giovedì 19 marzo 2026

La coperta corta - Miguel Martinez

Ogni giorno, in rete, leggo una notizia catastrofica. Ad esempio, sembra sempre più possibile che tra qualche decennio, a causa delle modifiche climatiche indotte dall’attività umana, collassi la Corrente del Golfo. E da lì, possiamo ipotizzare le conseguenze, il congelamento dell’Europa che invece oggi si sta riscaldando in maniera pericolosa…

Come sempre si tratta di ipotesi, non sappiamo proprio cosa succederà in realtà: gli ultimi studi dicono che sapremo solo tra vent’anni se il processo di collasso sarà irreversibile.

Ma gli elementi sono tutti interessanti: gli scienziati ritengono altamente probabile una catastrofe per mio figlio indotta proprio da quello che faccio io per cercare di “stare meglio”; ma siccome sono le variabili sono troppe per gli scienziati, in realtà non abbiamo idea cosa succederà.

Su questo blog, mi capita a volte di affermare che la coperta si sta facendo corta.

Percepisco, come tantissimi, che stiamo passando dal mondo in cui siamo cresciuti almeno qui in Europa, dove eravamo sicuri che ieri c’era la miseria, oggi stiamo così così, e i nostri figli vivranno nell’abbondanza, a un mondo in cui non solo sappiamo di non sapere cosa succederà domani, ma sentiamo che quello che succederà, potrà essere catastrofico per miliardi di persone, comprese quelle più care a noi, per non parlare del mondo attorno a noi, che mica esistono solo gli umani.

Lo dico in modo volutamente vago ed emotivo.

Ora, secondo la scuola, per sapere come andranno davvero le cose, basta rivolgersi alla scienza. Se più dati indicano il progresso, che il regresso, allora progrediamo e va tutto bene. E viceversa.

Solo che i dati non sono sul tipo, “sei fattori dicono andiamo bene, quattro che andiamo male, quindi andiamo bene”.

I dati sono indefiniti. Non possiamo nemmeno lontanamente immaginare il numero di variabili coinvolte. E ci sarà sempre una variabile che smentisce le altre.

I dati non sono quindi fredde verità: poiché posso scegliere tra innumerevoli miliardi di dati, scelgo in base ai miei desideri. E così i dati si trasformano in drammi o speranze, in poesia, in armi.

Anni fa, lessi che i politici non usano le statistiche come lampioni per illuminarsi la strada, ma alla maniera degli ubriachi che ai lampioni si reggono per non cascare: infatti qualsiasi social è un lancio di statistiche e controstatistiche, scagliate addosso agli ignoranti che negano la verità scientifica.

Si arriva così ai ferri corti, ma mai alla verità.

Dire che la coperta si sta restringendo è dimostrabile con una quantità impressionante di dati (“stanno scomparendo i pescetalpa della Groenlandia! Hanno licenziato diecimila dipendenti della Megasoft!“); ma chi non ci vuole credere può sicuramente contare su un arsenale altrettanto impressionante di contro-dati (“sono aumentati del 21,12% i criceti dell’Arizona! 11.310 nuovi posti di lavoro in una fabbrica di armi in India!”).

Io non parto dai dati, per il semplice motivo che non ho mille fatterelli da buttare dalla parte mia contro i mille che hanno quelli che la pensano diversamente da me.

Parto, al contrario, dalle due certezze fondamentali della nostra esistenza.

Certezza Uno:

«Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma»

Certezza Due:

«Puoi vedere una tazzina cadere dal tavolo e rompersi sul pavimento. Ma non vedrai mai una tazzina che si raccoglie e salta di nuovo sul tavolo».

Questa seconda certezza (come narrata da Stephen Hawking) è la Legge dell’Entropia.

Che dice che, senza eccezione alcuna, mai, in tutto l’universo, ogni volta che si crea un po’ di Ordine, si crea ancora più Disordine.

Noi sappiamo che l’Universo parte da un Ordine Assoluto e precipita verso un Disordine finale. Che a me sembra un po’ la prova dell’esistenza di Dio, non necessariamente barbuto e di fede cattolica, ma certo Creatore.

Spesso si deridono i terrapiattisti. Ora, io sono solo un laureato in lingue orientali, ma sospetto che un pianeta piatto sia molto più plausibile di un pianeta non entropico.

Tutto ciò che chiamiamo Civiltà è un tentativo di creare Ordine.

E sappiamo con certezza (non è un punto di vista, è un fatto) che aumentare l’Ordine può solo aumentare il DisordineCe la caviamo qui sulla Terra grazie a un Essere incredibile, il Sole, che da quattro miliardi di anni trasforma in ogni istante il proprio Ordine in Disordine, donando così Ordine.

L’Ordine incredibile che esiste attorno a noi – la bellezza della persona di cui ci innamoriamo, o il fatto che un gatto abbia voglia di giocare, o che a Palazzolo Acreide si faccia la processione di San Paolo, o che gli alberi di tasso siano velenosi, o che un pappagallo sappia contare – è possibile grazie a Qualcosa che si Sacrifica, e che dentro di sé accoglie un disordine maggiore di tutta questa meraviglia: il Sole.

“Ordine” per noi è quando degli esseri umani cercano di modellare il mondo come vogliono.

Lo fanno usando il Linguaggio, la Parola: il logos in greco, cioè la “logica”. Solo che qui proprio la Parola ci fa cadere nell’errore delle maiuscole. Ci hanno martellato in testa che l’Uomo usa la Ragione per dare Ordine al Mondo. E quindi alla fine, a comandare sarebbe la forma ultima della Ragione, la “Scienza”. All’umile servizio del benessere di tutti noi.

Non funziona così. Non esiste “l’Uomo”. Esistono miliardi di singoli esseri umani.

Miliardi di esseri umani sono mossi da sogni, paure, desideri…

un bel riassunto ne fece la teologia medievale parlando di SALIGIAsuperbia avidità, lussuria, ira, gola, invidia e accidie. Certo, ci sono anche le virtù, e sono tante, ma sono sempre individuali.

I singoli esseri umani, per soddisfare i propri desideri, usano la Parola (e i suoi derivati, la Logica e la Scienza) come le tigri usano i denti. Ecco perché esiste una radicale differenza tra la scienza – la sottobranca gratuita della filosofia che si occupa di godere della meraviglia delle cose – e le zanne delle tecnoscienze.

Liberarci dall’illusione che “l’Uomo” sia un ente metafisico che agisce nell’interesse di tutti, ci permette di capire che alla fine i singoli umani, come le singole tigri, useranno le loro zanne tecnoscientifiche per se stessi e non per “l’Umanità”. E alle fine, sono sempre le zanne della Guerra a essere le meglio alimentate.

Nell’inno a Huītzilōpōchtli, “l’ala sinistra del colibrì”, il dio della guerra messicano,

“Opero nella sala d’arme

Non ascolto alcun mortale, e nessuno mi può svergognare.

Io sono il Terrore, e non ne conosco alcun altro.

Io so dove è la Guerra”

Allora, noi sappiamo che in questo momento i singoli individui umani stanno creando Ordine a una velocità mai prima vista nella storia. Qualunque fenomeno possiamo immaginare, sul grafico c’era una linea che saliva piano piano per millenni, fino al 1900 circa, poi è scattato mostruosamente in alto, e in pochi decenni è diventata una linea retta puntata verso il soffitto.

numero di turisti in fila alla buchetta del vino a Firenze

numero di aerei che attraversano l’oceano

numero di selfie scattate sul Ponte Vecchio

numero di scarpe prodotte nel Vietnam

Da questo, deriva la certezza che si sta creando un Disordine molto maggiore.

Ora, noi sappiamo con certezza che questa distruzione creativa sarà più distruttiva che creativa.

Saranno i ghiacci delle montagne che si scioglieranno e l’Europa diventerà calda come l’Africa?

O sarà la corrente del Golfo che si bloccherà e congelerà l’Europa?

Sarà che manderanno i nostri figlioli a morire in guerre senza senso?

