martedì 4 agosto 2026

Sardegna: Mamuthones e tradizione

 

I Mamuthones a Cala Finanza e l’Identità - Francesco Casula 

La presenza dei Mamuthones a Cala Finanza ha riproposto con forza la questione dell’Identità sarda, suscitando un dibattito interessante: anche al di là di posizioni diverse e articolate.

Da parte mia, la pesso goi.

Dobbiamo liberarci definitivamente e al più presto di un’impostazione che riproponga un cliché che la riduce a semplice recupero acritico del passato e delle sue tradizioni o del suo folclore; o a un attributo eterno e immutabile. Provocatoriamente sosterrei anzi che la visione puramente etnografica dell’identità, certifica la morte dell’identità stessa.

Di più: quando ci si interroga sull’identità  – scrive magistralmente il compianto Bachisio Bandinu in La Maschera, la donna e lo specchio, (Spirali editore, Milano 2004) – vuol dire che si sta sperimentando una condizione di disidentità. Si cerca qualcosa che si è già perduta…Si piange il corpo morto e si tesse il manto luttuoso del ricordo e del rimpianto. Opera il fantasma della madre tradizione. Si arreda lo spazio di monumenti, documentazioni, mappature, rituali, tutti timbrati inesorabilmente al passato, secondo una concezione mussale. Si ricostruiscono i luoghi sacri della malinconia. Ricorrenze, ripetizioni e fantasie di rinascita. E’ un lutto senza elaborazione. Così codici e scritture, riti e narrazioni, usi e costumi non prendono la forma del tempo attuale, La fissazione all’oggetto perduto produce le folclorizzazioni che sono delle rappresentazioni mortuarie. 

C’è un enunciato, imperativo e malinconico, davvero sintomatico che ricorre nel discorso sardo: torrare a su connotu, ritornare al conosciuto. Su connotu è visto come uno spazio reale e simbolico di garanzia, ricco di valori è costituito dal patrimonio storico, archeologico, artistico, linguistico e culturale, ma inteso come tesoro da custodire, senza investimento.

Con un aforisma affilato e fulminante, esprime lo stesso pensiero il compositore austriaco Gustav Mahler, scrivendo che “La tradizione deve essere considerata come rigenerazione del fuoco e non come venerazione delle ceneri”. 

   L’identità non è un dato dunque che si contempla: quando ciò avviene vuol dire che il fenomeno è ormai svanito. E neppure semplicemente si studia o si indaga: questo avviene infatti quando essa viene a mancare o si è trasformata in oggetto estraniante. Pensiamo alle lingue morte che sono sempre oggetto di attenzione alla luce fioca dei tavoli accademici, quando “il morto” è sezionato e classificato. O pensiamo alle lingue, le arti, le tradizioni sempre più materia per i nuovi entomologi.

L’Identità dei sardi è così difficile da definire proprio perché dinamica e variabile, fatta di somme e di accumuli e non di sottrazioni successive. Se procediamo per ortodossia totalizzante, e ci mettiamo a sottrarre e a sottrarre, escludendo e tagliando, per riscoprire l’autentico, possiamo arrivare fino a ricondurre la cultura sarda dentro la sua lingua originaria precedente alla romanizzazione.

   L’identità che occorre difendere e rivendicare e far crescere dunque non è quella immobile o primigenia o “autentica”: anche perché l’autoctono puro non esiste. Come non esiste – un terroir identitario sicuro e definitivo, come per il vino. Gli uomini – come le piante – hanno certo “radici”, ma insieme viaggiano, cambiano, sono ibridi, multipli, figli di molte generazioni e di molte culture e di infiniti incontri: influenzati dal sangue e dalla storia tanto quanto dal loro libero mutare, abitare, imparare. Non esistono quindi identità blindate o troppo ingombranti.

 L’Identità che esiste è invece lo specchio fedele di stratificazioni culturali secolari su un potente sostrato indigeno che fa da coagulo (Antonello Satta). 

   Ma non si esprime in un isolato e fermo recupero e cernita di semplici memorie e tradizioni. In genere – ha sostenuto il filosofo americano John Rogers Searle  noi pensiamo alla memoria e dunque all’identità che su questa basiamo, come a un magazzino di frasi e immagini. 

Dobbiamo invece pensare alla memoria e dunque all’identità come a un meccanismo che genera atti contemporanei, inclusi pensieri e azioni, certo basati anche sulle esperienze del passato, ma nei termini accrescitivi di un confronto nel tempo perché è in quel confronto, in quello scambio intersoggettivo che trova la ragione la capacità di conservare ma anche di progettare e di accogliere e di proporre, di ricevere e di dare. Ciascuno è figlio della propria terra ma anche figlio del mondo intero. Occorre partire dal luogo della differenza per riconoscerci e appartenerci e insieme da quel luogo, dal valore della diversità segnata da una storia dissonante e da arresti anche drammatici ma carica di significati millenari: ripartire, muovere per disegnare nel presente la nostra storia futura, il progetto della nostra terra.

   L’identità non è immutabile come un blocco di cemento ma un elemento dinamico. Ogni identità è dinamica, cioè variabile, ci ricorda anche il vecchio Emanuele Kant. E, soprattutto non è definitiva ma è da rielaborare continuamente. Da ricostruire in progress, secondo la logica del bricolage, nella dimensione di un grande blob – scrive Alberto Contu   che crea inedite adiacenze tra segni e simboli delle vecchie certezze e nuovi elementi mobili dai confini elastici. La purezza infatti è l’unico ingrediente che non dovrebbe mai entrare nella composizione del concetto di identità. 

Hitler che era nostalgico di quella famosa purezza della razza, perpetrò il più grande genocidio della storia. Essere identici significa essere unici: l’individuo è unico ma nello stesso tempo somiglia agli altri individui. La nostra diversità sta in questa unicità. Sappiamo da tempo che una identità chiusa e inaridita, perde il suo profumo e la sua anima. Un’identità è qualcosa che dà e riceve. In essa nulla è cristallizzato, definitivo. L’identità insomma è una casa aperta, che si ingrandisce e si arricchisce ogni giorno.

