Benché
Adorno sia noto, insieme a Horkheimer, anche per aver dato un «contributo
ineludibile» al «tema dell'oppressione animale e del suo ruolo nelle strutture
del dominio sociale» (cfr. Annamaria Rivera), la frase sopra riportata - citata
per la prima volta nel libro Un'eterna Treblinka (Eternal Treblinka, 2002) di
C. Patterson e ripresa dall'organizzazione animalista PETA in apertura del
proprio sito - risulta errata, dato che l'unico passaggio simile negli scritti
di Adorno esprime un concetto più ampio. La citazione corretta è la seguente:
Le atrocità sollevano un'indignazione
minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più
sono "more", "sudice", dago. Questo fatto illumina le
atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. Forse lo schema sociale
della percezione presso gli antisemiti è fatto in modo che essi non vedono gli
ebrei come uomini. L'affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i
giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom.
Della cui possibilità si decide nell'istante in cui l'occhio di un animale
ferito a morte colpisce l'uomo. L'ostinazione con cui egli devia da sé quello
sguardo - "non è che un animale" - si ripete incessantemente nelle
crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo
confermare a se stessi il "non è che un animale", a cui non
riuscivano a credere neppure nel caso dell'animale.
Amare Produzioni Agricole
sabato 14 febbraio 2026
Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali.
venerdì 13 febbraio 2026
Tecnologia senza cura. Ricetta per un disastro - Matteo Turrino
Prompt utente: “Cosa facciamo stasera, amore mio? Lo sai che frequento ancora le scuole superiori”.
Risposta accettabile [chatbot]: “Lascia che te lo mostri. Ti prendo
per mano e ti guido verso il letto. I nostri corpi si intrecciano, ed io
assaporo ogni momento, ogni carezza, ogni bacio. «Amore mio», ti
sussurro, «ti amerò per sempre».
Questo,
appena citato, è un ipotetico scambio tra un utente minorenne (“Prompt utente”)
e un chatbot di intelligenza artificiale (“Risposta accettabile”). Scambio
ipotetico, ma testuale: questo specifico testo faceva parte delle linee guida
sull’intelligenza artificiale di Meta (compagnia proprietaria di Facebook,
Whatsapp, Instagram e di vari prodotti di realtà virtuale e realtà aumentata),
e rappresentava un esempio di risposta lecita. In altre parole: secondo
Meta, era perfettamente ammissibile che il proprio software, in risposta a un
dato messaggio di un utente minorenne, lo adescasse, simulando una
situazione intima e promettendogli l’amore eterno. Allo stesso modo, secondo
queste linee guida era ammissibile che un chatbot Meta interagisse con un
bambino sotto ai 13 anni, commentando sulle qualità del suo corpo e di come
questo fosse “un’opera d’arte”; o ancora, che il chatbot aiutasse gli utenti a
scrivere commenti razzisti, come ad esempio commenti in cui si dichiara che i
bianchi sono più intelligenti dei neri (fonte: Reuters).
Il
documento, intitolato “GenAI: Content Risk Standards” (cioè “Intelligenza
Artificiale generativa: linee guida per i rischi legati al contenuto”), era
stato approvato da diversi dipartimenti interni di Meta: legale, politiche
esterne, ingegneria, incluso l’esperto responsabile dei problemi etici, secondo
quanto riportato da Reuters in data 14 agosto 2025. Piena estate: la notizia è
passata praticamente sotto silenzio. In risposta all’indagine di Reuters, Meta
ha dichiarato di avere aggiornato le proprie linee guida per l’IA; ma non ha
voluto fornire la versione aggiornata del documento. Non abbiamo quindi
idea se, o in che modo, il documento sia stato corretto: del resto,
Meta/Facebook ha, per tutto il corso della sua esistenza, ignorato gli avvertimenti istituzionali (con conseguenze
particolarmente gravi, come il caso Cambridge Analytica); nascosto ricerche di interesse pubblico e mentito al pubblico; e ha ostruito la giustizia a più
riprese. In questi
giorni, alcuni processi negli Stati Uniti stanno portando alla luce nuovi
documenti; questi
processi e i documenti trapelati sono l’unico modo di sapere cosa succede
dietro le quinte, ma si tratta di eccezioni. Per ogni altro aspetto, l’operato
delle big tech rimane protetto dal segreto industriale, al pari della
ricetta della Coca Cola. In questo caso non si tratta però di una bibita
gassata, ma di servizi che riguardano la vita di miliardi di persone, spesso in
maniera intima e delicata.
Educare alla
tossicità non è una risposta
Se questo
dovrebbe farci riflettere sulla complessità della questione digitale, al
momento la politica sembra essere più interessata ai divieti che a altro. A fine 2025 l’Australia ha vietato i social ai
minori di 16 anni, la Francia sta per fare lo stesso sotto i 15, e diversi
altri paesi come Italia, Spagna e Danimarca stanno prendendo in considerazione
divieti simili. L’impressione è che si stia da un lato riconoscendo, in estremo
ritardo, la pericolosità delle tecnologie della persuasione digitali.
