intervista di Jeff Hoffman a Mario Apicella, agronomo e musicista.
Amare Produzioni Agricole
giovedì 30 luglio 2026
mercoledì 29 luglio 2026
Antispecismo è sostenibilità: con Veghu il formaggio sardo è (anche) vegetale - Sara Brughitta
Alla base dei formaggi di Veghu non c’è il latte animale, ma mandorle, anacardi e soia. Si tratta infatti del primo centro di riferimento in Sardegna per la ricerca, formazione, produzione e vendita di formaggi 100% vegetali, ma non solo. Veghu è anche una comunità inclusiva e intersezionale, che guarda al futuro dell’Isola, nell’Isola.
Veghu è un
microcosmo che per essere raccontato, ha bisogno di uno sguardo (e di una
consapevolezza) di insieme. Sono molti gli studi che dimostrano infatti l’effetto
devastante degli allevamenti intensivi e, nello specifico, anche quello
dell’industria casearia è un settore noto per
essere altrettanto impattante a livello ambientale. Emissione elevate di CO2, ricorso a sostanze chimiche e poi
c’è la questione del packaging, principalmente con materiale plastico. Infine
non va dimenticato il danno causato dalle acque reflue, le acque di scarico.
La Sardegna,
con una delle densità ovine più elevate al mondo, ha una lunga tradizione
nell’allevamento, parte integrante del patrimonio culturale ed economico
isolano. Il tessuto del territorio sardo è composto principalmente da aziende
medio-piccole, spesso a conduzione familiare, ma anche qua la crescente
consapevolezza riguardo l’impatto ambientale dell’industria casearia e degli
allevamenti solleva interrogativi sulla sostenibilità delle pratiche attuali.
In questo
contesto è più che mai necessario esplorare strade ecosostenibili che possano
ridurre gli impatti, passando anche per la promozione di un’alimentazione più
responsabile. Un’opzione meno impattante, ad esempio, può essere offerta dalle
alternative vegetali. Marcello Contu, fondatore di Veghu, centro di riferimento
per la ricerca, la formazione, la produzione e la vendita di formaggi 100%
vegetali, racconta come soluzioni etiche e sostenibili siano possibili e
necessarie.
Da quale esigenza nasce il progetto?
La mia
attività è nata per soddisfare la mia voglia di mangiare formaggio dopo essere
diventato vegano: i formaggi rappresentavano l’ultimo ostacolo da superare. Nel
mercato però ho trovato poche alternative, sia dal punto di vista nutrizionale
che da quello del sapore. Per questo motivo ho sentito l’esigenza di
autoprodurmi del formaggio che fosse in linea con le mie preferenze e
necessità.
Il mio è
innanzitutto un progetto antispecista, il che implica anche un forte
impegno verso l’ecosostenibilità, tema fondamentale per me. In Sardegna parlare
di antispecismo può essere a tratti rischioso in alcuni ambienti, ma credo
comunque sia importante affrontare queste tematiche quotidianamente. Voglio far
comprendere alle persone che l’allevamento intensivo ha un impatto enorme
sull’ambiente e in aggiunta quella tipologia di carne non offre alcun beneficio
nutrizionale.
Nel Barigadu qual è stata la risposta a un progetto
antispecista di formaggi vegetali?
L’accoglienza
che ho ricevuto a Bidonì e Sorradile è stata straordinaria sin dal primo
giorno. Questi paesi, che affrontano il fenomeno dello spopolamento e sono
ritenuti fra i più poveri della Sardegna, sono riusciti a formare una comunità
solida. Le statistiche prevedono che tra vent’anni luoghi come il nostro non
esisteranno più, ma noi vogliamo sfidarle. La mia azienda, come ogni piccola e
media impresa, contribuisce allo sviluppo della comunità attraverso un’economia
circolare.
