domenica 16 agosto 2026

Colonialismo “banale” e prospettive funeste per la Sardegna - Omar Onnis

 

La situazione della Sardegna diventa di giorno in giorno più critica. I problemi accumulati nei decenni non sono mai stati risolti e in molti casi nemmeno affrontati adeguatamente e a essi se ne sono aggiunti altri, via via più pressanti.

L’approccio colonialista dello Stato centrale emerge costantemente in tutte le partite strategiche che riguardano l’isola, dai trasporti all’energia, dal turismo ai rapporti con le grandi organizzazioni criminali, dalla scuola al comparto agro-zootecnico.

I mass media italiani e l’intellighenzia egemone oltre Tirreno raccontano di una Sardegna restia alla modernizzazione, arretrata, chiusa egoisticamente in una sua specifica sindrome NIMBY. In cui però il “cortile di casa” è ampio quanto tutta l’isola, un’isola a sua volta grande, con sue caratteristiche orografiche e ecologiche, con una storia di antropizzazione plurimillenaria e una serie di questioni aperte tutte da risolvere.

Parlare della Sardegna come se la sua popolazione non avesse né dovesse avere voce in capitolo è uno dei sintomi caratteristici del colonialismo. Ci siamo dentro in pieno. Ciò che fino a qualche tempo fa poteva essere etichettato come una fissazione ideologica dell’ambito indipendentista, oggi risulta un’emergenza generalizzata a cui la nostra classe politica e la sua intellettualità organica non sembrano capaci di reagire, non essendo state selezionate per quello.

L’ambito politico indipendentista è sempre stato dipinto come un’accozzaglia folkloristica fuori dalla storia, un effetto secondario del disagio sociale o un residuato identitario di stampo sostanzialmente reazionario. Questo quadro non è mai stato veritiero. I mass media hanno sempre privilegiato le figure meno presentabili dell’intero movimento indipendentista, che va molto oltre le sue organizzazioni e il suo consenso elettorale, per usarle nelle loro “argomentazioni del fantoccio”. Le tesi e le proposte delle varie anime dell’indipendentismo non sono mai state accolte nel già disastrato dibattito pubblico sardo, la cui pochezza è uno dei tanti problemi della nostra mancata democrazia. Salvo poi costituire, nel corso degli anni, l’ossatura dell’intera agenda politica sarda. Non c’è oggi questione aperta, problema strutturale, allarme socio-economico che non sia stato sollevato e discusso con larghissimo anticipo in ambito indipendentista.

L’attualità spinge finalmente anche osservatori moderati o comunque non ascrivibili alla sensibilità autodeterminazionista a riconoscere che esiste un problema serio di relazione con lo Stato centrale. Un dato oggettivo, non un’interpretazione di parte. La crisi finale dell’autonomia è evidente, l’obsolescenza dello Statuto regionale ormai palese. Evitare di ricondurre tutta la congerie di problemi aperti al nodo storico della dipendenza e della subalternità dell’isola rispetto allo stato italiano significa disconoscere la realtà. Impedendo così che si possa procedere a sciogliere tale nodo, o almeno cominciare ad allentarlo.

Faccio pochi esempi recentissimi.
Il Governo di Roma autorizza direttamente un investimento immobiliare di grandi dimensioni in zona Loiri-Porto San Paolo. Lo fa passando come un rullo compressore sopra competenze statutarie, PPR e relativi vincoli (anche di natura costituzionale), valutazioni degli organi regionali preposti. Lo fa in virtù della normativa riguardante le ZES, Zone Economiche Speciali, per le quali vige una procedura autorizzativa semplificata.

La Sardegna, in passato costituente un ZES a sé stante, è stata recentemente incorporata nella più vasta ZES del  Mezzogiorno, compresa la Sicilia (altra Regione Autonoma). In realtà, dalla stessa normativa che regola le ZES risultano fatte salve le norme paesaggistiche e autorizzatorie, quindi quella del Governo è un’azione arbitraria, di pura prepotenza colonialista. In proposito, segnalo il post su FaceBook, del 6 giugno, di Tonino Dessì (tra le altre cose, ex assessore all’ambiente) e un articolo del 23 maggio dal Gruppo di Intervento Giuridico.

La stessa postura centralista e autoritaria esercitata a proposito di 52 ettari a sud-ovest della zona industriale di Porto Torres, area agricola, da ricoprire di pannelli fotovoltaici. Anche in questo caso è direttamente il Ministero dell’Ambiente che, con decretazione propria, impone una decisione in barba a vincoli, procedure, competenze regionali e quant’altro.

In queste stesse settimane, poi, assistiamo a una singolare campagna social, attiva soprattutto su Instagram, in cui viaggiatori, influencer e commentatori vari, perlopiù statunitensi, parlano della Sardegna come una destinazione vacanziera estremamente desiderabile, comoda e sicura. Non sembrano interventi casuali, anche perché si legano ad altri fatti e altre circostanze.

L’inaugurazione del volo diretto New-York-Olbia, salutato con grande giubilo da politici e mass media sardi, è uno. Gli investimenti di entità finanziarie legate agli USA in vari ambiti, nell’isola, è un altro. Nello stesso periodo, in Albania, si sono scatenate vere e proprie mobilitazioni popolari contro il progetto immobiliar-turistico targato Kushner-Trump in una zona di pregio del paese balcanico. L’approccio è lo stesso: prepotenza predatoria, compiacenza della politica locale, noncuranza verso le popolazioni. Direi che sarebbe il caso di alzare le antenne anche dalle nostre parti e cominciare a premunirci, onde scongiurare il rischio della espropriazione e privatizzazione di vaste fasce di territorio, ad uso e consumo esclusivo di un turismo “alto-spendente” (quello che piace all’assessore Cuccureddu), che nell’isola lascerebbe poco o nulla, a parte costi e servitù ulteriori.

