giovedì 17 settembre 2026

Studente fotografa l’infiltrazione a scuola e viene punito, anche l’Ufficio scolastico regionale conferma la nota - Giuseppe Pietrobelli

 

Anche l’Ufficio scolastico regionale del Friuli-Venezia Giulia ha confermato la nota disciplinare per il ragazzo che, a maggio scorso, ha fotografato una vistosa macchia sul soffitto della classe: l’intervento è stato ritenenuto “congruo” rispetto a un comportamento considerato lesivo delle regole che vigono tra i banchi di scuola. “La famiglia” del ragazzo dell’Istituto commerciale Pertini di Pordenone “ha deciso di non ricorrere al Tar, anche se è convinta che non vi fossero motivi per una censura – spiega l’avvocato Marco Florit – perché ormai l’anno scolastico è terminato ed è venuto a mancare l’interesse attuale e concreto. Quindi il Tribunale amministrativo avrebbe potuto astenersi dalla pronuncia”.

Secondo docenti e responsabili scolastici, il ragazzo ha sbagliato a fare lo scatto: avrebbe dovuto chiamare un bidello, il quale a sua volta avrebbe interessato l’insegnante rappresentante della classe, il quale, infine, avrebbe indirizzato l’interpello al dirigente scolastico, il quale avrebbe ordinato l’intervento di sanificazione. Anche se da tempo tutti sapevano che le condizioni dell’aula non erano a regola d’arte, al punto che gli allievi venivano talvolta spostati altrove. In ogni caso, lo studente non avrebbe dovuto riprodurre immagini di denuncia, né tantomeno diffonderle all’esterno della scuola. Finite sulle pagine dei giornali locali, avevano creato un putiferio. Le autorità scolastiche, anziché valutare la sostanza, hanno colpito l’improvvido ragazzo, che ne aveva parlato in famiglia, prima degli articoli sui quotidiani. La sanzione disciplinare decisa dagli organi interni, equivalente a una nota di demerito, non aveva poi avuto effetti sulle valutazioni di fine anno. Il ragazzo era stato promosso, ma non si era arreso, ritenendo di aver subito un’ingiustizia.

La storia contiene non pochi elementi di contraddittorietà. Secondo la difesa il ragazzo non era punibile per aver usato il telefonino, che è vietato dal regolamento scolastico, avendo utilizzato un tablet di cui è in possesso per ragioni didattiche. Inoltre non aveva violato la privacy di nessuno, visto che si era limitato a riprendere un soffitto macchiato d’acqua e non le persone, insegnanti o coetanei minorenni. Si era improvvisato reporter attuando una forma di denuncia civica, visto che la situazione delle infiltrazioni si prolungava da tempo e si era consultato con i genitori. Lo studente aveva detto di essere stato autorizzato da un insegnante, ma quest’ultimo ha negato di averlo fatto. Ciò che ha indispettito la famiglia è il trattamento subito dallo studente. “Abbiamo rappresentato come una richiesta di colloquio dei genitori con la dirigenza scolastica non sia mai stata accolta. Anzi, il ragazzo è stato convocato da solo, per discolparsi, di fronte ad alcuni insegnanti. – spiega l’avvocato Florit – Non era stato avvisato dell’audizione in anticipo, né gli è stato consentito di venire assistito dai genitori o da un adulto”. L’Ufficio scolastico regionale non ha però ritenuto irrituale tale modalità.

Intervistato dal Gazzettino, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza dell’istituto, Antonio Sorella, ha dichiarato: “La materia sulla sicurezza è norma cogente, vuol dire speciale. Supera le altre norme del regolamento. Devi agire velocemente, si basa sulla prevenzione. Il papà del ragazzo, prima del ricorso, aveva chiesto un incontro alla dirigente per cercare di spiegarsi. Incontro che non c’è mai stato. È stata un’occasione persa, perché si poteva sfruttare questa vicenda per promuovere una cultura della prevenzione tra gli studenti”.

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mercoledì 16 settembre 2026

Nuoro, città “fu-turistica” - Francesco Mariani


Qualche giorno fa, davanti all’ex sede della Banca d’Italia, dinanzi al Municipio, sono stato fermato da un turista. Aveva l’aria un po’ smarrita di chi cerca e non trova. Mi ha chiesto come raggiungere Esit Ortobene. Per un attimo ho pensato a uno scherzo. Poi ho alzato gli occhi e ho visto il vecchio cartello che ancora indica, con ammirevole fedeltà al passato, la strada verso lo storico albergo, chiuso ormai da innumerevoli anni. Il turista cercava una struttura che non esiste più. Nuoro, invece, continua a indicargliela.

E’ una perfetta metafora della politica turistica nostrana: segnaliamo ciò che non c’è e non riusciamo a valorizzare adeguatamente ciò che abbiamo.

Da qui la domanda: Nuoro è una città turistica oppure è stata, per qualche fugace momento, una città “fu-turistica”? Perché, a essere sinceri, di veramente turistico in città si vede ancora poco. Non perché manchino le cose da raccontare, ma perché manca il modo di raccontarle, un sistema.

Nuoro possiede musei importanti, luoghi della cultura, case storiche, tradizioni, identità, paesaggi, quartieri e personaggi che potrebbero sostenere un’offerta turistica credibile durante tutto l’anno. Abbiamo persino una gastronomia di livello: a Nuoro si mangia bene quasi ovunque, grazie alla professionalità, alla passione e alla qualità dei nostri ristoratori. Eppure tutto questo non basta per prendere per mano il visitatore, spiegargli dove si trova, cosa può vedere, dove può mangiare, quali eventi sono in programma, come può muoversi e fermarsi una notte in più. A Nuoro, il turista è spesso lasciato solo con il proprio telefonino, qualche cartello inaffidabile e il prezioso aiuto dei passanti. Non sappiamo ancora accogliere pienamente chi arriva. Manca soprattutto un’idea condivisa di cosa Nuoro voglia essere agli occhi di chi viene da fuori. La città deve essere meta scelta non soluzione di ripiego. 

Il momento culminante dell’anno continua a essere la Festa del Redentore, una manifestazione straordinaria per valore religioso, culturale, identitario e popolare. Per qualche giorno arrivano visitatori, gruppi folk, fotografi, studiosi e appassionati. Poi, finita la festa, si torna al “travaglio usato”. 

Il Redentore dovrebbe essere il vertice di una programmazione annuale, non l’unico grande momento capace di rendere visibile la città. Intorno dovrebbero esserci eventi culturali, musicali, enogastronomici, sportivi, letterari e tradizionali, organizzati secondo un calendario unico e promosso con largo anticipo.