In Europa ci sono poche aziende che producono formaggi
vegani, in Sardegna siamo gli unici
Nonostante
le proiezioni preoccupanti stiamo lavorando con passione e coerenza,
sperimentando il sostegno della comunità. Vogliamo raccontare la nostra storia
attraverso i prodotti che offriamo, utilizzando materie prime che rappresentano
il nostro territorio. Inoltre stiamo emergendo anche come punto di attrazione
turistica: le persone che partecipano ai nostri corsi di formazione scoprono
un’area della Sardegna che altrimenti rimarrebbe sconosciuta, un territorio
spesso trascurato anche dagli stessi sardi.
Come si svolge la formazione e perché c’è la necessità
di avviare dei corsi?
Abbiamo
diverse modalità di formazione, una di queste è la nostra academy, che aprirà a
inizio 2025; attualmente ci stiamo concentrando sulla formazione in presenza.
Avviene in due modi: organizziamo workshop aperti a gruppi di 15 persone, della
durata di 3 o 4 ore, condotti sia da noi che da formatori esterni. L’altra
modalità è la formazione privata, che è professionalizzante.
Il nostro
pubblico è variegato: riceviamo partecipanti che risiedono in Sardegna ma anche
provenienti dall’estero. Questo è dovuto al fatto che in Europa ci sono poche
aziende che producono formaggi vegani, in Sardegna siamo gli unici. Fin
dall’inizio, ci siamo configurati come un centro di riferimento, non solo per
la produzione di formaggi ma anche per la ricerca, lo sviluppo e la
trasformazione. La nostra sfida principale è stata quella di posizionarci come
il primo centro di riferimento in Europa dedicato all’emergente mondo dei
formaggi vegetali.
E invece dal punto di vista delle politiche regionali?
Avete avuto accesso a qualche bando?
Vengo da
esperienze diverse e ho accumulato una certa conoscenza su ciò che mi circonda.
Ricordo bene il 2020, quando avevo solo 35 euro sul conto e la necessità di
cercare bandi si faceva sempre più forte. Ho dovuto gestire la mia azienda da
solo all’inizio. Nel tempo ho creato una rete di contatti con cui scambio
informazioni sui bandi, incontrando altre piccole aziende e imparando di più
sulle possibilità che ci sono.
Tuttavia c’è
un problema fondamentale: molti di questi bandi richiedono un anticipo di
capitale, un ostacolo significativo per le startup. Ci dovrebbe essere
maggiore attenzione verso bandi specifici per le aziende, che non richiedano
nemmeno un euro di anticipo. Un finanziamento a fondo perduto di 10.000 euro
per una startup nei suoi primi passi sarebbe un aiuto enorme, ma spesso ci
troviamo davanti a finanziamenti più complessi, che sembrano mascherati dietro
promesse di collaborazione e rete.
Cosa significa per un’azienda fare rete?
Spesso rifletto
su quanto sia inflazionata l’idea di fare rete al giorno d’oggi. A mio avviso,
la rete che resiste nel tempo è quella costruita su relazioni genuine, basate
sulla prossimità, sul supporto, sulla collaborazione e sulla cooperazione. Noi
stiamo costruendo questa rete da tre anni, nel nostro territorio è
fondamentale. Non si tratta solo di partecipare a eventi con l’obiettivo di
“fare rete”, ma di costruirla davvero, ogni giorno.
Le persone che partecipano alle nostre attività non solo si fermano da noi, ma soggiornano anche nelle strutture ricettive gestite da amici e amiche del luogo. Hanno l’opportunità di mangiare nei ristoranti locali e acquistare prodotti di aziende del territorio attraverso la nostra rivendita, creando così opportunità di conoscenza e scambio. Per me fare rete è questo.
La vostra realtà, Veghu, è anche “attivista” su varie
questioni sarde.
Io mi dedico
a un attivismo che considero esemplificativo, anche perché ho sperimentato
diverse forme di attivismo nella mia vita. Attualmente, ciò che mi dà maggiore
soddisfazione e benessere è offrire alternative pensate per le persone,
evitando la frustrazione e l’angoscia. La nostra proposta non si rivolge solo a
vegani, ma anche a onnivori e intolleranti, creando un ambiente inclusivo dove
chiunque può assaporare i nostri prodotti e apprenderne il valore.
