sabato 18 aprile 2026

Effetto serra, era già tutto previsto - Renzo Rosso

Uscendo da teatro, un anziano signore mi saluta. “Non si ricorda certo di me, ma sono stato suo studente alla fine degli anni ‘80”. Gli ho sorriso come un vecchio pescatore. “Quando raccontava l’effetto serra e i suoi possibili impatti ci pareva una bizzarria. E invece…”. “Alle volte anch’io temevo di essere troppo…”. Mi chiedevo spesso se ne valesse la pena. Incerto se non rimanere nei ranghi. Se avessi conosciuto allora la circolare Glaser, però, sarei stata meno incerto, più fermo e tenace; oppure, al contrario, avrei desistito? Tra l’altro, il programma del mio corso di Infrastrutture Idrauliche —allora annuale e corposo e non ridotto una periodica serie di quiz— comprendeva perfino un seminario su oleodotti e gasdotti. Un omaggio a tutti i Glaser.

Nel 1982, Marvin B. Glaser, responsabile dei programmi per gli affari ambientali di Exxon, inviò una lettera circolare a 15 dirigenti e manager Exxon, allegando un documento di revisione tecnica intitolato “CO2 Greenhouse Effect, A Technical Review”, un rapporto tecnico, preparato dalla divisione di coordinamento e pianificazione della stessa compagnia (Hall, S., Exxon Knew about Climate Change almost 40 years ago, Scientific American, October 26, 2015).

Glaser affermava come il documento fornisse indicazioni “sull’effetto serra della CO2, oggetto di sempre maggiore attenzione sia dalla stampa scientifica che da quella popolare come questione ambientale emergente”. Egli garantiva ai colleghi che “il contenuto di anidride carbonica nell’atmosfera era motivo di preoccupazione poiché può influire sul clima globale.” E azzardava una stima del raddoppio del contenuto di CO2: “intorno al 2090, in base al fabbisogno di combustibili fossili previsto dalle proiezioni energetiche a lungo termine di Exxon”.

Nel rapporto Glaser c’era pure un bignamino sulla evoluzione del fenomeno: nei 25 anni precedenti al 1982 si era registrato un aumento di circa l’otto percento della CO2 atmosferica, che aveva raggiunto allora 340 parti per milione “una tendenza iniziata a metà del secolo scorso con l’inizio della Rivoluzione industriale”. Disse anche qualcosa di più; e di più sorprendente. Il suo gruppo di lavoro prevedeva che “il raddoppio della concentrazione attuale avrebbe potuto aumentare la temperatura media globale tra circa 1,3°C e 3,1°C”.

Glaser affermava che “il materiale era stato ampiamente circolato alla dirigenza di Exxon allo scopo di familiarizzare il personale sull’argomento”. E riconosceva una “considerevole incertezza” sull’impatto sociale del fenomeno. Il rapporto diceva anche che l’effetto serra avrebbe potuto essere rilevato entro il 1995 o il 2020 se la precisione dei modelli climatici fosse migliorata. Anche qui, erano previsioni azzeccate. Non solo i modelli, ma anche i dati gli stanno dando ragione.

Con buona pace del compianto Antonino Zichichi, negare l’influenza antropica sul riscaldamento globale è un esercizio più difficile che risolvere l’ultimo teorema di Fermat, giacché uno dei maggiori responsabili ne aveva ammesso la responsabilità quasi 50 anni fa. Exxon partecipava alla comprensione scientifica del fenomeno, non nascondendone i rischi. Anzi, aveva approfondito un sapere che la scienza dominante guardava con molto scetticismo. Chi poteva prevedere —incoraggiando la ricerca climatica— e provvedere —delineando strategie di mitigazione e adattamento— era la politica che adottò, invece, la posizione dello struzzo.

Se nel 1990 avessi avuto notizia di questo autorevole rapporto non avrei mai scritto “Effetto Serra: istruzioni per l’uso”, uscito in libreria nel 1994. Era già tutto previsto (cit. Riccardo Cocciante). E, invece…, avrei dedicato più tempo al progetto di gasdotti e oleodotti, anziché a costruire sapere climatico, rivelatosi affatto inutile agli ingegneri ambientali.