Gli eventi, in realtà, si fanno. Anche tanti. Il problema è che spesso non si sa che si fanno. Ogni ente, associazione o istituzione comunica per conto proprio, con tempi e modalità differenti. Le iniziative si accavallano, si ignorano reciprocamente o vengono annunciate pochi giorni prima, come se il turista decidesse di organizzare il proprio viaggio consultando casualmente una locandina affissa il giovedì per il sabato successivo.

Un calendario unico degli eventi non sarebbe un’opera faraonica. Sarebbe uno strumento normale. Un calendario annuale, continuamente aggiornato, promosso negli alberghi, nei ristoranti, nei musei, sui siti istituzionali, sui social e nei territori costieri. Per fare un esempio: di Alghero o Olbia sappiamo già date e luoghi degli eventi dell’anno venturo.

Servirebbe una regia. Una destinazione non nasce per generazione spontanea e neppure sommando iniziative scollegate. Occorre qualcuno che organizzi, coordini, programmi e misuri i risultati.

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martedì 15 settembre 2026

L’Onu dice che bisogna tassare i cibi peggiori - Antonio Piemontese

 

Un maxi-studio su Nature rivela il divario: l'obesità infantile rallenta in Occidente, ma esplode nei Paesi poveri. L'Onu propone di tassare il cibo spazzatura

In breve

  • Un maxi-studio su Nature, con dati di 232 milioni di persone dal 1980 al 2024, mostra che l’obesità infantile rallenta nei Paesi ricchi ma accelera in quelli poveri.
  • Nei Paesi in via di sviluppo il food environment espone i bambini a cibo ultraprocessato a basso costo, pubblicità aggressiva e mense scolastiche povere di alternative sane.
  • L’Onu propone di tassare il cibo spazzatura e regolamentare il marketing alimentare rivolto ai minori, sul modello di misure già adottate in alcuni Paesi.

La notizia è positiva, ma nasconde un rovescio della medaglia. L’obesità infantile frena nei Paesi occidentali – quelli del “benessere”, dove sarebbe arrivata al plateau –. Il problema è che aumenta nei Paesi in via di sviluppo. 

Possibile? Sì, se ad affermarlo è un articolo pubblicato su Nature nel maggio scorso. La ricerca ha monitorato altezza e peso di 232 milioni di persone dal 1980 al 2024, aggiornando continuamente i dati. Il maxi-studio rivela dinamiche inattese: mentre nei Paesi ad alto reddito (l’Italia tra i primi) si registrano interessanti segnali di inversione di tendenza tra i più giovani già dal Duemila, nella maggior parte dei Paesi a basso e medio reddito (Africa, Asia e America Latina) la crescita annuale dell’obesità è aumentata. 

Le cause sarebbero molteplici. Nei Paesi occidentali la legislazione e le campagne di associazioni e politica sono riuscite ad aumentare la consapevolezza – tra le più famose, la battaglia di Michelle Obama contro le bibite gassate. Nei Paesi meno sviluppati, invece, la minore disponibilità di cibi sani, i fattori culturali, il marketing e il desiderio di uno stile di vita identificato con il benessere non trovano argini. E la legislazione, qui, è fortemente inadeguata.

 

Perché l’obesità infantile cala nei Paesi ricchi

Anche l’università degli Studi di Padova ha fornito i dati di duemila soggetti. «L’importanza di questo lavoro», spiega a Valori il professor Antonio Paoli, che nell’ateneo dirige il Laboratorio di nutrizione e fisiologia dell’esercizio, «è che mentre in una metarevisione si mettono assieme gli studi di diversi ricercatori e la metodologia non è definita a priori, in questo caso è vero il contrario: per entrare nel database bisogna accettare preventivamente certe condizioni, ed è questa la sua forza».

Secondo quanto scoperto dagli studiosi, in alcuni Paesi sviluppati la crescita dell’obesità avrebbe rallentato tra bambini e adolescenti lungo tutto il corso degli anni Novanta del secolo scorso. Le differenze di passo non sono mancate: si spazia tra il 3-4% delle ragazze con problemi di obesità in Giappone, Danimarca e Francia, al 23% dei ragazzi maschi negli Stati Uniti.

In alcuni Paesi occidentali ad alto reddito (per esempio Italia, Portogallo e Francia) a partire dagli anni Duemila l’obesità ha addirittura cominciato a calare. Qualcosa di simile è stato osservato in alcune nazioni dell’Europa centrale e orientale. Gli adulti seguono il trend dei giovani, ma con circa un decennio di ritardo. «In pratica significa che le strategie che mettiamo in piedi da anni per ridurre epidemie di obesità cominciano ad avere effetto», commenta Paoli. La musica, però, cambia nei Paesi poveri, dove, nel corso del tempo, la curva non solo non si è invertita ma addirittura ha accentuato la pendenza.

 

Un bambino su dieci al mondo è oggi obeso

Analizzare i dati a livello regionale come fa lo studio di Nature fornisce utili indicazioni sui Paesi in cui indirizzare le politiche. Ma anche guardare ai dati aggregati, cioè a livello globale, aiuta a comprendere a che punto siamo.

Ci ha pensato l’Unicef, che a settembre 2025 ha spiegato che per la prima volta l’obesità ha superato il sottopeso tra bambini in età scolare e adolescenti. Non solo: a livello mondiale, ben un bambino su dieci sarebbe obeso. «Le tendenze sociali, economiche e tecnologiche che influenzano la disponibilità, la convenienza e l’uso di cibi differenti possono aver aiutato a controllare la crescita dell’obesità nei Paesi ad alto reddito, ma richiedono interventi di policy in quelli a medio e basso reddito», scrivevano gli esperti.

 

L’ambiente alimentare che espone i bambini al rischio

Le Nazioni Unite parlano di food environment, che si potrebbe tradurre con “ambiente alimentare”. I bambini dei Paesi più poveri e in via di sviluppo sono esposti a una costante presenza di cibi poco salutaribibite gassate che non hanno potere nutrizionale, ma apportano molte calorie e zuccheri, e cibi ultraprocessati. Opzioni salutari non sono disponibili, o facilmente accessibili.

Le conseguenze, anche sociali, sono immense. Diete poco salutari aumentano il rischio di sovrappeso, obesità, condizioni cardiometaboliche precoci, tra cui pressione alta, glicemia alta e livelli anormali di lipidi. Problemi, viene spiegato, che possono trascinarsi fino all’età adulta, aumentando il rischio di diverse patologie tra cui il diabete di tipo 2 e alcuni tipi di cancro.