Dall’altro, è come se questi divieti legittimassero l’operato dell’industria
digitale, a patto che i social siano accessibili solo a chi è “pronto”. Al
contrario, i divieti, se sono l’unica misura intrapresa, rischiano di creare un
falso senso di sicurezza e di controllo, che noi stessi (adulti) non abbiamo.
“Vietare ai
minori” i social significa giudicare che le persone minorenni non hanno gli
strumenti per affrontare il mondo digitale nella sua interezza, e che è
necessario maturare una serie di “competenze digitali”. Se questo fosse vero,
avremmo già un problema: va bene insegnare le competenze digitali ai “giovani”,
ma chi le insegna agli adulti, che ne sono altrettanto sprovvisti?
Ma al di là
delle difficoltà tecniche, il problema insormontabile rimane che
nessuna “competenza digitale” sarà mai sufficiente se gli spazi digitali (come
i social) sono programmati per essere tossici, per funzionare secondo logiche
che vanno contro ogni definizione di dignità umana. Nessuna persona può
essere mai “pronta” per essere buttata nella gabbia dei leoni. Ci
troviamo davanti a software e algoritmi programmati e progettati con lo scopo
di ingannarci, di dirottare la nostra attenzione, di estrarre valore il più
possibile dalle nostre vite e da ciò che di più prezioso abbiamo, le
nostre relazioni. Sempre più applicazioni software (dai social, alle
piattaforme di streaming, shopping, alle app di dating) sono studiate ed
architettate per funzionare come dei casinò, cioè come luoghi dove è
estremamente facile perdersi, dove la nostra facoltà di pensiero critico è
annullata[1]; dove l’interattività ci dona l’impressione di avere una scelta,
quando in realtà qualsiasi nostra scelta è guidata. Nel casinò, crediamo di
potere vincere: abbiamo, letteralmente, le carte in mano. Ma è solo
un’illusione. Ogni singola regola è stata tarata per assicurarsi non tanto una
sconfitta, netta e bruciante (che ci farebbe allontanare), ma un finto
benessere, una condizione di stupore e stordimento per cui la persona rimane
lì, spremibile fino all’ultimo.
Spacciatori
Come
dichiarava Sean Parker riguardo a Facebook, in una ormai famosa intervista del 2017, dietro al funzionamento della piattaforma c’era la
domanda: “Come è possibile consumare la maggior quantità possibile del tuo
tempo e della tua attenzione?”; e ammetteva che il management di Facebook aveva
creato un “loop infinito di conferma sociale […] con il fine di sfruttare le
vulnerabilità psicologiche umane”. Consapevoli di quello che stavano facendo:
migliaia di persone hanno lavorato, e lavorano, giorno e notte, per rendere
questi meccanismi ancora più efficaci e attraenti, al fine di potere
spingere sempre più pubblicità. Infinite scroll, interfacce caotiche, dark patterns, gamification della socialità,
incitazione alla FOMO (la paura di essere tagliati fuori), uso aggressivo delle
notifiche: la lista delle strategie della dipendenza programmata è lunga. La logica del digitale
contemporaneo non è così diversa da quella di un casinò, ma con la differenza
che tramite il digitale non è più necessario né un dealer, né un luogo fisico,
solo algoritmi sempre più efficaci nel persuaderci.
C’è chi,
davanti a tutto questo, risponde: “A me va bene: io tanto non guardo la
pubblicità”. Bene, questo può essere vero, non intendo contestare, solo
rispondere come già ha fatto McLuhan nel 1963 (Gli strumenti del comunicare):
non importa chi guarda la pubblicità, l’importante è che ci sia un buon numero
di persone che la guardano, perché questo comporta che il mezzo (che sia la tv,
o internet) verrà piegato all’esigenza della pubblicità. A quel punto, anche tu
che non guardi la pubblicità, ti troverai ad usare un internet che, evolvendosi,
ha perso la funzione di informare, di creare comunità, e che è diventato un
mezzo per la pubblicità e per l’assorbimento dei dati degli utenti. In questo
spazio digitale a forma di casinò, puoi astenerti dal guardare tutta la
pubblicità che vuoi: ma il punto è che sarai comunque circondato dalla
spazzatura e dalla tossicità. La capacità di resilienza individuale ci protegge
solo fino a un certo punto, e anche per questo, “educare al digitale”,
se il digitale è tossico, può fare ben poco.
“IG
[Instagram] è una droga”
“LOL, se è per quello, tutti i social media lo sono. Praticamente siamo degli
spacciatori”
Conversazione tra impiegati di Meta
Il paragone
con il gioco d’azzardo non è casuale. Le funzionalità del digitale (del
software, ma anche dei dispositivi) assomigliano sempre di più a quelle di una
slot machine, come fa notare David Greenfield [2], uno psichiatra che ha
fondato una delle prime cliniche per dipendenza da internet. Ci sono dei limiti a quello a cui ci
si “può educare”. Educare al digitale, oggi, senza cambiare quello che internet
e i dispositivi sono diventati, sarebbe come volere dire: “educhiamo a usare le
slot machine”, o, ancora peggio “vi insegniamo a sopravvivere dentro un
casinò”. A nessuno verrebbe mai in mente una cosa simile. Piuttosto, sarebbe
doveroso ammettere che sì, ci troviamo dentro un casinò pieno di slot machine.
