giovedì 13 agosto 2026

Il politicamente corretto e il suo bisogno compulsivo di dichiararsi estraneo - Michele Zuddas

 

Bruciare le automobili di due ricercatori è un gesto vile, criminale e politicamente inaccettabile, sul quale non può esistere alcuna indulgenza, alcuna ambiguità e alcun tentativo di giustificazione, ma proprio perché ogni crimine deve essere condannato senza esitazioni sarebbe altrettanto doveroso impedire che la sua gravità venga utilizzata per costruire, in assenza di autori individuati, di movente accertato e perfino di una rivendicazione, una verità politica già pronta, confezionata non dagli inquirenti ma dal potere istituzionale, secondo la quale quell’incendio sarebbe un attacco contro l’Einstein Telescope e, per implicazione, il prodotto del clima creato da chi contesta il progetto.

L’imbarazzo nasce nel vedere quanto rapidamente il politicamente corretto, con il suo bisogno quasi compulsivo di dichiararsi estraneo a ogni forma di violenza, riesca a prevalere sulla lucidità politica, perché la preoccupazione di apparire moderati, responsabili e rispettabili finisce per spingere molti ad accettare una ricostruzione priva di riscontri, come se la paura di essere associati a un gesto criminale fosse più forte del dovere di domandarsi chi stia costruendo quella associazione, attraverso quali elementi e soprattutto con quale vantaggio politico.

Nessuno discute che un attentato debba essere isolato e condannato, ma isolare un crimine non significa aderire alla narrazione che qualcun altro ha deciso di costruirgli attorno, né accettare che un fatto ancora oscuro venga immediatamente collocato dentro il conflitto sull’Einstein Telescope, trasformando il dissenso in un indiziato morale e offrendo al potere costituito la possibilità di presentarsi come vittima della violenza proprio mentre sottrae al dibattito pubblico il diritto di contestare una scelta politica, economica o territoriale.

La Regione Sardegna non è un organo inquirente, non dispone di una verità processuale e non può trasformare una propria convenienza comunicativa in un accertamento dei fatti, ragione per cui ogni dichiarazione che presenti l’incendio come un attacco al progetto, anziché come un crimine di cui restano da chiarire autori e movente, deve essere letta per ciò che è, cioè come un atto politico, non come una conclusione investigativa, con tutte le responsabilità che derivano dalla scelta di orientare l’opinione pubblica prima ancora che emergano elementi certi.

Il potere conosce perfettamente il valore della delegittimazione preventiva, perché quando non riesce a neutralizzare il dissenso sul terreno delle idee tenta spesso di trasformarlo in un problema di ordine pubblico, di estremismo o di pericolosità sociale, e in Sardegna abbiamo già assistito al tentativo di associare la protesta contro la speculazione energetica a comportamenti violenti, costruendo attorno a movimenti civili, comitati territoriali e cittadini organizzati un alone di sospetto utile a spostare l’attenzione dalle ragioni della protesta alla presunta natura di chi protesta.

Quanto accade oggi supera dunque il merito dell’Einstein Telescope, poiché in gioco non c’è soltanto il giudizio su una grande infrastruttura scientifica, ma la possibilità stessa di esprimere un dissenso radicale senza essere collocati, attraverso insinuazioni e accostamenti, nella zona grigia della violenza, fino a rendere ogni critica più facilmente attaccabile e ogni opposizione più facilmente isolabile.

L’indipendentismo sardo dovrebbe comprendere prima di altri la pericolosità di questo meccanismo, perché un potere che oggi riesce a presentare come moralmente contiguo a un attentato chi contesta un progetto scientifico, domani potrà utilizzare lo stesso schema contro chi mette in discussione le servitù militari, contro chi si oppone alla speculazione energetica, contro chi rivendica sovranità sulle risorse dell’isola e perfino contro chi sostiene apertamente il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione.

Accettare questa narrazione per timore di apparire indulgenti verso la violenza significa non comprendere la posta in gioco, poiché nessuno chiede di attenuare la condanna del crimine, mentre si chiede di impedire che quella condanna venga usata come lasciapassare per una colpevolizzazione politica del dissenso, che è cosa diversa, assai più sottile e, proprio per questo, molto più pericolosa.

