martedì 26 maggio 2026

Sardegna e Sudtirolo in rivolta - Fabio Gobbato

 

Abbiamo lasciato Giangiacomo e Sibilla al termine del viaggio da incubo in Bolivia nell’estate del 1967. Feltrinelli, fin da quando è ragazzo, è un attento osservatore della politica. Quello che vede in Italia e nel mondo gli piace sempre di meno.  Sono anni difficili. Oggi lo ricordano in pochi ma il decennio cominciò nel sangue. Nel 1960 il governo Tambroni, monocolore DC sorretto dai voti del MSI ordina di sparare sulla folla di operai che protestano per l’annunciato congresso dei neofascisti a Genova. Tra Reggio Emilia e il resto del Paese in pochi giorni  si contano 11 morti. Undici morti. Un bilancio da massacro di minatori in sciopero in Sudamerica. Ma siamo parlando dell’Italia a guida democristiana, non della Bolivia di Barrientos. Undici morti.

Nel 1967 la catena di eventi che generano apprensione in chi ha a cuore le sorti democratiche dell’Occidente è allucinante. Una sfida alle leggi della statistica. In aprile, in Grecia, il regime dei colonnelli sale al potere con un colpo di Stato e va a fare compagnia a Salazar in Portogallo e a Franco in Spagna. Tre dittature fasciste in Europa.  Come se non bastasse, a maggio i giornalisti Scalfari e Jannuzzi pubblicano sull’Espresso lo scoop che rivela il tentato golpe De Lorenzo del 1964 (Il Piano Solo). Altro che “paranoie” di un ricco editore  ansiogeno. La crescita del PCI fa paura. In quegli anni la destra eversiva, le reti militari clandestine, i servizi (deviati?) mordono il freno. Scalpitano. Aspettano solo il momento buono, che come noto, arriverà nella notte dell'8 dicembre di due anni più tardi con il tentato golpe Borghese. Era tutto pronto. Il contrordine arrivò solo all’ultimo minuto. Un’operazione, questa, che coinvolgeva nomi che fanno venire i capelli dritti. Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, ad esempio. Odore di zolfo nell’aria. Soprattutto dai tombini.

Al rientro dalla Bolivia, Feltrinelli vede che in Italia il centrosinistra di Aldo Moro  (senza PCI) arranca. Il 9 ottobre Ernesto  Guevara, il “mito” per cui si è  tanto speso alcuni mesi prima, viene giustiziato dall’esercito boliviano eterodiretto dalla CIA. Il suo “amico” Quintanilla, il capo dei servizi segreti che nelle ultime puntate ritroveremo console ad Amburgo, mozza le mani al cadavere del Che e le spedisce a Fidel Castro come prova dell’avvenuta esecuzione. “Così potete confrontare le impronte digitali”, è il sottinteso. Uno sfregio che manda ai pazzi milioni di militanti della sinistra in tutto il mondo.

A quel punto nella testa dell’editore scatta qualcosa. Decide di mollare un po‘ le redini della casa editrice e di lanciarsi nell’attivismo politico rivoluzionario. La sua vita entra letteralmente in un turbine. E’ come se sentisse di dover fare ovunque tutto quello che può per sostenere i gruppi che lottano contro regimi oppressivi. E grazie all’immensa ricchezza che ha a disposizione e alla rete di contatti costruita in una ventina d’anni, l’editore “può” molto. E fa molto. Disordinatamente, spesso in modo avventato, ma fa molto. Fa più che può.  Schizza letteralmente da una parte all’altra dell’Europa e del pianeta, muovendo montagne di soldi e, pure, carichi di armi e di esplosivi.

La storia familiare, i legami personali e l’attualità – la strage di Cima Vallona è del giugno 1967 - spingono Feltrinelli ad interessarsi con regolarità anche della questione sudtirolese. Uno dei molti fronti aperti. 

·                     Prima la Sardegna

Prima di arrivare al Sudtirolo bisogna, però, fare un tuffo nel cuore del mar Mediterraneo. Nel 1967, tra un viaggio in Bolivia e l’altro in Algeria, Feltrinelli comincia a girare la Sardegna in lungo e in largo. Ci torna più volte tra il 1967 e il 1969. In quegli anni per “Giangi” l’isola ha un’attrattività a cui è difficile resistere: indipendentismo radicato, banditismo romantico, poligoni militari americani da contestare, comunità dedite alla pastorizia che resistono alla modernizzazione capitalista. Nel 1968 la casa editrice Feltrinelli pubblica Sardegna: Rivolta contro la colonizzazione di Giuliano Cabitza, pseudonimo dello scrittore Eliseo Spiga. Il titolo dice già tutto.

Feltrinelli arriva a identificare nel bandito Graziano Mesina - allora latitante nel Supramonte di Orgosolo  il possibile comandante di una guerriglia sarda. Una sorta di Che Guevara local profumato al mirto. L’editore è convinto di poter fare dell’isola una “Cuba del mediterraneo”. Ma c‘è un piccolo problema: a Grazianeddu, de su comunismu, no nd’importat un carru. Del comunismo, cioè, non gliene frega un carru-cavallo. Una mazza, insomma. 

Secondo i documenti del Servizio Informazioni Difesa (SID) portati alla luce dalla Commissione Stragi nel 1996, è un ufficiale dei servizi a convincere Grazianeddu a desistere dall’alleanza con Feltrinelli (le conversazioni fra i due  furono pubblicate da Epoca in un numero che contiene pure un’intervista a Sibilla Melega, ndr). Il progetto si arena, ma non scompare. Resta come schema mentale, come metodo: cercare territori periferici, marginali, dove la frattura sociale possa trasformarsi in rivolta. Un progetto naif, senza dubbio, segno anche di un bisogno di protagonismo un po’ superficiale e puerile. Vero. Ma quelli sono anni di fermenti veri, ovunque. Le lotte di liberazione alternano rovinose sconfitte a qualche successo. Cuba e Fidel infondono speranza. Feltrinelli ci crede davvero al punto da acquistare due navi che dovrebbero servire per portare a compimento l’impresa. Dovrebbero.

Le cose talvolta non accadono perché non devono accadere.  Pigrizia del fato. Altre volte non accadono perché vengono da idee campate in aria. Altre ancora perché intervengono i servizi segreti. E niente. Il Mediterraneo non ha una sua Cuba. La Sardegna non farà nessuna lotta per l’indipendenza. Resterà - placidamente -una regione autonoma.  

