere alimentando la paura della Terza guerra mondiale, per arricchire la lobby delle armi, però, allontana sempre più cittadini dal Palazzo. Così, ora che la crisi si fa più acuta e il “popolo delle bollette” arranca, è inevitabile la ricerca di una spinta al cambiamento. Costi quel che costi, anche puntando su formazioni politiche “alternative”, premiate dalla protesta popolare

La svolta storica di Cardiff

Il Vertice gallese, svoltosi a Cardiff, organizzato per una richiesta di autonomia che assomiglia molto alla “secessione”, ha visto la partecipazione di tre esponenti di spicco delle nazioni interessate. Sono stati i Primi ministri John Swinney, leader dell’SNP scozzese; Rhun ap Iorwerth, leader del Plaid Cymru gallese; e Michelle O’Neill, vicepresidente del Sinn Féin dell’Irlanda del Nord, a firmare il memorandum d’intesa. Il documento rappresenta la base d’azione politica per un’immediata battaglia, che già si annuncia infuocata e che metterà a dura prova il governo laburista di Burnham. Dunque, l’ex sindaco della Grande Manchester dovrà darsi una scala delle priorità, se non vorrà fare la fine ingloriosa di Keir Starmet, perché il Regno Unito è un Paese in ebollizione. L’astro nascente di un laburismo britannico elettoralmente per vincente ma sempre più percorso da fibrillazioni interne e assediato da una popolazione insoddisfatta, che comincia a voltargli le spalle, deve guardare di più al “fronte interno”, o perderà carrozza e cavallo. Il messaggio che gli arriva da Cardiff è pesante. Politicamente si tratta di una sfida che, sommata alle altre ferite aperte (debito pubblico, deficit di bilancio, spese sociali a rischio, spese militari in drastico aumento) rende il compito del nuovo Premier una vera corsa a ostacoli. L’avviso della nordirlandese Michelle O’Neill è chiaro e minaccioso, perché oltre a ribadire la lontananza del Parlamento di Westminster, la signora ha voluto ricordare anche le parole di Donald Trump sulla possibile riunificazione delle due Irlande.

“L’Irlanda va riunita”….

Parlando in una conferenza stampa congiunta, la O’Neill ha affermato: “Stiamo certamente vivendo in tempi di enormi cambiamenti, cambiamenti inarrestabili, cambiamenti che – a prescindere da ciò che dirà qualsiasi Primo ministro britannico – non saranno in grado di arginare l’ondata di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi in questo momento. La nostra causa comune – ha aggiunto – è la consapevolezza che Westminster non serve e non servirà mai bene il nostro popolo. La nostra causa comune è il diritto all’autodeterminazione, e la nostra causa comune è la necessità di fare in modo, collettivamente, che questo messaggio venga ascoltato a Westminster.” A questo punto, è arrivata la parte più dura del discorso, che per Burnham suona come un avvertimento: “La riunificazione irlandese è un’opzione concreta”, ha sibilato Mrs. O’Neill, smentendo clamorosamente Burnham le affermazioni contrarie del signor Burnham e richiamando a suo sostegno le parole del Presidente Trump.

Le modalità della “secessione”

I leader, rivolgendosi direttamente al Premier Andy Burnham, gli hanno chiesto di non sottovalutare il messaggio che parte da Cardiff. Potrebbe essere un grave errore farlo, perché poi il governo di Londra “non sarebbe in grado di arginare l’ondata di crescente nazionalismo in arrivo dalle grandi regioni decentrate”. Scrive il Daily Telegraph: “Il memorandum rileva che, dopo la vittoria del Plaid Cymru alle elezioni gallesi di maggio, per la prima volta tutti e tre i partiti separatisti si trovano contemporaneamente al potere. Quindi non potrebbe esserci un segnale più chiaro che il tempo di Westminster sta per finire”. Infatti, si legge nella dichiarazione: “Crediamo che un cambiamento costituzionale sia imminente”. Il Telegraph sostiene che il documento sottoscritto prevede che le tre nazioni abbiano un pieno diritto all’autodeterminazione che Westminster non potrà bloccare. Ognuna di esse – prosegue il giornale – si muoverà verso la separazione dal Regno Unito ‘a modo suo e nei suoi tempi’. Inoltre, il governo del Regno Unito dovrà effettuare i preparativi necessari per un cambiamento costituzionale in tutte e tre le nazioni”.

Torniamo nell’Unione Europea

“L’accordo – assicura il Daily Telegraph – prevede l’adesione dei Paesi all’UE dopo l’indipendenza, nonostante il Galles a suo tempo abbia votato per la Brexit, e gli avvertimenti secondo cui ciò avrebbe creato un confine rigido con l’Inghilterra. Il patto delinea addirittura i piani per rifiutare il modello economico, definito ‘fallimentare’, di Whitehall, e vuole condividere idee con l’Unione Europea, sulla crescita economica e sulle risorse energetiche. Ribadendo che ‘il futuro delle nostre nazioni appartiene all’UE”.

