mercoledì 10 giugno 2026

Quando il menu traduce male la Sardegna: turismo, ristorazione e deformazione dei nomi gastronomici sardi - Giuanna Dessì

 In molti ristoranti sardi, soprattutto nei contesti turistici ma non solo, i nomi tradizionali dei piatti vengono presentati in forme linguisticamente deformate, ibride o grammaticalmente scorrette. Non si tratta semplicemente di errori ortografici in quanto il fenomeno rivela un rapporto problematico tra lingua sarda, mercato turistico e rappresentazione culturale dell’identità gastronomica.

Il menu è uno dei luoghi pubblici in cui una lingua minoritaria entra più facilmente in contatto con il grande pubblico. Per questo motivo il modo in cui vengono scritti e pronunciati termini come malloreddus, frègula, seada o pane carasau non è un dettaglio estetico, ma una questione culturale e linguistica.

Molti menu utilizzano il sardo come elemento decorativo o folkloristico, senza rispettarne realmente la struttura grammaticale. Il risultato è spesso una lingua artificiale, costruita per sembrare “tipicamente sarda” agli occhi del turista italiano o straniero.

Tra gli errori più frequenti troviamo: plurali usati come singolari; italianizzazioni arbitrarie; grafie inventate; alternanza incoerente tra italiano e sardo; termini tradizionali ridotti a etichette esotiche.

Quando il plurale diventa un marchio: il caso “seadas”

Uno degli esempi più diffusi è l’uso di seadas come singolare: “Una seadas al miele” Dal punto di vista grammaticale, seadas è già un plurale. La forma singolare tradizionale è seada. Scrivere o dire “una seadas” equivale, in italiano, a scrivere e dire “un ravioli”. 

Dal punto di vista linguistico, il fenomeno non è casuale. In molte lingue capita che un termine straniero venga acquisito direttamente nella sua forma plurale e reinterpretato come singolare. In italiano esistono esempi noti come murales, silos, graffiti o altri prestiti percepiti come parole indivisibili, senza che il parlante riconosca più la morfologia originaria della lingua di partenza.

Questo tipo di rianalisi è normale quando il termine proviene da una lingua percepita come esterna al sistema linguistico del parlante. Il problema, nel caso di seadas, è diverso: non siamo davanti a un prestito esotico proveniente da una lingua sconosciuta, ma a un termine appartenente allo stesso spazio culturale e storico della comunità che lo utilizza.

Per questo il fenomeno assume un valore sociolinguistico particolare. L’uso di seadas come singolare mostra spesso una perdita di consapevolezza grammaticale nei confronti del sardo stesso: il termine non viene più percepito come parola appartenente a una lingua viva dotata di proprie regole morfologiche, ma come marchio gastronomico indistinto, fissato nella forma resa più popolare dal mercato turistico e dalla ristorazione.

In altre parole, il plurale viene reinterpretato come una sorta di etichetta commerciale invariabile. È un processo che non nasce dall’evoluzione interna spontanea della lingua, ma dalla progressiva folklorizzazione del termine.

Questo tipo di errore nasce spesso dall’idea che la forma più “sonora” o più riconoscibile per il pubblico turistico sia automaticamente quella “giusta”. Ma proprio questa dinamica mostra come il termine venga trattato non più come elemento linguistico reale, bensì come segnale estetico di “sardità”.

Molti ristoratori deformano i termini sardi pensando di renderli più accessibili. In realtà la comprensibilità non richiede la cancellazione del termine originale. È possibile mantenere il nome autentico accompagnandolo con una spiegazione chiara: Frègula:  “pasta tradizionale di semola servita con ….”. Questa soluzione conserva il termine culturale originale senza creare confusione.

Il menu come spazio simbolico

La questione non riguarda soltanto la correttezza grammaticale. Il menu è anche uno spazio simbolico perchè racconta che rapporto una comunità ha con la propria lingua.

Quando il sardo viene usato solo come effetto decorativo, si trasmette implicitamente l’idea che non sia una lingua pienamente funzionale, ma soltanto un colore locale da adattare alle aspettative del turismo.

Al contrario, un uso corretto e coerente dei termini tradizionali comunica che quei nomi appartengono a una cultura viva, con una propria grammatica e una propria storia.

Il problema non è tradurre. Il problema è sostituire o alterare i termini originali invece di accompagnarli.

In questo modo il cliente comprende il piatto senza che il termine sardo venga snaturato.

La cucina tradizionale sarda possiede un patrimonio terminologico ricchissimo, legato a pratiche locali, varietà linguistiche e storie comunitarie. Ridurre questi nomi a imitazioni turistiche significa impoverire non solo la lingua, ma anche il valore culturale del cibo.

Difendere la correttezza terminologica nei menu non significa fare purismo linguistico. Significa riconoscere che i nomi tradizionali non sono semplici etichette commerciali, ma parte integrante del patrimonio culturale della Sardegna. 

Pensate che 480.000 pagine web citano “fregola” come nome della pasta tradizionale sarda mentre solo 190.000 propongono il termine corretto “frègula”. La formula “fregola sarda o frègula” è già sociolinguisticamente significativa, perché mostra quale termine viene percepito come realmente comprensibile e quale come accessorio identitario.

Perdita della biodiversità linguistica

Il caso delle tzìpulas divenute zeppole o zippole è diverso rispetto a fenomeni come seadas usato al singolare, ed è particolarmente interessante dal punto di vista sociolinguistico perché mostra un processo di standardizzazione commerciale del lessico gastronomico sardo.

