venerdì 7 agosto 2026

Cosa significa davvero il Repowering? - Antonio Muscas

 

Il repowering eolico, a dispetto di quanto si vuol far credere, non è la semplice sostituzione di un aerogeneratore con un altro più grande. Comporta il rifacimento totale dell’impianto poiché, giusto per capirci, la piattaforma che sostiene un aerogeneratore di 80 metri di altezza non può certo reggerne uno di oltre 200. Stesso discorso per i cavidotti e tutto il resto di impianti e infrastrutture a corredo.

Ne mettiamo di meno e producono più elettricità
Una torre di oltre 200 metri a cambio di due, tre da 80 metri, se può rappresentare un vantaggio in termini di efficienza, non lo è di per sé dal punto di vista paesaggistico e ambientale. Se ad esempio prendessimo un villaggio di pescatori sulla costa e proponessimo di radere al suolo 100 case per sostituirle con un palazzo di cento piani, con più posti letto e più efficiente energeticamente, sarebbe difficile non sollevare perplessità. In buona sostanza, la bontà delle soluzioni dipende sempre da dove si realizzano, per quale ragione, a beneficio di chi e, soprattutto, se godono dell’approvazione dei destinatari di quelle soluzioni.
Le torri eoliche più alte, chi le vuole, a chi appartengono e a beneficio di chi vanno? Quell’energia in più, quale scopo ha e in quale quadro energetico si inserisce?

Con il repowering c’è minor consumo di suolo
Minor consumo di suolo rispetto a che cosa?
La normativa attuale non impone la rimozione dei basamenti in cemento armato e tutto quanto è interrato. Infatti, relativamente al repowering dell’impianto tra Nulvi e Ploaghe, giusto per fare un esempio, basta andare al leggere il piano di dismissione dei vecchi aerogeneratori per accorgersi che delle 35 piattaforme dei vecchi aerogeneratori solo la parte superficiale verrà rimossa, il resto resterà interrato per sempre. Ciò significa che con cadenza venti-trentennale gli impianti vengono sostituiti con altri di dimensioni via via crescenti con conseguente ulteriore consumo di suolo – non certo minore – e che nel giro di qualche generazione, con questo ritmo forsennato si rischia di cementificare buona parte del suolo della Sardegna.
Il minor consumo di suolo si ha adeguando gli impianti ai reali fabbisogni (interni e con una eventuale e nota quota di esportazione) e non realizzandone a più non posso per accaparrarsi territorio e incentivi.

E allora tenetevi le centrali a carbone
La permanenza in vita delle centrali a carbone, così come il progetto di metanizzazione dell’isola, non è una decisione dei sardi: è una decisione presa dal governo italiano col beneplacito di buona parte delle forze politiche italiane e dei sindacati confederali. Una decisione non, come si vuol fare credere, in contrapposizione alle rinnovabili – il cui obiettivo di installazione di 6,2 GW permane invariato – e assunta passando ancora una volta sopra la testa dei sardi. A maggior ragione vale la domanda: maggior produzione di energia a favore di chi?
Il sistema attuale, figlio del peggior capitalismo predatorio, è sciaguratamente concepito per garantire profitti a tutti i grossi gruppi, operino essi nel settore dei fossili che delle rinnovabili e, molto più spesso, nell’uno e nell’altro.
Il tutto a carico di noi utenti, ovviamente, ai quali tocca l’ulteriore sacrificio di rinunciare alla nostra terra con in più l’onere di pagare i benefici altrui nelle nostre bollette.

Se quell’ambiente non lo modificate voi lo farà il cambiamento climatico.
Sembra una minaccia tipo: “o ti dai una coltellata da solo oppure ti ammazzo io”.
Il bene più prezioso che abbiamo è la nostra terra. Non si può pensare di salvarla devastandola e non si può davvero credere di dover essere noi e la nostra terra gli agnelli sacrificali per il futuro del pianeta. Un futuro, sia chiaro, che palesemente non interessa a chi ci vuole imporre questa ennesima servitù e che ha a cuore solo esclusivamente i propri interessi.
È paradossale, infatti, che si voglia disseminare il territorio di impianti in maniera indiscriminata e contemporaneamente continuare ad alimentare un sistema che succhia e distrugge risorse a un ritmo sempre più sostenuto e insostenibile.
Asserire perciò che le comunità che si ribellano a questo assalto speculativo senza precedenti debbano essere educate alla modernità e al bello del paesaggio industriale, oltre che presuntuoso e arrogante, dà la misura degli enormi limiti di taluni, totalmente incapaci di comprendere quale sia invece il livello di consapevolezza raggiunto dalle comunità, la rabbia, la frustrazione e il profondo senso di ribellione che simili atteggiamenti possono solo contribuire a far montare.

La Sardegna è la regione col più grande divario infrastrutturale in Italia. Lo viviamo tutti i giorni con la sanità, la scuola, i trasporti, le connessioni telefoniche e internet, e una rete elettrica incapace di reggere un condizionatore in più (per chi se lo può permettere) nelle giornate di caldo torrido.

Una transizione vera si porta avanti nel rispetto dei territori e delle comunità, con l’obiettivo concreto di offrire una prospettiva in particolare a chi abita nelle aree più fragili e più a rischio, che ha un occhio di riguardo per i soggetti più vulnerabili. Perché questo dovrebbe significare la transizione: un processo studiato e applicato accuratamente per salvare noi e il Pianeta.
Sappiamo bene che non ci saranno benefici per noi né per il nostro ambiente; sappiamo bene che quell’energia non è per noi, e probabilmente non è per nessuno a causa di una rete incapace persino di trasportarla oltremare.

Non si dispiaccia chi si è presentato pensando di avere a che fare con degli allocchi e invece si è trovato di fronte delle comunità imbufalite: siamo già stati per secoli area di sacrificio per interessi esterni e non siamo più disposti a subire in silenzio questa condizione umiliante e deleteria.

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giovedì 6 agosto 2026

Dalla moda ai rider, lo scudo per le imprese sul caporalato - Roberto Rotunno

Diventerà molto più difficile sanzionare un’azienda per caporalato o sfruttamento dei lavoratori. Pensiamo a processi come quelli di Milano sugli appalti dei grandi marchi di moda, quelli di Prato sulla filiera del tessile, le inchieste sui big della logistica o sulle app che consegnano cibo a domicilio: le indagini per portare avanti iniziative giudiziarie simili saranno rese ben più rognose e complesse per i pubblici ministeri. Con il rischio di ridurre il disincentivo che oggi tenta di prevenire fenomeni che colpiscono il nostro mondo del lavoro, quasi sempre i più deboli.

