giovedì 16 luglio 2026

Belfast città aperta

In seguito a un’aggressione avvenuta nella zona Nord di Belfast, un’ondata di violenze razziste ha minacciato le vite di numerose persone appartenenti a minoranze etniche, costringendole ad abbandonare le loro case date in fiamme. Si tratta dell’ennesimo episodio di un fenomeno che negli ultimi dieci anni ha spesso assunto caratteri di massa nel Regno Unito. Ma non è tutto, questa volta ci sono di mezzo pure Elon Musk e la difficile convivenza tra lealisti e nazionalisti.

Belfast, 8 giugno 2026

Partiamo dall’antefatto: alle 22.30 circa di lunedì 8 giugno, in una strada nella zona Nord di Belfast, ha luogo un’efferata aggressione ai danni di un 44enne nord-irlandese, operatore sanitario del National Health Service, di nome Stephen Ogilvie, il quale risulta aver perso l’occhio sinistro e attualmente giace in coma farmacologico a causa delle ripetute coltellate subite al volto e in altre parti del corpo. Ad infliggerle è stato Hadi Alodid, un ragazzo di dieci anni più giovane, giunto in Irlanda del Nord nel 2023, dopo essere fuggito dal Sudan a causa della guerra civile ancora in corso, e da allora in attesa di vedersi convalidare la richiesta di asilo politico. Sulla scena accorrono alcuni passanti, uno dei quali riesce a fermare l’aggressore con l’ausilio di una mazza da hurling. Posto in custodia cautelare, Alodid rifiuta l’assistenza legale. Nel frattempo, il quotidiano Telegraph di Belfast rende che la vittima nel 2001 era già stata oggetto di un tentativo di omicidio particolarmente truculento mentre viveva in Scozia. L’autore in quel caso è un ventenne affiliato a una banda di spaccio, i cui membri hanno poi rivelato di avere legami stretti con l’UVF di Belfast1.

Attirata dalle grida, una residente della zona riprende con il proprio telefono la scena dell’aggressione dalla finestra di casa. Nel giro di pochi minuti – quasi in tempo reale – il video si diffonde a macchia d’olio, facendo il giro dei canali Telegram e WhatsApp locali, fino a raggiungere i feed delle principali piattaforme social di tutto il mondo, diventando in breve tempo virale. Con esso anche la notizia (falsa) della morte dell’aggredito e le origini straniere dell’aggressore. Il tam tam mediatico produce in breve tempo la chiamata a partecipare a una manifestazione di protesta prevista per le 19 del giorno seguente nei pressi della strada in cui è avvenuto l’attacco, con il caloroso invito a chiudere tutti gli esercizi commerciali non oltre le 17.30. 

L’appuntamento è a due passi da Kinnaird Avenue, zona residenziale limitrofa alla più affollata Antrim Road nel Nord di Belfast. Da qui alcune centinaia di persone appartenenti ai quartieri lealisti cominciano a marciare in direzione degli isolati maggiormente popolati da immigrati, in quella che in breve tempo diventa una vera e propria «caccia allo straniero» con tanto di negozi saccheggiati e case date alle fiamme. Le scorribande si espandono fino alle zone Ovest ed Est di Belfast e molte persone sono costrette ad abbandonare le proprie case. 

Da subito le scene rievocano quelle dei pogrom del 1969, quando tra il 12 e il 16 agosto gruppi paramilitari lealisti coadiuvati dai B-Specials, ausiliari della polizia esclusivamente di fede protestante, presero d’assalto le abitazioni dei nazionalisti cattolici di Belfast, secondo una pratica già sporadicamente portata avanti in tutto il secolo precedente. La diffusa violenza settaria dei lealisti creò le condizioni per la fondazione della Provisional IRA, inaugurando di fatto i seguenti 30 anni di Troubles nord-irlandesi. 

Ma tornando ai giorni nostri, dopo una prima notte di terrore, i disordini proseguono anche per tutto il giorno seguente, con un’intensità persino maggiore. Tuttavia, l’assalto a un hotel destinato alle persone in attesa di asilo politico è reso vano dal trasferimento preventivo delle persone che vi soggiornavano. Le proteste continuano attorno a obiettivi in qualche modo riconducibili a persone immigrate, o quando non possibile, contro la polizia che, a differenza del giorno precedente, reprime i manifestanti con gli idranti. Episodi di aggressioni razziste si registrano anche a Glasgow, Liverpool e in altre città dell’Irlanda del Nord. 

Belfast si trova dunque a fare nuovamente i conti con un’esplosione di violenza che mette i suoi abitanti gli uni contro gli altri, creando una profonda frattura all’interno dei quartieri popolari. Questa volta però a fare da miccia non è la contrapposizione repubblicani/nazionalisti vs. unionisti/lealisti, bensì un episodio di cronaca che fa da acceleratore di contraddizioni latenti ormai da qualche anno.

Benzina sul fuoco

A gettarsi a capofitto su quella che si è poi rivelata essere una vera e propria «chiamata alle armi», e ad amplificarla attraverso i loro seguitissimi canali social, sono due personaggi sulla carta molto diversi, ma sempre più vicini grazie a una «coalizione» transnazionale che affonda le radici in una comune propaganda nazionalista2 e anti-migranti: Stephen Christopher Yaxley-Lennon – nato a Luton, non lontano da Londra, nel 1982 e meglio noto come Tommy Robinson – da una parte; Elon Musk – imprenditore statunitense nato in Sud Africa nel 1971 – dall’altra. Sull’intreccio tra questi due personaggi vale la pena spendere alcune parole, per poter tentare un’interpretazione dei recenti fatti di Belfast che tenga conto del contesto più ampio dentro i quali si inseriscono, e di come questo si intersechi – talvolta in maniera poco intuitiva – con la situazione più strettamente locale.

Seppur attivo dal 2009, anno in cui fonda l’organizzazione anti-islamica EDL (English Defence League), è solo negli ultimi cinque anni che Tommy Robinson è salito alla ribalta, soprattutto per via di una spietata propaganda anti-mussulmana, combinata a un uso mistificatorio dei social network e a una postura militante che lo ha portato più volte nelle aule dei tribunali e grazie alla quale ha saputo conquistarsi una reputazione di «duro e puro» tra i suoi seguaci. Sulle cronache internazionali, il suo nome spicca con prepotenza soprattutto a partire dagli eventi successivi al fatto di cronaca avvenuto il 29 luglio 2024 nella cittadina di Southport, quando tre bambine persero la vita in seguito all’accoltellamento da parte di un diciannovenne. In quell’occasione Robinson fu il primo – seguito a stretto giro dal leader di Reform UK, Neil Farage – a diffondere false dichiarazioni sull’identità, la nazionalità, la religione e lo status di immigrazione dell’ancora sospettato assalitore, nonché a fomentare le manifestazioni razziste dei giorni seguenti. Non è un caso che, la sera seguente al delitto, poco prima di prendere d’assalto la Moschea di Southport, dando così inizio a sei giorni di aggressioni, minacce, incendi e saccheggi a sfondo razzista in oltre cinquanta città dell’Inghilterra, Scozia e Irlanda del Nord, le centinaia di manifestanti presenti abbiano acclamato il suo nome in coro. 

Incoraggiato dall’attenzione mediatica crescente e dal proliferare dei seguaci, il 13 settembre 2025 Robinson lancia una manifestazione nella capitale, chiamata Unite the Kingdom. Alle già citate parole d’ordine di odio e di intolleranza verso i mussulmani e gli immigrati in generale, l’iniziativa dà spazio alla retorica del free of speech, come rimasticata recentemente negli ambienti che amano definirsi «anti-woke» e che in essi ha assunto una particolare rilevanza a partire dall’assassinio di Charlie Kirk avvenuto lo scorso 10 settembre, appena tre giorni prima della manifestazione organizzata da Robinson. Superando di gran lunga le aspettative, la «marcia su Londra» raduna attorno alle 150mila persone accorse in massa brandendo la Union Jack dagli angoli più remoti del Regno. Tra gli ospiti c’è anche Éric Zemmour, politico francese di estrema destra, posizionatosi quarto al primo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2022, il quale sfrutta l’occasione per esporre al pubblico britannico l’idea surreale di una presunta «colonizzazione in corso da parte delle ex-colonie» a danno di Gran Bretagna e Francia. 