   In quest’ottica – utilizzo ancora l’affilata e pregnante prosa di Bandinu  la tradizione non è un luogo, è il traditur come procedere del tempo. L’elaborazione del passato trova il suo punto di progettazione come investimento nell’impresa del dire e del fare…Il passato non è svelamento magico di un tesoro e neppure contenuto sostanziale di cui appropriarsi. E’ il percorso narrativo del farsi del linguaggio…Non si tratta di fare un cammino a ritroso per abitare la vecchia casa, è piuttosto un percorso prospettico che avvia un modo nuovo del dire e del fare. Il passato come rielaborazione per cogliere la specificità del tempo attuale.

   L’identità dunque non è un dato rassicurante e permanente  ma è quella che diventa fatto nuovo, che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza e della smemoratezza. 

L’identità dunque si vive, nel segno della contaminazione, del contatto e della creolizzazione e, insieme,dell’appartenenza. L’identità è quella che si trasforma in questione operativa: che diventa progetto e l’appartenenza diventa storia, caricandosi di vita, suscitando conflitti, impegnandosi con le lotte a trasformare il presente e costruire il futuro. 

   I veri e importanti elementi di identità che la tradizione ci consegna si perdono se non vengono investiti nell’oggi e nel diverso da noi: in qualcosa che con un termine ambiguo si chiama «il moderno». Anche se è vero che il moderno non ha portato il paradiso in Sardegna, tra industrializzazioni fallite, riforme agrarie nemmeno partite o comunque abortite, globalizzazioni solo patite, spaventose culture dei consumi, devastazioni mediatiche, scolarità degradate… Però hic Rhodus, hic salta: questi sono i problemi che è necessario affrontare, non solo in Sardegna, anche se sulla Sardegna hanno un impatto specifico.

   Ma per affrontarli sono inadeguate le logiche de su connottu. L’identità va resa vera e reinventata giorno per giorno, come la vita: sa vida est naschimentu. E il popolo sardo è tutt’altro che compatto (come in genere il popolo italiano): si tratta di rimetterlo faticosamente insieme, con una ricerca collettiva di senso, che batta ogni paese e ogni campagna ma vada ben al di là dei confini dell’isola.

Se prevale questa convinzione, se vince il fantasma – l’ingombrante sovrastruttura – la Sardegna è tagliata fuori dal mondo, dalla realtà; e anche da se stessa: perché conoscersi e vivere significa confrontarsi con gli altri. 

A mo’ di conclusione

E invece cosa succede in Sardegna? Cosa succede ai sardi e alla loro smemoratezza culturale? Forse che anche per noi sardi non vale la frase del poeta e scrittore preromantico tedesco Edward Young “Nati originali come accade che moriamo copie”?

“Ohi ohi ohi cosa siamo diventati – fa dire Salvatore Niffoi a Bachis, il  protagonista del romanzo La sesta ora – né antichi né moderni, né altri né noi stessi!

Quel fuggire rimanendo incatenati, quel restare col prurito di Ulisse nel culo, era tutto uno stillicidio di sangue che si versava nel limbo del non tempo, altrove e lui non se ne chiamava fuori, anzi: si torturava e s’interrogava, su quel rapporto magico e maledetto che aveva con la sua gente, la sua terra. Un cane randagio era. Un cane randagio che non stava bene da nessuna parte, che non si sentiva a casa né in acqua, né in cielo, né in terra. Che cosa aveva fatto per cambiare le cose ad Ularzai? Niente! E se avesse passato i suoi giorni a tribolare per il suo paese, sarebbe cambiato qualcosa? Di sicuro niente! Forse, quella terra malinconica, i suoi figli li voleva proprio così: che non facessero niente, che capissero fin da piccoli l’inutilità del fare, che tanto è tutto inutile…”. 

O no?

E i Mamuthones a Cala Finanza? Erano al loro posto. Nel posto più adatto. Perché – ripeto –: “L’identità e la tradizione è quella che si trasforma in questione operativa: che diventa progetto e l’appartenenza diventa storia, caricandosi di vita, suscitando conflitti, impegnandosi con le lotte a trasformare il presente e costruire il futuro”. 

E il sindaco di Mamoiada? Ha torto. Perché, evidentemente, è fuori da questa traiettoria.

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Pelle bianca, Maschera nera e le due Sardegne, di lotta e di governo - Ivan Monni

Esistono due Sardegne che non comunicano tra loro: una unionista (autonomista inclusa), l’altra indipendentista e anti-colonialista.

Una parte, per ora elettoralmente maggioritaria (chi si astiene è irrilevante), non è stata scalfita dalle sue convinzioni e continua a sostenere FdI, i 5S, il PD, Vannacci: tutte facce della stessa medaglia coloniale. 

L’altra Sardegna, invece, ha preso coscienza del proprio status coloniale.
Quattro anni di lotta continua, in ogni angolo della Sardegna sono un precedente unico nella storia degli ultimi cento anni, che non può non aver lasciato il segno nella società sarda.

L’intensità crescente della lotta è dovuta alla consapevolezza storica di aver colmato il limite di sopportazione coloniale sotto questa infornata costante di nuove servitù (energetiche, militari, mafioso-carcerarie, minerarie, turistiche, ecc) e il più grande furto di terra sarda.

Torno sulla questione maschere, non con gli occhi del sociologo-antropologo (che non sono) ma dal punto di vista dei simboli nella comunicazione politica.

I simboli sono potentissimi strumenti nella comunicazione: vale per le statue, la toponomastica, gli inni, le bandiere.

Più di una persona ha notato che una parte della squadra spagnola ha avvertito l’esigenza di mostrare la propria bandiera nazionale (dai giornali coloniali italiani definita “regionale”), oltre a quella statale. 

Il sindaco di Mamoiada, Barone, sentenzia contro il gruppo di Mamuthones a Lu Fenosu: “non condividiamo l’iniziativa di singoli che a titolo personale sostengono cause di natura ideologica”. Meditava in silenzio quando le maschere o gli abiti tradizionali venivano utilizzati per il marketing turistico o per compiacere il politico che viene dal continente? Il risveglio improvviso, l’arrocco in difesa, avviene quando tocca il potere italico, inequivocabilmente in decadente putrefazione.

Nell’ultimo congresso di Forza Italia in Sardegna, addirittura gli abiti tradizionali sono stati indossati da cameriere (donne) per servire dolci sardi a quella sagoma di Tajani.

 

La tradizione usata per servire il dominatore. C’è di che vergognarsi profondamente di essere concittadini delle pseudo-persone che hanno ideato quel palcoscenico.