Sarà un altro degli effetti del disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri dell’altroieri, fortemente caldeggiato dalla Confindustria. Per questo, al contrario, la Cgil è pesantemente critica. Il provvedimento interviene sulla legge 231 del 2001, quella che ha regolamentato la responsabilità penale delle imprese. Si tratta, in particolare, della norma che stabilisce la possibilità di perseguire l’azienda come ente, per questo si distingue dalle classiche norme penali che si rivolgono alle singole persone. Quindi la premessa è doverosa: questo scudo non interviene a favore dei manager per le loro responsabilità personali. Salverà invece molte imprese che oggi possono essere colpite da multe per gli illeciti commessi dai loro dirigenti. L’impatto sul mondo del lavoro sarà rilevante, specialmente nelle catene di appalti e in un momento storico caratterizzato da diffusi fenomeni di sfruttamento che, in diversi territori, hanno dato vita a importanti iniziative delle Procure. Tra febbraio e marzo, il pubblico ministero di Milano Paolo Storari ha posto sotto controllo giudiziario per caporalato Glovo e Deliveroo. Lo stesso magistrato, alla fine del 2025, ha avviato indagini su case di moda come Versace, Gucci, Prada, Dolce&Gabbana. Altre inchieste riguardano imprenditori che operano nel tessile di Prato o grossi gruppi delle consegne come Ceva. Sui processi già in corso non dovrebbero esserci conseguenze, perché il testo fa partire gli effetti solo per il futuro. Tuttavia, l’obiettivo sembra chiaro: scoraggiare processi come questi. In che modo?

Tecnicamente, il disegno di legge ribalta l’onere della prova. Attualmente, quando emergono vicende legate a sfruttamento e lavoratori sottopagati, le imprese vengono indagate per la legge 231; per sfuggire alla condanna, sono tenute loro a dimostrare di aver adottato modelli organizzativi e gestionali idonei a prevenire irregolarità nella filiera. Un meccanismo sgradito alla Confindustria, che lo paragona a una responsabilità oggettiva. Ecco quindi come agisce il salvagente lanciato dal governo: da ora in poi sarà il pubblico ministero a dover subito dimostrare quale sia la precisa falla nel sistema dei controlli interni. Per questo le indagini saranno molto più macchinose: serviranno intercettazioni, cimici e altri sistemi per scoprire in quali passaggi sono stati elusi i protocolli.

C’è poi una norma che allunga un’ulteriore mano alle aziende: questi modelli organizzativi saranno redatti secondo le linee guida stabilite dalle stesse associazioni dei datori di lavoro, praticamente da tutte le organizzazioni di categoria aderenti alla Confindustria; questo sarà garanzia di conformità. Alessandro Genovesi, responsabile Cgil del settore appalti e contrattazioni, ipotizza le possibili degenerazioni di questo sistema. “Le linee guida – spiega – potrebbero prevedere la comunicazione preventiva degli audit da parte di un committente al fornitore. Oppure potrebbero stabilire che sia sufficiente che l’impresa in appalto abbia un documento di valutazione del rischio (Dvr) senza l’obbligo di controllare gli ambienti di lavoro, per esempio l’aria condizionata in un furgone”.

Secondo la Cgil, questa novità “deresponsabilizza le imprese in nome della semplificazione”. Norme severe in tema di responsabilità penale, in particolare negli appalti, servono anche a disincentivare il ricorso a ditte esterne attraverso sistemi a cascata che nascondono spesso irregolarità e mancanza di sicurezza. Il governo ha però voluto dare un segnale alla Confindustria e in generale al sistema di imprese, in linea con altri provvedimenti che hanno ammorbidito i controlli e aggiunto scappatoie dai procedimenti. “Così – conclude Genovesi – la destra si rivolge alla parte peggiore del Paese, non potendo dare mancette monetarie per via della mancanza di risorse, dà mancette normative, riducendo i lacci e lacciuoli”.

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mercoledì 5 agosto 2026

Ancora un record per l’azzardo - Giovanni Caprio

 

L’affare dell’azzardo nel nostro Paese sembra non avere limiti di crescita: nel primo trimestre del 2026 la raccolta ha raggiunto i 45 miliardi e 440 milioni, con un incremento di più del 17% rispetto allo stesso periodo del 2025, quando aveva già toccato un record con 38 miliardi e 755 milioni. Stiamo parlando di una cifra incredibile certificata dal Bollettino statistico trimestrale dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che lascia supporre che alla fine di quest’anno si infrangerà un altro record e la raccolta dello scorso anno di 165 miliardi e 345 milioni, stante la crescita del primo trimestre, potrebbe essere polverizzata e arrivare a sfiorare i 200 miliardi. E’ soprattutto l’azzardo online a crescere, arrivando a 23 miliardi e 172 milioni (nel 2025 si era fermato a 20 miliardi e 253 milioni). Anche slot machine videolottery aumentano, passando da 5 miliardi e 291 milioni a 7 miliardi e 870 milioni. Per lo Stato, invece, più o meno sempre gli stessi introiti: 2 miliardi e 682 euro a fronte dei 2 miliardi e 483 milioni dello scorso anno. Le perdite per i “giocatori”, invece, crescono, arrivando a 5 miliardi e 713 milioni, rispetto ai 4 miliardi e 484 milioni del primo trimestre dello scorso anno.

Sulla base dei dati dello scorso anno, tra le Regioni in cui si gioca di più, troviamo il Lazio che si posiziona al terzo posto assoluto con 17 miliardi e 449 milioni di euro, preceduto solo da Lombardia (26 miliardi) e Campania (21 miliardi e 562 milioni). E all’interno del contesto regionale, il territorio di Roma e provincia si conferma tristemente in testa alla classifica delle aree metropolitane italiane per volume complessivo di gioco, staccando nettamente Napoli (11,4 miliardi) e Milano (9,4 miliardi). Nella provincia capitolina, come ha sottolineato la Caritas,  la raccolta è arrivata a 12 miliardi e 858 milioni di euro con una crescita di oltre mezzo miliardo rispetto ai 12 miliardi e 356 milioni del 2024. Una cifra spaventosa che equivale a più di 3.000 euro spesi pro capite, calcolando nel totale anche i bambini e i neonati. Nella sola Roma Capitale, sono stati giocati 8 miliardi e 527 milioni: al primo posto si piazzano i cosiddetti giochi di abilità o skill games (4 miliardi); seguono le scommesse sportive (1,2 miliardi), le Videolottery (887 milioni), i “Gratta&vinci” (704 milioni) e le slot machine Awp (501 milioni).