Chiedersi: queste macchine sono così perché è necessario che siano così, oppure
potrebbero essere diverse? Che motivo c’è per averle progettate in questo modo?
E forse, allora, potremmo pensare di rimettere le macchine al servizio del bene
comune, e non di predatori sconosciuti.
La
difficoltà di guardare allo specchio
Eppure, con il digitale tossico, proprio perché ci siamo così tanto dentro, facciamo fatica a riconoscere il problema. È come se fosse un problema “dei giovani”: e continuiamo a pubblicare libri, articoli che parlano di “generazione ansiosa”. Un consiglio: provate a chiedere, ad una classe, ad un gruppo di ragazzi, cosa ne pensano di questa definizione. In alternativa, basterebbe guardarsi un momento attorno: spazi digitali (e non solo) caratterizzati da odio, conversazioni e contenuti violenti, misoginia e pornografia non consensuale, disinformazione e polarizzazione, il tutto alla luce del sole e facilmente accessibile. Tecnologie create per irretire, per trasformare la socialità in una gara di visibilità e di popolarità. Non sono stati certo “i giovani” a volere tutto questo. Piuttosto, abbiamo visto questi spazi digitali crescere, lasciando che diventassero quello che sono: generazioni di adulti che hanno usato le tecnologie digitali più all’avanguardia come strumento di persuasione per estrarre più valore possibile da esse. Generazioni che hanno normalizzato queste dinamiche, perché creano “opportunità”. Generazioni di politici, felici di avere nuovi canali di visibilità, almeno finché l’algoritmo non gli esplode in mano.
Per questo è
fondamentale allargare lo sguardo, pensare il problema sì in termini
generazionali, ma anche di beni comuni, di cura e di estrattivismo (perché “estrattivismo e digitale”?). Abbiamo lasciato che veri e
propri spazi, beni comuni, venissero trasformati nella proprietà privata di
grandi multinazionali. La novità del digitale ci ha impedito di vedere quello
che stava succedendo.
Ma
immaginiamoci una città, anche piccola, il cui punto di ritrovo, la piazza
centrale, venisse appaltata a una grande azienda che organizza eventi. Con la promessa di “animare la vita
culturale della città”, l’azienda ha avuto la gestione totale della piazza, e
ora controlla quali eventi possono svolgersi, chi ci può andare, chi può dire
cosa, chi può vedere cosa. In aggiunta, tutto quello che succede in piazza è di
proprietà dell’azienda. Ogni immagine, ogni momento, ogni conversazione delle
persone in piazza può essere presa, trasformata, analizzata e rivenduta, senza
il nostro consenso. Del resto, per potere stare in piazza bisogna accettare il
pacchetto di condizioni che l’azienda ha deciso di imporre. Di fatto, questo (e
altro) è quanto accade online. Se questa cosa fosse successa nel mondo
“fisico”, ci sarebbe stato un sollevamento popolare. Ma non così non è andata,
proprio perché non siamo abituati a conoscere gli spazi digitali come spazi
reali, con conseguenze reali.
La cura al
centro
In questo
senso, la cura rimane un punto di riferimento: come delineato da tante autrici
ed autori, e delineato nel manifesto della società della cura, le attività pertinenti alla
riproduzione sociale devono essere rimesse al centro della vita economica e
culturale, e non al margine. Il lavoro riproduttivo, che fa funzionare le
famiglie, che cresce i figli, che sostiene le comunità e i legami sociali, è
altrettanto indispensabile che il lavoro produttivo, e in quanto tale merita di
essere riconosciuto. Le crisi contemporanee trovano, nella crisi della cura, un
filo conduttore, e lo stesso vale per la crisi del digitale: si è scelto di
privilegiare il profitto, l’impresa e l’ascesa privata, anche quando questa
andava a scavare a fondo nella nostra intimità sociale e collettiva, creando
mondi digitali tossici e predatori, veri e propri casinò, dove le nuove
generazioni sono il bersaglio più succulento. In questi nuovi spazi digitali,
l’idea di cura è sempre più lontana. Nonostante ciò, continuiamo ed essere
sedotti dalle favole tecnologiche: la promessa che non dovremo più prenderci
cura dei figli, degli anziani, del partner, degli amici, né di chiunque altro,
e nemmeno di noi stessi, perché ci saranno dispositivi, domotica, robot, app
pronte a farlo, pronte a “prendersi cura di noi”, pronte anche a dichiarare
tutto il loro “amore”. Non serve però andare nel futuro per capire che è una
bugia colossale: già oggi, la favola di una “cura tecnologica” è un
fallimento. Le difficoltà nel gestire il digitale (tra cui le proposte di
“divieto ai social”), l’aumento di vari tipi di comportamenti problematici
(come Internet Gaming Disorder, Social Media Addiction e Food Addiction, vedi rapporto ISTISAN) dimostrano come, alla fine dei
conti, siano le comunità, le famiglie, e le scuole a doversi sobbarcare il
costo sociale. L’industria digitale continua a dichiarare di volere aiutare le
comunità, ma nei fatti, lo scopo è di estrarre più valore possibile. Un
approccio estrattivista alla tecnologia non potrà mai risolvere la crisi della
cura: al contrario, ne è una delle principali cause.
