Amare Produzioni Agricole
lunedì 25 maggio 2026
domenica 24 maggio 2026
Vento di malaffare nel Bel Paese - Grig
Incentivi, bonus,
sgravi fiscali, contributi in favore delle energie
prodotte da fonti rinnovabili in Italia sono fra le occasioni
principali per il riciclaggio (non ecologico) di denaro
di provenienza opaca e
per la realizzazione di truffe di ogni genere ai danni delle casse pubbliche.
Ciò
costituisce un gravissimo danno per le politiche ambientali e le aziende pulite del
settore.
Non è una
novità, purtroppo.
Ne ha
parlato ancora una volta Report, programma di approfondimento
giornalistico di RAI 3.
Grazie
davvero, se ne sente il bisogno.
Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)
Report, 10 maggio 2026
La via della
pala. (Walter Molino)
Gli affari
del vento: le mani delle mafie sull’eolico.
Le
infiltrazioni della criminalità organizzata nel grande business dell’energia
eolica, dalla Sicilia fino a Verona. Rivelazioni inedite ed esclusive sugli
affari di Matteo Messina Denaro in Veneto.
da OK!
Mugello, 11 maggio 2026
Inchiesta di
Report sull’eolico: «Infiltrazioni mafiose negli asset acquisiti da AGSM AIM».
Il servizio
“La via della pala” ricostruisce i legami tra la criminalità organizzata e i
parchi eolici della multiutility. Riflettori accesi anche sulle procedure per
il progetto nel Mugello.
L’inchiesta
giornalistica La via della pala (clicca qui
per vedere il servizio), trasmessa da Report il 10
maggio 2026, ha delineato una rete di infiltrazioni della criminalità organizzata
nel settore delle energie rinnovabili in Veneto. Al centro dell’inchiesta
figura la multiutility AGSM AIM, ora ridenominata Magis, che
avrebbe acquisito asset energetici legati a figure di spicco di Cosa Nostra.
Secondo la
ricostruzione giornalistica, il boss Matteo Messina Denaro avrebbe
coordinato personalmente l’espansione degli interessi mafiosi nel Nord Italia
già nel 2006. Testimonianze inedite e materiale visivo lo collocano
a Verona, dove avrebbe incontrato emissari della politica locale per
gestire il business del vento. L’inchiesta evidenzia come il settore
eolico sia diventato un canale privilegiato per il riciclaggio di capitali
illeciti attraverso complessi passaggi societari.
Il parco
eolico di Monte Mesa, a Rivoli Veronese, rappresenta l’operazione
più discussa. Sviluppato inizialmente da società riconducibili a Vito
Nicastri, noto prestanome di Messina Denaro, l’impianto è passato sotto il
controllo di AGSM nel 2013 tramite
l’acquisizione di quote del Gruppo ICQ. Durante la costruzione del parco,
sarebbe emersa anche la presenza di ditte colpite da interdittiva antimafia.
Le criticità
evidenziate dal servizio si potrebbero estendere anche al Centro Italia, con il
progetto di Monte Giogo di Villore nel Mugello. Sebbene
non siano emersi legami diretti con la mafia, l’iter autorizzativo ha generato
forti scontri istituzionali e ricorsi per l’impatto paesaggistico. Uno dei
vari esposti presentato dal consigliere comunale di Dicomano Saverio
Zeni contesta inoltre clausole della convenzione sottoscritta tra
l’azienda e gli enti comunali che limiterebbero i poteri di vigilanza dei
comuni coinvolti.
L’indagine
suggerisce che l’infiltrazione mafiosa nel Nord non avvenga tramite violenza,
ma attraverso la finanza e la politica. Il gruppo AGSM AIM, che
nel 2024 ha registrato una crescita nella produzione da
rinnovabili, risulta particolarmente appetibile per operazioni di “ripulitura”
di asset contaminati.
La redazione
di OK!Mugello resta a disposizione di AGSM AIM per
accogliere e pubblicare eventuali note, comunicazioni ufficiali o smentite in
merito ai fatti riportati, con particolare riferimento ai progetti in corso sul
territorio appenninico.
sabato 23 maggio 2026
Nelle aziende il vero problema è disimparare: ecco quattro comportamenti da cambiare subito - Vincenzo Imperatore
Nelle
piccole e medie imprese italiane la formazione viene spesso associata all’idea
di aggiungere qualcosa: nuove competenze, nuovi strumenti, nuove tecniche
commerciali, nuove procedure. Tutto utile, almeno in teoria. Ma nelle Pmi il
problema più serio, quando il mercato diventa instabile, non è solo imparare
cose nuove. È disimparare quelle vecchie.
