martedì 18 giugno 2024

Annullate 175mila condanne per marijuana nel Maryland - Patricia Iori


Il Maryland ha annunciato una decisione senza precedenti che avrà un impatto significativo su migliaia di residenti: annullate 175mila condanne per marijuana. Questa mossa rappresenta una pietra miliare nel percorso verso una legislazione più equa e riflette un cambiamento crescente negli atteggiamenti sociali e politici nei confronti del consumo di cannabis.

La giustizia riparativa e i suoi effetti

La decisione di annullare le condanne è stata accolta con entusiasmo dagli attivisti per i diritti civili e dagli avvocati che sostengono da tempo che le leggi sulla marijuana abbiano colpito in modo sproporzionato le comunità nere e latine. Questa mossa è vista come un passo essenziale verso la giustizia riparativa, che mira a correggere le ingiustizie passate e a garantire che le leggi siano applicate in modo equo.

Secondo i dati, le comunità di colore sono state storicamente perseguite con maggiore severità per reati legati alla marijuana rispetto alle loro controparti bianche, nonostante i tassi di consumo siano simili tra i vari gruppi etnici. L’annullamento delle condanne non solo elimina le conseguenze penali per questi individui, ma offre anche opportunità di reintegrazione nella società, migliorando le loro prospettive di impiego e di vita.

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Il processo legislativo

Il processo che ha portato a questa decisione è stato lungo e complesso. Negli ultimi anni, il Maryland ha visto una serie di riforme legislative volte a depenalizzare e regolamentare l’uso della marijuana. Nel 2014, lo Stato ha depenalizzato il possesso di piccole quantità di marijuana, trasformando la sanzione da penale a civile. Questo è stato seguito nel 2017 dall’approvazione di una legge che consentiva l’uso medico della cannabis.


Il passo decisivo è arrivato nel 2022, quando il Maryland ha legalizzato l’uso ricreativo della marijuana attraverso un referendum popolare. Questo cambiamento ha spinto i legislatori a rivedere le condanne passate, riconoscendo che mantenere tali condanne sarebbe stato ingiusto e incoerente con le nuove leggi.

Annullate 175mila condanne per marijuana: l’impatto sociale ed economico

L’annullamento delle condanne per marijuana avrà un impatto profondo non solo sui singoli individui ma anche sulla società nel suo complesso. Per le persone direttamente colpite, la rimozione delle condanne significa un nuovo inizio. Senza un record penale, questi individui avranno accesso a migliori opportunità di lavoro, potranno ottenere prestiti, affitti di case e altri servizi che spesso sono negati a chi ha precedenti penali.

A livello economico, la decisione potrebbe stimolare la crescita attraverso una maggiore partecipazione della forza lavoro e un aumento del potere d’acquisto. Le aziende potrebbero beneficiare di una più ampia base di candidati qualificati e i tassi di disoccupazione potrebbero ridursi, contribuendo a una maggiore stabilità economica.

L’implementazione della legge

Il compito di annullare le condanne non è semplice. Richiede un coordinamento meticoloso tra diversi dipartimenti governativi, tribunali e forze dell’ordine. Il procuratore generale del Maryland ha istituito una task force dedicata a garantire che il processo sia eseguito in modo efficiente e trasparente.

Sono state sviluppate linee guida precise per determinare quali condanne saranno annullate. Queste includono reati non violenti legati al possesso e alla distribuzione di piccole quantità di marijuana. Le autorità hanno inoltre previsto un meccanismo di revisione per gestire eventuali contestazioni e garantire che nessun caso venga trascurato.

Reazioni della comunità

La risposta della comunità è stata prevalentemente positiva. Molti residenti del Maryland vedono questa mossa come un atto di giustizia e un riconoscimento delle ingiustizie del passato. Le organizzazioni per i diritti civili hanno lodato la decisione, affermando che è un passo cruciale verso la costruzione di un sistema giudiziario più equo.

Tuttavia, non mancano le critiche. Alcuni sostengono che l’annullamento delle condanne potrebbe inviare un messaggio sbagliato riguardo all’uso della droga. Preoccupazioni sono state sollevate anche riguardo alla possibile congestione del sistema giudiziario durante il processo di revisione delle condanne.

L’evoluzione del consenso pubblico

Il cambiamento nelle leggi del Maryland riflette un più ampio cambiamento nel consenso pubblico riguardo alla marijuana. Un tempo vista come una sostanza pericolosa e illegale, la marijuana è ora considerata da molti come meno dannosa rispetto ad altre droghe, compreso l’alcol. Questo cambiamento di percezione è stato alimentato da una crescente quantità di ricerche scientifiche che hanno evidenziato i benefici medici della cannabis e la relativa sicurezza del suo uso ricreativo.

Negli Stati Uniti, un numero crescente di stati ha seguito una traiettoria simile, passando dalla criminalizzazione alla depenalizzazione e, infine, alla legalizzazione. Questo trend è in parte guidato dal riconoscimento dei potenziali benefici economici della regolamentazione della marijuana, inclusi nuovi posti di lavoro, entrate fiscali e una riduzione dei costi associati all’applicazione delle leggi sulla droga.

Il futuro della legislazione sulla marijuana

Guardando al futuro, il Maryland potrebbe fungere da modello per altri stati che stanno considerando simili riforme. L’esperienza del Maryland fornirà dati preziosi su come gestire il processo di annullamento delle condanne e sull’impatto sociale ed economico delle leggi sulla marijuana.

I sostenitori della riforma della droga sperano che questo sia solo l’inizio e che ulteriori passi siano presi per affrontare altre ingiustizie. Questo potrebbe includere programmi di supporto per aiutare coloro che sono stati colpiti dalle leggi sulla droga a reintegrarsi nella società, nonché ulteriori riforme per depenalizzare o legalizzare altre sostanze considerate meno pericolose.

Conclusione

L’annullamento di 175.000 condanne per marijuana in Maryland rappresenta una svolta significativa nella politica sulla droga dello stato e segna un passo importante verso una maggiore equità e giustizia. Sebbene ci siano sfide da affrontare nell’implementazione di questa decisione, i potenziali benefici sociali ed economici sono notevoli. Come sempre, il successo di tali riforme dipenderà dall’attenta pianificazione e dall’impegno continuo delle autorità e della comunità nel garantire che ogni passo sia intrapreso con attenzione e trasparenza.

