C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel dibattito che si è acceso attorno al concerto di Vasco Rossi a Olbia. Non riguarda semplicemente la musica, il gusto o l’estetica. Riguarda piuttosto il ruolo politico della cultura di massa dentro una società coloniale come quella sarda.
Quando si
critica Vasco Rossi, la reazione è quasi sempre la stessa: “non capisci la sua
arte”, “non cogli la sua filosofia nichilista”, addirittura “non hai empatia
perché non cogli l’universale che unisce tre generazioni”. Ma è proprio qui il
punto: comprendere perfettamente quella funzione unificante significa anche
smascherarne la natura ideologica.
Perché ciò
che viene venduto come ribellione è, in realtà, una forma di trasgressione
innocua, anzi perfettamente compatibile con l’ordine esistente. E ciò vale
tanto più in Sardegna dove la musica, l’arte e in generale l’intrattenimento
svolgono una funzione precisa.
Degna di
nota è inoltre la presa di posizione di Vasco Rossi sul genocidio palestinese,
rilanciata con un’intervista a tutto campo anche da quella che viene presentata
come stampa “autorevole”, come il Corriere della Sera (qui). Il post risale al 2024. In un
momento storico in cui a Gaza si consumava un massacro sotto gli occhi del
mondo con la piena e documentata complicità dell’occidente collettivo e della
UE, la voce del “ribelle” si è espressa in questi termini: rifiuto di
schierarsi, invocazione generica della pace, appello alla soluzione “due popoli
due stati”, condanna indistinta degli estremismi. Praticamente le frasi fatte
che si possono sentire nei peggiori bar sport!
Una
posizione che, lungi dall’essere scomoda e critica, coincide perfettamente con
il qualunquismo e il suprematismo dominante.
Perché si
capisca cosa voglio dire sarà meglio riportare il post integrale (nell’articolo
del CorSera c’è il link al post di Rossi sulla Palestina):
“Sarebbe
facile per me oggi scrivere Freeee Palestine
Ma io non sono facile… Sono semplice… Ma non facile.
Sarebbe facile e sarebbe anche un po’ alla moda di questi tempi
ma io non sono mai stato alla moda
sono sempre andato controcorrente.
sarebbe anche facile perché mi sentirei schierato dalla parte
giusta
..la parte dei più deboli.
Come non esserlo oggi!
Ma io lo sono… Lo sono sempre stato…
Non ho bisogno di dimostrarlo oggi.
Di fronte alla tragedia che sta succedendo a Gaza
(siamo tutti atterriti dai bombardamenti sui civili e ovviamente
come minimo solidali con le sofferenze del popolo palestinese chiediamo tutti
che vengano immediatamente sospesi)
ciò detto la faccenda è un po’ più complessa di come le fate voi…
E io non riesco a schierarmi da una parte o dall’altra… Come fanno
molti dalle loro comode poltrone.
Io se mi schiero vado a combattere, altrimenti sto zitto o meglio
rimango ammutolito di fronte a orrori di questo genere!
IO SONO PER LA PACE
Per 2 popoli 2 stati !
Credo che gli “estremisti”
di tutte le specie
siano la rovina dell’umanità.
Credo nella reciprocità!
“Reciproca Convenienza
reciproco rispetto “
Io non mi faccio condizionare dal bombardamento
televisivo dei mezzi di comunicazione di massa sulle catastrofi e
le tragedie del “giorno” o del “momento “!
Io mi guardo intorno
leggo qualche libro
approfondisco gli argomenti
Abito nel mio mondo
cerco di fare la cosa giusta
qui e adesso!
Non ho mai sopportato
i rivoluzionari da salotto
che invadono le piazze
e infestano il web.
Io vado a combattere
sul campo le mie guerre.
E sempre
in direzione ostinata e contraria.
V.K.
Ps: Senza offesa per coloro
che scendono in piazza per manifestare i propri diritti o la
propria solidarietà alle popolazioni che soffrono le terribili conseguenze di
tutte le guerre”.
