sabato 24 ottobre 2026

Perché spostare i migranti con contratto regolare senza motivo? Succede al CPA di Monastir - Roberta Mocci


Già vivono in condizioni disumane a causa dell'assenza di spazi adeguati. Ultimamente si sono verificati numerosi disordini all'interno e fuori dal CPA di Cagliari: vorrei ben vedere

 

È possibile prelevare delle persone da un centro di accoglienza e spostarle altrove nonostante un contratto di lavoro regolare? Il fatto che si tratta di migranti ci autorizza a calpestare completamente i loro diritti?

Questo è quello che sta accadendo al CPA di Monastir in provincia di Cagliari dove i richiedenti protezione internazionale vivono, come si sa da anni, in condizioni disumane a causa dell’assenza di spazi adeguati. La maggior parte di loro, dopo la richiesta di protezione internazionale, ha ottenuto un permesso provvisorio che dopo 60 giorni permette loro di lavorare. Queste domande spesso non vengono esaminate per anni, lasciando questi ragazzi in un limbo, sospesi tra la regolarità e l’irregolarità, con i comprensibili timori dei datori di lavoro. Inutile dire che di questa forza lavoro abbiamo enormemente bisogno e molti di loro trovano impiego nelle aziende agricole del Campidano. La loro disponibilità a lavorare senza badare troppo a orari e condizioni di lavoro li rende inoltre particolarmente “interessanti” agli occhi delle aziende. Nonostante questa giungla fatta di incertezze, alcuni di loro ottengono regolari contratti di lavoro, spesso stagionali, ma nel settore la stagionalità significa semplicemente cambiare raccolto e quindi spesso sono impegnati per la maggior parte dell’anno.

Ma arriviamo ai fatti.

Ultimamente si sono verificati numerosi disordini all’interno e fuori dal CPA: vorrei ben vedere come si fa a vivere sereni, in condizioni di sovraffollamento, di scarsa igiene, ragazzi con un passato difficile, un presente complesso e un futuro ancora più incerto e non ci vuole molto a capire che alcuni di loro avrebbero bisogno di un aiuto psicologico. È assolutamente comprensibile la preoccupazione degli abitanti dei paesi vicini, ne hanno tutto il diritto, ma anche qua la percezione di pericolo è superiore alla realtà in seguito alla propaganda anti migranti del nostro lungimirante governo e portata avanti con convinzione da alcuni giornali locali. E siccome investire nell’integrazione non è considerata un’opzione, si è scelto di operare diversamente e di spostare i migranti verso altri centri, dove non si sa.

Bene direte voi, si alleggerisce il carico, saranno stati utilizzati dei criteri per lo spostamento di queste persone, l’obiettivo sarà il loro benessere. E invece pare proprio di no, perché molti di loro erano in possesso di regolare contratto di lavoro. Cioè, proprio coloro che avevano più diritto a restare e avevano iniziato un percorso di integrazione che, non ci vuole molto a capire, inizia proprio dal lavoro, vengono mandati via. E chi in tutto ciò non vede lesi i diritti fondamentali dei migranti pensi ai datori di lavoro agricoli che hanno visto scomparire da un giorno all’altro i loro lavoratori sui quali contavano.

Ma in fondo, a noi cosa cambia? Non lo so, forse nulla, le aziende troveranno un altro disperato disponibile a lavorare dall’alba al tramonto. Ma io mi sono sentita offesa come essere umano. Vedo il realizzarsi di quei sani principi anticostituzionali che tanto piacciono ultimamente ai nostri politici e non solo. Ho paura, che a poco a poco ci si spinga sempre oltre. Che qualcosa sfugga di mano. Perché la storia ci insegna, ma noi non abbiamo imparato.

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venerdì 23 ottobre 2026

“Questa non è conservazione, è un cartello.” Rappresentanti indigeni da tutto il mondo hanno rilasciato oggi una dichiarazione storica dall’impatto dirompente

 

“La conservazione della natura deve essere guidata dai popoli indigeni, perché noi ne sappiamo di più.”

Nairobi: numerosi popoli indigeni vittima dell’industria della conservazione si sono riuniti in un incontro unico nel suo genere, a conclusione del quale hanno chiesto “la restituzione delle nostre terre ancestrali, incluse quelle che ci sono state sottratte per creare parchi e riserve naturali”.

La Dichiarazione di Nairobi, diffusa oggi dalla neonata Indigenous Lands Alliance (Alleanza per le terre indigene) a conclusione dell'incontro, contiene anche un ultimatum senza mezzi termini rivolto a note organizzazioni per la conservazione, tra cui WWF, WCS, African Parks, UNESCO e altre: "andatevene dalle nostre terre e rispettate i nostri diritti, diversamente, vi cacceremo via".

Our Land, Our Nature (OLON, La nostra terra, la nostra natura) ha riunito per la prima volta rappresentanti indigeni da tutto il mondo, accomunati dalla lotta contro il modello di conservazione dominante; insieme hanno denunciato il prezzo umano della “conservazione fortezza” e dei mercati del carbonio, presentando al contempo alternative a guida indigena.