Storicamente, il dolce carnevalesco fritto oggi spesso presentato nei menu come “zeppola sarda” non aveva un unico nome in Sardegna. Esistevano numerose denominazioni locali e varianti territoriali, questo significa che il sistema tradizionale sardo era policentrico e linguisticamente ricco. Non esisteva una sola forma dominante valida per tutta l’isola.

Nel corso del Novecento, però, la pressione della ristorazione turistica, dell’italiano nazionale, dei ricettari commerciali e della comunicazione gastronomica ha favorito la diffusione di forme più facilmente riconoscibili per il pubblico italiano.

È in questo contesto che si diffondono: “zeppole sarde”o “zippole”. La forma italiana zeppola non coincide realmente con tutte le tradizioni sarde locali, ma viene utilizzata perché immediatamente comprensibile al turista. In altri casi nascono forme ibride come zippola, che sembrano tentativi di compromesso tra la fonetica sarda e la parola italiana più nota.

Il risultato è che il lessico gastronomico tradizionale tende a perdere la propria varietà interna per essere ricostruito secondo criteri di riconoscibilità commerciale.

Il menu turistico, quindi, spesso non conserva realmente il patrimonio linguistico sardo, ma lo semplifica e lo riorganizza in funzione del mercato. La lingua del cibo smette di rappresentare una rete di tradizioni locali vive e diventa una serie di etichette standardizzate pensate per essere immediatamente consumabili dal visitatore.

Il problema non è rendere comprensibile un termine tradizionale. Il problema nasce quando la comprensibilità viene ottenuta cancellando la complessità linguistica originaria.

Sarebbe però troppo semplice attribuire tutta la responsabilità esclusivamente al turismo o al mercato nazionale. Una parte importante di questo processo coinvolge direttamente anche molti operatori sardi della ristorazione e della comunicazione gastronomica.

Spesso le deformazioni linguistiche non vengono imposte dall’esterno, ma vengono adottate spontaneamente dagli stessi ristoratori sardi, convinti che la forma italianizzata sia più elegante, più professionale o più comprensibile per il cliente.

È qui che il fenomeno diventa particolarmente significativo dal punto di vista sociolinguistico. Il problema non è soltanto la pressione della lingua dominante, ma la progressiva interiorizzazione dell’idea che il termine sardo, nella sua forma autentica, sia troppo locale, troppo dialettale o poco adatto allo spazio pubblico.

Così il ristoratore finisce spesso per modificare spontaneamente parole appartenenti alla propria tradizione linguistica. Il risultato è paradossale: nel tentativo di rendere il prodotto più autentico e identitario agli occhi del turista, si finisce spesso per alterare proprio la lingua che dovrebbe rappresentarlo.

Ed è forse questo l’aspetto più delicato dell’intera questione: la deformazione linguistica non nasce solo da uno sguardo esterno sulla Sardegna, ma anche dalla difficoltà interna di riconoscere pienamente al sardo dignità culturale e comunicativa nello spazio commerciale contemporaneo.

Le “pardule” dell’aeroporto

Un esempio particolarmente significativo è una campagna pubblicitaria comparsa di recente in Sardegna con lo slogan: “Questi non sono muffin. Sono pardule.” L’intenzione comunicativa è chiaramente quella di valorizzare il prodotto tradizionale locale contrapponendolo a un dolce globale e standardizzato come il muffin. Tuttavia, proprio nel momento in cui il termine sardo viene rivendicato, la sua forma linguistica appare già modificata.

Nelle varietà sarde tradizionali, infatti, il plurale regolare è generalmente pardulas, mentre il singolare è pardula. La forma pardule mostra invece una tendenza all’italianizzazione morfologica: il plurale femminile in -as, tipico del sardo, viene sostituito con un plurale in -e, percepito come più naturale per il parlante italiano.

Il risultato è sociolinguisticamente paradossale: il prodotto viene presentato come simbolo identitario locale, ma il nome stesso viene adattato alle aspettative morfologiche della lingua dominante.

Non si tratta semplicemente di un errore grammaticale. Il fenomeno mostra un processo più profondo: il termine sardo viene accettato nello spazio pubblico e commerciale solo dopo essere stato parzialmente normalizzato e reso compatibile con la percezione linguistica italiana.

Come interrompere la deformazione linguistica dei nomi gastronomici sardi

Interrompere la progressiva deformazione dei termini gastronomici sardi non significa imporre un purismo linguistico artificiale, ma restituire dignità culturale e grammaticale a parole che appartengono a una tradizione ancora viva.

Il problema non nasce dalla necessità di rendere comprensibili i piatti ai turisti. Ogni lingua adatta e spiega i propri termini quando entra in contatto con un pubblico esterno. La questione diventa problematica quando il termine originario viene modificato, italianizzato o semplificato fino a perdere la propria struttura linguistica.

Scrivere fregola invece di frègula, usare pardule al posto di pardulas o trasformare tzìpulas in “zeppole sarde” non è soltanto una scelta grafica. È il segnale di una gerarchia linguistica implicita: il termine sardo sembra accettabile nello spazio pubblico soltanto dopo essere stato reso più vicino all’italiano.