Non
cerchiamo conflitti, piuttosto vogliamo aprire a nuove visioni e prospettive,
essenziali per una terra come la Sardegna che ha tanto bisogno di rinnovamento.
Noi siamo un’Isola, le cosiddette boccate d’aria arrivano
soprattutto durante la stagione turistica ed è tutto strettamente legato
all’introito. In questo scenario, spesso la tradizione poi viene utilizzata
come qualcosa di performativo, da vendere. Essa però per me non può essere
ridotta a un folklore o a una carnevalata, deve essere un elemento vivo che si
evolve, altrimenti rischiamo di stagnare. Noi nasciamo anche come evoluzione
della tradizione.
In conclusione, quali sono le prossime sfide per Veghu?
Stiamo
preparando l’apertura della nostra Academy online per l’inizio del 2025, sarà
la prima accademia al mondo dedicata esclusivamente ai formaggi vegetali. A
differenza dei corsi online esistenti, spesso parte di percorsi formativi più
ampi, la nostra Academy offrirà corsi professionalizzanti strutturati con
moduli e test finali. Avrà un corso base obbligatorio e rappresenterà una vera
innovazione nel settore. La nostra sfida principale per il 2025 è partire con
il primo corso a gennaio. Ci permetterà di eliminare le barriere, consentendo a
persone da tutto il mondo di accedere alla formazione, invece di dover
viaggiare per due giorni come già fanno alcuni studenti dalla Svizzera e dalla
Croazia.
In Sardegna
mi trovo immerso in un tessuto vibrante di startup, collettivi informali e
progetti affascinanti. Ogni mese scopro una nuova realtà che riesce a catturare
la mia attenzione e non posso fare a meno di chiedermi dove sia stata nascosta
fino a quel momento. È sorprendente pensare che a pochi chilometri di distanza,
potrebbe esserci un progetto in grado di collaborare con noi, condividere la
nostra visione e i nostri valori, eppure non lo conosciamo.
Quello che
mi colpisce è che spesso queste iniziative non comunicano tra di loro. È un
peccato, ci sono così tante realtà diverse e interessanti che coprono ogni
settore: dall’illustrazione all’arte contemporanea, dalla cosmesi e oltre. Il
mio desiderio è di creare una rete, conoscerci e comunicare, affinché possiamo
tutti e tutte trarre beneficio da questo fertile ecosistema creativo.
martedì 28 luglio 2026
Energy drink, boom in Italia tra bambini e adolescenti: “Contengono mix di sostanze non sicure per chi è in pieno sviluppo” - Alex Corlazzoli
Un report del Gruppo di Studio Adolescenza della Società Italiana di Pediatria, condotto su 430 ragazzi tra i 9 e i 17 anni, evidenzia che quattro adolescenti su dieci hanno iniziato a consumare queste bevande prima dei dodici anni, e in alcuni casi addirittura prima dei nove
Troppi adolescenti e bambini consumano
energy drink. Le lattine – tutte colorate al gusto di pesca,
limone, ananas, pompelmo e molti altri gusti – che troviamo sugli scaffali dei
supermercati o nei negozi di vicinato, sono sempre più gettonate dai giovani.
Quasi quattro adolescenti su dieci hanno iniziato a consumare energy drink
prima dei dodici anni, e in alcuni casi addirittura prima dei nove. È il dato
che emerge da un report del Gruppo di Studio Adolescenza della Società
Italiana di Pediatria, condotto su 430 ragazzi tra i 9 e i 17 anni.
