Amare Produzioni Agricole
domenica 7 giugno 2026
sabato 6 giugno 2026
Sugli aeroporti - Lucia Chessa
La chiamano “Rete degli Aeroporti Sardi” e sa molto di grande, di moderno,
di integrato. Tutto bello! E infatti non ci sarebbe niente di male se la
gestione della rete fosse pubblica, o almeno mista, cioè con quote private, ma
anche con una componente pubblica se non preponderante, almeno sufficiente a
tutelare il diritto dei sardi, e di tutti, ad entrare ed uscire da quest’isola.
Ma non è così.
Il fatto è che gli aeroporti sono un grande affare e scatenano appetiti
stratosferici. Vengono costruiti con fondi pubblici e una volta belli/pronti a
produrre utili vengono consegnati, per la gestione, a società che possono
guadagnarci un sacco di soldi. Senza contare che il rubinetto di mamma regione,
in virtù di ragionamenti che si fanno ai piani alti, è sempre pronto ad aprirsi
a favore dei soggetti gestori. Più di 120 milioni di euro, solo negli ultimi 10
anni, sono transitati dalle casse della regione a quelle dei soggetti che
gestiscono gli scali sardi. Piuttosto fastidioso un contesto in cui le spese
sono di tutti e i guadagni solo di alcuni.
Comunque ricapitolando. Oggi in Sardegna gli aeroporti di Alghero ed Olbia
sono gestiti da società a schiacciante maggioranza privata, Cagliari è invece
gestito da una società dove la Camera di Commercio del sud Sardegna, dunque un
ente pubblico, è azionista di maggioranza con il 94% delle quote. Lo scalo di
Cagliari è rimasto l’unico in Sardegna a gestione pubblica ed è proprio su
questo assetto che si muovono, da alcuni anni, interessi molto forti. Se tutto
dovesse loro andare liscio, e ogni sardo dovrebbe sperare che questo non
avvenga, fondi privati faranno da padroni in tutte le porte di accesso alla
nostra terra. Se tutto andasse dove vogliono lorsignori, sarà come aver
consegnato ad un estraneo le chiavi di casa nostra dandogli facoltà di decidere
come e quando entreremo ed usciremo, noi e i nostri ospiti.
Serve però un po’ di pazienza per capire il percorso, perché bisogna
tornare indietro di qualche anno, fino al 2023, quando una serie di operazioni
finanziarie e una fusione, portarono gli aeroporti di Alghero ed Olbia ad
essere gestiti dallo stesso soggetto: Olbia da Geasar e Alghero da Sogeaal, due
società per azioni dove chi comanda però è uno solo e cioè il fondo di
investimento privato chiamato “F2i Ligantia” che detiene, in tutte e due le
società, tra il 70 e 80 per cento delle azioni.
Non che l’operazione che ha portato alla fusione sia pacifica, non che
proceda lineare. Il tribunale di Cagliari, a seguito di ricorsi, l’ha sospesa,
ma il procedimento non si è ancora chiuso con una sentenza, anche perché la
regione ha più volte chiesto il rinvio. Ma guarda tu. La tecnica del rinvio
quando si attendono sentenze indesiderate da sempre i suoi buoni frutti.
E così, lungo il percorso, osservando i movimenti di ognuno, emergono piano
piano i registi/attori dell’intera operazione “Rete Aeroportuale Sarda” . Sono
3: F2i Ligantia, di cui è parte non marginale la Fondazione di Sardegna, la
Regione e la Camera di Commercio di Cagliari e infatti il passo successivo lo
ha fatto quest’ultima che, già azionista di maggioranza della società che
gestisce l’aeroporto di Elmas, con una delibera del 2023, molto contestata e
controversa, contro il parere dei suoi stessi revisori dei conti, ha deciso di
acquisire azioni di F2i Ligantia, pagandole con le proprie quote azionarie in
Sgear, la società che oggi gestisce l’aeroporto di Cagliari.
Non so se è chiara la raffinatezza. Un fondo di investimento privato, che
già gestisce Olbia e Alghero, in questo modo mette radici a Cagliari perché un
soggetto pubblico, la Camera di Commercio, senza uno straccio di bando, gli
consegna le proprie quote azionarie creando un monopolio nella gestione di
tutti gli scali, oltre che sulla pelle dei sardi.
Un vero capolavoro di non senso, bisogna dire, su cui già si è pronunciata
la Corte dei Conti con una sentenza di una chiarezza esemplare. I giudici contabili
evidenziano una serie di criticità pesanti già dalle prime fasi dell’operazione
Rete Aeroporti Sardi: rilevano che la Camera di Commercio, come tutti quelli
che gestiscono fondi pubblici, per cederli in qualunque forma, avrebbe dovuto
fare un bando pubblico e non scegliere discrezionalmente F2i, contestano che le
Camere di Commercio hanno limiti territoriali e non si capisce perché quella di
Cagliari dovrebbe avere ruoli di gestione negli aeroporti di Olbia e Alghero,
ma soprattutto rilevano che non ci sia nel progetto alcuna garanzia che gli
interessi privati e quelli pubblici trovino un punto di equilibrio accettabile.
Facile da capire si potrebbe dire, tanto più se argomentato sul piano giuridico
e finanziario come si fa in una sentenza. Così evidente da rendere
incomprensibile il fatto che il governo regionale sardo e la presidente Todde
continuino a non capirlo.
Ci si potrebbe aspettare infatti, che davanti alla demolizione dell’intera
operazione effettuata dalla Corte dei Conti i tre registi/attori si fermino, si
pongano qualche problema, e invece no. Non si fermano.
Vanno avanti, vogliono fermissimamente vogliono la Rete Aeroportuale Sarda,
e questa volta il passo avanti è toccato alla giunta Todde che, dopo aver
incaricato uno studio milanese, per essere accompagnati in sicurezza in un
percorso evidentemente tortuoso e rischioso, (al costo di 170mila euro) a marzo
2026, ha deliberato la firma di un Term Sheet.
Cosa è? Lo dicono in inglese per darsi arie, perché da l’idea di competenza
e perché l’italiano ormai fa troppo provinciale, figurati il sardo.
Significa semplicemente “accordo non vincolante” tra Camera di Commercio di
Cagliari, Regione Sardegna, fondo privato F2i Ligantia, dove si dichiara di
voler arrivare subito alla creazione della Rete Sarda degli aeroporti entro
settembre 2026. Si dichiara di voler andare avanti anche in caso di parere
contrario della corte dei conti, si stabiliscono una serie di clausole che a
leggerle si immagina la parte privata che fa da padrona e la parte pubblica stesa
a terra a tappetino, a preannunciare anticipatamente come funzioneranno gli
aeroporti sardi se l’operazione andasse a buon fine.
L’accordo sottoscritto contiene praticamente il piano B, qualora i
tribunali ordinari e contabili finissero, come sembra prevedibile, di smontare
a colpi di sentenze l’intero percorso messo in piedi fino ad oggi da Regione,
Camera di Commercio, società di gestione controllate dai privati di F2i e tra
questi la Fondazione di Sardegna.
Si stabilisce di creare una Holding, cioè una società che ne contiene altre
al suo interno e che nel caso specifico saranno le 3 società che oggi
gestiscono gli aeroporti sardi che saranno dirette e coordinate dalla nuova
Holding. Al suo interno i soci di maggioranza saranno privati e la regione ne
farà parte con il 9,25% delle azioni per l’acquisto delle quali, nella
finanziaria 2026 si stanno stanziando 30 milioni di euro. Soldi molti e
vantaggi zero per la verità, poiché la quota sarà marginale e del tutto
insufficiente ad orientarne le scelte.
La parte privata non potrà vendere, bontà sua, fino a dicembre 2028,
praticamente fino a domani, dopo avrà mano libera e potrà cedere le sue quote a
chiunque, indipendentemente dal parere della Regione Sardegna. Viceversa, la
parte pubblica “non potrà trasferire partecipazioni nella Holding a soggetti
che gestiscono altri aeroporti all’interno dello Spazio Economico Europeo,
senza l’autorizzazione scritta dei soci privati. E qualora la necessità di
bandi ad evidenza pubblica portassero all’interno della holding soggetti non
del tutto graditi alla parte privata, questa avrebbe diritto ad imporre “
limitazioni sia in termini di rappresentanza negli organi sociali, sia in
termini di veti sulle materie riservate”.
