giovedì 16 aprile 2026

La Francia sostituisce i sistemi operativi Windows con quelli Linux nelle postazioni governative! - Antonello Buzzi

La Francia sta compiendo un passo storico nel panorama tecnologico europeo: abbandonare Windows in favore di distribuzioni Linux per le postazioni di lavoro governative.

L’annuncio ufficiale arriva dalla DINUM (Direzione Interministeriale per il Digitale), uno degli organi centrali dell’amministrazione francese, e si inserisce in una strategia più ampia di sovranità digitale che potrebbe ridisegnare le scelte tecnologiche di molti paesi dell’Unione Europea. […]

[…] Il passaggio a Linux è classificato come uno dei tre “primi passi concreti” verso la riduzione della dipendenza digitale extra-europea, con la formalizzazione del piano attesa per l’autunno.

Entro quella scadenza, i responsabili del progetto dovranno definire nel dettaglio quali soluzioni adottare per postazioni di lavoro, strumenti collaborativi, software antivirus, intelligenza artificiale, database, virtualizzazione e apparecchiature di rete.

Le motivazioni politiche sono esplicitate senza ambiguità dai ministri francesi. “Dobbiamo diventare meno dipendenti dagli strumenti americani e riprendere il controllo del nostro destino digitale”, ha scritto David Amiel, Ministro per l’Azione Pubblica e i Conti, nel comunicato ufficiale.

Il ministro ha aggiunto che la Francia “non può più accettare che i propri dati, la propria infrastruttura e le proprie decisioni strategiche dipendano da soluzioni di cui non controlliamo le regole, i prezzi, l’evoluzione e i rischi.”

Anne Le Hénanff, Ministro Delegato per l’Intelligenza Artificiale e il Digitale, ha rafforzato questa posizione dichiarando che la sovranità digitale è una necessità strategica, non una scelta facoltativa.

Queste dichiarazioni arrivano in un momento di crescente distanza culturale e geopolitica tra gli Stati Uniti e i loro tradizionali alleati europei, un contesto che sembra aver accelerato la spinta verso l’indipendenza tecnologica.

Sul fronte sanitario, il governo francese ha già annunciato il mese scorso la migrazione della piattaforma per i dati sanitari verso una soluzione certificata entro la fine del 2026, un ulteriore segnale della portata sistemica di questa transizione.

L’adozione di una distribuzione Linux di matrice francese o europea appare la strada più coerente con l’obiettivo dichiarato di migrare verso soluzioni sovrane, eliminando di fatto gli interessi commerciali statunitensi dalle postazioni di lavoro della pubblica amministrazione.

Le implicazioni per le aziende software e di servizi con sede negli Stati Uniti sono tutt’altro che trascurabili. La Francia, in quanto membro di primo piano dell’Unione Europea, esercita un’influenza significativa sulle scelte degli altri paesi del blocco, e un’adozione riuscita di Linux a livello governativo potrebbe innescare un effetto a cascata verso altri dipartimenti, enti pubblici, organizzatori privati che collaborano strettamente con lo Stato, fino ad arrivare potenzialmente agli utenti finali. Non è la prima volta che un governo europeo tenta questa strada — si ricordano i casi parziali di Monaco di Baviera e di alcuni enti pubblici italiani negli anni Duemila — ma la scala e la determinazione politica di questo progetto sembrano di portata diversa.

https://infosannio.com/2026/04/13/la-francia-sostituisce-i-sistemi-operativi-windows-con-quelli-linux-nelle-postazioni-governative/

mercoledì 15 aprile 2026

Il peso di un invio: cronaca della mercificazione dell’anima - Michela Salvati

«L’hai mandata la mail?». Inizia così, con un’interferenza burocratica nel bel mezzo del silenzio, la giornata di chi ha smesso di abitare il tempo per iniziare a subire la prestazione. C’è questo dover mandare, questo inviare compulsivo che mangia lo spazio del respiro: un’attività che non conosce festivi e non rispetta il sonno. Domani manderò le mie mail; le manderò impaurita, sebbene io non voglia, perché quel ping non è comunicazione, ma il battito cardiaco richiesto dall’algoritmo per misurare la nostra docilità operativa. Dietro quel semplice clic risiede il rito stanco di chi deve confermare la propria esistenza attraverso un output digitale; una prova di rendimento pretesa da un sistema che, seguendo la logica del New Public Management, ha trasformato la scuola in un’azienda e il docente in un terminale di rendicontazione h24.

Come sto sopportando questo sfinimento non lo chiedi, non lo sai chiedere con garbo. Perché il garbo – quella dote che Eugenio Borgna ne L’arcipelago delle emozioni descrive come la capacità di ascoltare l’anima dell’altro senza calpestare la sua alienazione – è stato espulso dai protocolli ministeriali. Non sai quanto lo sfinimento stia erodendo l’amore per ciò che faccio; vorrei una vita che non sia la proiezione di un foglio di calcolo, una vita che non debba scusarsi per il desiderio di fermarsi a respirare. Mi turba dover confermare la mia presenza con una notifica, come se senza quel segnale la mia persona svanisse dai radar dell’efficienza. Ma la verità è che nemmeno vi ricordate di me, e allora dico: «Meno male». Rivendico l’oblio come uno spazio sacro, una libertà malinconica in cui siamo esentati dalla visibilità forzata. Come sostiene Byung-Chul Han ne La società della trasparenza, “viviamo in un’esposizione incessante che uccide l’incontro reale, obbligandoci a una reperibilità che è diventata la nuova forma della sorveglianza totale”.

