mercoledì 8 luglio 2026

I nascenti poli africani nella produzione di farmaci - Mauro Indelicato

L’obiettivo principale delle autorità sanitarie africane negli ultimi anni è quello di raggiungere una sempre maggiore autonomia. Per farlo, da più parti e da più tempo viene sottolineata l’importanza di avviare una propria produzione interna di prodotti farmaceutici. Attualmente le cifre appaiono piuttosto impietose: in media, secondo l’Oms, il continente importa tra il 70% e il 90% dei farmaci riguardanti il proprio fabbisogno. Se si parla poi dell’importazione dei principi attivi, le percentuali arrivano a quasi il 95%. Esistono alcuni esempi virtuosi di filiere produttive avviate in territorio africano, ma appaiono più che altro come piccole enclavi sparse a macchia di leopardo. Significativa l’incidenza dell’industria farmaceutica sudafricana, egiziana e marocchina, ancora molto indietro gli altri Paesi. Qualcosa però sembra iniziare a muoversi.

I poli africani di sviluppo dell’industria farmaceutica

Secondo i dati dell’Italiana Trade Agency, la quale a sua volta riprende quelli delle agenzie ufficiali del governo di Pretoria, in Sudafrica sono di più i farmaci prodotti all’interno del proprio territorio che quelli invece importati. In particolare, almeno il 70% del fabbisogno sudafricano è soddisfatto dai produttori locali, il 30% invece è la quota di farmaci presa dal mercato internazionale. L’industria farmaceutica sudafricana è la più importante del continente, del resto anche il suo sistema sanitario nel suo complesso è generalmente considerato il più affidabile. In poche parole, il Paese vanta una lunga tradizione nel comparto farmaceutico e sanitario e questo è riflesso dai dati relativi alla produzione interna di medicinali. Ci sono però alcuni elementi contrastanti da tenere in considerazione e che, a loro volta, appaiono come emblema della situazione in tutto il continente. A partire dal fatto che sono molto poche le esportazioni e, soprattutto, che la quota delle importazioni aumenta di anno in anno. Se anche il Sudafrica vede quindi aumentare la necessità di prendere dall’estero i farmaci, vuol dire che occorre attuare significative riforme in tutto il continente.

 

Lo stesso discorso vale per l’Egitto e per il Marocco. Il Cairo rappresenta un fondamentale hub per il nord Africa e i dati parlano anche di una minima ma importante quota di esportazioni, orientate soprattutto verso l’area del Magreb e in minima parte verso il medio oriente. Il Marocco, dal canto suo, appare come un riferimento importante per la produzione di vaccini. Gli investimenti nel settore sono cresciuti subito dopo il periodo Covid, oggi il Paese può vantare almeno 40 stabilimenti farmaceutici. Ma la scommessa di Rabat, è quella di investire ulteriormente per competere con lo stesso Egitto. L’intenzione, da parte dei tre principali poli farmaceutici africani, è di dare ulteriore sostegno al settore: in una fase in cui l’Africa scommette sull’offerta interna e vede crescere la domanda di prodotti farmaceutici, i tre Paesi di riferimento vorrebbero guidare il mercato locale.

I Paesi emergenti

La buona notizia per l’Africa è che, nonostante diverse difficoltà e innumerevoli limitazioni, ci sono anche altri Paesi intenzionati ad accrescere i propri investimenti nella produzione farmaceutica. Segno anche di un certo cambio di mentalità: il continente ha oggi intuito l’importanza di dipendere sempre di meno dalle importazioni. Nigeria e Kenya sono i due Paesi che più di tutti stanno premendo per aumentare il sostegno al settore. A Lagos, così come a Nairobi, si sta puntando a diventare un’alternativa all’industria sudafricana per l’Africa sub sahariana. Particolarmente importante l’investimento che il governo keniano negli ultimi anni ha effettuato sulla produzione nazionale di farmaci di base, percepita come un’esigenza inderogabile. Dibattiti sull’importanza di spingere l’industria farmaceutica sono nati anche all’indomani della chiusura dello Stretto di Hormuz, episodio che ha mostrato ulteriormente la vulnerabilità del sistema africano dipendente dalle importazioni.