Cosa chiede la Regione Sardegna in cambio di tutto ciò? Il suo parere
favorevole vincolante nel caso si decida di chiudere un aeroporto per più di 60
giorni.
Caspita come siamo ben rappresentati! “Tutto” c’è in questo accordo
preliminare e nell’intera operazione, tranne l’interesse della Sardegna e dei sardi.
Noi chiediamo semplicemente di volare, chiediamo che la continuità
territoriale non sia una pagliacciata, chiediamo di non essere fuori dalle
rotte turistiche, di essere raggiungibili da chi vuole venire in Sardegna.
Chiediamo semplicemente che i soldi pubblici siano destinati a vantaggio di
tutti non solo a parole, ma anche con i fatti.
Lucia Chessa
Segretaria nazionale Rossomori De Sardigna
venerdì 5 giugno 2026
Il surreale dibattito negli Usa sul candidato dem: “È vegano o no?”. Trump lo attacca e James Talarico corre ai ripari: “Faccio barbecue da sempre” - Alberto Marzocchi
Essere vegano? Negli Stati Uniti è un'arma politica e culturale. Perché da giorni i repubblicani stanno attaccando così l'enfant prodige del Partito democratico. E cosa c'entra l'industria zootecnica a stelle e strisce
“È vegano o no?“. Qualcuno avrà scrollato le
spalle, disinteressato, ma è fuori dubbio che migliaia di elettori ed elettrici
tanto in Texas quanto negli Stati Uniti si
stanno facendo questa domanda. Perché lui, il soggetto – o, da un certo punto
di vista, l’oggetto – della discussione è James Talarico. Nome che
in Italia significa ancora poco, ma che negli Usa vale tanto: per il Partito
democratico è uno dei politici più promettenti in
circolazione, per il Partito repubblicano è lo stereotipo del
nuovo avversario, una specie di incarnazione di (quasi)
tutti i mali per il mondo Maga. E, perché no, l’uomo che potrebbe fare
lo scherzetto in passato tanto annunciato ma mai verificatosi: strappare il
Texas al Grand Old Party.
“È vegano, non può vincere in Texas”: la
premonizione di Trump
Talarico ha 36 anni e la faccia
pulita. Non a caso è un seminarista presbiteriano (aspetto che
lo avvicina all’area più moderata del partito e ai delusi da Donald
Trump), usa sempre toni molto pacati, assicura di voler fare la guerra ai miliardari (aspetto,
questo, che invece lo avvicina alla sinistra dei dem) e a marzo ha vinto le
primarie: il prossimo novembre correrà per le elezioni di medio termine.
Cioè, per un posto al Senato. Fin qui tutto normale, se non fosse
che un paio di settimane fa il presidente degli Stati Uniti in persona lo ha
attaccato: “Non potrà mai vincere in Texas, è vegano“. Tutto il partito
repubblicano, naturalmente, ha seguito Trump e ha iniziato a far coincidere il
fatto di essere vegano con una sorprendente onta morale. Vegano
uguale essere riprovevole, in pratica.
Lo ha fatto ieri anche lo sfidante al voto di metà
mandato, Ken Paxton, che solo la settimana scorsa ha vinto le
primarie per i repubblicani. Uno che è così distante, dal punto di vista
ideologico e antropologico, da Talarico, da rappresentare al meglio il modello
del politico Maga: 63 anni, procuratore generale del Texas
e ultraconservatore, ha fatto battaglie grazie al suo ruolo sia
contro Barack Obama sia contro Joe Biden,
soprattutto per quanto riguarda l’ambiente e l’immigrazione. È convinto che
Trump sia stato sconfitto nel 2020 a causa di un non meglio specificato complotto,
è anti-abortista e ha avuto più di un grattacapo con la giustizia: un patteggiamento
per frode, un impeachment per corruzione, accuse di abuso
d’ufficio. Un bel soggetto.
Gli insulti e il barbecue da otto
generazioni
Ma torniamo a Talarico e al dibattito surreale in
corso negli Stati Uniti. Il povero (si fa per dire) candidato dem in questi
mesi si è preso di tutto: sempre con un’accezione dispregiativa, dai suoi
avversari politici è stato definito “transgender”, “un insulto a Gesù Cristo“,
“Low-T Talarico” (per indicare bassi livelli di testosterone),
“Six-gender Jimmy” (alludendo a una sua dichiarazione su Dio, che non sarebbe
né maschio né femmina), “Tala-freako“, “defective candidate” e via
dicendo. Ma anche “Tofu-Talarico” e “gay vegano”. Tanto che “se gli fanno gli
esami del sangue, al posto del sangue trovano la soia”.
Il fatto è che l’attacco al quale Talarico ha replicato
con maggior prontezza è proprio quello legato al veganesimo. Il 15
di maggio Trump lo ha accusato di essere vegano. Il team di Talarico ha
smentito che il candidato dem lo fosse, e tre giorni dopo ha pubblicato una sua
foto con una camicia con stampata la bandiera del Texas mentre mangia
un pezzo di carne. E la settimana scorsa, a un comizio, Talarico ha
dichiarato: “La mia famiglia è texana da otto generazioni, faccio
barbecue dalla prima incriminazione di Ken Paxton”. La domanda è: il
candidato dem ha voluto ristabilire, nel dibattito pubblico, una verità, o più
semplicemente ha paura di perdere voti? Le due cose possono benissimo andare
insieme.
L’industria zootecnica e la cultura Usa:
perché Talarico si difende così
Nel 2022 Talarico partecipò a una raccolta fondi per
alcune leggi contro il maltrattamento sugli animali. Al microfono –
e il video di quelle dichiarazioni è diventato virale qualche settimana fa –
disse che “sono orgoglioso di poter dire che la nostra campagna è ufficialmente
diventata una campagna senza carne. Acquistiamo solo prodotto vegani da
aziende vegane locali”. In sostanza, un’azione encomiabile –
o, se si preferisce, non biasimevole – che ora gli si sta ritorcendo contro.
Disse anche che “credo che il tema del benessere animale sia diventato sempre
più rilevante. Non solo perché è la cosa giusta da fare, e la cosa
morale da fare, ma anche perché è necessario per combattere
il cambiamento climatico. È ormai fondamentale cercare di ridurre il
consumo di carne e di rispettare gli animali”. Esattamente ciò che dice
la scienza (se proprio vogliamo lasciar fuori la morale). Eppure, ora,
Talarico è corso ai ripari. Perché?
Il consumo di carne negli Stati
Uniti, dopo anni di costante regresso, è tornato a salire. Un
fenomeno che non è soltanto alimentare, ma è culturale. Secondo
svariate ricerche, gli Usa sono il Paese col maggiore consumo
di carne al mondo: pro capite, fanno più di 120 chilogrammi
all’anno, prevalentemente bovini e pollame (e il Texas, neanche a dirlo, è
lo Stato che guida la classifica interna). In Italia, per avere un metro di
paragone, arriviamo a circa 78-79 chili. Da quando Jonathan Safran Foer ha
scritto Se niente importa, nel 2010, le cose non sono cambiate:
negli Stati Uniti il 99% della carne proviene dagli allevamenti
intensivi, i cosiddetti CAFO (Concentrated Animal Feeding Operations).