L’intervento di apertura di Robinson si concentra invece sulla necessità di impegnarsi politicamente a livello locale in un momento definito «cruciale per la nostra generazione». Nonostante i proclami altisonanti e i «buoni propositi» di istruire politicamente il pubblico (se così si può dire) attraverso la vendita dei suoi libri lungo il percorso del corteo (Manifesto: Free Speech, Real Democracy, Peaceful Disobedience e Mohammeds Koran: Why Muslims Kill for Islam), per la maggior parte dei partecipanti il raduno sembra non aver prodotto più di un confuso, seppur baldanzoso, afflato nazionalista, come dimostrano i numeri più che dimezzati dell’analoga manifestazione chiamata dallo stesso Robinson a maggio di quest’anno, a cui hanno partecipato soltanto 60mila persone. In entrambe le occasioni, la vocazione anti-islamica è sottolineata dal vilipendio delle bandiere dei Fratelli Mussulmani, dello Stato Islamico e della Palestina. Ma sarebbe un errore liquidare la propaganda di odio anti-mussulmani di Robinson a grossolana intolleranza; si tratta invece di uno dei tratti più caratteristici per chi guarda alla sua ascesa con strategico interesse. Non a caso, a metà ottobre dell’anno scorso, Robinson ha viaggiato in Israele su invito del Ministro per gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, recandosi in visita al confine con Gaza e in vari insediamenti. Una visita ufficiale culminata con un comizio tenuto al porto di Tel Aviv, in cui si è scagliato contro il governo britannico per aver riconosciuto uno Stato palestinese, entrando così a pieno titolo nel novero di quei personaggi che, sguinzagliati dall’internazionale sionista, hanno il compito di diffamare e punire gli stati non allineati alle politiche trumpiane e israeliane, come la Spagna, l’Irlanda e la stessa Gran Bretagna. 

Ma tornando alla manifestazione dello scorso settembre, il rilancio complessivo è per quella che Robinson non esita a definire la «Battle of Britain», che diversamente da quanto potrebbe far credere la metafora bellicista, altro non sono che le elezioni del 2029, in vista delle quali il leader della piazza dà un’indicazione di voto molto generica, ovvero onnicomprensiva dei principali partiti della destra presenti oggi in Gran Bretagna: da Reform UK di Nigel Farage ad Advance, da Restore di Rupert Lowe – che dopo l’aggressione di Belfast non ha esitato a definire gli immigrati «animali selvaggi del terzo mondo» e a invocare la reintroduzione della pena di morte – fino al più moderato partito dei Conservatori. Robinson, probabilmente consapevole tanto delle sue doti comunicative quanto dei suoi limiti politici, per ora non sembra intenzionato a una discesa in campo istituzionale, bensì appare più orientato a delegare ai partiti già esistenti la patata bollente di passare dalle parole ai fatti, limitandosi ad agire a un livello di agitazione in una zona grigia tra influencing militantismo

D’altronde il vero sodalizio è oltreoceano, con l’uomo «senza il quale tutto ciò non sarebbe stato possibile» come dichiarato dallo stesso Robinson; si tratta per l’appunto del già citato Elon Musk, la cui presa di parola in diretta video ha rappresentato il momento culminante della grande manifestazione. Dopo aver aizzato la folla a «combattere il virus woke», Musk ha spronato i britannici a «non aspettare altri quattro anni prima delle prossime elezioni, ma a fare qualcosa per dissolvere il parlamento e andare a votare subito», rivolgendosi poi ai partecipanti più moderati, «che solitamente non si occupano di politica», a farlo, perché «anche se non scelgono la violenza, la violenza verrà da loro. La scelta è combattere o morire». Parole di un certo peso che vanno ad aggiungersi a quelle postate più recentemente su X, secondo le quali «gli inglesi moriranno se non supportano Mr. Robinson». Tesi supportata da una grottesca similitudine tolkeniana per cui «gli abitanti delle cittadine della provincia britannica sono come gli Hobbit che necessitano di uomini forti di Gondor per difendersi dall’immigrazione di massa». D’altronde, l’endorsement di Musk a favore di Tommy Robinson subentra all’appoggio riservato in precedenza a Nigel Farage – dal quale si è recentemente dissociato perché ritenuto «troppo poco di destra» – e si aggiunge a quello mostrato per Ben Habib, fondatore di Advance UK in seguito alla fuoriuscita dal partito dello stesso Farage.

Per comprendere a fondo le ragioni dell’investimento politico di Musk sulla Gran Bretagna servirebbe un’analisi approfondita che ci riserviamo per il futuro; ciò che però, già a una prima occhiata risulta chiaro, è che i padroni delle BigTech hanno puntato il dito verso l’Europa, dove la pur minima regolamentazione dei social media rappresenta ancora un ostacolo per la loro crescita. Se infatti negli Stati Uniti la strada verso una totale deregolamentazione in materia è in discesa grazie all’amministrazione Trump, in Europa le mire di Zuckerberg e Musk devono fare i conti con alcune politiche di moderazione dei contenuti – per esempio su argomenti come razza e genere – che, al di là di prese di posizione anti-woke, rappresentano un freno all’attività essenziale di profilazione degli utenti che, nelle mire di chi accumula dati, non può avere limiti. Se dunque l’accumulazione delle materie prime (perché questo sono i dati generati dalle nostre interazioni social) è minacciata da limitazioni in ambito legislativo, coloro che a partire da quelle materie prime alimentano il proprio capitale, non possono che scendere nel campo del politico per tentare di invertire la tendenza con i tutti i mezzi a loro disposizione. E se lo Stato su cui si deve fare pressione è anche un cliente dei propri prodotti è tutto più facile. Perché è proprio questa la posizione del Regno Unito nei confronti di Elon Musk, dal momento che il 2 giugno scorso ha ufficialmente adottato la rete satellitare militarizzata Starshield di SpaceX, diventando così uno dei primi Paesi al di fuori degli Stati Uniti a utilizzare la variante di Starlink destinata alle esigenze governative. Tutto ciò, mentre il governo guidato dal laburista Keir Starmer – il quale è riuscito nell’impresa apparentemente impossibile di condannare le violenze degli ultimi giorni senza mai pronunciare la parola «razzismo» – denuncia le interferenze di Musk, definendole irresponsabili, stando ben attento a non oltrepassare mai il livello dell’indignazione oltre il quale la questione porrebbe – come appena detto – alcune contraddizioni non da poco. Perché – per tornare ai fatti dell’ultima settimana – a monopolizzare il dibattito politico e le analisi sulle testate giornalistiche britanniche, è la tesi secondo cui Musk avrebbe pilotato l’algoritmo di X con l’intento di facilitare la diffusione degli appuntamenti che hanno portato alle manifestazioni violente successivamente verificatesi sul territorio britannico. Tesi per nulla lontana dalla realtà, ma del tutto mistificatrice nell’essere presentata come spiegazione esaustiva di una situazione ben più sfaccettata, sia per quanto riguarda l’interferenza di Musk, sia in relazione all’acuirsi del fenomeno razzista in tutto il Regno Unito.

(Not so) Alternative Ulster

Ed è proprio per comprendere a una diversa profondità quanto si muove nella società britannica che riprendiamo il filo dei recenti fatti verificatisi nell’Irlanda del Nord tentando di guardarli da un’angolazione diversa da quella promossa dal dibattito pubblico istituzionale. A partire dal dato apparentemente paradossale dell’ultimo censimento pubblicato nel 2021 secondo il quale il 97% della popolazione dell’Irlanda del Nord sarebbe di etnia bianca, e dal numero impressionante di incidenti (2.367) e crimini (1.507) a sfondo razzista, registrati solo tra gennaio e marzo di quest’anno (a fronte di soli 71 a carattere settario). I numeri parlano anche di flussi migratori in crescita a partire dal periodo della pandemia. Ma è solo quando questi numeri vengono affiancati a una disamina delle politiche sociali e del retroterra storico della città che possono assumere un significato.