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venerdì 17 aprile 2026

L’aria in Italia è sempre più inquinata: i dati del primo trimestre 2026 sono scioccanti - Gianfranco Amendola


Tira sempre una brutta aria in città. E’ quanto risulta dai dati del primo trimestre 2026 appena pubblicati da Isde Italia in collaborazione con l’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign, che monitora la qualità dell’aria attraverso 58 centraline di traffico e di fondo urbano in 27 città, utilizzando i dati delle reti regionali ARPA/APPA.

Vediamoli in estrema sintesi, con riferimento ai vari inquinanti riscontrati in questo periodo, iniziando dal particolato (PM 10 e PM 2,5) e cioè dalle particelle che si formano nell’aria e possono avere conseguenze, anche gravi, per la nostra salute. Le situazioni più preoccupanti sono state registrate a Milano, Verona, Modena, Padova, Torino, Parma, Brescia, Vicenza e Bologna dove risultano abbondantemente superati i limiti fissati a tutela della salute dalla normativa comunitaria nonché quelli raccomandati dall’Oms. In generale, comunque, non si riscontrano significativi miglioramenti per questi inquinanti in nessuna delle città monitorate.

La situazione è ancora più preoccupante se esaminiamo i dati sull’ozono, prodotto soprattutto dal traffico veicolare, dove in quasi tutte le città controllate si sono riscontrati superamenti dei limiti, specie a Torino, Milano, Roma, Catania, Brescia, Bergamo, Vicenza, Modena e Verona, nelle quali il limite massimo annuale di giorni di superamento consentiti è già stato abbondantemente superato in soli tre mesi (addirittura per 80 giorni su 90 considerati).

Insomma, rinviando alla pubblicazione integrale per un quadro più dettagliato, se pure i dati sono riferiti solo a 27 città, appare evidente più in generale che ben poco è stato fatto e si sta facendo per difenderci dall’inquinamento atmosferico specie nelle regioni più a rischio come quelle del nord, nonostante il diritto alla salute e alla tutela ambientale abbiano rilevanza costituzionale.

Anche perché, a parte l’andamento meteorologico, le cause dell’inquinamento atmosferico sono collegate ad attività umane quali impianti chimici industriali, inceneritori, motori a scoppio degli autoveicoli e combustioni in genere. Ed è altrettanto certo, del resto, che l’inquinamento atmosferico può causare, tra l’altro, asma, bronchiti croniche, ictus, infarti e tumori.

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Più in particolare, secondo una recente relazione dell’Agenzia europea per l’ambiente (AEA), in Italia ci sono state 46mila morti premature derivanti dall’esposizione al particolato; altre 11.300 persone hanno perso la vita a causa dell’esposizione al biossido di azoto e 5.100 a causa dell’ozono. Per capirsi meglio, quindi, circa un quinto dell’intera mortalità a livello Ue si registra in Italia.

Non a caso, del resto, nel 2024 la Ue con la direttiva 2881 ha introdotto, insieme a nuovi e più stringenti limiti, il diritto dei cittadini ad essere risarciti per i danni alla salute per la cattiva qualità dell’aria, dando agli Stati membri tempo fino all’11 dicembre 2026 per renderlo operativo. Con questa direttiva, in particolare, i cittadini potranno ottenere un risarcimento dimostrando che il danno alla salute è stato causato dalla violazione di una serie di regole da parte dell’Autorità competente, commessa volontariamente o per comportamento negligente e avranno anche diritto ad agire in giudizio per contestare la legittimità dei provvedimenti presi dall’Autorità competente o la assenza di essi; come la localizzazione dei punti di controllo che vanno installati obbligatoriamente per monitorare gli inquinanti sotto osservazione: particolato (PM), biossido d’azoto, biossido di zolfo, benzene, monossido di carbonio, piombo, arsenico, cadmio, nickel, benzo(a)pirene.

Purché sia chiaro che già oggi le leggi di tutela ci sono e sono chiare e precise ma non vengono rispettate e fatte rispettare. A volte, purtroppo con l’avallo della magistratura: l’Italia è l’unico paese Ue dove nel 2024 ha visto la luce a Torino, in una delle città più inquinate, una stravagante sentenza del Tribunale dove si afferma che, se pure vengono superati i limiti per lo smog, i pubblici amministratori che non intervengono non sono responsabili in quanto la legge non specifica espressamente questo dovere e spetta ai giudici dire loro quali provvedimenti adottare in particolare.

