sabato 28 febbraio 2026

L’ Auschwitz degli animali

 

Il 27 Aprile 1940, il capo delle SS e della polizia tedesca, Heinrich Himmler, ordino’ la costruzione di quello che sarebbe divenuto il piu’ famoso dei campi di concentramento/sterminio nazisti, situato vicino alla citta’ di Oswiecim, in Polonia. La costruzione consisteva di tre campi principali, suddivisi in 45 unita’.
Si chiamava Auschwiz.

Le camere a gas ed i crematori erano situati ad Auschwiz II (Birkenau).

TRASPORTI

Dal marzo 1942 fino alla liberazione operata dalle truppe sovietiche (27 gennaio 1945), treni contenenti migliaia di ebrei, provenienti dai Paesi occupati in Europa continuarono ad arrivare ogni giorno alla stazione di Auschwitz-Birkenau, chiamata rampa. Rapiti dalle loro case dai soldati nazisti, gli ebrei venivano trasportati, in affollati carri bestiame, spesso senz’acqua ne’ cibo, in viaggi che potevano durare fino a tre settimane. Durante il trasporto, spesso si verificavano incidenti, e in molti giunsero ai campi quasi morti o in condizioni che li rendevano incapaci di lavorare. I nazisti uccidevano queste persone sparandogli.

Per chi non era la’, e’ difficile immaginare le sofferenze fisiche e psicologiche provocate dai lunghi viaggi che portavano ai campi di concentramento. Molti di noi, giustamente, oggi reagiscono con orrore a queste descrizioni. Nonostante cio’, gli US continuano a sottoporre non centinaia, ma 25 milioni di animali senzienti al giorno a trasporti altrettanto barbarici, crudeli e disumani. E’ estremamente frequente e considerato una routine che questi animali muoiano di fame, freddo o a causa di altre forme di maltrattamento. Attualmente non esistono leggi a protezione degli animali che giungono a destinazione in condizioni che li rendano incapaci di camminare; essi vengono generalmente trascinati fuori dai camion usando delle catene, per essere macellati o abbandonati ad agonizzare per ore o giorni prima che sopraggiunga una morte liberatoria.

SELEZIONE

Non appena giungevano a Birkenau, ai prigionieri veniva ordinato di lasciare i propri bagagli sul treno e mettersi in fila sulla banchina. Durate un processo chiamato Selektion, coloro che gli ufficiali delle SS ritenevano abbastanza sani e adatti per i lavori forzati venivano separati da quelli considerati inadatto al lavoro. I sopravvissuti hanno descritto scenari terrificanti: le famiglie venivano separate e i bambini troppo giovani per lavorare venivano strappati urlanti dalle braccia delle madri. Cio’ che di meglio una madre terrorizzata poteva sperare in questa situazione era che le fosse riconosciuto il diritto di morire insieme ai propri figli. I giovani, i vecchi, i malati, i disabili e chi era psicofisicamente esausto, venivano generalmente uccisi entro poche ore dall’arrivo.

Nei mattatoi, gli animali ”inutili” vengono separati da quelli ”utili” e scartati in una maniera altrettanto barbarica ed atroce. I pulcini maschi nati dalle galline da cova (inutili perché non produrranno mai uova) vengono separati dalle loro sorelle per essere gettati ancora vivi in appositi trituratori. Allo stesso modo, i vitelli maschi (inutili per l’industria casearia perché non possono produrre latte) vengono strappati alle madri fin dalla nascita per essere torturati per l’intero corso dellla loro breve esistenza, costretti all’isolamento in gabbie troppo strette anche solo per girare su se stessi. Questi vitelli verranno alimentati intenzionalmente con una dieta carente per provocare in essi l’anemia, impedendo la produzione di emoglobina e privandone i muscoli dell’apporto adeguato di sangue e ossigeno, per produrre una qualita’ più bianca delle loro carni, gradita ai consumatori. L’industria della carne, probabilmente il ramo più crudele dell’allevamento di animali, è strettamente legata all’industria casearia, e perciò all’acquisto e consumo di latte, formaggio ed altri prodotti dei caseifici.

LAVORI FORZATI

Il cancello d’ingresso di Auschwitz era sovrastato da un cartello con scritto “ARBEIT MACHT FREI”: Il lavoro rende liberi.
Non e’ chiaro se Rudolph Höss, il comandante del campo, considerasse questa una beffa o un qualche stupido tipo di messaggio spirituale; in ogni caso, la promessa non veniva mantenuta. L’aspettativa di vita di chi lavorava ad Auschwitz era al massimo di quattro mesi. Diverse fabbriche tedesche ubicate in Polonia utilizzarono un grande numero di operai schiavizzati prelevati dal campo di Auschwitz, che spesso lavoravano per turni della durata di 20 ore al giorno, sette giorni alla settimana, ai quali veniva fornito poco o nessun cibo. Quando questi operai divenivano troppo deboli per mantenersi efficienti, venivano rapidamente uccisi e sostituiti.
Altri erano costretti a lavorare all’interno dei campi. Un’operazione che veniva chiamata kanada consisteva nel pulire i vagoni – raccogliendo i possessi personali rimasti a bordo (per spedirli in Germania) e rimuovendo i resti di coloro che non erano sopravvissuti al viaggio. Sonderkommando era il nome che veniva dato all’operazione di rimozione delle spoglie e d’incenerimento nei crematori delle migliaia di persone quotidianamente assassinate nelle camere a gas. A volte gli incaricati di questo lavoro dovettero cremare i resti dei propri familiari. All’interno dei campi, la Selektion avveniva senza preavviso, eliminando periodicamente i reclusi divenuti troppo deboli per poter essere considerati utili. Inoltre, anche coloro che riuscivano a mantenersi in forze venivano sterminati dopo pochi mesi di prigionia, per evitare che tra i prigionieri circolassero troppe informazioni.