Il dramma della nostra epoca è che abbiamo trasformato il disagio interiore in un guasto tecnico. Se non produci, se non carichi dati sul registro elettronico, diventi un ingranaggio difettoso. Ci hanno insegnato a supportare per mercificare, non per curare. Borgna ci ammonisce sulla rimozione della sofferenza in una società che esalta solo l’efficienza, scrivendo che viviamo in un mondo che tende a considerare quasi come una colpa la vulnerabilità e la debolezza. Ma chi decide cos’è utile? È forse utile un progetto portato a termine mentre il cuore urla? C’è una perversione sottile nel chiederci di “appassionarci” al nostro stesso logorio, mentre l’ideologia inclusiva ufficiale si riduce a una sfilata di protocolli che soffocano l’ascolto vero sotto una montagna di carte bollate. Chiediamo empatia nelle circolari, ma il tempo per un sorriso fuori di scuola è visto come una “fuga” dal dovere burocratico.

Qui entra in gioco quella che Paulo Freire nella Pedagogia degli oppressi chiamava la “concezione depositaria” dell’educazione: siamo trattati come contenitori da riempire di mansioni, espropriati della nostra capacità di essere soggetti. Freire ci ricorda che l’oppresso spesso “ospita” l’oppressore dentro di sé, e lo fa ogni volta che prova colpa per il proprio bisogno di fermarsi. Abbiamo interiorizzato il padrone e ora la sua voce ci punisce se il corpo reclama il diritto al silenzio. Eppure, proprio mentre affogo in questa reificazione, accade qualcosa che rompe l’algoritmo. Uno studente mi ferma fuori scuola, un ragazzo che non entra in aula da tre mesi, un fantasma per le statistiche sulla dispersione scolastica che oggi colpiscono circa il 9% dei giovani italiani (INVALSI 2025). Io gli sorrido, gli chiedo del suo stato d’animo. Mi racconta della sua paura paralizzante di stare con gli altri. In quel momento, io lo ascolto. È un tempo necessario, sottratto alla produzione e restituito all’umano. È l’essenza di quanto insegnava Don Lorenzo Milani in Lettera a una professoressa: “ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio, sortirne tutti insieme è la politica”. Gli chiedo di tornare, con calma: «Vuoi venire domani prima delle lezioni?». Lui sorride e ci stringiamo la mano. «Promessa di cavaliere» gli dico, facendo mio il monito di Antoine de Saint-Exupéry secondo cui rendere possibile l’avvenire non significa prevederlo, ma fondarlo (Citadelle, 1948). Lui torna a scuola per farmi una sorpresa, e io resto lì a pensare a quanto il sistema ci voglia controllori di presenze, quando dovremmo essere solo cercatori di anime.

C’è un paradosso lancinante nell’essere l’adulto che accoglie la fragilità altrui mentre la propria viene calpestata dalla retorica della resilienza. Insegniamo ai ragazzi l’empatia mentre siamo immersi in una struttura che la nega alla radice. Don Milani diceva che “non c’è nulla di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali”, ed è ciò che accade quando il neoliberismo scolastico pretende la stessa velocità da tutti, anche da chi sta lottando con uno scoramento profondo. La parola dovrebbe renderci liberi, ma oggi le nostre espressioni sono prigioniere dei linguaggi aziendali e dei monitoraggi standardizzati. Il mio I Care milaniano si scontra con il cinismo di un sistema che usa la “passione” come dispositivo di sfruttamento, ignorando che il burnout tra i docenti italiani ha raggiunto picchi del 35% (INDIRE 2024) a causa di un carico burocratico insostenibile.

Mi prendo la colpa di dare troppo valore all’anima rispetto alla rendicontazione, ma in questa colpa trovo l’ultimo baluardo di resistenza. Questo ritiro non è un atto di codardia, ma uno sciopero esistenziale. Se l’unico modo per relazionarmi con l’altro è rispondere alla domanda «Hai mandato la mail?» prima ancora di un «Come stai?», allora scelgo l’invisibilità. Scelgo di non esserci per i vostri algoritmi. Rivendico il diritto all’impossibilità, il diritto di essere un ingranaggio che si ferma perché ha deciso di tornare a essere un cuore. Perché l’anima non è una merce e il mio dolore, per quanto inutile ai vostri occhi di programmatori di efficienza, è l’unica cosa che mi rende ancora spaventosamente umana. Se la fragilità è la colpa, allora scelgo di essere colpevole. La mia promessa di cavaliere allo studente è la promessa che faccio a me stessa: non lascerò che una mail decida se io esisto o meno. Non manderò le mail. Non perché non posso, ma perché scelgo di non alimentare l’algoritmo. La mia disobbedienza è pedagogia della cura.

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martedì 14 aprile 2026

L’orso bruno non dorme più: l’allarme che arriva dagli Appennini - Michele Agagliate

Il tempo delle tane blindate e dei lunghi sonni sotto la neve sembra appartenere a un’altra epoca geologica. Oggi, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, l’orso bruno (Ursus arctos) deve fare i conti con un nemico più insidioso dei bracconieri: il termometro. Con temperature che non accennano a scendere e l’assenza cronica di manti nevosi, il letargo – pilastro biologico per la sopravvivenza della specie – sta diventando un optional pericoloso.