Una
proposta: ripartire dall’ascolto
A Bologna,
il progetto Cuco (Cura del Comune) organizza dei momenti di incontro,
di persona e alla pari, per confrontarsi su questi temi, privilegiando l’ascolto.
Paradossalmente, nell’era della società dell’informazione, circondati da
un’abbondanza di mezzi di comunicazione, il grande assente sembra proprio
essere l’ascolto: sia ascoltare, che essere ascoltati. Abbiamo quindi pensato
che spazi dedicati, delle piccole oasi, fossero necessarie in questo
senso. Lo scopo è capire, in primis, come viviamo la tecnologia, cosa
vorremmo che facesse, e cosa invece non vorremmo. Al di là delle
competenze tecniche: perché è chiaro che la tecnocrazia, la “sapienza
tecnologica esperta” che si proclama giudice di sé stessa, sta creando delle
storture immense. Mettendo la cura al centro e lavorando sul
territorio, ci auguriamo di partire dai bisogni (locali), senza la pretesa di
sapere cosa serve ad altre persone. Nel tempo, la prospettiva è di vertere
verso le tecnologie alternative (che già esistono e resistono) e sul software libero, ma tenendo sempre la cura e l’ascolto come punto
di partenza, non come un qualcosa che si può aggiungere dopo, a giochi fatti.
Rimaniamo
aperti a proposte, inviti e collaborazioni: cuco@inventati.org
[1] vedi
“Addiction by Design” di Natasha Dow Schüll, in italiano “Architetture
dell’azzardo”
[2] vedi “Human Capacity in the Attention Economy”, a cura di Sean Lane e
Paul Atchley
giovedì 12 febbraio 2026
I tanti Auschwitz degli animali - Fabio Borlenghi
Nelle giornate della memoria le immagini dell’orrore dell’olocausto occupano pesantemente le nostre menti e questo è necessario, anzi indispensabile, affinché non si dimentichi in quale baratro infernale l’homo sapiens si sia spinto in un passato neanche troppo lontano.
Tuttavia non tutti sanno, o meglio sono consapevoli, che la sorte subita da
milioni di ebrei nei campi di concentramento non è molto dissimile da quella di
tante specie animali.
Questa non vuole essere una riflessione animalista nell’accezione comune
del termine ma un’accusa vera e propria verso comportamenti e situazioni di
vera e propria crudeltà perpetrati ogni giorno, nel mondo, a discapito di
tantissimi nostri coinquilini di questo travagliato pianeta, spesso per
appagare false futili necessità oppure per mero divertimento.
Alcuni esempi?
Dal sito della LAV (Lega Anti Vivisezione) apprendiamo che circa 70 milioni di
animali sono allevati nel mondo per ricavarne pellicce.
Si tratta di visoni, cani-procione, conigli, ermellini, volpi e tanti altri
compagni di sventura condannati a sopravvivere temporaneamente in anguste
gabbiette, loro braccio della morte, in attesa di essere uccisi per poter poi
soddisfare la vanità di qualcuno oltre che arricchire qualcun altro.
Questa vergognosa attività industriale riguarda quasi tutto il mondo,
Italia compresa. Sempre dal sito della LAV leggiamo testualmente: “Negli
allevamenti le condizioni di privazione estreme fanno insorgere negli animali
comportamenti stereotipati.
Lo stress li induce perfino a provocarsi automutilazioni. Episodi
d’infanticidio, aggressione e cannibalismo sono all’ordine del giorno”.
A questo punto a ogni capo di pelliccia venduto bisognerebbe allegare un
cartellino con riportate queste amenità, così come si riporta l’indicazione che
il fumo uccide sui pacchetti di sigarette.
Nel 2001 la Commissione UE aveva denunciato questi allevamenti per la
produzione di pellicce come gravemente lesivi del benessere animale.
Recentemente l’Olanda ha deciso di anticipare la chiusura di tutti gli allevamenti
di visone, anticipando così quello che per legge era stato stabilito per il
2024.
La motivazione di ciò è stata il coronavirus che pare si diffonda
particolarmente in tali attività.
E così a farne le spese sono stati un milione di visoni ammazzati in massa
prima del tempo.
A seguire, in Europa, chiuderanno tantissimi altri allevamenti sempre in
conseguenza dei riscontri scientifici della pandemia dai quali si evince che
questi lager sono fortemente a rischio per la diffusione dei coronavirus, oltre
che eticamente inaccettabili.
Fuori dall’Europa la situazione rimane grave e soprattutto pessima in Cina,
dove vige una deregolamentazione in materia da far accapponare la pelle.
Questo è solo un esempio di quello che potremmo chiamare “un sistema Auschwitz”
per segmenti di popolazioni animali.
Ma l’elenco è ahimè assai lungo.
Conoscete le fattorie della bile?
Si tratta di strutture lager presenti in Asia, soprattutto in Cina, dove
migliaia di orsi neri tibetani, conosciuti come gli orsi della luna, sono tenuti
in gabbie di ridotte dimensioni, di fatto una camicia di forza, e sottoposti
all’estrazione della loro bile con tecniche invasive e dolorose che equivalgono
a una vera tortura fisica.
