Amare Produzioni Agricole
giovedì 11 giugno 2026
mercoledì 10 giugno 2026
Quando il menu traduce male la Sardegna: turismo, ristorazione e deformazione dei nomi gastronomici sardi - Giuanna Dessì
In molti ristoranti sardi, soprattutto nei contesti turistici ma non solo, i nomi tradizionali dei piatti vengono presentati in forme linguisticamente deformate, ibride o grammaticalmente scorrette. Non si tratta semplicemente di errori ortografici in quanto il fenomeno rivela un rapporto problematico tra lingua sarda, mercato turistico e rappresentazione culturale dell’identità gastronomica.
Il menu è uno dei luoghi pubblici in cui una lingua minoritaria entra più
facilmente in contatto con il grande pubblico. Per questo motivo il modo in cui
vengono scritti e pronunciati termini come malloreddus, frègula, seada o pane
carasau non è un dettaglio estetico, ma una questione culturale e
linguistica.
Molti menu utilizzano il sardo come elemento decorativo o folkloristico,
senza rispettarne realmente la struttura grammaticale. Il risultato è spesso
una lingua artificiale, costruita per sembrare “tipicamente sarda” agli occhi
del turista italiano o straniero.
Tra gli errori più frequenti troviamo: plurali usati come singolari;
italianizzazioni arbitrarie; grafie inventate; alternanza incoerente tra
italiano e sardo; termini tradizionali ridotti a etichette esotiche.
Quando il plurale diventa un marchio: il caso “seadas”
Uno degli esempi più diffusi è l’uso di seadas come singolare:
“Una seadas al miele” Dal punto di vista
grammaticale, seadas è già un plurale. La forma
singolare tradizionale è seada. Scrivere o dire “una
seadas” equivale, in italiano, a scrivere e dire “un ravioli”.
Dal punto di vista linguistico, il fenomeno non è casuale. In molte lingue
capita che un termine straniero venga acquisito direttamente nella sua forma
plurale e reinterpretato come singolare. In italiano esistono esempi noti
come murales, silos, graffiti o altri prestiti
percepiti come parole indivisibili, senza che il parlante riconosca più la
morfologia originaria della lingua di partenza.
Questo tipo di rianalisi è normale quando il termine proviene da una lingua
percepita come esterna al sistema linguistico del parlante. Il problema, nel
caso di seadas, è diverso: non siamo davanti a un
prestito esotico proveniente da una lingua sconosciuta, ma a un termine
appartenente allo stesso spazio culturale e storico della comunità che lo utilizza.
Per questo il fenomeno assume un valore sociolinguistico particolare. L’uso
di seadas come singolare mostra spesso una
perdita di consapevolezza grammaticale nei confronti del sardo stesso: il
termine non viene più percepito come parola appartenente a una lingua viva
dotata di proprie regole morfologiche, ma come marchio gastronomico indistinto,
fissato nella forma resa più popolare dal mercato turistico e dalla
ristorazione.
In altre parole, il plurale viene reinterpretato come una sorta di etichetta
commerciale invariabile. È un processo che non nasce dall’evoluzione interna
spontanea della lingua, ma dalla progressiva folklorizzazione del termine.
Questo tipo di errore nasce spesso dall’idea che la forma più “sonora” o
più riconoscibile per il pubblico turistico sia automaticamente quella
“giusta”. Ma proprio questa dinamica mostra come il termine venga trattato non
più come elemento linguistico reale, bensì come segnale estetico di “sardità”.
Molti ristoratori deformano i termini sardi pensando di renderli più
accessibili. In realtà la comprensibilità non richiede la cancellazione del
termine originale. È possibile mantenere il nome autentico accompagnandolo con
una spiegazione chiara: Frègula: “pasta
tradizionale di semola servita con ….”. Questa soluzione conserva il
termine culturale originale senza creare confusione.
Il menu come spazio simbolico
La questione non riguarda soltanto la correttezza grammaticale. Il menu è
anche uno spazio simbolico perchè racconta che rapporto una comunità ha con la
propria lingua.
Quando il sardo viene usato solo come effetto decorativo, si trasmette
implicitamente l’idea che non sia una lingua pienamente funzionale, ma soltanto
un colore locale da adattare alle aspettative del turismo.
Al contrario, un uso corretto e coerente dei termini tradizionali comunica
che quei nomi appartengono a una cultura viva, con una propria grammatica e una
propria storia.
Il problema non è tradurre. Il problema è sostituire o alterare i termini
originali invece di accompagnarli.
In questo modo il cliente comprende il piatto senza che il termine sardo
venga snaturato.
La cucina tradizionale sarda possiede un patrimonio terminologico
ricchissimo, legato a pratiche locali, varietà linguistiche e storie
comunitarie. Ridurre questi nomi a imitazioni turistiche significa impoverire
non solo la lingua, ma anche il valore culturale del cibo.