I numeri parlano chiaro: sono rimasti circa sessanta esemplari. Un equilibrio fragilissimo che il riscaldamento globale sta facendo saltare. Se in passato era il freddo a “chiudere” gli orsi bruni nelle tane, oggi la scarsità di neve spinge molti individui a restare attivi. “Il periodo di ibernazione si è ridotto drasticamente e in alcuni casi è del tutto assente”, spiega Stefano Orlandini, presidente dell’associazione Salviamo l’Orso. Il caso limite? Una femmina con tre cuccioli che quest’anno non è mai andata in letargo.

È un dettaglio fondamentale: per le femmine, partorire fuori dalla protezione della tana o interrompere il riposo significa bruciare riserve energetiche vitali. Il rischio concreto è che i piccoli non superino l’inverno o che il successo riproduttivo della specie crolli verticalmente.

Altro fattore importante: quando l’orso bruno non dorme, cerca cibo. E se i frutti selvatici scarseggiano a causa della siccità appenninica, l’animale si sposta verso valle, attirato dagli odori dei centri abitati. È qui che la biologia incrocia la cronaca. La “confidenza” con l’essere umano, spesso forzata dalla fame, trasforma l’orso bruno in un frequentatore di cassonetti, aumentando il rischio di incidenti, investimenti o conflitti sociali.

Valeria Barbi, naturalista e responsabile comunicazione dell’associazione, conferma la tendenza: il letargo è ormai un “termometro” della crisi ecologica. Se gli orsi americani (bruni e neri) stanno già modificando i ritmi stagionali da anni, il Marsicano – isolato geneticamente da millenni – è ancora più vulnerabile a questi sbalzi.

La partita per salvare il più grande mammifero italiano si gioca ormai fuori dai confini protetti, nei cosiddetti “corridoi d’espansione” che arrivano fino al Terminillo e alle Marche. Qui, l’attivismo civile prova a tappare i buchi della gestione pubblica. Tra l’installazione di recinti elettrici per proteggere gli apiari e la sostituzione dei cassonetti tradizionali con modelli “a prova d’orso” (già 49 quelli posizionati), l’obiettivo è uno solo: rendere possibile la convivenza.

Resta però il nodo delle risorse idriche. Il progetto Drop by Drop punta i riflettori sulla sete dell’Appennino: senza acqua pulita e accessibile in quota, l’orso bruno è condannato a scendere tra le case.

In ultima analisi, la mancata latenza invernale altera l’omeostasi della sottospecie: il passaggio da un regime di ipometabolismo a uno di attività costante in assenza di trofismo naturale espone gli esemplari a un deficit calorico che ne compromette la fitness riproduttiva. La persistenza di questo trend climatico rischia di trasformare l’Appennino in un sink ecologico, dove la sopravvivenza dei sessanta individui rimasti dipenderà esclusivamente dalla capacità di minimizzare il dispendio energetico legato alle interferenze antropiche.

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lunedì 13 aprile 2026

“La Terra è al limite e potrebbe non sostenerci più”, lo studio che certifica che la capacità è pari a 2,5 miliardi di persone

 

Il nostro pianeta non ce la fa più: siamo diventati troppi e il nostro ritmo di crescita sta portando la Terra ai limiti. È quanto dimostrato dai ricercatori della Flinders University in Australia in uno studio pubblicato sulla rivista “Environmental Research Letters“: oltre duecento anni di dati demografici globali sottolineano come l’umanità stia sempre più “andando oltre”.

Un primo spunto di riflessione è dato dal fattore “capacità portante” ovvero il numero di individui che possono sopravvivere, in un arco di tempo abbastanza lungo, grazie alle risorse naturali disponibili e alla loro capacità di rigenerarsi. Il problema odierno sottolineato dallo studio è l’indifferenza delle economie globali che non danno il giusto peso ai vincoli rigenerativi e tentano pertanto di colmare la differenza con l’ininterrotta crescita demografica attraverso lo sfruttamento dei combustibili fossili.

L’altro parametro da tenere in considerazione è la “capacità di carico umana“. Se dagli anni ’50 la popolazione cresceva a un ritmo costante – e ciò significava maggior progresso tecnologico – dagli anni ’60 il tasso di crescita globale ha iniziato a rallentare. Ciò non si traduce in una diminuzione di presenze umane ma, al contrario, si parla di una “fase demografica negativa” come ha spiegato l’autore Corey Bradshaw: “L’aumento della popolazione non si traduce più in una crescita più rapida. Analizzando questa fase abbiamo scoperto che la popolazione mondiale raggiungerà probabilmente il picco tra gli 11,7 e i 12,4 miliardi di persone entro la fine degli anni 2060 o gli anni 2070″.

Sempre secondo Bradshaw “La Terra non riesce a tenere il passo con il modo in cui stiamo utilizzando le risorse“. La nostra dipendenza maggiore sarebbe quella dai combustibili fossili che ci danno l’illusione di aumentare – solo nel breve termine – la capacità di carico della Terra. Invece non solo la capacità di carico sostenibile è pari a 2,5 miliardi mentre la nostra attuale popolazione è di quasi 8,3 miliardi di persone, ma la futura popolazione umana potrebbe non accedere così facilmente a ciò che a noi sembra scontato avere. A meno che, come affermato da Bradshaw, non si decida di rivedere le nostre pratiche socio-economiche per rendere il futuro quanto più auspicabile possibile.

