A scuola tante parole volano via senza lasciare alcun segno: il professore parla e i ragazzi guardano le mosche, oppure prova a lanciare un argomento di discussione che deperisce dopo due o tre svogliati interventi. Ma a volte capita la giornata d'oro, quella in cui le parole pesano e lasciano un segno profondo negli studenti ma anche nel professore, al quale si rivelano intuizioni sbalorditive. E così l'altro giorno in classe si parlava di desideri, di consumismo, di intontimenti pericolosi, tema che torna spesso e che sembra non avere soluzione.
Ma stavolta Manolo, un ragazzetto scapigliato e nervoso, ha fatto in tre minuti
un'analisi chiarissima, di quelle che aprono e chiudono ogni discorso. «Voi
insegnanti ci dite che i desideri sono la nostra rovina, che ci costringono in
una situazione di affanno perenne, di dipendenza, di mortificazione del
pensiero. I desideri ci spingono nei centri commerciali dove siamo come pecore
al pascolo, e noi sbaviamo dietro un telefonino, un paio di scarpe firmate, una
maglia da cento euro, e intanto non ci accorgiamo che il lupo si sbrana la
nostra vita. Ci parlate di Leopardi e di Schopenhauer, insistete perché noi
ragazzi non perdiamo tempo ed energie a rincorrere false soddisfazioni, che in
realtà ci impoveriscono sempre più. Ci leggete in classe articoli di scrittori,
preti, filosofi che condannano il consumismo. Tutto vero, probabilmente, tutto
fila senza una grinza. Però io mi domando: come mai queste sante parole non
producono alcun effetto? È semplice. Non producono alcun effetto perché tutto
il mondo occidentale si regge sull'eccitazione dei desideri, e se di colpo
prevalesse San Francesco sarebbe lo sfacelo. Si ricorda professore quella
pubblicità in cui si vedeva la gente per la strada che ringraziava un tipo con
una busta in mano? Lo ringraziavano perché aveva comprato qualcosa, una cosa
qualunque, forse una cosa inutile, ma che permetteva all'economia di girare, di
creare ricchezza, di aumentare i posti di lavoro, o almeno di non perderli.
Ecco dov'è l'ipocrisia. Tutti i sapientoni ripetono che bisogna accontentarsi,
senza sciupare la propria esistenza dietro alle sciocchezze che ci vengono
proposte a getto continuo, ma poi l'Occidente si regge solo sulla frenesia,
sull'avidità, sul desiderio folle. Tutto il nostro immaginario è costruito ad
arte per sedurre e farci sentire partecipi di una comunità che esiste finché
può spendere. La ruota gira e non si può assolutamente fermare, e neppure
rallentare. Gli adulti al comando gestiscono la fantasia nazionale, la spingono
dove più conviene. Il Pil deve crescere, gli stipendi devono aumentare per
rilanciare i consumi, le industrie devono incrementare i profitti per far
guadagnare i padroni ma anche per non mandare a casa gli operai. Senza desideri
assatanati l'Occidente precipita. Pubblicitari, creativi, uomini del marketing,
belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti soffiano a pieni polmoni
nelle vele del desiderio, perché è da lì che vengono i soldi e il benessere.
Magari poi la gente impazzisce, si perde, si indebita, i giovani si confondono,
si viziano, diventano sempre più deboli, ma non c'è niente da fare, se il
desiderio non pompa l'acqua non sgorga. Se il desiderio si blocca, si blocca tutto.
E poi arrivate voi professori, che siete tagliati fuori dal mondo, che contate
sempre meno perché avete poco da spendere, e ci rifilate questi pistolotti
inutili. Dite che il desiderio porta alla depressione o alla criminalità, che
separa e contrappone gli esseri umani, che genera un arraffa arraffa
individualista e degradante, predicate il rigore, lo studio, il sacrificio, ma
nessuno vi sta a sentire. Noi no, perché siamo ragazzi e vogliamo divertirci,
ma neanche gli adulti che valgono davvero vi prestano ascolto. Loro lo sanno
cento volte meglio di voi come funziona la baracca. Funziona solo se i nostri
desideri la sostengono minuto per minuto, altrimenti si sbraca. Fortunatamente
oggi la cultura è inutile, ma se veramente fosse assorbita profondamente dalla
gente comune sarebbe addirittura nociva, saboterebbe la macchina o l'autobus su
cui viaggiamo, e questo non può accadere».
