Il 17 giugno 2026 è stato presentato pubblicamente l’accordo tra l’ASPAL (Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro) e il Comando Militare Esercito Sardegna (CME Sardegna). A quale scopo? La comunicazione ufficiale nel sito della Regione Autonoma Sardegna recita così:
L’obiettivo
principale della partnership è quello di sviluppare forti sinergie istituzionali
per informare e orientare i cittadini sardi sulle diverse opportunità di
carriera offerte dall’Esercito Italiano, rafforzando contestualmente la rete
territoriale dei servizi per il lavoro. Le azioni previste si rivolgono in modo
specifico ai giovani in uscita dai percorsi scolastici e formativi, ai
disoccupati o a chiunque sia in cerca di una nuova occupazione, nonché ai
volontari congedati senza demerito dalle Forze Armate, favorendo così
l’occupabilità complessiva sul territorio regionale.
In una terra
ad alta emigrazione, specie giovanile, con problemi irrisolti di trasporti
interni ed esterni, spopolamento, crisi del settore primario, dispersione
scolastica la politica di vertice favorisce una relazione privilegiata con le
Forze Armate italiane, impegnandosi ad orientare le scelte proprio delle fasce
giovanili verso impieghi militari.
Non c’è
partita strategica in cui la politica sarda riesca mai a accennare una
soluzione strutturale, a parte effetto annuncio e propaganda, o soluzioni
tampone che perlopiù aggravano il problema. Le uniche cose in cui è attivissima
sono gli affari delle varie lobby private, a cui sono legati i vari personaggi
o le diverse consorterie clientelari, e la realizzazione dei desiderata delle
rispettive case madri d’oltre Tirreno.
I casi
concreti si sprecano: il mancato intervento in materia di dimensionamento
scolastico (che ha di fatto spalancato le porte al commissariamento della
Regione in materia, dunque alla realizzazione dei piani governativi); la
mancata presa di posizione sull’ampliamento della RWM di Domusnovas (che ha di
fatto accelerato la sua approvazione e in cui la RAS si costituisce nel
procedimento *contro* i comitati e le associazioni); l’affare scandaloso di
Cala Finanza a Loiri/Porto San Paolo; la privatizzazione degli aeroporti sardi.
Ora questo accordo di partenship privilegiata con le Forze Armate.
Ricordiamo
che la responsabilità della disastrosa occupazione militare della Sardegna, con
decine di migliaia di ettari sottratti all’uso civile e in buona parte
compromessi da sperimentazioni di ordigni ed esercitazioni a fuoco, è da
attribuire precisamente al Ministero della Difesa. Abbiamo un bel chiamare in
causa USA e NATO, nelle nostre analisi e nelle ricorrenti manifestazioni: la
verità è che siamo una colonia militare *dello Stato italiano* (oltre al resto)
ed è allo Stato che bisognerebbe chiederne conto. Invece, sia la politica sia,
in diverse occasioni, le università sarde hanno da tempo dimostrato un vero e
proprio amore verso l’apparato militar-industriale. Qualcuno ricorda la farsa
delle “caserme verdi”? E il favore sperticato con cui vengono accolte tutte le
decisioni ministeriali a proposito delle basi dell’isola (ampliamenti,
estensione dei compiti, collegamento sempre più forte con la ricerca bellica),
come fossero favori di cui essere grati?
La cosa
grottesca è che nel frattempo i vertici politici sardi – nelle persone della
presidente Todde e del presidente del Consiglio regionale Comandini – trovano
il tempo per partecipare a Oliena a un convegno organizzato in memoria di Mario Melis e disquisire di autonomia, di
statuto, di riforme. A leggere bene i resoconti dei loro interventi, a
cominciare dai virgolettati, sotto il velo della retorica, si intravvede
l’intenzione di normalizzare e neutralizzare la relazione con lo Stato
italiano. Non è solo una questione di ignoranza storica e di mediocrità
politica (che ci sono, beninteso).
Ricordiamo
che la presidente Todde ha più volte stigmatizzato l’uso di concetti come
“colonialismo” e come “resistenza”, riguardo al rapporto Italia-Sardegna. E ha dichiarato
che l’autonomia speciale fu una sorta di concessione benevola dello Stato in
quanto la Sardegna era una terra “arretrata”, povera, da tutelare e aiutare.
Prese di posizione a dir poco discutibili su vari piani. Ma, al di là di
questo, appare una volontà di “integrare” ancora di più la Sardegna dentro lo
stato italiano, ovviamente come “area di sacrificio” (altra espressione usata
dalla presidente Todde in altre circostanze). Per il suo bene, ovviamente, dato
che “da soli non ce la possiamo fare”. Una nuova “Perfetta fusione”, come
quella implicata dalla campagna per “l’insularità in costituzione”; ossia, il
contrario di un percorso di conquista di responsabilità e competenze in senso
autodeterminazionista.
Il tutto
attuato con una postura elitaria, anti-popolare, allergica a una democrazia
reale, finalmente realizzata.
Il lavorio
sostanzialmente clandestino su una nuova legge statutaria e sulla riforma dello
stesso Statuto non lasciano ben sperare. Invocare, come ha fatto a Oliena la
presidente Todde, una larga partecipazione “dal basso” su temi così rilevanti
contrasta platealmente con le modalità di azione di questa giunta (“i
legislatori siamo noi”) e con i suoi obiettivi non dichiarati ma palesi.
A parte
la fanbase di Todde e soci, irrecuperabile (andate a
guardarvi i loro commenti sui social), il resto della cittadinanza sarda
dovrebbe restare molto vigile sulle decisioni concrete di questa compagine
politica. Dovrebbe sempre distinguere lucidamente tra dichiarazioni pubbliche e
fatti, tra comunicazione e decisioni pratiche.
È probabile
che questa legislatura vada a finire al suo termine naturale. La presente
amministrazione regionale ha dunque altri due anni e mezzo per combinare
ulteriori disastri. Non servirà a nulla rivelarli, criticarli, prenderne le
distanze se non emergerà una forte opposizione reale, popolare, che possa
sostenere, sia a livello locale sia a livello apicale, candidature alternative
all’oligarchia podataria che sta finendo per distruggere quanto resta del
tessuto culturale, sociale e produttivo dell’isola.