Rimanendo nell’Africa sub sahariana, anche l’Etiopia da almeno un decennio ha intensificato i propri investimenti. Del resto, spendere per impiantare nuove industrie costa meno delle importazioni: Addis Abeba deve infatti acquistare dall’estero l’85% dei fermaci che servono per il fabbisogno di una popolazione da 110 milioni di abitanti. Nel 2015, il governo ha adottato un piano di azione decennale per lo sviluppo dell’industria farmaceutica locale: il piano, compreso all’interno del National
Strategy and Plan of Action for Pharmaceutical Manufacturing in Ethiopia 2015-2025
, ha messo sul piatto incentivi alla produzione locale. Più di recente, il governo si è impegnato per il completamento dei lavori del Kilinto Industrial Park. Si tratta di un complesso industriale, situato a 37 km da Addis Abeba, quasi interamente dedicato al settore farmaceutico. Una vera e propria “incubatrice” per decine di start up impegnate nella produzione locali di farmaci.

Particolarmente interessanti poi i casi di Ghana e Botswana. Il primo da tempo produce internamente almeno il 30% dei prodotti destinati al proprio uso farmaceutico, con una piccola ma non secondaria quota riservata all’export soprattutto verso Camerun, Costa d’Avori e Gambia. Diversi piani finanziati sia dal governo che dai privati, mirano all’ampliamento della quota di farmaci prodotti localmente. In Botswana, il governo ha deciso di puntare sulla produzione interna dopo la crisi sanitaria esplosa lo scorso anno, quando il default del proprio bilancio e l’aumento dei prezzi internazionali ha lasciato per settimane il Paese quasi senza farmaci.

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martedì 7 luglio 2026

La bellezza tornerà a visitarci - Antonio Cipriani

 

“Siamo poveri di beni pubblici perché essi possono vivere solo se sono diffuse piccole dosi di coraggio, di rispetto per la bellezza e di riguardo per i luoghi da cui non si possono escludere gli altri. Saremo tutti più ricchi non quando avremo ulteriormente incrementato il nostro bottino privato ma quando avremo restituito a tutti le strade, le spiagge, i giardini, quando saremo guariti dalla ricerca ossessiva della separazione e della distinzione. Allora la bellezza tornerà a visitarci. Non è possibile togliere il potere ai piazzisti se non si scopre la differenza tra esperienza del mondo e il suo acquisto in offerta speciale”.

Queste parole le ha scritte Franco Cassano in un libro magistrale uscito trenta anni fa e che oggi andrebbe letto e riletto, “Il pensiero meridiano”.
Me l’ha fatto tornare in mente Paolo Pileri, un docente universitario, scrittore e attivista sapiente che, parafrasando Don Milani, si chiede: a che servono le conoscenze se ce le teniamo in tasca per badare ai fatti nostri. E infatti lui divulga, incontra persone, partecipa, si dà da fare nel suo ruolo professionale e laddove è possibile nel portare avanti un progetto comunitario. Per capirci: rende fertile il terreno della conoscenza per tutti, senza fare la figura di certi personaggioni mediatici, che battono cassa, e tanto, per partecipare a iniziative sostenute, ahimè, con i soldi nostri.

Ma il testo di Cassano, con quel richiamo alle piccole dosi di coraggio, ci mostra la strada del bene comune, dell’agire con semplicità, nella misura della rivolta. Fuori dalle metriche conformiste di potere che tutto assimilano e annullano. Lontano dal conformismo di una cultura da piazzisti dell’intrattenimento.
Perché la bellezza possa tornare a visitarci occorre resistere e costruire percorsi improvvisi, fuori dagli schemi, imprevedibili e lontani dall’algoritmo dell’incantesimo. Per esempio fare poesia, come esercizio spirituale quotidiano. Poesia vergata a mano, con la libertà delle parole che scavano, che graffiano la carta, scritte a matita perché possano essere cancellate

Una matita. Un foglio bianco di carta. Una gomma da scuola. Pensieri nella misura della rivolta. Per raccontare e raccontarsi, per riscoprire la differenza tra esperienza del mondo e il suo acquisto in offerta speciale. Rallentando il flusso del tempo schiavo. Sottraendosi dalla corsa. Sovvertendo le metriche che ci obbligano alla conquista di un risultato, sia pure falsificato, in balia di ciò che è meglio dire e che è utile tacere perché il potere, che è nemico, ci ascolta.

https://www.remocontro.it/2026/07/05/la-bellezza-tornera-a-visitarci/

sabato 4 luglio 2026

La dittatura dei B&B e la svendita della Puglia - Antonio Di Siena

“Da sindaco ho guidato la città che è cresciuta di più per il turismo”. 