Disimparare
non significa rinnegare la storia dell’azienda o buttare via ciò che ha
funzionato per anni. Significa riconoscere che alcune abitudini, un tempo
efficaci, possono diventare un ostacolo quando cambiano clienti, margini,
banche, tecnologie, costi e tempi di incasso. L’esperienza resta un patrimonio,
ma se diventa automatismo cieco rischia di trasformarsi in una gabbia. Il
famoso “abbiamo sempre fatto così” sembra prudenza; spesso è solo pigrizia
mentale.
Il primo
comportamento da disimparare è l’idea che tutto debba passare dalla
testa del titolare. In molte Pmi il cliente importante lo segue lui, il
prezzo lo decide lui, la banca la gestisce lui, il problema urgente lo risolve
lui. Per anni questo modello ha retto perché l’impresa era più piccola e la
complessità più bassa. Poi l’azienda cresce, le persone aumentano, i margini si
comprimono, la liquidità diventa più delicata e quel modello eroico si trasforma
in collo di bottiglia. L’imprenditore continua a sentirsi indispensabile, ma
spesso è proprio la sua indispensabilità a impedire all’azienda di evolvere.
Governare,
infatti, non significa controllare tutto. Significa costruire un sistema in cui
le decisioni vengano prese al livello giusto, con dati adeguati e
responsabilità chiare. Il titolare che non decide ogni dettaglio non perde
potere: lo trasforma. Passa dal comando operativo al governo
dell’organizzazione. Per chi ha costruito l’azienda dal nulla può essere un
trauma, ma il bilancio, purtroppo per l’ego, non si commuove.
Il secondo
comportamento da disimparare è la gestione per emergenze. In
troppe Pmi l’urgenza è diventata cultura aziendale: si interviene quando il
problema esplode, si guarda la cassa quando la banca ha già telefonato, si
controllano i margini quando il prezzo è stato già concesso. L’emergenza dà
l’impressione di essere reattivi. In realtà consuma energie, crea confusione e
impedisce di distinguere ciò che è importante da ciò che è soltanto rumoroso.
Disimparare
l’emergenza significa introdurre pianificazione, budget di cassa,
indicatori, controllo degli scostamenti, riunioni periodiche e responsabilità
preventive. Non per burocratizzare l’impresa, ma per evitare che ogni settimana
sembri una prova di sopravvivenza. Nessuna azienda può eliminare l’incertezza,
ma può attrezzarsi per leggerla prima. La differenza è tra chi intercetta i
segnali deboli e chi li scopre quando sono già diventati fatture scadute,
ordini persi o margini bruciati.
Il terzo
comportamento da disimparare è la delega finta. Molti imprenditori
dichiarano di voler responsabilizzare i collaboratori, ma poi continuano a
intervenire su ogni decisione significativa. Delegano l’attività, non
la responsabilità. Chiedono risultati, ma non concedono reale potere
decisionale. Così il manager diventa responsabile di ciò che non può governare:
una raffinatezza organizzativa, se l’obiettivo è produrre frustrazione.
Una delega
vera richiede confini, obiettivi, dati e libertà di azione. Se un direttore
commerciale deve difendere la marginalità, deve poter intervenire su prezzi,
priorità e clienti entro limiti definiti. Se un responsabile amministrativo
deve presidiare la liquidità, deve avere dati tempestivi e ascolto quando
segnala rischi. Se un responsabile di produzione deve ridurre inefficienze,
deve poter modificare flussi, tempi e metodi.
Il quarto
comportamento da disimparare è la fiducia cieca nel passato. Un
canale commerciale che per anni ha funzionato può saturarsi. Un cliente storico
può diventare meno redditizio o meno solvibile. Una banca fedele può ridurre
gli affidamenti. Un collaboratore affidabile può non avere più le competenze
necessarie. Nelle Pmi tutto questo è difficile da accettare, perché ogni abitudine
porta con sé memoria e riconoscenza. Ma dirigere nell’incertezza significa
distinguere ciò che ha ancora valore da ciò che è solo familiare.
Da
consulente di direzione aziendale, spesso ricordo che la domanda decisiva non è
soltanto: “Che cosa dobbiamo imparare?”. È soprattutto: “Che cosa dobbiamo
smettere di fare?”. Se si introduce un budget ma si continua a decidere solo
sulla sensazione, il budget diventa arredamento contabile. Se si parla di
controllo di gestione ma i dati arrivano tardi e nessuno li usa, il controllo è
una liturgia. Se si formano i manager ma non cambia il modo in cui vengono
prese le decisioni, la formazione diventa un investimento senza ritorno.
