La viticoltura in Cisgiordania e sulle alture del
Golan genera profitti e toglie terre ai coltivatori palestinesi. I vini
dell’occupazione sono venduti anche in Europa
Ziad Rida ha ereditato insieme ai suoi
fratelli e alle sue sorelle circa dieci ettari di uliveti e terreni agricoli
nel villaggio palestinese di Qusra, 15 chilometri a sud-est di
Nablus. Per generazioni, la sua famiglia ha coltivato grano, lenticchie e ceci.
Ma nel 2009, i coloni israeliani hanno occupato la cima della collina accanto.
«Hanno iniziato a impedirci l’ingresso nell’area. Abbiamo cercato di rimuovere
le barriere, ma sono tornati con la protezione dell’esercito – ricorda Rida –.
Hanno piantato viti e hanno continuato a espandersi, prendendo sempre più
terra».
Lungo le
colline ondulate a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata,
filari e filari di vigneti piantati dai coloni tracciano il paesaggio roccioso,
riempiendo le colline terrazzate di viti disposte in modo uniforme. Questa
regione nel nord della Cisgiordania è diventata una delle principali aree dove
si produce vino. È anche una di quelle dove l’occupazione è più
violenta: Qusra è stata ripetutamente presa di mira da attacchi dei coloni
israeliani e dell’esercito. L’11 ottobre 2023, quattro palestinesi sono stati
uccisi da colpi d’arma da fuoco durante un’incursione dei coloni e un
successivo raid dell’esercito. Il giorno seguente, durante il corteo funebre
per le vittime, i coloni israeliani hanno aperto il fuoco sui partecipanti
uccidendo un padre e suo figlio.
L’inchiesta in breve
·
In Cisgiordania e nelle alture del Golan l’industria vitivinicola è uno
strumento della violenta occupazione israeliana. I coloni aggrediscono i
palestinesi con il sostegno anche dell’esercito. Le cantine e le aziende
agricole si ingrandiscono con il sostegno dello Stato
·
Il complesso di insediamenti di Shiloh, tra Ramallah e Nablus, è stato
fondato negli anni Settanta ed è diventato un punto nevralgico per favorire
l’occupazione di terreni agricoli palestinesi. La cantina Shiloh, la più grande
della zona, ha ricevuto più di 1 milione di aiuti pubblici nell’ultimo
decennio, nonostante il furto dei terreni sia contro la legge internazionale.
Ai palestinesi sono state sottratte le risorse idriche per destinare l’acqua
alle coltivazioni dei coloni
·
Nelle alture del Golan, i vigneti dei coloni sono (almeno) 1.320 ettari.
Più difficile stimare l’estensione delle coltivazioni nei territori occupati
della Cisgiordania. L’ong Kerem Navot ne ha identificati 1.300 ettari e segnala
un aumento delle espropriazioni di terreni
·
I vini dell’occupazioni finiscono anche nei Paesi dell’Unione europea,
principale partner commerciale di Israele. L’Italia nel 2022 ha importato
bottiglie per un valore di circa 950mila euro; nel 2024 per circa 600mila euro.
Rispondendo alle nostre domande, il rivenditore italiano Vinum Vini ha
precisato che l’importazione di vini della cantina dei coloni israeliani Shiloh
«è avvenuta solo nel 2021» e che la decisione di intraprendere quella
collaborazione commerciale «è stata presa sulla base di informazioni
incomplete»
·
Un rapporto del 2020 dell’European Middle East Project (EuMep) ha rilevato
che solo il 10% dei vini prodotti nella Cisgiordania occupata e nelle alture
del Golan sono stati venduti nell’Ue con etichette corrette. Durante la nostra
indagine, non abbiamo trovato un solo caso di etichettatura corretta tra le
centinaia di bottiglie esaminate nei negozi europei
·
Terra
occupata, risorse sottratte ai palestinesi
Negli ultimi
due anni, oltre mille palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania,
tra cui almeno 213 bambini. Migliaia di altri palestinesi sono
rimasti feriti in attacchi, spesso coordinati, compiuti dall’esercito
israeliano o dai coloni. La zona di Nablus è tra quelle che ne registrano il
numero più alto. Con l’escalation della violenza dei coloni, la
terra palestinese viene confiscata e assorbita dagli insediamenti in
espansione. La coltivazione della vite per l’industria vinicola
israeliana è diventata uno strumento efficace di espropriazione che fornisce
opportunità economiche ai coloni e impedisce ai palestinesi di tornare alle
loro terre.
