lunedì 15 giugno 2026

Scuola in Sardegna

La sofferenza scolastica in Sardegna e la necessità di una visione decoloniale - Omar Onnis

La scuola è uno degli ambiti meno amati dalla politica sarda. Lo si evince facilmente da alcuni dati di fatto. Pur avendo, per Statuto, competenze in materia, la RAS non ha mai voluto legiferare in modo sistematico e strategico, restando priva di una legge regionale sulla scuola. La politica sarda non ha mai interferito in alcun modo con le decisioni del Governo centrale, lasciando mano libera alle diramazioni locali del Ministero competente e rinunciando a dire la sua su ogni aspetto. 

Quando poi vengono pubblicati dati relativi al tasso di respinti o ai test INVALSI o a qualsiasi altro strumento di misurazione dei risultati scolastici, se ne parla per qualche ora, con grande sconcerto, per poi lasciar cadere la cosa.

La notizia di questi giorni è che la Sardegna ha il record di non ammessi all’esame di stato, il vecchio esame di maturità. Il 7,1% degli studenti sardi non potrà sostenere l’esame, contro una media italiana del 3,5%. Se si indaga presso il corpo insegnante, dal nord al sud dell’isola, il quadro che emerge è drammatico e questo semplice numero non ne restituisce la reale dimensione.

La qualità della scuola italiana in Sardegna è in caduta libera da anni. Ai disastrosi esiti delle varie riforme ministeriali, almeno da quella di Luigi Berlinguer in avanti, si sommano nell’isola fattori ulteriori di impoverimento didattico e di alienazione culturale.

In un post su FB del 10 giugno, l’archeologa e docente (precaria) Daniela Musio propone un quadro sintetico di alcune cause macroscopiche del “fallimento scolastico” sardo:

[…] il problema non è l’esame. L’esame è solo l’imbuto finale. Ho provato a mettere in fila ciò che vedo in classe e a incrociarlo con i dati sociali ed economici della nostra Isola. Il risultato è un quadro complesso che va ben oltre la “mancata voglia di studiare”.
Ecco i 4 fattori critici che stanno bloccando i nostri ragazzi:

 L’ascensore sociale è guasto: In una regione anagraficamente vecchia e con un’economia stagnante, i ragazzi (soprattutto chi parte da un livello socio-culturale basso) non credono più che il diploma garantirà loro un futuro migliore. Lo studio perde di senso.

 Il logoramento del pendolarismo: Il calo demografico chiude le scuole e costringe a viaggi estenuanti su mezzi pubblici carenti. Questo non ruba solo tempo allo studio, ma innesca un profondo affaticamento psicofisico quotidiano.

 Lo scollamento identitario: C’è una distanza enorme tra l’identità sarda (una vera “nazione senza stato”, con un proprio ambiente e storia) e i contenuti culturali italiani centralizzati. La scuola viene spesso percepita come un corpo estraneo.

 L’anestetico sociale: I dati nazionali confermano nella nostra regione un consumo altissimo e precoce di cannabis tra gli adolescenti. In un contesto povero di stimoli, agisce spegnendo la motivazione e la concentrazione.

 Un confronto che fa riflettere: Se guardiamo ad altre realtà europee, come i Paesi Baschi in Spagna, vediamo che integrando profondamente la lingua e la storia locale nel sistema scolastico (unito a un’economia forte) sono riusciti ad avere il tasso di dispersione scolastica più basso del Paese.

​Non possiamo limitarci a bocciare, dobbiamo guardare il contesto. La scuola sarda ha bisogno di risposte su misura.

(Il testo è stato elaborato da un’AI in base a un mio prompt)

Nel suo insieme, questo quadro offre degli indizi e degli spunti di riflessione. Non tutti i punti mi convincono. L’impatto dell’uso della cannabis, per dire, mi sembra sovrastimato. Per altro, la diffusione di sostanze psicotrope e psicoattive presso le fasce giovanili non è certo un problema di questi ultimi anni. Si potrebbe/dovrebbe indagare su quali siano le sostanze più diffuse e quelle più pericolose (le due cose non combaciano necessariamente). Temo che ci siano in circolazione sostanze molto peggiori del THC. Ma anche di questo la politica sarda non si interessa minimamente.

Quanto al calo demografico, che comporterebbe la chiusura di interi istituti, va precisato che il famigerato dimensionamento scolastico non è correlato, numeri alla mano, alle dinamiche demografiche, ma segue prevalentemente astratti criteri ragionieristici, che, in Sardegna, incidono in modo più che proporzionale. Non è basato su valutazioni situate e su dati specifici dell’isola, perciò la chiusura delle scuole risulta molto più penalizzante. È anzi uno dei fattori che incidono sullo spopolamento. Quasi più una causa, dunque, che un effetto.

Verissimo il problema dei trasporti. Basterebbe farsi un giro nelle stazioni delle corriere e/o dei treni (dove ci sono), nelle ore di traffico scolastico, per rendersi conto della massa di gioventù che quotidianamente deve spostarsi, a volte di molti chilometri, in condizioni penose e in orari scomodi. Non tenerne conto significa ignorare deliberatamente una delle cause principali dell’abbandono scolastico.

Il punto relativo al disagio “identitario” è ugualmente rilevante e se ne discute da anni, da decenni anzi, senza che la politica sarda si sia mai data pensiero in merito. La scuola italiana in Sardegna ha accentuato, anziché eliminarli, i suoi tratti “coloniali”. È ancora lì il nodo irrisolto della questione linguistica, sempre trattata come una fissazione ideologica da indipendentisti, e non come un fattore storico decisivo – in negativo – per tutta una serie di ragioni e con conseguenze molto concrete.