L’intera filiera dell’industria zootecnica statunitense – quindi anche mangimi,
produzione, trasporto – vale circa 350 miliardi di dollari. Ma
secondo altre stime, tutto il comparto varrebbe un trilione di
dollari. E ogni anno l’amministrazione federale stanzia decine di miliardi di
dollari per il settore. Lo scambio tra la politica e gli interessi
dell’industria zootecnica è costante. Ma, come si accennava, al di là degli
interessi economici ci sono anche ragioni culturali ed
ideologiche dietro il consumo di carne. O, se vogliamo, alla base della più o
meno recente “tradizione” culinaria statunitense. Non a caso per la destra Usa
mangiare carne è diventata una pratica identitaria. Ma il caso
Talarico dimostra che il fenomeno è ben più radicato ed esteso. E la questione,
più complessa.
giovedì 4 giugno 2026
Perché va frenata la fuga dei giovani - Chiara Saraceno
Ci sono più italiani che vivono stabilmente fuori dall’Italia che immigrati che vivono stabilmente nel nostro Paese. Nel 2025, anno in cui è avvenuto questo singolare sorpasso, erano iscritti all’Aire 6,4 milioni circa di italiani rispetto a 5,3 milioni circa di stranieri regolarmente residenti in Italia.
Più che preoccuparci di un’invasione da parte degli stranieri e vagheggiare
qualche forma di remigrazione forzata, dovremmo preoccuparci di un esodo che
negli ultimi anni non solo si è fatto più intenso, ma coinvolge sempre più
giovani altamente qualificati, impoverendo il Paese dal punto di
vista sia demografico sia delle risorse umane.
Tra il 2011 e il 2024, 486 mila giovani italiani (di prima o seconda
cittadinanza) sotto i 34 anni sono emigrati verso Paesi, per lo più europei –
Germania, Francia, Regno Unito Spagna, Svizzera – che offrivano loro condizioni
migliori. Tenendo conto della stima dell’Istat secondo cui se ne vanno dall’Italia
circa 21.000 giovani laureati ogni anno, più della metà, 294 mila, di tutti i
giovani emigrati nel periodo sono, appunto, laureati, riducendo ulteriormente
la già comparativamente ridotta quota di popolazione residente in possesso di
questo titolo di studio. Gli altri sono per lo più diplomati.
Secondo le stime di Almalaurea, la percentuale di laureati che lascia
l’Italia è “solo” il 5 per cento. Ma raddoppia in particolari settori, quelli
delle lauree “più forti” sul mercato del lavoro, quali le Ict (11,3 per cento
se ne va a 5 anni dal diploma), le materie scientifiche (10,3 per cento), gli
ingegneri industriali e dell’informazione (8,2 per cento). Evidentemente,
anche avere una laurea “forte” non è sempre sufficiente per trovare opportunità
soddisfacenti in Italia, competitive con quelle di altri Paesi.
Per altro, le percentuali sono sopra la media anche tra i laureati in
Scienze politiche, in Scienze della comunicazione e in Lingue. In altri
termini, soprattutto per i giovani, l’emigrazione dall’Italia da tempo non
riguarda più persone che provengono da contesti di povertà, a bassa istruzione,
disponibili ad occupazioni a bassa o nessuna qualifica. Al contrario,
riguarda persone spesso qualificate che non trovano in Italia
condizioni, economiche, di qualità del lavoro e di riconoscimento sociale,
adeguate alle proprie capacità e aspirazioni, sia nel settore privato sia in
quello pubblico.
Per dire, come si racconta oggi in cronaca, il Comune di Torino sta
cercando una persona laureata con le competenza necessarie per assumere il
ruolo di amministratore delegato della società Turismo Torino e Provincia,
stipendio massimo 1500 euro. Ovviamente non la trova.
Poco attrattiva per una parte, certo minoritaria, ma significativa, delle
giovani generazioni italiane, l’Italia lo è anche per i loro coetanei di altri
Paesi se si tratta, non di venirci in vacanza, ma per lavorare e vivere. I giovani stranieri
qualificati che sono entrati in Italia tra il 2011 e il 2024 sono stati solo
55.000. Si aggiunga che mancano dal conteggio dei fuorusciti i giovani
stranieri che magari sono nati, cresciuti e comunque hanno studiato in Italia,
senza avere ottenuto la cittadinanza e se ne vanno perché, ancor più dei loro
coetanei italiani, non trovano in Italia sufficienti opportunità di far valere
le proprie competenze.
Come ha segnalato, infatti, l’ultimo Rapporto annuale Istat, neppure una
laurea ottenuta in Italia basta a far superare l’“handicap” dell’origine
straniera, specie se da un Paese povero. Sebbene tra i giovani stranieri il
raggiungimento della laurea sia ancora più ridotto che tra i coetanei italiani,
avere una laurea, a differenza di quanto avviene per questi ultimi, ha un
effetto nullo sulle loro opportunità occupazionali rispetto all’avere solo il
diploma. Vale quindi per i giovani stranieri in modo particolarmente acuto il
circolo vizioso enunciato dal governatore della Banca d’Italia per i giovani in
generale.
Da un lato, la scarsa valorizzazione delle competenze scoraggia troppi
dall’acquisirle, specie tra chi sperimenta qualche forma di svantaggio sociale
– origine straniera, basso reddito familiare. Ciò riduce, oltre che
il pieno sviluppo delle loro capacità come esseri umani, cittadini, lavoratori,
la disponibilità del capitale umano necessario perché il sistema economico e
sociale italiano possa far fronte alle sfide in atto e future.
Dall’altro lato, una parte significativa di chi non si lascia scoraggiare,
se può va, appunto, altrove. Lo ha documentato il Rapporto
annuale Istat e ripetuto ora il Governatore: «Creare le condizioni perché le
nuove generazioni possano realizzare le loro aspirazioni e concorrere al
progresso del Paese non è solo una responsabilità economica: è il compito
civile di questo tempo.
Solo così l’Italia potrà attraversare un mondo sempre più frammentato senza subirne le divisioni, e trasformare la transizione tecnologica in una stagione di libertà, lavoro e fiducia nel futuro». Aggiungo che, forse, solo così si potrà provare a convincere i giovani che vale la pena investire nel loro futuro in Italia, studiando, ma anche partecipando alla vita politica.
mercoledì 3 giugno 2026
Difendiamo i medici cubani in Calabria dai diktat statunitensi! - Fabio Marcelli
Non è chiaro a che titolo l’incaricato d’affari statunitense a Cuba, Mike Hammer, abbia preteso
dal governatore della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, l’immediato
allontanamento dei 330 medici cubani che vi prestano da tempo servizio dando un
importante contributo all’assistenza sanitaria in quei paraggi. Non pare
infatti che né la Costituzione italiana, né le leggi nazionali, né lo Statuto
della Regione Calabria e nemmeno i trattati internazionali attribuiscano ai
diplomatici statunitensi, per giunta operanti altrove, la potestà di ingiungere
a un’autorità pubblica italiana di attuare in un modo o nell’altro a tutela del
pubblico interesse.
Per il momento il governatore Occhiuto ha respinto l’ingiunzione e occorre
augurarsi che, precipuamente nell’interesse del popolo calabrese, continui a
difendere l’essenziale presenza dei medici cubani, anche se il governo Meloni,
infestato com’è da servi sciocchi di Washington, non sembra avergli dato alcun
sostegno e in cuor loro Meloni, Tajani, Salvini & C. si augureranno
certamente che ceda.
Donald Trump, bastonato materialmente in Iran e moralmente in
Cina, sta cincischiando e pronunciando cialtronescamente roboanti minacce. Ma
è sicuro che con l’Iran gli andrà ancora peggio, per quanti gravi danni possa
ancora fare, massacrando scolarette, bombardando ponti e oleodotti e
minacciando vanamente il ricorso all’arma nucleare. Ecco allora
che Cuba assume, nella mente non sempre lucida del presidente
statunitense, il valore di una sorta di premio di consolazione ovvero la dimostrazione che,
se non è più la principale potenza mondiale, almeno lo è nell’emisfero
occidentale.
A questo serve la riesumazione della dottrina Monroe, che risale a
duecentoquattordici anni fa circa. A questo serve l’infame bloqueo nello
stile di un assedio medievale che vuole impedire al popolo cubano di vivere. A
questo è servito il rapimento di Nicolas Maduro e Cilia Flores e il ricatto
mafioso nei confronti del governo venezolano, minacciato di essere liquidato
fisicamente in blocco se non avesse, come purtroppo ha fatto, interrotto ogni
fornitura petrolifera a Cuba.
