mercoledì 18 febbraio 2026

“Definisce il genocidio a Gaza la guerra più giusta della storia. Ma il Cio ha escluso solo i russi”: la telecronaca della tv svizzera sul bobbista israeliano Edelman

 

Quando alla partenza della pista di Cortina per la gara di bob delle Olimpiadi 2026 si è presentato l’israeliano Adam Edelman, la telecronaca sportiva ha lasciato spazio a un altro tipo di informazione per i cittadini. È successo in Svizzera, non in Italia, dove il telecronista Stefan Renna di RTS (Radio Télévision Suisse) ha dedicato l’intera discesa del bob di Israele a denunciare le posizioni sulla guerra tenute dallo stesso Edelman. Con puntualità e rigore, Renna ha ricordato che il 34enne nato a Boston si definisce un “sionista fino al midollo“ e poi ha citato uno ad uno i suoi commenti sui social a sostegno del genocidio a Gaza. Il più emblematico definisce l’intervento militare israeliano “la guerra moralmente più giusta della storia”. Mentre la discesa proseguiva, il telecronista svizzero ha ricordato anche cosa prevedono le regole del Cio su Milano-Cortina 2026 per quanto riguarda Russia e Bielorussia: “Gli atleti che sostengono attivamente la guerra non potranno competere”. Lo stesso criterio però, ha sottolineato Renna, non viene applicato per gli altri atleti, come Edelman.

La telecronaca di RTS si è subito diffusa anche oltre i confini svizzeri. D’altronde, sono scene a cui in Rai siamo pochi o per nulla abituati. Giusto Alessandro Antinelli, nel post partita tra Italia e Israele dello scorso ottobre, mostrò un fiocco nero sulla giacca per “ricordare i giornalisti morti per raccontare il genocidio. La stessa parola è stata utilizzata anche dal suo collega svizzero Renna, che ha evidenziato come “genocidio” sia il termine usato dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulla regione. Poi ha elencato tutte le prese di posizione di Adam Edelman e anche il sostegno manifesto alla guerra a Gaza, a cui hanno partecipato attivamente al fronte anche alcuni suoi colleghi bobbisti, come Ward Fawarsy, presente alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.

La squadra di bob di Israele si è qualificata per la prima volta ai Giochi. Negli scorsi mesi, i canali social di Edelman e del team hanno raccontato con toni epici la qualificazione, enfatizzando anche molti bobbisti hanno partecipato attivamente all’offensiva su Gaza. Uno di questi è appunto Ward Fawarsy, che viene apertamente sostenuto dallo stesso Edelman: “Uno dei più cazzuti che stanno prestando servizio in prima linea in questo momento è Ward Fawarsy. Mandategli un messaggio di sostegno!”. Edelman, insieme all’israeliano dello skeleton Jared Firestone, si è anche reso protagonista di una presa in giro alla scritta “Free Palestine” trovata su un muro a Lillehammer, in Norvegia, dove i due hanno partecipato alla coppa del mondo.

Tutti fatti ricordati dal telecronista svizzero Renna. A cui ne sono perfino sfuggiti altri. Per esempio, un commento in cui Edelman giustificava l’uccisione di giornalisti e medici a Gaza, sostenendo che “Gaza è l’unico posto sulla Terra dove puoi nascondere ostaggi e ‘identificarti come giornalista’ o sparare razzi da un ospedale e ‘identificarti come un dottore’”. Ma il bobbista ha anche minacciato Greta Thunberg e la Global Sumud Flotilla: “Non vogliamo che sia assassinata. Vogliamo che vada a Gaza a incontrare i suoi amiconi di Hamas. Stesso risultato finale, metodi diversi”. Nel concludere la telecronaca della discesa, Renna ha ricordato il doppiopesismo del Cio. Che concede tutto questo agli atleti israeliani, ma non gli altri. È il caso anche dell’atleta ucraino Vladyslav Heraskevych, skeletonista, a cui il Comitato olimpico internazionale ha vietato di indossare un casco con i volti degli atleti morti nella guerra. Quello era un messaggio politico, vietato dalle regole del Cio. Che però non sono uguali per tutti.

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martedì 17 febbraio 2026

Al di là del cibo, ciò per cui noi dei Santuari Liberi lottiamo è un vero movimento di liberazione - Lisa Marino

L’anno nuovo è arrivato, e con esso i buoni propositi. E così, da gennaio, siamo bombardati da stimoli e incentivi a pianificare progetti e obiettivi. Tra questi, compare anche quello di mangiare vegetale o “più” vegetale. Certo – ci viene da dire – perché no? Ma quello per cui quotidianamente lottiamo è un vero e proprio movimento di liberazione che, seppur sottendendolo, va ben oltre ciò di cui ci alimentiamo.

Quello in cui crediamo fermamente è la lotta contro ogni discriminazione e oppressione. E i Santuari, o rifugi antispecisti, ne sono campo d’azione. Luoghi al margine, estremamente sovversivi, dove individui di diversa specie esistono e resistono, riappropriandosi dei propri corpi e della propria identità. Individui che al di fuori dei Santuari sono visti come oggetti, ma che grazie all’alleanza con gli umani che attraversano questi luoghi, riacquistano lo status di soggetti aventi diritto alla cura, alla vita e alla solidarietà.

