mercoledì 26 agosto 2026

Cosa ci insegnano i black out sull’energia (e perché non possiamo andare verso il modello Dubai) - Elisabetta Ambrosi

Sono stata in vacanza in un villaggio turistico per alcuni giorni. Ad un certo punto, era il giorno di Ferragosto, probabilmente il picco dei consumi energetici dell’anno, c’è stato un black out lungo alcune ore. Il villaggio aveva ovviamente grandi generatori, ma consumando una quantità enorme di energia, 20.000 kilowatt, così mi è stato detto, non riuscivano a riattivare la luce in tutte le casette e in tutti i camper.

Nei giorni successivi, la luce andava e veniva e insieme anche a lei l’acqua, visto che le pompe per diffonderla non funzionavano allo stesso tempo. Le persone cominciavano ad essere nervose, avevano pagato per stare lì, l’intermittenza continua era irritante e non permetteva alcun programma – “Noi quando andiamo via lasciamo il cane nel camper con l’aria condizionata, se va via l’elettricità muore”, diceva una coppia irritata. D’altronde, la richiesta di energia era ai massimi livelli, quindi i guasti erano possibili.

Visto che il clima continuerà a peggiorare, e la richiesta di energia continuerà ad aumentare d’estate, soprattutto per la domanda di raffrescamento, non possiamo che cominciare a fare i conti con questi black out. In due modi: anzitutto, bisognerebbe imparare ad attrezzarsi. Anche partendo da cose piccole. Ad esempio io viaggio ovunque con almeno un paio di torce grandi con batteria, utilissime molto più dei cellulari se è buio, perché fanno un fascio di luce.

Poi, bisognerebbe sempre avere con sé dell’acqua, in tanica e in bottiglia perché a volte, anche se non sempre, se non c’è luce non c’è anche l’acqua. Se possibile, inoltre, utilissimo sarebbe un generatore a benzina oppure caricabile con dei pannelli solari, per attaccarci appunto computer, cellulare oppure, se di numerosi kilowatt, anche forno, frigorifero, dove il cibo rischia di marcire.

Ma soprattutto dovremmo fare un cambiamento a 360 gradi sull’energia, cominciando a ragionare sulla difficoltà di produrla e sui legame tra quantità di energia e ciò che quella quantità ci consente di fare. Per “accendere” un villaggio con centinaia di piazzole e case, piscina, area ristorante, teatro, giochi etc servirebbero almeno decine di ettari di spazio e decine di migliaia di pannelli solari. Questo solo per alimentare, appunto, un resort/campeggio tra i tanti ormai nel nostro paese.

 

In altre parole, per ogni nostro “lusso” vacanziero, dalla piscina pulita all’aria condizionata nelle case in affitto agli asciugamani puliti lavati in enormi lavatrici, serve una enorme quantità di energia fossile o rinnovabile. Che va faticosamente prodotta. Non siamo abituati a fare questo calcolo mentale. Aiuta molto avere un mezzo di trasporto elettrico, perché allora bisogna premurarsi di caricare la batteria e calcolare con esattezza i chilometri che possiamo fare con tot di batteria. Ed è un esercizio utile per capire che la sostenibilità non è compatibile con il lusso estremo.

In questo senso, non possiamo andare verso il modello energetico “Dubai”. Ho molti amici che sostengono che sì, la crisi climatica è tremenda, ma se a Dubai vivono e anche bene con oltre 40 gradi alla fine possiamo sperare almeno di finire in quel modo. Ma non è esattamente così. Ci attrae il lusso e l’ipertecnologia di Dubai, ma per vivere in quel modo servono tonnellate di petrolio che non solo non abbiamo, ma che contribuiscono ad alimentare ancora di più la crisi climatica in un circolo senza fine.

E non abbiamo neanche, a dire la verità, l’energia rinnovabile necessaria per cascate d’acqua ovunque e parchi tematici al chiuso. Il modello Dubai è inarrivabile e al tempo stesso assolutamente deprecabile, perché distrugge il clima e il pianeta.