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lunedì 17 giugno 2024

L’irrazionalità sistemica dei decreti flussi. Perché non è solo una questione criminale - Martina Ferlisi

 

 

Nemmeno un quarto delle persone straniere entrate in Italia per lavorare riesce a ottenere un contratto regolare e i documenti. Di fronte ai dati della campagna “Ero straniero” e al flop del meccanismo che regola l’ingresso di lavoratori e lavoratrici dall’estero, il Governo Meloni ha spostato il dibattito sulle prassi illecite. In realtà le falle sono a monte, come spiega l’avvocata e socia Asgi Nazzarena Zorzella

“Non si può escludere, in generale, che ci possa essere un interesse della criminalità, organizzata o meno, rispetto al meccanismo dei decreti flussi che regolano gli ingressi per lavoro dei cittadini stranieri in Italia ma tutto ciò è la conseguenza di un sistema normativo irrazionale e farraginoso. Come sempre la criminalità, piccola o grande, si organizza a seconda di dove c’è opportunità. Non dobbiamo dimenticarlo”.

Quello di Nazzarena Zorzella, avvocata che da trent’anni si occupa di diritto dell’immigrazione e dell’asilo e socia Asgi, è un punto di vista privilegiato per comprendere il dibattito esploso nelle ultime settimane in tema di quote e ingressi per lavoro nel nostro Paese.

Un salto indietro aiuta a fare ordine. A fine maggio la campagna “Ero straniero. L’umanità che fa bene” -promossa da A Buon Diritto, ActionAid, Asgi, Federazione Chiese Evangeliche Italiane (Fcei), Oxfam, Arci, Cnca, Cild, Fondazione Casa della carità Angelo Abriani con il sostegno di decine di organizzazioni- ha pubblicato il dossier “I veri numeri del decreto flussi: un sistema che continua a creare irregolarità”, facendo emergere il flop istituzionale. Parlano i numeri. Nel 2023 le domande pervenute dai datori di lavoro nei cosiddetti “click day” sono state infatti sei volte più numerose delle quote di ingressi stabilite: 462.422 istanze inviate a fronte di 82.705 posti disponibili. Non solo: nella fase di finalizzazione della procedura che prevede l’assunzione e il rilascio dei documenti, a fronte di 74.105 posti realmente disponibili (perché 8.600 sono conversioni di altri permessi), sono state appena 17.435 (cioè il 23,5%) le domande effettivamente portate a termine con la sottoscrizione del contratto e la richiesta di permesso di soggiorno per lavoro. Tradotto: è il sistema a generare irregolarità e ricattabilità, con una minima parte delle lavoratrici e dei lavoratori che entrano in Italia con il decreto flussi che riescono poi a stabilizzare la propria posizione lavorativa e giuridica, ottenendo lavoro e documenti, mentre la stragrande maggioranza scivola in condizioni di subalternità.

Ci sarebbe un modo per evitare questa situazione, uno strumento previsto proprio dal Testo unico immigrazione del 1998 riformato dalla “Bossi-Fini” nel 2002, ovvero il permesso di soggiorno per attesa occupazione che può essere rilasciato in caso di indisponibilità all’assunzione da parte del datore di lavoro. Peccato che, come ricostruito dai dati raccolti da “Ero straniero”, nel 2023 ne sono stati rilasciati la miseria di 84 (fino a gennaio 2024). Un numero del tutto insufficiente rispetto alle decine di migliaia di persone che avrebbero necessità di poter rimanere legalmente in Italia e cercare un nuovo lavoro.

Di fronte all’enormità di questi dati, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni il 4 giugno ha ipotizzato invece l’infiltrazione della criminalità organizzata nella gestione delle domande presentate. “Sono stati utilizzati come meccanismo per consentire l’accesso in Italia, per una via formalmente legale e priva di rischi, a persone che non ne avrebbero avuto diritto, verosimilmente dietro pagamento di somme di denaro”, ha dichiarato, tentando di spostare il dibattito -e riuscendoci a livello mainstream- su una stortura illecita e non invece su quella che, a detta dell’avvocata Zorzella, è una stortura di sistema. Le abbiamo chiesto di spiegarci dettagliatamente il perché.