E le maschere, e in generale l’identità usate per la protesta?
Qui il discorso si complica. Vengono usate per lo scontro, non per essere assoggettate e intrappolarle in schemi coloniali.
La tradizione ha la forza di coinvolgere la popolazione in quanto lascito mitizzato delle generazioni passate.
Non agisce sul piano razionale, fa leva sull’istinto. La maschera è parte della tradizione e in essa possiamo riconoscerci come parte distinta e distante dal colonizzatore. 

Scrive Frantz Fanon ne I dannati della Terra (Einaudi), pag. 196:

“Tutto concorre a risvegliare la sensibilità del colonizzato, a rendere inattuabili, inaccettabili gli atteggiamenti contemplativi o fallimentari. Come rinnova le intenzioni e la dinamica dell’artigianato, della danza e della musica, della letteratura e dell’epopea orale, il colonizzato ristruttura la sua percezione. Il mondo perde il suo carattere maledetto. Le condizioni sono riunite per l’inevitabile confronto.

Abbiamo assistito alla comparsa del moto nelle manifestazioni culturali. Abbiamo visto che quel movimento, quelle nuove forme erano legate al maturare della coscienza nazionale. Ora, questo movimento tende sempre più a oggettivarsi, a istituzionalizzarsi.
Da ciò la necessità d’una esistenza nazionale a ogni costo. […]

Nella situazione coloniale, la cultura priva del doppio supporto della nazione e dello Stato deperisce e agonizza. La condizione di esistenza della cultura è dunque la liberazione nazionale, la rinascita dello Stato.”

Concetto che somiglia molto al “genocidio” (tra virgolette) di cui parlava Simon Mossa già negli anni ’60, ribattezzato dall’indipendentismo storico come “genocidio bianco” (che non c’entra nulla con il colore della pelle), e rilanciato nel dibattito presso S’Indipendente da Cristiano Sabino.

Il politologo Carlo Pala definisce l’identità un tesoretto per la causa degli indipendentisti. Certo non deve essere “usata” contro altri popoli per chiudersi, semmai contro lo stato e il potere.

Per Fanon affrontare la questione dell’identità è fondamentale per decolonizzarsi, ma non basta difendere un’identità fissa o del passato. L’identità deve trasformarsi in un progetto politico vivo e aperto e si ricostruisce nella lotta per la libertà, in una nuova elaborazione che si concretizza e sfocia nell’uomo nuovo.

Non si tratta di riconoscere un fantomatico essenzialismo, la cui teoria ormai è rigettata dalla maggior parte degli studiosi. Chi pensa a una Sardegna isolata dalle idee che circolano in tutto il mondo, e che i sardi perpetuino sempre le stesse tradizioni da millenni ha capito poco e pratica un nazionalismo auto-razzista, che teorizza i sardi fuori dal mondo, isolati e arretrati, più o meno come ci narravano con sguardo orientalista i nostri peggiori detrattori.
Ad esempio, gli ideali della rivoluzione francese attecchirono immediatamente in Sardegna, e Angioy e la Sarda Rivoluzione furono il frutto di quella fase che sconvolse il mondo di fine ‘700.

Piuttosto occorre capire le funzioni dei simboli antichi che si rinnovano in nuovi significati, dentro a un’identità non statica.
Non sto sposando la teoria etno-simbolista di Antony Smith, dico solo che alcuni pezzi del suo impianto teorico spiegano la realtà meglio di altre.
nuraghi hanno assolto a varie funzioni nella storia, nel loro riutilizzo come templi o fortezze, dimora del capo, vedette, granai, tombe, mete turistiche. Oggi hanno trovato una nuova funzione nel preservare il territorio dall’assalto degli speculatori dell’energia.

D’altronde, anche il Carnevale non ha più lo stesso valore simbolico di un tempo, in una società sempre meno contadina e superstiziosa, rispetto a quella che invocava la pioggia chiamando Maimone.

Il punto è che i simboli hanno la capacità immediata di fare presa, più di mille ragionamenti e spiegazioni. Questo non significa negare le questioni economiche e sociali, che vanno affrontate con studio e organizzazione.

Significa caricare con la forza culturale le questioni materiali concrete, fornendo un frame cognitivo implicitamente e istintivamente sardo che si ponga contro la classe politica coloniale italica tutta, rispetto al gioco delle parti tra destra e sinistra italiana. È un indipendentismo istintivo, razionalmente irrazionale.

La questione culturale si incrocia con la questione ideologica: la lotta indipendentista deve essere di classe o nazionale? Già Simon Mossa risolse la questione, sovrapponendo e identificando la questione di classe con quella popolare sarda. I sardi sono sfruttati e sottomessi da secoli. Siamo i subalterni della storia, per lo storico americano John Day siamo una delle più vecchie dipendenze coloniali del mondo.
Da un lato i sardi oppressi, dall’altra il colonizzatore italiano. In mezzo sa borghesia compradora, i vari “Barone”, o il sindaco di Ploaghe Giammario Busellu che approva il repowering della ERG a Saccargia perché “totalmente convinto”.

Da questo punto di vista, l’alleanza tra comitati e l’Unione Sarda per salvaguardare il territorio dell’isola, culminata con la Pratobello24, altro non è stata che un’alleanza di scopo tra il popolo e una parte della borghesia sarda (Zuncheddu e il Gruppo Unione) contro un altro pezzo di borghesia (che fa capo a De Pascale, Nuova Sardegna, Fondazione di Sardegna, F2i) che sostiene l’estrazione coloniale pilotata dall’Italia. La prima controparte cui scontrarsi non è l’Italia, ma quella parte di Sardegna che sostiene l’Italia.

Se la borghesia sarda assumesse come propria la responsabilità di una lotta anticoloniale che culminasse con il “taglio della testa al re”, probabilmente si innescherebbero altre dinamiche politiche, nel post-indipendenza.
Temo che la borghesia sia più interessata al sottopotere che garantisce appalti e favori e al mantenimento dello status quo.

Certo che non si può stare solo sulla difensiva, e occorre una proposta politica alternativa che sfoci in un nuovo assetto istituzionale sardo e in un cambio di paradigma sugli aspetti economico-sociali, iniziando dalla redistribuzione della produzione dell’energia, sottraendola alle multinazionali per restituirla alle comunità.
Il rilancio di Omar Onnis della confederazione di un “blocco storico” di partiti, comitati e associazioni, riprendendo la proposta di un’agenda comune di Riccardo Pisu Maxia, va in quella direzione.