Uno spunto su dove cominciare giunge da un dettaglio apparentemente secondario citato dalla reporter Hannah Al-Othman nel podcast realizzato per The Guardian a proposito dei pogrom di martedì scorso, in seguito ai quali 27 persone hanno dovuto abbandonare la propria casa: mentre le fiamme divampano dentro le abitazioni, il bagliore illumina la frase local homes to local people scritta a bomboletta su un muro a pochi passi da Kinnaird Road, la strada in cui martedì scorso ha avuto luogo l’aggressione che ha fatto da miccia per le successive violenze. 

Costruita a partire dal 2010, quasi vent’anni dopo la fine dei Troubles, Kinnaird Road, si trova in una fascia di territorio saldamente repubblicano che collega i quartieri di New Lodge e Ardoyne, roccaforti del partito Sinn Féin. Tuttavia, a soli 400 metri di distanza, protetta da muri e recinzioni dalle sembianze di un parco urbano, si trova il «confine» con la zona lealista dell’Ulster, Shankill, quartiere di appartenenza della famigerata banda paramilitare lealista dei Shankill Butchers attiva a partire dagli anni Settanta e oggi disciolta, nota per i suoi rastrellamenti notturni a caccia di cattolici da torturare e uccidere. Nelle vicinanze, a soli venti minuti a piedi dai moderni edifici del centro città, spicca l’ex-caserma di Girdwood, occupata dall’esercito britannico fino al 2005. Una volta dismessa, secondo il progetto originario, la caserma avrebbe dovuto fornire alloggi popolari e strutture ricreative comuni, fungendo da ponte tra la zona lealista di Greater Shankill e quella repubblicana di New Lodge, nell’ottica di superare la balcanizzazione di Belfast Nord. Nonostante ciò, il progetto non è mai andato oltre la realizzazione di 60 case, meno di un terzo di quelle preventivate, anche a causa dell’ostruzionismo del DUP (Partito Unionista Democratico), all’epoca ancora egemonico nella zona: il numero nettamente superiore di nazionalisti registrati nelle liste di attesa per una casa popolare rappresentava infatti per il DUP una minaccia concreta di perdere il seggio elettorale e il controllo sul quartiere. Il risultato è che i problemi derivanti dal sovraffollamento dei quartieri nazionalisti e dal più recente degrado di quelli lealisti non sono mai stati risolti. Le case effettivamente costruite nella zona limitrofa a Kinnaird Road sono oggi abitate dai nazionalisti, ma ancora lo scorso maggio, quando alcune famiglie si sono trasferite sul lato di Shankill del «muro della pace», sono state subito attaccate e allontanate dai lealisti. Nonostante la condanna unanime da parte del governo di coalizione tra DUP e Sinn Féin, il settarismo rimane latente nelle periferie popolari di Belfast. Una tensione tenuta a bada non tanto dalle politiche di «pacificazione», quanto dalla riconversione di certe enclave lealiste in attività di criminalità organizzata, più o meno tollerate dalle autorità in virtù dell’astensione da atti di settarismo apertamente violenti. Rispetto all’emergenza abitativa, la situazione non migliora se si guarda all’Irlanda del Nord nella sua interezza: nel marzo 2025, le persone ufficialmente in attesa di una casa popolare erano 89mila, in progressivo aumento rispetto agli ultimi cinque anni. Parte di questo incremento è dovuto anche al fatto che, a differenza della classe popolare nazionalista che da sempre deve far fronte a condizioni di vita complesse, quella unionista, tradizionalmente più privilegiata, ha subito un processo di impoverimento relativo significativo solo negli ultimi anni. Questa differenza di traiettoria fornisce un elemento per comprendere perché oggi il proletariato unionista sia più sensibile al richiamo delle politiche razziste rispetto a quello nazionalista. Oltre a ciò, per quanto l’annosa questione tra unionisti e repubblicani non sia riconducibile a un conflitto di carattere meramente religioso, che la propaganda apertamente anti-mussulmana di Tommy Robinson e compagnia bella possa fare breccia nella tradizione settaria lealista, non stupisce più di tanto. Ma la nuova convergenza tra estrema destra inglese e unionisti si basa anche su un fatto molto materiale: in seguito alla Brexit, l’Irlanda del Nord ha intrecciato sempre di più la sua economia con quella dell’Irlanda, diminuendo gli scambi con il resto della Gran Bretagna, tanto che molti hanno ipotizzato che a lungo andare potrebbe essere questo dato a portare all’indipendenza. Ciò deriva principalmente dal fatto che il 27 gennaio 2020, qualche giorno prima del recesso del Regno Unito dall’UE, è stato siglato un accordo tra tutte le parti coinvolte che ha evitato l’istituzione di una frontiera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, in modo da consentire a quest’ultima di «rimanere nel territorio doganale del Regno Unito e, al tempo stesso, di beneficiare del mercato unico3». Si tratta dunque di una frontiera particolarmente porosa, sia da un punto di vista dei flussi commerciali, sia per quanto concerne l’ingresso dei migranti. Alla luce di ciò, il fatto che Adi Halodid, il richiedente asilo sudanese responsabile dell’aggressione, sia entrato in Irlanda del Nord dalla frontiera con l’Irlanda è un dettaglio più significativo di quanto possa sembrare per comprendere le ragioni della violenta reazione degli unionisti. Il loro interesse è evidentemente quello di far saltare questo stato delle cose, la crescente immigrazione è un ottimo tema per farlo saltare. Interesse coincidente con quello della destra britannica che potrebbe così portare a compimento il progetto della Brexit. 

È dunque in questa intersezione tra insufficienza di alloggi popolari, progressivo impoverimento e settarismo soffocato che si inserisce il recente fenomeno migratorio verso i quartieri proletari di Belfast e l’imperante narrazione anti-migranti. 

Molto meno intuitiva è la possibilità di una crescente intolleranza anche negli ambienti repubblicani. L’immagine dei quartieri repubblicani di Belfast dove le bandiere palestinesi sventolano per strade popolate da un gioioso melting pot di stampo internazionalista, rischia di diventare un cliché che non fa guardare in faccia la realtà di ciò che sembra iniziare a muoversi verso tutt’altre direzioni. Non è un mistero che soprattutto nel Sud dell’Irlanda l’estrema destra stia riuscendo a capitalizzare il malcontento legato alla crisi abitativa e alle scarsità di risorse pubbliche, direzionandolo verso posizioni razziste e anti-migranti, come i disordini di carattere razzista del novembre 2023 a Dublino avevano già fatto intuire. E di fronte a questa impennata di intolleranza, neanche il nazionalismo irlandese storicamente inclusivo è al sicuro; tanto più che da certe frange di Sinn Féin si comincia a sentire parlare della necessità di controllare i flussi migratori, di accelerare le domande d’asilo, e persino di rimpatriare chi non dovesse ottenere tale diritto. 

Ed è a questo punto che ciò che si muove in Irlanda del Nord ci parla più direttamente di ciò che si agita anche da noi, dove seppur da un punto di vista popolare le violenze a sfondo razziale ormai consuete in Gran Bretagna non sembrano dietro l’angolo, sul piano istituzionale il discorso e le politiche razziste avanzano anche più rapidamente (vedi Remigrazione), nuovi attori di estrema destra si affacciano sulla scena politica (vedi Vannacci), imprenditori delle BigTech preparano nuove alleanze sul nostro territorio (vedi Thiel). Ma in Italia, come in Irlanda del Nord, la partita contro il razzismo e le politiche di estrema destra non si gioca sul livello del discorso e dell’indignazione, quanto sulla volontà di sporcarsi le mani quotidianamente con le contraddizioni dei quartieri popolari e sulla capacità di costruire progetti di autonomia in grado di disinnescare l’antagonismo alimentato artificialmente dentro la classe, ovvero la più antica «tecnica di conservazione del potere da parte della classe capitalistica».


