mercoledì 22 aprile 2026

Una filiale a Singapore in cui spostare i profitti: i trucchi fiscali di Tesla. Che anche nel 2025 ha pagato zero tasse negli Usa - Chiara Brusini

 

Anche nel 2025 Tesla ha dichiarato negli Usa un’imposta federale pari a zero. Non è una novità: la casa automobilista di Elon Musk è notoriamente tra i big che, complici perdite pregresse, crediti d’imposta e altri meccanismi che riducono l’imponibile, da anni non pagano tasse. Solo in uno degli ultimi vent’anni, il 2023, ha versato al fisco Usa una cifra tra l’altro ridottissima, 48 milioni a fronte di un imponibile di 10,8 miliardi. Ma dove finiscono gli utili generati da un gruppo che continua a realizzare una quota rilevante del fatturato proprio sul mercato americano? Un’analisi di Reuters arriva alla conclusione che, attraverso una struttura che collega Paesi Bassi e Singapore, Tesla abbia convogliato circa 18 miliardi di dollari di profitti tra il 2023 e l’inizio del 2025 verso entità che non risultano tassate né in Europa né nella città-Stato asiatica. Il perno è una partnership olandese formalmente non residente e senza dipendenti, che funge da snodo contabile verso una holding a Singapore.

Un primo indizio era emerso lo scorso anno da un’inchiesta di Follow the Money: in Europa Tesla concentra volumi enormi di ricavi, soprattutto nei Paesi Bassi, ma dichiara margini minimi. In Germania, la gigafactory di Grünheide opera con una redditività molto compressa perché per ogni auto prodotta riceve da Tesla Motors Netherlands (Tmn), il quartier generale europeo, solo un piccolo margine oltre ai costi di produzione sostenuti. L’inchiesta ipotizzava che gli utili effettivi venissero spostati in un altro Paese con aliquote molto agevolate.

Reuters fa un passo in più ricostruendo come Tesla Motors Singapore Holdings sia stata il terminale di un ingentissimo spostamento di utili da TM International, registrata presso le autorità olandesi come “società di persone” non residente, priva di dipendenti e non tenuta a pagare tasse nel Paese. La filiale di Singapore ne detiene oltre il 99%. I documenti visionati dall’agenzia non spiegano cosa faccia quella società e dove abbia generato i propri profitti. Domande a cui nemmeno le autorità fiscali olandesi e singaporiane hanno voluto rispondere. I numerosi esperti consultati ipotizzano però che la capogruppo abbia deciso di trasferire all’estero parte dei suoi diritti di proprietà intellettuale – brevetti, software, know-how – per ridurre la tassazione. Non è chiaro che ruolo abbia avuto Tesla Motors Netherlands, che nel 2023 e 2024 – ultimi anni per cui sono disponibili i dati – ha fatturato 28 miliardi l’anno, quasi il 30% del fatturato totale del gruppo. I documenti contabili non spiegano se abbia gli utili dichiarati da TM International siano arrivati da lì. Un manager incontrato dal cronista di Reuters, che su LinkedIn si presenta come “Direttore finanziario Ue“, si è limitato a dire che “tutto viene deciso ad Austin“, in Texas, sede centrale del gruppo.

Il meccanismo del profit shifting è ben noto e ampiamente utilizzato dalle multinazionali per minimizzare il proprio carico fiscale. Elon Musk, ai tempi della campagna per le presidenziali a cui ha partecipato nelle vesti di primo finanziatore di Donald Trump, si era detto contrario a simili pratiche “losche“: “Mi vengono spesso presentate queste scappatoie. E io rispondo: ‘Non credo che dovremmo farlo'”, aveva dichiarato durante un comizio in Pennsylvania nel 2024. Come se fosse ignaro del fatto che già dieci anni prima Tesla, nel suo rapporto annuale, spiegava di aver stipulato un “accordo di condivisione dei costi” con filiali estere non specificate. Il Congresso degli Stati Uniti e l’Internal revenue service, ricorda Reuters, ritengono che accordi del genere siano potenziali strumenti di elusione fiscale.