Il CO2 farà crescere mostri, o al contrario li soffocherà?

Diventeremo esseri transumani con impianti robotici in grado di andare su Marte, o i robot ci stermineranno prima?

Sarà che i nostri cervelli si riempiranno di microplastiche e non capiremo più niente?

nessuna di queste cose, e il Disordine si manifesterà altrove, dove meno ce lo aspettiamo?

Non importa. Sappiamo che l’Ordine creerà un Disordine senza alcun parallelo nella storia umana. E che forse questo è più importante di fascisti, comunisti, trans, immigrati, destra, Ucraina, Israele, Destra, Sinistra, burqa, delinquenti comuni...

da qui

mercoledì 18 marzo 2026

A chi appartengono le idee? - Irene Frau

Intervista a Kenobit su Assalto alle piattaforme.

 

In un tempo non molto lontano, Internet era uno spazio libero. Quando il World Wide Web è stato inventato in seno al CERN (Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire), il suo scopo era quello di agevolare la cooperazione e la condivisione di conoscenze nell’ambito della ricerca scientifica mondiale. Lo slogan che completava il logo racchiudeva esattamente l’intenzione con la quale era stata architettata, per la prima volta, una rete tecnologica su scala globale per lo scambio di informazioni. Recitava “Let’s share what we know”. Pochi anni dopo la sua invenzione, nel 1993, il codice sorgente del WWW è stato reso di pubblico dominio dall’organizzazione europea e dal suo ideatore, Tim Berners-Lee, che scelse di non depositare il brevetto in totale aderenza con i valori della rete appena nata. Molto probabilmente, proprio la decisione di lasciare aperto l’accesso al codice provocò la rapida diffusione del suo utilizzo da parte di utenti comuni e non solo di informatici, tecnici e ricercatori.

Per certi versi, durante questa sorta di fase pionieristica della rete, si era dato avvio a una certa forma di anarchia: Internet era un luogo dove tutte e tutti avevano lo stesso peso. Chi lo abitava non doveva rispondere ad alcun tipo di gerarchia e qualsiasi sito web si costituiva come realtà indipendente, autonoma e autogestita. Non solo: da Internet “aperto” era molto più semplice uscire, rispetto al mondo digitale di oggi, dominato dai monopoli tecnocratici delle Big Tech. Ne è un esempio lapalissiano l’obiettivo primario dei social media mainstream: tenere i propri utenti dentro le piattaforme con qualsiasi arma di seduzione e di manipolazione.

Negli anni Novanta Internet era composto da una moltitudine di comunità, e quindi di gruppi di persone che spesso dalle chatroom e dai forum si muovevano verso il mondo fisico, radunandosi in incontri tra appassionati degli stessi interessi. In questo humus erano presenti anche i movimenti antagonisti, i collettivi della controcultura e dei centri sociali autogestiti. Dentro e fuori dal mondo virtuale si avviavano progetti di respiro internazionale, come l’ECN (European Counter-information Network), nato per avvicinare i movimenti antagonisti europei e per fare controinformazione, e che a Milano aprì il suo primo nodo al Leoncavallo, poco dopo il primo sgombero del 1989 dal quartiere di Casoretto. Gli spazi occupati e autogestiti erano l’habitat dove insediare gli hacklab, promotori dell’accesso libero e gratuito alla tecnologia, ai computer, ai software e alle banche dati. Erano i luoghi dove per la prima volta si parlava di hackmeeting, di incontri nel mondo fisico fra hacktivisti per la libertà digitale e anche fautori di netstrike e cybersquatting. Il primo hackmeeting in Italia avvenne nel 1998 a Firenze, proposto dal collettivo Strano Network. L’esperienza di quel decennio ad alta intensità rivoluzionaria è restituita dal collettivo Autistici/Inventati (A/I), uno dei gruppi di hacktivisti di quel tempo, in una pubblicazione del 2012 per Agenzia X. Di recente, la stessa casa editrice indipendente ha pubblicato Assalto alle piattaforme. Riprendiamoci Internet (2026) di Fabio Bortolotti, in arte Kenobit, hacktivista per la libertà digitale ed esponente della scena chiptune italiana col suo strumento d’elezione: il game boy. È anche cofondatore dell’istanza italiana Livello Segreto, uno dei server indipendenti di Mastodon, social network open source e decentralizzato.

In Assalto alle piattaforme, prim’ancora di mostrare le alternative ai social mainstream e agli strumenti digitali di colossi come Google, Kenobit ripercorre brevemente la storia di Internet, rendendo accessibile il saggio e le sue argomentazioni anche a chi non ha familiarità con la tecnologia. In quel capitolo, c’è un passaggio cruciale. Racconta di come l’intersezione fra mondo fisico e mondo digitale si stesse palesando per la prima volta in modo evidente negli anni Novanta e di come, poco dopo, con l’avvento di MySpace, il primo grande social network lanciato nel 2003, si stesse per assistere al primo tassello di un “grande processo di centralizzazione della rete libera”.

Niente meno che Rupert Murdoch acquisisce MySpace nel 2005 e nel 2006 firma un contratto da 900 milioni di dollari con Google, già diventato monopolista dei motori di ricerca. Lo scopo era usare i dati raccolti dalla piattaforma social per posizionare annunci pubblicitari mirati. I profili iniziarono a essere infestati da banner, ma solamente nel 2009 Facebook scalzerà via il primo social della storia con la promessa che gli utenti e le utenti avrebbero potuto finalmente connettersi fra loro senza la fastidiosa interruzione di inserzioni pubblicitarie. Era l’alba di un’era che avrebbe portato ai Big Data e alle loro conseguenze anche politiche, come il caso di Cambridge Analytica che smascherò la correlazione fra la cessione dei dati raccolti da Meta e la propaganda a favore di Donald Trump nelle elezioni del 2016, ma anche nella Brexit. Una cesura della storia recente nella quale andare in profondità insieme all’autore di Assalto alle piattaforme.

Prima di parlare del tuo libro, mi interessa capire come ti sei avvicinato all’hacktivism e cosa significa esserlo nell’era degli influattivisti e non degli hacklab nei centri sociali autogestiti.

Per me i centri sociali hanno rappresentato qualcosa di molto importante dal punto di vista formativo perché da ragazzino mi interessava la musica. Nei primi centri sociali ci sono andato ben prima di compiere diciott’anni. Non sapevo niente di politica, né di battaglie o di temi. Mi interessavano la musica punk e lo skate. Ricordo che a Pergola (un centro sociale autogestito a Milano, ndr) c’erano dei piccoli half-pipe. Sono stato attirato dai centri sociali per delle questioni all’apparenza non politiche, per quanto lo fossero. Avevo trovato un ambiente affine a quello che cercavo. Frequentando questi spazi, mi sono imbattuto in una cosa meravigliosa: le scritte sui muri, i manifesti, gli adesivi. Ho scoperto una marea di tematiche e battaglie. Ho scoperto, prima del 7 ottobre 2023, la questione palestinese. Sono entrato in contatto con le istanze del femminismo, della liberazione animale, del Rojava, del Kurdistan.

Fra queste lotte, ce ne fu una che piantò in me un seme importantissimo. Ricordo un incontro organizzato dal Leoncavallo, dove si parlava di creative commons, ossia di quella dimensione alternativa al copyright: il cosiddetto copyleft. Sono licenze che ti permettono di tutelare la tua autorialità senza barricarla dentro il copyright e il diritto d’autore. Quell’incontro per me è stato fondamentale. Io ero già interessato all’informatica e da lì sono arrivato al software libero, che altro non è che lo stesso discorso dei creative commons applicato alle licenze del software. Nel mondo del software libero ho incontrato dei discorsi che negli anni mi sono maturati dentro: la privacy, la sorveglianza digitale, le alternative ai problemi del software proprietario.

