domenica 24 maggio 2026

Vento di malaffare nel Bel Paese - Grig


Incentivi, bonus, sgravi fiscali, contributi in favore delle energie prodotte da fonti rinnovabili in Italia sono fra le occasioni principali per il riciclaggio (non ecologico) di denaro di provenienza opaca e per la realizzazione di truffe di ogni genere ai danni delle casse pubbliche.

Ciò costituisce un gravissimo danno per le politiche ambientali e le aziende pulite del settore.

Non è una novità, purtroppo.

Ne ha parlato ancora una volta Report, programma di approfondimento giornalistico di RAI 3.

Grazie davvero, se ne sente il bisogno.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

Report10 maggio 2026

La via della pala. (Walter Molino)

Gli affari del vento: le mani delle mafie sull’eolico.

Le infiltrazioni della criminalità organizzata nel grande business dell’energia eolica, dalla Sicilia fino a Verona. Rivelazioni inedite ed esclusive sugli affari di Matteo Messina Denaro in Veneto.

 

da OK! Mugello11 maggio 2026

Inchiesta di Report sull’eolico: «Infiltrazioni mafiose negli asset acquisiti da AGSM AIM».

Il servizio “La via della pala” ricostruisce i legami tra la criminalità organizzata e i parchi eolici della multiutility. Riflettori accesi anche sulle procedure per il progetto nel Mugello.

L’inchiesta giornalistica La via della pala (clicca qui per vedere il servizio), trasmessa da Report il 10 maggio 2026, ha delineato una rete di infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore delle energie rinnovabili in Veneto. Al centro dell’inchiesta figura la multiutility AGSM AIM, ora ridenominata Magis, che avrebbe acquisito asset energetici legati a figure di spicco di Cosa Nostra.

Secondo la ricostruzione giornalistica, il boss Matteo Messina Denaro avrebbe coordinato personalmente l’espansione degli interessi mafiosi nel Nord Italia già nel 2006. Testimonianze inedite e materiale visivo lo collocano a Verona, dove avrebbe incontrato emissari della politica locale per gestire il business del vento. L’inchiesta evidenzia come il settore eolico sia diventato un canale privilegiato per il riciclaggio di capitali illeciti attraverso complessi passaggi societari.

Il parco eolico di Monte Mesa, a Rivoli Veronese, rappresenta l’operazione più discussa. Sviluppato inizialmente da società riconducibili a Vito Nicastri, noto prestanome di Messina Denaro, l’impianto è passato sotto il controllo di AGSM nel 2013 tramite l’acquisizione di quote del Gruppo ICQ. Durante la costruzione del parco, sarebbe emersa anche la presenza di ditte colpite da interdittiva antimafia.

Le criticità evidenziate dal servizio si potrebbero estendere anche al Centro Italia, con il progetto di Monte Giogo di Villore nel Mugello. Sebbene non siano emersi legami diretti con la mafia, l’iter autorizzativo ha generato forti scontri istituzionali e ricorsi per l’impatto paesaggistico. Uno dei vari esposti presentato dal consigliere comunale di Dicomano Saverio Zeni contesta inoltre clausole della convenzione sottoscritta tra l’azienda e gli enti comunali che limiterebbero i poteri di vigilanza dei comuni coinvolti.

L’indagine suggerisce che l’infiltrazione mafiosa nel Nord non avvenga tramite violenza, ma attraverso la finanza e la politica. Il gruppo AGSM AIM, che nel 2024 ha registrato una crescita nella produzione da rinnovabili, risulta particolarmente appetibile per operazioni di “ripulitura” di asset contaminati.

La redazione di OK!Mugello resta a disposizione di AGSM AIM per accogliere e pubblicare eventuali note, comunicazioni ufficiali o smentite in merito ai fatti riportati, con particolare riferimento ai progetti in corso sul territorio appenninico.

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sabato 23 maggio 2026

Nelle aziende il vero problema è disimparare: ecco quattro comportamenti da cambiare subito - Vincenzo Imperatore


Nelle piccole e medie imprese italiane la formazione viene spesso associata all’idea di aggiungere qualcosa: nuove competenze, nuovi strumenti, nuove tecniche commerciali, nuove procedure. Tutto utile, almeno in teoria. Ma nelle Pmi il problema più serio, quando il mercato diventa instabile, non è solo imparare cose nuove. È disimparare quelle vecchie.

Disimparare non significa rinnegare la storia dell’azienda o buttare via ciò che ha funzionato per anni. Significa riconoscere che alcune abitudini, un tempo efficaci, possono diventare un ostacolo quando cambiano clienti, margini, banche, tecnologie, costi e tempi di incasso. L’esperienza resta un patrimonio, ma se diventa automatismo cieco rischia di trasformarsi in una gabbia. Il famoso “abbiamo sempre fatto così” sembra prudenza; spesso è solo pigrizia mentale.

Il primo comportamento da disimparare è l’idea che tutto debba passare dalla testa del titolare. In molte Pmi il cliente importante lo segue lui, il prezzo lo decide lui, la banca la gestisce lui, il problema urgente lo risolve lui. Per anni questo modello ha retto perché l’impresa era più piccola e la complessità più bassa. Poi l’azienda cresce, le persone aumentano, i margini si comprimono, la liquidità diventa più delicata e quel modello eroico si trasforma in collo di bottiglia. L’imprenditore continua a sentirsi indispensabile, ma spesso è proprio la sua indispensabilità a impedire all’azienda di evolvere.

Governare, infatti, non significa controllare tutto. Significa costruire un sistema in cui le decisioni vengano prese al livello giusto, con dati adeguati e responsabilità chiare. Il titolare che non decide ogni dettaglio non perde potere: lo trasforma. Passa dal comando operativo al governo dell’organizzazione. Per chi ha costruito l’azienda dal nulla può essere un trauma, ma il bilancio, purtroppo per l’ego, non si commuove.

Il secondo comportamento da disimparare è la gestione per emergenze. In troppe Pmi l’urgenza è diventata cultura aziendale: si interviene quando il problema esplode, si guarda la cassa quando la banca ha già telefonato, si controllano i margini quando il prezzo è stato già concesso. L’emergenza dà l’impressione di essere reattivi. In realtà consuma energie, crea confusione e impedisce di distinguere ciò che è importante da ciò che è soltanto rumoroso.

Disimparare l’emergenza significa introdurre pianificazione, budget di cassa, indicatori, controllo degli scostamenti, riunioni periodiche e responsabilità preventive. Non per burocratizzare l’impresa, ma per evitare che ogni settimana sembri una prova di sopravvivenza. Nessuna azienda può eliminare l’incertezza, ma può attrezzarsi per leggerla prima. La differenza è tra chi intercetta i segnali deboli e chi li scopre quando sono già diventati fatture scadute, ordini persi o margini bruciati.

Il terzo comportamento da disimparare è la delega finta. Molti imprenditori dichiarano di voler responsabilizzare i collaboratori, ma poi continuano a intervenire su ogni decisione significativa. Delegano l’attività, non la responsabilità. Chiedono risultati, ma non concedono reale potere decisionale. Così il manager diventa responsabile di ciò che non può governare: una raffinatezza organizzativa, se l’obiettivo è produrre frustrazione.

Una delega vera richiede confini, obiettivi, dati e libertà di azione. Se un direttore commerciale deve difendere la marginalità, deve poter intervenire su prezzi, priorità e clienti entro limiti definiti. Se un responsabile amministrativo deve presidiare la liquidità, deve avere dati tempestivi e ascolto quando segnala rischi. Se un responsabile di produzione deve ridurre inefficienze, deve poter modificare flussi, tempi e metodi.

Il quarto comportamento da disimparare è la fiducia cieca nel passato. Un canale commerciale che per anni ha funzionato può saturarsi. Un cliente storico può diventare meno redditizio o meno solvibile. Una banca fedele può ridurre gli affidamenti. Un collaboratore affidabile può non avere più le competenze necessarie. Nelle Pmi tutto questo è difficile da accettare, perché ogni abitudine porta con sé memoria e riconoscenza. Ma dirigere nell’incertezza significa distinguere ciò che ha ancora valore da ciò che è solo familiare.

Da consulente di direzione aziendale, spesso ricordo che la domanda decisiva non è soltanto: “Che cosa dobbiamo imparare?”. È soprattutto: “Che cosa dobbiamo smettere di fare?”. Se si introduce un budget ma si continua a decidere solo sulla sensazione, il budget diventa arredamento contabile. Se si parla di controllo di gestione ma i dati arrivano tardi e nessuno li usa, il controllo è una liturgia. Se si formano i manager ma non cambia il modo in cui vengono prese le decisioni, la formazione diventa un investimento senza ritorno.

Nelle Pmi il cambiamento non dovrebbe essere un progetto straordinario, da avviare ogni tanto con un consulente, qualche slide e due parole motivazionali. Dovrebbe diventare una pratica ordinaria: aggiustamenti continui, verifiche periodiche, errori analizzati senza caccia al colpevole, decisioni corrette quando non producono risultati. Disimparare non è un gesto isolato. È una competenza organizzativa.