Il ragionamento di Trump, per quanto viziato dalle molteplici patologie
psichiatriche che sembrano affliggerlo (ma a volte c’è del metodo in questa
follia) dal narcisismo maligno alla megalomania alla bugia
seriale e sistematica come instrumentum regni, alla totale mancanza di umanità
e di empatia, è abbastanza chiaro. Egli vuole mascherare l’evidente e
irrimediabile declino degli Stati Uniti (altro che MAGA, era più seria la Maga
Magó di disneyana memoria) provando a cancellare l’anomalia cubana, questa
ferita aperta da oltre 67 anni nel fianco del potere imperiale. I cubani vanno
aboliti perché rappresentano, a pochi chilometri da Miami, un’alternativa
socialista alla disumanità del capitalismo trumpiano ed epsteiniano.
Conoscendo i cubani dubito fortemente che questo piano infame di
Trump e del suo braccio destro, il gusano Rubio, abbia
qualche possibilità di riuscire. Cuba non imploderà mai anche perché sarà
sostenuta dalla solidarietà dei giusti e degli onesti di tutto il mondo. E se
Trump attacca frontalmente scatenerà una resistenza che finirà per mettere in
discussione definitiva il potere malsano delle corporations, dei
neocon e di tutto l’assurdo bestiario politico ed economico di fronte al quale
amano genuflettersi gli smidollati e scellerati politici nostrani.
Forse alla fine la strategia di Occhiuto riuscirà a respingere le
intromissioni di Hammer. Ma non è detto che ci riesca ed allora l’espulsione
dei medici cubani segnerà il punto più basso e vergognoso di
quello che resta della dignità nazionale di un’Italia che pure proprio dai
cubani fu efficacemente soccorsa ai tempi del Covid. Occorre sperare che
Occhiuto resista e non si prostri al proconsole imperiale. Speriamo quindi che
non imiti tutta la congerie di valletti politici che rappresentano la quasi
totalità del centrodestra e del cosiddetto centro e parte non trascurabile
della compagine parlamentare del Partito democratico. Coloro che, per obbedire
agli Stati Uniti stanno da tempo mandando a ramengo la società e l’economia
italiana, oltre che la dignità nazionale e il sentimento
stesso dell’umanità, concetti loro del tutto ignoti e che vorrebbero sradicare
anche dal popolo.
Nell’attuale contesto internazionale in rapida trasformazione è invece necessario
recuperare la dignità nazionale gravemente calpestata dal governo delle
destre e dai suoi fiancheggiatori centristi, anche da quelli ancora
opportunisticamente arroccati nel Pd.
Sarà questa la principale cartina di tornasole per verificare l’esistenza
di una reale alternativa. Occorre un governo effettivamente autonomo sulla
scena internazionale, in grado di fare la pace con Russia e Iran, di sviluppare
proficuamente la cooperazione con la Cina, di affermare i diritti fondamentali
della Palestina, sanzionando duramente il codardo governo israeliano che
tortura e stupra da tempo impunemente il popolo palestinese e lo ha fatto anche
coi volontari della Flotilla, tra i quali ventinove italiani, e di sostenere
concretamente Cuba, il sogno che non muore di una società alternativa alle
brutture dell’imperialismo e del neoliberismo. Altrimenti tanto vale tenersi il
deprimente attuale governo di analfabeti forchettoni.
martedì 2 giugno 2026
Se la zootecnia italiana è la migliore del mondo, perché ha paura delle telecamere?
Il 21 maggio, davanti alla presidente Meloni, Ettore Prandini ha evocato la chiusura delle trasmissioni di inchiesta sugli allevamenti e chiesto spazio sulla Rai per raccontare il settore in modo favorevole. Giulia Innocenzi e Sabrina Giannini hanno risposto. Anche noi vogliamo farlo.
Cosa è successo
Il 21 maggio
2026, durante l’assemblea nazionale di Coldiretti intitolata “La forza amica
del Paese”, al PalaLeonessa di Brescia, alla presenza della presidente del
Consiglio Giorgia Meloni e di buona parte del governo (Lollobrigida, Tajani,
Giorgetti), Ettore Prandini ha pronunciato parole che non
lasciano spazio a interpretazioni.
Prima ha
inquadrato il contesto in termini di “demonizzazione”:
“Io penso
che sia arrivata Giorgia alla stagione dove tutti insieme dobbiamo lavorare per
far sì che possano cessare tutte le forme di demonizzazione nei confronti di
alcuni comparti produttivi. La nostra zootecnia è la più sostenibile nel mondo,
ma non c’è nessun paese al mondo che ha delle trasmissioni dedicate che
continuano a cercare il lavoro dei nostri allevatori demonizzandolo,
attaccandolo, accusandolo, non si capisce bene di che cosa.”
Poi ha fatto
la richiesta concreta, rivolta implicitamente alla presidente del Consiglio:
“Dobbiamo
far chiudere queste trasmissioni? Sappiamo che non è possibile, però ci
potremmo immaginare, ad esempio su Rai 1, su Rai 2, di avere una trasmissione
che si faccia vedere quella che è la capacità, la professionalità,
l’imprenditorialità degli agricoltori.”
Il messaggio
è doppio e coerente: primo, togliere spazio al giornalismo critico.
Secondo, spostare la risposta sul terreno di una narrazione favorevole
al settore, veicolata dalle reti del servizio pubblico.
La risposta
di Giulia Innocenzi
Giulia
Innocenzi, giornalista investigativa che firma servizi sugli allevamenti per
“Report” su Rai 3, ha risposto con precisione documentale. Ha ricordato i
risultati concreti delle inchieste del suo programma: indagini della
magistratura aperte, indagini parlamentari avviate, carne
potenzialmente pericolosa ritirata dal mercato, allevamenti e
macelli chiusi, tra cui strutture che commercializzavano carne scaduta da
anni e in cui animali e lavoratori venivano maltrattati.
Ha poi
sottolineato il punto politicamente più rilevante: se davvero si trattasse
di casi isolati, di “mele marce” come le definisce Prandini, Coldiretti avrebbe
tutto l’interesse a collaborare con chi le individua, a espellere i
soggetti irregolari, a usare quelle immagini come prova della serietà del
settore. Invece la reazione è opposta. Questo, secondo Innocenzi, significa una
cosa precisa: Prandini sa che i casi non sono isolati, e sa che espellere chi
non rispetta le regole non finirebbe mai.
Vale la pena
ricordare che Innocenzi è anche l’autrice, insieme a Pablo D’Ambrosi, di “Food for Profit” (2024): un’inchiesta
cinematografica che segue con riprese sotto copertura i legami tra la politica
europea, le lobby dell’industria zootecnica e la distribuzione dei
miliardi di fondi PAC destinati agli allevamenti intensivi. Il film è stato
presentato in anteprima al Parlamento europeo, ha ottenuto risultati di
pubblico eccezionali per un documentario d’inchiesta e ha innescato conseguenze
politiche concrete: tra quelle documentate, la mancata ricandidatura
dell’eurodeputata spagnola Clara Aguilera, le cui dichiarazioni registrate nel
film avevano sollevato un caso politico nel suo partito, anche se lei ha
sostenuto che la decisione fosse già stata presa in precedenza. Il giornalismo
di inchiesta apre dibattiti, cambia posizioni, obbliga chi ha potere a
rispondere. “Food for Profit” lo ha dimostrato.
Sabrina
Giannini, conduttrice di “Indovina chi viene a cena?” su Rai 3, ha portato un
argomento diverso ma altrettanto sostanziale. Ha ricordato che il suo programma
si schiera dalla parte degli agricoltori contro un sistema che li penalizza: i
piccoli produttori sono le prime vittime dei pesticidi che vengono loro
imposti, di brevetti che appartengono alle multinazionali, di una Politica
Agricola Comune che distribuisce risorse pubbliche soprattutto ai grandi
proprietari terrieri.