Avvocata Zorzella quali sono i principali meccanismi del sistema d’ingresso per lavoro in Italia che causano irregolarità e contribuiscono a creare precarietà e ricorso al lavoro nero, con tutto ciò che tale condizione comporta a livello sociale ed economico per il nostro Paese?
NZ
 Il vizio originario è proprio il meccanismo legale del decreto flussi che continua a riproporre il sistema dell’incontro a distanza tra l’offerta e la domanda di lavoro. Ce lo trasciniamo ormai da decenni ed è pacifico, assodato e consolidato che è uno dei grandi produttori di irregolarità per le persone che entrano in Italia. Nel nostro Paese oggi è presente un sistema produttivo di piccole e medie aziende che hanno bisogno di conoscere le persone con cui lavorano, magari anche di mettere alla prova le loro competenze. Per cui è paradossale, anacronistico e irrazionale mantenere questo sistema di chiamata a distanza, fingendo di non conoscere il lavoratore che si intende chiamare. Che cosa succede quindi nella maggior parte dei casi, in un percorso sperimentato ormai da anni: le persone entrano in Italia, regolarmente con visto turistico o irregolarmente, trovano lavoro in nero e aspettano che esca la regolarizzazione o il decreto flussi. Se piacciono al datore di lavoro, sarà lui a partecipare alla “lotteria” dell’assegnazione di una quota attraverso i “click day”. Ci sono persone che aspettano anni prima che il datore di lavoro riesca ad ottenerne una perché vengono esaurite nel giro di pochi secondi dall’apertura della procedura per la richiesta. Questo sistema è l’opposto di quello che dovrebbe caratterizzare le catene migratorie tradizionali, basate sulle famiglie o i connazionali e dunque sulla conoscenza diretta che loro hanno dei datori di lavoro sul territorio e che consentirebbe di chiamare quel tal lavoratore o lavoratrice. Il sistema del decreto flussi, invece, ignora quel meccanismo e impone una chiamata fingendo di non conoscere il lavoratore o la lavoratrice ed è evidente che se non c’è stato un pregresso periodo di soggiorno in Italia prima della chiamata, l’alternativa è affidarsi a soggetti italiani o stranieri che reperiscono proposte di lavoro, anche se non è detto che tutte siano a fronte di pagamento di denaro.
Enfatizzare possibili segmenti di criminalità significa nascondere meccanismi che derivano proprio dalla legge. È proprio il meccanismo normativo che crea quindi irregolarità e che permette che si possano creare anche dei mercati economici paralleli per acquisire la possibilità di entrare in Italia, all’interno delle quali possono anche innestarsi delle vere e proprie truffe che sono soprattutto, se non esclusivamente, a danno dei lavoratori e delle lavoratrici che vorrebbero entrare in Italia per lavorare regolarmente. Un’altra causa, sempre conseguenza strutturale del decreto flussi, è la mancanza in Italia di un sistema legislativo di regolarizzazione ad personam, cioè la possibilità di acquisire il permesso di soggiorno che è il titolo che legittima la permanenza sul territorio nazionale, per chi arriva in Italia (anche con un visto regolare per turismo) e successivamente trova un’opportunità di lavoro. Il terzo fattore che spiega quello che sta succedendo e che svela anche la strumentalizzazione e la manipolazione della realtà da parte della politica, è l’assenza di canali di ingresso per ricerca di lavoro, che dovrebbero essere, a mio parere, il sistema principale di ingresso regolare. Questo era un meccanismo legale, previsto nel Testo unico sull’immigrazione quando è stato emanato nel 1998. Si trattava dell’articolo 23 che poi è stato riformato molte volte e che la prima grande riforma della legge nel 2002, la cosiddetta Bossi- Fini, ha abrogato perché definito troppo libertario in quanto lasciava la persona libera di autopromuoversi.
Da allora non è stato più ripristinato. Prevedeva infatti la possibilità, nell’ambito sempre delle quote del decreto flussi, di entrare dimostrando una minima capacità reddituale che era pari all’importo dell’assegno sociale annuo. Per cui una persona chiedeva il visto per ricerca di lavoro, arrivava in Italia e otteneva un permesso di soggiorno per ricerca occupazione, cercava lavoro, entro un anno se lo trovava – e l’hanno trovato tutti- veniva trasformato in un permesso per motivi di lavoro. È vero che anche nei quattro anni in cui è stata una norma di legge non è stato molto utilizzato, però era un sistema all’interno delle quote, cioè non si trattava di un “liberi tutti” e negli anni in cui è stato sperimentato ha avuto buoni esiti.

Ci sono poi diversi motivi per cui il nulla osta rilasciato al lavoratore e alla lavoratrice può essere revocato, ce li può spiegare?
NZ
 Il controllo della congruità delle domande dell’azienda, cioè il numero di dipendenti che ha rispetto alla sua capacità reddituale, prima era affidato all’Ispettorato del lavoro. Adesso invece viene fatto attraverso un’asseverazione da parte di consulenti del lavoro o di commercialisti o avvocati. Una volta che il lavoratore e la lavoratrice sono entrati in Italia, lo Stato o l’Ispettorato possono fare dei controlli sulla veridicità e sulla fondatezza di questa asseverazione ed eventualmente revocare il nulla osta. Oppure, dopo l’ingresso, potrebbe arrivare il nulla osta negativo della questura che deve verificare che il lavoratore o la lavoratrice che il datore di lavoro vuole chiamare non abbia un’espulsione dall’Italia o da un altro Paese dello spazio Schengen o dei precedenti penali per periodi pregressi in Italia. Un altro scenario che può verificarsi è che il datore di lavoro non sia più disponibile perché magari è passato troppo tempo, sono cambiate le condizioni del mercato o le sue condizioni reddituali o altro.
In questo caso non è previsto, quantomeno formalmente, il rilascio di un permesso di soggiorno per attesa occupazione e questo vuol dire che il lavoratore o la lavoratrice entrato con un visto per lavoro non può regolarizzare il proprio soggiorno sul territorio nazionale, anche se trova un’altra occasione di lavoro. Tutto ciò crea ovviamente ulteriore irregolarità e danno per il lavoratore e la lavoratrice che non avendo la possibilità di rimanere regolarmente sul territorio nazionale, si immetterà nel mercato del lavoro nero. Ci sono poi altre criticità, sempre genetiche dello stesso sistema del decreto flussi che questo governo ha complicato, nel senso che si va sempre più verso la selezione sia dei Paesi sia delle tipologie di lavori per i quali può essere richiesto il nulla osta e poi il visto. Questi ultimi coincidono con le carenze del mercato del lavoro italiano ma solo in parte. E questo succede perché non c’è più il documento programmatico, istituito dal Testo unico sull’immigrazione che doveva essere redatto di concerto dei vari ministeri ma anche delle associazioni sindacali, datoriali e delle associazioni del terzo settore. Il documento fotografava il mercato del lavoro e individuava anche le misure di integrazione sociale per i lavoratori e le lavoratrici. L’ultimo documento programmatico è del 2004-2006. Per cui attualmente la selezione delle tipologie di lavoro viene fatta dal ministero del Lavoro e dal ministero dell’Interno.

Che ruolo ha quindi la criminalità organizzata?
NZ
 È un po’ lo stesso meccanismo del traffico di esseri umani. Perché esiste il traffico di esseri umani? Perché non ci sono canali regolari di ingresso. Nessuno si metterebbe nelle mani dei trafficanti con il rischio di morire nel mar Mediterraneo o nella rotta balcanica se potesse acquistare un biglietto anche a mille e cinquecento euro. Se non dai nessuna alternativa non puoi dopo lamentarti che ci siano questi fenomeni la cui rilevanza è comunque tutta da accertare.