Nelle Pmi il
cambiamento non dovrebbe essere un progetto straordinario, da
avviare ogni tanto con un consulente, qualche slide e due parole motivazionali.
Dovrebbe diventare una pratica ordinaria: aggiustamenti continui, verifiche
periodiche, errori analizzati senza caccia al colpevole, decisioni corrette
quando non producono risultati. Disimparare non è un gesto isolato. È una
competenza organizzativa.
Le Pmi non
devono diventare grandi imprese in miniatura. Devono diventare imprese
più leggibili, più governabili e meno dipendenti dall’umore, dalla memoria e
dall’onnipresenza del titolare.
Molte
imprese non si indeboliscono perché imparano poco. Si indeboliscono perché
continuano a proteggere ciò che dovrebbero superare. In un mercato incerto, la
competenza più rara non è aggiungere strumenti, corsi e procedure. È lasciare
andare i vecchi riflessi che impediscono ai nuovi strumenti di produrre valore.
venerdì 22 maggio 2026
giovedì 21 maggio 2026
La caduta di un pilastro della democrazia - Vann R. Newkirk II
Le cose migliori brillano intensamente, ma
mai a lungo. È stato così per il Voting rights act (Vra), la legge che per
sessant’anni ha garantito il diritto di voto dei neri e ha neutralizzato i
tentativi di sopprimerlo fatto dagli stati del sud, diventando la base per un
accesso equo alle urne. Gli Stati Uniti esistono da 250 anni, ma hanno avuto il
suffragio universale per meno di un quarto di quel periodo. La tv a colori, le
carte di credito e le bambole Barbie sono arrivate prima del Vra e resteranno
più a lungo. Il regno della regina Elisabetta II è durato dieci anni in più
rispetto al provvedimento che garantiva la democrazia statunitense.
Il 29 aprile la maggioranza conservatrice
della corte suprema ha portato a termine la sua campagna, durata tredici anni,
contro il Vra. Nel caso Louisiana contro Callais, i giudici hanno limitato
l’uso del fattore razziale nella definizione dei collegi elettorali e la
possibilità per le minoranze di contestare distretti disegnati in modo da
discriminarle.
Spiegando l’opinione della maggioranza, il
giudice conservatore Samuel Alito ha affermato che il fattore razziale è
ammissibile solo quando può essere dimostrata “la discriminazione intenzionale
e concreta rispetto al voto”. In questo modo, la corte ha compromesso ogni
tentativo di rimediare al razzismo – passato e presente – nel modo in cui
vengono disegnati i distretti elettorali.
Nel sud degli Stati Uniti il voto ricalca
le linee di divisione razziale: gli elettori bianchi tendono a scegliere il
candidato che si oppone a quello sostenuto dagli elettori afroamericani. Oggi
la manipolazione dei distretti a svantaggio dei neri può essere facilmente
nascosta presentandola come un semplice tentativo di favorire i repubblicani.
Questa e altre manovre per modificare le
procedure di voto mantenendo una neutralità di facciata sono sfruttate negli
stati del sud per ostacolare la rappresentanza politica dei neri. Il Vra e le
leggi successive avevano riconosciuto il problema, stabilendo che l’unico modo
per arginare la discriminazione era introdurre soluzioni pratiche che tenessero
in considerazione il fattore razziale.
Come le decisioni precedenti legate al
Vra, anche l’ultima sentenza della corte suprema ha apparentemente una portata
limitata, perché non cancella l’intera legge. Tuttavia, anche se l’edificio
rimane in piedi, c’è solo la facciata. La legge – approvata grazie agli sforzi
di attivisti come Fannie Lou Hamer e John Lewis, dei mezzadri del Mississippi e
dei manifestanti dell’Alabama – è praticamente morta.
A prescindere da ciò che succederà alle
elezioni di metà mandato, la politica statunitense è cambiata per sempre. Per
gran parte della storia, gli ex stati confederati hanno fatto di tutto per
ridurre al minimo l’influenza politica delle comunità afroamericane. Ora
potranno ricominciare a farlo con la piena copertura della legge.
Uguaglianza formale
L’ultima sentenza arriva dopo quella del
2022 sul caso Robinson contro Landry, in cui i querelanti neri si sono opposti
a una mappa elettorale approvata dal governo della Louisiana, controllato dai
repubblicani. La mappa ammassava in un’area ristretta gli elettori neri, in
modo da ridurre il loro impatto sul voto a livello statale. La Louisiana elegge
sei deputati alla camera dei rappresentanti, e un terzo degli abitanti dello
stato è composto da afroamericani. I querelanti hanno sostenuto, con successo,
che la suddivisione dei distretti era una manovra illegale, perché all’atto
pratico dimezzava il peso del voto dei neri.