Per interrompere questa pratica occorre innanzitutto modificare la percezione culturale della lingua sarda nella comunicazione gastronomica. Oggi molti ristoratori considerano le forme tradizionali “troppo dialettali”, “difficili” o “poco commerciali”, mentre le versioni italianizzate appaiono più professionali e più adatte al turismo. Finché questa percezione rimarrà dominante, le deformazioni continueranno a essere percepite come normali.

Una delle soluzioni più concrete sarebbe la creazione di linee guida linguistiche per la ristorazione e il turismo culturale. Non servirebbero manuali accademici complessi, ma strumenti pratici che mostrino come mantenere il termine originario accompagnandolo con una spiegazione comprensibile.

In questo modo il termine sardo rimane centrale, mentre la spiegazione italiana svolge una funzione di mediazione senza sostituire il nome originario.

Sarebbe inoltre importante introdurre una maggiore attenzione linguistica nelle scuole alberghiere, nella formazione turistica e nella comunicazione commerciale. Oggi si insegna il marketing territoriale, ma raramente si insegna il valore culturale della terminologia tradizionale. La lingua viene spesso trattata come semplice decorazione identitaria, non come patrimonio strutturato.

Un altro aspetto fondamentale riguarda la biodiversità linguistica interna della Sardegna. La ristorazione turistica tende a uniformare tutto sotto poche etichette facilmente riconoscibili, eliminando la varietà locale dei nomi tradizionali. Eppure proprio questa pluralità rappresenta una delle ricchezze culturali dell’isola.

Il problema, quindi, non è soltanto grammaticale. È il modo in cui il mercato trasforma una lingua viva in un marchio folkloristico semplificato. Difendere termini come frègula, pardulas o tzìpulas non significa opporsi alla comprensibilità o al turismo, ma evitare che il patrimonio linguistico sardo venga progressivamente normalizzato fino a perdere la propria identità.

Cosa dovrebbe fare la Regione Sardegna per tutelare la terminologia gastronomica tradizionale

Se la deformazione linguistica dei nomi gastronomici sardi è diventata un fenomeno sistematico, significa che non può essere affrontata soltanto sul piano individuale. La questione riguarda le politiche linguistiche, culturali e turistiche della Sardegna.

La Regione Autonoma della Sardegna potrebbe intervenire in diversi modi, non con logiche punitive o puristiche, ma attraverso strumenti di valorizzazione, formazione e standardizzazione consapevole.

Uno dei primi interventi possibili sarebbe la realizzazione di linee guida linguistiche regionali dedicate alla ristorazione, ai menu e alla comunicazione gastronomica.

L’obiettivo non dovrebbe essere imporre una varietà unica di sardo, ma: indicare le forme tradizionali attestabili; spiegare la morfologia corretta; evitare deformazioni commerciali ormai diffuse; fornire modelli di menu bilingui chiari e coerenti.

Queste linee guida potrebbero essere curate da linguisti, operatori culturali insieme a professionisti della ristorazione.

La Regione potrebbe promuovere l’uso corretto dei nomi tradizionali all’interno di disciplinari agroalimentari; certificazioni territoriali; campagne promozionale ufficiali; bandi dedicati alla valorizzazione culturale e turistica.

Oggi spesso le stesse istituzioni utilizzano forme italianizzate o incoerenti. Questo contribuisce a legittimare la deformazione linguistica. Se invece la comunicazione istituzionale adottasse sistematicamente le forme corrette, verrebbe creato un modello imitabile dal settore privato.

Molti errori non derivano da ostilità verso il sardo, ma da assenza di strumenti.

La Regione potrebbe finanziare: corsi brevi; materiali digitali; repertori terminologici; consulenze linguistiche;

modelli grafici per menu bilingui.

L’obiettivo non sarebbe trasformare i ristoratori in linguisti, ma fornire competenze minime per evitare deformazioni ormai normalizzate.

La terminologia alimentare tradizionale non è un elemento secondario della cultura sarda. È parte del patrimonio immateriale della Sardegna. Per questo motivo la RAS potrebbe: censire le varianti territoriali; creare archivi pubblici del lessico gastronomico; documentare nomi locali in via di scomparsa; sostenere progetti di ricerca sociolinguistica sul rapporto tra lingua e alimentazione.

Oggi molti termini sopravvivono solo nell’uso familiare o orale, mentre la comunicazione commerciale tende a sostituirli con etichette standardizzate.

Spesso il sardo nei menu appare come semplice decorazione identitaria, mentre l’italiano rimane la lingua realmente informativa. La Regione potrebbe incentivare modelli diversi, in cui: il termine sardo occupa la posizione principale; la spiegazione italiana accompagna senza sostituire; la terminologia locale mantiene piena dignità comunicativa.

Molte deformazioni linguistiche vengono oggi diffuse proprio attraverso campagne pubblicitarie regionali o commerciali.

La Regione potrebbe stabilire criteri minimi di correttezza linguistica per: campagne finanziate con fondi pubblici; promozione turistica istituzionale; eventi gastronomici patrocinati; materiali ufficiali sul patrimonio alimentare sardo.

Non è un caso che questo tipo di deformazione linguistica compaia proprio negli spazi dedicati al turismo e alla rappresentazione pubblica della Sardegna.