C’è però un elemento nuovo che complica ulteriormente la lettura. Nell’ultimo rapporto annuale, Tesla segnala che oltre il 90% dei profitti globali nel 2025 è stato registrato negli Stati Uniti: negli anni precedenti la quota era molto più bassa, sotto il 30%. Secondo gli esperti, questo potrebbe indicare una riorganizzazione della struttura fiscale internazionale: dopo aver spostato utili all’estero negli anni passati, il gruppo potrebbe aver iniziato a riportarli negli Usa, sfruttando i crediti fiscali accumulati per attenuarne l’impatto. Prima di cambiare rotta, comunque, il gruppo ha risparmiato almeno 400 milioni di dollari di tasse, stima Reuters.

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martedì 21 aprile 2026

Il cibo come arma di guerra: anche in Libano i danni ecologici e agricoli sono crimini contro l’umanità - Barbara Nappini*

Le ultime stime parlano di 1,65 milioni di libanesi che stanno affrontando la fame, 3 bambini su 4 sono malnutriti e la situazione non migliorerà a breve

Il cibo e la nutrizione dei popoli come arma di guerra. Quando un paese attraversa una crisi bellica, tra lo stratificarsi di tragedie che questo implica, ci sono anche enormi danni ecologici e agricoli. Accade in Ucraina, succede da decenni e sta succedendo in Palestina, avviene in Libano. Secondo l’agenzia di stampa libanese Nna il ministero dell’Agricoltura del Libano ha definito preoccupante la situazione per la sicurezza alimentare del Paese, rivelando che circa il 22% della superficie agricola nazionale è stato danneggiato e il patrimonio zootecnico ha subito gravi perdite (72% per gli equini e quasi la metà dei bovini) dagli attacchi di questi giorni da parte di Israele.

Secondo Human Rights Watch, l’esercito israeliano ha usato anche munizioni al fosforo bianco, che hanno effetti devastanti sia sugli ecosistemi che sulla popolazione. Oltre i tre quarti dei produttori locali (86% delle aziende) sono stati costretti a lasciare le proprie terre. Le regioni maggiormente martoriate sono al Sud del Libano e sono quelle che hanno un ruolo strategico nel panorama agricolo (olio, cereali, frutta, ortaggi, erbe aromatiche, legumi): il loro abbandono provoca un crollo della produzione alimentare, perdite economiche e di posti di lavoro molto rilevanti. Le ultime stime parlano di 1,65 milioni di libanesi che stanno affrontando la fame, 3 bambini su 4 sono malnutriti e la situazione non migliorerà a breve termine, anche per via degli impatti ambientali prima menzionati. In generale, si stima che la ricostruzione del paese potrebbe ammontare a 3 miliardi di dollari. Ma quanto vale la perdita irrimediabile di biodiversità? Quanto vale la contaminazione del suolo con metalli pesanti? Quanto vale la distruzione di boschi secolari?

Si tratta di danni incommensurabili. Danni che colpiscono direttamente obiettivi civili, che violano i diritti dei contadini e interrompono la catena di produzione e approvvigionamento alimentare di tutti. Ancora una volta la guerra, che dovrebbe riguardare gli eserciti ed essere estremamente “precisa”, in funzione dell’ampia disponibilità della più avanzata tecnologia; invece si fa contro le popolazioni inermi: la retorica di una guerra moderna, pulita, di precisione, crolla di fronte alla voragine di sangue, dolore, morte inflitta ai civili e a Madre Terra. Anche l’idea di una guerra lontana e localizzata è artificiosa: le guerre, nel mondo globalizzato, hanno costi “globali” che riguardano tutte e tutti, basti pensare alle spaventose emissioni in atmosfera di gas climalteranti e alle colossali diaspore di questi e dei prossimi anni. Ancora una volta il cibo – la sua mancanza – è l’arma strategica deliberatamente causata per colpire il diritto a nutrirsi dei popoli: senza natura il cibo non si produce, per questo dobbiamo iniziare a considerare i crimini contro l’umanità e contro l’ambiente come un tutt’uno.