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lunedì 3 agosto 2026

La rivolta di Maiorca contro il turismo di massa, 70mila in piazza: polemiche per le botte della polizia - Victor Serri

 

Dopo Barcellona e le Canarie il grido contro l'overtourism arriva anche nell'isola più grande delle Baleari. Polemiche per le cariche delle forze dell'ordine. E si riapre il dibattito sul modello di accoglienza dei visitatori, dal mercato immobiliare impazzito a intere zone trasformate a beneficio degli stranieri

L’anno scorso alle Canarie, quest’anno alle Baleari. Le isole turistiche principali della Spagna sono diventate il fronte più caldo di una protesta sociale che cresce di stagione in stagione, quella dei residenti contro il modello economico su cui si basa da decenni l’industria turistica del Paese. Domenica, a Palma di Maiorca, decine di migliaia di persone hanno sfilato per le strade del centro storico in una delle manifestazioni anti-turismo più partecipate mai registrate sull’isola. La giornata, iniziata senza incidenti, si è chiusa con cariche della polizia e diversi feriti, riaprendo il dibattito nazionale sulla sostenibilità del modello turistico spagnolo.

Maiorca, come buona parte dell’arcipelago balearico, ha costruito la propria economia moderna quasi interamente sul turismo straniero, in particolare tedesco e britannico. A partire dagli anni Sessanta, la Germania Ovest ha scoperto nell’isola una meta ideale per le vacanze di massa: voli charter economici, hotel a basso costo lungo la costa, un clima mite tutto l’anno. Nel giro di pochi decenni Maiorca è diventata, nell’immaginario collettivo tedesco, quasi una regione tedesca d’oltremare, tanto che viene spesso chiamata, con una battuta diffusa in Germania, il “sedicesimo Land“. Interi quartieri di Palma, come la zona di Playa de Palma, sono cresciuti attorno a questa presenza costante, con ristoranti, giornali e servizi pensati per il pubblico germanofono.

 

Alle radici di una crisi: boom di prezzi di case e affitti

Questo legame, che per decenni ha portato ricchezza e occupazione, si è progressivamente trasformato in un problema strutturale. L’acquisto di immobili da parte di cittadini stranieri, unito alla diffusione degli affitti turistici brevi, ha fatto salire i prezzi delle case a un ritmo che il mercato del lavoro locale non riesce a sostenere. Secondo l’Istituto nazionale di statistica spagnolo (l’Ine), nel primo trimestre del 2026 il prezzo della vivienda libre nelle Baleari è aumentato del 13,6% su base annua, il rialzo più alto dal 2007; le abitazioni usate, le più richieste dagli acquirenti stranieri, sono salite addirittura del 15%. Le Baleari sono oggi la comunità autonoma con il prezzo al metro quadro più elevato di Spagna, circa 3.400 euro secondo l’agenzia immobiliare Gesvalt, quasi il doppio della media nazionale. Sul fronte degli affitti la situazione non è migliore: il ministero dei Diritti Sociali stima che nel 2026 i canoni in scadenza si rinnoveranno con un aumento medio di 4.615 euro l’anno, circa 400 euro al mese, la cifra più alta del Paese, a fronte di una media nazionale di 145 euro. Circa 24.500 contratti di affitto quinquennale scadranno nel corso dell’anno nell’arcipelago, coinvolgendo una platea stimata di 69mila persone.

 

In piazza un residente di Maiorca su 40

A organizzare la protesta è stata la piattaforma Menys Turisme, Més Vida (“Meno turismo, più vita”), sostenuta da oltre 130 tra sindacati e organizzazioni sociali, tra cui GobSos ResidentsSindicat de Llogateres, Ccoo, UGT, STEI, CGT, CNT, Arran e Alerta Solidària. Il corteo, radunatosi dalle 19 in Plaça d’Espanya, ha attraversato La Rambla, il Carrer Unió e il Passeig del Born, per concludersi a Ses Voltes, vicino al Parc de la Mar, dove era prevista la lettura del manifesto conclusivo.

Sul numero dei partecipanti restano versioni discordanti: la Polizia Nazionale ha parlato di circa 25mila persone, gli organizzatori di 70mila, comunque più delle edizioni del 2024 e del 2025, quando la piattaforma aveva già portato in piazza fino a 50mila persone. In entrambi i casi si tratta di una quota rilevante rispetto alla popolazione residente dell’isola, poco più di 950mila abitanti: anche calcolando la stima più prudente, sarebbe sceso in strada l’equivalente di circa una persona ogni quaranta residenti di Maiorca.

 

Gli arresti della vigilia e le botte della polizia in piazza

Nei giorni precedenti alla manifestazione due attiviste del collettivo Menys Turisme Més Vida erano state fermate a Santa Maria del Camí, accusate di aver imbrattato con scritte le vetrine di alcune agenzie immobiliari e di aver incollato le serrature di alcuni uffici, ritenuti simbolo della speculazione sugli affitti. La notizia dei due fermi ha contribuito ad alimentare la partecipazione alla marcia di domenica. È nella fase finale del corteo che il clima è cambiato. Secondo la ricostruzione degli organizzatori, la Policía Nacional ha impedito l’accesso a Ses Voltes pur non essendo stata raggiunta la capacità massima dell’area, bloccando anche gli spazi alternativi individuati per la lettura del manifesto.

Le tensioni sono sfociate con una serie di cariche delle forze dell’ordine e una ventina di colpi di proiettili di gomma sparati dagli agenti. Gli scontri, durati oltre un’ora, hanno provocato almeno otto feriti, tra cui un fotoreporter colpito alla testa mentre documentava gli incidenti, e nuovi fermi. La Policía Nacional, dal canto suo, ha respinto le accuse di sproporzione, sostenendo che un gruppo di 350-400 persone estranee alla manifestazione pacifica avrebbe aggredito alcuni turisti e lanciato pietrebastoni e bottiglie contro gli agenti prima delle cariche. Il gruppo giovanile indipendentista Arran, tra i promotori della piattaforma, ha denunciato su X le cariche della Polizia Nazionale, parlando di fermi e feriti e definendo quanto accaduto una repressione a cui “il grido di un popolo che difende l’isola dalla turistificazione” avrebbe risposto senza arretrare.