E così sono stati prosciolti, senza nemmeno un processo, amministratori regionali e sindaci della città fra cui Chiara Appendino e Piero Fassino, e l’ex presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino. Tira proprio una brutta aria.

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giovedì 16 aprile 2026

La Francia sostituisce i sistemi operativi Windows con quelli Linux nelle postazioni governative! - Antonello Buzzi

La Francia sta compiendo un passo storico nel panorama tecnologico europeo: abbandonare Windows in favore di distribuzioni Linux per le postazioni di lavoro governative.

L’annuncio ufficiale arriva dalla DINUM (Direzione Interministeriale per il Digitale), uno degli organi centrali dell’amministrazione francese, e si inserisce in una strategia più ampia di sovranità digitale che potrebbe ridisegnare le scelte tecnologiche di molti paesi dell’Unione Europea. […]

[…] Il passaggio a Linux è classificato come uno dei tre “primi passi concreti” verso la riduzione della dipendenza digitale extra-europea, con la formalizzazione del piano attesa per l’autunno.

Entro quella scadenza, i responsabili del progetto dovranno definire nel dettaglio quali soluzioni adottare per postazioni di lavoro, strumenti collaborativi, software antivirus, intelligenza artificiale, database, virtualizzazione e apparecchiature di rete.

Le motivazioni politiche sono esplicitate senza ambiguità dai ministri francesi. “Dobbiamo diventare meno dipendenti dagli strumenti americani e riprendere il controllo del nostro destino digitale”, ha scritto David Amiel, Ministro per l’Azione Pubblica e i Conti, nel comunicato ufficiale.

Il ministro ha aggiunto che la Francia “non può più accettare che i propri dati, la propria infrastruttura e le proprie decisioni strategiche dipendano da soluzioni di cui non controlliamo le regole, i prezzi, l’evoluzione e i rischi.”

Anne Le Hénanff, Ministro Delegato per l’Intelligenza Artificiale e il Digitale, ha rafforzato questa posizione dichiarando che la sovranità digitale è una necessità strategica, non una scelta facoltativa.

Queste dichiarazioni arrivano in un momento di crescente distanza culturale e geopolitica tra gli Stati Uniti e i loro tradizionali alleati europei, un contesto che sembra aver accelerato la spinta verso l’indipendenza tecnologica.

Sul fronte sanitario, il governo francese ha già annunciato il mese scorso la migrazione della piattaforma per i dati sanitari verso una soluzione certificata entro la fine del 2026, un ulteriore segnale della portata sistemica di questa transizione.

L’adozione di una distribuzione Linux di matrice francese o europea appare la strada più coerente con l’obiettivo dichiarato di migrare verso soluzioni sovrane, eliminando di fatto gli interessi commerciali statunitensi dalle postazioni di lavoro della pubblica amministrazione.

Le implicazioni per le aziende software e di servizi con sede negli Stati Uniti sono tutt’altro che trascurabili. La Francia, in quanto membro di primo piano dell’Unione Europea, esercita un’influenza significativa sulle scelte degli altri paesi del blocco, e un’adozione riuscita di Linux a livello governativo potrebbe innescare un effetto a cascata verso altri dipartimenti, enti pubblici, organizzatori privati che collaborano strettamente con lo Stato, fino ad arrivare potenzialmente agli utenti finali. Non è la prima volta che un governo europeo tenta questa strada — si ricordano i casi parziali di Monaco di Baviera e di alcuni enti pubblici italiani negli anni Duemila — ma la scala e la determinazione politica di questo progetto sembrano di portata diversa.

https://infosannio.com/2026/04/13/la-francia-sostituisce-i-sistemi-operativi-windows-con-quelli-linux-nelle-postazioni-governative/

mercoledì 15 aprile 2026

Il peso di un invio: cronaca della mercificazione dell’anima - Michela Salvati

«L’hai mandata la mail?». Inizia così, con un’interferenza burocratica nel bel mezzo del silenzio, la giornata di chi ha smesso di abitare il tempo per iniziare a subire la prestazione. C’è questo dover mandare, questo inviare compulsivo che mangia lo spazio del respiro: un’attività che non conosce festivi e non rispetta il sonno. Domani manderò le mie mail; le manderò impaurita, sebbene io non voglia, perché quel ping non è comunicazione, ma il battito cardiaco richiesto dall’algoritmo per misurare la nostra docilità operativa. Dietro quel semplice clic risiede il rito stanco di chi deve confermare la propria esistenza attraverso un output digitale; una prova di rendimento pretesa da un sistema che, seguendo la logica del New Public Management, ha trasformato la scuola in un’azienda e il docente in un terminale di rendicontazione h24.