Ogni volta che leggo dichiarazioni del genere mi cadono le braccia. Perché il problema è esattamente questo: l’idea che l’aumento dei flussi turistici coincida automaticamente con un aumento del benessere collettivo. La stessa idea che, negli ultimi anni, ha trasformato la rendita immobiliare in politica economica, la proliferazione incontrollata dei B&B in indice di sviluppo, il folklore in brand, il food in principale vettore culturale e la fiscalità di transito in leva economica e pilastro dei bilanci comunali.

Ma il presidente lo sa che inflazione, rincari, speculazioni, impossibilità di trovare una casa per i redditi medio bassi e conseguente spopolamento dei quartieri sono conseguenze dirette di quello stesso modello? E che la crescita purché sia che rivendica orgogliosamente alimenta contemporaneamente precarietà e sfruttamento generando un enorme costo sociale?

 

Mentre si parla di limitazioni agli affitti brevi e di “mare democratico” a Madonnella l’ennesimo fondo sta trasformando un’altra intera palazzina in b&b. E a Torre a Mare le spiagge libere - oltre a essere un immondezzaio - continuano a proliferare muri abusivi e accessi negati. È questa la Puglia del futuro che la politica immagina e insegue acriticamente?

 

La vera sfida non è prodigarsi per attirare ancora più visitatori, ma costruire una Puglia capace di produrre ricchezza senza diventare strutturalmente dipendente da rendita e flussi turistici. Una regione in cui il cittadino torni a essere centro e misura delle politiche pubbliche anziché un sorridente figurante in costume, un ingranaggio funzionale all’economia dell’accoglienza. Se si è capaci di farlo, bene. Diversamente non serve un assessorato al Turismo e non serve manco una giunta regionale. Basta una banalissima agenzia di marketing territoriale.

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venerdì 3 luglio 2026

Corsi d’acqua tombati, corsi d’acqua rinaturalizzati - Gruppo di Intervento Giuridico (GrIG)


Milano, Niguarda, Fiume Seveso (inizio ‘900)

L’uomo (Homo sapiens) passa per essere la specie animale più intelligente della Terra, ma sono innumerevoli i fatti che evidenziano una robusta costante di idiozia, trasversale nei luoghi e nei tempi.

Una delle attività umane frutto di avidità e idiozia ai più elevati livelli è la tombatura dei corsi d’acqua.


Milano, Niguarda, sul Fiume Seveso ora corre una strada

Nel corso del tempo – anche in Italia – abbiamo inscatolato in cemento e coperto torrenti, rogge, fiumi che continuano a scorrere sotto strade, piazze, palazzi.

Alle prime piogge un po’ consistenti l’acqua riprende i suoi spazi e avviene la consueta, devastante, calamità innaturale, perché la causa è esclusivamente umana.

A Milano è ben noto il caso del povero Fiume Seveso, a Genova sono decine i corsi d’acqua tombati, anche nel piccolo centro di Bitti la copertura dei torrenti è una bomba ad orologeria.

L’unica soluzione effettivamente sensata e valida è il ripristino naturale del corso d’acqua.

E’ stato fatto a Seul, dove al posto di una strada sopraelevata è stato riportato alla luce del sole il Fiume Cheonggyecheon, è stato realizzato a Utrecht, dove è stato ripristinato lo storico canale Catharijnesinge, a suo tempo trasformato in strada urbana di scorrimento veloce.

Si può fare, insomma.

Utrecht, ripristino del canale Catharijnesingel

Si guadagna in qualità della vita, in contenimento delle temperature, in aumento della fauna selvatica, in miglioramento della salubrità dell’aria. 

E si evitano ulteriori calamità innaturali, vittime, danni economicamente rilevanti.

L’art. 9 del Regolamento per il Ripristino della Natura (Regolamento (UE) 2024/1991 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 giugno 2024, sul ripristino della natura e che modifica il regolamento (UE) 2022/869) esplicitamente prevede il ripristino della connettività naturale dei fiumi e delle funzioni naturali delle relative pianure alluvionali. L’obiettivo è quello di identificare e successivamente, rimuovere le barriere artificiali al fine di ristabilire almeno 25.000 chilometri di fiumi a scorrimento libero nell’Unione Europea entro il 2030 e ripristinare la connettività fluviale nelle tre dimensioni spaziali, inclusa la riconnessione con le piane inondabili e misure volte a migliorarne il funzionamento naturale.