Tutti temi che hanno guidato i miei interessi nel corso del tempo, fino agli ultimi dieci anni nei quali, non più ragazzino, ho sentito l’esigenza di occuparmi più attivamente di questi temi e ho cominciato a seguire dei progetti musicali e culturali. Ho iniziato a frequentare più assiduamente i giri del hackmeeting, tutte realtà che esistono da molto prima di me e alle quali devo tantissimo. Ho iniziato a leggere di più sul tema: lavori di gruppi di ricerca come Ippolita e Circe. La cosa bella è che nel momento in cui ho maturato consapevolezza e voglia di agire ho potuto contare da un lato sul bagaglio che mi ero fatto io e dall’altro su un grandissimo lavoro fatto da tantissime persone nel mondo. È come se avessi trovato una faretra piena di frecce da scagliare.


A proposito di diritto d’autore e copyright, ho letto un’esortazione in una sorta di manifesto pubblicato nel 1988 sull’ottavo numero della fanzine milanese Amen intitolato L’era della comunicazione negativa. Diceva: “Saccheggiate ogni prodotto. Gli artisti non esistono, i loro diritti tanto meno.” Oggi che esistono realtà come Redacta e che le lavoratrici e i lavoratori dell’arte e della cultura in Italia vivono nel precariato con salari da fame, come suona questa frase? A chi appartengono le idee?

Un manifesto su una fanzine aveva tutto il diritto di arrivare a gamba tesa con delle affermazioni, magari discutibili, ma che provocano il pensiero. Trovo senza dubbio fertile l’invito al brigantaggio artistico, ma sono estremamente contrario all’affermazione che l’artista non esista e che non abbia diritti, perché è un’argomentazione che nel 1988 poteva essere una provocazione interessante per mettere in discussione il copyright: oggi rischierebbe di fare un assist ai peggiori malintenzionati che stanno cercando di mettere il cappello sul pubblico dominio. Io penso che il diritto d’autore non sia la via. Sono un artista e riesco a viverci, ma non è di certo il diritto d’autore a mantenermi economicamente.

Sono convinto che qualunque persona si muova nell’arte e nella comunicazione tragga un grande vantaggio dalla proliferazione dell’arte, e quindi dalla proliferazione anche delle proprie opere. Se copi la mia opera, le dai risonanza. E questo è il motivo per cui io credo molto nelle licenze copyleft. Io rivendico il diritto della paternità delle cose che ho fatto. Non è una questione di ego, ma di indicizzazione. È una questione pratica per sapere dove si sono sviluppati alcuni discorsi e in quali ambiti. Credo che mettere dei recinti intorno alle cose che facciamo non sia il modo più efficace perché si diffondano e in questo momento abbiamo bisogno di diffondere le nostre idee.

Detto questo, siamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa, di grandi aziende private come OpenAI, che hanno saccheggiato il lavoro di artiste e artisti in tutto il mondo; l’hanno messo dentro il loro recinto, ci hanno tirato fuori un prodotto dal quale ricavano profitto. Un prodotto che va maledettamente in concorrenza diretta con le artiste e gli artisti che hanno saccheggiato. Tra gli apologeti dell’intelligenza artificiale, c’è una posizione che io trovo irricevibile, ovvero che l’artista sia semplicemente una manifestazione della volontà e del sapere collettivo e che quindi siamo tutte autori e autrici di tutto. Questo discorso, anche dal punto di vista filosofico, è fallace, ma oggi è triplamente problematico in quest’epoca di IA e di grande saccheggio dello scibile umano al fine di creare servizi privati a pagamento. Sono convinto che sia necessario ripensare al copyright, perché nella sua forma attuale è estremamente inadeguato al presente. In realtà la forma odierna del copyright è nata un secolo prima di Internet. Quindi è superata. Ma soprattutto, abbiamo bisogno che le nostre idee si diffondano come fiamme e questo non succederà se le mettiamo dentro a dei recinti.


Per arrivare al tuo libro, possiamo dire che tutto quello che hai imparato finora lo hai fatto convogliare su Assalto alle piattaforme. In un certo senso, il tuo impegno da hacktivista è assimilabile a quello che fai quando promuovi l’utilizzo di alternative non mainstream come il Fediverso?

Partiamo dal fatto che, sebbene le definizioni lascino sempre il tempo che trovano, a me non dispiace il termine hacktivista. Per spiegare che cosa comporti per me essere hacktivista, uso spesso una metafora mutuata dal mondo di Dungeons & Dragons. Nella versione più antica del gioco di ruolo c’era il party, il gruppo di avventurieri che si avventurava nel dungeon. C’erano il mago, il guerriero, il bardo, ecc. Faccio questo esempio perché penso che le battaglie dell’attivismo e dell’hacktivismo non possano essere individuali: nessuna e nessuno può affrontarle singolarmente, anzi. Penso che sia fondamentale mettere da parte i personalismi, altrimenti si rischia di arrivare a quelle tremende storture dell’attivismo performativo. Per questo a me piace l’immagine del party, del gruppo, perché in ogni battaglia ci sono molti ruoli e, affinché queste battaglie vengano vinte, devono esserci tutti.

Immaginiamo che il capitalismo digitale sia letteralmente un dungeon, con in fondo un drago sdraiato sulla sua distesa di monete d’oro sottratte alla povera gente dei villaggi circostanti. Nella battaglia per la libertà digitale servono i maghi e le maghe, coloro che conoscono la lingua arcana, i lati più tecnici e difficili della dimensione tecnologica, che scrivono i codici e i programmi. Perché dietro al software libero c’è un enorme grimorio di saperi. Da un lato ci vogliono i maghi, con grandi competenze tecniche. Poi ci vogliono i guerrieri, ovvero il popolo che, con le protezioni fornite dai maghi, brandisce gli strumenti e parte all’assalto. E poi c’è il bardo. Io mi identifico con il ruolo del bardo, nel senso che non ho le competenze tecniche dei maghi, ma credo che il mio contributo sia quello di comunicare. Quello che ho cercato di fare anche con Assalto alle piattaforme è cantare le gesta dei maghi per poi partire all’assalto tutte e tutti insieme. Ci tengo molto a questa visione del party, del gruppo per due motivi. Il primo è che mi piace il concetto di gruppo a livello ideologico. Il secondo è che mi diverte anche a livello di assonanza, perché risuona con “free party” e per me la lotta deve essere festosa. Ne sono ancora più convinto, dopo la lettura di Pleasure Activism (2019) di Adrienne Maree Brown.


Nel primo capitolo del tuo libro metti subito in chiaro la relazione fra mondo reale e mondo virtuale. Citi l’ultima pubblicazione del collettivo Ippolita, Hacking del sé. Disertare il capitalismo del controllo (2024), in riferimento al concetto di simulacro nell’opera di Philip Dick e al suo immaginario. L’androide è sia il simulacro dell’essere umano, sia della realtà condivisa: soggetto e oggetto si confondono, così come realtà e allucinazione. Mi viene in mente ciò che Hannah Arendt sosteneva in merito al fatto che il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto, ma la persona per la quale non c’è più differenza fra realtà e finzione. Oggi siamo immersi in una tecnocrazia dal potere subdolo, capace di capitalizzare l’immaginario e di impedire la visione di orizzonti alternativi. Non solo: mondo reale e mondo virtuale sono perfettamente complementari, nell’accezione più spaventosa. Verrebbe da chiedersi se la colonizzazione del mondo digitale da parte di pochi miliardari (privilegiati, potenti ben prima di divenire imprenditori in questo settore) abbia incrinato gravosamente i sistemi democratici. A tal proposito, in una nota riporti una dichiarazione di Peter Thiel, cofondatore di PayPal: “Non credo più che la libertà e la democrazia siano compatibili”. Significa che per i padroni del mondo, la libertà non è un diritto umano universale, fondamentale e inviolabile, ma un privilegio di pochi?