«Ma sovrappeso e obesità sono anche associati a bassa autostima, ansia e depressione tra bambini e adolescenti. Con i genitori che pagano il prezzo delle sfide di salute emotiva dei figli e le difficoltà economiche derivate dall’aumento delle spese mediche. Le economie di tutto il mondo stanno già confrontandosi con i costi crescenti delle cure e una produttività ridotta della forza lavoro dovuta a sovrappeso e obesità», scrive l’Unicef.

 

Le cause economiche dietro la crescita dell’obesità

Alla base di quanto descritto c’è un apparente paradosso. Gli stessi fattori che hanno sollevato alcune popolazioni dalla povertà (per esempio i cibi industriali che hanno permesso di sfamare buona parte della popolazione) possono, una volta raggiunto l’obiettivo, cominciare a essere considerati in un’altra ottica. Cibi iperprocessati e conservabili sono serviti per combattere la denutrizione, ma il progresso non può fermarsi a questo punto, ammoniscono gli esperti.

Il fatto è che il marketing spesso dimentica l’etica, e colpisce senza riguardi proprio dove fa più male. Un esempio? La psicologia insegna che i bambini hanno una preferenza innata per i sapori dolci rispetto a quelli amari. E l’industria ha imparato presto a sfruttare questa debolezza. Cibi e bevande spazzatura (tipicamente ben impacchettati) sono ampiamente disponibili e aggressivamente pubblicizzati proprio nei posti dove i più piccoli vivono, giocano e studiano. E per di più costano poco. 

 

Supermercati, mense scolastiche e pubblicità digitale

Il progresso, come si diceva, non porta solo benessere. Nei Paesi a medio reddito, spiega l’Unicef, parallelamente alla diffusione dei centri commerciali che sostituiscono il commercio locale, cresce anche la presenza di alimenti poco salutari, che peraltro tendono a costare meno per via dei sussidi agli ingredienti principali – mais, soia e grano.

Non solo. La ricerca mostra che i negozianti mostrano più spesso il cibo spazzatura all’entrata dei negozi nelle aree più povere rispetto ai quartieri più ricchi, dove il livello culturale agisce da schermo. Accade, per esempio, in Argentina, Brasile, Costa Rica e Messico. Poi ci sono le mense scolastiche, che spesso nelle aree più povere servono carne processate, patatine, bevande zuccherate. E ai refettori si arriva tramite la politica, che non capisce il problema, o, nel peggiore dei casi, è collusa con l’industria. 

Non solo: il marketing digitale è particolarmente aggressivo nei confronti dei bambini che si sentono tentati dalla pubblicità e sotto pressione. In questo caso – in controtendenza rispetto al resto – a essere messi peggio sono i Paesi ad alto reddito, forse per la disponibilità di dispositivi. Ma, sottolinea l’Onu, la presenza di pubblicità invasive è a livelli inaccettabili anche in quelli poveri e persino nelle zone di guerra.

 

Come l’Onu propone di tassare il cibo spazzatura

Per cercare di aumentare i profitti, prosegue l’Onu, l’industria fa leva su importanti risorse finanziarie e influenza politica per resistere ai tentativi di regolamentazione. Questa disparità di poteri rende difficile per governi, comunità e famiglie proteggere il diritto dei figli a un’alimentazione sana. Accordi delle aziende con le istituzioni fanno entrare il junk food nei menu e creano lealtà nei piccoli consumatori, che domani saranno già presi all’amo.

L’Onu propone di utilizzare la mano pesante: le aziende poco etiche devono finire nel mirino dei governi. Diverse le opzioni sul tavolo, a cominciare da una normativa sul latte in polvere, ma anche leggi che colpiscano gli “ambienti alimentari” e che limitino la disponibilità, il marketing e l’acquisto del cibo spazzatura. Si possono, suggerisce l’Onu, tassare i cibi peggiori, arrivando a favorire con sussidi la produzione e commercializzazione di alternative salutari, che risultano spesso più costose: utile anche prevedere sussidi per veicoli commerciali in grado di mantenere la freschezza dei cibi, per esempio con celle frigorifere.

Il legislatore deve correre ai ripari anche per quanto riguarda i lobbisti, costringendo a dichiarare i propri conflitti di interesse: si può, inoltre, costruire un database dei dati sanitari e delle misure intraprese. Infine c’è un altro elemento, ricorda Paoli: «Spesso si scambia la lotta all’obesità con il cosiddetto bodyshaming, ma in realtà si tratta di una malattia riconosciuta anche in Italia, con delle conseguenze precise». Insomma, anche le buone intenzioni a volte possono condurre fuori strada.

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lunedì 14 settembre 2026

L’ALBEDO TERRESTRE È CAMBIATO, QUALI SONO LE CAUSE E LE CONSEGUENZE?


Mentre in generale abbiamo una spiegazione universale per tutto, ovvero l’aumento della CO2 di origine antropica come causa del cambiamento climatico e degli innumerevoli eventi ad esso attribuiti, ci sono numerosi studi che sottolineano l’importanza della riduzione dell’albedo terrestre come causa del mutamento climatico. Il seguente studio, davvero ampio, che presento solo nella sua parte iniziale e conclusiva, mi sembra istruttivo in questo ambito. La diminuzione dell’albedo planetario e l’aumento dell’assorbimento della radiazione solare da parte della Terra sembrerebbero un elemento chiave. A mio avviso, è fondamentale indagare sulle ragioni della diminuzione dell’albedo terrestre a partire dagli anni Ottanta.

E per fare qualche ipotesi azzardata sulle cause e concause, la transizione del carburante verso il SINGLE FUEL NATO può avere un signficato in questo contesto? La CIA ha voluto giocare con l’albedo fin dagli anni Sessanta, cosa l’ha spinta a volerlo fare? Dalla fine degli anni ’40 iniziarono i massicci interventi nell’alta atmosfera, in particolare le detonazioni nucleari e infine gli esperimenti con i razzi. Gli effetti quali sono? L’aumento enorme del traffico aereo ha effetti inquinanti in quota. E di nuovo, gli effetti quali sono? Il traffico satellitare e radar ha modificato le condizioni atmosferiche da decenni. Avviene una trasmissione dall’alto e dal basso. È indubbio che l’uomo abbia influenzato le condizioni atmosferiche. Ma come!?