Difendere la correttezza terminologica nei menu non significa fare purismo
linguistico. Significa riconoscere che i nomi tradizionali non sono semplici
etichette commerciali, ma parte integrante del patrimonio culturale della
Sardegna.
Pensate che 480.000 pagine web citano “fregola” come nome della pasta
tradizionale sarda mentre solo 190.000 propongono il termine corretto “frègula”.
La formula “fregola sarda o frègula” è già sociolinguisticamente significativa,
perché mostra quale termine viene percepito come realmente comprensibile e
quale come accessorio identitario.
Perdita della biodiversità linguistica
Il caso delle tzìpulas divenute zeppole
o zippole è diverso rispetto a fenomeni come seadas usato al
singolare, ed è particolarmente interessante dal punto di vista
sociolinguistico perché mostra un processo di standardizzazione commerciale del
lessico gastronomico sardo.
Storicamente, il dolce carnevalesco fritto oggi spesso presentato nei menu
come “zeppola sarda” non aveva un unico nome in Sardegna. Esistevano numerose
denominazioni locali e varianti territoriali, questo significa che il sistema
tradizionale sardo era policentrico e linguisticamente ricco. Non esisteva una
sola forma dominante valida per tutta l’isola.
Nel corso del Novecento, però, la pressione della ristorazione turistica,
dell’italiano nazionale, dei ricettari commerciali e della comunicazione
gastronomica ha favorito la diffusione di forme più facilmente riconoscibili
per il pubblico italiano.
È in questo contesto che si diffondono: “zeppole sarde”o “zippole”. La
forma italiana zeppola non coincide realmente con tutte
le tradizioni sarde locali, ma viene utilizzata perché immediatamente
comprensibile al turista. In altri casi nascono forme ibride come zippola, che sembrano
tentativi di compromesso tra la fonetica sarda e la parola italiana più nota.
Il risultato è che il lessico gastronomico tradizionale tende a perdere la
propria varietà interna per essere ricostruito secondo criteri di
riconoscibilità commerciale.
Il menu turistico, quindi, spesso non conserva realmente il patrimonio
linguistico sardo, ma lo semplifica e lo riorganizza in funzione del mercato.
La lingua del cibo smette di rappresentare una rete di tradizioni locali vive e
diventa una serie di etichette standardizzate pensate per essere immediatamente
consumabili dal visitatore.
Il problema non è rendere comprensibile un termine tradizionale. Il
problema nasce quando la comprensibilità viene ottenuta cancellando la
complessità linguistica originaria.
Sarebbe però troppo semplice attribuire tutta la responsabilità
esclusivamente al turismo o al mercato nazionale. Una parte importante di
questo processo coinvolge direttamente anche molti operatori sardi della
ristorazione e della comunicazione gastronomica.
Spesso le deformazioni linguistiche non vengono imposte dall’esterno, ma
vengono adottate spontaneamente dagli stessi ristoratori sardi, convinti che la
forma italianizzata sia più elegante, più professionale o più comprensibile per
il cliente.
È qui che il fenomeno diventa particolarmente significativo dal punto di
vista sociolinguistico. Il problema non è soltanto la pressione della lingua
dominante, ma la progressiva interiorizzazione dell’idea che il termine sardo,
nella sua forma autentica, sia troppo locale, troppo dialettale o poco adatto
allo spazio pubblico.
Così il ristoratore finisce spesso per modificare spontaneamente parole
appartenenti alla propria tradizione linguistica. Il risultato è paradossale:
nel tentativo di rendere il prodotto più autentico e identitario agli occhi del
turista, si finisce spesso per alterare proprio la lingua che dovrebbe
rappresentarlo.
Ed è forse questo l’aspetto più delicato dell’intera questione: la
deformazione linguistica non nasce solo da uno sguardo esterno sulla Sardegna,
ma anche dalla difficoltà interna di riconoscere pienamente al sardo dignità
culturale e comunicativa nello spazio commerciale contemporaneo.
Le “pardule” dell’aeroporto
Un esempio particolarmente significativo è una campagna pubblicitaria
comparsa di recente in Sardegna con lo slogan: “Questi
non sono muffin. Sono pardule.” L’intenzione comunicativa è
chiaramente quella di valorizzare il prodotto tradizionale locale
contrapponendolo a un dolce globale e standardizzato come il muffin. Tuttavia,
proprio nel momento in cui il termine sardo viene rivendicato, la sua forma
linguistica appare già modificata.
Nelle varietà sarde tradizionali, infatti, il plurale regolare è
generalmente pardulas, mentre il singolare è pardula. La forma pardule mostra invece
una tendenza all’italianizzazione morfologica: il plurale femminile in -as, tipico del sardo,
viene sostituito con un plurale in -e, percepito come più
naturale per il parlante italiano.
Il risultato è sociolinguisticamente paradossale: il prodotto viene
presentato come simbolo identitario locale, ma il nome stesso viene adattato
alle aspettative morfologiche della lingua dominante.
