Antonio Gramsci credeva molto nel sapere come strumento di crescita personale e di emancipazione collettiva. Il suo celebre invito a istruirci, rivolto ovviamente prima di tutto alle persone giovani, ma non solo, risuona di tanto in tanto negli slogan delle manifestazioni studentesche. Insieme a un altro motto, tratto da un graffito murario (non so se reale o ricostruito), che recita: “fotti il sistema… studia!”.
In questi
giorni di vivaci proteste studentesche in Francia, che sembra comincino a
riverberarsi anche nell’anestetizzato spazio pubblico italiano (e sardo), è
doveroso tornare a rifletterci su. Specialmente in un luogo come la Sardegna,
margine coloniale di uno stato scalcinato ma arrogante come l’Italia.
Sono gli
stessi giorni in cui il ministro della Difesa Crosetto ci informa che le
esercitazioni militari nella nostra isola “sono necessarie”, dunque dobbiamo
ingoiare il rospo e rendere questo servigio alla Patria. Ma sono anche gli
stessi giorni in cui l’amministrazione regionale con a capo Alessandra Todde
deve difendersi da diversi scricchiolii interni e dal montante scandalo detto
giornalisticamente “poltronificio”, ossia la straripante pletora di consulenti esterni
della Presidenza e dell’intera Giunta regionale, lautamente retribuiti, ma con
risultati concreti a dir poco evanescenti. Ciò non ha impedito all’assessora
alla cultura, Ilaria Portas, di celebrare un suo occasionale incontro con un
noto conduttore televisivo italiano con tanto di selfie sui social.
Chiamo in
causa l’assessora Portas proprio in quanto titolare della competenza regionale
sulla scuola. Un comparto che nell’isola è da tempo sottoposto a uno stress
sistematico, quanto a infrastrutture e a risultati negativi del corpo discente.
Quest’ultimo, nelle rilevazioni a carattere statale, risulta da molti anni agli
ultimi posti nelle classifiche di rendimento e ai primi in quelle di
dispersione e abbandono.
La scuola
sarda, in tutte le sue componenti, avrebbe moltissimi motivi per manifestare
disagio e persino, direi, franca ribellione a un sistema che da decenni
debilita scientemente l’istituzione scolastica pubblica, con conseguente
lesione di un diritto pure formalmente garantito dalla costituzione “più bella
del mondo”. Diritto che ha implicazioni evidenti nella qualità della vita delle
persone e nell’esercizio di altri diritti civili.
In Sardegna
questa deriva ha un peso ancora maggiore. L’invito gramsciano a istruirci trova
un suo limite oggettivo nel fatto che la scuola sarda non è propriamente sarda,
ma è una scuola del tutto dipendente dal Ministero competente a Roma. Una
condizione di sudditanza e subalternità che ha risvolti sia nelle scelte
concrete (vedi la drammatica questione del dimensionamento scolastico), sia
nelle forme e nei contenuti dell’insegnamento impartito alle giovani
generazioni sarde.
Si dirà: è
inevitabile, la competenza sull’istruzione è dello Stato. Be’, sì e no. Intanto
esiste un margine statutario, pur nella nostra debolissima autonomia, che
consentirebbe un intervento legislativo regionale in materia. Tale potestà è
sempre stata elusa dalla nostra politica. Ma poi, come dimostrano altre realtà
locali molto più forti dal punto di vista della negoziazione con lo Stato centrale,
sarebbe anche possibile ridiscutere i termini dalla questione e pretendere
competenze maggiori.
La Sardegna
non solo ha sue precise caratteristiche geografiche e orografiche che
dovrebbero invitare a riconsiderare il problema infrastrutturale sotto
un’ottica completamente diversa, situata, ma ha anche una sua storia e un suo
patrimonio culturale e linguistico che suggerirebbero di rivedere l’intera
organizzazione dell’insegnamento alla luce di questi dati oggettivi.