Si è parlato ancora, nei giorni scorsi, del problema dell’infiltrazione mafiosa (in realtà più che altro camorristica e ‘ndranghetista) ad Alghero. Problema noto, sollevato da anni da comitati e associazioni cittadine, ma poco amato dalla politica locale. Il sindaco Cacciotto, in un consiglio comunale dei giorni scorsi, ha affermato che i recenti attentati incendiari sono riconducibili a banali “dissidi privati”. In loco la faccenda è però presa molto sul serio, si citano circostanze e si fanno nomi. Le autorità sembrano stranamente dormienti. Addirittura, da un vertice in Prefettura a Sassari, pochi giorni or sono, è emersa la conclusione che non esiste ad Alghero un problema di infiltrazione mafiosa.

Ora, che il disegno governativo di dirottare in Sardegna una parte consistente delle leadership criminali italiane – detenute in regime di art. 41bis – potesse causare l’arrivo delle stesse organizzazioni in pianta stabile era ed è un pericolo segnalato da tempo. Non una suggestione paranoica di qualcuno, ma un risultato considerato più che probabile da tutti gli studi in materia. Dunque, una scelta deliberata da parte del Governo. Spostare in Sardegna le centrali decisionali e operative delle grandi organizzazioni criminali potrebbe avere un senso, nell’ottica italiana. Negarne la pericolosità, a livello istituzionale, serve ad attenuare l’allarme diffuso, in modo che il progetto possa andare avanti.

Non è nemmeno escluso che qualche soggetto dentro gli apparati di sicurezza dello Stato abbia avuto la brillante intuizione che la Sardegna abbia bisogno di italianizzarsi anche sul fronte criminale, dunque niente di meglio che regalarla alle organizzazioni di stampo mafioso. Dopo tutto, tale esito potrebbe fare comodo anche per controllare i rigurgiti ribellistici locali, le velleità di autodeterminazione o le pretese di democrazia compiuta e dispiegata. Quando, anni fa, preconizzavo una Sardegna ridotta a una sorta di Cuba del Mediterraneo, non nel senso in cui l’aveva concepita – illusoriamente – Gian Giacomo Feltrinelli, a fine anni Sessanta del secolo scorso, ma nel senso della Cuba pre-Rivoluzione, poteva suonare come una provocazione.

Oggi, la prospettiva di un’isola progressivamente svuotata della sua popolazione storica, adibita in alcune zone ad “area di sacrificio” per la produzione di energia a favore del continente (specialmente del Nord Italia), in altre a vasto poligono ad uso e consumo delle forze armate, in altre ancora ad enclave turistiche di lusso, con un territorio sottoposto a durissimo controllo poliziesco da un lato e mafioso dall’altro (le due cose non vanno necessariamente a contrasto), non suona più come una distopia fantasiosa ma somiglia molto a una realtà di cui cominciamo a intravvedere i contorni.
La domanda è: cosa aspettiamo a renderci conto della situazione e ad agire di conseguenza?

da qui

sabato 15 agosto 2026

La privatizzazione degli aeroporti, è di destra o di sinistra? - Gianni Loy

 

Ma prima ancora di entrare nel merito delle tecniche di razionalizzazione degli aeroporti sardi, e di altre connesse questioni già oggetto di alcuni interventi, su queste pagine, io mi chiedo. Ma privatizzare un servizio pubblico essenziale quale il trasporto aereo – e nello specifico proprio in un’isola, in Sardegna –  è scelta di destra o di sinistra?

Il tempo in cui gli Stati si astenevano da ogni intervento sulle materie che riguardano il benessere della popolazione, dalla sanità, all’istruzione, dall’assistenza ai bisognosi, alla mobilità delle persone, l’abbiamo conosciuto, storicamente: lo chiamavamo medio-evo, con l’intonazione di chi quei tempi se li è lasciati, fortunatamente, alle spalle.

Poi è arrivato lo Stato sociale, a farsi carico di quanto prima veniva lasciato alla discrezionalità dei privati o a alla pietà delle associazioni caritatevoli, prevalentemente religiose, che “supplivano” alla carenza di uno Stato che, pur avendo proclamato i principi (Deus cunservet sa Costitutzioni),  non aveva ancora la forza di metterli in pratica. Ma a poco a poco lo ha fatto.

I più anziani di noi, quel medio-evo che tardava a morire, l’hanno conosciuto. Il potere assoluto del datore di lavoro sui propri dipendenti, prima che arrivasse l’alba del 68, sapete come veniva rappresentato nei libri di diritto? Di poter disporre completamente di essi, e di licenziarli, senza neppure bisogno di proferir verbo, cioè “ad nutum”, ovverossia con un semplice cenno del capo, senza cioè neppure il bisongo di spendere una parola.

La riforma della scuola media unica è arrivata qualche anno prima, e la riforma sanitaria, che Dio l’abbia in gloria, qualche anno dopo. Era lo  Stato che, a poco a poco, senza diventare comunista, si faceva carico dei suo doveri.