 

Poi l’Alto Adige

Con un livello di naïveté simile  l’editore approccia la questione sudtirolese. Il tema lo appassiona. La sera del 1966 in cui conosce per la prima volta la meranese Sibilla Melega l’argomento viene affrontato in profondità.  Lo racconta Sibilla stessa in un pezzo di memorie pubblicato nel marzo del 2002 sulla rivista svizzera Du.“Die Gäste assen im Salon und unterhielten sich, GgF und ich waren einen Stock tiefer in der Küche, sprachen über die Probleme der Minderheiten in Südtirol”. Mentre gli altri erano nel salone lei era con GG in cucina a parlare di minoranze in Alto Adige.

Sibilla, di famiglia mistilingue, era cresciuta nella condizione peculiare di chi finisce per non appartenere davvero a nessuno dei due gruppi etnici: da bambina, ricorderà, non giocava né con i bambini tedeschi né con quelli italiani. E Feltrinelli — che aveva una nonna di Mittewald e aveva imparato il tedesco da bambino a pena di decurtazioni sulla paghetta — capisce immediatamente. Vede nell’Alto Adige quello che sta cercando altrove: una regione colonizzata, “tradita” dalla propria borghesia locale, sfruttata dal capitalismo italiano e dall’imperialismo americano, nella quale però c'è un movimento indipendentista passato dalle parole ai fatti, con una lunga catena di attentati. Chissà se nella sua vita Feltrinelli ha mai incontrato Georg Klotz, il martellatore della val Passiria, il punto riferimento sudtirolese in un gruppo terroristico ormai egemonizzato da neonazisti come Norbert Burger e Peter Kienesberger. Bruttissima gente. Chissà.

 

Ma quand‘è che GG inizia a occuparsi di Alto Adige dal punto di vista teorico? La risposta è: tra la fine del 1967 e l’inizio del 1968. 

In tutti i testi su Feltrinelli si parla dell’esistenza di un dattiloscritto, Italia 1968: Guerriglia politica. Tesi e proposte per un’avanguardia (comunista) di sinistra.  È un documento raro, assente perfino dal catalogo della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, a quanto mi hanno riferito via email.

Quando decido che per la mia ricerca sarebbe importante leggere il documento integralmente non ho idea di quanto sia raro. Imparo presto quanto possa essere divertente il mondo della ricerca storica per uno che come me non l’ha mai fatta: un giorno, nei primi mesi del 2023, contatto telefonicamente uno studioso che cita ampi stralci dello scritto, scambiamo alcune impressioni, e poi mi sembra normale chiedergliene una copia. Il mio ragionamento, da giornalista, è: “Tu ce l’hai, lo citi ampiamente, e quindi hai già ”tirato il buco a tutti“ (espressione gergale che indica le notizie date in anticipo e in esclusiva, ndr) per cui, che problema c’è a farmelo avere? Niente di più sbagliato. 
Parliamo di ricerca storica, non di attualità. ”Lo devi trovare da solo“, mi dice. Non ha detto, cazzi tuoi, ma lo ha sicuramente pensato.  ”Ok va bene, grazie lo stesso“, rispondo con il massimo aplomb. Te la farò vedere io, maledetto.

Riesco ad occuparmene nei ritagli di tempo, mezzora lì, tre ore là. Trascorrono i mesi. Alla fine di ogni ”sessione“ borbotto imprecazioni irripetibili. Non lo cerco tutti i giorni, no, ovvio, ma davvero non saprei dire quante decine di ore, quante email senza risposta o con risposte elusive, ci sono volute, per trovare il documento.

Stavo davvero per desistere finché a dicembre 2025, con il classico colpo di fortuna, imbrocco il prompt che funziona per la deep research di Chatgpt. Compare una traccia in un Biblioteca cantonale svizzera.  Non credo ai miei occhi. Andarci sarebbe un casino ma grazie alla gentilezza di un bibliotecario riesco a riceverne una copia in formato digitale. Bingo, prosecco. 
La lettura integrale del dattiloscritto - che renderemo disponibile in questo articolo se la biblioteca ci concederà l’autorizzazione - è  in effetti molto interessante. Valeva la pena sbattersi così tanto, mi dico.  O forse è la quantità di energia spesa per ottenere il pdf a convincermene? Ad ogni modo,  Italia 1968 è forse il testo più completo che l’editore abbia scritto sulla strategia rivoluzionaria: cinque capitoli, quarantatré pagine, un apparato di note. Feltrinelli scrive il documento a gennaio 1968, quattro mesi prima del Maggio francese. E‘ obiettivamente il testo che segna la svolta nel Feltrinelli-pensiero. Leggerlo consente di entrare (o quanto meno di avere la sensazione di poterlo fare) nella testa dell’editore. 
La tesi centrale del lavoro è che la sinistra debba abbandonare sia la strada riformista-socialdemocratica sia quella insurrezionalista classica e adottare una ”guerriglia politica" continua — non armata in senso militare, ma fatta di azioni dimostrative, occupazioni simboliche, interventi sui mezzi di comunicazione, propaganda diretta — legata alle rivendicazioni concrete di operai, contadini e studenti. E’ l’embrione teorico di quelli che a breve saranno i Gap, i gruppi di azione partigiana fondati dallo stesso editore.

 

Nel capitolo IV, nella sezione dedicata alla piattaforma rivendicativa, Feltrinelli chiede l’immediata indipendenza piena e totale per la Sardegna e l’Alto Adige. Chiede che si possano esprimere a favore della separazione dallo Stato italiano. Aggiunge una parentesi che è già una soluzione politica: la “rettifica etnica dei confini” mediante lo stralcio del Trentino. In altre parole, separare Bolzano da Trento e ridisegnare il confine del Tirolo storico. È la posizione del BAS, formulata da un comunista milanese. Nel gennaio 1968.

