domenica 20 settembre 2026

Il Servizio sanitario non c’è più: è possibile ripristinarlo? - Piersergio Serventi

Una mattina dell’ottobre-novembre 1990, a Palazzo Chigi, il ministro del Tesoro Giuliano Amato, presiedendo la conferenza delle Regioni spiegò che se non avessimo fatto immediatamente una riforma della sanità in grado di ridurne la spesa, il Fondo Monetario Internazionale non ci avrebbe prestato i 15.000 miliardi indispensabili per pagare almeno gli stipendi pubblici. Cosa era accaduto? Era accaduto che, nei dieci anni precedenti, il nuovo SSN universalistico e gratuito non era stato supportato da stanziamenti finanziari adeguati. Avevamo fatto il SSN, ma non ci avevamo messo i sodi sufficienti per sostenerlo. Per cui i disavanzi si erano accumulati e i ripiani per evitare il blocco dei servizi erano stati fatti a debito, aggiungendosi al debito del sistema pensionistico (c’erano ancora le pensioni baby) e della macchina pubblica in generale. C’erano margini per recuperi di sprechi e inefficienze? Sì, ma non c’era tempo. Quindi l’alternativa posta da Amato fu secca: o la riforma subito per avere il prestito o il default dello Stato. Messa così, i Presidenti, non poterono che dare parere favorevole. Subito dopo, venne emanato il decreto-legge 1° dicembre 1990 n. 335 che impose il Commissariamento di tutte le Unità Sanitarie Locali, con mandato ai commissari straordinari di ricondurre la spesa entro gli stanziamenti prefissati. Quindi tagli lineari su tutto il sistema, sulla base di standard fissati dallo Stato per dotazioni di posti letto, di personale ecc. e perciò chiusura dei piccoli ospedali e reparti con indici di occupazione sotto standard, riduzioni dei presidi territoriali, accorpamenti di Unità Sanitarie su base provinciale, razionalizzazioni, ma soprattutto blocco delle assunzioni. Da lì in avanti vennero approvati la legge quadro n. 421 del 1992 e i decreti delegati n. 502 del 1992 e n. 517 del 1993 con l’aziendalizzazione del sistema, in un quadro ordinamentale che, pur dopo il superamento dell’emergenza, non è più stato sostanzialmente modificato, nonostante la cosuddetta riforma Bindi del 1999, che in realtà non ha modificato nulla di quell’impianto. Quindi possiamo fissare un punto fermo: la riforma del 1992-94 non aveva nulla a che fare con la tutela della salute degli italiani. Aveva un unico e dichiarato obiettivo: impedire che la spesa sanitaria potesse superare gli stanziamenti e creare problemi di ripiano a carico dello Stato. A prescindere dalla valutazione se gli stanziamenti fossero o non fossero adeguati alla tutela della salute come diritto costituzionalmente protetto e obbligo dello Stato.

L’obiettivo venne raggiunto? Si, in quattro mosse. Primoespulsione dei Comuni non solo dalla gestione, ma anche dal governo della sanità e trasferimento definitivo dal bilancio dello Stato al bilancio delle Regioni degli eventuali disavanzi affinché questi non fossero conteggiati nei calcoli del debito. Seconda mossaaccentramento sulle Regioni stesse di tutte le competenze di gestione delle nuove aziende sanitarie – così chiamate per far meglio capire di cosa si stesse parlando – per il tramite di funzionari regionali a contratto, quindi licenziabili in ogni momento, se inadempienti rispetto agli obiettivi assegnati dalla Regione, il primo dei quali era ed è, l’equilibrio di bilancio; con, per contro, incentivi economici, in caso di pareggio. Terza mossain caso comunque di disavanzi regionali, commissariamento delle Regioni da parte dello Stato, con mandato ai commissari governativi di ulteriori tagli lineari, quindi tagli del personale in primis, che è strutturalmente circa il 50% della spesa. Quarta mossail lancio dei Fondi sanitari, prima integrativi e poi sostitutivi dei LEA, e delle polizze assicurative. Il tutto defiscalizzato a carico dello Stato, in modo da favorire l’organizzazione della gran parte della domanda inevasa verso i privati, a loro volta destinatari di politiche di accreditamento per garantire loro la base economica certa su cui sviluppare l’offerta a pagamento diretto e indiretto. La conseguenza fu una proliferazione di convenzioni fra assicurazioni o fondi da una parte e strutture private dall’altra, in crescita esponenziale, fino ad arrivare al c.d. welfare aziendale sanitario, che oggi copre circa 15 milioni di italiani. Fa piacere per loro: basta sapere che così abbiamo ricostituito le mutue, con buona pace dell’universalismo e dell’uguaglianza di accesso alle cure.

Conclusione: per rendere sostenibile socialmente il definanziamento del SSN, con le conseguenze che sappiamo, si sono spostati oltre 40 miliardi di spesa dal bilancio dello Stato ai bilanci delle famiglie; e i 5-6 milioni di persone che non possono permettersi polizze e non possono pagare, si arrangino. Tanto sono pochi, senza voce e senza rappresentanza. Un paradosso: 5-6 milioni è circa lo stesso numero dei non tutelati prima della riforma del ‘78. Sotto questo aspetto, dopo 46 anni, siamo ritornati lì.

L’amara osservazione è confermata dall’analisi dei soggetti privati in campo e dalla loro rilevanza. Il gruppo S. Donato è quotato in borsa e gli azionisti vanno comunque remunerati. Penta Investiment è un fondo che ha già la più grande catena di ospedali e ambulatori dell’Est Europa e ha acquistato 3000 farmacie in Italia. La Exor di Agnelli ha investito 4 miliardi nel settore salute. La Kos, controllata da CIR (De Benedetti), che ha già 24 RSA, sta ulteriormente investendo. Previmedical mette a disposizione una rete medicale convenzionata in Italia con decine di strutture, in accordo con la recente costituzione per fusione del gruppo assicurativo “Intesa San Paolo RBM salute” con 606 milioni in premi. E sono dati di qualche anno fa. Uni Salute (Unipol), leader nel settore, ha 9800 centri convenzionati e, nei soli primi nove mesi del 2025, ha cresciuto la raccolta premi del 12,7%. Per non parlare del gruppo Garofalo e del gruppo Angelucci, quest’ultimo ben rappresentato in Parlamento e nel Governo. Ed è solo la punta dell’iceberg. Attenzione: non si tratta più di singoli imprenditori, ma di finanza nazionale e internazionale. Per i Fondi pensione, Empam compresa, investire in sanità privata in Italia è un business considerato altamente remunerativo. I fondi comprano perfino i project financing sciaguratamente ancora utilizzati, anche da noi, per costruire ospedali pubblici. E le Assicurazioni ovviamente non coprono gli over 75. Il tutto alimentato dai contratti di fornitura stipulati con i privati accreditati che in questo modo hanno la base economica garantita, per poi sviluppare le attività a pagamento diretto e indiretto, tramite le assicurazioni; e il tutto favorito da una legislazione che consente al privato di investire nei settori a maggior remunerazione e basso rischio, ovviamente lasciando alla rete pubblica il resto.