La vera responsabilità politica non consiste nel ripetere le formule del potere per dimostrare la propria rispettabilità, ma nel conservare la capacità di distinguere tra ciò che è accertato e ciò che è utile far credere, tra un fatto e la sua manipolazione, tra la violenza reale e l’immagine della violenza costruita attorno a chi contesta, perché la democrazia non viene minacciata soltanto dagli incendi, ma anche dalle narrazioni che li trasformano in strumenti per restringere il campo del dissenso.

Chi oggi abbocca a questa ricostruzione, magari convinto di difendere la scienza, l’immagine della Sardegna o la civiltà del confronto, rischia in realtà di consegnare al potere un precedente formidabile, attraverso il quale ogni futura protesta potrà essere sorvegliata, sospettata e delegittimata prima ancora di essere ascoltata, mentre qualunque posizione realmente antagonista verrà costretta a passare il proprio tempo a dimostrare di non essere violenta, anziché discutere delle ragioni per cui esiste.

Condannare il crimine è un dovere, smascherare la propaganda che tenta di appropriarsene è un altro dovere, e confondere i due piani per timore di apparire scomodi significa rinunciare non soltanto alla lucidità politica, ma alla difesa di quello spazio democratico senza il quale nessuna protesta, nessuna idea di sovranità e nessuna prospettiva di indipendenza potranno mai avere cittadinanza reale.

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mercoledì 12 agosto 2026

Il razzismo inizia dal linguaggio: perché non usare il termine ‘maranza’ - Marco Aime

 

La discriminazione, fino al razzismo, inizia dal linguaggio. Dare un nome, significa collocare il soggetto in una certa casella del nostro ordine mentale. La parola “negro”, per esempio, da semplice aggettivo in lingua spagnola per definire un colore, è diventato via via un epiteto dispregiativo, al punto di diventare un’offesa. Lo stesso potremmo di re a proposito di “terrone” o “cafone”, entrambi epiteti nati per definire i contadini e poi divenuti rispettivamente sinonimo di meridionale e di maleducato.

Le lingue si evolvono continuamente e si arricchiscono di neologismi, che a volte impoveriscono chi li usa, per il modo in cui li usa. Che tali epiteti vengano usati nel parlare comune è già un cattivo segno, “chi parla male, pensa male” diceva Nanni Moretti, che ad adottarli sia un governo, non è solo un pessimo segnale, è piuttosto un pericolo. È il caso di “maranza”, termine che nasce molto probabilmente dalla crasi di “marocchino” e “zanza” (quest’ultimo in dialetto milanese significa “borseggiatore”) usato per indicare quei giovani che spesso ostentano atteggiamenti spavaldi e ineducati, che adottano un gergo triviale e un codice di abbigliamento comune, fatto di abiti che ostentano griffe note, ma spesso contraffatte.

Il fatto che siano divenuti oggetto di un progetto di legge contro di loro, lascerebbe pensare a un fenomeno nuovo, ma in realtà già nel 1989 Jovanotti, ne Il capo della banda, cantava: “Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente/ Di matti di maranza e di malati di mente/Fissati con le moto e coi vestiti americani/Facciamo tutto ora o al massimo domani”.

Molti di questi ragazzi (ma non tutti) sono figli di immigrati di origine nordafricana e questo ha contribuito a renderli oggetto prediletto della destra, sempre pronta ad accusare gli stranieri per reati commessi, così come a difendere o a far finta di niente se a delinquere è uno dei nostri. Così lo stesso governo che con una mano celebra le gesta eroiche di un orefice, che ha ucciso due persone, esattamente come fece nell’immediato del caso del poliziotto di Rogoredo, dall’altro promulga una legge anti-maranza.

Già il fatto di chiamarla con questo epiteto è indice di razzismo: è come se facessimo una legge anti-negri, anti-musulmani, anti-gay. Le leggi regolano la vita degli individui, i loro atti, non la loro appartenenza e abbiamo già molte leggi che condannano gli atti di violenza e di criminalità: applichiamole, ma non facendo differenza sulla base del gruppo di cui si fa parte. Chiamando una legge “anti-maranza” si razzializza, li si classifica, per poi giudicarli partendo già da un pregiudizio. I cosiddetti maranza non sono un’associazione a delinquere organizzata, non sono la mafia, semmai una galassia di atteggiamenti e pensieri che possono piacere o meno, ma diventano colpevoli solo nel momento in cui uno di loro compie un reato e in quel caso si applichino le leggi vigenti.