«Le nostre nazioni hanno il diritto all’autodeterminazione. Nessun governo di Westminster ha il diritto di bloccare la democrazia o minare il principio secondo cui il nostro popolo deciderà il proprio futuro», è l’incipit di una dichiarazione che farà molto rumore a Downing Street.

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lunedì 21 settembre 2026

Rotterdam, Alfredo Goeloe muore durante un fermo di polizia: la città chiede verità

(da Osservatorio Repressione)

 

Il 51enne era stato fermato mentre la polizia cercava una fatbike rubata, ma non era quella su cui viaggiava. Nei video chiede aiuto e dice agli agenti di essere diabetico mentre viene immobilizzato a terra. La famiglia denuncia i poliziotti, aperta un’inchiesta indipendente. Dopo la fiaccolata, scontri davanti al commissariato di Zuidplein

Una bicicletta che non era quella ricercata, un controllo di polizia, l’impossibilità di mostrare un documento. Poi la fuga, secondo la versione fornita dalla procura, l’inseguimento, l’immobilizzazione a terra e le richieste di aiuto. Pochi minuti dopo Alfredo José Goeloe, 51 anni, è morto. È accaduto sabato 12 settembre a Rotterdam-Zuid e da allora una domanda attraversa la città: che cosa è successo durante quell’arresto?

Goeloe si trovava sulla Vaarnerkamp quando è stato fermato dagli agenti. La polizia era intervenuta nella zona dopo la segnalazione del furto di una fatbike. Il particolare decisivo è emerso successivamente ed è stato confermato dalla stessa polizia: la bicicletta sulla quale viaggiava Alfredo non era quella che gli agenti stavano cercando. La famiglia sostiene che fosse la fatbike della compagna Charnelle Babel, incinta di sette mesi, e che Alfredo fosse uscito dalla festa organizzata per l’arrivo del loro bambino per andare a prendere i farmaci di cui aveva bisogno. Secondo Controle Alt Delete, l’organizzazione che assiste i familiari, Goeloe soffriva di diabete.

La ricostruzione fornita dal pubblico ministero sostiene che Alfredo non fosse in grado di mostrare un documento d’identità. Quando uno degli agenti avrebbe cercato di procedere a una perquisizione finalizzata alla sua identificazione, Goeloe sarebbe fuggito. Raggiunto dai poliziotti, sarebbe stato quindi arrestato e avrebbe opposto resistenza. Poco dopo, secondo la versione ufficiale, si sarebbe sentito male. Gli agenti hanno tentato di rianimarlo, senza riuscire a salvarlo.

Ma esistono delle immagini, e sono quelle immagini ad aver trasformato la morte di Alfredo in un caso nazionale. NOS ha verificato un filmato di circa 45 secondi girato durante l’arresto. Si vedono diversi agenti immobilizzare Goeloe a terra mentre l’uomo cerca di divincolarsi e ripetutamente chiede aiuto. Lo si sente dire anche di avere il diabete. Il filmato si interrompe prima del momento in cui perde conoscenza e non permette quindi di ricostruire l’intera sequenza né di stabilire la causa della morte. Ma documenta una parte essenziale dell’arresto e le richieste di aiuto dell’uomo mentre viene trattenuto dagli agenti.

Una testimone, Sylvana Elbers, ha raccontato a NOS di avere assistito alla scena dal proprio balcone. Ricorda di avere sentito Alfredo chiedere aiuto ripetutamente e sostiene che, in un determinato momento, fossero numerosi gli agenti impegnati nell’immobilizzazione. Sono testimonianze che dovranno essere confrontate con i filmati, gli esami medico-legali e le dichiarazioni degli agenti, ma spiegano perché nel quartiere la versione iniziale di un uomo semplicemente “sentitosi male” durante un arresto abbia provocato incredulità e rabbia.

La Rijksrecherche, il servizio investigativo olandese incaricato anche delle indagini sui casi più gravi che coinvolgono funzionari pubblici e forze dell’ordine, ha aperto un’inchiesta sotto la direzione del pubblico ministero. L’accertamento dovrà stabilire non soltanto la causa medica della morte, ma anche se le modalità e la forza impiegate dagli agenti per immobilizzare Goeloe siano state proporzionate e abbiano avuto un ruolo nel decesso. Allo stato attuale delle indagini non esiste ancora una conclusione giudiziaria su questi punti.