Una questione che non può essere sottovalutata perché “quando parliamo di
energy drink parliamo di un concentrato di stimolanti. Non agisce –
spiega Rino Agostiniani, presidente della Società
italiana di pediatria (Sip) – solo la caffeina, ma un insieme di sostanze (taurina,
guaranà, L- carnitina etc) che possono avere un effetto sinergico. Nei bambini
e negli adolescenti questi ‘mix’ non sono adeguatamente studiati. Ecco perché
andrebbero evitate nei minori di 18 anni e sotto i 12 anni: non esiste una dose
sicura perché il cervello e il sistema cardiovascolare sono ancora in pieno
sviluppo e l’organismo è più vulnerabile agli effetti della caffeina e degli
altri stimolanti”.
A catturare i ragazzi sarebbe proprio la pubblicità: basti
pensare alla nota Red Bull sbarcata in Italia puntando su
sponsorizzazioni di eventi e pubblicità attraverso
i canali più disparati, destinati ad un pubblico giovane ed ai loro interessi,
come sport, musica, vita notturna.
Altro punto dolente è la facilità d’acquisto. A differenza di
altri Paesi europei, in Italia non esiste oggi alcun limite di età per
l’acquisto degli energy drink, liberamente disponibili nei supermercati e
promossi anche attraverso lo sport, i social media e la pubblicità. Proprio nei
giorni scorsi, invece, il Governo britannico ha
confermato che da aprile 2027 in Inghilterra sarà vietata agli
under 16 la vendita delle bevande energetiche ad alto contenuto di caffeina,
quelle con oltre 150 milligrammi per litro. Il divieto riguarderà tutti
i canali di vendita: negozi, bar e ristoranti, distributori automatici e
piattaforme online.
In Italia l’energy drink spopola: secondo i dati della Sip
il consumo frequente riguarda circa il 10% del campione, il 65% degli
intervistati ha dichiarato di aver assunto almeno una volta bevande
energetiche. Ma il dato più preoccupante è la precocità dell’esposizione: il
39,2% ha iniziato prima dei 12 anni e il 49% tra i 12 e 14. I possibili danni
li racconta Elena Bozzola, del gruppo di Studio Adolescenza: “Le
evidenze scientifiche indicano che i possibili rischi riguardano il
sistema cardiovascolare e quello neurologico. In particolare vi è il
rischio di un aumento della pressione arteriosa e della frequenza
cardiaca; nei soggetti predisposti sono stati descritti disturbi del
ritmo cardiaco, che possono essere pericolosi in quei soggetti in cui non si è
ancora giunti alla diagnosi di una patologia cardiaca. A questo si aggiungono
disturbi del sonno, irritabilità, ansia e interferenze con i meccanismi di
maturazione cerebrale, in una fase in cui il sistema nervoso è ancora in
evoluzione”.
lunedì 27 luglio 2026
24 luglio: la giornata delle risorse naturali esaurite (ma per l’Italia è stata il 3 maggio…)
Il 24
luglio, è l’Overshoot Day del pianeta. In parole povere: i nostri consumi
hanno superato ciò che il pianeta è in grado di fornire per tutto l’anno in
corso. Dal 25 luglio in poi stiamo (sempre noi!) consumando con largo anticipo
(più di cinque mesi) quello che la Terra mette a disposizione della vita delle
specie: dalle coltivazioni alla fauna, dalle foreste all’energia.
Il calcolo
con cui viene effettuata questa misurazione si ottiene con una semplice
formula: la biocapacità della Terra diviso l’impronta ecologica, il tutto
diviso i 365 giorni dell’anno. I due termini della divisione non fanno parte
del linguaggio comune per cui spendiamo qualche parola di spiegazione perché si
tratta di termini spesso ricorrenti nelle ricerche scientifiche sull’ambiente.
La biocapacità è
la capacità totale del pianeta di ricostruire le risorse naturali – acque,
legnami, prodotti agricoli e cibo in generale. A questo totale – costituito da
una marea di dati – va sottratto il quantitativo di rifiuti prodotto dalla
attività umana, comprese le emissioni di CO2 dato che questi fattori
diminuiscono la capacità rigenerativa totale.
L’impronta
ecologica indica il consumo di quelle risorse da parte dell’umanità.
