martedì 8 settembre 2026

Mangiamo più cadmio di quanto pensiamo: a rischio soprattutto i bambini - Rita Cantalino

 

In breve

  • Un bambino di 1-2 anni può superare il 143,7% della dose settimanale tollerabile di cadmio mangiando solo pasta, secondo l’indagine di Valori e Il Salvagente su cento prodotti alimentari italiani.
  • Il cadmio si accumula nei reni e nelle ossa per 10-30 anni; i bambini assorbono una dose più alta perché pesano meno e mangiano di più in proporzione al peso.
  • Gli esperti interpellati non demonizzano pasta e cereali, ma chiedono di ridurre il cadmio nei fertilizzanti fosfatici e di avviare biomonitoraggi nazionali sull’esposizione reale della popolazione.

 

Un bambino tra 1 e 2 anni può arrivare a ingerire il 143,7% della dose settimanale tollerabile (TWI) di cadmio solo attraverso il consumo di pasta.

È il dato più clamoroso che abbiamo rilevato nell’indagine che, insieme a Il Salvagente, abbiamo condotto su prodotti alimentari alla base della dieta nel nostro Paese per misurare il livello di esposizione reale della popolazione a questo metallo pesante e alle conseguenze che, la sua assunzione, ha sui nostri organismi. L’inchiesta è nata sulla scia dell’allarme scoppiato in Francia la scorsa primavera, quando l’agenzia sanitaria Anses ha denunciato una grave contaminazione. Cittadine e cittadini francesi sono esposti a una «bomba sanitaria»: metà degli adulti e un quarto dei bambini superano la dose tollerabile nella loro alimentazione quotidiana. Sotto accusa i fertilizzanti fosfatici utilizzati in agricoltura, con limiti francesi fermi a 90 mg/kg contro i 60 europei e i 20 raccomandati dalla stessa Anses. La minaccia ha spinto i deputati transalpini a esaminare una legge per imporre una drastica riduzione dei contaminanti nei concimi. 

E in Italia? Qual è la situazione? Abbiamo acquistato cento prodotti simbolo della nostra spesa quotidiana nei supermercati e nei discount di molte città italiane. Pasta, pane, riso, biscotti e cereali per la prima colazione sono poi stati inviati a un laboratorio accreditato. Luana Izzo, ricercatrice del Dipartimento di farmacia dell’Università Federico II di Napoli, ha incrociato i dati analitici forniti dal laboratorio con quelli di consumo reale di italiane e italiani e ha costruito un’analisi del rischio effettivo. Se per la popolazione adulta il quadro finale è rassicurante, per le più piccole e i più piccoli la nostra indagine svela un margine di sicurezza che si assottiglia.

Le esperte e gli esperti che abbiamo intervistato, però, rassicurano: piccoli accorgimenti nella dieta da un lato e un intervento politico e istituzionale sull’agricoltura industriale dall’altro possono limitare l’esposizione.

 

Cos’è il cadmio e che effetti ha sugli esseri umani

Il cadmio è un metallo pesante presente nell’ambiente. Non ha alcuna funzione fisiologica o biologica per l’organismo umano, ma è estremamente tossico anche a basse concentrazioni. Si lega a specifiche proteine di trasporto, viene riassorbito e si accumula stabilmente nei reni e nelle ossa per un periodo che va dai 10 ai 30 anni.

Come spiega la professoressa Chiara Dall’Asta, docente di chimica degli alimenti all’Università di Parma e membro della Società Italiana di Tossicologia (Sitox), il pericolo reale non è un avvelenamento immediato, ma l’effetto di bioaccumulo. Superare regolarmente le dosi tollerabili durante l’infanzia non genera una tossicità acuta istantanea, ma compromette il “cuscinetto” di protezione biologica, aumentando sensibilmente il rischio di sviluppare gravi patologie croniche, come l’insufficienza renale o la demineralizzazione ossea, una volta diventati adulti.

