Amare Produzioni Agricole
domenica 5 luglio 2026
sabato 4 luglio 2026
La dittatura dei B&B e la svendita della Puglia - Antonio Di Siena
“Da sindaco ho guidato la città che è cresciuta di più per il turismo”.
Ogni volta
che leggo dichiarazioni del genere mi cadono le braccia. Perché il problema è
esattamente questo: l’idea che l’aumento dei flussi turistici coincida
automaticamente con un aumento del benessere collettivo. La stessa idea che,
negli ultimi anni, ha trasformato la rendita immobiliare in politica economica,
la proliferazione incontrollata dei B&B in indice di sviluppo, il folklore
in brand, il food in principale vettore culturale e la fiscalità di transito in
leva economica e pilastro dei bilanci comunali.
Ma il
presidente lo sa che inflazione, rincari, speculazioni, impossibilità di
trovare una casa per i redditi medio bassi e conseguente spopolamento dei
quartieri sono conseguenze dirette di quello stesso modello? E che la crescita
purché sia che rivendica orgogliosamente alimenta contemporaneamente precarietà
e sfruttamento generando un enorme costo sociale?
Mentre si
parla di limitazioni agli affitti brevi e di “mare democratico” a Madonnella
l’ennesimo fondo sta trasformando un’altra intera palazzina in b&b. E a
Torre a Mare le spiagge libere - oltre a essere un immondezzaio - continuano a
proliferare muri abusivi e accessi negati. È questa la Puglia del futuro che la
politica immagina e insegue acriticamente?
La vera
sfida non è prodigarsi per attirare ancora più visitatori, ma costruire una
Puglia capace di produrre ricchezza senza diventare strutturalmente dipendente
da rendita e flussi turistici. Una regione in cui il cittadino torni a essere
centro e misura delle politiche pubbliche anziché un sorridente figurante in
costume, un ingranaggio funzionale all’economia dell’accoglienza. Se si è
capaci di farlo, bene. Diversamente non serve un assessorato al Turismo e non
serve manco una giunta regionale. Basta una banalissima agenzia di marketing
territoriale.
venerdì 3 luglio 2026
Corsi d’acqua tombati, corsi d’acqua rinaturalizzati - Gruppo di Intervento Giuridico (GrIG)
L’uomo (Homo sapiens)
passa per essere la specie
animale più intelligente della
Terra, ma sono innumerevoli i fatti che evidenziano una robusta costante di idiozia,
trasversale nei luoghi e nei tempi.
Una delle attività
umane frutto di avidità e
idiozia ai più elevati livelli è la tombatura dei
corsi d’acqua.
Nel corso del tempo – anche in Italia – abbiamo inscatolato in cemento e coperto torrenti, rogge, fiumi che continuano a scorrere sotto strade, piazze, palazzi.
Alle prime piogge un po’ consistenti l’acqua riprende i suoi spazi e avviene la consueta, devastante, calamità innaturale, perché la causa è esclusivamente umana.
A Milano è ben noto il caso del povero Fiume Seveso, a Genova sono decine i corsi d’acqua tombati, anche nel piccolo centro di Bitti la copertura dei torrenti è una bomba ad orologeria.
L’unica soluzione effettivamente sensata e valida è il ripristino naturale del corso d’acqua.
E’ stato fatto a Seul, dove al posto di una strada sopraelevata è stato riportato alla luce del sole il Fiume Cheonggyecheon, è stato realizzato a Utrecht, dove è stato ripristinato lo storico canale Catharijnesinge, a suo tempo trasformato in strada urbana di scorrimento veloce.
Si può fare, insomma.
Si guadagna in qualità della vita, in contenimento delle temperature, in aumento della fauna selvatica, in miglioramento della salubrità dell’aria.
E si evitano ulteriori calamità innaturali, vittime, danni economicamente rilevanti.
L’art. 9 del Regolamento per
il Ripristino della Natura (Regolamento (UE) 2024/1991 del Parlamento europeo e del
Consiglio, del 24 giugno 2024, sul ripristino della natura e che modifica il
regolamento (UE) 2022/869) esplicitamente prevede il ripristino della connettività naturale
dei fiumi e delle funzioni naturali delle relative pianure alluvionali.
