È sera. Una famiglia italiana è seduta a tavola.
Padre, madre e due figli. La cena è quasi finita. La televisione è accesa, come
ogni sera, sul telegiornale.
Il padre ha un lavoro precario. Quando lavora tutto il
mese riesce a portare a casa mille euro. Ma non lavora tutti i mesi. La madre
fa qualche ora di pulizie nelle case, qualche lavoretto saltuario.
Quattrocento, cinquecento euro quando va bene.
Hanno imparato a fare i conti. Non quelli
dell’economia nazionale, quelli di casa. La bolletta della luce, 250 euro ogni due
mesi. Il gas, altri 120 euro al mese, quando non fa troppo freddo. La spesa al
supermercato, la benzina per la macchina che comincia ad avere troppi anni, le
scarpe dei ragazzi, la scuola, il dentista che si rimanda.
Non vanno in vacanza da tempo. Non perché non amino il
mare, ma perché non possono permetterselo. In inverno tengono basso il
riscaldamento. Al supermercato controllano il prezzo al chilo, non soltanto
quello scritto in grande sull’etichetta.
Ma quella sera succede qualcosa di straordinario.
Il giornalista del telegiornale assume un’espressione
soddisfatta. Alle sue spalle compare un grafico con una freccia che sale.
«Buone notizie per l’economia italiana. Il prodotto
interno lordo è cresciuto del 3%. Superate le previsioni. L’economia nazionale
mostra segnali di grande vitalità».
Il padre posa la forchetta.
«Avete sentito?».
La madre si gira verso la televisione.
«Tre per cento!».
Si guardano. Sorridono. Finalmente una buona notizia.
Finalmente qualcosa che va bene.
Lui si alza, apre la credenza e prende una bottiglia
di vino che conservano da mesi per un’occasione speciale. Non è un vino
costoso, ma per loro è una festa.
«Questa bisogna festeggiarla! L’economia italiana è
cresciuta del 3%!».
La madre è quasi commossa. I sacrifici, le rinunce,
tutte quelle notizie sulle difficoltà del Paese. E adesso, finalmente, la
crescita.
Chiamano i ragazzi.
«Venite qui! Avete sentito? L’Italia sta crescendo!
Del tre per cento!».
I figli si guardano con una certa diffidenza. Conoscono
i genitori, sanno che qualche volta si entusiasmano per cose che loro non
capiscono. Ma vedendoli così felici cominciano a sorridere.
Il più grande fa una domanda.
«Allora quest’estate possiamo andare al mare?».
Il padre smette di versare il vino.
«Be’, veramente no. Quest’anno dobbiamo ancora stare
attenti. La macchina ha bisogno di una riparazione e non sappiamo quanto lavoro
ci sarà nei prossimi mesi».
Il più piccolo interviene.
«Però adesso possiamo tenere il riscaldamento acceso
anche la sera?».
«No, amore. Il gas costa sempre tanto».
«E possiamo comprare la bicicletta nuova?».
«Non adesso».
«Ma almeno possiamo andare qualche volta in
pizzeria?».
La madre abbassa gli occhi.
«Vedremo. Magari per un compleanno».
Cala il silenzio.
Il maggiore guarda la bottiglia aperta sul tavolo, poi
il padre.
«Scusa, papà. Ma se non possiamo andare in vacanza,
dobbiamo ancora risparmiare sulla luce, sul gas, sulla spesa, e tu non sai
nemmeno se lavorerai il mese prossimo…».
Si ferma un momento.
«Ma allora che ce ne frega a noi che l’economia è
cresciuta del 3%?»
Il padre non sa cosa rispondere.
La bottiglia resta aperta. In televisione stanno già
parlando di un altro argomento.
E forse quella del ragazzo è la domanda economica più
importante della serata.
Il 3% di chi?
Proviamo a ragionare senza essere economisti, senza
conoscere le formule del prodotto interno lordo, senza sapere come funziona la
Borsa. Proviamo a fare quello che ha fatto quel ragazzo: porre una domanda
semplice.
Se l’economia è cresciuta del 3%, chi è diventato più
ricco?
Perché qualcosa deve essere successo. Se un anno fa il
Paese produceva beni e servizi per un valore di 100 e quest’anno, al netto
dell’inflazione, ne produce per 103, vuol dire che l’attività economica è
aumentata.
Quel 3% non è una bugia. Il PIL misura effettivamente
il valore dei beni e dei servizi prodotti. Ma non misura come il reddito
generato venga distribuito tra le persone. Lo riconosce anche l’OCSE, che
distingue espressamente la crescita economica dal benessere della popolazione.
Immaginiamo che una parte importante di quella
crescita sia arrivata dalle grandi imprese. Hanno prodotto di più, venduto di
più, magari esportato più merci. Alcune hanno realizzato profitti superiori
all’anno precedente.