Sono rimasto a bocca aperta. L'immaginario che la scuola prova a costruire è
una gondoletta di fronte a una portaerei. È un ostacolo da travolgere, o meglio
ancora da ignorare. La diffusa pedagogia sociale ha un solo chiaro argomento:
se spendi ci sei, se spendiamo tutti il paese va avanti, il resto sono solo
chiacchiere inconsistenti, inconsapevolmente sovversive. Gli altri ragazzi
hanno guardato in silenzio il compagno filosofo, poi uno ha preso la parola:
«Non ho capito quasi niente di quello che hai detto, ma mi sembra giustissimo».
Super batteri che resistono agli antibiotici. Sono stati trovati nei campioni prelevati da quattro hamburger dei 12 acquistati al banco frigo dei supermercati e fatti analizzare da Il Salvagente per il nuovo numero della rivista specializzata proprio nei test in laboratorio. Obiettivo: valutare igiene e qualità della materia prima in base al rapporto tra collagene e proteine. A preoccupare, però, non è lo stato complessivo di igiene della carne, ma “la possibile presenza – riscontrata in effetti nel 30 per cento dei casi – di microrganismi capaci di bucare lo scudo farmacologico di medicinali usati per curare le infezioni causate da questi stessi batteri”. Eppure tutti gli hamburger analizzati sono risultati conformi alla legge. Questo perché i produttori, al contrario di ciò che dovrebbe avvenire in allevamenti e macelli, non hanno l’obbligo di sottoporre i batteri presenti negli hamburger all’antibiogramma, ossia l’esame microbiologico in vitro che determina la sensibilità o la resistenza di un batterio specifico a vari antibiotici. Lungo la filiera, quindi, questo tipo di controllo viene a mancare, rendendo impossibile una valutazione su quali antibiotici siano stati resi inefficaci e quali no. Di fatto, resistenze agli antibiotici sono state riscontrare nell’hamburger Terre d’Italia di Carrefour, in quello di Chianina di Lidl, nel Gramburger di scottona di Gram e nel maxihamburger di scottona ‘La collina delle bontà’ di Eurospin. “Le resistenze più gravi rilevate dal Salvagente sono legate alla presenza, in alcuni hamburger, di Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi in grado di sopravvivere a medicinali moderni e molto usati in questi casi, come le cefalosporine, una classe di antibiotici beta-fattamici” scrive Enrico Cinotti, vicedirettore e autore dell’inchiesta. Quali sono le conseguenze per il consumatore? Piaccia o meno l’hamburger al sangue, per uccidere i batteri resistenti agli antibiotici presenti in questo tipo di carne, l’unica soluzione è cuocerla bene. Come, tra l’altro, viene ricordato su molte confezioni.
L’allarme mondiale e i 12mila morti all’anno in Italia
Ed è un
problema dato che, come spiega l’Organizzazione mondiale della sanità nel Global
Antibiotic Resistance Surveillance Report 2025 “la resistenza
antimicrobica (Amr) sta erodendo le basi della medicina moderna”, con batteri
comuni che diventano sempre più difficili da curare (Leggi l’approfondimento). Secondo gli
ultimi dati diffusi dall’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, in
Italia si contano ormai 12mila morti all’anno. Una resistenza
causata da un sempre più massiccio uso degli antibiotici, soprattutto in età
pediatrica e in ambito ospedaliero (rispetto a quanto non avvenisse in passato)
e al loro ricorso negli allevamenti, dove viene somministrato anche agli animali sani come
profilassi preventiva.
La qualità proteica della carne
Tutto questo
rende proprio questo aspetto la nota dolente dei risultati delle analisi,
rispetto agli altri criteri presi in considerazione. Lo stato di igiene
degli hamburger, in gran parte confezionati sottovuoto, ha pesato per il
50% sul voto finale, la percentuale di carne impiegata per il 20% e la qualità
della carne per il 30%. Quest’ultimo aspetto è stato valutato in base
al rapporto tra collagene e proteine, perché più è presente il
primo e minore sarà la qualità proteica della carne. Da un punto di vista
nutrizionale, il rapporto tra collagene e proteine non supera mai il
15%, soglia oltre la quale la qualità proteica della carne sarebbe
risultata scarsa. Il punteggio peggiore (mediocre, con 14,93) lo ha totalizzato
il Jubatti Barbecue Burgers di scottona, gusto delicato.