Il manifesto con la scritta: “Questi non sono muffin. Sono pardule.” non l’ho trovato in un contesto marginale o improvvisato, ma nell’aeroporto di Cagliari-Elmas: uno dei luoghi simbolicamente più importanti nella costruzione dell’immagine contemporanea dell’isola. Ed è proprio questo a rendere il fenomeno particolarmente significativo. L’aeroporto è il punto in cui la Sardegna si presenta ai visitatori, racconta se stessa e decide quali elementi della propria identità mostrare come autentici, riconoscibili e commercialmente spendibili. In questo caso, però, la valorizzazione del prodotto locale passa attraverso una forma linguisticamente già normalizzata e adattata alla percezione italiana.

Il messaggio pubblicitario vuole distinguere il prodotto sardo da quello globale -“non sono muffin” – ma contemporaneamente modifica la morfologia originaria del termine tradizionale. La lingua locale viene evocata come simbolo identitario, ma solo dopo essere stata resa più compatibile con le aspettative linguistiche dominanti.

È forse questo il punto più significativo dell’intera questione: la Sardegna continua a promuovere la propria identità gastronomica, ma spesso fatica ancora a riconoscere pienamente la dignità pubblica della propria lingua.

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lunedì 8 giugno 2026

Infortuni a scuola

Infortuni a scuola: 36.728 denunce e 8 morti in 4 mesi

Crescono le denunce di infortunio tra gli studenti. Nei primi quattro mesi del 2026, secondo i dati provvisori dell’Inail, sono state presentate 36.728 segnalazioni per alunni e studenti di ogni ordine e grado. Nello stesso periodo del 2025 erano state 34.268. L’aumento è del 7,2%.

Il numero colpisce perché riguarda la quotidianità della scuola: aule, corridoi, palestre, laboratori, ricreazione, attività didattiche e spostamenti. La scuola non è solo il luogo dell’apprendimento.

È anche uno spazio fisico attraversato ogni giorno da milioni di minori, dove sicurezza, manutenzione, vigilanza e organizzazione pesano concretamente sulla vita degli studenti.

Il dato più grave riguarda i casi mortali. Nei primi quattro mesi dell’anno l’Inail ne ha ricevuti otto, contro i cinque denunciati nello stesso periodo del 2025.

L’Istituto precisa che si tratta di numeri provvisori, soggetti ad aggiornamenti nei mesi successivi, soprattutto per gli eventi mortali e per quelli legati ai percorsi di formazione scuola-lavoro.

Le denunce che riguardano studenti coinvolti nei percorsi di formazione scuola-lavoro sono state 355. In questo caso il dato risulta in forte calo: meno 54% rispetto ad aprile 2025.

È una flessione significativa, ma da leggere con prudenza, perché proprio su questa categoria le rilevazioni possono essere aggiornate successivamente.

Nel complesso, gli infortuni in ambito scolastico rappresentano il 18% di tutte le denunce arrivate all’Inail nel primo quadrimestre del 2026. È quasi una denuncia su cinque.

La stragrande maggioranza degli incidenti, il 97%, avviene durante lo svolgimento delle attività scolastiche. Solo il 3% è classificato come “in itinere”, cioè nel tragitto tra casa e scuola.

La distribuzione per genere mostra una prevalenza maschile. Il 58% degli infortuni denunciati riguarda studenti maschi, con un aumento dell’8,1% rispetto al 2025. Le studentesse rappresentano il 42% dei casi, anche in questo caso in crescita, ma con un incremento più contenuto: più 6%.

Ancora più netto il dato per età. Tre infortuni su quattro riguardano minori di 15 anni. Il restante quarto interessa studenti dai 15 anni in su. È un elemento centrale: la maggioranza degli incidenti avviene tra bambini e ragazzi più piccoli, cioè nella fascia che dovrebbe essere maggiormente protetta dagli adulti, dall’organizzazione scolastica e dalla qualità degli spazi.

Sul piano territoriale la Lombardia concentra il 24% delle denunce nazionali, con un aumento dell’11,6% rispetto all’anno precedente. Seguono Emilia-Romagna e Veneto, entrambe al 12% del totale nazionale, e il Piemonte al 10%. L’Emilia-Romagna registra l’incremento più marcato tra le regioni principali indicate dai dati: più 17,7%.

Il 95% delle denunce proviene da scuole statali, mentre il 5% riguarda istituti non statali e privati. Anche questo dato va letto tenendo conto del peso numerico della scuola pubblica nel sistema nazionale. Ma conferma che la questione riguarda prima di tutto la scuola di tutti, quella frequentata dalla maggioranza degli studenti italiani.

L’aumento delle denunce non va interpretato in modo automatico. Dal 2025/2026 la tutela assicurativa Inail per studenti e personale scolastico è stata resa strutturale.

Questo può favorire una maggiore emersione degli episodi e una registrazione più completa degli infortuni. Ma l’emersione non attenua il problema: lo rende più visibile.

Ogni denuncia racconta un fatto concreto: una caduta, un urto, un incidente in palestra, un evento in laboratorio, un problema durante un’attività scolastica. Nella maggior parte dei casi non si tratta di eventi gravi. Ma quando il numero supera quota 36 mila in quattro mesi, la prevenzione non può essere ridotta a una procedura burocratica.

La sicurezza a scuola dipende da molte cose insieme: edifici mantenuti, spazi adeguati, palestre controllate, laboratori sicuri, personale formato, sorveglianza sufficiente, regole chiare e tempi scolastici sostenibili.

È una responsabilità diffusa, che riguarda dirigenti, enti locali, ministero, personale scolastico e politiche pubbliche.

La scuola italiana discute spesso di programmi, voti, discipline, valutazione e competenze. I dati Inail ricordano un punto più elementare: prima ancora di imparare, uno studente deve poter stare in un luogo sicuro.