Un altro, correlato, è la rimozione totale della storia e della cultura della Sardegna, a vantaggio di una costruzione culturale sempre più nazionalista (italiana). La conseguenza è una forma di alienazione profonda, da cui evadere o a cui soggiacere. Se si evade, ossia si viene esclusi, si rimane tagliati fuori da una serie di codici e di possibilità di relazione che a loro volta consentono un’integrazione maggiore in alcuni ambienti professionali e dunque anche in certi strati sociali.

Non è solo una questione di reddito. È più un fattore di separatezza quasi antropologica tra il (cosiddetto) ceto medio riflessivo e le altre fasce sociali della nostra popolazione, private di un livello di istruzione adeguato ai tempi, alienate, fragili, facile preda di clientelismi e/o di populismi. Fasce sociali tuttavia dotate di una propria agency e di capacità di risposta ai problemi, ma svalutate e private del pieno diritto di rappresentanza democratica.

Mentre il ceto medio riflessivo risulta a sua volta alienato rispetto alla realtà in cui vive, scisso tra due appartenenze non facilmente conciliabili (in quanto sempre poste in contrasto, una dominante e l’altra subalterna), ostile verso qualsiasi elemento “popolare” o troppo connotato come “sardo”, accettabile tutt’al più a livello folkloristico e su cui al massimo si può esercitare una benevolenza paternalista. Questa separatezza – databile almeno dalla riforma scolastica del ministro Bogino, ma accentuatasi nel corso dell’Ottocento e soprattutto dopo l’unificazione italiana – è uno dei problemi più gravi della nostra storia contemporanea.

Sulla scuola si intreccia dunque un reticolo di questioni aperte che andrebbero affrontate non solo ognuna per conto proprio, con gli strumenti e un pensiero prospettico adeguati, ma anche dentro un più ampio orizzonte strategico generale. Con un po’ di coraggio, si potrebbe immaginare un sistema scolastico pienamente sardo e al contempo molto più aperto al mondo, scollegato il più possibile dal Ministero romano, progettato e realizzato sulla base di uno studio e una pianificazione adeguati, estraneo al vecchiume pedagogico in cui è rimasta incastrata la scuola italiana. Non sarebbe il caso di discuterne?

È una questione politica decisiva. Ha a che fare con le dinamiche economiche e sociali, con i diritti di base della cittadinanza, con le libertà fondamentali, con la democrazia stessa. Sempre che si abbia a cuore la sorte della Sardegna e non si preferisca invece la prospettiva, oggi incombente e ampiamente accettata (se non promossa) dalla nostra oligarchia politica, di una terra spopolata ma disponibile ad aggressioni speculative e colonialiste di vario genere.

da qui


Scuola, lento e inesorabile il calo degli iscritti - Antonella Poggiu

I dati dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Sardegna non stupiscono mostrando il quadro, ormai noto, del calo demografico di cui il sistema scolastico non è che lo specchio. Resta immutato il silenzioso “appello” in paesi come Onanì con 11 bambini e Lodè con 18, mentre a Ollolai si solleveranno quattro manine in più rispetto alle 13 dello scorso anno.

Scuola dell’infanzia
I bambini iscritti alla Scuola dell’infanzia in provincia di Nuoro sono 2761 (erano 2773 lo scorso anno, 2931 quello precedente e 3066 tre anni fa), di cui 34 con handicap. Sono al momento suddivisi in 164 sezioni (erano 167 lo scorso anno e 176 tre anni fa).

In città il nuovo accorpamento tra il “Borrotzu” e il “Podda”, registra complessivamente 125 alunni, 231 quelli del “Maccioni-Deledda”. Interessanti, per avere un’ulteriore idea dell’andamento demografico della provincia, sono i dati relativi a paesi come come Fonni con 62 bambini, Orosei 125, Siniscola 146, Dorgali 125 e l’IC Oliena-Orgosolo 151.

Scuola primaria
Gli iscritti alla scuola primaria sono 6329 (erano 6624 l’anno precedente e 7183 tre anni fa), di cui 278 con disabilità (erano 259 lo scorso anno). Le classi sono 459.

A Nuoro l’istituto comprensivo “Maccioni-Deledda” a settembre totalizzerà 423 alunni suddivisi in 225 a Furreddu, 66 in via Carbonia, 132 a Biscollai e 48 nella scola ospedaliera al San Francesco. Mentre il risultato dell’accorpamento, “P. Borrotzu-F. Podda” è di 561 bambini. Al primo posto il “Calamida” con i suoi 205, il “Podda” in vantaggio con 184 alunni rispetto a “San Pietro” con 114, infine il Rione Italia con 60 bambini. Le “elementari” cittadine conteranno 984 studenti, rispetto ai 1094 dell’anno precedente e 1215 di tre anni fa, delineando uno scenario di circa cento bambini in meno ogni anno.

Scuola secondaria di I grado
Gli alunni delle “medie” saranno 4503 (erano 4656 l’anno scorso e 5074 due anni fa), di cui 249 con handicap (dieci in più dell’anno precedente), suddivisi in 308 sezioni.

In città le “medie” del “Borrotzu-Podda” avranno 373 alunni e quelle del “Maccioni-Deledda” 384, per un totale di 757 rispetto ai 777 dello scorso anno e 806 di quello precedente.