Proposte alternative come i corridoi lavorativi potrebbero essere una soluzione?
NZ
 Si sta configurando un ulteriore canale preferenziale che sono gli ingressi fuori quota che possono presentare elementi di criticità. Si potrebbe pensare: “meno male che gli ingressi non sono tutti ristretti all’interno delle quote” che sono del tutto inadeguate. La possibilità d’ingresso fuori quota è riservata alle associazioni datoriali che promuovono dei corsi di formazione nei Paesi di origine delle lavoratrici e dei lavoratori. Una volta completati, viene rilasciato il visto di ingresso. Insomma, c’è un collegamento molto stretto tra questi corsi di formazione e la possibilità di ingresso in Italia. Per il Testo unico sull’immigrazione, dalla Bossi-Fini del 2002, il datore di lavoro quando chiede il nulla osta deve garantire anche l’alloggio e le spese di rimpatrio. È vero che questo meccanismo in parte liberalizza, va oltre il sistema del decreto flussi. Dall’altra però la mia preoccupazione è che sia un meccanismo che lega indissolubilmente il lavoratore e la lavoratrice al proprio datore di lavoro. All’interno di questo meccanismo stanno iniziando i corridoi lavorativi, che sono nati sulla falsa riga dei corridoi umanitari (che già a mio avviso avevano delle grossissime criticità perché non avevano né hanno una effettiva base giuridica) basati su un’applicazione dell’art. 23 del Testo unico immigrazione. Corridoi lavorativi che presuppongono un periodo di formazione all’estero e poi l’ingresso in Italia per essere assunti da aziende individuate dall’Ente promotore del Protocollo.
Il primo corridoio lavorativo che è stato stipulato fino ad ora tra il ministero dell’Interno, degli Esteri e del Lavoro e la Comunità di Sant’Egidio, presenta tutti i criteri selettivi dei Paesi e dei lavoratori, nel senso che individua innanzitutto tre Paesi che sono Libano, Etiopia e Costa d’Avorio e per adesso riguarda circa 25 lavoratori da formare, per cui un numero abbastanza limitato. Però nell’arco del triennio di validità del protocollo potrebbero essere trecento, un numero ancora esiguo rispetto al fabbisogno del mercato del lavoro italiano che però comincia a essere significativo. L’assunzione di totale responsabilità in capo al datore di lavoro sia della formazione, sia dell’ingresso e dell’alloggio comporta secondo me un rischio: il fatto che stiamo prefigurando un meccanismo quasi di schiavitù moderna, che non è la classica schiavitù chiaramente, perché per legge dovranno rispettare il contratto collettivo nazionale. Però la domanda da farsi è: se tutta la vita lavorativa ma anche extra lavorativa, cioè l’alloggio, è a carico del datore di lavoro e nelle sue responsabilità, come fa il lavoratore e la lavoratrice a prendere conoscenza del tessuto sociale in cui viene immesso? Quali strumenti avrà per “liberarsi” dal legame con il datore di lavoro nel caso voglia cambiare lavoro? Immagino, e spero che sia un’immaginazione causata da eccessiva preoccupazione, residence vicini all’azienda per cui i lavoratori e le lavoratrici si muoveranno da questi all’azienda e viceversa, rimanendo fuori dal contesto della comunità territoriale con cui chi emigra entra in contatto, attraverso cui acquisisce anche la lingua, stabilisce relazioni, etc. E come faranno se vogliono dimettersi per esempio, se non conoscono il tessuto sociale? Chi li orienterà sul territorio a trovare altre opportunità di lavoro? È un meccanismo preoccupante.

Per quanto riguarda la competenza amministrativa: la materia dell’immigrazione è ancora affidata al ministro dell’interno e alle questure, lei cosa ne pensa?
NZ 
Dopo più di quarant’anni di realtà migratoria in Italia, affidare la materia ancora al ministero dell’Interno, come era nel regio decreto del 1931 cioè il Testo unico di pubblica sicurezza, non è solo anacronistico ma è irrazionale. Da tempo noi associazioni chiediamo che le competenze passino agli enti locali, ai soggetti che giuridicamente hanno competenza per le persone che abitano in quella comunità territoriale. Questo non vuol dire sopprimere i controlli di sicurezza, che è l’aspetto che più preoccupa nel senso che le questure potrebbero comunque continuare a fare i loro controlli di pubblica sicurezza, trasmettendoli poi all’ente locale. A questa criticità di base si aggiunge poi l’inadeguatezza organizzativa delle questure che, anche per mancanza di personale, oltre che spesso e volentieri per interpretazioni restrittive dei testi di legge, determinano delle lungaggini procedurali e procedimentali assurde. Per legge il permesso di soggiorno dovrebbe essere rilasciato entro sessanta giorni, ma capita che una persona arrivi ad aspettare un anno o anche di più e sia in possesso a lungo della sola ricevuta di permesso, con il rischio dio perdere il lavoro e di non potere esercitare i diritti sociali connessi al possesso di un permesso vero e proprio.

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sabato 15 giugno 2024

Greenpeace è diventata partner della NATO? - Zeno Casella

 

In seguito all’intervento militare russo in Ucraina e alla crescita delle tensioni globali, il commercio internazionale è stato rivoluzionato in profondità. Tra sanzioni, embarghi e misure protezionistiche, lo scambio di merci tra i vari paesi del mondo è divenuto molto più complesso e costoso. Le conseguenze di tale dinamica sono evidenti per tutti i cittadini occidentali: dall’energia ai generi alimentari, i prezzi non cessano di aumentare, erodendo il potere d’acquisto spesso già indebolito da decenni di politiche neoliberiste.

Laddove non arrivano le sanzioni o gli embarghi, l’Occidente imperialista sta cercando ora di intensificare in altri modi la sua offensiva contro l’affermazione del multipolarismo, che si basa su una intensificazione dei rapporti commerciali tra i paesi in via di sviluppo del Sud globale. Tra gli strumenti impiegati a tale scopo, come rivela un recente articolo pubblicato dalla radiotelevisione svizzera di lingua tedesca (SRF), figurano anche… gli ambientalisti.

 

Tra sanzioni e diritto internazionale, fin dove ci si può spingere?

Benché l’assemblea generale dell’ONU abbia condannato l’invasione russa del 2022, le Nazioni Unite non hanno imposto alcuna sanzione alla Federazione russa. Non esistono dunque decisioni che impongono misure restrittive in ambito economico ai paesi membri dell’ONU nei loro rapporti con la Russia. Diverso è il discorso per quanto riguarda i paesi occidentali, che hanno autonomamente deciso di adottare sanzioni contro di essa. Gli USA e l’UE hanno infatti adottato vari pacchetti di misure volte a bloccare o limitare gli scambi con la Russia, finendo – come abbiamo più volte rimarcato su questo portale – per danneggiare le stesse economie europee.