 

L’esposizione reale in Italia

Per tradurre i risultati di laboratorio in un’analisi del rischio concreto, la ricercatrice Luana Izzo ha incrociato i dati analitici con l’indagine nazionale sui consumi INRAN SCAI IV. La valutazione prodotta si basa su diversi parametri. «Il rischio – spiega – non dipende soltanto dalla concentrazione di cadmio presente negli alimenti, ma anche dalla quantità effettivamente consumata, dalla frequenza di consumo, dall’età, dal sesso e dal peso corporeo». Per questo un quadro piuttosto rassicurante per la popolazione adulta non fornisce, però, le stesse garanzie per bambine e bambini. «Un bambino riceve una dose proporzionalmente più elevata rispetto a un adulto. Per esempio, nel nostro studio il peso corporeo medio considerato per i bambini di 1-2 anni è di circa 12,5-13,2 kg. Mentre negli adulti varia indicativamente tra 64 e 81 kg. La stessa quantità di cadmio viene pertanto distribuita su una massa corporea molto più piccola». 

È a partire da questa specifica che vanno letti i dati. Il più clamoroso riguarda la fascia d’età più bassa (1-2 anni). Nello scenario massimo, infatti, per il consumo di pasta, i bambini superano la TWI fino al 143,7%; le bambine al 138,2%. Salendo con l’età, nella fascia tra i 3 e i 9 anni, i maschi superano la soglia dell’116,8%; le femmine dell’84,7%. La differenza di genere, spiega, dipende dal fatto che statisticamente i bambini mangiano più pasta delle bambine (136,6 g contro 99 g al giorno).

I biscotti comuni coprono da soli il 25,5% della dose settimanale tollerabile per i bambini di 1-2 anni. Mentre sono molto più sicuri i biscotti specificamente destinati alla prima infanzia, che si fermano al 7,6%. Anche senza contare lo scenario peggiore, la pasta basta da sola a coprire una percentuale tra il 27,4% e il 44% della dose settimanale raccomandata per bambine e bambini tra 1 e 9 anni.

Ma c’è un altro dato rilevante. Izzo fa notare che gli studi attuali analizzano i cibi separatamente, ma nella vita reale i bambini mangiano pasta, pane e biscotti nello stesso giorno:

«Nella dieta reale il cadmio può provenire anche da pane, riso, biscotti, cereali per la colazione… Il dato evidenzia comunque la necessità di passare, nei futuri studi, dalla valutazione per singolo alimento a una valutazione cumulativa dell’intera dieta».

I bambini risultano più esposti per motivi fisiologici

Perché l’organismo dei più piccoli si trova così indifeso di fronte a questo contaminante? Il motivo è innanzitutto una sproporzione fisica ed energetica.

«Il bambino non è un piccolo adulto», chiarisce Ruggiero Francavilla, professore ordinario di Clinica pediatrica all’Università di Bari. «Nei primi anni di vita i bambini mangiano, in proporzione al loro peso, molto più di un adulto. Di conseguenza raggiungono più facilmente livelli di esposizione elevati».

A questa asimmetria tra massa corporea e consumi alimentari si aggiunge una fragilità biologica interna intrinseca. Come spiega Luana Izzo, «nelle prime fasi della vita, i sistemi fisiologici coinvolti nella detossificazione e nell’eliminazione delle sostanze estranee sono ancora in fase di maturazione. Ciò rende l’organismo infantile potenzialmente più vulnerabile agli effetti dei contaminanti». Vulnerabilità che rischia di trasformarsi in una minaccia a lungo termine a causa delle dinamiche di assorbimento e accumulo del metallo.

«I bambini tra 1 e 3 anni sono una popolazione sensibile», conferma la professoressa Chiara Dall’Asta, illustrando la differenza radicale tra il cadmio e le sostanze che il corpo sa gestire ed eliminare facilmente. «Prendiamo per esempio la vitamina C: se ne assumo troppa, la elimino attraverso le urine. Per il cadmio non funziona così. Si lega a proteine di trasporto, viene riassorbito dal rene e si accumula in quell’organo e nelle ossa per un lungo periodo anche fino a 30 anni. Fino ad arrivare a soglie che possono essere tossiche».

Questa zavorra silenziosa va a colpire direttamente gli organi bersaglio nel pieno del loro sviluppo. Il cadmio, specifica l’esperta, «colpisce in particolare il rene e la funzionalità ossea. Interferisce con la vitamina D e la corretta deposizione del calcio». Un aspetto su cui Francavilla lancia un monito decisivo per la crescita dei bambini: «fino ai vent’anni circa si costruisce il patrimonio osseo. Se in questa fase si riduce anche di poco la capacità di fissare calcio nelle ossa, il problema può avere conseguenze nel lungo periodo».