I nazisti riuscirono a costringere i loro prigionieri a fare cose che nessuna persona in nessuna immaginabile condizione potrebbe compiere volontariamente.
Forse la falsa promessa fatta da Rudolph Höss convinse alcuni che, se avessero collaborato, avrebbero avuto risparmiata la vita. Sebbene alcuni prigionieri riuscirono a fuggire dai campi di concentramento (e molti altri morirono nel tentativo di fuggire) e sebbene sollevazioni e rivolte (la piu’ famosa fu quella del Sonderkommando, che porto’ alla distruzione del crematorio) ebbero luogo, la silenziosa obbedienza alle piu’ perverse e terrificanti pretese dei nazisti rappresento’ la norma, piu’ che l’eccezione.
Il terrore, la brutalita’ e la costante minaccia di morte e tortura, le tattiche usate dai nazisti per garantirsi l’obbedienza da parte dei lavoratori schiavizzati, vengono ancor oggi usate allo stesso modo contro gli animali, per costringerli a lavorare nei circhi ed in altri spettacoli.
Alcuni sostengono che gli animali siano felici di esibirsi perche’ desiderano fare contenti i loro proprietari. Naturalmente questo e’ vero; come i prigionieri di Auschwitz, essi sono spinti a questi comportamenti dal costante terrore di cio’ che verrebbe fatto loro qualora disobbedissero. Purtroppo non esiste alcuna forma di ricompensa, neppure per il piu’ alto livello di obbedienza che questi animali schiavizzati possano raggiungere.
Cosi’ come avveniva nelle fabbriche tedesche in Polonia, sostituire con altri gli animali sovraccaricati di lavoro e malnutriti fino alla morte, viene generalmente considerato piu’ economico che garantire la salute ed il benessere delle singole creature.

ESPERIMENTI

Josef Mengele, ricercatore medico, giunse ad Auschwitz nel Maggio del 1943.

Che sia stato assegnato al reparto Selektion o no, Mengele viene ricordato come una presenza ubiqua sulla rampa, alla ricerca costante di gemelli, nani, giganti, e di chiunque altro presentasse tratti ereditari inusuali, sui quale avrebbe potuto condurre esperimenti. Era particolarmente affascinato dai gemelli, e con un’inesauribile disponibilita’ di soggetti (sono stati calcolati 3000 gemelli in 2 anni), l’unico limite per la sua sperimentazione era l’immaginazione. Il sangue veniva prelevato quotidianamente, in quantita’ tali da portare alla morte entrambi i gemelli.
A volte sperimentava massicce trasfusioni di sangue tra gemelli. Iniettava potenti prodotti chimici, che provocavano dolore e cecita’, direttamente negli occhi, nel tentativo di cambiare il loro colore e renderli azzurri. Malattie mortali, come il tifo e la tubercolosi, venivano indotte in uno solo dei gemelli. Quando questi moriva, veniva ucciso anche l’altro e si procedeva all’autopsia per determinare gli effetti della malattia.
Altre volte uccideva i gemelli congelandoli, o sottoponendoli a esperimenti d’isolamento prolungato. Normali gemelli venivano cuciti uno all’altro per creare artificialmente dei siamesi. Da gemelli di sesso opposto, a volte pretendeva una gravidanza incestuosa. Rimozioni sperimentali d’organi, amputazioni e castrazioni non prevedevano anestesia.

JOsef Mengele, secondo solo allo stesso Hitler, e’ probabilmente il gerarca nazista universalmente piu’ disprezzato. Le migliaia di torture che mise in pratica nei suoi esperimenti dimostrano una natura disturbata e un totale disprezzo per il valore sia degli individui che della vita stessa. Era probabilmente consapevole che i suoi esperimenti non avevano alcun valore scientifico e sembra li abbia compiuti solo per divertimento, o a giustificazione del proprio ”lavoro”.
Il mondo accolse con orrore le notizie degli orrori perpetrati da Mengele. Anche se riusci’ a nascondersi per il resto della sua vita in Argentina, Mengele verra’ ricordato per sempre come un criminale di guerra, e le sue atrocita’ condannate come pura malvagita’.

Sfortunatamente, il sadismo e la malvagita’ non sono scomparse dalla scienza medica insieme a Mengele. Nei laboratori di tutto il mondo, centinaia di milioni di animali senzienti (compresi cani, gatti e primati) vengono ancora oggi sottoposti ogni anno a esperimenti ,crudeli e inutili quanto quelli di Mengele. Nonostante la promessa di cure miracolose, i risultati cui e’ giunta fino ad oggi la vivisezione (cioe’ la sperimentazione cruenta su animali vivi) va dal nulla al fuorviante (farmaci che non avevano avuto effetti collaterali sugli animali, ad esempio, hanno causato devastanti difetti alla nascita, nei figli degli umani che ne facevano uso). Nonostante cio’, la ricerca medica continua spesso a portare avanti queste inutili, ridondanti pratiche, ignorando la disponibilita’ di metodi d’indagine piu’ affidabili, evoluti, e di minor spesa, come ad esempio le colture di cellule o i modelli computerizzati. Motivo? La vivisezione garantisce guadagni maggiori.