Il commercio internazionale russo non ha però sofferto eccessivamente di tali sanzioni, riorientandosi verso il mercato euro-asiatico e verso i paesi in via di sviluppo. Tra i prodotti esportati maggiormente dalla Russia figurano ovviamente quelli energetici, gas e petrolio in primis. È contro di essi che sono rivolte varie misure adottate dall’UE e dagli USA, che hanno minacciato di escludere dai mercati occidentali le compagnie internazionali colpevoli di trasportare e commerciare tali prodotti. Per questa ragione la Russia ha adottato vari escamotage commerciali, eludendo le sanzioni unilaterali dell’Occidente e permettendo alle imprese dei paesi in via di sviluppo di continuare a commerciare liberamente con qualunque Stato desiderino.

Tra questi escamotage figura il trasporto del proprio petrolio su navi non battenti bandiera russa, ma di altri paesi non soggetti a sanzioni, come il Gabon o l’Eswatini. Una pratica che, nonostante sia molto diffusa e venga utilizzata anche da grandi multinazionali occidentali per ragioni di ottimizzazione fiscale e di opportunità politica, se impiegata dalla Russia diventa naturalmente “illecita”. Il diritto marittimo prescrive però che, al di fuori delle acque territoriali, il mare aperto appartiene a tutti. Non è dunque legalmente possibile impedire a queste navi di spostarsi e di trasportare merci da un luogo all’altro.

 

Laddove non arrivano le sanzioni, arriva Greenpeace

È qui che entrano in gioco delle organizzazioni non governative come Greenpeace, che ha recentemente lanciato una campagna contro la “flotta ombra” russa, con azioni dimostrative contro alcune navi accusate di trasportare illegalmente petrolio russo. Una campagna salutata molto positivamente dagli ambienti atlantisti, come dimostrano le dichiarazioni rilasciate alla SRF da Elisabeth Braw, esponente dell’Atlantic Council (uno dei più importanti think-tank della NATO). Secondo l’analista americana, Greenpeace si sta mobilitando contro queste navi in quanto costituiscono “una grave minaccia per i mari e per le coste”, ma così facendo l’ONG ambientalista e la NATO “stanno di fatto tirando la stessa corda”. Per Elisabeth Braw, “l’impegno di Greenpeace è d’aiuto. Attraverso l’opinione pubblica, l’organizzazione sta esercitando pressioni sui governi affinché intervengano in modo più deciso contro la flotta ombra”.

Su questo portale abbiamo già messo in luce gli opachi legami che legano il grande capitale ad alcune grandi organizzazioni ecologiste. Non deve dunque stupire che anche Greenpeace, al pari di altre ONG ambientaliste, segua l’agenda imperialista degli USA e dell’UE, servendone di fatto gli interessi. Non si sono infatti ancora viste dimostrazioni di Greenpeace contro le navi che trasportano armi e petrolio verso Israele: anzi, il suo direttore medio-orientale Julien Jreissati ha recentemente criticato gli attacchi Houthi a queste navi in quanto responsabili di una possibile “catastrofe ambientale”. Si può dunque supporre che, in nome della “sostenibilità”, Greenpeace veda di buon occhio missioni militari di smaccato stampo coloniale, come l’europea “Aspides”, tese a proteggere i convogli mercantili che attraversano il Mar Rosso. A ulteriore dimostrazione che, come candidamente rimarcato da Elisabeth Braw, l’ONG e la NATO “tirano la corda nella stessa direzione”.

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venerdì 14 giugno 2024

L’inesorabile declino della popolazione mondiale - Nicoletta Dentico

 

La politica si agita sull’inverno demografico ma si rifiuta di analizzare le cause profonde della infertilità umana che spopola il Pianeta. La rubrica di Nicoletta Dentico

Tratto da Altreconomia 271 — Giugno 2024

I diritti sessuali e riproduttivi delle donne non sono diritti umani, ha dichiarato qualche mese fa il delegato russo all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), suggestionato evidentemente dalla necessità di nuove leve per la prosecuzione del progetto imperialista di Mosca. L’aggressione dell’Ucraina ha fatto strame di soldati russi; fonti indipendenti calcolano che in Russia siano morti circa 83mila militari dall’inizio dell’invasione. Non se la passa meglio l’Ucraina, tormentata dall’enorme quantità di profughi fuggiti all’estero, dalla perdita della popolazione residente nelle aree occupate da Mosca e dalle morti dei civili sotto le bombe e dei giovani sui campi di battaglia.

Il Paese vive un inevitabile incubo demografico: secondo studi recenti, le nascite (187mila nel 2023) non sono mai state così basse, in termini assoluti, da 300 anni. Le macerie demografiche dell’Ucraina sono altrettanto preoccupanti di quelle fisiche ed economiche.

Guerre a parte, il calo demografico è ormai un’inesorabile realtà a trent’anni esatti dalla conferenza del Cairo su popolazione e sviluppo. Il fenomeno sconfessa tutti i predicatori della crescita a dismisura della popolazione mondiale, e del controllo delle nascite imposto nei programmi di cooperazione sanitaria, com’è accaduto nei decenni passati in alcuni Paesi a basso reddito. Solo qualche mese fa, uno studio sulla fertilità mondiale apparso sulla rivista Lancet ha preso in esame 204 Paesi e territori del Pianeta, considerandone diacronicamente le tendenze demografiche dal 1950 al 2021. In questo lasso di tempo i tassi di fertilità sono più che dimezzati, da 4,84 a 2,23.

Formulando previsioni fino al 2100, l’analisi demografica di Lancet proietta uno scenario di ostinato decremento dei tassi di fertilità che saranno sotto il livello di sostituzione -i due figli per donna che garantiscono l’equilibrio tra nascite e decessi- nel 95% dei Paesi esaminati. E resteranno bassi, sostiene lo studio, malgrado l’attivazione di politiche pro-natalità quali i sussidi per l’infanzia, l’estensione di permessi genitoriali, la copertura sanitaria per interventi contro l’infertilità.