E’ ovvio che chi fa qualche giorno di vacanza all’anno dopo un mese di ondata di calore in città e prima di tornare al lavoro vuole un po’ di lusso, dalla piscina con gli scivoli dove portare il bambino e rilassarsi un po’ all’aria condizionata in casa. Va anche bene, non dobbiamo per forza tutti mangiare panini vegetariani in una casetta spartana sull’Appennino, però almeno dovremmo:

1) sopportare i black out sapendo che purtroppo sono fisiologici e attrezzarci noi per vivere bene durante l’assenza di luce;

2) cominciare a pensare che l’energia non è infinita, proprio per nulla, anzi è finita e limitata e produrne in quantità infinita è impossibile. Ecco perché dovremmo quanto meno sempre più sapere quanta energia consumano i nostri comportamenti e le nostre scelte.

Cominciare a conoscere il lessico dell’energia, materia che andrebbe assolutamente studiata a scuola (ma non a fisica, come materia obbligatoria per tutti), a maneggiare le quantità, a conoscere il rapporto tra quantità e cosa ci permette di fare quella quantità di energia/elettricità, a imparare come si produce l’energia e quali i costi per averla. Avremmo così delle competenze utilissime per capire cosa fare, dove andare in vacanza, come attrezzarci, cosa aspettarci, anche. Per non essere, insomma impreparati.

Capiremmo molto bene anche le ragioni della crisi climatica, che risiedono, quasi banalmente, in uno squilibrio tra energia prodotta in maniera pulita e azioni necessarie con quell’energia (e dunque nel conseguente ricorso alle energie inquinanti fossili). Capiremmo molto meglio, infine, chi e come votare. E non per andare per forza verso una decrescita infelice, ma verso vacanze un po’ più sostenibili e magari persino con meno black out.

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martedì 25 agosto 2026

"La cosa più atroce non è il caldo. È l'acquiescenza della gente" - Francesco Erspamer

La cosa più atroce non è il caldo. È l'acquiescenza della gente. Che neppure quando soffre, quando è depressa o stressata, quando vede la qualità della propria vita precipitare, quando si sente soffocare in città devastate da turisti e migranti e in campagne strangolate da coltivazioni intensive e capannoni postindustriali, neppure allora prova a pensare, organizzarsi, lottare. Perché provocherebbero angoscia: molto meglio accendere la televisione o dare l’ennesima occhiata (la precedente era stata data dieci secondi prima) all’iPhone d’ordinanza, o in modo da dimenticare il senso di impotenza appena provato convincendosi di vivere, comunque, nel migliore dei mondi possibili come il Pangloss di Voltaire.

Il neoliberismo ha stravinto: il popolo e le comunità hanno perso la loro voce e la coscienza della loro identità. Ci sono solo individui, ostinatamente attaccati alla loro esigenza, no, non di diversità, la diversità del reale li inquieta, l'esigenza che hanno è di sentirsi diversi loro, nel modo programmato da media e pubblicità, identici a milioni di altri purché non ai loro vicini, purché estranei agli ambienti in cui sono nati e cresciuti, a luoghi che in qualche modo li vincolerebbero e costringerebbero alla responsabilità, molto meglio restare sempre in movimento, in una fuga perpetua verso un altrove virtuale e dunque immaginario, come Odisseo secondo il film amerikano che spopola nei cinema delle colonie, prima fra tutte l’Italia. Dei coglioni, insomma.

I coglioni di destra, in particolare, si rifugiano nel negazionismo: il riscaldamento globale è un'invenzione, e quando proprio non possono nasconderlo, lo trasformano in una inevitabilità: dovuta al Sole o all’angolazione della Terra, in sostanza ai massimi sistemi, quindi meglio adattarsi, che è quello che comunque davvero gli piace fare, ossia seguire le mode, sentirsi eternamente giovani comprando il nuovo più nuovo, e per farlo depredare la natura, finché ce n'è, e al tempo stesso cancellare la Storia, che costringerebbe a riflettere.

I coglioni di sinistra si rifugiano nel nichilismo: siccome la colpa è nostra, di noi occidentali (senza distinzione fra, mettiamo, statunitensi e italiani) e in particolare di noi cattolici (i protestanti sono molto meglio perché parlano direttamente con Dio, e i puritani ancora di più in quanto sono sostanzialmente dei «woke» ante litteram), allora è giusto che tutto vada in rovina, un cupio dissolvi (se non sapete cosa significa fate la fatica di informarvi) dal quale emergeranno energie nuove, pure, trasgressive, liberatorie in quanto non contaminate dalla civiltà ma passate direttamente dal bisogno all’opulenza consumista.