La famiglia, però, non intende aspettare passivamente. L’avvocato Gerald Roethof ha annunciato durante la trasmissione televisiva Pauw en De Wit che la figlia maggiore di Alfredo presenterà una denuncia contro gli agenti coinvolti. Il legale ha indicato diverse possibili ipotesi che, a suo giudizio, devono essere verificate dagli investigatori, tra cui omicidio, lesioni con conseguenze mortali o morte provocata da condotta imprudente. Non si tratta naturalmente di accuse già accertate, ma delle qualificazioni giuridiche che la difesa della famiglia chiede siano prese in considerazione nell’indagine.

Dalla fiaccolata alla rabbia davanti al commissariato

Lunedì sera circa duecento persone si sono ritrovate a Slingeplein, a Rotterdam-Zuid, per ricordare Alfredo. In testa alla fiaccolata c’erano i suoi familiari. Charnelle Babel, incinta di sette mesi, portava un cartello contro la violenza della polizia. A NOS ha raccontato la propria rabbia e la perdita di fiducia nella polizia: il bambino che aspetta nascerà senza suo padre. La marcia ha attraversato il quartiere, è passata dal luogo dove Alfredo è morto e ha quindi raggiunto il commissariato di Zuidplein.

La manifestazione fino a quel momento era rimasta sostanzialmente pacifica. Davanti alla stazione di polizia, però, la tensione è salita. Sono comparsi graffiti sulla facciata, sono stati lanciati oggetti e fuochi d’artificio e acceso un piccolo fuoco. La Mobiele Eenheid, il reparto antisommossa olandese, è uscita dal commissariato schierandosi davanti ai manifestanti ed è stata a sua volta bersagliata da oggetti. Gli agenti hanno quindi effettuato cariche per liberare la strada. Una persona è stata arrestata.

È importante una precisazione che diverse cronache iniziali hanno trascurato. La famiglia aveva chiesto esplicitamente che la commemorazione rimanesse pacifica e, secondo la stessa polizia, non è stato immediatamente possibile stabilire se tutte le persone coinvolte negli incidenti avessero partecipato alla fiaccolata. La maggior parte dei manifestanti e i familiari si erano già allontanati quando è avvenuta la fase più dura degli scontri.

La rabbia, tuttavia, non nasce nel vuoto. Nasce davanti alle immagini di un uomo immobilizzato a terra che chiede aiuto e segnala agli agenti la propria condizione medica; nasce dalla scoperta che la bicicletta sulla quale viaggiava non era quella che la polizia stava cercando; nasce soprattutto dalla distanza ancora enorme tra la formulazione burocratica di una persona che “si è sentita male” durante l’arresto e ciò che una parte della scena documentata mostra effettivamente.

Le morti durante gli interventi di polizia

Il caso Goeloe riapre nei Paesi Bassi una questione che precede di molto la notte di Rotterdam. Controle Alt Delete, organizzazione impegnata contro la profilazione etnica e l’uso sproporzionato della forza, monitora da anni le morti avvenute durante o dopo interventi della polizia. Secondo i dati dell’organizzazione riportati da NOS, mediamente circa sette persone all’anno muoiono dopo episodi nei quali gli agenti hanno utilizzato la forza. Alcune vengono uccise da colpi d’arma da fuoco, altre muoiono durante un arresto o poco dopo essere state condotte in custodia. Secondo Controle Alt Delete, Alfredo sarebbe il secondo caso mortale del 2026 collegato all’uso della forza da parte della polizia.

La memoria olandese conserva soprattutto il nome di Mitch Henriquez. Il 42enne originario di Aruba morì nel giugno 2015 dopo essere stato violentemente arrestato dalla polizia durante un festival all’Aia. La sua morte provocò giorni di proteste nella Schilderswijk e una mobilitazione più ampia contro il razzismo e la violenza delle forze dell’ordine. Uno degli agenti coinvolti nell’arresto venne successivamente condannato a sei mesi di carcere con pena sospesa.

Non significa che i due casi siano identici, né che quanto stabilito giudiziariamente per Henriquez possa essere trasferito automaticamente alla morte di Alfredo. Significa però che la reazione di Rotterdam ha una storia alle spalle. Ogni morte durante un fermo pone la stessa questione fondamentale: quali sono i limiti della forza che lo Stato può utilizzare contro una persona che si trova già sotto il controllo dei suoi agenti, e quali meccanismi garantiscono che, quando quei limiti vengono eventualmente oltrepassati, l’accertamento delle responsabilità sia realmente indipendente?

La sindaca di Rotterdam, Carola Schouten, ha dichiarato di essere profondamente colpita dalla morte e di comprendere le numerose domande sorte sulla dinamica dell’arresto. Ha definito fondamentale che venga condotta un’indagine accurata e indipendente. In una comunicazione al consiglio comunale ha inoltre confermato che nell’inchiesta saranno presi in esame anche i video circolati pubblicamente.