La dichiarazione delinea la portata del problema:

“Da decenni ormai, la potente industria della conservazione usurpa e ruba i nostri territori con il pretesto di salvare Madre Terra. Trasformano i nostri territori in parchi nazionali, riserve della tigre, santuari della fauna selvatica, aree protette,aree di conservazione e riserve di caccia sportiva senza il nostro consenso.”

“Vendono le nostre terre attraverso i mercati del carbonio, i crediti di biodiversità e altri sistemi di compensazione che servono a dare una parvenza di sostenibilità ambientale (greenwashing) alle pratiche distruttive delle multinazionali. Nonostante siano designate come "Aree protette", queste zone vengono distrutte e destinate all'estrazione mineraria a cielo aperto, all'estrazione "verde" di minerali critici per la transizione energetica e alle piantagioni commerciali di gomma, pino, tè, caffè, soia e teak. Vengono aperte al turismo dei safari, che non mostra alcun rispetto per i popoli indigeni né per i nostri antenati.”

 “Dietro tutto ciò vi è una coalizione composta da governi, multinazionali e ONG internazionali che si occupano di ‘conservazione’ dell’ambiente. Controllano i nostri territori perché finanziati da ricchi paesi del Nord del mondo, dalle banche multilaterali di sviluppo, da istituzioni finanziarie multilaterali, dalla Banca Mondiale, dalle industrie dei combustibili fossili e da altre industrie inquinanti. Oggi le nostre terre sono amministrate da governi, ONG ed élite. Non da noi. Questa non è conservazione della natura. Non è altro che un cartello.”

“Ci opponiamo a una conservazione caratterizzata da logiche di mercato, accaparramento di terre, finanziarizzazione della natura, greenwashing da parte dei grandi inquinatori e false Soluzioni basate sulla natura (NBS). Esigiamo uguaglianza, consenso, trasparenza, rispetto e dignità.” 

Questa Dichiarazione, dai toni molto fermi, è stata sottoscritta dai 60 rappresentanti indigeni provenienti da 16 paesi del mondo che hanno partecipato a questo incontro senza precedenti. Essi hanno anche dato vita a una nuova rete, la Indigenous Lands Alliance (Alleanza per le terre indigene), per promuovere le istanze contenute nella Dichiarazione di Nairobi.

I rappresentanti indigeni provengono da:

  • Argentina (popoli Qom e Mbya Guarani)
  • Bolivia (popolo Uchupiamona)
  • Botswana (popolo Kua)
  • Cambogia (popolo Bunong)
  • Camerun (popolo Baka)
  • Colombia (popolo Pasto)
  • Congo (rep.) (popolo Baka)
  • Ecuador (popolo Kichwa)
  • India (popolo Jenu Kuruba)
  • Kenya (popoli Ogiek, Samburu, Rendille, Masai, Borana, Sengwer)
  • Nepal (popolo Tharu)
  • Perù (popolo Kichwa)
  • Tanzania (popolo Masai)
  • Tailandia (popolo Karen)
  • Uganda (sottogruppo Mosopisyek/Kalenjin)
  • Stati Uniti (nazioni Diné e Dakota)

Note ai redattori:

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giovedì 22 ottobre 2026

Parigi in fiamme: le immagini surreali del turismo di massa - Angela Fais

 

Di fronte alle immagini dei turisti spagnoli che al Louvre hanno insultato gli studenti per aver bloccato l’accesso al museo, o alle due turiste che, sempre a Parigi, cercano il B&B in una piazza in cui divampano violentissimi scontri, restiamo profondamente colpiti.

E non ci stupiamo che i video siano diventati virali insieme agli altri, quello della ragazza che fa jogging lungo un boulevard nero e nebbioso o quello della coppia che sorseggia il caffè come se la città attorno non stesse letteralmente bruciando in preda alla guerriglia urbana.

Ci colpiscono intensamente perchè ci mostrano senza veli gli esiti cui il neoliberismo inevitabilmente approda attraverso una calcolata atomizzazione sociale e una sistematica depoliticizzazione della società, facendo si che, non senza stridore, nello stesso spazio fisico si posizionino, come mondi paralleli, segmenti sociali politicamente inconciliabili. 

Queste immagini in realtà sono una metafora potentissima in cui si condensa la frattura sociale profonda e strutturale che il neoliberismo produce, costituendosi come dispositivo di polarizzazione economica e frammentazione sociale che, concentrando i capitali nelle mani di pochi - sempre più pochi - progressivamente impoverisce la classe media e crea marginalità sociali.

 

Senza ombra di dubbio possiamo dire che i protagonisti dei reel sono degli idioti.