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Ruoli delle Variazioni dell’Albedo Terrestre e dello Squilibrio Energetico alla Sommità dell’Atmosfera nel Riscaldamento Recente: Nuove Prospettive da Osservazioni Satellitari e di Superficie

Studi precedenti hanno riportato una diminuzione dell’albedo planetario e un aumento dell’assorbimento della radiazione solare da parte della Terra dall’inizio degli anni ’80, e in particolare dal 2000. Questo avrebbe dovuto contribuire al riscaldamento superficiale osservato. Tuttavia, l’entità di tale contributo solare è attualmente sconosciuta, e la questione se un maggiore assorbimento di energia a onde corte dal pianeta rappresenti un feedback positivo a un riscaldamento iniziale indotto dall’aumento delle concentrazioni di gas serra non è stata conclusivamente risposta. Anche il Rapporto di Valutazione del 6° IPCC non ha valutato adeguatamente questa questione. Qui, quantifichiamo l’effetto della diminuzione dell’albedo osservata sulla Temperatura Globale della Superficie dell’Aria (GSAT) della Terra dal 2000 utilizzando misurazioni del progetto Clouds and the Earth’s Radiant Energy System (CERES) e un nuovo modello di sensibilità climatica derivato da dati planetari indipendenti della NASA impiegando regole oggettive di calcolo. La nostra analisi ha rivelato che la diminuzione osservata dell’albedo planetario insieme alle variazioni riportate dell’Irraggiamento Solare Totale (TSI) spiegano il 100% del trend di riscaldamento globale e l’83% della variabilità interannuale della GSAT come documentato da sei sistemi di monitoraggio basati su satellite e a terra negli ultimi 24 anni. I cambiamenti nell’albedo delle nuvole della Terra sono emersi come il principale motore della GSAT, mentre il TSI ha giocato solo un ruolo marginale. Il nuovo modello di sensibilità climatica ci ha anche aiutato ad analizzare la natura fisica dello Squilibrio Energetico della Terra (EEI) calcolato come una differenza tra radiazione a onde corte assorbita e radiazione a onde lunghe emessa dalla sommità dell’atmosfera. Osservazioni e calcoli del modello hanno rivelato che l’EEI risulta da un’attenuazione quasi adiabatica dei flussi di energia superficiale che viaggiano attraverso un campo di pressione atmosferica decrescente con l’altitudine. In altre parole, la dissipazione adiabatica dell’energia cinetica termica in parcelle d’aria ascendenti dà origine a un EEI apparente, che non rappresenta la “trappola di calore” da parte di gas serra atmosferici in aumento come attualmente si presume. Forniamo prove numeriche che l’EEI osservato è stato interpretato erroneamente come una fonte di guadagno energetico per il sistema terrestre su scale temporali pluri-decennali.

Analisi Critica del 6° Rapporto di Valutazione dell’IPCC sulla Valutazione delle Forzature Climatiche e l’Impatto dell’Albedo

Questo studio molto dettagliato può essere consultato QUI https://portaledellameteorologia.it/ruoli-delle-variazioni-dellalbedo-terrestre-e-dello-squilibrio-energetico-alla-sommita-dellatmosfera-nel-riscaldamento-recente-nuove-prospettive-da-osservazioni-satellitari-e-di-superficie/

In conclusione si legge

 I risultati suggeriscono la necessità di una profonda revisione del paradigma attuale di interpretazione del cambiamento climatico e delle iniziative socio-economiche correlate, volte a ridurre drasticamente le emissioni di carbonio industriale a qualsiasi costo. Un elemento cruciale di questo cambio di paradigma dovrebbe essere l’allocazione prioritaria di finanziamenti a supporto di ricerche interdisciplinari su larga scala sui meccanismi fisici che regolano l’albedo terrestre e la fisica delle nuvole, i veri fattori determinanti del clima su scale temporali di decine di anni.

FONTE

 

PIANO DI POTENZIAMENTO DELL’ALBEDO B https://psci.princeton.edu/tips/2020/9/26/what-is-geoengineering

Modifica dell’albedo

La modifica dell’albedo è un approccio di geoingegneria o ingegneria climatica che inverte il riscaldamento globale aumentando l’albedo della Terra e la sua capacità di riflettere la luce solare nello spazio. Per centinaia di anni, la civiltà umana ha modificato la superficie della terra attraverso la deforestazione, la desertificazione e l’agricoltura. Foreste, praterie, zone umide e altri ecosistemi naturali sono stati sostituiti da terreni coltivati. Ad eccezione della recente perdita di lastre di ghiaccio e ghiacciai, questi cambiamenti nella copertura del suolo hanno portato a un aumento dell’albedo superficiale. L’albedo è la proprietà della superficie terrestre di riflettere o assorbire la radiazione solare (si veda il video della NASA This World Is Black and White, che descrive il concetto di albedo).https://geoengineering.global/albedo-modification/

 

PERCHÉ L’ALBEDO TERRESTRE STA DIMINUENDO?

 

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Addio Albedo - franco berardi

Mi pare che nel dibattito contemporaneo ci asteniamo dal trarre le (ovvie) conseguenze di ciò che ormai sappiamo sull’evoluzione del clima, della storia umana e della tecnologia, per un duplice (inconfessabile) senso di vergogna.

Anzitutto la vergogna (etica) che deriva dal fatto che abbiamo rinunciato a lottare contro il disumano perché la resistenza ci appare vana.

Ma anche per la vergogna intellettuale di dover dire qualcosa che tutti già sanno, anche se tutti fingono di non saperlo: che la vita umana è divenuta così misera e priva di piacere e di amicizia, che la sua estinzione — che sappiamo essere imminente — è la nostra unica (inconfessabile) speranza.

Retroazione positiva…

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se il bosco vive

vivrò anch’io

se i bosco muore

morirò anch’io

VOGLIAMO UNA NATURA VIOLENTA

CONTRO Lì’UMANO MORTO

(Bosco Ospizio, Reggio Emilia)

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Il 4 luglio doveva essere un giorno di festeggiamenti per il 250° anniversario dell’entità nazionale che sta guidando l’umanità verso una fine orribile. I festeggiamenti però sono andati a monte a causa del caldo. A Washington era prevista una parata militare, che è stata però annullata per via delle temperature in vertiginoso aumento. Nelle settimane successive, il fumo degli incendi boschivi canadesi ha avvolto Toronto e molte altre città della costa orientale.

L’estate del 2026 sancisce l’irreversibilità della catastrofe climatica che in breve tempo renderà impossibile la vita su larga parte della terra.