È esattamente da quelle immagini che bisogna partire, senza trasformarle in ciò che ancora non possono dimostrare ma neppure ridimensionando ciò che mostrano. Alfredo Goeloe era stato fermato nell’ambito della ricerca di una bicicletta rubata che, come la polizia ha successivamente ammesso, non era quella sulla quale viaggiava. Era senza documento. È stato inseguito e immobilizzato. Durante l’arresto ha chiesto aiuto e ha detto agli agenti di avere il diabete. Poco dopo era morto.

Saranno l’autopsia e l’indagine della Rijksrecherche a dover stabilire perché sia morto e quale ruolo abbiano avuto le modalità dell’arresto. Ma la domanda che lunedì sera centinaia di persone hanno portato nelle strade di Rotterdam non ha bisogno di anticipare una sentenza per essere legittima: come è possibile che un uomo fermato per un controllo dal quale sarebbe dovuto uscire vivo non sia più tornato dalla propria famiglia?

È la stessa domanda che Charnelle Babel dovrà portare con sé mentre aspetta la nascita del loro bambino. Ed è una domanda alla quale non può bastare la formula “si è sentito male durante l’arresto”. Servono fatti, responsabilità accertate e una ricostruzione completa di quei minuti. È questo, prima ancora delle immagini degli scontri davanti al commissariato di Zuidplein, ciò che Rotterdam sta chiedendo.

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domenica 20 settembre 2026

Il Servizio sanitario non c’è più: è possibile ripristinarlo? - Piersergio Serventi

Una mattina dell’ottobre-novembre 1990, a Palazzo Chigi, il ministro del Tesoro Giuliano Amato, presiedendo la conferenza delle Regioni spiegò che se non avessimo fatto immediatamente una riforma della sanità in grado di ridurne la spesa, il Fondo Monetario Internazionale non ci avrebbe prestato i 15.000 miliardi indispensabili per pagare almeno gli stipendi pubblici. Cosa era accaduto? Era accaduto che, nei dieci anni precedenti, il nuovo SSN universalistico e gratuito non era stato supportato da stanziamenti finanziari adeguati. Avevamo fatto il SSN, ma non ci avevamo messo i sodi sufficienti per sostenerlo. Per cui i disavanzi si erano accumulati e i ripiani per evitare il blocco dei servizi erano stati fatti a debito, aggiungendosi al debito del sistema pensionistico (c’erano ancora le pensioni baby) e della macchina pubblica in generale. C’erano margini per recuperi di sprechi e inefficienze? Sì, ma non c’era tempo. Quindi l’alternativa posta da Amato fu secca: o la riforma subito per avere il prestito o il default dello Stato. Messa così, i Presidenti, non poterono che dare parere favorevole. Subito dopo, venne emanato il decreto-legge 1° dicembre 1990 n. 335 che impose il Commissariamento di tutte le Unità Sanitarie Locali, con mandato ai commissari straordinari di ricondurre la spesa entro gli stanziamenti prefissati. Quindi tagli lineari su tutto il sistema, sulla base di standard fissati dallo Stato per dotazioni di posti letto, di personale ecc. e perciò chiusura dei piccoli ospedali e reparti con indici di occupazione sotto standard, riduzioni dei presidi territoriali, accorpamenti di Unità Sanitarie su base provinciale, razionalizzazioni, ma soprattutto blocco delle assunzioni. Da lì in avanti vennero approvati la legge quadro n. 421 del 1992 e i decreti delegati n. 502 del 1992 e n. 517 del 1993 con l’aziendalizzazione del sistema, in un quadro ordinamentale che, pur dopo il superamento dell’emergenza, non è più stato sostanzialmente modificato, nonostante la cosuddetta riforma Bindi del 1999, che in realtà non ha modificato nulla di quell’impianto. Quindi possiamo fissare un punto fermo: la riforma del 1992-94 non aveva nulla a che fare con la tutela della salute degli italiani. Aveva un unico e dichiarato obiettivo: impedire che la spesa sanitaria potesse superare gli stanziamenti e creare problemi di ripiano a carico dello Stato. A prescindere dalla valutazione se gli stanziamenti fossero o non fossero adeguati alla tutela della salute come diritto costituzionalmente protetto e obbligo dello Stato.