Per me Peter Thiel è il più inquietante della sua categoria. In questo periodo sono uscite le conversazioni dei famosi files di Epstein. Il fatto che tramite il controllo delle tecnologie e dei social media sia possibile influenzare l’andamento politico del mondo ormai non è più una teoria. Non che ci fosse bisogno di conferme ulteriori, ma ora ne abbiamo davvero la prova. In questo contesto, secondo me dovremmo dare spazio ai nostri sentimenti e alle nostre emozioni. Io dico sempre che per essere miliardari bisogna essere psicopatici, nella definizione clinica del termine. Non c’è modo di guadagnare così tanto, non c’è modo di accumulare così tanta ricchezza, in mondo come il nostro, senza sfruttare le persone.

Ultimamente, i discorsi che ho sentito fare a Elon Musk, a Peter Thiel, a Mark Zuckerberg e a Sam Altman, ex presidente di OpenAI, sono dei discorsi completamente fuori dall’umanità. E questo mi dà speranza perché sono convinto che la non umanità di certi meccanismi sia sempre più evidente anche alle persone non coinvolte attivamente nella politica. È un vantaggio rispetto a quando questo tecno-ottimismo ci sembrava ragionevole, perché prima veniva venduto molto meglio. Vent’anni fa pensavamo ancora che la tecnologia avrebbe sicuramente migliorato le nostre vite. In realtà, la tecnologia ha ancora il potere di migliorare le nostre vite, ma il problema è dato dal fatto che, invece di essere di proprietà e al servizio delle masse, la tecnologia è diventata sempre più privatizzata e utilizzata per estrarre valore alle masse.



Per te siamo in una situazione vantaggiosa? Nel tuo libro sostieni che “il disagio digitale serpeggia fra di noi” e non solo fra antagonisti e attivisti. Come fai a essere così positivo?


Non posso portare dati o numeri concreti. Porto un mio dato aneddotico. Mi occupo di questi temi da tempo e da ben prima di pubblicare Assalto alle piattaforme. Quando ne parlavo cercando di problematizzarli mi scontravo con un muro di gomma: venivano recepiti come discorsi idealisti. Mi dicevano “il mondo funziona così, devi prenderne atto e basta; io sono comodo qua dentro alle piattaforme, ai social. Sei troppo rigido”. Invece, negli ultimi anni, ho notato un cambiamento nelle reazioni di chi mi ascolta. Non dico che il risveglio delle coscienze sia merito mio: il mio è un pixel di lavoro in mezzo a migliaia e migliaia di altri pixel che compongono l’immagine.

In questo contesto, vorrei citare la resistenza palestinese, che ci ha insegnato tantissimo. Secondo me, uno dei contributi enormi che ha dato è stato mettere a nudo alcuni dei meccanismi e dei legami tra tecnologia, piattaforme e il capitalismo. Ecco perché io vedo un risveglio delle coscienze. Perché andando a parlare in giro di questi temi adesso trovo molle cariche di energia potenziale che non vedono l’ora di attivarsi. Se fino a un po’ di tempo fa si diceva che nel mondo digitalizzato “non si sta benissimo, ma non si sta davvero male”, perché siamo nel migliore dei mondi possibili, adesso invece c’è tanta consapevolezza di come questi meccanismi siano problematici.

Chiaramente, possiamo trovare anche migliaia di persone alle quali non importa niente, ma ci sono studi che dicono che i grandi cambiamenti partono quando una piccola percentuale – se sono sbaglio si parla di un 3% della popolazione – sviluppa una nuova consapevolezza. Io vedo che quella consapevolezza sta crescendo anche e soprattutto fuori dalla bolla di chi ha le competenze tecnologiche. Chi si occupa di questi temi da vicino da anni ha messo più facilmente a fuoco quali erano le storture di Meta, di TikTok, di Amazon, di Windows, di Microsoft, di OpenAI, ecc. Quella bolla era, per forza di cose, una minoranza. Non possiamo aspettarci la rivoluzione sperando che la faccia quella persona su mille che sa programmare in C++. Invece oggi questa consapevolezza si sta diffondendo tra la gente comune. Tornando alla metafora di Dungeons & Dragons, questa presa di coscienza non si sta propagando tra i maghi, ma tra gli abitanti del villaggio razziato dal drago.



Leggendo Assalto alle piattaforme, riflettevo sul fatto che la fine del movimento no-global, il G8 di Genova e l’ascesa dei colossi del digitale coincidono cronologicamente nei primi anni Duemila, quando abbiamo cominciato a cedere i nostri dati (ovvero i tasselli della nostra identità) per ottenere in cambio delle comodità. Secondo te è un caso oppure no che le piazze fisiche e Internet della controinformazione si siano svuotati? C’è una correlazione?

Assolutamente sì. Ovviamente, non nel fatto che il G8 di Genova abbia portato all’ascesa di Facebook. Non c’è una causalità. Però esiste una correlazione fra cosa è cambiato su Internet e cosa è cambiato nel mondo fisico. Penso che ci sia una linea di causalità tra l’oppressione della componente libertaria e indipendente di Internet e il fatto che ci siamo trovate e trovati con uno strumento in meno, finito nelle mani di chi detiene il potere e che i movimenti nel 2001 cercavano di contrastare. Il caso di Cambridge Analytica è la dimostrazione di come con grandi capitali sia possibile comprare lo strumento Internet per esercitare un effetto sul mondo estremamente radicale, come nella Brexit e nell’elezione di Trump nel 2016. Gli ultimi grandi stravolgimenti dell’Occidente hanno origine da Meta.

È l’ennesima dimostrazione che il digitale non è una dimensione a parte, ma è un aspetto ben definito e causale del reale. Se abbiamo così tanta documentazione preziosa sul G8 di Genova, se abbiamo così tanta documentazione al di là di quella ufficiale diffusa dalla questura, come testimonianze e dossier di chi era quei giorni a Genova, è grazie a una realtà grandiosa di quegli anni che era Indymedia, nata dal movimento no-global e dalle proteste a Seattle contro il WTO (World Trade Organization). Il motto di Indymedia era “Non odiare i media, diventa i media”. Si trattava di una sorta di TV fatta per diffondere informazioni dal basso. Un sito dove chiunque poteva farsi reporter, proprio negli anni antecedenti allo scoppio di Internet. Premetto che io tendo a collocare l’esplosione definitiva di Internet, quella che sancisce l’inizio di un’epoca in cui ci troviamo ancora, con la diffusione degli smartphone. Con gli smartphone tutti sono entrati su Internet: hanno aperto le porte alla vita online anche a chi, fino a quel momento, non l’aveva frequentata.

Indymedia nasce proprio in quel momento, quando l’esplosione di Internet stava avvenendo. Una diffusione che “ha fatto anche cose buone”, come la raccolta e la pubblicazione della documentazione che abbiamo ancora oggi sul G8 di Genova. Potevamo osservare ciò che accadeva nel mondo da due prospettive parallele: c’era un Internet plurale, libero, decentralizzato, dove fiorivano grandi progetti no profit e autorganizzati, esattamente come Indymedia; dall’altro, nel mondo fisico, c’erano dei grandi movimenti, che non nascevano solo su Internet, ma che in Internet trovavano uno strumento prezioso per coordinarsi e comunicare. Poco tempo dopo, prima con l’avvento di MySpace e poi, definitivamente, con l’arrivo di Facebook, questa pluralità di Internet è venuta meno. Se prima del 2001 esistevano tantissimi siti, ognuno con la sua indipendenza, di fatto negli ultimi anni possiamo dire di avere cinque siti (Facebook, Instagram, YouTube, X, TikTok) dove vengono ricondivisi sempre gli stessi contenuti.

La grande differenza è che queste piattaforme non nascono decentralizzate: non nascono con l’obiettivo di farci interagire, di organizzarci, di farci comunicare e socializzare davvero, anche fuori dalle app. A prescindere da tutte le premure etiche, sono piattaforme ottimizzate per far aumentare i profitti di chi le possiede, attraverso le pubblicità che ci raggiungono e i dati che cediamo. Il parallelo che vedo è che prima avevamo un Internet estremamente plurale, un potenziale amplificatore di tutto quello che avveniva nel mondo fisico, come una vera e propria piazza dove incontrarsi. Ora è diventato un grande centro commerciale. Se ci troviamo in piazza è più facile parlare di cambiamento e di rivoluzione. Se ci troviamo al centro commerciale è più difficile che accada. Per questo credo che la lotta alla libertà digitale sia cruciale in questo momento. Perché qualunque sia il futuro delle battaglie, qualunque sia la direzione che le vogliamo darle, Internet ce lo dobbiamo riprendere.