Scuola secondaria di II grado
Il numero degli studenti delle superiori nella Provincia crolla a 8824 (in 565 classi), scattando un’istantanea di 1107 banchi vuoti in soli quattro anni. Erano 9931 nel 2023 e progressivamente, sono diminuiti in media oltre 275 alunni all’anno. Aumentano invece gli studenti con disabilità passando da 288 dello scorso anno a 311.

Tra gli istituti superiori in città il più popolato – nonostante la decrescita -, resta lo Scientifico “Fermi” con 1105 studenti, a seguire l’Itc “Chironi” che aumenta lievemente passando dai 724 dello scorso anno, a 787 del prossimo. Il “Ciusa” conta complessivamente 428 alunni rispetto ai 497 dell’anno precedente, l’Agrario “B. Brau” dopo un lieve aumento degli ultimi anni, passa da 276 a 246 studenti da sommare ai 50 del IPAA (professionale). In un clima di calo generale, aumentano ogni anno gli iscritti al Liceo “Satta” che raggiunge i 549, rispetto ai 535 dell’anno precedente, mentre il Liceo “Asproni” passa da 494 a 472 alunni. L’Itgc di Siniscola, aumenta da 424 a 465 ragazzi, lo Scientifico cala a 155 alunni (aveva raggiunto i 222), quello di Dorgali ne conta 127 (132 l’anno precedente), l’Ipsar della Caletta crolla da 222 a 100 studenti.

Il personale docente in provincia
I posti comuni sono così distribuiti, 327 per l’infanzia, 793 per la Primaria, 601 per la secondaria di I grado e 1034 per il II grado, per un totale di 2755. Quelli di potenziamento subiscono una variazione passando dai 246 degli ultimi due anni a 234 comuni e 20 di sostegno. I posti di sostegno sono 395.

da qui

domenica 14 giugno 2026

“Qui con 1.480 euro non riesco più a vivere”. Carovita, salari bassi e nessun aiuto familiare: continua l’esodo dei docenti dalle grandi città - Alex Corlazzoli

 

“La Gran Milano non me la posso permettere. Mi dispiace lasciare questa città ma qui con 1.480 euro non riesco più a vivere. Non mi vergogno a dirvi che spesso il cinque del mese, il mio stipendio è già prosciugato. Torno a Battipaglia dove vive la mia famiglia”. Mariangela Bukne, 52 anni, tarantina di nascita ma nomade per lavoro, è una dei 46.826 docenti che hanno ottenuto la mobilità, ovvero che a settembre si trasferiranno in un’altra scuola. Di questi poco più di 11mila hanno chiesto di andare in un’altra provincia, spesso dal Nord al Sud. Il fenomeno si registra ogni anno. È una vera e propria emorragia che colpisce soprattutto le scuole Settentrionali, mettendo in crisi la cosiddetta continuità didattica. In parole povere: chi vive in Campania, Sicilia, Calabria spesso diventa di ruolo a Milano, a Torino, Venezia o Bologna (e zone limitrofe), ma dopo il triennio obbligatorio in quella sede, lascia baracca e burattini perché con uno stipendio netto intorno ai 1.480 euro al mese non ce la fa a sostenere le spese di affitto ma non solo.

I numeri dell’esodo

La vita di queste persone si limita obtorto collo al tragitto casa-scuola-casa. Nulla di più. Diventa proibitivo andare a cena fuori, fare un viaggio, andare al cinema. L’esercito dei maestri e dei professori scappa dalle grandi città del Nord per tornare a casa così da avere il sostegno del welfare famigliare. A parlare sono i dati raccolti dalla Flc Cgil. Sia pur con numeri maggiori per la primaria e la secondaria di secondo grado, ma in percentuale il numero dei docenti che si spostano di provincia si attesta intorno al 20%. Quest’anno nella scuola dell’infanzia ci sono stati 1.444 movimenti verso un’altra provincia su un totale di 6.918 domande. Le province che hanno “ceduto” più docenti sono state Roma (153 movimenti), Milano (140), Firenze (62), Torino (53), Catania (43). Passando alla primaria i trasferimenti territoriali e professionali tra province diverse sono stati 3.358 su 16.363 richieste. Nel dettaglio ci sono in uscita 493 docenti dalla provincia di Roma, 334 da Milano (di cui 101 trasferiti in Sicilia), 110 da Firenze, 108 da Torino, 93 da Modena.

Anche la scuola secondaria di primo grado ha la sua porzione di trasferimenti interprovinciali: sono 2.795 su 13.579 richieste. In questo caso il primato dei docenti in uscita lo conquista Milano (231), Roma è al secondo posto (134), seguono Bergamo (89), Varese (85) e Monza-Brianza (82). Infine, la secondaria di secondo grado che ha il volume più alto di movimenti in assoluto e anche di movimenti interprovinciali. Il primato se lo contendono Roma e Milano che registrano entrambe 238 docenti in uscita, segue Napoli con 116 docenti e ancora un parimerito tra Varese e Torino con 108 docenti in uscita. Entrando nei dettagli sono i grafici forniti al nostro giornale dalla Uil Scuola a far comprendere la questione ancor più in profondità. Nel capoluogo milanese sono quasi 5.500 i docenti che hanno presentato domanda per lasciare Milano e la sua provincia e trasferirsi in altre regioni italiane. Poco meno di mille hanno ottenuto esito positivo: ad andarsene saranno 334 maestri della primaria, 140 dell’infanzia, 231 delle mede e 238 delle superiori. Non cambia la musica nella capitale dove a far le valige sono 1.018 insegnanti: 493 della primaria, 153 dell’infanzia, 134 della secondaria di primo grado e 238 di quella di secondo grado.