Non credo di essere mai stato un estremista, ho sempre coltivato il principio di uno Sato sociale e liberale, secondo il quale Stato deve provvedere ai bisogni dei suoi residenti, senza disconoscere il diritto ai privati di un’ampia libertà di iniziativa economica. Libertà, che può essere limitata solo se “in contrasto con l’utilità sociale, la sicurezza, la libertà, la dignità umana, la salute e l’ambiente.

Non deve stupire, pertanto, quanto a prima vista potrebbe stupire, e cioè che organizzazioni politiche nella destra siano schierate contro la privatizzazione degli aeroporti sardi. Perché la norma che limita la libertà di iniziativa privata se “in contrasto con l’utilità sociale” non è contenuta nel Manifesto del partito comunista, bensì nella nostra Costituzione.

Stupisce, invece – personalmente mi irrita – che alcune forze dello schieramento che si dichiara progressista e di sinistra, plaudano alla privatizzazione del nostro caro vecchio  “Mario Mameli” di Elmas.

Ciò riporta alla domanda: privatizzare, nel concreto l’aeroporto di Elmas, prima ancora di entrare in ogni altra questione, è scelta di destra o di sinistra?

È possibile affrontare il dibattito? Sui vantaggi che ne deriverebbero ai nuovi proprietari non credo che esita margine di discussione: si chiama profitto. Ma quali i vantaggi per gli utenti (cioè l’utilità sociale) se il servizio sarà governato da chi  – coerentemente e correttamente, come impongono le regole dell’economia, – dovrà ispirare la propria azione alla massimizzazione del profitto?

da qui

venerdì 14 agosto 2026

Meno turismo più vita. Una manifestazione a Maiorca - Marc Morell e Xesc Alemany

 

Sabato 26 luglio a Maiorca c’è stata una manifestazione con lo slogan “Maiorca al limite”, organizzata da una piattaforma locale che si chiama “Meno turismo più vita”. Alla manifestazione hanno partecipato decine di migliaia di persone, con uno spirito pacifico e festivo, ma al termine la polizia ha caricato pesantemente, facendo diversi feriti, tra cui un giornalista. La notizia ha raggiunto anche i media italiani, in un momento in cui il turismo e le trasformazioni che provoca sono al centro del dibattito pubblico. Traduciamo due resoconti della protesta scritti da due abitanti dell’isola, entrambi antropologi, in uno scambio di email tra membri dell’Osservatorio di Antropologia del Conflitto Urbano di Barcellona. Il primo autore, Marc Morell, è uno studioso del turismo, oltre che membro dell’Istituto di antropologia delle Isole (Baleari e Pitiuse). Il secondo, Xesc Alemany,è un giovane antropologo e scrittore, anche lui membro dell’Istituto. La fotografia è di Miquel Ángel Ballester anch’egli maiorchino. Le traduzioni sono di Stefano Portelli.


*   *   *


Marc Morell. Avevo deciso di seguire la manifestazione insieme al gruppo di un ateneu popular, una specie di centro sociale e culturale della capitale di Maiorca, uno spazio chiamato La Fonera – si potrebbe tradurre come La Fionderia: la fionda era l’arma degli antichi mercenari delle Baleari, e di recente è diventata un simbolo dell’identità maiorchina. Quindi ho preso un autobus tre quarti d’ora prima dell’inizio e ho raggiunto il punto di partenza. Il corteo partiva dalla Plaça del Malnom, la “piazza dal brutto nome” – che è come in certi ambienti chiamiamo la Plaça d’Espanya. Mentre aspettavo l’autobus mi ha sorpreso la quantità di furgoni della polizia nazionale che circolavano su e giù per i viali intorno al centro. L’ho messo in relazione con le tensioni crescenti degli ultimi giorni: la settimana scorsa c’era stata una catena umana per proteggere Es Trenc, la più grande spiaggia libera dell’isola, e la segretaria del Partito popolare locale aveva provato a prendere in giro e a provocare i partecipanti (ci sonno immagini veramente da ridere). Poi c’erano stati gli arresti di alcune compagne a Santa Maria, perché avevano fatto delle scritte sulla parete di un’agenzia immobiliare del paese; infine il Comune, guidato dal Pp e da Vox, aveva proibito un evento a Brunzit, una cena collettiva all’aperto, che già aveva ottenuto i permessi necessari.Quando sono arrivato alla Plaça del Malnom, i miei timori sono passati. C’era gente molto varia, sia per età che come lingua, posizioni politiche, eccetera. Abbiamo iniziato a camminare sotto il sole, e io sono andato per conto mio, incontrando vecchi amici man mano che il corteo andava avanti. Così sono arrivato nella zona di Dalt Murada, il sentiero che corre lungo ciò che resta delle antiche mura della città, fino a Ses Voltes, un recinto di fronte alla cattedrale, la Seu, circondato dalle mura che si affacciano sul mare. Ho pensato che era un po’ strano che la manifestazione terminasse lì; mi sembrava che fossimo circa 50 mila persone, e che lì non c’era abbastanza spazio per tutta questa gente. Per cui sono avanzato ancora dentro la piazza, per lasciare spazio a chi veniva dopo, allontanandomi dalla folla sotto la Seu.