La Caritas ha aperto da marzo scorso presso il centro d’ascolto diocesano, in via di Porta San Lorenzo 7, nei pressi della Stazione Termini, uno sportello per giocatori d’azzardo e familiari. In appena quattro mesi sono state ascoltate una trentina di persone e una decina hanno accettato di iniziare un percorso. Più uomini, solo due donne, soprattutto dai 50 anni in su, pochi i giovani. A operare all’interno del centro di ascolto diocesano attualmente sono quattro persone: uno psicologo coordinatore del servizio, un assistente sociale, un educatore e un altro psicologo. Ma non si occupano solo di azzardo: sono infatti aperti all’ascolto dei senza dimora e delle persone che chiedono l’accesso alle mense e all’accoglienza. Lo sportello per l’azzardo dopo i primi colloqui indirizza ai Serd (i servizi pubblici per le dipendenze patologiche del Sistema Sanitario Nazionale) o ai servizi privati convenzionati, come varie associazioni che svolgono questo tipo di attività. Finora la maggior parte delle persone sono state accompagnate e orientate ai Serd. Successivamente si prende un appuntamento con un avvocato del servizio legale gratuito della Caritas, che incontra il giocatore patologico, insieme a un operatore sociale, per approfondire tutti gli aspetti amministrativi, economici e legali prodotti dalla dipendenza da azzardo. Successivamente, se la situazione è particolarmente grave, insieme all’avvocato si propone alla persona di iniziare un percorso di amministrazione di sostegno. La Fondazione antiusura Salus populi romani è parte integrante del progetto. Alla persona viene detto che nel momento in cui accetta di fare tutto questo percorso si può anche sottoporre la sua situazione alla Fondazione per un percorso di sdebitamento, di ristrutturazione del debito e di gestione di tutta la parte economica.

L’azzardo, denuncia Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana di Romaè l’esaltazione ipocrita del potere del denaro e della sorte che sfrutta un’intelligenza davvero diabolica per apparire un gioco. A questo si aggiungono il letargo e la miopia della politica e delle istituzioni pubbliche; ridotta se non complice è l’attenzione dei media, a causa dell’ingente investimento pubblicitario che produce l’industria dell’azzardo. Nonostante l’enorme somma di denaro sottratta all’economia reale, la disgregazione sociale e la disperazione che c’è dietro di essa, con tantissimi giovani, anziani e famiglie travolti dai debiti causati dal “gioco” che producono distruzione di patrimoni e a volte di vite, tutti continuano come se niente fosse. Nonostante esistano divieti a qualsiasi forma di pubblicità, il mondo dello sport, in modo particolare i club di calcio della Serie A e i grandi colossi del betting mantengono intatti i propri legami economici attraverso la strategia dell’infotainment. Di fronte a un forte dibattito politico volto ad ammorbidire o abolire tali restrizioni, la Conferenza Episcopale Italiana, insieme a Caritas e alla Consulta nazionale antiusura, è intervenuta per chiedere, al contrario, un’applicazione rigida e l’inasprimento dei divieti”.

il Bollettino Statistico del primo trimestre 2026 dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli: QUI

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martedì 4 agosto 2026

Sardegna: Mamuthones e tradizione

 

I Mamuthones a Cala Finanza e l’Identità - Francesco Casula 

La presenza dei Mamuthones a Cala Finanza ha riproposto con forza la questione dell’Identità sarda, suscitando un dibattito interessante: anche al di là di posizioni diverse e articolate.

Da parte mia, la pesso goi.

Dobbiamo liberarci definitivamente e al più presto di un’impostazione che riproponga un cliché che la riduce a semplice recupero acritico del passato e delle sue tradizioni o del suo folclore; o a un attributo eterno e immutabile. Provocatoriamente sosterrei anzi che la visione puramente etnografica dell’identità, certifica la morte dell’identità stessa.

Di più: quando ci si interroga sull’identità  – scrive magistralmente il compianto Bachisio Bandinu in La Maschera, la donna e lo specchio, (Spirali editore, Milano 2004) – vuol dire che si sta sperimentando una condizione di disidentità. Si cerca qualcosa che si è già perduta…Si piange il corpo morto e si tesse il manto luttuoso del ricordo e del rimpianto. Opera il fantasma della madre tradizione. Si arreda lo spazio di monumenti, documentazioni, mappature, rituali, tutti timbrati inesorabilmente al passato, secondo una concezione mussale. Si ricostruiscono i luoghi sacri della malinconia. Ricorrenze, ripetizioni e fantasie di rinascita. E’ un lutto senza elaborazione. Così codici e scritture, riti e narrazioni, usi e costumi non prendono la forma del tempo attuale, La fissazione all’oggetto perduto produce le folclorizzazioni che sono delle rappresentazioni mortuarie. 

C’è un enunciato, imperativo e malinconico, davvero sintomatico che ricorre nel discorso sardo: torrare a su connotu, ritornare al conosciuto. Su connotu è visto come uno spazio reale e simbolico di garanzia, ricco di valori è costituito dal patrimonio storico, archeologico, artistico, linguistico e culturale, ma inteso come tesoro da custodire, senza investimento.

Con un aforisma affilato e fulminante, esprime lo stesso pensiero il compositore austriaco Gustav Mahler, scrivendo che “La tradizione deve essere considerata come rigenerazione del fuoco e non come venerazione delle ceneri”. 

   L’identità non è un dato dunque che si contempla: quando ciò avviene vuol dire che il fenomeno è ormai svanito. E neppure semplicemente si studia o si indaga: questo avviene infatti quando essa viene a mancare o si è trasformata in oggetto estraniante. Pensiamo alle lingue morte che sono sempre oggetto di attenzione alla luce fioca dei tavoli accademici, quando “il morto” è sezionato e classificato. O pensiamo alle lingue, le arti, le tradizioni sempre più materia per i nuovi entomologi.

L’Identità dei sardi è così difficile da definire proprio perché dinamica e variabile, fatta di somme e di accumuli e non di sottrazioni successive. Se procediamo per ortodossia totalizzante, e ci mettiamo a sottrarre e a sottrarre, escludendo e tagliando, per riscoprire l’autentico, possiamo arrivare fino a ricondurre la cultura sarda dentro la sua lingua originaria precedente alla romanizzazione.