Moltiplicando per i giorni dell’anno sapremo in quale data il consumo supera la
rigenerazione. Questo dato riguarda, però, la media del pianeta ma la
data dell’overshoot varia da paese a paese e commenteremo
nel seguito alcune di queste differenze. Per ora ci interessa capire se la
ricerca effettuata ci può fornire un indicatore del rapporto tra la crisi delle
risorse, il modo di produzione capitalistico e le conseguenze sull’ambiente:
questi sono i fatti per noi rilevanti.
La prima
cosa che rileviamo è che gli appelli ad un consumo consapevole si rivolgono
sempre ad un indefinito “noi” in quanto singoli consumatori e mai al
sistema produttivo – quell’innominabile capitalismo –
che governa la vita del pianeta e che non è in mano a singoli individui ma è
proprietà di una classe sociale – altro termine
innominabile – che sperpera in consumi di lusso, che distrugge merci per
mantenere alti i prezzi ed i profitti, che organizza guerre dove, sempre di
più, il consumo di risorse e la distruzione dell’ambiente raggiungono livelli
parossistici. E’ essenzialmente per questo che dal 25 luglio in poi le specie
del pianeta vivranno a credito ecologico ipotecando pericolosamente ogni tipo
di risorsa che la natura mette a disposizione.
Altra
osservazione che ci suggerisce dovute considerazioni è il fatto che i dati di
quel consumo – di cui non vi sommergeremo – variano da paese a paese. L’Italia,
per esempio, si dà sempre un gran bel da fare e la sua data fatale è
caduta il 3 maggio: in soli 122 giorni il paese ha
consumato ciò che la natura è capace di metterle da parte per tutto l’anno! L’Italia
è in linea con la media europea ma alcuni paesi fanno molto peggio: il Qatar
batte tutti e in 35 giorni brucia tutto. Seguono Lussemburgo, Singapore,
Kuwait, Mongolia (?), Canada, Emirati, Bahrain, Usa, Australia, Danimarca,
insomma tutti i paesi con un modello economico di “avanzato” capitalismo. I
paesi virtuosi giungono, invece, vicino al mese di novembre come Tunisia,
Nicaragua, Ecuador, Cambogia, Honduras. Ai campisti potrà interessare che il
giorno di “soglia” è il 28 marzo per la Russia mentre in Cina sono più virtuosi
e si fermano al 27 maggio. La data fatidica del 24 luglio rappresenta, quindi,
una media di consumi medi dei paesi oggetto dello studio di Global Footprint
Network, e non ci consente – dobbiamo riconoscere che sarebbe difficilissimo –
di misurare il contributo delle diverse classi sociali alla distruzione delle
risorse planetarie, la quale comunque non può essere fatta risalire a modelli
di consumo individuale.
Altra
considerazione ci viene dai grafici che mostrano dal 1972 al 2026 un
incremento pressocché lineare del debito – o credito – ecologico. Assumendo
come punto di partenza – o di parità tra consumi e riproduzione naturale – il
mese di dicembre del 1972, si vede che di anno in anno il mese in cui si va a
debito (media mondiale) arriva gradualmente e inesorabilmente all’agosto del
2026. L’andamento di questo dato coincide strettamente con tutte le
osservazioni metereologiche sul riscaldamento ambientale, sulla crisi climatica
generale, sul sovra-consumo dei combustibili fossili, sulla sovrapproduzione di
CO2.
Un’ulteriore
verifica della nostra tesi ci viene dai dati del periodo del Covid. In quei
giorni le rilevazioni dell’Overshoot Day portarono i dati in avanti
di ben tre settimane e non si può fare a meno di considerare che questa
anomalia sia stata frutto dell’abbattimento della produzione di merci, del calo
dei consumi dei combustibili fossili, del calo brusco del traffico
automobilistico. E non basta! Alcuni Paesi non compaiono nelle statistiche
di questa ricerca perché non raggiungono mai il punto di
sovrasfruttamento delle risorse naturali nell’arco dell’anno. E’ il caso
di diversi Stati africani come l’Angola e l’Eritrea,
o asiatici come il Pakistan e il Nepal. Questo accade
perchè l’impronta ecologica media di quei Paesi è inferiore
alla biocapacità globale disponibile e anche in questi casi il modello di
“sviluppo” capitalistico e di consumo è dissimile da quello dei cosiddetti
paesi occidentali tipici.