*Presidente Slow Food Italia

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lunedì 20 aprile 2026

Big tech Usa può “spegnere” i servizi tecnologici in Europa. A iniziare dal settore della difesa - Virginia Della Sala

 

Esiste un “interruttore di spegnimento”, un cosiddetto “kill switch” digitale a disposizione degli Stati Uniti che potrebbe di colpo interrompere i servizi tecnologici europei. Secondo una analisi del think tank FOTI, Future of Technology Institute (che ha sede a Bruxelles) dal titolo “Cloud Defense: An Exposed European flank” oggi le aziende statunitensi detengono circa l’80% del mercato cloud europeo. “Mentre l’Europa si muove per rafforzare la propria difesa interna di fronte a una gamma crescente di minacce – si legge nel rapporto – Una delle principali vulnerabilità oggi è il cloud computing, che alimenta sistemi vitali per le forze armate europee, dalle armi alla logistica fino alla gestione del personale”.

Contratti nascosti, dipendenza reale

La reale entità della dipendenza europea resta però in gran parte invisibile perché molti contratti sono classificati. Eppure i dati pubblici mostrano già rischi elevati: “Oltre tre quarti degli Stati europei dipendono dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi per funzioni critiche di sicurezza nazionale – si legge – : i sistemi in 23 dei 28 Paesi analizzati sembrano fare affidamento su tecnologia statunitense”. I principali fornitori sono Google, Microsoft e Oracle: “Le aziende statunitensi detengono, secondo le stime, circa l’80% del mercato cloud europeo”. Parallelamente, “il governo degli Stati Uniti ha perseguito aggressivamente l’accesso ai dati degli utenti considerati avversari… Questo alimenta le ben note preoccupazioni europee riguardo al CLOUD Act”. Non a caso nel 2022 l’esercito svizzero ha vietato WhatsApp. “Tuttavia, gli eventi recenti hanno ampliato il ‘modello di minaccia’, includendo la concreta possibilità di perdere completamente l’accesso a servizi chiave”.

Il precedente della Corte Penale Internazionale

Il rapporto elabora un parallelismo con quanto è successo lo scorso anno alla Corte Penale Internazionale: Nicolas Guillou, giudice francese della CPI, è stato uno dei sei giudici e tre procuratori sanzionati dall’amministrazione Trump per aver autorizzato mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Ai sensi della legge statunitense – spiega FOTI – persone o aziende americane, comprese le loro filiali all’estero, non possono fornire servizi a individui sanzionati. Questo ha incluso la cancellazione di prenotazioni di viaggio da parte di Expedia, costringendolo a chiamare gli hotel e pagare in contanti, e l’impossibilità di utilizzare il treno nella sua città”. Le stesse sanzioni avrebbero portato Microsoft a disattivare l’email del procuratore capo della CPI Karim Khan. Microsoft ha successivamente contestato la propria responsabilità per gli eventi senza spiegare nel dettaglio cosa fosse accaduto. O ancora, il caso Ucraina durante i negoziati per i minerali critici. Spiega Katja Bego, ricercatore senior presso il Programma Europa di Chatham House: “Un esempio è Maxar, un fornitore commerciale di immagini satellitari, che è stato temporaneamente disattivato nell’ambito dei negoziati. Hanno minacciato di fare lo stesso con Starlink. Se si può fare questo a Kiev si può fare a Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino. Si può fare a Copenaghen passando per la Groenlandia”.

Sistemi “sovrani” ma vulnerabili

In Europa 16 ministeri o agenzie della difesa sono classificati ad alto rischio. Anche i sistemi “air-gapped”, teoricamente isolati, utilizzano tecnologia statunitense. “Necessitano di aggiornamenti regolari – spiega il rapporto – e dipendono dalla manutenzione del fornitore statunitense”. Se tale manutenzione venisse interrotta la loro affidabilità e la loro sicurezza sarebbero compromesse”. Il problema è anche tecnico ed economico: margini elevati e licenze brevi. “Molti servizi cloud richiedono il rinnovo delle licenze dopo 30 giorni. Se ti interrompono l’accesso, non puoi più usarli” spiega Tobias B. Bacherle, responsabile Senior per la Promozione in Germania presso il Future of Technology Institute