L’obiettivo venne raggiunto? Si, in quattro mosse. Primoespulsione dei Comuni non solo dalla gestione, ma anche dal governo della sanità e trasferimento definitivo dal bilancio dello Stato al bilancio delle Regioni degli eventuali disavanzi affinché questi non fossero conteggiati nei calcoli del debito. Seconda mossaaccentramento sulle Regioni stesse di tutte le competenze di gestione delle nuove aziende sanitarie – così chiamate per far meglio capire di cosa si stesse parlando – per il tramite di funzionari regionali a contratto, quindi licenziabili in ogni momento, se inadempienti rispetto agli obiettivi assegnati dalla Regione, il primo dei quali era ed è, l’equilibrio di bilancio; con, per contro, incentivi economici, in caso di pareggio. Terza mossain caso comunque di disavanzi regionali, commissariamento delle Regioni da parte dello Stato, con mandato ai commissari governativi di ulteriori tagli lineari, quindi tagli del personale in primis, che è strutturalmente circa il 50% della spesa. Quarta mossail lancio dei Fondi sanitari, prima integrativi e poi sostitutivi dei LEA, e delle polizze assicurative. Il tutto defiscalizzato a carico dello Stato, in modo da favorire l’organizzazione della gran parte della domanda inevasa verso i privati, a loro volta destinatari di politiche di accreditamento per garantire loro la base economica certa su cui sviluppare l’offerta a pagamento diretto e indiretto. La conseguenza fu una proliferazione di convenzioni fra assicurazioni o fondi da una parte e strutture private dall’altra, in crescita esponenziale, fino ad arrivare al c.d. welfare aziendale sanitario, che oggi copre circa 15 milioni di italiani. Fa piacere per loro: basta sapere che così abbiamo ricostituito le mutue, con buona pace dell’universalismo e dell’uguaglianza di accesso alle cure.

Conclusione: per rendere sostenibile socialmente il definanziamento del SSN, con le conseguenze che sappiamo, si sono spostati oltre 40 miliardi di spesa dal bilancio dello Stato ai bilanci delle famiglie; e i 5-6 milioni di persone che non possono permettersi polizze e non possono pagare, si arrangino. Tanto sono pochi, senza voce e senza rappresentanza. Un paradosso: 5-6 milioni è circa lo stesso numero dei non tutelati prima della riforma del ‘78. Sotto questo aspetto, dopo 46 anni, siamo ritornati lì.

L’amara osservazione è confermata dall’analisi dei soggetti privati in campo e dalla loro rilevanza. Il gruppo S. Donato è quotato in borsa e gli azionisti vanno comunque remunerati. Penta Investiment è un fondo che ha già la più grande catena di ospedali e ambulatori dell’Est Europa e ha acquistato 3000 farmacie in Italia. La Exor di Agnelli ha investito 4 miliardi nel settore salute. La Kos, controllata da CIR (De Benedetti), che ha già 24 RSA, sta ulteriormente investendo. Previmedical mette a disposizione una rete medicale convenzionata in Italia con decine di strutture, in accordo con la recente costituzione per fusione del gruppo assicurativo “Intesa San Paolo RBM salute” con 606 milioni in premi. E sono dati di qualche anno fa. Uni Salute (Unipol), leader nel settore, ha 9800 centri convenzionati e, nei soli primi nove mesi del 2025, ha cresciuto la raccolta premi del 12,7%. Per non parlare del gruppo Garofalo e del gruppo Angelucci, quest’ultimo ben rappresentato in Parlamento e nel Governo. Ed è solo la punta dell’iceberg. Attenzione: non si tratta più di singoli imprenditori, ma di finanza nazionale e internazionale. Per i Fondi pensione, Empam compresa, investire in sanità privata in Italia è un business considerato altamente remunerativo. I fondi comprano perfino i project financing sciaguratamente ancora utilizzati, anche da noi, per costruire ospedali pubblici. E le Assicurazioni ovviamente non coprono gli over 75. Il tutto alimentato dai contratti di fornitura stipulati con i privati accreditati che in questo modo hanno la base economica garantita, per poi sviluppare le attività a pagamento diretto e indiretto, tramite le assicurazioni; e il tutto favorito da una legislazione che consente al privato di investire nei settori a maggior remunerazione e basso rischio, ovviamente lasciando alla rete pubblica il resto.

Come siamo arrivati a questo disastro? È accaduto che lo strumento “aziendalizzazione”, frutto di una cultura politica ben precisa, rendendo socialmente sostenibile il definanziamento praticato fin dal 1981, ha stravolto il sistema che, da universalistico e pubblico, è diventato misto. Quindi l’attuale situazione non è frutto del caso o del destino, ma di scelte ben ponderate, con responsabili ben noti. Ne valeva la pena? Non direi: in 30 anni abbiamo in parte smantellato il SSN e portato la spesa sanitaria pubblica sotto la media UE, ma abbiamo comunque un deficit oltre il 3% e il debito forse più alto d’Europa.