Le proposte dei sindacati

Ad analizzare questi dati è il segretario nazionale della Uil Scuola, Giuseppe D’Aprile: “Quando migliaia di insegnanti chiedono di lasciare le grandi città emerge una questione che merita attenzione – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it – il rapporto tra retribuzioni e costo della vita. Un docente a inizio carriera percepisce mediamente circa 1.480 euro netti al mese e nelle grandi aree metropolitane una quota rilevante di questo reddito viene assorbita da affitti, trasporti e spese quotidiane. I dati della mobilità evidenziano che, accanto alle esigenze di ricongiungimento familiare, nella scelta di trasferirsi, cresce il peso delle condizioni economiche. È un tema che riguarda non solo Milano ma interessa, con intensità diverse, anche altre grandi città del Paese. Le risorse stanziate negli ultimi contratti producono un beneficio netto in busta paga solo se si interviene sulla tassazione. Oggi gli aumenti contrattuali sono tassati a volte anche al 35%. Un primo segnale, per il settore privato, è arrivato con la legge di bilancio 2026: è necessario estendere la detassazione anche alle retribuzioni del personale della scuola statale. Si tratta di una misura “non più procrastinabile che richiede un intervento politico”. Il numero uno della Uil Scuola conosce bene lo stato dell’arte del fenomeno.

D’Aprile ha anche una proposta chiara, necessaria: “Accanto agli interventi sulle retribuzioni, è necessario sviluppare strumenti di welfare contrattuale che aiutino concretamente il personale della scuola ad affrontare i costi legati all’abitare, alla mobilità, alla genitorialità e alla formazione. Soprattutto nelle grandi aree urbane, investire nel welfare può rappresentare un supporto importante per migliorare la qualità della vita e del lavoro del personale della scuola”. Anche Vito Castellana, coordinatore nazionale Gilda Scuola punta il dito contro il Governo: “I docenti tendono a trasferirsi dove c’è la famiglia di origine che fa da ammortizzatore sociale. Nella Scuola a parità di titolo di studio si guadagna 30-40% in meno degli altri dipendenti della pubblica amministrazione”. Secondo il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani tra i settori più colpiti da questa fuga dalle cattedre c’è quello del sostegno: “La mancanza di stabilità didattica penalizza duramente gli alunni e le loro famiglie, che avrebbero diritto a figure competenti e presenti in modo continuativo. Ogni cattedra non coperta stabilmente rappresenta una possibile lesione del diritto all’inclusione e un arretramento rispetto agli obblighi costituzionali e internazionali in materia di tutela delle persone con disabilità”, spiegano.

Le storie e il disagio

“Dal 2020 sono entrata in ruolo a Milano dopo una vita trascorsa in un’azienda lasciata dopo la morte di mio marito – spiega Mariangela Bukne a ilfattoquotidiano.it –. I primi tempi sono arrivata a Novate Milanese dove insegno senza figli andando ad abitare in una camera che affittavano le suore per 420 euro. Avevo il bagno privato ma la cucina in comune con molte colleghe. Poi mi son giocata tutto facendo venire i miei figli qui per frequentare l’università. Abitare a Milano o nell’hinterland con uno stipendio come il nostro non è vita – ha aggiunto – Gli affitti di un monolocale sono attorno ai 600-700 euro. Qui se ho bisogno di una visita medica devo pensarci ben due volte. Da anni non viaggio. Le mie vacanze sono a Battipaglia, dalla mia famiglia perché non posso permettermi altro. A Milano nel momento in cui vai in un supermercato ti accorgi che il tuo stipendio non vale nulla. Non potevo più stare in questo luogo…”.

Lo sa bene Federico Blanco, docente di scuola secondaria di secondo grado prossimo ai 50 anni che ha richiesto e ottenuto la mobilità. Originario di Catania, vive e lavora in provincia di Cuneo da nove anni. “Mi sono trasferito al Nord, a Savigliano, per la quasi impossibilità di trovare – racconta – una posizione stabile in Sicilia. Anche la mia compagna mi ha seguito e entrambi abbiamo ottenuto il ruolo. In quest’ultimi anni l’aumento esponenziale del costo di affitti e case a Savigliano ha reso la situazione economica difficile. L’affitto per un piccolo appartamento (camera da letto e servizio) supera i 600 euro mensili, escluse le bollette, a fronte di uno stipendio da docente di circa 1600 euro. Ad incidere sono anche le spese di riscaldamento. Se poi hai i genitori al Sud devi calcolare che almeno due-tre volte l’anno devi scendere…”. Blanco ha la valigia pronta ma la sua compagna dovrà restare in Piemonte perché non ha ottenuto la mobilità: “Speriamo in un’assegnazione provvisoria per il ricongiungimento in Sicilia ma è un “salto nel buio”.

da qui

sabato 13 giugno 2026

La “storica” inadeguatezza della politica sarda podataria - Omar Onnis

Poche immagini e qualche parola su circostanze di questi giorni chiariscono in modo drammaticamente evidente in che guai siamo, più di cento analisi ponderose.

Arriva il primo volo diretto New York-Olbia e la politica sarda, col suo codazzo di “intellettuali organici”, si affretta a definirlo un “evento storico”. Senza il minimo rispetto per le difficoltà quotidiane con cui devono combattere le persone sarde per spostarsi verso l’esterno dell’isola e al suo interno. 