Mappa dei rischi e casi europei

L’Italia è tra i Paesi a rischio medio insieme a Francia, Spagna e altri, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. Solo l’Austria è classificata a rischio basso. I legami con le Big Tech sono diffusi: il Ministero della Difesa britannico ha contratti IT con Google, Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale di 1,099 miliardi di euro, in Germania la Bundeswehr ha affidato i propri servizi IT interni a BWI GmbH per un valore totale di 1,6 miliardi di euro, includendo servizi cloud Google. Nel febbraio 2025, il Ministero della Difesa polacco ha firmato un accordo con Microsoft per sviluppare collaborazione in ambiti come intelligenza artificiale e quantum computing. In aprile, ha firmato un accordo analogo con Oracle per servizi di cybersecurity. Ci sono poi i casi di dipendenze nascoste: in Danimarca il governo ha annunciato la sostituzione di Microsoft Office con soluzioni open source in alcune agenzie pubbliche ma il contractor militare SitaWare ha sviluppato BattleCloud, che generalmente opera su infrastruttura Microsoft Azure. Nel 2024 la Spagna ha affidato a Telefónica un contratto da 80,3 milioni di euro per costruire il sistema informativo della difesa (I3D) ma a sua volta Telefónica utilizza infrastruttura Oracle, e il Ministero della Difesa ha speso oltre 7,6 milioni di euro in licenze. “L’Italia – si legge – ha recentemente trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (PSN), la soluzione cloud sovrana nazionale. Il PSN utilizza tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”.

Il modello alternativo

L’unico caso realmente autonomo è l’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice, abbandonando le Big Tech. Un esempio che mostra come la sovranità digitale sia possibile, ma richieda scelte politiche e investimenti strutturali.

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domenica 19 aprile 2026

A 91 anni attraversa l’Irlanda a piedi: la protesta dell’attivista Lelia Doolan contro i voli militari Usa

 

Una storica attivista pacifista irlandese di 91 anni ha attraversato a piedi l’Irlanda per chiedere al governo di vietare il passaggio dei voli militari statunitensi. Lelia Doolan ha concluso mercoledì un cammino durato due settimane e lungo circa 220 chilometri, arrivando fino ai cancelli del parlamento a Dublino, accolta da numerosi sostenitori. L’ex produttrice cinematografica ha intrapreso il viaggio per protestare contro l’utilizzo dell’aeroporto di Shannon Airport da parte delle forze armate statunitensi. Secondo Doolan, velivoli militari americani atterrerebbero senza controlli adeguati: “Gli aerei militari statunitensi atterrano senza che il governo abbia mai deciso di ispezionarli o verificarne il contenuto. Shannon è un aeroporto civile, non militare”.

Il governo irlandese, tuttavia, sostiene che lo scalo non venga utilizzato per operazioni di combattimento e ha affermato che non esistono prove del transito di armi o rifornimenti destinati ad attacchi attraverso lo spazio aereo del Paese, pur confermando il passaggio di personale statunitense armato, come riporta The Guardian. Per l’attivista, l’accordo che consente questi voli rappresenta una violazione della neutralità irlandese e l’opinione pubblica sarebbe stata portata a credere che si tratti di una pratica inevitabile: “Non deve per forza continuare”, ha dichiarato.

Il viaggio è iniziato proprio da Shannon lo scorso 31 marzo e ha toccato diverse città, tra cui LimerickNenaghRoscreaPortlaoiseNewbridge e Naas. Doolan ha percorso a piedi gran parte del tragitto, accompagnata a tratti da sostenitori nell’ambito della campagna “Walk with Lelia”. Le proteste contro l’utilizzo dell’aeroporto da parte dell’esercito statunitense vanno avanti da decenni, ma il recente conflitto in Medio Oriente ha riacceso le mobilitazioni. Nei giorni scorsi, un uomo è stato arrestato con l’accusa di aver danneggiato un aereo da trasporto militare americano, un C-130 Hercules, parcheggiato in una zona isolata dello scalo.

Doolan ha spiegato di sentirsi in dovere di protestare per difendere la neutralità dell’Irlanda e ha invitato i cittadini ad agire: “È molto semplice. Basta farlo”. Durante il cammino, dedicato anche alla memoria dell’amica e attivista Margaretta D’Arcy, non sono mancati momenti di condivisione, tra musica tradizionale e incontri lungo il percorso. L’arrivo davanti al parlamento, il Leinster House, è stato accolto da applausi, abbracci, bandiere palestinesi e rappresentanti politici dell’opposizione. La leader del partito laburista, Ivana Bacik, ha elogiato l’iniziativa, invitando il governo a interrompere l’autorizzazione ai voli militari statunitensi. Il primo ministro Micheál Martin ha espresso rispetto per l’attivista, dichiarando di volerla incontrare, ma ha ribadito che l’aeroporto non ha alcun ruolo nelle operazioni militari in Medio Oriente.