Le Pmi non devono diventare grandi imprese in miniatura. Devono diventare imprese più leggibili, più governabili e meno dipendenti dall’umore, dalla memoria e dall’onnipresenza del titolare.

Molte imprese non si indeboliscono perché imparano poco. Si indeboliscono perché continuano a proteggere ciò che dovrebbero superare. In un mercato incerto, la competenza più rara non è aggiungere strumenti, corsi e procedure. È lasciare andare i vecchi riflessi che impediscono ai nuovi strumenti di produrre valore.

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giovedì 21 maggio 2026

La caduta di un pilastro della democrazia - Vann R. Newkirk II

 

Le cose migliori brillano intensamente, ma mai a lungo. È stato così per il Voting rights act (Vra), la legge che per sessant’anni ha garantito il diritto di voto dei neri e ha neutralizzato i tentativi di sopprimerlo fatto dagli stati del sud, diventando la base per un accesso equo alle urne. Gli Stati Uniti esistono da 250 anni, ma hanno avuto il suffragio universale per meno di un quarto di quel periodo. La tv a colori, le carte di credito e le bambole Barbie sono arrivate prima del Vra e resteranno più a lungo. Il regno della regina Elisabetta II è durato dieci anni in più rispetto al provvedimento che garantiva la democrazia statunitense.

Il 29 aprile la maggioranza conservatrice della corte suprema ha portato a termine la sua campagna, durata tredici anni, contro il Vra. Nel caso Louisiana contro Callais, i giudici hanno limitato l’uso del fattore razziale nella definizione dei collegi elettorali e la possibilità per le minoranze di contestare distretti disegnati in modo da discriminarle.

Spiegando l’opinione della maggioranza, il giudice conservatore Samuel Alito ha affermato che il fattore razziale è ammissibile solo quando può essere dimostrata “la discriminazione intenzionale e concreta rispetto al voto”. In questo modo, la corte ha compromesso ogni tentativo di rimediare al razzismo – passato e presente – nel modo in cui vengono disegnati i distretti elettorali.

Nel sud degli Stati Uniti il voto ricalca le linee di divisione razziale: gli elettori bianchi tendono a scegliere il candidato che si oppone a quello sostenuto dagli elettori afroamericani. Oggi la manipolazione dei distretti a svantaggio dei neri può essere facilmente nascosta presentandola come un semplice tentativo di favorire i repubblicani.

Questa e altre manovre per modificare le procedure di voto mantenendo una neutralità di facciata sono sfruttate negli stati del sud per ostacolare la rappresentanza politica dei neri. Il Vra e le leggi successive avevano riconosciuto il problema, stabilendo che l’unico modo per arginare la discriminazione era introdurre soluzioni pratiche che tenessero in considerazione il fattore razziale.

Come le decisioni precedenti legate al Vra, anche l’ultima sentenza della corte suprema ha apparentemente una portata limitata, perché non cancella l’intera legge. Tuttavia, anche se l’edificio rimane in piedi, c’è solo la facciata. La legge – approvata grazie agli sforzi di attivisti come Fannie Lou Hamer e John Lewis, dei mezzadri del Mississippi e dei manifestanti dell’Alabama – è praticamente morta.

A prescindere da ciò che succederà alle elezioni di metà mandato, la politica statunitense è cambiata per sempre. Per gran parte della storia, gli ex stati confederati hanno fatto di tutto per ridurre al minimo l’influenza politica delle comunità afroamericane. Ora potranno ricominciare a farlo con la piena copertura della legge.

Uguaglianza formale

L’ultima sentenza arriva dopo quella del 2022 sul caso Robinson contro Landry, in cui i querelanti neri si sono opposti a una mappa elettorale approvata dal governo della Louisiana, controllato dai repubblicani. La mappa ammassava in un’area ristretta gli elettori neri, in modo da ridurre il loro impatto sul voto a livello statale. La Louisiana elegge sei deputati alla camera dei rappresentanti, e un terzo degli abitanti dello stato è composto da afroamericani. I querelanti hanno sostenuto, con successo, che la suddivisione dei distretti era una manovra illegale, perché all’atto pratico dimezzava il peso del voto dei neri.

In quell’occasione avevano presentato alcune mappe alternative che avrebbero protetto l’influenza dei neri, ma alla fine i tribunali hanno accettato il piano scritto dai repubblicani, tra cui il governatore Jeff Landry, alleato del presidente Trump. Questa nuova mappa creava un secondo distretto a maggioranza nera, rispettando formalmente la sentenza della corte suprema, ma continuava a proteggere la maggior parte dei candidati repubblicani da ogni rischio di essere sconfitti alle elezioni.

Nell’ultimo decennio la corte suprema ha concesso agli stati sempre più margine di manovra per manipolare i distretti in modo da ottenere un vantaggio politico (il cosiddetto gerrymandering). Nel 2019 il tribunale ha stabilito di non avere l’autorità per bloccare questi provvedimenti, a patto che i politici non agiscano con l’obiettivo esplicito di discriminare gli elettori in base al colore della pelle.

Progresso politico


Fino alla sentenza del 29 aprile, i tentativi di ricorrere al Vra per rimediare al razzismo nella distribuzione dei seggi tenevano conto del fattore razziale. Dopo il censimento del 1970, i parlamentari degli stati del sud decisi a ridurre il potere politico dei neri suddivisero le aree a maggioranza nera in distretti in cui gli afroamericani si sarebbero ritrovati in minoranza rispetto ai bianchi conservatori. Ma nel 1982 il congresso rispose emendando il Vra per consentire ai tribunali e al dipartimento di giustizia di bocciare le mappe che diluivano il voto delle minoranze.

Oggi le aree che eleggono molti parlamentari neri sono chiamate “distretti Vra”, disegnati dagli stati sotto la supervisione federale per garantire agli elettori delle minoranze la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Questo sistema partiva dal riconoscimento di una serie di circostanze: l’ovvia presenza di un pregiudizio, sì, ma anche il fatto innegabile che le leggi sulla segregazione in vigore fino agli anni sessanta erano state scritte in un linguaggio apparentemente neutrale dal punto di vista razziale, in modo da non violare formalmente la costituzione.

Il parere del giudice Alito ignora questo contesto ritenendolo irrilevante e riporta gli Stati Uniti indietro nel tempo, al 1896, quando il suo collega Henry Billings Brown scrisse che la formula secondo cui bianchi e neri erano “separati ma uguali” non era in contrasto con la costituzione, negando l’evidenza di una segregazione creata proprio per introdurre diverse classi di cittadinanza.

Una prima spallata al Vra era arrivata nel 2013. Allora il giudice della corte suprema John Roberts aveva sostenuto che l’elezione di tanti parlamentari neri e l’affluenza alle urne degli afroamericani dimostravano che la discriminazione negli stati e nelle contee disciplinati dalla legge non era più così grave.

Allo stesso modo, Alito ha svuotato il meccanismo che ha permesso l’elezione di molti rappresentanti neri, citando la difficoltà d’identificare la discriminazione intenzionale come prova che le cose, in America, sono cambiate. Tecnicamente il giudice riconosce che la discriminazione resta un problema, ma allo stesso tempo fissa criteri quasi irraggiungibili per dimostrarne l’esistenza.

Questa logica trasforma il Voting rights act in una legge zombie, una distorsione del suo scopo originario, che oggi protegge soprattutto i bianchi da qualsiasi tentativo di spezzare il loro controllo sproporzionato sul processo elettorale.

Molti statunitensi di tutti gli schieramenti non si rendono conto di quanto siano stati straordinari gli ultimi sessant’anni. Gran parte di ciò che oggi viene dato per scontato nella scienza politica è un prodotto recente, reso possibile dal Vra. Oggi gli Stati Uniti si vantano del livello relativamente basso di violenza politica, ma la situazione era molto diversa quando uomini e donne venivano linciati solo perché avevano osato registrarsi per votare. In questi decenni l’accesso ai seggi non è mai stato adeguato, ma la relativa facilità con cui molte persone hanno partecipato al processo politico esiste da poco.

Queste trasformazioni strutturali ci hanno regalato un paese in cui la fiducia nel cambiamento è diventata la norma. Ogni statunitense ha buone probabilità di conoscere qualcuno che per votare doveva pagare una tassa o sottoporsi a test di lettura e scrittura, ma che è sopravvissuto abbastanza da votare per il primo presidente nero.

Mia nonna, che ha da poco compiuto ottant’anni, era una donna adulta in Mississippi all’epoca della Freedom summer – la campagna per far registrare i neri in vista del voto nello stato – ed era una madre quando è stato approvato il Voting rights act.

La mia generazione è stata la prima a crescere sotto la piena protezione di quella legge, un’epoca in cui per le persone come noi la politica è stata un’ambizione ragionevole e tutt’altro che straordinaria. Il Congressional black caucus, che riunisce i deputati afroamericani, non esisteva fino al 1971, e oggi conta più di sessanta componenti.