Il complesso
di insediamenti di Shiloh, situato in posizione strategica tra
Ramallah e Nablus, ha svolto un ruolo centrale nell’appropriazione delle terre.
Da quando è stato fondato alla fine degli anni Settanta su terreni sottratti ai
villaggi palestinesi di Qaryut eTurmus Ayya, Shiloh è diventato unpunto
nevralgico per la creazione di nuovi avamposti – insediamenti che sebbene
ufficialmente illegali secondo la legge israeliana, spesso sono di fatto
sostenuti dallo Stato, che ne fornisce infrastrutture, protezione militare e
strumenti per la retroattiva legalizzazione – che hanno favorito l’avanzata dei
coloni nei terreni agricoli circostanti.
In primo
luogo, i coloni occupano le cime delle colline. Poi, i loro avamposti vengono
collegati a insediamenti più grandi, creando corridoi che isolano le
comunità palestinesi e aprono la strada all’annessione della Cisgiordania.
A
Qaryut, Shaher Musa ricorda la prima volta che i terreni del
suo villaggio – compresi quelli intestati a suo nonno, durante il periodo
ottomano – furono confiscati per piantare un vigneto. Era il 1996, poco dopo
l’inizio del primo dei sei mandati di Benjamin Netanyahu alla guida del governo
israeliano.
C’è stata
una manifestazione, ma è stata repressa violentemente dall’esercito e attaccata
dai coloni. «Tutte le proteste e i documenti ufficiali che abbiamo presentato
non sono serviti a nulla – dice Musa –. Le ambizioni dei coloni erano sostenute
dal governo e dall’esercito. L’intera area è stata rasa al suolo con i
bulldozer. È stata livellata e piantata a vigneto».
Durante la
seconda Intifada, nei primi anni 2000, i coloni e l’esercito israeliano hanno
impedito ai palestinesi di accedere ai loro terreni agricoli, che sono stati
poi occupati dagli stessi coloni. L’espropriazione dei contadini palestinesi
risale a decenni fa. Dal 1967, Israele ha sequestrato più di 200mila
ettari della Cisgiordania – oltre un terzo del territorio – privando i
palestinesi della loro terra e dei loro mezzi di sussistenza. Ma anche prima,
durante la Nakba del 1948, i palestinesi hanno perso circa il 78% della
Palestina storica. Circa 750mila palestinesi sono stati espulsi o sono fuggiti,
la maggior parte dei quali erano agricoltori.
Il peso del
settore vitivinicolo nell’economia dell’occupazione
In tutta la
Cisgiordania, l’appropriazione delle terre ha subito un’accelerazione negli
ultimi due anni. A Qaryut, secondo il consiglio del villaggio, gli
abitanti sono stati privati di quasi il 90% delle loro terre. I coloni
hanno anche preso il controllo delle sorgenti del villaggio, una delle quali è
stata trasformata in una piscina. Mentre gli agricoltori palestinesi
sono privati delle loro risorse, gli avamposti vengono rapidamente
collegati alle reti idriche ed elettriche. A est di Shiloh, la compagnia idrica
nazionale israeliana ha installato un grande serbatoio d’acqua in mezzo a vasti
vigneti.
La regione
di Nablus ospita attualmente quattro aziende vinicole che esportano in tutto il
mondo: Shiloh, Gva’ot, Har Bracha e Tura. Anche una grande azienda
agricola, Meshek Achiya, coltiva olive e uva da vino su terreni
confiscati ai palestinesi.
L’Amministrazione
civile della Cisgiordania – l’unità militare responsabile dell’attuazione della
politica civile di Israele nella regione occupata – dal 2008 in avanti ha
emesso diversi ordini di sfratto, mai eseguiti, affinché liberasse i
terreni palestinesi che l’azienda aveva confiscato illegalmente. Tra il 2014 e
il 2022, l’azienda ha comunque ricevuto circa 100mila metri cubi di acqua
all’anno dall’Autorità idrica israeliana, diventando uno dei maggiori
consumatori di acqua per l’agricoltura degli insediamenti in Cisgiordania.