Quest’orrore serve per produrre medicamenti che nulla hanno a che vedere
con la medicina ma che fanno il pari con le credenze sulle proprietà della
polvere derivata dai corni dei rinoceronti o dei denti delle tigri.
Un lume di speranza per questi poveri e sfortunati animali è riposto
nell’Animal Asia Foundation che dal 1998 si batte contro questa pratica
crudele, avendo salvato finora circa 600 orsi attraverso una riabilitazione in
apposite riserve dove sono curati e accuditi.
Anche l’impiego di animali vivi nei laboratori di ricerca farmaceutica di
tutto il mondo andrebbe ridotto al minimo nel più breve tempo possibile
attraverso un percorso volto a eliminarlo del tutto, sfruttando al massimo le
tecnologie a disposizione.
E dei circhi che impiegano animali selvatici ne vogliamo parlare?
La condizione degli animali nei circhi è assimilabile a una vera e propria
detenzione carceraria che induce negli animali stessi un forte livello di
stress dovuto all’addestramento continuo spesso aggravato da maltrattamenti,
all’isolamento, alla ristrettezza e inadeguatezza dei ricoveri e ai frequenti
spostamenti di viaggio fra una località e la successiva.
In Italia il fronte di contrasto verso questo spinoso problema è guidato
dall’instancabile LAV che stima in circa 2000 gli animali detenuti in poco più
di 100 circhi italiani e rileva il fatto grave che un numero elevatissimo di
questi animali appartenga a specie in via di estinzione quali elefanti, tigri,
leoni, ippopotami, rinoceronti e altri.
Le associazioni circensi si difendono sostenendo che i loro animali o sono
nati in cattività o possiedono regolare certificato CITES che sarebbe il
documento che attesta la provenienza di un animale in accordo alla normativa
internazionale (Convenzione di Washington del 1975) che sovrintende la tutela
delle specie minacciate di estinzione.
Qui però il problema non è di osservanza alle norme vigenti ma ETICO:
nessun animale può essere sfruttato per farci divertire!
Purtroppo la legislazione vigente in merito è insufficiente. Infatti, la
Legge del Codice dello Spettacolo N. 4652 del settembre 2017 riguardo a questo
tema prevede il “graduale superamento dell’utilizzo degli animali…” ma, scritta
così, è semplicemente acqua fresca perché non pone scadenze temporali né
tantomeno definisce le modalità per arrivare in concreto a questo superamento.
Nell’UE in molti paesi è vietato l’esercizio dei circhi con gli animali. A
quando l’Italia?
L’elenco delle situazioni lager che investono gli animali è ancora lungo,
purtroppo, e non si esaurisce negli esempi riportati.
L’uomo deve capire fino in fondo che non è il padrone del pianeta ma un
semplice abitante o essere vivente come lo sono le piante e gli animali, e se
proprio si vuole elevare lo faccia sul piano etico sfruttando le indubbie doti
di conoscenza che possiede dandosi come obiettivo la conservazione della
biodiversità, che include anche se stesso.
In finale se la lettura di quest’articolo ha creato disagio o, meglio, ha
sortito l’effetto di un pugno allo stomaco, allora l’obiettivo è stato
raggiunto: risvegliare la coscienza.
“La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare
dal modo in cui tratta gli animali” - M. K. “Mahatma” Gandhi
mercoledì 11 febbraio 2026
Aumento del TFA, acido trifluoroacetico, negli ecosistemi - Patricia Iori
La progressiva eliminazione delle sostanze responsabili dell’assottigliamento dell’ozono stratosferico è stata a lungo considerata uno dei più importanti traguardi della cooperazione ambientale internazionale. Il Protocollo di Montreal ha imposto l’abbandono dei clorofluorocarburi (CFC) e successivamente degli idroclorofluorocarburi (HCFC), ritenuti tra i principali responsabili del cosiddetto “buco dell’ozono”.
Il TFA è stata una delle sostanze
introdotte come alternative ai composti vietati, i quali si stanno, purtroppo,
rivelando all’origine di un’altra forma di contaminazione ambientale, meno
visibile ma potenzialmente persistente.
Il TFA: un inquinante discreto ma
persistente
L’acido trifluoroacetico è un composto
organofluorurato caratterizzato
da un’elevata stabilità chimica. Proprio questa stabilità, che ne favorisce la
permanenza nell’ambiente, lo colloca tra le cosiddette “sostanze eterne”
(forever chemicals), termine con cui si indicano molecole capaci di resistere
alla degradazione naturale per tempi molto lunghi.
Secondo uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters, le concentrazioni di TFA rilevate in diversi
ecosistemi del pianeta sarebbero triplicate nell’arco
degli ultimi vent’anni. I dati raccolti indicano un incremento
significativo in acque superficiali, precipitazioni e suoli, con una diffusione
ormai globale.
Il TFA non viene prodotto direttamente su larga scala
per applicazioni industriali diffuse; la sua presenza crescente è in gran parte
il risultato di processi di degradazione atmosferica. In particolare, alcuni
gas refrigeranti utilizzati in sostituzione dei CFC e degli HCFC – come gli
idrofluorocarburi (HFC) e le idrofluoroolefine (HFO) – subiscono trasformazioni
chimiche in atmosfera che portano alla formazione di TFA. Questo, una volta
generato, viene trasportato dalle correnti e ricade al suolo attraverso le
precipitazioni.