Ora questi numeri caleranno. A cominciare dalla Louisiana, molti stati controllati dai repubblicani abrogheranno le mappe basate sul Vra e limiteranno l’influenza dei distretti abitati soprattutto dai neri, forse già in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Poi potrebbe toccare all’Alabama, dove la governatrice Kay Ivey ha convocato una sessione legislativa straordinaria per ridisegnare le mappe statali a meno di tre settimane dalle primarie.

In Tennessee, Georgia, South Carolina e Mississippi, i politici repubblicani hanno chiesto pubblicamente sessioni legislative straordinarie per ridisegnare le mappe alla luce della sentenza della corte suprema. Anche se queste nuove mappe potrebbero non essere valide già quest’anno, è solo una questione di tempo e volontà politica.

In base all’opinione della maggioranza conservatrice della corte suprema, ogni tentativo di trovare un rimedio a questa tendenza pericolosa sarà considerato illegale. La prospettiva di una diversità anche minima all’interno delle istituzioni potrebbe sparire rapidamente.

Detto questo, la rappresentanza al congresso non è mai stata l’obiettivo finale del Vra, né sarà il principale problema che dovremo affrontare dopo la distruzione della legge. Come spiegò Lyndon B. Johnson (il presidente che ratificò il provvedimento) lo scopo era costringere i nemici della libertà ad “aprire i cancelli dell’opportunità” a tutti gli statunitensi. Per Johnson i diritti elettorali erano legati alla “dignità dell’uomo e al destino della democrazia”, mentre la legge in sé doveva essere uno strumento per proteggere questo destino. Senza il Vra, nessuno statunitense potrà più credere che la propria dignità sia al sicuro.

I difensori del diritto di voto dei neri lo avevano capito da tempo: quando i diritti di un cittadino sono calpestati, i diritti di tutti gli altri cittadini non possono essere considerati davvero inalienabili. Il Voting rights act è una manifestazione concreta della dichiarazione d’indipendenza. Per secoli i neri hanno combattuto per il voto, non solo per far sentire la loro voce all’interno del governo ma per dimostrare il loro valore, sia agli altri sia a se stessi. Ci sono riusciti, ma solo per poco.  as

Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 32.

https://www.internazionale.it/magazine/vann-r-newkirk-ii/2026/05/07/la-caduta-di-un-pilastro-della-democrazia


mercoledì 20 maggio 2026

Lo spirito sportivo - George Orwell


Su Tribune, il 14 dicembre 1945, George Orwell pubblica un articolo che passerà, così come l’evento da cui prende le mosse, alla storia della cronaca sportiva. Si tratta dell’incontro di calcio fra la Dinamo Mosca e l’Arsenal, uno dei match che la squadra russa giocò in quel periodo in Gran Bretagna, e che si caratterizzarono per un livello di acrimonia e ostilità fra squadre che faceva eco al raffreddamento dei rapporti internazionali già pienamente in corso fra Regno Unito e URSS dopo la temporanea alleanza antinazista. È ragionando su questi incontri che Orwell conia la famosa frase “la guerra senza gli spari”, per descrivere lo spirito sportivo nell’era dell’agonismo e del prestigio nazionalista.

La rubrica Orwell è tradotta in italiano dalla traduttrice letteraria Anna Martini.


Ora che la breve trasferta della Dinamo[1] è terminata, si può dire in pubblico quello che molte persone ragionevoli dicevano in privato, ancor prima che la squadra di calcio arrivasse. Ovvero, che lo sport è un’inesauribile fonte di ostilità, e che se questa visita ha avuto un qualche effetto sulle relazioni anglo-sovietiche, ha potuto soltanto peggiorarle leggermente.

Neppure i giornali sono riusciti a nascondere il fatto che almeno due della quattro partite giocate hanno provocato forti malumori. Durante l’incontro con l’Arsenal, come mi ha riferito uno spettatore, un giocatore inglese e uno russo sono venuti alle mani e il pubblico ha fischiato l’arbitro. La partita di Glasgow, mi informa un altro, è stata un parapiglia fin dall’inizio. E poi c’è stata la polemica, tipica di quest’epoca nazionalistica, riguardo alla formazione della squadra dell’Arsenal. Era davvero una selezione nazionale inglese, come sostenevano i russi, o una semplice squadra di club, come sostenevano i britannici? E la Dinamo ha davvero interrotto bruscamente la tournée per non giocare contro una selezione nazionale inglese? Come sempre, a queste domande ognuno risponde a seconda delle sue predilezioni politiche. Non proprio tutti, però. È stato interessante osservare, quale esempio delle perverse passioni suscitate dal calcio, che il cronista sportivo del russofilo News Chronicle ha seguito la linea antirussa, affermando che l’Arsenal non era una selezione nazionale. Una polemica la cui eco risuonerà per anni nelle note dei libri di storia. Frattanto l’effetto della tournée della Dinamo, nella misura in cui ha sortito qualche effetto, sarà stato di creare nuovo malanimo in entrambe le parti.

E come potrebbe essere altrimenti? Mi sorprende sempre sentir dire che lo sport crea amicizia tra le nazioni, e che se i popoli del mondo potessero incontrarsi su un campo da calcio o da cricket, non avrebbero nessuna voglia di incontrarsi su un campo di battaglia. Se anche non avessimo esempi concreti (le Olimpiadi del 1936, per esempio) che le competizioni sportive internazionali scatenano rancori frenetici, potremmo dedurlo dai principi generali.

Quasi tutti gli sport praticati oggigiorno sono agonistici. Si gioca per vincere, e il gioco ha poco senso se non si fa tutto il possibile per vincere. In un campetto di paese, dove ti scegli una squadra e non c’è di mezzo il patriottismo locale, è possibile giocare per il semplice divertimento e per l’esercizio fisico; ma quando spunta la questione del prestigio, quando cominci a sentire che se tu e un gruppo più esteso non vincete, vi coprirete di vergogna, si destano gli istinti combattivi più feroci. Lo sa chiunque abbia fatto anche soltanto una partitella di calcio a scuola. A livello internazionale, lo sport è praticamente una simulazione di guerra. Ma non tanto è il comportamento dei giocatori ad essere significativo, quanto l’atteggiamento degli spettatori; e, dietro gli spettatori, quello delle nazioni che si scalmanano per queste competizioni assurde, e credono sinceramente – per brevi periodi, almeno – che correre, saltare e prendere a calci una palla siano prove di virtù nazionale.

Perfino un gioco tranquillo come il cricket, che dovrebbe esprimere più grazia che forza, può causare forti malanimi, come abbiamo visto nel caso della polemica sul bodyline[2] e sul gioco troppo duro della squadra australiana che è stata ospite in Inghilterra nel 1921. Il calcio, sport in cui tutti si fanno male e per cui ogni nazione ha un proprio stile di gioco che agli stranieri sembra scorretto, è molto peggio. Peggiore di tutti è la boxe. Uno dei più orribili spettacoli al mondo è un incontro fra pugili bianchi e di colore davanti a un pubblico misto. Ma il pubblico della boxe è sempre disgustoso, e in particolare il comportamento delle donne è tale che, se non erro, l’esercito vieta loro di assistere agli incontri dei suoi atleti. Ad ogni modo, due o tre anni fa, quando la Home Guard e le truppe regolari hanno organizzato un torneo di pugilato, mi hanno messo di guardia all’ingresso della sala, con l’ordine di non lasciar entrare le donne.

In Inghilterra, l’ossessione per lo sport non è uno scherzo, ma passioni ancora più violente si accendono nei paesi giovani, dove l’attività sportiva e il nazionalismo sono sviluppi recenti. In paesi come l’India o la Birmania, alle partite di calcio sono necessari robusti cordoni di polizia per impedire alla folla di invadere il campo. In Birmania, ho visto i sostenitori di una squadra sfondare lo sbarramento di polizia e intralciare il portiere avversario in un momento cruciale. La prima partita di calcio importante giocata in Spagna, una quindicina d’anni fa, terminò in un tumulto incontrollabile. Quando si destano forti sentimenti di rivalità, l’idea di giocare secondo le regole svanisce sempre. La gente vuole vedere una parte esaltata e l’altra umiliata, e dimentica che una vittoria ottenuta tramite l’inganno o l’intervento della folla è priva di senso. Anche quando gli spettatori non intervengono fisicamente, cercano di influenzare la partita incitando la propria squadra ed esasperando gli avversari con fischi e insulti. Lo sport serio non ha niente a che vedere con il fair play. È pervaso da odio, gelosia, vanagloria, disprezzo di ogni regola e piacere sadico di fronte alla violenza: in altre parole, è guerra senza gli spari.