L’ossessione securitaria di questo governo, che più di una volta ha mostrato un volto razzista, viene ulteriormente accentuata in campagna elettorale, nella speranza di ottenere qualche voto in più. La sicurezza non si costruisce con leggi contro qualcuno, ma contro un determinato comportamento e con la prevenzione. Una legge di questo tipo prevede pene diverse se a commettere lo stesso reato è un “maranza” o un “non maranza”? Se la risposta è sì è una legge razzista, se la risposta è no, è una legge inutile.

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martedì 11 agosto 2026

Il turismo di massa e i "risvegli" del Corriere della sera - Angela Fais

 

Siamo in estate e le mete turistiche sono letteralmente prese d’assalto. Molto spesso si tratta di visitatori che lasciano la località a fine giornata, appena il tempo di mangiare qualcosa, fare un selfie e ripartire, come ad esempio accade per le Tre cime di Lavaredo dove sono state registrate medie di 13mila presenze al giorno.

Tuttavia, non bisogna stupirsi dal momento che questi sono gli esiti di precise politiche che hanno deciso di concepire i luoghi unicamente come spazi attrattivi da consumare attraverso un turismo mordi e fuggi che alla comunità - è arrivato il momento di ammetterlo - lascia solo disagi, non di certo ricchezza.

A questo punto le soluzioni che solitamente vengono proposte si riducono fondamentalmente a due ed entrambe ricadono nell’alveo di quelle stesse politiche che hanno generato il problema: destagionalizzazione e introduzione di un ticket turistico. Entrambe non sono risolutive per chi la città la abita, ma  forniscono dei vantaggi a chi la città la “gestisce”, limitandosi ad amministrarla al di fuori di una visione politica dove i cittadini potrebbero avere ancora dei diritti da reclamare.

La destagionalizzazione è un grande mito. Difficilissima da perseguire giacché dipendente da troppe variabili, essendo le vacanze legate a periodi dell’anno fissi. A meno che non si voglia emulare Fantozzi a Capri a Natale, la maggior parte dei turisti vuole fare le vacanze col caldo, nel periodo estivo. Inoltre, tenere aperte le strutture in bassa stagione consentirebbe guadagni limitati, comportando dei costi di gestione molto alti. Oltre al fatto che per certe mete, come alcune isole e località costiere, le presenze turistiche sono talmente elevate che la destagionalizzazione non risolverebbe alcunché. E’ il caso delle Isole Eolie o delle Egadi. Le prime, con una popolazione di 15mila abitanti fissi, registrano oltre 452mila presenze. Le Egadi si attestano invece intorno a 231.000 presenze ufficiali, escludendo una grande fetta di escursionisti giornalieri, a fronte di una popolazione di sole 4300 persone (dati ISTAT). Quindi con flussi turistici così intensi, se pure si destagionalizzasse, includendo qualche settimana in più a cavallo tra alta e bassa stagione, non cambierebbe assolutamente nulla.

Quanto al ticket turistico, di fatto, esso sancisce il fallimento della politica.

A Venezia ha determinato appena una lieve flessione del numero dei visitatori, che si attesta tra 40mila e 90mila presenze giornaliere.

Dunque la misura si conferma non risolutiva se la consideriamo dal punto di vista dei residenti, che vivono il disagio dell’invasione turistica. Chi si mette in viaggio, dal canto suo, è disposto a pagare qualcosa in più per raggiungere la meta. E laddove si propone di fissare un costo considerevole, quindi operare in base a una selettività basata sul reddito, lì allora si trasforma la città, i luoghi in generale, in una sorta di zoo, dove i residenti vengono ignorati, considerati delle sgradevoli comparse, quando non percepiti come un intralcio all’estrazione della rendita. Ma sopratutto si converte in denaro il diritto alla città e si sdogana l’assunto per cui chi può pagare e può comprare ‘experience’, compra persino l’experience di una città. Non si tratta soltanto di “ rischiare di svilire il senso di libertà del cittadino in vacanza”, come scrive Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera.