Oltre
all’irrigazione fornita dallo Stato, i viticoltori coloni ricevono
generosi sussidi, sovvenzioni e agevolazioni
fiscali nella Cisgiordania occupata. Secondo i dati del ministero
dell’Economia e dell’industria israeliano condivisi dall’organizzazione Peace
Now, solo la cantina Shiloh, la più grande azienda vinicola della
zona di Nablus, ha ricevuto più di un milione di euro di finanziamenti
governativi nell’ultimo decennio. Una nota del 2018 dello stesso ministero
riporta la notizia di un piano autorizzato dall’Autorità israeliana per gli
investimenti dal valore complessivo di 19 milioni di shekel (circa 5 milioni di
euro) per la cantina Shiloh e altre due aziende vinicole.
I dati del
ministero dell’Agricoltura israeliano mostrano che i territori occupati nel
1967 sono diventati importanti regioni vinicole. Nelle alture del Golan siriano
si stima che ci siano 1.320 ettari di vigneti. Tuttavia, secondo Noa Maoz,
viticoltore del Consiglio israeliano delle uve e del vino (che vive nelle
alture occupate del Golan), questi dati non riflettono ancora l’estesa
piantumazione avvenuta negli ultimi tre anni.
In
Cisgiordania, determinare l’estensione totale dei vigneti dei coloni è molto
più difficile. Le regioni
vinicole israeliane si estendono oltre la Linea Verde – la linea di confine
tracciata nel 1949 tra Israele e i Paesi arabi confinanti (Egitto, Giordania,
Siria, Libano) – e non fanno distinzione tra i confini internazionali
riconosciuti di Israele e le sue colonie. Tuttavia, secondo un rapporto
commissionato dal Consiglio delle uve e del vino – associazione di categoria
che rappresenta i viticoltori e le cantine israeliane fondata nel 1963 – dopo
le alture del Golan, la seconda regione vinicola più grande di Israele
sono le colline della Giudea, che si estendono anche sui territori occupati
della Cisgiordania.
Dror Etkes, ricercatore israeliano che da
oltre vent’anni monitora l’attività degli insediamenti e ha fondato l’ong Kerem
Navot, avverte che i dati ufficiali sottostimano la reale portata della
viticoltura dei coloni in Cisgiordania. «Ci sono molti casi di
appropriazione di terreni che non vengono segnalati. Negli ultimi anni abbiamo
assistito a un’espansione», afferma indicando il suo database, che mappa circa
1.300 ettari di vigneti dei coloni in Cisgiordania. Le sue immagini aeree
documentano la graduale espropriazione subita dai contadini palestinesi nel
corso dei decenni, le cui terre sono state confiscate dai coloni, rase al suolo
e ripiantate con viti.
La cantina
Shiloh, situata all’ingresso dell’omonimo insediamento, è stata fondata nel
2005 dall’avvocato e uomo d’affari messicano Mayer Chomer. Amministratore
delegato e capo enologo è Amichai Lourie, originario di Boston. Secondo
il sito web dell’azienda vinicola, «la produzione aumenta ogni anno».
Attualmente produce circa 500mila bottiglie all’anno, di cui circa la metà
viene esportata.
Un centro
visitatori inaugurato di recente ospita matrimoni ed eventi, offrendo visite
guidate e degustazioni di vini in quello che viene descritto come «un ambiente
sofisticato e sereno». Una mappa del mondo appesa alla parete del centro
evidenzia le esportazioni verso più di una dozzina di Paesi in Europa, Nord e
Sud America e Asia orientale. I vini della cantina Shiloh sono disponibili in vendita in Italia. Uno dei rivenditori di questo
prodotto, Vinum Vini, rispondendo alle domande di IrpiMedia,
ha precisato che «l’importazione di vini è avvenuta solo nel 2021» e che la
decisione di intraprendere quella collaborazione commerciale «è stata presa
sulla base di informazioni incomplete». «Riconosciamo la nostra responsabilità
per questo errore e ce ne rammarichiamo sinceramente», conclude l’azienda.