Invece di blaterare della innocente e salutare rivalità del campo di calcio e del grande contributo dei giochi olimpici all’unione fra i popoli, è più utile chiedersi come e perché sia nato questo moderno culto dello sport. Quasi tutte le attività sportive che oggi pratichiamo hanno origini antiche, ma tra l’epoca romana e il XIX secolo lo sport non sembra essere stato preso molto sul serio. Perfino nei collegi inglesi il culto dello sport ebbe inizio soltanto sul finire del secolo scorso. Il dottor Arnold, generalmente considerato il fondatore della moderna public school, lo considerava solo una perdita di tempo. Poi, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti, le discipline sportive divennero progressivamente attività fortemente finanziate, capaci di attirare enormi folle e di suscitare passioni feroci, e il contagio si diffuse da un paese all’altro. Ad essersi affermati sono soprattutto gli sport più violentemente combattivi, come il calcio e il pugilato. Non ci possono essere molti dubbi sul fatto che tutto ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo, cioè alla stravagante abitudine moderna di identificarsi con grandi unità di potere e di vedere ogni cosa in termini di prestigio competitivo. Inoltre, è più probabile che gli sport organizzati si sviluppino nelle comunità urbane, dove l’essere umano medio conduce una vita sedentaria o almeno limitata nello spazio, e ha scarse occasioni di dedicarsi a un lavoro creativo. In una comunità rurale, un ragazzo o un giovane smaltisce molta energia in eccesso camminando, nuotando, tirando palle di neve, arrampicandosi sugli alberi, andando a cavallo e praticando vari sport crudeli verso gli animali, come la pesca, i combattimenti fra galli e la caccia ai ratti con i furetti. In una grande città, se si vuole dar sfogo alla forza fisica o agli impulsi sadici, bisogna indulgere in attività di gruppo. Le gare sono prese sul serio a Londra e a New York, come lo erano a Roma e a Bisanzio: si disputavano nel Medioevo, e probabilmente con molta brutalità fisica, ma non si mischiavano alla politica né erano causa di odii collettivi.

Non ci possono essere molti dubbi sul fatto che tutto ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo, cioè alla stravagante abitudine moderna di identificarsi con grandi unità di potere e di vedere ogni cosa in termini di prestigio competitivo.

Se si volesse accrescere l’immensa riserva di ostilità che esiste in questo momento nel mondo, credo che il modo migliore sarebbe organizzare una serie di partite di calcio fra ebrei e arabi, tedeschi e cechi, indiani e britannici, russi e polacchi, italiani e jugoslavi, ciascuna davanti a un pubblico misto di centomila spettatori. Certo, non voglio affermare che lo sport sia una delle cause principali della rivalità tra nazioni; lo sport su vasta scala è esso stesso, credo, soltanto l’ennesimo effetto delle cause che hanno prodotto il nazionalismo. Comunque è vero che si peggiorano le cose, mandando in campo una squadra di undici uomini con l’etichetta di campioni nazionali a battersi contro una squadra avversaria, assecondando la sensazione che la nazione sconfitta “perderà la faccia”.

Spero, quindi, che non daremo seguito alla visita della Dinamo mandando una squadra britannica in URSS. Se proprio dobbiamo, allora mandiamo una squadra di secondo piano, che sarà certamente battuta e che nessuno possa considerare rappresentativa dell’intera Gran Bretagna. Abbiamo già fin troppe preoccupazioni vere, e non c’è bisogno di crearne altre incoraggiando dei giovanotti a prendersi a calci sugli stinchi fra i ringhi di spettatori inferociti.


[1] Dinamo Mosca, la prima squadra di calcio sovietica ospitata in Occidente. Questa trasferta in Gran Bretagna è un evento leggendario nella storia del calcio post-bellico. (NdT)

[2] Tattica di lancio aggressiva, diretta verso il corpo del battitore, per intimidirlo e fargli male; pericolosa anche perché all’epoca si giocava senza il casco o altre protezioni. (NdT)

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martedì 19 maggio 2026

Brasile: «Non asfaltate l’Amazzonia»


Quell’autostrada in Brasile che fa esplodere il rischio di epidemie globali su Avvenire. Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali i lavori sulla BR-319 potrebbero innescare un devastante effetto a catena. Ecco perché.

 

Lavori stradali in Amazzonia realizzati dall’esercito

La BR-319, l’autostrada che taglia l’Amazzonia brasiliana da Nord a Sud, da Manaus a Porto Velho, è stata costruita negli anni della dittatura militare, tra il 1968 e il 1976. Gli ambientalisti la chiamano «la cicatrice della foresta», e mai avrebbero pensato che proprio un presidente progressista e – in teoria – ‘eco-friendly’ come Lula ne autorizzasse i lavori di completamento. Degli 885 chilometri totali di autostrada quasi la metà, circa 400 chilometri, sono ancora senza asfalto: il governo ha appena dato il via libera ad un cantiere che intuitivamente è ad altissimo rischio ambientale, in quanto espone l’area al disboscamento, e anche sociale, perché secondo le Ong viola i diritti delle popolazioni indigene.

 

Timori nel mondo

«Ma c’è anche dell’altro, che potrebbe spaventare non solo i brasiliani ma i cittadini di tutto il mondo, e non solo perché l’Amazzonia è il più efficace catturatore di CO2 e dunque il maggior fornitore dell’ossigeno che ci serve per sopravvivere sulla Terra», sottolinea Giuseppe Baselice . Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali e pubblicato sulla rivista Science, i lavori di asfaltatura della BR-319 potrebbero innescare nuove pandemie con impatto globale. L’articolo elenca i dati di un’indagine che ha identificato più di 18.000 agenti patogeni nella regione attraversata dall’autostrada, tra cui virus e batteri sconosciuti, con caratteristiche preoccupanti come elevata virulenza, tossicità, resistenza agli antibiotici e capacità di scambiarsi informazioni genetiche.

 

L’autostrada dei virus

«Il disboscamento della foresta amazzonica aumenta i rischi per la biosicurezza a livello locale, regionale e globale – scrivono gli scienziati, tra cui quelli dell’università di Utrecht e della Trinity University di San Antonio, in Texas -. Se completata, la pavimentazione dell’autostrada BR-319 collegherebbe uno dei più grandi ‘serbatoi zoonotici’del mondo (popolazioni animali selvatiche che ospitano naturalmente agenti patogeni—virus, batteri, parassiti—capaci di trasmettersi all’uomo) agli aeroporti internazionali, aumentando velocità e portata con cui nuovi agenti patogeni potrebbero diffondersi a livello globale». I grandi fiumi amazzonici, infatti, agiscono come una barriera naturale, isolando queste comunità microbiche da migliaia di anni.

 

L’intervento umano suicida

L’intervento umano, ancora una volta, può sconvolgere questo delicato equilibro e provocare severi problemi di ordine sanitario, consentendo ai microrganismi di diffondersi e creare nuove varianti di virus e batteri. «Anche perché, spiega inoltre lo studio, fino ad oggi la maggior parte della deforestazione è avvenuta nelle zone perimetrali dell’Amazzonia. Raramente, se non appunto per costruire la BR-319, ci si è addentrati così all’interno, mettendo mano all’ecosistema». E per la verità qualche conseguenza c’è già stata: una nuova variante del virus Oropouche, che causa febbre alta, è stata individuata nel 2024 proprio all’altezza del tratto centrale dell’autostrada incriminata, ed è giunta fino all’Europa e all’Italia.

 

Coronavirus

Non solo: nel 2021, la variante gamma del Coronavirus è stata identificata per la prima volta a Manaus. E poi ci sono i rischi per l’agricoltura e quindi per l’alimentazione: il Brasile è la «fattoria del mondo», essendo primo esportatore globale di diversi prodotti alimentari, tra cui zucchero, soia e carne bovina, e i patogeni rilevati dai ricercatori possono infettare proprio le piantagioni di canna da zucchero, di soia e gli allevamenti bovini.Infine, lo studio punta il dito contro l’estrazione di potassio, che pure può contribuire al formarsi di una nuova pandemia, essendo particolarmente diffusa in quella area.

 

E il governo Lula, che dice?

Interpellato dalla stampa brasiliana, il ministero dell’Ambiente ha fatto sapere che il dossier è ancora in fase di analisi: «Ribadiamo che l’analisi del processo viene condotta con rigore tecnico e in conformità con la legislazione vigente, nel rispetto delle decisioni giudiziarie e dei limiti di competenza». La sensazione è che nonostante le polemiche si procederà, come è avvenuto con l’autorizzazione concessa a Petrobras per trivellare la foce del Rio delle Amazzoni.

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lunedì 18 maggio 2026

Dell’ignoranza obbligatoria: l’istruzione “superiore” verso l’infimo e l’indistinto - Elisabetta Frezza

 

Nella prima parte di questo pezzo si riprendono ampi stralci delle tesi esposte da Lucio Russo nel suo libro “Segmenti e bastoncini” (1998) per mettere in luce come anche nel periodo successivo alla pubblicazione, fino agli ultimissimi giorni nostri, esse abbiano conservata, e confermata, la loro validità. Segno significativo della loro giustezza. I passaggi racchiusi tra virgolette sono tratti da quel libro. Con ciò, mentre si vuole dimostrare l’esistenza di un unico, non interrotto, disegno sovrapolitico – che, con la forza della preordinazione, ha potuto assorbire persino lo sbaraglio dei vari inquilini ministeriali –, si rende omaggio a uno studioso che con profondità di analisi ed eleganza ha contribuito alla riflessione sul senso della istituzione scolastica in generale, della scuola italiana in particolare. A lui è dedicato anche il libro a più mani “Salvare i saperi per salvare la scuola” (edizioni Il Cerchio, Rimini 2025).