L’obiettivo è quello di identificare e successivamente, rimuovere le barriere
artificiali al fine di ristabilire almeno 25.000 chilometri di fiumi a
scorrimento libero nell’Unione Europea entro il 2030 e ripristinare la
connettività fluviale nelle tre dimensioni spaziali, inclusa la riconnessione
con le piane inondabili e misure volte a migliorarne il funzionamento naturale.
Il Piano Nazionale di Ripristino della Natura in
Italia è in corso di definizione definitiva.
Era
ora, ma saremo in grado di farlo?
Gruppo
d’Intervento Giuridico (GrIG)
che cosa succede
quando si violenta un corso d’acqua: con un disegnino, comprensibile anche per
un bimbo, forse si riesce a capire

corso d’acqua “tombato” e
rinaturalizzazione (immagine esemplificativa generata da IA)
giovedì 2 luglio 2026
Il silenzio di una rabbia dignitosa - John Holloway
Silenzio. Ascolta il silenzio. Ascolta il silenzio della musica. Qui a teatro, qui dentro di noi, silenzio. Che tipo di silenzio? Il silenzio della fuga o il silenzio della ricerca: ci deve essere una via d’uscita, cosa possiamo fare, dove possiamo andare?
Ascolta il
terremoto sotto i nostri piedi, la faglia di Sant’Andrea. Ascolta il
Popocatépetl, il vulcano vicino a casa nostra in Messico, che emette fumo.
Silenzio assoluto o rombo di vita?
Ascolta le
persone sedute accanto a te. Un silenzioso conformismo o una rabbia che si
manifesta? Un’accettazione passiva o una speranza inestinguibile?
Ascolta
attentamente. “Un altro mondo non solo è possibile, ma è in arrivo e,
in una giornata tranquilla, se ascolti con molta attenzione puoi sentirlo
respirare” (citazione tratta da un intervento – intitolato Confronting
Empire, “Affrontare l’Impero” – di Arundhati Roy al Forum sociale mondiale
di Porto Alegre, in Brasile, nel 2003, ndr).
Ascolta
attentamente. Il silenzio, il respiro delle persone intorno a te. Ascolta
attentamente. L’altro mondo che non è ancora. Ascolta
attentamente. Il terremoto, il vulcano dentro di noi. La dignità.
Dentro le
nostre orecchie ci sono i tanti lamenti di miseria. Dentro i nostri corpi il
sanguinamento interno dei vulcani. Dentro le nostre teste, avvolte nei pensieri di
ribellione, come può esserci calma quando la tempesta deve ancora arrivare?
La tempesta
è qui. Ascoltate ancora. Sentite il mondo urlare. Dolore, rabbia. Le urla delle giovani ragazze
fatte a pezzi dalle bombe in una scuola elementare nel sud dell’Iran. Perché?
Nessun perché. Solo per divertimento. La tortura di Gaza, ogni giorno, mesi e
mesi. Le grida terrorizzate delle vittime dell’ICE.
Dolore, rabbia,
dignità: rabbia dignitosa. Rumore forte e confuso. Cosa stanno
dicendo? No Kings. Niente guerre. Niente frontiere. No ai
politicanti. ¡Que se vayan todos! No ai miliardari. Non ai
padroni della guerra. Hai gettato la paura peggiore che si possa mai gettare:
la paura di mettere al mondo dei figli.
No, no, no.
La rabbia della dignità, la dignità della rabbia riempie le strade, riempie
questo teatro. Non un mondo governato dal denaro. Spezza il potere del denaro,
mai così arrogante come oggi.
Canta una nuova
canzone. Riconquista il mondo prima che sia troppo tardi.
Costruisci
un nuovo mondo, un mondo di molti mondi. Mondi basati non sulla crudeltà del denaro, ma
sulla ricchezza di mille musiche diverse, mille silenzi diversi. Una
jam session, o un pub irlandese, in cui la musica si intreccia e va in
direzioni diverse, a ritmi diversi. Un’assemblea, un consiglio, una comune, una
comunizzazione. Non uno stato che ci imponga delle regole, che ci
leghi al dominio del denaro. Che imponga un solo ritmo. E una sola musica
noiosa, e un solo ritmo e un silenzio noioso.