Non perché si sia testato il loro Qi, ma “idioti” ( ?δι?της ) nel senso greco del termine, nell'accezione in cui Pericle recita, come riporta Tucidide, nella Atene del 431 a.c. nell’epitaffio in onore ai caduti alla fine del primo anno della guerra del Peloponneso: “Un cittadino che non si interessa dello Stato non lo consideriamo pacifico, ma inutile”.

Ricordiamo che nell’antica Grecia chi non prendeva parte alle riunioni dell’ Ecclesia era esposto al pubblico ludibrio, essendo considerata un’onta non interessarsi alla cosa pubblica. Per convogliare i cittadini nell’area dell’  Ecclesia il giorno del voto si usava cingere la piazza dell’ Agorà con una corda intrisa di color rosso che avrebbe marchiato le vesti dei ritardatari.

Oggi i turisti sono guidati da aspettative costruite sulla base dell’omologazione e di luoghi comuni che hanno ridotto ogni nostra città a cartolina, semplice sfondo di un post sui social. Aspettative che fanno si che la città reale, in cui la rivolta divampa in tutta la sua violenza, resti solo uno sfondo sfocato che interferisce con il loro tour, nonché banale luogo comune da ricalcare ancora una volta, ma forte abbastanza da prevalere sulla realtà. Quasi che la Parigi disneyficata, in una percezione aberrante, riesca ad avere la meglio sulle fiamme, il fumo delle molotov, i lacrimogeni e la violenza.

Ma se sulla dimensione sociale della rivolta riesce a prevalere con tutta la sua forza l’ottusità del privato, ci troviamo irrimediabilmente in una società abitata da idioti. Ricordiamoci sempre che il neoliberismo prima che una dottrina economica è un progetto di vita sociale.

Di una città della quale neghiamo la sua dimensione sociale, politica , restano solo le pietre e individui che vivono come “idiotes”: privati cittadini che non partecipano in alcun modo alla vita pubblica e politica della comunità, sono disinteressati, “non pacifici” ma idioti.

E mentre le turiste guardano gli smartphone, così come gli altri due che seduti a un tavolino sorseggiano caffè e fumano, viene a galla una mostruosa disconnessione. Avulsi in un’ottusa ‘bolla turistica’ che riduce la città reale a puro sfondo e declassa la rivolta a imprevisto logistico che può rovinare la vacanza, la rivolta urbana, il malessere sociale è ridotto e ricondotto a mero rumore di fondo.

In realtà la scena comunica un fortissimo tema di classe:

da un lato “i reietti della città” come li chiama Loïc Wacquant, espulsi dalle  città-vetrina che vorrebbero definitivamente sganciarsi dalla materialità di un conflitto di classe sempre più bruciante, per imporre la presenza e il dominio di élite, speculatori e consumatori globali che la città la attraversano consumandola come fosse un prodotto tra gli altri.

Se però le città vengono epurate e depurate della propria memoria, elemento opaco e spurio di cui son composti i mattoni della storia, a favore delle città vetrina, astoriche e acritiche, il conflitto di classe viene declassato a fastidiosa interferenza di fondo, un contrattempo fastidioso. Tuttavia laddove il cittadino è sostituito da turisti e consumatori facoltosi, la materialità ritorna sempre come rimosso, attraverso i conflitti urbani.

L’espulsione dalla città del suo proletariato, respinto nelle periferie attraverso un atto di violenza fortissima che prende il nome di gentrificazione, genera movimenti di resistenza e di classe, spostando l’asse del conflitto dalle fabbriche, ormai chiuse da un pezzo, alla città.

E noi dobbiamo prenderne atto per non rischiare di diventare degli idioti.

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mercoledì 21 ottobre 2026

In 5 anni chiuse 500 botteghe, in 38 Comuni non c’è neanche un negozio di alimentari: tutti i dati - Francesco Zizi

Quasi cinquecento le piccole botteghe chiuse negli ultimi cinque anni nei comuni già colpiti dallo spopolamento. Trentotto, sono invece i paesi della Sardegna in cui non esiste più un negozio specializzato in alimentari. In otto piccoli non c’è nemmeno più un minimarket. I rapporti della Camera di Commercio di Sassari, letti in successione, restituiscono la foto di un’isola che - dopo scuole, chiese, ambulatori e pronto soccorso -, perde anche un altro pilastro economico e sociale fondamentale. Un ritirata silenziosa che in alcuni borghi ha già lasciato un vuoto difficilmente colmabile.

Il dato più preoccupante è l’ultimo, quello che riguarda il rapporto “Sardegna imprese” del 2026, che riporta i dati del 2025. Lo scorso anno in 38 comuni dell’isola, non risulta alcuna impresa attiva di commercio al dettaglio, specializzato in alimentari e bevande. Niente macellaio, niente pescheria, niente panettiere e niente frutta e verdura. In ben otto comuni invece, il deserto è totale: Cheremule, Baradili, Bidonì, Boroneddu, Curcuris, Tadasuni, Villa Sant’Antonio e Tinnura non hanno neppure un minimarket. In alcuni di questi non c’è un solo negozio, di nessun genere. Per comprare il pane bisogna prendere l’auto e andare altrove, spesso macinando chilometri e chi l’auto non ce l’ha resta a casa.