Il picco di 142 milioni di nascite in un anno è stato raggiunto nel 2016, declinando repentinamente a 129 milioni nel 2021. Le previsioni suggeriscono una progressiva denatalità globale. I tassi di fertilità passeranno da 1,83 nel 2050 a 1,59 nel 2100 (Fonte: Lancet, 2024)

A poco servirà dunque la presenza delle associazioni pro-vita nei consultori; a poco giovano le recenti declamazioni del governo agli Stati generali della natalità: se ne faccia una ragione la ministra Eugenia Roccella. Al netto dei luoghi comuni che velatamente mirano a colpevolizzare le donne e i loro presunti diritti, per dirla con il delegato russo, l’unica azione di senso sarebbe rimuovere le cause profonde della crescente anemia di abitanti sulla Terra. Di questo nessuno parla, invece.

Il problema investe il modello di sviluppo industriale del nostro tempo e la devastazione del Pianeta che ne consegue. Il sistema riproduttivo umano è particolarmente vulnerabile alle interferenze antropogeniche sull’ambiente e il liquido seminale maschile rappresenta lo specchio più fedele di quanto l’aumentata esposizione alle tossine ambientali nel lungo termine -inquinamento, erbicidi, avvelenamenti- e le patologie legate al cibo e agli stili di vita, influenzino la salute riproduttiva. La conta media degli spermatozoi nel 1940 era infatti di 113 milioni/ml ed è scesa a 66 milioni/ml negli anni Novanta.

La fine degli spermatozoi come la perdita della biodiversità: questioni di salute pubblica globale. E di salute planetaria.

Nicoletta Dentico è giornalista ed esperta di diritto alla salute. Già direttrice di Medici senza frontiere, dirige il programma di salute globale di Society for International Development


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giovedì 13 giugno 2024

Pensare in piccolo contro il mondo rozzo - Antonio Cipriani

 

È appena uscito un libro di Wendell Berry che si intitola ‘Pensare in piccolo’. Nel mondo rozzo, culturalmente e politicamente, in cui siamo costretti a vivere i codici per essere felici si legano al consumo, in grande, al successo, o in grande o niente, alla realizzazione di mega progetti che possano essere raccontati in grande dai media. Insomma ti insegnano a pensare in grande (meglio sarebbe dire: a non pensare, ma obbedire in grande). Come se tutto debba sempre e solamente viaggiare sulle autostrade del pensiero. Come se quel “grande” non possa che essere invasivo, a senso unico, distruttivo. Proprio come il passaggio di un’autostrada su un territorio.

La modernità

È la modernità, strizza l’occhio il barbiere anarchico. Già, l’ineluttabile che guida il mondo verso il precipizio della devastazione del pianeta, in una corsa senza freni verso l’ottusa ricerca del profitto, costi quel che costi. Dentro un osceno meccanismo in cui non importano i principi etici che dovrebbero garantirci per lo meno la sopravvivenza, in un sistema sociale in cui la convivenza ci possa ancora essere.

Questa è la storia?

Eh, dicono i benpensanti, questa è la storia. E gongolano per il ritorno del concetto di guerra come necessità dello spirito, per la crescita economica delle società, anche statali e parastatali, che fanno affari con la morte dei poveracci sotto le bombe e i proiettili che portano progresso a quel filone ipocrita della democrazia della convenienza per pochi, a danno di tutti.

D’altra parte oggi i governi del mondo pensano in grande. E ci costringono a porci nella scia orribile di questo modo di correre senza limiti, senza futuro, senza memoria.

Wendell Berry, tra sentiero e strada

Scrive il grande Wendell Berry: «La differenza tra un sentiero e la strada non è solo quella più ovvia. Un sentiero è poco più di un’abitudine che deriva dalla conoscenza di un luogo. È una sorta di rituale di familiarità. Rappresenta una forma di contatto con un paesaggio conosciuto. Non è distruttivo. È il perfetto adattamento, attraverso l’esperienza e la familiarità, del movimento attraverso il luogo; obbedisce ai contorni naturali, aggirando gli ostacoli che incontra».

Strada, esistenza al paesaggio

Una strada invece, anche la più primitiva, è l’incarnazione della resistenza al paesaggio. La sua ragion d’essere non deriva semplicemente dalla necessità di muoversi, ma dalla fretta. Ciò che vuole è evitare il contatto con il paesaggio; cerca, per quanto possibile, di passarci sopra, piuttosto che attraversarlo; la sua aspirazione, come risulta evidente se consideriamo le nostre moderne autostrade, è quella di essere un ponte; la sua tendenza è quella di tradurre un luogo in mero spazio per attraversarlo con il minimo sforzo. È distruttiva, perché rimuove o distrugge tutti gli ostacoli sul suo cammino».

Tutto è farsa, tutto è appartenenza

Ecco, mi pare che in questa fase il sentiero che ci rende protagonisti della nostra vita, che ci fa riflettere sui temi, su ciò che è giusto e ciò che non lo è, sembra essere l’unica alternativa all’autostrada, a quel modo di vivere che ti priva di pensiero.

L’unica alternativa a quel modo di vivere che ti fa correre, lavorare, chattare in una specie di gioco inesorabile, senza capire il perché. In una arena mediatica e politica di ululati e perversione, dove niente ha radici, niente ha rispetto. Tutto è farsa. Tutto è apparenza.

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mercoledì 12 giugno 2024

Obesità: 1/4 in eccesso di peso

 