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lunedì 7 settembre 2026

Clima, tra El Niño e il superamento di 1,5°C, l’Ue paga la lentezza sull’adattamento. E l’Italia è ferma a un piano senza fondi - Luisiana Gaita

Mentre il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ribadisce al mondo che “El Niño sta assumendo proporzioni gigantesche”, “persisterà fino a febbraio” e il pianeta si trova “in una zona di pericolo del clima estremo” e il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) scrive nell’ultimo rapporto che il riscaldamento globale supererà nel giro di pochi anni gli 1,5 gradi, il limite stabilito dall’Accordo di Parigi, l’Unione europea paga la sua lentezza. E dopo aver adottato la prima strategia sull’adattamento nel 2013 (senza considerare quelle generali sul clima, alcune delle quali ormai hanno trent’anni, ndr), oggi sembra ritrovarsi con il cerino in mano. Almeno per quanto riguarda le responsabilità europee e, soprattutto, gli effetti che il cambiamento climatico sta avendo su tutto il continente. La nuova strada è, o dovrebbe essere, quella del Quadro europeo integrato di resilienza climatica, un pacchetto di misure che la Commissione europea presenterà tra ottobre e novembre prossimi per inserire il nodo dell’adattamento al clima in tutte le politiche dell’Unione.

La proposta della Spagna

Proprio in vista di questo appuntamento, come anticipato da El Pais, Madrid ha inviato a Bruxelles una serie di proposte. Fra queste, una forza europea permanente di intervento rapido per reagire alle emergenze climatiche e “una flotta europea dedicata all’estinzione degli incendi” che hanno colpito questa estate buona parte dell’Unione europea, in particolare Germania, Francia e Spagna. Madrid chiede un sistema europeo “permanente” e “a rapido dispiegamento” con risorse condivise. La ministra per la Transizione ecologica, Sara Aagesen, nel documento inviato giovedì al commissario europeo del Clima, Wopke Hoekstra, incaricato della strategia di adattamento, propone un fondo europeo specifico per l’adattamento climatico, alimentato da nuove risorse. Tra le ipotesi, una tassa sui voli privati di lusso e un’imposta europea sui profitti del settore petrolifero e del gas. La proposta di tassare gli utili dei combustibili fossili è stata sostenuta in agosto da sei Paesi, tra cui Italia, Germania, Spagna, Austria, Polonia e Portogallo. Madrid chiede inoltre di valutare anche strumenti comuni di debito europeo.

Le parole della vice commissaria Ue Ribera

Non meraviglia, date le dichiarazioni rilasciate a Politico.eu dalla vicepresidente della Commissione con delega alla Concorrenza e alla Transizione verde, Teresa Ribera, che parla nella necessità di “risposte audaci”. “La portata della sfida richiede investimenti significativi e sostenuti, sia pubblici che privati, ed è urgente individuare i mezzi adeguati. I bilanci nazionali e le risorse europee tradizionali da soli non saranno sufficienti. Di fronte a minacce comuni, insieme siamo più forti e più efficaci. La sicurezza climatica merita lo stesso livello di ambizione collettiva”. A tal proposito Ribera ha lanciato una serie di proposte in vista dell’entrata nel vivo del dibattito tra i 27 sul bilancio pluriennale 2028-34. “È giunto il momento di avviare il dibattito su come far fronte a queste sfide. Non si intravede ancora una risposta chiara all’orizzonte. Ci si deve chiedere se sia necessario un maggiore margine di manovra fiscale o un bilancio comune più consistente – ha detto – un ulteriore ricorso agli eurobond verdi o il rilancio della proposta di Antonio Guterres, segretario senerale delle Nazioni Unite, di tassare le grandi compagnie petrolifere per alimentare un fondo di resilienza”.