Sono invece 53 i comuni con al massimo due imprese alimentari, quasi uno su sette. In ventidue piccoli borghi invece, si regge tutto su un’unica attività: Aidomaggiore, Allai, Asuni, Neoneli, Osidda, Sagama, Turri. Basta una pensione, una malattia, un bilancio che non torna, e anche lì la saracinesca rimane giù. Intanto la rete si sbilancia verso le grandi città: delle 9.236 imprese alimentari dell’isola, il 43,5% si concentra nei dieci comuni più grandi. In 134 comuni, più di uno su tre, sono cinque o meno. E il saldo, in tutti questi piccoli paesi, riporta sempre un numero negativo.

In 88 piccoli comuni dell’isola, tra il 2020 e il 2025, le imprese del commercio al dettaglio sono passate da 3.925 a 3.426, quasi cinquecento in meno: il -12,7%. In 69 degli 88 comuni, il saldo è negativo e solo in nove positivo.

Nel Nord Sardegna, solo Alghero perde 98 attività, ma è nei piccoli borghi che il peso di una chiusura si avverte molto di più. Monti passa da 37 a 23, Pattada da 30 a 22, Luras da 26 a 19, Siligo da 13 a 9. Dove le botteghe si contano sulle dita di una mano, perderne anche solo due significa dimezzare l’offerta.

Dietro il bancone il quadro non migliora. A fine 2020 le industrie alimentari e delle bevande attive in Sardegna erano 2.126, a fine 2025 sono 2.032, 94 in meno. Ma a pagare il prezzo più caro è sempre la filiera del cibo, che è anche quella che rifornisce i territori più periferici. Piccoli panifici o caseifici, salumifici in cinque anni scendono da 1.987 a 1.875, mentre sono in leggera crescita cantine e birrifici. Fino al 2024, ultimo anno confrontabile, gli addetti erano però cresciuti da 12.258 a 12.833. Sintomo di un fenomeno che riguarda tutti quasi tutti i settori dell’economia: si rafforzano e si espandono le grandi imprese, muoiono le piccole realtà.

La mappa della desertificazione commerciale ha un baricentro negativo che pende verso le province di Cagliari e Oristano. Trenta dei 53 comuni più a rischio di chiusura totale dei piccoli presidi alimentari sono borghi dell’Oristanese interno, tra Barigadu e Marmilla: paesi di poche centinaia di abitanti, dove l’età media sale e i giovani partono per l’assenza di servizi essenziali. Dodici sono nel Nuorese, undici tra Sassarese e Gallura. Nessun territorio, insomma, può dire di essere al riparo. Lo stesso Sud perde anche i piccoli laboratori, parte fondamentale della filiera, che molto spesso è unica. Tra Cagliari e Oristano le industrie alimentari passano da 1.008 a 925, ottantatré in meno. Nel Nord Sardegna scendono da 549 a 526. Controcorrente il Nuorese, unico territorio in crescita, da 569 a 581: lì la trasformazione dei prodotti della terra e del pascolo resta ben ancorata alle radici.

La tendenza nazionale

Quello che sta succedendo nell’isola è il tassello locale di una desertificazione commerciale che attraversa tutta Italia. A livello nazionale sono 1.064 i comuni che non hanno più un negozio di alimentari in sede fissa. Oltre un milione e mezzo di persone vive senza un minimarket o un piccolo esercizio alimentare nel proprio comune, 265mila senza nemmeno un bar. Dal 2019 sono sparite 111mila imprese del commercio al dettaglio e 24mila bar, e circa 72mila erano attività di prossimità di base: forni, fruttivendoli, macellerie, pescherie, tabaccherie, edicole. Sul fronte della produzione, invece, il confronto nazionale restituisce un'immagine meno cupa.

Tra il 2020 e il 2024, ultimo periodo misurato con la stessa classificazione, le industrie alimentari e delle bevande sarde sono scese da 2.126 a 2.050, il 3,6% in meno. In Italia il calo è stato del 5,1%. Solo Campania e Piemonte hanno fatto meglio dell'isola, mentre Toscana, Lazio e Marche hanno perso tra il 7 e il 9%. Gli addetti crescono del 4,7%, in linea con la media nazionale. Il vero problema però, è che le imprese sarde restano piccolissime, molto spesso a conduzione familiare. In media, in un’azienda dell’isola lavorano 6,3 addetti contro i 10,7 del resto del Paese. Più piccole vuol dire anche più fragili.