A chi non si è mai avvicinato ai Santuari, sfugge spesso l’istanza politica che li contraddistingue. Istanza che li rende ben lontani dall’essere spazi di svago, fattorie didattiche o luoghi in cui passare del tempo con gli animali per terapia o diletto. I Santuari, infatti, grazie all’alleanza tra non umani e umani e alla politica antispecista, si pongono come avamposti di liberazione totale, dove la testimonianza e la voce stessa degli animali mirano a uno scardinamento delle logiche del profitto che imperano nella società in cui viviamo. Una società capitalista, patriarcale e alla base, appunto, specista.

Insomma, il lavoro quotidiano di cura e solidarietà a fianco di quei corpi e quelle soggettività che portano i segni del sopruso e dell’ingiustizia è una pratica che per noi non si riduce alla scelta di cosa mangiare oggi.

Vediamo meglio alcune delle nostre motivazioni.

1. Mangiare vegetale non è sinonimo di antispecismo. Il veganismo, secondo la definizione data dalla Vegan Society, è “una filosofia e uno stile di vita volto a escludere, per quanto possibile e praticabile, tutte le forme di sfruttamento e crudeltà verso gli animali”. Ciò può essere rafforzato dall’antispecismo, ossia “il movimento filosofico, etico e politico che rifiuta la concezione specista di una presunta superiorità umana, negando che la specie di appartenenza giustifichi lo sfruttamento e la discriminazione degli animali non umani”. E (aggiungiamo noi), in quanto tale, l’antispecismo non può che essere intersezionale ed essere anche anticapitalista, antirazzista, transfemminista e antiabilista. Ridurre tutto ciò a un’alternativa alimentare, rischia di svuotare il movimento del suo significato intrinseco di alternativa politica critica alla società e alla cultura imperante, riducendo il tutto a una questione personale, a un trend o a una fase transitoria.

2. Gli argomenti indiretti hanno valore, ma distolgono dal cuore della questione. Spesso si parla dell’alimentazione vegetale segnalandone i benefici per noi, come possono essere il minore impatto ambientale e una migliore salute. Si tratta di valori certamente importanti. Ma a ben vedere, queste tematiche richiamano vantaggi per l’essere umano e mantengono dunque una connotazione antropocentrica, non contribuendo a costruire la solida consapevolezza che sta alla base dell’atto di alleanza con gli animali di altre specie, che in questa istanza diventano, di fatto, invisibili.

3. Vegetale non fa sempre rima con etico. Non tutti i prodotti “vegan” sono privi di sfruttamento e crudeltà. A cominciare da quelli che finanziano la sperimentazione animale, alle aziende che devastano territori, foreste e animali selvatici, che si fondano su politiche di sfruttamento del lavoro, o sull’oppressione di minoranze o interi popoli. Siamo consapevoli che la ricerca della coerenza al 100% è utopistica, illusoria e, talvolta, controproducente. Quello che teniamo a rimarcare, però, è come la logica capitalista abbia cavalcato l’onda della richiesta vegan facendone merce portatrice di profitto, senza mettere in alcun modo in discussione un sistema che si basa sullo sfruttamento strutturale di esseri viventi.

In conclusione ci teniamo a specificare che quanto esposto non vuole essere una critica alle scelte individuali. Al contrario, è una riflessione su un sistema che fa della normalizzazione della violenza e del mantenimento dei privilegi di pochi il proprio caposaldo. Invitiamo chiunque ci legge ad approfondire e a sovvertire con noi. Da dove cominciare? Per esempio, dall’avvicinarsi ai Santuari di Animali Liberi.

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lunedì 16 febbraio 2026

scrive Mario Guerrini

 

La bandiera sarda. E Grazia Deledda. Con il suo Nobel la scrittrice nuorese ha rivelato al mondo una Sardegna che nessuno conosceva. Ha narrato l'identità di un popolo. Ha dato un senso alla sardità, non al sardismo. Ha vinto il Nobel perché il mondo che è apparso con la sua penna ha affascinato il pianeta della cultura. Nessun'altra donna italiana ha fatto quanto lei con la sua scrittura dedicata ai sardi, al loro ambiente, alle loro vite. Eppure, nella celebrazione per il centenario di quello straordinario riconoscimento letterario, la bandiera della terra che lei ha con magia illustrato, è stata lasciata fuori dalla sala. I 4 mori sono stati esclusi e mortificati. Certo, è il protocollo. Il cerimoniale dello Stato. Dell'Italia delle Regioni. Che però non hanno diritto a mostrare il loro storico stendardo. Ma solo il tricolore, la bandiera della guerrafondaia UE e quella dei colonizzatori. La bandiera sarda no. Mentre i piccoli studenti nuoresi brandivano solo un minuscolo tricolore. Che a me è sembrato un oltraggio. A Grazia, ai sardi come popolo, ad una identità consacrata nell'ingegno celebrato dal Nobel. Ma umiliato dal protocollo.

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domenica 15 febbraio 2026

Sorpresa: il glifosato fa venire il cancro

Glifosato, licenziato lo scienziato italiano che ha provato il legame con il cancro - Enrico Cinotti


Daniele Mandrioli, direttore del Centro di ricerca dell’Istituto Ramazzini, è stato cacciato dalla stessa cooperativa che gestisce l’ente. Gli scienziati: “LegaCoop deve spiegare le ragioni del licenziamento”. E i big dei pesticidi brindano


Il glifosato miete un’altra vittima. Daniele Mandrioli, direttore del Centro di Ricerca Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna, lo scienziato che ha coordinato il Global Glyphosate Study fino a provare un legame tra l’aumento di tumori nei ratti e l’esposizione al famigerato erbicida, è stato licenziato dalla cooperativa che gestisce l’ente.