Quei profitti possono essere reinvestiti, accantonati
oppure distribuiti, in tutto o in parte, agli azionisti sotto forma di
dividendi.
Chi possiede azioni di quelle società può ricevere un
reddito aggiuntivo. Chi possiede un’impresa può vedere aumentare i propri
guadagni. Chi ha investito il proprio patrimonio può beneficiare dei risultati
economici.
Naturalmente, una crescita del PIL del 3% non
significa automaticamente che profitti e dividendi aumentino della stessa
percentuale: sono grandezze diverse. Ma è perfettamente possibile che una parte
consistente dei benefici della crescita si concentri tra chi già dispone di
redditi e patrimoni elevati.
Torniamo alla nostra famiglia.
Il padre non possiede azioni. La madre neppure. Non
hanno investimenti finanziari, non possiedono quote di aziende. Non hanno
risparmi da investire, perché spesso arrivano alla fine del mese senza essere
riusciti a mettere da parte nulla.
Il loro reddito dipende esclusivamente dal lavoro, ed
è un lavoro discontinuo e poco pagato.
Se aumentano i dividendi delle grandi società, a loro
non arriva niente direttamente. Se crescono i profitti delle imprese, il loro
stipendio non aumenta per questo. Se migliora il fatturato delle aziende che
esportano, non necessariamente il padre ottiene un contratto stabile.
L’economia può crescere e la loro vita restare
esattamente com’era.
Può persino peggiorare, se i prezzi dei beni
indispensabili aumentano più dei loro redditi.
Facciamo i conti con la stessa precisione del PIL
Nei mesi favorevoli la famiglia dispone di 1.450 euro provenienti
dal lavoro.
La luce costa mediamente 125 euro al mese. Il gas
altri 120.
Restano 1.205 euro.
Da questa somma devono uscire l’eventuale affitto, il
cibo per quattro persone, i trasporti, l’abbigliamento, le spese scolastiche e
quelle sanitarie.
Naturalmente possono esserci anche l’Assegno unico e
altri sostegni pubblici, qui non quantificati. Ma resta il problema di fondo:
quando il lavoro è precario, il bilancio familiare è costretto ad adattarsi
continuamente a entrate incerte.
Facciamo adesso un’ipotesi persino più favorevole di
quella raccontata.
Immaginiamo che il 3% di crescita economica si
trasformi, per un caso fortunato, in un aumento del 3% del loro reddito mensile
da lavoro.
Quanto guadagnerebbero?
43 euro e 50 centesimi in più al mese.
Passerebbero da 1.450 a 1.493,50 euro.
Non sarebbe una cifra inutile. Per chi conta ogni
euro, anche 43 euro possono fare la differenza. Ma difficilmente
consentirebbero una vacanza a quattro persone o metterebbero la famiglia al
riparo da un mese senza lavoro.
E soprattutto questa è soltanto un’ipotesi.
Nessuna legge economica stabilisce che, se il PIL
aumenta del 3%, anche il reddito di ciascuna famiglia debba aumentare del 3%.
Il 3% annunciato dal telegiornale riguarda l’intera
economia. Non contiene alcuna garanzia sullo stipendio di quell’uomo, sulle ore
di lavoro di quella donna o sulle possibilità di vacanza dei loro figli.
La produzione cresce. Ma non cresce necessariamente la
disponibilità economica di tutti.
Il Paese cresce, la povertà può restare
Non stiamo parlando di una contraddizione puramente
teorica.
Secondo l’ISTAT, nel 2024 in Italia vivevano in
povertà assoluta oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7 milioni di
persone.
E secondo i dati sulle condizioni di vita riferiti al
2025, il 22,6% della popolazione italiana, circa 13,3 milioni di persone, era a
rischio di povertà o esclusione sociale.
Tra le persone che vivono in coppie con due figli,
questa percentuale raggiungeva il 20,6%, in aumento rispetto al 19,1% del 2024.
Sono indicatori differenti: essere a rischio di
povertà o esclusione sociale non equivale necessariamente a vivere in povertà
assoluta. Ma entrambi documentano quanto estesa sia la vulnerabilità economica.
Milioni di persone, dunque, vivono in un Paese nel
quale vengono prodotti beni, realizzati investimenti, distribuiti utili e
accumulati patrimoni, senza disporre delle risorse necessarie per una vita
economicamente sicura.
Questo non significa che la crescita sia inutile.
Una maggiore produzione può creare occupazione. Le
imprese possono investire in nuovi stabilimenti e assumere personale. Gli
aumenti della produttività possono consentire salari migliori. Un’economia più
grande può generare maggiori entrate fiscali con cui finanziare scuola, sanità,
trasporti e protezione sociale.
Sono possibilità concrete e importanti.
Ma sono, appunto, possibilità.
Tra l’aumento della ricchezza prodotta e il
miglioramento della vita delle famiglie esiste un passaggio decisivo: la
distribuzione dei benefici della crescita.