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domenica 12 aprile 2026

La “guerra civile” degli scimpanzé che sfida le teorie sui conflitti. Lo studio su Science

 

Non servono ideologie, religioni o identità etniche per arrivare a una guerra civile. A volte basta che si spezzino i legami. È questa la conclusione più inquietante di uno studio pubblicato il 9 aprile 2026 sulla rivista Science, che documenta un caso senza precedenti tra gli scimpanzé: la più grande comunità mai osservata in natura si è divisa in due, dando origine a una sequenza di attacchi letali tra ex compagni.

Per oltre vent’anni, gli scimpanzé di Ngogo, in Uganda, hanno vissuto come un’unica comunità: una società complessa fatta di alleanze, gerarchie e cooperazione. Poi qualcosa cambia. Nel 2014 muoiono diversi individui chiave, quelli che tenevano insieme sottogruppi diversi, e l’anno successivo cambia la leadership maschile. Le relazioni iniziano a riorganizzarsi e due blocchi, occidentale e centrale, smettono progressivamente di interagire. Nel 2015 compare un segnale mai osservato prima: i due gruppi si evitavano. Non si separano ancora, ma smettono di riconoscersi come parte della stessa rete. Negli anni successivi la tensione cresce. Tra il 2016 e il 2017 compaiono i primi pattugliamenti territoriali interni e le prime aggressioni. Nel 2018 la rottura è definitiva: due gruppi distinti, territori separati, nessuna relazione sociale o riproduttiva. La comunità, di fatto, non esiste più.

A quel punto la divisione si trasforma in qualcosa di diverso, che somiglia sempre di più a una guerra civile. Tra il 2018 e il 2024 il gruppo occidentale conduce almeno 24 incursioni nel territorio del gruppo centrale. Gli attacchi sono collettivi, coordinati, ripetuti nel tempo. Non sono scontri occasionali, ma azioni organizzate che seguono uno schema preciso: pattugliamenti, ingresso nel territorio dell’altro gruppo, aggressione. Il bilancio è pesante: almeno sette maschi adulti uccisi e 17 cuccioli, in media un adulto e due piccoli all’anno. E potrebbe essere una stima al ribasso, perché altri maschi sono scomparsi senza cause note e potrebbero essere stati vittime di attacchi non osservati.

Il dato più sconvolgente è che le vittime non sono estranei, ma ex compagni: individui che per anni hanno condiviso territorio, alleanze e gerarchie. La nuova appartenenza cancella quella precedente, riscrive il confine tra “noi” e “loro” e rende possibile una violenza che fino a poco prima sarebbe stata impensabile.

È questo che rende il caso simile a una guerra civile: la violenza nasce dentro una comunità, non contro un nemico esterno. Gli scimpanzé non hanno linguaggio simbolico, né religioni o ideologie politiche, eppure sviluppano una dinamica che ricorda da vicino i conflitti umani più laceranti. Lo studio mette così in discussione una spiegazione diffusa, secondo cui sarebbero soprattutto le differenze culturali a generare le guerre civili: qui non ci sono, eppure la violenza emerge lo stesso. Secondo i ricercatori, basta la dinamica delle relazioni. Quando i legami si indeboliscono, quando la rete sociale si spezza e i gruppi si chiudono su se stessi, nascono nuove identità. E queste identità possono diventare ostili. Le ideologie, in questa prospettiva, arrivano dopo: non sempre sono la causa, ma spesso il modo in cui il conflitto viene giustificato e organizzato.

Nel caso di Ngogo diversi fattori si intrecciano: la dimensione molto grande del gruppo, la morte di individui che fungevano da ponte tra sottogruppi, i cambiamenti nella leadership e le tensioni legate alla competizione riproduttiva. Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, è sufficiente a spiegare la rottura. Ma insieme producono una trasformazione irreversibile. Quando le relazioni smettono di attraversare la comunità e si concentrano in blocchi separati, la divisione diventa strutturale e il conflitto diventa possibile.

Questo caso non spiega da solo le guerre civili umane, ma obbliga a guardarle in modo diverso. Forse non iniziano solo con grandi differenze — etniche, religiose o politiche — ma molto prima, nei rapporti che si deteriorano, nei gruppi che si isolano, nei legami che si spezzano. Gli scimpanzé non fanno politica, ma mostrano un meccanismo essenziale: una comunità può trasformarsi in un campo di battaglia senza bisogno di ideologie. Comincia quando i legami si rompono.