A proposito di “Italia 1968” scrive nel libro La diplomazia oscuraGianluca Falanga, uno dei massimi esperti di servi segreti dell’est:

“Vi è uno scritto di quelli programmatici composti da Feltrinelli nel 1968-70, che è rimasto inedito (ne circolarono solo poche copie dattiloscritte) e soprattutto trascurato dagli analisti, dal titolo: Italia ‘68: guerriglia politica. Tesi e proposte per un’avanguardia comunista. L’editore vi teorizzava il ”fronte frantumato“, asserendo che ”la guerriglia c’è già, in Sudtirolo e in Sardegna, andava solo intensificata per “provocare la reazione dello Stato”. Nell’opuscolo si chiedevano  ‘azioni che facciano concretamente sentire alle truppe straniere in Italia, ai rappresentanti economici politici e culturali dell’imperialismo Usa quanto essi siano sgraditi in Italia, azioni che esprimano il pieno incondizionato appoggio e sostegno alle aspirazioni di libertà e di indipendenza di minoranze etniche o delle popolazioni di determinate regioni italiane’. Nel passaggio più interessante dello scritto – continua Falanga - Feltrinelli incitava la sinistra rivoluzionaria a ‘mettere da parte giudizi e riserve che, in quanto militanti comunisti, possiamo e dobbiamo esprimere sulle forze, a volte di destra, che rappresentano l’avanguardia di queste aspirazioni (e sui mezzi che usano e che rischiano di colpire indiscriminatamente viaggiatori di un treno, ecc.)’. Sono parole pesanti, che non possono non rimandare la mente agli attentati dell’estate del 1969, attribuiti agli anarchici, ma commessi dalla cellula ordinovista padovana, sollevando il sospetto che in quel nodo delle frequentazioni venete dell’editore vi fosse quella che in un documento della Stasi è chiamata ‘attivazione delle forze neofasciste’ – vale a dire l’estensione del fronte di destabilizzazione delle democrazie occidentali al radicalismo nazionalista, sciovinista e antisemita dell’estrema destra – prevista dalle pianificazioni offensive sovietiche, delle quali l’azione di Feltrinelli fu in tutta la sua complessità un’articolazione. In altre parole, Feltrinelli non fu un doppio agente, come è stato insinuato per sciogliere la contraddizione di quei rapporti, bensì un’agente d’influenza del Piano strategico di lungo termine". 

Secondo alcuni autori Feltrinelli aveva rapporti non casuali con l’estrema destra neofascista e una convergenza di interessi addirittura con gli ordinovisti. Su questo punto, invece, Carlo Feltrinelli, figlio e biografo di Giangiacomo, è in netto disaccordo. Ai fini del racconto non è per nulla importante che io dica che idea mi sono fatto. Ma – democristianamente, me ne rendo conto – credo che i contatti di GGF con la destra eversiva ci siano indubbiamente stati anche se – azzardo – per puro “cinismo” e utilitarismo rivoluzionario. Con la stessa logica GGF non condanna ma sostiene il separatismo sudtirolese anche se in quel momento è trainato da loschi personaggi neonazisti.

Dal punto di vista documentale la questione altoatesina torna protagonista nell’estate del 1968 quando Giangiacomo scrive una lettera a “Sibillelein” che Aldo Grandi riporta integralmente nella sua biografia. La causa dei sudtirolesi, sostiene l’editore, è stata strumentalizzata dalla borghesia locale e poi abbandonata non appena quella stessa borghesia ha conquistato i propri privilegi accanto agli italiani. “Quando essi — le sette famiglie — hanno conquistato i privilegi degli italiani, allora sono pronti ad allearsi con gli italiani pur di difendere i loro privilegi capitalisti, e fregarsene dei poveri cristi”. Le sette famiglie. Un concetto che tornerà in una lettera ad Alexander Langer che vedremo presto e nello stesso volantino del 1969. E poi arriva una frase di Giangiacomo che riassume le forti motivazioni che lo spingono ad imboccare la strada rivoluzionaria: “Quello che tu senti per l’Alto Adige è quello che io sento per l’Italia”. Il nemico è comune: la borghesia capitalista che intrallazza con gli italiani e sfrutta contadini, operai, giovani. 

C'è ovviamente una certa ironia nella scelta del bersaglio. I Feltrinelli avevano possedimenti in Alto Adige fin dall’Ottocento - foreste, segherie, immobili tra Appiano e Dodiciville -  e la Feltrinelli Masonite era una fabbrica attiva dagli anni Trenta. Secondo il settimanale Epoca, quando Giangiacomo morì, era questa la sua principale fonte di guadagno. Ma basta vedere gli archivi della Cgil altoatesina per capire che gli operai bolzanini non godevano di particolari privilegi rispetto ai colleghi delle altre fabbriche. Una delle non poche contraddizioni nella vita di Feltrinelli.

Nella sua lettura della realtà sudtirolese l’editore sembra non tenere in debito conto il fatto che i contadini sudtirolesi all’epoca erano sì una classe economicamente  in difficoltà ma anche profondamente radicata in un universo cattolico e iper conservatore. La leva che li muoveva era etnico-identitaria, non di classe o di giustizia sociale. Il terrorismo sudtirolese era inoltre tutto tranne che anticapitalista e di sinistra e, a partire dal 1962, tendeva addirittura verso derive neonaziste pangermaniste. Difficile scaldare il cuore dei contadini, ma, con questi punti di riferimento, pure quello degli operai in buona parte di lingua italiana, che allora erano già parecchie decine di migliaia. Difficile fare la rivoluzione con questi presupposti.

Se il documento “Italia 1968” è rimasto inedito, la questione sardo-sudtirolese entra invece anche in uno scritto pubblicato all’inizio del 1969 e facilmente reperibile sul sito della Fondazione GGF. Si intitola “Contro l’imperialismo e la coalizione delle destre” e sviluppa molti dei temi che abbiamo visto nel testo precedente. L’editore propone di lavorare “a una piattaforma politica che stringa assieme le classi lavoratrici e la maggioranza della popolazione che vive del proprio lavoro nella lotta rivoluzionaria per il socialismo e il comunismo. Questa piattaforma dovrà esprimere e collegare, in ogni momento, le richieste più elementari con gli obiettivi finali della lotta per un concreto avanzamento della democrazia e della libertà e per un costante, progressivo miglioramento delle condizioni economiche e politiche delle classi lavoratrici”. E poi alla lettera I) si legge: 
I) Immediata indipendenza piena e totale per regioni, come la Sardegna e il Sud Tirolo (Alto Adige) (previa rettifica etnica dei confini della regione mediante stralcio da essa del Trentino), le cui popolazioni si esprimessero in un referendum a maggioranza assoluta a favore del distacco, della separazione dallo Stato italiano (anche se riteniamo che i problemi di queste popolazioni non potranno essere risolti fin tanto che esse non faranno i conti con le borghesie capitaliste locali). Il popolo italiano non potrà mai essere indipendente e libero fin tanto che negherà indipendenza e libertà a coloro che la reclamano.