Come siamo arrivati a questo disastro? È accaduto che lo strumento “aziendalizzazione”, frutto di una cultura politica ben precisa, rendendo socialmente sostenibile il definanziamento praticato fin dal 1981, ha stravolto il sistema che, da universalistico e pubblico, è diventato misto. Quindi l’attuale situazione non è frutto del caso o del destino, ma di scelte ben ponderate, con responsabili ben noti. Ne valeva la pena? Non direi: in 30 anni abbiamo in parte smantellato il SSN e portato la spesa sanitaria pubblica sotto la media UE, ma abbiamo comunque un deficit oltre il 3% e il debito forse più alto d’Europa.

La domanda successiva è: è possibile rimettere il dentifricio nel tubetto o almeno evitare che ne fuoriesca ancora? Per una risposta positiva vedo due ordini di difficoltà: oggettive e soggettive. Partiamo da quelle oggettive. Fino a qualche tempo fa mi sarei limitato a dire che occorre una grande riforma organica che superi l’assetto ordinamentale dell’aziendalizzazione, senza rifare alcuni errori della legge n. 833 del 1978. Oggi, una riforma organica della sanità non basta più. È vero che un sistema sanitario pubblico, universalistico ed equo, è sostenibile finanziariamente nella misura in cui un popolo decide che lo sia, ma il problema delle risorse è reale. Allora, occorre innanzitutto riformare il fisco in senso progressivo intervenendo sui patrimoni e sulle rendite e non solo sui redditi da lavoro, per non parlare dell’evasione, al fine di liberare risorse, ma non basta. Per redistribuire ricchezza occorre crearla, ma per crearla occorrono politiche economiche e industriali coerenti, e una volta creata ricchezza occorrono politiche di bilancio che diano priorità al welfare, piuttosto che ad altro. Quest’ultima cosa, dati i tempi, mi sembra la più difficile. Quindi, per riportare la sanità italiana all’universalismo, occorre un intero programma di governo, alternativo non solo a quello attuale, ma in gran parte anche a quello dei governi precedenti. Vasto programma, appunto, direbbe De Gaulle; considerazione che non induce all’ottimismo.

Vedo poi una difficoltà soggettiva. Va apprezzato lo sforzo quotidiano di molti bravi amministratori regionali e locali per tenere a galla la barca. Ma non sono ancora convinto – e qui sta la criticità soggettiva – che, soprattutto a Roma ci sia davvero, anche a sinistra, consapevolezza di cosa veramente significhi ed implichi, voler salvare il SSN universalistico ed equo: nonostante Mattarella, nonostante gli allarmi per il rischio di “crollo” del sistema lanciati dal Presidente della Regione Emilia-Romagna e nonostante la proposta di legge di iniziativa popolare della CGIL, forse memore del fatto che fu la prima, nel 1959-60, a presentare un progetto di legge istitutivo del SSN, subito poi seguita dal PCI. Temo che l’assenza, nei programmi e negli allarmi della sinistra, di proposte concrete di superamento della cultura politica sottesa all’attuale assetto, nella governance tutta regionale e tecnocratica, nel rapporto con il c.d. secondo o terzo pilastro (assicurazioni e privato) non sia una dimenticanza, ma una scelta. E in effetti, al punto in cui siamo arrivati, destrutturare il sistema che si è creato, sia nell’assetto della governance pubblica (la riforma dovrebbe essere verso un rinnovato empowerment delle autonomie locali, non certo dello Stato) che di presenza arrembante del privato sostitutivo, con le sue migliaia di operatori e i suoi interessi e collegamenti trasversali, non appare una cosa agevole.

Ma non è un tema eludibile, pena il rassegnarsi alla deriva attuale, malgrado le parole e gli appelli. La legge n. 833 era semplicemente all’insegna del “ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Diciamola tutta: era un pezzo di socialismo nel sistema economico-istituzionale italiano. Forse per questo non poteva resistere all’egemonia neoliberista degli anni’80 e ‘90. Ciascuno ne tragga le conclusioni che ritiene.

* È l’intervento svolto nel convegno “Difendere il SSN universale equo uguale” (Parma, 8 maggio 2026)

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sabato 19 settembre 2026

Libertà per gli ucraini - Vincenzo Costa

C'è qualcosa di moralmente ripugnante in coloro che vogliono che gli ucraini continuino a morire.

Ripugnante perché stando comodamente a casa inviano soldi che sostengono un regime totalitario e nazista che costringe gli ucraini a morire, che li costringe a una guerra che non vogliono combattere.

In questa foto una donna ucraina implora un reclutatore di non costringere a forza il proprio marito a fare da carne da macello.

Quel reclutatore è chiunque voglia la continuazione della guerra, chiunque mandi soldi, sottratti a ospedali e scuole, per fare una guerra sino all'ultimo ucraino.

Gli ucraini non vogliono combattere e morire. Scene come queste sono la norma, la gente muore cercando di attraversare fiumi per sfuggire ai reclutatori, i livelli di diserzione sono altissimi, gli ucraini all'estero non vogliono più tornare.

Abbiamo distrutto un paese, costringendolo a fare una guerra per procura, l'ucraina non esiste più, non ha più sovranità, perché ha debiti sino alla millesima generazione.

L'abbiamo usata, il presidente Mattarella, la von der leyen, Macron. Ognuno per fini e interessi gretti ammantati da "diritti dei popoli".

In Ucraina non esistono partiti di opposizione, non si può parlare russo, viene perseguitata la chiesa ortodossa, non ci sono elezioni.

Lo stato ucraino è uno stato nazista a tutti gli effetti. Hanno riesumato con tutti gli onori innumerevoli criminali nazisti ucraini. Bandera è considerato il padre di una nazione inventata.

No, non sono solo male informati, non sono solo indottrinati. Sono moralmente ignobili. Non è una questione politica: è una questione antropologica.

*Commento Facebook del 20 agosto 2026

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venerdì 18 settembre 2026

Il fatturato cresce, ma l’impresa perde: l’errore sui prezzi che affonda le piccole aziende - Vincenzo Imperatore

Dopo 36 anni trascorsi nei capannoni delle aziende, la scena è quasi sempre la stessa. Entro nell’ufficio dell’imprenditore e, prima ancora di parlare di utile, liquidità o debiti, mi viene mostrato il fatturato. “Quest’anno siamo cresciuti del X per cento”, mi dice con soddisfazione. Poi apro il conto economico e scopro che l’utile si è assottigliato (o addirittura si evidenzia una perdita), la cassa è sotto pressione e i fidi bancari vengono utilizzati più di prima (per finanziare la “crescita”).