Un tema ricorrente nelle cosiddette bolle dei gruppi antagonisti e di persone che si occupano di politica attiva è quello dell’utilizzo delle piattaforme social mainstream per fare controinformazione, dal momento che andrebbero boicottate e che il medium è il messaggio, ovvero che gli argini entro i quali muoversi non sono aderenti ai valori che sorreggono determinate istanze. Un esempio fra tutti è quella sorta di linguaggio in codice che prevede l’uso di specifiche emoji o di numeri al posto delle lettere per evitare di essere puniti dall’algoritmo, finendo in shadow ban o persino vedendo il proprio account cancellato per sempre. Penso al profilo TikTok della giornalista palestinese Bisan Owda. Tu sei fra quelli che non credono all’efficacia di questo tipo di linguaggio. Puoi spiegare meglio perché? Per esempio, credi che le manifestazioni a sostegno della Global Sumud Flotilla di fine 2025 si siano sgonfiate troppo precocemente, nonostante la tregua non sia stata mai rispettata, anche a causa di questa vacuità del linguaggio social? Che senso ha fare controinformazione sui social mainstream?

È una questione che mi sta particolarmente a cuore. Faccio un esempio che riporto anche sul libro, quando parlo di TikTok. Molte persone, giustamente, mi dicono che tramite quella piattaforma si sono informate sulla Palestina, che per la generazione Z è stato un veicolo importante di informazione sulla questione. Sono estremamente grato a chi ha fatto quel lavoro molto bene, amplificando la consapevolezza sulla causa. Personalmente non credo che ora la strategia migliore sia abbandonare del tutto le grandi piattaforme commerciali. In futuro auspico di farlo definitivamente, ma ora è meglio fare ragionamenti strategici.

Da un lato le piattaforme sono luoghi in cui non possiamo esprimerci come vogliamo e dobbiamo autocensurarci, aggirando possibili limitazioni; dall’altro snaturano il nostro messaggio e la sua efficacia. In realtà il problema è ancora più grande e ben rappresentato dal fatto che la “tregua” mendace sulla Striscia di Gaza non c’è mai stata, il cessate il fuoco non è mai stato rispettato, eppure tutta quella grande emozione di massa si è sgonfiata, senza che la situazione a Gaza migliorasse affatto. I bombardamenti sono continuati, le vittime continuano ad aumentare, le condizioni in cui sono costrette a sopravvivere le persone sono sempre più disumane. Eppure tutto quel buzz e quella elettricità che abbiamo visto anche sui grandi social a fine settembre sono spariti. Questo si deve a un fenomeno ben preciso. Ossia che tutto quello che mettiamo nelle piattaforme è content e il content è di per sé effimero. È come se fosse l’allestimento della vetrina.

Noi siamo gli allestitori delle vetrine che noi stesse e noi stessi guardiamo. La vetrina dev’essere costantemente allestita e rinnovata. Perciò il content ha una data di scadenza brevissima e tende a muoversi seguendo le wave, le mode, i trend. Questo purtroppo è quello che è successo anche con un fenomeno estremamente bello e positivo come le grandi mobilitazioni per la Palestina. La nostra battaglia è diventata content, ne ha tratto qualche beneficio, ma poi si è scontrata contro l’enorme limite del content e ad oggi il tema è quasi sparito. Per questo nel mio libro scrivo che ben vengano le battaglie di consapevolezza anche sulle grandi piattaforme, ma non possiamo farle solo lì. È necessario tornare a investire nel mondo fisico e in alternative digitali come il Fediverso perché abbiamo visto che anche un risultato straordinario come organizzare grandi mobilitazioni internazionali può infrangersi contro la natura effimera del content.



A proposito di content, in Assalto alle piattaforme parli del fatto che nell’era del Web 2.0 ogni mestiere, ogni professione e ogni forma d’arte è livellata dalla macina digitale e ridotta a un unico ruolo: quello del content creator. Perfino i semplici utenti lo sono. In un mondo senza più classi sociali ben definite, ma fluide, l’unica coscienza di classe che potrebbe innescare l’insurrezione contro l’oppressore è quella di una coscienza di classe 2.0 da content creator?

È un tema difficile. Chi trova la quadra sulla coscienza di classe farà la prossima rivoluzione. Bisognerebbe partire da cos’è la classe oggi. Giustamente Marx distingueva tra chi detiene i mezzi di produzione e chi non li detiene. Ovviamente, tutta la storia della coscienza di classe si è evoluta nel Novecento, quando ai suoi albori il soggetto rivoluzionario si identificava con l’operaio, perché in grado di agire sul reale in un modo capace di modificarlo. Da lì in poi, si sono riempite pagine e pagine su che cosa volesse dire coscienza di classe e soggetto rivoluzionario. Nel frattempo il mondo è cambiato così tanto che oggi siamo molto confuse e confusi.

Abbiamo smarrito il senso della lotta di classe e una delle ragioni è la progressiva demolizione del concetto stesso di coscienza di classe. Sono cambiati i mezzi di produzione: oggi non ci sono più solamente le fabbriche. A questo si somma il fatto che i social non funzionano davvero come network, perché sono più simili alla TV, che ci fa restare a casa. Perciò, io non credo che i prossimi soggetti rivoluzionari saranno i content creator, né credo che la prossima rivoluzione dipenda dallo sviluppo della loro coscienza di classe. Penso che sarà necessario anche il loro risveglio, nell’ottica della promozione di un modo di stare su Internet non su piattaforme commerciali ma su realtà autogestite e autonome. Da quelle basi lo strumento digitale sarà uno strumento potentissimo per rivendicare una coscienza di classe su scala più ampia, qualunque cosa decideremo sia la classe.

Credo che sia necessaria una rivendicazione e un modo diverso di vivere la dimensione digitale che ci faccia realizzare, come scrivevo nel libro, che siamo tutte e tutti sulla stessa barca. Sulla piattaforma c’è chi detiene i mezzi di produzione e chi non li detiene. Più prendiamo consapevolezza sul funzionamento di queste piattaforme, più emerge come la struttura stessa di queste piattaforme sia fatta per atomizzare qualsiasi vagito di coscienza di classe e che quindi sia necessario fare un passo laterale verso le alternative, iniziando a vivere diversamente le nostre vite digitali. Esattamente come se smettessimo di andare tutti sabato pomeriggio al centro commerciale e iniziassimo a passare tutti sabato pomeriggio insieme ai collettivi in un centro sociale. Semplicemente, la tua coscienza risponde con due risultati diversi.

da qui

lunedì 16 marzo 2026

Il ruolo della Cina nella tecnologia pulita italiana: da relazione ‘asimmetrica’ a interdipendenza strategica. L’analisi - Luisiana Gaita

Lo studio del think tank Ecco esamina i flussi di investimento e commerciali tra i due Paesi in tre settori (fotovoltaico solare, pompe di calore e batterie): "La vera priorità non è disimpegnarsi da Pechino, ma rafforzare la nostra capacità industriale"

I rapporti economici tra Roma e Pechino sono fondamentali per la transizione energetica e industriale verso l’energia pulita dell’Italia ma finora – senza una strategia che li trasformi in un vantaggio competitivo – hanno portato a una “relazione asimmetrica”. L’Italia dipende da tecnologie e componenti cinesi nel settore del solare fotovoltaico, delle batterie e, in misura minore, delle pompe di calore, sia direttamente attraverso le importazioni, sia indirettamente attraverso i partner dell’Ue, le cui catene di approvvigionamento incorporano una quota significativa di made in China. Ma se il deficit commerciale di Roma con Pechino è raddoppiato, passando da circa 2-2,5 miliardi di euro nel 2020-2021 a 4-5 miliardi di euro entro il 2024-2025, questa bilancia commerciale non è principalmente una questione di clean tech. Riguarda altri settori, come plastica, elettronica di consumo e abbigliamento. Non solo: importare tecnologie pulite non equivale a importare combustibili fossili. Da questi elementi parte lo studio del Think tank Ecco, presentato durante un evento alla fiera Key Energy 2026, nel quale si analizzano i legami economici tra Italia e Cina nella transizione, proponendo cinque leve strategiche per rafforzare competitività e autonomia nazionale ed europea. “Confondere la decarbonizzazione con una nuova forma di dipendenza è un errore strategico. La vera priorità non è disimpegnarsi dalla Cina, ma rafforzare la capacità industriale italiana dentro questa interdipendenza” spiega Cecilia Trasi, analista senior di Ecco e co-autrice dello studio. Il lavoro esamina i flussi di investimento e le relazioni commerciali tra Italia e Cina in tre settori (fotovoltaico solare, pompe di calore e batterie), identificando i comparti in cui vi sono ampi margini di manovra.