  1. L’organizzazione paramilitare unionista formatasi negli anni Sessanta e protagonista dei cosiddetti Troubles che videro contrapporsi violentemente lealisti e nazionalisti fino al cessate il fuoco del 1994 – nonostante la trasgressione di tale tregua sia stata piuttosto frequente negli anni seguenti.


  2. di un nazionalismo evidentemente ben diverso da quello dei repubblicani nord-irlandesi


  3. Michel Barnier, 27 gennaio 2020, Belfast

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mercoledì 15 luglio 2026

Su Milano l’ombra del modello Doha - Paolo Barbieri

 

C’era una volta il sindaco Giuseppe Sala, che gonfiava il petto a reti unificate per il “modello Milano”, città “attrattiva” soprattutto per i capitali internazionali coinvolti in uno sviluppo edilizio innegabile, che però sta imponendo costi sociali pesanti a vaste fasce di popolazione espulse dalla metropoli in conseguenza della crescita inarrestabile dei valori immobiliari e dei prezzi degli affitti. Ma dopo le ombre sollevate dalla procura su qualche regalo di troppo ai costruttori, e dopo il goffo tentativo di ottenere copertura legislativa retroattiva con il disegno di legge “salva-Milano” arenatosi al Senato, un recente episodio di cronaca rischia di proiettare nel mondo un’immagine ancora peggiore della capitale finanziaria d’Italia – anche se in questo caso l’amministrazione meneghina non c’entra, non direttamente almeno. Un’immagine che ricorda, per certi versi, i “miracoli” edilizi per i mondiali di calcio del 2022 in Qatar, oggetto di drammatiche denunce da parte delle principali organizzazioni globali di difesa dei diritti umani.

Succede che, nell’area dell’ex tiro a segno nazionale di piazzale Accursio, sia in costruzione una sorta di “quartiere diplomatico”, il cui fulcro è la sede del nuovo consolato degli Stati Uniti. Un progetto, manco a dirlo, di “rigenerazione urbana” da centinaia di milioni di euro, per il quale la fetta appaltata alla Caddell Construction (con sede a Montgomery, in Alabama) vale circa 210 milioni di dollari. Le toghe milanesi, che già da un po’ hanno iniziato a svelare i meccanismi dello sfruttamento estremo in altri settori dell’industria e dei servizi, scoprono che, oltre a esportare la democrazia con i metodi tristemente sperimentati in mezzo mondo, gli Stati Uniti esportano anche modelli di business incompatibili con le leggi della Repubblica italiana.

Secondo l’accusa, infatti, centinaia di operai indiani sarebbero stati reclutati attraverso intermediari nel loro Paese di origine, si sarebbero coperti di debiti per pagare i cinquemila euro loro richiesti per avere il visto di lavoro; una volta in Italia, sarebbero stati espropriati in automatico di una quota di salario per pagarsi vitto e alloggio, operazione che consentiva di far figurare paghe contrattuali regolari, mentre di fatto, anche considerando il quasi raddoppio dell’orario effettivo di lavoro (portato abusivamente a sei giorni a settimana, e fra le dieci e le dodici ore giornaliere, fino a sfiorare le 250 ore mensili medie), erano retribuiti con circa due euro l’ora. Per la procura di Milano, che ha chiesto e ottenuto l’arresto di due responsabili del sistema di caporalato, e ha affidato a un commissario giudiziario la gestione pro tempore della società coinvolta, si tratta di una forma di “para-schiavismo”.

Potrebbe sembrare un’operazione innovativa di management creativo, una situazione eccezionale di banditismo d’impresa. Eppure, proprio il caso della costruzione delle infrastrutture per i mondiali in Qatar, e il boom economico a esse legato, dimostra che esiste un modello organizzativo collaudato. Il rapporto di Amnesty International The Ugly Side of the Beautiful Game (si potrebbe tradurre con “Il lato oscuro del calcio”) denunciava, nel 2016, lo sfruttamento sistematico dei lavoratori migranti impiegati nella ristrutturazione dello stadio Khalifa di Doha. Molti operai, provenienti da India, Nepal e Bangladesh, avevano contratto debiti per pagare commissioni di reclutamento illegali, subendo poi confisca del passaporto, salari inferiori a quelli promessi e minacce in caso di protesta. Amnesty documentò turni molto lunghi, spesso superiori alle dieci-dodici ore giornaliere, per sei o sette giorni alla settimana, in condizioni climatiche estreme. Non è mai stato realmente accertato il numero dei morti sul lavoro negli anni del grande sforzo cantieristico degli emiri: ma alcune stime internazionali parlano di migliaia di vittime; la più celebre, un’inchiesta pubblicata nel 2021 dal quotidiano britannico “The Guardian”, conteggiava in 6.750 le vittime fra il 2010 e l’anno dei mondiali, solo relativamente ai migranti provenienti da nazioni dell’Asia meridionale. Cifra contestata a suo tempo da fonti qatariote, però, che parlavano di morti per cause naturali, perfino per le decine di operai collassati nei cantieri degli stadi, dove prestavano servizio nelle condizioni descritte da Amnesty.

Tornando alle vicende di casa nostra, il singolo caso di cronaca è rilevante perché non isolato. Proprio il magistrato milanese che segue l’inchiesta sul cantiere del consolato, il sostituto procuratore Paolo Storari, in una recente audizione di fronte alla Commissione parlamentare di inchiesta del Senato sulle condizioni di lavoro in Italia, ha descritto in questi termini lo scenario illuminato dalle varie inchieste della procura (le più note sullo sfruttamento dei riders e sulle catene di fornitura delle case di moda): “Ci sono fenomeni di sfruttamento del lavoro che sono largamente impuniti e socialmente accettati, tutti noi siamo spettatori di fenomeni di illegalità”. Anche se in edilizia non accadono magari episodi estremi come quello dei braccianti arsi vivi in Calabria, un recente rapporto sullo sfruttamento lavorativo, a cura del Centro di ricerca interuniversitario “L’Altro diritto”, in collaborazione con l’Osservatorio Placido Rizzotto e la Flai Cgil, che si concentra sugli abusi in agricoltura (“terzogiornale” ne parla qui), lancia l’allarme su quelli che definisce i settori dello “sfruttamento sommerso”: appunto edilizia, poi servizi di cura alla persona, ristorazione e turistico-ricettivo.

C’è dunque un problema di sistema, che dovrebbe allarmare non poco la politica, dedita da tempo agli stanchi riti della commemorazione (anche nelle aule parlamentari vengono onorate le vittime degli incidenti sul lavoro, incidenti che però sono spesso figli della diffusione di metodi di sfruttamento selvaggio della manodopera e della mancanza di controlli). Per non affidarsi agli interventi repressivi della magistratura, servirebbe evidentemente rafforzare il sistema dei controlli: secondo l’ultimo rapporto dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) il numero di ispettori in forza sul territorio italiano, al 31 dicembre 2025, è pari a 4.366 unità fra Inl, Inps, Inail e carabinieri, che hanno prodotto, nello scorso anno solare, un totale di 157.381 accessi ispettivi, numero sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente, quando erano stati 158.069. Ma la politica, in particolare in questa legislatura a trazione di estrema destra, sembra piuttosto interessata a limitare le interferenze nei confronti delle imprese. Il decreto legislativo 103/2024, sulla semplificazione dei controlli, ha introdotto il principio del preavviso: le pubbliche amministrazioni (incluso l’Inl) devono inviare all’impresa la richiesta della documentazione almeno dieci giorni prima dell’avvio del controllo. Del resto, si tratta della stessa area politica che ha prodotto, sull’ultimo decreto lavoro, l’emendamento dei relatori – poi parzialmente riformulato in extremis, nel corso dell’esame in commissione alla Camera, forse per andare incontro alle rimostranze della Cisl, sindacato tutt’altro che ostile al governo Meloni – finalizzato ad annacquare perfino l’ambiguo concetto del “salario giusto” (vedi qui) e ad aprire, di fatto, ai contratti al ribasso, quando non a veri e propri contratti-pirata, siglati dai sindacatini tradizionalmente vicini ai partiti di destra.