Il paradosso è solo apparente. Un’impresa può vendere di più e guadagnare di meno. Può perfino aumentare il fatturato producendo perdite. Accade quando ogni nuovo ordine genera ricavi, ma non lascia abbastanza denaro per coprire tutti i costi che l’azienda sostiene. In questi casi la crescita non risolve il problema: lo moltiplica.

Nella mia esperienza, almeno nel 95 per cento dei casi in cui incontro questa dinamica, all’origine c’è un errore molto semplice: l’imprenditore non sa determinare correttamente il prezzo di vendita. Conosce il costo della materia prima o della merce acquistata, aggiunge una percentuale decisa per abitudine, guarda il prezzo del concorrente e formula l’offerta. Il resto viene affidato all’istinto, alla trattativa o alla paura di perdere il cliente. Il prezzo, però, non può essere il risultato di una sensazione. Deve incorporare almeno tre componenti: i costi diretti, i costi indiretti e l’utile che l’impresa intende ottenere. I costi diretti sono quelli collegabili al prodotto o alla commessa: materiali, lavorazioni esterne, trasporto specifico e, quando è misurabile, manodopera impiegata. I costi indiretti sono meno visibili ma altrettanto reali: amministrazione, affitto, energia generale, software, manutenzioni, consulenze, assicurazioni e personale non direttamente produttivo. Se il prezzo copre solo i primi, l’azienda vende prodotti ma regala la propria struttura.

 

Prendiamo un esempio diverso da quelli più comuni. Una piccola impresa realizza un componente il cui costo diretto è di 100 euro. Dall’analisi dei conti emerge che, per ogni 100 euro di costi diretti, occorre attribuire 55 euro di costi indiretti. Il costo complessivo è quindi 155 euro. Se l’imprenditore vuole ottenere un utile del 10 per cento sul costo complessivo, il prezzo-obiettivo diventa 170,50 euro.

Il coefficiente di conversione è 1,705: basta dividere il prezzo-obiettivo, 170,50 euro, per il costo diretto, 100 euro. Da quel momento, moltiplicando per 1,705 il costo diretto di ogni prodotto omogeneo, l’imprenditore ottiene una prima indicazione del prezzo necessario per coprire la struttura e realizzare l’utile programmato. Questo numero permette anche di distinguere tre soglie che spesso vengono confuse. Sotto 155 euro si vende in perdita. Tra 155 e 170,50 euro si coprono i costi, ma si ottiene un utile inferiore all’obiettivo. A 170,50 euro si raggiunge il risultato programmato. Sopra quella cifra si crea un margine maggiore, a condizione che il mercato riconosca quel valore.

Non occorre un sistema informatico sofisticato. È sufficiente un semplice foglio di calcolo o uno strumento di controllo di gestione nel quale inserire i dati del conto economico, separare correttamente i costi e formulare un’ipotesi di utile. Il risultato è un coefficiente da aggiornare periodicamente, soprattutto quando cambiano il costo delle materie, dell’energia, del lavoro o la struttura aziendale.

Naturalmente il coefficiente non decide da solo il prezzo finale. Occorre considerare anche il mercato, la qualità del prodotto, il valore percepito dal cliente, i prezzi dei concorrenti, i volumi, la stagionalità e la forza commerciale dell’impresa. Ma il mercato può suggerire quanto il cliente è disposto a pagare; non può cancellare i costi sostenuti dall’azienda. Se il prezzo calcolato è superiore a quello accettato dal mercato, la soluzione non è vendere sistematicamente in perdita. Bisogna intervenire sul prodotto, ridurre la complessità, rinegoziare gli acquisti, migliorare la produttività, cambiare il posizionamento o rinunciare alla commessa. Un ordine antieconomico non diventa conveniente solo perché aumenta il fatturato.

C’è poi la questione degli sconti. Molti listini nascono senza conoscere il prezzo minimo e lo sconto viene concesso durante la trattativa come se fosse una variabile innocua. In realtà, senza una soglia calcolata, il commerciale può trasformare una vendita apparentemente importante in una perdita certa. Lo sconto massimo sostenibile non è quello che chiude l’ordine: è quello che non porta il prezzo sotto il limite economico stabilito dall’impresa.

Il fatturato ha un grande vantaggio psicologico: è visibile, cresce facilmente e consente di raccontare un’azienda dinamica. L’utile è più scomodo, perché obbliga a misurare l’efficienza. La cassa è ancora più severa, perché prima o poi presenta il conto degli errori commessi nei prezzi. Dopo tanti anni, continuo a incontrare imprenditori che conoscono a memoria il fatturato del mese ma non sanno indicare il prezzo minimo dei cinque prodotti più venduti. È da qui che dovrebbe cominciare ogni controllo di gestione. Non dalla domanda “quanto abbiamo venduto?”, ma da una domanda molto più utile: “Quanto ci è rimasto dopo aver venduto?”.

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giovedì 17 settembre 2026

Studente fotografa l’infiltrazione a scuola e viene punito, anche l’Ufficio scolastico regionale conferma la nota - Giuseppe Pietrobelli

 

Anche l’Ufficio scolastico regionale del Friuli-Venezia Giulia ha confermato la nota disciplinare per il ragazzo che, a maggio scorso, ha fotografato una vistosa macchia sul soffitto della classe: l’intervento è stato ritenenuto “congruo” rispetto a un comportamento considerato lesivo delle regole che vigono tra i banchi di scuola. “La famiglia” del ragazzo dell’Istituto commerciale Pertini di Pordenone “ha deciso di non ricorrere al Tar, anche se è convinta che non vi fossero motivi per una censura – spiega l’avvocato Marco Florit – perché ormai l’anno scolastico è terminato ed è venuto a mancare l’interesse attuale e concreto. Quindi il Tribunale amministrativo avrebbe potuto astenersi dalla pronuncia”.

Secondo docenti e responsabili scolastici, il ragazzo ha sbagliato a fare lo scatto: avrebbe dovuto chiamare un bidello, il quale a sua volta avrebbe interessato l’insegnante rappresentante della classe, il quale, infine, avrebbe indirizzato l’interpello al dirigente scolastico, il quale avrebbe ordinato l’intervento di sanificazione. Anche se da tempo tutti sapevano che le condizioni dell’aula non erano a regola d’arte, al punto che gli allievi venivano talvolta spostati altrove. In ogni caso, lo studente non avrebbe dovuto riprodurre immagini di denuncia, né tantomeno diffonderle all’esterno della scuola. Finite sulle pagine dei giornali locali, avevano creato un putiferio. Le autorità scolastiche, anziché valutare la sostanza, hanno colpito l’improvvido ragazzo, che ne aveva parlato in famiglia, prima degli articoli sui quotidiani. La sanzione disciplinare decisa dagli organi interni, equivalente a una nota di demerito, non aveva poi avuto effetti sulle valutazioni di fine anno. Il ragazzo era stato promosso, ma non si era arreso, ritenendo di aver subito un’ingiustizia.