Le osservazioni dallo spazio mostrano che la luminosità della superficie terrestre sta diminuendo: vista da lontano, la Terra appare progressivamente più scura. Gli scienziati spiegano che è il segno di un rapido e allarmante declino dell’albedo terrestre, ovvero della capacità riflettente della superficie del pianeta. Riflettendo meno luce solare, la Terra assorbe più energia – soprattutto negli oceani – e accelera così l’aumento delle temperature globali. Questo fenomeno di oscuramento agisce come un amplificatore imprevisto e potente del cambiamento climatico. Il calore scioglie i ghiacci; di conseguenza, la riflettività diminuisce, la Terra si riscalda ulteriormente, il calore scioglie ancora più ghiaccio e così via.

E’ quel che si chiama feedback positivo: quando una caldaia raggiunge una temperatura eccessivamente alta, il termostato dovrebbe spegnere la fiamma. Ma se il termostato è andato in tilt, il fuoco si intensifica man mano che la temperatura sale.

Questo significa che siamo in trappola. Per quanto ne sappiamo, l’inarrestabile riscaldamento della Terra è destinato a rendere il pianeta inabitabile durante la vita dell’attuale generazione.

Comprensibile che la procreazione si stia fermando dovunque, come in un film di Alfonso Cuaron (non tanto bello) tratto da un romanzo di PD James, Children of men.

I teologi parlavano un tempo di *katechon* per definire una forza capace di preservare le entità in attesa dell’*eschaton*.

Il *katechon* è la forza che trattiene ciò che esiste dal collasso finale.

“Il potere che frena impedisce all’anomia di esplicarsi in tutta la sua catastrofica potenza per conservare la terra in vista dell’arrivo del Figlio dell’uomo.” (Francesca Monasteri: Katechon, Bollati Boringhieri, 2023, p. 13)

Il *katechon* è la forza che impedisce al mondo di dissolversi nel caos, trattenendo le forze opposte per evitare la disintegrazione.

Nella versione proposta da Paolo di Tarso, questa forza è di natura teologica, ma nell’età moderna avevamo imparato a riconoscere il *Katechon* in quell’insieme di forze fisiche, dispositivi tecnici e istituzioni politiche che fungevano da contrappeso tecnico e politico capace di mitigare gli effetti estremi provocati dalla “civilizzazione”.

Come la Natura disponeva di meccanismi per moderare il calore eccessivo come l’albedo, così il diritto internazionale mirava a contenere gli eccessi dell’aggressività militare.

I fisici lo definiscono “feedback negativo” (retroazione negativa): in un sistema dinamico la retroazione negativa mira a ripristinare l’equilibrio ogni volta che il sistema viene destabilizzato da fattori esterni o interni. Nel caso degli organismi viventi (come il corpo umano o il corpo sociale), si utilizza il termine “omeostasi” per descrivere il processo continuo di ripristino dell’equilibrio attraverso una reazione che contrasta la forza destabilizzante dell’entropia.

L’integrazione di un sistema dinamico è resa possibile da un complesso di retroazioni negative.

Al contrario, il feedback positivo (o feedback di amplificazione/auto-rinforzo) è un processo il cui esito rafforza l’effetto disgregante, generando un effetto di accelerazione del disordine.

In questa retroazione positiva, l’impatto di una perturbazione sul sistema comporta un incremento dell’azione perturbatrice.

La follia politica del nostro secolo è essenzialmente questa: il prevalere del feedback positivo su quello negativo, che in termini teologici si potrebbe definire come eliminazione del katechon. (*)

Il fascismo (e il fanatismo in generale) si fonda sull’idea che, quando la situazione precipita a causa di misure politiche aggressive, la cura consista in misure politiche ancora più aggressive. Fascisti sono coloro che credono che ulteriore estrattivismo sanerà gli effetti dell’estrattivismo passato e che maggiore ferocia sottometterà le energie psicopolitiche che quella stessa ferocia ha scatenato.

Per lungo tempo noi marxisti abbiamo creduto che il Capitalismo avrebbe finito per portare a una forma superiore di civiltà (il socialismo) perché questo era implicito nell’evoluzione della contraddizione fra lavoro e capitale. Ma piuttosto che accettare l’evoluzione verso una società egualitaria, il capitalismo ha preferito scatenare le potenze del caos, cioè il nazionalismo, il fascismo, la guerra.

Nell’epoca moderna, quando la Ragione rivendicava il compito di governare le passioni umane e gli interessi contrastanti, il diritto fungeva da forza capace di preservare l’ordine e di impedire alla società di autodistruggersi.

Si pensi, ad esempio, al ruolo del diritto internazionale nelle relazioni tra paesi e blocchi geopolitici contrapposti: l’obiettivo della politica statale non era quello di imporre la Ragione alle vicende umane — o di realizzare un ordine pacifico e privo di conflitti — bensì quello di agire come un meccanismo di retroazione negativa. Esso attivava gli ingranaggi politici e diplomatici in grado di ricondurre le forze contrapposte al tavolo dei negoziati, ripristinando così un certo ordine (per quanto instabile e provvisorio, eppure funzionale) all’interno del sistema internazionale.

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*) Un articolo di Giorgio Cesarale e Matteo Pasquinelli ricostruisce l’evoluzione del concetto di Katechon, e da questo punto di vista critica le posizioni ideologiche di Peter Thiel:

“He regards “woke” culture as a katechontic power that causes stagnation. He also includes the Club of Rome and its Limits to Growth report in this “culture of stagnation.”

https://www.e-flux.com/journal/164/6776901/the-algorithm-and-the-antichrist-political-theology-at-the-sunset-of-silicon-valley

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… e disintegrazione

L’attuale fase della disintegrazione si può descrivere così: dopo avere disattivato i dispositivi di retroazione negativa (diritto internazionale, regolazione delle emissioni tossiche in atmosfera, regolazione degli armamenti, regolazione del conflitto nel mercato del lavoro, regolazione dei mercati finanziari eccetera), i processi di retroazione positiva si stanno moltiplicando.

Il capitalismo globalista liberale attribuiva ai mercati il compito di auto-regolarsi. Dopo la crisi del 2000 e dopo quella del 2008 l’autoregolazione del mercato ha funzionato in modo egregio per i capitalisti, anche se ha provocato un impoverimento della popolazione e un aumento smisurato delle disuguaglianze. Comunque ha funzionato.

La grande novità del nuovo secolo sta nel fatto che i meccanismi di regolazione, compresa l’autoregolazione dei mercati, sono stati uno dopo l’altro smantellati prima in nome dell’assoluta libertà di mercato (deregulation), poi in nome del prevalere dell’interesse nazionale ovviamente foriero di guerra interminabile.