Il caso Caddel, insomma, illumina, è vero, una situazione estrema. Ma anche senza le manifestazioni esasperate del modello Doha nel cuore economico dell’Italia, il tema delle condizioni dei lavoratori nel nostro Paese (salario, diritti, sicurezza) rimane probabilmente la prima emergenza da affrontare nella costruzione di un’ipotetica alternativa di governo. Sempre che le contorsioni interne alla coalizione di centrosinistra, e alle sue correnti interne, lascino il tempo, a leader e strateghi, di occuparsi del mondo reale.

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martedì 14 luglio 2026

La pubblicità che esalta l’alcol dovrebbe essere vietata - Claudio Trevisan

 

La dipendenza da alcol è riconosciuta come una malattia cronica dal sistema sanitario italiano. Non è un “vizio”. Purtroppo, le persone colpite non possono essere obbligate ad accettare le cure

Il vino e gli altri alcolici sono importanti per la cultura italiana visto che sono legati alla socializzazione/divertimento e sono delle eccellenze del Made in Italy, con milioni di consumatori in Italia oltre all’estero. Il settore vale sempre di più economicamente e beneficia lo Stato/genera occupazione/valorizza il territorio. Purtroppo, il consumo degli alcolici ha anche un altissimo costo sociale/economico per noi. Attualmente, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, i consumatori a rischio sono circa 8 milioni di persone inclusi circa 780.000 “consumatori dannosi” (presentano un danno organico/psichico conclamato). I decessi correlati all’alcol (droga psicoattiva legale) nel 2023 erano 17.000 circa (morti per cirrosi epatica/incidenti stradali/suicidi/omicidi/sindrome psicotica).

La dipendenza da alcol è riconosciuta come una malattia cronica dal sistema sanitario italiano, visto che ha basi biologiche (modifica il cervello), andamento cronico/recidivante e criteri diagnostici oggettivi, che richiede trattamento medico e psicologico. Non è un “vizio”.

I segnali precoci della dipendenza da alcol vengono spesso sottovalutati. L’evoluzione è graduale e passa da uso sociale, a uso rischioso, a perdita di controllo iniziale fino alla dipendenza conclamata. I primi segnali possono essere quello di bere più spesso, usarlo per gestire emozioni, perdere leggermente il controllo, iniziare a cambiare abitudini sociali e “difensività” (minimizza/evita il tema) quando qualcuno fa notare i cambiamenti. In questa prima fase si potrebbe intervenire più facilmente e prevenire la dipendenza vera e propria.

 

Per superare la negazione, chi gli è più vicino (+ un professionista), dovrebbe utilizzare il “colloquio motivazionale” tramite un linguaggio empatico centrato sull’impatto concreto dei comportamenti: “Mi preoccupa vederti così” descrivendo fatti concreti per esempio: “I tuoi amici ti hanno portato a casa perché non stavi in piedi”/“la polizia ti ha ritirato la patente” e: “Come sarebbe la tua vita fra un anno se nulla cambiasse?” etc. Si dovrebbe offrire una soluzione, per esempio, “andiamoci insieme dal medico o ad Alcoholics Anonymous/al Club Alcologici Territoriali (che offrono anonimato, supporto tra pari e continuità)”. Inoltre, i familiari dovrebbero seguire il metodo CRAFIT/CRAFT per non alimentare involontariamente il comportamento, comunicare senza scontri e fornire supporto non complice.

Cosa fanno negli altri paesi? In Svezia/Norvegia usano l’intervento precoce con screening sistematico durante visite mediche con questionari per intercettare il problema; in Germania/Paesi utilizzano supporto medico/psicoterapia e in Portogallo/Canada riducono il danno con obbiettivi graduali. I sistemi con i risultati migliori combinano l’intervento precoce, approccio motivazionale, sostegno familiare e continuità terapeutica.

Purtroppo, le persone con problemi di dipendenza in Italia non possono essere obbligate ad accettare le cure (almeno che non ci sia una incapacità grave). Secondo me quelli che, causa l’alcol, hanno avuto problemi con la giustizia, (non solo quelli in carcere), per risse, patente ritirata etc. o problemi di salute, dovrebbero essere obbligati per legge, in quanto senza piena capacità di intendere e volere, ad accettare le necessarie cure/terapie e relativi controlli nel lungo periodo.

Il proibizionismo della droga alcol NON è una soluzione, (vedi esperienza USA), ma a mio parere quelli che fanno i profitti con l’alcol dovrebbero essere costretti a versare parte dei loro profitti in fondi di compensazione per poter coprire i costi per le relative cure/danni/prevenzione. La pubblicità che esalta l’alcol dovrebbe essere vietata.

Comunque, se tu (sì, tu) hai avuto problemi legati all’alcol non aspettare, (prima che hai un’altra ricaduta), fai il passo più importante cioè ammetti a te stesso/a di avere bisogno di aiuto (non vergognarti è una malattia), e poi nell’anonimato contatta chi ti potrà aiutare. Non aspettare! Ti vogliamo bene.

da qui

lunedì 13 luglio 2026

Rumore di fondo - Antonio Cipriani

 

Certo, di socialità social è pieno il mondo. Che ci vuole, basta un telefonino, un posto dove poggiare le terga e si dipinge la vita in rapporto con gli altri attraverso uno schermo piatto. Che poi anche in piedi, camminando, funziona bene. Le strade sono piene di automi che procedono guardando un piccolo schermo come fosse un frammento di coscienza di sé. Mi chiedo: duecento metri da casa alla piazza, che bisogno c’è di controllare se in quei due minuti ti ha scritto qualcuno… 

Sei vecchio, sibila il barbiere anarchico con la barba bianca e la fedina penale che esibisce come spirito del tempo, senza giudizio: né sporca, né immacolata, solo testimone di vita. Già, l’età conta. Me ne accorgo quando mi capita di raccontare che i nostri social erano il muretto davanti a casa dove ci si vedeva a chiacchierare, organizzare girate o giocare a carte, senza appuntamento. E spesso la girata ci portava alle scalette in piazza, occupando uno spazio pubblico per progettare la vita, o anche al bar della Sora Assunta, luogo mitico di incontro tra generazioni, senza mai l’obbligo di consumare per sedersi.
Vabbè, chiosa il barbiere, anche da me venite, vi sedete, leggete il Manifesto e Internazionale aggratisse, dialogando di filosofia e di politica perché siete anziani e pure irriducibili. E senza musica, senza radio che propaganda sciocchezze intervallate con pubblicità. Senza rumore di fondo. 
Per fortuna esistono ancora posti, non tanti a dire il vero, dove la convivialità è spontanea. Piazze, giardini pubblici, cortili, barbieri, dove la vita non è trasformata in merce e per parlare in compagnia non serve pagare. Luoghi dove sopravvive un’ecologia dell’abitare civile che si oppone per sua stessa modalità alla furia di un sistema economico che crea ansia e infelicità, ma che sembra un dogma, soprattutto per quelli che ci sono nati dentro nel momento del crollo di ogni ideale, di ogni speranza di un altro mondo possibile. Non dico per i più giovani. Perché loro qualche speranza ce l’hanno ancora, per l’età che rende più sovversivi, per non aver avuto cattivi maestri del conformismo come hanno avuto i loro padri.