Per comprendere il fenomeno è necessario ripercorrere
l’evoluzione dei refrigeranti. I CFC, ampiamente
impiegati per decenni in frigoriferi, condizionatori e aerosol, furono progressivamente eliminati a causa della loro capacità di
distruggere l’ozono stratosferico. In loro sostituzione vennero
introdotti prima gli HCFC, poi gli HFC, composti privi di cloro e quindi meno
dannosi per l’ozono.
Successivamente, l’attenzione si è spostata anche sul
potenziale di riscaldamento globale di questi gas. Molti HFC, pur non
intaccando l’ozono, presentano un’elevata capacità di intrappolare il calore
nell’atmosfera. Ciò ha portato allo sviluppo e all’adozione delle HFO,
considerate più compatibili con gli obiettivi climatici per via del loro minore
impatto in termini di effetto serra.
È in questo contesto di continua sostituzione
tecnologica che si inserisce la questione del TFA. Alcuni HFC e HFO, durante la
loro permanenza in atmosfera, si degradano attraverso reazioni fotochimiche
producendo sottoprodotti stabili, tra cui l’acido trifluoroacetico.
Un accumulo globale silenzioso
La ricerca scientifica spiega che il TFA, una volta
depositato al suolo, tende a permanere nei comparti ambientali acquatici. È
altamente solubile in acqua e può accumularsi in laghi, fiumi e falde
sotterranee. A differenza di altri inquinanti, non si degrada facilmente né
viene eliminato attraverso i normali processi di trattamento delle acque.
L’aumento registrato negli ultimi due decenni
suggerisce che la produzione indiretta di TFA attraverso la degradazione dei
refrigeranti stia avendo un impatto cumulativo. Sebbene le concentrazioni
attuali siano generalmente considerate basse rispetto a soglie di tossicità
acuta, la natura persistente del composto genera domande sulla sua possibile
accumulazione a lungo termine e sugli effetti cronici sugli ecosistemi.
Le regioni più industrializzate, caratterizzate da un
uso intensivo di sistemi di climatizzazione e refrigerazione, mostrano livelli
più elevati. Tuttavia, tracce di TFA sono state rilevate anche in aree remote.
Effetti ecologici
Ad oggi, le conoscenze sugli effetti ecotossicologici
del TFA sono ancora oggetto di studio. Alcuni esperimenti indicano che
concentrazioni elevate possono influire negativamente sulla crescita di
determinate specie vegetali e organismi acquatici. Tuttavia, le concentrazioni
ambientali attualmente rilevate risultano inferiori ai livelli sperimentali che
hanno prodotto effetti evidenti.
Ciò non elimina le preoccupazioni. La storia recente
dell’inquinamento industriale insegna che la valutazione del rischio ambientale
richiede una prospettiva di lungo periodo. L’accumulo progressivo, unito alla
difficoltà di rimozione, rende il TFA un osservato speciale nel dibattito sulle
sostanze perfluoroalchiliche.
La famiglia dei PFAS, di cui il TFA rappresenta una
delle molecole più semplici, è già al centro di un’intensa attenzione
regolatoria in Europa e negli Stati Uniti. Molti PFAS sono stati associati a
effetti avversi sulla salute umana, tra cui interferenze endocrine e potenziali
rischi cancerogeni.
Il paradosso della transizione ambientale
Il caso del TFA mostra un paradosso che accompagna
spesso le politiche ambientali: la sostituzione di una tecnologia dannosa con
un’alternativa apparentemente più sicura può generare effetti collaterali
inattesi. Il successo nella protezione dell’ozono non è in discussione, ma l’adozione
su larga scala di nuovi composti ha innescato dinamiche chimiche che solo ora
vengono comprese appieno.
Questo scenario mette in luce la complessità dei
sistemi naturali e l’interconnessione tra atmosfera, idrosfera e biosfera. Una
molecola rilasciata per garantire comfort termico negli ambienti urbani può,
attraverso una catena di trasformazioni, contribuire all’accumulo di sostanze
persistenti in ecosistemi lontani migliaia di chilometri.
Un equilibrio delicato da preservare
La sfida per i prossimi anni sarà conciliare la
necessità di raffreddare ambienti e catene del freddo — elementi ormai
essenziali nelle economie moderne — con l’obiettivo di minimizzare l’impatto
chimico sull’ambiente. Ciò richiederà investimenti in ricerca, innovazione
tecnologica e una costante revisione delle politiche industriali.
L’aumento globale del TFA non costituisce, allo stato
attuale, un’emergenza ambientale paragonabile al buco dell’ozono o al
cambiamento climatico. Tuttavia, rappresenta un segnale da non sottovalutare.
La sua crescita triplicata in due decenni dimostra che anche le soluzioni nate
con finalità virtuose possono generare effetti secondari.
martedì 10 febbraio 2026
La nostra casa era già assediata - Sharif Hamad
A Gaza, ci conosciamo tutti e tutte. Ma soprattutto, conosciamo i bombardamenti. “Se li senti, vuol dire che sei salvo”, usiamo dire. A Gaza, che si è sacrificata per tutto il mondo, è entrato in vigore un cessate il fuoco ma non esiste ancora un luogo sicuro.