Al summit di Monaco che si è tenuto in febbraio 2026 (un anno dopo che, sempre a Monaco, Jack Vance aveva dichiarato la rottura del rapporto di alleanza con l’Europa), Marco Rubio ha spiegato che le regole del mercato sono meno importanti dei valori della nostra civiltà, cioè il razzismo, la supremazia bianca, e i privilegi coloniali.

Occorre riconoscere che i mercati sono pessimi per la giustizia sociale. Ma almeno hanno il dubbio vantaggio di autoregolarsi, sia pure a favore dei capitalisti e delle banche. La novità dell’era Trump-Putinista è questa: solo la forza, solo la minaccia, il ricatto, la violenza, la pistola alla tempia sono in grado di regolare qualcosa. Ma queste armi mafiose non serviranno per restituire stabilità alla macchina globale ora che la guerra contro l’Iran, voluta dai nazisti di Sion, l’ha fatta inceppare.

Nessuna autorità internazionale è in grado di disinnescare la dinamica di annichilamento reciproco che si è messo in moto con l’aggressione russa all’Ucraina.

Nessuna razionalità politica o diplomatica è in grado di fermare il riarmo dell’Unione europea che si prepara alla guerra contro la Russia.

Inoltre se l’equilibrio instabile sul quale corre sempre più precariamente l’economia globale dovesse rompersi, non ci sarà alcuna autorità politica che possa imporre una strategia comune, come è accaduto dopo la crisi del 2008: né ci sarà alcun meccanismo di autoregolazione di mercato.

Date le condizioni attuali del dominio di mafia etno-nazionalista sulla macchina-mondo, la prossima crisi economica promette di coincidere con l’inizio della fine della civiltà umana.

Non possiamo prevedere quali saranno i prossimi passaggi della disintegrazione: sarà lo sgonfiarsi della bolla dell’Intelligenza artificiale?

Sarà un cortocircuito nel rapporto tra cryptovalute e debito americano?

Sarà la guerra tra Cina e Giappone, quando la signora Takaichi annuncerà la decisione di produrre la bomba nucleare? O quella tra Giappone e Russia per le isole Curili?

O sarà la decisione russa di farla finita con il riarmo europeo prima che si sia compiuto?

O l‘invasione della Groenlandia?

O sarà una bella pandemia in condizioni di negazionismo sanitario?

O sarà un episodio di scontro armato tra poteri federali e poteri statali nella guerra civile che da mesi è tecnicamente iniziata negli Stati Uniti d’America?

Le scintille sono molte, e una di queste potrebbe appiccare l’incendio in tutta la prateria, e non ci saranno pompieri per spegnere l’incendio.

Quella in corso è una guerra di tutti contro tutti, perché l’etno-nazionalismo non conosce altro metodo per regolare i conti. Le molte teste del drago si azzanneranno tra loro. Non sarà un bello spettacolo ma non possiamo fermarlo.

Quel che possiamo fare è prevedere l’evoluzione del male, disertare ogni coinvolgimento nella guerra che si diffonde, disertare la riproduzione della specie e moltiplicare le linee di fuga, creando luoghi di solidarietà tra chi diserta il folle gioco suicida.

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domenica 13 settembre 2026

Rifiuti elettronici, 62 milioni di tonnellate l’anno di spazzatura dei Paesi ricchi finiscono in Asia. Il business illegale dei container - Andrea Walton

Le inchieste dell'organizzazione ambientalista Basel Action Network (BAN). Dagli States 2mila container al mese verso Paesi come Indonesia, Malesia, Thailandia e Filippine. Ma l'area è già satura, Kuala Lumpur e Giacarta hanno vietato le importazioni 

Lo sviluppo tecnologico ha permesso alle apparecchiature elettroniche, come computer e telefoni cellulari, di diffondersi su vasta scala in buona parte del mondo e di trasformarsi in un oggetto del desiderio per centinaia di milioni di persone. La necessità individuale di acquistare, con una frequenza accelerata rispetto al passato, nuovi modelli di smartphone e prodotti tecnologici ha provocato un enorme crescita dei rifiuti elettronici in tutto il mondo ed una marcata difficoltà nel riciclo degli stessi. Nel 2022, come evidenziato dalla United Nations International Telecommunication Union e dal suo settore di ricerca denominato UNITAR, il mondo ha generato una cifra record di 62 milioni di tonnellate metriche di rifiuti elettronici che, nel 2030, dovrebbero raggiungere gli 82 milioni di tonnellate metriche l’anno. Gli apparecchi elettronici contengono al loro interno sostanze tossiche e metalli, come rame, piombo e mercurio, che richiedono procedure di smaltimento complesse e costose per evitare danni ambientali. Negli Stati Uniti, in Giappone ed in parte dell’Europa c’è chi, pur di risparmiare sui costi in patria, invia questi rifiuti in Asia Sud-Orientale, dove vengono smaltiti con poca attenzione per ambiente e salute.

La Basel Action Network (BAN), un’organizzazione ambientalista basata a Seattle, aveva reso noto nell’ottobre 2025 che circa 2mila container, contenenti 33mila tonnellate metriche di componenti elettroniche usate, lasciavano i porti americani ogni mese per dirigersi verso Paesi in via di sviluppo come Indonesia, Malesia, Thailandia e Filippine. Molti container di rifiuti elettronici raggiungono nazioni che aderiscono alla Convenzione di Basilea, un trattato internazionale che vieta il commercio di rifiuti pericolosi tra i contraenti e le nazioni che non ne fanno parte, come gli Stati Uniti. Il rapporto della BAN ha identificato almeno dieci aziende americane esportatrici di prodotti di scarto elettronici verso Medio Oriente ed Asia, un continente già sovraccarico di rifiuti elettronici dato che ne produce quasi la metà di quelli generati ogni anno nel mondo. Molti rifiuti generati in Asia vengono smaltiti nelle discariche, dove si accumulano e diffondono i materiali tossici nell’ambiente circostante.

La BAN ha realizzato, come riportato dall’Abc, due inchieste investigative sui rifiuti elettronici prodotti in Australia ed in entrambe sono emersi dati che evidenziano come questi prodotti di scarto abbiano raggiunto diverse nazioni asiatiche. Nell’inchiesta che ha avuto inizio nel febbraio 2025 la BAN ha installato 35 rilevatori GPS su altrettanti monitor LCD, depositati in siti australiani destinati al riciclo dei prodotti elettronici. A quasi un anno di distanza sono emersi i primi dati e sette monitor sono stati localizzati in Asia Sud-Orientale , nelle Filippine, in Indonesia e Malesia, evidenziando, secondo quanto riferito dalla BAN e riportato dalla Abc, un probabile export “illegale” mentre 28 monitor si trovavano ancora in Australia ma erano “in movimento”. Le esportazioni di questo tipo di rifiuti verso Malesia ed Indonesia sono illegali mentre quelle dirette nelle Filippine necessitano di un permesso che non è mai stato concesso.