MATTATOI

Ad Auschwitz, la morte veniva dispensata sotto molte forme.

Numerosi prigionieri venivano fucilati e i loro corpi seppelliti in enormi fosse comuni o semplicemente accatastati all’aperto uno sull’altro.
Nei casi in cui la fucilazione non portava immediatamente alla morte, le vittime sanguinanti sopravvivevano talvolta per ore nelle fosse comuni, fino a quando non soffocavano a causa dei corpi che continuavano ad essere deposti su di loro.
Si dice che Mengele preferisse uccidere iniettando direttamente nel cuore del cloroformio e molte delle sue vittime vennero assassinate in questo modo. Lo strumento piu’ ampiamente utilizzato per uccidere furono le camere a gas.
A Birkenau ne vennero costruite quattro, ciascuna delle quali permetteva di uccidere 6.000 persone al giorno. Queste camere erano state progettate in modo da ricordare delle docce, per ingannare i prigionieri appena giunti alla rampa, dicendo loro che si trattava soltanto di un procedimento necessario per la disinfestazione del campo.
Introdotte le vittime nelle camere, queste venivano riempite con un gas chiamato Zyclon B (originariamente adoperato come insetticida). Per coloro che si trovavano vicini alle ventole dalle quali penetrava il gas, la morte sopraggiungeva rapidamente; quelli piu’ lontani e’ probabile che agonizzassero per diversi minuti prima di morire, pienamente coscienti di cio’ che stavano subendo. Spesso le vittime venivano costrette nelle camere a gas in cosi’ gran numero, che anche dopo la morte i loro corpi rimanevano in piedi, schiacciati uno vicino all’altro.

Alcuni tra coloro che mangiano carne, cercano di giustificare l’industria alimentare ed i macelli sostenendo che ”e’ naturale” che i predatori uccidano le proprie prede. Sebbene sia ovvio che nelle nostre vite, sotto tutti gli altri aspetti – dall’uso degli aerei e dei computer fino al sistema economico ed ai governi – ci siamo parecchio allontanati dalla natura, quest’argomentazione ipotizza che in un solo ed unico aspetto saremmo incapaci di allontanarci dalle abitudini dei nostri piu’ lontani progenitori. Quest’ipotesi dimostra senza dubbio una percezione ingenua dell’umanita’ e della sua capacita’ di superare le costrizioni ‘naturali’.
I metodi di uccisione adottati dagli umani non hanno, tra l’altro, nulla di ”naturale”. In ”natura”, i predatori intraspecifici possono uccidersi tra loro combattendo per il territorio, per l’accoppiamento o per le risorse alimentari. Ben lontani dall’essere un’eccezione, gli umani, nel corso della storia, si sono dimostrati la piu’ assetata di sangue ed assassina tra tutte le speci. L’assassinio, percio’, dovrebbe essere considerato ”naturale”, ma noi non lo assolviamo, ne’ lo accettiamo come una parte necessaria di cio’ che siamo. Nessuna persona sensata definirebbe le camere a gas di Birkenau ”naturali”, inevitabili o accettabili come fatalita’ occasionali risultanti da competizioni intraspecifiche paragonabili a quelle che avvengono in natura.
Non c’e’ maggior logica nel collegare l’efficenza assassina di un predatore selvatico con le catene di montaggio della morte degli allevamenti intensivi e dei moderni mattatoi. Ne’ il genocidio dell’Olocausto ne’ gli allevamenti intensivi, semplicemente, hanno precedenti in natura.
La parola ”allevamento” fa pensare la maggior parte di noi a idilliache immagini di vita in campagna: galline che razzolano nella terra, mucche che ruminano tranquillamente, maiali che si godono un bagno di fango all’ombra di una collina. La morte, in queste piacevoli fantasie, sopraggiunge attraverso un proiettile ben mirato al centro della testa da un contadino gentile; e’ pietosa, veloce ed indolore, e avviene al termine di un’esistenza gioiosa spesa all’aria aperta. In realta’, il 90 percento degli animali allevati per l’industria alimentare negli allevamenti intensivi e’ fortunato se vede la luce del giorno almeno una volta nel corso della propria vita.
La loro esistenza si svolge al chiuso, stipati talmente strettamente da rendere impossibili i loro movimenti normali. E’ impossibile mantenere un livello igienico adeguato in un cosi’ gran numero di animali, ed essi spendono la proprie vite a contatto delle proprie deiezioni.
Ai polli vengono tagliati i becchi, senz’alcuna anestesia, per impedire che si becchino a vicenda fino ad uccidersi, nel futile tentativo di sfuggire ai tormenti che infliggiamo loro.
Nonostante siano nutriti con numerosi antibiotici, le malattie rappresentano circa il 20 percento delle cause di morte. Anche per la minuta percentuale di animali allevati in condizioni meno intensive (”free range”), la macellazione rappresenta una prassi brutale.
Aspettando allineati il proprio turno, gli animali sentono, vedono e odorano la morte di quelli che vengono uccisi prima di loro. Lo stordimento elettrico che dovrebbe garantirne l’anestetizzazione, risulta inefficace circa il 40 percento delle volte. A questi animali viene tagliata quindi la gola mentre sono pienamente coscienti.