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sabato 18 aprile 2026

Effetto serra, era già tutto previsto - Renzo Rosso

Uscendo da teatro, un anziano signore mi saluta. “Non si ricorda certo di me, ma sono stato suo studente alla fine degli anni ‘80”. Gli ho sorriso come un vecchio pescatore. “Quando raccontava l’effetto serra e i suoi possibili impatti ci pareva una bizzarria. E invece…”. “Alle volte anch’io temevo di essere troppo…”. Mi chiedevo spesso se ne valesse la pena. Incerto se non rimanere nei ranghi. Se avessi conosciuto allora la circolare Glaser, però, sarei stata meno incerto, più fermo e tenace; oppure, al contrario, avrei desistito? Tra l’altro, il programma del mio corso di Infrastrutture Idrauliche —allora annuale e corposo e non ridotto una periodica serie di quiz— comprendeva perfino un seminario su oleodotti e gasdotti. Un omaggio a tutti i Glaser.

Nel 1982, Marvin B. Glaser, responsabile dei programmi per gli affari ambientali di Exxon, inviò una lettera circolare a 15 dirigenti e manager Exxon, allegando un documento di revisione tecnica intitolato “CO2 Greenhouse Effect, A Technical Review”, un rapporto tecnico, preparato dalla divisione di coordinamento e pianificazione della stessa compagnia (Hall, S., Exxon Knew about Climate Change almost 40 years ago, Scientific American, October 26, 2015).

Glaser affermava come il documento fornisse indicazioni “sull’effetto serra della CO2, oggetto di sempre maggiore attenzione sia dalla stampa scientifica che da quella popolare come questione ambientale emergente”. Egli garantiva ai colleghi che “il contenuto di anidride carbonica nell’atmosfera era motivo di preoccupazione poiché può influire sul clima globale.” E azzardava una stima del raddoppio del contenuto di CO2: “intorno al 2090, in base al fabbisogno di combustibili fossili previsto dalle proiezioni energetiche a lungo termine di Exxon”.

Nel rapporto Glaser c’era pure un bignamino sulla evoluzione del fenomeno: nei 25 anni precedenti al 1982 si era registrato un aumento di circa l’otto percento della CO2 atmosferica, che aveva raggiunto allora 340 parti per milione “una tendenza iniziata a metà del secolo scorso con l’inizio della Rivoluzione industriale”. Disse anche qualcosa di più; e di più sorprendente. Il suo gruppo di lavoro prevedeva che “il raddoppio della concentrazione attuale avrebbe potuto aumentare la temperatura media globale tra circa 1,3°C e 3,1°C”.

Glaser affermava che “il materiale era stato ampiamente circolato alla dirigenza di Exxon allo scopo di familiarizzare il personale sull’argomento”. E riconosceva una “considerevole incertezza” sull’impatto sociale del fenomeno. Il rapporto diceva anche che l’effetto serra avrebbe potuto essere rilevato entro il 1995 o il 2020 se la precisione dei modelli climatici fosse migliorata. Anche qui, erano previsioni azzeccate. Non solo i modelli, ma anche i dati gli stanno dando ragione.

Con buona pace del compianto Antonino Zichichi, negare l’influenza antropica sul riscaldamento globale è un esercizio più difficile che risolvere l’ultimo teorema di Fermat, giacché uno dei maggiori responsabili ne aveva ammesso la responsabilità quasi 50 anni fa. Exxon partecipava alla comprensione scientifica del fenomeno, non nascondendone i rischi. Anzi, aveva approfondito un sapere che la scienza dominante guardava con molto scetticismo. Chi poteva prevedere —incoraggiando la ricerca climatica— e provvedere —delineando strategie di mitigazione e adattamento— era la politica che adottò, invece, la posizione dello struzzo.