Due forme di individualismo, esattamente come pianificato, da sempre, dal capitalismo. C’è ancora qualcuno a cui interessa resistergli? Non perché sia probabile che si possa vincere: la ragione impone pessimismo e se non fosse così, se il successo fosse a portata di mano, lo inseguirebbero tutti gli utilitaristi, gli ambiziosi e gli avidi. La resistenza si fonda su un altro sentimento, che Gramsci chiamava ottimismo della volontà e che altro non è se non la socializzazione della disperazione. Non c’è speranza nel sé, solo ansia e frustrazione; aggregarsi aiuta a uscirne, permette di trasformare le pulsioni autodistruttive in rabbia e in azione, di indirizzarle verso il bene comune, non importa se difficile da definire, l’essenziale è che ci trascenda.

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lunedì 24 agosto 2026

Dimenticate l’ascensore: il gesto di ogni giorno che può ridurre del 39% il rischio di morte cardiovascolare

Un gesto semplice, quotidiano e alla portata di tutti potrebbe rivelarsi uno degli alleati più potenti per la longevità. Scegliere di ignorare l’ascensore e salire le scale a piedi è una vera e propria strategia salva-vita avvalorata dalla scienza. Una vasta meta-analisi condotta dai ricercatori dell’Università dell’East Anglia e del Norfolk and Norwich University Hospital NHS Foundation Trust ha dimostrato che l’uso regolare delle scale riduce in modo significativo il rischio di mortalità precoce e il pericolo di sviluppare patologie cardiovascolari gravi.

La ricerca, presentata al congresso scientifico ESC Preventive Cardiology della Società Europea di Cardiologia, ha analizzato i dati relativi a nove studi indipendenti che hanno coinvolto un campione complessivo di oltre 480.000 partecipanti di età compresa tra i 35 e gli 84 anni. Il monitoraggio, proseguito per un periodo medio di 14 anni, ha preso in esame sia individui in buone condizioni fisiche sia soggetti con un passato di eventi cardiaci o malattie arteriose periferiche. I risultati emersi mettono in luce come la continuità in questa abitudine sia correlata a una riduzione del 24% del rischio di morte per qualsiasi causa rispetto a chi non sale mai le scale.

L’impatto più impressionante della ricerca riguarda tuttavia la salute del sistema cardiocircolatorio. Per coloro che utilizzano abitualmente i gradini, la probabilità di morire a causa di complicanze cardiovascolari crolla infatti del 39%. Inoltre, la pratica costante è associata a una netta diminuzione dell’incidenza di infarti del miocardio, insufficienza cardiaca e ictus. “Anche brevi esplosioni di attività fisica – spiega Sophie Paddock, cardiologa e autrice principale dello studio – hanno impatti estremamente benefici sulla salute, e brevi sessioni di salita delle scale dovrebbero rappresentare un obiettivo raggiungibile da integrare facilmente nelle routine quotidiane”. L’efficacia di questo esercizio risiede nella combinazione unica tra lavoro aerobico e sforzo muscolare contro gravità, un mix che stimola rapidamente la frequenza cardiaca e attiva grandi gruppi muscolari come quadricipiti e glutei senza richiedere attrezzature specifiche.

Un altro aspetto rilevante evidenziato dai ricercatori è l’effetto dose-risposta: i benefici sembrano crescere in modo proporzionale al numero di gradini affrontati ogni giorno. Sebbene ulteriori approfondimenti siano necessari per stabilire la quota ideale di rampe quotidiane, i dati preliminari confermano che ogni sforzo aggiuntivo porta un contributo concreto al benessere generale. “Sulla base di questi risultati, incoraggeremmo le persone a incorporare la salita delle scale nella loro vita quotidiana. Lo studio suggerisce che più scale si salgono, maggiori sono i benefici”, aggiunge Paddock, concludendo con un invito diretto rivolto a tutti. “Che sia al lavoro, a casa o in qualsiasi altro luogo, se avete la possibilità di scegliere tra le scale e l’ascensore, prendete le scale: aiuterà il vostro cuore”.