Quando aumentano gli infortuni, la domanda non può essere solo quante denunce siano arrivate, ma quanta prevenzione reale ci sia dietro la vita quotidiana delle scuole.

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sabato 6 giugno 2026

Sugli aeroporti - Lucia Chessa


La chiamano “Rete degli Aeroporti Sardi” e sa molto di grande, di moderno, di integrato. Tutto bello! E infatti non ci sarebbe niente di male se la gestione della rete fosse pubblica, o almeno mista, cioè con quote private, ma anche con una componente pubblica se non preponderante, almeno sufficiente a tutelare il diritto dei sardi, e di tutti, ad entrare ed uscire da quest’isola.

Ma non è così.

Il fatto è che gli aeroporti sono un grande affare e scatenano appetiti stratosferici. Vengono costruiti con fondi pubblici e una volta belli/pronti a produrre utili vengono consegnati, per la gestione, a società che possono guadagnarci un sacco di soldi. Senza contare che il rubinetto di mamma regione, in virtù di ragionamenti che si fanno ai piani alti, è sempre pronto ad aprirsi a favore dei soggetti gestori. Più di 120 milioni di euro, solo negli ultimi 10 anni, sono transitati dalle casse della regione a quelle dei soggetti che gestiscono gli scali sardi. Piuttosto fastidioso un contesto in cui le spese sono di tutti e i guadagni solo di alcuni.

Comunque ricapitolando. Oggi in Sardegna gli aeroporti di Alghero ed Olbia sono gestiti da società a schiacciante maggioranza privata, Cagliari è invece gestito da una società dove la Camera di Commercio del sud Sardegna, dunque un ente pubblico, è azionista di maggioranza con il 94% delle quote. Lo scalo di Cagliari è rimasto l’unico in Sardegna a gestione pubblica ed è proprio su questo assetto che si muovono, da alcuni anni, interessi molto forti. Se tutto dovesse loro andare liscio, e ogni sardo dovrebbe sperare che questo non avvenga, fondi privati faranno da padroni in tutte le porte di accesso alla nostra terra. Se tutto andasse dove vogliono lorsignori, sarà come aver consegnato ad un estraneo le chiavi di casa nostra dandogli facoltà di decidere come e quando entreremo ed usciremo, noi e i nostri ospiti.

Serve però un po’ di pazienza per capire il percorso, perché bisogna tornare indietro di qualche anno, fino al 2023, quando una serie di operazioni finanziarie e una fusione, portarono gli aeroporti di Alghero ed Olbia ad essere gestiti dallo stesso soggetto: Olbia da Geasar e Alghero da Sogeaal, due società per azioni dove chi comanda però è uno solo e cioè il fondo di investimento privato chiamato “F2i Ligantia” che detiene, in tutte e due le società, tra il 70 e 80 per cento delle azioni.

Non che l’operazione che ha portato alla fusione sia pacifica, non che proceda lineare. Il tribunale di Cagliari, a seguito di ricorsi, l’ha sospesa, ma il procedimento non si è ancora chiuso con una sentenza, anche perché la regione ha più volte chiesto il rinvio. Ma guarda tu. La tecnica del rinvio quando si attendono sentenze indesiderate da sempre i suoi buoni frutti.

E così, lungo il percorso, osservando i movimenti di ognuno, emergono piano piano i registi/attori dell’intera operazione “Rete Aeroportuale Sarda” . Sono 3: F2i Ligantia, di cui è parte non marginale la Fondazione di Sardegna, la Regione e la Camera di Commercio di Cagliari e infatti il passo successivo lo ha fatto quest’ultima che, già azionista di maggioranza della società che gestisce l’aeroporto di Elmas, con una delibera del 2023, molto contestata e controversa, contro il parere dei suoi stessi revisori dei conti, ha deciso di acquisire azioni di F2i Ligantia, pagandole con le proprie quote azionarie in Sgear, la società che oggi gestisce l’aeroporto di Cagliari.

Non so se è chiara la raffinatezza. Un fondo di investimento privato, che già gestisce Olbia e Alghero, in questo modo mette radici a Cagliari perché un soggetto pubblico, la Camera di Commercio, senza uno straccio di bando, gli consegna le proprie quote azionarie creando un monopolio nella gestione di tutti gli scali, oltre che sulla pelle dei sardi.

Un vero capolavoro di non senso, bisogna dire, su cui già si è pronunciata la Corte dei Conti con una sentenza di una chiarezza esemplare. I giudici contabili evidenziano una serie di criticità pesanti già dalle prime fasi dell’operazione Rete Aeroporti Sardi: rilevano che la Camera di Commercio, come tutti quelli che gestiscono fondi pubblici, per cederli in qualunque forma, avrebbe dovuto fare un bando pubblico e non scegliere discrezionalmente F2i, contestano che le Camere di Commercio hanno limiti territoriali e non si capisce perché quella di Cagliari dovrebbe avere ruoli di gestione negli aeroporti di Olbia e Alghero, ma soprattutto rilevano che non ci sia nel progetto alcuna garanzia che gli interessi privati e quelli pubblici trovino un punto di equilibrio accettabile. Facile da capire si potrebbe dire, tanto più se argomentato sul piano giuridico e finanziario come si fa in una sentenza. Così evidente da rendere incomprensibile il fatto che il governo regionale sardo e la presidente Todde continuino a non capirlo.