Non è sufficiente sapere quanto si produce in più.
Bisogna anche sapere chi ne trae vantaggio, attraverso quali meccanismi e in
quali tempi.
Ed è questo il passaggio che spesso scompare dai
titoli dei telegiornali.
La buona notizia per chi?
Se cresce il PIL, il giornalista annuncia che
l’economia va bene.
Ma potremmo immaginare un modo diverso di raccontare
la stessa notizia.
«L’economia italiana è cresciuta del 3%. Vediamo ora
quanto di questa crescita si è trasformato in salari, quanti nuovi posti di
lavoro stabili sono stati creati, come sono cambiati i redditi delle famiglie
più povere e quanta parte della maggiore ricchezza prodotta è andata ai
profitti delle imprese».
Sarebbe sempre informazione economica.
Anzi, sarebbe un’informazione più completa, perché
consentirebbe di capire non soltanto quanto è cresciuto il Paese, ma anche come
quella crescita ha cambiato, o non ha cambiato, le condizioni di vita dei suoi
abitanti.
Non si tratterebbe di nascondere il dato del PIL o di
negarne l’importanza.
Si tratterebbe di smettere di presentarlo, da solo,
come una misura del benessere collettivo.
Del resto, questa esigenza è riconosciuta anche dalla
ricerca economica internazionale. Le raccomandazioni della Commissione
Stiglitz-Sen-Fitoussi, richiamate dall’OCSE, invitano a considerare redditi,
consumi e patrimoni delle famiglie, prestando particolare attenzione alla loro
distribuzione, invece di utilizzare soltanto la produzione nazionale per
valutare il benessere materiale.
Perché c’è una differenza enorme tra un Paese che
diventa complessivamente più ricco e un Paese nel quale migliorano le condizioni
di vita della maggioranza delle persone.
Le due cose possono coincidere, ma non sono sinonimi.
E certamente non sono sinonimi per chi continua a
vivere con uno stipendio insufficiente.
E allora, a noi che ce ne frega?
Torniamo per un momento a quella cucina.
La televisione è ancora accesa. Il padre ha rimesso il
tappo alla bottiglia. La madre sta sparecchiando. I ragazzi sono tornati alle
loro cose.
Domani mattina lui si alzerà presto, sperando che lo
chiamino per lavorare.
Lei andrà a pulire un appartamento in una zona della
città dove le case costano quanto loro non riuscirebbero a guadagnare in molti
anni.
I figli torneranno a scuola. Continueranno a chiedere
una vacanza, una bicicletta, una serata in pizzeria. Continueranno a sentirsi
rispondere che bisogna aspettare.
E intanto, da qualche parte, ci saranno aziende che
hanno venduto di più, investitori che hanno incassato dividendi, persone che
hanno visto crescere i propri redditi.
Non c’è niente di sbagliato, in sé, nel fatto che
un’impresa prosperi o che un investimento produca un guadagno.
Il problema nasce quando il successo dell’economia
viene raccontato come se fosse automaticamente il successo di tutti.
Quando una percentuale nazionale cancella le
differenze tra chi può permettersi tutto e chi deve scegliere se cambiare le
scarpe al figlio o riparare la macchina.
Quando la parola crescita viene pronunciata senza
chiedersi chi stia effettivamente crescendo.
Forse quel ragazzo, senza aver mai studiato economia,
ha posto una domanda che meriterebbe di accompagnare ogni notizia sul prodotto
interno lordo.
«Va bene, l’economia è cresciuta del 3%. Ma noi siamo
diventati meno poveri?»
Se la risposta è no, il 3% resta un dato economico
importante. Può rappresentare opportunità, investimenti e nuove risorse.
Ma non è ancora una buona notizia per quella famiglia.
E forse il compito del giornalismo dovrebbe essere
proprio questo: raccontare non soltanto quanto cresce la ricchezza di un Paese,
ma quante persone continuano a esserne escluse, anche quando il Paese cresce.
Perché un’economia che cresce non è necessariamente
un’economia nella quale tutti vivono meglio.
E la differenza, per milioni di famiglie, non è una
questione di statistiche.
È la differenza tra poter andare in vacanza con i
propri figli, potersi addormentare sapendo che domani si può vivere senza
affanni e senza dover spiegare, ancora una volta, perché quest’anno non sarà
possibile godersi qualche momento di pace.
In ogni caso, per completezza d’informazione,
l’economia italiana non crescerà del 3% il prossimo anno, a differenza di
quella mondiale. Propio oggi Fmi fa sapere che il Pil italiano, forse, toccherà
lo 0,8% in più. La crescita economica nell’area dell’euro rallenterà all’1,1%
quest’anno, per poi registrare una lieve accelerazione nel 2027. Escludendo
sempre la nostra famiglia ottimista.