Comitati anti-militaristi e associazioni ambientaliste fanno ricorso contro l’ampliamento della RWM di Domusnovas, su cui la giunta Todde non ha voluto esprimersi (configurando così una sorta di silenzio-assenso) e proprio la giunta Todde fa contro-ricorso a favore dell’ampliamento della fabbrica di ordigni.

Si inaugura a Cagliari la sessione sarda della competizione velica America’s Cup e l’organizzazione (spero – ma senza illusioni – NON affiancata da Comune e Regione) non trova di meglio che ostentare maschere dei riti invernali tradizionali, abbigliamento altrettanto “tradizionale” e balli indigeni, nella più trita cornice coloniale.

Che la nostra classe dirigente e la sua emanazione politica non abbiano idea del mondo che le regge lo sappiamo. O meglio, ne hanno un’idea molto parziale, orientata alla propria conservazione e al proprio meschino vantaggio immediato. Dietro il paravento delle istituzioni e con la protezione dei loro mandanti d’oltremare. Sarebbe però interessante sapere quale sia il giudizio dell’opinione pubblica su tutto questo. 

La pretesa che un collegamento diretto con New-York sia una fortuna per la Sardegna è ridicola. È evidente che si tratta di un servizio vantaggioso solo per chi se lo può permettere e va forse bene per il comparto del turismo di lusso della Costa Smeralda e dintorni. Il rischio che l’aumento delle presenze di un turismo danaroso faccia lievitare i prezzi per la popolazione locale e ne condizioni negativamente la vita non passa per la testa a nessuno. In ogni caso, quand’anche il territorio traesse da questo collegamento aereo un qualche margine di guadagno monetario (poi bisogna vedere distribuito come), di sicuro al resto dell’isola ne verrà poco o nulla. L’evento storico sarebbe se si riuscisse una volta tanto a imbastire un bando di continuità territoriale decente, concepito a partire dalle necessità della cittadinanza e non dall’accondiscendenza verso le richieste dei vettori. Il che vale anche per il trasporto via mare. Di fatto, come sa chiunque viaggi da e per la Sardegna, la vera continuità territoriale è garantita da aziende private estranee agli accordi sanciti dai bandi pubblici. 

Se poi affrontiamo la questione dei trasporti interni, c’è da piangere. 

La giornalista Sara Chessa, pochi giorni fa, in risposta a un titolo della Nuova che definiva appunto “storico” il primo volo New York-Olbia, scriveva un post su FB di questo tenore:

Quando leggo di queste cose “storiche” mi viene la nausea. Tre anni fa mi ci sono volute 11 ore per arrivare da Iglesias a Lanusei con i mezzi pubblici. In treno fino a Olbia (facendo scalo a Cagliari, Oristano e Abbasanta) e poi in bus da Olbia a Lanusei (con pausa a Nuoro). Ed io ero – in quell’occasione – una turista del cavolo. Di quello che mi succede da turista posso sorridere e, sinceramente, mi importa poco. Penso invece a una residente. Magari a una residente anziana. O a chiunque abbia necessità di spostarsi nella vita di tutti i giorni. O a una persona cara che ora non c’è più e che, qualche mese prima di morire, mi ha detto: “È vero, sarei dovuta andare prima dal medico, ma in paese non c’era più ed era complicato”. Poi ripenso al titolo di quell’articolo su un evento “storico” e mi viene il doppio della nausea.

Chiunque viva in Sardegna capisce perfettamente di cosa parla. Collegamenti interni del tutto scoordinati tra loro, tra treni, corriere (pubbliche e private in convenzione), traghetti locali; linee inesistenti (tipo un collegamento diretto Nuoro-Oristano o Oristano-Tortolì, ma in questo secondo caso non esiste nemmeno una strada percorribile in auto); tagli sistematici a presidi sanitari, scolastici, amministrativi, postali, fatti senza tenere nel minimo conto la geografia dell’isola e le conseguenti difficoltà di spostamento. Davvero dobbiamo rassegnarsi a tutto questo e gioire per un volo diretto New York-Olbia?

E dobbiamo far finta di nulla davanti alla complicità o alla passività della presidente della RAS e della sua giunta verso le peggiori manovre speculative estrattiviste e verso l’aggressione coloniale da cui siamo minacciati?

 

Riempirsi la bocca – e i post sui social – di slogan apparentemente agguerriti (ma in realtà solo passivi-aggressivi e fini a se stessi) e cercare costantemente di deviare l’attenzione con trovate propagandistiche di scarso livello non cambia la realtà e forse, prima o poi, esaspererà gli animi dei più fino a produrre una reazione politica sana. Se invece ci facciamo intortare con l’ennesima esibizione folkloristica a favore dei generosi “bwana bianchi” che ci onorano della loro presenza, vuol dire che queste disgrazie ce le meritiamo.

da qui

mercoledì 10 giugno 2026

Quando il menu traduce male la Sardegna: turismo, ristorazione e deformazione dei nomi gastronomici sardi - Giuanna Dessì

 In molti ristoranti sardi, soprattutto nei contesti turistici ma non solo, i nomi tradizionali dei piatti vengono presentati in forme linguisticamente deformate, ibride o grammaticalmente scorrette. Non si tratta semplicemente di errori ortografici in quanto il fenomeno rivela un rapporto problematico tra lingua sarda, mercato turistico e rappresentazione culturale dell’identità gastronomica.