La domanda successiva è: è possibile rimettere il dentifricio nel tubetto o almeno evitare che ne fuoriesca ancora? Per una risposta positiva vedo due ordini di difficoltà: oggettive e soggettive. Partiamo da quelle oggettive. Fino a qualche tempo fa mi sarei limitato a dire che occorre una grande riforma organica che superi l’assetto ordinamentale dell’aziendalizzazione, senza rifare alcuni errori della legge n. 833 del 1978. Oggi, una riforma organica della sanità non basta più. È vero che un sistema sanitario pubblico, universalistico ed equo, è sostenibile finanziariamente nella misura in cui un popolo decide che lo sia, ma il problema delle risorse è reale. Allora, occorre innanzitutto riformare il fisco in senso progressivo intervenendo sui patrimoni e sulle rendite e non solo sui redditi da lavoro, per non parlare dell’evasione, al fine di liberare risorse, ma non basta. Per redistribuire ricchezza occorre crearla, ma per crearla occorrono politiche economiche e industriali coerenti, e una volta creata ricchezza occorrono politiche di bilancio che diano priorità al welfare, piuttosto che ad altro. Quest’ultima cosa, dati i tempi, mi sembra la più difficile. Quindi, per riportare la sanità italiana all’universalismo, occorre un intero programma di governo, alternativo non solo a quello attuale, ma in gran parte anche a quello dei governi precedenti. Vasto programma, appunto, direbbe De Gaulle; considerazione che non induce all’ottimismo.

Vedo poi una difficoltà soggettiva. Va apprezzato lo sforzo quotidiano di molti bravi amministratori regionali e locali per tenere a galla la barca. Ma non sono ancora convinto – e qui sta la criticità soggettiva – che, soprattutto a Roma ci sia davvero, anche a sinistra, consapevolezza di cosa veramente significhi ed implichi, voler salvare il SSN universalistico ed equo: nonostante Mattarella, nonostante gli allarmi per il rischio di “crollo” del sistema lanciati dal Presidente della Regione Emilia-Romagna e nonostante la proposta di legge di iniziativa popolare della CGIL, forse memore del fatto che fu la prima, nel 1959-60, a presentare un progetto di legge istitutivo del SSN, subito poi seguita dal PCI. Temo che l’assenza, nei programmi e negli allarmi della sinistra, di proposte concrete di superamento della cultura politica sottesa all’attuale assetto, nella governance tutta regionale e tecnocratica, nel rapporto con il c.d. secondo o terzo pilastro (assicurazioni e privato) non sia una dimenticanza, ma una scelta. E in effetti, al punto in cui siamo arrivati, destrutturare il sistema che si è creato, sia nell’assetto della governance pubblica (la riforma dovrebbe essere verso un rinnovato empowerment delle autonomie locali, non certo dello Stato) che di presenza arrembante del privato sostitutivo, con le sue migliaia di operatori e i suoi interessi e collegamenti trasversali, non appare una cosa agevole.

Ma non è un tema eludibile, pena il rassegnarsi alla deriva attuale, malgrado le parole e gli appelli. La legge n. 833 era semplicemente all’insegna del “ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Diciamola tutta: era un pezzo di socialismo nel sistema economico-istituzionale italiano. Forse per questo non poteva resistere all’egemonia neoliberista degli anni’80 e ‘90. Ciascuno ne tragga le conclusioni che ritiene.

* È l’intervento svolto nel convegno “Difendere il SSN universale equo uguale” (Parma, 8 maggio 2026)

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sabato 19 settembre 2026

Libertà per gli ucraini - Vincenzo Costa

C'è qualcosa di moralmente ripugnante in coloro che vogliono che gli ucraini continuino a morire.

Ripugnante perché stando comodamente a casa inviano soldi che sostengono un regime totalitario e nazista che costringe gli ucraini a morire, che li costringe a una guerra che non vogliono combattere.

In questa foto una donna ucraina implora un reclutatore di non costringere a forza il proprio marito a fare da carne da macello.

Quel reclutatore è chiunque voglia la continuazione della guerra, chiunque mandi soldi, sottratti a ospedali e scuole, per fare una guerra sino all'ultimo ucraino.

Gli ucraini non vogliono combattere e morire. Scene come queste sono la norma, la gente muore cercando di attraversare fiumi per sfuggire ai reclutatori, i livelli di diserzione sono altissimi, gli ucraini all'estero non vogliono più tornare.

Abbiamo distrutto un paese, costringendolo a fare una guerra per procura, l'ucraina non esiste più, non ha più sovranità, perché ha debiti sino alla millesima generazione.

L'abbiamo usata, il presidente Mattarella, la von der leyen, Macron. Ognuno per fini e interessi gretti ammantati da "diritti dei popoli".

In Ucraina non esistono partiti di opposizione, non si può parlare russo, viene perseguitata la chiesa ortodossa, non ci sono elezioni.

Lo stato ucraino è uno stato nazista a tutti gli effetti. Hanno riesumato con tutti gli onori innumerevoli criminali nazisti ucraini. Bandera è considerato il padre di una nazione inventata.

No, non sono solo male informati, non sono solo indottrinati. Sono moralmente ignobili. Non è una questione politica: è una questione antropologica.