Il Piano Nazionale di Ripristino della Natura in Italia è in corso di definizione definitiva.

Era ora, ma saremo in grado di farlo?

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

che cosa succede quando si violenta un corso d’acqua: con un disegnino, comprensibile anche per un bimbo, forse si riesce a capire

corso d’acqua “tombato” e rinaturalizzazione (immagine esemplificativa generata da IA)

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giovedì 2 luglio 2026

Il silenzio di una rabbia dignitosa - John Holloway

Silenzio. Ascolta il silenzio. Ascolta il silenzio della musica. Qui a teatro, qui dentro di noi, silenzio. Che tipo di silenzio? Il silenzio della fuga o il silenzio della ricerca: ci deve essere una via d’uscita, cosa possiamo fare, dove possiamo andare?

Ascolta il terremoto sotto i nostri piedi, la faglia di Sant’Andrea. Ascolta il Popocatépetl, il vulcano vicino a casa nostra in Messico, che emette fumo. Silenzio assoluto o rombo di vita?

Ascolta le persone sedute accanto a te. Un silenzioso conformismo o una rabbia che si manifesta? Un’accettazione passiva o una speranza inestinguibile?

Ascolta attentamente. “Un altro mondo non solo è possibile, ma è in arrivo e, in una giornata tranquilla, se ascolti con molta attenzione puoi sentirlo respirare” (citazione tratta da un intervento – intitolato Confronting Empire, “Affrontare l’Impero” – di Arundhati Roy al Forum sociale mondiale di Porto Alegre, in Brasile, nel 2003, ndr).

Ascolta attentamente. Il silenzio, il respiro delle persone intorno a te. Ascolta attentamente. L’altro mondo che non è ancora. Ascolta attentamente. Il terremoto, il vulcano dentro di noi. La dignità.

Dentro le nostre orecchie ci sono i tanti lamenti di miseria. Dentro i nostri corpi il sanguinamento interno dei vulcani. Dentro le nostre teste, avvolte nei pensieri di ribellione, come può esserci calma quando la tempesta deve ancora arrivare?

La tempesta è qui. Ascoltate ancora. Sentite il mondo urlare. Dolore, rabbia. Le urla delle giovani ragazze fatte a pezzi dalle bombe in una scuola elementare nel sud dell’Iran. Perché? Nessun perché. Solo per divertimento. La tortura di Gaza, ogni giorno, mesi e mesi. Le grida terrorizzate delle vittime dell’ICE.

Dolore, rabbia, dignità: rabbia dignitosa. Rumore forte e confuso. Cosa stanno dicendo? No Kings. Niente guerre. Niente frontiere. No ai politicanti. ¡Que se vayan todos! No ai miliardari. Non ai padroni della guerra. Hai gettato la paura peggiore che si possa mai gettare: la paura di mettere al mondo dei figli.

No, no, no. La rabbia della dignità, la dignità della rabbia riempie le strade, riempie questo teatro. Non un mondo governato dal denaro. Spezza il potere del denaro, mai così arrogante come oggi.

Canta una nuova canzone. Riconquista il mondo prima che sia troppo tardi.

Costruisci un nuovo mondo, un mondo di molti mondi. Mondi basati non sulla crudeltà del denaro, ma sulla ricchezza di mille musiche diverse, mille silenzi diversi. Una jam session, o un pub irlandese, in cui la musica si intreccia e va in direzioni diverse, a ritmi diversi. Un’assemblea, un consiglio, una comune, una comunizzazione. Non uno stato che ci imponga delle regole, che ci leghi al dominio del denaro. Che imponga un solo ritmo. E una sola musica noiosa, e un solo ritmo e un silenzio noioso.

Una canzone ripetuta all’infinito, la canzone “Alzati. Vai a lavorare. Fai soldi, se non per te stesso, almeno per qualcun altro. Fai soldi, non molto per te stesso, soprattutto per qualcun altro!”. No, non quella canzone, non di nuovo! Non uno stato che deciderà per noi, ma un incontro in cui decidiamo noi, con tutte le nostre differenze e con tutta la nostra comune umanità, dove creiamo la nostra musica in un’armonia dissonante.