 

Le critiche al dispositivo di sicurezza “sproporzionato”

Le immagini delle cariche hanno avuto un’eco politica immediata. Lunedì Podemos ha chiesto le dimissioni del ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, definendo l’intervento della polizia “selvaggio e intollerabile“, ed esteso la richiesta al delegato del Governo nelle Baleari, Alfonso Rodríguez. Sulla stessa linea si sono espressi esponenti di Més per Mallorca, formazione alleata di Sumar, tra cui il deputato al Congresso Vicenç Vidal e il candidato alla guida del Comune di Palma David Pujol, che hanno definito sproporzionata l’azione degli agenti. Anche gli organizzatori della manifestazione hanno chiesto la testa del delegato del Governo, accusandolo di un dispositivo di sicurezza “totalmente sproporzionato” e di ritardi nei soccorsi ai feriti. Lo stesso Rodríguez, pur respingendo l’ipotesi di dimissioni, ha ammesso su X che alcuni agenti hanno fatto uso della forza contro persone che non sembravano rappresentare una minaccia, definendo “inaccettabili” alcune immagini e annunciando una relazione dettagliata sull’accaduto oltre a un incontro con i vertici della Polizia Nazionale nelle Baleari per rivedere il dispositivo impiegato quella sera.


Da Barcellona alle Canarie, l’onda lunga contro il turismo di massa

La protesta di Palma non è un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di un movimento che negli ultimi due anni ha attraversato la Spagna turistica: dalle Canarie, dove nel 2024 e nel 2025 decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Tenerife e in altre isole dell’arcipelago, fino a Barcellona, dove alcuni attivisti hanno usato pistole ad acqua contro turisti seduti ai tavoli dei bar, passando per Siviglia, dove sono comparse scritte contro i visitatori stranieri. Le richieste restano simili: limiti al numero di arrivi, regole più severe sugli affitti brevi, tutela dei salari e dei servizi pubblici per i residenti.

Le autorità baleari si trovano in una posizione scomoda: il turismo genera ancora una parte enorme del Pil regionale e dell’occupazione, ma il malcontento sociale rischia di trasformarsi in un problema politico difficile da gestire. Nei prossimi mesi si capirà se le proteste di Palma porteranno a misure concrete, o se il ciclo di manifestazioni, arresti e cariche di polizia è destinato a ripetersi anche la prossima estate.

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domenica 2 agosto 2026

Cosa succederebbe ai cani se sparissero gli umani?

 

Una bioeticista e un biologo hanno provato a fare qualche ipotesi per capire meglio il rapporto che abbiamo con loro (e come migliorarlo)

Immaginare cosa succederebbe al mondo se la specie umana scomparisse da un momento all’altro, del tutto o in grande parte, è un esperimento mentale che hanno fatto moltissimi scrittori e sceneggiatori e probabilmente anche tante altre persone: le fantasie sull’apocalisse esistono da millenni e sono sia una fonte di intrattenimento sia un modo per riflettere sull’esistenza. C’è però anche chi si è figurato possibili scenari di estinzione umana per fare ragionamenti scientifici: ad esempio su cosa succederebbe ai cani.

I cani sono stati i primi animali a essere domesticati e quindi in una certa misura a essere “creati” dagli esseri umani: nel corso dei millenni, favorendo gli accoppiamenti tra animali con certe caratteristiche di comportamento e di aspetto fisico piuttosto che altre, gli umani hanno condotto progressive selezioni artificiali che hanno portato dal lupo (Canis lupus) al cane (Canis lupus familiaris), che ne è una sottospecie, e poi alle diverse e numerose razze che distinguiamo. Come per tutte le specie domestiche, la vita dei cani dipende da quella degli umani, sia nel caso dei cani che hanno qualcuno che li nutre regolarmente, sia nel caso dei randagi, che sopravvivono in gran parte grazie ai rifiuti prodotti dalle persone.

Per questo la prima difficoltà che i cani dovrebbero affrontare in caso di sparizione di tutte le persone sarebbe la ricerca di fonti di cibo, ragionano la bioeticista Jessica Pierce e l’ecologo Marc Bekoff in I cani senza di noi, pubblicato in italiano da Haqihana, una casa editrice specializzata in saggi divulgativi sul comportamento canino.

Secondo i due studiosi, autori di vari libri sui cani e sul nostro rapporto con loro, è «quasi certo» che i cani sopravviverebbero a una scomparsa improvvisa degli umani «ammesso che non avvenisse su un pianeta diventato completamente invivibile per la crisi climatica». Questa conclusione deriva dal fatto che i cani che attualmente vivono in libertà in diverse zone del mondo riescono a sopravvivere abbastanza bene (secondo una stima citata da Pierce e Bekoff i cani randagi sarebbero 800 milioni nel mondo, quelli con una famiglia 200 milioni) e dalla flessibilità alimentare dei cani, che si adattano a mangiare anche cose diverse dalla carne: potrebbero sostentarsi con piante, frutti e insetti, oltre che con piccoli mammiferi e uccelli.

Nell’immediato è verosimile che molti cani morirebbero – alcuni, più piccoli e deboli, anche uccisi e mangiati da altri cani – ma è probabile che nel complesso riuscirebbero ad adattarsi a nuovi stili di vita, facendo affidamento sugli istinti che hanno in comune con i lupi e gli sciacalli. Ovviamente le cose andrebbero in modo diverso in diverse parti del mondo a seconda delle specifiche caratteristiche climatiche, delle risorse naturali di cibo e della competizione con altre specie di predatori: in alcune regioni i cani prospererebbero, in altre potrebbero scomparire a loro volta. In generale però la specie continuerebbe a scorrazzare per il pianeta.

Pierce e Bekoff hanno poi provato a immaginare cosa ne sarebbe dei cani nel più lungo periodo successivo alla scomparsa degli umani, e più in particolare a come i cani sarebbero cambiati dalla selezione naturale, tolta di mezzo quella artificiale. Per i due studiosi tentare di rispondere a questa domanda, anche senza poter mai verificare la bontà delle proprie ipotesi, è utile per capire meglio che animali sono i cani e i rapporti che abbiamo con loro.

Il punto di partenza del loro ragionamento è che i cani non tornerebbero a essere lupi.