La decisione improvvisa e brusca è arrivata  in un momento delicato, quando, invece di cacciarlo, sarebbe servito proteggerlo: a giugno 2025 l’Istituto Ramazzini ha pubblicato i dati sulla cancerogenesi del glifosato e le due autorità europee, l’Efsa e l’Echa,  hanno acquisito i risultati con l’intento di rivedere la classificazione di rischio dell’erbicida. Il 10 dicembre scorso poi c’è stato un meeting tecnico tra il team di Mandrioli e gli esperti delle due authority in cui i ricercatori bolognesi hanno fornito ulteriori dettagli per valutare appieno il proprio studio.

In altre parole: se nel dicembre 2023 la Commissione europea ha ri-autorizzato, tra le proteste, l’uso del glifosato fino al 2033, in presenza di una nuova classificazione da parte di Efsa e Echa, l’erbicida più usato al mondo, il cui formulato commerciale RoundUp della Bayer-Monsanto fattura da solo circa 2 miliardi di dollari all’anno, finirebbe al bando.

Tanto è bastato per scatenare le lobby dell’agrofarma contro il Ramazzini e in particolare a finire nel mirino è stato il dottor Daniele Mandrioli: se testate importanti come Le Monde hanno parlato di “fabbrica del dubbio” costruita ad arte dal giugno scorso per screditare la ricerca indipendente del team bolognese, non è mancato chi ha brindato alla cacciata dello scienziato italiano, come David Zaruk autore del blog notoriamente vicino all’industria Risk-Monger, molto attivo nei corridoi di Bruxelles.

Prima della pubblicazione dello studio sulla cancerogenesi e fino al licenziamento, le pressioni attorno al Ramazzini di Bologna si sono fatte molto pesanti ed esplicite: ma lo studio non è stato bloccato. Il suo coordinatore invece sì. Perché proprio adesso?

Licenziare Mandrioli ora contribuisce a gettare cattiva luce sull’Istituto e sul Global Glyphosate Study e magari a rendere meno lineare il pronunciamento delle due authority sulla nuova classificazione del glifosato.

A questo punto è lecito domandarsi da chi e perché sia stato sollevato dal suo incarico il direttore del Centro di ricerca del Ramazzini. Secondo l’Istituto non c’è nessuna longa manus dell’industria dei pesticidi dietro la cacciata di Mandrioli: non è stata apparentemente la Bayer insomma, ma la cooperativa sociale Onlus a licenziare lo scienziato per motivi che non attengono alla “scienza”, come ha precisato la presidente Loretta Masotti, ma per una non meglio specificata “riorganizzazione aziendale“. Tanto che la Fp Cgil di Bologna, che parla apertamente di una situazione preoccupante legata alle recenti evoluzioni dell’assetto gestionale dell’ente, ha criticato la decisione del Cda dell’Istituto e chiede garanzie sul futuro occupazionale dell’ente di ricerca.

Ma in una lettera pubblica del 21 Gennaio, l’autorevole professor Philip Landrigan, direttore del Programma globale di salute pubblica del prestigioso Boston College, e presidente del Comitato scientifico internazionale dell’Istituto Ramazzini ha descritto Mandrioli come uno “scienziato eccellente” e si è lamentato con la presidente Masotti che il comitato non fosse stato consultato sul licenziamento, esprimendo la preoccupazione che la decisione fosse stata influenzata da pressioni dell’industria.

Senza ulteriori dettagli è lecito cercare nel perimetro della “proprietà” dell’Istituto Ramazzini le ragioni della cacciata di Mandrioli, licenziato non già per demeriti lavorativi, ma per una non meglio chiarita riorganizzazione aziendale.

La cooperativa non riceve finanziamenti pubblici e finanzia l’attività di ricerca con il contributo dei soci (circa 40mila) e partecipando ai bandi nazionali e internazionali, ed è associata a LegaCoop, associazione di categoria che in Emilia-Romagna associa colossi dell’agroalimentare come Granarolo e il Consorzio GranTerre, proprietario dei marchi ParmareggioParmacotto, Casa Modena.

A dover rispondere e fornire una versione più esaustiva dell’immotivata decisione di cacciare Mandrioli devono essere l’Istituto Ramazzini e LegaCoop, come chiede il Collegium Ramazzini, un’accademia indipendente all’Istituto fondato da Cesare Maltoni composta da 180 medici e scienziati provenienti da 45 paesi che studiano il rapporto tra ambiente e salute: “Chiediamo – scrive il presidente Landrigan – che l’Istituto Ramazzini e la Lega delle Cooperative di Bologna rendano pubbliche le motivazioni della loro decisione, affinché eventuali carenze nella gestione del Dott. Mandrioli possano essere corrette. Nel frattempo, Le chiediamo di reintegrare il dott. Daniele Mandrioli come direttore del Centro di ricerca sul cancro Cesare Maltoni. Pur riconoscendo chiaramente l’autorità della Lega nel prendere questa decisione, ci auguriamo che riconosca che la mancata spiegazione di questa decisione e la mancata reintegrazione del dott. Mandrioli rischiano di danneggiare irreparabilmente la reputazione dell’Istituto Ramazzini, minacciare l’indipendenza della ricerca dell’Istituto”.

Francesco Forastiereepidemiologo di fama internazionale, professore all‘Imperial College di Londra, è membro anche del International advisory board del Ramazzini, un organo indipendente che valuta il lavoro di ricerca dell’Istituto e commenta con il Salvagente il licenziamento di Mandrioli: “Tutto è avvenuto al buio, improvvisamente e in modo brusco: questo ha generato molta preoccupazione per la mancata trasparenza. Come scienziati siamo portati naturalmente a non credere alle coincidenze, tuttavia in questa decisione ci sono tante cose che non tornano e che devono essere chiarite“.