Trarre
profitto dalle terre occupate illegalmente
Oggi
esistono più di 300 aziende vinicole israeliane che producono circa 45
milioni di bottiglie di vino all’anno. Secondo l’Istituto israeliano
per l’esportazione, quelle di vino sono raddoppiate nell’ultimo decennio.
Gli Stati Uniti sono di gran lunga il mercato più grande,
assorbendo circa idue terzi delle esportazioni di vino israeliano, seguiti
dall’Unione europea. Sebbene l’Italia non sia tra i
principali importatori, secondo il portale dell’Unione europea nel 2022 le
importazioni hanno raggiunto un valore di quasi 950mila euro.
È difficile
determinare quale percentuale dei vini esportati provenga dalla Cisgiordania
occupata e dalle alture del Golan siriano, poiché né Israele né l’Ue raccolgono questi dati.
Francesca Albanese, relatrice speciale della Nazioni Unite sulla situazione dei
diritti umani in Palestina e nei territori arabi occupati, nel rapporto di
luglio 2025 Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio,
scrive: «I prodotti israeliani, inclusi quelli provenienti dalle colonie,
invadono i mercati globali attraverso i grandi rivenditori, spesso senza alcun
controllo». Albanese aggiunge che per evitare il boicottaggio o reazioni
negative dei consumatori, «le aziende mascherano l’origine dei prodotti» con
varie strategie.
Nel 2011 il
centro di ricerca sull’occupazione israeliana Who Profits scriveva nella
conclusione di un rapporto che «tutte le principali aziende vinicole
israeliane utilizzano uve provenienti dai territori occupati nei
loro vini». Mentre le uve provenienti dalle alture del Golan vengono utilizzate
apertamente, il rapporto ha rilevato che le aziende vinicole che si rifornivano
di uve dai vigneti della Cisgiordania utilizzavano vari metodi per nasconderne
l’origine.
Nel luglio
2024, il Parere consultivo della Corte internazionale di giustizia (Cig)
ha delineato gli obblighi degli Stati di «astenersi dall’intrattenere rapporti
economici o commerciali con Israele in relazione al territorio palestinese
occupato» e di «adottare misure per impedire relazioni commerciali o di
investimento che contribuiscano al mantenimento» degli insediamenti illegali.
Nonostante questi chiari obblighi, il commercio che sostiene l’espansione
coloniale dei coloni è continuato senza sosta e quello del settore del vino è
solo uno dei campi nei quali questi obblighi non vengono rispettati.
La guerra
contro Gaza – che gruppi per i diritti umani, esperti delle Nazioni Unite e le
principali autorità del diritto internazionale hanno definito un genocidio –
e le crescenti richieste di boicottaggio dei prodotti israeliani, non hanno
avuto un impatto significativo sull’industria vinicola. Nel 2024, le
importazioni di vino italiano si sono avvicinate al valore commerciale di
600mila euro.
«Le
esportazioni verso l’Europa non hanno risentito in modo significativo delle
tensioni degli ultimi anni», ha affermato Mark Gershman, responsabile
del settore vinicolo presso l’Istituto israeliano per l’esportazione. Ha
aggiunto che «mentre alcuni mercati specifici hanno registrato una stagnazione
o un leggero calo negli ultimi tempi, altri mercati nuovi sono in crescita».
L’Ue,
il principale partner commerciale di Israele, ha adottato diverse
politiche volte a distinguere tra i confini internazionali riconosciuti di
Israele e i territori occupati dal 1967. Il primo passo è stato compiuto nel
2004, quando agli esportatori israeliani è stato richiesto di fornire i codici
postali indicanti il luogo di produzione, in modo che i prodotti provenienti
dagli insediamenti non ricevessero un trattamento preferenziale nell’ambito
dell’accordo commerciale Ue-Israele.
Questo
approccio è stato rafforzato nel 2012, quando l’Ue ha cercato di garantire che
gli accordi tra i due Paesi non si applicassero alla Cisgiordania occupata o
alle alture del Golan. Nel 2015, l’Ue ha richiesto con una nota
un’etichettatura chiara dei prodotti provenienti dagli insediamenti. La Corte
di giustizia dell’Unione europea ha rafforzato questo approccio nel 2019,
stabilendo che gli Stati membri devono garantire un’etichettatura
distinta per i prodotti provenienti dagli insediamenti, che non possono
essere commercializzati come “Made in Israel”.