Lo studio


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domenica 23 agosto 2026

A chi serve davvero un linguaggio che non integra? - Andrea Locci

 

Il dibattito sull’identità sarda ci ha dato strumenti preziosi per nominare la marginalizzazione culturale dell’isola. Ha restituito parole a una storia che per troppo tempo è stata raccontata da altri. Ma quando il linguaggio della militanza diventa un codice accessibile solo a chi è già dentro, rischia di allontanare proprio chi vorrebbe avvicinarsi. In una comunità segnata da decenni di interruzione nella trasmissione culturale, usare un linguaggio che presuppone strumenti già formati significa ignorare gli effetti stessi di quella rimozione. E allora una domanda scomoda si impone: senza spazi reali di accoglienza, a chi appartiene davvero la sardità? A chi stiamo parlando?

Ho dedicato anni alla cultura sarda da quando ero abbastanza giovane da credere che bastasse un abito tradizionale e un ballu tundu per sentirmi parte di qualcosa. Era un’ingenuità, certo. Ma era anche l’unico accesso che avevo. Non me ne vergogno: era il mio modo di cercare. Col tempo ho capito che la sardità non è qualcosa che si possiede una volta per tutte. È qualcosa che si attraversa. E questa riflessione nasce da lì: non da un sapere compiuto, ma da una ricerca ancora aperta.

Il lavoro di chi ha recuperato la storia di marginalizzazione che la Sardegna ha subito per secoli è stato indispensabile. Senza quella ricerca non avremmo le parole per nominare la svalutazione sistematica di tutto ciò che è sardo — della lingua, delle tradizioni, della memoria. Questo va riconosciuto senza ambiguità. Ma c’è un punto che non possiamo ignorare. Quando un linguaggio nato per liberare diventa un codice che solo chi è già dentro sa leggere, smette di aprire porte e diventa una soglia invisibile. E le soglie invisibili, anche quando non sono costruite per escludere, finiscono per tenere fuori proprio chi avrebbe bisogno di entrare. Chi non possiede ancora quel codice non si sente giudicato. Si sente semplicemente fuori posto. E chi si sente fuori posto, prima o poi, smette di bussare.

Ho visto questo meccanismo all’opera nel mondo del folklore sardo, che frequento da decenni. Ho visto persone compiere un percorso reale di crescita culturale — studiare le fonti, mettere in discussione le pratiche, cambiare rotta — trasformarsi col tempo in qualcos’altro. La lucidità conquistata con fatica diventava una posa. Il cantiere della conoscenza, che aveva prodotto cose preziose, sembrava improvvisamente chiuso. Non per ipocrisia. Per un meccanismo più sottile: quando questo nuovo modo di guardare la cultura diventa la nuova normalità, chi quella svolta l’ha vissuta davvero rischia di smettere di interrogarsi. Di trasformare la propria lucidità in autorità. E l’autorità, lentamente, in una nuova soglia.

C’è una contraddizione che dobbiamo avere il coraggio di nominare: non possiamo denunciare la rimozione culturale e allo stesso tempo usare un linguaggio che presuppone strumenti che molti non hanno ancora ricevuto. Le due cose fanno fatica a stare insieme. Cosa significa concretamente questa rimozione? Significa il padre che ha smesso di parlare sardo ai figli perché pensava che sarebbe stato un ostacolo. Significa generazioni cresciute senza strumenti per leggere criticamente la propria cultura — non per pigrizia, ma perché quegli strumenti non venivano trasmessi.

Quella interruzione non è una colpa individuale. È la conseguenza diretta di decenni di marginalizzazione sistematica. È esattamente ciò che la militanza ha avuto il merito di nominare. E allora la domanda è inevitabile: ha senso rispondere a quella rimozione con un linguaggio accessibile solo a chi è già formato?

La Sardegna non si libera escludendo i sardi. La nostra storia non è fatta di purezze. L’identità sarda non è mai stata un monolite: è sempre stata un percorso. E un percorso non può essere custodito da pochi. Deve essere condiviso, attraversato, discusso, messo in circolo. Questo non significa abbassare la guardia critica. Significa capire che la guardia critica, da sola, non basta. Senza accoglienza, anche la critica più raffinata rischia di parlare sempre agli stessi. E l’isolamento culturale, in una comunità già attraversata da decenni di rimozione, non è resistenza. È una forma di resa.