Tutto quanto resta fuori dalle virgolette è invece farina del sacco di chi scrive, e l’autore di “Segmenti e bastoncini” non ne porta ovviamente alcuna responsabilità. Se non quella, appunto, di una comprovata lungimiranza di pensiero: anche attraverso le sue parole, infatti, il bombardamento inesausto di aberrazioni a cui oggi non si riesce più a trovare riparo, trova almeno uno straccio di spiegazione: antecedente necessario di qualsivoglia reazione che non sia emotiva e improvvisata.

Scrivendo, la pasta è cresciuta tra le mani. Ne è uscita una cosa lunga, che mal si concilia con l’esigenza di accedere a consumazioni veloci, propria di un tempo in cui non c’è tempo. Chi si prenda la briga di arrivare in fondo verificherà tuttavia che “in cauda venenum”.

In morte della TreeLLLe

Tutti sanno che la legislazione scolastica italiana dell’ultimo quarto di secolo non è frutto della dialettica parlamentare: la materia è troppo delicata per essere abbandonata agli estri della politica politicante. Tutti sanno che il luogo dove sono elaborate e scritte le riforme è altrove. Ad esempio nelle stanze della Fondazione Agnelli – un nome una garanzia – che, nata sessant’anni fa come istituto di ricerca nelle scienze sociali, ha presto focalizzato il proprio impegno sull’”education” (da quelle parti si dice così).

Ma, sopra tutto, a preconizzare alla lettera le novità normative sono sempre stati i Quaderni periodici della associazione TreeLLLe, il pensatoio (think tank in definizione autentica) dove è dislocata la regia del nostro sistema di istruzione e che è l’espressione in purezza del cosiddetto stato profondo: apparato confindustriale, banche, finanza, intellighenzia laica e clericale la più blasonata che c’è. A scorrere l’elenco dei componenti del “comitato scientifico”, del “forum delle personalità e degli esperti” e degli “eminent advisor” ci si imbatte in presenze significative, tra le quali un bel po’ di vecchi e nuovi titolari del dicastero. Quanto al nome dell’entità, creativo anche nel grafema, evoca quella “società dell’apprendimento permanente” (in lingua originale, Life Long Learning: le tre elle) che rappresenta il motivetto ispiratore del suo operato, cantato a palla nel coro dei burocrati d’Europa.

Fin qui, bene o male lo sanno tutti.

Forse non tutti sanno, però, che la TreeLLLe, venuta alla luce nel 2001, si è estinta nel 2025. Lo comunica in apertura il sito di riferimento con un necrologio molto essenziale, privo di dettagli sulle circostanze della dipartita. In mancanza di spiegazioni ufficiali, è legittimo formulare ipotesi fantasiose; e magari immaginare che l’entità sia stata semplicemente soppressa per aver esaurito il proprio mandato. O meglio, che il suo spirito abbia traslocato in altra sede, nel senso che, finalmente, si è fatta essa stessa ministero. Del resto, il ministro in carica, così come vari suoi predecessori, è un triellino di comprovata fede.

In ogni caso, la lista degli affiliati alla TreeLLLe costituisce prova documentale della contiguità, e continuità, tra coloro che hanno ricoperto ruoli apicali nel settore scolastico indipendentemente dalla relativa etichetta politica: a dettare l’agenda, infatti, è sempre la tecnocrazia di Bruxelles, vale a dire la quintessenza dell’antidemocrazia, e i tocchi autografi concessi ai singoli esecutori pro tempore (esecutori nel senso di membri dell’esecutivo, naturalmente) vanno intesi come carote lanciate qua e là all’elettorato di riferimento mentre il bastone batte inesorabilmente la medesima strada. Che poi tutti quanti costoro parlino appassionatamente la stessa identica lingua – una specie di sottoprodotto della lingua imperiale – arrivando, sprezzanti del ridicolo, a rasentare la caricatura, è la conferma definitiva della loro comune appartenenza, della compartecipazione a obiettivi comuni, della piena adesione al programma stabilito in alto (e altro) loco.

L’impressione, dunque, è che – lungo il binario unico, lastricato di formulette anglofone, calcato negli ultimi decenni dai novatori di tutto l’arco costituzionale – il treno sia quasi giunto al capolinea, e che in qualche modo ce lo stiano pure annunciando. Che il suo itinerario fosse segnato, e che il traguardo corrispondesse alla demolizione della struttura della scuola italiana e al dissolvimento della sua anima, era chiaro già dalla fine del millennio trascorso, o almeno lo era agli osservatori più attenti.

L’attualità della ricostruzione di Lucio Russo

Risale al 1998 l’uscita in prima edizione del pamphlet di Lucio Russo Segmenti e bastoncini che, a dispetto dell’età anagrafica, resta una pietra miliare nell’analisi delle vicende riguardanti la cosiddetta pubblica istruzione. Per questo, vale la pena rispolverarlo e apprezzarne la tenuta dopo il lungo intervallo di governi e pandemie, e il diluvio di leggi leggine decreti e circolari.

La temperie, all’epoca della pubblicazione, era quella della riforma Berlinguer, quindi praticamente l’inizio – per lo meno: l’inizio della sua elaborazione sistematica, ché dei primi passi estemporanei erano già stati fatti, per lo più sotto il furbo espediente della “sperimentazione” – dell’iter di sostituzione della scuola italiana con qualcosa di altro da sé. La riforma Berlinguer, scrive Russo, si inseriva «in un processo di lungo periodo che per quanto riguarda l’Italia è iniziato almeno negli anni sessanta, quando, anche sotto la spinta del movimento studentesco, la vecchia impalcatura gentiliana subì i primi consistenti attacchi». Sì che, guardando la scena dall’alto, «la novità essenziale promossa dal ministro Berlinguer sembra essere l’efficienza e la radicalità del cambiamento, e non la sua direzione».

Ma qual era l’impalcatura che si voleva risolutamente abbattere? Prima della colata di lava delle mille riforme impacchettate dentro le formulette eufoniche del pedagogese, «si pensava – dice Russo – che la cultura avesse una solida base unitaria, in assenza della quale non fosse possibile acquisire le varie conoscenze specialistiche. I contenuti della cultura di base includevano l’inquadramento nello spazio e nel tempo della propria esperienza diretta, grazie a un corpo di conoscenze geografiche e storiche, gli elementi fondamentali della storia della cultura occidentale, sin dalle sue basi nella civiltà greca, lo studio della letteratura nazionale e una serie di strumenti concettuali elementari, considerati indispensabili a quelle che venivano dette “persone colte” […]. Gli studenti venivano abituati a usare contemporaneamente due diversi livelli di discorso: quello concreto […] e quello teorico, per il quale occorreva usare una terminologia specifica. […] La soluzione di problemi (in particolare di traduzione) veniva ottenuta applicando, in modo non meccanico, regole generali a casi particolari». Un’idea del livello culturale di base diffusamente accettato era fornito – spiega Russo – dalle enciclopedie (ad esempio l’Enciclopedia Italiana), da cui si evinceva «quali fossero le conoscenze che l’autore di una voce […] poteva considerare prerequisite». Analogo termometro sono i libri di testo, sempre in rapporto al loro pubblico potenziale.

«Non a caso – osserva Russo – si trattava di una scuola che si rivolgeva a chi avrebbe dovuto prendere decisioni e non a futuri esecutori e consumatori passivi».

Per la cronaca, dopo Berlinguer (e dopo il libro) sarebbero arrivate, coi loro bastimenti carichi di innovazioni, la Moratti e la Gelmini; fu poi la volta di Renzi sotto le mentite spoglie della Giannini, col suo marchingegno legislativo assemblato per compiacere l’Europa e venduto in piazza sotto il brand “la buona scuola” come fosse una batteria di pentole; e poi la pittoresca Fedeli munita del suo diploma di terza media, tra vari altri personaggi dimenticabili – a parte la signora consegnata alla storia per la mirabolante trovata dei banchi a rotelle. Fino agli ultimi esemplari: a Bianchi, dal curriculum perfetto per sgombrare l’edificio delle ultime masserizie in nome della virtualizzazione universale e del PNRR, e a Valditara che, da romanista (nel senso di studioso di diritto romano), ha acchiappato entusiasta dall’altro versante dell’emiciclo il testimone del predecessore. Un campionario assortitissimo, insomma, raccattato qua e là secondo logiche imperscrutabili, per l’esecuzione del medesimo disegno: infatti, al di là di qualche astratto proclama palesemente destinato a rimanere lettera morta, o di qualche ritocchino cosmetico palesemente ad pompam, la staffetta verso la liquidazione della scuola italiana procede da decenni a velocità crescente, ora furibonda. Procede impermeabile all’alternanza dei figuranti e delle rispettive insegne politiche.