Le critiche alla lentezza dell’Ue e la situazione di stallo dell’Italia

La presentazione del Quadro europeo integrato di resilienza climatica si avvicina, ma le critiche alla lentezza europea si sono notevolmente intensificate negli ultimi anni. Anche l’Agenzia europea dell’ambiente e il Comitato consultivo scientifico europeo sui cambiamenti climatici, hanno regolarmente denunciato che le politiche di adattamento di Bruxelles stanno viaggiando a una velocità inadeguata rispetto alla rapidità del surriscaldamento globale. E l’Europa spende già oggi di più per riparare i danni dovuti al riscaldamento globale di quanto investa per prevenirli. Sono destinati all’adattamento 29 miliardi di euro, mentre gli Stati membri ne spendono 45 all’anno a causa di siccità, ondate di calore, alluvioni e incendi. Quanto servirebbe? Secondo uno studio della stessa Commissione europea il fabbisogno è di circa 70 miliardi di euro all’anno fino al 2050. Non va meglio sul fronte italiano. La risposta di Roma, almeno per ora, è nel Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), nato già poco operativo e, di fatto, fermo al palo. Rimasto chiuso nel cassetto per anni, è stato approvato a gennaio 2024 dal Governo Meloni, con le sue 361 azioni da mettere in campo. Senza soldi, né minime indicazioni di gestione.

Quanto serve all’Italia e cosa si rischia

Ma è sempre lo studio della Commissione Ue a dire che a Roma serve un investimento di circa 10 miliardi all’anno per proteggere territori e infrastrutture dagli impatti climatici fino al 2050. La direzione finora intrapresa è raccontata nell’analisi “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”, curato da Deloitte in collaborazione con il Politecnico di Milano, l’Università Ca’ Foscari di Venezia, il team Climate della Florence School of Regulation e Ipsos-Doxa. I danni diretti annui alle infrastrutture italiane causati dagli impatti del rischio climatico potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro entro il 2030 e 5 miliardi entro il 2050. Considerando anche gli effetti indiretti, come l’interruzione dei servizi e gli impatti sulle catene di fornitura, il costo complessivo stimato si colloca tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050. Per il settore del turismo si stima invece una contrazione della domanda fino all’8,9% in caso di un forte aumento della temperatura media (+4°C) e perdite dirette per circa 52 miliardi di euro. In uno scenario di aumento della temperatura di 2°C, invece, le perdite dirette stimate sarebbero di circa 17 miliardi di euro. Con buona pace dell’Italia. E dell’Europa.

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sabato 5 settembre 2026

La lezione di Corte per la Cagliari che non c'è più (e per la Sardegna ancora possibile) – Guido Garau

Analisi comparata tra due capitali mediterranee: l'una che si è sviluppata in una forza centripeta, l'altra che sta andando verso una pericolosa deriva turistica regolamentata solo dagli interessi economici del mercato

Il paesaggio prima di tutto. Chi arriva a Corte da Ajaccio, seguendo il corso del Tavignano fin dove la valle si stringe tra le pareti del Monte Cardo, vede la città prima di entrarci: la cittadella corso-pisano-genovese - costruita nel 1419 da Vincentello d'Istria - si arrampica su uno sperone di roccia proprio nel punto in cui la Restonica e il Tavignano si incontrano: attorno a quella roccia il paese si è disposto per secoli senza mai tradirsi. Partire dal profilo fisico delle cose, prima ancora che dai numeri, è la chiave per raccontare che rapporto un popolo abbia stretto con la propria terra. E Corte, guardata da lontano, dice subito una cosa che Cagliari, guardata da vicino, fatica ad ammettere: un luogo può restare fedele a se stesso e insieme cambiare, crescere, accogliere, senza svuotarsi.

Cagliari si è costruita sui suoi sette colli calcarei - Castello, Tuvixeddu, Monte Claro, Monte Urpinu, il colle di Bonaria, quello di San Michele, Calamosca - in un disegno che la accosta, non senza una certa vanità storica, a Roma e a Lisbona. Il più alto e il più fiero di essi, Castello, la sede del potere pisano e poi sabaudo, oggi è il quartiere con il più alto tasso di emigrazione residenziale dell'intera città. Ecco il primo dato che va messo sul tavolo, prima di ogni analisi: due colline, due destini.