Qui accade qualcosa di molto più grave. Si avalla la trasformazione della città, e tutto ciò che essa contiene, in merce. Lesione molto più grave, quest’ultima rispetto ai diritti dei vacanzieri. E non si può giustificare tutto, dichiarando semplicemente che “l’era della gratuità è in crisi”, perché ripetete da decenni che il turismo è il nuovo petrolio e che avrebbe portato tanti bei soldi. E invece? Adesso si scopre che i soldi dobbiamo tirarli fuori noi e che dobbiamo “fare i conti con problemi di sostenibilità economica” al punto da dover tassare il bello. Scordatevi di accedere alla cultura o di poter godere delle bellezze del nostro paese se siete poveri. Pagherete ogni tramonto.

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lunedì 10 agosto 2026

Glifosato e cancro, l’Ue proroga l’uso del diserbante fino al 2033. Che fine ha fatto il principio di precauzione? - Barbara Nappini


Forse fa venire il cancro, ma nel dubbio continuiamo a usarlo. Questo sembra essere il surreale enunciato dietro la sentenza di qualche settimana fa, in Missouri, US, in merito al Glifosate. Il glifosato è un erbicida “totale”: significa che elimina quasi ogni specie vegetale (tranne ciò che è stato selezionato o trasformato per resistergli). Agisce bloccando un enzima essenziale per la crescita delle piante e provocandone la morte. È prodotto dalla multinazionale Bayer che ha inglobato la Monsanto, produttrice del celebre “Roundup” il cui principio attivo è appunto il glifosato. Uno dei terreni di battaglia è il riquadro dell’etichetta: uno spazio cruciale per allertare gli utilizzatori o tacere il rischio. Infatti, tale principio attivo (e il prodotto commercializzato) è al centro di decine di migliaia di cause legali contro la multinazionale Bayer: i querelanti accusano l’erbicida di aver causato il linfoma non-Hodgkin e molti altri gravi problemi di salute dopo utilizzi ed esposizioni prolungate. Molte cause sono incentrate sul fatto che, non essendo segnalati i rischi in etichetta, i cittadini non hanno riconosciuto il rischio, non si sono protetti e hanno successivamente sviluppato patologie.

Di fatto, nella causa intentata da John Durnell, cittadino del Missouri che si è ammalato di linfoma non-Hodgkin, la Corte d’Appello ha scagionato la Bayer dal pagamento di 1,25 milioni di dollari, sentenza di una Giuria Statale del 2025, appellandosi ad una legge federale datata 1972, il Federal Insecticide, Fungicide and Rodenticide Act, varata proprio per evitare norme disomogenee tra Stati e livello federale. Poiché l’EPA, Environmental Protection Agency, organismo federale preposto a legiferare in questo ambito, non ha mai considerato il glifosato cancerogeno, non ha mai di conseguenza imposto di segnalare alcun allarme specifico né consigliato di usarlo indossando protezioni. Al contrario dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, IARC, dell’OMS, che ha classificato il glifosato nel gruppo 2A, ovvero come sostanza probabilmente cancerogena per l’uomo. Il risultato del ribaltamento federale della decisione della Giuria Statale del Missouri, va ben oltre la vicenda drammatica del sig. Durnell: era fondamentale per Bayer per scoraggiare future querele e class actions.

Quindi: nel dubbio che possa provocare il cancro, non si applica il principio di precauzione ma al contrario si tace ogni possibile rischio, a tutela degli interessi commerciali del colosso agroindustriale Bayer. Segnaliamo che dopo il ribaltamento della sentenza, il titolo è decollato in borsa registrando un rialzo del 17%.

Una posizione molto simile d’altronde è stata assunta anche in Europa, dove, nonostante gli alti rischi legali e le pressioni ambientaliste per la messa al bando, gli enti regolatori, come l’EFSA, Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, e l’ECHA, European Chemicals Agency, hanno atteggiamenti rassicuranti e infatti l’Unione Europea ha rinnovato l’autorizzazione all’uso del glifosato fino alla fine del 2033.