Giannini ha
anche posto una domanda che merita risposta: perché il giornalismo
critico sull’agroalimentare esiste quasi esclusivamente su Rai 3? Sugli
altri canali prevale la narrazione bucolica dell’allevamento. È un dato
editoriale che merita una riflessione.
La posizione
di VEGANOK
Osservatorio
VEGANOK nasce per studiare il mercato plant-based italiano ed europeo. Il
nostro lavoro richiede dati affidabili, fonti verificabili, informazioni sul
sistema alimentare che siano il più possibile libere da condizionamenti di
parte.
Per questo
motivo, quanto dichiarato da Prandini ci riguarda direttamente.
Il
giornalismo di inchiesta sull’agroalimentare serve a conoscere il sistema
alimentare per quello che è. Report e “Indovina chi viene a cena?” hanno documentato nel tempo
pratiche illegali, condizioni di lavoro irregolari, trattamenti degli animali
in violazione delle normative vigenti, filiere opache che operano a danno dei
consumatori. Fatti accertati dalle autorità competenti dopo che le inchieste li
hanno portati alla luce.
“Food for
Profit” aggiunge un elemento ulteriore a questa riflessione. L’inchiesta ha
seguito i soldi fino a Bruxelles, ha filmato sotto copertura i
meccanismi con cui le lobby condizionano le decisioni europee sulla PAC, e ha
prodotto conseguenze politiche verificabili. Ha raggiunto un pubblico
ampio, ben oltre la cerchia di chi già si occupa di questi temi, a
dimostrazione che la domanda di informazione seria sul sistema alimentare
esiste ed è diffusa.
Chiedere la chiusura di queste trasmissioni, o anche
solo creare le condizioni politiche perché vengano marginalizzate, significa
ridurre la capacità dei cittadini di conoscere il sistema che produce il cibo
che mangiano.
Siamo anche
consapevoli del contesto in cui questa richiesta è stata formulata: davanti
alla presidente del Consiglio, durante un’assemblea di un’organizzazione con
forte peso lobbistico, con un riferimento esplicito alla Rai come
strumento per una contronarrazione finanziata con denaro pubblico. Si
tratta di una pressione politica sul servizio pubblico radiotelevisivo,
esercitata in modo diretto.
Riteniamo
che la risposta corretta, da parte di chiunque lavori con serietà
nell’informazione sul cibo e sulla sostenibilità, sia il sostegno
esplicito al giornalismo di inchiesta. La possibilità di fare inchieste
indipendenti sul settore agroalimentare è un bene pubblico che va difeso,
indipendentemente da ogni singola trasmissione e da ogni singolo servizio.
Continueremo
a monitorare questa vicenda e a segnalare ogni sviluppo rilevante per chi
opera, studia e comunica nell’ambito dell’alimentazione sostenibile e dei
diritti animali.
lunedì 1 giugno 2026
Il calice dell’occupazione. L’industria dei vini nei territori dei coloni israeliani - Marta Vidal
La viticoltura in Cisgiordania e sulle alture del
Golan genera profitti e toglie terre ai coltivatori palestinesi. I vini
dell’occupazione sono venduti anche in Europa
Ziad Rida ha ereditato insieme ai suoi
fratelli e alle sue sorelle circa dieci ettari di uliveti e terreni agricoli
nel villaggio palestinese di Qusra, 15 chilometri a sud-est di
Nablus. Per generazioni, la sua famiglia ha coltivato grano, lenticchie e ceci.
Ma nel 2009, i coloni israeliani hanno occupato la cima della collina accanto.
«Hanno iniziato a impedirci l’ingresso nell’area. Abbiamo cercato di rimuovere
le barriere, ma sono tornati con la protezione dell’esercito – ricorda Rida –.
Hanno piantato viti e hanno continuato a espandersi, prendendo sempre più
terra».
Lungo le
colline ondulate a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata,
filari e filari di vigneti piantati dai coloni tracciano il paesaggio roccioso,
riempiendo le colline terrazzate di viti disposte in modo uniforme. Questa
regione nel nord della Cisgiordania è diventata una delle principali aree dove
si produce vino. È anche una di quelle dove l’occupazione è più
violenta: Qusra è stata ripetutamente presa di mira da attacchi dei coloni
israeliani e dell’esercito. L’11 ottobre 2023, quattro palestinesi sono stati
uccisi da colpi d’arma da fuoco durante un’incursione dei coloni e un
successivo raid dell’esercito. Il giorno seguente, durante il corteo funebre
per le vittime, i coloni israeliani hanno aperto il fuoco sui partecipanti
uccidendo un padre e suo figlio.
L’inchiesta in breve
·
In Cisgiordania e nelle alture del Golan l’industria vitivinicola è uno
strumento della violenta occupazione israeliana. I coloni aggrediscono i
palestinesi con il sostegno anche dell’esercito. Le cantine e le aziende
agricole si ingrandiscono con il sostegno dello Stato
·
Il complesso di insediamenti di Shiloh, tra Ramallah e Nablus, è stato
fondato negli anni Settanta ed è diventato un punto nevralgico per favorire
l’occupazione di terreni agricoli palestinesi. La cantina Shiloh, la più grande
della zona, ha ricevuto più di 1 milione di aiuti pubblici nell’ultimo
decennio, nonostante il furto dei terreni sia contro la legge internazionale.
Ai palestinesi sono state sottratte le risorse idriche per destinare l’acqua
alle coltivazioni dei coloni
·
Nelle alture del Golan, i vigneti dei coloni sono (almeno) 1.320 ettari.
Più difficile stimare l’estensione delle coltivazioni nei territori occupati
della Cisgiordania. L’ong Kerem Navot ne ha identificati 1.300 ettari e segnala
un aumento delle espropriazioni di terreni
·
I vini dell’occupazioni finiscono anche nei Paesi dell’Unione europea,
principale partner commerciale di Israele. L’Italia nel 2022 ha importato
bottiglie per un valore di circa 950mila euro; nel 2024 per circa 600mila euro.
Rispondendo alle nostre domande, il rivenditore italiano Vinum Vini ha
precisato che l’importazione di vini della cantina dei coloni israeliani Shiloh
«è avvenuta solo nel 2021» e che la decisione di intraprendere quella
collaborazione commerciale «è stata presa sulla base di informazioni
incomplete»
·
Un rapporto del 2020 dell’European Middle East Project (EuMep) ha rilevato
che solo il 10% dei vini prodotti nella Cisgiordania occupata e nelle alture
del Golan sono stati venduti nell’Ue con etichette corrette. Durante la nostra
indagine, non abbiamo trovato un solo caso di etichettatura corretta tra le
centinaia di bottiglie esaminate nei negozi europei
·
Terra
occupata, risorse sottratte ai palestinesi
Negli ultimi
due anni, oltre mille palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania,
tra cui almeno 213 bambini. Migliaia di altri palestinesi sono
rimasti feriti in attacchi, spesso coordinati, compiuti dall’esercito
israeliano o dai coloni. La zona di Nablus è tra quelle che ne registrano il
numero più alto. Con l’escalation della violenza dei coloni, la
terra palestinese viene confiscata e assorbita dagli insediamenti in
espansione. La coltivazione della vite per l’industria vinicola
israeliana è diventata uno strumento efficace di espropriazione che fornisce
opportunità economiche ai coloni e impedisce ai palestinesi di tornare alle
loro terre.
Il complesso
di insediamenti di Shiloh, situato in posizione strategica tra
Ramallah e Nablus, ha svolto un ruolo centrale nell’appropriazione delle terre.
Da quando è stato fondato alla fine degli anni Settanta su terreni sottratti ai
villaggi palestinesi di Qaryut eTurmus Ayya, Shiloh è diventato unpunto
nevralgico per la creazione di nuovi avamposti – insediamenti che sebbene
ufficialmente illegali secondo la legge israeliana, spesso sono di fatto
sostenuti dallo Stato, che ne fornisce infrastrutture, protezione militare e
strumenti per la retroattiva legalizzazione – che hanno favorito l’avanzata dei
coloni nei terreni agricoli circostanti.