Il menu è uno dei luoghi pubblici in cui una lingua minoritaria entra più facilmente in contatto con il grande pubblico. Per questo motivo il modo in cui vengono scritti e pronunciati termini come malloreddus, frègula, seada o pane carasau non è un dettaglio estetico, ma una questione culturale e linguistica.

Molti menu utilizzano il sardo come elemento decorativo o folkloristico, senza rispettarne realmente la struttura grammaticale. Il risultato è spesso una lingua artificiale, costruita per sembrare “tipicamente sarda” agli occhi del turista italiano o straniero.

Tra gli errori più frequenti troviamo: plurali usati come singolari; italianizzazioni arbitrarie; grafie inventate; alternanza incoerente tra italiano e sardo; termini tradizionali ridotti a etichette esotiche.

Quando il plurale diventa un marchio: il caso “seadas”

Uno degli esempi più diffusi è l’uso di seadas come singolare: “Una seadas al miele” Dal punto di vista grammaticale, seadas è già un plurale. La forma singolare tradizionale è seada. Scrivere o dire “una seadas” equivale, in italiano, a scrivere e dire “un ravioli”. 

Dal punto di vista linguistico, il fenomeno non è casuale. In molte lingue capita che un termine straniero venga acquisito direttamente nella sua forma plurale e reinterpretato come singolare. In italiano esistono esempi noti come murales, silos, graffiti o altri prestiti percepiti come parole indivisibili, senza che il parlante riconosca più la morfologia originaria della lingua di partenza.

Questo tipo di rianalisi è normale quando il termine proviene da una lingua percepita come esterna al sistema linguistico del parlante. Il problema, nel caso di seadas, è diverso: non siamo davanti a un prestito esotico proveniente da una lingua sconosciuta, ma a un termine appartenente allo stesso spazio culturale e storico della comunità che lo utilizza.

Per questo il fenomeno assume un valore sociolinguistico particolare. L’uso di seadas come singolare mostra spesso una perdita di consapevolezza grammaticale nei confronti del sardo stesso: il termine non viene più percepito come parola appartenente a una lingua viva dotata di proprie regole morfologiche, ma come marchio gastronomico indistinto, fissato nella forma resa più popolare dal mercato turistico e dalla ristorazione.

In altre parole, il plurale viene reinterpretato come una sorta di etichetta commerciale invariabile. È un processo che non nasce dall’evoluzione interna spontanea della lingua, ma dalla progressiva folklorizzazione del termine.

Questo tipo di errore nasce spesso dall’idea che la forma più “sonora” o più riconoscibile per il pubblico turistico sia automaticamente quella “giusta”. Ma proprio questa dinamica mostra come il termine venga trattato non più come elemento linguistico reale, bensì come segnale estetico di “sardità”.

Molti ristoratori deformano i termini sardi pensando di renderli più accessibili. In realtà la comprensibilità non richiede la cancellazione del termine originale. È possibile mantenere il nome autentico accompagnandolo con una spiegazione chiara: Frègula:  “pasta tradizionale di semola servita con ….”. Questa soluzione conserva il termine culturale originale senza creare confusione.

Il menu come spazio simbolico

La questione non riguarda soltanto la correttezza grammaticale. Il menu è anche uno spazio simbolico perchè racconta che rapporto una comunità ha con la propria lingua.

Quando il sardo viene usato solo come effetto decorativo, si trasmette implicitamente l’idea che non sia una lingua pienamente funzionale, ma soltanto un colore locale da adattare alle aspettative del turismo.

Al contrario, un uso corretto e coerente dei termini tradizionali comunica che quei nomi appartengono a una cultura viva, con una propria grammatica e una propria storia.

Il problema non è tradurre. Il problema è sostituire o alterare i termini originali invece di accompagnarli.

In questo modo il cliente comprende il piatto senza che il termine sardo venga snaturato.

La cucina tradizionale sarda possiede un patrimonio terminologico ricchissimo, legato a pratiche locali, varietà linguistiche e storie comunitarie. Ridurre questi nomi a imitazioni turistiche significa impoverire non solo la lingua, ma anche il valore culturale del cibo.

Difendere la correttezza terminologica nei menu non significa fare purismo linguistico. Significa riconoscere che i nomi tradizionali non sono semplici etichette commerciali, ma parte integrante del patrimonio culturale della Sardegna. 

Pensate che 480.000 pagine web citano “fregola” come nome della pasta tradizionale sarda mentre solo 190.000 propongono il termine corretto “frègula”. La formula “fregola sarda o frègula” è già sociolinguisticamente significativa, perché mostra quale termine viene percepito come realmente comprensibile e quale come accessorio identitario.

Perdita della biodiversità linguistica

Il caso delle tzìpulas divenute zeppole o zippole è diverso rispetto a fenomeni come seadas usato al singolare, ed è particolarmente interessante dal punto di vista sociolinguistico perché mostra un processo di standardizzazione commerciale del lessico gastronomico sardo.

Storicamente, il dolce carnevalesco fritto oggi spesso presentato nei menu come “zeppola sarda” non aveva un unico nome in Sardegna. Esistevano numerose denominazioni locali e varianti territoriali, questo significa che il sistema tradizionale sardo era policentrico e linguisticamente ricco. Non esisteva una sola forma dominante valida per tutta l’isola.

Nel corso del Novecento, però, la pressione della ristorazione turistica, dell’italiano nazionale, dei ricettari commerciali e della comunicazione gastronomica ha favorito la diffusione di forme più facilmente riconoscibili per il pubblico italiano.