Solo il 7% consuma le consigliate 5 porzioni al giorno di frutta e verdura. Quattro italiani su 10 sono in eccesso ponderale, uno su dieci obeso. E non decolla il consumo delle cinque porzioni giornaliere di frutta e verdura raccomandate dalle linee guida per una corretta alimentazione. Se è vero infatti che pochi italiani adulti nella fascia 19-69 anni, il 3%, dichiarano di non inserirle nei propri pasti, meno di una 1 persona su 2, il 45%, ne consuma almeno 3 porzioni al giorno. Tra coloro che le mangiano, il 7% ne consuma la quantità di raccomandata dalle linee guida per una corretta alimentazione, cioè almeno 5 porzioni. Il 52% si ferma 1-2 al giorno, il 38% a 3-4. A fare il punto sono i dati della sorveglianza Passi e Passi d’Argento dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicati sul sito Epicentro e che fanno riferimento al biennio 2022-2023, che coinvolge almeno l’80% delle Asl con un campione pari a 275 persone per ciascuna.
Secondo quanto emerge dall’analisi, l’abitudine al consumo dei cosiddetti ‘five a day’ è più comune nelle donne, nelle persone con minori problemi economici e cresce con l’avanzare dell’età per arrestarsi negli over 65, dove la quota di persone che mangiano almeno 3 porzioni al giorno o aderiscono al five a day ha raggiunto nel 2023 il valore più basso dal 2016. I dati riferiti dagli intervistati Passi nel biennio 2022-2023 relativi a peso e altezza portano a stimare che 4 adulti su 10 siano in eccesso ponderale, 3 in sovrappeso (con un indice di massa corporea compreso fra 25 e 29,9) e 1 obeso. L’essere in eccesso ponderale è una caratteristica più frequente col crescere dell’età, fra gli uomini rispetto alle donne, fra le persone con difficoltà economiche e fra le persone con un basso livello di istruzione. Alcune Regioni del Sud (Molise, Campania, Basilicata, Puglia) continuano a detenere il primato per quota più alta di persone in eccesso ponderale (sfiorando la metà della popolazione residente).

Le analisi temporali non mostrano significative variazioni temporali nell’eccesso ponderale a livello nazionale, ma questo è solo il risultato di andamenti diversi, con cambiamenti non eccessivi ma significativi, delle due componenti di soprappeso e obesità, nelle tre ripartizioni geografiche fra generi e classi di età. Il sovrappeso aumenta nel Sud mentre l’obesità aumenta nel Nord, si tratta di modifiche contenute ma statisticamente significative; l’aumento di sovrappeso e dell’obesità è sostenuto dalle classi di età più giovani (18-34enni) mentre fra i 50-69enni si riducono entrambe; fra le donne aumenta il sovrappeso ma non vi sono differenze di genere nell’obesità. Meno della metà degli intervistati in eccesso ponderale riferisce di aver ricevuto dal proprio medico il consiglio di perdere peso e l’attenzione è indirizzata soprattutto alle persone obese, molto meno a quelle in sovrappeso. Ma il parere del medico viene valutato molto: la quota di persone in eccesso ponderale che dichiara di seguire una dieta è significativamente maggiore fra coloro che hanno ricevuto il consiglio medico rispetto a quelli che non lo hanno ricevuto (46% vs 17%). Tra gli over 65 ad essere in eccesso ponderale è oltre la metà (56%), il 41% in sovrappeso e il 15% obeso (IMC ≥30). Con l’avanzare dell’età , specie negli over 75,vi è un calo ponderale fisiologico: oltre a ridursi la quota di persone in eccesso ponderale, aumenta progressivamente quella degli anziani che perdono peso in modo involontario (definiti come coloro che dichiarano di aver perso più di 4,5 kg o più del 5% del proprio peso negli ultimi 12 mesi). Il consumo di almeno 5 porzioni al giorno di frutta e verdura resta un’abitudine che coinvolge poche persone, non superando mai il 9% neppure nei gruppi che ne fanno un maggior consumo. La quota di persone che adotta questa abitudine nel proprio regime alimentare, già relativamente bassa, mostra anche una diminuzione nel tempo soprattutto negli ultimi anni e ovunque nel Paese, in particolare nelle Regioni settentrionali. Solo nelle Regioni del Centro Italia si era intravisto un aumento significativo dal 2008 al 2016, che poi si è arrestato e ha iniziato la discesa come nelle altre parti del Paese. L’adesione al consumo delle porzioni di frutta e verdura raccomandate per una corretta alimentazione significativamente più bassa nelle Regioni nel Centro-Sud rispetto a quelle del Nord Italia, ad eccezione della Sardegna in cui il consumo di 5 porzioni al giorno è fra i più alti (11%)

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martedì 11 giugno 2024

Il tempo del bastone - Anna Lombroso


Per chi non l’avesse capito è finito il tempo della carota.

Adesso è il tempo del bastone e ce lo siamo meritato.

Avete fatto male a credere che l’austerità, lo stato di emergenza perenne,  l’imposizione di permessi di esistere avessero soltanto un significato economico o repressivo o tutti e due, possiedono  anche una severa qualità morale e  punitiva che contribuisce tra l’altro a determinare una selezione manichea tra buoni meritevoli e cattivi da discriminare, criminalizzare e mettere ai margini, anche perché macchiano la reputazione del Paese la cui sovranità è stata già delocalizzata e che, per colpa loro, rischia di non essere assorbito nell’impero in declino,  nemmeno come espressione geografica.

Il manutengolo europeo mandato a completare il golpe, peraltro  avviato da anni,  grazie alla provvidenziale  pandemia, e la cui indole multitasking, da mozzo del Britannia a liquidatore fallimentare fino a becchino, viene  quotidianamente esaltata per legittimare l’occupazione in regime di esclusiva  di tutte le alte cariche dello Stato, Presidente del Consiglio, Presidente della Repubblica e dunque anche  del Csm, si è incaricato generosamente anche di svolgere quello di Gran Maestro, in tutti i sensi, aspirando a diventare il vertice della loggia dell’Occidente carolingio  morente, come si augurano quelli che lo candidano per la successione della cancelliera,  ma anche con una funzione educativa spietata come è giusto  che sia per guidare una popolazione sventata e dissipata, cinica e corrotta.

E difatti i suoi ragazzi ponpon esultano sui media e in rete quando fa il castigamatti degli inessenziali, degli indolenti, degli improduttivi e dei miserabili attentatori del decoro e del prestigio della Nazione che ostacolano la sua missione con attitudini e comportamenti deplorevoli.

Dopo averci restituito, in veste di maggiordomo dei 19 che contano, la  credibilità di inservienti, affittacamere, osti, e anche le mezze stagioni, oltre al  lustro ai corpi intermedi, partiti promossi a ago della bilancia della governabilità, sindacati perseguitati da vili antagonisti che possono far finta di voler recuperare ruolo e mandato, adesso si prodiga per  valorizzare il mandato morale della cultura di impresa, della missione etica e responsabile di chi traina lo sviluppo e che deve contrastare l’indole parassitaria dei lavoratori che pretendono troppo, dei cittadini che hanno voluto troppo, degli italiani che imbrogliano troppo con i mezzucci vergognosi, le astuzie miserabili e a disonestà cialtrona che hanno nel codice genetico.