A cosa si riferisce Feltrinelli quando parla della borghesia traditrice e delle sette famiglie? Proviamo a dare una prima risposta. Nel 1961, nel pieno della tensione post Notte dei fuochi, nasce dentro la SVP la corrente Aufbau (“ricostruzione” o “progresso”), in aperta critica alla linea rigida di Silvius Magnago (ne scrivemmo ampiamente qui). Il movimento si manifesta con un documento pubblicato sul Dolomiten e rappresenta l’ala moderata ed europeista del partito. Tra i promotori e firmatari spiccano Toni Ebner, Roland Riz, Karl von Braitenberg, insieme a Erich Amonn, Walter von Walther e Alois Pupp. Aufbau chiede una svolta: abbandono delle posizioni estremiste, apertura al dialogo con lo Stato italiano, sviluppo economico e convivenza interetnica. La pressione di questa corrente costringe Magnago ad ammorbidire fin da subito la propria linea, contribuendo indirettamente a creare il clima politico che porterà al percorso della Commissione dei 19 e al  secondo Statuto di autonomia. Questa parte della “lettura” feltrinelliana della realtà non è per nulla campata in aria: fu la borghesia cittadina a trainare la Stella alpina verso la strada che porterà al Pacchetto. 

Tra il 1968 e il 1969, mentre Feltrinelli medita di intervenire con il proprio proclama, in Südtirol-Alto Adige imperversa il dibattito Autonomia Sì / Autonomia No, culminato nel congresso SVP del 22 novembre 1969, in cui la linea autonomista — ormai incarnata anche dallo stesso Magnago — passa per una manciata di voti. Due piani che non si incontrano: da una parte la strategia politica concreta, lenta, negoziale della Stella alpina, dall’altro lo sguardo sempre più ideologizzato di Feltrinelli.

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domenica 24 maggio 2026

Vento di malaffare nel Bel Paese - Grig


Incentivi, bonus, sgravi fiscali, contributi in favore delle energie prodotte da fonti rinnovabili in Italia sono fra le occasioni principali per il riciclaggio (non ecologico) di denaro di provenienza opaca e per la realizzazione di truffe di ogni genere ai danni delle casse pubbliche.

Ciò costituisce un gravissimo danno per le politiche ambientali e le aziende pulite del settore.

Non è una novità, purtroppo.

Ne ha parlato ancora una volta Report, programma di approfondimento giornalistico di RAI 3.

Grazie davvero, se ne sente il bisogno.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

Report10 maggio 2026

La via della pala. (Walter Molino)

Gli affari del vento: le mani delle mafie sull’eolico.

Le infiltrazioni della criminalità organizzata nel grande business dell’energia eolica, dalla Sicilia fino a Verona. Rivelazioni inedite ed esclusive sugli affari di Matteo Messina Denaro in Veneto.

 

da OK! Mugello11 maggio 2026

Inchiesta di Report sull’eolico: «Infiltrazioni mafiose negli asset acquisiti da AGSM AIM».

Il servizio “La via della pala” ricostruisce i legami tra la criminalità organizzata e i parchi eolici della multiutility. Riflettori accesi anche sulle procedure per il progetto nel Mugello.

L’inchiesta giornalistica La via della pala (clicca qui per vedere il servizio), trasmessa da Report il 10 maggio 2026, ha delineato una rete di infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore delle energie rinnovabili in Veneto. Al centro dell’inchiesta figura la multiutility AGSM AIM, ora ridenominata Magis, che avrebbe acquisito asset energetici legati a figure di spicco di Cosa Nostra.

Secondo la ricostruzione giornalistica, il boss Matteo Messina Denaro avrebbe coordinato personalmente l’espansione degli interessi mafiosi nel Nord Italia già nel 2006. Testimonianze inedite e materiale visivo lo collocano a Verona, dove avrebbe incontrato emissari della politica locale per gestire il business del vento. L’inchiesta evidenzia come il settore eolico sia diventato un canale privilegiato per il riciclaggio di capitali illeciti attraverso complessi passaggi societari.

Il parco eolico di Monte Mesa, a Rivoli Veronese, rappresenta l’operazione più discussa. Sviluppato inizialmente da società riconducibili a Vito Nicastri, noto prestanome di Messina Denaro, l’impianto è passato sotto il controllo di AGSM nel 2013 tramite l’acquisizione di quote del Gruppo ICQ. Durante la costruzione del parco, sarebbe emersa anche la presenza di ditte colpite da interdittiva antimafia.

Le criticità evidenziate dal servizio si potrebbero estendere anche al Centro Italia, con il progetto di Monte Giogo di Villore nel Mugello. Sebbene non siano emersi legami diretti con la mafia, l’iter autorizzativo ha generato forti scontri istituzionali e ricorsi per l’impatto paesaggistico. Uno dei vari esposti presentato dal consigliere comunale di Dicomano Saverio Zeni contesta inoltre clausole della convenzione sottoscritta tra l’azienda e gli enti comunali che limiterebbero i poteri di vigilanza dei comuni coinvolti.

L’indagine suggerisce che l’infiltrazione mafiosa nel Nord non avvenga tramite violenza, ma attraverso la finanza e la politica. Il gruppo AGSM AIM, che nel 2024 ha registrato una crescita nella produzione da rinnovabili, risulta particolarmente appetibile per operazioni di “ripulitura” di asset contaminati.

La redazione di OK!Mugello resta a disposizione di AGSM AIM per accogliere e pubblicare eventuali note, comunicazioni ufficiali o smentite in merito ai fatti riportati, con particolare riferimento ai progetti in corso sul territorio appenninico.

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sabato 23 maggio 2026

Nelle aziende il vero problema è disimparare: ecco quattro comportamenti da cambiare subito - Vincenzo Imperatore


Nelle piccole e medie imprese italiane la formazione viene spesso associata all’idea di aggiungere qualcosa: nuove competenze, nuovi strumenti, nuove tecniche commerciali, nuove procedure. Tutto utile, almeno in teoria. Ma nelle Pmi il problema più serio, quando il mercato diventa instabile, non è solo imparare cose nuove. È disimparare quelle vecchie.

Disimparare non significa rinnegare la storia dell’azienda o buttare via ciò che ha funzionato per anni. Significa riconoscere che alcune abitudini, un tempo efficaci, possono diventare un ostacolo quando cambiano clienti, margini, banche, tecnologie, costi e tempi di incasso. L’esperienza resta un patrimonio, ma se diventa automatismo cieco rischia di trasformarsi in una gabbia. Il famoso “abbiamo sempre fatto così” sembra prudenza; spesso è solo pigrizia mentale.