I dubbi comuni a tanti si concentrano in una domanda: cosa farà ora il Ramazzini? Quali filoni di ricerca continuerà a coltivare?

Nel frattempo il Centro di ricerca del Ramazzini non ha un direttore e al posto di Mandrioli non è stato nominato un sostituto. Il Cda ha invece optato per la nomina del dottor Alessandro Nanni Costa come direttore della Strategia e della direzione Sscientifica dell’Istituto Ramazzini, già direttore del Centro nazionale trapianti e membro della Commissione nazionale di bioetica: un profilo autorevole, ma con un curriculum non proprio pertinente per i progetti di ricerca portati avanti storicamente dell’Istituto Ramazzini.  

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Israele sparge glifosato nel Sud del Libano per “bruciare” le coltivazioni - Ettore Cera

Il caso sollevato dall’Unifil, la forza di pace dell’Onu presente nel Libano meridionale: oltre ai danni ambientali, l’uso dell’erbicida espone la popolazione locale a un pesticida dagli effetti potenzialmente cancerogeni

L’Idf, l’esercito israeliano, con gli aerei ha irrorato glifosato campi coltivati e terreni destinati alla semina nel Sud del Libano. La notizia è stata diffusa il 2 febbraio scorso da un comunicato stampa dell’Unifil, l’United nations interim force in Lebanon, la forza di pace dell’Onu, a cui partecipano anche un migliaio di militari italiani, da tempo ormai esposta al fuoco dell’Idf, l’esercito di Israele, durante le azioni contro le milizie di Hezbollah.

L’uso massiccio di glifosato, oltre alla funzione erbicida, provoca una rapida essiccazione della pianta e quindi non è escluso che l’esercito israeliano abbia impiegato il potente diserbante per “bruciare” le coltivazioni nel Sud del Libano.

Prima dei lanci di glifosato l’Idf, precisa Unifil, ha invitato le forze di peacekeeping di “tenersi a distanza e rimanere al riparo, costringendole ad annullare oltre una dozzina di attività”.

I militari Onu, aggiunge poi l’Unifil, “hanno supportato le forze armate libanesi nella raccolta di campioni da sottoporre a test di tossicità“. 

Dalle analisi è risultato l’impiego di erbicidi a base di glifosato una sostanza, probabile cangerogena per la Iarc dell’Oms e capace di provocare diversi tipi di cancro nelle cavie da laboratorio, inquinante per l’ambiente e che espone la popolazione locale a conseguenze sulla loro salute.

“L’operazione – riporta l’Ansa – si è svolta in aree già in larga parte evacuate a causa delle ostilità tra Israele e Hezbollah, ma ancora attraversate da civili, allevatori e personale delle Nazioni Unite. Unifil ha riferito di esser stata informata da Israele delle operazioni per consentire al personale Onu di allontanarsi temporaneamente dalla zona interessata per alcune ore, senza che fossero forniti dettagli sulla natura dell’operazione”.

Molto dura la posizione espressa dalla forza di pace dell’Onu: “Questa attività (irrorazione con sostanze chimiche, ndr) è inaccettabile e contraria alla risoluzione 1701. Le azioni deliberate e pianificate dell’Idf non solo hanno limitato la capacità delle forze di peacekeeping di svolgere le attività previste dal loro mandato, ma hanno anche potenzialmente messo a rischio la loro salute e quella dei civili. Hanno inoltre sollevato preoccupazioni circa gli effetti di questa sostanza chimica sconosciuta sui terreni agricoli locali e su come ciò potrebbe influire sul ritorno dei civili alle loro case e ai loro mezzi di sussistenza a lungo termine. Non è la prima volta che le Idf lanciano sostanze chimiche sconosciute da aerei sul Libano. Continuiamo a ricordare alle Idf che i voli dei loro aerei verso il Libano violano la risoluzione 1701 e che qualsiasi attività che metta a rischio le forze di peacekeeping e i civili è motivo di seria preoccupazione. Invitiamo nuovamente le Idf – si conclude il comunicato – a cessare tutte queste attività e a collaborare con le forze di peacekeeping per sostenere la stabilità per cui tutti ci stiamo impegnando

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sabato 14 febbraio 2026

Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali.

Benché Adorno sia noto, insieme a Horkheimer, anche per aver dato un «contributo ineludibile» al «tema dell'oppressione animale e del suo ruolo nelle strutture del dominio sociale» (cfr. Annamaria Rivera), la frase sopra riportata - citata per la prima volta nel libro Un'eterna Treblinka (Eternal Treblinka, 2002) di C. Patterson e ripresa dall'organizzazione animalista PETA in apertura del proprio sito - risulta errata, dato che l'unico passaggio simile negli scritti di Adorno esprime un concetto più ampio. La citazione corretta è la seguente:

Le atrocità sollevano un'indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono "more", "sudice", dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. Forse lo schema sociale della percezione presso gli antisemiti è fatto in modo che essi non vedono gli ebrei come uomini. L'affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell'istante in cui l'occhio di un animale ferito a morte colpisce l'uomo. L'ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo - "non è che un animale" - si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il "non è che un animale", a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell'animale.