*Commento Facebook del 20 agosto 2026

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venerdì 18 settembre 2026

Il fatturato cresce, ma l’impresa perde: l’errore sui prezzi che affonda le piccole aziende - Vincenzo Imperatore

Dopo 36 anni trascorsi nei capannoni delle aziende, la scena è quasi sempre la stessa. Entro nell’ufficio dell’imprenditore e, prima ancora di parlare di utile, liquidità o debiti, mi viene mostrato il fatturato. “Quest’anno siamo cresciuti del X per cento”, mi dice con soddisfazione. Poi apro il conto economico e scopro che l’utile si è assottigliato (o addirittura si evidenzia una perdita), la cassa è sotto pressione e i fidi bancari vengono utilizzati più di prima (per finanziare la “crescita”).

Il paradosso è solo apparente. Un’impresa può vendere di più e guadagnare di meno. Può perfino aumentare il fatturato producendo perdite. Accade quando ogni nuovo ordine genera ricavi, ma non lascia abbastanza denaro per coprire tutti i costi che l’azienda sostiene. In questi casi la crescita non risolve il problema: lo moltiplica.

Nella mia esperienza, almeno nel 95 per cento dei casi in cui incontro questa dinamica, all’origine c’è un errore molto semplice: l’imprenditore non sa determinare correttamente il prezzo di vendita. Conosce il costo della materia prima o della merce acquistata, aggiunge una percentuale decisa per abitudine, guarda il prezzo del concorrente e formula l’offerta. Il resto viene affidato all’istinto, alla trattativa o alla paura di perdere il cliente. Il prezzo, però, non può essere il risultato di una sensazione. Deve incorporare almeno tre componenti: i costi diretti, i costi indiretti e l’utile che l’impresa intende ottenere. I costi diretti sono quelli collegabili al prodotto o alla commessa: materiali, lavorazioni esterne, trasporto specifico e, quando è misurabile, manodopera impiegata. I costi indiretti sono meno visibili ma altrettanto reali: amministrazione, affitto, energia generale, software, manutenzioni, consulenze, assicurazioni e personale non direttamente produttivo. Se il prezzo copre solo i primi, l’azienda vende prodotti ma regala la propria struttura.

 

Prendiamo un esempio diverso da quelli più comuni. Una piccola impresa realizza un componente il cui costo diretto è di 100 euro. Dall’analisi dei conti emerge che, per ogni 100 euro di costi diretti, occorre attribuire 55 euro di costi indiretti. Il costo complessivo è quindi 155 euro. Se l’imprenditore vuole ottenere un utile del 10 per cento sul costo complessivo, il prezzo-obiettivo diventa 170,50 euro.

Il coefficiente di conversione è 1,705: basta dividere il prezzo-obiettivo, 170,50 euro, per il costo diretto, 100 euro. Da quel momento, moltiplicando per 1,705 il costo diretto di ogni prodotto omogeneo, l’imprenditore ottiene una prima indicazione del prezzo necessario per coprire la struttura e realizzare l’utile programmato. Questo numero permette anche di distinguere tre soglie che spesso vengono confuse. Sotto 155 euro si vende in perdita. Tra 155 e 170,50 euro si coprono i costi, ma si ottiene un utile inferiore all’obiettivo. A 170,50 euro si raggiunge il risultato programmato. Sopra quella cifra si crea un margine maggiore, a condizione che il mercato riconosca quel valore.

Non occorre un sistema informatico sofisticato. È sufficiente un semplice foglio di calcolo o uno strumento di controllo di gestione nel quale inserire i dati del conto economico, separare correttamente i costi e formulare un’ipotesi di utile. Il risultato è un coefficiente da aggiornare periodicamente, soprattutto quando cambiano il costo delle materie, dell’energia, del lavoro o la struttura aziendale.

Naturalmente il coefficiente non decide da solo il prezzo finale. Occorre considerare anche il mercato, la qualità del prodotto, il valore percepito dal cliente, i prezzi dei concorrenti, i volumi, la stagionalità e la forza commerciale dell’impresa. Ma il mercato può suggerire quanto il cliente è disposto a pagare; non può cancellare i costi sostenuti dall’azienda. Se il prezzo calcolato è superiore a quello accettato dal mercato, la soluzione non è vendere sistematicamente in perdita. Bisogna intervenire sul prodotto, ridurre la complessità, rinegoziare gli acquisti, migliorare la produttività, cambiare il posizionamento o rinunciare alla commessa. Un ordine antieconomico non diventa conveniente solo perché aumenta il fatturato.

C’è poi la questione degli sconti. Molti listini nascono senza conoscere il prezzo minimo e lo sconto viene concesso durante la trattativa come se fosse una variabile innocua. In realtà, senza una soglia calcolata, il commerciale può trasformare una vendita apparentemente importante in una perdita certa. Lo sconto massimo sostenibile non è quello che chiude l’ordine: è quello che non porta il prezzo sotto il limite economico stabilito dall’impresa.