Quando un movimento culturale, dopo anni di lavoro serio e necessario, riesce a coinvolgere solo una piccola cerchia — sempre le stesse persone, negli stessi ambienti, con lo stesso linguaggio — forse non è solo rigore. È anche un segnale d’allarme. Una cultura che non riesce ad allargarsi non si sta consolidando. Si sta restringendo. E una cultura che si restringe ha già perso la sua battaglia più importante: quella della trasmissione.

Serve qualcosa di concreto. Non un manifesto, non un altro spazio di dibattito tra chi già sa. Serve uno spazio dove chi arriva tardi non debba sentirsi fuori posto. Dove fare domande non sia un atto di coraggio. Dove l’errore non sia una colpa, ma un passaggio necessario. Uno spazio del genere richiede una scelta precisa da parte di chi quella consapevolezza l’ha già costruita: mettere le proprie competenze al servizio di chi è ancora in cammino, invece di usarle per segnare distanze. Tornare indietro — non per rinunciare a ciò che sappiamo, ma per non dimenticare come ci si sentiva quando non lo sapevamo ancora.

Là fuori c’è Andrea di trent’anni fa, con il suo abito tradizionale e il suo ballu tundu, che cerca qualcosa che ancora non sa nominare. C’è Efisio, che vuole capire da dove viene ma non sa da dove cominciare. C’è Bainzu, che parla italiano perché suo padre ha deciso così, e se lo porta dentro come una colpa che non ha commesso. C’è Azzurra, che non si sente a casa da nessuna parte. C’è Sofia, che scopre la Sardegna a quarant’anni e si vergogna di non averlo fatto prima.
Non stanno aspettando la perfezione. 
Stanno solo aspettando una porta aperta.

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venerdì 21 agosto 2026

La Sardegna non ha bisogno di un’altra sigla, ma di uno stato - Michele Zuddas

 

Prima ancora di domandarsi se la Sardegna possa permettersi l’indipendenza, sarebbe forse opportuno chiedersi se possa permettersi di continuare a non averla. Un popolo che misura esclusivamente il prezzo della propria libertà e non quello della propria dipendenza finisce quasi sempre per trasformare la prudenza in rassegnazione, convincendosi che sia naturale vivere dentro un sistema nel quale le decisioni fondamentali sul proprio territorio, sulle proprie risorse, sul proprio modello energetico, sulla politica industriale e perfino sulle prospettive demografiche vengano assunte altrove, come se la sovranità fosse un privilegio riservato ai grandi Stati e non il presupposto elementare attraverso il quale una comunità decide chi deve beneficiare della ricchezza che essa stessa produce.

Proprio qui si annida il più grande equivoco che continua a deformare il dibattito sull’indipendenza, perché da decenni ci viene insegnato a considerare l’economia una disciplina neutrale, capace di produrre risposte inevitabili e indipendenti dalla volontà politica, mentre ogni sistema economico rappresenta sempre un sistema di potere, stabilisce chi controlla le risorse, chi determina gli investimenti, chi distribuisce il reddito e, soprattutto, chi possiede il diritto di decidere il futuro di una comunità, ragione per la quale chiedersi se la Sardegna possa diventare uno Stato senza domandarsi chi governa oggi la sua economia equivale a osservare l’ombra ignorando il corpo che la produce.

La Sardegna conta poco più di un milione e mezzo di abitanti, una popolazione superiore a quella di diversi Stati europei pienamente sovrani; produce ogni anno un prodotto interno lordo che supera i quaranta miliardi di euro; dispone di una posizione geografica che nessun centro di ricerca geopolitica esiterebbe a definire strategica; possiede quasi duemila chilometri di coste, uno dei patrimoni ambientali più importanti del Mediterraneo, università, centri di ricerca, competenze professionali riconosciute in tutto il mondo e una produzione energetica che in numerosi periodi dell’anno supera il fabbisogno dell’isola, eppure continua a percepirsi come una terra incapace di amministrare sé stessa, quasi che il problema risieda nella scarsità delle risorse e non nella scarsità del potere di decidere come quelle risorse debbano essere utilizzate.