Se nel 1990 avessi avuto notizia di questo autorevole rapporto non avrei mai scritto “Effetto Serra: istruzioni per l’uso”, uscito in libreria nel 1994. Era già tutto previsto (cit. Riccardo Cocciante). E, invece…, avrei dedicato più tempo al progetto di gasdotti e oleodotti, anziché a costruire sapere climatico, rivelatosi affatto inutile agli ingegneri ambientali.

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venerdì 17 aprile 2026

L’aria in Italia è sempre più inquinata: i dati del primo trimestre 2026 sono scioccanti - Gianfranco Amendola


Tira sempre una brutta aria in città. E’ quanto risulta dai dati del primo trimestre 2026 appena pubblicati da Isde Italia in collaborazione con l’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign, che monitora la qualità dell’aria attraverso 58 centraline di traffico e di fondo urbano in 27 città, utilizzando i dati delle reti regionali ARPA/APPA.

Vediamoli in estrema sintesi, con riferimento ai vari inquinanti riscontrati in questo periodo, iniziando dal particolato (PM 10 e PM 2,5) e cioè dalle particelle che si formano nell’aria e possono avere conseguenze, anche gravi, per la nostra salute. Le situazioni più preoccupanti sono state registrate a Milano, Verona, Modena, Padova, Torino, Parma, Brescia, Vicenza e Bologna dove risultano abbondantemente superati i limiti fissati a tutela della salute dalla normativa comunitaria nonché quelli raccomandati dall’Oms. In generale, comunque, non si riscontrano significativi miglioramenti per questi inquinanti in nessuna delle città monitorate.

La situazione è ancora più preoccupante se esaminiamo i dati sull’ozono, prodotto soprattutto dal traffico veicolare, dove in quasi tutte le città controllate si sono riscontrati superamenti dei limiti, specie a Torino, Milano, Roma, Catania, Brescia, Bergamo, Vicenza, Modena e Verona, nelle quali il limite massimo annuale di giorni di superamento consentiti è già stato abbondantemente superato in soli tre mesi (addirittura per 80 giorni su 90 considerati).

Insomma, rinviando alla pubblicazione integrale per un quadro più dettagliato, se pure i dati sono riferiti solo a 27 città, appare evidente più in generale che ben poco è stato fatto e si sta facendo per difenderci dall’inquinamento atmosferico specie nelle regioni più a rischio come quelle del nord, nonostante il diritto alla salute e alla tutela ambientale abbiano rilevanza costituzionale.

Anche perché, a parte l’andamento meteorologico, le cause dell’inquinamento atmosferico sono collegate ad attività umane quali impianti chimici industriali, inceneritori, motori a scoppio degli autoveicoli e combustioni in genere. Ed è altrettanto certo, del resto, che l’inquinamento atmosferico può causare, tra l’altro, asma, bronchiti croniche, ictus, infarti e tumori.

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Più in particolare, secondo una recente relazione dell’Agenzia europea per l’ambiente (AEA), in Italia ci sono state 46mila morti premature derivanti dall’esposizione al particolato; altre 11.300 persone hanno perso la vita a causa dell’esposizione al biossido di azoto e 5.100 a causa dell’ozono. Per capirsi meglio, quindi, circa un quinto dell’intera mortalità a livello Ue si registra in Italia.

Non a caso, del resto, nel 2024 la Ue con la direttiva 2881 ha introdotto, insieme a nuovi e più stringenti limiti, il diritto dei cittadini ad essere risarciti per i danni alla salute per la cattiva qualità dell’aria, dando agli Stati membri tempo fino all’11 dicembre 2026 per renderlo operativo. Con questa direttiva, in particolare, i cittadini potranno ottenere un risarcimento dimostrando che il danno alla salute è stato causato dalla violazione di una serie di regole da parte dell’Autorità competente, commessa volontariamente o per comportamento negligente e avranno anche diritto ad agire in giudizio per contestare la legittimità dei provvedimenti presi dall’Autorità competente o la assenza di essi; come la localizzazione dei punti di controllo che vanno installati obbligatoriamente per monitorare gli inquinanti sotto osservazione: particolato (PM), biossido d’azoto, biossido di zolfo, benzene, monossido di carbonio, piombo, arsenico, cadmio, nickel, benzo(a)pirene.