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martedì 20 ottobre 2026

Una nuova vita per le colline e le montagne: il tesoro che i giovani vogliono riscoprire - Barbara Nappini

 

In collina e in montagna permangono le basi biologiche necessarie alla vita: biodiversità, suolo, acqua pulita, aria, piante e animali. In collina e in montagna hanno origine i prodotti italiani più iconici, frutto di sapere millenario custodito dagli artigiani. Basti dire che il 92% dei prodotti Dop proviene da aree montane o interne. In collina e in montagna, per secoli, la produzione di materie prime e la loro trasformazione hanno generato quell’agrobiodiversità e quella varietà gastronomica che oggi riassumiamo fin troppo facilmente nell’espressione “made in Italy”. In collina e in montagna sono presenti il 46% delle imprese agroalimentari, si concentra oltre il 50% della superficie agricola utilizzata del Paese, si evidenzia la maggiore vocazione al biologico e la più rilevante presenza di imprese a conduzione femminile per il 25% e giovanile per il 9,2%.

La trave nel piatto è che le “terre alte” vengono definite “marginali”. Ma queste terre marginali sono tutto fuorché marginali. Sono circa il 70% del territorio nazionale, ospitano quasi 4.000 comuni, custodiscono la maggior parte della biodiversità italiana, regolano il ciclo idrologico, catturano carbonio, prevengono dissesti, conservano paesaggi culturali patrimonio dell’umanità. Le aree interne sono in sofferenza perché da decenni depauperate di opportunità: servizi essenziali, accesso al lavoro, infrastrutture, isolamento geografico, tutto spinge dolorosamente i giovani a trasferirsi. Secondo ISTAT, negli ultimi 20 anni molti piccoli comuni hanno perso fino al 20% della popolazione. Eppure, le grandi città di pianura hanno bisogno delle terre alte: è necessario dismettere la relazione di servizio che la campagna depauperata ha avuto con la città, per trasformarla in un dialogo paritetico tra aree di pari dignità in cui il benessere dell’una e dell’altra sono correlati. Un rapporto che deve essere basato sulla reciprocità e la cooperazione, che riconosce soggettività alle terre alte e che restituisce alla collina e alla montagna la coscienza del luogo e alle comunità dei paesi “il fare”.

I giovani questo lo hanno capito prima e meglio della politica: molti sono quelli che individuano in quelle aree delle prospettive “altre” di lavoro, di relazione e anche di vita. Alcuni sono nati lì e vogliono restare, altri provengono dalla città ma vogliono trasferirvisi, entrambi leggono quei territori come spazi dove sperimentare forme di lavoro agricolo o forestale cooperativo, partecipare alla vita delle comunità, custodire gli ecosistemi abbracciando saperi antichi e innovazione, immaginare e costruire forme di governo dal basso dei luoghi. Lì, nelle aree collinari e montane, servono le scuole migliori, i trasporti più efficienti, i servizi di assistenza e sanitari più innovativi per sostenere un ripensamento del futuro dell’Italia tutta. E nel Terra Madre Salone del Gusto appena conclusosi a Torino, i giovani c’erano ed erano tanti. Hanno affollato in maniera più evidente proprio lo spazio “Terre Alte”: non soltanto partecipavano alle conferenze tra il pubblico, molti erano dietro i microfoni! Erano loro i protagonisti: hanno portato idee, istanze, proposte, esperienze, energica volontà e ferma determinazione per far vivere quei luoghi e per vivere loro stessi, lì, un’esistenza dignitosa, culturalmente sensata e politicamente giusta. Dentro questa trama di connessioni tra comunità e territori, tra idee e azioni, non c’è spazio per l’inganno dei confini: nei sistemi locali del cibo buoni, puliti e giusti che ne possono scaturire, nutrirsi non è gesto compiuto a danno di qualcuno, ma è atto capace a sua volta di nutrire. Queste ragazze e questi ragazzi non chiedono che qualcuno faccia al posto loro: loro sono già dentro un cambiamento che niente e nessuno può fermare.

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lunedì 19 ottobre 2026

Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Fàula? - Omar Onnis

 

Antonio Gramsci credeva molto nel sapere come strumento di crescita personale e di emancipazione collettiva. Il suo celebre invito a istruirci, rivolto ovviamente prima di tutto alle persone giovani, ma non solo, risuona di tanto in tanto negli slogan delle manifestazioni studentesche. Insieme a un altro motto, tratto da un graffito murario (non so se reale o ricostruito), che recita: “fotti il sistema… studia!”.

In questi giorni di vivaci proteste studentesche in Francia, che sembra comincino a riverberarsi anche nell’anestetizzato spazio pubblico italiano (e sardo), è doveroso tornare a rifletterci su. Specialmente in un luogo come la Sardegna, margine coloniale di uno stato scalcinato ma arrogante come l’Italia.

Sono gli stessi giorni in cui il ministro della Difesa Crosetto ci informa che le esercitazioni militari nella nostra isola “sono necessarie”, dunque dobbiamo ingoiare il rospo e rendere questo servigio alla Patria. Ma sono anche gli stessi giorni in cui l’amministrazione regionale con a capo Alessandra Todde deve difendersi da diversi scricchiolii interni e dal montante scandalo detto giornalisticamente “poltronificio”, ossia la straripante pletora di consulenti esterni della Presidenza e dell’intera Giunta regionale, lautamente retribuiti, ma con risultati concreti a dir poco evanescenti. Ciò non ha impedito all’assessora alla cultura, Ilaria Portas, di celebrare un suo occasionale incontro con un noto conduttore televisivo italiano con tanto di selfie sui social.