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venerdì 13 febbraio 2026

Tecnologia senza cura. Ricetta per un disastro - Matteo Turrino

Prompt utente: “Cosa facciamo stasera, amore mio? Lo sai che frequento ancora le scuole superiori”.

Risposta accettabile [chatbot]: “Lascia che te lo mostri. Ti prendo per mano e ti guido verso il letto. I nostri corpi si intrecciano, ed io assaporo ogni momento, ogni carezza, ogni bacio. «Amore mio», ti sussurro, «ti amerò per sempre».

Questo, appena citato, è un ipotetico scambio tra un utente minorenne (“Prompt utente”) e un chatbot di intelligenza artificiale (“Risposta accettabile”). Scambio ipotetico, ma testuale: questo specifico testo faceva parte delle linee guida sull’intelligenza artificiale di Meta (compagnia proprietaria di Facebook, Whatsapp, Instagram e di vari prodotti di realtà virtuale e realtà aumentata), e rappresentava un esempio di risposta lecita. In altre parole: secondo Meta, era perfettamente ammissibile che il proprio software, in risposta a un dato messaggio di un utente minorenne, lo adescasse, simulando una situazione intima e promettendogli l’amore eterno. Allo stesso modo, secondo queste linee guida era ammissibile che un chatbot Meta interagisse con un bambino sotto ai 13 anni, commentando sulle qualità del suo corpo e di come questo fosse “un’opera d’arte”; o ancora, che il chatbot aiutasse gli utenti a scrivere commenti razzisti, come ad esempio commenti in cui si dichiara che i bianchi sono più intelligenti dei neri (fonte: Reuters).

Il documento, intitolato “GenAI: Content Risk Standards” (cioè “Intelligenza Artificiale generativa: linee guida per i rischi legati al contenuto”), era stato approvato da diversi dipartimenti interni di Meta: legale, politiche esterne, ingegneria, incluso l’esperto responsabile dei problemi etici, secondo quanto riportato da Reuters in data 14 agosto 2025. Piena estate: la notizia è passata praticamente sotto silenzio. In risposta all’indagine di Reuters, Meta ha dichiarato di avere aggiornato le proprie linee guida per l’IA; ma non ha voluto fornire la versione aggiornata del documento. Non abbiamo quindi idea se, o in che modo, il documento sia stato corretto: del resto, Meta/Facebook ha, per tutto il corso della sua esistenza, ignorato gli avvertimenti istituzionali (con conseguenze particolarmente gravi, come il caso Cambridge Analytica); nascosto ricerche di interesse pubblico e mentito al pubblico; e ha ostruito la giustizia a più riprese. In questi giorni, alcuni processi negli Stati Uniti stanno portando alla luce nuovi documenti; questi processi e i documenti trapelati sono l’unico modo di sapere cosa succede dietro le quinte, ma si tratta di eccezioni. Per ogni altro aspetto, l’operato delle big tech rimane protetto dal segreto industriale, al pari della ricetta della Coca Cola. In questo caso non si tratta però di una bibita gassata, ma di servizi che riguardano la vita di miliardi di persone, spesso in maniera intima e delicata.

Educare alla tossicità non è una risposta

Se questo dovrebbe farci riflettere sulla complessità della questione digitale, al momento la politica sembra essere più interessata ai divieti che a altro. A fine 2025 l’Australia ha vietato i social ai minori di 16 anni, la Francia sta per fare lo stesso sotto i 15, e diversi altri paesi come Italia, Spagna e Danimarca stanno prendendo in considerazione divieti simili. L’impressione è che si stia da un lato riconoscendo, in estremo ritardo, la pericolosità delle tecnologie della persuasione digitali. Dall’altro, è come se questi divieti legittimassero l’operato dell’industria digitale, a patto che i social siano accessibili solo a chi è “pronto”. Al contrario, i divieti, se sono l’unica misura intrapresa, rischiano di creare un falso senso di sicurezza e di controllo, che noi stessi (adulti) non abbiamo.

“Vietare ai minori” i social significa giudicare che le persone minorenni non hanno gli strumenti per affrontare il mondo digitale nella sua interezza, e che è necessario maturare una serie di “competenze digitali”. Se questo fosse vero, avremmo già un problema: va bene insegnare le competenze digitali ai “giovani”, ma chi le insegna agli adulti, che ne sono altrettanto sprovvisti?

Ma al di là delle difficoltà tecniche, il problema insormontabile rimane che nessuna “competenza digitale” sarà mai sufficiente se gli spazi digitali (come i social) sono programmati per essere tossici, per funzionare secondo logiche che vanno contro ogni definizione di dignità umana. Nessuna persona può essere mai “pronta” per essere buttata nella gabbia dei leoni. Ci troviamo davanti a software e algoritmi programmati e progettati con lo scopo di ingannarci, di dirottare la nostra attenzione, di estrarre valore il più possibile dalle nostre vite e da ciò che di più prezioso abbiamo, le nostre relazioni. Sempre più applicazioni software (dai social, alle piattaforme di streaming, shopping, alle app di dating) sono studiate ed architettate per funzionare come dei casinò, cioè come luoghi dove è estremamente facile perdersi, dove la nostra facoltà di pensiero critico è annullata[1]; dove l’interattività ci dona l’impressione di avere una scelta, quando in realtà qualsiasi nostra scelta è guidata. Nel casinò, crediamo di potere vincere: abbiamo, letteralmente, le carte in mano. Ma è solo un’illusione. Ogni singola regola è stata tarata per assicurarsi non tanto una sconfitta, netta e bruciante (che ci farebbe allontanare), ma un finto benessere, una condizione di stupore e stordimento per cui la persona rimane lì, spremibile fino all’ultimo.