Non si tratta semplicemente di un errore grammaticale. Il fenomeno mostra
un processo più profondo: il termine sardo viene accettato nello spazio
pubblico e commerciale solo dopo essere stato parzialmente normalizzato e reso
compatibile con la percezione linguistica italiana.
Come interrompere la deformazione linguistica dei nomi gastronomici sardi
Interrompere la progressiva deformazione dei termini gastronomici sardi non
significa imporre un purismo linguistico artificiale, ma restituire dignità
culturale e grammaticale a parole che appartengono a una tradizione ancora
viva.
Il problema non nasce dalla necessità di rendere comprensibili i piatti ai
turisti. Ogni lingua adatta e spiega i propri termini quando entra in contatto
con un pubblico esterno. La questione diventa problematica quando il termine
originario viene modificato, italianizzato o semplificato fino a perdere la
propria struttura linguistica.
Scrivere fregola invece di frègula, usare pardule al posto
di pardulas o trasformare tzìpulas in “zeppole
sarde” non è soltanto una scelta grafica. È il segnale di una gerarchia
linguistica implicita: il termine sardo sembra accettabile nello spazio
pubblico soltanto dopo essere stato reso più vicino all’italiano.
Per interrompere questa pratica occorre innanzitutto modificare la
percezione culturale della lingua sarda nella comunicazione gastronomica. Oggi
molti ristoratori considerano le forme tradizionali “troppo dialettali”,
“difficili” o “poco commerciali”, mentre le versioni italianizzate appaiono più
professionali e più adatte al turismo. Finché questa percezione rimarrà
dominante, le deformazioni continueranno a essere percepite come normali.
Una delle soluzioni più concrete sarebbe la creazione di linee guida
linguistiche per la ristorazione e il turismo culturale. Non servirebbero
manuali accademici complessi, ma strumenti pratici che mostrino come mantenere
il termine originario accompagnandolo con una spiegazione comprensibile.
In questo modo il termine sardo rimane centrale, mentre la spiegazione italiana
svolge una funzione di mediazione senza sostituire il nome originario.
Sarebbe inoltre importante introdurre una maggiore attenzione linguistica
nelle scuole alberghiere, nella formazione turistica e nella comunicazione
commerciale. Oggi si insegna il marketing territoriale, ma raramente si insegna
il valore culturale della terminologia tradizionale. La lingua viene spesso
trattata come semplice decorazione identitaria, non come patrimonio
strutturato.
Un altro aspetto fondamentale riguarda la biodiversità linguistica interna
della Sardegna. La ristorazione turistica tende a uniformare tutto sotto poche
etichette facilmente riconoscibili, eliminando la varietà locale dei nomi
tradizionali. Eppure proprio questa pluralità rappresenta una delle ricchezze
culturali dell’isola.
Il problema, quindi, non è soltanto grammaticale. È il modo in cui il
mercato trasforma una lingua viva in un marchio folkloristico semplificato.
Difendere termini come frègula, pardulas o tzìpulas non significa
opporsi alla comprensibilità o al turismo, ma evitare che il patrimonio
linguistico sardo venga progressivamente normalizzato fino a perdere la propria
identità.
Cosa dovrebbe fare la Regione Sardegna per tutelare la terminologia
gastronomica tradizionale
Se la deformazione linguistica dei nomi gastronomici sardi è diventata un
fenomeno sistematico, significa che non può essere affrontata soltanto sul
piano individuale. La questione riguarda le politiche linguistiche, culturali e
turistiche della Sardegna.
La Regione Autonoma della Sardegna potrebbe intervenire in diversi modi,
non con logiche punitive o puristiche, ma attraverso strumenti di
valorizzazione, formazione e standardizzazione consapevole.
Uno dei primi interventi possibili sarebbe la realizzazione di linee guida
linguistiche regionali dedicate alla ristorazione, ai menu e alla comunicazione
gastronomica.
L’obiettivo non dovrebbe essere imporre una varietà unica di sardo, ma:
indicare le forme tradizionali attestabili; spiegare la morfologia corretta;
evitare deformazioni commerciali ormai diffuse; fornire modelli di menu
bilingui chiari e coerenti.
Queste linee guida potrebbero essere curate da linguisti, operatori
culturali insieme a professionisti della ristorazione.
La Regione potrebbe promuovere l’uso corretto dei nomi tradizionali
all’interno di disciplinari agroalimentari; certificazioni territoriali;
campagne promozionale ufficiali; bandi dedicati alla valorizzazione culturale e
turistica.
Oggi spesso le stesse istituzioni utilizzano forme italianizzate o
incoerenti. Questo contribuisce a legittimare la deformazione linguistica. Se
invece la comunicazione istituzionale adottasse sistematicamente le forme
corrette, verrebbe creato un modello imitabile dal settore privato.
Molti errori non derivano da ostilità verso il sardo, ma da assenza di
strumenti.