La vera questione, dunque, non consiste nello stabilire se l’indipendenza costi, perché ogni forma di organizzazione politica comporta inevitabilmente dei costi, ma nel comprendere quanto costi la dipendenza, quanto costi l’emigrazione di migliaia di giovani che ogni anno trasferiscono altrove competenze costruite grazie agli investimenti pubblici dell’isola, quanto costi uno spopolamento che svuota paesi, scuole e imprese, quanto costi una pianificazione energetica nella quale i profitti rischiano troppo spesso di seguire strade diverse da quelle percorse dai sacrifici delle comunità locali, quanto costi un modello economico nel quale il valore aggiunto continua a concentrarsi fuori dalla Sardegna mentre qui rimangono gli effetti ambientali e sociali delle scelte compiute da altri.

Sarebbe tuttavia un errore immaginare che basti conquistare la sovranità per risolvere automaticamente questi problemi, perché uno Stato sardo che si limitasse a riprodurre gli stessi rapporti economici, gli stessi privilegi e le stesse concentrazioni di potere esistenti oggi cambierebbe la geografia delle istituzioni senza modificare la condizione dei cittadini, trasformando l’indipendenza in una semplice sostituzione delle élite invece che in una trasformazione della società, ed è proprio per evitare questo rischio che il sardismo del XXI secolo dovrebbe avere l’ambizione di proporre non soltanto una diversa forma dello Stato ma una diversa idea di economia, nella quale energia, acqua, infrastrutture strategiche, porti, reti digitali e patrimonio naturale vengano considerati beni comuni sottratti alla pura logica della rendita e amministrati nell’interesse della collettività.

Una Repubblica sarda moderna dovrebbe trattenere la gran parte del gettito fiscale prodotto nel proprio territorio, creare un fondo sovrano alimentato dai proventi dell’energia e delle concessioni pubbliche, investire stabilmente nella ricerca scientifica, destinare una quota significativa della ricchezza prodotta all’università, all’innovazione tecnologica, alla digitalizzazione della pubblica amministrazione e al rientro dei giovani emigrati, favorire la nascita di cooperative, piccole imprese ad alta tecnologia e filiere industriali capaci di trasformare nell’isola ciò che oggi viene esportato come semplice materia prima, perché nessuna comunità diventa davvero libera se continua a vendere risorse e ad acquistare valore aggiunto.

Eppure, tutto questo rimarrebbe soltanto un esercizio teorico se prima non si affrontasse una questione ancora più decisiva, quella dell’unità del popolo sardo, poiché nessuna trasformazione politica diventa possibile quando una comunità continua a pensarsi come la somma di appartenenze contrapposte invece che come una nazione consapevole dei propri interessi permanenti.

Prima di domandarsi con chi costruire l’unità bisognerebbe infatti trovare il coraggio di chiedersi che cosa, in realtà, meriti davvero di essere unito, perché la storia dei popoli insegna che non tutto ciò che può essere accostato deve necessariamente convivere e non ogni somma produce una comunità, allo stesso modo in cui nessun grande cuoco ha mai immaginato che bastasse gettare gli ingredienti dentro una pentola perché da quel gesto nascesse un piatto capace di raccontare una terra, una cultura e una memoria, essendo vero esattamente il contrario, e cioè che ogni ingrediente acquista valore soltanto quando viene scelto con rigore, dosato con intelligenza e armonizzato con gli altri senza perdere la propria natura.

Forse è proprio questa la metafora che manca al dibattito politico sardo, nel quale la parola unità viene spesso pronunciata come se indicasse una semplice operazione di accumulo, una progressiva addizione di sigle, associazioni, movimenti e appartenenze destinata, quasi per una misteriosa legge della matematica politica, a produrre automaticamente una forza più grande della somma delle sue parti, mentre la vita delle comunità dimostra che gli insiemi costruiti senza un principio ordinatore finiscono quasi sempre per trasformarsi in aggregati privi di identità, incapaci di riconoscere una direzione comune proprio perché nessuno ha mai avuto il coraggio di interrogarsi su quale fosse il fine prima ancora dei mezzi.