La BAN ha inoltre segnalato alle autorità indonesiane migliaia di container che potrebbero contenere rifiuti elettronici o plastici provenienti dagli Stati Uniti e che hanno raggiunto la nazione asiatica grazie a certificazioni false che li identificano come altri tipi di prodotti. L’organizzazione ambientalista ha implementato un metodo di tracciamento che identifica i container giudicati ad alto rischio per la possibile presenza di rifiuti tossici. Le autorità indonesiani, dopo le campagne di pressione portate avanti dalla BAN e da altre associazioni, hanno deciso di ri-esportare alla nazione di origine centinaia di container con materiali pericolosi provenienti dagli Stati Uniti ma queste azioni, seppur meritorie, contribuiscono in minima parte a ridurre la minaccia proveniente dai prodotti di scarto elettronici su larga scala.

La Malesia, che riceve ingenti quantità di prodotti di scarto industriali e tecnologici da tutto il mondo, ha varato una legge, entrata in vigore nell’aprile 2026, che vieta l’importazione di ogni tipo di rifiuto elettronico. L’obiettivo del provvedimento è quello di porre fine alle azioni illecite di chi importa materiali tossici nel Paese tramite documentazioni false ma applicare la norma è complesso perché ogni anno milioni di container transitano dai porti malesi ed è impossibile controllarli tutti. Un’altra minaccia è costituita dallo smaltimento da parte di operatori illegali interessati all’estrazione delle componenti utili presenti nei dispositivi tecnologici. Tutto il materiale di scarto viene, invece, bruciato nelle fornaci.

Chi vive vicino a questi siti di smaltimento riporta la presenza di fumi chimici tossici che invadono le case e che sono destinati a provocare danni alla salute. La scelta di Kuala Lumpur rappresenta una presa di posizione significativa che potrebbe comunque spingere una parte del flusso di rifiuti a dirigersi verso lidi meno controllati come India, Pakistan, Indonesia, Emirati Arabi e Filippine. Il problema non viene risolto ma semplicemente spostato ed a rimetterci saranno gli abitanti di altre nazioni in via di sviluppo. Una soluzione globale richiederebbe, invece, un coordinamento tra tutti i Paesi , l’implementazione di leggi efficaci da parte delle nazioni occidentali nei confronti di chi esporta illecitamente questi rifiuti ed una riduzione nella produzione dei prodotti elettronici, puntando sul riutilizzo dei dispositivi funzionanti ma giudicati fuori moda. Le ricadute negative della gestione dei rifiuti elettronici riguardano, per il momento, solo in piccola parte le nazioni economicamente avanzate mentre tutto il peso ricade su chi ha poca voce in capitolo sull’andamento e la gestione dell’economia mondiale.

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sabato 12 settembre 2026

La sanità sarda oltre i gettonisti: una crisi che parte da molto più lontano - Matteo Cardia

L'addio ai gettonisti ha aperto una nuova fase, ma le criticità restano: organizzazione, medicina territoriale, attrattività e programmazione continuano a mettere sotto pressione il sistema.

Immagine di sfondo repertorio Canva

«Quella della Sardegna è una realtà dove il sacrificio dei professionisti copre carenze organizzative e di sistema. È qualcosa di abituale per i medici, per gli infermieri e talvolta anche per gli operatori socio sanitari». Giovanni Marco Ruggiu, presidente dell’associazione Mèigos – Giovani Medici Sardegna e Consigliere dell'Ordine dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri di Sassari e Gallura, risponde in un orario diverso rispetto a quello inizialmente accordato. Il motivo sono i tempi più lunghi del previsto allo smonto del turno nel reparto dove lavora. Basterebbe questo piccolo spaccato della quotidianità di un professionista e le parole che lo accompagnano a spiegare quella che è la situazione del sistema sanitario isolano.

«Manca ancora nel sistema sanitario regionale una regia che permetta di assicurare ed ottimizzare i servizi» ammette Ruggiu, mentre l’analisi passa velocemente alle guardie turistiche che non si sono evolute nel corso degli anni, così come la continuità assistenziale [l’ex guardia medica, ndr]. Luoghi dove il medico spesso si ritrova solo, senza una storia clinica e con pochi strumenti a disposizione per rispondere alle richieste del paziente odierno. A poco a poco si risale verso l’apice del sistema, a quegli ospedali sardi che meno di un mese fa vedevano finire l’era dei cosiddetti “gettonisti” e che oggi, malgrado gli sforzi di lavoratori e lavoratrici e l’ottimismo della Giunta regionale, continuano a essere percepiti come isole di incertezza.

Gettoni d’oro

Il 30 giugno si concludeva il capitolo dei gettonisti chiamati a rispondere ai codici minori nei pronto soccorso e il 4 luglio, con un messaggio sui propri canali social, la presidente della Regione Alessandra Todde ringraziava i professionisti impegnati nei pronto soccorso dell’isola per i loro sforzi, parlando di «giornate particolari per il servizio sanitario regionale». Ammettendo così, ancora una volta, le difficoltà tra le corsie. Cinque giorni dopo, Todde commentava un sistema di emergenza-urgenza capace di reggere l’urto dell’assenza dei medici provvisori.

Tuttavia, nel frattempo il primo luglio la direttrice del Pronto soccorso dell’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia annunciava le proprie dimissioni, il 4 luglio il pronto soccorso di Isili chiudeva per ventiquattro ore mettendo in allarme un intero territorio e il giorno successivo, a Sorgono, si ripeteva l’ennesima manifestazione dei cittadini per chiedere un servizio emergenziale all’altezza delle richieste. L’isola è la stessa, le impressioni, invece, appaiono differenti. Con la risonanza delle spese dei gettonisti - oltre 328 milioni spesi tra il 2024 e il 2026 secondo l’Autorità nazionale anticorruzione - e l’assenza di risposte sul territorio oramai data per endemica sul fronte ospedaliero e della medicina di base, che hanno continuato ad alimentare il malcontento e la preoccupazione della popolazione.