Chiamo in causa l’assessora Portas proprio in quanto titolare della competenza regionale sulla scuola. Un comparto che nell’isola è da tempo sottoposto a uno stress sistematico, quanto a infrastrutture e a risultati negativi del corpo discente. Quest’ultimo, nelle rilevazioni a carattere statale, risulta da molti anni agli ultimi posti nelle classifiche di rendimento e ai primi in quelle di dispersione e abbandono.

La scuola sarda, in tutte le sue componenti, avrebbe moltissimi motivi per manifestare disagio e persino, direi, franca ribellione a un sistema che da decenni debilita scientemente l’istituzione scolastica pubblica, con conseguente lesione di un diritto pure formalmente garantito dalla costituzione “più bella del mondo”. Diritto che ha implicazioni evidenti nella qualità della vita delle persone e nell’esercizio di altri diritti civili.

In Sardegna questa deriva ha un peso ancora maggiore. L’invito gramsciano a istruirci trova un suo limite oggettivo nel fatto che la scuola sarda non è propriamente sarda, ma è una scuola del tutto dipendente dal Ministero competente a Roma. Una condizione di sudditanza e subalternità che ha risvolti sia nelle scelte concrete (vedi la drammatica questione del dimensionamento scolastico), sia nelle forme e nei contenuti dell’insegnamento impartito alle giovani generazioni sarde. 

Si dirà: è inevitabile, la competenza sull’istruzione è dello Stato. Be’, sì e no. Intanto esiste un margine statutario, pur nella nostra debolissima autonomia, che consentirebbe un intervento legislativo regionale in materia. Tale potestà è sempre stata elusa dalla nostra politica. Ma poi, come dimostrano altre realtà locali molto più forti dal punto di vista della negoziazione con lo Stato centrale, sarebbe anche possibile ridiscutere i termini dalla questione e pretendere competenze maggiori. 

La Sardegna non solo ha sue precise caratteristiche geografiche e orografiche che dovrebbero invitare a riconsiderare il problema infrastrutturale sotto un’ottica completamente diversa, situata, ma ha anche una sua storia e un suo patrimonio culturale e linguistico che suggerirebbero di rivedere l’intera organizzazione dell’insegnamento alla luce di questi dati oggettivi. 

Sotto il primo aspetto, la forza di interposizione della politica sarda, anche di quella paracadutata a Roma, è minima. In una recentissima audizione in Commissione parlamentare della sindaca di Fonni nonché presidente di ANCI Sardegna Daniela Falconi è stata segnalata l’ingiusta declassificazione di 102 comuni sardi, non più considerati “montani”, dunque disagiati, nell’ultima normativa statale in materia. Falconi ne dà conto su FB, rimarcando l’interesse dimostrato dalla rappresentanza sarda nel Parlamento italiano (bontà loro; evidentemente fin qui non si erano accorti di nulla), ma argomentando le richieste dei comuni sardi in modo fallace. Fa infatti appello all’insularità, connettendola con la marginalità. Ma l’insularità della Sardegna è un problema solo perché la Sardegna è un’isola italiana, ossia dipendente da uno Stato lontano di cui rappresenta una periferia buona solo come “area di sacrificio”. La marginalità dei comuni è tale solo perché le decisioni che li riguardano sono prese molto lontano dal territorio su cui ricadono, secondo criteri completamente estranei alla realtà geografica, sociale e demografica locale. 

Quanto al secondo aspetto, va detto che le forme e i contenuti della didattica in Sardegna sono a loro volta una sorta di fattore esterno che cala dall’alto sulle nostre comunità, contribuendo all’alienazione delle persone rispetto ai propri luoghi, alla propria storia, alle proprie forme di relazione, alla lingua, alla comprensione dei fatti sociali e politici. Basti pensare che non è mai stata fatta valere la condizione di minoranza linguistica, pure riconosciuta da una legge statale, nemmeno nelle vertenze sindacali riguardanti i posti di ruolo nell’isola e la costrizione al trasferimento oltre mare di molte docenti sarde. 

Purtroppo, nel corpo docente sardo manca una consapevolezza diffusa e maggioritaria su questi aspetti. Come in generale l’intero ceto medio istruito sardo, la sua componente impiegata nell’insegnamento è largamente segnata da un distacco patologico dal contesto culturale di appartenenza. Con poche eccezioni. Non per mala fede o cattive intenzioni. È semplicemente il portato di una carriera scolastica e universitaria che allontana progressivamente la formazione personale dalla propria realtà. 