Il primo comportamento da disimparare è l’idea che tutto debba passare dalla testa del titolare. In molte Pmi il cliente importante lo segue lui, il prezzo lo decide lui, la banca la gestisce lui, il problema urgente lo risolve lui. Per anni questo modello ha retto perché l’impresa era più piccola e la complessità più bassa. Poi l’azienda cresce, le persone aumentano, i margini si comprimono, la liquidità diventa più delicata e quel modello eroico si trasforma in collo di bottiglia. L’imprenditore continua a sentirsi indispensabile, ma spesso è proprio la sua indispensabilità a impedire all’azienda di evolvere.

Governare, infatti, non significa controllare tutto. Significa costruire un sistema in cui le decisioni vengano prese al livello giusto, con dati adeguati e responsabilità chiare. Il titolare che non decide ogni dettaglio non perde potere: lo trasforma. Passa dal comando operativo al governo dell’organizzazione. Per chi ha costruito l’azienda dal nulla può essere un trauma, ma il bilancio, purtroppo per l’ego, non si commuove.

Il secondo comportamento da disimparare è la gestione per emergenze. In troppe Pmi l’urgenza è diventata cultura aziendale: si interviene quando il problema esplode, si guarda la cassa quando la banca ha già telefonato, si controllano i margini quando il prezzo è stato già concesso. L’emergenza dà l’impressione di essere reattivi. In realtà consuma energie, crea confusione e impedisce di distinguere ciò che è importante da ciò che è soltanto rumoroso.

Disimparare l’emergenza significa introdurre pianificazione, budget di cassa, indicatori, controllo degli scostamenti, riunioni periodiche e responsabilità preventive. Non per burocratizzare l’impresa, ma per evitare che ogni settimana sembri una prova di sopravvivenza. Nessuna azienda può eliminare l’incertezza, ma può attrezzarsi per leggerla prima. La differenza è tra chi intercetta i segnali deboli e chi li scopre quando sono già diventati fatture scadute, ordini persi o margini bruciati.

Il terzo comportamento da disimparare è la delega finta. Molti imprenditori dichiarano di voler responsabilizzare i collaboratori, ma poi continuano a intervenire su ogni decisione significativa. Delegano l’attività, non la responsabilità. Chiedono risultati, ma non concedono reale potere decisionale. Così il manager diventa responsabile di ciò che non può governare: una raffinatezza organizzativa, se l’obiettivo è produrre frustrazione.

Una delega vera richiede confini, obiettivi, dati e libertà di azione. Se un direttore commerciale deve difendere la marginalità, deve poter intervenire su prezzi, priorità e clienti entro limiti definiti. Se un responsabile amministrativo deve presidiare la liquidità, deve avere dati tempestivi e ascolto quando segnala rischi. Se un responsabile di produzione deve ridurre inefficienze, deve poter modificare flussi, tempi e metodi.

Il quarto comportamento da disimparare è la fiducia cieca nel passato. Un canale commerciale che per anni ha funzionato può saturarsi. Un cliente storico può diventare meno redditizio o meno solvibile. Una banca fedele può ridurre gli affidamenti. Un collaboratore affidabile può non avere più le competenze necessarie. Nelle Pmi tutto questo è difficile da accettare, perché ogni abitudine porta con sé memoria e riconoscenza. Ma dirigere nell’incertezza significa distinguere ciò che ha ancora valore da ciò che è solo familiare.

Da consulente di direzione aziendale, spesso ricordo che la domanda decisiva non è soltanto: “Che cosa dobbiamo imparare?”. È soprattutto: “Che cosa dobbiamo smettere di fare?”. Se si introduce un budget ma si continua a decidere solo sulla sensazione, il budget diventa arredamento contabile. Se si parla di controllo di gestione ma i dati arrivano tardi e nessuno li usa, il controllo è una liturgia. Se si formano i manager ma non cambia il modo in cui vengono prese le decisioni, la formazione diventa un investimento senza ritorno.

Nelle Pmi il cambiamento non dovrebbe essere un progetto straordinario, da avviare ogni tanto con un consulente, qualche slide e due parole motivazionali. Dovrebbe diventare una pratica ordinaria: aggiustamenti continui, verifiche periodiche, errori analizzati senza caccia al colpevole, decisioni corrette quando non producono risultati. Disimparare non è un gesto isolato. È una competenza organizzativa.

Le Pmi non devono diventare grandi imprese in miniatura. Devono diventare imprese più leggibili, più governabili e meno dipendenti dall’umore, dalla memoria e dall’onnipresenza del titolare.

Molte imprese non si indeboliscono perché imparano poco. Si indeboliscono perché continuano a proteggere ciò che dovrebbero superare. In un mercato incerto, la competenza più rara non è aggiungere strumenti, corsi e procedure. È lasciare andare i vecchi riflessi che impediscono ai nuovi strumenti di produrre valore.

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giovedì 21 maggio 2026

La caduta di un pilastro della democrazia - Vann R. Newkirk II

 

Le cose migliori brillano intensamente, ma mai a lungo. È stato così per il Voting rights act (Vra), la legge che per sessant’anni ha garantito il diritto di voto dei neri e ha neutralizzato i tentativi di sopprimerlo fatto dagli stati del sud, diventando la base per un accesso equo alle urne. Gli Stati Uniti esistono da 250 anni, ma hanno avuto il suffragio universale per meno di un quarto di quel periodo. La tv a colori, le carte di credito e le bambole Barbie sono arrivate prima del Vra e resteranno più a lungo. Il regno della regina Elisabetta II è durato dieci anni in più rispetto al provvedimento che garantiva la democrazia statunitense.

Il 29 aprile la maggioranza conservatrice della corte suprema ha portato a termine la sua campagna, durata tredici anni, contro il Vra. Nel caso Louisiana contro Callais, i giudici hanno limitato l’uso del fattore razziale nella definizione dei collegi elettorali e la possibilità per le minoranze di contestare distretti disegnati in modo da discriminarle.

Spiegando l’opinione della maggioranza, il giudice conservatore Samuel Alito ha affermato che il fattore razziale è ammissibile solo quando può essere dimostrata “la discriminazione intenzionale e concreta rispetto al voto”. In questo modo, la corte ha compromesso ogni tentativo di rimediare al razzismo – passato e presente – nel modo in cui vengono disegnati i distretti elettorali.