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venerdì 27 febbraio 2026

Come i Lupi vedono gli uomini - Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

Un’importante ricerca etologica condotta da un gruppo interdisciplinare di studiosi apre una finestra molto interessante su come il Lupo (Canis lupusvede l’Uomo e le sue attività.

La ricerca Wolves respond differently to human cues as they expand into urban landscapes, svolta da Martina Lazzaroni, Rudy Brogi, Francesca Brivio, Sarah Marshall-Pescini e pubblicata su PNAS (17 febbraio 2026) si è svolta sull’Appennino Tosco-Emiliano e ha condotto a risultati particolarmente rilevanti.

Da leggere e prendere in grande considerazione.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

su PNAS17 febbraio 2026

I lupi rispondono in modo diverso ai segnali umani mentre si espandono nei paesaggi urbani(Martina Lazzaroni, Rudy Brogi, Francesca Brivio, Sarah Marshall-Pescini)

Significato

Grazie a test sperimentali condotti in natura su lupi riconosciuti individualmente, forniamo informazioni uniche su come i lupi stiano adattando il loro comportamento nelle aree più densamente antropizzate. Condotti in una delle regioni in cui la colonizzazione da parte dei lupi di paesaggi dominati dall’uomo è iniziata prima e si è sviluppata più ampiamente, dimostriamo che i lupi nelle aree più urbanizzate diventano meno diffidenti nei confronti delle novità, ma anche più vigili nei confronti dei cambiamenti nel loro ambiente, pur mantenendo una forte e pervasiva paura dei segnali che indicano la presenza umana diretta (voci). Questi risultati evidenziano la natura complessa e dipendente dal contesto della paura dei lupi e la sua variazione lungo il gradiente di urbanizzazione, offrendo una finestra sul futuro della coesistenza lupo-uomo.

 

Abstract

I lupi (Canis lupus) che ricolonizzano paesaggi dominati dall’uomo incontrano rischi e opportunità antropici, ma non si sa come questo influenzi la loro paura degli umani. Abbiamo testato 185 lupi selvatici identificati individualmente in 44 località che coprono un ampio gradiente di urbanizzazione, esponendoli a nuovi oggetti e riproduzioni umane. I lupi provenienti da aree più urbanizzate hanno mostrato una riduzione della paura alla prima esposizione a un oggetto, ma una maggiore cautela quando l’oggetto cambiava, indicando una maggiore attenzione ai cambiamenti ambientali, piuttosto che una riduzione uniforme della paura. Al contrario, le riproduzioni di voci umane hanno suscitato forti risposte di paura (>80%), indipendentemente dall’urbanizzazione. Tuttavia, gli individui si sono abituati a entrambi gli stimoli rapidamente e a un ritmo simile, evidenziando le loro rapide capacità di apprendimento. La socialità ha attenuato la paura, con i lupi in gruppo che hanno reagito con meno timore rispetto ai lupi isolati. I risultati dimostrano che i lupi sono in grado di modulare in modo flessibile le loro risposte comportamentali sia ai rischi che alle opportunità dei paesaggi dominati dall’uomo, il che probabilmente è alla base del loro successo urbano e ci impone di affrontare la sfida della coesistenza pacifica…

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giovedì 26 febbraio 2026

Il mercato della scorciatoia sanitaria che alimenta le truffe - Gianluca Cicinelli

C’è un punto che va chiamato per nome, perché è il vero “soggetto” di questa storia: il mercato della scorciatoia sanitaria. Non nasce dal nulla, né da qualche mela marcia isolata. È una creatura perfettamente coerente con anni di sottofinanziamento, esternalizzazioni, incentivi distorti e retorica dell’“efficienza” che, nella pratica, ha significato una cosa sola: tempi più lunghi nel pubblico e spazio crescente per chi può vendere un accesso più rapido.

Quando le liste d’attesa diventano la norma, la privatizzazione non è uno slogan: è un dispositivo che converte la scarsità in profitto. E dentro quel dispositivo prosperano figure riconoscibili, con nome e cognome “sociale”: il gestore della fila, l’intermediario dell’accesso, l’imprenditore dell’intramoenia, il ripulitore amministrativo che trasforma l’irregolare in “registrato”.

È con questa lente che va letto il bilancio 2025 dei Carabinieri NAS, presentato con il ministro Orazio Schillaci e il generale Raffaele Covetti. I numeri, di per sé, sono impressionanti: 45.762 ispezioni, 6.255 sanzioni penali e 23.397 amministrative, 148 arresti, 2.829 deferimenti all’autorità giudiziaria e 13.390 segnalazioni a quella amministrativa; sequestri per un valore complessivo indicato oltre 197 milioni di euro, 1.660 strutture chiuse o sequestrate, 24 milioni di euro di somme contestate.

Ma il punto non è l’enormità della macchina repressiva. Il punto è ciò che questi numeri dicono sul sistema: la deviazione non è marginale, è abbastanza diffusa da richiedere un dispiegamento continuo e capillare.