In primo
luogo, i coloni occupano le cime delle colline. Poi, i loro avamposti vengono
collegati a insediamenti più grandi, creando corridoi che isolano le
comunità palestinesi e aprono la strada all’annessione della Cisgiordania.
A
Qaryut, Shaher Musa ricorda la prima volta che i terreni del
suo villaggio – compresi quelli intestati a suo nonno, durante il periodo
ottomano – furono confiscati per piantare un vigneto. Era il 1996, poco dopo
l’inizio del primo dei sei mandati di Benjamin Netanyahu alla guida del governo
israeliano.
C’è stata
una manifestazione, ma è stata repressa violentemente dall’esercito e attaccata
dai coloni. «Tutte le proteste e i documenti ufficiali che abbiamo presentato
non sono serviti a nulla – dice Musa –. Le ambizioni dei coloni erano sostenute
dal governo e dall’esercito. L’intera area è stata rasa al suolo con i
bulldozer. È stata livellata e piantata a vigneto».
Durante la
seconda Intifada, nei primi anni 2000, i coloni e l’esercito israeliano hanno
impedito ai palestinesi di accedere ai loro terreni agricoli, che sono stati
poi occupati dagli stessi coloni. L’espropriazione dei contadini palestinesi
risale a decenni fa. Dal 1967, Israele ha sequestrato più di 200mila
ettari della Cisgiordania – oltre un terzo del territorio – privando i
palestinesi della loro terra e dei loro mezzi di sussistenza. Ma anche prima,
durante la Nakba del 1948, i palestinesi hanno perso circa il 78% della
Palestina storica. Circa 750mila palestinesi sono stati espulsi o sono fuggiti,
la maggior parte dei quali erano agricoltori.
Il peso del
settore vitivinicolo nell’economia dell’occupazione
In tutta la
Cisgiordania, l’appropriazione delle terre ha subito un’accelerazione negli
ultimi due anni. A Qaryut, secondo il consiglio del villaggio, gli
abitanti sono stati privati di quasi il 90% delle loro terre. I coloni
hanno anche preso il controllo delle sorgenti del villaggio, una delle quali è
stata trasformata in una piscina. Mentre gli agricoltori palestinesi
sono privati delle loro risorse, gli avamposti vengono rapidamente
collegati alle reti idriche ed elettriche. A est di Shiloh, la compagnia idrica
nazionale israeliana ha installato un grande serbatoio d’acqua in mezzo a vasti
vigneti.
La regione
di Nablus ospita attualmente quattro aziende vinicole che esportano in tutto il
mondo: Shiloh, Gva’ot, Har Bracha e Tura. Anche una grande azienda
agricola, Meshek Achiya, coltiva olive e uva da vino su terreni
confiscati ai palestinesi.
L’Amministrazione
civile della Cisgiordania – l’unità militare responsabile dell’attuazione della
politica civile di Israele nella regione occupata – dal 2008 in avanti ha
emesso diversi ordini di sfratto, mai eseguiti, affinché liberasse i
terreni palestinesi che l’azienda aveva confiscato illegalmente. Tra il 2014 e
il 2022, l’azienda ha comunque ricevuto circa 100mila metri cubi di acqua
all’anno dall’Autorità idrica israeliana, diventando uno dei maggiori
consumatori di acqua per l’agricoltura degli insediamenti in Cisgiordania.
Oltre
all’irrigazione fornita dallo Stato, i viticoltori coloni ricevono
generosi sussidi, sovvenzioni e agevolazioni
fiscali nella Cisgiordania occupata. Secondo i dati del ministero
dell’Economia e dell’industria israeliano condivisi dall’organizzazione Peace
Now, solo la cantina Shiloh, la più grande azienda vinicola della
zona di Nablus, ha ricevuto più di un milione di euro di finanziamenti
governativi nell’ultimo decennio. Una nota del 2018 dello stesso ministero
riporta la notizia di un piano autorizzato dall’Autorità israeliana per gli
investimenti dal valore complessivo di 19 milioni di shekel (circa 5 milioni di
euro) per la cantina Shiloh e altre due aziende vinicole.
I dati del
ministero dell’Agricoltura israeliano mostrano che i territori occupati nel
1967 sono diventati importanti regioni vinicole. Nelle alture del Golan siriano
si stima che ci siano 1.320 ettari di vigneti. Tuttavia, secondo Noa Maoz,
viticoltore del Consiglio israeliano delle uve e del vino (che vive nelle
alture occupate del Golan), questi dati non riflettono ancora l’estesa
piantumazione avvenuta negli ultimi tre anni.
In
Cisgiordania, determinare l’estensione totale dei vigneti dei coloni è molto
più difficile. Le regioni
vinicole israeliane si estendono oltre la Linea Verde – la linea di confine
tracciata nel 1949 tra Israele e i Paesi arabi confinanti (Egitto, Giordania,
Siria, Libano) – e non fanno distinzione tra i confini internazionali
riconosciuti di Israele e le sue colonie. Tuttavia, secondo un rapporto
commissionato dal Consiglio delle uve e del vino – associazione di categoria
che rappresenta i viticoltori e le cantine israeliane fondata nel 1963 – dopo
le alture del Golan, la seconda regione vinicola più grande di Israele
sono le colline della Giudea, che si estendono anche sui territori occupati
della Cisgiordania.
Dror Etkes, ricercatore israeliano che da
oltre vent’anni monitora l’attività degli insediamenti e ha fondato l’ong Kerem
Navot, avverte che i dati ufficiali sottostimano la reale portata della
viticoltura dei coloni in Cisgiordania. «Ci sono molti casi di
appropriazione di terreni che non vengono segnalati. Negli ultimi anni abbiamo
assistito a un’espansione», afferma indicando il suo database, che mappa circa
1.300 ettari di vigneti dei coloni in Cisgiordania. Le sue immagini aeree
documentano la graduale espropriazione subita dai contadini palestinesi nel
corso dei decenni, le cui terre sono state confiscate dai coloni, rase al suolo
e ripiantate con viti.
La cantina
Shiloh, situata all’ingresso dell’omonimo insediamento, è stata fondata nel
2005 dall’avvocato e uomo d’affari messicano Mayer Chomer. Amministratore
delegato e capo enologo è Amichai Lourie, originario di Boston. Secondo
il sito web dell’azienda vinicola, «la produzione aumenta ogni anno».
Attualmente produce circa 500mila bottiglie all’anno, di cui circa la metà
viene esportata.
Un centro
visitatori inaugurato di recente ospita matrimoni ed eventi, offrendo visite
guidate e degustazioni di vini in quello che viene descritto come «un ambiente
sofisticato e sereno». Una mappa del mondo appesa alla parete del centro
evidenzia le esportazioni verso più di una dozzina di Paesi in Europa, Nord e
Sud America e Asia orientale. I vini della cantina Shiloh sono disponibili in vendita in Italia. Uno dei rivenditori di questo
prodotto, Vinum Vini, rispondendo alle domande di IrpiMedia,
ha precisato che «l’importazione di vini è avvenuta solo nel 2021» e che la
decisione di intraprendere quella collaborazione commerciale «è stata presa
sulla base di informazioni incomplete». «Riconosciamo la nostra responsabilità
per questo errore e ce ne rammarichiamo sinceramente», conclude l’azienda.
Trarre
profitto dalle terre occupate illegalmente
Oggi
esistono più di 300 aziende vinicole israeliane che producono circa 45
milioni di bottiglie di vino all’anno. Secondo l’Istituto israeliano
per l’esportazione, quelle di vino sono raddoppiate nell’ultimo decennio.
Gli Stati Uniti sono di gran lunga il mercato più grande,
assorbendo circa idue terzi delle esportazioni di vino israeliano, seguiti
dall’Unione europea. Sebbene l’Italia non sia tra i
principali importatori, secondo il portale dell’Unione europea nel 2022 le
importazioni hanno raggiunto un valore di quasi 950mila euro.