Nel sud degli Stati Uniti il voto ricalca le linee di divisione razziale: gli elettori bianchi tendono a scegliere il candidato che si oppone a quello sostenuto dagli elettori afroamericani. Oggi la manipolazione dei distretti a svantaggio dei neri può essere facilmente nascosta presentandola come un semplice tentativo di favorire i repubblicani.

Questa e altre manovre per modificare le procedure di voto mantenendo una neutralità di facciata sono sfruttate negli stati del sud per ostacolare la rappresentanza politica dei neri. Il Vra e le leggi successive avevano riconosciuto il problema, stabilendo che l’unico modo per arginare la discriminazione era introdurre soluzioni pratiche che tenessero in considerazione il fattore razziale.

Come le decisioni precedenti legate al Vra, anche l’ultima sentenza della corte suprema ha apparentemente una portata limitata, perché non cancella l’intera legge. Tuttavia, anche se l’edificio rimane in piedi, c’è solo la facciata. La legge – approvata grazie agli sforzi di attivisti come Fannie Lou Hamer e John Lewis, dei mezzadri del Mississippi e dei manifestanti dell’Alabama – è praticamente morta.

A prescindere da ciò che succederà alle elezioni di metà mandato, la politica statunitense è cambiata per sempre. Per gran parte della storia, gli ex stati confederati hanno fatto di tutto per ridurre al minimo l’influenza politica delle comunità afroamericane. Ora potranno ricominciare a farlo con la piena copertura della legge.

Uguaglianza formale

L’ultima sentenza arriva dopo quella del 2022 sul caso Robinson contro Landry, in cui i querelanti neri si sono opposti a una mappa elettorale approvata dal governo della Louisiana, controllato dai repubblicani. La mappa ammassava in un’area ristretta gli elettori neri, in modo da ridurre il loro impatto sul voto a livello statale. La Louisiana elegge sei deputati alla camera dei rappresentanti, e un terzo degli abitanti dello stato è composto da afroamericani. I querelanti hanno sostenuto, con successo, che la suddivisione dei distretti era una manovra illegale, perché all’atto pratico dimezzava il peso del voto dei neri.

In quell’occasione avevano presentato alcune mappe alternative che avrebbero protetto l’influenza dei neri, ma alla fine i tribunali hanno accettato il piano scritto dai repubblicani, tra cui il governatore Jeff Landry, alleato del presidente Trump. Questa nuova mappa creava un secondo distretto a maggioranza nera, rispettando formalmente la sentenza della corte suprema, ma continuava a proteggere la maggior parte dei candidati repubblicani da ogni rischio di essere sconfitti alle elezioni.

Nell’ultimo decennio la corte suprema ha concesso agli stati sempre più margine di manovra per manipolare i distretti in modo da ottenere un vantaggio politico (il cosiddetto gerrymandering). Nel 2019 il tribunale ha stabilito di non avere l’autorità per bloccare questi provvedimenti, a patto che i politici non agiscano con l’obiettivo esplicito di discriminare gli elettori in base al colore della pelle.

Progresso politico


Fino alla sentenza del 29 aprile, i tentativi di ricorrere al Vra per rimediare al razzismo nella distribuzione dei seggi tenevano conto del fattore razziale. Dopo il censimento del 1970, i parlamentari degli stati del sud decisi a ridurre il potere politico dei neri suddivisero le aree a maggioranza nera in distretti in cui gli afroamericani si sarebbero ritrovati in minoranza rispetto ai bianchi conservatori. Ma nel 1982 il congresso rispose emendando il Vra per consentire ai tribunali e al dipartimento di giustizia di bocciare le mappe che diluivano il voto delle minoranze.

Oggi le aree che eleggono molti parlamentari neri sono chiamate “distretti Vra”, disegnati dagli stati sotto la supervisione federale per garantire agli elettori delle minoranze la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Questo sistema partiva dal riconoscimento di una serie di circostanze: l’ovvia presenza di un pregiudizio, sì, ma anche il fatto innegabile che le leggi sulla segregazione in vigore fino agli anni sessanta erano state scritte in un linguaggio apparentemente neutrale dal punto di vista razziale, in modo da non violare formalmente la costituzione.

Il parere del giudice Alito ignora questo contesto ritenendolo irrilevante e riporta gli Stati Uniti indietro nel tempo, al 1896, quando il suo collega Henry Billings Brown scrisse che la formula secondo cui bianchi e neri erano “separati ma uguali” non era in contrasto con la costituzione, negando l’evidenza di una segregazione creata proprio per introdurre diverse classi di cittadinanza.

Una prima spallata al Vra era arrivata nel 2013. Allora il giudice della corte suprema John Roberts aveva sostenuto che l’elezione di tanti parlamentari neri e l’affluenza alle urne degli afroamericani dimostravano che la discriminazione negli stati e nelle contee disciplinati dalla legge non era più così grave.

Allo stesso modo, Alito ha svuotato il meccanismo che ha permesso l’elezione di molti rappresentanti neri, citando la difficoltà d’identificare la discriminazione intenzionale come prova che le cose, in America, sono cambiate. Tecnicamente il giudice riconosce che la discriminazione resta un problema, ma allo stesso tempo fissa criteri quasi irraggiungibili per dimostrarne l’esistenza.

Questa logica trasforma il Voting rights act in una legge zombie, una distorsione del suo scopo originario, che oggi protegge soprattutto i bianchi da qualsiasi tentativo di spezzare il loro controllo sproporzionato sul processo elettorale.

Molti statunitensi di tutti gli schieramenti non si rendono conto di quanto siano stati straordinari gli ultimi sessant’anni. Gran parte di ciò che oggi viene dato per scontato nella scienza politica è un prodotto recente, reso possibile dal Vra. Oggi gli Stati Uniti si vantano del livello relativamente basso di violenza politica, ma la situazione era molto diversa quando uomini e donne venivano linciati solo perché avevano osato registrarsi per votare. In questi decenni l’accesso ai seggi non è mai stato adeguato, ma la relativa facilità con cui molte persone hanno partecipato al processo politico esiste da poco.

Queste trasformazioni strutturali ci hanno regalato un paese in cui la fiducia nel cambiamento è diventata la norma. Ogni statunitense ha buone probabilità di conoscere qualcuno che per votare doveva pagare una tassa o sottoporsi a test di lettura e scrittura, ma che è sopravvissuto abbastanza da votare per il primo presidente nero.

Mia nonna, che ha da poco compiuto ottant’anni, era una donna adulta in Mississippi all’epoca della Freedom summer – la campagna per far registrare i neri in vista del voto nello stato – ed era una madre quando è stato approvato il Voting rights act.