La storia contiene non pochi elementi di contraddittorietà. Secondo la difesa il ragazzo non era punibile per aver usato il telefonino, che è vietato dal regolamento scolastico, avendo utilizzato un tablet di cui è in possesso per ragioni didattiche. Inoltre non aveva violato la privacy di nessuno, visto che si era limitato a riprendere un soffitto macchiato d’acqua e non le persone, insegnanti o coetanei minorenni. Si era improvvisato reporter attuando una forma di denuncia civica, visto che la situazione delle infiltrazioni si prolungava da tempo e si era consultato con i genitori. Lo studente aveva detto di essere stato autorizzato da un insegnante, ma quest’ultimo ha negato di averlo fatto. Ciò che ha indispettito la famiglia è il trattamento subito dallo studente. “Abbiamo rappresentato come una richiesta di colloquio dei genitori con la dirigenza scolastica non sia mai stata accolta. Anzi, il ragazzo è stato convocato da solo, per discolparsi, di fronte ad alcuni insegnanti. – spiega l’avvocato Florit – Non era stato avvisato dell’audizione in anticipo, né gli è stato consentito di venire assistito dai genitori o da un adulto”. L’Ufficio scolastico regionale non ha però ritenuto irrituale tale modalità.

Intervistato dal Gazzettino, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza dell’istituto, Antonio Sorella, ha dichiarato: “La materia sulla sicurezza è norma cogente, vuol dire speciale. Supera le altre norme del regolamento. Devi agire velocemente, si basa sulla prevenzione. Il papà del ragazzo, prima del ricorso, aveva chiesto un incontro alla dirigente per cercare di spiegarsi. Incontro che non c’è mai stato. È stata un’occasione persa, perché si poteva sfruttare questa vicenda per promuovere una cultura della prevenzione tra gli studenti”.

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mercoledì 16 settembre 2026

Nuoro, città “fu-turistica” - Francesco Mariani


Qualche giorno fa, davanti all’ex sede della Banca d’Italia, dinanzi al Municipio, sono stato fermato da un turista. Aveva l’aria un po’ smarrita di chi cerca e non trova. Mi ha chiesto come raggiungere Esit Ortobene. Per un attimo ho pensato a uno scherzo. Poi ho alzato gli occhi e ho visto il vecchio cartello che ancora indica, con ammirevole fedeltà al passato, la strada verso lo storico albergo, chiuso ormai da innumerevoli anni. Il turista cercava una struttura che non esiste più. Nuoro, invece, continua a indicargliela.

E’ una perfetta metafora della politica turistica nostrana: segnaliamo ciò che non c’è e non riusciamo a valorizzare adeguatamente ciò che abbiamo.

Da qui la domanda: Nuoro è una città turistica oppure è stata, per qualche fugace momento, una città “fu-turistica”? Perché, a essere sinceri, di veramente turistico in città si vede ancora poco. Non perché manchino le cose da raccontare, ma perché manca il modo di raccontarle, un sistema.

Nuoro possiede musei importanti, luoghi della cultura, case storiche, tradizioni, identità, paesaggi, quartieri e personaggi che potrebbero sostenere un’offerta turistica credibile durante tutto l’anno. Abbiamo persino una gastronomia di livello: a Nuoro si mangia bene quasi ovunque, grazie alla professionalità, alla passione e alla qualità dei nostri ristoratori. Eppure tutto questo non basta per prendere per mano il visitatore, spiegargli dove si trova, cosa può vedere, dove può mangiare, quali eventi sono in programma, come può muoversi e fermarsi una notte in più. A Nuoro, il turista è spesso lasciato solo con il proprio telefonino, qualche cartello inaffidabile e il prezioso aiuto dei passanti. Non sappiamo ancora accogliere pienamente chi arriva. Manca soprattutto un’idea condivisa di cosa Nuoro voglia essere agli occhi di chi viene da fuori. La città deve essere meta scelta non soluzione di ripiego. 

Il momento culminante dell’anno continua a essere la Festa del Redentore, una manifestazione straordinaria per valore religioso, culturale, identitario e popolare. Per qualche giorno arrivano visitatori, gruppi folk, fotografi, studiosi e appassionati. Poi, finita la festa, si torna al “travaglio usato”. 

Il Redentore dovrebbe essere il vertice di una programmazione annuale, non l’unico grande momento capace di rendere visibile la città. Intorno dovrebbero esserci eventi culturali, musicali, enogastronomici, sportivi, letterari e tradizionali, organizzati secondo un calendario unico e promosso con largo anticipo.

Gli eventi, in realtà, si fanno. Anche tanti. Il problema è che spesso non si sa che si fanno. Ogni ente, associazione o istituzione comunica per conto proprio, con tempi e modalità differenti. Le iniziative si accavallano, si ignorano reciprocamente o vengono annunciate pochi giorni prima, come se il turista decidesse di organizzare il proprio viaggio consultando casualmente una locandina affissa il giovedì per il sabato successivo.

Un calendario unico degli eventi non sarebbe un’opera faraonica. Sarebbe uno strumento normale. Un calendario annuale, continuamente aggiornato, promosso negli alberghi, nei ristoranti, nei musei, sui siti istituzionali, sui social e nei territori costieri. Per fare un esempio: di Alghero o Olbia sappiamo già date e luoghi degli eventi dell’anno venturo.

Servirebbe una regia. Una destinazione non nasce per generazione spontanea e neppure sommando iniziative scollegate. Occorre qualcuno che organizzi, coordini, programmi e misuri i risultati.

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martedì 15 settembre 2026

L’Onu dice che bisogna tassare i cibi peggiori - Antonio Piemontese

 

Un maxi-studio su Nature rivela il divario: l'obesità infantile rallenta in Occidente, ma esplode nei Paesi poveri. L'Onu propone di tassare il cibo spazzatura

In breve

  • Un maxi-studio su Nature, con dati di 232 milioni di persone dal 1980 al 2024, mostra che l’obesità infantile rallenta nei Paesi ricchi ma accelera in quelli poveri.
  • Nei Paesi in via di sviluppo il food environment espone i bambini a cibo ultraprocessato a basso costo, pubblicità aggressiva e mense scolastiche povere di alternative sane.
  • L’Onu propone di tassare il cibo spazzatura e regolamentare il marketing alimentare rivolto ai minori, sul modello di misure già adottate in alcuni Paesi.

La notizia è positiva, ma nasconde un rovescio della medaglia. L’obesità infantile frena nei Paesi occidentali – quelli del “benessere”, dove sarebbe arrivata al plateau –. Il problema è che aumenta nei Paesi in via di sviluppo. 