Come sto sopportando questo sfinimento non lo chiedi, non lo sai chiedere con garbo. Perché il garbo – quella dote che Eugenio Borgna ne L’arcipelago delle emozioni descrive come la capacità di ascoltare l’anima dell’altro senza calpestare la sua alienazione – è stato espulso dai protocolli ministeriali. Non sai quanto lo sfinimento stia erodendo l’amore per ciò che faccio; vorrei una vita che non sia la proiezione di un foglio di calcolo, una vita che non debba scusarsi per il desiderio di fermarsi a respirare. Mi turba dover confermare la mia presenza con una notifica, come se senza quel segnale la mia persona svanisse dai radar dell’efficienza. Ma la verità è che nemmeno vi ricordate di me, e allora dico: «Meno male». Rivendico l’oblio come uno spazio sacro, una libertà malinconica in cui siamo esentati dalla visibilità forzata. Come sostiene Byung-Chul Han ne La società della trasparenza, “viviamo in un’esposizione incessante che uccide l’incontro reale, obbligandoci a una reperibilità che è diventata la nuova forma della sorveglianza totale”.

Il dramma della nostra epoca è che abbiamo trasformato il disagio interiore in un guasto tecnico. Se non produci, se non carichi dati sul registro elettronico, diventi un ingranaggio difettoso. Ci hanno insegnato a supportare per mercificare, non per curare. Borgna ci ammonisce sulla rimozione della sofferenza in una società che esalta solo l’efficienza, scrivendo che viviamo in un mondo che tende a considerare quasi come una colpa la vulnerabilità e la debolezza. Ma chi decide cos’è utile? È forse utile un progetto portato a termine mentre il cuore urla? C’è una perversione sottile nel chiederci di “appassionarci” al nostro stesso logorio, mentre l’ideologia inclusiva ufficiale si riduce a una sfilata di protocolli che soffocano l’ascolto vero sotto una montagna di carte bollate. Chiediamo empatia nelle circolari, ma il tempo per un sorriso fuori di scuola è visto come una “fuga” dal dovere burocratico.

Qui entra in gioco quella che Paulo Freire nella Pedagogia degli oppressi chiamava la “concezione depositaria” dell’educazione: siamo trattati come contenitori da riempire di mansioni, espropriati della nostra capacità di essere soggetti. Freire ci ricorda che l’oppresso spesso “ospita” l’oppressore dentro di sé, e lo fa ogni volta che prova colpa per il proprio bisogno di fermarsi. Abbiamo interiorizzato il padrone e ora la sua voce ci punisce se il corpo reclama il diritto al silenzio. Eppure, proprio mentre affogo in questa reificazione, accade qualcosa che rompe l’algoritmo. Uno studente mi ferma fuori scuola, un ragazzo che non entra in aula da tre mesi, un fantasma per le statistiche sulla dispersione scolastica che oggi colpiscono circa il 9% dei giovani italiani (INVALSI 2025). Io gli sorrido, gli chiedo del suo stato d’animo. Mi racconta della sua paura paralizzante di stare con gli altri. In quel momento, io lo ascolto. È un tempo necessario, sottratto alla produzione e restituito all’umano. È l’essenza di quanto insegnava Don Lorenzo Milani in Lettera a una professoressa: “ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio, sortirne tutti insieme è la politica”. Gli chiedo di tornare, con calma: «Vuoi venire domani prima delle lezioni?». Lui sorride e ci stringiamo la mano. «Promessa di cavaliere» gli dico, facendo mio il monito di Antoine de Saint-Exupéry secondo cui rendere possibile l’avvenire non significa prevederlo, ma fondarlo (Citadelle, 1948). Lui torna a scuola per farmi una sorpresa, e io resto lì a pensare a quanto il sistema ci voglia controllori di presenze, quando dovremmo essere solo cercatori di anime.