Lo studio su Science

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sabato 11 aprile 2026

La lettera degli esperti mondiali di commercio internazionale di armi a difesa di Francesca Albanese - Lara Tomasetta

Dal Sudafrica agli Stati Uniti, dall’Europa all’Italia: studiosi e attivisti contestano le sanzioni contro la relatrice ONU e puntano il dito contro governi e colossi militari

Quando il deputato Andrew Feinstein lasciò il parlamento sudafricano, dopo anni passati accanto a Nelson Mandela, decise che la sua battaglia non sarebbe più stata contro l’apartheid, ma contro un sistema altrettanto oscuro: il commercio internazionale di armi. Oggi, insieme a giornalisti, accademici e attivisti da Stati Uniti, Europa e Medio Oriente, ha firmato una lettera che difende Francesca Albanese, la relatrice speciale ONU finita nel mirino di governi potenti per il suo rapporto sul genocidio di Gaza. Non è solo un gesto di solidarietà personale: è l’accusa diretta a un’economia globale che trasforma i conflitti in affari e che, secondo questi esperti, rende complici i governi occidentali delle stragi palestinesi. Un sostegno che arriva in un momento delicato: Albanese è infatti finita sotto sanzioni del governo statunitense, che le ha congelato i beni e vietato i contatti istituzionali, chiedendone addirittura le dimissioni dall’incarico.

Il rapporto contestato
Nel suo studio “From Economy of Occupation to Economy of Genocide”, Albanese mette a nudo la rete di complicità che lega produttori di armi, aziende tecnologiche e governi occidentali all’offensiva militare israeliana. Secondo la relatrice ONU, non solo le grandi industrie belliche – come Lockheed Martin e Leonardo – ma anche colossi tecnologici come Palantir, Microsoft, Amazon e Alphabet hanno contribuito con servizi e tecnologie alla campagna di bombardamenti e sorveglianza che ha causato decine di migliaia di morti palestinesi.

Le accuse degli esperti
La lettera parla di “genocidio perpetrato a Gaza con la partecipazione attiva dei governi occidentali e dei loro produttori di armi”, denunciando un meccanismo perverso: le armi testate sul campo nei Territori occupati diventano poi strumenti di marketing per le stesse aziende, che vedono aumentare profitti e quotazioni in borsa.
Gli esperti firmano la lettera anche come risposta alle misure punitive imposte da Washington contro Albanese: una decisione definita “straordinaria” e senza precedenti, che segna una frattura nella relazione tra gli Stati Uniti e i relatori speciali ONU. Per i firmatari si tratta di un tentativo di “sopprimere” il suo lavoro, giudicato invece “accurato, forense e cruciale”. Il sostegno mira quindi a rafforzare non solo la sua persona ma l’autonomia dell’intero sistema delle Nazioni Unite.

Italia sotto i riflettori
La presenza di Leonardo, colosso anglo-italiano della difesa, tra le aziende citate nel rapporto, porta il tema direttamente nel dibattito italiano. L’Italia, tra i principali esportatori europei di armi, è chiamata a confrontarsi con la contraddizione tra gli obblighi internazionali e i propri interessi economici. Gli esperti chiedono un’applicazione rigorosa dei controlli sulle esportazioni previsti dal Trattato internazionale sul commercio di armi e dalla Posizione comune dell’UE, che vieterebbero vendite a paesi coinvolti in violazioni sistematiche dei diritti umani.

Il peso politico della lettera
Il sostegno a Francesca Albanese non arriva da attivisti qualunque, ma da alcuni tra i più autorevoli esperti di commercio di armi e relazioni internazionali. La lista dei firmatari è infatti un mosaico che unisce accademici, ex funzionari governativi, giornalisti e attivisti di primo piano. C’è, come premesso, Andrew Feinstein, ex deputato sudafricano vicino a Nelson Mandela e oggi tra i massimi studiosi del commercio mondiale di armi, autore del saggio di riferimento The Shadow World. Ci sono nomi come William Hartung, ricercatore del Quincy Institute di Washington e per anni analista del Pentagono, e Daryl Kimball, direttore esecutivo dell’Arms Control Association, una delle organizzazioni più influenti sul disarmo negli Stati Uniti. Dall’Europa spiccano figure come Jürgen Grässlin, giornalista tedesco che ha documentato i profitti della Germania nelle guerre, e Laëtitia Sédou della rete europea contro il commercio di armi (ENAAT). A firmare ci sono anche esperti legati alle Nazioni Unite e al mondo accademico, come Paul Rogers, professore emerito di studi sulla pace a Bradford, e Anna Stavrianakis, docente di relazioni internazionali all’Università del Sussex.

La presenza di profili così diversificati – dall’attivismo pacifista al mondo accademico, passando per ex funzionari e analisti delle politiche militari – conferisce alla lettera un peso politico che va oltre il sostegno personale ad Albanese. È un atto che mette in discussione l’architettura stessa delle politiche occidentali in materia di difesa, facendo emergere una contraddizione evidente: i governi che si presentano come garanti della pace internazionale sono spesso anche i principali fornitori di armi nei conflitti ( e su The Post Internazionale abbiamo spesso illustrato le spese militari esorbitanti di alcuni Stati).

È questa la contraddizione più evidente che la lettera mette in luce: da un lato le dichiarazioni solenni nelle sedi diplomatiche, gli appelli alla de-escalation e al rispetto del diritto umanitario; dall’altro le autorizzazioni all’export di missili, droni e sistemi d’arma che finiscono direttamente nei teatri di guerra. Stati Uniti, Unione Europea e persino l’Italia, che in Costituzione ripudia la guerra, continuano a comparire nelle classifiche dei principali esportatori globali, garantendo forniture miliardarie a paesi coinvolti in conflitti e violazioni sistematiche dei diritti umani. Una doppiezza che non riguarda solo la politica estera ma anche l’economia interna, perché il settore bellico rappresenta per molti governi un motore industriale e occupazionale difficile da mettere in discussione.