Possibile? Sì, se ad affermarlo è un articolo pubblicato su Nature nel maggio scorso. La ricerca ha monitorato altezza e peso di 232 milioni di persone dal 1980 al 2024, aggiornando continuamente i dati. Il maxi-studio rivela dinamiche inattese: mentre nei Paesi ad alto reddito (l’Italia tra i primi) si registrano interessanti segnali di inversione di tendenza tra i più giovani già dal Duemila, nella maggior parte dei Paesi a basso e medio reddito (Africa, Asia e America Latina) la crescita annuale dell’obesità è aumentata. 

Le cause sarebbero molteplici. Nei Paesi occidentali la legislazione e le campagne di associazioni e politica sono riuscite ad aumentare la consapevolezza – tra le più famose, la battaglia di Michelle Obama contro le bibite gassate. Nei Paesi meno sviluppati, invece, la minore disponibilità di cibi sani, i fattori culturali, il marketing e il desiderio di uno stile di vita identificato con il benessere non trovano argini. E la legislazione, qui, è fortemente inadeguata.

 

Perché l’obesità infantile cala nei Paesi ricchi

Anche l’università degli Studi di Padova ha fornito i dati di duemila soggetti. «L’importanza di questo lavoro», spiega a Valori il professor Antonio Paoli, che nell’ateneo dirige il Laboratorio di nutrizione e fisiologia dell’esercizio, «è che mentre in una metarevisione si mettono assieme gli studi di diversi ricercatori e la metodologia non è definita a priori, in questo caso è vero il contrario: per entrare nel database bisogna accettare preventivamente certe condizioni, ed è questa la sua forza».

Secondo quanto scoperto dagli studiosi, in alcuni Paesi sviluppati la crescita dell’obesità avrebbe rallentato tra bambini e adolescenti lungo tutto il corso degli anni Novanta del secolo scorso. Le differenze di passo non sono mancate: si spazia tra il 3-4% delle ragazze con problemi di obesità in Giappone, Danimarca e Francia, al 23% dei ragazzi maschi negli Stati Uniti.

In alcuni Paesi occidentali ad alto reddito (per esempio Italia, Portogallo e Francia) a partire dagli anni Duemila l’obesità ha addirittura cominciato a calare. Qualcosa di simile è stato osservato in alcune nazioni dell’Europa centrale e orientale. Gli adulti seguono il trend dei giovani, ma con circa un decennio di ritardo. «In pratica significa che le strategie che mettiamo in piedi da anni per ridurre epidemie di obesità cominciano ad avere effetto», commenta Paoli. La musica, però, cambia nei Paesi poveri, dove, nel corso del tempo, la curva non solo non si è invertita ma addirittura ha accentuato la pendenza.

 

Un bambino su dieci al mondo è oggi obeso

Analizzare i dati a livello regionale come fa lo studio di Nature fornisce utili indicazioni sui Paesi in cui indirizzare le politiche. Ma anche guardare ai dati aggregati, cioè a livello globale, aiuta a comprendere a che punto siamo.

Ci ha pensato l’Unicef, che a settembre 2025 ha spiegato che per la prima volta l’obesità ha superato il sottopeso tra bambini in età scolare e adolescenti. Non solo: a livello mondiale, ben un bambino su dieci sarebbe obeso. «Le tendenze sociali, economiche e tecnologiche che influenzano la disponibilità, la convenienza e l’uso di cibi differenti possono aver aiutato a controllare la crescita dell’obesità nei Paesi ad alto reddito, ma richiedono interventi di policy in quelli a medio e basso reddito», scrivevano gli esperti.

 

L’ambiente alimentare che espone i bambini al rischio

Le Nazioni Unite parlano di food environment, che si potrebbe tradurre con “ambiente alimentare”. I bambini dei Paesi più poveri e in via di sviluppo sono esposti a una costante presenza di cibi poco salutaribibite gassate che non hanno potere nutrizionale, ma apportano molte calorie e zuccheri, e cibi ultraprocessati. Opzioni salutari non sono disponibili, o facilmente accessibili.

Le conseguenze, anche sociali, sono immense. Diete poco salutari aumentano il rischio di sovrappeso, obesità, condizioni cardiometaboliche precoci, tra cui pressione alta, glicemia alta e livelli anormali di lipidi. Problemi, viene spiegato, che possono trascinarsi fino all’età adulta, aumentando il rischio di diverse patologie tra cui il diabete di tipo 2 e alcuni tipi di cancro.

«Ma sovrappeso e obesità sono anche associati a bassa autostima, ansia e depressione tra bambini e adolescenti. Con i genitori che pagano il prezzo delle sfide di salute emotiva dei figli e le difficoltà economiche derivate dall’aumento delle spese mediche. Le economie di tutto il mondo stanno già confrontandosi con i costi crescenti delle cure e una produttività ridotta della forza lavoro dovuta a sovrappeso e obesità», scrive l’Unicef.

 

Le cause economiche dietro la crescita dell’obesità

Alla base di quanto descritto c’è un apparente paradosso. Gli stessi fattori che hanno sollevato alcune popolazioni dalla povertà (per esempio i cibi industriali che hanno permesso di sfamare buona parte della popolazione) possono, una volta raggiunto l’obiettivo, cominciare a essere considerati in un’altra ottica. Cibi iperprocessati e conservabili sono serviti per combattere la denutrizione, ma il progresso non può fermarsi a questo punto, ammoniscono gli esperti.

Il fatto è che il marketing spesso dimentica l’etica, e colpisce senza riguardi proprio dove fa più male. Un esempio? La psicologia insegna che i bambini hanno una preferenza innata per i sapori dolci rispetto a quelli amari. E l’industria ha imparato presto a sfruttare questa debolezza. Cibi e bevande spazzatura (tipicamente ben impacchettati) sono ampiamente disponibili e aggressivamente pubblicizzati proprio nei posti dove i più piccoli vivono, giocano e studiano. E per di più costano poco. 

 

Supermercati, mense scolastiche e pubblicità digitale

Il progresso, come si diceva, non porta solo benessere. Nei Paesi a medio reddito, spiega l’Unicef, parallelamente alla diffusione dei centri commerciali che sostituiscono il commercio locale, cresce anche la presenza di alimenti poco salutari, che peraltro tendono a costare meno per via dei sussidi agli ingredienti principali – mais, soia e grano.

Non solo. La ricerca mostra che i negozianti mostrano più spesso il cibo spazzatura all’entrata dei negozi nelle aree più povere rispetto ai quartieri più ricchi, dove il livello culturale agisce da schermo. Accade, per esempio, in Argentina, Brasile, Costa Rica e Messico. Poi ci sono le mense scolastiche, che spesso nelle aree più povere servono carne processate, patatine, bevande zuccherate. E ai refettori si arriva tramite la politica, che non capisce il problema, o, nel peggiore dei casi, è collusa con l’industria. 