Il fatturato ha un grande vantaggio psicologico: è visibile, cresce facilmente e consente di raccontare un’azienda dinamica. L’utile è più scomodo, perché obbliga a misurare l’efficienza. La cassa è ancora più severa, perché prima o poi presenta il conto degli errori commessi nei prezzi. Dopo tanti anni, continuo a incontrare imprenditori che conoscono a memoria il fatturato del mese ma non sanno indicare il prezzo minimo dei cinque prodotti più venduti. È da qui che dovrebbe cominciare ogni controllo di gestione. Non dalla domanda “quanto abbiamo venduto?”, ma da una domanda molto più utile: “Quanto ci è rimasto dopo aver venduto?”.

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giovedì 17 settembre 2026

Studente fotografa l’infiltrazione a scuola e viene punito, anche l’Ufficio scolastico regionale conferma la nota - Giuseppe Pietrobelli

 

Anche l’Ufficio scolastico regionale del Friuli-Venezia Giulia ha confermato la nota disciplinare per il ragazzo che, a maggio scorso, ha fotografato una vistosa macchia sul soffitto della classe: l’intervento è stato ritenenuto “congruo” rispetto a un comportamento considerato lesivo delle regole che vigono tra i banchi di scuola. “La famiglia” del ragazzo dell’Istituto commerciale Pertini di Pordenone “ha deciso di non ricorrere al Tar, anche se è convinta che non vi fossero motivi per una censura – spiega l’avvocato Marco Florit – perché ormai l’anno scolastico è terminato ed è venuto a mancare l’interesse attuale e concreto. Quindi il Tribunale amministrativo avrebbe potuto astenersi dalla pronuncia”.

Secondo docenti e responsabili scolastici, il ragazzo ha sbagliato a fare lo scatto: avrebbe dovuto chiamare un bidello, il quale a sua volta avrebbe interessato l’insegnante rappresentante della classe, il quale, infine, avrebbe indirizzato l’interpello al dirigente scolastico, il quale avrebbe ordinato l’intervento di sanificazione. Anche se da tempo tutti sapevano che le condizioni dell’aula non erano a regola d’arte, al punto che gli allievi venivano talvolta spostati altrove. In ogni caso, lo studente non avrebbe dovuto riprodurre immagini di denuncia, né tantomeno diffonderle all’esterno della scuola. Finite sulle pagine dei giornali locali, avevano creato un putiferio. Le autorità scolastiche, anziché valutare la sostanza, hanno colpito l’improvvido ragazzo, che ne aveva parlato in famiglia, prima degli articoli sui quotidiani. La sanzione disciplinare decisa dagli organi interni, equivalente a una nota di demerito, non aveva poi avuto effetti sulle valutazioni di fine anno. Il ragazzo era stato promosso, ma non si era arreso, ritenendo di aver subito un’ingiustizia.

La storia contiene non pochi elementi di contraddittorietà. Secondo la difesa il ragazzo non era punibile per aver usato il telefonino, che è vietato dal regolamento scolastico, avendo utilizzato un tablet di cui è in possesso per ragioni didattiche. Inoltre non aveva violato la privacy di nessuno, visto che si era limitato a riprendere un soffitto macchiato d’acqua e non le persone, insegnanti o coetanei minorenni. Si era improvvisato reporter attuando una forma di denuncia civica, visto che la situazione delle infiltrazioni si prolungava da tempo e si era consultato con i genitori. Lo studente aveva detto di essere stato autorizzato da un insegnante, ma quest’ultimo ha negato di averlo fatto. Ciò che ha indispettito la famiglia è il trattamento subito dallo studente. “Abbiamo rappresentato come una richiesta di colloquio dei genitori con la dirigenza scolastica non sia mai stata accolta. Anzi, il ragazzo è stato convocato da solo, per discolparsi, di fronte ad alcuni insegnanti. – spiega l’avvocato Florit – Non era stato avvisato dell’audizione in anticipo, né gli è stato consentito di venire assistito dai genitori o da un adulto”. L’Ufficio scolastico regionale non ha però ritenuto irrituale tale modalità.

Intervistato dal Gazzettino, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza dell’istituto, Antonio Sorella, ha dichiarato: “La materia sulla sicurezza è norma cogente, vuol dire speciale. Supera le altre norme del regolamento. Devi agire velocemente, si basa sulla prevenzione. Il papà del ragazzo, prima del ricorso, aveva chiesto un incontro alla dirigente per cercare di spiegarsi. Incontro che non c’è mai stato. È stata un’occasione persa, perché si poteva sfruttare questa vicenda per promuovere una cultura della prevenzione tra gli studenti”.

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