La «scuola di avviamento al consumo»

Russo così condensava il senso della riforma Berlinguer: «Si tratta del progetto, coerente e organico, di smantellare quanto resta della tradizionale scuola secondaria superiore italiana, sostituendola con una moderna “scuola per consumatori” [oltre che per contribuenti ed elettori: tutte pedine che possono tranquillamente fare a meno di qualunque tipo di cultura generale] che, seguendo il modello della scuola americana di massa, si limiti ad avviare al consumo il cliente-studente fornendogli prodotti massificati e dequalificati, ma gradevoli e rassicuranti».

In questo orizzonte, «gli strumenti concettuali teorici, considerati ormai troppo difficili, sono eliminati dall’insegnamento, che viene ridotto alla descrizione di meri “fatti” e a elenchi di prescrizioni» alle quali il futuro cittadino-consumatore dovrà attenersi nei vari momenti dell’esistenza, modellate «sulle prescrizioni per l’uso dei farmaci o sui manuali di istruzione degli elettrodomestici».

Ecco quindi come si passa senza nemmeno accorgersene «da ecologia ad educazione ambientale (serie di norme riguardanti il comportamento corretto da seguire nello smaltimento dei rifiuti e in altre attività quotidiane), da fisiologia umana a educazione sanitaria, norme di igiene personale, educazione sessuale, alimentare, ecc.». Ed ecco giustificato, oltretutto, il «forte incremento, anche nella valutazione, del peso dell’educazione civica», contenitore capiente di regolette morali e di buona condotta.

Ciò che la scuola per contro non dovrà più richiedere è lo sforzo intellettuale, considerato faticoso, superfluo, e pure pericoloso.

Si capisce come, a quel punto, per individui abituati a guardare figure, a scrollare schermi e a leggere al più un foglietto di istruzioni, argomenti complessi appaiano inaffrontabili. E allora «innanzitutto il sapere da trasmettere va diviso in “pillole”, la cui dimensione non deve superare una videata di computer. In secondo luogo l’informazione va tradotta, per quanto possibile, in figure con brevi didascalie. Inoltre il testo deve essere completato da brevi messaggi (evidenziati dal colore, dalle dimensioni…) contenenti le “istruzioni per l’uso” del testo stesso (riguardare una pagina precedente, memorizzare una certa parola, ecc.). Ecco perché sono state ideate le “mappe concettuali”, cioè degli schemini che rappresentano in forma concreta i legami logici tra i concetti [quelle che una volta gli studenti si facevano da soli, smontando e rimontando l’oggetto del loro studio secondo il proprio personalissimo ordine mentale: lavoro impegnativo ma essenziale per l’assimilazione dei contenuti: ndr]». Ed ecco – si aggiunga – l’avvento della fantastica era delle slides e dei power point, divenuti ormai veicolo obbligato di qualsiasi comunicazione che si rispetti, dalle sessioni di giochini dell’asilo fino alle lezioni universitarie: chi, avendo qualcosa da dire, non si faccia precedere dal power point colorato e animato che lo dice per lui, è per definizione un povero disadattato.

In effetti le attuali tecnologie – dice Russo – sono «insuperabili nella comunicazione unidirezionale e acritica caratteristica della nuova scuola per consumatori» E d’altro canto, «l’uso massiccio di tali strumenti nella scuola fornisce […] anche un apprezzato contributo all’avviamento al consumo tecnologico». Un circolo vizioso insomma – o virtuoso, se lo si considera dal punto di vista delle aziende (private) EdTech, cui viene servita su un piatto d’argento una sterminata prateria da colonizzare popolata di materiale umano inesauribile da catturare, sorvegliare, tenere in ostaggio vita natural durante.

È chiaro poi che, se «la progressiva dequalificazione della scuola si presenta in una prima fase come abbassamento del livello degli studenti, ai quali vengono rivolte richieste sempre più banali», in una fase successiva non può che sfociare «nel crollo del livello culturale degli stessi insegnanti».

Infatti «alla nuova scuola non occorrono esperti di fisica, letteratura, filosofia o storia dell’arte […]; basteranno dei generici “operatori scolastici”, con una preparazione essenzialmente socio-pedagogica, che svolgano la funzione di intrattenitori e animatori […]. Quanto agli intellettuali ai quali affidare le scelte di indirizzo culturale e la formulazione dei programmi, non saranno più letterati, matematici o filosofi […], ma degli “specialisti della scuola” scelti preferibilmente tra sociologi, pedagogisti o, ancora meglio, esperti di media». D’altro canto, chiosa Russo, è indubbio che un effetto collaterale di questo smottamento sarà «un forte calo della disoccupazione intellettuale dei laureati in sociologia, psicologia e pedagogia». La nuova pianta infestante che sottrae luce, aria e nutrimento ai legittimi abitatori del luogo sacro di iniziazione al sapere.

La deconcettualizzazione e deverbalizzazione dell’insegnamento

Manco a dirlo, a presiedere la commissione di quaranta saggi nominata al tempo dal ministro Berlinguer con il compito di individuare «le conoscenze fondamentali su cui si baserà l’apprendimento dei giovani nella scuola italiana nei prossimi decenni» (vaste programme), fu chiamato Roberto Maragliano, pedagogista esperto di tecnologie didattiche multimediali. Manco a dirlo, nel documento di sintesi redatto dai saggi si affermava senza giri di parole che «è necessario operare un forte alleggerimento dei contenuti disciplinari». Un decisivo salto di qualità sarebbe stato assicurato, per contro, dall’ingresso massiccio delle nuove tecnologie, sulle quali Maragliano si esprimeva in toni di commosso lirismo: «Il videogioco è la più grande rivoluzione epistemologica di questo secolo. Ti dà una scioltezza, una densità, una percezione delle situazioni e delle operazioni che puoi fare al loro interno che permette di esaltare dimensioni dell’intelligenza e dello stare al mondo finora sacrificate dalla cultura astratta». Ripetiamo insieme: «…finora sacrificate dalla cultura astratta»: nel senso che, per i quaranta saggi diretti dal saggio pedagogista Maragliano, la capacità di astrazione, quella simbolica e sistematica, che caratterizzano la cognizione umana e da millenni nutrono tanto il pensiero storico-letterario-filosofico quanto quello scientifico, diventano d’improvviso un limite all’intelligenza e al saper stare al mondo. L’obiettivo non solo dichiarato, ma addirittura celebrato dai nuovi sacerdoti della pedagogia (del resto si è in presenza di una vera e propria religione), è quello di espellere dalla scuola i concetti astratti, gli strumenti teorici, vale a dire gli universali: l’insegnamento deve essere deconcettualizzato e deverbalizzato. Gli strumenti linguistici, che sono simboli elaborati dall’uomo, devono lasciare spazio a rappresentazioni mentali estemporanee provocate da immediate percezioni di colori e di suoni. Lo dicono i saggi, che sono quaranta e che, in omaggio alla loro saggezza, mettono mano ai programmi e ai manuali, sempre più vuoti di parole e zeppi di figure colorate, di finestre pubblicitarie, di supporti multimediali per minus habentes.

«Un aspetto essenziale della sostituzione dei testi scritti con immagini – fa notare Russo – è l’unidirezionalità della comunicazione che ne risulta. Chi legge sa in genere anche scrivere, ma chi guarda immagini non ne può produrre con la stessa facilità. Quella per immagini è quindi una comunicazione a senso unico, nella quale il ruolo passivo del ricevente non è invertibile».

Il progressivo ”alleggerimento” dei contenuti disciplinari

Se i contenuti secondo i saggi sono una zavorra, va da sé che occorre cominciare a liberarsene. In allegria.

«Il primo “alleggerimento” ha riguardato i programmi di storia, modificati con dm 4.11.1996, che ha riservato un intero anno alla storia del Novecento». Pare una cosa innocua. Ma dove sta il trucco? Sta nel fatto – spiega Russo – che «per trovare lo spazio necessario, non si è diminuito il peso dei programmi dei secoli immediatamente precedenti, ma si è dimezzato il tempo dedicato all’insegnamento della storia antica, studiata per giunta senza riferimenti fattuali e cronologici, ma solo per vaste sintesi qualitative».

Russo commenta che «la tendenza a privilegiare la storia recente, ritenendo che l’unica scala temporale che veramente ci interessi sia quella di breve periodo, è effetto e causa di profonda ignoranza»: solo il guardare alla storia su una scala temporale più ampia, e particolarmente in un tempo come il nostro caratterizzato da una forte accelerazione dei mutamenti tecnologici e sociali, consente di esaminare il presente con una profondità che non può essere neppure sospettata da chi è privo di passato.