Dentro quel quadro, la pagina più politica è quella su liste d’attesa e intramoenia (ALPI). Nel 2025 i controlli dedicati sono 1.930, tra direzioni sanitarie, reparti e CUP, con 9 arresti, 105 denunce e circa 474 segnalazioni amministrative.

Ed ecco che il bilancio smette di essere statistica e diventa radiografia: perché quando la filiera dell’accesso è opaca, quando le agende sono “manovrabili”, quando l’urgenza di cura incontra il bisogno di “saltare la fila”, l’illecito non è solo un reato. È un modello di business.

Le vicende richiamate lo mostrano con crudezza. A Catanzaro, nelle indagini su una presunta intramoenia “allargata” in studi privati esterni, l’elemento più rivelatore non è solo il contante: è la logica industriale con cui si “normalizza” l’abuso.

Prestazioni registrate a posteriori, pagamenti intestati a pazienti ignari, quote minime al pubblico per coprire l’operazione. Questa non è semplicemente corruzione: è la figura del ripulitore amministrativo, quello che usa la burocrazia sanitaria non per garantire trasparenza, ma per creare una traccia fittizia che legittima l’extra-sistema.

È la trasformazione della contabilità in scudo, e del paziente in un nome da mettere a bilancio. Nel momento in cui un cittadino ignaro diventa intestatario di un pagamento, il sistema non sta solo rubando denaro: sta rubando identità e fiducia, trattando la persona come materiale amministrativo.

A Parma, la contestazione a un dirigente medico per visite private in giorni non autorizzati e in orario istituzionale, incassi in contanti e uso di farmaci dello studio ospedaliero, illumina un’altra figura: il monopolista della corsia rapida, quello che controlla l’offerta pubblica e, nello stesso tempo, apre il rubinetto privato parallelo.

Il vantaggio non è solo economico, è di potere: chi decide tempi e priorità può far pesare la lentezza come leva, può spingere la domanda verso il canale che remunera meglio. Le liste d’attesa, così, non sono più un problema da risolvere: diventano un serbatoio da cui estrarre rendite.

Ecco perché la questione non si esaurisce nella caccia all’irregolarità. Il “nome e cognome” che manca nelle cronache tradizionali è questo: il privatizzatore di fatto. Non necessariamente un ministro, non necessariamente un partito, non necessariamente un singolo manager.

È una filiera materiale, fatta di procedure, discrezionalità, opacità, e di un’idea di sanità che accetta come fisiologico ciò che non lo è: che l’accesso dipenda dalla capacità di pagare, di conoscere, di agganciare la persona giusta. È la sanità trasformata in imbuto: larga nelle promesse, stretta nella pratica, lucrativa per chi vende il passaggio.

L’accusa, allora, deve essere altrettanto chiara: questo sistema produce frode perché produce scarsità governata. Se l’ordinario è attendere mesi, chi offre il “subito” può costruire un mercato.

Se le agende sono poco trasparenti, chi le gestisce può fare il selezionatore. Se la tracciabilità è debole, il contante diventa linguaggio. E se è possibile “registrare dopo”, allora la legalità diventa un timbro da apporre a posteriori, non una regola che previene.

La conseguenza è devastante per il Servizio sanitario nazionale: i cittadini pagano due volte, prima con le tasse e poi con la scorciatoia; chi non può pagare resta in coda; i professionisti corretti vengono travolti da un discredito generalizzato; e la sanità pubblica perde la sua ragion d’essere, che non è offrire un servizio “per chi riesce”, ma garantire un diritto.

Il bilancio dei NAS, se letto davvero, non racconta soltanto che “ci sono reati”: racconta un fallimento insopportabile, ci dice che la cura è soltanto un terreno di rendita. E se diventa rendita, non è solo un problema penale ma politico, una politica fraudolenta mascherata da inefficienza.

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mercoledì 25 febbraio 2026

L’ombra del pregiudizio - Adriana Valenti Sabouret

Nel cuore aspro della Barbagia nuorese ove le montagne sussurrano antiche ingiustizie, si staglia la figura di Raffaele Gusai, vittima ormai silente del pregiudizio barbaricino.

Era nato e domiciliato a Lollove e, all’età di 49 anni, fu ingiustamente accusato di averucciso con premeditazione un giovane amico, Luigi Catte, nella notte fra il 19 e il 20settembre del 1892.

Silenziate le voci del popolo che credevano alla sua innocenza, essendo Rafaele Gusai un uomo mite dedito all’agricoltura più che alla pastorizia, la spietata macchina della giustizia ottocentesca diede inizio al suo calvario personale e, indirettamente, a quello
della famiglia.

Raffaele dovette presto piegarsi alle catene del sospetto, subire umiliazioni, insulti che lo trasformarono in un gigante feroce e spietato nel volto come negli atti. La sua stessa altezza, la pelle abbronzata dal sole di Lollove, i capelli lunghi e la barba indomita con i quali venne ritratto, lo inchiodarono lombrosianamente a una triste reputazione di brutale bandito facendolo sprofondare in un baratro di calunnie.
Era il tempo dell’Italia post-unitaria che soffocava la Sardegna con repressioni legate anche a tristi stereotipi isolani. L’implacabile vortice repressivo dello Stato doveva rapidamente sradicare la piaga del banditismo endemico legato alla miseria, senza troppo curarsi di discernere gl’innocenti dai colpevoli.