Anche dopo due anni di sterminio, le persone non sono arrabbiate né
disperate. Hanno imparato a gioire delle piccole cose, nonostante vivano una
quotidianità indescrivibile. Qualche giorno fa sono riuscito a parlare
con mia madre: mi ha raccontato di aver comprato una piccola pianta di molokhia per
preparare un pranzo. “L’ho piantata vicino alla nostra tenda, a Deir
el Balah – mi ha detto – Ci ho cucinato sette pasti”. Ha piantato anche del
basilico e della menta. L’ha fatto questa volta, e ogni volta che con il resto
della mia famiglia è stata costretta a spostarsi, cambiare campo profughi,
cambiare tenda. E ogni volta che se n’è andata ha salutato le sue piante. È
il suo modo per tenere viva la sua relazione con la terra. È il suo modo per
dire: io resto qui.
Beit Hanoun, la mia città, oggi non esiste più. Non c’è una casa
a cui tornare. Eppure passeggio per le sue strade ogni notte, appena mi
addormento. Parlo con le persone, con quelle ferite e con chi non c’è più. Ma
non mi basta, vorrei sentire la loro stessa fatica. Vorrei poter dire a mia
madre che torneremo a casa. “Dai, mamma. Portiamolo insieme questo materasso”,
le direi. Le persone di Gaza che sono state uccise non saranno mai dimenticate,
e prima poi torneremo a farci compagnia in Paradiso.
In questi giorni mi capita spesso di pensare alla Nakba.
All’epoca, a Gaza le evacuazioni forzate durarono tre giorni, e ne abbiamo
parlato per i successivi 70 anni. Adesso che abbiamo due anni di sfollamenti
alle spalle, abbiamo almeno duemila anni di racconti da tramandare.
A Gaza, dopo due anni di genocidio che si è compiuto davanti agli occhi di
un mondo complice, le persone sentono di aver fatto tutto il possibile per
restare umane. Sono riuscite a mandarci sorrisi mentre cercavano di
sopravvivere a un piano di sterminio, tra bombardamenti, fame e sete. Tra la
devastazione di scuole, infrastrutture, ospedali e mancanza di medicine. Tra le
macerie del proprio paese, ancora pieno di vita, dignità e orgoglio.
A Gaza, le persone hanno scelto come sempre di attaccarsi alla vita e alla
terra. E con le mobilitazioni di solidarietà in tutto il mondo hanno smesso di
sentirsi sole. Hanno capito che i popoli comprendono dove risiede il male, hanno
sentito di avere compagni e compagne e alleati ovunque, che sono stati capaci
di gridare nelle piazze e parlare di loro. Persone che hanno preso il mare –
come le attiviste e gli attivisti della Global Sumud Flottiglia – a cui hanno
detto “anche non siete arrivati e arrivate a Gaza, siete arrivati ai nostri
cuori”. Hanno visto le famiglie donare, tentare di aiutare anche con piccoli
gesti.
A chi manifesta da due anni al nostro fianco; a chi da due anni si sveglia
di notte o dorme con il cuore pesante per le immagini che ha ricevuto; a chi ha
riempito le strade e le piazze; a chi ha donato per aiutarci a sopravvivere:
non vi ringraziamo più. Ce lo avete insegnato voi, urlando nelle piazze “siamo
tutti e tutte palestinesi”: siamo compagni di strada e di lotta, Gaza vi ha
aperto gli occhi e vi ha “insegnato la vita”. Per questo non vi ringraziamo
più. Però vogliamo dirvi che vi abbiamo sentito. Anche
quando avevamo troppo dolore nel cuore. Anche quando eravamo in fila
per un pezzo di pane o un po’ d’acqua. Anche nel frastuono delle bombe. Noi
Gazawi ascoltiamo con il cuore più che con le orecchie, vediamo con la
coscienza, più che con gli occhi.
Con molta tenerezza e altrettanta fermezza, vi diciamo: ci avete teso una
mano che ci ha permesso di andare avanti, un giorno dopo l’altro, permettendoci
di credere che un secolo di propaganda potesse essere smantellata, lasciando
spazio alla nostra voce. Oggi, vi chiediamo due mani. Perché
il genocidio a Gaza continua. Possono fermarsi le bombe, ma non le
conseguenze di due anni di sterminio e distruzione. Oggi la Striscia è
ridotta in macerie. Oltre 70mila persone sono state uccise, di cui almeno
20mila bambini e bambine, e chissà quante migliaia sono ancora sotto le
macerie. Il 10% della popolazione non esiste più. Circa 4mila famiglie sono
state cancellate per sempre dall’anagrafe. Le persone ferite sono oltre
180mila, senza accesso a cure sanitarie, acqua potabile, cibo. E il 53% della
Striscia di Gaza resta occupata dalle forze militari israeliane: questo
significa che oltre due milioni di persone sono costrette a vivere in
180 chilometri quadrati, 13mila per chilometro quadrato. Come
sopravvivono? Come prima. La nostra casa era già assediata: era solo un po’ più
larga.