Il ruolo della Cina nella transizione italiana (e i suoi modesti investimenti)

Per quanto riguarda il solare, la produzione operativa di celle fotovoltaiche in Italia è relativamente elevata, con circa 3 gigawatt di capacità operativa, davanti a Germania, Francia e Spagna. Ma l’Italia non ha una produzione significativa di wafer o polisilicio, fondamentali per le celle fotovoltaiche, lasciando strutturalmente sottosviluppati questi segmenti. I produttori italiani colmano questa lacuna affidandosi a wafer e celle importati, prevalentemente da Cina e altri fornitori asiatici, e concentrando le proprie attività sulla finitura delle celle, l’assemblaggio dei moduli e l’integrazione dei sistemi. La capacità produttiva italiana nel settore è comunque in espansione, ma rimane altamente concentrata e limitata in termini di volume rispetto alle importazioni. Oltre il 70% dei pannelli fotovoltaici sul mercato italiano è di produzione cinese. Pechino, inoltre, esporta tra il 25% e il 28% del valore dei componenti per pompe di calore assemblate in Italia e fornisce la maggior parte delle batterie importate (857 milioni di euro nel 2024). Allo stesso tempo, gli investimenti diretti esteri cinesi nella produzione italiana di tecnologie pulite rimangono modesti. Sono stati molto più consistenti in diversi Stati dell’Europa centrale e orientale e, in misura minore, in Germania, Francia e Spagna. “Molti progetti annunciati dalla Cina non si sono concretizzati in impianti di produzione su larga scala” scrivono le analisti autrici dello studio, Cecilia Trasi, Ginevra Vittoria e Chiara Francesca Ausenda, spiegando che il rilancio degli investimenti cinesi in Italia è ora un obiettivo esplicito del piano d’azione 2024-2027 “anche se resta da vedere se questa ambizione si tradurrà in flussi concreti”.

Le ragioni di una “relazione asimmetrica”

Ad oggi, quindi, il settore italiano delle tecnologie pulite si sta sviluppando all’interno di una relazione altamente asimmetrica con la Cina. Questa dinamica non è unica in Europa, ma elevata esposizione alle importazioni e produzione interna limitata in settori chiave rendono la posizione dell’Italia particolarmente delicata. Il mercato interno dei veicoli elettrici, per esempio, rimane uno dei più deboli dell’Ue (con una quota di veicoli elettrici a batteria del 6,2% nel 2025, contro una media europea di circa il 20%), riducendo la spinta della domanda per gli investimenti in batterie e trasmissioni. I quadri di incentivi industriali sono stati storicamente meno generosi, meno snelli e meno chiari rispetto a quelli di Paesi come Spagna, Ungheria e Polonia. L’Italia, inoltre, applica un regime di screening degli investimenti diretti esteri relativamente rigoroso. Basato sul quadro normativo del ‘golden power’, con una serie di poteri speciali di veto e di condizionamento che consentono al governo di vagliare, bloccare o imporre condizioni agli investimenti stranieri e alle transazioni societarie che coinvolgono beni e società strategici italiani, se considerate una potenziale minaccia alla sicurezza o agli interessi nazionali essenziali. Sebbene il ‘golden power’ non impedisca agli investitori stranieri di venire in Italia, comporta che le operazioni di grande entità o sensibili siano soggette a un ulteriore livello di rischi politici e legali che gli investitori (in particolare le aziende legate allo Stato cinese) devono valutare e pianificare.

L’Italia sulla linea difensiva

“Finora, l’approccio dell’Italia nei confronti della Cina ha seguito la traiettoria più ampia dell’Europa, con una crescente cautela strategica pur mantenendo un significativo impegno economico”. Ecco ripercorre le fasi che dall’adesione nel 2019 alla Belt and Road Initiative (l’Italia è stato l’unico paese del G7 ad aderirvi), della progressiva espansione del quadro di controllo degli investimenti ‘golden power’ a partire dal 2021, fino al ritiro formale dall’iniziativa nel dicembre 2023 e al lancio del Piano d’azione Italia-Cina 2024-2027 da parte del governo Meloni, pochi mesi prima della rielezione di Donald Trump. “Nel 2025, il decreto FER X Transitorio è più un segnale politico-industriale che una vera e propria strategia di reshoring” racconta Ecco. Il programma punta all’espansione e all’ammodernamento degli impianti rinnovabili con incentivi diretti per quelli fino a un megawatt e aste competitive per i progetti più grandi. “Un aspetto critico è l’esclusione dei componenti di origine cinese (moduli, celle e inverter) dai progetti fotovoltaici superiori a un megawatt, con l’obiettivo di promuovere la sovranità tecnologica e diversificare le catene di approvvigionamento” spiega il think tank. Attraverso il decreto, l’Italia è stata tra i primi Stati membri dell’Ue a rendere operativi i criteri di resilienza Nzia (Net zero industry act, il regolamento che punta a rafforzare la capacità produttiva europea nelle tecnologie pulite strategiche) e ha promosso la prima asta per grandi impianti fotovoltaici preclusi al made in China. Ma Ecco solleva interrogativi rilevanti in termini di efficacia industriale: l’asta conforme al NZIA ha registrato un premio di costo pari a circa il 17–20% rispetto al bando standard. “Un onere che, in ultima analisi, ricade sui consumatori e sul bilancio pubblico. La questione rilevante non è se l’Italia importi pannelli solari dalla Cina – scrive Ecco – ma se stia sviluppando le capacità di installazione, manutenzione, integrazione e riciclaggio che traducono la diffusione in valore economico trattenuto e se stia investendo nei segmenti manifatturieri in cui può realisticamente competere”.

Trasformare l’interdipendenza in un vantaggio competitivo

E c’è un altro aspetto: “Quando l’Italia importa un pannello solare, il valore energetico che esso genera rimane in Italia sotto forma di bollette elettriche più basse, reddito familiare conservato, costi di combustibile evitati e un bene domestico che può essere mantenuto, aggiornato e infine riciclato indipendentemente dalle future interruzioni del commercio”. Discorso diverse per le importazioni di gas: “Quel valore viene bruciato ed esce dall’economia in modo permanente, insieme alle sue esternalità geopolitiche e di carbonio”. Per Ecco “bisogna resistere alla narrativa che confonde la decarbonizzazione con l’esposizione geopolitica, anche perché rischia di diventare uno strumento per ritardare la transizione energetica”. Per questo, secondo Ecco, la predominanza cinese non costituisce un problema in sé, ma rivela la necessità di una strategia organica sul futuro delle clean tech in Italia. Sono tre le condizioni individuate per trasformare l’interdipendenza in opportunità: una visione di lungo periodo, una mappatura delle capacità produttive italiane attuali con una valutazione realistica di dove possono arrivare e una gestione della relazione commerciale con la Cina che non sia solo in chiave difensiva. Lo studio indica alcune leve operative per passare a una gestione proattiva e coerente nelle relazioni Europa-Cina. Il primo step è quello di rendere operativo e utilizzare il Piano d’Azione Italia-Cina 2024-2027 come strumento di diplomazia industriale nelle tecnologie pulite: trasferimento tecnologico nel fotovoltaico, cooperazione su riciclo e stoccaggio batterie e regole chiare per investimenti che rispettino pienamente governance e proprietà intellettuale. “Le quote ‘non cinesi’ e gli strumenti Nzia possono avere un ruolo solo se legati a competitività e riduzione dei costi, mentre è necessario stabilizzare la domanda e rafforzare la filiera delle pompe di calore e avviare una “seconda ondata” sulle batterie puntando sull’economia circolare.

da qui

domenica 15 marzo 2026

Psicosi rossobruna: l’accusa che assolve chi la pronuncia - Alex Marquez

L’accusa di rossobrunismo funziona come alibi morale di una sinistra americanizzata che sostiene guerre, neoliberismo e identità performative. Un dispositivo psichico e politico per espellere il conflitto di classe e autoassolversi.