Non solo: il marketing digitale è particolarmente aggressivo nei confronti dei bambini che si sentono tentati dalla pubblicità e sotto pressione. In questo caso – in controtendenza rispetto al resto – a essere messi peggio sono i Paesi ad alto reddito, forse per la disponibilità di dispositivi. Ma, sottolinea l’Onu, la presenza di pubblicità invasive è a livelli inaccettabili anche in quelli poveri e persino nelle zone di guerra.

 

Come l’Onu propone di tassare il cibo spazzatura

Per cercare di aumentare i profitti, prosegue l’Onu, l’industria fa leva su importanti risorse finanziarie e influenza politica per resistere ai tentativi di regolamentazione. Questa disparità di poteri rende difficile per governi, comunità e famiglie proteggere il diritto dei figli a un’alimentazione sana. Accordi delle aziende con le istituzioni fanno entrare il junk food nei menu e creano lealtà nei piccoli consumatori, che domani saranno già presi all’amo.

L’Onu propone di utilizzare la mano pesante: le aziende poco etiche devono finire nel mirino dei governi. Diverse le opzioni sul tavolo, a cominciare da una normativa sul latte in polvere, ma anche leggi che colpiscano gli “ambienti alimentari” e che limitino la disponibilità, il marketing e l’acquisto del cibo spazzatura. Si possono, suggerisce l’Onu, tassare i cibi peggiori, arrivando a favorire con sussidi la produzione e commercializzazione di alternative salutari, che risultano spesso più costose: utile anche prevedere sussidi per veicoli commerciali in grado di mantenere la freschezza dei cibi, per esempio con celle frigorifere.

Il legislatore deve correre ai ripari anche per quanto riguarda i lobbisti, costringendo a dichiarare i propri conflitti di interesse: si può, inoltre, costruire un database dei dati sanitari e delle misure intraprese. Infine c’è un altro elemento, ricorda Paoli: «Spesso si scambia la lotta all’obesità con il cosiddetto bodyshaming, ma in realtà si tratta di una malattia riconosciuta anche in Italia, con delle conseguenze precise». Insomma, anche le buone intenzioni a volte possono condurre fuori strada.

da qui

lunedì 14 settembre 2026

L’ALBEDO TERRESTRE È CAMBIATO, QUALI SONO LE CAUSE E LE CONSEGUENZE?


Mentre in generale abbiamo una spiegazione universale per tutto, ovvero l’aumento della CO2 di origine antropica come causa del cambiamento climatico e degli innumerevoli eventi ad esso attribuiti, ci sono numerosi studi che sottolineano l’importanza della riduzione dell’albedo terrestre come causa del mutamento climatico. Il seguente studio, davvero ampio, che presento solo nella sua parte iniziale e conclusiva, mi sembra istruttivo in questo ambito. La diminuzione dell’albedo planetario e l’aumento dell’assorbimento della radiazione solare da parte della Terra sembrerebbero un elemento chiave. A mio avviso, è fondamentale indagare sulle ragioni della diminuzione dell’albedo terrestre a partire dagli anni Ottanta.

E per fare qualche ipotesi azzardata sulle cause e concause, la transizione del carburante verso il SINGLE FUEL NATO può avere un signficato in questo contesto? La CIA ha voluto giocare con l’albedo fin dagli anni Sessanta, cosa l’ha spinta a volerlo fare? Dalla fine degli anni ’40 iniziarono i massicci interventi nell’alta atmosfera, in particolare le detonazioni nucleari e infine gli esperimenti con i razzi. Gli effetti quali sono? L’aumento enorme del traffico aereo ha effetti inquinanti in quota. E di nuovo, gli effetti quali sono? Il traffico satellitare e radar ha modificato le condizioni atmosferiche da decenni. Avviene una trasmissione dall’alto e dal basso. È indubbio che l’uomo abbia influenzato le condizioni atmosferiche. Ma come!?

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Ruoli delle Variazioni dell’Albedo Terrestre e dello Squilibrio Energetico alla Sommità dell’Atmosfera nel Riscaldamento Recente: Nuove Prospettive da Osservazioni Satellitari e di Superficie

Studi precedenti hanno riportato una diminuzione dell’albedo planetario e un aumento dell’assorbimento della radiazione solare da parte della Terra dall’inizio degli anni ’80, e in particolare dal 2000. Questo avrebbe dovuto contribuire al riscaldamento superficiale osservato. Tuttavia, l’entità di tale contributo solare è attualmente sconosciuta, e la questione se un maggiore assorbimento di energia a onde corte dal pianeta rappresenti un feedback positivo a un riscaldamento iniziale indotto dall’aumento delle concentrazioni di gas serra non è stata conclusivamente risposta. Anche il Rapporto di Valutazione del 6° IPCC non ha valutato adeguatamente questa questione. Qui, quantifichiamo l’effetto della diminuzione dell’albedo osservata sulla Temperatura Globale della Superficie dell’Aria (GSAT) della Terra dal 2000 utilizzando misurazioni del progetto Clouds and the Earth’s Radiant Energy System (CERES) e un nuovo modello di sensibilità climatica derivato da dati planetari indipendenti della NASA impiegando regole oggettive di calcolo. La nostra analisi ha rivelato che la diminuzione osservata dell’albedo planetario insieme alle variazioni riportate dell’Irraggiamento Solare Totale (TSI) spiegano il 100% del trend di riscaldamento globale e l’83% della variabilità interannuale della GSAT come documentato da sei sistemi di monitoraggio basati su satellite e a terra negli ultimi 24 anni. I cambiamenti nell’albedo delle nuvole della Terra sono emersi come il principale motore della GSAT, mentre il TSI ha giocato solo un ruolo marginale. Il nuovo modello di sensibilità climatica ci ha anche aiutato ad analizzare la natura fisica dello Squilibrio Energetico della Terra (EEI) calcolato come una differenza tra radiazione a onde corte assorbita e radiazione a onde lunghe emessa dalla sommità dell’atmosfera. Osservazioni e calcoli del modello hanno rivelato che l’EEI risulta da un’attenuazione quasi adiabatica dei flussi di energia superficiale che viaggiano attraverso un campo di pressione atmosferica decrescente con l’altitudine. In altre parole, la dissipazione adiabatica dell’energia cinetica termica in parcelle d’aria ascendenti dà origine a un EEI apparente, che non rappresenta la “trappola di calore” da parte di gas serra atmosferici in aumento come attualmente si presume. Forniamo prove numeriche che l’EEI osservato è stato interpretato erroneamente come una fonte di guadagno energetico per il sistema terrestre su scale temporali pluri-decennali.