Due capitali, due modi di essere

Corte fu capitale per soli quattordici anni, dal 1755 al 1769, sotto il generale Pasquale Paoli - capitale di uno stato corso indipendente che diede all'Europa dei Lumi una delle prime costituzioni democratiche del continente, e che proprio a Corte aprì, nel 1765, la sua università: chiusa nel 1769 con l'annessione francese, riaperta solo nel 1981 dopo due secoli di silenzio, in seguito a una mobilitazione popolare che va ricordata per quello che fu, cioè una rivendicazione di identità prima ancora che una scelta di politica universitaria. Cagliari è stata capitale quasi ininterrottamente per otto secoli, dai pisani agli aragonesi, dai sabaudi alla Repubblica: una continuità istituzionale che Corte non ha mai conosciuto, e che pure - è il primo paradosso di questa storia - non le ha impedito di perdere, negli ultimi vent'anni, ciò che Corte, capitale effimera e periferica, è riuscita a conservare: la propria gente dentro le proprie mura.

L'economia: l'università che nutre contro il turismo che svuota

Corte conta oggi circa 7.800 abitanti stabili. Ma a questi si sommano, per buona parte dell'anno, circa 5.000 studenti universitari - un rapporto demografico che in qualunque città italiana o sarda sarebbe definito senza esitazione straordinario. L'Università di Corsica Pasquale Paoli, con i suoi oltre 130 diplomi dal livello post-diploma al dottorato e con una scuola di medicina, propone un modello preciso: non un ateneo satellite in una città che vive d'altro, ma un ateneo che è la ragione stessa per cui la città vive. La presenza degli studenti modifica strutturalmente la domanda di servizi, crea opportunità dirette per il commercio locale, sostiene un tessuto di negozi di prossimità che altrove, in centri di dimensioni comparabili, sarebbe già scomparso. È un'economia della permanenza: chi arriva a Corte per studiare vi resta tre, cinque, otto anni, affitta una stanza, compra il pane dal fornaio, si iscrive in palestra, vota alle elezioni universitarie, entra - sia pure temporaneamente - nel corpo vivo della città.

Cagliari ha scelto, negli ultimi due decenni, un'altra economia: quella del passaggio. Il centro storico - Castello, Marina, Stampace, Villanova - è oggi in larga parte un'economia di locazione breve, costruita non su chi resta ma su chi arriva per pochi giorni. È un modello che produce reddito, certo, e che ha sue ragioni legittime: chi affitta case per brevi periodi non è, come talvolta si semplifica, il colpevole designato di uno svuotamento che ha cause più profonde e più antiche. Ma il risultato aggregato, al di là delle intenzioni dei singoli proprietari, è un centro storico dove le case sono sempre più spesso vuote di residenti stabili e piene, a intermittenza, di turisti: il Comune di Cagliari conta oggi circa 4.000 abitazioni sfitte nel cuore della città, mentre l'Unione Europea, dal 2026, individua proprio in queste "zone a stress abitativo" - i centri storici - il bersaglio di nuove regole che consentiranno ai Comuni di porre un tetto al numero di notti vendibili, con una soglia indicativa che chiede di non superare il 20% di alloggi turistici sul totale degli immobili di un quartiere, per lasciare spazio a chi vuole semplicemente abitarci.

La differenza economica di fondo non sta nel turismo in sé - Corte, va detto, vive anch'essa di un turismo storico e naturalistico legato alla cittadella e alle valli del Parco naturale regionale - ma nella funzione economica dominante che ciascuna città ha scelto, o si è lasciata imporre, come proprio motore: a Corte è un'economia che produce cittadinanza temporanea ma reale; a Cagliari, in troppi quartieri del centro, un'economia che produce presenza senza cittadinanza.

L'antropologia: chi abita davvero le pietre

Se si guarda a chi vive fisicamente dentro le mura, la divergenza si fa ancora più netta. A Corte convivono, nello stesso reticolo di vicoli, gli anziani cortenesi che non hanno mai lasciato la città alta, i commercianti che vendono salumi, formaggi, castagne e miele - prodotti che restano autentici perché hanno un mercato locale stabile che li richiede, non solo una vetrina turistica da riempire - e gli studenti, che portano ogni anno linfa nuova senza per questo cancellare quella già presente. È una convivenza intergenerazionale che si autoalimenta: gli anziani danno profondità storica al luogo, i giovani gli danno futuro, e i due gruppi si intrecciano nello stesso spazio fisico, la stessa piazza, lo stesso bar.