Sotto il
primo aspetto, la forza di interposizione della politica sarda, anche di quella
paracadutata a Roma, è minima. In una recentissima audizione in Commissione
parlamentare della sindaca di Fonni nonché presidente di ANCI Sardegna Daniela
Falconi è stata segnalata l’ingiusta declassificazione di 102 comuni sardi, non
più considerati “montani”, dunque disagiati, nell’ultima normativa statale in
materia. Falconi ne dà conto su FB, rimarcando l’interesse dimostrato dalla
rappresentanza sarda nel Parlamento italiano (bontà loro; evidentemente fin qui
non si erano accorti di nulla), ma argomentando le richieste dei comuni sardi
in modo fallace. Fa infatti appello all’insularità, connettendola con la
marginalità. Ma l’insularità della Sardegna è un problema solo perché la
Sardegna è un’isola italiana, ossia dipendente da uno Stato lontano di cui
rappresenta una periferia buona solo come “area di sacrificio”. La marginalità
dei comuni è tale solo perché le decisioni che li riguardano sono prese molto
lontano dal territorio su cui ricadono, secondo criteri completamente estranei
alla realtà geografica, sociale e demografica locale.
Quanto al
secondo aspetto, va detto che le forme e i contenuti della didattica in
Sardegna sono a loro volta una sorta di fattore esterno che cala dall’alto sulle
nostre comunità, contribuendo all’alienazione delle persone rispetto ai propri
luoghi, alla propria storia, alle proprie forme di relazione, alla lingua, alla
comprensione dei fatti sociali e politici. Basti pensare che non è mai stata
fatta valere la condizione di minoranza linguistica, pure riconosciuta da una
legge statale, nemmeno nelle vertenze sindacali riguardanti i posti di ruolo
nell’isola e la costrizione al trasferimento oltre mare di molte docenti
sarde.
Purtroppo,
nel corpo docente sardo manca una consapevolezza diffusa e maggioritaria su
questi aspetti. Come in generale l’intero ceto medio istruito sardo, la sua
componente impiegata nell’insegnamento è largamente segnata da un distacco
patologico dal contesto culturale di appartenenza. Con poche eccezioni. Non per
mala fede o cattive intenzioni. È semplicemente il portato di una carriera
scolastica e universitaria che allontana progressivamente la formazione
personale dalla propria realtà.
La scuola
italiana in Sardegna ha molti tratti di una scuola coloniale. Uno strumento di
indottrinamento, più che un mezzo di crescita culturale, dunque di libertà.
Basta provare a immergersi in una realtà scolastica locale, magari di una
comunità in cui prevale ancora l’uso quotidiano e “normale” della lingua sarda
(o di un’altra lingua di Sardegna): la sensazione di straniamento è forte.
Quello che scriveva Cicitu Masala della sua generazione, ossia che da bambini
vispi e intelligenti che erano la scuola li trasformava presto in individui
tristi e instupiditi, non ha mai smesso di essere vero, pur con tutti i
cambiamenti intercorsi in questi decenni.
I risultati
disastrosi del corpo studentesco sardo, alla fine del ciclo scolastico
ordinario, non sono causati da carenze intellettive congenite e diffuse, ma da
un insieme di fattori alienanti ed escludenti che alla politica italiana non
interessa affatto risolvere e che la politica sarda non ha il coraggio, la
consapevolezza e probabilmente nemmeno la voglia di affrontare.
È un bel
paradosso che l’incitamento di un grande sardo come Nino Gramsci proprio nella
sua terra suoni come una fàula, una bugia.
Gli sarebbe dispiaciuto. Ma, da par suo, non si sarebbe limitato alla
delusione. L’ottimismo della volontà, come diceva lui, andrebbe esercitato
proprio in questi casi. Aspettarselo dall’attuale giunta regionale è illusorio,
come lo sarebbe per qualsiasi altra compagine che emerga dall’oligarchia
podataria che ha preso il potere nell’isola (e non intende mollarlo). Chissà se
le giovani generazioni sarde, anche solo per spirito di emulazione, pur ridotte
a una minoranza demografica, riusciranno a imporre il problema della scuola
sarda a chi non se lo vuole porre. Sarebbe bello se la stessa compagine docente
si schierasse una volta tanto in rottura con il potere costituito e
spalleggiasse la gioventù in protesta. Non ho grandi aspettative in proposito
(qui parla il pessimismo della ragione). Ma deve essere chiaro che la
possibilità di salvare la Sardegna dal suo destino di colonia sottomessa,
segnata dal crollo demografico e dall’impoverimento materiale, passa anche, e
non in piccola misura, dalla scuola.