La stretta
correlazione tra gli andamenti di questi fenomeni mostra che essi non
sono separati, indipendenti, tutt’altro! Gli studi e le
rilevazioni dell’Overshoot Day partono dai primi anni ’70 mentre il
dibattito scientifico – con le conseguenti ricerche – ha individuato la
questione ecologica ben prima datandone l’inizio agli anni della ricostruzione
postbellica che segnò un balzo in avanti di tutti i fattori della crisi
climatica. Gli scienziati più avanzati hanno subito individuato la natura della
variazione degli elementi climatici nelle attività dell’uomo spingendosi fino
al punto di indicare l’attuale fase come un’epoca geologica del tutto nuova:
l’era dell’Anthropocene. Noi, incontentabili critici puntigliosi, indichiamo la
fase climatica in maniera più specifica sostenendo che essa è generata
direttamente dal modo di produzione capitalistico essendo confortati
dalle ripetute osservazioni della stretta correlazione tra le due
accelerazioni: quella del mdp e quella del cambiamento climatico. Gli studi
sull’Overshoot Day sono un’altra prova di questa correlazione e
della sua negativa evoluzione.
Questa
giornata sull’esaurimento delle risorse fa il paio con un’altra ricorrenza:
quella contro lo spreco alimentare, ma anche qui la prima cosa che
notiamo è l’omissione nell’indicare le vere cause e i conseguenti
rimedi ricorrendo ad un modo di porre anche questo problema come
dipendente dalle abitudini individuali. Siamo solo noi, quelli che buttano cibo
nella spazzatura (a proposito, molto di quello in produzione è veramente da
buttare!) i responsabili dello spreco alimentare? Per Waste Watcher
Observatory il problema è nel: “… comportamento del consumatore [che
genera] impatti economici, ambientali e sociali [adottando] diverse diete e
diversi stili di vita”. Sarebbe interessante, a questo punto, sottoporre
il questionario – perno di questa ricerca – ai palestinesi di Gaza ed agli
altri 730 milioni di persone che nel mondo soffrono la fame; non è una
provocazione! Con gli scarti dei supermercati davanti agli occhi non possiamo
fare a meno di commentare che l’obiettivo “… di generare conoscenze utili ad
indirizzare scelte individuali e politiche pubbliche relative all’uso
sostenibile delle risorse naturali, alla riduzione e prevenzione dello spreco
alimentare e alla promozione di diete sane” è davvero come prosciugare il mare
col cucchiaino della buona volontà di qualche persona, mal che vada, con le
consuete raccomandazioni di qualche spot ministeriale.
Lo sforzo
compiuto dall’Osservatorio è senz’altro generoso. Partito nel 2013 (invece le
rilevazioni dell’Overshoot partono dal ’’70) come fatto
circoscritto a livello italiano, si è gradualmente esteso coinvolgendo altri
paesi, ma non è mai uscito dall’ambito di un approccio fondato su modello della
microeconomia marginalista. Interessanti i dati che mostrano il divario tra
zone “ricche” e zone “povere” del paese e tra generazioni. Ma anche con questi
presupposti di ricerca non vediamo nel report la dichiarazione di un
minimo legame tra condizioni di vita (lavoro, reddito, salute,…) e abitudini
alimentari. E’ solo modello culturale quello di imbottire i bambini di cibo
spazzatura? A nessuno dei ricercatori è venuto in mente che la causa prevalente
potrebbe essere il minor costo del cibo industriale, il tempo di lavoro che non
consente più di praticare il modello di cucina casalinga? Eppure, secondo noi,
anche nell’alimentazione si ripropone il ruolo del modo di produzione che
condiziona il modo di vita e che regola anche il bisogno essenziale,
l’alimento, allo stesso modo di una merce che non deve soddisfare i bisogni
dell’organismo umano – e meno che mai si rivolge alla sua salute – ma deve
realizzare profitto.