La Regione potrebbe finanziare: corsi brevi; materiali digitali; repertori
terminologici; consulenze linguistiche;
modelli grafici per menu bilingui.
L’obiettivo non sarebbe trasformare i ristoratori in linguisti, ma fornire
competenze minime per evitare deformazioni ormai normalizzate.
La terminologia alimentare tradizionale non è un elemento secondario della
cultura sarda. È parte del patrimonio immateriale della Sardegna. Per questo
motivo la RAS potrebbe: censire le varianti territoriali; creare archivi
pubblici del lessico gastronomico; documentare nomi locali in via di scomparsa;
sostenere progetti di ricerca sociolinguistica sul rapporto tra lingua e
alimentazione.
Oggi molti termini sopravvivono solo nell’uso familiare o orale, mentre la
comunicazione commerciale tende a sostituirli con etichette standardizzate.
Spesso il sardo nei menu appare come semplice decorazione identitaria,
mentre l’italiano rimane la lingua realmente informativa. La Regione potrebbe
incentivare modelli diversi, in cui: il termine sardo occupa la posizione
principale; la spiegazione italiana accompagna senza sostituire; la
terminologia locale mantiene piena dignità comunicativa.
Molte deformazioni linguistiche vengono oggi diffuse proprio attraverso
campagne pubblicitarie regionali o commerciali.
La Regione potrebbe stabilire criteri minimi di correttezza linguistica
per: campagne finanziate con fondi pubblici; promozione turistica
istituzionale; eventi gastronomici patrocinati; materiali ufficiali sul
patrimonio alimentare sardo.
Non è un caso che questo tipo di deformazione linguistica compaia proprio
negli spazi dedicati al turismo e alla rappresentazione pubblica della
Sardegna.
Il manifesto con la scritta: “Questi non sono muffin. Sono pardule.” non
l’ho trovato in un contesto marginale o improvvisato, ma nell’aeroporto di
Cagliari-Elmas: uno dei luoghi simbolicamente più importanti nella costruzione
dell’immagine contemporanea dell’isola. Ed è proprio questo a rendere il fenomeno
particolarmente significativo. L’aeroporto è il punto in cui la Sardegna si
presenta ai visitatori, racconta se stessa e decide quali elementi della
propria identità mostrare come autentici, riconoscibili e commercialmente
spendibili. In questo caso, però, la valorizzazione del prodotto locale passa
attraverso una forma linguisticamente già normalizzata e adattata alla
percezione italiana.
Il messaggio pubblicitario vuole distinguere il prodotto sardo da quello
globale -“non sono muffin” – ma contemporaneamente modifica la morfologia
originaria del termine tradizionale. La lingua locale viene evocata come
simbolo identitario, ma solo dopo essere stata resa più compatibile con le
aspettative linguistiche dominanti.
È forse questo il punto più significativo dell’intera questione: la
Sardegna continua a promuovere la propria identità gastronomica, ma spesso
fatica ancora a riconoscere pienamente la dignità pubblica della propria
lingua.
martedì 9 giugno 2026
lunedì 8 giugno 2026
Infortuni a scuola
Infortuni a scuola: 36.728 denunce e 8 morti in 4 mesi
Crescono le denunce di infortunio tra gli studenti. Nei primi quattro mesi del 2026, secondo i dati provvisori dell’Inail, sono state presentate 36.728 segnalazioni per alunni e studenti di ogni ordine e grado. Nello stesso periodo del 2025 erano state 34.268. L’aumento è del 7,2%.
Il numero colpisce perché riguarda la quotidianità
della scuola: aule, corridoi, palestre, laboratori, ricreazione, attività
didattiche e spostamenti. La scuola non è solo il luogo dell’apprendimento.
È anche uno spazio fisico attraversato ogni giorno da
milioni di minori, dove sicurezza, manutenzione, vigilanza e organizzazione
pesano concretamente sulla vita degli studenti.
Il dato più grave riguarda i casi mortali. Nei primi
quattro mesi dell’anno l’Inail ne ha ricevuti otto, contro i cinque denunciati
nello stesso periodo del 2025.
L’Istituto precisa che si tratta di numeri provvisori,
soggetti ad aggiornamenti nei mesi successivi, soprattutto per gli eventi
mortali e per quelli legati ai percorsi di formazione scuola-lavoro.
Le denunce che riguardano studenti coinvolti nei
percorsi di formazione scuola-lavoro sono state 355. In questo caso il dato
risulta in forte calo: meno 54% rispetto ad aprile 2025.
È una flessione significativa, ma da leggere con
prudenza, perché proprio su questa categoria le rilevazioni possono essere
aggiornate successivamente.
Nel complesso, gli infortuni in ambito scolastico
rappresentano il 18% di tutte le denunce arrivate all’Inail nel primo
quadrimestre del 2026. È quasi una denuncia su cinque.