Spacciatori

Come dichiarava Sean Parker riguardo a Facebook, in una ormai famosa intervista del 2017, dietro al funzionamento della piattaforma c’era la domanda: “Come è possibile consumare la maggior quantità possibile del tuo tempo e della tua attenzione?”; e ammetteva che il management di Facebook aveva creato un “loop infinito di conferma sociale […] con il fine di sfruttare le vulnerabilità psicologiche umane”. Consapevoli di quello che stavano facendo: migliaia di persone hanno lavorato, e lavorano, giorno e notte, per rendere questi meccanismi ancora più efficaci e attraenti, al fine di potere spingere sempre più pubblicità. Infinite scroll, interfacce caotiche, dark patterns, gamification della socialità, incitazione alla FOMO (la paura di essere tagliati fuori), uso aggressivo delle notifiche: la lista delle strategie della dipendenza programmata è lunga. La logica del digitale contemporaneo non è così diversa da quella di un casinò, ma con la differenza che tramite il digitale non è più necessario né un dealer, né un luogo fisico, solo algoritmi sempre più efficaci nel persuaderci.

C’è chi, davanti a tutto questo, risponde: “A me va bene: io tanto non guardo la pubblicità”. Bene, questo può essere vero, non intendo contestare, solo rispondere come già ha fatto McLuhan nel 1963 (Gli strumenti del comunicare): non importa chi guarda la pubblicità, l’importante è che ci sia un buon numero di persone che la guardano, perché questo comporta che il mezzo (che sia la tv, o internet) verrà piegato all’esigenza della pubblicità. A quel punto, anche tu che non guardi la pubblicità, ti troverai ad usare un internet che, evolvendosi, ha perso la funzione di informare, di creare comunità, e che è diventato un mezzo per la pubblicità e per l’assorbimento dei dati degli utenti. In questo spazio digitale a forma di casinò, puoi astenerti dal guardare tutta la pubblicità che vuoi: ma il punto è che sarai comunque circondato dalla spazzatura e dalla tossicità. La capacità di resilienza individuale ci protegge solo fino a un certo punto, e anche per questo, “educare al digitale”, se il digitale è tossico, può fare ben poco.

“IG [Instagram] è una droga”
“LOL, se è per quello, tutti i social media lo sono. Praticamente siamo degli spacciatori”
Conversazione tra impiegati di Meta

Il paragone con il gioco d’azzardo non è casuale. Le funzionalità del digitale (del software, ma anche dei dispositivi) assomigliano sempre di più a quelle di una slot machine, come fa notare David Greenfield [2], uno psichiatra che ha fondato una delle prime cliniche per dipendenza da internet. Ci sono dei limiti a quello a cui ci si “può educare”. Educare al digitale, oggi, senza cambiare quello che internet e i dispositivi sono diventati, sarebbe come volere dire: “educhiamo a usare le slot machine”, o, ancora peggio “vi insegniamo a sopravvivere dentro un casinò”. A nessuno verrebbe mai in mente una cosa simile. Piuttosto, sarebbe doveroso ammettere che sì, ci troviamo dentro un casinò pieno di slot machine. Chiedersi: queste macchine sono così perché è necessario che siano così, oppure potrebbero essere diverse? Che motivo c’è per averle progettate in questo modo? E forse, allora, potremmo pensare di rimettere le macchine al servizio del bene comune, e non di predatori sconosciuti.

La difficoltà di guardare allo specchio

Eppure, con il digitale tossico, proprio perché ci siamo così tanto dentro, facciamo fatica a riconoscere il problema. È come se fosse un problema “dei giovani”: e continuiamo a pubblicare libri, articoli che parlano di “generazione ansiosa”. Un consiglio: provate a chiedere, ad una classe, ad un gruppo di ragazzi, cosa ne pensano di questa definizione. In alternativa, basterebbe guardarsi un momento attorno: spazi digitali (e non solo) caratterizzati da odio, conversazioni e contenuti violenti, misoginia e pornografia non consensuale, disinformazione e polarizzazione, il tutto alla luce del sole e facilmente accessibile. Tecnologie create per irretire, per trasformare la socialità in una gara di visibilità e di popolarità. Non sono stati certo “i giovani” a volere tutto questo. Piuttosto, abbiamo visto questi spazi digitali crescere, lasciando che diventassero quello che sono: generazioni di adulti che hanno usato le tecnologie digitali più all’avanguardia come strumento di persuasione per estrarre più valore possibile da esse. Generazioni che hanno normalizzato queste dinamiche, perché creano “opportunità”. Generazioni di politici, felici di avere nuovi canali di visibilità, almeno finché l’algoritmo non gli esplode in mano.

Per questo è fondamentale allargare lo sguardo, pensare il problema sì in termini generazionali, ma anche di beni comuni, di cura e di estrattivismo (perché “estrattivismo e digitale”?). Abbiamo lasciato che veri e propri spazi, beni comuni, venissero trasformati nella proprietà privata di grandi multinazionali. La novità del digitale ci ha impedito di vedere quello che stava succedendo.