Una canzone
ripetuta all’infinito, la canzone “Alzati. Vai a lavorare. Fai soldi, se non
per te stesso, almeno per qualcun altro. Fai soldi, non molto per te stesso,
soprattutto per qualcun altro!”. No, non quella canzone, non di nuovo! Non uno
stato che deciderà per noi, ma un incontro in cui decidiamo noi, con tutte le
nostre differenze e con tutta la nostra comune umanità, dove creiamo la nostra
musica in un’armonia dissonante.
Verso
l’armonia. Un accordo. Un accordo magico, dissonante, impossibile, sempre più
profondo e in continua evoluzione.
Difficile,
forse. Ma necessario. Vogliamo che i nostri figli vivano, e anche i nostri nipoti. Non in un
mondo dominato dal denaro e condotto alla catastrofe del riscaldamento globale,
della scarsità d’acqua, della guerra nucleare, della ricchezza oscena, della
povertà oscena e dell’odio reciproco. Noi, i perdenti di sempre,
dobbiamo vincere questa volta. Non c’è alternativa.
Non solo
piccoli miglioramenti, ma molto di più: spezzare il potere del denaro. Spezzare
il potere che sta distruggendo il pianeta, che sta distruggendo noi. Creare un mondo diverso, un mondo di
molti mondi, un mondo comunista, un mondo basato sul riconoscimento reciproco
della dignità. Un mondo creato da noi. Il silenzio è un urlo! Questo
concerto è un urlo che squarcia le mura del teatro. Per riempire le strade, le
case di Hollywood, Los Angeles, il mondo… Uscite in strada, tutti voi, tutti
noi, e cantate i nostri urli, urlate le nostre canzoni. Salite sui tetti e
cantate una nuova canzone di rabbia, di dignità. E ora di nuovo silenzio. Il
silenzio della nostra musica.
Ma ora
sappiamo che non è un silenzio di tomba. È il silenzio di una rabbia dignitosa,
di un mondo che sta nascendo.
mercoledì 1 luglio 2026
Terra e cielo devastati. E noi in mezzo - Guido Viale
Il clima è praticamente scomparso dalle agende dei governi, dei media, delle istituzioni internazionali e, in gran parte, anche delle nostre comunità di lotta. Lo hanno soffocato le guerre in corso che, insieme alla produzione di armi – che ormai, con l’uso doppio (il dual use, l’insieme di software e tecnologie nate per scopi civili anche in ambito militare), coinvolge l’intero sistema produttivo del pianeta – sono il fattore che contribuisce di più ad alimentare la catastrofe climatica che stiamo vivendo. La guerra è devastazione della Terra, del cielo e di chi ci vive sopra e sotto. Guerra e salvaguardia del clima sono incompatibili. Scegliere – sostenere in qualsiasi forma – la prima significa condannare l’altra. E viceversa. Per questo l’alternativa alla guerra non è la pace, l’assenza di guerre, ma la lotta per la salvaguardia del pianeta. D’altronde il clima, anche se ne rappresenta il fattore più urgente, non è che una metafora di un processo più generale di degrado che accomuna in un unico destino le condizioni materiali del nostro pianeta e la convivenza tra gli umani messa in forse dalle diseguaglianze e dalla violenza diffusa che la stanno minando alla radice.
Era – e rimane – questo il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato
sì di papa Francesco che Leone XIV non ha saputo o voluto approfondire
o sviluppare nell’enciclica Magnifica Humanitas (leggi
anche Per una pace con la terra disarmata e disarmante): la consonanza tra
il “grido della Terra” offesa dalle forme assunte dallo sviluppo economico e
tecnologico del nostro tempo e la crescente insostenibilità delle condizioni
degli umili, degli sfruttati e degli oppressi. Una consonanza che sgorga dalla
interdipendenza, diretta o indiretta, tra tutto ciò che è vita e tra gli esseri
umani e la Terra, “il creato”. In essa Francesco aveva individuato la regola di
una reciprocità – ripagare la Terra per ciò che essa ci dona perché anche tutti
gli esseri che la abitano possano vivere meglio tra di loro – che dovrebbe
presiedere tanto ai rapporti tra le comunità umane quanto a quelli che ciascuno
intrattiene con il “proprio” territorio: il contesto fisico di una comunità
aperta, effettiva o potenziale, entro cui realizzarsi.