La lettera, dunque, apre un fronte scomodo per i governi occidentali, Italia compresa: può una democrazia sostenere la pace e i diritti umani e al tempo stesso alimentare, con le proprie industrie, un conflitto che l’ONU definisce genocidario? La risposta, sostengono gli esperti, non può più essere rimandata.

Il testo della lettera
Il commercio di armi è descritto come un business che conteggia i propri profitti in miliardi, mentre le sue perdite si misurano in vite umane. In nessun altro luogo ciò è stato più evidente che durante il genocidio perpetrato a Gaza con la partecipazione attiva dei governi occidentali e dei loro produttori di armi, delle aziende tecnologiche e di varie altre società private. Questi produttori hanno registrato un aumento significativo dei profitti e dei prezzi delle proprie azioni, mentre decine di migliaia di palestinesi sono stati massacrati utilizzando i loro prodotti. La Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, ha pubblicato un rapporto sul ruolo delle aziende nel genocidio. Il lavoro dal titolo “From Economy of Occupation to Economy of Genocide” (Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio) è un documento approfondito, dettagliato, accurato ed estremamente importante che mette a nudo la complicità delle aziende nel genocidio in corso.
Il rapporto identifica i produttori di armi tradizionali complici, nonché le aziende tecnologiche il cui coinvolgimento nella guerra in generale, e in particolare nella sorveglianza e nell’individuazione degli obiettivi, è cresciuto in modo esponenziale: mentre le aziende israeliane Elbit Systems e Israel Aerospace Industries (IAI) occupano un posto di rilievo, lo stesso vale per i colossi occidentali dell’industria degli armamenti, Lockheed Martin e l’azienda anglo-italiana Leonardo, insieme a molte altre che forniscono il materiale militare che ha causato i massacri di Gaza. Inoltre, come chiarisce il rapporto, queste aziende consentono che i loro prodotti siano “testati in battaglia” nei territori palestinesi occupati (OPT) e basano le loro successive strategie di marketing sui danni devastanti causati. Il Rapporto sottolinea anche la rete di intermediari che rendono possibile questo commercio di armi, dalle società legali, di revisione contabile e di consulenza, ai commercianti di armi, agli agenti e ai broker, ai fornitori di robotica come la giapponese FANUC Corporation e ai fornitori di servizi logistici come A.P. Moller – Maersk A/S.
Le aziende tecnologiche, in particolare, sono diventate protagoniste del conflitto. Nel contesto di Gaza, Palantir ha svolto un ruolo centrale nell’individuazione mirata di individui, famiglie e gruppi. Molte altre aziende, tra cui IBM, Microsoft, Amazon e Alphabet, forniscono una serie di servizi all’esercito israeliano che contribuiscono alla perpetrazione del genocidio. Il Rapporto suggerisce che oltre 1.650 aziende private siano complici nella sola produzione di un unico sistema d’arma: il jet da combattimento F-35. Ciò indica una rete di complicità aziendale di dimensioni molto più vaste. Questa include istituzioni finanziarie, società di consulenza globali, aziende energetiche, logistiche e di attrezzature, tra cui entità ben note come Caterpillar, BNP Paribas, Barclays, Allianz, Chevron, BP, Petrobras e A.P. Moller-Maersk A/S.
A seguito della straordinaria decisione del Governo statunitense di sanzionare la signora Albanese e di chiedere le sue dimissioni, nonché dei tentativi di sopprimere il suo eccellente Rapporto, noi, in qualità di esperti leader nel commercio di armi a livello globale, desideriamo esprimere il nostro forte sostegno alla signora Albanese e la nostra assoluta fiducia in quello che consideriamo un Rapporto accurato dal punto di vista forense e di cruciale importanza, e chiediamo alle Nazioni Unite di respingere le richieste irrazionali e sconsiderate dei governi statunitense e israeliano, i partecipanti più attivi al genocidio in corso a Gaza.
È inaccettabile per noi che i produttori di armi, con il sostegno dei loro governi, violino i propri controlli interni sulle esportazioni di armi, gli accordi regionali e internazionali come la posizione comune dell’UE sulle esportazioni di armi e il Trattato internazionale sul commercio delle armi, nonché le loro responsabilità ai sensi dei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, che implicano le più gravi norme giuridiche internazionali. Chiediamo che i controlli sulle esportazioni di armi siano applicati a livello nazionale, regionale e internazionale, il che deve portare alla cessazione immediata delle vendite di armi a Israele fintanto che il genocidio continua. Appoggiamo quindi l’appello del Gruppo dell’Aia a impedire la fornitura o il trasferimento di armi, munizioni, carburante militare, attrezzature militari correlate e beni a duplice uso a Israele, compreso il transito, l’attracco e la manutenzione delle navi, ed esortiamo tutti gli altri Stati a fare lo stesso.