Mediocri, da questo punto di vista, anche l’Hamburger bovino di razza, Chianina
di Lidl.
Lo stato dell’igiene degli hamburger
La rivista
diretta da Riccardo Quintili ha ricercato la presenza di
diversi microrganismi per valutare, poi, il livello igienico della carne.
Considerando i limiti di legge, che impongono l’assenza di Salmonella e
Listeria monocytogenes (di fatto assenti in tutti i campioni), sono
stati ricercati i batteri anaerobi, gli stafilococchi, l’E.coli, le
enterobatteriacee, i coliformi e il bacillus cereus. Le linee guida utilizzare
come riferimento sono quelle del Centro interdipartimentale di ricerca
e documentazione sulla sicurezza alimentare della Regione
Piemonte: il limite di 100 Unità formanti colonie per grammo (Ufc/g) per i
batteri anaerobi solfito riduttori e per i stafilococchi coagulasi positivi e
di 500 Ufc/g per l’Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva. “Dal punto di
vista igienico – scrive Enrico Cinotti – a parte in tre casi
in cui le linee guida sono state leggermente superate, lo standard di sicurezza
alimentare è risultato mediamente buono”. Nell’hamburger di Carrefour è
stato registrato uno sforamento (270 Ufc/g) per gli stafilococchi, mentre in
quelli di Jubatti e Coop, una concentrazione media
di batteri anaerobi leggermente superiore alla soglia, rispettivamente di 110 e
120 Ufc/g.
Quanti (e quali) antibiotici messi fuori gioco dai
batteri
Il vero problema, però, è proprio il tipo di batterio e la capacità di resistere agli antibiotici. Ed è per questo che, in caso di presenza accertata di microrganismi, la rivista ha commissionato un esame specifico, l’antibiogramma, “per valutare la loro resistenza a un classe di 23 antibiotici comunemente prescritti dai medici per infezioni provocate dai batteri rilevati”. Le resistenze più gravi rilevate sono legate alla presenza di Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi ma, nella valutazione, si è anche tenuto conto del fatto che alcuni degli antibiotici indicati “sono notoriamente non adatti a curare questo tipo di infezioni”. Anche escludendo, dunque, i casi di “resistenza nota” e prendendo in considerazione solo quella “agli antibiotici utili”, sono quattro gli hamburger nei quali è stata riscontrata anche quest’ultima. Nell’Hamburger Bovino di Razza Chianina di Lidl, gli stafilococchi rintracciati sono resistenti a quattro tipi di antibiotici, mentre l’Escherichia coli individuata può superare le difese di due medicinali. Totale: 6 farmaci messi fuori gioco. Sono cinque gli antibiotici a cui sono resistenti gli stafilococchi rintracciati nell’Hamburger con Marchigiana, Terre d’Italia, di Carrefour. Resistono rispettivamente a tre e un medicinale gli stafilococchi trovati, infine, nel Gram Gramburger di Scottona e nel Maxihamburger di Scottona la Collina delle bontà di Eurospin. Il Salvagente ha contattato i produttori in questione che, non negando la presenza di batteri con profili di antibiotico-resistenza, sottolineano che non compete a loro questo tipo di controllo. E c’è chi promette approfondimenti con i propri fornitori.
Altro
che atolli incontaminati e acque cristalline. Un nuovo studio
dell’Università del Pacifico del Sud rivela che l’invulnerabilità
dei mari del Sud è un mito: nei piatti delle comunità del Pacifico,
la plastica è diventata un ospite fisso. Secondo una ricerca pubblicata sulla
rivista PLOS One, circa un pesce su tre
catturato nelle acque costiere delle isole del Pacifico ha ingerito microplastiche.
In alcune zone, come le isole Fiji, la percentuale di
pesci contaminati schizza al 75% contro una media globale che si attesta
intorno al 49%. Le microplastiche sono ormai riconosciute come
una minaccia ambientale globale, che colpisce gli ecosistemi marini e
solleva preoccupazioni per la salute umana. Sebbene i Paesi e Territori
insulari del Pacifico (PICT) siano spesso considerati isolati, i ricercatori
affermano che queste regioni potrebbero essere maggiormente esposte a causa
della rapida crescita urbana e delle limitate infrastrutture per
il trattamento dei rifiuti e delle acque.