Il barbiere continua a tagliare basette col rasoio filosofico, la porta è aperta. Fuori fa caldo. Gli interlocutori cercano riparo all’ombra, ma non smettono di pensare che con l’aiuto di tutti le cose cambieranno. Ostinati nel pensare e sperare che ci siano ancora giovani non sopraffatti dal rumore del tempo che omologa e sconfigge ogni sogno. Che altre speranze possiamo mettere in campo?

https://www.remocontro.it/2026/06/07/rumore-di-fondo/

domenica 12 luglio 2026

La centrale agrivoltaica a San Leonardo di Siete Fuentes (Santulussurgiu) è priva delle valutazioni ambientali - Grig

 San Leonardo di Siete Fuentes, nel Montiferru, territorio comunale di Santulussurgiu (OR), è una località ricca di boschi di Leccio e altre essenze mediterranee, percorsa da acque cristalline, dove sorge l’antica Chiesa romanico-pisana di San Leonardo.

Il sito è tutelato con vincolo paesaggistico e culturale (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.).

Eppure, proprio lì con una semplice procedura abilitativa semplificata (PAS), una società energetica triestina intende realizzare una centrale agrivoltaica di potenza nominale pari a 19,847 MW (potenza dichiarata da immettere in rete pari a 16,8 MW) con relative opere di connessione.

Impianti simili, per la potenza prevista, devono essere assoggettati alla preventiva e vincolante procedura di verifica di assoggettabilità a valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.).

Così aveva affermato l’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) nel suo atto di opposizione (14 aprile 2026) alla realizzazione dell’impianto agrivoltaico in assenza delle procedure di legge, coinvolgendo il Ministero della Cultura, la Regione autonoma della Sardegna, il SUAPE del Montiferru e Alto Campidano, la Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari, il Comune di Santulussurgiu.


E il Servizio Valutazioni e Incidenze Ambientali della Regione autonoma della Sardegna ha accolto l’istanza ecologista e ha affermato a chiare lettere che i lavori non possono partire.

Infatti, il Servizio regionale Valutazioni e Incidenze Ambientali, mai formalmente coinvolto nella procedura autorizzativa, ha dichiarato (nota prot. n. 21211 del 9 luglio 2026) :“…si è potuto dedurre che:

• l’impianto è localizzato nel territorio di Santu Lussurgiu, in terreni distinti in catasto al foglio 28, particelle 49, 42, 19, al foglio 29, particelle 3 e 2938, al foglio 30 particella 122, in un’area estesa circa 30 ha a destinazione agricola, classificata E2 secondo il P.U.C vigente;

• la potenza di picco dell’impianto è di 19,847 MWp;

• l’impianto sarebbe d tipo agrivoltaico in quanto il progetto è corredato da una proposta di gestione agricola delle superfici interessate, basata prevalentemente sull’utilizzo pastorale e foraggero del fondo, come desumibile dall’oggetto e secondo quanto riportato nella nota del C.F.V.A. “.

Conseguentemente, l’impianto energetico in progetto “dovrà essere sottoposto alla procedura di verifica di assoggettabilità a V.I.A. di competenza di questo Servizio”.

Inoltre, il Servizio regionale Valutazioni e Incidenze Ambientali ha ricordato che

“• ai sensi dell’art. 29, comma 1 del D. lgs 152/2006 e s.m.i., i provvedimenti di autorizzazione di un progetto adottati senza la verifica di assoggettabilità a VIA o senza la VIA, ove prescritte, sono annullabili per violazione di legge;

• la L.R. n. 20/2024 e s.m.i., nella parte ancora vigente a seguito del pronunciamento della Corte Costituzionale, con sentenza n. 184/2025, prevede all’art. 1, c. 6, che «La realizzazione degli impianti e degli accumuli FER, indipendentemente dalla loro collocazione […], è vincolata al rispetto dei requisiti e delle prescrizioni di cui all’allegato G […]», il quale, tra l’altro, al c. 2, dispone che gli «[…] impianti agrivoltaici nelle zone urbanistiche omogenee E “Agricole” […] possono essere proposti esclusivamente da coltivatori diretti (CD) e imprenditori agricoli professionali (I.A.P.)»;

• il D.lgs 190/2024, come modificato dalla legge 15 gennaio 2026, n. 4, prevede altresì, all’art. 11 bis, comma 2, che «per l’installazione di un impianto agrivoltaico, il soggetto proponente si dota di dichiarazione asseverata redatta da un professionista abilitato che attesti che l’impianto è idoneo a conservare almeno l’80 per cento della produzione lorda vendibile».”.

Il progetto, invece, oltre a non aver svolto la preventiva e vincolante procedura di verifica di assoggettabilità a V.I.A., è stato proposto dalla società energetica triestina San Leonardo di Siete Fuentes srl, non da un coltivatore diretto o da un imprenditore agricolo. Non pare aver, poi, certificata l’idoneità alla conservazione di almeno l’80% dell’energia producibile lorda.

Decisamente poco consona, invece, la posizione espressa dal SUAPE dell’Unione dei Comuni del Montiferru e Alto Campidano (nota prot. n. 1186 del 23 aprile 2026), che ha trovato corretta la procedura di autorizzazione PAS, senza nemmeno ipotizzare una revoca per evidenti carenze autorizzatorie.

Comunque, piaccia o no Insomma, non se ne fa nulla, almeno per ora.

Non si sente proprio il bisogno di uno stravolgimento di un sito di così grande rilevanza naturalistica e storico.culturale.

Qualche dato sulla tutt’altro che virtuosa transizione energetica in Italia.


La realtà della speculazione energetica.

L’inesistenza di una buona pianificazione energetica, basata sulle reali esigenze e sulla salvaguardia dei valori ambientali, storico-culturali, identitari, socio-economici del territorio ha provocato una situazione semplicemente folle e ingestibile.

Fra gli indici più eclatanti è la corsa all’approvazione di un qualsiasi progetto produttivo di energia da fonti rinnovabili.

I numeri sono chiari, pubblici e incontestabili.

In tutto il territorio nazionale le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 30 aprile 2026 risultano complessivamente ben 5.813, pari a 320,71 GW di potenza, suddivisi in 3.613 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 142,27 GW (44,36%), 2.061 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 108,22 GW (33,74%), 99 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a mare per 67,66 GW (21,10%), 23 richieste di impianti di produzione energetica da fonte idroelettrica per 2,24 GW (0,70%), 12 richieste di impianti di produzione energetica da biomasse per 0,7GW (0,08%) e 5 richieste di impianti di produzione energetica da fonte geotermica per 0,07 GW (0,02%).

I sostenitori senza se e senza ma di qualsiasi impianto rinnovabile obiettano che non tutte le istanze di connessione di nuovi impianti alla rete poi si realizzano.

Vero, ma è anche vero che tali procedure hanno un costo e difficilmente si trova un qualsiasi imprenditore desideroso di buttar soldi al vento.

Lo testimonia il numero delle procedure di valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.) in corso relativamente a progetti di nuovi impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili (FER), secondo i dati pubblicati dal Ministero della Cultura – Soprintendenza speciale per il PNRR.

Sempre al 30 aprile 2026 sono in corso ben 2.593 procedure di V.I.A. su tutto il territorio nazionale per impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili per 203,297 GW di potenza, cioè più di 2,5 volte gli 80 GW in più ritenuti necessari al 2030 secondo l’attuale pianificazione energetica (Piano nazionale integrato Energia e Clima – PNIEC).

Il numero più elevato è in Puglia (387), segue la Sardegna (246), poi la Basilicata (148), dopo le altre Regioni.

La Soprintendenza speciale per il PNRR da tempo ha espresso chiaramente che cosa sta accadendo, perché , dopo approfondite valutazioni, ha evidenziato in modo chiaro e netto: “… è in atto una complessiva azione per la realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile (fotovoltaica/agrivoltaica, eolico onshore ed offshore) … tanto da prefigurarsi la sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno … previsto … a livello nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte rinnovabile ha raggiunto il complessivo valore di circa 328 GW rispetto all’obiettivo FF55 al 2030 di 70 GW” (nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024)”.

Perché accade allora?

Perché l’energia da fonti rinnovabili per legge viene pagata al produttore anche se non viene consumata.

In Sardegna – isola e perciò con collegamenti energetici limitati – la situazione è ancora più folle.