Ed ecco che un semplice e onesto contadino, privato del diritto di un processo equo, di testimonianze attendibili, senza confessioni e con identificazioni sommarie quanto prive di fondamento, fu relegato fra i briganti barbaricini. Su di lui fu messa la taglia irrisoria, e alquanto ridicola rispetto alla sua triste fama, di duecento lire. Taglia che la dice lunga sul suo ‘’valore di bandito’’.

Raffaele Gusai non scontò un solo giorno di prigione perché, terrorizzato dal clima repressivo e mal sopportando l’ingiusta accusa di omicidio, si diede alla macchia.
La verità emerse solo nel 1900, durante il processo in Corte d’Assise straordinaria di Sassari convocata a Nuoro.

Raffaele Gusai, fu difeso dagli avvocati Antonio Ganga e Giuseppe Pinna che lo avevano persuaso a costituirsi. Era comparso in tribunale ‘’libero e sciolto, custodito bensì dalla forza pubblica’’. Dopo una serie di lunghi interrogatori, il cavaliere Francesco Cannas,
consigliere d’appello, diede lettura alla sentenza con la quale « Gusai Pische Domenico Raffaele, viste le dichiarazioni dei giurati, è stato dichiarato non colpevole della fattagli accusa di omicidio volontario premeditato per la quale fu rinviato al giudizio di questa
Corte e mandiamo che il medesimo sia posto immediatamente in libertà qualora non sia detenuto per altro reato».

A chiederne una giustizia tardiva e riparatrice che restituisca a Raffaele Gusai la giusta memoria di un sardo onesto calpestato dall’ingiustizia ottocentesca, è il nipote Michele Nioi, un energico e volitivo novantacinquenne che vive fra la periferia parigina e
Capocomino.

Il nipote di Raffaele che continua ad aggiornarsi leggendo libri e giornali, mai rassegnatosi all’immeritata fama del nonno, esprime sofferenza nel constatare che, malgrado la sentenza che lo assolse in piena formula dall’ingiusta accusa, il ritratto lombrosiano del suo avo appaia su numerose pubblicazioni sul banditismo sardo. E non si tratta unicamente di edizioni più o meno coeve ai fatti ma anche di ristampe di recentepubblicazione.

Michele Nioi, benché anziano, porta nei suoi occhi mansueti una scintilla di speranza mostrando il ritratto del volto severo del nonno, un uomo che conobbe la fatica e l’onore ma anche il pregiudizio e la calunnia. Un uomo che merita la dignità di chi non ha potuto
difendersi. Ristabilire la verità restituirebbe alla storia la voce degli umiliati di cui Raffaele Gusai potrebbe divenire vessillo.

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martedì 24 febbraio 2026

Le scuole serali sono piene e fuori c’è la coda. Il preside emiliano: “Mancano spazi e docenti per i Cpia. Il ministero ci consideri” - Alex Corlazzoli

La necessità burocratica dei migranti, la maggiore consapevolezza degli stranieri di dover imparare la nostra lingua e l’urgenza di molti italiani ultra 40enni di avere competenze digitali e finanziarie ha riempito i Cpia, Centri provinciali d’istruzione per gli adulti. In tutt’Italia si sono create lunghe liste d’attesa per frequentare la scuola. Solo in Emilia Romagna sono ottomila le persone che stanno aspettando. È il nuovo volto di quelle che un tempo venivano chiamate “scuole serali” e servivano per ottenere la licenza media o, per chi aveva abbandonato il percorso formativo dopo il periodo obbligatorio, per tornare alle superiori.

A frequentarle ora sono soprattutto rider, migranti impiegati nel commercio e in agricoltura ma anche donne e minori accompagnati. Gli studenti che si iscrivono arrivano da tutto il mondo ma anche dall’Italia. La richiesta non riesce ad essere esaudita in molte città del Paese perché mancano gli spazi e i docenti: un problema che i dirigenti dei Cpia pongono al ministero dell’Istruzione e del Merito. Il numero uno del Centro per adulti di Bologna, Emilio Porcaro, conosce bene il fenomeno. Nel capoluogo emiliano quest’anno le domande d’iscrizione sono state 3.861 ma ne sono state accolte 2.610: gli altri sono in lista d’attesa. Dal Covid le iscrizioni sono cresciute del 20% ogni anno. “La gran parte degli studenti – racconta il preside – sono cittadini non comunitari da poco arrivati in Italia. I corsi rilasciano una certificazione ufficiale di conoscenza della lingua, necessaria per la conversione del permesso di soggiorno breve in permesso permanente”.