Verso l’armonia. Un accordo. Un accordo magico, dissonante, impossibile, sempre più profondo e in continua evoluzione.

Difficile, forse. Ma necessario. Vogliamo che i nostri figli vivano, e anche i nostri nipoti. Non in un mondo dominato dal denaro e condotto alla catastrofe del riscaldamento globale, della scarsità d’acqua, della guerra nucleare, della ricchezza oscena, della povertà oscena e dell’odio reciproco. Noi, i perdenti di sempre, dobbiamo vincere questa volta. Non c’è alternativa.

Non solo piccoli miglioramenti, ma molto di più: spezzare il potere del denaro. Spezzare il potere che sta distruggendo il pianeta, che sta distruggendo noi. Creare un mondo diverso, un mondo di molti mondi, un mondo comunista, un mondo basato sul riconoscimento reciproco della dignità. Un mondo creato da noi. Il silenzio è un urlo! Questo concerto è un urlo che squarcia le mura del teatro. Per riempire le strade, le case di Hollywood, Los Angeles, il mondo… Uscite in strada, tutti voi, tutti noi, e cantate i nostri urli, urlate le nostre canzoni. Salite sui tetti e cantate una nuova canzone di rabbia, di dignità. E ora di nuovo silenzio. Il silenzio della nostra musica.

Ma ora sappiamo che non è un silenzio di tomba. È il silenzio di una rabbia dignitosa, di un mondo che sta nascendo.

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mercoledì 1 luglio 2026

Terra e cielo devastati. E noi in mezzo - Guido Viale

Il clima è praticamente scomparso dalle agende dei governi, dei media, delle istituzioni internazionali e, in gran parte, anche delle nostre comunità di lotta. Lo hanno soffocato le guerre in corso che, insieme alla produzione di armi – che ormai, con l’uso doppio (il dual use, l’insieme di software e tecnologie nate per scopi civili anche in ambito militare), coinvolge l’intero sistema produttivo del pianeta – sono il fattore che contribuisce di più ad alimentare la catastrofe climatica che stiamo vivendo. La guerra è devastazione della Terra, del cielo e di chi ci vive sopra e sotto. Guerra e salvaguardia del clima sono incompatibili. Scegliere – sostenere in qualsiasi forma – la prima significa condannare l’altra. E viceversa. Per questo l’alternativa alla guerra non è la pace, l’assenza di guerre, ma la lotta per la salvaguardia del pianeta. D’altronde il clima, anche se ne rappresenta il fattore più urgente, non è che una metafora di un processo più generale di degrado che accomuna in un unico destino le condizioni materiali del nostro pianeta e la convivenza tra gli umani messa in forse dalle diseguaglianze e dalla violenza diffusa che la stanno minando alla radice.

Era – e rimane – questo il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco che Leone XIV non ha saputo o voluto approfondire o sviluppare nell’enciclica Magnifica Humanitas (leggi anche Per una pace con la terra disarmata e disarmante): la consonanza tra il “grido della Terra” offesa dalle forme assunte dallo sviluppo economico e tecnologico del nostro tempo e la crescente insostenibilità delle condizioni degli umili, degli sfruttati e degli oppressi. Una consonanza che sgorga dalla interdipendenza, diretta o indiretta, tra tutto ciò che è vita e tra gli esseri umani e la Terra, “il creato”. In essa Francesco aveva individuato la regola di una reciprocità – ripagare la Terra per ciò che essa ci dona perché anche tutti gli esseri che la abitano possano vivere meglio tra di loro – che dovrebbe presiedere tanto ai rapporti tra le comunità umane quanto a quelli che ciascuno intrattiene con il “proprio” territorio: il contesto fisico di una comunità aperta, effettiva o potenziale, entro cui realizzarsi.

Troppo poco si è fatto finora per tradurre in misure pratiche quelle regole dettate dall’interdipendenza di tutte le forme di vita; regole che definiscono una “visione” del mondo e del suo divenire che potrebbero costituire l’orizzonte entro cui cercare la ricomposizione – la convergenza? – dell’agire di tutti o di gran parte di coloro che lavorano al superamento dello stato di cose presente.