Analizzando
878 pesci di 138 specie diverse tra Fiji, Tonga, Tuvalu e Vanuatu,
i ricercatori hanno scoperto che le microplastiche sono arrivate ovunque. Il
motivo per cui le Fiji sono così colpite rispetto alla vicina Vanuatu, dove
solo il 5% dei pesci presenta tracce di plastica, sta nell’impatto umano. Lo
studio non si è limitato a contare i frammenti, ma ha cercato di
capire l’identikit del pesce “a rischio”. I pesci di barriera e
quelli di fondo, i cosiddetti “benthonici“, sono molto più esposti
rispetto a chi nuota in mare aperto. Chi caccia tendendo imboscate o
chi setaccia il fondale in cerca di invertebrati — come il Lethrinus
harak (imperatore macchiato) — finisce per ingerire accidentalmente
le fibre sintetiche che si depositano sul fondo. Queste fibre,
derivate principalmente da tessuti e attrezzature da pesca,
agiscono come agenti infiltrati nella catena alimentare.
“I dati
infrangono l’illusione che la nostra lontananza offra protezione”,
avverte Rufino Varea, co-autore dello studio. “I pesci
più accessibili per i pescatori di sussistenza sono
diventati serbatoi di inquinamento sintetico”, aggiunge. Se per un europeo o un
americano la microplastica nel pesce è una preoccupazione
ambientale, per gli abitanti delle isole del Pacifico è una
minaccia diretta alla sicurezza alimentare. Qui il pesce non è
una scelta gourmet, ma la principale fonte di proteine e il cuore della cultura locale.
Questo studio è il canarino nella miniera di carbone del nostro oceano globale.
Se anche le acque teoricamente più pure del pianeta mostrano segni di
sofferenza, è chiaro che le soluzioni “a valle”, come la pulizia delle spiagge,
non bastano più. “Questi dati ci obbligano a chiedere un Trattato
Globale sulla Plastica che imponga limiti rigorosi alla produzione
primaria di plastica e agli additivi tossici, poiché questo è l’unico modo
praticabile per salvaguardare la salute e la sicurezza alimentare delle
popolazioni del Pacifico”, concludono i ricercatori.
un giorno della mia vita.
era il 22 gennaio del 1976, cioè cinquant’anni fa, e così come oggi anche quel giorno era giovedi: me lo ricordo perchè in paese, ad ardauli, era giorno di mercato, e ciò avveniva immancabilmente di giovedì;
infatti fu lì che fummo arrestati, con tanto di mamme, zie, e gente dei vicinati in giro lì davanti; eravamo in due, anche se col supporto di altri compagnetti più giovani cui fortunatamente avevamo imposto di stare appena in disparte;
l’antefatto fu semplice: il quotidiano isolano “l’unione sarda” aveva informato, già qualche giorno prima, che alcuni giovani sardi che svolgevano il servizio di leva a novara erano stati arrestati, e inviati al carcere militare di gaeta; l’articolo tuttavia non esplicitava le motivazioni, ma nell’elenco dei nomi era ricompreso anche quello di un nostro giovane paesano;
allora vi era una forte tendenza alla condivisione di questo genere di problemi, e la nostra condivisione consisteva in un piccolo collettivo politico; quindi ci mettemmo subito in azione per poter acquisire notizie fondate su un arresto collettivo per noi inusuale, con reclusione in carcere militare, riservato in piemonte a un tale gruppo di militari sardi;
ne venne che questi, giorni prima, avevano presenziato alla riunione di consiglio comunale della città, appunto novara, e avevano chiesto di poter rendere pubblico un fatto per loro molto grave: e che genere di fatto?