Nell’Isola, le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 30 aprile 2026 risultavano complessivamente ben 613, pari a 44,58 GW di potenza, suddivisi in 383 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 16,04 GW (35,98%), 206 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 13,96 GW (31,31%), 23 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica  a mare 14,58 GW (32,70%) e 1 richiesta di impianti di produzione energetica da fonte idroelettrica per 0,01 GW (0,01%).

44,58 GW significa più di 23 volte gli impianti oggi esistenti in Sardegna, aventi una potenza complessiva di 3,660 GW (dati Terna  statistiche regionali, 2023).

I 246 procedimenti di V.I.A. in corso riguardano nuovi impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili per 40,847 GW di potenza, comunque più di 6,58 volte la potenza da installare (6,2 GW) al 2030 secondo l’attuale pianificazione energetica.

Un’overdose di energia che non potrebbe esser consumata sull’Isola, non potrebbe esser trasportata verso la Penisola (quando entrerà in funzione il Thyrrenian Link la potenza complessiva dei tre cavidotti sarà di poco più di 2 mila MW), non potrebbe esser conservata (a oggi gli impianti di conservazione approvati sono molto pochi e di potenza estremamente contenuta).

Attualmente, la Sardegna continua a produrre ben più energia di quanto serva a livello regionale, il resto lo esporta: nel 2023 (ultimi dati disponibili, Terna  statistiche regionali, 2023) sono stati prodotti 12.563,1 gigawattora (GWh), di cui 8.621,6 derivanti dal termoelettrico; 1.935,6 dall’eolico; 1.520,9 dal solare; 483,5 dall’idroelettrico; 1,5 da impianti di accumulo.  Tuttavia, il fabbisogno regionale non ha superato i 7.636,9 GWh e ben 3.508,3 GWH sono stati esportati verso la Penisola. Si verificano perdite per 507,8 GWh. 

L’esportazione di energia è risultata pari al 27,92% di quella prodotta.

Risultano installati (2023) impianti energetici a combustibili fossili per MW 2.365 di potenza installata e impianti energetici da fonti rinnovabili per MW 3.660.  

La produzione energetica a intermittenza degli impianti rinnovabili e la capacità comunque limitata (anche in prospettiva) di accumulo fa si che, pur avendo una potenza installata ben superiore, producano meno gigawattora (GWh).

Per contrastare i cambiamenti climatici l’unica prospettiva sensata è quella della corretta transizione energetica dalle fonti fossili tradizionali (petrolio, carbone, gas naturale) alle fonti rinnovabili (sole acqua, vento).

Per la Sardegna, invece, vengono adottate scelte schizofreniche, essendo stata aperta anche la strada per l’utilizzo massivo del gas naturale, oggi assente, nonostante il pesante impatto ambientale e socio-economico e la decisamente scarsa utilità.

Che cosa si potrebbe fare. Le proposte.

Dopo aver quantificato il quantitativo di energia elettrica realmente necessario a livello nazionale, sarebbe cosa ben diversa se fosse lo Stato a pianificare in base ai reali fabbisogni energetici le aree a mare e a terra dove installare gli impianti eolici e fotovoltaici e, dopo coinvolgimento di Regioni ed Enti locali e svolgimento delle procedure di valutazione ambientale strategica (V.A.S.), mettesse a bando di gara i siti al migliore offerente per realizzazione, gestione e rimozione al termine del ciclo vitale degli impianti di produzione energetica.

Inoltre, come afferma e certifica l’I.S.P.R.A.(vds. Report Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2023, Report n. 37/202)), è molto ampia la superficie potenzialmente disponibile per installare impianti fotovoltaici sui tetti, considerando una serie di fattori che possono incidere sulla effettiva disponibilità di spazio (presenza di comignoli e impianti di condizionamento, ombreggiamento da elementi costruttivi o edifici vicini, distanza necessaria tra i pannelli, esclusione dei centri storici).

Qui la stima ISPRA 2023, suddivisa per superfici utili per ogni Comune italiano.

Dai risultati emerge che la superficie netta disponibile può variare da 757 a 989 km quadrati. In sostanza, si spiega, “ipotizzando tetti piani e la necessità di disporre di 10,3 m2 per ogni kW installato, si stima una potenza installabile sui fabbricati esistenti variabile dai 73 ai 96 GW”. A questa potenza, evidenziano i ricercatori dell’Ispra, si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, in corrispondenza di alcune infrastrutture, in aree dismesse o in altre aree impermeabilizzate; “ipotizzando che sul 4% dei tetti sia già installato un impianto, si può concludere che, sfruttando gli edifici disponibili, ci sarebbe posto per una potenza fotovoltaica compresa fra 70 e 92 GW”. Analoghe considerazioni sono state argomentate (vds. Fotovoltaico, all’Italia basterebbero i capannoni industriali, su Nuova Energia 3/2023) dal Prof. Angelo Spena, professore emerito di Fisica Tecnica Ambientale e Gestione ed Economia dell’Energia presso l’Università degli Studi di Roma – Tor Vergata, in precedenza presso le Università di Roma La Sapienza e di Perugia, attualmente Presidente del Gestore Mercati Energetici (GME), società pubblica che agisce nel rispetto degli indirizzi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e delle previsioni regolatorie definite dall’Autorità di Regolazione per Energia Rete e Ambiente (ARERA). Il GME organizza e gestisce i mercati dell’energia elettrica, del gas naturale e quelli ambientali, nel rispetto dei principi di neutralità, trasparenza, obiettività e concorrenza.

Ulteriore elemento produttivo – finora non adeguatamente preso in considerazione – è individuabile nella realizzazione di pannelli fotovoltaici lungo le principali arterie stradali (autostrade, superstrade)

Energia producibile senza particolari impatti ambientali e conflitti sociali.

Energia producibile in modo diffuso, democratico, più facilmente controllabile dalle popolazioni interessate.

Forse, la risposta alla domanda è proprio qui: tale produzione energetica danneggerebbe i grandi produttori, compresi quelli di proprietà pubblica.

Qui un approfondimento del complesso rapporto fra energia e territorio e sulle proposte del GrIG: Quali soluzioni per una transizione energetica che realmente rispetti l’ambiente e il territorio?

Che cosa può fare ognuno di noi.

Nessun cittadino che voglia difendere il proprio ambiente e il proprio territorio, salvaguardando contemporaneamente il proprio portafoglio, può lavarsene le mani.

Quanto sta accadendo oggi in Italia nell’ambito della transizione energetica sta dando corpo ai peggiori incubi sulla sorte di boschi, campi, prati, paesaggi storici del nostro Bel Paese.

Il sacrosanto passaggio all’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile (sole, vento, acqua) dalle fonti fossili tradizionali (carbone, petrolio, gas naturale) in assenza di pianificazione e anche di semplice buon senso sta favorendo le peggiori iniziative di speculazione energetica.

E’ ora che ciascuno di noi faccia sentire la sua voce: firma, diffondi e fai firmare la petizione popolare Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica!

La petizione popolare, promossa dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), si firma qui https://chng.it/MNPNNM9Q62. Ormai siamo più di 23 mila ad averlo già fatto.

Fra le migliaia di sottoscrizioni, quelle di personalità della cultura impegnate nella tutela del Bel Paese (fra queste Caterina Bon Valsassina, dirigente del Ministero della Cultura e Direttrice dell’Istituto Centrale del Restauro, Margherita Eichberg, Soprintendente per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, Gino Famiglietti, dirigente del Ministero della Cultura), archeologi (fra loro Carlo Tronchetti, Angela Antona, Margherita Corrado), uomini di scienza (come l’antropologa Maria Gabriella Da Re, lo psicoterapeuta Alberto Schön, il biologo ed etologo Sandro Lovari), personalità impegnate nella società, in politica e nell’economia, come Renato Soru, Vannozza Della Seta, Cesare Baj, anche personaggi dello spettacolo, come l’attrice Caterina Murino e la notissima cantante Nada, impegnata da tempo per contrastare la speculazione energetica nella sua Maremma.