In quell’occasione avevano presentato
alcune mappe alternative che avrebbero protetto l’influenza dei neri, ma alla
fine i tribunali hanno accettato il piano scritto dai repubblicani, tra cui il
governatore Jeff Landry, alleato del presidente Trump. Questa nuova mappa
creava un secondo distretto a maggioranza nera, rispettando formalmente la
sentenza della corte suprema, ma continuava a proteggere la maggior parte dei
candidati repubblicani da ogni rischio di essere sconfitti alle elezioni.
Nell’ultimo decennio la corte suprema ha
concesso agli stati sempre più margine di manovra per manipolare i distretti in
modo da ottenere un vantaggio politico (il cosiddetto gerrymandering). Nel 2019 il tribunale ha stabilito di
non avere l’autorità per bloccare questi provvedimenti, a patto che i politici
non agiscano con l’obiettivo esplicito di discriminare gli elettori in base al
colore della pelle.
Progresso politico
Fino alla sentenza del 29 aprile, i
tentativi di ricorrere al Vra per rimediare al razzismo nella distribuzione dei
seggi tenevano conto del fattore razziale. Dopo il censimento del 1970, i
parlamentari degli stati del sud decisi a ridurre il potere politico dei neri
suddivisero le aree a maggioranza nera in distretti in cui gli afroamericani si
sarebbero ritrovati in minoranza rispetto ai bianchi conservatori. Ma nel 1982
il congresso rispose emendando il Vra per consentire ai tribunali e al
dipartimento di giustizia di bocciare le mappe che diluivano il voto delle minoranze.
Oggi le aree che eleggono molti
parlamentari neri sono chiamate “distretti Vra”, disegnati dagli stati sotto la
supervisione federale per garantire agli elettori delle minoranze la
possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Questo sistema partiva dal
riconoscimento di una serie di circostanze: l’ovvia presenza di un pregiudizio,
sì, ma anche il fatto innegabile che le leggi sulla segregazione in vigore fino
agli anni sessanta erano state scritte in un linguaggio apparentemente neutrale
dal punto di vista razziale, in modo da non violare formalmente la
costituzione.
Il parere del giudice Alito ignora questo
contesto ritenendolo irrilevante e riporta gli Stati Uniti indietro nel tempo,
al 1896, quando il suo collega Henry Billings Brown scrisse che la formula
secondo cui bianchi e neri erano “separati ma uguali” non era in contrasto con
la costituzione, negando l’evidenza di una segregazione creata proprio per
introdurre diverse classi di cittadinanza.
Una prima spallata al Vra era arrivata nel
2013. Allora il giudice della corte suprema John Roberts aveva sostenuto che
l’elezione di tanti parlamentari neri e l’affluenza alle urne degli
afroamericani dimostravano che la discriminazione negli stati e nelle contee
disciplinati dalla legge non era più così grave.
Allo stesso modo, Alito ha svuotato il
meccanismo che ha permesso l’elezione di molti rappresentanti neri, citando la
difficoltà d’identificare la discriminazione intenzionale come prova che le
cose, in America, sono cambiate. Tecnicamente il giudice riconosce che la
discriminazione resta un problema, ma allo stesso tempo fissa criteri quasi
irraggiungibili per dimostrarne l’esistenza.
Questa logica trasforma il Voting rights
act in una legge zombie, una distorsione del suo scopo originario, che oggi
protegge soprattutto i bianchi da qualsiasi tentativo di spezzare il loro
controllo sproporzionato sul processo elettorale.
Molti statunitensi di tutti gli
schieramenti non si rendono conto di quanto siano stati straordinari gli ultimi
sessant’anni. Gran parte di ciò che oggi viene dato per scontato nella scienza
politica è un prodotto recente, reso possibile dal Vra. Oggi gli Stati Uniti si
vantano del livello relativamente basso di violenza politica, ma la situazione
era molto diversa quando uomini e donne venivano linciati solo perché avevano
osato registrarsi per votare. In questi decenni l’accesso ai seggi non è mai
stato adeguato, ma la relativa facilità con cui molte persone hanno partecipato
al processo politico esiste da poco.
Queste trasformazioni strutturali ci hanno
regalato un paese in cui la fiducia nel cambiamento è diventata la norma. Ogni
statunitense ha buone probabilità di conoscere qualcuno che per votare doveva
pagare una tassa o sottoporsi a test di lettura e scrittura, ma che è
sopravvissuto abbastanza da votare per il primo presidente nero.