Del resto, l’eliminazione o la radicale riduzione dello studio della storia antica non è altro che una delle manifestazioni di quello stesso processo di deconcettualizzazione «che, per una presunta esigenza di concretezza, porta a sostituire lo studio consapevole con esperienze immediate e irriflesse, l’insegnamento con prescrizioni e comportamenti, i segmenti con bastoncini, e la fisica con un insieme di meri “fatti”».

Ma non solo. Con l’amputazione della storia antica viene anche reciso quel legame particolare con la civiltà classica che ha caratterizzato finora gli studi liceali e la cultura italiana tutta, perché viene «sottratto il quadro storico indispensabile allo studio delle letterature, della filosofia e delle arti figurative».

Non per nulla i saggi nel loro documento di sintesi spiegano come lo studio delle lingue classiche debba essere ridimensionato e «destinato alla formazione dei futuri antichisti» («sottintendendo – osserva Russo – che non abbia nessuna utilità formativa e culturale se non per chi vorrà diventare uno specialista») e si capisce come a quel punto non abbia più alcun senso riservare uno specifico percorso di scuola secondaria alla formazione di specialisti in materie di nessun interesse generale.

È evidente dunque come l’obiettivo ultimo sia l’abolizione totale dello studio delle lingue classiche, e con esso quello della filosofia antica, e con essa anche della filosofia medievale e moderna che trova in quella antica i suoi imprescindibili antecedenti. «Bisognerà quindi eliminare del tutto la storia della filosofia. Il documento [… ] lo dice espressamente, precisando che sarà sostituita con un insegnamento di “elementi di filosofia” eguale per tutti gli indirizzi, che tratterà questioni di etica […] e questioni di logica, di verità e plausibilità…».

Ignorando le loro radici classiche – saper sondare le quali implica conoscere le lingue classiche – diventano inaccessibili, e incomprensibili, «oltre alla filosofia, anche la storiografia, la letteratura, il diritto, le arti figurative, le religioni e ogni altro aspetto della nostra civiltà».

«Dopo la storia, il latino, il greco, e la storia della filosofia, il “forte alleggerimento” di Berlinguer e della sua corte di saggi coinvolge anche la letteratura italiana. Essi auspicano – attenzione a questo passaggio!: ndr – che negli istituti tecnici, che saranno terminologicamente promossi a licei, sia abolito lo studio della letteratura italiana; vi si insegnerà invece genericamente a “saper scegliere e gustare le proprie letture” e soprattutto (come è doveroso in una scuola per consumatori) a “orientarsi nella produzione libraria”». Non si capisce come, se si ignora la letteratura, ma certo basta la parola dei saggi.

Infine, sull’insegnamento scientifico, la commissione afferma: «Va tenuto conto che gli insegnamenti scientifici sono ancora oggi legati in gran parte ad un apprendimento dei testi. È quindi essenziale un profondo ripensamento dei modi, spesso pedanti, con cui sono esposte le scienze […]. In questa operazione possono essere utili gli strumenti multimediali di simulazione, il cui ruolo e le cui funzioni andranno chiaramente identificati e promossi, particolarmente in rapporto all’esigenza di disporre di rappresentazioni mentali efficaci e operative».

Peccato che – osserva Russo – la scienza esatta si sia sviluppata, sin dall’antichità, «proprio superando l’illusione di poter costruire semplici schemi intellettuali basati direttamente sulla realtà percepibile ed elaborando faticosamente i linguaggi astratti e teorici suscettibili di descrivere non solo il mondo sensibile, ma infinite realtà progettabili». E che «non vi è alcun modo per trasmettere strumenti concettuali […] senza usare la comunicazione verbale». Spesso infatti, vien da aggiungere a margine, l’incapacità di risolvere problemi, anche molto semplici, dipende proprio dalla incapacità di leggere e comprendere il testo che li pone, e la consegna richiesta.

Cosa c’è dietro l’angolo

Qual è allora l’esito nefasto, previsto e prevedibile, dell’operazione palingenetica elaborata dai saggi? Spiega Russo: «se la comunità rinunzierà a leggere le opere greche e latine attraverso una consistente minoranza, non avremo perso solo la letteratura, la filosofia e la scienza classiche, ma avremo buttato la chiave indispensabile per capire quasi tutta la filosofia e la letteratura moderne e non potremo più nemmeno leggere scienziati come Galileo e Newton, che scrissero buona parte delle loro opere in latino». La civiltà greca è la civiltà che ci ha dato la scienza (che infatti è intessuta di termini greci).

Ma non solo. «l’ignoranza del latino, impedendo lo studio del diritto romano, priverebbe gli studi giuridici di quella che da sempre è stata la loro base». E ancora, «la struttura tradizionale dell’analisi logica è nata per permettere le traduzioni in e dal latino (e greco) e consiste, nella sua parte essenziale, nell’usare i diversi “casi” di una lingua flessiva per descrivere una lingua moderna come l’italiano […]. Di fatto la scomparsa dello studio delle lingue classiche, dove è avvenuta, ha comportato spesso la perdita della capacità di individuare il soggetto di una preposizione».

Questa emorragia massiva delle conoscenze diffuse, oltre che sottrarre intelligenza al lavoro, finisce quindi per defraudare la totalità delle future generazioni di strumenti concettuali ed elementi culturali essenziali, visto che «non bisogna dimenticare che le conoscenze non possono essere “congelate”, senza essere praticate, per più di una generazione». Proseguendo in tale direzione suicida, si va incontro a una frattura di civiltà probabilmente irreversibile. «Se si interrompe la trasmissione diretta del sapere non basta l’eventuale sopravvivenza di vecchi libri per recuperare il senso del loro contenuto. D’altra parte una generazione educata al culto dei videogiochi e al disprezzo per le conoscenze “ancora legate ad un apprendimento dai testi” ben difficilmente farebbe sopravvivere dei libri». 

Parola d’ordine: predicare bene e razzolare malissimo

Perché questa carrellata di passi scelti tratti dal libro di Lucio Russo è utile proprio adesso, in questo preciso frangente storico? Perché lì dentro si trova esposto ante litteram il succo della triellinità. Ovvero, si trova la chiave per interpretare la linea continua delle riforme, incluse le raffiche di provvedimenti recenti e recentissimi con cui il ministro Valditara infierisce senza tregua e senza pietà su un organismo morente, pur continuando a confondere le acque con proclami di principio che esaltano l’idea nobile di scuola che si vuole annientare.

Chiunque abbia letto ad esempio la “Premessa culturale generale” alle Nuove Indicazioni nazionali per i licei, pubblicate nel mezzo del bombardamento, non può non sentirsi preso in giro. O per lo meno, non può non constatare come viviamo ormai nel tempo in cui si può affermare allo stesso tempo tutto e il suo contrario, così come predicare una cosa e praticare impunemente l’opposto, senza che nessuno faccia un plissé. Ecco alcuni passaggi a campione del (crudelissimo) documento citato, che sventola parole stupende in faccia ai superstiti portatori della ragione, della professionalità e del buon senso – ce ne sono ancora, sì, dentro la scuola – mentre in concreto li colpisce a morte con una gragnola di quotidiane idiozie. Godiamoci dunque questa lettura. 

«Poche istituzioni hanno inciso tanto nella costruzione della cultura formativa italiana quanto il Liceo.
Scuola ginnasiale dell’antica Atene, trae il nome, come è noto, dal greco λύκειον (in latino lyceum) e deriva da un epiteto del dio Apollo, presso il cui santuario fuori Atene sorgeva la scuola.
Il Liceo ha assunto via via nel tempo (e in tutti i Paesi del suo radicamento, l’Italia fra questi) la configurazione di scuola di formazione che struttura una forma mentis potenzialmente capace di arrivare al saper ‘vedere teoretico’». «Grazie all’attività del pensare, dell’argomentare le proprie ragioni e dello scoprire le cause di fenomeni e processi, gli studenti travalicano la realtà dell’esperienza accedendo all’universo delle idee e dei concetti. Si oltrepassa l’esperienza sensibile non certo per negarla, ma per valorizzarla, approfondirla, valutarla, dimostrarla, confutarla. La formazione liceale ha costruito tutta la sua solida ‘reputazione’ sul fondamento della promozione di menti mai sazie di domande, di verità e di libertà».

«Con una formula sintetica si può dire allora che la scuola secondaria superiore, in quanto scuola dell’adolescenza, è il tempo della costruzione della soggettività giovanile». «In questo passaggio decisivo della vita individuale la scuola è chiamata perciò ad assolvere ad un compito cruciale. Deve offrire al giovane l’occasione per un confronto appassionato con adulti colti». «Al centro della scuola dell’adolescenza sta la conquista da parte dello studente di un rapporto colto con la propria lingua». «Più ampio e variegato … è il nostro lessico, più sofisticato è il repertorio delle parole di cui disponiamo, più l’immagine del mondo che siamo in grado di restituire è nitida. Al contrario, l’appiattimento della lingua, la banalizzazione del linguaggio, il tratto culturalmente scadente dell’espressione individuale, sono tutti fattori che possono determinare una rappresentazione generica e opaca degli oggetti e questo vale sia per l’esperienza interiore dell’individuo che per il suo rapporto con la realtà esterna».