Qualche
studioso sostiene perfino che le attuali modalità alimentari abbiano influenza
sulla fertilità delle coppie. Non abbiamo la possibilità di verificare se
questa ipotesi prevalga su quelle più strettamente socioeconomiche – quali, ad
esempio, quelle legate al reddito familiare in costante diminuzione – ma
certamente fenomeni quali l’obesità infantile non sono slegati dal reddito,
dalle condizioni di lavoro, dalla produzione di cibo “spazzatura”. E’ davvero
sorprendente, però, che studiosi di rango e ricercatori preparati ignorino che
tutte le società sono divise in classi, e questo già da molti millenni e con
effetti notevoli e spesso dirompenti, tra cui qualche rivoluzione.
Tornando
sullo spreco generale dei consumi umani, abbiamo solo accennato a quello di
portata collettiva che avviene ad opera dei supermercati, come del mondo della
ristorazione, che potrebbe avere un suo seppur labile fondamento. Non vogliamo
ripetere quello che più volte abbiamo affermato, ma come non considerare la
distruzione che avviene soprattutto in agricoltura (e negli allevamenti di
animali a terra e in mare? Non troverete alcun dato che parli di queste stragi,
ma non c’è inchiesta giornalistica o osservazione personale che non ci dica che
si distrugge anzitutto per mantenere alti i prezzi, poi per regolare l’eccesso
di produzione, poi per portare ai mercati merce “bella”, frutta, ortaggi e
verdura di buon calibro, poi per l’abbandono del prodotto perché il costo della
raccolta non è coperto dall’utile alla vendita. Dunque sostenere – come si
legge tra le pagine del report di Sprecozero – che lo spreco alimentare è più
diffuso tra i ceti popolari e al sud perché il “senso di insicurezza, di
incertezza psicologica, spinge” costoro – i poveri – a comprare più del
necessario per timore di restarne senza, è veramente un ossimoro, una
contraddizione in termini, ma è soprattutto insultante.
domenica 26 luglio 2026
Nuoro: studente di 18 anni, vittima di omicidio sul lavoro. Non è stata una fatalità

Per la memoria di Fabrizio, perché nessuno e nessuna si trovi mai più nella terribile posizione del suo collega, per la nostra vita e per la nostra dignità.
sabato 25 luglio 2026
venerdì 24 luglio 2026
Il futuro del pianeta si deciderà in Brasile - Eliane Brum
Una delle più importanti scienziate esperte di clima, la brasiliana Luciana Gatti, ha sorpreso tutti annunciando la sua candidatura a deputata federale alle elezioni di ottobre. La logica di Gatti, che da trent’anni fa ricerche sull’Amazzonia e sull’impatto dei gas serra generati in gran parte dallo sfruttamento del bestiame nella foresta, è cristallina. “La situazione climatica sta andando verso il caos. Dobbiamo fare qualcosa di diverso, uscire dagli schemi. Il congresso sta accelerando la nostra estinzione”, ha spiegato in un’intervista al sito d’informazione sull’Amazzona Sumaúma. Gatti si riferisce al fatto che il parlamento brasiliano sta annullando le leggi di protezione ambientale e ostacolando la demarcazione delle terre dei popoli nativi. “Non possiamo restare a guardare questo congresso assurdo, ignorante, e limitarci a rimanere nel nostro angolino, a fare gli scienziati. Il compito di tutti noi è cambiare il parlamento”.