Mia nonna, che ha da poco compiuto
ottant’anni, era una donna adulta in Mississippi all’epoca della Freedom summer
– la campagna per far registrare i neri in vista del voto nello stato – ed era
una madre quando è stato approvato il Voting rights act.
La mia generazione è stata la prima a
crescere sotto la piena protezione di quella legge, un’epoca in cui per le
persone come noi la politica è stata un’ambizione ragionevole e tutt’altro che
straordinaria. Il Congressional black caucus, che riunisce i deputati
afroamericani, non esisteva fino al 1971, e oggi conta più di sessanta
componenti.
Ora questi numeri caleranno. A cominciare
dalla Louisiana, molti stati controllati dai repubblicani abrogheranno le mappe
basate sul Vra e limiteranno l’influenza dei distretti abitati soprattutto dai
neri, forse già in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Poi
potrebbe toccare all’Alabama, dove la governatrice Kay Ivey ha convocato una
sessione legislativa straordinaria per ridisegnare le mappe statali a meno di
tre settimane dalle primarie.
In Tennessee, Georgia, South Carolina e
Mississippi, i politici repubblicani hanno chiesto pubblicamente sessioni
legislative straordinarie per ridisegnare le mappe alla luce della sentenza
della corte suprema. Anche se queste nuove mappe potrebbero non essere valide
già quest’anno, è solo una questione di tempo e volontà politica.
In base all’opinione della maggioranza
conservatrice della corte suprema, ogni tentativo di trovare un rimedio a
questa tendenza pericolosa sarà considerato illegale. La prospettiva di una
diversità anche minima all’interno delle istituzioni potrebbe sparire
rapidamente.
Detto questo, la rappresentanza al
congresso non è mai stata l’obiettivo finale del Vra, né sarà il principale
problema che dovremo affrontare dopo la distruzione della legge. Come spiegò
Lyndon B. Johnson (il presidente che ratificò il provvedimento) lo scopo era
costringere i nemici della libertà ad “aprire i cancelli dell’opportunità” a
tutti gli statunitensi. Per Johnson i diritti elettorali erano legati alla
“dignità dell’uomo e al destino della democrazia”, mentre la legge in sé doveva
essere uno strumento per proteggere questo destino. Senza il Vra, nessuno statunitense
potrà più credere che la propria dignità sia al sicuro.
I difensori del diritto di voto dei neri
lo avevano capito da tempo: quando i diritti di un cittadino sono calpestati, i
diritti di tutti gli altri cittadini non possono essere considerati davvero
inalienabili. Il Voting rights act è una manifestazione concreta della
dichiarazione d’indipendenza. Per secoli i neri hanno combattuto per il voto,
non solo per far sentire la loro voce all’interno del governo ma per dimostrare
il loro valore, sia agli altri sia a se stessi. Ci sono riusciti, ma solo per
poco. ◆ as
Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 32.
mercoledì 20 maggio 2026
Lo spirito sportivo - George Orwell
Su Tribune, il 14 dicembre 1945, George
Orwell pubblica un articolo che passerà, così come l’evento da cui prende le
mosse, alla storia della cronaca sportiva. Si tratta dell’incontro di calcio
fra la Dinamo Mosca e l’Arsenal, uno dei match che la squadra russa giocò in
quel periodo in Gran Bretagna, e che si caratterizzarono per un livello di
acrimonia e ostilità fra squadre che faceva eco al raffreddamento dei rapporti
internazionali già pienamente in corso fra Regno Unito e URSS dopo la
temporanea alleanza antinazista. È ragionando su questi incontri che Orwell
conia la famosa frase “la guerra senza gli spari”, per descrivere lo spirito
sportivo nell’era dell’agonismo e del prestigio nazionalista.
La rubrica Orwell è tradotta in italiano dalla
traduttrice letteraria Anna Martini.
Ora che la breve trasferta della Dinamo[1] è terminata, si può dire in
pubblico quello che molte persone ragionevoli dicevano in privato, ancor prima
che la squadra di calcio arrivasse. Ovvero, che lo sport è un’inesauribile
fonte di ostilità, e che se questa visita ha avuto un qualche effetto sulle
relazioni anglo-sovietiche, ha potuto soltanto peggiorarle leggermente.
Neppure i giornali sono riusciti a nascondere il fatto
che almeno due della quattro partite giocate hanno provocato forti malumori.