ebbene, un loro commilitone, sardo anche lui, era deceduto in quei giorni per causa di una polmonite: la questione verteva sul fatto che questo ragazzo sarebbe stato costretto ad alzarsi per l’alzabandiera nonostante avesse evidenziato la propria condizione e fosse fortemente febbricitante; ma morì e tornò semplicemente a casa, come quando si muore, senza debite scuse e senza plausibile spiegazione;
fu la reticenza di tale condotta che mosse quei commilitoni alla denuncia pubblica, e fu la denuncia pubblica a muovere la macchina della repressione; e anche la reticenza dei quotidiani isolani osservava a sua volta il proprio gioco di ruolo: tacere;
e così noi, che nel nostro piccolo eravamo riusciti a venire a capo di tutto il quadro, decidemmo a nostra volta di fare quello che si doveva fare: ne demmo una comunicazione informale al nostro consiglio comunale, realizzammo alcuni manifesti riguardanti quelli che a noi sembravano gli abusi grandi e piccoli del potere militare, e la mattina del giovedi ci presentammo con i nostri manifesti nella piazza del mercato, con tutta la gente davanti; a noi ci sembrava così la democrazia;
non ci volle molto tempo, solo forse un’ora: arrivò dal comando dei carabinieri una specie di squadra speciale, con abbondanza di scena e di camionette, e fummo semplicemente ammanettati, presi anche in giro per come precipitavamo nello sgomento, e portati in carcere in città, ad oristano;
dopo una lunga sequenza di chiavistelli, noi due fummo alfine separati, ciascuno nella sua cella di isolamento: circa due metri per tre, con un buco per i bisogni da una parte e una branda dall’altra; il peggio era la presa di luce, cioè una finestra in gran parte murata in obliquo per impedire la vista orizzontale, limitandola alla sola visibilità di un rettangolo di cielo, piccolo e a sbarre; si chiama la bocca di lupo, ed è il più semplice esempio di quanto può essere stupida la crudeltà, e crudele la stupidità;
io in realtà ero in paese solo temporaneamente: ero lì per preparare l’ultimo esame di università e impostare la tesi, ma tutta la famiglia genitoriale risiedeva intorno a viterbo, e mio padre e mia madre non sapevano alcunchè di quanto mi stava succedendo; questo mi sgomentava, più di ogni altra cosa: mia madre;
ma il giorno dopo, lo sgomento diventò una specie di angoscia: in un foglietto verde ci si comunicava che avremmo dovuto rispondere di sette capi di imputazione, dal vilipendio alle forze armate alla questua non autorizzata: erano tutte balle, ma il peggio arrivò qualche giorno dopo: si aggiunse infatti l’imputazione del reato di “associazione sovversiva”: è un capo di imputazione davvero angosciante, poichè è talmente vago che ti si può poi accollare di tutto, e soprattutto ti si può circuire con il fine di coinvolgere altri;
e così non ci restava che confidare, per quel poco di prassi giuridica che avevamo imparato a masticare in giro, confidare nella valutazione del giudice deputato all’esame della fondatezza delle accuse;
passammo nell’attesa giorni infelici: e tuttavia radio carcere fece una rapida ricognizione: alcuni detenuti dei paesi vicini, autorizzati anche ad assistere le guardie nella somministrazione dei ranci, si premuravano di avvicinarsi con discrezione ai nostri sportellini dei pasti, e in due sguardi proporsi per eventuali contingenze, accennare ad amici comuni e comunque incoraggiarci: erano gli angeli del signore, gente con anni di carcere addosso che si premura di incoraggiare te, che sei lì da soli due giorni;
quando si ragiona sul carcere, tra un suicidio o una redenzione, è necessario considerare la dimensione carcerara degli angeli del signore: “visitare i carcerati”, per esempio, è una delle opere di misericordia raccomandate dalla dottrina cristiana, quella vera che non è quella dei comizi;
ma il giudice ci disse semplicemente che non vi era fondatezza in tutte quelle accuse: che quindi eravamo liberi, e dovevamo soltanto trovare il modo di tornare a casa;
erano passati in realtà solo dieci giorni, là dentro per noi: ma furono allora per noi i giorni più estenuanti di quella nostra età: l’estenuazione dell’incertezza, e del ritrovarsi dietro le sbarre in balia del caso;
….. e poi ? e poi tornammo alle nostre cose, ai nostri compagni e alla necessaria attenzione alla macchina militare: la macchina militare che conosciamo oggi è lontana anni luce da quella che sperimentavamo allora, e le sue carneficine sono ben altra cosa che i soprusi di allora; nel tempo si è moltiplicata la dimensione, e forse anche la disumanità; e si è fatta a pezzi ovunque la modalità di procedere a una pace;
eppure, a distanza di così tanti anni, venni poi a sapere che in uno strano traffico tra agenti dell’arma e un giro di tossicomani, precisamente nella città di piacenza, si trovò coinvolto il capo della squadra speciale che quel giorno ci aveva messo le manette ai polsi, in quel giovedì di mercato; ma in fondo le manette possono ben girare, anche di polso in polso;
questa ultima mia malignità non mi dà in realtà sollievo alcuno; intendo solo rendere un omaggio al cinquantenario di quel giorno, poichè allora noi ritenemmo di fare quello che si doveva fare; e rendere omaggio, sempre e dovunque, e soprattutto dietro le sbarre, agli angeli del signore.