A Cagliari questo intreccio si è progressivamente sfilacciato. Lo storico Luciano Marrocu, che alla città ha dedicato studi approfonditi, descrive con crudezza il fenomeno: la città conta oggi poco più di 140.000 abitanti ma dispone ancora di servizi, infrastrutture e persino il carico di traffico e rifiuti pensati per le 400.000 persone che vi abitavano al culmine demografico del 1981. È uno scarto enorme fra la città dimensionata e la città vissuta, e a pagarlo per primo è proprio il centro storico: Castello, un tempo cuore del potere e della vita cittadina, ha oggi il quoziente di emigrazione residenziale più alto di tutta Cagliari, seguito a poca distanza dalla Marina. L'età media dei cagliaritani, nel giro di vent'anni, è salita da 43,8 a 50 anni: una città che invecchia mentre le giovani coppie, semplicemente, non riescono più a permettersi una casa dove restare. Il risultato, sul piano antropologico, è un centro storico che tende a diventare - nei quartieri e nei periodi in cui il fenomeno è più marcato - uno spazio scenografico più che abitato: bello da attraversare, difficile da vivere.

La comunità che si rigenera e la comunità che si sfila

La differenza è, in fondo, una differenza di funzione sociale attribuita al centro storico. A Corte il centro è il luogo dove la comunità intera - anziani, famiglie, studenti, insegnanti universitari - continua a incontrarsi per necessità quotidiane prima che per scelta estetica: ci si va a comprare il pane, non solo a fotografare la cittadella. Questo genera quella che i sociologi chiamerebbero coesione funzionale: il tessuto commerciale sopravvive perché risponde a una domanda reale e continuativa, non a un flusso stagionale e discontinuo.

A Cagliari si è fatta invece strada, in alcuni quartieri del centro, quella che si potrebbe chiamare una sociologia della vetrina: strade che restano vive nelle ore e nelle stagioni turistiche e che si svuotano nel resto dell'anno, servizi di prossimità sostituiti da attività orientate quasi esclusivamente al visitatore. Il turismo resta una risorsa fondamentale per l'intera economia sarda, ma quando un quartiere smette di rispondere ai bisogni di chi vi risiede stabilmente la comunità residente tende a spostarsi altrove, e con essa se ne va quella rete di relazioni quotidiane - il fornaio che conosce i clienti per nome, il vicino che ritira il pacco, il bambino che gioca nella piazza sotto gli occhi di più adulti - che è poi la sostanza di ciò che chiamiamo comunità.

La lezione, per la Sardegna ancora possibile

Non si tratta di romanticizzare Corte, che ha le sue difficoltà - un entroterra che si spopola attorno a una città che tiene, un mercato del lavoro fuori dall'università più fragile di quanto la vivacità del centro lasci intuire. E non si tratta nemmeno di condannare Cagliari, che resta una capitale vera, con una storia, un porto, un'università antica quanto quella còrsa è giovane, e possibilità di rigenerazione che le "zone a stress abitativo" individuate dalla nuova normativa europea potrebbero, se applicate con intelligenza, contribuire ad attivare.

Si tratta, piuttosto, di riconoscere un principio semplice: le città non muoiono per il turismo, muoiono quando smettono di offrire a chi le abita una ragione economica e sociale per restarci. Corte l'ha capito facendo dell'università il proprio principio ordinatore. Cagliari - e con essa altri centri storici sardi, da Alghero a Sassari, da Bosa a Iglesias - ha ancora davanti a sé la possibilità di scegliere: se continuare a essere una città che si affitta a sera per essere restituita vuota al mattino, o tornare a essere, come Corte, un luogo dove qualcuno resta a vivere anche quando i turisti se ne sono andati.

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venerdì 4 settembre 2026

La scienza cinese fa passi da gigante ma l’Occidente continua a snobbarla - Federico Giuliani


L’agenda del Partito Comunista Cinese è fitta di obiettivi, piani e traguardi da raggiungere, compreso quello di trasformare il Paese in una superpotenza scientifica e tecnologica mondiale entro il 2050. Due gli strumenti sfruttati dal governo per imprimere un’accelerazione decisiva: un approccio fortemente tecnocratico alla politica scientifica e il costante apprendimento dalle nazioni più avanzate da rielaborare in chiave locale.

I risultati sono già evidenti nel campo dell’intelligenza artificiale, nelle auto elettriche e nella robotica ma Pechino punta ancora più in alto. Già, perché il Dragone è leader nelle scienze fisiche applicate e, come ha spiegato l’autorevole rivista Nature, “è sulla buona strada per superare gli Stati Uniti come maggiore contributore mondiale alla ricerca”.