La Sardegna, invece, possiede oggi un’occasione che raramente si presenta nella storia di un popolo, perché le grandi mobilitazioni contro la speculazione energetica hanno dimostrato che esiste già una coscienza nazionale molto più avanzata delle organizzazioni politiche che pretendono di rappresentarla, dal momento che migliaia di cittadini hanno saputo riconoscersi senza chiedersi quale fosse la tessera dell’altro, se provenisse dalla sinistra o dalla destra, dal mondo cattolico o da quello laico, comprendendo istintivamente che la difesa della propria terra appartiene a una dimensione più alta delle appartenenze importate dalla politica italiana.

Chi continua a immaginare l’unità come la costruzione dell’ennesimo contenitore rischia di riprodurre proprio quella cultura politica dalla quale il sardismo dovrebbe emanciparsi definitivamente, perché i contenitori servono a custodire organizzazioni mentre una nazione ha bisogno di custodire un progetto, e il progetto della Sardegna non può consistere nella semplice conquista di nuove istituzioni ma nella costruzione di una società più giusta, più competente, più democratica e più capace di redistribuire il potere insieme alla ricchezza.
Essere sardisti, allora, non significa aggiungere un’altra ideologia alle ideologie esistenti, ma liberarsi finalmente delle categorie attraverso le quali lo Stato italiano ha insegnato ai sardi a leggere sé stessi, comprendendo che un imprenditore e un operaio, un pastore e un ricercatore universitario, un credente e un laico, un uomo di destra e uno di sinistra possono continuare a pensare diversamente su molte questioni senza smettere di riconoscersi nella priorità assoluta degli interessi permanenti della Sardegna, perché una nazione matura non cancella il pluralismo ma lo organizza attorno a un bene comune superiore.

Se davvero dovrà aprirsi una nuova stagione politica, essa non nascerà dalla fusione di simboli né dalla costruzione dell’ennesima sigla destinata a consumarsi nella competizione elettorale, ma dalla capacità di trasformare quella coscienza popolare già esistente in un progetto di governo fondato sulla sovranità democratica, sulla giustizia sociale, sulla conoscenza, sulla tutela dei beni comuni e sulla responsabilità collettiva, poiché il contenitore esiste già e coincide con la Sardegna stessa, con la sua lingua, con la sua storia, con il lavoro delle sue donne e dei suoi uomini e con il diritto di un popolo a decidere del proprio destino, mentre ciò che ancora manca non è l’unità, ma il coraggio di riconoscere che essa non rappresenta il punto di arrivo del sardismo, bensì il primo indispensabile strumento attraverso il quale rendere finalmente possibile tutto il resto.

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giovedì 20 agosto 2026

Eruzioni Etna. Perchè USA e NATO non mollano Sigonella - Antonio Mazzeo

Gli operatori fanno i conti sui danni economico-finanziari (centinaia di milioni di euro) ma né il governo regionale nè le autorità nazionali spiegano perchè in questa drammatica emergenza di Ferragosto non sia stata richiesta l’apertura al traffico civile della base militare USA e NATO di Sigonella, a meno di 20 km in linea d’aria da Fontanarossa, risparmiata dalle ceneri (la direzione dei venti ha colpito lo spazio aereo ad est e sud-est del vulcano).

L’impiego alternativo di Sigonella era stato assicurato tra il novembre e il docembre 2012 in occasione dei lavori di rifacimento delle piste di Catania Fontanarossa.

Le forze armate italiane e statunitensi ed i principali centri di ricerca universitari e di vulcanologia sono perfettamente a conoscenza della maggiore “protezione” dalle emissioni delle ceneri della base militare, posta a sud-ovest dal vulcano.

Inoltre sono stati predisposti sofisticati sistemi di monitoraggio e controllo dell’Etna che consentono di prevedere con largo anticipo le attività eruttive ed i possibili effetti, specie in termini di intensità delle emisisoni, loro direzione ed aree di ricaduta.

