“Non bere mai acqua da una bottiglia di plastica che sia stata esposta a
lungo al sole o si sia riscaldata in macchina”. Parla Dott. Domenico Scanu,
Presidente dell’ISDE Sardegna
La plastica è un materiale sintetico entrato a far parte del nostro
quotidiano in quanto leggero, malleabile durevole e a basso prezzo.
Ma diventa un nemico per gli ecosistemi e la nostra salute nel momento in
cui si disperde nell’ambiente, a seguito del suo deterioramento, sotto
forma di invisibili micro e nano plastiche.
«Le microplastiche si dividono in primarie e secondarie. Le prime sono
fabbricate appositamente per svolgere una funzione specifica e aggiunte
volontariamente in comuni prodotti di consumo quali ad es. cosmetici
(dentifrici, scrub etc.), paste abrasive, carta e derivati, packaging,
fertilizzanti etc. Le secondarie sono frammenti derivanti dall’usura di
frammenti più grandi soprattutto per l’esposizione ad agenti climatici e
ambientali. Infatti, quando la plastica entra nell’ambiente è esposta a
processi fisici (ades. foto-ossidazione, usura meccanica), chimici
(idrolisi,ossidazione) e biologici (catalisi enzimatica) che la riducono in
pezzi più piccoli, alterando le proprietà del materiale e formando micro e
nano-plastiche».
La presenza di microplastiche, con ampiezza che varia 0,1 micron a
5mm, fu sollevata per la prima volta nel 2004 dal biologo marino Richard
Thompson dell’Università di Plimouth che pubblicò sulla rivista Science il celebre lavoro Lost at Sea: where is all the plastic? Invece, l’esistenza sistemica
delle nano plastiche, inferiori a 1 micrometro, è stata teorizzata nel
2018 con lo studio di Current opinion: what is a nanoplastc di
Julien Gigault.
«Gli studi che sono seguiti – spiega Dott. Scanu – hanno messo in luce il
preoccupante problema delle micro e nano plastiche a livello globale. La
diffusione della plastica in tutti gli ambienti è ampiamente dimostrata.
Nell’ambiente acquatico rappresenta la frazione più grande, dannosa e
persistente (85%) di tutti i rifiuti. Essa causa danni agli ecosistemi marini e
ha effetti letali e sub-letali su tutti gli organismi acquatici, dai grandi
mammiferi al plancton, mediante intrappolamento, fame, annegamento, lacerazione
dei tessuti interni, soffocamento e ipossia, stress fisiologico ed esiti
tossicologici. Nei suoli può alterare la struttura, l’idrologia, la stabilità e
i cicli biogeochimici, compresa la produzione agroalimentare e il ciclo dei
nutrienti».
Nell’atmosfera si possono trovare micro e nano plastiche (in particolare
quelle da 50 m).La deposizione è elevata vicino a fonti urbane e industriali,
ma la bassa densità rispetto alla polvere naturale ne facilita il trasporto a
lungo raggio. È stato anche sottolineato il possibile ruolo delle
microplastiche come vettori per la diffusione ambientale di ceppi batterici
antibiotico-resistenti.
La stragrande maggioranza (circa il 70-80%) delle micro e nanoplastiche
presenti nell’ambiente è di tipo secondario, ovvero deriva dalla frammentazione
e dal lento degrado di rifiuti plastici più grandi (come bottiglie, sacchetti e
imballaggi) a causa di agenti atmosferici, sole e onde. I prodotti per la cura
personale come cosmetici, scrub ecc rappresentano circa il 2% del totale delle
microplastiche.
Le microplastiche possono entrare nel corpo umano attraverso il consumo di
alimenti, l’inalazione e l’assorbimento attraverso la pelle e accumularsi negli
organi, inclusa la placenta. In generale la via alimentare (acqua, vegetali,
sale, pesce, miele etc.) appare la via di esposizione più importante con
possibili gravi conseguenze sulla salute.
«La principale via di assunzione – continua il medico – è quella orale. Uno
studio dell’Università di Catania ha determinato la presenza di microplastiche
in ortaggi (carote, patate, lattuga e broccoli) e frutta sia di filiera
biologica sia industriale. Tra i vegetali più “inquinati” troviamo la frutta
(mela, pera) in quanto il complesso reticolo vascolare immagazzina e concentra
grandi quantità di microplastiche. Pur tuttavia, l’esposizione umana maggiore
avviene mediante il consumo di acqua minerale imbottigliata in plastica
PET».
Per la prima volta, l’Università di Catania, ha stimato la reale EDI
(assunzione giornaliera stimata) da consumo di acqua minerale imbottigliata in
PET, sia effervescente che naturale, con dosi giornaliere di esposizione che
arrivano rispettivamente a equivalenti 40,1 g/Kg/peso corporeo/giorno per gli
adulti e 87,8 g/Kg/peso corporeo/giorno per i bambini che sono dunque
quelli più esposti.
«Sono consigliabili – raccomanda il Presidente – quali strumenti di
prevenzione all’esposizione, una dieta molto varia e il consumo di acque di
rubinetto rispetto a quelle minerali. Mai bere l’acqua di una bottiglia di
plastica che sia stata esposta a lungo al sole. Altri vettori sono i
frutti di mare e i sali da cucina».
«I potenziali effetti negativi di queste micro particelle – dice Dott.
Scano – riguardano molti organi, con effetto tossico per molti
monomeri mentre alcuni sono cancerogeni certi come il cloruro divinile e l’1,3
butadiene, o cancerogeni possibili, come lo stirene.Nei polimeri vengono poi
incorporate migliaia di sostanze chimiche (additivi) e molte di queste sostanze
sono altamente tossiche, cancerogene, neurotossiche e interferenti endocrine
come ftalati, bisfenoli, sostanze per- e poli-fluoroalchiliche (PFAS),
ritardanti di fiamma bromurati e ritardanti di fiamma organofosfati».
«La ricerca scientifica e tossicologica evidenzia diverse aree di
potenziale rischio per l’organismo come per esempio, uno studio pubblicato sul The New England Journal of Medicine ha rilevato la
presenza di microplastiche all’interno delle placche aterosclerotiche delle
arterie carotidi. I dati indicano che i pazienti con placche contaminate presentano
un rischio più elevato di infarto, ictus o mortalità rispetto a chi non ne ha,
probabilmente a causa di una maggiore instabilità della placca e di fenomeni
infiammatori locali. Essendo l’ingestione una delle vie principali di ingresso,
le microplastiche possono provocare un’irritazione fisica del tratto
gastrointestinale. Gli studi evidenziano una correlazione con alterazioni del
microbiota intestinale (disbiosi), un aumento della permeabilità
epiteliale e potenziali legami con malattie infiammatorie croniche intestinali.
A livello cellulare, l’accumulo di frammenti plastici attiva la produzione di
citochine pro-infiammatorie e genera stress ossidativo, inducendo infiammazione
cronica nei tessuti colpiti come fegato, reni e polmoni».
«Infine,- conclude il medico – come ISDE lanciamo un forte
allarme sulla protezione dei più piccoli: il periodo più critico è
rappresentato dalla gravidanza e dai primi 1.000 giorni di vita del bambino. Le
microplastiche sono in grado di superare le barriere biologiche e sono già
state individuate nella placenta, nel liquido spermatico e persino nel latte
materno. L’esposizione in utero o in età pediatrica può
compromettere lo sviluppo degli organi genito-urinari. L’esposizione
alle microplastiche è un rischio grave, crescente e sottovalutato
per la salute umana e planetaria e l’ISDE promuove da anni
campagne nazionali contro questo nemico invisibile».