Troppo poco si è fatto finora per tradurre in misure pratiche quelle regole
dettate dall’interdipendenza di tutte le forme di vita; regole che definiscono
una “visione” del mondo e del suo divenire che potrebbero costituire
l’orizzonte entro cui cercare la ricomposizione – la convergenza? – dell’agire
di tutti o di gran parte di coloro che lavorano al superamento dello stato di
cose presente.
Viviamo un’epoca di cambiamenti rapidi e sempre meno controllati e
controllabili. La crisi climatica e ambientale di cui in tanti ci stiamo
dimenticando, insieme alle ripercussioni di guerre vicine e lontane, moltiplicheranno
purtroppo le emergenze a cui si dovrà fare fronte: con salvataggi,
sgomberi, ospitalità, ricostruzioni, opere e attività di prevenzione. Sono
circostanze che sollecitano al massimo la solidarietà, il mutuo appoggio, la
costituzione di embrioni di comunità (che rischiano però la dissoluzione quando
l’emergenza si attenua), ma anche la tendenza a delegare quei compiti ai
governi nazionali o locali o ad altre istituzioni che tendono a emarginare la
partecipazione come un’indebita interferenza. Prepararsi per tempo ad
affrontare le emergenze, climatiche o di altro genere, e offrire una
prospettiva per consolidare le relazioni che si creano in esse, può fare la
differenza (è stato il tema della riunione di redazione aperta promossa da
Comune, Una grammatica nuova, ndr).
Anche per questo è così importante affrontare in modo radicale la
“normalità” di tutti i giorni. Abbiamo bisogno di un orientamento generale
comune che ci guidi in ogni singola scelta: sia nella molteplicità dei
comportamenti quotidiani che in tutte le iniziative di ordine sociale o
politico che intraprendiamo per cercare di trasformare in meglio la realtà in
cui siamo immersi.
Di ognuna di quelle scelte – soprattutto quando sono in gioco
questioni al centro delle politiche sociali, come lavoro, salute, istruzione,
servizi, consumi, mobilità, cultura e simili – dovremmo sempre
chiederci: ci avvicina o ci allontana dalla salvaguardia del pianeta? E
di quanto in più o in meno delle altre alternative che sono alla nostra
portata? È un esercizio che bisognerebbe imparare a svolgere quasi
quotidianamente: ovviamente, tanto meglio quanto più attraverso un confronto o
una discussione collettiva con chi condivide gli stessi obiettivi di fondo; ma
anche, e forse soprattutto, con chi ne contesta rilevanza o urgenza, ma è
comunque disponibile a un confronto. Instaurare con chi ci sta vicino
un rapporto di reciprocità può essere il primo passo nella costruzione di una
vera comunità: la cosa di cui abbiamo massimamente bisogno tutti.
Non è cosa facile, sopraffatti come siamo dalle incombenze della vita
quotidiana, dagli attacchi alle condizioni di vita, dalle urgenze imposte dal
proliferare di guerre, violenza, razzismo, ipocrisia e cinismo.
Lo sforzo per sviscerare sia il danno ambientale comportato da ognuna delle
nostre scelte, attività o abitudini che le possibilità effettive di evitarlo
che abbiamo a disposizione è ancora maggiore quando sono in campo questioni
vitali come la difesa dei posti di lavoro in settori – e sono tantissimi – che
producono danni ai lavoratori coinvolti, al territorio e alle comunità che ne
subiscono gli impatti diretti, ma anche alla generalità dei cittadini
consumatori, degli utenti o dei destinatari di ciò che si produce. Un dilemma che
diventa evidente nel caso della produzione di armi che, come si è detto, non
risparmia quasi più alcun settore industriale. È evidente che non si può
rivendicare la chiusura di certe produzioni senza che i lavoratori interessati
ne siano coinvolti mettendo in campo proposte alternative di produzione, o di
impiego, o di supporto del reddito; anche quando – ed è il caso più frequente
nelle vertenze di questo tipo – la possibilità di tenere in vita le produzioni
in questione è scarsa o nulla. Ma la soluzione di queste vertenze è troppo
spesso delegata a finte trattative tra governo e parti sociali – leggi padroni
e sindacati – che hanno il solo scopo di perdere tempo per allentare la
tensione sociale.