Dire che “la
guerra è brutta” non disturba nessuno. Non nomina i responsabili. Non prende
parte. Non comporta alcun rischio. È la stessa posizione che può essere
sottoscritta da un editorialista qualunque espresso dall’apparato
militare-industriale, da un rappresentante governativo che non può contrapporsi
a Washington e Tel Aviv, cioè alle centrali dell’imperialismo e del
colonialismo contemporaneo.
Intendiamoci,
è legittimo andare a vedere un concerto di Vasco, come è legittimo apprezzare
la sua arte. Il problema non è il Vasco cantautore o la sua capacità
carismatica. Mi spaventa il suo fun club sardo che lo scambia per un leader
trascinatore di folle, per un punto di riferimento sociale, per un’icona
ribelle.
Il problema
non è Vasco Rossi in quanto individuo o come artista. Il problema è la funzione
simbolica che incarna e l’insieme di proiezioni politiche o pseudo tali che
intercetta..
C’è una
differenza radicale tra parlare di libertà in astratto e schierarsi quando la
libertà viene negata. Tra cantare la ribellione e praticarla. Tra evocare un
disagio esistenziale e analizzarne le cause materiali.
E hanno
torto anche quelli che dichiarano di separare arte e politica. In Sardegna non
possiamo permettercelo. Abbiamo bisogno di una cultura impegnata e organica
alle necessità di riscatto dei sardi. Non dico solo di cultura ingaggiata
politicamente, ma nemmeno solo di big stranieri che vengono, si esibiscono
senza sapere nulla del luogo e della comunità che li ospita e vanno via senza
lasciare nulla.
Tornando a
Vasco e ai suoi presunti contenuti culturali, addirittura filosofici, dobbiamo
concludere che il “nichilismo filosofico” di Vasco Rossi è un nichilismo senza
conseguenze. Parafrasando il fondatore del nichilismo Friedrich Nietzsche si
tratta di un “nichilismo di comodo”. Ammesso e non concesso che a proposito del
repertorio di Rossi si possa parlare di “nichilismo”, al contrario del
nichilismo nietzschiano Rossi non mette mai in discussione i rapporti di
potere, le verità costituite, non interroga il sistema, non produce critica
reale. Funziona come valvola di sfogo, non come strumento di critica.
Ed è proprio
per questo che riesce a “unire tre generazioni”: perché non costringe nessuna
di esse a posizionarsi, a maturare una scelta.
Dentro
questo quadro, il concerto di Olbia assume un significato che va oltre l’evento
musicale. In una Sardegna trasformata sempre più in piattaforma energetica,
base militare, luogo di produzione di bombe e droni killer e spazio di consumo
turistico, la grande industria culturale svolge un ruolo preciso: produrre
consenso, neutralizzare il conflitto, offrire un immaginario di ribellione che
non mette mai in discussione la condizione della Sardegna perfettamente inserita
nel sistema di dominio coloniale occidentale (come strumento di produzione e
come oggetto di sfruttamento coloniale).
Si tratta
dello stesso meccanismo che vediamo all’opera in politica ad ogni tornata
elettorale, quando vengono costruite figure apparentemente antisistema che, nei
fatti, garantiscono la continuità dell’ordine esistente.
Per questo
la questione non è “ascoltare o non ascoltare” Vasco Rossi (io personalmente
quando capita alla radio cambio stazione!). Ognuno è libero di fare ciò che vuole
e di spendere i propri soldi acquistando i biglietti dei concerti che più gli
piacciono. Il punto è smettere di proiettare su figure del genere valori che
non incarnano.
Perché
continuare a credere nella ribellione addomesticata è esattamente ciò che consente
al sistema di perpetuarsi senza essere davvero messo in discussione.
E in una
terra colonizzata come la Sardegna, questo non è un dettaglio di costume: è un
nodo politico centrale, anche perché qui si aprirebbe il tema “grandi eventi
musicali” spesso agitato dall’artista e amico fraterno Alisandru Sanna ak
Quilo, ma questo meriterebbe una riflessione a parte!