Ci si potrebbe aspettare infatti, che davanti alla demolizione dell’intera operazione effettuata dalla Corte dei Conti i tre registi/attori si fermino, si pongano qualche problema, e invece no. Non si fermano.

Vanno avanti, vogliono fermissimamente vogliono la Rete Aeroportuale Sarda, e questa volta il passo avanti è toccato alla giunta Todde che, dopo aver incaricato uno studio milanese, per essere accompagnati in sicurezza in un percorso evidentemente tortuoso e rischioso, (al costo di 170mila euro) a marzo 2026, ha deliberato la firma di un Term Sheet.

Cosa è? Lo dicono in inglese per darsi arie, perché da l’idea di competenza e perché l’italiano ormai fa troppo provinciale, figurati il sardo.

Significa semplicemente “accordo non vincolante” tra Camera di Commercio di Cagliari, Regione Sardegna, fondo privato F2i Ligantia, dove si dichiara di voler arrivare subito alla creazione della Rete Sarda degli aeroporti entro settembre 2026. Si dichiara di voler andare avanti anche in caso di parere contrario della corte dei conti, si stabiliscono una serie di clausole che a leggerle si immagina la parte privata che fa da padrona e la parte pubblica stesa a terra a tappetino, a preannunciare anticipatamente come funzioneranno gli aeroporti sardi se l’operazione andasse a buon fine.

L’accordo sottoscritto contiene praticamente il piano B, qualora i tribunali ordinari e contabili finissero, come sembra prevedibile, di smontare a colpi di sentenze l’intero percorso messo in piedi fino ad oggi da Regione, Camera di Commercio, società di gestione controllate dai privati di F2i e tra questi la Fondazione di Sardegna.

Si stabilisce di creare una Holding, cioè una società che ne contiene altre al suo interno e che nel caso specifico saranno le 3 società che oggi gestiscono gli aeroporti sardi che saranno dirette e coordinate dalla nuova Holding. Al suo interno i soci di maggioranza saranno privati e la regione ne farà parte con il 9,25% delle azioni per l’acquisto delle quali, nella finanziaria 2026 si stanno stanziando 30 milioni di euro. Soldi molti e vantaggi zero per la verità, poiché la quota sarà marginale e del tutto insufficiente ad orientarne le scelte.

La parte privata non potrà vendere, bontà sua, fino a dicembre 2028, praticamente fino a domani, dopo avrà mano libera e potrà cedere le sue quote a chiunque, indipendentemente dal parere della Regione Sardegna. Viceversa, la parte pubblica “non potrà trasferire partecipazioni nella Holding a soggetti che gestiscono altri aeroporti all’interno dello Spazio Economico Europeo, senza l’autorizzazione scritta dei soci privati. E qualora la necessità di bandi ad evidenza pubblica portassero all’interno della holding soggetti non del tutto graditi alla parte privata, questa avrebbe diritto ad imporre “ limitazioni sia in termini di rappresentanza negli organi sociali, sia in termini di veti sulle materie riservate”.

Cosa chiede la Regione Sardegna in cambio di tutto ciò? Il suo parere favorevole vincolante nel caso si decida di chiudere un aeroporto per più di 60 giorni.

Caspita come siamo ben rappresentati! “Tutto” c’è in questo accordo preliminare e nell’intera operazione, tranne l’interesse della Sardegna e dei sardi.

Noi chiediamo semplicemente di volare, chiediamo che la continuità territoriale non sia una pagliacciata, chiediamo di non essere fuori dalle rotte turistiche, di essere raggiungibili da chi vuole venire in Sardegna. Chiediamo semplicemente che i soldi pubblici siano destinati a vantaggio di tutti non solo a parole, ma anche con i fatti.

Lucia Chessa

Segretaria nazionale Rossomori De Sardigna

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venerdì 5 giugno 2026

Il surreale dibattito negli Usa sul candidato dem: “È vegano o no?”. Trump lo attacca e James Talarico corre ai ripari: “Faccio barbecue da sempre” - Alberto Marzocchi

 

Essere vegano? Negli Stati Uniti è un'arma politica e culturale. Perché da giorni i repubblicani stanno attaccando così l'enfant prodige del Partito democratico. E cosa c'entra l'industria zootecnica a stelle e strisce

È vegano o no?“. Qualcuno avrà scrollato le spalle, disinteressato, ma è fuori dubbio che migliaia di elettori ed elettrici tanto in Texas quanto negli Stati Uniti si stanno facendo questa domanda. Perché lui, il soggetto – o, da un certo punto di vista, l’oggetto – della discussione è James Talarico. Nome che in Italia significa ancora poco, ma che negli Usa vale tanto: per il Partito democratico è uno dei politici più promettenti in circolazione, per il Partito repubblicano è lo stereotipo del nuovo avversario, una specie di incarnazione di (quasi) tutti i mali per il mondo Maga. E, perché no, l’uomo che potrebbe fare lo scherzetto in passato tanto annunciato ma mai verificatosi: strappare il Texas al Grand Old Party.