Porcaro aggiunge: “Oltre agli stranieri, in quest’ultimi anni ci sono italiani che vogliono potenziare le loro competenze linguistiche, digitali e finanziarie. Sono persone di mezza età, il 55% uomini e il 45% donne, che vengono da noi per imparare ad adoperare il personal computer o per capire come gestire un bilancio o aprire un mutuo”. La Rete nazionale dei Cpia ha svolto recentemente un sondaggio e in un anno sono aumentati di diecimila unità le richieste per questi percorsi. Da qui la necessità di avere nuovi spazi e più docenti per poter far fronte alle liste d’attesa: “La maggior parte dei nostri centri – sottolinea Porcaro – deve convivere in istituzioni scolastiche frequentate da ragazzi al mattino e al pomeriggio. Serve un cambio di rotta: se è vero che c’è un inverno demografico è altrettanto reale che noi registriamo un aumento di iscrizioni. Il sistema d’istruzione degli adulti a questo punto deve uscire dalla consueta marginalità e diventare protagonista anche rispetto alle risorse del ministero”.

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domenica 22 febbraio 2026

Anche a Pachino è più protetto il pomodoro Igp che i diritti dei lavoratori migranti - Mauro Armanino

 

Nei primi anni di scuola la geografia mi attraeva solo per i colori delle cartine geografiche affisse nell’aula. Coi compagni si giocava a indovinare senza leggerli i nomi dei Paesi e persino delle capitali. Con gli anni la geografia, quella fatta di strade che si camminano, di un’altra lingua da imparare e soprattutto da gente con cui vivere, mi è entrata dentro. Nell’aria pregna di umidità della regione forestiera in Costa d’Avorio e in Liberia. Nelle quattro stagioni ‘rovesciate’ rispetto all’emisfero nord a Cordoba in Argentina e infine la polvere del Sahel. La storia e la geografia, innestate sull’economia fanno da cornice alla politica. Infine gli anni passati dai transiti delle frontiere mobili che sono i migranti hanno finito per convincermi del peso specifico della geografia per interpretare il mondo.

Dopo la mia partenza dal Niger, il passato mese di agosto, non avrei mai immaginato di trovarmi in Africa, senza saperlo e volerlo. Vero. Durante la breve e intensa visita a Modica e i pochi momenti passati nella piazza principale di Pachino era impossibile non notare il numero importante di stranieri di origine magrebina. Avrei scoperto più tardi che la provincia di Ragusa, situata alla punta estrema orientale della Sicilia, si trova longitudinalmente più a sud della capitale tunisina, Tunisi. Il territorio ragusano si estende in modo provocatorio verso il sud del Mediterraneo, ben dentro la costa africana settentrionale. Molte delle scritte delle insegne dei bar e di altri servizi erano in lingua araba e sulle strade del centro si sentivano mescolanze di lingue, musiche, geografie e volti.

Questi ultimi sono costituiti nella totalità da migranti o in relazione con loro che, com’è noto, lavorano nelle serre di Pachino e del circondario. Si tratta di una zona agricola che nelle epoche passate produceva uve da vino di qualità. Ciò perché in quest’area si combinano un insieme di fattori, terreno, luce, temperatura, qualità dell’acqua. Senza dimenticare però, soprattutto i lavoratori migranti a ‘buon mercato’ che rendono il prodotto saporito, attraente, profumato e resistente. Il vero e unico pomodoro Pachino è quello coltivato nei territori di Pachino, Portopalo di Capo Passero e alcune zone di Noto e Ispica. All’inizio del nuovo millennio è nato un Consorzio per tutelare e garantire il pomodoro Pachino con il marchio IGP, cioè Indicazione Geografica Protetta.

A dire delle numerose testimonianze ricevute, sono senz’altro più ‘protette’ le zone geografiche che i diritti dei lavoratori migranti. In questo mare di serre, infatti, i ritmi di lavoro, l’uso di prodotti chimici e le condizioni di vita sono temibili per la salute di coloro che fanno in modo che l’oro rosso sia conosciuto nel mondo. Le geografie, proprio come l’economia, sono sempre politiche e trovarsi al Sud di Tunisi rende questa parte dell’isola come una frontiera aperta, un ponte tra i due continenti. Ancora la geografia, a conclusione del soggiorno, si è avvalsa della complicità dell’aeroporto Vincenzo Bellini di Catania-Fontanarossa. Nella sala d’attesa per l’imbarco il wifi gratuito funzionava a intermittenza. In cambio, nella sala, svolazzano a loro agio, con vitto e alloggio, alcuni piccioni IGP.

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sabato 21 febbraio 2026

Corpi sardi, potere italiano: decodificare un’immagine - Federica Marrocu

 


L’immagine del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella con alle spalle un gruppo di persone sarde in abito tradizionale è utile per riflettere su come si dispiegano i rapporti di disparità, dominio e ingiustizia epistemica in un contesto come la Sardegna.

Che cos’è l’ingiustizia epistemica?

L’ingiustizia epistemica si configura quando c’è uno squilibrio nei rapporti di dominio.

Il sapere (episteme) delle culture autoctone viene messo su un piano inferiore rispetto a quello della dominante. Il termine “sapere” va inteso non solo come insieme di conoscenze, ma come espressione piena della cultura di un popolo.

Nella situazione immortalata dalla fotografia, gli elementi della cultura sarda sono decontestualizzati e contribuiscono a creare un’immagine statica, congelata nel tempo.

Per comprendere cosa sia la violenza epistemica, bisogna ricordare che le epistemi eurocentriche sono universalizzanti, nel senso che rappresentano lo standard di civiltà a cui conformarsi. La stessa cosa accade anche tra Italia e Sardegna: ciò che distingue le culture dell’Isola come contesto unico è quasi ornamentale, spogliato di ogni carattere emancipativo.