FIRMATARI DELLA LETTERA
Jeff Abramson Senior Non-Resident Fellow, Center for International Policy, US
Ray Acheson Director, Reaching Critical Will programme at Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF), US
Charles O. Blaha Senior Advisor, DAWN; Former State Department Official, US
Tariq Dana Associate Professor of Conflict Studies, Doha Institute for Graduate Studies, Qatar
Wendela de Vries Co-founder, Stop Wapenhandel, Netherlands
Andrew Feinstein Author ‘The Shadow World: Inside the Global Arms Trade’, Executive Director, Shadow World Investigations. UK/South Africa
Jürgen Grässlin Author, ‘Black Book Arms Trade: How Germany Profits from War’, Germany
Jeff Halper Author: “War Against the People: Israel, the Palestinians and Global Pacification”; Director, The Israeli Committee Against House Demolitions (ICAHD), Israel
William Hartung Senior Research Fellow, Quincy Institute for Responsible Statecraft, US
Shir Hever Scholar of Israel’s Political Economy, Germany
Roy Isbister Chief, Arms Unit, Saferworld, New Zealand/UK
Daryl G. Kimball Executive Director, Arms Control Association, US
Hans Lammerant Arms Trade & Business & Human Rights Expert, Belgium
Antony Loewenstein Author ‘The Palestine Laboratory’, independent journalist and filmmaker, Australia
Shana Marshall Assistant Research Professor, Elliott School of International Affairs at the George Washington University, US
Nancy Okail President and CEO, Center for international Policy, US
Sam Perlo-Freeman Research Coordinator, Campaign Against Arms Trade, UK
Paul Rogers Emeritus Professor, Peace Studies, Bradford University, UK
Laëtitia Sédou Project Officer, European Network Against Arms Trade, Belgium/France
Frank Slijper Arms Trade expert at PAX, Netherland
Emma Soubrier Director, Pathways to Renewed & Inclusive Security in the Middle East (PRISME), France
Anna Stavrianakis Professor of International Relations, Sussex University, UK
Francesco Vignarca Campaigns Coordinator, Italian Peace and Disarmament Network, Italy
Sarah Leah Whitson Executive Director, DAWN, US

I volti dietro la lettera
Non è una lista qualsiasi quella che ha scelto di sostenere Francesca Albanese. C’è Andrew Feinstein, ex deputato sudafricano vicino a Nelson Mandela, che dopo aver lasciato la politica ha dedicato la vita a svelare i segreti del commercio d’armi in libri e documentari. C’è William Hartung, uno dei massimi esperti americani di spesa militare, spesso ascoltato nei comitati del Congresso. Insieme a loro Daryl Kimball, alla guida dell’Arms Control Association, organizzazione che da Washington influenza da decenni i dibattiti su disarmo e non proliferazione. Dall’Europa arrivano firme storiche come Jürgen Grässlin, giornalista tedesco che negli anni Novanta fece tremare i colossi industriali con le sue inchieste, e Paul Rogers, professore di Peace Studies a Bradford, definito “l’enciclopedia vivente” dei conflitti contemporanei. Per l’Italia, infine, spicca Francesco Vignarca, volto noto delle campagne per la pace e coordinatore della Rete Italiana Pace e Disarmo, capace di portare il tema delle esportazioni belliche perfino nelle aule parlamentari.

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venerdì 10 aprile 2026

Moby Prince, mistero lungo 35 anni. Le rivelazioni dell’ufficiale della Capitaneria: “Il comandante? Quando c’erano le emergenze usciva in mare e lasciava da soli i sottoposti in sala operativa” - Francesco Sanna

 


Ha atteso trentacinque anni prima di parlare liberamente Lorenzo Checcacci. All’epoca della strage del Moby Prince – nel 1991 – era ufficiale di ispezione della Capitaneria di Porto di Livorno, l’ente preposto al soccorso pubblico in mare, e fu imputato nell’unico processo celebrato a Livorno tra il 1995 e il 1997, finendo assolto perché “il fatto non sussiste” grazie al teorema della “morte breve” di tutte le 140 vittime, smentito poi nel 2018 dalla prima inchiesta parlamentare. Checcacci, oggi pensionato settantasettenne, è stato audito alcuni giorni fa nella nuova commissione parlamentare (la terza) impegnata a concludere la ricostruzione di quella che è passata alla storia come la più grande tragedia della marina mercantile italiana dal Dopoguerra. L’ex ufficiale ai parlamentari ha fornito due particolari inediti su quanto accaduto in Capitaneria durante le ore drammatiche della notte tra il 10 e l’11 aprile 1991, quando il traghetto della Navarma – appena partito dal porto di Livorno – centro la cisterna di una petroliera Agip all’ancora in rada. “C’è da aggiungere qualcosa che non ho detto quando fui sentito dalla Commissione d’inchiesta del Senato – ha esordito Lorenzo Checcacci, con la voce rotta dall’emozione -. Fino a quando la Perizia Bargagna (la consulenza medico legale architrave del teorema della morte di tutte le vittime in un breve tempo da qui l’inutilità di ogni operazione di soccorso, ndr) valeva ancora, quanto voglio dire non aveva valore. Adesso però è diverso. Voglio un minimo di giustizia per le vittime, per i familiari, per Loris Rispoli”. Il riferimento è allo storico presidente dell’Associazione 140 familiari delle vittime, scomparso il 22 novembre 2025 dopo una lunga malattia.