Soprattutto migliaia e migliaia di cittadini che vogliono esser ascoltati.

Siamo ancora in tempo per cambiare registro.

In meglio, naturalmente.


da qui

sabato 11 luglio 2026

Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia - Laura Guglielmi


Ci sono giornaliste che obbligano il mondo a guardarsi allo specchio. Lydia Cacho appartiene a una costellazione di donne che hanno trasformato il giornalismo in un atto di coraggio civile. Un atteggiamento verso la professione che ricorda, da vicino, quello di Politkovskaja, perseguitata e uccisa in Russia per avere denunciato la brutalità del potere (vedi qui); o quella di Taro, che pagò con la vita il suo modo di raccontare la guerra (vedi qui); o ancora quella di Nellie Bly, che si fece rinchiudere in un manicomio per smascherare gli abusi (vedi qui). La genealogia è la stessa: reporter che hanno scelto di vedere ciò che altri evitano persino di pensare. Non hanno scelto la via più facile, ma quella più pericolosa, l’unica che permetteva loro di dire la verità.

Cacho, nasce a Città del Messico nel 1963; sua madre – psicologa e femminista di origine franco-portoghese – le insegna che la dignità non si negozia. È un imprinting che tornerà in ogni pagina, in ogni indagine, in ogni ferita. Presto capisce che per spiegare il Messico, per farlo davvero, bisogna scendere negli abissi della violenza domestica e sessuale contro donne e bambini, dove lo Stato preferisce non guardare. Negli anni Novanta, lavora nei centri di accoglienza per donne maltrattate, ascolta storie che nessuno vuole ascoltare, vede da vicino la trama di complicità che protegge i carnefici. È lì che matura la convinzione che il giornalismo non può limitarsi a registrare: deve intervenire, deve rompere il silenzio, deve diventare strumento di protezione per chi non ha voce.

Nel 2005, pubblica Los demonios del Edén. El poder que protege a la pornografía infantil, un libro che scuote il Paese. Cacho documenta un vasto giro di pedofilia e sfruttamento minorile, facendo nomi e cognomi di imprenditori, politici, uomini di affari, protetti da una rete di potere che si crede intoccabile. Non è solo un’inchiesta: è un atto d’accusa contro un sistema che normalizza la violenza e garantisce l’impunità. Le istituzioni messicane reagiscono come spesso fanno i poteri feriti: si vendicano. Nel dicembre 2005, Cacho è arrestata, sequestrata dalla polizia e condotta a Puebla. Quello che doveva essere un trasferimento si trasforma in un viaggio all’inferno lungo 1.500 chilometri, durato venti ore. Sola, in un’auto con tutti agenti uomini, l’autrice è privata di tutto: del cibo, del sonno, del diritto di andare in bagno e delle medicine necessarie per curare la sua bronchite. In quel veicolo, si consuma una violenza feroce, sia fisica sia psicologica. Sotto la costante minaccia di morte, Cacho subisce palpeggiamenti e abusi sadici da parte di un agente, che le inserisce la pistola in bocca per poi passarla sul seno e puntarla contro i genitali, umiliandola fino a farle perdere il controllo del proprio corpo. Quando l’auto finalmente arriva alla procura di Puebla, l’incubo non finisce: ad attenderla, nuove aggressioni fisiche e palpazioni forzate. Nemmeno l’ingresso formale nel carcere preventivo, riesce a proteggerla da un flusso continuo di minacce.

Una violenza non solo politica, ma fisica, diretta, brutale. Cacho, del resto, non era nuova a questi abusi: nel 1999 era già stata aggredita e violentata in un bagno pubblico, un attacco che lei stessa collega alle sue prime indagini sulla tratta. Nel 2007, la sua auto era stata sabotata. Vive per anni sotto scorta, cambia casa più volte, riceve minacce quotidiane. Eppure, non arretra. Continua a indagare, a denunciare, a dirigere il centro di protezione per donne e bambine vittime di violenza, a Cancún, uno dei pochi luoghi del Paese dove chi fugge da reti di sfruttamento può trovare rifugio. La sua vita trascorre in un equilibrio precario, tra la necessità di proteggersi e quella, più forte, di continuare a parlare. Ma non smette: dal 2006, Cacho è tra le voci più autorevoli nel denunciare e documentare i femminicidi di Ciudad Juárez, un luogo famoso per le tremende uccisioni di centinaia di donne. Tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, si stima che ne siano state uccise da quattrocento a mille, uno dei casi più emblematici di violenza di genere al mondo.

Il suo lavoro investigativo ha contribuito a sollevare il velo su una realtà agghiacciante: queste ragazze, spesso giovanissime e migranti interne, si trovavano a Juárez da sole, attirate dal miraggio di un salario nelle grandi fabbriche di montaggio statunitensi, le maquilladoras, dislocate lungo la frontiera. Separate dalle proprie famiglie, prive di tutele, erano diventate i bersagli di un sistema criminale sistematico. In Messico, infatti, il femminicidio è alimentato da un tasso di impunità altissimo, con i corpi delle donne usati come merce, o come messaggi di terrore, dai cartelli del narcotraffico. Il suo lavoro racconta un Messico che non vuole vedersi: un Paese in cui il femminicidio è quotidiano, dove la violenza contro le donne è sistemica, e dove l’impunità è la regola.

“Il problema non è solo la violenza – ripete infatti –, è l’impunità che la normalizza”. Le sue parole risuonano come un atto di accusa non solo contro i singoli responsabili, ma contro un intero sistema che preferisce ignorare. Eppure, proprio perché così scomoda, la sua voce diventa impossibile da silenziare. Amnesty International la definisce “forse la più famosa giornalista investigativa del Messico”, mentre una rete internazionale di artisti, intellettuali e attivisti, da Iñárritu a Susan Sarandon, da Gael García Bernal a Noam Chomsky, si mobilita per proteggerla. Un prezioso aiuto e uno stimolo a continuare, così come i premi prestigiosi, tra cui il Ginetta Sagan per i diritti delle donne e dei bambini, del 2007: è la prima cittadina messicana a ricevere questo prestigioso riconoscimento. Come ricorda la motivazione del premio Unesco, ricevuto nel 2008, Lydia Cacho ha voluto stare in prima linea per esigere la risoluzione dei casi irrisolti di Juárez, contribuendo a rendere “femminicidio” non più solo un termine sociologico, ma una categoria giuridica internazionale.

Nel luglio del 2019, Lydia Cacho è vittima di un grave attentato. Due uomini armati fanno irruzione nella sua abitazione a Cancún, uccidendo i suoi cani, rubando materiale d’indagine e lasciando chiare minacce di morte, costringendola a fuggire in esilio in Spagna. Per fortuna lei non è in casa. Oggi Lydia Cacho vive a Madrid, in un esilio blindato e sotto scorta ufficiale; il governo spagnolo le ha concesso la cittadinanza. In Europa, ha ricostruito una quotidianità spezzata, ma ha rifiutato il ruolo di vittima silenziosa: continua a scrivere, a coordinare reti di protezione contro la tratta, e a collaborare a serie e documentari per aggirare i silenzi giudiziari. Il prezzo emotivo, tuttavia, resta altissimo. Chi la incontra descrive una donna dalla forza intatta, ma i cui occhi tradiscono la nostalgia per il suo Messico e il trauma dell’ultima aggressione subìta nel 2019. Vivere in Spagna significa abitare in una terra di mezzo: il corpo è in salvo, tra le strade ordinate, ma la mente e il cuore sono ancora là, a scavare nella sabbia insieme alle madri di Juárez per pretendere giustizia.

La sua storia è un promemoria feroce: il giornalismo può ancora essere un atto di resistenza, un gesto di protezione, un modo per restituire dignità a chi l’ha perduta. E ci sono donne che, pur sapendo di essere nel mirino, continuano a scrivere. Perché il silenzio, quello sì, uccide.

https://www.terzogiornale.it/2026/06/17/lydia-cacho-paladina-del-giornalismo-di-denuncia/