La scuola italiana in Sardegna ha molti tratti di una scuola coloniale. Uno strumento di indottrinamento, più che un mezzo di crescita culturale, dunque di libertà. Basta provare a immergersi in una realtà scolastica locale, magari di una comunità in cui prevale ancora l’uso quotidiano e “normale” della lingua sarda (o di un’altra lingua di Sardegna): la sensazione di straniamento è forte. Quello che scriveva Cicitu Masala della sua generazione, ossia che da bambini vispi e intelligenti che erano la scuola li trasformava presto in individui tristi e instupiditi, non ha mai smesso di essere vero, pur con tutti i cambiamenti intercorsi in questi decenni. 

I risultati disastrosi del corpo studentesco sardo, alla fine del ciclo scolastico ordinario, non sono causati da carenze intellettive congenite e diffuse, ma da un insieme di fattori alienanti ed escludenti che alla politica italiana non interessa affatto risolvere e che la politica sarda non ha il coraggio, la consapevolezza e probabilmente nemmeno la voglia di affrontare.

È un bel paradosso che l’incitamento di un grande sardo come Nino Gramsci proprio nella sua terra suoni come una fàula, una bugia. Gli sarebbe dispiaciuto. Ma, da par suo, non si sarebbe limitato alla delusione. L’ottimismo della volontà, come diceva lui, andrebbe esercitato proprio in questi casi. Aspettarselo dall’attuale giunta regionale è illusorio, come lo sarebbe per qualsiasi altra compagine che emerga dall’oligarchia podataria che ha preso il potere nell’isola (e non intende mollarlo). Chissà se le giovani generazioni sarde, anche solo per spirito di emulazione, pur ridotte a una minoranza demografica, riusciranno a imporre il problema della scuola sarda a chi non se lo vuole porre. Sarebbe bello se la stessa compagine docente si schierasse una volta tanto in rottura con il potere costituito e spalleggiasse la gioventù in protesta. Non ho grandi aspettative in proposito (qui parla il pessimismo della ragione). Ma deve essere chiaro che la possibilità di salvare la Sardegna dal suo destino di colonia sottomessa, segnata dal crollo demografico e dall’impoverimento materiale, passa anche, e non in piccola misura, dalla scuola.

https://www.sindipendente.com/2026/10/08/istruitevi-perche-avremo-bisogno-di-tutta-la-nostra-intelligenza-faula/

domenica 18 ottobre 2026

Micro e nano plastiche, il nemico invisibile - Alessandra Sias


“Non bere mai acqua da una bottiglia di plastica che sia stata esposta a lungo al sole o si sia riscaldata in macchina”. Parla Dott. Domenico Scanu, Presidente dell’ISDE Sardegna

La plastica è un materiale sintetico entrato a far parte del nostro quotidiano in quanto  leggero, malleabile  durevole e a basso prezzo. Ma diventa un nemico  per gli ecosistemi e la nostra salute nel momento in cui si disperde  nell’ambiente, a seguito del suo deterioramento, sotto forma di invisibili  micro e nano plastiche. 

«Le microplastiche si dividono in primarie e secondarie. Le prime sono fabbricate appositamente per svolgere una funzione specifica e aggiunte volontariamente in comuni prodotti di consumo quali ad es. cosmetici (dentifrici, scrub etc.), paste abrasive, carta e derivati, packaging, fertilizzanti etc. Le secondarie sono frammenti derivanti dall’usura di frammenti più grandi soprattutto per l’esposizione ad agenti climatici e ambientali. Infatti, quando la plastica entra nell’ambiente è esposta a processi fisici (ades. foto-ossidazione, usura meccanica), chimici (idrolisi,ossidazione) e biologici (catalisi enzimatica) che la riducono in pezzi più piccoli, alterando le proprietà del materiale e formando micro e nano-plastiche».

La presenza di microplastiche, con ampiezza che varia 0,1 micron a 5mm,  fu sollevata per la prima volta nel 2004 dal biologo marino Richard Thompson dell’Università di Plimouth che pubblicò  sulla rivista Science il celebre lavoro Lost at Sea: where is all the plastic? Invece, l’esistenza sistemica delle nano plastiche, inferiori a 1 micrometro, è stata teorizzata  nel 2018 con lo studio di Current opinion: what is a nanoplastc di Julien Gigault.

«Gli studi che sono seguiti – spiega Dott. Scanu – hanno messo in luce il preoccupante problema delle micro e nano plastiche a livello globale. La diffusione della plastica in tutti gli ambienti è ampiamente dimostrata. Nell’ambiente acquatico rappresenta la frazione più grande, dannosa e persistente (85%) di tutti i rifiuti. Essa causa danni agli ecosistemi marini e ha effetti letali e sub-letali su tutti gli organismi acquatici, dai grandi mammiferi al plancton, mediante intrappolamento, fame, annegamento, lacerazione dei tessuti interni, soffocamento e ipossia, stress fisiologico ed esiti tossicologici. Nei suoli può alterare la struttura, l’idrologia, la stabilità e i cicli biogeochimici, compresa la produzione agroalimentare e il ciclo dei nutrienti».