   L’identità che occorre difendere e rivendicare e far crescere dunque non è quella immobile o primigenia o “autentica”: anche perché l’autoctono puro non esiste. Come non esiste – un terroir identitario sicuro e definitivo, come per il vino. Gli uomini – come le piante – hanno certo “radici”, ma insieme viaggiano, cambiano, sono ibridi, multipli, figli di molte generazioni e di molte culture e di infiniti incontri: influenzati dal sangue e dalla storia tanto quanto dal loro libero mutare, abitare, imparare. Non esistono quindi identità blindate o troppo ingombranti.

 L’Identità che esiste è invece lo specchio fedele di stratificazioni culturali secolari su un potente sostrato indigeno che fa da coagulo (Antonello Satta). 

   Ma non si esprime in un isolato e fermo recupero e cernita di semplici memorie e tradizioni. In genere – ha sostenuto il filosofo americano John Rogers Searle  noi pensiamo alla memoria e dunque all’identità che su questa basiamo, come a un magazzino di frasi e immagini. 

Dobbiamo invece pensare alla memoria e dunque all’identità come a un meccanismo che genera atti contemporanei, inclusi pensieri e azioni, certo basati anche sulle esperienze del passato, ma nei termini accrescitivi di un confronto nel tempo perché è in quel confronto, in quello scambio intersoggettivo che trova la ragione la capacità di conservare ma anche di progettare e di accogliere e di proporre, di ricevere e di dare. Ciascuno è figlio della propria terra ma anche figlio del mondo intero. Occorre partire dal luogo della differenza per riconoscerci e appartenerci e insieme da quel luogo, dal valore della diversità segnata da una storia dissonante e da arresti anche drammatici ma carica di significati millenari: ripartire, muovere per disegnare nel presente la nostra storia futura, il progetto della nostra terra.

   L’identità non è immutabile come un blocco di cemento ma un elemento dinamico. Ogni identità è dinamica, cioè variabile, ci ricorda anche il vecchio Emanuele Kant. E, soprattutto non è definitiva ma è da rielaborare continuamente. Da ricostruire in progress, secondo la logica del bricolage, nella dimensione di un grande blob – scrive Alberto Contu   che crea inedite adiacenze tra segni e simboli delle vecchie certezze e nuovi elementi mobili dai confini elastici. La purezza infatti è l’unico ingrediente che non dovrebbe mai entrare nella composizione del concetto di identità. 

Hitler che era nostalgico di quella famosa purezza della razza, perpetrò il più grande genocidio della storia. Essere identici significa essere unici: l’individuo è unico ma nello stesso tempo somiglia agli altri individui. La nostra diversità sta in questa unicità. Sappiamo da tempo che una identità chiusa e inaridita, perde il suo profumo e la sua anima. Un’identità è qualcosa che dà e riceve. In essa nulla è cristallizzato, definitivo. L’identità insomma è una casa aperta, che si ingrandisce e si arricchisce ogni giorno.

   In quest’ottica – utilizzo ancora l’affilata e pregnante prosa di Bandinu  la tradizione non è un luogo, è il traditur come procedere del tempo. L’elaborazione del passato trova il suo punto di progettazione come investimento nell’impresa del dire e del fare…Il passato non è svelamento magico di un tesoro e neppure contenuto sostanziale di cui appropriarsi. E’ il percorso narrativo del farsi del linguaggio…Non si tratta di fare un cammino a ritroso per abitare la vecchia casa, è piuttosto un percorso prospettico che avvia un modo nuovo del dire e del fare. Il passato come rielaborazione per cogliere la specificità del tempo attuale.

   L’identità dunque non è un dato rassicurante e permanente  ma è quella che diventa fatto nuovo, che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza e della smemoratezza. 

L’identità dunque si vive, nel segno della contaminazione, del contatto e della creolizzazione e, insieme,dell’appartenenza. L’identità è quella che si trasforma in questione operativa: che diventa progetto e l’appartenenza diventa storia, caricandosi di vita, suscitando conflitti, impegnandosi con le lotte a trasformare il presente e costruire il futuro. 

   I veri e importanti elementi di identità che la tradizione ci consegna si perdono se non vengono investiti nell’oggi e nel diverso da noi: in qualcosa che con un termine ambiguo si chiama «il moderno». Anche se è vero che il moderno non ha portato il paradiso in Sardegna, tra industrializzazioni fallite, riforme agrarie nemmeno partite o comunque abortite, globalizzazioni solo patite, spaventose culture dei consumi, devastazioni mediatiche, scolarità degradate… Però hic Rhodus, hic salta: questi sono i problemi che è necessario affrontare, non solo in Sardegna, anche se sulla Sardegna hanno un impatto specifico.

   Ma per affrontarli sono inadeguate le logiche de su connottu. L’identità va resa vera e reinventata giorno per giorno, come la vita: sa vida est naschimentu. E il popolo sardo è tutt’altro che compatto (come in genere il popolo italiano): si tratta di rimetterlo faticosamente insieme, con una ricerca collettiva di senso, che batta ogni paese e ogni campagna ma vada ben al di là dei confini dell’isola.

Se prevale questa convinzione, se vince il fantasma – l’ingombrante sovrastruttura – la Sardegna è tagliata fuori dal mondo, dalla realtà; e anche da se stessa: perché conoscersi e vivere significa confrontarsi con gli altri. 

A mo’ di conclusione

E invece cosa succede in Sardegna? Cosa succede ai sardi e alla loro smemoratezza culturale? Forse che anche per noi sardi non vale la frase del poeta e scrittore preromantico tedesco Edward Young “Nati originali come accade che moriamo copie”?

“Ohi ohi ohi cosa siamo diventati – fa dire Salvatore Niffoi a Bachis, il  protagonista del romanzo La sesta ora – né antichi né moderni, né altri né noi stessi!

Quel fuggire rimanendo incatenati, quel restare col prurito di Ulisse nel culo, era tutto uno stillicidio di sangue che si versava nel limbo del non tempo, altrove e lui non se ne chiamava fuori, anzi: si torturava e s’interrogava, su quel rapporto magico e maledetto che aveva con la sua gente, la sua terra. Un cane randagio era. Un cane randagio che non stava bene da nessuna parte, che non si sentiva a casa né in acqua, né in cielo, né in terra. Che cosa aveva fatto per cambiare le cose ad Ularzai? Niente! E se avesse passato i suoi giorni a tribolare per il suo paese, sarebbe cambiato qualcosa? Di sicuro niente! Forse, quella terra malinconica, i suoi figli li voleva proprio così: che non facessero niente, che capissero fin da piccoli l’inutilità del fare, che tanto è tutto inutile…”. 

O no?