Analisi Critica del 6° Rapporto di Valutazione dell’IPCC sulla Valutazione delle Forzature Climatiche e l’Impatto dell’Albedo

Questo studio molto dettagliato può essere consultato QUI https://portaledellameteorologia.it/ruoli-delle-variazioni-dellalbedo-terrestre-e-dello-squilibrio-energetico-alla-sommita-dellatmosfera-nel-riscaldamento-recente-nuove-prospettive-da-osservazioni-satellitari-e-di-superficie/

In conclusione si legge

 I risultati suggeriscono la necessità di una profonda revisione del paradigma attuale di interpretazione del cambiamento climatico e delle iniziative socio-economiche correlate, volte a ridurre drasticamente le emissioni di carbonio industriale a qualsiasi costo. Un elemento cruciale di questo cambio di paradigma dovrebbe essere l’allocazione prioritaria di finanziamenti a supporto di ricerche interdisciplinari su larga scala sui meccanismi fisici che regolano l’albedo terrestre e la fisica delle nuvole, i veri fattori determinanti del clima su scale temporali di decine di anni.

FONTE

 

PIANO DI POTENZIAMENTO DELL’ALBEDO B https://psci.princeton.edu/tips/2020/9/26/what-is-geoengineering

Modifica dell’albedo

La modifica dell’albedo è un approccio di geoingegneria o ingegneria climatica che inverte il riscaldamento globale aumentando l’albedo della Terra e la sua capacità di riflettere la luce solare nello spazio. Per centinaia di anni, la civiltà umana ha modificato la superficie della terra attraverso la deforestazione, la desertificazione e l’agricoltura. Foreste, praterie, zone umide e altri ecosistemi naturali sono stati sostituiti da terreni coltivati. Ad eccezione della recente perdita di lastre di ghiaccio e ghiacciai, questi cambiamenti nella copertura del suolo hanno portato a un aumento dell’albedo superficiale. L’albedo è la proprietà della superficie terrestre di riflettere o assorbire la radiazione solare (si veda il video della NASA This World Is Black and White, che descrive il concetto di albedo).https://geoengineering.global/albedo-modification/

 

PERCHÉ L’ALBEDO TERRESTRE STA DIMINUENDO?

 

da qui



Addio Albedo - franco berardi

Mi pare che nel dibattito contemporaneo ci asteniamo dal trarre le (ovvie) conseguenze di ciò che ormai sappiamo sull’evoluzione del clima, della storia umana e della tecnologia, per un duplice (inconfessabile) senso di vergogna.

Anzitutto la vergogna (etica) che deriva dal fatto che abbiamo rinunciato a lottare contro il disumano perché la resistenza ci appare vana.

Ma anche per la vergogna intellettuale di dover dire qualcosa che tutti già sanno, anche se tutti fingono di non saperlo: che la vita umana è divenuta così misera e priva di piacere e di amicizia, che la sua estinzione — che sappiamo essere imminente — è la nostra unica (inconfessabile) speranza.

Retroazione positiva…

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se il bosco vive

vivrò anch’io

se i bosco muore

morirò anch’io

VOGLIAMO UNA NATURA VIOLENTA

CONTRO Lì’UMANO MORTO

(Bosco Ospizio, Reggio Emilia)

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Il 4 luglio doveva essere un giorno di festeggiamenti per il 250° anniversario dell’entità nazionale che sta guidando l’umanità verso una fine orribile. I festeggiamenti però sono andati a monte a causa del caldo. A Washington era prevista una parata militare, che è stata però annullata per via delle temperature in vertiginoso aumento. Nelle settimane successive, il fumo degli incendi boschivi canadesi ha avvolto Toronto e molte altre città della costa orientale.

L’estate del 2026 sancisce l’irreversibilità della catastrofe climatica che in breve tempo renderà impossibile la vita su larga parte della terra.

Le osservazioni dallo spazio mostrano che la luminosità della superficie terrestre sta diminuendo: vista da lontano, la Terra appare progressivamente più scura. Gli scienziati spiegano che è il segno di un rapido e allarmante declino dell’albedo terrestre, ovvero della capacità riflettente della superficie del pianeta. Riflettendo meno luce solare, la Terra assorbe più energia – soprattutto negli oceani – e accelera così l’aumento delle temperature globali. Questo fenomeno di oscuramento agisce come un amplificatore imprevisto e potente del cambiamento climatico. Il calore scioglie i ghiacci; di conseguenza, la riflettività diminuisce, la Terra si riscalda ulteriormente, il calore scioglie ancora più ghiaccio e così via.

E’ quel che si chiama feedback positivo: quando una caldaia raggiunge una temperatura eccessivamente alta, il termostato dovrebbe spegnere la fiamma. Ma se il termostato è andato in tilt, il fuoco si intensifica man mano che la temperatura sale.

Questo significa che siamo in trappola. Per quanto ne sappiamo, l’inarrestabile riscaldamento della Terra è destinato a rendere il pianeta inabitabile durante la vita dell’attuale generazione.

Comprensibile che la procreazione si stia fermando dovunque, come in un film di Alfonso Cuaron (non tanto bello) tratto da un romanzo di PD James, Children of men.

I teologi parlavano un tempo di *katechon* per definire una forza capace di preservare le entità in attesa dell’*eschaton*.

Il *katechon* è la forza che trattiene ciò che esiste dal collasso finale.

“Il potere che frena impedisce all’anomia di esplicarsi in tutta la sua catastrofica potenza per conservare la terra in vista dell’arrivo del Figlio dell’uomo.” (Francesca Monasteri: Katechon, Bollati Boringhieri, 2023, p. 13)

Il *katechon* è la forza che impedisce al mondo di dissolversi nel caos, trattenendo le forze opposte per evitare la disintegrazione.

Nella versione proposta da Paolo di Tarso, questa forza è di natura teologica, ma nell’età moderna avevamo imparato a riconoscere il *Katechon* in quell’insieme di forze fisiche, dispositivi tecnici e istituzioni politiche che fungevano da contrappeso tecnico e politico capace di mitigare gli effetti estremi provocati dalla “civilizzazione”.

Come la Natura disponeva di meccanismi per moderare il calore eccessivo come l’albedo, così il diritto internazionale mirava a contenere gli eccessi dell’aggressività militare.

I fisici lo definiscono “feedback negativo” (retroazione negativa): in un sistema dinamico la retroazione negativa mira a ripristinare l’equilibrio ogni volta che il sistema viene destabilizzato da fattori esterni o interni. Nel caso degli organismi viventi (come il corpo umano o il corpo sociale), si utilizza il termine “omeostasi” per descrivere il processo continuo di ripristino dell’equilibrio attraverso una reazione che contrasta la forza destabilizzante dell’entropia.

L’integrazione di un sistema dinamico è resa possibile da un complesso di retroazioni negative.