La vicenda Bayer è un chiaro esempio dell’incommensurabile influenza che interessi specifici, privati, facilmente identificabili, hanno sulla politica e sulle leggi. Il potere delle multinazionali è ormai esteso, rilevantissimo e pervasivo in ogni ambito. Tale enorme capacità di influenza è stata costruita negli anni proprio nell’interazione continua con la politica e le istituzioni in generale, mediante una serie di attività volte a compenetrare le strutture pubbliche e i loro interessi, che dovrebbero riguardare esclusivamente il bene pubblico, con gli obiettivi di soggetti economici privati. Questo avviene per esempio grazie al sovvenzionamento e al sostegno di campagne elettorali in cambio di favori successivi all’elezione. Ma anche in conseguenza di passaggi “fluidi” di funzionari pubblici dagli organismi istituzionali ai CdA delle multinazionali. Per condizionare poi l’opinione pubblica molti investimenti vengono fatti in ambito comunicativo: dalla delegittimazione dei soggetti “scomodi”, a vere e proprie campagne di disinformazione, alla costruzione di una narrativa scientifica controversa, frammentaria e nebulosa che istilli il dubbio. Nel caso del cibo poi c’è l’arma definitiva: la paura della scarsità. Semplicemente perché senza cibo si muore: e allora, sostenere che la naturale conseguenza della rinuncia al glifosato, potrebbe essere un disastro produttivo – e anche economico – è assolutamente efficace.

Noi riteniamo che sia urgente un’inversione di rotta, chiediamo alla politica di fare ciò che l’etimologia della parola stessa richiama: dal greco antico politikḗ, cioè “tutto ciò che riguarda la città”, quindi che riguarda i cittadini, e, per estensione, ciò che riguarda TUTTI. Il bene comune della società civile deve tornare al centro delle agende politiche: le istituzioni esistono per garantire la tutela degli individui e della collettività. Una casa, il cibo, un lavoro, una vita dignitosa in un contesto dignitoso e salubre: vogliamo ripartire da qui? Quel rapporto di reciprocità alla base del vivere civile deve essere un perno imprescindibile nel nostro modo di stare al mondo rispetto al nostro prossimo e rispetto a ciò che ci aspettiamo dai rappresentanti politici. Il senso di responsabilità, cioè la capacità di dare risposte, deve pervadere ogni riflessione, ogni decisione, ogni atto nei gangli della vita civile, culturale e politica di una comunità.

Ricordiamo, infine, un tragico evento che testimonia però cosa può accadere quando le istituzioni lavorano con responsabilità per il bene comune. La giustizia brasiliana ha ritenuto Syngenta, colosso dell’agrobusiness, civilmente responsabile per l’omicidio dell’attivista del MST, Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra, Valmir “Keno” Mota de Oliveira. Nel 2007 infatti, un’organizzazione paramilitare privata al servizio della multinazionale, sparò su un gruppo di contadini che occupavano un campo di semi transgenici illegale. La responsabilità della corporation è stata confermata nel 2026 dal Superior Tribunal de Justiça, STJ, che ha riconosciuto l’episodio come un vero e proprio massacro e ha stabilito il risarcimento per danni materiali e morali alla famiglia della vittima.

Noi siamo convinti che un sistema alimentare più giusto sia un diritto di tutte e tutti e nel percorso per costruirlo, abbiamo bisogno di una politica coraggiosa, lungimirante, saggia, che non si fermi con lo sguardo alla prossima tornata elettorale, ma che guardi al futuro con un profondo senso di giustizia e responsabilità.

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sabato 8 agosto 2026

PFAS in gravidanza, il rischio nei bambini - Mario Fiumene

 

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), o acidi perfluoroacrilici, sono una famiglia di composti chimici ampiamente utilizzati dall’industria. Per semplificare si tratta di acidi molto forti, resistenti maggiori processi naturali di degradazione.

Negli ultimi anni i PFAS e i loro derivati sono stati sotto indagine per il loro effetto negativo sull’ambiente e sulla salute. Infatti i PFAS, se non ben monitorati durante i processi di lavorazione industriale, hanno la capacità di filtrare nelle acque sotterranee e di accumularsi nelle piante, incrementando il rischio di ingresso nella catena alimentare.”

Una volta entrati nella catena alimentare gli acidi tendono ad essere assorbiti dal sangue con conseguenze che sono tuttora oggetto di numerosi studi scientifici per il loro impatto sulla salute. Come già accennato i PFAS e i loro derivati sono ampiamente usati nei processi industriali in svariati ambiti.