Le maestranze della ex Gkn di Firenze, in lotta da cinque anni
contro lo smantellamento del loro stabilimento, hanno tenuto in vita
per così tanto tempo le loro iniziative non solo grazie al coinvolgimento di
tante comunità e alla costruzione di nuove e sempre più ampie reti di
solidarietà, ma soprattutto – e le cose sono legate – grazie alla messa
a punto di un progetto di conversione della loro fabbrica a produzioni
alternative ecocompatibili e di socializzazione della sua gestione. Come
nella lotta trentennale delle genti della Val di Susa il processo e le sue
realizzazioni sono già un grande risultato e un insegnamento per tutti.
martedì 30 giugno 2026
Voti truccati e propaganda: come Israele ha comprato l'Eurovision per nascondere l'orrore di Gaza - Eliana Riva
L'inchiesta del New York Times svela il piano di Netanyahu: milioni di dollari in hasbara, influencer arruolati e voti pilotati per ripulire un'immagine distrutta dal genocidio
Mentre le bombe radono al suolo Gaza, Tel Aviv stacca assegni milionari per comprare il consenso che le armi hanno distrutto. Un’inchiesta del New York Times svela gli investimenti di Tel Aviv nell’Eurovision: dietro le canzoni pop si nasconde una macchina da guerra propagandistica pronta a tutto pur di non restare isolata.
Dopo due
anni e mezzo di massacri ininterrotti nella Striscia di Gaza, quella che una
volta veniva venduta come “l’unica democrazia del Medio Oriente” è oggi
percepita da larga parte del mondo come una potenza sanguinaria e priva
di umanità. Un articolo del quotidiano israeliano Yediot Ahronot definiva
il 7 ottobre 2023 non solo un fallimento militare e d’intelligence ma anche un
collasso “comunicativo, percettivo e morale”. L’empatia
internazionale rappresenta rappresenta per Israele un pilastro fondamentale di
legittimità. Per questo, invece di fermare il massacro, il governo Netanyahu ha
deciso di investire cifre colossali per plasmare la narrazione e ripulire
un’immagine ormai logorata dal peso di decine di migliaia di vittime
palestinesi.
La guerra dei milioni: l’Hasbara all’attacco
Il Ministero
degli Esteri israeliano ha ricevuto per il 2025 un budget mostruoso: mezzo
miliardo di shekel (circa 145 milioni di dollari) destinati
esclusivamente al rafforzamento della hasbara, la cosiddetta
“diplomazia pubblica” che nella pratica si traduce in propaganda pura e spesso
molto aggressiva. A questi si aggiungono altri 40 milioni di dollari spesi dal
governo nel suo complesso. L’obiettivo è quello di arruolare influencer,
professori, giornalisti, programmi, e persino “celebrità arabe” disposte a
difendere il sionismo, per spezzare quella che Tel Aviv definisce l’alleanza
tra “islamisti e sinistra”. Ma i soldi servono anche a finanziare cattedre
universitarie, reti e programmi radio-televisivi, “giornalisti”, sponsorizzate
web. Solo nel 2024, l’agenzia pubblicitaria governativa Lapam ha inondato il
web con oltre 2.000 annunci, di cui più della metà rivolti a un
pubblico internazionale, per cercare di vendere la versione del governo
Netanyahu.
L’Eurovision come arma di Soft Power
In questo
scenario di isolamento diplomatico, l’Eurovision Song Contest è diventato il
campo di battaglia perfetto. Un’inchiesta del New York Times rivela
che gli sforzi di Israele per influenzare l’evento sono stati molto più
profondi e coordinati di quanto ammesso finora. Mentre fioccavano le accuse di
genocidio, i diplomatici di Tel Aviv contattavano freneticamente le emittenti
televisive europee per evitare il bando dalla competizione.