E i Mamuthones a Cala Finanza? Erano al loro posto. Nel posto più adatto. Perché – ripeto –: “L’identità e la tradizione è quella che si trasforma in questione operativa: che diventa progetto e l’appartenenza diventa storia, caricandosi di vita, suscitando conflitti, impegnandosi con le lotte a trasformare il presente e costruire il futuro”. 

E il sindaco di Mamoiada? Ha torto. Perché, evidentemente, è fuori da questa traiettoria.

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Pelle bianca, Maschera nera e le due Sardegne, di lotta e di governo - Ivan Monni

Esistono due Sardegne che non comunicano tra loro: una unionista (autonomista inclusa), l’altra indipendentista e anti-colonialista.

Una parte, per ora elettoralmente maggioritaria (chi si astiene è irrilevante), non è stata scalfita dalle sue convinzioni e continua a sostenere FdI, i 5S, il PD, Vannacci: tutte facce della stessa medaglia coloniale. 

L’altra Sardegna, invece, ha preso coscienza del proprio status coloniale.
Quattro anni di lotta continua, in ogni angolo della Sardegna sono un precedente unico nella storia degli ultimi cento anni, che non può non aver lasciato il segno nella società sarda.

L’intensità crescente della lotta è dovuta alla consapevolezza storica di aver colmato il limite di sopportazione coloniale sotto questa infornata costante di nuove servitù (energetiche, militari, mafioso-carcerarie, minerarie, turistiche, ecc) e il più grande furto di terra sarda.

Torno sulla questione maschere, non con gli occhi del sociologo-antropologo (che non sono) ma dal punto di vista dei simboli nella comunicazione politica.

I simboli sono potentissimi strumenti nella comunicazione: vale per le statue, la toponomastica, gli inni, le bandiere.

Più di una persona ha notato che una parte della squadra spagnola ha avvertito l’esigenza di mostrare la propria bandiera nazionale (dai giornali coloniali italiani definita “regionale”), oltre a quella statale. 

Il sindaco di Mamoiada, Barone, sentenzia contro il gruppo di Mamuthones a Lu Fenosu: “non condividiamo l’iniziativa di singoli che a titolo personale sostengono cause di natura ideologica”. Meditava in silenzio quando le maschere o gli abiti tradizionali venivano utilizzati per il marketing turistico o per compiacere il politico che viene dal continente? Il risveglio improvviso, l’arrocco in difesa, avviene quando tocca il potere italico, inequivocabilmente in decadente putrefazione.

Nell’ultimo congresso di Forza Italia in Sardegna, addirittura gli abiti tradizionali sono stati indossati da cameriere (donne) per servire dolci sardi a quella sagoma di Tajani.

 

La tradizione usata per servire il dominatore. C’è di che vergognarsi profondamente di essere concittadini delle pseudo-persone che hanno ideato quel palcoscenico.

E le maschere, e in generale l’identità usate per la protesta?
Qui il discorso si complica. Vengono usate per lo scontro, non per essere assoggettate e intrappolarle in schemi coloniali.
La tradizione ha la forza di coinvolgere la popolazione in quanto lascito mitizzato delle generazioni passate.
Non agisce sul piano razionale, fa leva sull’istinto. La maschera è parte della tradizione e in essa possiamo riconoscerci come parte distinta e distante dal colonizzatore. 

Scrive Frantz Fanon ne I dannati della Terra (Einaudi), pag. 196:

“Tutto concorre a risvegliare la sensibilità del colonizzato, a rendere inattuabili, inaccettabili gli atteggiamenti contemplativi o fallimentari. Come rinnova le intenzioni e la dinamica dell’artigianato, della danza e della musica, della letteratura e dell’epopea orale, il colonizzato ristruttura la sua percezione. Il mondo perde il suo carattere maledetto. Le condizioni sono riunite per l’inevitabile confronto.

Abbiamo assistito alla comparsa del moto nelle manifestazioni culturali. Abbiamo visto che quel movimento, quelle nuove forme erano legate al maturare della coscienza nazionale. Ora, questo movimento tende sempre più a oggettivarsi, a istituzionalizzarsi.
Da ciò la necessità d’una esistenza nazionale a ogni costo. […]

Nella situazione coloniale, la cultura priva del doppio supporto della nazione e dello Stato deperisce e agonizza. La condizione di esistenza della cultura è dunque la liberazione nazionale, la rinascita dello Stato.”

Concetto che somiglia molto al “genocidio” (tra virgolette) di cui parlava Simon Mossa già negli anni ’60, ribattezzato dall’indipendentismo storico come “genocidio bianco” (che non c’entra nulla con il colore della pelle), e rilanciato nel dibattito presso S’Indipendente da Cristiano Sabino.

Il politologo Carlo Pala definisce l’identità un tesoretto per la causa degli indipendentisti. Certo non deve essere “usata” contro altri popoli per chiudersi, semmai contro lo stato e il potere.

Per Fanon affrontare la questione dell’identità è fondamentale per decolonizzarsi, ma non basta difendere un’identità fissa o del passato. L’identità deve trasformarsi in un progetto politico vivo e aperto e si ricostruisce nella lotta per la libertà, in una nuova elaborazione che si concretizza e sfocia nell’uomo nuovo.

Non si tratta di riconoscere un fantomatico essenzialismo, la cui teoria ormai è rigettata dalla maggior parte degli studiosi. Chi pensa a una Sardegna isolata dalle idee che circolano in tutto il mondo, e che i sardi perpetuino sempre le stesse tradizioni da millenni ha capito poco e pratica un nazionalismo auto-razzista, che teorizza i sardi fuori dal mondo, isolati e arretrati, più o meno come ci narravano con sguardo orientalista i nostri peggiori detrattori.
Ad esempio, gli ideali della rivoluzione francese attecchirono immediatamente in Sardegna, e Angioy e la Sarda Rivoluzione furono il frutto di quella fase che sconvolse il mondo di fine ‘700.

Piuttosto occorre capire le funzioni dei simboli antichi che si rinnovano in nuovi significati, dentro a un’identità non statica.
Non sto sposando la teoria etno-simbolista di Antony Smith, dico solo che alcuni pezzi del suo impianto teorico spiegano la realtà meglio di altre.
nuraghi hanno assolto a varie funzioni nella storia, nel loro riutilizzo come templi o fortezze, dimora del capo, vedette, granai, tombe, mete turistiche. Oggi hanno trovato una nuova funzione nel preservare il territorio dall’assalto degli speculatori dell’energia.

D’altronde, anche il Carnevale non ha più lo stesso valore simbolico di un tempo, in una società sempre meno contadina e superstiziosa, rispetto a quella che invocava la pioggia chiamando Maimone.