È difficile
determinare quale percentuale dei vini esportati provenga dalla Cisgiordania
occupata e dalle alture del Golan siriano, poiché né Israele né l’Ue raccolgono questi dati.
Francesca Albanese, relatrice speciale della Nazioni Unite sulla situazione dei
diritti umani in Palestina e nei territori arabi occupati, nel rapporto di
luglio 2025 Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio,
scrive: «I prodotti israeliani, inclusi quelli provenienti dalle colonie,
invadono i mercati globali attraverso i grandi rivenditori, spesso senza alcun
controllo». Albanese aggiunge che per evitare il boicottaggio o reazioni
negative dei consumatori, «le aziende mascherano l’origine dei prodotti» con
varie strategie.
Nel 2011 il
centro di ricerca sull’occupazione israeliana Who Profits scriveva nella
conclusione di un rapporto che «tutte le principali aziende vinicole
israeliane utilizzano uve provenienti dai territori occupati nei
loro vini». Mentre le uve provenienti dalle alture del Golan vengono utilizzate
apertamente, il rapporto ha rilevato che le aziende vinicole che si rifornivano
di uve dai vigneti della Cisgiordania utilizzavano vari metodi per nasconderne
l’origine.
Nel luglio
2024, il Parere consultivo della Corte internazionale di giustizia (Cig)
ha delineato gli obblighi degli Stati di «astenersi dall’intrattenere rapporti
economici o commerciali con Israele in relazione al territorio palestinese
occupato» e di «adottare misure per impedire relazioni commerciali o di
investimento che contribuiscano al mantenimento» degli insediamenti illegali.
Nonostante questi chiari obblighi, il commercio che sostiene l’espansione
coloniale dei coloni è continuato senza sosta e quello del settore del vino è
solo uno dei campi nei quali questi obblighi non vengono rispettati.
La guerra
contro Gaza – che gruppi per i diritti umani, esperti delle Nazioni Unite e le
principali autorità del diritto internazionale hanno definito un genocidio –
e le crescenti richieste di boicottaggio dei prodotti israeliani, non hanno
avuto un impatto significativo sull’industria vinicola. Nel 2024, le
importazioni di vino italiano si sono avvicinate al valore commerciale di
600mila euro.
«Le
esportazioni verso l’Europa non hanno risentito in modo significativo delle
tensioni degli ultimi anni», ha affermato Mark Gershman, responsabile
del settore vinicolo presso l’Istituto israeliano per l’esportazione. Ha
aggiunto che «mentre alcuni mercati specifici hanno registrato una stagnazione
o un leggero calo negli ultimi tempi, altri mercati nuovi sono in crescita».
L’Ue,
il principale partner commerciale di Israele, ha adottato diverse
politiche volte a distinguere tra i confini internazionali riconosciuti di
Israele e i territori occupati dal 1967. Il primo passo è stato compiuto nel
2004, quando agli esportatori israeliani è stato richiesto di fornire i codici
postali indicanti il luogo di produzione, in modo che i prodotti provenienti
dagli insediamenti non ricevessero un trattamento preferenziale nell’ambito
dell’accordo commerciale Ue-Israele.
Questo
approccio è stato rafforzato nel 2012, quando l’Ue ha cercato di garantire che
gli accordi tra i due Paesi non si applicassero alla Cisgiordania occupata o
alle alture del Golan. Nel 2015, l’Ue ha richiesto con una nota
un’etichettatura chiara dei prodotti provenienti dagli insediamenti. La Corte
di giustizia dell’Unione europea ha rafforzato questo approccio nel 2019,
stabilendo che gli Stati membri devono garantire un’etichettatura
distinta per i prodotti provenienti dagli insediamenti, che non possono
essere commercializzati come “Made in Israel”.
Il ruolo del boicottaggio commerciale in
Sudafrica nella fine dell’apartheid
Per molti
esperti di diritto internazionale, tuttavia, le misure di etichettatura non
sono sufficienti a costituire la risposta giuridica necessaria quando il
commercio è legato a insediamenti illegali. «È come se si scrivesse “realizzato
con lavoro minorile” su un prodotto e poi si spiegasse che spetta al
consumatore decidere se acquistarlo o meno – afferma François Dubuisson,
professore di diritto internazionale all’Université Libre de Bruxelles (Ulb) –.
Si tratta fondamentalmente di una sorta di politica simbolica volta a
salvare le apparenze».
Data
l’illegalità degli insediamenti, Dubuisson sostiene che questi prodotti
dovrebbero essere vietati tout court. Non sarebbe una novità: dopo
l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, l’Ue ha agito
rapidamente per vietare le importazioni dai territori occupati dalla Russia.
Eppure Israele
continua a beneficiare di una politica di eccezione che gli consente
di violare sistematicamente il diritto internazionale nell’impunità più totale.
«Anche quando la legge impone l’etichettatura dei prodotti, questa non viene
applicata – afferma Nazeh Brik, ricercatore dell’organizzazione per i diritti
umani Marsad, che ha pubblicato un rapporto sull’industria vinicola dei coloni
nelle alture del Golan siriano –. La posizione dei Paesi europei e occidentali
non è sorprendente. La questione dell’occultamento dei prodotti e delle loro
fonti è molto marginale rispetto al loro sostegno allo sterminio del popolo
palestinese».
Un rapporto
del 2020 dell’European Middle East Project (EuMep) ha rilevato che solo
il 10% dei vini prodotti nella Cisgiordania occupata e nelle alture del Golan
sono stati venduti nell’Ue con etichette corrette. Durante la nostra
indagine non abbiamo trovato un solo caso di etichettatura corretta tra le
centinaia di bottiglie esaminate nei negozi europei. Molti rivenditori e
importatori non hanno risposto alle richieste di commento o di intervista, come
alcune fonti istituzionali, tra cui l’Osservatorio del mercato vitivinicolo
dell’Ue e i portavoce delle direzioni generali della Commissione per il
commercio e l’agricoltura.
Le bottiglie
della cantina Jerusalem vendute come “Made in Israel”
riportano indirizzi che non corrispondono al loro effettivo sito di produzione
nell’insediamento di Kiryat Arba, vicino a Hebron, nel sud della
Cisgiordania. I documenti del registro delle imprese israeliano
suggeriscono che l’azienda potrebbe utilizzare l’indirizzo di un impianto di
imbottigliamento e la sua registrazione amministrativa per nascondere la vera
origine dei suoi vini e potrebbe beneficiare ingiustamente di un trattamento
preferenziale.
L’Ue e le
autorità doganali, i rivenditori, gli importatori e la cantina Jerusalem non
hanno risposto alle richieste di commento.
Un rapporto
pubblicato nel 2025 da Oxfam, in collaborazione con oltre 80 organizzazioni
della società civile, ha documentato come gli esportatori israeliani
eludano deliberatamente le normative mescolando i prodotti provenienti
dagli insediamenti con merci prodotte all’interno dei confini riconosciuti di
Israele, oppure indicando indirizzi fittizi all’interno di Israele per ottenere
un trattamento commerciale preferenziale. Nel frattempo, le aziende che
etichettano chiaramente i propri prodotti come provenienti dagli insediamenti
possono ricevere un risarcimento dal ministero delle Finanze israeliano per la
perdita delle esenzioni doganali.
Nel
settembre 2025, dopo due anni di massacri a Gaza, la Commissione
europea ha annunciato una proposta per sospendere l’accesso preferenziale di
Israele al mercato dell’Ue, una mossa che comporterebbe circa 227 milioni
di euro di dazi doganali aggiuntivi all’anno.
La proposta,
ad oggi, non è mai andata avanti.
Tra politica,
messianesimo e business
L’importanza
dell’industria vinicola israeliana va ben oltre il suo valore economico.
Secondo un rapporto dell’agenzia di consulenza Herzog Strategic commissionato
dal Consiglio delle uve e del vino, il settore offre un «contributo
sostanziale al rafforzamento degli insediamenti e del patrimonio agricolo
ebraico», svolge un ruolo chiave nello sviluppo del «turismo rurale» e
promuove le relazioni con l’estero, in particolare attraverso la partecipazione
di Israele a concorsi enologici internazionali.