La stragrande maggioranza degli incidenti, il 97%,
avviene durante lo svolgimento delle attività scolastiche. Solo il 3% è
classificato come “in itinere”, cioè nel tragitto tra casa e scuola.
La distribuzione per genere mostra una prevalenza
maschile. Il 58% degli infortuni denunciati riguarda studenti maschi, con un
aumento dell’8,1% rispetto al 2025. Le studentesse rappresentano il 42% dei
casi, anche in questo caso in crescita, ma con un incremento più contenuto: più
6%.
Ancora più netto il dato per età. Tre infortuni su
quattro riguardano minori di 15 anni. Il restante quarto interessa studenti dai
15 anni in su. È un elemento centrale: la maggioranza degli incidenti avviene
tra bambini e ragazzi più piccoli, cioè nella fascia che dovrebbe essere
maggiormente protetta dagli adulti, dall’organizzazione scolastica e dalla
qualità degli spazi.
Sul piano territoriale la Lombardia concentra il 24%
delle denunce nazionali, con un aumento dell’11,6% rispetto all’anno
precedente. Seguono Emilia-Romagna e Veneto, entrambe al 12% del totale
nazionale, e il Piemonte al 10%. L’Emilia-Romagna registra l’incremento più
marcato tra le regioni principali indicate dai dati: più 17,7%.
Il 95% delle denunce proviene da scuole statali,
mentre il 5% riguarda istituti non statali e privati. Anche questo dato va
letto tenendo conto del peso numerico della scuola pubblica nel sistema
nazionale. Ma conferma che la questione riguarda prima di tutto la scuola di
tutti, quella frequentata dalla maggioranza degli studenti italiani.
L’aumento delle denunce non va interpretato in modo
automatico. Dal 2025/2026 la tutela assicurativa Inail per studenti e personale
scolastico è stata resa strutturale.
Questo può favorire una maggiore emersione degli
episodi e una registrazione più completa degli infortuni. Ma l’emersione non
attenua il problema: lo rende più visibile.
Ogni denuncia racconta un fatto concreto: una caduta,
un urto, un incidente in palestra, un evento in laboratorio, un problema
durante un’attività scolastica. Nella maggior parte dei casi non si tratta di
eventi gravi. Ma quando il numero supera quota 36 mila in quattro mesi, la
prevenzione non può essere ridotta a una procedura burocratica.
La sicurezza a scuola dipende da molte cose insieme:
edifici mantenuti, spazi adeguati, palestre controllate, laboratori sicuri,
personale formato, sorveglianza sufficiente, regole chiare e tempi scolastici
sostenibili.
È una responsabilità diffusa, che riguarda dirigenti,
enti locali, ministero, personale scolastico e politiche pubbliche.
La scuola italiana discute spesso di programmi, voti,
discipline, valutazione e competenze. I dati Inail ricordano un punto più
elementare: prima ancora di imparare, uno studente deve poter stare in un luogo
sicuro.
Quando aumentano gli infortuni, la domanda non può
essere solo quante denunce siano arrivate, ma quanta prevenzione reale ci sia
dietro la vita quotidiana delle scuole.
domenica 7 giugno 2026
sabato 6 giugno 2026
Sugli aeroporti - Lucia Chessa
La chiamano “Rete degli Aeroporti Sardi” e sa molto di grande, di moderno,
di integrato. Tutto bello! E infatti non ci sarebbe niente di male se la
gestione della rete fosse pubblica, o almeno mista, cioè con quote private, ma
anche con una componente pubblica se non preponderante, almeno sufficiente a
tutelare il diritto dei sardi, e di tutti, ad entrare ed uscire da quest’isola.
Ma non è così.
Il fatto è che gli aeroporti sono un grande affare e scatenano appetiti
stratosferici. Vengono costruiti con fondi pubblici e una volta belli/pronti a
produrre utili vengono consegnati, per la gestione, a società che possono
guadagnarci un sacco di soldi. Senza contare che il rubinetto di mamma regione,
in virtù di ragionamenti che si fanno ai piani alti, è sempre pronto ad aprirsi
a favore dei soggetti gestori. Più di 120 milioni di euro, solo negli ultimi 10
anni, sono transitati dalle casse della regione a quelle dei soggetti che
gestiscono gli scali sardi. Piuttosto fastidioso un contesto in cui le spese
sono di tutti e i guadagni solo di alcuni.
Comunque ricapitolando. Oggi in Sardegna gli aeroporti di Alghero ed Olbia
sono gestiti da società a schiacciante maggioranza privata, Cagliari è invece
gestito da una società dove la Camera di Commercio del sud Sardegna, dunque un
ente pubblico, è azionista di maggioranza con il 94% delle quote. Lo scalo di
Cagliari è rimasto l’unico in Sardegna a gestione pubblica ed è proprio su
questo assetto che si muovono, da alcuni anni, interessi molto forti. Se tutto
dovesse loro andare liscio, e ogni sardo dovrebbe sperare che questo non
avvenga, fondi privati faranno da padroni in tutte le porte di accesso alla
nostra terra. Se tutto andasse dove vogliono lorsignori, sarà come aver
consegnato ad un estraneo le chiavi di casa nostra dandogli facoltà di decidere
come e quando entreremo ed usciremo, noi e i nostri ospiti.