A quel punto mi ha sorpreso la presenza di circa sette poliziotti antisommossa, con un atteggiamento molto aggressivo, proprio accanto alla folla: faceva paura solo a guardarli. Non è passato molto tempo che qualche manifestante iniziasse a gridare contro di loro, ma niente di più. Però già si cominciava a percepire una certa tensione nell’aria. Da sopra le mura potevo vedere le migliaia di persone che non riuscivano a entrare nel recinto, e che quindi si dirigevano verso l’altra sponda del lago artificiale di fronte alla Seu e al Palau de l’Almudaina, il palazzo gotico della famiglia reale. Due persone si sono buttate nelle acque torbide del lago per attraversarlo, facendo ridere tutti. Pochi minuti dopo, da fuori ho visto che la polizia antisommossa aveva iniziato a caricare un gruppo di persone che volevano entrare nella zona di Ses Voltes; ma erano così lontani che non sono riuscito a capire cosa stesse succedendo. Non ricordo se questo è successo prima o dopo i discorsi e le performance, di cui non sono riuscito a sentire niente. Più tardi l’organizzazione ha detto che non avevano potuto usare le prese elettriche per l’amplificazione, perché il Comune aveva tagliato la corrente.

Solo quando sono arrivato a casa e ho visto il telegiornale sulla IB3, la rete della regione autonoma delle Baleari, ho visto le violenze. Era successo proprio dall’altra parte rispetto a dove mi trovavo io, sotto le mura e vicino a una zona molto turistica: s’Hort del Rei e le aree circostanti. È il primo spazio urbanisticamente patrimonializzato della città, alla fine degli anni Cinquanta. Probabilmente tutto è successo proprio mentre andavo verso casa, ma in coda al corteo, mentre io ero in testa.

La polizia dice che eravamo 25 mila, l’organizzazione 70 mila. Io resto convinto della mia prima impressione di 50 mila manifestanti. Le autorità dicono che l’organizzazione non ha voluto seguire l’allerta per l’eccesso di gente; gli organizzatori dicono che gli avvisi sono arrivati tardi e che non hanno avuto tempo di avvisare i potenziali manifestanti, o qualcosa del genere.

Martedì sono andato anche alla protesta davanti alla delegazione provinciale, per chiedere le dimissioni del delegato del governo centrale, anche a capo della polizia nazionale, naturalmente del partito socialista. Eravamo circa cinquecento. Sono andato via quando metà dei partecipanti aveva lasciato la manifestazione, e non ho sentito che fosse successo nulla di simile a quanto accaduto sabato. Ma dopo aver ascoltato il delegato provinciale, la presidentessa della comunità autonoma (del Pp, e al governo con Vox), nonché i sindacati di polizia, credo sia chiaro che era tutto programmato. Si dice che le violenze erano state pianificate in modo da boicottare il successo della manifestazione, per me però l’obiettivo delle violenze non erano tanto i manifestanti, ma piuttosto il delegato del governo. Criminalizzando la manifestazione, il Pp e Vox hanno vinto un trofeo di caccia grossa, nella grande battaglia contro quello che chiamano “sanchismo” (cioè la linea del governo di Pedro Sánchez).

Xesc Alemany. È interessante vedere i fatti da questa prospettiva, da sopra le mura. Rispetto alla tua idea che le cariche fossero pianificate – nel senso di quella “provocazione controrganizzativa” di cui parla Deniz Yonucu (in un libro che abbiamo recensito su Monitor, NdT) – posso riportare qualche elemento che ho visto dalla mia prospettiva. Io ero più in basso, proprio dove hanno caricato. Non mi hanno toccato, ma hanno picchiato giovani e anziani, addirittura un ultrasessantenne. Per non dire del giornalista, a cui hanno spaccato la testa. Una delle compagne che gli ha prestato le cure – siccome la polizia aveva bloccato l’accesso ai medici per più di un’ora e mezzo, l’hanno dovuto portare di peso – ci ha detto che se passava un’altra ora il giornalista avrebbe perso troppo sangue. Potete immaginare cosa volesse dire.

In breve: la polizia ha bloccato a sorpresa il passaggio tra le mura e il lago artificiale, da dove doveva passare ancora molta gente. In mezzo alla folla, tra chi voleva arrivare al recinto dentro alle mura e chi ne usciva, sono rimasti bloccati una decina di poliziotti, forse una dozzina. Hanno dato il permesso perché leggessero il manifesto della protesta, davanti a tutta la gente che era rimasta fuori e che non l’aveva potuto ascoltare; ma a metà lettura da dietro sono arrivati almeno altri venti agenti in tenuta antisommossa, che hanno cominciato a spingere per attraversare la passerella e raggiungere i loro compagni, con la scusa che questi erano rimasti bloccati nella folla.