Il ruolo del boicottaggio commerciale in
Sudafrica nella fine dell’apartheid
Per molti
esperti di diritto internazionale, tuttavia, le misure di etichettatura non
sono sufficienti a costituire la risposta giuridica necessaria quando il
commercio è legato a insediamenti illegali. «È come se si scrivesse “realizzato
con lavoro minorile” su un prodotto e poi si spiegasse che spetta al
consumatore decidere se acquistarlo o meno – afferma François Dubuisson,
professore di diritto internazionale all’Université Libre de Bruxelles (Ulb) –.
Si tratta fondamentalmente di una sorta di politica simbolica volta a
salvare le apparenze».
Data
l’illegalità degli insediamenti, Dubuisson sostiene che questi prodotti
dovrebbero essere vietati tout court. Non sarebbe una novità: dopo
l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, l’Ue ha agito
rapidamente per vietare le importazioni dai territori occupati dalla Russia.
Eppure Israele
continua a beneficiare di una politica di eccezione che gli consente
di violare sistematicamente il diritto internazionale nell’impunità più totale.
«Anche quando la legge impone l’etichettatura dei prodotti, questa non viene
applicata – afferma Nazeh Brik, ricercatore dell’organizzazione per i diritti
umani Marsad, che ha pubblicato un rapporto sull’industria vinicola dei coloni
nelle alture del Golan siriano –. La posizione dei Paesi europei e occidentali
non è sorprendente. La questione dell’occultamento dei prodotti e delle loro
fonti è molto marginale rispetto al loro sostegno allo sterminio del popolo
palestinese».
Un rapporto
del 2020 dell’European Middle East Project (EuMep) ha rilevato che solo
il 10% dei vini prodotti nella Cisgiordania occupata e nelle alture del Golan
sono stati venduti nell’Ue con etichette corrette. Durante la nostra
indagine non abbiamo trovato un solo caso di etichettatura corretta tra le
centinaia di bottiglie esaminate nei negozi europei. Molti rivenditori e
importatori non hanno risposto alle richieste di commento o di intervista, come
alcune fonti istituzionali, tra cui l’Osservatorio del mercato vitivinicolo
dell’Ue e i portavoce delle direzioni generali della Commissione per il
commercio e l’agricoltura.
Le bottiglie
della cantina Jerusalem vendute come “Made in Israel”
riportano indirizzi che non corrispondono al loro effettivo sito di produzione
nell’insediamento di Kiryat Arba, vicino a Hebron, nel sud della
Cisgiordania. I documenti del registro delle imprese israeliano
suggeriscono che l’azienda potrebbe utilizzare l’indirizzo di un impianto di
imbottigliamento e la sua registrazione amministrativa per nascondere la vera
origine dei suoi vini e potrebbe beneficiare ingiustamente di un trattamento
preferenziale.
L’Ue e le
autorità doganali, i rivenditori, gli importatori e la cantina Jerusalem non
hanno risposto alle richieste di commento.
Un rapporto
pubblicato nel 2025 da Oxfam, in collaborazione con oltre 80 organizzazioni
della società civile, ha documentato come gli esportatori israeliani
eludano deliberatamente le normative mescolando i prodotti provenienti
dagli insediamenti con merci prodotte all’interno dei confini riconosciuti di
Israele, oppure indicando indirizzi fittizi all’interno di Israele per ottenere
un trattamento commerciale preferenziale. Nel frattempo, le aziende che
etichettano chiaramente i propri prodotti come provenienti dagli insediamenti
possono ricevere un risarcimento dal ministero delle Finanze israeliano per la
perdita delle esenzioni doganali.
Nel
settembre 2025, dopo due anni di massacri a Gaza, la Commissione
europea ha annunciato una proposta per sospendere l’accesso preferenziale di
Israele al mercato dell’Ue, una mossa che comporterebbe circa 227 milioni
di euro di dazi doganali aggiuntivi all’anno.
La proposta,
ad oggi, non è mai andata avanti.
Tra politica,
messianesimo e business
L’importanza
dell’industria vinicola israeliana va ben oltre il suo valore economico.