“È vegano, non può vincere in Texas”: la premonizione di Trump

Talarico ha 36 anni e la faccia pulita. Non a caso è un seminarista presbiteriano (aspetto che lo avvicina all’area più moderata del partito e ai delusi da Donald Trump), usa sempre toni molto pacati, assicura di voler fare la guerra ai miliardari (aspetto, questo, che invece lo avvicina alla sinistra dei dem) e a marzo ha vinto le primarie: il prossimo novembre correrà per le elezioni di medio termine. Cioè, per un posto al Senato. Fin qui tutto normale, se non fosse che un paio di settimane fa il presidente degli Stati Uniti in persona lo ha attaccato: “Non potrà mai vincere in Texas, è vegano“. Tutto il partito repubblicano, naturalmente, ha seguito Trump e ha iniziato a far coincidere il fatto di essere vegano con una sorprendente onta morale. Vegano uguale essere riprovevole, in pratica.

Lo ha fatto ieri anche lo sfidante al voto di metà mandato, Ken Paxton, che solo la settimana scorsa ha vinto le primarie per i repubblicani. Uno che è così distante, dal punto di vista ideologico e antropologico, da Talarico, da rappresentare al meglio il modello del politico Maga: 63 anni, procuratore generale del Texas e ultraconservatore, ha fatto battaglie grazie al suo ruolo sia contro Barack Obama sia contro Joe Biden, soprattutto per quanto riguarda l’ambiente e l’immigrazione. È convinto che Trump sia stato sconfitto nel 2020 a causa di un non meglio specificato complotto, è anti-abortista e ha avuto più di un grattacapo con la giustizia: un patteggiamento per frode, un impeachment per corruzione, accuse di abuso d’ufficio. Un bel soggetto.

Gli insulti e il barbecue da otto generazioni

Ma torniamo a Talarico e al dibattito surreale in corso negli Stati Uniti. Il povero (si fa per dire) candidato dem in questi mesi si è preso di tutto: sempre con un’accezione dispregiativa, dai suoi avversari politici è stato definito “transgender”, “un insulto a Gesù Cristo“, “Low-T Talarico” (per indicare bassi livelli di testosterone), “Six-gender Jimmy” (alludendo a una sua dichiarazione su Dio, che non sarebbe né maschio né femmina), “Tala-freako“, “defective candidate” e via dicendo. Ma anche “Tofu-Talarico” e “gay vegano”. Tanto che “se gli fanno gli esami del sangue, al posto del sangue trovano la soia”.

Il fatto è che l’attacco al quale Talarico ha replicato con maggior prontezza è proprio quello legato al veganesimo. Il 15 di maggio Trump lo ha accusato di essere vegano. Il team di Talarico ha smentito che il candidato dem lo fosse, e tre giorni dopo ha pubblicato una sua foto con una camicia con stampata la bandiera del Texas mentre mangia un pezzo di carne. E la settimana scorsa, a un comizio, Talarico ha dichiarato: “La mia famiglia è texana da otto generazioni, faccio barbecue dalla prima incriminazione di Ken Paxton”. La domanda è: il candidato dem ha voluto ristabilire, nel dibattito pubblico, una verità, o più semplicemente ha paura di perdere voti? Le due cose possono benissimo andare insieme.

L’industria zootecnica e la cultura Usa: perché Talarico si difende così

Nel 2022 Talarico partecipò a una raccolta fondi per alcune leggi contro il maltrattamento sugli animali. Al microfono – e il video di quelle dichiarazioni è diventato virale qualche settimana fa – disse che “sono orgoglioso di poter dire che la nostra campagna è ufficialmente diventata una campagna senza carne. Acquistiamo solo prodotto vegani da aziende vegane locali”. In sostanza, un’azione encomiabile – o, se si preferisce, non biasimevole – che ora gli si sta ritorcendo contro. Disse anche che “credo che il tema del benessere animale sia diventato sempre più rilevante. Non solo perché è la cosa giusta da fare, e la cosa morale da fare, ma anche perché è necessario per combattere il cambiamento climatico. È ormai fondamentale cercare di ridurre il consumo di carne e di rispettare gli animali”. Esattamente ciò che dice la scienza (se proprio vogliamo lasciar fuori la morale). Eppure, ora, Talarico è corso ai ripari. Perché?

Il consumo di carne negli Stati Uniti, dopo anni di costante regresso, è tornato a salire. Un fenomeno che non è soltanto alimentare, ma è culturale. Secondo svariate ricerche, gli Usa sono il Paese col maggiore consumo di carne al mondo: pro capite, fanno più di 120 chilogrammi all’anno, prevalentemente bovini e pollame (e il Texas, neanche a dirlo, è lo Stato che guida la classifica interna). In Italia, per avere un metro di paragone, arriviamo a circa 78-79 chili. Da quando Jonathan Safran Foer ha scritto Se niente importa, nel 2010, le cose non sono cambiate: negli Stati Uniti il 99% della carne proviene dagli allevamenti intensivi, i cosiddetti CAFO (Concentrated Animal Feeding Operations). L’intera filiera dell’industria zootecnica statunitense – quindi anche mangimi, produzione, trasporto – vale circa 350 miliardi di dollari. Ma secondo altre stime, tutto il comparto varrebbe un trilione di dollari. E ogni anno l’amministrazione federale stanzia decine di miliardi di dollari per il settore. Lo scambio tra la politica e gli interessi dell’industria zootecnica è costante. Ma, come si accennava, al di là degli interessi economici ci sono anche ragioni culturali ed ideologiche dietro il consumo di carne. O, se vogliamo, alla base della più o meno recente “tradizione” culinaria statunitense. Non a caso per la destra Usa mangiare carne è diventata una pratica identitaria. Ma il caso Talarico dimostra che il fenomeno è ben più radicato ed esteso. E la questione, più complessa.