La sindrome rossobruna come alibi politico

C’è una parola che oggi circola come una moneta falsa ma accettata ovunque: rossobrunismo. Non serve definirla, basta pronunciarla. Funziona da scomunica laica, da scorciatoia morale, da dispositivo disciplinare per rimettere in riga chi devia. In suo nome si assolvono guerre, si benedicono alleanze imbarazzanti, si riscrive la storia in tempo reale. L’accusa non descrive: cancella. Non argomenta: espelle. Ed è proprio questa sua efficacia brutale, più che il suo significato evanescente, a renderla centrale nel lessico politico contemporaneo.

L’uso della psicoanalisi in politica è sempre una tentazione pericolosa. Freud non è un editorialista e l’inconscio non vota. Tuttavia, come strumento euristico minimo, può aiutare a leggere certe ossessioni ricorrenti del dibattito pubblico. Una di queste è – appunto – la famigerata accusa di “rossobrunismo”, formula magica brandita come manganello simbolico contro chiunque osi deviare dalla retta via dell’ortodossia progressista contemporanea.

Il paradosso è evidente: coloro che hanno coniato l’espressione per denunciare una presunta convergenza tra comunismo e fascismo sembrano spesso incarnarne, nei fatti, la sintesi più inquietante. Basta scorrere i manifesti di sigle come “Sinistra per l’Ucraina” o le prese di posizione di micro-gruppi anarchici e post-operaisti che invocano apertamente l’escalation militare contro la Russia. Il nemico evocato – il fascismo eterno, metastorico, reincarnato di volta in volta – finisce per coincidere con tutto ciò che ostacola la loro pulsione bellica mascherata da umanitarismo.

Qui il lessico freudiano torna utile. La proiezione, quel meccanismo di difesa che consiste nell’attribuire ad altri impulsi inaccettabili, appare fin troppo riconoscibile. Il sostegno a formazioni apertamente neonaziste in Ucraina, l’adesione entusiasta a una possibile guerra mondiale, vengono giustificati come crociata morale contro uno “stalinismo” che esiste solo come fantasma ideologico. Putin diventa così il contenitore simbolico di una colpa più profonda: aver escluso questi soggetti dalla Storia, aver negato loro il ruolo di avanguardia morale del mondo.

Accusare gli altri di fascismo o rossobrunismo assolve preventivamente da ogni responsabilità. Il male è sempre esterno, mai interno. E tutto ciò che frena il desiderio illimitato, che pone limiti materiali o politici, viene automaticamente classificato come reazionario.

 

Dall’antagonismo al marketing del dissenso

Il concetto di rossobrunismo svolge però una funzione ancora più sofisticata. Non serve solo a squalificare il nemico, ma a presidiare un’egemonia culturale all’interno dell’area antagonista. Qui, da decenni, domina un libertarismo post-operaista che ha smesso di considerare il capitalismo come problema strutturale, vedendo nel neoliberismo una sorta di acceleratore di creatività sociale.

È sul terreno dell’“uomo-impresa” che il neoliberismo ha vinto la sua battaglia più profonda: quella sulle coscienze. I reduci del Sessantotto e i loro eredi hanno progressivamente sostituito l’anticapitalismo con l’americanismo culturale, aderendo senza troppe resistenze alla narrazione delle rivoluzioni colorate e alla missione civilizzatrice dell’Occidente collettivo.

Questa mutazione affonda le radici negli anni Ottanta, quando il riflusso politico si tradusse nella proliferazione dei centri sociali. Spazi che, da luoghi di conflitto, si trasformarono in laboratori di consumo alternativo, branding identitario e imprenditorialità culturale. Il dissenso venne americanizzato, reso performativo, separato dalla questione di classe.

La nuova controcultura attrasse un ceto mediamente istruito, con alte aspettative professionali, completamente scollegato dalla realtà proletaria. La politica divenne espressione di sé, lifestyle, guerra culturale. Un antagonismo senza anticapitalismo, perfettamente compatibile con le nuove pulsioni imperiali dell’Occidente.

Non stupisce che questa “socialità alternativa” sia finita per replicare il mito del privato: centri sociali aziendalizzati, dipendenti dall’amministrazione pubblica, radicati più nei bandi che nei territori. Un ecosistema che produce lavoratori della conoscenza pronti a muoversi tra attivismo e impresa, in una versione impoverita del modello Silicon Valley.

Le battaglie sui diritti e sulle identità, pur avendo spesso elementi legittimi, funzionano allora come dispositivi di integrazione nel sistema, non di rottura. E quando qualcuno prova a riaprire il discorso su classe, lavoro, socialismo, scatta l’accusa infamante: rossobrunismo. Un marchio utile a difendere rendite simboliche e posizioni di potere, più che a comprendere la realtà.

da qui

sabato 14 marzo 2026

L’Iran e la TikTokizzazione della guerra - Lorenzo Tecleme

 

Dall’inizio della settimana, le bacheche di molti utenti dei social network si sono riempite di uno specifico tipo di video. Sono contenuti quasi identici tra di loro: iniziano con una scena in cui l’autore del profilo passeggia per Dubai o, meno di frequente, per altre metropoli del Golfo Arabo. In sovraimpressione, la scritta: «ma vivi a Dubai, non hai paura della guerra?». Dopo poco compaiono i volti degli emiri regnanti, e il testo diventa «no, perché so chi mi protegge».

Sono l’ultimo modo, un po naive, con cui i governi degli Emirati Arabi Uniti e delle altre monarchie dell’area hanno deciso di promuoversi all’estero in tempo di guerra. A fare questi video sono i molti influencer e nomadi digitali che si sono trasferiti a Dubai, Abu Dhabi, Mascate. Alcuni fanno anche dei video più spontanei, in cui passeggiano sotto casa per mostrare che non c’è nulla da temere e, come dice uno diventato particolarmente virale, sarebbero più in pericolo in Italia.

 

Si è scritto molto dell’uso dei social nei contesti di guerra. Si è persino coniato un neologismo ad hoc: socialnetworkizzazione. Con l’attacco all’Iran, siamo entrati ufficialmente nella tiktokizzazione. In Italia, ad esempio, la vicenda dei turisti bloccati a Dubai si è diffusa nelle prime ore degli attacchi verso gli EAU grazie al video della cantante Big Mama. Con toni poi molto criticati, chiedeva che «gli occhi venissero puntati su di loro», rimasti fermi in albergo al ritorno delle Maldive per via della chiusura dello spazio aereo.

Anche sul fronte degli attaccanti, l’invasione dell’Iran è passata per TikTok. Il dipartimento della Guerra statunitense, quello che nel resto del mondo si chiamerebbe ministero della Difesa, ha pubblicato un video in cui mostra i suoi bombardieri pronti a colpire le basi, i pozzi, le scuole e gli ospedali iraniani. Come sottofondo, la hit degli anni Novanta La Macarena. L’esercito israeliano, l’IDF, si è unito al trend con un tiktok dove le manovre dei jet sono accompagnati al jingle virale Jet2Holidays.