La mia generazione è stata la prima a crescere sotto la piena protezione di quella legge, un’epoca in cui per le persone come noi la politica è stata un’ambizione ragionevole e tutt’altro che straordinaria. Il Congressional black caucus, che riunisce i deputati afroamericani, non esisteva fino al 1971, e oggi conta più di sessanta componenti.

Ora questi numeri caleranno. A cominciare dalla Louisiana, molti stati controllati dai repubblicani abrogheranno le mappe basate sul Vra e limiteranno l’influenza dei distretti abitati soprattutto dai neri, forse già in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Poi potrebbe toccare all’Alabama, dove la governatrice Kay Ivey ha convocato una sessione legislativa straordinaria per ridisegnare le mappe statali a meno di tre settimane dalle primarie.

In Tennessee, Georgia, South Carolina e Mississippi, i politici repubblicani hanno chiesto pubblicamente sessioni legislative straordinarie per ridisegnare le mappe alla luce della sentenza della corte suprema. Anche se queste nuove mappe potrebbero non essere valide già quest’anno, è solo una questione di tempo e volontà politica.

In base all’opinione della maggioranza conservatrice della corte suprema, ogni tentativo di trovare un rimedio a questa tendenza pericolosa sarà considerato illegale. La prospettiva di una diversità anche minima all’interno delle istituzioni potrebbe sparire rapidamente.

Detto questo, la rappresentanza al congresso non è mai stata l’obiettivo finale del Vra, né sarà il principale problema che dovremo affrontare dopo la distruzione della legge. Come spiegò Lyndon B. Johnson (il presidente che ratificò il provvedimento) lo scopo era costringere i nemici della libertà ad “aprire i cancelli dell’opportunità” a tutti gli statunitensi. Per Johnson i diritti elettorali erano legati alla “dignità dell’uomo e al destino della democrazia”, mentre la legge in sé doveva essere uno strumento per proteggere questo destino. Senza il Vra, nessuno statunitense potrà più credere che la propria dignità sia al sicuro.

I difensori del diritto di voto dei neri lo avevano capito da tempo: quando i diritti di un cittadino sono calpestati, i diritti di tutti gli altri cittadini non possono essere considerati davvero inalienabili. Il Voting rights act è una manifestazione concreta della dichiarazione d’indipendenza. Per secoli i neri hanno combattuto per il voto, non solo per far sentire la loro voce all’interno del governo ma per dimostrare il loro valore, sia agli altri sia a se stessi. Ci sono riusciti, ma solo per poco.  as

Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 32.

https://www.internazionale.it/magazine/vann-r-newkirk-ii/2026/05/07/la-caduta-di-un-pilastro-della-democrazia


mercoledì 20 maggio 2026

Lo spirito sportivo - George Orwell


Su Tribune, il 14 dicembre 1945, George Orwell pubblica un articolo che passerà, così come l’evento da cui prende le mosse, alla storia della cronaca sportiva. Si tratta dell’incontro di calcio fra la Dinamo Mosca e l’Arsenal, uno dei match che la squadra russa giocò in quel periodo in Gran Bretagna, e che si caratterizzarono per un livello di acrimonia e ostilità fra squadre che faceva eco al raffreddamento dei rapporti internazionali già pienamente in corso fra Regno Unito e URSS dopo la temporanea alleanza antinazista. È ragionando su questi incontri che Orwell conia la famosa frase “la guerra senza gli spari”, per descrivere lo spirito sportivo nell’era dell’agonismo e del prestigio nazionalista.

La rubrica Orwell è tradotta in italiano dalla traduttrice letteraria Anna Martini.


Ora che la breve trasferta della Dinamo[1] è terminata, si può dire in pubblico quello che molte persone ragionevoli dicevano in privato, ancor prima che la squadra di calcio arrivasse. Ovvero, che lo sport è un’inesauribile fonte di ostilità, e che se questa visita ha avuto un qualche effetto sulle relazioni anglo-sovietiche, ha potuto soltanto peggiorarle leggermente.

Neppure i giornali sono riusciti a nascondere il fatto che almeno due della quattro partite giocate hanno provocato forti malumori. Durante l’incontro con l’Arsenal, come mi ha riferito uno spettatore, un giocatore inglese e uno russo sono venuti alle mani e il pubblico ha fischiato l’arbitro. La partita di Glasgow, mi informa un altro, è stata un parapiglia fin dall’inizio. E poi c’è stata la polemica, tipica di quest’epoca nazionalistica, riguardo alla formazione della squadra dell’Arsenal. Era davvero una selezione nazionale inglese, come sostenevano i russi, o una semplice squadra di club, come sostenevano i britannici? E la Dinamo ha davvero interrotto bruscamente la tournée per non giocare contro una selezione nazionale inglese? Come sempre, a queste domande ognuno risponde a seconda delle sue predilezioni politiche. Non proprio tutti, però. È stato interessante osservare, quale esempio delle perverse passioni suscitate dal calcio, che il cronista sportivo del russofilo News Chronicle ha seguito la linea antirussa, affermando che l’Arsenal non era una selezione nazionale. Una polemica la cui eco risuonerà per anni nelle note dei libri di storia. Frattanto l’effetto della tournée della Dinamo, nella misura in cui ha sortito qualche effetto, sarà stato di creare nuovo malanimo in entrambe le parti.

E come potrebbe essere altrimenti? Mi sorprende sempre sentir dire che lo sport crea amicizia tra le nazioni, e che se i popoli del mondo potessero incontrarsi su un campo da calcio o da cricket, non avrebbero nessuna voglia di incontrarsi su un campo di battaglia. Se anche non avessimo esempi concreti (le Olimpiadi del 1936, per esempio) che le competizioni sportive internazionali scatenano rancori frenetici, potremmo dedurlo dai principi generali.

Quasi tutti gli sport praticati oggigiorno sono agonistici. Si gioca per vincere, e il gioco ha poco senso se non si fa tutto il possibile per vincere. In un campetto di paese, dove ti scegli una squadra e non c’è di mezzo il patriottismo locale, è possibile giocare per il semplice divertimento e per l’esercizio fisico; ma quando spunta la questione del prestigio, quando cominci a sentire che se tu e un gruppo più esteso non vincete, vi coprirete di vergogna, si destano gli istinti combattivi più feroci. Lo sa chiunque abbia fatto anche soltanto una partitella di calcio a scuola. A livello internazionale, lo sport è praticamente una simulazione di guerra. Ma non tanto è il comportamento dei giocatori ad essere significativo, quanto l’atteggiamento degli spettatori; e, dietro gli spettatori, quello delle nazioni che si scalmanano per queste competizioni assurde, e credono sinceramente – per brevi periodi, almeno – che correre, saltare e prendere a calci una palla siano prove di virtù nazionale.