Sappiamo che quando un gruppo di animali domestici si trova a vivere in libertà e perde ogni contatto con gli umani avviene un processo di feralizzazione, cioè di adattamento a uno stato selvatico. Le caratteristiche proprie delle specie domesticate – una maggiore mansuetudine, in aggiunta a tanti aspetti fisici – non scompaiono, quindi non si può parlare di una “de-domesticazione”, ma di un avvicinamento dei singoli animali ai comportamenti delle specie selvatiche sì. Nel caso in cui il gruppo di animali feralizzati continui a vivere in libertà per diverse generazioni, e in cui quindi la selezione naturale inizi ad agire, gli scienziati parlano di inselvatichimento secondario.

Non sappiamo quante generazioni di cani dovrebbero susseguirsi per arrivare ai «cani post-umani», ma secondo Pierce e Bekoff è probabile che sarebbero molto diversi dai cani di oggi e diversi tra loro in base al contesto geografico. I cani più piccoli potrebbero specializzarsi nella caccia di insetti, piccoli rettili e anfibi, mentre quelli più grandi dovrebbero trovare altre strategie di adattamento e nel tempo diverse popolazioni di cani potrebbero evolvere in specie canine diverse.

Ma si può anche ipotizzare che il rimescolamento dei geni canini portato dalla nuova libertà di accoppiamento porti a cani post-umani tutti di “taglia media”, cioè con un peso intorno ai 15 chili – ci sono cani che pesano poco più di un chilo e altri che superano i 100.

Le altre caratteristiche fisiche sarebbero a loro volta influenzate dall’ambiente: ad esempio, ipotizzano Pierce e Bekoff, nei climi più freddi potrebbero essere favorite e dunque prevalere le orecchie più piccole, che disperdono meno il calore; nei climi miti invece è possibile che le orecchie di dimensioni maggiori, più adatte a captare i rumori, si rivelerebbero più utili nella caccia.

Di certo scomparirebbero quei tratti fisici dei cani che gli umani hanno selezionato per ragioni estetiche ma che sono legati a problemi di salute, come i musi schiacciati dei carlini che causano problemi respiratori e l’eccesso di pieghe della pelle degli shar pei. Sparirebbero anche le orecchie pendule dei cocker e le code arricciate dei chow chow, perché sia le code che le orecchie sono usate dai cani per comunicare tra loro, e sarebbero favorite quelle che permettono di farlo meglio. Potrebbero scomparire anche le pellicce a macchie e di colori diversi, che non hanno alcuna funzione biologica.

– Leggi anche: Il governo olandese vuole vietare il possesso di cani e gatti di certe razze

Nel campo della riproduzione ci sarebbero sicuramente dei cambiamenti, ed è possibile che le femmine andrebbero in calore solo una volta all’anno invece che due (una più frequente disponibilità all’accoppiamento rispetto alle specie selvatiche è una delle caratteristiche comuni a tutte le specie domesticate). Un’altra possibilità è che, come succede nei branchi di lupi, la collaborazione dei padri, zii e altri membri di un gruppo di cani diventerebbe un elemento importante per la crescita dei cuccioli. Ma può anche darsi che i cani – o certe specie evolute dai cani – svilupperebbero stili di vita solitari.

È più difficile immaginare cosa succederebbe ai tratti comportamentali dei cani selezionati dalla domesticazione: l’ipersocialità sviluppata stando con gli umani verrebbe sfruttata con altri scopi dai cani post-umani o si perderebbe come tratto caratteriale di specie?

Pierce e Bekoff hanno finito il loro ragionamento cercando di stabilire se in prospettiva per i cani un mondo senza umani sarebbe un mondo migliore: sono giunti alla conclusione che i vantaggi (come la scomparsa di patologie dovute agli incroci tra cani della stessa razza, un maggior spazio in cui muoversi e maggiori possibilità di socialità) supererebbero gli svantaggi (come la maggiore esposizione alle malattie, l’assenza di cure e di cibo disponibile in abbondanza).

Per i due studiosi portare avanti l’esperimento mentale, riflettere su questi vantaggi e svantaggi ma anche dedicare maggiori studi ai cani randagi e feralizzati potrebbe aiutarci a comportarci meglio nei confronti dei cani: capendo meglio la loro natura, saremmo più in grado di garantirgli buone condizioni di vita. Ad esempio, evitando che nascano animali sofferenti a causa di certe caratteristiche fisiche comuni a certe razze create dagli umani, ma anche facendo passeggiare e correre i cani in spazi sufficientemente grandi, e facendo interagire i cani tra loro nel modo migliore per dargli una buona qualità della vita.

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venerdì 31 luglio 2026

“Bruci la terra? Ti taglio la mano”. Ecco cosa dovevano aspettarsi i piromani secondo la “Carta de logu” di Eleonora D’Arborea - Michela Girardi

  

L’aspetto sorprendente della Carta de Logu non sta solo nella durezza delle pene, ma nella visione di fondo: chi brucia la terra, brucia il futuro di una comunità. Non è solo un atto criminale, ma un tradimento sociale.

 

La Sardegna brucia. Ancora una volta. Nella giornata di ieri, devastanti incendi hanno colpito duramente diverse zone dell’isola, tra cui la splendida località di Punta Molentis, una perla del Sud Est sardo divorata dalle fiamme in poche ore. Le immagini dei roghi e dei soccorsi fanno il giro dei social, suscitando rabbia, dolore e sconcerto.

E in tanti, tra commenti e condivisioni, tornano a evocare un’antica memoria giuridica: la Carta de Logu. Promulgata da Eleonora d’Arborea alla fine del XIV secolo, la Carta de Logu fu uno degli statuti più avanzati del suo tempo, adottato dal Giudicato d’Arborea e rimasto in vigore fino al 1827, con l’avvento del Codice di Carlo Felice.

Non era solo un codice civile e penale, ma anche un vero e proprio regolamento rurale, perfettamente calato nella realtà del territorio e delle sue risorse. E proprio per questo, aveva un occhio severo – e incredibilmente lucido – nei confronti dei piromani. Oggi, chi appicca un incendio in un bosco rischia, secondo l’articolo 423-bis del Codice Penale, la reclusione da quattro a dieci anni. Una pena significativa, certo, ma che spesso si scontra con la difficoltà di individuare i responsabili e con una giustizia lenta.