«Va fatta una premessa - afferma Claudia Zuncheddu, presidente della Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica - la crisi nei nostri pronto soccorso era prevedibile ed è la conseguenza inevitabile dello smantellamento del sistema sanitario pubblico, a partire dalla sanità territoriale. Stupisce però che la presidente Todde non riesca a interpretare la drammaticità della sanità sarda. L’emergenza-urgenza è sotto pressione, ma questo ha poco a che fare con i costosissimi e impreparati gettonisti - chiosa Zuncheddu - Il problema è la gestione e l’organizzazione del personale che invece di essere attratto, a oggi, si mette nella condizione di fuggire».

Una lettura che allontana la narrazione di professionisti che non si vogliono spostare per assumere incarichi in altre zone dell’isola. «Prima di tutto - continua Zuncheddu - un medico, come chiunque di fronte a una proposta lavorativa, sceglierà la proposta più conveniente. Per agevolare la vita del sistema esistente, bisognerebbe impegnarsi per rendere il lavoro più semplice e meno gravoso, ma soprattutto chiedersi continuamente che qualità dell’assistenza sanitaria si intende garantire a chi si ammala».

A monte

Bassa retribuzione, monte orario in ascesa e responsabilità medico-legali in continuo aumento sono alcuni degli elementi che influiscono sullo stato non solo dell’emergenza-urgenza in Sardegna, ma su tutto il sistema ospedaliero regionale e sulle condizioni di lavoro dei professionisti. Un sistema che soffre anche di alcune scelte del passato sul fronte della formazione di cui oggi si notano maggiormente gli effetti. A partire dal passaggio dei test d’ingresso per le scuole di specializzazione dal piano regionale a quello nazionale, che ha negato la possibilità di controllare la programmazione del turnover nel sistema sanitario regionale.

Una realtà contrastata in parte con le borse di specializzazione finanziate direttamente dalla Regione Sardegna, 185 nell’area medica tra le Università di Cagliari e Sassari nel 2025, ma che ha prodotto conseguenze sull’attualità: «Nel nostro percorso come Meigos - sottolinea Ruggiu - facemmo una statistica: su una base del 100%, solo il 10% dei colleghi venuti da fuori poi decideva di scegliere la Sardegna come luogo dove esercitare la professione. C’era chi decideva di trasferirsi durante il corso della propria scuola di specializzazione o appena specializzato. Questo anche perché non avendo un sistema sanitario attrattivo per noi sardi, difficilmente poteva esserlo per chi proveniva da altre realtà».

Ogni livello conta

Quello dell’attrattività è un concetto che torna anche guardando ai bandi annunciati dalla Regione lo scorso 15 luglio. Il primo dedicato alla ricerca di 1.000 infermieri e di 500 medici da assumere a tempo indeterminato, dalla valenza extraregionale. Il secondo, valido per assunzioni a tempo determinato per il biennio 2027-2028, indirizzato al reclutamento di professionisti internazionali: una soluzione temporanea, che sembra ripercorrere le rotte tracciate dai gettonisti e che vedrebbe professionisti destinati "prioritariamente alle strutture territoriali delle aree con maggiori criticità e ai pronto soccorso individuati dal provvedimento", lì dove il termine continuità appare ancora più sconosciuto. 

Tutto accade mentre convincere medici e infermieri a restare è una necessità che avvolge l’intero sistema, vittima però di una coperta sempre più corta, in qualunque direzione la si tiri. Anche perché sullo sfondo rimangono le domande su Case e Ospedali di comunità, per cui la Regione avrebbe raggiunto gli obiettivi messi nero su bianco dal Pnrr, e sul futuro della medicina di base. «Quando parliamo di Case di comunità - riprende Zuncheddu - torniamo sempre al problema del personale e all’orientamento delle risorse economiche a disposizione. Le scelte fatte sulla presenza del medico curante per sei ore settimanali ad assistere chiunque arrivi in queste strutture è in realtà una tendenza a scardinare l’ultima roccaforte del sistema sanitario pubblico, ovvero il medico di famiglia».

Una figura, quella del medico di base, che soffre di fronte a carichi di lavoro e responsabilità che divengono sempre più grandi e di una burocrazia che ha finito per cambiare la professione, fino ad allontanare anche i giovani laureati dalla scelta di perseguire la scuola di formazione specifica. Nel settembre scorso, la morte a Dorgali della dottoressa Maddalena Carta, sopraffatta dal peso di giornate lavorative infinite, sembrava poter aprire una riflessione sulle condizioni di vita dei medici di medicina generale che ancora, tuttavia, non è iniziata malgrado l’importanza.

«Non esiste una medicina generale che riesce a fare bene il suo lavoro senza i servizi specialistici ospedalieri di supporto e viceversa - aggiunge Giovanni Marco Ruggiu - I pronto soccorso soffrono perché si confrontano con le carenze dell’assistenza primaria, ma nel frattempo manca una lettura della società isolana: una realtà che invecchia, dove paradossalmente è in aumento l’emigrazione dei giovani in età attiva lavorativa mentre rientrano i pensionati con tutte le problematiche croniche tipiche dell’isola. Un medico di medicina generale di nuovo incarico oggi si trova a far fronte al triplo dei pazienti cronici, pluripatologici ed allettati rispetto al passato. È incredibile - continua - come le aziende sanitarie si ritrovino a chiedere a questi medici l’incremento del numero degli assistiti (da 1500 a 1800), quando per riumanizzare le cure sarebbe molto più utile ridurne il numero, riconoscendo il maggiore impegno e mantenendo intatta la retribuzione».

Game over (o quasi)

La sanità sarda sembra trasformarsi in un videogioco anormale, dove puoi conoscere tutti i livelli essendo però consapevole che a ogni step si presenterà un problema che appare insormontabile. Una serie di sfide, a cui si aggiunge una spesa sanitaria extraregionale in continua crescita, che per essere risolte hanno bisogno di una risposta sistemica di cui, però, non si sa ancora la combinazione. «C’è bisogno di una politica che smetta di far fronte sempre all’emergenza - conclude Ruggiu - Inutile dire che la responsabilità faccia sempre capo al Ministero, quando si ha un'autonomia che si dovrebbe essere in grado di far funzionare». 

Senza la descrizione del passato e la comprensione del presente, sarebbe difficile prevedere il futuro, avrebbe forse ricordato Ippocrate parlando della medicina ancora oggi. Una lezione valida anche per la politica, in una Sardegna che aspetta ancora una presa di coscienza sullo stato di salute di ogni forma di uno dei diritti più sentiti dalle comunità.

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