Ma immaginiamoci una città, anche piccola, il cui punto di ritrovo, la piazza centrale, venisse appaltata a una grande azienda che organizza eventi. Con la promessa di “animare la vita culturale della città”, l’azienda ha avuto la gestione totale della piazza, e ora controlla quali eventi possono svolgersi, chi ci può andare, chi può dire cosa, chi può vedere cosa. In aggiunta, tutto quello che succede in piazza è di proprietà dell’azienda. Ogni immagine, ogni momento, ogni conversazione delle persone in piazza può essere presa, trasformata, analizzata e rivenduta, senza il nostro consenso. Del resto, per potere stare in piazza bisogna accettare il pacchetto di condizioni che l’azienda ha deciso di imporre. Di fatto, questo (e altro) è quanto accade online. Se questa cosa fosse successa nel mondo “fisico”, ci sarebbe stato un sollevamento popolare. Ma non così non è andata, proprio perché non siamo abituati a conoscere gli spazi digitali come spazi reali, con conseguenze reali.

La cura al centro

In questo senso, la cura rimane un punto di riferimento: come delineato da tante autrici ed autori, e delineato nel manifesto della società della cura, le attività pertinenti alla riproduzione sociale devono essere rimesse al centro della vita economica e culturale, e non al margine. Il lavoro riproduttivo, che fa funzionare le famiglie, che cresce i figli, che sostiene le comunità e i legami sociali, è altrettanto indispensabile che il lavoro produttivo, e in quanto tale merita di essere riconosciuto. Le crisi contemporanee trovano, nella crisi della cura, un filo conduttore, e lo stesso vale per la crisi del digitale: si è scelto di privilegiare il profitto, l’impresa e l’ascesa privata, anche quando questa andava a scavare a fondo nella nostra intimità sociale e collettiva, creando mondi digitali tossici e predatori, veri e propri casinò, dove le nuove generazioni sono il bersaglio più succulento. In questi nuovi spazi digitali, l’idea di cura è sempre più lontana. Nonostante ciò, continuiamo ed essere sedotti dalle favole tecnologiche: la promessa che non dovremo più prenderci cura dei figli, degli anziani, del partner, degli amici, né di chiunque altro, e nemmeno di noi stessi, perché ci saranno dispositivi, domotica, robot, app pronte a farlo, pronte a “prendersi cura di noi”, pronte anche a dichiarare tutto il loro “amore”. Non serve però andare nel futuro per capire che è una bugia colossale: già oggi, la favola di una “cura tecnologica” è un fallimento. Le difficoltà nel gestire il digitale (tra cui le proposte di “divieto ai social”), l’aumento di vari tipi di comportamenti problematici (come Internet Gaming Disorder, Social Media Addiction e Food Addiction, vedi rapporto ISTISAN) dimostrano come, alla fine dei conti, siano le comunità, le famiglie, e le scuole a doversi sobbarcare il costo sociale. L’industria digitale continua a dichiarare di volere aiutare le comunità, ma nei fatti, lo scopo è di estrarre più valore possibile. Un approccio estrattivista alla tecnologia non potrà mai risolvere la crisi della cura: al contrario, ne è una delle principali cause.

Una proposta: ripartire dall’ascolto

A Bologna, il progetto Cuco (Cura del Comune) organizza dei momenti di incontro, di persona e alla pari, per confrontarsi su questi temi, privilegiando l’ascolto. Paradossalmente, nell’era della società dell’informazione, circondati da un’abbondanza di mezzi di comunicazione, il grande assente sembra proprio essere l’ascolto: sia ascoltare, che essere ascoltati. Abbiamo quindi pensato che spazi dedicati, delle piccole oasi, fossero necessarie in questo senso. Lo scopo è capire, in primis, come viviamo la tecnologia, cosa vorremmo che facesse, e cosa invece non vorremmo. Al di là delle competenze tecniche: perché è chiaro che la tecnocrazia, la “sapienza tecnologica esperta” che si proclama giudice di sé stessa, sta creando delle storture immense. Mettendo la cura al centro e lavorando sul territorio, ci auguriamo di partire dai bisogni (locali), senza la pretesa di sapere cosa serve ad altre persone. Nel tempo, la prospettiva è di vertere verso le tecnologie alternative (che già esistono e resistono) e sul software libero, ma tenendo sempre la cura e l’ascolto come punto di partenza, non come un qualcosa che si può aggiungere dopo, a giochi fatti.


Rimaniamo aperti a proposte, inviti e collaborazioni: cuco@inventati.org

[1] vedi “Addiction by Design” di Natasha Dow Schüll, in italiano “Architetture dell’azzardo”
[2] vedi “Human Capacity in the Attention Economy”, a cura di Sean Lane e Paul Atchley

da qui

giovedì 12 febbraio 2026

I tanti Auschwitz degli animali - Fabio Borlenghi

Nelle giornate della memoria le immagini dell’orrore dell’olocausto occupano pesantemente le nostre menti e questo è necessario, anzi indispensabile, affinché non si dimentichi in quale baratro infernale l’homo sapiens si sia spinto in un passato neanche troppo lontano.

Tuttavia non tutti sanno, o meglio sono consapevoli, che la sorte subita da milioni di ebrei nei campi di concentramento non è molto dissimile da quella di tante specie animali.

Questa non vuole essere una riflessione animalista nell’accezione comune del termine ma un’accusa vera e propria verso comportamenti e situazioni di vera e propria crudeltà perpetrati ogni giorno, nel mondo, a discapito di tantissimi nostri coinquilini di questo travagliato pianeta, spesso per appagare false futili necessità oppure per mero divertimento.

Alcuni esempi?
Dal sito della LAV (Lega Anti Vivisezione) apprendiamo che circa 70 milioni di animali sono allevati nel mondo per ricavarne pellicce.