Non tutti li hanno visti. Hanno iniziato a spingere da dietro con gli scudi, la gente ha iniziato a cadere dalle scale ai lati, addirittura dentro al lago. Poteva essere un disastro. Questa cosa ha acceso la rabbia; fino a quel momento la gente era nervosa per il blocco, perché non riuscivano a entrare, ma non c’era intenzione di alzare la tensione. Le spinte e le manganellate per passare, sono state il detonatore. Ci sembrava che la presenza della polizia fosse poca e male organizzata; invece si è rivelata una trappola. In pochi minuti sono arrivati più di dodici blindati, oltre cinquanta agenti, che hanno occupato tutta la zona. Inizialmente sono entrati in azione solo una trentina di poliziotti; c’era molta rabbia, e la folla li ha spinti indietro. Poi però sono iniziati ad arrivare gli altri; c’è stata qualche carica, con cui hanno preso tempo per raggiungere il viale. Sono arrivati al viale, e hanno aspettato che la folla gli si scagliasse contro; ma siccome la gente non reagiva, e siccome è una zona molto turistica, sono arrivati gruppi di turisti che provocavano i manifestanti; la gente rispondeva con fischi e grida, e la polizia ne ha approfittato per caricare, come se stessero difendendo i turisti. Le dichiarazioni sia della polizia che della Guardia Civil hanno mostrato quale fosse la loro strategia: usare la categoria del “turista” per far emergere tutti gli stereotipi sulla “turismofobia”. Volevano che uscisse l’idea che c’era una pulsione “etnica” o “identitaria”, per nascondere invece le accuse contro lo stato, il modello di sviluppo, l’industria del turismo, gli speculatori, i politici, la stessa polizia per gli arresti dei giorni precedenti, e così via. Hanno esasperato, hanno provocato, per presentare la situazione come se fossero “turisti contro manifestanti”, giustificando le cariche “in difesa del turista”.

Un altro studioso della polizia, Paul Rocher, afferma una cosa che stiamo vedendo in atto: oltre al razzismo, che fomenta la guerra tra gli ultimi e i penultimi, c’è un secondo grande fattore di fascistizzazione sociale, cioè l’autonomia “selettiva” della polizia. La polizia ha sempre una certa autonomia quando si tratta di perseguitare i settori più impoveriti della classe lavoratrice, oppure quelli più organizzati in termini antagonisti, siano i loro contenuti politicamente espliciti, oppure no. È una cosa che non dobbiamo dimenticare.

da qui

giovedì 13 agosto 2026

Il politicamente corretto e il suo bisogno compulsivo di dichiararsi estraneo - Michele Zuddas

 

Bruciare le automobili di due ricercatori è un gesto vile, criminale e politicamente inaccettabile, sul quale non può esistere alcuna indulgenza, alcuna ambiguità e alcun tentativo di giustificazione, ma proprio perché ogni crimine deve essere condannato senza esitazioni sarebbe altrettanto doveroso impedire che la sua gravità venga utilizzata per costruire, in assenza di autori individuati, di movente accertato e perfino di una rivendicazione, una verità politica già pronta, confezionata non dagli inquirenti ma dal potere istituzionale, secondo la quale quell’incendio sarebbe un attacco contro l’Einstein Telescope e, per implicazione, il prodotto del clima creato da chi contesta il progetto.

L’imbarazzo nasce nel vedere quanto rapidamente il politicamente corretto, con il suo bisogno quasi compulsivo di dichiararsi estraneo a ogni forma di violenza, riesca a prevalere sulla lucidità politica, perché la preoccupazione di apparire moderati, responsabili e rispettabili finisce per spingere molti ad accettare una ricostruzione priva di riscontri, come se la paura di essere associati a un gesto criminale fosse più forte del dovere di domandarsi chi stia costruendo quella associazione, attraverso quali elementi e soprattutto con quale vantaggio politico.

Nessuno discute che un attentato debba essere isolato e condannato, ma isolare un crimine non significa aderire alla narrazione che qualcun altro ha deciso di costruirgli attorno, né accettare che un fatto ancora oscuro venga immediatamente collocato dentro il conflitto sull’Einstein Telescope, trasformando il dissenso in un indiziato morale e offrendo al potere costituito la possibilità di presentarsi come vittima della violenza proprio mentre sottrae al dibattito pubblico il diritto di contestare una scelta politica, economica o territoriale.

La Regione Sardegna non è un organo inquirente, non dispone di una verità processuale e non può trasformare una propria convenienza comunicativa in un accertamento dei fatti, ragione per cui ogni dichiarazione che presenti l’incendio come un attacco al progetto, anziché come un crimine di cui restano da chiarire autori e movente, deve essere letta per ciò che è, cioè come un atto politico, non come una conclusione investigativa, con tutte le responsabilità che derivano dalla scelta di orientare l’opinione pubblica prima ancora che emergano elementi certi.

Il potere conosce perfettamente il valore della delegittimazione preventiva, perché quando non riesce a neutralizzare il dissenso sul terreno delle idee tenta spesso di trasformarlo in un problema di ordine pubblico, di estremismo o di pericolosità sociale, e in Sardegna abbiamo già assistito al tentativo di associare la protesta contro la speculazione energetica a comportamenti violenti, costruendo attorno a movimenti civili, comitati territoriali e cittadini organizzati un alone di sospetto utile a spostare l’attenzione dalle ragioni della protesta alla presunta natura di chi protesta.

Quanto accade oggi supera dunque il merito dell’Einstein Telescope, poiché in gioco non c’è soltanto il giudizio su una grande infrastruttura scientifica, ma la possibilità stessa di esprimere un dissenso radicale senza essere collocati, attraverso insinuazioni e accostamenti, nella zona grigia della violenza, fino a rendere ogni critica più facilmente attaccabile e ogni opposizione più facilmente isolabile.

L’indipendentismo sardo dovrebbe comprendere prima di altri la pericolosità di questo meccanismo, perché un potere che oggi riesce a presentare come moralmente contiguo a un attentato chi contesta un progetto scientifico, domani potrà utilizzare lo stesso schema contro chi mette in discussione le servitù militari, contro chi si oppone alla speculazione energetica, contro chi rivendica sovranità sulle risorse dell’isola e perfino contro chi sostiene apertamente il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione.