Viviamo un’epoca di cambiamenti rapidi e sempre meno controllati e controllabili. La crisi climatica e ambientale di cui in tanti ci stiamo dimenticando, insieme alle ripercussioni di guerre vicine e lontane, moltiplicheranno purtroppo le emergenze a cui si dovrà fare fronte: con salvataggi, sgomberi, ospitalità, ricostruzioni, opere e attività di prevenzione. Sono circostanze che sollecitano al massimo la solidarietà, il mutuo appoggio, la costituzione di embrioni di comunità (che rischiano però la dissoluzione quando l’emergenza si attenua), ma anche la tendenza a delegare quei compiti ai governi nazionali o locali o ad altre istituzioni che tendono a emarginare la partecipazione come un’indebita interferenza. Prepararsi per tempo ad affrontare le emergenze, climatiche o di altro genere, e offrire una prospettiva per consolidare le relazioni che si creano in esse, può fare la differenza (è stato il tema della riunione di redazione aperta promossa da Comune, Una grammatica nuovandr).

Anche per questo è così importante affrontare in modo radicale la “normalità” di tutti i giorni. Abbiamo bisogno di un orientamento generale comune che ci guidi in ogni singola scelta: sia nella molteplicità dei comportamenti quotidiani che in tutte le iniziative di ordine sociale o politico che intraprendiamo per cercare di trasformare in meglio la realtà in cui siamo immersi.

Di ognuna di quelle scelte – soprattutto quando sono in gioco questioni al centro delle politiche sociali, come lavoro, salute, istruzione, servizi, consumi, mobilità, cultura e simili – dovremmo sempre chiederci: ci avvicina o ci allontana dalla salvaguardia del pianeta? E di quanto in più o in meno delle altre alternative che sono alla nostra portata? È un esercizio che bisognerebbe imparare a svolgere quasi quotidianamente: ovviamente, tanto meglio quanto più attraverso un confronto o una discussione collettiva con chi condivide gli stessi obiettivi di fondo; ma anche, e forse soprattutto, con chi ne contesta rilevanza o urgenza, ma è comunque disponibile a un confronto. Instaurare con chi ci sta vicino un rapporto di reciprocità può essere il primo passo nella costruzione di una vera comunità: la cosa di cui abbiamo massimamente bisogno tutti.

Non è cosa facile, sopraffatti come siamo dalle incombenze della vita quotidiana, dagli attacchi alle condizioni di vita, dalle urgenze imposte dal proliferare di guerre, violenza, razzismo, ipocrisia e cinismo.

Lo sforzo per sviscerare sia il danno ambientale comportato da ognuna delle nostre scelte, attività o abitudini che le possibilità effettive di evitarlo che abbiamo a disposizione è ancora maggiore quando sono in campo questioni vitali come la difesa dei posti di lavoro in settori – e sono tantissimi – che producono danni ai lavoratori coinvolti, al territorio e alle comunità che ne subiscono gli impatti diretti, ma anche alla generalità dei cittadini consumatori, degli utenti o dei destinatari di ciò che si produce. Un dilemma che diventa evidente nel caso della produzione di armi che, come si è detto, non risparmia quasi più alcun settore industriale. È evidente che non si può rivendicare la chiusura di certe produzioni senza che i lavoratori interessati ne siano coinvolti mettendo in campo proposte alternative di produzione, o di impiego, o di supporto del reddito; anche quando – ed è il caso più frequente nelle vertenze di questo tipo – la possibilità di tenere in vita le produzioni in questione è scarsa o nulla. Ma la soluzione di queste vertenze è troppo spesso delegata a finte trattative tra governo e parti sociali – leggi padroni e sindacati – che hanno il solo scopo di perdere tempo per allentare la tensione sociale.

Le maestranze della ex Gkn di Firenze, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento del loro stabilimento, hanno tenuto in vita per così tanto tempo le loro iniziative non solo grazie al coinvolgimento di tante comunità e alla costruzione di nuove e sempre più ampie reti di solidarietà, ma soprattutto – e le cose sono legate – grazie alla messa a punto di un progetto di conversione della loro fabbrica a produzioni alternative ecocompatibili e di socializzazione della sua gestione. Come nella lotta trentennale delle genti della Val di Susa il processo e le sue realizzazioni sono già un grande risultato e un insegnamento per tutti.

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