Serve però un po’ di pazienza per capire il percorso, perché bisogna
tornare indietro di qualche anno, fino al 2023, quando una serie di operazioni
finanziarie e una fusione, portarono gli aeroporti di Alghero ed Olbia ad
essere gestiti dallo stesso soggetto: Olbia da Geasar e Alghero da Sogeaal, due
società per azioni dove chi comanda però è uno solo e cioè il fondo di
investimento privato chiamato “F2i Ligantia” che detiene, in tutte e due le
società, tra il 70 e 80 per cento delle azioni.
Non che l’operazione che ha portato alla fusione sia pacifica, non che
proceda lineare. Il tribunale di Cagliari, a seguito di ricorsi, l’ha sospesa,
ma il procedimento non si è ancora chiuso con una sentenza, anche perché la
regione ha più volte chiesto il rinvio. Ma guarda tu. La tecnica del rinvio
quando si attendono sentenze indesiderate da sempre i suoi buoni frutti.
E così, lungo il percorso, osservando i movimenti di ognuno, emergono piano
piano i registi/attori dell’intera operazione “Rete Aeroportuale Sarda” . Sono
3: F2i Ligantia, di cui è parte non marginale la Fondazione di Sardegna, la
Regione e la Camera di Commercio di Cagliari e infatti il passo successivo lo
ha fatto quest’ultima che, già azionista di maggioranza della società che
gestisce l’aeroporto di Elmas, con una delibera del 2023, molto contestata e
controversa, contro il parere dei suoi stessi revisori dei conti, ha deciso di
acquisire azioni di F2i Ligantia, pagandole con le proprie quote azionarie in
Sgear, la società che oggi gestisce l’aeroporto di Cagliari.
Non so se è chiara la raffinatezza. Un fondo di investimento privato, che
già gestisce Olbia e Alghero, in questo modo mette radici a Cagliari perché un
soggetto pubblico, la Camera di Commercio, senza uno straccio di bando, gli
consegna le proprie quote azionarie creando un monopolio nella gestione di
tutti gli scali, oltre che sulla pelle dei sardi.
Un vero capolavoro di non senso, bisogna dire, su cui già si è pronunciata
la Corte dei Conti con una sentenza di una chiarezza esemplare. I giudici contabili
evidenziano una serie di criticità pesanti già dalle prime fasi dell’operazione
Rete Aeroporti Sardi: rilevano che la Camera di Commercio, come tutti quelli
che gestiscono fondi pubblici, per cederli in qualunque forma, avrebbe dovuto
fare un bando pubblico e non scegliere discrezionalmente F2i, contestano che le
Camere di Commercio hanno limiti territoriali e non si capisce perché quella di
Cagliari dovrebbe avere ruoli di gestione negli aeroporti di Olbia e Alghero,
ma soprattutto rilevano che non ci sia nel progetto alcuna garanzia che gli
interessi privati e quelli pubblici trovino un punto di equilibrio accettabile.
Facile da capire si potrebbe dire, tanto più se argomentato sul piano giuridico
e finanziario come si fa in una sentenza. Così evidente da rendere
incomprensibile il fatto che il governo regionale sardo e la presidente Todde
continuino a non capirlo.
Ci si potrebbe aspettare infatti, che davanti alla demolizione dell’intera
operazione effettuata dalla Corte dei Conti i tre registi/attori si fermino, si
pongano qualche problema, e invece no. Non si fermano.
Vanno avanti, vogliono fermissimamente vogliono la Rete Aeroportuale Sarda,
e questa volta il passo avanti è toccato alla giunta Todde che, dopo aver
incaricato uno studio milanese, per essere accompagnati in sicurezza in un
percorso evidentemente tortuoso e rischioso, (al costo di 170mila euro) a marzo
2026, ha deliberato la firma di un Term Sheet.
Cosa è? Lo dicono in inglese per darsi arie, perché da l’idea di competenza
e perché l’italiano ormai fa troppo provinciale, figurati il sardo.
Significa semplicemente “accordo non vincolante” tra Camera di Commercio di
Cagliari, Regione Sardegna, fondo privato F2i Ligantia, dove si dichiara di
voler arrivare subito alla creazione della Rete Sarda degli aeroporti entro
settembre 2026. Si dichiara di voler andare avanti anche in caso di parere
contrario della corte dei conti, si stabiliscono una serie di clausole che a
leggerle si immagina la parte privata che fa da padrona e la parte pubblica stesa
a terra a tappetino, a preannunciare anticipatamente come funzioneranno gli
aeroporti sardi se l’operazione andasse a buon fine.