Per il
governo Netanyahu, l’Eurovision non è mai stata una gara canora, ma
un’opportunità strategica di soft power per dimostrare che il
pubblico europeo amasse ancora Israele, nonostante l’orrore di Gaza. I
documenti finanziari lo dimostrano: Israele ha speso almeno un milione
di dollari in marketing specifico per l’Eurovision, con fondi
provenienti direttamente dall’ufficio della hasbara del Primo
Ministro al fine di promuovere il proprio artista. L’inchiesta rivela che
questi fondi sono stati utilizzati per inondare YouTube e i social network di
annunci mirati durante la competizione.
Oltre al
marketing digitale, la strategia ha previsto un uso spregiudicato di interviste
e comparsate televisive per umanizzare l’immagine dello Stato: il
governo ha arruolato influencer e “celebrità arabe”, come la siriana Rawan
Osman, facendole apparire in podcast e programmi media per diffondere messaggi
pro-israeliani e difendere il sionismo davanti a una platea internazionale. Lo
stesso Netanyahu e il presidente Herzog hanno partecipato a questa messinscena,
facendosi fotografare in pose amichevoli con i cantanti per trasformare ogni
apparizione pubblica in un tassello della propaganda governativa, mentre i
diplomatici israeliani facevano pressione dietro le quinte sulle emittenti
televisive europee per garantire visibilità e protezione ai propri artisti.
Voti pilotati
Nel 2025, il
governo ha orchestrato una campagna aggressiva invitando agli spettatori
stranieri di “votare 20 volte” (il massimo consentito) per il
rappresentante israeliano. Lo stesso Netanyahu ha postato grafiche sui social
per spingere questa mobilitazione forzata.
L’analisi
dei dati di voto del New York Times dimostra come questa
strategia abbia distorto i risultati: in molti Paesi, il volume dei votanti è
così esiguo che basta la mobilitazione coordinata di poche centinaia di
persone che votano ripetutamente per ribaltare l’esito nazionale. Il
caso della Spagna è emblematico: nonostante l’opinione
pubblica fosse ferocemente contraria alle politiche israeliane, Israele ha
ottenuto il 33% del voto popolare, un risultato artificiale
costruito a tavolino con dollari e algoritmi.
L’anno
prima, nel 2024, la cantante israeliana Eden Golan aveva ottenuto il secondo
posto nelle preferenze del pubblico, conquistando la vetta dei consensi in
diversi Paesi caratterizzati da un radicato orientamento solidale con la
Palestina. Secondo diversi media israeliani conservatori, tra i quali il
portale d'informazione israeliano Ynet, tale risultato sarebbe la dimostrazione
che, contrariamente alle percezioni, l'opinione pubblica internazionale non
nutra un'ostilità diffusa nei confronti del Paese.
Il ricatto finanziario e le scelte dell’EBU
L’European
Broadcasting Union (EBU) emerge dall’inchiesta del New York Times come il
principale architetto di un’operazione di insabbiamento volta a proteggere a
ogni costo la permanenza di Israele nel concorso, mentre la Russia anche quest’anno
ne rimane esclusa. Davanti a una rivolta interna senza precedenti,
l’organizzazione ha trasformato i dati sulle votazioni in un segreto di Stato
inaccessibile persino alle proprie emittenti associate. Quando la Slovenia ha
denunciato anomalie sospette già dopo l’edizione del 2024, gli organizzatori
hanno risposto con il silenzio, ignorando le richieste di chiarimento. L’anno
successivo, di fronte a nuove proteste, l’EBU ha continuato a negare ogni
trasparenza, fornendo solo dati superficiali definiti “top-line” ed evitando
accuratamente di commissionare indagini esterne indipendenti che potessero far
luce sulle campagne di voto orchestrate da Tel Aviv.