Vogliamo citare in proposito quanto evidenziato nella prestigiosa rivista scientifica “Natural Hazards and Hearth System Sciences” della European Geosciences Union (13 giugno 2025) da sette ricercatori italiani dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – INGV (sezioni di Bologna e Catania) e delle Università degli Studi di Genova e “Aldo Moro” di Bari (titolo: Estimating the mass of tephra accumulated on roads to best manage the impact of volcanic eruptions: the example of Mt Etna, Italy).

I ricercatori spiegano in particolare che “la localizzazione dell’Etna, insieme ai venti predominanti da ovest e da nord-ovest in alta altitudine, favorisce la dispersione e la ricaduta di ceneri e materiali piroclastici principalmente verso est (31%), sud est (35%) e nord ovest (29%), con solo il 6% diretti verso sud. Questi valori sono derivati dall’analisi dei dati ottenuti durante i 39 eventi eruttivi registratisi tra il febbraio e ottobre 2021. Questi risultati sono coerenti con la storica distribuzione statistica della direzione e velocità dei venti bel periodo 1990–2007 ad altitudini comprese tra i 5 e i 10 km.”.

 

Ad analoghe conclusioni è giunto uno studio del Dipartimento di ingegneria Civile e Architettura dell’Università di Catania e di altri centri di ricerca accademici sui “possibili riutilizzi del rifiuto vulcanico nel campo dei materiali edili”, coordinato dalla prof.ssa Loredana Contrafatto. In un articfolo pubblicato dal sito di UNICT il 26 Febbraio 2024, la docente scrive in proposito che “a causa della direzione dei venti dominanti sono soprattutto i comuni del versante orientale e sud-orientale ad essere maggiormente colpiti dalla ricaduta delle ceneri vulcaniche e a soffrirne i disagi logistici e le conseguenze economiche maggiori”,

Pentagono e NATO possono stare tranquilli dunque e ciò spiega come nella “settimana di passione” ferragostana la base di Sigonella sia rimasta sempre pienamente operativa.

Attendiamo di conoscere il motivo per cui la Regione Siciliana non abbia chiesto al governo Meloni e alla Difesa di concedere anche parzialmente l’uso delal base militare per “tamponare” gli enormi disagi causati dalla chiusura dello scalo di Fontanarossa.

 

Tre anni avevamo assistito ad un ipocrita “balletto” propagandistico-elettorale tra il governatore Renato Schifani e il ministro della Difesa Guido Crosetto, proprio in merito all’apertura di Sigonella al traffico aereo civile. “Ieri sera ho chiamato il ministro Crosetto al quale ho chiesto la possibilità dell’utilizzo dello scalo dell’aeroporto militare di Sigonella, dopo aver rappresentato il grave stato di criticità in cui si trova il sistema aeroportuale siciliano a seguito della ridottissima attività dello scalo di Fontanarossa”, scriveva Schifani il 20 luglio 2023. “Il ministro, dopo le dovute consultazioni, mi ha informato circa la possibilità dell’utilizzo dello scalo militare, come già avvenuto in una precedente situazione di inagibilità dell’aeroporto di Catania, a causa della pioggia di polvere vulcanica (sic.). Ringrazio a nome dei siciliani il ministro Crosetto per la grande sensibilità dimostrata sulla vicenda, che denota ancora una volta la serietà ed affidabilità del governo Meloni”.

Nella stessa giornata del 20 luglio 2023, il ministero della Difesa italiana emetteva la seguente nota. “L’aeroporto militare di Sigonella è stato reso disponibile per allentare la pressione sugli aeroporti siciliani. In particolare lo scalo civile di Catania. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha infatti dato immediata disponibilità dello scalo militare di Sigonella venendo incontro alla richiesta del Presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani”.

In verità alla fine non si fece nulla: lo scalo non fu messo a disposizione degli aerei passeggeri, ma la ricaduta mediatica per Regioen Sicilia e Difesa fu enorme.

Stavolta si poteva fare e in tempi rapidissimi, ma non è stato fatto. Volere è potere. Ma né Schifani né Crosetto hanno inteso voler fare qualcosa. Nè purtroppo l'”opposizione” politica e le forze sindacali di regime hanno voluto proferire parola.

Che lo ricordino alle tornate elettorali 2027 i siciliani e le decine e decine di migliaia di turisti condannati alla tragica odissea di questa bollentissima estate. Buona domenica

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