Per comprendere le due rivelazioni è necessario tornare alla sera del disastro e alla catena di comando della Capitaneria in caso di emergenza in mare indicata dalle normative dell’epoca. Checcacci, quale ufficiale di ispezione, aveva un ruolo secondario in questa catena e non era formato per gestire emergenze, come quella (peraltro smisurata) del Moby Prince. Dall’ascolto del canale di soccorso radio di quella notte, è però sua la voce principale che parla in nome e per conto della Capitaneria di Porto nelle ore cruciali del mancato soccorso. Il motivo lo ha spiegato alla Commissione d’inchiesta dopo 35 anni: “Il capo sezione operativa era Roberto Canacci. E’ reperibile h24 perché in caso di emergenza deve intervenire e guidare la centrale operativa – ha spiegato Checcacci – dopo aver allertato i vigili del fuoco, i rimorchiatori e il comandante in seconda, lo chiamo a casa […]. Alle 22.45 (venti minuti dopo il may day del Moby Prince, ndr) arriva, si affaccia: ‘Io sono qui, vado in ufficio a fare delle telefonate’. E io lì ho sbagliato. Avrei dovuto minacciarlo di denuncia all’autorità militare per violata consegna: ‘Tu stai qua o ti denuncio’, sei il capo della centrale operativa, le telefonate le puoi fare da qui. Ma ero talmente agitato che non gli ho risposto. Lui si è allontanato e io sono rimasto lì”. Checcacci da quel momento, da figura secondaria, senza alcuna formazione per gestire l’emergenza, proseguì via radio a fornire risposte e indicazioni generiche ai soccorritori in mare, alla cieca, senza neanche un radar a disposizione. “L’ufficiale tecnico capo sezione operativa fa esercitazioni semestrali in porto. Era addestrato. Conosceva la situazione. Lui (Canacci, ndr) sapeva che i piloti avevano un radar. Se io l’avessi saputo l’avrei fatto plottare (un termine che rimanda al disegno delle mappe, ndr), avrei chiesto di farmi sapere dov’era la nave investitrice”. Ovvero il Moby Prince, che invece sarà dimenticata e trovata per caso un’ora e un quarto dopo l’innesco dell’incendio.

E qui arriviamo alla seconda rivelazione. Poco dopo la prima defezione di Canacci, ha spiegato Lorenzo Checcacci alla Commissione, arrivò in porto il comandante della Capitaneria, Sergio Albanese, proveniente da un party a La Spezia. “Il comandante è rientrato con la macchina di servizio, è andato nella sua abitazione, si è cambiato il maglione ed è andato in mare. Con lui andò anche Canacci quindi la centrale operativa praticamente andò in mare. Pensai che avrebbe diretto le operazioni di soccorso – ha concluso Checcacci – E invece non andò così”. Da allora infatti né Albanese né Canacci dettero alcun ordine, come noto dagli atti processuali, quindi il coordinamento del soccorso pubblico fu omesso, lasciando l’ufficiale di ispezione a gestire le comunicazioni radio senza una guida. Ne conseguì che il fortuito ritrovamento del traghetto Moby Prince portò al recupero di un solo naufrago e le prime spontanee operazioni di spegnimento dell’incendio – che dal greggio innescato a pelo d’acqua aveva risalito le fiancate del traghetto entrando negli spazi interni dov’erano radunate le persone in attesa di soccorso – furono avviate da un rimorchiatore solo all’1 di notte, casualmente.

Checcacci fornisce così la notizia inedita alla Commissione: “Questa cosa non era nuova, successe altre volte. Conosco il comandante (Albanese, ndr) da quando era in servizio a Cagliari come vice comandante e poi è stato reggente per qualche mese. […] Era una sua prassi: ogni volta che c’era qualche emergenza, che c’era pericolo, puzza di bruciato, lui usciva in mare, per condividere i rischi dei suoi uomini assieme ai suoi uomini, però se andava male quelli che erano rimasti in Capitaneria erano affari loro”. Di questa prassi presunta del comandante Albanese ci sarebbe più di una traccia e ci sarebbero altri testimoni, ha chiarito Checcacci: “Era già successo ad esempio con la nave Klearchos ad Olbia. Lui era comandante – ha precisato in audizione -. Lasciò il comandante Mastrobuoni in Capitaneria che dovette decidere che questa nave affondasse nonostante avesse dei fusti tossici. Poi la Corte dei Conti se la prese con lui, comandante in seconda, per danno erariale dato che dovettero recuperare i fusti” ha concluso Checcacci.

Albanese non potrà difendersi in prima persona da queste accuse: è morto il 10 marzo 2023 all’età di 88 anni, da incensurato. Tuttavia aveva ricordato con soddisfazione proprio alla prima Commissione d’inchiesta sul Moby Prince (che lavorò in Senato dal 2015 al 2018) che rispetto al disastro della nave Klearchos, evocata da Checcacci, ricevette “un encomio solenne per aver coordinato il recupero delle merci pericolose che erano affondate”. Marina Militare e Corpo delle Capitanerie di Porto gli assicurarono anche la promozione a contrammiraglio il 25 maggio 1991, poco più di un mese dopo la strage di Livorno, quando ancora le famiglie di due vittime non erano riuscite a riconoscere i loro cari e si attendevano gli esiti della perizia medico legale che avrebbe determinato, con la stima dei tempi di sopravvivenza dei 140, se la responsabilità della loro morte dovesse ricadere anche sui soccorsi mancati.

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