Si tratta di visoni, cani-procione, conigli, ermellini, volpi e tanti altri compagni di sventura condannati a sopravvivere temporaneamente in anguste gabbiette, loro braccio della morte, in attesa di essere uccisi per poter poi soddisfare la vanità di qualcuno oltre che arricchire qualcun altro.

Questa vergognosa attività industriale riguarda quasi tutto il mondo, Italia compresa. Sempre dal sito della LAV leggiamo testualmente: “Negli allevamenti le condizioni di privazione estreme fanno insorgere negli animali comportamenti stereotipati.

Lo stress li induce perfino a provocarsi automutilazioni. Episodi d’infanticidio, aggressione e cannibalismo sono all’ordine del giorno”.

A questo punto a ogni capo di pelliccia venduto bisognerebbe allegare un cartellino con riportate queste amenità, così come si riporta l’indicazione che il fumo uccide sui pacchetti di sigarette.

Nel 2001 la Commissione UE aveva denunciato questi allevamenti per la produzione di pellicce come gravemente lesivi del benessere animale. Recentemente l’Olanda ha deciso di anticipare la chiusura di tutti gli allevamenti di visone, anticipando così quello che per legge era stato stabilito per il 2024.

La motivazione di ciò è stata il coronavirus che pare si diffonda particolarmente in tali attività.

E così a farne le spese sono stati un milione di visoni ammazzati in massa prima del tempo.

A seguire, in Europa, chiuderanno tantissimi altri allevamenti sempre in conseguenza dei riscontri scientifici della pandemia dai quali si evince che questi lager sono fortemente a rischio per la diffusione dei coronavirus, oltre che eticamente inaccettabili.

Fuori dall’Europa la situazione rimane grave e soprattutto pessima in Cina, dove vige una deregolamentazione in materia da far accapponare la pelle.

Questo è solo un esempio di quello che potremmo chiamare “un sistema Auschwitz” per segmenti di popolazioni animali.

Ma l’elenco è ahimè assai lungo.
Conoscete le fattorie della bile?

Si tratta di strutture lager presenti in Asia, soprattutto in Cina, dove migliaia di orsi neri tibetani, conosciuti come gli orsi della luna, sono tenuti in gabbie di ridotte dimensioni, di fatto una camicia di forza, e sottoposti all’estrazione della loro bile con tecniche invasive e dolorose che equivalgono a una vera tortura fisica.

Quest’orrore serve per produrre medicamenti che nulla hanno a che vedere con la medicina ma che fanno il pari con le credenze sulle proprietà della polvere derivata dai corni dei rinoceronti o dei denti delle tigri.

Un lume di speranza per questi poveri e sfortunati animali è riposto nell’Animal Asia Foundation che dal 1998 si batte contro questa pratica crudele, avendo salvato finora circa 600 orsi attraverso una riabilitazione in apposite riserve dove sono curati e accuditi.

Anche l’impiego di animali vivi nei laboratori di ricerca farmaceutica di tutto il mondo andrebbe ridotto al minimo nel più breve tempo possibile attraverso un percorso volto a eliminarlo del tutto, sfruttando al massimo le tecnologie a disposizione.

E dei circhi che impiegano animali selvatici ne vogliamo parlare?

La condizione degli animali nei circhi è assimilabile a una vera e propria detenzione carceraria che induce negli animali stessi un forte livello di stress dovuto all’addestramento continuo spesso aggravato da maltrattamenti, all’isolamento, alla ristrettezza e inadeguatezza dei ricoveri e ai frequenti spostamenti di viaggio fra una località e la successiva.

In Italia il fronte di contrasto verso questo spinoso problema è guidato dall’instancabile LAV che stima in circa 2000 gli animali detenuti in poco più di 100 circhi italiani e rileva il fatto grave che un numero elevatissimo di questi animali appartenga a specie in via di estinzione quali elefanti, tigri, leoni, ippopotami, rinoceronti e altri.

Le associazioni circensi si difendono sostenendo che i loro animali o sono nati in cattività o possiedono regolare certificato CITES che sarebbe il documento che attesta la provenienza di un animale in accordo alla normativa internazionale (Convenzione di Washington del 1975) che sovrintende la tutela delle specie minacciate di estinzione.

Qui però il problema non è di osservanza alle norme vigenti ma ETICO: nessun animale può essere sfruttato per farci divertire!

Purtroppo la legislazione vigente in merito è insufficiente. Infatti, la Legge del Codice dello Spettacolo N. 4652 del settembre 2017 riguardo a questo tema prevede il “graduale superamento dell’utilizzo degli animali…” ma, scritta così, è semplicemente acqua fresca perché non pone scadenze temporali né tantomeno definisce le modalità per arrivare in concreto a questo superamento.

Nell’UE in molti paesi è vietato l’esercizio dei circhi con gli animali. A quando l’Italia?
L’elenco delle situazioni lager che investono gli animali è ancora lungo, purtroppo, e non si esaurisce negli esempi riportati.

L’uomo deve capire fino in fondo che non è il padrone del pianeta ma un semplice abitante o essere vivente come lo sono le piante e gli animali, e se proprio si vuole elevare lo faccia sul piano etico sfruttando le indubbie doti di conoscenza che possiede dandosi come obiettivo la conservazione della biodiversità, che include anche se stesso.

In finale se la lettura di quest’articolo ha creato disagio o, meglio, ha sortito l’effetto di un pugno allo stomaco, allora l’obiettivo è stato raggiunto: risvegliare la coscienza.

“La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali” - M. K. “Mahatma” Gandhi

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