La strategia
per blindare Israele è passata attraverso manovre procedurali definite dagli
stessi protagonisti come “bizzarre” e opache. Per evitare di affrontare un voto
esplicito sulla partecipazione israeliana, i vertici dell’EBU hanno
architettato un inganno burocratico durante l’incontro di Ginevra. Invece di
decidere sull’esclusione di uno Stato sotto accusa per genocidio, hanno indetto
uno scrutinio segreto su semplici modifiche tecniche al regolamento, come la
riduzione del limite di voti per utente. Approvando queste nuove regole, i
membri hanno implicitamente confermato la presenza di Israele nella
competizione senza dover mai votare direttamente sulla questione. Questa mossa
è stata difesa dalla presidente Delphine Ernotte Cunci come la soluzione “più
democratica possibile”, mentre altre emittenti, come la belga VRT, hanno
denunciato duramente come l’organizzazione si stesse nascondendo dietro le
linee guida pur di non discutere di diritti umani.
L’EBU ha
valutato che l’espulsione di Israele avrebbe innescato perdite finanziarie
insostenibili, stimate in oltre 600.000 dollari in tasse di partecipazione, a
causa del possibile ritiro di alleati chiave come la Germania e l’Estonia. Il
timore del collasso è diventato concreto quando l’Austria, incaricata di
ospitare l’edizione del 2026, ha ventilato internamente l’ipotesi di ritirarsi
per solidarietà con Israele, minaccia che avrebbe lasciato il concorso senza
una sede. Per scongiurare il disastro economico, l’EBU ha ignorato persino il
parere dei propri legali, che avevano confermato la piena legittimità giuridica
di un’eventuale esclusione di Israele, preferendo invece imboccare la strada
della censura. Il team di comunicazione dell’EBU è arrivato a inviare email
alle emittenti nazionali per scoraggiarle attivamente dal parlare con i
giornalisti, nel tentativo disperato di soffocare uno scandalo che stava ormai
minacciando l’esistenza stessa della manifestazione. In questo modo, l’EBU ha
scelto di sacrificare l’etica e la trasparenza sull’altare del profitto,
rendendosi complice di una manovra di propaganda che ha trasformato un evento
culturale in uno strumento di legittimazione politica.
lunedì 29 giugno 2026
Amore per le Forze Armate (italiane) e subalternità al potere - Omar Onnis
Il 17 giugno 2026 è stato presentato pubblicamente l’accordo tra l’ASPAL (Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro) e il Comando Militare Esercito Sardegna (CME Sardegna). A quale scopo? La comunicazione ufficiale nel sito della Regione Autonoma Sardegna recita così:
L’obiettivo
principale della partnership è quello di sviluppare forti sinergie istituzionali
per informare e orientare i cittadini sardi sulle diverse opportunità di
carriera offerte dall’Esercito Italiano, rafforzando contestualmente la rete
territoriale dei servizi per il lavoro. Le azioni previste si rivolgono in modo
specifico ai giovani in uscita dai percorsi scolastici e formativi, ai
disoccupati o a chiunque sia in cerca di una nuova occupazione, nonché ai
volontari congedati senza demerito dalle Forze Armate, favorendo così
l’occupabilità complessiva sul territorio regionale.
In una terra
ad alta emigrazione, specie giovanile, con problemi irrisolti di trasporti
interni ed esterni, spopolamento, crisi del settore primario, dispersione
scolastica la politica di vertice favorisce una relazione privilegiata con le
Forze Armate italiane, impegnandosi ad orientare le scelte proprio delle fasce
giovanili verso impieghi militari.
Non c’è
partita strategica in cui la politica sarda riesca mai a accennare una
soluzione strutturale, a parte effetto annuncio e propaganda, o soluzioni
tampone che perlopiù aggravano il problema. Le uniche cose in cui è attivissima
sono gli affari delle varie lobby private, a cui sono legati i vari personaggi
o le diverse consorterie clientelari, e la realizzazione dei desiderata delle
rispettive case madri d’oltre Tirreno.
I casi
concreti si sprecano: il mancato intervento in materia di dimensionamento
scolastico (che ha di fatto spalancato le porte al commissariamento della
Regione in materia, dunque alla realizzazione dei piani governativi); la
mancata presa di posizione sull’ampliamento della RWM di Domusnovas (che ha di
fatto accelerato la sua approvazione e in cui la RAS si costituisce nel
procedimento *contro* i comitati e le associazioni); l’affare scandaloso di
Cala Finanza a Loiri/Porto San Paolo; la privatizzazione degli aeroporti sardi.