C’è un paradosso lancinante nell’essere l’adulto che accoglie la fragilità altrui mentre la propria viene calpestata dalla retorica della resilienza. Insegniamo ai ragazzi l’empatia mentre siamo immersi in una struttura che la nega alla radice. Don Milani diceva che “non c’è nulla di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali”, ed è ciò che accade quando il neoliberismo scolastico pretende la stessa velocità da tutti, anche da chi sta lottando con uno scoramento profondo. La parola dovrebbe renderci liberi, ma oggi le nostre espressioni sono prigioniere dei linguaggi aziendali e dei monitoraggi standardizzati. Il mio I Care milaniano si scontra con il cinismo di un sistema che usa la “passione” come dispositivo di sfruttamento, ignorando che il burnout tra i docenti italiani ha raggiunto picchi del 35% (INDIRE 2024) a causa di un carico burocratico insostenibile.

Mi prendo la colpa di dare troppo valore all’anima rispetto alla rendicontazione, ma in questa colpa trovo l’ultimo baluardo di resistenza. Questo ritiro non è un atto di codardia, ma uno sciopero esistenziale. Se l’unico modo per relazionarmi con l’altro è rispondere alla domanda «Hai mandato la mail?» prima ancora di un «Come stai?», allora scelgo l’invisibilità. Scelgo di non esserci per i vostri algoritmi. Rivendico il diritto all’impossibilità, il diritto di essere un ingranaggio che si ferma perché ha deciso di tornare a essere un cuore. Perché l’anima non è una merce e il mio dolore, per quanto inutile ai vostri occhi di programmatori di efficienza, è l’unica cosa che mi rende ancora spaventosamente umana. Se la fragilità è la colpa, allora scelgo di essere colpevole. La mia promessa di cavaliere allo studente è la promessa che faccio a me stessa: non lascerò che una mail decida se io esisto o meno. Non manderò le mail. Non perché non posso, ma perché scelgo di non alimentare l’algoritmo. La mia disobbedienza è pedagogia della cura.

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martedì 14 aprile 2026

L’orso bruno non dorme più: l’allarme che arriva dagli Appennini - Michele Agagliate

Il tempo delle tane blindate e dei lunghi sonni sotto la neve sembra appartenere a un’altra epoca geologica. Oggi, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, l’orso bruno (Ursus arctos) deve fare i conti con un nemico più insidioso dei bracconieri: il termometro. Con temperature che non accennano a scendere e l’assenza cronica di manti nevosi, il letargo – pilastro biologico per la sopravvivenza della specie – sta diventando un optional pericoloso.

I numeri parlano chiaro: sono rimasti circa sessanta esemplari. Un equilibrio fragilissimo che il riscaldamento globale sta facendo saltare. Se in passato era il freddo a “chiudere” gli orsi bruni nelle tane, oggi la scarsità di neve spinge molti individui a restare attivi. “Il periodo di ibernazione si è ridotto drasticamente e in alcuni casi è del tutto assente”, spiega Stefano Orlandini, presidente dell’associazione Salviamo l’Orso. Il caso limite? Una femmina con tre cuccioli che quest’anno non è mai andata in letargo.

È un dettaglio fondamentale: per le femmine, partorire fuori dalla protezione della tana o interrompere il riposo significa bruciare riserve energetiche vitali. Il rischio concreto è che i piccoli non superino l’inverno o che il successo riproduttivo della specie crolli verticalmente.

Altro fattore importante: quando l’orso bruno non dorme, cerca cibo. E se i frutti selvatici scarseggiano a causa della siccità appenninica, l’animale si sposta verso valle, attirato dagli odori dei centri abitati. È qui che la biologia incrocia la cronaca. La “confidenza” con l’essere umano, spesso forzata dalla fame, trasforma l’orso bruno in un frequentatore di cassonetti, aumentando il rischio di incidenti, investimenti o conflitti sociali.