Il punto è che i simboli hanno la capacità immediata di fare presa, più di mille ragionamenti e spiegazioni. Questo non significa negare le questioni economiche e sociali, che vanno affrontate con studio e organizzazione.

Significa caricare con la forza culturale le questioni materiali concrete, fornendo un frame cognitivo implicitamente e istintivamente sardo che si ponga contro la classe politica coloniale italica tutta, rispetto al gioco delle parti tra destra e sinistra italiana. È un indipendentismo istintivo, razionalmente irrazionale.

La questione culturale si incrocia con la questione ideologica: la lotta indipendentista deve essere di classe o nazionale? Già Simon Mossa risolse la questione, sovrapponendo e identificando la questione di classe con quella popolare sarda. I sardi sono sfruttati e sottomessi da secoli. Siamo i subalterni della storia, per lo storico americano John Day siamo una delle più vecchie dipendenze coloniali del mondo.
Da un lato i sardi oppressi, dall’altra il colonizzatore italiano. In mezzo sa borghesia compradora, i vari “Barone”, o il sindaco di Ploaghe Giammario Busellu che approva il repowering della ERG a Saccargia perché “totalmente convinto”.

Da questo punto di vista, l’alleanza tra comitati e l’Unione Sarda per salvaguardare il territorio dell’isola, culminata con la Pratobello24, altro non è stata che un’alleanza di scopo tra il popolo e una parte della borghesia sarda (Zuncheddu e il Gruppo Unione) contro un altro pezzo di borghesia (che fa capo a De Pascale, Nuova Sardegna, Fondazione di Sardegna, F2i) che sostiene l’estrazione coloniale pilotata dall’Italia. La prima controparte cui scontrarsi non è l’Italia, ma quella parte di Sardegna che sostiene l’Italia.

Se la borghesia sarda assumesse come propria la responsabilità di una lotta anticoloniale che culminasse con il “taglio della testa al re”, probabilmente si innescherebbero altre dinamiche politiche, nel post-indipendenza.
Temo che la borghesia sia più interessata al sottopotere che garantisce appalti e favori e al mantenimento dello status quo.

Certo che non si può stare solo sulla difensiva, e occorre una proposta politica alternativa che sfoci in un nuovo assetto istituzionale sardo e in un cambio di paradigma sugli aspetti economico-sociali, iniziando dalla redistribuzione della produzione dell’energia, sottraendola alle multinazionali per restituirla alle comunità.
Il rilancio di Omar Onnis della confederazione di un “blocco storico” di partiti, comitati e associazioni, riprendendo la proposta di un’agenda comune di Riccardo Pisu Maxia, va in quella direzione.

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lunedì 3 agosto 2026

La rivolta di Maiorca contro il turismo di massa, 70mila in piazza: polemiche per le botte della polizia - Victor Serri

 

Dopo Barcellona e le Canarie il grido contro l'overtourism arriva anche nell'isola più grande delle Baleari. Polemiche per le cariche delle forze dell'ordine. E si riapre il dibattito sul modello di accoglienza dei visitatori, dal mercato immobiliare impazzito a intere zone trasformate a beneficio degli stranieri

L’anno scorso alle Canarie, quest’anno alle Baleari. Le isole turistiche principali della Spagna sono diventate il fronte più caldo di una protesta sociale che cresce di stagione in stagione, quella dei residenti contro il modello economico su cui si basa da decenni l’industria turistica del Paese. Domenica, a Palma di Maiorca, decine di migliaia di persone hanno sfilato per le strade del centro storico in una delle manifestazioni anti-turismo più partecipate mai registrate sull’isola. La giornata, iniziata senza incidenti, si è chiusa con cariche della polizia e diversi feriti, riaprendo il dibattito nazionale sulla sostenibilità del modello turistico spagnolo.

Maiorca, come buona parte dell’arcipelago balearico, ha costruito la propria economia moderna quasi interamente sul turismo straniero, in particolare tedesco e britannico. A partire dagli anni Sessanta, la Germania Ovest ha scoperto nell’isola una meta ideale per le vacanze di massa: voli charter economici, hotel a basso costo lungo la costa, un clima mite tutto l’anno. Nel giro di pochi decenni Maiorca è diventata, nell’immaginario collettivo tedesco, quasi una regione tedesca d’oltremare, tanto che viene spesso chiamata, con una battuta diffusa in Germania, il “sedicesimo Land“. Interi quartieri di Palma, come la zona di Playa de Palma, sono cresciuti attorno a questa presenza costante, con ristoranti, giornali e servizi pensati per il pubblico germanofono.

 

Alle radici di una crisi: boom di prezzi di case e affitti

Questo legame, che per decenni ha portato ricchezza e occupazione, si è progressivamente trasformato in un problema strutturale. L’acquisto di immobili da parte di cittadini stranieri, unito alla diffusione degli affitti turistici brevi, ha fatto salire i prezzi delle case a un ritmo che il mercato del lavoro locale non riesce a sostenere. Secondo l’Istituto nazionale di statistica spagnolo (l’Ine), nel primo trimestre del 2026 il prezzo della vivienda libre nelle Baleari è aumentato del 13,6% su base annua, il rialzo più alto dal 2007; le abitazioni usate, le più richieste dagli acquirenti stranieri, sono salite addirittura del 15%. Le Baleari sono oggi la comunità autonoma con il prezzo al metro quadro più elevato di Spagna, circa 3.400 euro secondo l’agenzia immobiliare Gesvalt, quasi il doppio della media nazionale. Sul fronte degli affitti la situazione non è migliore: il ministero dei Diritti Sociali stima che nel 2026 i canoni in scadenza si rinnoveranno con un aumento medio di 4.615 euro l’anno, circa 400 euro al mese, la cifra più alta del Paese, a fronte di una media nazionale di 145 euro. Circa 24.500 contratti di affitto quinquennale scadranno nel corso dell’anno nell’arcipelago, coinvolgendo una platea stimata di 69mila persone.

 

In piazza un residente di Maiorca su 40

A organizzare la protesta è stata la piattaforma Menys Turisme, Més Vida (“Meno turismo, più vita”), sostenuta da oltre 130 tra sindacati e organizzazioni sociali, tra cui GobSos ResidentsSindicat de Llogateres, Ccoo, UGT, STEI, CGT, CNT, Arran e Alerta Solidària. Il corteo, radunatosi dalle 19 in Plaça d’Espanya, ha attraversato La Rambla, il Carrer Unió e il Passeig del Born, per concludersi a Ses Voltes, vicino al Parc de la Mar, dove era prevista la lettura del manifesto conclusivo.