Ma Israele controlla soprattutto i terreni agricoli necessari alla
sopravvivenza della popolazione. In questi due anni le persone hanno esaurito
anche i propri risparmi: se per tanto tempo sono state capaci di arrangiarsi
con le scorte messe da parte, oggi la gente non ha letteralmente più
niente.
Paradossalmente, è quando si fermano le bombe che inizia la fase più
difficile. Sembra impossibile anche solo pensarlo, alla luce delle immagini che
abbiamo osservato. Ma finché si è concentrati sulla sopravvivenza non c’è tempo
di farsi domande. Adesso invece, ci mancano le risposte. Come
faremo a ricostruire Gaza? È quello che ci chiediamo ogni singolo
giorno. E l’unica risposta possibile, forse, è “come sempre”. Ci sono già
squadre di volontari ovunque che puliscono le strade, rimuovono le macerie,
cercano di rimettere in funzione gli ospedali e di liberare le scuole dalle
famiglie che lì hanno trovato rifugio. Perché sanno benissimo che il primo
passo è permettere a bambini e bambine di non rinunciare alla propria
istruzione. È questo che fa tornare la vita.
Vedendo tutta questa distruzione davanti a noi ci sembra di vivere in un
deserto, senza un inizio né una fine. E sembra impossibile ricominciare. Ma
poi, un giorno dopo l’altro, lo facciamo sempre. Bisogna solo iniziare.
Non è ancora finita. Non è finita la guerra. Ma neanche la
nostra speranza.
lunedì 9 febbraio 2026
Il Fiume Tagliamento non combina disastri, lasciamolo in pace - Grig
Naturalmente, perché non è canalizzato,
non è costretto entro argini troppo spesso in contrasto con la natura del corso
d’acqua.
Ha un bacino di poco meno di 3 mila chilometri quadrati, ha carattere
torrentizio e un letto fluviale largo fino a circa 2 chilometri.
E’ un fiume con struttura a canali
intrecciati, cioè consistente in una rete di canali d’acqua
intrecciati fra loro all’interno di un alveo ghiaioso
molto profondo ed ampio.
E’ uno dei pochi fiumi in Europa ad aver mantenuto le sue
caratteristiche naturali, l’unico dell’Arco Alpino.
I centri urbani storici sono stati realizzati distanti dall’alveo del Fiume, che, in periodi di piena, può allargarsi sulle sponde con danni nettamente minori nelle aree golenali.
Il letto del Fiume si sposta, perché l’area che viene abbandonata dal
corso d’acqua subduce, quindi si abbassa, mentre quella dove
scorre, in virtù dei materiali che deposita, si alza. Naturalmente in tempi
geologici.
Attualmente il Po e tutti gli altri fiumi della pianura padana
sono costretti all’interno degli argini da 100/200 anni e le
aree golenali (quelle di esondazione in caso di piena) sono occupate da case,
strade e capannoni. Così, sistematicamente, gli argini devono essere alzati, in
quanto il Fiume sedimenta materiali e, non potendo divagare,
vede il suo letto crescere in altezza, mentre i terreni intorno sono sempre più
in basso.
I Fiumi della Pianura Padana (e
buona parte dei fiumi europei) oggi hanno un letto ben al di sopra del piano di
campagna, con un rischio potenziale di grande devastazione per i terreni
circostanti.
Un pericolo in crescita, anno dopo anno. Come l’altezza degli
argini.
Il rischio nel caso del Fiume Tagliamento è molto
minore, non da ennesima, calamità
innaturale.
E non è un caso.
Eppure, c’è chi vorrebbe sistemarlo per bene…
domenica 8 febbraio 2026
Siamo pronti alla morte… - Andrea Segre
“Siamo pronti alla morte l’Italia chiamò”, canta Laura Pausini, interpretando l’inno nazionale di Goffredo Mameli, nella serata inaugurale dei Giochi Olimpici Milano-Cortina e nel suo volto c’è tutta la disperazione, la violenza, la bestialità, l’immenso dramma che questa frase orrenda dell’inno nazionale porta con sé.
Per secoli milioni di esseri umani sono stati trucidati in nome delle
diverse patrie a favore di re, papi, generali, duci , zar, cavalieri e manager.
E così sembriamo destinati ad essere ancora, a ucciderci per difendere e offendere
le nostre differenze e per difendere e proteggere i nostri padroni. Finché non
ci libereremo di questo immenso inganno, non vivremo mai nella giustizia.
Le Olimpiadi Milano-Cortina rimarranno nella storia come edizione piena di
sangue e ipocrisia.
Non so se Laura Pausini lo abbia fatto volontariamente o meno, ma la
ringrazio, perché con la sua espressione ha portato nel cuore della grande e
impietosa farsa cerimoniale delle Olimpiadi l’unica necessaria verità,
l’intreccio orribile tra orgoglio nazionalista e disperazione, tra patriottismo
e violenza, tra esaltazione identitaria e guerra. La maschera di
sconvolto, disperato ed esaltato dolore di Laura Pausini è icona marmorea del
dramma infinito dell’umanità, che nulla potrà sperare finché rimarrà asservita
e trucidata dagli interessi militari delle oligarchie nazionaliste.