Accettare questa narrazione per timore di apparire indulgenti verso la violenza significa non comprendere la posta in gioco, poiché nessuno chiede di attenuare la condanna del crimine, mentre si chiede di impedire che quella condanna venga usata come lasciapassare per una colpevolizzazione politica del dissenso, che è cosa diversa, assai più sottile e, proprio per questo, molto più pericolosa.

La vera responsabilità politica non consiste nel ripetere le formule del potere per dimostrare la propria rispettabilità, ma nel conservare la capacità di distinguere tra ciò che è accertato e ciò che è utile far credere, tra un fatto e la sua manipolazione, tra la violenza reale e l’immagine della violenza costruita attorno a chi contesta, perché la democrazia non viene minacciata soltanto dagli incendi, ma anche dalle narrazioni che li trasformano in strumenti per restringere il campo del dissenso.

Chi oggi abbocca a questa ricostruzione, magari convinto di difendere la scienza, l’immagine della Sardegna o la civiltà del confronto, rischia in realtà di consegnare al potere un precedente formidabile, attraverso il quale ogni futura protesta potrà essere sorvegliata, sospettata e delegittimata prima ancora di essere ascoltata, mentre qualunque posizione realmente antagonista verrà costretta a passare il proprio tempo a dimostrare di non essere violenta, anziché discutere delle ragioni per cui esiste.

Condannare il crimine è un dovere, smascherare la propaganda che tenta di appropriarsene è un altro dovere, e confondere i due piani per timore di apparire scomodi significa rinunciare non soltanto alla lucidità politica, ma alla difesa di quello spazio democratico senza il quale nessuna protesta, nessuna idea di sovranità e nessuna prospettiva di indipendenza potranno mai avere cittadinanza reale.

da qui

mercoledì 12 agosto 2026

Il razzismo inizia dal linguaggio: perché non usare il termine ‘maranza’ - Marco Aime

 

La discriminazione, fino al razzismo, inizia dal linguaggio. Dare un nome, significa collocare il soggetto in una certa casella del nostro ordine mentale. La parola “negro”, per esempio, da semplice aggettivo in lingua spagnola per definire un colore, è diventato via via un epiteto dispregiativo, al punto di diventare un’offesa. Lo stesso potremmo di re a proposito di “terrone” o “cafone”, entrambi epiteti nati per definire i contadini e poi divenuti rispettivamente sinonimo di meridionale e di maleducato.

Le lingue si evolvono continuamente e si arricchiscono di neologismi, che a volte impoveriscono chi li usa, per il modo in cui li usa. Che tali epiteti vengano usati nel parlare comune è già un cattivo segno, “chi parla male, pensa male” diceva Nanni Moretti, che ad adottarli sia un governo, non è solo un pessimo segnale, è piuttosto un pericolo. È il caso di “maranza”, termine che nasce molto probabilmente dalla crasi di “marocchino” e “zanza” (quest’ultimo in dialetto milanese significa “borseggiatore”) usato per indicare quei giovani che spesso ostentano atteggiamenti spavaldi e ineducati, che adottano un gergo triviale e un codice di abbigliamento comune, fatto di abiti che ostentano griffe note, ma spesso contraffatte.

Il fatto che siano divenuti oggetto di un progetto di legge contro di loro, lascerebbe pensare a un fenomeno nuovo, ma in realtà già nel 1989 Jovanotti, ne Il capo della banda, cantava: “Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente/ Di matti di maranza e di malati di mente/Fissati con le moto e coi vestiti americani/Facciamo tutto ora o al massimo domani”.

Molti di questi ragazzi (ma non tutti) sono figli di immigrati di origine nordafricana e questo ha contribuito a renderli oggetto prediletto della destra, sempre pronta ad accusare gli stranieri per reati commessi, così come a difendere o a far finta di niente se a delinquere è uno dei nostri. Così lo stesso governo che con una mano celebra le gesta eroiche di un orefice, che ha ucciso due persone, esattamente come fece nell’immediato del caso del poliziotto di Rogoredo, dall’altro promulga una legge anti-maranza.

Già il fatto di chiamarla con questo epiteto è indice di razzismo: è come se facessimo una legge anti-negri, anti-musulmani, anti-gay. Le leggi regolano la vita degli individui, i loro atti, non la loro appartenenza e abbiamo già molte leggi che condannano gli atti di violenza e di criminalità: applichiamole, ma non facendo differenza sulla base del gruppo di cui si fa parte. Chiamando una legge “anti-maranza” si razzializza, li si classifica, per poi giudicarli partendo già da un pregiudizio. I cosiddetti maranza non sono un’associazione a delinquere organizzata, non sono la mafia, semmai una galassia di atteggiamenti e pensieri che possono piacere o meno, ma diventano colpevoli solo nel momento in cui uno di loro compie un reato e in quel caso si applichino le leggi vigenti.

L’ossessione securitaria di questo governo, che più di una volta ha mostrato un volto razzista, viene ulteriormente accentuata in campagna elettorale, nella speranza di ottenere qualche voto in più. La sicurezza non si costruisce con leggi contro qualcuno, ma contro un determinato comportamento e con la prevenzione. Una legge di questo tipo prevede pene diverse se a commettere lo stesso reato è un “maranza” o un “non maranza”? Se la risposta è sì è una legge razzista, se la risposta è no, è una legge inutile.

da qui

martedì 11 agosto 2026

Il turismo di massa e i "risvegli" del Corriere della sera - Angela Fais

 

Siamo in estate e le mete turistiche sono letteralmente prese d’assalto. Molto spesso si tratta di visitatori che lasciano la località a fine giornata, appena il tempo di mangiare qualcosa, fare un selfie e ripartire, come ad esempio accade per le Tre cime di Lavaredo dove sono state registrate medie di 13mila presenze al giorno.