Valeria Barbi, naturalista e responsabile comunicazione dell’associazione, conferma la tendenza: il letargo è ormai un “termometro” della crisi ecologica. Se gli orsi americani (bruni e neri) stanno già modificando i ritmi stagionali da anni, il Marsicano – isolato geneticamente da millenni – è ancora più vulnerabile a questi sbalzi.

La partita per salvare il più grande mammifero italiano si gioca ormai fuori dai confini protetti, nei cosiddetti “corridoi d’espansione” che arrivano fino al Terminillo e alle Marche. Qui, l’attivismo civile prova a tappare i buchi della gestione pubblica. Tra l’installazione di recinti elettrici per proteggere gli apiari e la sostituzione dei cassonetti tradizionali con modelli “a prova d’orso” (già 49 quelli posizionati), l’obiettivo è uno solo: rendere possibile la convivenza.

Resta però il nodo delle risorse idriche. Il progetto Drop by Drop punta i riflettori sulla sete dell’Appennino: senza acqua pulita e accessibile in quota, l’orso bruno è condannato a scendere tra le case.

In ultima analisi, la mancata latenza invernale altera l’omeostasi della sottospecie: il passaggio da un regime di ipometabolismo a uno di attività costante in assenza di trofismo naturale espone gli esemplari a un deficit calorico che ne compromette la fitness riproduttiva. La persistenza di questo trend climatico rischia di trasformare l’Appennino in un sink ecologico, dove la sopravvivenza dei sessanta individui rimasti dipenderà esclusivamente dalla capacità di minimizzare il dispendio energetico legato alle interferenze antropiche.

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lunedì 13 aprile 2026

“La Terra è al limite e potrebbe non sostenerci più”, lo studio che certifica che la capacità è pari a 2,5 miliardi di persone

 

Il nostro pianeta non ce la fa più: siamo diventati troppi e il nostro ritmo di crescita sta portando la Terra ai limiti. È quanto dimostrato dai ricercatori della Flinders University in Australia in uno studio pubblicato sulla rivista “Environmental Research Letters“: oltre duecento anni di dati demografici globali sottolineano come l’umanità stia sempre più “andando oltre”.

Un primo spunto di riflessione è dato dal fattore “capacità portante” ovvero il numero di individui che possono sopravvivere, in un arco di tempo abbastanza lungo, grazie alle risorse naturali disponibili e alla loro capacità di rigenerarsi. Il problema odierno sottolineato dallo studio è l’indifferenza delle economie globali che non danno il giusto peso ai vincoli rigenerativi e tentano pertanto di colmare la differenza con l’ininterrotta crescita demografica attraverso lo sfruttamento dei combustibili fossili.

L’altro parametro da tenere in considerazione è la “capacità di carico umana“. Se dagli anni ’50 la popolazione cresceva a un ritmo costante – e ciò significava maggior progresso tecnologico – dagli anni ’60 il tasso di crescita globale ha iniziato a rallentare. Ciò non si traduce in una diminuzione di presenze umane ma, al contrario, si parla di una “fase demografica negativa” come ha spiegato l’autore Corey Bradshaw: “L’aumento della popolazione non si traduce più in una crescita più rapida. Analizzando questa fase abbiamo scoperto che la popolazione mondiale raggiungerà probabilmente il picco tra gli 11,7 e i 12,4 miliardi di persone entro la fine degli anni 2060 o gli anni 2070″.

Sempre secondo Bradshaw “La Terra non riesce a tenere il passo con il modo in cui stiamo utilizzando le risorse“. La nostra dipendenza maggiore sarebbe quella dai combustibili fossili che ci danno l’illusione di aumentare – solo nel breve termine – la capacità di carico della Terra. Invece non solo la capacità di carico sostenibile è pari a 2,5 miliardi mentre la nostra attuale popolazione è di quasi 8,3 miliardi di persone, ma la futura popolazione umana potrebbe non accedere così facilmente a ciò che a noi sembra scontato avere. A meno che, come affermato da Bradshaw, non si decida di rivedere le nostre pratiche socio-economiche per rendere il futuro quanto più auspicabile possibile.