Si è scritto molto di come la guerra in Ucraina tenga assieme elementi modernissimi, i droni, ed elementi classici, come le trincee. Ad una settimana dall’inizio dei bombrdamenti sull’Iran, possiamo individuare anche in questo conflitto una contrapposizione simile: i modernissimi TikTok e il classico petrolio.

da qui

venerdì 13 marzo 2026

C’è chi dice NO

I Comuni di Avigliana, Rivoli, Caselette e Sant’Ambrogio, insieme all’Unione Montana Bassa Valle Susa, ribadiscono il loro no al progetto “definitivo” della tratta Orbassano-Avigliana. (Precisazione: mettiamo definitivo tra virgolette proprio perché il livello di approfondimento, su più aspetti del documento, è incongruente, deficitario, approssimativo e rimanda a future fasi progettuali incompatibili con un progetto da considerarsi conclusivo a tutti gli effetti..storia, questa, che conosciamo fin troppo bene!).

Tecnici e Comuni, attraverso tre documenti distinti di 126 pagine (tecnico, urbanistico-paesaggistico e politico-amministrativo) che verranno recapitati al Commissario straordinario Mauceri, Rfi e Regione, smontano tutte le ballepropagandistiche e svelano come questo progetto sia nei fatti inutile, dannoso ed incoerente.

I principali punti toccati

In primo luogo, come già si diceva negli anni ’90, la linea ferroviaria ad Alta Velocità nasce con una previsione di traffici che non arriveranno mai. I dati non sostengono le previsioni di crescita dei treni merci e passeggeri tra Italia e Francia: le merci non stanno aumentando, anzi, viene registrato l’effetto contrario. “Non è un caso se nel 2025 è stato interrotto il servizio dell’Autostrada Ferroviaria Alpina senza ipotesi di riapertura a causa dello svantaggio tra costi e benefici”, sottolinea il sindaco di Avigliana, Andrea Archinà. “Anche per i passeggeri la linea storica tra Torino e la Val di Susa non risulta prossima alla saturazione e potrebbe gestire un traffico maggiore con dei semplici adeguamenti tecnologici”. Basterebbe che funzionasse il servizio attuale, con un treno per Torino ogni mezz’ora; invece, si continuano a rilevare soppressioni e ritardi (chissà cosa avrebbe da dire il Ministro dei Trasporti su questo).

 

Altro aspetto è il “risparmio di tempo”. Quello che ci si aspetterebbe da un treno ad alta velocità, sarebbe quanto meno un anticipo di percorrenza sull’intera tratta. E invece, secondo i calcoli dei tecnici, le merci sarebbero consegnate con un vantaggio di soli 73 secondi. Anche le tempistiche di realizzazione dell’opera sono un aspetto critico: contando già il ritardo complessivo, al di là delle bufale di Bufalini, i comuni coinvolti sarebbero invivibili per almeno 8 anni. In verità, la previsione è solo un’ipotesi, in quanto tutto dipende dai soldi. A parte i fondi europei, il governo sull’opera dovrebbe stanziare 1,5 miliardi e ad oggi si contano solo 827 milioni. Tenendo in conto che la Presidente Meloni al momento è impegnata assiduamente nel reperire fondi da destinare alla difesa e al riarmo, ci viene da dire che, a questo punto,diventa oggettivamente impossibile calcolare la fine dei lavori.

Centrali sono ovviamente anche gli impatti ambientali, estremamente gravi. La gestione dei materiali di scavo, l’occupazione e la sottrazione di aree agricole, l’aumento del traffico pesante sulla viabilità, sono elementi preoccupanti a cui il progetto “definitivo” non da risposte soddisfacenti di tutela. Si distruggerebbe la collina Morenica senza un reale beneficio. È evidente, guardando le carte, che i progettisti non si siano mai recati sui luoghi. Nella testa di queste persone, la Val di Susa è solo un foglio di carta su cui tracciare immaginifiche linee a matita, ma di quello che comporta nella pratica, non hanno la minima contezza. Tutto diventa “interferenza”: le vite delle persone sono pedoni sacrificabili per una strategia di gioco più alta, prezzi da pagare accettabili nella costruzione dell’infrastruttura.

Gli scenari

Per questo aspetto, riteniamo doverosa una premessa: l’Amministrazione del Comune di Avigliana incarna una postura istituzionale e ha ritenuto necessario fornire tre scenari alternativi con l’obiettivo di tutelare l’interesse pubblico della città, garantendo che ogni decisione sia fondata su dati aggiornati, verificabili e su soluzioni che, nel caso, minimizzino gli impatti sul tessuto urbano, ambientale ed economico. Obiettivo sicuramente comprensibile, ma su cui vogliamo dire la nostra.

L’unica soluzione accettabile (risoluzione prioritaria anche per la giunta Archinà) è quella che fa riferimento allo “Scenario 0”, cioè alla NON realizzazione della variante. Le altre opzioni NON sono da prendere in considerazione, proprio alla luce delle incongruenze riscontrate nelle analisi dei documenti.

Lo “Scenario 1”, qualora i proponenti decidessero comunque di procedere (cosa che prevediamo faranno), comporta la richiesta di ritornare al progetto preliminare del 2011 con binari interrati a galleria naturale e interconnessione ricollocata però più a valle in modo da non impattare sull’abitato.
Secondo l’amministrazione, questa alternativa ridurrebbe la cantierizzazione in superficie e gli effetti negativi su qualità urbana, paesaggio e attività locali, ma questo comunque non metterebbe al riparo da possibili danni ambientali generali.
Ovviamente chi si accoda di buon grado a questa ipotesi, sono gli esponenti locali del PD. E questo dovrebbe già far scattare numerosi campanelli d’allarme. Nel fregarsi le mani al sol pensiero delle future compensazioni, per loro, intraprendere questa strada, vorrebbe dire scegliere la via del rilancio in contrapposizione ad un declino inesorabile causato da una spaccatura sociale insanabile. Questa lettura miope e autocentrata riflette ciò che accade nel loro partito, qualcosa che nulla ha a che vedere con la realtà sociale e territoriale della Valsusa. Ma, chiaramente, da questi politicanti non ci si può aspettare niente di più.

Lo “Scenario 2”, sarebbe la conferma del progetto definitivo in superficie. Ovvero l’assoluta strafottenza rispetto all’autodeterminazione e autonomia del territorio, delle istituzioni locali e della popolazione. L’ennesima imposizione dall’alto.

Considerazioni

Quello che è certo è che siamo ad un punto cruciale. Le tre gambe dell’opposizione all’opera devono però ricominciare a camminare insieme. È giusto che le amministrazioni facciano la loro parte in quanto istituzioni e che i tecnici abbiano un approccio scientifico nel demolire i progetti.

Ma per essere efficaci, questi passaggi devono essere sostanziati dall’attivazione e partecipazione popolare e unitaria di tutti i valsusini e le valsusine contrari al Tav.

L’importanza e il valore aggiunto legati alla presenza, ancora oggi, sul nostro territorio di sindaci coraggiosi e competenti, non è messa in discussione. Ma questo non ci può bastare, perché non possiamo ragionare unicamente con una lente di ingrandimento puntata su un Comune tra tutti: dobbiamo tenere sempre in mente che il progetto ha ripercussioni su tutta la Valsusa e sulla città di Torino e che le conseguenze di questo progetto le pagheremo tutti, che un cantiere di trovi a Salbertrand o ad Orbassano.
Non si possono accettare soluzioni da riduzione del danno, poiché questo approccio sarebbe miope nei confronti di tutte quelle porzioni di territorio devastate dal Tav dal 2011 a oggi.

Sebbene siamo convint* che un granello di sabbia in ogni ingranaggio possa inceppare l’intera macchina, dobbiamo agire e pensare come corpo unico, soprattutto perché è la controparte per prima a trattare la Val di Susa come un Cantiere Unico.

da qui