Secondo un rapporto dell’agenzia di consulenza Herzog Strategic commissionato
dal Consiglio delle uve e del vino, il settore offre un «contributo
sostanziale al rafforzamento degli insediamenti e del patrimonio agricolo
ebraico», svolge un ruolo chiave nello sviluppo del «turismo rurale» e
promuove le relazioni con l’estero, in particolare attraverso la partecipazione
di Israele a concorsi enologici internazionali.
In un
episodio di settembre 2024 di Kosher Terroir – un podcast che
racconta della «crescita globale incredibile del vino kosher» a cui stiamo
assistendo, si legge in descrizione – Vered Ben-Sa’adon, cofondatrice della
cantina Tura, nata nei Paesi Bassi, ha descritto come alla fine
degli anni Novanta lei e suo marito abbiano piantato dei vigneti vicino a
Nablus con l’obiettivo esplicito di colonizzare la terra.
«Se hai
l’agricoltura, puoi avere centinaia di ettari di terra», ha spiegato. Ha poi
raccontato al conduttore Simon Jacob (che promuove l’acquisto di vino
israeliano come «uno dei modi migliori per sostenere Israele») che uno dei suoi
figli, recentemente tornato dai combattimenti a Gaza, ora aiuta nella cantina.
Secondo Ben-Sa’adon, circa la metà della produzione di Tura viene esportata, e
ci sono piani per aprire un nuovo centro visitatori nell’insediamento di
Rehelim, a sud di Nablus, costruito su un terreno confiscato al villaggio
palestinese di As-Sawiya.
Nell’ottobre
2023, Bilal Saleh, un contadino palestinese, è stato ucciso a
colpi di arma da fuoco davanti alla moglie e ai figli mentre raccoglieva olive
nella sua terra ad as-Sawiya. L’assassino è stato identificato
come Shuvael Ben-Natan, un colono di Rehelim, poi ucciso mentre combatteva
in Libano. I discorsi funebri al suo funerale hanno raccontato che aveva
attaccato i palestinesi, bruciato case a Gaza e cercato vendetta contro «le
donne e i bambini palestinesi».
Nonostante
si trovi in un insediamento noto per la sua violenza e considerato illegale dal
diritto internazionale, Tura ha ricevuto premi da prestigiosi concorsi come il
Decanter World Wine Awards. Decanter ha anche assegnato medaglie ad altre
cantine con sede in alcune delle zone più violente della Cisgiordania, tra
cui Shiloh e Gva’ot nella regione di Nablus,
e La Forêt Blanche nelle colline a sud di Hebron, fondata da
un colono israeliano condannato per l’omicidio di tre
palestinesi.
In un
articolo sulla cantina Shiloh pubblicato sul sito web di Decanter, la zona è
descritta come un «paradiso della vinificazione» senza mai menzionare che si
trova su un territorio occupato dove i palestinesi subiscono aggressioni
sistematiche, espropriazioni, sfollamenti e cancellazioni.
Contattato
per un commento, Decanter ha dichiarato che «sta attualmente rivedendo le sue
politiche e procedure interne relative ai vini prodotti in territori con
uno status giuridico controverso o delicato. Poiché tale
revisione è ancora in corso, non siamo in grado di rispondere alle domande
specifiche sollevate». La cantina Shiloh ha affermato di «operare nel pieno
rispetto della legge israeliana, in modo trasparente e responsabile».
In risposta
a una richiesta di commento, le aziende vinicole Tura, Har Bracha e La Forêt
Blanche non hanno risposto, mentre il cofondatore dell’azienda vinicola Gva’ot,
Elyashiv Drori, ha respinto le accuse secondo cui la sua azienda vinicola
sarebbe stata fondata su terreni occupati. «Gli arabi sono arrivati in questa
terra come nomadi e in seguito come conquistatori», ha scritto, aggiungendo che
la terra «era stata promessa da Dio al popolo ebraico». Una risposta che
si colloca nella tradizione delle giustificazioni religiose e
nazionaliste per l’insediamento, tipiche di alcune correnti della
destra radicale israeliana.