Nel Medioevo sardo, però, le cose erano ben diverse. La Carta de Logu era chiarissima: gli incendi dolosi erano puniti con la mutilazione. In particolare, l’articolo 47 recitava: “Chiunque metta fuoco dolosamente a campi seminati, a messi o a vigne, o a orti, e sia colto in flagrante, paghi una multa di cinquanta lire e il danno causato; e se non può pagare, gli sia tagliata la mano destra. E i giurati siano tenuti a trovare e a consegnare il colpevole affinché subisca questa pena, come indicato nel secondo capitolo.”

Le norme erano precise: “le stoppie non debbono essere bruciate”, dice Eleonora, “prima del giorno di Santa Maria chi est a die octo de capudanni”, ovvero l’8 settembre. Se si dà fuoco involontariamente si pagano i danni e dieci lire di multa se accade nei tempi in cui è lecito “poner fogu”, venticinque lire nelle altre stagioni; se l’incendio è doloso e riguarda terreni coltivati, la multa sale a cinquanta lire e in via sussidiaria è previsto il taglio della mano destra.

L’incendio doloso di abitazioni è punito col rogo. In tutti i casi è previsto il risarcimento del danno. Per difendersi da queste terribili ondate di fuoco che potevano propagarsi rapidamente sui seminati, numerose ville elevavano delle barriere protettive dinanzi alle “habitations”, cioè ai terreni lavorativi appartenenti alla comunità, in modo tale da arrestare l’avanzata della fiamma.

Eleonora ordina che per il giorno di Sanctu Perdu de Lampadas, 29 giugno, la barriera, detta “sa doha”, debba essere pronta, e se non è pronta paghino tutti gli abitanti 10 soldi per ciascuno, e se la barriera non è preparata a dovere e può essere valicata dal fuoco, paghi il villaggio la medesima somma, mentre il curatore che doveva disporre perché tutto fosse in ordine è punito con una multa di dieci lire da versare alla corte; se egli aveva dato un ordine che non è stato eseguito, paghino collettivamente tale somma il majore e i suoi iurathos.

L’aspetto sorprendente della Carta de Logu non sta solo nella durezza delle pene, ma nella visione di fondo: chi brucia la terra, brucia il futuro di una comunità. Non è solo un atto criminale, ma un tradimento sociale.

Oggi, con tecnologie avanzate, leggi moderne e sistemi di prevenzione sempre più raffinati, ci troviamo ancora ad affrontare gli stessi incubi: foreste incenerite, animali uccisi, famiglie evacuate, territori devastati. E forse è proprio in questo che la Carta de Logu ci dà una lezione: la lotta agli incendi non è solo una questione giudiziaria, ma un patto di responsabilità tra cittadini, istituzioni e territorio. Perché la Sardegna non può continuare a essere preda di mani criminali che, nell’ombra, appiccano il fuoco ai suoi luoghi più preziosi.

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mercoledì 29 luglio 2026

Antispecismo è sostenibilità: con Veghu il formaggio sardo è (anche) vegetale - Sara Brughitta

Alla base dei formaggi di Veghu non c’è il latte animale, ma mandorle, anacardi e soia. Si tratta infatti del primo centro di riferimento in Sardegna per la ricerca, formazione, produzione e vendita di formaggi 100% vegetali, ma non solo. Veghu è anche una comunità inclusiva e intersezionale, che guarda al futuro dell’Isola, nell’Isola.

 

Veghu è un microcosmo che per essere raccontato, ha bisogno di uno sguardo (e di una consapevolezza) di insieme. Sono molti gli studi che dimostrano infatti l’effetto devastante degli allevamenti intensivi e, nello specifico, anche quello dell’industria casearia è un settore noto per essere altrettanto impattante a livello ambientale. Emissione elevate di CO2, ricorso a sostanze chimiche e poi c’è la questione del packaging, principalmente con materiale plastico. Infine non va dimenticato il danno causato dalle acque reflue, le acque di scarico.

La Sardegna, con una delle densità ovine più elevate al mondo, ha una lunga tradizione nell’allevamento, parte integrante del patrimonio culturale ed economico isolano. Il tessuto del territorio sardo è composto principalmente da aziende medio-piccole, spesso a conduzione familiare, ma anche qua la crescente consapevolezza riguardo l’impatto ambientale dell’industria casearia e degli allevamenti solleva interrogativi sulla sostenibilità delle pratiche attuali.

In questo contesto è più che mai necessario esplorare strade ecosostenibili che possano ridurre gli impatti, passando anche per la promozione di un’alimentazione più responsabile. Un’opzione meno impattante, ad esempio, può essere offerta dalle alternative vegetali. Marcello Contu, fondatore di Veghu, centro di riferimento per la ricerca, la formazione, la produzione e la vendita di formaggi 100% vegetali, racconta come soluzioni etiche e sostenibili siano possibili e necessarie.

Da quale esigenza nasce il progetto?

La mia attività è nata per soddisfare la mia voglia di mangiare formaggio dopo essere diventato vegano: i formaggi rappresentavano l’ultimo ostacolo da superare. Nel mercato però ho trovato poche alternative, sia dal punto di vista nutrizionale che da quello del sapore. Per questo motivo ho sentito l’esigenza di autoprodurmi del formaggio che fosse in linea con le mie preferenze e necessità.

Il mio è innanzitutto un progetto antispecista, il che implica anche un forte impegno verso l’ecosostenibilità, tema fondamentale per me. In Sardegna parlare di antispecismo può essere a tratti rischioso in alcuni ambienti, ma credo comunque sia importante affrontare queste tematiche quotidianamente. Voglio far comprendere alle persone che l’allevamento intensivo ha un impatto enorme sull’ambiente e in aggiunta quella tipologia di carne non offre alcun beneficio nutrizionale.

Nel Barigadu qual è stata la risposta a un progetto antispecista di formaggi vegetali?

L’accoglienza che ho ricevuto a Bidonì e Sorradile è stata straordinaria sin dal primo giorno. Questi paesi, che affrontano il fenomeno dello spopolamento e sono ritenuti fra i più poveri della Sardegna, sono riusciti a formare una comunità solida. Le statistiche prevedono che tra vent’anni luoghi come il nostro non esisteranno più, ma noi vogliamo sfidarle. La mia azienda, come ogni piccola e media impresa, contribuisce allo sviluppo della comunità attraverso un’economia circolare.