Nell’atmosfera si possono trovare micro e nano plastiche (in particolare quelle da 50 m).La deposizione è elevata vicino a fonti urbane e industriali, ma la bassa densità rispetto alla polvere naturale ne facilita il trasporto a lungo raggio. È stato anche sottolineato il possibile ruolo delle microplastiche come vettori per la diffusione ambientale di ceppi batterici antibiotico-resistenti.

La stragrande maggioranza (circa il 70-80%) delle micro e nanoplastiche presenti nell’ambiente è di tipo secondario, ovvero deriva dalla frammentazione e dal lento degrado di rifiuti plastici più grandi (come bottiglie, sacchetti e imballaggi) a causa di agenti atmosferici, sole e onde. I prodotti per la cura personale come cosmetici, scrub ecc rappresentano circa il 2% del totale delle microplastiche.

Le microplastiche possono entrare nel corpo umano attraverso il consumo di alimenti, l’inalazione e l’assorbimento attraverso la pelle e accumularsi negli organi, inclusa la placenta. In generale la via alimentare (acqua, vegetali, sale, pesce, miele etc.) appare la via di esposizione più importante con possibili gravi conseguenze sulla salute.

«La principale via di assunzione – continua il medico – è quella orale. Uno studio dell’Università di Catania ha determinato la presenza di microplastiche in ortaggi (carote, patate, lattuga e broccoli) e frutta sia di filiera biologica sia industriale. Tra i vegetali più “inquinati” troviamo la frutta (mela, pera) in quanto il complesso reticolo vascolare immagazzina e concentra grandi quantità di microplastiche. Pur tuttavia, l’esposizione umana maggiore avviene mediante il consumo di acqua minerale imbottigliata in plastica PET». 

Per la prima volta, l’Università di Catania, ha stimato la reale EDI (assunzione giornaliera stimata) da consumo di acqua minerale imbottigliata in PET, sia effervescente che naturale, con dosi giornaliere di esposizione che arrivano rispettivamente a equivalenti 40,1 g/Kg/peso corporeo/giorno per gli adulti  e 87,8 g/Kg/peso corporeo/giorno per i bambini che sono dunque quelli più esposti. 

«Sono consigliabili – raccomanda il Presidente – quali strumenti di prevenzione all’esposizione, una dieta molto varia e il consumo di acque di rubinetto rispetto a quelle minerali. Mai bere l’acqua di una bottiglia di plastica che sia stata esposta a lungo al sole.  Altri vettori sono i frutti di mare e i sali da cucina».

«I potenziali effetti negativi di queste micro particelle – dice Dott. Scano –  riguardano molti organi, con effetto tossico per molti monomeri mentre alcuni sono cancerogeni certi come il cloruro divinile e l’1,3 butadiene, o cancerogeni possibili, come lo stirene.Nei polimeri vengono poi incorporate migliaia di sostanze chimiche (additivi) e molte di queste sostanze sono altamente tossiche, cancerogene, neurotossiche e interferenti endocrine come ftalati, bisfenoli, sostanze per- e poli-fluoroalchiliche (PFAS), ritardanti di fiamma bromurati e ritardanti di fiamma organofosfati».

«La ricerca scientifica e tossicologica evidenzia diverse aree di potenziale rischio per l’organismo come per esempio, uno studio pubblicato sul The New England Journal of Medicine ha rilevato la presenza di microplastiche all’interno delle placche aterosclerotiche delle arterie carotidi. I dati indicano che i pazienti con placche contaminate presentano un rischio più elevato di infarto, ictus o mortalità rispetto a chi non ne ha, probabilmente a causa di una maggiore instabilità della placca e di fenomeni infiammatori locali. Essendo l’ingestione una delle vie principali di ingresso, le microplastiche possono provocare un’irritazione fisica del tratto gastrointestinale. Gli studi evidenziano una correlazione con alterazioni del microbiota intestinale (disbiosi), un aumento della permeabilità epiteliale e potenziali legami con malattie infiammatorie croniche intestinali. A livello cellulare, l’accumulo di frammenti plastici attiva la produzione di citochine pro-infiammatorie e genera stress ossidativo, inducendo infiammazione cronica nei tessuti colpiti come fegato, reni e polmoni».

«Infine,- conclude il medico  – come ISDE lanciamo un forte allarme sulla protezione dei più piccoli: il periodo più critico è rappresentato dalla gravidanza e dai primi 1.000 giorni di vita del bambino. Le microplastiche sono in grado di superare le barriere biologiche e sono già state individuate nella placenta, nel liquido spermatico e persino nel latte materno. L’esposizione in utero o in età pediatrica può compromettere lo sviluppo degli organi genito-urinari. L’esposizione alle microplastiche è un rischio grave, crescente e sottovalutato per la salute umana e planetaria  e l’ISDE promuove  da anni campagne nazionali contro questo nemico invisibile».

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