È in questo contesto che si diffondono: “zeppole sarde”o “zippole”. La forma italiana zeppola non coincide realmente con tutte le tradizioni sarde locali, ma viene utilizzata perché immediatamente comprensibile al turista. In altri casi nascono forme ibride come zippola, che sembrano tentativi di compromesso tra la fonetica sarda e la parola italiana più nota.

Il risultato è che il lessico gastronomico tradizionale tende a perdere la propria varietà interna per essere ricostruito secondo criteri di riconoscibilità commerciale.

Il menu turistico, quindi, spesso non conserva realmente il patrimonio linguistico sardo, ma lo semplifica e lo riorganizza in funzione del mercato. La lingua del cibo smette di rappresentare una rete di tradizioni locali vive e diventa una serie di etichette standardizzate pensate per essere immediatamente consumabili dal visitatore.

Il problema non è rendere comprensibile un termine tradizionale. Il problema nasce quando la comprensibilità viene ottenuta cancellando la complessità linguistica originaria.

Sarebbe però troppo semplice attribuire tutta la responsabilità esclusivamente al turismo o al mercato nazionale. Una parte importante di questo processo coinvolge direttamente anche molti operatori sardi della ristorazione e della comunicazione gastronomica.

Spesso le deformazioni linguistiche non vengono imposte dall’esterno, ma vengono adottate spontaneamente dagli stessi ristoratori sardi, convinti che la forma italianizzata sia più elegante, più professionale o più comprensibile per il cliente.

È qui che il fenomeno diventa particolarmente significativo dal punto di vista sociolinguistico. Il problema non è soltanto la pressione della lingua dominante, ma la progressiva interiorizzazione dell’idea che il termine sardo, nella sua forma autentica, sia troppo locale, troppo dialettale o poco adatto allo spazio pubblico.

Così il ristoratore finisce spesso per modificare spontaneamente parole appartenenti alla propria tradizione linguistica. Il risultato è paradossale: nel tentativo di rendere il prodotto più autentico e identitario agli occhi del turista, si finisce spesso per alterare proprio la lingua che dovrebbe rappresentarlo.

Ed è forse questo l’aspetto più delicato dell’intera questione: la deformazione linguistica non nasce solo da uno sguardo esterno sulla Sardegna, ma anche dalla difficoltà interna di riconoscere pienamente al sardo dignità culturale e comunicativa nello spazio commerciale contemporaneo.

Le “pardule” dell’aeroporto

Un esempio particolarmente significativo è una campagna pubblicitaria comparsa di recente in Sardegna con lo slogan: “Questi non sono muffin. Sono pardule.” L’intenzione comunicativa è chiaramente quella di valorizzare il prodotto tradizionale locale contrapponendolo a un dolce globale e standardizzato come il muffin. Tuttavia, proprio nel momento in cui il termine sardo viene rivendicato, la sua forma linguistica appare già modificata.

Nelle varietà sarde tradizionali, infatti, il plurale regolare è generalmente pardulas, mentre il singolare è pardula. La forma pardule mostra invece una tendenza all’italianizzazione morfologica: il plurale femminile in -as, tipico del sardo, viene sostituito con un plurale in -e, percepito come più naturale per il parlante italiano.

Il risultato è sociolinguisticamente paradossale: il prodotto viene presentato come simbolo identitario locale, ma il nome stesso viene adattato alle aspettative morfologiche della lingua dominante.

Non si tratta semplicemente di un errore grammaticale. Il fenomeno mostra un processo più profondo: il termine sardo viene accettato nello spazio pubblico e commerciale solo dopo essere stato parzialmente normalizzato e reso compatibile con la percezione linguistica italiana.

Come interrompere la deformazione linguistica dei nomi gastronomici sardi

Interrompere la progressiva deformazione dei termini gastronomici sardi non significa imporre un purismo linguistico artificiale, ma restituire dignità culturale e grammaticale a parole che appartengono a una tradizione ancora viva.

Il problema non nasce dalla necessità di rendere comprensibili i piatti ai turisti. Ogni lingua adatta e spiega i propri termini quando entra in contatto con un pubblico esterno. La questione diventa problematica quando il termine originario viene modificato, italianizzato o semplificato fino a perdere la propria struttura linguistica.

Scrivere fregola invece di frègula, usare pardule al posto di pardulas o trasformare tzìpulas in “zeppole sarde” non è soltanto una scelta grafica. È il segnale di una gerarchia linguistica implicita: il termine sardo sembra accettabile nello spazio pubblico soltanto dopo essere stato reso più vicino all’italiano.

Per interrompere questa pratica occorre innanzitutto modificare la percezione culturale della lingua sarda nella comunicazione gastronomica. Oggi molti ristoratori considerano le forme tradizionali “troppo dialettali”, “difficili” o “poco commerciali”, mentre le versioni italianizzate appaiono più professionali e più adatte al turismo. Finché questa percezione rimarrà dominante, le deformazioni continueranno a essere percepite come normali.

Una delle soluzioni più concrete sarebbe la creazione di linee guida linguistiche per la ristorazione e il turismo culturale. Non servirebbero manuali accademici complessi, ma strumenti pratici che mostrino come mantenere il termine originario accompagnandolo con una spiegazione comprensibile.

In questo modo il termine sardo rimane centrale, mentre la spiegazione italiana svolge una funzione di mediazione senza sostituire il nome originario.