«L’insieme degli obiettivi formativi che il sistema dei Licei persegue non può essere conseguito se non per il tramite di un’applicazione rigorosa ed esigente del giovane in formazione alle materie del suo studio». «Studiare è la base di ogni effettiva educazione che la scuola si prefigge e non si può concepire la scuola dell’adolescenza prescindendo dalla centralità dello studio. Ogni svalutazione delle dimensioni formali dello studio contraddice alle alte funzioni civili e culturali dell’istituzione scolastica».

«Il contatto dell’adolescenza con le fonti della cultura superiore mediata dalla scuola è decisivo e irrinunciabile perché attraverso di essa il giovane entra in rapporto con un insieme di contenuti che non sono fatti su misura per lui, resistono dunque ad una comprensione immediata e per questo esigono misura, sforzo e tempo. È molto importante che il docente sia consapevole del valore educativo decisivo di questa dimensione dell’estraneità culturale».

«La vita giovanile si dota in altri termini di forme simboliche solide che le consentono di superare l’autoreferenzialità senza respiro, perché vuota e perciò stesso opprimente».

«Una scuola così concepita è estremamente esigente non solo nei confronti dei giovani, ma dei suoi stessi docenti.
Ad essi la scuola richiede una rigorosa preparazione scientifica e culturale, per la quale gli anni della formazione universitaria rappresentano la necessaria premessa ma non ne esauriscono il ciclo». «Il docente non si aggiorna, ma propriamente studia».

«La scuola dell’adolescenza è una comunità intellettuale tenuta insieme dalla conversazione colta e appassionata intorno ad oggetti culturali mediati dai libri, dalle opere d’arte, dalla musica, dalle immagini, dall’insieme delle forme simboliche in cui storicamente si è espresso l’ingegno umano».

Scende da un altro pianeta questa musica soavissima per le orecchie di chi, oggi, si ostina ancora a praticare la professione dell’insegnante in mezzo alle macerie accatastate da molti “saggi” senza bussola e da pochi tecnocrati che invece sanno bene dove vogliono andare a parare.

Epperò nel frattempo, lo stesso identico soggetto istituzionale che divulgava quella musica, si “dimenticava”, nello spedire la lettera di orientamento agli alunni di terza media, di menzionare i licei (a parte un elusivo cenno incidentale, laddove invece un festoso tributo veniva concesso all’ineffabile – e irricevibile – “liceo del Made in Italy”), a tutto vantaggio della cosiddetta filiera tecnico-professionale del 4 + 2 (quattro anni di scuola superiore più due anni di ITS Academy, ovviamente con la y che ai consumatori piace), nuova stella nascente del firmamento scolastico da tempo in cima ai suoi pensieri.

All’incrocio tra filiera tecnologico-professionale e licei: la quadratura del cerchio

La poderosa campagna pubblicitaria che è stata ingaggiata per promuovere questa nuova formula di scuola superiore – a costo di deformare strumentalmente la lettura dei dati (relativi sia al numero di iscrizioni, sia alle prospettive di futura occupazione) per amplificare la risposta oggettivamente deludente riservatagli dalla clientela – la dice molto lunga sulle mire che il sistema tenacemente coltiva. La consegna è quella di spingere con ogni mezzo verso gli istituti tecnico professionali – opportunamente aggiornati – e di ammazzare i licei, già ridotti in stato agonico da decenni di attacchi sferrati al cuore della loro struttura e della loro anima. L’operazione va con tutta evidenza verso il compimento del programma che Russo aveva descritto con chiarezza cristallina diversi lustri fa addentrandosi nelle pieghe della riforma Berlinguer. Il sistema cerca ancora, invero un po’ incredibilmente, di salvare le apparenze con qualche espediente di contorno, ma la revisione dell’assetto delle scuole superiori porta con sé un sostanziale, ulteriore indebolimento delle discipline fondamentali a favore di didattiche laboratoriali, di potenziamenti multimediali, di metodologie CLIL, di esperienze internazionali, di didattiche per competenze, progettazioni interdisciplinari e unità di apprendimento, e delle solite altre concessioni al nuovo che avanza e che tutto deve inghiottire.

Si magnifica la felice rincorsa alle esigenze del tessuto produttivo, alla valorizzazione del territorio, al mercato del lavoro, ma si fischietta sulla pars destruens, che travolge appunto, irreparabilmente, la base di conoscenze teoriche nelle materie di sempre, le fondamenta solide degli invarianti, e lo spazio – la pazienza, il lavoro – che tale acquisizione per sua natura richiede. Uno spazio che è eroso non soltanto dallo stravolgimento dei piani orari settimanali, ma anche dalla riduzione a quattro anni della durata del percorso, già introdotta qua e là in via sperimentale e ora integrata nel modello del 4 + 2, e strombazzata a una clientela stordita come succulenta opportunità per anticipare l’inserimento nel mondo del lavoro (quale lavoro?): come se a quell’età un anno di studio, e di crescita, e di maturazione, possa essere tranquillamente cancellato, e il suo carico di vita compresso e spalmato sui quattro anni precedenti, ottenendo lo stesso risultato finale – in applicazione di non si sa quale inedita proprietà matematica.

Intanto, nei licei ridotti a colabrodo non c’è più tempo per insegnare decorosamente, e decorosamente acquisire, le conoscenze e le abilità per cui sono stati concepiti, e per la cui trasmissione e interiorizzazione serve parimenti tempo, lavoro e pazienza: al fine di arricchire e affinare il lessico, penetrare i linguaggi e gli statuti delle diverse discipline, guadagnare confidenza con la pratica traduttiva, la prospettiva storica, il contegno teoretico, il ragionamento astratto; tutto ciò che, messo insieme, regala una duttilità intellettuale altrimenti difficilmente conseguibile. È così che pian piano la filosofia si trasforma in una spolverata di “elementi di filosofia” eguali per tutti gli indirizzi (vedi sopra) – ma si rivernicia di fresco coi dibate che vanno tanto di moda perché impratichiscono a blaterare di ciò che non si conosce; il greco e il latino, ripuliti delle asprezze legate allo studio della lingua necessario all’attività di traduzione – palestra mentale insostituibile – diventano una spolverata di “elementi di letteratura” su testi già tradotti e adeguatamente semplificati per facilitarne la comprensione e attualizzarne i contenuti; la matematica si evolve in una spolverata di “elementi di matematica” praticabili per via di test a crocette, giochetti digitali, bastoncini al posto dei segmenti. E via così. La deriva galoppa, e porta a tutta velocità a pareggiare gli obiettivi in corrispondenza di un minimo sempre più minimo per renderli accessibili a tutti in ogni tipo di scuola.

E infatti. «Basta con la distinzione fra licei e istituti tecnici, unifichiamo il nome di tutti gli istituti superiori», «non ha più senso distinguere tra licei e istituti tecnici». A margine della premiazione del primo Maestro del Made in Italy (che è tutt’un programma anche questo), qualche settimana fa il ministro ha annunciato l’intenzione di presentare una legge che cambierà il nome di tutti gli istituti superiori, tecnici e professionali inclusi. Si chiameranno tutti licei, per abbattere il pregiudizio che ha storicamente considerato l’istruzione tecnica e professionale come “di serie B”. Ora, la squallida metafora calcistica usata a sostegno della retorica populista che fa leva sull’egualitarismo (dell’ignoranza) – e si autorisolve con il trucchetto onomastico estendendo a tutti il nome di liceo – rappresenta uno sfregio a quella scuola italiana che sapeva funzionare da ascensore sociale e che non conosceva “serie”, ma solo tagli diversi per attitudini diverse e sbocchi diversi, e in ogni caso garantiva il raggiungimento di una preparazione dignitosa nelle cose importanti, e di un codice comune di comunicazione. La prospettiva ora è l’appiattimento universale nella tecnicizzazione selvaggia: nel fantastico mondo degli uguali dove tutti ascolteranno Euripide letto da voce sintetica, in traduzione slang, con commento woke, finestrelle psicopedagogiche, disegnini variopinti e mappe concettuali precotte.

E il cerchio si chiude. L’impegno pubblicitario fuori misura dedicato alla creatura tecnico-professionale del 4+2 serve a radicare un paradigma (eliminazione dei contenuti culturali, quadriennalizzazione) che poi, cavalcando la suggestione egualitaria, verrà da sé estendere a tutte le scuole, con appena qualche sfumatura “d’indirizzo”. Spolveratine, appunto, all’insegna della superficialità che non stressa e assicura a tutti un confortevole stato di docile inconsapevolezza.

Con il che, si taglia finalmente il traguardo. Si entra nella notte in cui tutte le vacche sono nere. Dove tutti gli studenti sono analfabeti, i consumatori perfetti. Dove la TreeLLLe non serve più. Nel mentre, una cultura millenaria, patrimonio infinito di bellezza e di senso accumulato lungo un passato grande e maestro, è resa inaccessibile, condannata all’oblio, lasciata morire.

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