Ora questo accordo di partenship privilegiata con le Forze Armate.
Ricordiamo
che la responsabilità della disastrosa occupazione militare della Sardegna, con
decine di migliaia di ettari sottratti all’uso civile e in buona parte
compromessi da sperimentazioni di ordigni ed esercitazioni a fuoco, è da
attribuire precisamente al Ministero della Difesa. Abbiamo un bel chiamare in
causa USA e NATO, nelle nostre analisi e nelle ricorrenti manifestazioni: la
verità è che siamo una colonia militare *dello Stato italiano* (oltre al resto)
ed è allo Stato che bisognerebbe chiederne conto. Invece, sia la politica sia,
in diverse occasioni, le università sarde hanno da tempo dimostrato un vero e
proprio amore verso l’apparato militar-industriale. Qualcuno ricorda la farsa
delle “caserme verdi”? E il favore sperticato con cui vengono accolte tutte le
decisioni ministeriali a proposito delle basi dell’isola (ampliamenti,
estensione dei compiti, collegamento sempre più forte con la ricerca bellica),
come fossero favori di cui essere grati?
La cosa
grottesca è che nel frattempo i vertici politici sardi – nelle persone della
presidente Todde e del presidente del Consiglio regionale Comandini – trovano
il tempo per partecipare a Oliena a un convegno organizzato in memoria di Mario Melis e disquisire di autonomia, di
statuto, di riforme. A leggere bene i resoconti dei loro interventi, a
cominciare dai virgolettati, sotto il velo della retorica, si intravvede
l’intenzione di normalizzare e neutralizzare la relazione con lo Stato
italiano. Non è solo una questione di ignoranza storica e di mediocrità
politica (che ci sono, beninteso).
Ricordiamo
che la presidente Todde ha più volte stigmatizzato l’uso di concetti come
“colonialismo” e come “resistenza”, riguardo al rapporto Italia-Sardegna. E ha dichiarato
che l’autonomia speciale fu una sorta di concessione benevola dello Stato in
quanto la Sardegna era una terra “arretrata”, povera, da tutelare e aiutare.
Prese di posizione a dir poco discutibili su vari piani. Ma, al di là di
questo, appare una volontà di “integrare” ancora di più la Sardegna dentro lo
stato italiano, ovviamente come “area di sacrificio” (altra espressione usata
dalla presidente Todde in altre circostanze). Per il suo bene, ovviamente, dato
che “da soli non ce la possiamo fare”. Una nuova “Perfetta fusione”, come
quella implicata dalla campagna per “l’insularità in costituzione”; ossia, il
contrario di un percorso di conquista di responsabilità e competenze in senso
autodeterminazionista.
Il tutto
attuato con una postura elitaria, anti-popolare, allergica a una democrazia
reale, finalmente realizzata.
Il lavorio
sostanzialmente clandestino su una nuova legge statutaria e sulla riforma dello
stesso Statuto non lasciano ben sperare. Invocare, come ha fatto a Oliena la
presidente Todde, una larga partecipazione “dal basso” su temi così rilevanti
contrasta platealmente con le modalità di azione di questa giunta (“i
legislatori siamo noi”) e con i suoi obiettivi non dichiarati ma palesi.
A parte
la fanbase di Todde e soci, irrecuperabile (andate a
guardarvi i loro commenti sui social), il resto della cittadinanza sarda
dovrebbe restare molto vigile sulle decisioni concrete di questa compagine
politica. Dovrebbe sempre distinguere lucidamente tra dichiarazioni pubbliche e
fatti, tra comunicazione e decisioni pratiche.
È probabile
che questa legislatura vada a finire al suo termine naturale. La presente
amministrazione regionale ha dunque altri due anni e mezzo per combinare
ulteriori disastri. Non servirà a nulla rivelarli, criticarli, prenderne le
distanze se non emergerà una forte opposizione reale, popolare, che possa
sostenere, sia a livello locale sia a livello apicale, candidature alternative
all’oligarchia podataria che sta finendo per distruggere quanto resta del
tessuto culturale, sociale e produttivo dell’isola.