Al contrario, il feedback positivo (o feedback di amplificazione/auto-rinforzo) è un processo il cui esito rafforza l’effetto disgregante, generando un effetto di accelerazione del disordine.

In questa retroazione positiva, l’impatto di una perturbazione sul sistema comporta un incremento dell’azione perturbatrice.

La follia politica del nostro secolo è essenzialmente questa: il prevalere del feedback positivo su quello negativo, che in termini teologici si potrebbe definire come eliminazione del katechon. (*)

Il fascismo (e il fanatismo in generale) si fonda sull’idea che, quando la situazione precipita a causa di misure politiche aggressive, la cura consista in misure politiche ancora più aggressive. Fascisti sono coloro che credono che ulteriore estrattivismo sanerà gli effetti dell’estrattivismo passato e che maggiore ferocia sottometterà le energie psicopolitiche che quella stessa ferocia ha scatenato.

Per lungo tempo noi marxisti abbiamo creduto che il Capitalismo avrebbe finito per portare a una forma superiore di civiltà (il socialismo) perché questo era implicito nell’evoluzione della contraddizione fra lavoro e capitale. Ma piuttosto che accettare l’evoluzione verso una società egualitaria, il capitalismo ha preferito scatenare le potenze del caos, cioè il nazionalismo, il fascismo, la guerra.

Nell’epoca moderna, quando la Ragione rivendicava il compito di governare le passioni umane e gli interessi contrastanti, il diritto fungeva da forza capace di preservare l’ordine e di impedire alla società di autodistruggersi.

Si pensi, ad esempio, al ruolo del diritto internazionale nelle relazioni tra paesi e blocchi geopolitici contrapposti: l’obiettivo della politica statale non era quello di imporre la Ragione alle vicende umane — o di realizzare un ordine pacifico e privo di conflitti — bensì quello di agire come un meccanismo di retroazione negativa. Esso attivava gli ingranaggi politici e diplomatici in grado di ricondurre le forze contrapposte al tavolo dei negoziati, ripristinando così un certo ordine (per quanto instabile e provvisorio, eppure funzionale) all’interno del sistema internazionale.

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*) Un articolo di Giorgio Cesarale e Matteo Pasquinelli ricostruisce l’evoluzione del concetto di Katechon, e da questo punto di vista critica le posizioni ideologiche di Peter Thiel:

“He regards “woke” culture as a katechontic power that causes stagnation. He also includes the Club of Rome and its Limits to Growth report in this “culture of stagnation.”

https://www.e-flux.com/journal/164/6776901/the-algorithm-and-the-antichrist-political-theology-at-the-sunset-of-silicon-valley

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… e disintegrazione

L’attuale fase della disintegrazione si può descrivere così: dopo avere disattivato i dispositivi di retroazione negativa (diritto internazionale, regolazione delle emissioni tossiche in atmosfera, regolazione degli armamenti, regolazione del conflitto nel mercato del lavoro, regolazione dei mercati finanziari eccetera), i processi di retroazione positiva si stanno moltiplicando.

Il capitalismo globalista liberale attribuiva ai mercati il compito di auto-regolarsi. Dopo la crisi del 2000 e dopo quella del 2008 l’autoregolazione del mercato ha funzionato in modo egregio per i capitalisti, anche se ha provocato un impoverimento della popolazione e un aumento smisurato delle disuguaglianze. Comunque ha funzionato.

La grande novità del nuovo secolo sta nel fatto che i meccanismi di regolazione, compresa l’autoregolazione dei mercati, sono stati uno dopo l’altro smantellati prima in nome dell’assoluta libertà di mercato (deregulation), poi in nome del prevalere dell’interesse nazionale ovviamente foriero di guerra interminabile.

Al summit di Monaco che si è tenuto in febbraio 2026 (un anno dopo che, sempre a Monaco, Jack Vance aveva dichiarato la rottura del rapporto di alleanza con l’Europa), Marco Rubio ha spiegato che le regole del mercato sono meno importanti dei valori della nostra civiltà, cioè il razzismo, la supremazia bianca, e i privilegi coloniali.

Occorre riconoscere che i mercati sono pessimi per la giustizia sociale. Ma almeno hanno il dubbio vantaggio di autoregolarsi, sia pure a favore dei capitalisti e delle banche. La novità dell’era Trump-Putinista è questa: solo la forza, solo la minaccia, il ricatto, la violenza, la pistola alla tempia sono in grado di regolare qualcosa. Ma queste armi mafiose non serviranno per restituire stabilità alla macchina globale ora che la guerra contro l’Iran, voluta dai nazisti di Sion, l’ha fatta inceppare.

Nessuna autorità internazionale è in grado di disinnescare la dinamica di annichilamento reciproco che si è messo in moto con l’aggressione russa all’Ucraina.

Nessuna razionalità politica o diplomatica è in grado di fermare il riarmo dell’Unione europea che si prepara alla guerra contro la Russia.

Inoltre se l’equilibrio instabile sul quale corre sempre più precariamente l’economia globale dovesse rompersi, non ci sarà alcuna autorità politica che possa imporre una strategia comune, come è accaduto dopo la crisi del 2008: né ci sarà alcun meccanismo di autoregolazione di mercato.

Date le condizioni attuali del dominio di mafia etno-nazionalista sulla macchina-mondo, la prossima crisi economica promette di coincidere con l’inizio della fine della civiltà umana.

Non possiamo prevedere quali saranno i prossimi passaggi della disintegrazione: sarà lo sgonfiarsi della bolla dell’Intelligenza artificiale?

Sarà un cortocircuito nel rapporto tra cryptovalute e debito americano?

Sarà la guerra tra Cina e Giappone, quando la signora Takaichi annuncerà la decisione di produrre la bomba nucleare? O quella tra Giappone e Russia per le isole Curili?

O sarà la decisione russa di farla finita con il riarmo europeo prima che si sia compiuto?

O l‘invasione della Groenlandia?

O sarà una bella pandemia in condizioni di negazionismo sanitario?

O sarà un episodio di scontro armato tra poteri federali e poteri statali nella guerra civile che da mesi è tecnicamente iniziata negli Stati Uniti d’America?

Le scintille sono molte, e una di queste potrebbe appiccare l’incendio in tutta la prateria, e non ci saranno pompieri per spegnere l’incendio.

Quella in corso è una guerra di tutti contro tutti, perché l’etno-nazionalismo non conosce altro metodo per regolare i conti. Le molte teste del drago si azzanneranno tra loro. Non sarà un bello spettacolo ma non possiamo fermarlo.

Quel che possiamo fare è prevedere l’evoluzione del male, disertare ogni coinvolgimento nella guerra che si diffonde, disertare la riproduzione della specie e moltiplicare le linee di fuga, creando luoghi di solidarietà tra chi diserta il folle gioco suicida.

da qui