L’uso diffuso è legato alle loro caratteristiche: stabilità chimica e termica, impermeabilità all’acqua e ai grassi, capacità di rendere i materiali a cui sono applicati repellenti all’acqua, all’olio e resistenti alle alte temperature. Non stupisce quindi che i PFAS vengano impiegati per la produzione di una vasta gamma di prodotti:

Prodotti ad uso domestico: sono utilizzati per rivestire le superfici delle pentole per conferire proprietà antiaderenti. Alcuni PFAS sono utilizzati come emulsionanti, tensioattivi o agenti umettanti in applicazioni come i detergenti, lucidanti per pavimenti e vernici al lattice. Inoltre, alcuni PFAS sono aggiunti in prodotti aftermarket [di aziende terze] (come spray idrorepellenti per abbigliamento e calzature) che sono applicati per trattare tessuti, rivestimenti, tappeti e pelle, al fine di conferire resistenza all’acqua, all’olio, al suolo e alle macchie. ‍

Articoli medicali: Il carattere inerte e non adesivo dei fluoropolimeri li rende materiali adatti per impianti/protesi mediche. I tessuti medicali, come teli e camici chirurgici in tessuto non-tessuto, sono  trattati al  fine di renderli impermeabili ad acqua ed olio e resistenti alle macchie. Questa diffusione nell’ambiente deve essere oggetto di studio per la prevenzione delle persone fin dalle prime fasi di vita: un esempio è uno studio su 107 coppie madre-bambino che ha analizzato il possibile legame tra esposizione ai PFAS in gravidanza e nei primi mesi di vita e infiammazione intestinale nei bambini, aprendo nuovi interrogativi sugli effetti dei forever chemicals.

L’esposizione ai PFAS, le cosiddette sostanze chimiche eterne, potrebbe lasciare un’impronta sulla salute intestinale già nelle prime fasi della vita. È quanto emerge da uno studio coordinato dai ricercatori della Icahn School of Medicine at Mount Sinai e pubblicato il 10 luglio 2026 sulla rivista scientifica Clinical Gastroenterology and Hepatology. La ricerca ha coinvolto 107 coppie madre-bambino provenienti da Stati Uniti e Messico, con l’obiettivo di valutare se il contatto con i PFAS durante la gravidanza e nei primi mesi dopo la nascita fosse associato a segnali di infiammazione intestinale nell’infanzia. Gli studiosi hanno misurato i livelli di esposizione a diversi PFAS nelle madri e nei bambini, per poi analizzare, fino agli 11 anni di età, la presenza di calprotectina fecale, un biomarcatore utilizzato per individuare processi infiammatori a carico dell’intestino. I risultati hanno mostrato che una maggiore esposizione ai PFAS era associata a livelli più elevati di questo indicatore. Lo studio non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto, ma aggiunge nuove evidenze sui possibili effetti dell’esposizione precoce a contaminanti ambientali sulla salute dei bambini.

I ricercatori hanno analizzato la presenza di diversi composti appartenenti alla famiglia dei PFAS durante la gravidanza, al momento della nascita e nei primi mesi di vita. Successivamente hanno confrontato questi dati con i livelli di calprotectina fecale rilevati nei bambini durante il follow-up. L’analisi ha evidenziato che i bambini maggiormente esposti ai PFAS presentavano livelli più elevati di calprotectina fecale, suggerendo un possibile effetto sul sistema immunitario intestinale durante una fase delicata dello sviluppo. Si tratta, secondo gli autori, di uno dei primi studi a evidenziare questa associazione nell’infanzia.

La calprotectina fecale è un indicatore utilizzato nella pratica clinica per rilevare la presenza di infiammazione intestinale. Viene impiegata soprattutto nel percorso diagnostico e nel monitoraggio delle malattie infiammatorie croniche intestinali, come morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa. Il risultato dello studio non significa che i bambini esposti ai PFAS svilupperanno necessariamente una patologia intestinale, ma suggerisce che queste sostanze potrebbero influenzare alcuni meccanismi biologici coinvolti nella regolazione dell’infiammazione. Comprendere questi processi potrebbe aiutare, in futuro, a individuare meglio i fattori ambientali che contribuiscono al rischio di malattie intestinali.