Nel paese il cui elettorato ha mandato al potere, con un programma dichiaratamente razzista, un personaggio come Trump – peraltro reduce da un colpo di Stato fallito contro le regole del sistema elettorale – si è manifestata la reazione generale di un’intera città contro la caccia all’uomo scatenata dalla milizia di Stato, l’ICE, addetta alla cattura dei migranti.
Secondo il manifesto, tra i pochi che ne hanno parlato, il conflitto è
acutissimo: “Ci sono intere famiglie che non escono più di casa, e i vicini
fanno la spesa per loro, portano fuori la spazzatura, lavano i panni per chi
non ha una lavatrice e deve usare quelle a gettoni. Questa organizzazione
capillare esiste in tutta la città. Comprende anche gruppi di osservatori che,
sfidando il freddo estremo di Minneapolis, presidiano le zone a
maggiore concentrazione di immigrati, armati di fischietti e megafoni per
lanciare l’allarme: «La migra, la migra»… Tutti si sentono in dovere di
fare qualcosa e, esattamente come sotto un’occupazione, bisogna sabotare le
manovre degli occupanti usando le armi a disposizione… La distinzione
tra attivismo organizzato e società civile è saltata. A partecipare alla
resistenza è l’intera città. Non solo attraverso le grandi manifestazioni, ma
con una costellazione di azioni quotidiane, diffuse, difficili da reprimere”.
Un “mutuo
appoggio” come questo può assumere le forme più diverse, ma lo spirito
che spinge una parte della popolazione ad aiutarsi a vicenda per salvare i propri
concittadini da un assalto squadristico non è diverso da quello che altrove o
in altre circostanze la induce a far fronte alle devastazioni di una guerra o a
una catastrofe prodotta dalla crisi climatica. Certo, queste azioni
collettive non bastano se non portano quello spirito di fratellanza e
sorellanza che le anima a solidificarsi in organismi permanenti (quelli che
chiamiamo “comunità”) e questi a mettere insieme le forze per condizionare
l’azione dei governi, a tutti i livelli. Ma le radici di una nuova
democrazia sostanziale oggi vanno cercate innanzitutto nella resistenza
quotidiana contro ogni devastazione: tanto quelle prodotte dalle guerre contro
i nemici sia “esterni” che “interni”, quanto quelle provocate dalla crisi
climatica e ambientale. Ma c’è un nesso stretto tra queste “disgrazie”.
La crisi
climatica si manifesta da tempo in una molteplicità di eventi catastrofici – uragani, incendi, alluvioni,
siccità e altro ancora – che forniscono a un campione sempre più ampio di
abitanti del pianeta un anticipo di ciò che dovranno affrontare quasi
quotidianamente i nostri figli e nipoti. Ma ai livelli governativi se
ne parla sempre meno; la scena ufficiale è stata occupata dalle guerre,
dall’invasione russa dell’Ucraina, dalla strage del 7 ottobre, dallo sterminio
degli abitanti di Gaza. Non che prima di guerre non ce ne fossero: ma non
occupavano la scena al punto di impedire a un numero crescente di cittadini, e
soprattutto di vittime del clima, una progressiva consapevolezza della gravità
della crisi ambientale; né alla componente dell’establishment mondiale più
esposta agli umori dell’opinione pubblica, una ipocrita assunzione di
responsabilità, ampiamente esibita nella serie infinita quanto inconcludente
delle conferenze sul clima.
Ma le guerre
non si svolgono solo nei teatri dei combattimenti e delle stragi. Impregnano di
sé tutto: dallo “spirito pubblico”, alimentato da media sempre più bellicosi,
all’economia, dalla cultura alla ricerca scientifica, dalla cronaca
all’istruzione. Il risultato è comunque una corsa generale agli
armamenti; quelli “vecchi” e costosi: bombe, razzi, cannoni, carri armati,
aerei e navi, per far sì che l’economia torni a “tirare” (con il ripristino
della leva per farli funzionare); e quelli “nuovi” o “smart” che le forme
attuali della guerra hanno portato alla ribalta: droni, sensori, satelliti,
reti informatiche e intelligenza artificiale; e poi hackeraggio e false flag
per disorientare l’opinione pubblica, ma anche milizie private e iniziative
terroristiche, sia anonime che rivendicate.