Tuttavia, non bisogna stupirsi dal momento che questi sono gli esiti di precise politiche che hanno deciso di concepire i luoghi unicamente come spazi attrattivi da consumare attraverso un turismo mordi e fuggi che alla comunità - è arrivato il momento di ammetterlo - lascia solo disagi, non di certo ricchezza.

A questo punto le soluzioni che solitamente vengono proposte si riducono fondamentalmente a due ed entrambe ricadono nell’alveo di quelle stesse politiche che hanno generato il problema: destagionalizzazione e introduzione di un ticket turistico. Entrambe non sono risolutive per chi la città la abita, ma  forniscono dei vantaggi a chi la città la “gestisce”, limitandosi ad amministrarla al di fuori di una visione politica dove i cittadini potrebbero avere ancora dei diritti da reclamare.

La destagionalizzazione è un grande mito. Difficilissima da perseguire giacché dipendente da troppe variabili, essendo le vacanze legate a periodi dell’anno fissi. A meno che non si voglia emulare Fantozzi a Capri a Natale, la maggior parte dei turisti vuole fare le vacanze col caldo, nel periodo estivo. Inoltre, tenere aperte le strutture in bassa stagione consentirebbe guadagni limitati, comportando dei costi di gestione molto alti. Oltre al fatto che per certe mete, come alcune isole e località costiere, le presenze turistiche sono talmente elevate che la destagionalizzazione non risolverebbe alcunché. E’ il caso delle Isole Eolie o delle Egadi. Le prime, con una popolazione di 15mila abitanti fissi, registrano oltre 452mila presenze. Le Egadi si attestano invece intorno a 231.000 presenze ufficiali, escludendo una grande fetta di escursionisti giornalieri, a fronte di una popolazione di sole 4300 persone (dati ISTAT). Quindi con flussi turistici così intensi, se pure si destagionalizzasse, includendo qualche settimana in più a cavallo tra alta e bassa stagione, non cambierebbe assolutamente nulla.

Quanto al ticket turistico, di fatto, esso sancisce il fallimento della politica.

A Venezia ha determinato appena una lieve flessione del numero dei visitatori, che si attesta tra 40mila e 90mila presenze giornaliere.

Dunque la misura si conferma non risolutiva se la consideriamo dal punto di vista dei residenti, che vivono il disagio dell’invasione turistica. Chi si mette in viaggio, dal canto suo, è disposto a pagare qualcosa in più per raggiungere la meta. E laddove si propone di fissare un costo considerevole, quindi operare in base a una selettività basata sul reddito, lì allora si trasforma la città, i luoghi in generale, in una sorta di zoo, dove i residenti vengono ignorati, considerati delle sgradevoli comparse, quando non percepiti come un intralcio all’estrazione della rendita. Ma sopratutto si converte in denaro il diritto alla città e si sdogana l’assunto per cui chi può pagare e può comprare ‘experience’, compra persino l’experience di una città. Non si tratta soltanto di “ rischiare di svilire il senso di libertà del cittadino in vacanza”, come scrive Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera.

Qui accade qualcosa di molto più grave. Si avalla la trasformazione della città, e tutto ciò che essa contiene, in merce. Lesione molto più grave, quest’ultima rispetto ai diritti dei vacanzieri. E non si può giustificare tutto, dichiarando semplicemente che “l’era della gratuità è in crisi”, perché ripetete da decenni che il turismo è il nuovo petrolio e che avrebbe portato tanti bei soldi. E invece? Adesso si scopre che i soldi dobbiamo tirarli fuori noi e che dobbiamo “fare i conti con problemi di sostenibilità economica” al punto da dover tassare il bello. Scordatevi di accedere alla cultura o di poter godere delle bellezze del nostro paese se siete poveri. Pagherete ogni tramonto.

da qui

lunedì 10 agosto 2026

Glifosato e cancro, l’Ue proroga l’uso del diserbante fino al 2033. Che fine ha fatto il principio di precauzione? - Barbara Nappini


Forse fa venire il cancro, ma nel dubbio continuiamo a usarlo. Questo sembra essere il surreale enunciato dietro la sentenza di qualche settimana fa, in Missouri, US, in merito al Glifosate. Il glifosato è un erbicida “totale”: significa che elimina quasi ogni specie vegetale (tranne ciò che è stato selezionato o trasformato per resistergli). Agisce bloccando un enzima essenziale per la crescita delle piante e provocandone la morte. È prodotto dalla multinazionale Bayer che ha inglobato la Monsanto, produttrice del celebre “Roundup” il cui principio attivo è appunto il glifosato. Uno dei terreni di battaglia è il riquadro dell’etichetta: uno spazio cruciale per allertare gli utilizzatori o tacere il rischio. Infatti, tale principio attivo (e il prodotto commercializzato) è al centro di decine di migliaia di cause legali contro la multinazionale Bayer: i querelanti accusano l’erbicida di aver causato il linfoma non-Hodgkin e molti altri gravi problemi di salute dopo utilizzi ed esposizioni prolungate. Molte cause sono incentrate sul fatto che, non essendo segnalati i rischi in etichetta, i cittadini non hanno riconosciuto il rischio, non si sono protetti e hanno successivamente sviluppato patologie.