La decisione
può sembrare radicale o addirittura disperata, ma dal punto di vista etico è
forse l’unica che abbia senso. La scienziata, come altri che intendono lasciare
i laboratori per candidarsi a un seggio al congresso, sa meglio della maggior
parte delle persone cosa sta succedendo: nella porzione brasiliana la
principale foresta pluviale del pianeta emette già più anidride carbonica di
quanta ne assorba. Nel 2024 ne ha immagazzinato 476 milioni di tonnellate, ma
ne ha emesse 755 milioni, superando la quota assorbita di 279 milioni di
tonnellate. Ciò significa che uno dei grandi serbatoi di carbonio del pianeta
sta collassando.
Chi conosce
l’Amazzonia sa che la foresta non sopravvivrebbe a un altro governo di estrema
destra, per questo l’attenzione è concentrata sul parlamento brasiliano
Studi come
quelli di Gatti e dei suoi colleghi dimostrano che nelle zone disboscate le
temperature aumentano e le precipitazioni diminuiscono. Le piogge dell’America
Latina dipendono dalla salute del bioma amazzonico, grande regolatore del clima
del pianeta. Questa meraviglia, creata nel corso di più di cinquanta milioni di
anni, è stata sistematicamente distrutta in poco più di cinquant’anni e negli
ultimi tempi a un ritmo ancora più accelerato. Se muore, moriremo anche noi.
Questa è la
portata della posta in gioco nelle elezioni brasiliane. E dovrebbe interessare
il mondo intero. Il governo di estrema destra di Jair Bolsonaro (2019-2022) ha
aggravato – e di molto – la distruzione della foresta. Ma il ritorno al potere
di Luiz Inácio Lula da Silva nel 2023 non ha salvato l’Amazzonia. In parte
perché il suo governo è formato da una coalizione di ben undici partiti, che
annovera sostenitori dell’agroindustria e dei combustibili fossili in ministeri
chiave; e anche perché Lula appartiene a quella corrente della sinistra globale
ancora convinta che sia possibile ridurre le disuguaglianze sottraendo materie
prime alla natura. Ma, soprattutto, perché il governo non ha la maggioranza in
parlamento e perché alla camera e al senato dominano i politici legati ai
principali responsabili di deforestazione e inquinamento: l’industria mineraria
e quelle della carne, della soia e dei pesticidi.
Il
parlamento attuale ha smantellato gran parte della legislazione ambientale e
rende sempre più difficile demarcare i territori degli indigeni. La
legalizzazione dell’attività mineraria nelle loro terre è il prossimo passo.
Chi conosce l’Amazzonia sa che probabilmente la foresta non sopravvivrebbe a un
altro governo di estrema destra. Per questo l’attenzione è concentrata sul
congresso, dove l’estrema destra si sta adoperando per ampliare il proprio
controllo, soprattutto al senato, l’unica istituzione competente a destituire i
magistrati della corte suprema. Poiché negli ultimi anni la corte ha annullato
alcune sue leggi ritenendole incostituzionali, il suo obiettivo è quello di
eliminare gli ostacoli ai propri abusi di potere.
Anche i
presunti “progressisti” si concentrano sulla contesa parlamentare, ma per
motivi opposti. Il ritorno dell’estrema destra al governo, questa volta con
Flávio Bolsonaro, il primogenito dell’ex presidente, sarebbe catastrofico per
il paese e metterebbe quasi tutta l’America Latina sotto la tutela di Donald
Trump. Ma altri quattro anni di legislazione come quella attuale, anche se Lula
fosse rieletto, aggraveranno il collasso climatico e causeranno la morte di
molte più persone.
Marina
Silva, deputata federale ed ex ministra dell’ambiente e dei cambiamenti
climatici di Lula, ora aspirante candidata al senato, è riuscita a ridurre la
deforestazione in Amazzonia. Ma ridurre non basta. La media è di cinque alberi
abbattuti al secondo. Tuttavia anche se la deforestazione si fermasse,
l’accelerazione del collasso continuerebbe.
C’è solo una
via d’uscita: riforestare. Lo dicono scienziate come Luciana Gatti. Dal
prossimo congresso brasiliano dipende la vita ben oltre i confini del Brasile. ◆ et
Questo
articolo è uscito sul numero
1675 di
Internazionale, a pagina 36.