Ma contro
quale nemico è diretto quel riarmo? Quelle armi, soprattutto quelle “nuove”,
sono tutte “dual use”; possono essere usate in una guerra o in una campagna di
sterminio, ma sono anche strumenti di sorveglianza, di controllo o di liquidazione
di un “nemico interno”. Innanzitutto, i migranti, quelli già inseriti e quelli
in arrivo; ma sempre più anche quelli in partenza da paesi lontani. Poi la
popolazione giudicata ostile, o superflua, o “ingombrante” (Gaza insegna). Poi,
ovviamente, i dissidenti, di qualsiasi tipo. Infine, le rivolte di popolazioni
colpite da un disastro ambientale contro i governi locali o nazionali che non
hanno fatto nulla per prevenirle né per favorire il ripristino di condizioni di
vivibilità, come a Valencia. È una estensione del ricorso alla forza delle armi
che si avvale – e non potrebbe funzionare altrimenti – del clima di
belligeranza e di odio creato dal primato attribuito alla guerra. Lo spirito
pubblico che aleggia sull’operato di tutti i Governi non è che una versione
specifica di un clima perverso che li accomuna tutti.
L’assalto
alle libertà, alle condizioni di vita, all’integrità e all’esistenza stessa del
“nemico interno” non attenua comunque la promozione e l’intensificazione delle
guerre contro quello “esterno”; né l’attenzione e le risorse sconfinate
dedicate a queste riducono – caso mai accelerano – le devastazioni che il
procedere della crisi climatica e ambientale porta con sé. Visti dalla
posizione delle vittime, la reazione contro questi assalti contigui non offre
possibilità di scelta: bisogna affrontarli tutti e tre, in modo che le relative
resistenze si rafforzino tra loro. Senza deleghe ai governi, alle istituzioni o
alle “forze politiche” nazionali, sovranazionali o locali impegnate per lo più
non a combatterli, ma a promuoverli, a sostenerli o a consentirli.
Dunque, bisogna contare sulle proprie forze. Ma quali? Oggi a
disposizione ci sono quasi solo quelle del “mutuo appoggio”: bisogna
ricominciare di lì.
Ci manca
giusto Greg Bovino, il capo della famigerata Ice trumpiana,
con quella sua aria da post-nazista da serie tv L’uomo nell’alto
castello, a Milano Cortina 2026, magari alla cerimonia inaugurale bi-locata
il 6 febbraio, tra il demolendo San Siro e i nuovi scempi ‘sportivi’ nella fu
Perla delle Dolomiti.
Sono state
soltanto un tocco in più, le voci non confermate su una presenza Ice in Italia
al seguito degli atleti americani: in realtà gli statunitensi
dovrebbero essere protetti principalmente dal Secret Service e
dal Dss (Diplomatic Security Service), a cui collaborano anche agenti
dell’anti-immigrazione.
Resta il
problema di fondo dell’immagine di queste Olimpiadi di Milo e
Tina, le mascotte presentate come ‘due simpatici ermellini che incarnano
lo Spirito Italiano – si noti la maiuscola sovranista, nda –
che li ispira: naturalmente curiosi, amano lo sport e la vita all’aria aperta,
ma anche divertirsi. Rappresentano l’energia contemporanea, vibrante e dinamica
del nostro Paese’. Sic!
In perfetta
linea ‘assurdista’ Milo e Tina fanno pur sempre meno ridere delle due bandiere
della sostenibilità sventolate fin dall’annuncio della sventurata impresa
politico-economica. Ora, delle Olimpiadi che dovevano essere a costo zero si
conoscono già abbastanza gli oneri mostruosi (5 miliardi di
euro) a carico dei cittadini italiani, documentati puntualmente dal Fatto e
anche dal pamphlet di Paper First Una montagna di soldi di Giuseppe
Pietrobelli.
E’ il tema
del costo ecologico che, pur evidente, rimane sempre un po’ meno in luce.