Lo studio non introduce al momento nuovi esami o terapie per i bambini esposti ai PFAS, ma offre un elemento in più per comprendere come l’ambiente nei primi anni di vita possa influenzare la salute futura. Se queste associazioni saranno confermate da ulteriori ricerche, potrebbero aprire la strada a nuovi strumenti di prevenzione, con una maggiore attenzione alla protezione delle donne in gravidanza e dei bambini nelle aree dove la contaminazione da PFAS è più elevata. Per le famiglie, oggi il messaggio principale non è la necessità di sottoporre i bambini a controlli specifici, ma l’importanza della prevenzione ambientale e della riduzione dell’esposizione ai contaminanti. Per il Servizio sanitario, invece, il tema riguarda la possibilità di integrare sempre più dati ambientali e sanitari per individuare le popolazioni maggiormente esposte e programmare eventuali interventi di tutela.

Gli autori sottolineano che il lavoro presenta alcuni limiti. Essendo uno studio osservazionale, può evidenziare un’associazione ma non stabilire che siano proprio i PFAS a causare l’infiammazione intestinale. Saranno quindi necessari studi più ampi per confermare il legame osservato, chiarire i meccanismi biologici coinvolti e capire se questa infiammazione precoce possa avere conseguenze sulla salute intestinale negli anni successivi. Per quanto riguarda l’Italia, per la prima volta la Regione Veneto ha disposto il blocco della commercializzazione di prodotti di origine animale provenienti dalle aree contaminate da PFAS nei quali sono state riscontrate concentrazioni di PFOA e PFOS superiori ai limiti. Il provvedimento riguarda carne bovina, fegato bovino e fegato suino.

La decisione arriva al termine di uno studio condotto dalla Regione con l’Istituto superiore di sanità, l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, Arpav e le aziende sanitarie. Sono stati esaminati 703 campioni di carne, latte e uova provenienti da 156 aziende delle zone rossa e arancione.

Secondo i dati resi noti, 680 campioni, pari al 97%, sono risultati entro i limiti di legge, mentre 18, il 3%, hanno superato i tenori massimi. Otto aziende hanno presentato superamenti per PFOA o PFOS nel muscolo bovino, nel fegato bovino o in quello suino. Per queste realtà sarebbero state adottate misure dirette a impedire l’immissione sul mercato degli alimenti contaminati e sarebbe stato avviato un monitoraggio continuativo.

Nel frattempo, i risultati richiamano l’attenzione sull’importanza di ridurre l’esposizione ai contaminanti ambientali anche per vegetali, vino, pesci, così proteggere la salute fin dalle prime fasi della vita.

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venerdì 7 agosto 2026

Cosa significa davvero il Repowering? - Antonio Muscas

 

Il repowering eolico, a dispetto di quanto si vuol far credere, non è la semplice sostituzione di un aerogeneratore con un altro più grande. Comporta il rifacimento totale dell’impianto poiché, giusto per capirci, la piattaforma che sostiene un aerogeneratore di 80 metri di altezza non può certo reggerne uno di oltre 200. Stesso discorso per i cavidotti e tutto il resto di impianti e infrastrutture a corredo.

Ne mettiamo di meno e producono più elettricità
Una torre di oltre 200 metri a cambio di due, tre da 80 metri, se può rappresentare un vantaggio in termini di efficienza, non lo è di per sé dal punto di vista paesaggistico e ambientale. Se ad esempio prendessimo un villaggio di pescatori sulla costa e proponessimo di radere al suolo 100 case per sostituirle con un palazzo di cento piani, con più posti letto e più efficiente energeticamente, sarebbe difficile non sollevare perplessità. In buona sostanza, la bontà delle soluzioni dipende sempre da dove si realizzano, per quale ragione, a beneficio di chi e, soprattutto, se godono dell’approvazione dei destinatari di quelle soluzioni.
Le torri eoliche più alte, chi le vuole, a chi appartengono e a beneficio di chi vanno? Quell’energia in più, quale scopo ha e in quale quadro energetico si inserisce?