Sul numero dei partecipanti restano versioni discordanti: la Polizia Nazionale ha parlato di circa 25mila persone, gli organizzatori di 70mila, comunque più delle edizioni del 2024 e del 2025, quando la piattaforma aveva già portato in piazza fino a 50mila persone. In entrambi i casi si tratta di una quota rilevante rispetto alla popolazione residente dell’isola, poco più di 950mila abitanti: anche calcolando la stima più prudente, sarebbe sceso in strada l’equivalente di circa una persona ogni quaranta residenti di Maiorca.

 

Gli arresti della vigilia e le botte della polizia in piazza

Nei giorni precedenti alla manifestazione due attiviste del collettivo Menys Turisme Més Vida erano state fermate a Santa Maria del Camí, accusate di aver imbrattato con scritte le vetrine di alcune agenzie immobiliari e di aver incollato le serrature di alcuni uffici, ritenuti simbolo della speculazione sugli affitti. La notizia dei due fermi ha contribuito ad alimentare la partecipazione alla marcia di domenica. È nella fase finale del corteo che il clima è cambiato. Secondo la ricostruzione degli organizzatori, la Policía Nacional ha impedito l’accesso a Ses Voltes pur non essendo stata raggiunta la capacità massima dell’area, bloccando anche gli spazi alternativi individuati per la lettura del manifesto.

Le tensioni sono sfociate con una serie di cariche delle forze dell’ordine e una ventina di colpi di proiettili di gomma sparati dagli agenti. Gli scontri, durati oltre un’ora, hanno provocato almeno otto feriti, tra cui un fotoreporter colpito alla testa mentre documentava gli incidenti, e nuovi fermi. La Policía Nacional, dal canto suo, ha respinto le accuse di sproporzione, sostenendo che un gruppo di 350-400 persone estranee alla manifestazione pacifica avrebbe aggredito alcuni turisti e lanciato pietrebastoni e bottiglie contro gli agenti prima delle cariche. Il gruppo giovanile indipendentista Arran, tra i promotori della piattaforma, ha denunciato su X le cariche della Polizia Nazionale, parlando di fermi e feriti e definendo quanto accaduto una repressione a cui “il grido di un popolo che difende l’isola dalla turistificazione” avrebbe risposto senza arretrare.

 

Le critiche al dispositivo di sicurezza “sproporzionato”

Le immagini delle cariche hanno avuto un’eco politica immediata. Lunedì Podemos ha chiesto le dimissioni del ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, definendo l’intervento della polizia “selvaggio e intollerabile“, ed esteso la richiesta al delegato del Governo nelle Baleari, Alfonso Rodríguez. Sulla stessa linea si sono espressi esponenti di Més per Mallorca, formazione alleata di Sumar, tra cui il deputato al Congresso Vicenç Vidal e il candidato alla guida del Comune di Palma David Pujol, che hanno definito sproporzionata l’azione degli agenti. Anche gli organizzatori della manifestazione hanno chiesto la testa del delegato del Governo, accusandolo di un dispositivo di sicurezza “totalmente sproporzionato” e di ritardi nei soccorsi ai feriti. Lo stesso Rodríguez, pur respingendo l’ipotesi di dimissioni, ha ammesso su X che alcuni agenti hanno fatto uso della forza contro persone che non sembravano rappresentare una minaccia, definendo “inaccettabili” alcune immagini e annunciando una relazione dettagliata sull’accaduto oltre a un incontro con i vertici della Polizia Nazionale nelle Baleari per rivedere il dispositivo impiegato quella sera.


Da Barcellona alle Canarie, l’onda lunga contro il turismo di massa

La protesta di Palma non è un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di un movimento che negli ultimi due anni ha attraversato la Spagna turistica: dalle Canarie, dove nel 2024 e nel 2025 decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Tenerife e in altre isole dell’arcipelago, fino a Barcellona, dove alcuni attivisti hanno usato pistole ad acqua contro turisti seduti ai tavoli dei bar, passando per Siviglia, dove sono comparse scritte contro i visitatori stranieri. Le richieste restano simili: limiti al numero di arrivi, regole più severe sugli affitti brevi, tutela dei salari e dei servizi pubblici per i residenti.

Le autorità baleari si trovano in una posizione scomoda: il turismo genera ancora una parte enorme del Pil regionale e dell’occupazione, ma il malcontento sociale rischia di trasformarsi in un problema politico difficile da gestire. Nei prossimi mesi si capirà se le proteste di Palma porteranno a misure concrete, o se il ciclo di manifestazioni, arresti e cariche di polizia è destinato a ripetersi anche la prossima estate.

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domenica 2 agosto 2026

Cosa succederebbe ai cani se sparissero gli umani?

 

Una bioeticista e un biologo hanno provato a fare qualche ipotesi per capire meglio il rapporto che abbiamo con loro (e come migliorarlo)

Immaginare cosa succederebbe al mondo se la specie umana scomparisse da un momento all’altro, del tutto o in grande parte, è un esperimento mentale che hanno fatto moltissimi scrittori e sceneggiatori e probabilmente anche tante altre persone: le fantasie sull’apocalisse esistono da millenni e sono sia una fonte di intrattenimento sia un modo per riflettere sull’esistenza. C’è però anche chi si è figurato possibili scenari di estinzione umana per fare ragionamenti scientifici: ad esempio su cosa succederebbe ai cani.

I cani sono stati i primi animali a essere domesticati e quindi in una certa misura a essere “creati” dagli esseri umani: nel corso dei millenni, favorendo gli accoppiamenti tra animali con certe caratteristiche di comportamento e di aspetto fisico piuttosto che altre, gli umani hanno condotto progressive selezioni artificiali che hanno portato dal lupo (Canis lupus) al cane (Canis lupus familiaris), che ne è una sottospecie, e poi alle diverse e numerose razze che distinguiamo. Come per tutte le specie domestiche, la vita dei cani dipende da quella degli umani, sia nel caso dei cani che hanno qualcuno che li nutre regolarmente, sia nel caso dei randagi, che sopravvivono in gran parte grazie ai rifiuti prodotti dalle persone.

Per questo la prima difficoltà che i cani dovrebbero affrontare in caso di sparizione di tutte le persone sarebbe la ricerca di fonti di cibo, ragionano la bioeticista Jessica Pierce e l’ecologo Marc Bekoff in I cani senza di noi, pubblicato in italiano da Haqihana, una casa editrice specializzata in saggi divulgativi sul comportamento canino.