L’accordo sottoscritto contiene praticamente il piano B, qualora i
tribunali ordinari e contabili finissero, come sembra prevedibile, di smontare
a colpi di sentenze l’intero percorso messo in piedi fino ad oggi da Regione,
Camera di Commercio, società di gestione controllate dai privati di F2i e tra
questi la Fondazione di Sardegna.
Si stabilisce di creare una Holding, cioè una società che ne contiene altre
al suo interno e che nel caso specifico saranno le 3 società che oggi
gestiscono gli aeroporti sardi che saranno dirette e coordinate dalla nuova
Holding. Al suo interno i soci di maggioranza saranno privati e la regione ne
farà parte con il 9,25% delle azioni per l’acquisto delle quali, nella
finanziaria 2026 si stanno stanziando 30 milioni di euro. Soldi molti e
vantaggi zero per la verità, poiché la quota sarà marginale e del tutto
insufficiente ad orientarne le scelte.
La parte privata non potrà vendere, bontà sua, fino a dicembre 2028,
praticamente fino a domani, dopo avrà mano libera e potrà cedere le sue quote a
chiunque, indipendentemente dal parere della Regione Sardegna. Viceversa, la
parte pubblica “non potrà trasferire partecipazioni nella Holding a soggetti
che gestiscono altri aeroporti all’interno dello Spazio Economico Europeo,
senza l’autorizzazione scritta dei soci privati. E qualora la necessità di
bandi ad evidenza pubblica portassero all’interno della holding soggetti non
del tutto graditi alla parte privata, questa avrebbe diritto ad imporre “
limitazioni sia in termini di rappresentanza negli organi sociali, sia in
termini di veti sulle materie riservate”.
Cosa chiede la Regione Sardegna in cambio di tutto ciò? Il suo parere
favorevole vincolante nel caso si decida di chiudere un aeroporto per più di 60
giorni.
Caspita come siamo ben rappresentati! “Tutto” c’è in questo accordo
preliminare e nell’intera operazione, tranne l’interesse della Sardegna e dei sardi.
Noi chiediamo semplicemente di volare, chiediamo che la continuità
territoriale non sia una pagliacciata, chiediamo di non essere fuori dalle
rotte turistiche, di essere raggiungibili da chi vuole venire in Sardegna.
Chiediamo semplicemente che i soldi pubblici siano destinati a vantaggio di
tutti non solo a parole, ma anche con i fatti.
Lucia Chessa
Segretaria nazionale Rossomori De Sardigna
venerdì 5 giugno 2026
Il surreale dibattito negli Usa sul candidato dem: “È vegano o no?”. Trump lo attacca e James Talarico corre ai ripari: “Faccio barbecue da sempre” - Alberto Marzocchi
Essere vegano? Negli Stati Uniti è un'arma politica e culturale. Perché da giorni i repubblicani stanno attaccando così l'enfant prodige del Partito democratico. E cosa c'entra l'industria zootecnica a stelle e strisce
“È vegano o no?“. Qualcuno avrà scrollato le
spalle, disinteressato, ma è fuori dubbio che migliaia di elettori ed elettrici
tanto in Texas quanto negli Stati Uniti si
stanno facendo questa domanda. Perché lui, il soggetto – o, da un certo punto
di vista, l’oggetto – della discussione è James Talarico. Nome che
in Italia significa ancora poco, ma che negli Usa vale tanto: per il Partito
democratico è uno dei politici più promettenti in
circolazione, per il Partito repubblicano è lo stereotipo del
nuovo avversario, una specie di incarnazione di (quasi)
tutti i mali per il mondo Maga. E, perché no, l’uomo che potrebbe fare
lo scherzetto in passato tanto annunciato ma mai verificatosi: strappare il
Texas al Grand Old Party.
“È vegano, non può vincere in Texas”: la
premonizione di Trump
Talarico ha 36 anni e la faccia
pulita. Non a caso è un seminarista presbiteriano (aspetto che
lo avvicina all’area più moderata del partito e ai delusi da Donald
Trump), usa sempre toni molto pacati, assicura di voler fare la guerra ai miliardari (aspetto,
questo, che invece lo avvicina alla sinistra dei dem) e a marzo ha vinto le
primarie: il prossimo novembre correrà per le elezioni di medio termine.
Cioè, per un posto al Senato. Fin qui tutto normale, se non fosse
che un paio di settimane fa il presidente degli Stati Uniti in persona lo ha
attaccato: “Non potrà mai vincere in Texas, è vegano“. Tutto il partito
repubblicano, naturalmente, ha seguito Trump e ha iniziato a far coincidere il
fatto di essere vegano con una sorprendente onta morale. Vegano
uguale essere riprovevole, in pratica.