In un
episodio di settembre 2024 di Kosher Terroir – un podcast che
racconta della «crescita globale incredibile del vino kosher» a cui stiamo
assistendo, si legge in descrizione – Vered Ben-Sa’adon, cofondatrice della
cantina Tura, nata nei Paesi Bassi, ha descritto come alla fine
degli anni Novanta lei e suo marito abbiano piantato dei vigneti vicino a
Nablus con l’obiettivo esplicito di colonizzare la terra.
«Se hai
l’agricoltura, puoi avere centinaia di ettari di terra», ha spiegato. Ha poi
raccontato al conduttore Simon Jacob (che promuove l’acquisto di vino
israeliano come «uno dei modi migliori per sostenere Israele») che uno dei suoi
figli, recentemente tornato dai combattimenti a Gaza, ora aiuta nella cantina.
Secondo Ben-Sa’adon, circa la metà della produzione di Tura viene esportata, e
ci sono piani per aprire un nuovo centro visitatori nell’insediamento di
Rehelim, a sud di Nablus, costruito su un terreno confiscato al villaggio
palestinese di As-Sawiya.
Nell’ottobre
2023, Bilal Saleh, un contadino palestinese, è stato ucciso a
colpi di arma da fuoco davanti alla moglie e ai figli mentre raccoglieva olive
nella sua terra ad as-Sawiya. L’assassino è stato identificato
come Shuvael Ben-Natan, un colono di Rehelim, poi ucciso mentre combatteva
in Libano. I discorsi funebri al suo funerale hanno raccontato che aveva
attaccato i palestinesi, bruciato case a Gaza e cercato vendetta contro «le
donne e i bambini palestinesi».
Nonostante
si trovi in un insediamento noto per la sua violenza e considerato illegale dal
diritto internazionale, Tura ha ricevuto premi da prestigiosi concorsi come il
Decanter World Wine Awards. Decanter ha anche assegnato medaglie ad altre
cantine con sede in alcune delle zone più violente della Cisgiordania, tra
cui Shiloh e Gva’ot nella regione di Nablus,
e La Forêt Blanche nelle colline a sud di Hebron, fondata da
un colono israeliano condannato per l’omicidio di tre
palestinesi.
In un
articolo sulla cantina Shiloh pubblicato sul sito web di Decanter, la zona è
descritta come un «paradiso della vinificazione» senza mai menzionare che si
trova su un territorio occupato dove i palestinesi subiscono aggressioni
sistematiche, espropriazioni, sfollamenti e cancellazioni.
Contattato
per un commento, Decanter ha dichiarato che «sta attualmente rivedendo le sue
politiche e procedure interne relative ai vini prodotti in territori con
uno status giuridico controverso o delicato. Poiché tale
revisione è ancora in corso, non siamo in grado di rispondere alle domande
specifiche sollevate». La cantina Shiloh ha affermato di «operare nel pieno
rispetto della legge israeliana, in modo trasparente e responsabile».
In risposta
a una richiesta di commento, le aziende vinicole Tura, Har Bracha e La Forêt
Blanche non hanno risposto, mentre il cofondatore dell’azienda vinicola Gva’ot,
Elyashiv Drori, ha respinto le accuse secondo cui la sua azienda vinicola
sarebbe stata fondata su terreni occupati. «Gli arabi sono arrivati in questa
terra come nomadi e in seguito come conquistatori», ha scritto, aggiungendo che
la terra «era stata promessa da Dio al popolo ebraico». Una risposta che
si colloca nella tradizione delle giustificazioni religiose e
nazionaliste per l’insediamento, tipiche di alcune correnti della
destra radicale israeliana.
Il vino
israeliano: una storia coloniale
Le radici
coloniali dell’industria vinicola israeliana non risalgono al 1967, ma possono
essere fatte risalire agli albori del sionismo. Alla fine del XIX secolo, il
barone Edmond de Rothschild, membro francese della famiglia di
banchieri Rothschild e forte sostenitore del sionismo, acquistò dei terreni in
Palestina e importò viti francesi, nella speranza di creare opportunità
economiche per i coloni ebrei.
I
ricercatori israeliani Ariel Handel e Daniel Monterescu osservano che questo
sforzo di modernizzare la viticoltura nelle colonie ebraiche si basava
sull’idea del vino come agente di cultura e progresso. Nonostante i notevoli
investimenti, il progetto fallì, poiché i vitigni francesi si adattavano male
al clima e al suolo locali e i vini non riuscirono a conquistare i mercati
esteri.
«Israele non
era noto per il vino fino all’inizio degli anni Novanta, con la fondazione
della cantina Alture del Golan», afferma Handel. Il vino,
spiega, è diventato uno strumento per ridefinire l’immagine del Golan «non
come territorio occupato, luogo di guerre, luogo di sangue, ma piuttosto come
“l’Europa in Israele”… È diventato un luogo di turismo e di buon gusto».
Il vino ha
svolto un ruolo così importante nella normalizzazione dell’occupazione delle
alture del Golan che il modello viene ora riprodotto dai coloni in
Cisgiordania. «Hanno iniziato a promuovere la Cisgiordania come la Toscana:
vino e formaggio, bed and breakfast», osserva Handel.
Una storia secolare
I viticoltori
coloni si presentano come pionieri che stanno «riportando in auge la produzione
vinicola dopo 2.000 anni» e «rivitalizzando» le tradizioni vinicole bibliche.
Molti di loro sono allineati con l’estrema destra messianica, combinando l’ultranazionalismo con
la convinzione che la terra sia stata loro donata da Dio, negando i
diritti dei palestinesi e presentando la supremazia ebraica come un disegno
divino.
La
produzione vinicola, afferma Monterescu a IrpiMedia, «ha una
risonanza culturale e religiosa molto profonda. Quindi è sia un mezzo di
espansione e di appropriazione della terra, ma ha anche un indice di
radicamento religioso», diventando parte di una narrativa nazionalista di
redenzione della terra volta a colmare il percepito «divario di 2.000 anni tra
l’esilio e il ritorno sionista».
Gli
agricoltori palestinesi che hanno mantenuto in vita i vitigni endemici erano
diventati i «custodi» dell’antica conoscenza viticola, spiega Monterescu. Ma
una volta che le cantine israeliane si sono assicurate l’accesso all’uva, gli
agricoltori palestinesi «sono diventati superflui. Non hanno più bisogno di
loro, perché hanno già preso l’uva», dice. «Ora ci sono decine di aziende
vinicole locali che commercializzano varietà autoctone come «antiche uve
bibliche di Israele».
Mentre i
vini degli insediamenti circolano liberamente, i prodotti palestinesi sono
sottoposti a rigorosi controlli. «Non possiamo importare o esportare nulla
liberamente – racconta Canaan Khoury, produttore di vino del
villaggio palestinese di Taybeh, nella Cisgiordania occupata –. Ci
costa di più portare il vino dalla cantina al porto che dal porto a Tokyo,
a causa dei controlli di sicurezza aggiuntivi e delle restrizioni. Per ogni
spedizione ci sono nuove regole che gli israeliani ci impongono».
Le
difficoltà vanno ben oltre la spedizione: «Abbiamo subito confische di terreni
da parte dell’esercito e continui attacchi dei coloni – continua Khoury –.
Attaccano i vigneti. Troverete filari di viti di età diverse perché ogni volta
che i coloni arrivano, tagliano alcune viti e noi dobbiamo reimpiantarle. Non
ci è nemmeno permesso accedere alla nostra fonte d’acqua. Gli israeliani rubano
la nostra acqua e ce la vendono in quantità limitate».
Nonostante
queste difficoltà e l’incertezza per il futuro, Khoury continua a curare i suoi
vigneti, raccogliere l’uva con la famiglia e produrre vino. «Continuiamo a
produrre di più e a costruire nuove strutture – dice con un sorriso amaro –.
Scherziamo dicendo che li stiamo facendo per i coloni, affinché vengano a prenderli
da noi».