Secondo i due studiosi, autori di vari libri sui cani e sul nostro rapporto con loro, è «quasi certo» che i cani sopravviverebbero a una scomparsa improvvisa degli umani «ammesso che non avvenisse su un pianeta diventato completamente invivibile per la crisi climatica». Questa conclusione deriva dal fatto che i cani che attualmente vivono in libertà in diverse zone del mondo riescono a sopravvivere abbastanza bene (secondo una stima citata da Pierce e Bekoff i cani randagi sarebbero 800 milioni nel mondo, quelli con una famiglia 200 milioni) e dalla flessibilità alimentare dei cani, che si adattano a mangiare anche cose diverse dalla carne: potrebbero sostentarsi con piante, frutti e insetti, oltre che con piccoli mammiferi e uccelli.

Nell’immediato è verosimile che molti cani morirebbero – alcuni, più piccoli e deboli, anche uccisi e mangiati da altri cani – ma è probabile che nel complesso riuscirebbero ad adattarsi a nuovi stili di vita, facendo affidamento sugli istinti che hanno in comune con i lupi e gli sciacalli. Ovviamente le cose andrebbero in modo diverso in diverse parti del mondo a seconda delle specifiche caratteristiche climatiche, delle risorse naturali di cibo e della competizione con altre specie di predatori: in alcune regioni i cani prospererebbero, in altre potrebbero scomparire a loro volta. In generale però la specie continuerebbe a scorrazzare per il pianeta.

Pierce e Bekoff hanno poi provato a immaginare cosa ne sarebbe dei cani nel più lungo periodo successivo alla scomparsa degli umani, e più in particolare a come i cani sarebbero cambiati dalla selezione naturale, tolta di mezzo quella artificiale. Per i due studiosi tentare di rispondere a questa domanda, anche senza poter mai verificare la bontà delle proprie ipotesi, è utile per capire meglio che animali sono i cani e i rapporti che abbiamo con loro.

Il punto di partenza del loro ragionamento è che i cani non tornerebbero a essere lupi.

Sappiamo che quando un gruppo di animali domestici si trova a vivere in libertà e perde ogni contatto con gli umani avviene un processo di feralizzazione, cioè di adattamento a uno stato selvatico. Le caratteristiche proprie delle specie domesticate – una maggiore mansuetudine, in aggiunta a tanti aspetti fisici – non scompaiono, quindi non si può parlare di una “de-domesticazione”, ma di un avvicinamento dei singoli animali ai comportamenti delle specie selvatiche sì. Nel caso in cui il gruppo di animali feralizzati continui a vivere in libertà per diverse generazioni, e in cui quindi la selezione naturale inizi ad agire, gli scienziati parlano di inselvatichimento secondario.

Non sappiamo quante generazioni di cani dovrebbero susseguirsi per arrivare ai «cani post-umani», ma secondo Pierce e Bekoff è probabile che sarebbero molto diversi dai cani di oggi e diversi tra loro in base al contesto geografico. I cani più piccoli potrebbero specializzarsi nella caccia di insetti, piccoli rettili e anfibi, mentre quelli più grandi dovrebbero trovare altre strategie di adattamento e nel tempo diverse popolazioni di cani potrebbero evolvere in specie canine diverse.

Ma si può anche ipotizzare che il rimescolamento dei geni canini portato dalla nuova libertà di accoppiamento porti a cani post-umani tutti di “taglia media”, cioè con un peso intorno ai 15 chili – ci sono cani che pesano poco più di un chilo e altri che superano i 100.

Le altre caratteristiche fisiche sarebbero a loro volta influenzate dall’ambiente: ad esempio, ipotizzano Pierce e Bekoff, nei climi più freddi potrebbero essere favorite e dunque prevalere le orecchie più piccole, che disperdono meno il calore; nei climi miti invece è possibile che le orecchie di dimensioni maggiori, più adatte a captare i rumori, si rivelerebbero più utili nella caccia.

Di certo scomparirebbero quei tratti fisici dei cani che gli umani hanno selezionato per ragioni estetiche ma che sono legati a problemi di salute, come i musi schiacciati dei carlini che causano problemi respiratori e l’eccesso di pieghe della pelle degli shar pei. Sparirebbero anche le orecchie pendule dei cocker e le code arricciate dei chow chow, perché sia le code che le orecchie sono usate dai cani per comunicare tra loro, e sarebbero favorite quelle che permettono di farlo meglio. Potrebbero scomparire anche le pellicce a macchie e di colori diversi, che non hanno alcuna funzione biologica.

– Leggi anche: Il governo olandese vuole vietare il possesso di cani e gatti di certe razze

Nel campo della riproduzione ci sarebbero sicuramente dei cambiamenti, ed è possibile che le femmine andrebbero in calore solo una volta all’anno invece che due (una più frequente disponibilità all’accoppiamento rispetto alle specie selvatiche è una delle caratteristiche comuni a tutte le specie domesticate). Un’altra possibilità è che, come succede nei branchi di lupi, la collaborazione dei padri, zii e altri membri di un gruppo di cani diventerebbe un elemento importante per la crescita dei cuccioli. Ma può anche darsi che i cani – o certe specie evolute dai cani – svilupperebbero stili di vita solitari.

È più difficile immaginare cosa succederebbe ai tratti comportamentali dei cani selezionati dalla domesticazione: l’ipersocialità sviluppata stando con gli umani verrebbe sfruttata con altri scopi dai cani post-umani o si perderebbe come tratto caratteriale di specie?

Pierce e Bekoff hanno finito il loro ragionamento cercando di stabilire se in prospettiva per i cani un mondo senza umani sarebbe un mondo migliore: sono giunti alla conclusione che i vantaggi (come la scomparsa di patologie dovute agli incroci tra cani della stessa razza, un maggior spazio in cui muoversi e maggiori possibilità di socialità) supererebbero gli svantaggi (come la maggiore esposizione alle malattie, l’assenza di cure e di cibo disponibile in abbondanza).

Per i due studiosi portare avanti l’esperimento mentale, riflettere su questi vantaggi e svantaggi ma anche dedicare maggiori studi ai cani randagi e feralizzati potrebbe aiutarci a comportarci meglio nei confronti dei cani: capendo meglio la loro natura, saremmo più in grado di garantirgli buone condizioni di vita. Ad esempio, evitando che nascano animali sofferenti a causa di certe caratteristiche fisiche comuni a certe razze create dagli umani, ma anche facendo passeggiare e correre i cani in spazi sufficientemente grandi, e facendo interagire i cani tra loro nel modo migliore per dargli una buona qualità della vita.

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