Durante l’incontro con l’Arsenal, come mi ha riferito uno spettatore, un
giocatore inglese e uno russo sono venuti alle mani e il pubblico ha fischiato
l’arbitro. La partita di Glasgow, mi informa un altro, è stata un parapiglia
fin dall’inizio. E poi c’è stata la polemica, tipica di quest’epoca
nazionalistica, riguardo alla formazione della squadra dell’Arsenal. Era
davvero una selezione nazionale inglese, come sostenevano i russi, o una
semplice squadra di club, come sostenevano i britannici? E la Dinamo ha davvero
interrotto bruscamente la tournée per non giocare contro una selezione
nazionale inglese? Come sempre, a queste domande ognuno risponde a seconda
delle sue predilezioni politiche. Non proprio tutti, però. È stato interessante
osservare, quale esempio delle perverse passioni suscitate dal calcio, che il
cronista sportivo del russofilo News Chronicle ha
seguito la linea antirussa, affermando che l’Arsenal non era una selezione
nazionale. Una polemica la cui eco risuonerà per anni nelle note dei libri di
storia. Frattanto l’effetto della tournée della Dinamo, nella misura in cui ha
sortito qualche effetto, sarà stato di creare nuovo malanimo in entrambe le
parti.
E come potrebbe essere altrimenti? Mi sorprende sempre
sentir dire che lo sport crea amicizia tra le nazioni, e che se i popoli del
mondo potessero incontrarsi su un campo da calcio o da cricket, non avrebbero
nessuna voglia di incontrarsi su un campo di battaglia. Se anche non avessimo
esempi concreti (le Olimpiadi del 1936, per esempio) che le competizioni
sportive internazionali scatenano rancori frenetici, potremmo dedurlo dai
principi generali.
Quasi tutti gli sport praticati oggigiorno sono
agonistici. Si gioca per vincere, e il gioco ha poco senso se non si fa tutto
il possibile per vincere. In un campetto di paese, dove ti scegli una squadra e
non c’è di mezzo il patriottismo locale, è possibile giocare per il semplice
divertimento e per l’esercizio fisico; ma quando spunta la questione del
prestigio, quando cominci a sentire che se tu e un gruppo più esteso non
vincete, vi coprirete di vergogna, si destano gli istinti combattivi più
feroci. Lo sa chiunque abbia fatto anche soltanto una partitella di calcio a
scuola. A livello internazionale, lo sport è praticamente una simulazione di
guerra. Ma non tanto è il comportamento dei giocatori ad essere significativo,
quanto l’atteggiamento degli spettatori; e, dietro gli spettatori, quello delle
nazioni che si scalmanano per queste competizioni assurde, e credono
sinceramente – per brevi periodi, almeno – che correre, saltare e prendere a
calci una palla siano prove di virtù nazionale.
Perfino un gioco tranquillo come il cricket, che
dovrebbe esprimere più grazia che forza, può causare forti malanimi, come
abbiamo visto nel caso della polemica sul bodyline[2] e
sul gioco troppo duro della squadra australiana che è stata ospite in
Inghilterra nel 1921. Il calcio, sport in cui tutti si fanno male e per cui
ogni nazione ha un proprio stile di gioco che agli stranieri sembra scorretto,
è molto peggio. Peggiore di tutti è la boxe. Uno dei più orribili spettacoli al
mondo è un incontro fra pugili bianchi e di colore davanti a un pubblico misto.
Ma il pubblico della boxe è sempre disgustoso, e in particolare il
comportamento delle donne è tale che, se non erro, l’esercito vieta loro di
assistere agli incontri dei suoi atleti. Ad ogni modo, due o tre anni fa,
quando la Home Guard e le truppe regolari hanno organizzato un torneo di
pugilato, mi hanno messo di guardia all’ingresso della sala, con l’ordine di
non lasciar entrare le donne.
In Inghilterra, l’ossessione per lo sport non è uno
scherzo, ma passioni ancora più violente si accendono nei paesi giovani, dove
l’attività sportiva e il nazionalismo sono sviluppi recenti. In paesi come
l’India o la Birmania, alle partite di calcio sono necessari robusti cordoni di
polizia per impedire alla folla di invadere il campo. In Birmania, ho visto i
sostenitori di una squadra sfondare lo sbarramento di polizia e intralciare il
portiere avversario in un momento cruciale. La prima partita di calcio
importante giocata in Spagna, una quindicina d’anni fa, terminò in un tumulto
incontrollabile. Quando si destano forti sentimenti di rivalità, l’idea di
giocare secondo le regole svanisce sempre. La gente vuole vedere una parte
esaltata e l’altra umiliata, e dimentica che una vittoria ottenuta tramite
l’inganno o l’intervento della folla è priva di senso. Anche quando gli
spettatori non intervengono fisicamente, cercano di influenzare la partita
incitando la propria squadra ed esasperando gli avversari con fischi e insulti.