Qualche provvidenziale nevicata d’inizio febbraio, per esempio, copre
opportunamente l’enormità d’energia e di acqua sprecate finora
anche solo per preparare i vari terreni di gioco, compresa l’agghiacciante
nuova pista per il bob.
I giornaloni
e le televisioni fanno poi di tutto per esaltare casomai i record di
affluenza turistica delle due Regioni principalmente coinvolte.
L’ultima notizia strombazzata riguarda il tetto dei 53 milioni di presenze registrate
in Lombardia nel 2024, il 65% di stranieri; il Veneto ha
toccato quasi quota 73 milioni e 500mila, di cui 67,5% da fuori Italia (c’era
proprio bisogno anche di un evento olimpico per due Regioni già così ricche,
anche di visitatori?!?).
Cala il silenzio
selettivo, invece, sulle prime notizie circa l’impatto olimpico, documentato in
prima battuta da un report pubblicato il 19
gennaio da Scientists for Global Responsibility,
un’organizzazione indipendente con sede a Lancaster, nata nel 1992 come
associazione di scienziati pacifisti per il contrasto agli armamenti atomici e
poi allargatasi all’ambientalismo con centinaia di ricercatori
associati e il collettivo New Weather Institute.
Le
conclusioni non lasciano spazio ai dubbi: ‘sulla base dei soli dati ufficiali –
escludendo le emissioni relative agli accordi di sponsorizzazione – questo
rapporto SGR stima che le Olimpiadi invernali del 2026 causeranno emissioni di
gas serra di circa 930mila tonnellate di anidride carbonica equivalente
(tCO2e), con il maggior contributo – circa 410mila tCO2e – dovuto ai viaggi
degli spettatori. Il che si tradurrà nei prossimi anni in una perdita di circa 2,3
chilometri quadrati di copertura nevosa e oltre 14 milioni di
tonnellate di ghiaccio glaciale, impatti importanti sull’ambiente
necessario per sostenere gli sport invernali’.
Il rapporto
SGR ha provato a fare una stima anche del costo ecologico ‘degli
accordi di sponsorizzazione tra le Olimpiadi invernali e tre
grandi società altamente inquinanti – Eni, Stellantis e ITA Airways – , che
indurranno ulteriori emissioni di gas serra di circa 1,3 milioni di tCO2e –
circa il 40% in più rispetto al resto dell’impronta di
carbonio stimata dell’evento – comprese le emissioni dovute alla preparazione,
alla costruzione di infrastrutture, all’hosting e al viaggio degli spettatori.
Queste
emissioni extra porteranno a ulteriori perdite future di 3,2 km² di copertura
nevosa e oltre 20 tonnellate di ghiaccio glaciale. Ciò pone l’impatto totale
per i Giochi e questi tre accordi di sponsorizzazione a 5,5 km² di perdita di
copertura nevosa e oltre 34 milioni di tonnellate di ghiaccio
glaciale’.
E’ un gioco
al massacro, dunque, per il terreno tradizionale degli stessi sport intorno
a cui si costruisce il gigantesco affare. E che le Alpi non avessero proprio
bisogno di un tale trattamento olimpico lo indica anche solo il fatto che negli
ultimi cinque anni l’Italia ha perso per il riscaldamento climatico la bellezza
di 265 stazioni sciistiche, e i nostri cugini francesi – che si
sono aggiudicati i Giochi del 2030 – hanno fatto il funerale ad altre 180
località con impianti di risalita per lo sci e contorno. Chiusure che peraltro
lasciano nell’ambiente montano ferite vistose e alquanto
costose da provare a rimarginare.
Il sindaco
di Milano Giuseppe Sala si è mostrato alquanto piccato quando
una voce autorevole del Partito democratico milanese ha osato evocare per il
futuro un qualche possibile segnale di discontinuità rispetto alle scelte
dell’amministrazione. L’allusione era relativa alle note questioni legate
all’edilizia e al modello di città per soli ricchi.
Peccato che
cadrà sempre troppo tardi il giorno in cui prenderanno tutti coscienza
dello scempio olimpico, con il patto
politico-istituzionale sottostante contratto con la Lega e le
forze di destra: come dicono gli scienziati, tutto quel che doveva essere
evitato per garantire la sostenibilità all’insostenibile circo bianco dei
Giochi (ovvero nuove sedi e infrastrutture, incentivo ai viaggi aerei degli
spettatori, sponsorizzazioni inquinanti), è stato platealmente fatto.