Di fatto, nella causa intentata da John Durnell, cittadino del Missouri che si è ammalato di linfoma non-Hodgkin, la Corte d’Appello ha scagionato la Bayer dal pagamento di 1,25 milioni di dollari, sentenza di una Giuria Statale del 2025, appellandosi ad una legge federale datata 1972, il Federal Insecticide, Fungicide and Rodenticide Act, varata proprio per evitare norme disomogenee tra Stati e livello federale. Poiché l’EPA, Environmental Protection Agency, organismo federale preposto a legiferare in questo ambito, non ha mai considerato il glifosato cancerogeno, non ha mai di conseguenza imposto di segnalare alcun allarme specifico né consigliato di usarlo indossando protezioni. Al contrario dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, IARC, dell’OMS, che ha classificato il glifosato nel gruppo 2A, ovvero come sostanza probabilmente cancerogena per l’uomo. Il risultato del ribaltamento federale della decisione della Giuria Statale del Missouri, va ben oltre la vicenda drammatica del sig. Durnell: era fondamentale per Bayer per scoraggiare future querele e class actions.

Quindi: nel dubbio che possa provocare il cancro, non si applica il principio di precauzione ma al contrario si tace ogni possibile rischio, a tutela degli interessi commerciali del colosso agroindustriale Bayer. Segnaliamo che dopo il ribaltamento della sentenza, il titolo è decollato in borsa registrando un rialzo del 17%.

Una posizione molto simile d’altronde è stata assunta anche in Europa, dove, nonostante gli alti rischi legali e le pressioni ambientaliste per la messa al bando, gli enti regolatori, come l’EFSA, Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, e l’ECHA, European Chemicals Agency, hanno atteggiamenti rassicuranti e infatti l’Unione Europea ha rinnovato l’autorizzazione all’uso del glifosato fino alla fine del 2033.

La vicenda Bayer è un chiaro esempio dell’incommensurabile influenza che interessi specifici, privati, facilmente identificabili, hanno sulla politica e sulle leggi. Il potere delle multinazionali è ormai esteso, rilevantissimo e pervasivo in ogni ambito. Tale enorme capacità di influenza è stata costruita negli anni proprio nell’interazione continua con la politica e le istituzioni in generale, mediante una serie di attività volte a compenetrare le strutture pubbliche e i loro interessi, che dovrebbero riguardare esclusivamente il bene pubblico, con gli obiettivi di soggetti economici privati. Questo avviene per esempio grazie al sovvenzionamento e al sostegno di campagne elettorali in cambio di favori successivi all’elezione. Ma anche in conseguenza di passaggi “fluidi” di funzionari pubblici dagli organismi istituzionali ai CdA delle multinazionali. Per condizionare poi l’opinione pubblica molti investimenti vengono fatti in ambito comunicativo: dalla delegittimazione dei soggetti “scomodi”, a vere e proprie campagne di disinformazione, alla costruzione di una narrativa scientifica controversa, frammentaria e nebulosa che istilli il dubbio. Nel caso del cibo poi c’è l’arma definitiva: la paura della scarsità. Semplicemente perché senza cibo si muore: e allora, sostenere che la naturale conseguenza della rinuncia al glifosato, potrebbe essere un disastro produttivo – e anche economico – è assolutamente efficace.

Noi riteniamo che sia urgente un’inversione di rotta, chiediamo alla politica di fare ciò che l’etimologia della parola stessa richiama: dal greco antico politikḗ, cioè “tutto ciò che riguarda la città”, quindi che riguarda i cittadini, e, per estensione, ciò che riguarda TUTTI. Il bene comune della società civile deve tornare al centro delle agende politiche: le istituzioni esistono per garantire la tutela degli individui e della collettività. Una casa, il cibo, un lavoro, una vita dignitosa in un contesto dignitoso e salubre: vogliamo ripartire da qui? Quel rapporto di reciprocità alla base del vivere civile deve essere un perno imprescindibile nel nostro modo di stare al mondo rispetto al nostro prossimo e rispetto a ciò che ci aspettiamo dai rappresentanti politici. Il senso di responsabilità, cioè la capacità di dare risposte, deve pervadere ogni riflessione, ogni decisione, ogni atto nei gangli della vita civile, culturale e politica di una comunità.

Ricordiamo, infine, un tragico evento che testimonia però cosa può accadere quando le istituzioni lavorano con responsabilità per il bene comune. La giustizia brasiliana ha ritenuto Syngenta, colosso dell’agrobusiness, civilmente responsabile per l’omicidio dell’attivista del MST, Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra, Valmir “Keno” Mota de Oliveira. Nel 2007 infatti, un’organizzazione paramilitare privata al servizio della multinazionale, sparò su un gruppo di contadini che occupavano un campo di semi transgenici illegale. La responsabilità della corporation è stata confermata nel 2026 dal Superior Tribunal de Justiça, STJ, che ha riconosciuto l’episodio come un vero e proprio massacro e ha stabilito il risarcimento per danni materiali e morali alla famiglia della vittima.

Noi siamo convinti che un sistema alimentare più giusto sia un diritto di tutte e tutti e nel percorso per costruirlo, abbiamo bisogno di una politica coraggiosa, lungimirante, saggia, che non si fermi con lo sguardo alla prossima tornata elettorale, ma che guardi al futuro con un profondo senso di giustizia e responsabilità.

da qui