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domenica 12 aprile 2026

La “guerra civile” degli scimpanzé che sfida le teorie sui conflitti. Lo studio su Science

 

Non servono ideologie, religioni o identità etniche per arrivare a una guerra civile. A volte basta che si spezzino i legami. È questa la conclusione più inquietante di uno studio pubblicato il 9 aprile 2026 sulla rivista Science, che documenta un caso senza precedenti tra gli scimpanzé: la più grande comunità mai osservata in natura si è divisa in due, dando origine a una sequenza di attacchi letali tra ex compagni.

Per oltre vent’anni, gli scimpanzé di Ngogo, in Uganda, hanno vissuto come un’unica comunità: una società complessa fatta di alleanze, gerarchie e cooperazione. Poi qualcosa cambia. Nel 2014 muoiono diversi individui chiave, quelli che tenevano insieme sottogruppi diversi, e l’anno successivo cambia la leadership maschile. Le relazioni iniziano a riorganizzarsi e due blocchi, occidentale e centrale, smettono progressivamente di interagire. Nel 2015 compare un segnale mai osservato prima: i due gruppi si evitavano. Non si separano ancora, ma smettono di riconoscersi come parte della stessa rete. Negli anni successivi la tensione cresce. Tra il 2016 e il 2017 compaiono i primi pattugliamenti territoriali interni e le prime aggressioni. Nel 2018 la rottura è definitiva: due gruppi distinti, territori separati, nessuna relazione sociale o riproduttiva. La comunità, di fatto, non esiste più.

A quel punto la divisione si trasforma in qualcosa di diverso, che somiglia sempre di più a una guerra civile. Tra il 2018 e il 2024 il gruppo occidentale conduce almeno 24 incursioni nel territorio del gruppo centrale. Gli attacchi sono collettivi, coordinati, ripetuti nel tempo. Non sono scontri occasionali, ma azioni organizzate che seguono uno schema preciso: pattugliamenti, ingresso nel territorio dell’altro gruppo, aggressione. Il bilancio è pesante: almeno sette maschi adulti uccisi e 17 cuccioli, in media un adulto e due piccoli all’anno. E potrebbe essere una stima al ribasso, perché altri maschi sono scomparsi senza cause note e potrebbero essere stati vittime di attacchi non osservati.

Il dato più sconvolgente è che le vittime non sono estranei, ma ex compagni: individui che per anni hanno condiviso territorio, alleanze e gerarchie. La nuova appartenenza cancella quella precedente, riscrive il confine tra “noi” e “loro” e rende possibile una violenza che fino a poco prima sarebbe stata impensabile.

È questo che rende il caso simile a una guerra civile: la violenza nasce dentro una comunità, non contro un nemico esterno. Gli scimpanzé non hanno linguaggio simbolico, né religioni o ideologie politiche, eppure sviluppano una dinamica che ricorda da vicino i conflitti umani più laceranti. Lo studio mette così in discussione una spiegazione diffusa, secondo cui sarebbero soprattutto le differenze culturali a generare le guerre civili: qui non ci sono, eppure la violenza emerge lo stesso. Secondo i ricercatori, basta la dinamica delle relazioni. Quando i legami si indeboliscono, quando la rete sociale si spezza e i gruppi si chiudono su se stessi, nascono nuove identità. E queste identità possono diventare ostili. Le ideologie, in questa prospettiva, arrivano dopo: non sempre sono la causa, ma spesso il modo in cui il conflitto viene giustificato e organizzato.

Nel caso di Ngogo diversi fattori si intrecciano: la dimensione molto grande del gruppo, la morte di individui che fungevano da ponte tra sottogruppi, i cambiamenti nella leadership e le tensioni legate alla competizione riproduttiva. Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, è sufficiente a spiegare la rottura. Ma insieme producono una trasformazione irreversibile. Quando le relazioni smettono di attraversare la comunità e si concentrano in blocchi separati, la divisione diventa strutturale e il conflitto diventa possibile.

Questo caso non spiega da solo le guerre civili umane, ma obbliga a guardarle in modo diverso. Forse non iniziano solo con grandi differenze — etniche, religiose o politiche — ma molto prima, nei rapporti che si deteriorano, nei gruppi che si isolano, nei legami che si spezzano. Gli scimpanzé non fanno politica, ma mostrano un meccanismo essenziale: una comunità può trasformarsi in un campo di battaglia senza bisogno di ideologie. Comincia quando i legami si rompono.

Lo studio su Science

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