Che pacchia per la stampa ufficiale col Sole 24 Ore in testa denunciare   gli ultimi scandali che dovrebbero far impallidire i dati sull’evasione fiscale, lo smantellamento della rete di controlli sulla rintracciabilità delle operazioni bancarie sospette, le nuove frontiere della semplificazione applicate al sistema degli appalti, la manutenzione di strade e autostrade, la collusione di enti di controllo e vigilanza con imprese criminali, gli assassinii in fabbrica, il mantenimento surrettizio di norme che garantiscono immunità e impunità anche in forma retroattiva per una gamma estesa di reati di soggetti eccellenti, con qualche incursione nelle malefatte più pittoresche di amministratori infedeli, con l’esclusione di governatori e assessori alla Sanità, doverosamente risparmiati da governo centrale e media.

Eccoli in solluchero a somministrarci i numeri delle vergogne popolari. Tra il primo maggio e il 17 ottobre indagini a   tappeto condotte dai Carabinieri del Comando Interregionale “Ogaden”, con giurisdizione sulle Regioni Campania, Puglia, Abruzzo, Molise e Basilicata, insieme al Comando Carabinieri Tutela del Lavoro (dirottato su questa trincea più spettacolare delle inadempienze dei titani delle piattaforme, dei controlli sui requisiti di sicurezza nei cantieri, o sul caporalato) hanno rivelato oltre 4.839 irregolarità a carico del  Mondo di Mezzo del reddito di cittadinanza, popolato di nullatenenti con Ferrari, vacanzieri che se la spassavano in barca, proprietari di più appartamenti, “ma anche la titolare di un autonoleggio con 27 auto e il proprietario di una scuola di ballo… e c’è stato anche chi si è inventato di avere dei figli risultati inesistenti”.

Così siamo stati informati che il nemico in casa ha rubato dalla cassetta dell’elemosina di Stato,  con un danno per  l’erario  di quasi 20 milioni di euro “indebitamente percepiti”.

Ma non basta, dopo un anno dalla piena operatività della piattaforma per la cessione dei crediti e degli sconti in fattura dei bonus edilizi, “alle Entrate si è accesa la spia del rischio frodi”,  tanto che l’Agenzia in poco tempo ha fatto emergere “800 milioni di crediti inesistenti”, a dimostrazione, che come constata amaramente il Direttore delle Entrate, Ruffini, “quando lo Stato stanzia risorse ingenti, in forma diretta o meno, c’è sempre chi cerca di approfittarne”.

E come dargli torto a pensare ai casi illustri dalla Fiat, all’Ilva, dall’Alitalia, alle banche, dal Mose alla Metro di Roma, quando le risorse pubbliche hanno coperto falle, riempito voragini scavate dal malaffare, cementando insieme al disonore, all’incapacità, alle frodi anche la memoria di cittadini e funzionari onesti che “se l’erano cercata”.

In anni passati quando la sociologia era una disciplina approssimativa e arbitraria almeno quanto la statistica, ma faceva ancora uso dell’indagine storica per diagnosticare i mali presenti, qualche esperto della materia spiegò come soprattutto nel Mezzogiorno, il familismo e il clientelismo, fino ad arrivare ai fenomeni di abusivismo, avessero un connotato difensivo. Ceti marginali rispetto agli standard di crescita e di partecipazione del Paese, ricorrevano a espedienti illeciti per ottenere quello cui avrebbero avuto diritto: accesso a graduatorie per i posti di lavoro, per un tetto, autorizzazioni negate che si ottenevano in cambio di favori o mazzette, di qualche pollo o di qualche fiasco di vino.

Cerchie di amministratori e notabili erano diventate un corpo intermedio che negoziava, trattava, con il voto di scambio o il traffico di favori, permessi, finanziamenti, trasferimenti di impiegati pubblici e militari, alcuni restando nei paesi d’origine, altri diventando la dirigenza della pubblica amministrazione, dei ministeri, dei corpi dello Stato nella Capitale, accreditando una lettura che trova ancora dei seguaci in chi si preoccupa che nell’Esecutivo attuale si sia formata una cosca lucana influente e inviolabile.

È perfino banale dire che per estensione la stessa lettura si può dare della nascita e del consolidamento del fenomeno mafioso, del suo dominio determinato non solo dal regime della paura, dell’intimidazione  del ricatto, ma anche dal sistema di “protezione” e ascolto messo in atto, come unico referente per i bisogni della povera gente. E in ragione di ciò mai davvero contrastato dai regimi e dai poteri forti interni ed esterni,  interessati a questa funzione di mediazione che dirottava malessere e dissenso in aree del Paese condannate a un’emarginazione compensata da assistenzialismo arbitrario e briciole discrezionali distribuite come elemosine nell’ambito di grandi operazioni speculative, e da una tolleranza elargita per comportamenti illegali considerati un effetto fisiologico della inferiorità antropologica, sociale e culturale di una intera geografia della nazione.

Si vede proprio che aveva ragione quel comandante dei carabinieri che in occasione di una indagine sull’infiltrazione della ‘ndrangheta profetizzò che quello che non era Calabria, Calabria sarebbe diventato.

Ma la colpa non è delle ‘ndrine che battono la concorrenza con le imprese legali insinuandosi nei settori cruciali, che anticipano le tendenze del business indisturbate, che si appropriano di aziende e comparti sofferenti imponendo le loro leggi di mercato indistinguibili da quelle dettate da esecutivi che hanno aggirato il Parlamento e che hanno l’intento dichiarato di rimuovere lacci lacciuoli, demolire le rete dei controlli, cancellare la possibilità di esercitare il controllo e la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali.

La colpa è di chi ha fatto diventare tutto il Paese la Calabria dell’Europa, una propaggine pigra e indolente dei territori parassitari del Mediterraneo, da criminalizzare  punire per il suo superstite e deviato istinto di sopravvivenza, per la sua ribellione a leggi tante severe, indebite e ingiuste da istigare all’inosservanza e a un sviluppo così iniquo e disuguale da ispirare trasgressione e ribellione.

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