Lo ha fatto ieri anche lo sfidante al voto di metà
mandato, Ken Paxton, che solo la settimana scorsa ha vinto le
primarie per i repubblicani. Uno che è così distante, dal punto di vista
ideologico e antropologico, da Talarico, da rappresentare al meglio il modello
del politico Maga: 63 anni, procuratore generale del Texas
e ultraconservatore, ha fatto battaglie grazie al suo ruolo sia
contro Barack Obama sia contro Joe Biden,
soprattutto per quanto riguarda l’ambiente e l’immigrazione. È convinto che
Trump sia stato sconfitto nel 2020 a causa di un non meglio specificato complotto,
è anti-abortista e ha avuto più di un grattacapo con la giustizia: un patteggiamento
per frode, un impeachment per corruzione, accuse di abuso
d’ufficio. Un bel soggetto.
Gli insulti e il barbecue da otto
generazioni
Ma torniamo a Talarico e al dibattito surreale in
corso negli Stati Uniti. Il povero (si fa per dire) candidato dem in questi
mesi si è preso di tutto: sempre con un’accezione dispregiativa, dai suoi
avversari politici è stato definito “transgender”, “un insulto a Gesù Cristo“,
“Low-T Talarico” (per indicare bassi livelli di testosterone),
“Six-gender Jimmy” (alludendo a una sua dichiarazione su Dio, che non sarebbe
né maschio né femmina), “Tala-freako“, “defective candidate” e via
dicendo. Ma anche “Tofu-Talarico” e “gay vegano”. Tanto che “se gli fanno gli
esami del sangue, al posto del sangue trovano la soia”.
Il fatto è che l’attacco al quale Talarico ha replicato
con maggior prontezza è proprio quello legato al veganesimo. Il 15
di maggio Trump lo ha accusato di essere vegano. Il team di Talarico ha
smentito che il candidato dem lo fosse, e tre giorni dopo ha pubblicato una sua
foto con una camicia con stampata la bandiera del Texas mentre mangia
un pezzo di carne. E la settimana scorsa, a un comizio, Talarico ha
dichiarato: “La mia famiglia è texana da otto generazioni, faccio
barbecue dalla prima incriminazione di Ken Paxton”. La domanda è: il
candidato dem ha voluto ristabilire, nel dibattito pubblico, una verità, o più
semplicemente ha paura di perdere voti? Le due cose possono benissimo andare
insieme.
L’industria zootecnica e la cultura Usa:
perché Talarico si difende così
Nel 2022 Talarico partecipò a una raccolta fondi per
alcune leggi contro il maltrattamento sugli animali. Al microfono –
e il video di quelle dichiarazioni è diventato virale qualche settimana fa –
disse che “sono orgoglioso di poter dire che la nostra campagna è ufficialmente
diventata una campagna senza carne. Acquistiamo solo prodotto vegani da
aziende vegane locali”. In sostanza, un’azione encomiabile –
o, se si preferisce, non biasimevole – che ora gli si sta ritorcendo contro.
Disse anche che “credo che il tema del benessere animale sia diventato sempre
più rilevante. Non solo perché è la cosa giusta da fare, e la cosa
morale da fare, ma anche perché è necessario per combattere
il cambiamento climatico. È ormai fondamentale cercare di ridurre il
consumo di carne e di rispettare gli animali”. Esattamente ciò che dice
la scienza (se proprio vogliamo lasciar fuori la morale). Eppure, ora,
Talarico è corso ai ripari. Perché?
Il consumo di carne negli Stati
Uniti, dopo anni di costante regresso, è tornato a salire. Un
fenomeno che non è soltanto alimentare, ma è culturale. Secondo
svariate ricerche, gli Usa sono il Paese col maggiore consumo
di carne al mondo: pro capite, fanno più di 120 chilogrammi
all’anno, prevalentemente bovini e pollame (e il Texas, neanche a dirlo, è
lo Stato che guida la classifica interna). In Italia, per avere un metro di
paragone, arriviamo a circa 78-79 chili. Da quando Jonathan Safran Foer ha
scritto Se niente importa, nel 2010, le cose non sono cambiate:
negli Stati Uniti il 99% della carne proviene dagli allevamenti
intensivi, i cosiddetti CAFO (Concentrated Animal Feeding Operations).
L’intera filiera dell’industria zootecnica statunitense – quindi anche mangimi,
produzione, trasporto – vale circa 350 miliardi di dollari. Ma
secondo altre stime, tutto il comparto varrebbe un trilione di
dollari. E ogni anno l’amministrazione federale stanzia decine di miliardi di
dollari per il settore. Lo scambio tra la politica e gli interessi
dell’industria zootecnica è costante. Ma, come si accennava, al di là degli
interessi economici ci sono anche ragioni culturali ed
ideologiche dietro il consumo di carne. O, se vogliamo, alla base della più o
meno recente “tradizione” culinaria statunitense. Non a caso per la destra Usa
mangiare carne è diventata una pratica identitaria. Ma il caso
Talarico dimostra che il fenomeno è ben più radicato ed esteso. E la questione,
più complessa.