Purché sia chiaro che già oggi le leggi di tutela ci sono e sono chiare e precise ma non vengono rispettate e fatte rispettare. A volte, purtroppo con l’avallo della magistratura: l’Italia è l’unico paese Ue dove nel 2024 ha visto la luce a Torino, in una delle città più inquinate, una stravagante sentenza del Tribunale dove si afferma che, se pure vengono superati i limiti per lo smog, i pubblici amministratori che non intervengono non sono responsabili in quanto la legge non specifica espressamente questo dovere e spetta ai giudici dire loro quali provvedimenti adottare in particolare.

E così sono stati prosciolti, senza nemmeno un processo, amministratori regionali e sindaci della città fra cui Chiara Appendino e Piero Fassino, e l’ex presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino. Tira proprio una brutta aria.

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giovedì 16 aprile 2026

La Francia sostituisce i sistemi operativi Windows con quelli Linux nelle postazioni governative! - Antonello Buzzi

La Francia sta compiendo un passo storico nel panorama tecnologico europeo: abbandonare Windows in favore di distribuzioni Linux per le postazioni di lavoro governative.

L’annuncio ufficiale arriva dalla DINUM (Direzione Interministeriale per il Digitale), uno degli organi centrali dell’amministrazione francese, e si inserisce in una strategia più ampia di sovranità digitale che potrebbe ridisegnare le scelte tecnologiche di molti paesi dell’Unione Europea. […]

[…] Il passaggio a Linux è classificato come uno dei tre “primi passi concreti” verso la riduzione della dipendenza digitale extra-europea, con la formalizzazione del piano attesa per l’autunno.

Entro quella scadenza, i responsabili del progetto dovranno definire nel dettaglio quali soluzioni adottare per postazioni di lavoro, strumenti collaborativi, software antivirus, intelligenza artificiale, database, virtualizzazione e apparecchiature di rete.

Le motivazioni politiche sono esplicitate senza ambiguità dai ministri francesi. “Dobbiamo diventare meno dipendenti dagli strumenti americani e riprendere il controllo del nostro destino digitale”, ha scritto David Amiel, Ministro per l’Azione Pubblica e i Conti, nel comunicato ufficiale.

Il ministro ha aggiunto che la Francia “non può più accettare che i propri dati, la propria infrastruttura e le proprie decisioni strategiche dipendano da soluzioni di cui non controlliamo le regole, i prezzi, l’evoluzione e i rischi.”

Anne Le Hénanff, Ministro Delegato per l’Intelligenza Artificiale e il Digitale, ha rafforzato questa posizione dichiarando che la sovranità digitale è una necessità strategica, non una scelta facoltativa.

Queste dichiarazioni arrivano in un momento di crescente distanza culturale e geopolitica tra gli Stati Uniti e i loro tradizionali alleati europei, un contesto che sembra aver accelerato la spinta verso l’indipendenza tecnologica.

Sul fronte sanitario, il governo francese ha già annunciato il mese scorso la migrazione della piattaforma per i dati sanitari verso una soluzione certificata entro la fine del 2026, un ulteriore segnale della portata sistemica di questa transizione.

L’adozione di una distribuzione Linux di matrice francese o europea appare la strada più coerente con l’obiettivo dichiarato di migrare verso soluzioni sovrane, eliminando di fatto gli interessi commerciali statunitensi dalle postazioni di lavoro della pubblica amministrazione.

Le implicazioni per le aziende software e di servizi con sede negli Stati Uniti sono tutt’altro che trascurabili. La Francia, in quanto membro di primo piano dell’Unione Europea, esercita un’influenza significativa sulle scelte degli altri paesi del blocco, e un’adozione riuscita di Linux a livello governativo potrebbe innescare un effetto a cascata verso altri dipartimenti, enti pubblici, organizzatori privati che collaborano strettamente con lo Stato, fino ad arrivare potenzialmente agli utenti finali. Non è la prima volta che un governo europeo tenta questa strada — si ricordano i casi parziali di Monaco di Baviera e di alcuni enti pubblici italiani negli anni Duemila — ma la scala e la determinazione politica di questo progetto sembrano di portata diversa.

https://infosannio.com/2026/04/13/la-francia-sostituisce-i-sistemi-operativi-windows-con-quelli-linux-nelle-postazioni-governative/