Lo sport serio non ha niente a che vedere con il fair play. È pervaso da odio,
gelosia, vanagloria, disprezzo di ogni regola e piacere sadico di fronte alla
violenza: in altre parole, è guerra senza gli spari.
Invece di blaterare della innocente e salutare
rivalità del campo di calcio e del grande contributo dei giochi olimpici
all’unione fra i popoli, è più utile chiedersi come e perché sia nato questo
moderno culto dello sport. Quasi tutte le attività sportive che oggi pratichiamo
hanno origini antiche, ma tra l’epoca romana e il XIX secolo lo sport non
sembra essere stato preso molto sul serio. Perfino nei collegi inglesi il culto
dello sport ebbe inizio soltanto sul finire del secolo scorso. Il dottor
Arnold, generalmente considerato il fondatore della moderna public school, lo considerava solo una perdita di
tempo. Poi, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti, le discipline
sportive divennero progressivamente attività fortemente finanziate, capaci di
attirare enormi folle e di suscitare passioni feroci, e il contagio si diffuse
da un paese all’altro. Ad essersi affermati sono soprattutto gli sport più
violentemente combattivi, come il calcio e il pugilato. Non ci possono essere
molti dubbi sul fatto che tutto ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo,
cioè alla stravagante abitudine moderna di identificarsi con grandi unità di
potere e di vedere ogni cosa in termini di prestigio competitivo. Inoltre, è
più probabile che gli sport organizzati si sviluppino nelle comunità urbane,
dove l’essere umano medio conduce una vita sedentaria o almeno limitata nello
spazio, e ha scarse occasioni di dedicarsi a un lavoro creativo. In una
comunità rurale, un ragazzo o un giovane smaltisce molta energia in eccesso
camminando, nuotando, tirando palle di neve, arrampicandosi sugli alberi,
andando a cavallo e praticando vari sport crudeli verso gli animali, come la
pesca, i combattimenti fra galli e la caccia ai ratti con i furetti. In una
grande città, se si vuole dar sfogo alla forza fisica o agli impulsi sadici,
bisogna indulgere in attività di gruppo. Le gare sono prese sul serio a Londra
e a New York, come lo erano a Roma e a Bisanzio: si disputavano nel Medioevo, e
probabilmente con molta brutalità fisica, ma non si mischiavano alla politica
né erano causa di odii collettivi.
Non ci possono essere molti dubbi sul fatto che tutto
ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo, cioè alla stravagante abitudine
moderna di identificarsi con grandi unità di potere e di vedere ogni cosa in termini
di prestigio competitivo.
Se si volesse accrescere l’immensa riserva di ostilità
che esiste in questo momento nel mondo, credo che il modo migliore sarebbe
organizzare una serie di partite di calcio fra ebrei e arabi, tedeschi e cechi,
indiani e britannici, russi e polacchi, italiani e jugoslavi, ciascuna davanti
a un pubblico misto di centomila spettatori. Certo, non voglio affermare che lo
sport sia una delle cause principali della rivalità tra nazioni; lo sport su
vasta scala è esso stesso, credo, soltanto l’ennesimo effetto delle cause che hanno prodotto il
nazionalismo. Comunque è
vero che si peggiorano le cose, mandando in campo una squadra di undici uomini
con l’etichetta di campioni nazionali a battersi contro una squadra avversaria,
assecondando la sensazione che la nazione sconfitta “perderà la faccia”.
Spero, quindi, che non daremo seguito alla visita
della Dinamo mandando una squadra britannica in URSS. Se proprio dobbiamo,
allora mandiamo una squadra di secondo piano, che sarà certamente battuta e che
nessuno possa considerare rappresentativa dell’intera Gran Bretagna. Abbiamo
già fin troppe preoccupazioni vere, e non c’è bisogno di crearne altre incoraggiando
dei giovanotti a prendersi a calci sugli stinchi fra i ringhi di spettatori
inferociti.
[1] Dinamo Mosca, la prima squadra
di calcio sovietica ospitata in Occidente. Questa trasferta in Gran Bretagna è
un evento leggendario nella storia del calcio post-bellico. (NdT)
[2] Tattica di lancio aggressiva,
diretta verso il corpo del battitore, per intimidirlo e fargli male; pericolosa
anche perché all’epoca si giocava senza il casco o altre protezioni. (NdT)
martedì 19 maggio 2026
Brasile: «Non asfaltate l’Amazzonia»
Quell’autostrada in Brasile che fa esplodere il rischio di epidemie globali
su Avvenire. Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università
brasiliane e internazionali i lavori sulla BR-319 potrebbero innescare un
devastante effetto a catena. Ecco perché.