In Europa ci sono poche aziende che producono formaggi vegani, in Sardegna siamo gli unici

Nonostante le proiezioni preoccupanti stiamo lavorando con passione e coerenza, sperimentando il sostegno della comunità. Vogliamo raccontare la nostra storia attraverso i prodotti che offriamo, utilizzando materie prime che rappresentano il nostro territorio. Inoltre stiamo emergendo anche come punto di attrazione turistica: le persone che partecipano ai nostri corsi di formazione scoprono un’area della Sardegna che altrimenti rimarrebbe sconosciuta, un territorio spesso trascurato anche dagli stessi sardi.

Come si svolge la formazione e perché c’è la necessità di avviare dei corsi?

Abbiamo diverse modalità di formazione, una di queste è la nostra academy, che aprirà a inizio 2025; attualmente ci stiamo concentrando sulla formazione in presenza. Avviene in due modi: organizziamo workshop aperti a gruppi di 15 persone, della durata di 3 o 4 ore, condotti sia da noi che da formatori esterni. L’altra modalità è la formazione privata, che è professionalizzante.

Il nostro pubblico è variegato: riceviamo partecipanti che risiedono in Sardegna ma anche provenienti dall’estero. Questo è dovuto al fatto che in Europa ci sono poche aziende che producono formaggi vegani, in Sardegna siamo gli unici. Fin dall’inizio, ci siamo configurati come un centro di riferimento, non solo per la produzione di formaggi ma anche per la ricerca, lo sviluppo e la trasformazione. La nostra sfida principale è stata quella di posizionarci come il primo centro di riferimento in Europa dedicato all’emergente mondo dei formaggi vegetali.


E invece dal punto di vista delle politiche regionali? Avete avuto accesso a qualche bando? 

Vengo da esperienze diverse e ho accumulato una certa conoscenza su ciò che mi circonda. Ricordo bene il 2020, quando avevo solo 35 euro sul conto e la necessità di cercare bandi si faceva sempre più forte. Ho dovuto gestire la mia azienda da solo all’inizio. Nel tempo ho creato una rete di contatti con cui scambio informazioni sui bandi, incontrando altre piccole aziende e imparando di più sulle possibilità che ci sono.

Tuttavia c’è un problema fondamentale: molti di questi bandi richiedono un anticipo di capitale, un ostacolo significativo per le startup. Ci dovrebbe essere maggiore attenzione verso bandi specifici per le aziende, che non richiedano nemmeno un euro di anticipo. Un finanziamento a fondo perduto di 10.000 euro per una startup nei suoi primi passi sarebbe un aiuto enorme, ma spesso ci troviamo davanti a finanziamenti più complessi, che sembrano mascherati dietro promesse di collaborazione e rete.

Cosa significa per un’azienda fare rete?

Spesso rifletto su quanto sia inflazionata l’idea di fare rete al giorno d’oggi. A mio avviso, la rete che resiste nel tempo è quella costruita su relazioni genuine, basate sulla prossimità, sul supporto, sulla collaborazione e sulla cooperazione. Noi stiamo costruendo questa rete da tre anni, nel nostro territorio è fondamentale. Non si tratta solo di partecipare a eventi con l’obiettivo di “fare rete”, ma di costruirla davvero, ogni giorno.

Le persone che partecipano alle nostre attività non solo si fermano da noi, ma soggiornano anche nelle strutture ricettive gestite da amici e amiche del luogo. Hanno l’opportunità di mangiare nei ristoranti locali e acquistare prodotti di aziende del territorio attraverso la nostra rivendita, creando così opportunità di conoscenza e scambio. Per me fare rete è questo.

La vostra realtà, Veghu, è anche “attivista” su varie questioni sarde.

Io mi dedico a un attivismo che considero esemplificativo, anche perché ho sperimentato diverse forme di attivismo nella mia vita. Attualmente, ciò che mi dà maggiore soddisfazione e benessere è offrire alternative pensate per le persone, evitando la frustrazione e l’angoscia. La nostra proposta non si rivolge solo a vegani, ma anche a onnivori e intolleranti, creando un ambiente inclusivo dove chiunque può assaporare i nostri prodotti e apprenderne il valore.

Non cerchiamo conflitti, piuttosto vogliamo aprire a nuove visioni e prospettive, essenziali per una terra come la Sardegna che ha tanto bisogno di rinnovamento. Noi siamo un’Isola, le cosiddette boccate d’aria arrivano soprattutto durante la stagione turistica ed è tutto strettamente legato all’introito. In questo scenario, spesso la tradizione poi viene utilizzata come qualcosa di performativo, da vendere. Essa però per me non può essere ridotta a un folklore o a una carnevalata, deve essere un elemento vivo che si evolve, altrimenti rischiamo di stagnare. Noi nasciamo anche come evoluzione della tradizione.

In conclusione, quali sono le prossime sfide per Veghu?

Stiamo preparando l’apertura della nostra Academy online per l’inizio del 2025, sarà la prima accademia al mondo dedicata esclusivamente ai formaggi vegetali. A differenza dei corsi online esistenti, spesso parte di percorsi formativi più ampi, la nostra Academy offrirà corsi professionalizzanti strutturati con moduli e test finali. Avrà un corso base obbligatorio e rappresenterà una vera innovazione nel settore. La nostra sfida principale per il 2025 è partire con il primo corso a gennaio. Ci permetterà di eliminare le barriere, consentendo a persone da tutto il mondo di accedere alla formazione, invece di dover viaggiare per due giorni come già fanno alcuni studenti dalla Svizzera e dalla Croazia.

In Sardegna mi trovo immerso in un tessuto vibrante di startup, collettivi informali e progetti affascinanti. Ogni mese scopro una nuova realtà che riesce a catturare la mia attenzione e non posso fare a meno di chiedermi dove sia stata nascosta fino a quel momento. È sorprendente pensare che a pochi chilometri di distanza, potrebbe esserci un progetto in grado di collaborare con noi, condividere la nostra visione e i nostri valori, eppure non lo conosciamo.

Quello che mi colpisce è che spesso queste iniziative non comunicano tra di loro. È un peccato, ci sono così tante realtà diverse e interessanti che coprono ogni settore: dall’illustrazione all’arte contemporanea, dalla cosmesi e oltre. Il mio desiderio è di creare una rete, conoscerci e comunicare, affinché possiamo tutti e tutte trarre beneficio da questo fertile ecosistema creativo.

https://www.italiachecambia.org/2024/10/formaggi-vegetali-vegani-veghu/