Perfino un gioco tranquillo come il cricket, che dovrebbe esprimere più grazia che forza, può causare forti malanimi, come abbiamo visto nel caso della polemica sul bodyline[2] e sul gioco troppo duro della squadra australiana che è stata ospite in Inghilterra nel 1921. Il calcio, sport in cui tutti si fanno male e per cui ogni nazione ha un proprio stile di gioco che agli stranieri sembra scorretto, è molto peggio. Peggiore di tutti è la boxe. Uno dei più orribili spettacoli al mondo è un incontro fra pugili bianchi e di colore davanti a un pubblico misto. Ma il pubblico della boxe è sempre disgustoso, e in particolare il comportamento delle donne è tale che, se non erro, l’esercito vieta loro di assistere agli incontri dei suoi atleti. Ad ogni modo, due o tre anni fa, quando la Home Guard e le truppe regolari hanno organizzato un torneo di pugilato, mi hanno messo di guardia all’ingresso della sala, con l’ordine di non lasciar entrare le donne.

In Inghilterra, l’ossessione per lo sport non è uno scherzo, ma passioni ancora più violente si accendono nei paesi giovani, dove l’attività sportiva e il nazionalismo sono sviluppi recenti. In paesi come l’India o la Birmania, alle partite di calcio sono necessari robusti cordoni di polizia per impedire alla folla di invadere il campo. In Birmania, ho visto i sostenitori di una squadra sfondare lo sbarramento di polizia e intralciare il portiere avversario in un momento cruciale. La prima partita di calcio importante giocata in Spagna, una quindicina d’anni fa, terminò in un tumulto incontrollabile. Quando si destano forti sentimenti di rivalità, l’idea di giocare secondo le regole svanisce sempre. La gente vuole vedere una parte esaltata e l’altra umiliata, e dimentica che una vittoria ottenuta tramite l’inganno o l’intervento della folla è priva di senso. Anche quando gli spettatori non intervengono fisicamente, cercano di influenzare la partita incitando la propria squadra ed esasperando gli avversari con fischi e insulti. Lo sport serio non ha niente a che vedere con il fair play. È pervaso da odio, gelosia, vanagloria, disprezzo di ogni regola e piacere sadico di fronte alla violenza: in altre parole, è guerra senza gli spari.

Invece di blaterare della innocente e salutare rivalità del campo di calcio e del grande contributo dei giochi olimpici all’unione fra i popoli, è più utile chiedersi come e perché sia nato questo moderno culto dello sport. Quasi tutte le attività sportive che oggi pratichiamo hanno origini antiche, ma tra l’epoca romana e il XIX secolo lo sport non sembra essere stato preso molto sul serio. Perfino nei collegi inglesi il culto dello sport ebbe inizio soltanto sul finire del secolo scorso. Il dottor Arnold, generalmente considerato il fondatore della moderna public school, lo considerava solo una perdita di tempo. Poi, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti, le discipline sportive divennero progressivamente attività fortemente finanziate, capaci di attirare enormi folle e di suscitare passioni feroci, e il contagio si diffuse da un paese all’altro. Ad essersi affermati sono soprattutto gli sport più violentemente combattivi, come il calcio e il pugilato. Non ci possono essere molti dubbi sul fatto che tutto ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo, cioè alla stravagante abitudine moderna di identificarsi con grandi unità di potere e di vedere ogni cosa in termini di prestigio competitivo. Inoltre, è più probabile che gli sport organizzati si sviluppino nelle comunità urbane, dove l’essere umano medio conduce una vita sedentaria o almeno limitata nello spazio, e ha scarse occasioni di dedicarsi a un lavoro creativo. In una comunità rurale, un ragazzo o un giovane smaltisce molta energia in eccesso camminando, nuotando, tirando palle di neve, arrampicandosi sugli alberi, andando a cavallo e praticando vari sport crudeli verso gli animali, come la pesca, i combattimenti fra galli e la caccia ai ratti con i furetti. In una grande città, se si vuole dar sfogo alla forza fisica o agli impulsi sadici, bisogna indulgere in attività di gruppo. Le gare sono prese sul serio a Londra e a New York, come lo erano a Roma e a Bisanzio: si disputavano nel Medioevo, e probabilmente con molta brutalità fisica, ma non si mischiavano alla politica né erano causa di odii collettivi.

Non ci possono essere molti dubbi sul fatto che tutto ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo, cioè alla stravagante abitudine moderna di identificarsi con grandi unità di potere e di vedere ogni cosa in termini di prestigio competitivo.

Se si volesse accrescere l’immensa riserva di ostilità che esiste in questo momento nel mondo, credo che il modo migliore sarebbe organizzare una serie di partite di calcio fra ebrei e arabi, tedeschi e cechi, indiani e britannici, russi e polacchi, italiani e jugoslavi, ciascuna davanti a un pubblico misto di centomila spettatori. Certo, non voglio affermare che lo sport sia una delle cause principali della rivalità tra nazioni; lo sport su vasta scala è esso stesso, credo, soltanto l’ennesimo effetto delle cause che hanno prodotto il nazionalismo. Comunque è vero che si peggiorano le cose, mandando in campo una squadra di undici uomini con l’etichetta di campioni nazionali a battersi contro una squadra avversaria, assecondando la sensazione che la nazione sconfitta “perderà la faccia”.

Spero, quindi, che non daremo seguito alla visita della Dinamo mandando una squadra britannica in URSS. Se proprio dobbiamo, allora mandiamo una squadra di secondo piano, che sarà certamente battuta e che nessuno possa considerare rappresentativa dell’intera Gran Bretagna. Abbiamo già fin troppe preoccupazioni vere, e non c’è bisogno di crearne altre incoraggiando dei giovanotti a prendersi a calci sugli stinchi fra i ringhi di spettatori inferociti.


[1] Dinamo Mosca, la prima squadra di calcio sovietica ospitata in Occidente. Questa trasferta in Gran Bretagna è un evento leggendario nella storia del calcio post-bellico. (NdT)

[2] Tattica di lancio aggressiva, diretta verso il corpo del battitore, per intimidirlo e fargli male; pericolosa anche perché all’epoca si giocava senza il casco o altre protezioni. (NdT)

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