L’affiancamento di persone in abito tradizionale di culture minoritarie a rappresentanti della cultura dominante può essere una pratica che perpetua dinamiche coloniali di potere, appropriazione culturale e folklorizzazione.

Queste giustapposizioni, comuni in cerimonie ufficiali in cui presenziano capi di stato e rappresentanti istituzionali, ristabiliscono dinamiche di potere.

Perché?

La relazione non è alla pari, ma non solo: chi rappresenta la cultura dominante rappresenta anche chi agisce la minorizzazione.

La cultura sarda non è solo minoritaria nel contesto dello stato italiano (in Sardegna non è affatto così scontato che lo sia, dipende sempre dal punto di vista), ma è minorizzata, in quanto soggetta a pratiche di dominio (culturale, politico, economico, sociale).

La colonialità del potere

Si tratta di un’estensione del concetto di colonialità del potere: la subalternità della Sardegna è stata -ed è- funzionale allo sviluppo dello stato-nazione italiano.

Una parte di territorio viene mantenuta in una condizione di dipendenza che legittima i tentativi di modernizzazione, con il pretesto dell’arretratezza.

La colonialità del potere stabilisce gerarchie interne ai confini e le rende quasi invisibili.

Corpi e spazi sono situati entro una geografia del dominio

L’accoglienza trionfale dei rappresentanti del potere dominante va pertanto letta nell’ambito dei rapporti di oppressione che relegano una cultura al margine. Le pratiche di dominio sono state (da parte dell’Europa coloniale) giustificate dall’intento filantropico (!) di portare la civiltà (nella convinzione di esserne i rappresentanti e i depositari).

La costruzione di un “altro” con caratteristiche di inferiorità (razzismo) serve a legittimare pratiche di sviluppo (estrattivismo) per produrre ricchezza di cui la cultura dominante si avvantaggia (capitalismo).

Per mantenere questa dinamica si mantiene un territorio in una condizione di dipendenza (economia del bisogno), la quale offre opportunità per mostrare il lato buono del potere

(come facevano e fanno ancora le monarchie attraverso gli aiuti ai popoli colonizzati).
La popolazione al margine si sente vista, considerata, specie nel caso di località periferiche, o percepite come tali, e spera di ricevere sostegno, supporto, riconoscimento.

La dinamica espressa da tale immagine non svela solo la natura del rapporto tra lo stato italiano e la Sardegna in termini di gerachie, ma anche come la cultura dominante benefici di elementi della cultura minorizzata per autoaffermarsi.
Lo fa attraverso il sentimento di gratitudine, di orgoglio che vuole suscitare in chi abita il margine e si sente visitato, visto, considerato. Succede quando la Sardegna viene presentata come “eccellenza italiana”.
Le figure istituzionali, affiancandosi a elementi riconoscibili come identitari che simboleggiano valori condivisi dalle subalternità, sembrano voler fare un omaggio, ma in realtà aumentano il loro prestigio. Come accade quando si indossano abiti o si sfoggiano acconciature proprie di una minoranza culturale senza farne parte e da una posizione di privilegio.

Quindi è colpa dei sardi?

A questo proposito è utile ricordare che cos’è la colonialità dell’essere.

Le pratiche di dominio si autoalimentano grazie alla costruzione di un “altro-da-sé”, come detto prima.

Come lo fanno?

Con processi di oppressione e inferiorizzazione, che col tempo influiscono anche sul modo di autorappresentarsi (noi sardi siamo disuniti, non ce la facciamo da soli) e limitano persino il pensare di avere desideri, sogni, aspirazioni di libertà e di decidere per sé.

Da questo senso di inferiorità nasce l’essere coloniale, come individuo che crede normale la propria condizione di subalterno; l’italianità è vista come coessenziale, un fatto accettato e vissuto come immutabile e non come una fase storica che può passare, esattamente come altre che la Sardegna ha vissuto.

La mancanza di strumenti di autodeterminazione viene vissuta come qualcosa che quasi “ci si merita”: come se il popolo inferiorizzato non avesse per cultura gli strumenti per emanciparsi in quanto sottosviluppato. Un eterno soggetto minore che ha bisogno di essere guidato e “condotto fuori dal proprio Medioevo di barbarie”, per citare Omar Onnis.

Si collabora con l’oppressore perché il rapporto di dominazione è nascosto, interiorizzato, sistemicoNormalizzato.
I soggetti marginali finiscono per fare propria la prospettiva esterna, dominante. Una delle conseguenze è sentire di occupare lo spazio illegittimamente, tranne in due casi: quando ci si conforma (siamo sardi, ma anche italiani) oppure quando il potere ci consente, in condizioni ben definite, di mettere in scena la sardità, una sardità innocua, integrata, come è accaduto nell’evento presieduto da Sergio Mattarella.

Ecco perché è importante parlare anche di pratiche di resistenza nell’abitare il margine.
Il margine può essere ferita feconda, uno spazio fertile.
Dove non avviene solo l’assimilazione del rapporto di dominazione, ma vengono messe in atto anche pratiche di sopravvivenza e perpetuazione delle nostre culture indigene.

La marginalità è un luogo radicale di possibilità, uno spazio di resistenza. Un luogo capace di offrirci la condizione di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi”.
Bell Hooks

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