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giovedì 4 giugno 2026

Perché va frenata la fuga dei giovani - Chiara Saraceno

Ci sono più italiani che vivono stabilmente fuori dall’Italia che immigrati che vivono stabilmente nel nostro Paese. Nel 2025, anno in cui è avvenuto questo singolare sorpasso, erano iscritti all’Aire 6,4 milioni circa di italiani rispetto a 5,3 milioni circa di stranieri regolarmente residenti in Italia.

Più che preoccuparci di un’invasione da parte degli stranieri e vagheggiare qualche forma di remigrazione forzata, dovremmo preoccuparci di un esodo che negli ultimi anni non solo si è fatto più intenso, ma coinvolge sempre più giovani altamente qualificati, impoverendo il Paese dal punto di vista sia demografico sia delle risorse umane.

Tra il 2011 e il 2024, 486 mila giovani italiani (di prima o seconda cittadinanza) sotto i 34 anni sono emigrati verso Paesi, per lo più europei – Germania, Francia, Regno Unito Spagna, Svizzera – che offrivano loro condizioni migliori. Tenendo conto della stima dell’Istat secondo cui se ne vanno dall’Italia circa 21.000 giovani laureati ogni anno, più della metà, 294 mila, di tutti i giovani emigrati nel periodo sono, appunto, laureati, riducendo ulteriormente la già comparativamente ridotta quota di popolazione residente in possesso di questo titolo di studio. Gli altri sono per lo più diplomati.

Secondo le stime di Almalaurea, la percentuale di laureati che lascia l’Italia è “solo” il 5 per cento. Ma raddoppia in particolari settori, quelli delle lauree “più forti” sul mercato del lavoro, quali le Ict (11,3 per cento se ne va a 5 anni dal diploma), le materie scientifiche (10,3 per cento), gli ingegneri industriali e dell’informazione (8,2 per cento). Evidentemente, anche avere una laurea “forte” non è sempre sufficiente per trovare opportunità soddisfacenti in Italia, competitive con quelle di altri Paesi.

Per altro, le percentuali sono sopra la media anche tra i laureati in Scienze politiche, in Scienze della comunicazione e in Lingue. In altri termini, soprattutto per i giovani, l’emigrazione dall’Italia da tempo non riguarda più persone che provengono da contesti di povertà, a bassa istruzione, disponibili ad occupazioni a bassa o nessuna qualifica. Al contrario, riguarda persone spesso qualificate che non trovano in Italia condizioni, economiche, di qualità del lavoro e di riconoscimento sociale, adeguate alle proprie capacità e aspirazioni, sia nel settore privato sia in quello pubblico.

Per dire, come si racconta oggi in cronaca, il Comune di Torino sta cercando una persona laureata con le competenza necessarie per assumere il ruolo di amministratore delegato della società Turismo Torino e Provincia, stipendio massimo 1500 euro. Ovviamente non la trova.

Poco attrattiva per una parte, certo minoritaria, ma significativa, delle giovani generazioni italiane, l’Italia lo è anche per i loro coetanei di altri Paesi se si tratta, non di venirci in vacanza, ma per lavorare e vivere. I giovani stranieri qualificati che sono entrati in Italia tra il 2011 e il 2024 sono stati solo 55.000. Si aggiunga che mancano dal conteggio dei fuorusciti i giovani stranieri che magari sono nati, cresciuti e comunque hanno studiato in Italia, senza avere ottenuto la cittadinanza e se ne vanno perché, ancor più dei loro coetanei italiani, non trovano in Italia sufficienti opportunità di far valere le proprie competenze.

Come ha segnalato, infatti, l’ultimo Rapporto annuale Istat, neppure una laurea ottenuta in Italia basta a far superare l’“handicap” dell’origine straniera, specie se da un Paese povero. Sebbene tra i giovani stranieri il raggiungimento della laurea sia ancora più ridotto che tra i coetanei italiani, avere una laurea, a differenza di quanto avviene per questi ultimi, ha un effetto nullo sulle loro opportunità occupazionali rispetto all’avere solo il diploma. Vale quindi per i giovani stranieri in modo particolarmente acuto il circolo vizioso enunciato dal governatore della Banca d’Italia per i giovani in generale.

Da un lato, la scarsa valorizzazione delle competenze scoraggia troppi dall’acquisirle, specie tra chi sperimenta qualche forma di svantaggio sociale – origine straniera, basso reddito familiare. Ciò riduce, oltre che il pieno sviluppo delle loro capacità come esseri umani, cittadini, lavoratori, la disponibilità del capitale umano necessario perché il sistema economico e sociale italiano possa far fronte alle sfide in atto e future.

Dall’altro lato, una parte significativa di chi non si lascia scoraggiare, se può va, appunto, altrove. Lo ha documentato il Rapporto annuale Istat e ripetuto ora il Governatore: «Creare le condizioni perché le nuove generazioni possano realizzare le loro aspirazioni e concorrere al progresso del Paese non è solo una responsabilità economica: è il compito civile di questo tempo.

Solo così l’Italia potrà attraversare un mondo sempre più frammentato senza subirne le divisioni, e trasformare la transizione tecnologica in una stagione di libertà, lavoro e fiducia nel futuro». Aggiungo che, forse, solo così si potrà provare a convincere i giovani che vale la pena investire nel loro futuro in Italia, studiando, ma anche partecipando alla vita politica.

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