Il vino
israeliano: una storia coloniale
Le radici
coloniali dell’industria vinicola israeliana non risalgono al 1967, ma possono
essere fatte risalire agli albori del sionismo. Alla fine del XIX secolo, il
barone Edmond de Rothschild, membro francese della famiglia di
banchieri Rothschild e forte sostenitore del sionismo, acquistò dei terreni in
Palestina e importò viti francesi, nella speranza di creare opportunità
economiche per i coloni ebrei.
I
ricercatori israeliani Ariel Handel e Daniel Monterescu osservano che questo
sforzo di modernizzare la viticoltura nelle colonie ebraiche si basava
sull’idea del vino come agente di cultura e progresso. Nonostante i notevoli
investimenti, il progetto fallì, poiché i vitigni francesi si adattavano male
al clima e al suolo locali e i vini non riuscirono a conquistare i mercati
esteri.
«Israele non
era noto per il vino fino all’inizio degli anni Novanta, con la fondazione
della cantina Alture del Golan», afferma Handel. Il vino,
spiega, è diventato uno strumento per ridefinire l’immagine del Golan «non
come territorio occupato, luogo di guerre, luogo di sangue, ma piuttosto come
“l’Europa in Israele”… È diventato un luogo di turismo e di buon gusto».
Il vino ha
svolto un ruolo così importante nella normalizzazione dell’occupazione delle
alture del Golan che il modello viene ora riprodotto dai coloni in
Cisgiordania. «Hanno iniziato a promuovere la Cisgiordania come la Toscana:
vino e formaggio, bed and breakfast», osserva Handel.
Una storia secolare
I viticoltori
coloni si presentano come pionieri che stanno «riportando in auge la produzione
vinicola dopo 2.000 anni» e «rivitalizzando» le tradizioni vinicole bibliche.
Molti di loro sono allineati con l’estrema destra messianica, combinando l’ultranazionalismo con
la convinzione che la terra sia stata loro donata da Dio, negando i
diritti dei palestinesi e presentando la supremazia ebraica come un disegno
divino.
La
produzione vinicola, afferma Monterescu a IrpiMedia, «ha una
risonanza culturale e religiosa molto profonda. Quindi è sia un mezzo di
espansione e di appropriazione della terra, ma ha anche un indice di
radicamento religioso», diventando parte di una narrativa nazionalista di
redenzione della terra volta a colmare il percepito «divario di 2.000 anni tra
l’esilio e il ritorno sionista».
Gli
agricoltori palestinesi che hanno mantenuto in vita i vitigni endemici erano
diventati i «custodi» dell’antica conoscenza viticola, spiega Monterescu. Ma
una volta che le cantine israeliane si sono assicurate l’accesso all’uva, gli
agricoltori palestinesi «sono diventati superflui. Non hanno più bisogno di
loro, perché hanno già preso l’uva», dice. «Ora ci sono decine di aziende
vinicole locali che commercializzano varietà autoctone come «antiche uve
bibliche di Israele».
Mentre i
vini degli insediamenti circolano liberamente, i prodotti palestinesi sono
sottoposti a rigorosi controlli. «Non possiamo importare o esportare nulla
liberamente – racconta Canaan Khoury, produttore di vino del
villaggio palestinese di Taybeh, nella Cisgiordania occupata –. Ci
costa di più portare il vino dalla cantina al porto che dal porto a Tokyo,
a causa dei controlli di sicurezza aggiuntivi e delle restrizioni. Per ogni
spedizione ci sono nuove regole che gli israeliani ci impongono».
Le
difficoltà vanno ben oltre la spedizione: «Abbiamo subito confische di terreni
da parte dell’esercito e continui attacchi dei coloni – continua Khoury –.
Attaccano i vigneti. Troverete filari di viti di età diverse perché ogni volta
che i coloni arrivano, tagliano alcune viti e noi dobbiamo reimpiantarle. Non
ci è nemmeno permesso accedere alla nostra fonte d’acqua. Gli israeliani rubano
la nostra acqua e ce la vendono in quantità limitate».
Nonostante
queste difficoltà e l’incertezza per il futuro, Khoury continua a curare i suoi
vigneti, raccogliere l’uva con la famiglia e produrre vino. «Continuiamo a
produrre di più e a costruire nuove strutture – dice con un sorriso amaro –.
Scherziamo dicendo che li stiamo facendo per i coloni, affinché vengano a prenderli
da noi».