Sarebbe inoltre importante introdurre una maggiore attenzione linguistica nelle scuole alberghiere, nella formazione turistica e nella comunicazione commerciale. Oggi si insegna il marketing territoriale, ma raramente si insegna il valore culturale della terminologia tradizionale. La lingua viene spesso trattata come semplice decorazione identitaria, non come patrimonio strutturato.

Un altro aspetto fondamentale riguarda la biodiversità linguistica interna della Sardegna. La ristorazione turistica tende a uniformare tutto sotto poche etichette facilmente riconoscibili, eliminando la varietà locale dei nomi tradizionali. Eppure proprio questa pluralità rappresenta una delle ricchezze culturali dell’isola.

Il problema, quindi, non è soltanto grammaticale. È il modo in cui il mercato trasforma una lingua viva in un marchio folkloristico semplificato. Difendere termini come frègula, pardulas o tzìpulas non significa opporsi alla comprensibilità o al turismo, ma evitare che il patrimonio linguistico sardo venga progressivamente normalizzato fino a perdere la propria identità.

Cosa dovrebbe fare la Regione Sardegna per tutelare la terminologia gastronomica tradizionale

Se la deformazione linguistica dei nomi gastronomici sardi è diventata un fenomeno sistematico, significa che non può essere affrontata soltanto sul piano individuale. La questione riguarda le politiche linguistiche, culturali e turistiche della Sardegna.

La Regione Autonoma della Sardegna potrebbe intervenire in diversi modi, non con logiche punitive o puristiche, ma attraverso strumenti di valorizzazione, formazione e standardizzazione consapevole.

Uno dei primi interventi possibili sarebbe la realizzazione di linee guida linguistiche regionali dedicate alla ristorazione, ai menu e alla comunicazione gastronomica.

L’obiettivo non dovrebbe essere imporre una varietà unica di sardo, ma: indicare le forme tradizionali attestabili; spiegare la morfologia corretta; evitare deformazioni commerciali ormai diffuse; fornire modelli di menu bilingui chiari e coerenti.

Queste linee guida potrebbero essere curate da linguisti, operatori culturali insieme a professionisti della ristorazione.

La Regione potrebbe promuovere l’uso corretto dei nomi tradizionali all’interno di disciplinari agroalimentari; certificazioni territoriali; campagne promozionale ufficiali; bandi dedicati alla valorizzazione culturale e turistica.

Oggi spesso le stesse istituzioni utilizzano forme italianizzate o incoerenti. Questo contribuisce a legittimare la deformazione linguistica. Se invece la comunicazione istituzionale adottasse sistematicamente le forme corrette, verrebbe creato un modello imitabile dal settore privato.

Molti errori non derivano da ostilità verso il sardo, ma da assenza di strumenti.

La Regione potrebbe finanziare: corsi brevi; materiali digitali; repertori terminologici; consulenze linguistiche;

modelli grafici per menu bilingui.

L’obiettivo non sarebbe trasformare i ristoratori in linguisti, ma fornire competenze minime per evitare deformazioni ormai normalizzate.

La terminologia alimentare tradizionale non è un elemento secondario della cultura sarda. È parte del patrimonio immateriale della Sardegna. Per questo motivo la RAS potrebbe: censire le varianti territoriali; creare archivi pubblici del lessico gastronomico; documentare nomi locali in via di scomparsa; sostenere progetti di ricerca sociolinguistica sul rapporto tra lingua e alimentazione.

Oggi molti termini sopravvivono solo nell’uso familiare o orale, mentre la comunicazione commerciale tende a sostituirli con etichette standardizzate.

Spesso il sardo nei menu appare come semplice decorazione identitaria, mentre l’italiano rimane la lingua realmente informativa. La Regione potrebbe incentivare modelli diversi, in cui: il termine sardo occupa la posizione principale; la spiegazione italiana accompagna senza sostituire; la terminologia locale mantiene piena dignità comunicativa.

Molte deformazioni linguistiche vengono oggi diffuse proprio attraverso campagne pubblicitarie regionali o commerciali.

La Regione potrebbe stabilire criteri minimi di correttezza linguistica per: campagne finanziate con fondi pubblici; promozione turistica istituzionale; eventi gastronomici patrocinati; materiali ufficiali sul patrimonio alimentare sardo.

Non è un caso che questo tipo di deformazione linguistica compaia proprio negli spazi dedicati al turismo e alla rappresentazione pubblica della Sardegna.

Il manifesto con la scritta: “Questi non sono muffin. Sono pardule.” non l’ho trovato in un contesto marginale o improvvisato, ma nell’aeroporto di Cagliari-Elmas: uno dei luoghi simbolicamente più importanti nella costruzione dell’immagine contemporanea dell’isola. Ed è proprio questo a rendere il fenomeno particolarmente significativo. L’aeroporto è il punto in cui la Sardegna si presenta ai visitatori, racconta se stessa e decide quali elementi della propria identità mostrare come autentici, riconoscibili e commercialmente spendibili. In questo caso, però, la valorizzazione del prodotto locale passa attraverso una forma linguisticamente già normalizzata e adattata alla percezione italiana.

Il messaggio pubblicitario vuole distinguere il prodotto sardo da quello globale -“non sono muffin” – ma contemporaneamente modifica la morfologia originaria del termine tradizionale. La lingua locale viene evocata come simbolo identitario, ma solo dopo essere stata resa più compatibile con le aspettative linguistiche dominanti.

È forse questo il punto più significativo dell’intera questione: la Sardegna continua a promuovere la propria identità gastronomica, ma spesso fatica ancora a riconoscere pienamente la dignità pubblica della propria lingua.

da qui