Con il repowering c’è minor consumo di suolo
Minor consumo di suolo rispetto a che cosa?
La normativa attuale non impone la rimozione dei basamenti in cemento armato e tutto quanto è interrato. Infatti, relativamente al repowering dell’impianto tra Nulvi e Ploaghe, giusto per fare un esempio, basta andare al leggere il piano di dismissione dei vecchi aerogeneratori per accorgersi che delle 35 piattaforme dei vecchi aerogeneratori solo la parte superficiale verrà rimossa, il resto resterà interrato per sempre. Ciò significa che con cadenza venti-trentennale gli impianti vengono sostituiti con altri di dimensioni via via crescenti con conseguente ulteriore consumo di suolo – non certo minore – e che nel giro di qualche generazione, con questo ritmo forsennato si rischia di cementificare buona parte del suolo della Sardegna.
Il minor consumo di suolo si ha adeguando gli impianti ai reali fabbisogni (interni e con una eventuale e nota quota di esportazione) e non realizzandone a più non posso per accaparrarsi territorio e incentivi.

E allora tenetevi le centrali a carbone
La permanenza in vita delle centrali a carbone, così come il progetto di metanizzazione dell’isola, non è una decisione dei sardi: è una decisione presa dal governo italiano col beneplacito di buona parte delle forze politiche italiane e dei sindacati confederali. Una decisione non, come si vuol fare credere, in contrapposizione alle rinnovabili – il cui obiettivo di installazione di 6,2 GW permane invariato – e assunta passando ancora una volta sopra la testa dei sardi. A maggior ragione vale la domanda: maggior produzione di energia a favore di chi?
Il sistema attuale, figlio del peggior capitalismo predatorio, è sciaguratamente concepito per garantire profitti a tutti i grossi gruppi, operino essi nel settore dei fossili che delle rinnovabili e, molto più spesso, nell’uno e nell’altro.
Il tutto a carico di noi utenti, ovviamente, ai quali tocca l’ulteriore sacrificio di rinunciare alla nostra terra con in più l’onere di pagare i benefici altrui nelle nostre bollette.

Se quell’ambiente non lo modificate voi lo farà il cambiamento climatico.
Sembra una minaccia tipo: “o ti dai una coltellata da solo oppure ti ammazzo io”.
Il bene più prezioso che abbiamo è la nostra terra. Non si può pensare di salvarla devastandola e non si può davvero credere di dover essere noi e la nostra terra gli agnelli sacrificali per il futuro del pianeta. Un futuro, sia chiaro, che palesemente non interessa a chi ci vuole imporre questa ennesima servitù e che ha a cuore solo esclusivamente i propri interessi.
È paradossale, infatti, che si voglia disseminare il territorio di impianti in maniera indiscriminata e contemporaneamente continuare ad alimentare un sistema che succhia e distrugge risorse a un ritmo sempre più sostenuto e insostenibile.
Asserire perciò che le comunità che si ribellano a questo assalto speculativo senza precedenti debbano essere educate alla modernità e al bello del paesaggio industriale, oltre che presuntuoso e arrogante, dà la misura degli enormi limiti di taluni, totalmente incapaci di comprendere quale sia invece il livello di consapevolezza raggiunto dalle comunità, la rabbia, la frustrazione e il profondo senso di ribellione che simili atteggiamenti possono solo contribuire a far montare.

La Sardegna è la regione col più grande divario infrastrutturale in Italia. Lo viviamo tutti i giorni con la sanità, la scuola, i trasporti, le connessioni telefoniche e internet, e una rete elettrica incapace di reggere un condizionatore in più (per chi se lo può permettere) nelle giornate di caldo torrido.

Una transizione vera si porta avanti nel rispetto dei territori e delle comunità, con l’obiettivo concreto di offrire una prospettiva in particolare a chi abita nelle aree più fragili e più a rischio, che ha un occhio di riguardo per i soggetti più vulnerabili. Perché questo dovrebbe significare la transizione: un processo studiato e applicato accuratamente per salvare noi e il Pianeta.
Sappiamo bene che non ci saranno benefici per noi né per il nostro ambiente; sappiamo bene che quell’energia non è per noi, e probabilmente non è per nessuno a causa di una rete incapace persino di trasportarla oltremare.

Non si dispiaccia chi si è presentato pensando di avere a che fare con degli allocchi e invece si è trovato di fronte delle comunità imbufalite: siamo già stati per secoli area di sacrificio per interessi esterni e non siamo più disposti a subire in silenzio questa condizione umiliante e deleteria.

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