Lavori stradali in Amazzonia
realizzati dall’esercito
La BR-319,
l’autostrada che taglia l’Amazzonia brasiliana da Nord a Sud, da Manaus a Porto
Velho, è stata costruita negli anni della dittatura militare, tra il 1968 e il
1976. Gli ambientalisti la chiamano «la cicatrice della foresta», e mai
avrebbero pensato che proprio un presidente progressista e – in teoria –
‘eco-friendly’ come Lula ne autorizzasse i lavori di completamento. Degli 885
chilometri totali di autostrada quasi la metà, circa 400 chilometri, sono
ancora senza asfalto: il governo ha appena dato il via libera ad un cantiere
che intuitivamente è ad altissimo rischio ambientale, in quanto espone l’area
al disboscamento, e anche sociale, perché secondo le Ong viola i diritti delle
popolazioni indigene.
Timori nel mondo
«Ma c’è
anche dell’altro, che potrebbe spaventare non solo i brasiliani ma i cittadini
di tutto il mondo, e non solo perché l’Amazzonia è il più efficace catturatore
di CO2 e dunque il maggior fornitore dell’ossigeno che ci serve per
sopravvivere sulla Terra», sottolinea Giuseppe Baselice . Secondo uno studio
condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali e
pubblicato sulla rivista Science, i lavori di asfaltatura della BR-319
potrebbero innescare nuove pandemie con impatto globale. L’articolo elenca i
dati di un’indagine che ha identificato più di 18.000 agenti patogeni nella
regione attraversata dall’autostrada, tra cui virus e batteri sconosciuti, con
caratteristiche preoccupanti come elevata virulenza, tossicità, resistenza agli
antibiotici e capacità di scambiarsi informazioni genetiche.
L’autostrada dei virus
«Il
disboscamento della foresta amazzonica aumenta i rischi per la biosicurezza a
livello locale, regionale e globale – scrivono gli scienziati, tra cui quelli
dell’università di Utrecht e della Trinity University di San Antonio, in Texas
-. Se completata, la pavimentazione dell’autostrada BR-319 collegherebbe uno
dei più grandi ‘serbatoi zoonotici’del mondo (popolazioni animali selvatiche
che ospitano naturalmente agenti patogeni—virus, batteri, parassiti—capaci di
trasmettersi all’uomo) agli aeroporti internazionali, aumentando velocità e
portata con cui nuovi agenti patogeni potrebbero diffondersi a livello
globale». I grandi fiumi amazzonici, infatti, agiscono come una barriera
naturale, isolando queste comunità microbiche da migliaia di anni.
L’intervento umano suicida
L’intervento
umano, ancora una volta, può sconvolgere questo delicato equilibro e provocare
severi problemi di ordine sanitario, consentendo ai microrganismi di
diffondersi e creare nuove varianti di virus e batteri. «Anche perché, spiega
inoltre lo studio, fino ad oggi la maggior parte della deforestazione è
avvenuta nelle zone perimetrali dell’Amazzonia. Raramente, se non appunto per
costruire la BR-319, ci si è addentrati così all’interno, mettendo mano
all’ecosistema». E per la verità qualche conseguenza c’è già stata: una nuova
variante del virus Oropouche, che causa febbre alta, è stata individuata nel
2024 proprio all’altezza del tratto centrale dell’autostrada incriminata, ed è
giunta fino all’Europa e all’Italia.
Coronavirus
Non solo:
nel 2021, la variante gamma del Coronavirus è stata identificata per la prima
volta a Manaus. E poi ci sono i rischi per l’agricoltura e quindi per
l’alimentazione: il Brasile è la «fattoria del mondo», essendo primo
esportatore globale di diversi prodotti alimentari, tra cui zucchero, soia e
carne bovina, e i patogeni rilevati dai ricercatori possono infettare proprio
le piantagioni di canna da zucchero, di soia e gli allevamenti bovini.Infine,
lo studio punta il dito contro l’estrazione di potassio, che pure può
contribuire al formarsi di una nuova pandemia, essendo particolarmente diffusa
in quella area.
E il governo Lula, che dice?
Interpellato dalla stampa brasiliana, il ministero dell’Ambiente ha fatto
sapere che il dossier è ancora in fase di analisi: «Ribadiamo che l’analisi del
processo viene condotta con rigore tecnico e in conformità con la legislazione
vigente, nel rispetto delle decisioni giudiziarie e dei limiti di competenza».
La sensazione è che nonostante le polemiche si procederà, come è avvenuto con
l’autorizzazione concessa a Petrobras per trivellare la foce del Rio delle
Amazzoni.