Eppure, nonostante la sua continua ascesa, la ricerca scientifica cinese continua a essere snobbata dall’Occidente. Emblematico quanto sottolineato dall’Economist: nel 2025 gli autori cinesi hanno pubblicato un numero di articoli pari a quello dei ricercatori americani, britannici, tedeschi e giapponesi messi insieme ma sono stati in gran parte trascurati dai loro colleghi occidentali. Mancanza di qualità? Più probabile un’altra risposta: pregiudizi geopolitici.

 

La ricerca scientifica cinese? Snobbata dall’Occidente

La situazione è stata ben evidenziata da due paper. Il primo, firmato da Abhishek Nagaraj dell’Università della California, Berkeley, e Randol Yao, del Massachusetts Institute of Technology, mostra come, tra il 1980 e il 2022, solo circa un terzo delle citazioni ricevute dagli articoli scientifici cinesi provenisse dall’estero, contro circa la metà nel caso degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Cosa significa? Che la Cina tende a leggere e utilizzare molto la ricerca americana (mentre gli americani utilizzano poco quella cinese) e che una parte molto maggiore dell’impatto della ricerca cinese rimane all’interno del Paese.

Il secondo paper, pubblicato da un gruppo di lavoro sino-olandese sul server di preprint arXiv, ha confermato la suddetta tendenza: sebbene dal 2000 i ricercatori americani, britannici, francesi, tedeschi e giapponesi abbiano iniziato a citare sempre più spesso i lavori cinesi, nel 2022 questi erano ancora citati molto meno di quanto ci si sarebbe aspettato considerando l’enorme quantità di ricerca prodotta oltre la Muraglia. Il divario, in particolare, è particolarmente evidente nel rapporto tra Cina e Stati Uniti.

Certo, il primo studio potrebbe essere condizionato dalla tendenza dei ricercatori a citare più frequentemente i lavori dei propri connazionali, contribuendo così a gonfiare artificialmente i parametri di riferimento. Il secondo, invece, non tiene conto delle eventuali differenze nella qualità media della ricerca scientifica prodotta nei diversi Paesi. I due paper, insomma, presentano alcuni limiti ma il quadro che emerge resta comunque significativo e suggerisce che la ricerca cinese continua a essere sottovalutata al di fuori dei confini nazionali.

 

La Cina sta per sorpassare gli Usa?

I dati dell’Ocse indicano che, da almeno un decennio, la Cina ha aumentato la spesa complessiva per la ricerca e sviluppo (R&S) di quasi il 10% all’anno, superando di gran lunga il tasso di crescita degli Stati Uniti. Nel 2024, per esempio, il Dragone ha registrato un incremento annuo del 9,7%, quasi il triplo rispetto del 3,4% registrato negli Usa.

Nel 1991 Pechino ha sborsato 13 miliardi di dollari in R&S. Oggi, la sua spesa annuale supera gli 800 miliardi di dollari, seconda solo a quella degli Stati Uniti. Il governo cinese ha inoltre appena presentato un piano per aumentare il budget nazionale per la scienza del 7% ogni anno per i prossimi cinque anni.

Il gap tra Usa e Cina si sta riducendo sempre di più ma, come ha ipotizzato l’Atlantic, se la Repubblica Popolare Cinese dovesse finalmente superare gli Stati Uniti come superpotenza scientifica mondiale “non ci sarà alcun annuncio ufficiale né ci sarà necessariamente una spettacolare dimostrazione di forza”. Al contrario, “sarà un momento silenzioso, osservato da una piccola cerchia di scienziati specializzati”.

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giovedì 3 settembre 2026

L’Italia è la porta d’ingresso dell’oro extra-europeo, ma sui controlli è ferma dal 2021 - Valentina Neri

In breve

  • Dal 2021 le aziende che importano oro nell’Ue devono verificare che non provenga da zone di conflitto; l’Italia doveva vigilare tramite il ministero delle Imprese.
  • In cinque anni le ispezioni e le sanzioni sono state zero, e la Eu Whitelist delle raffinerie certificate non è mai stata istituita.
  • L’Italia è la prima porta d’ingresso dell’oro extra-Ue (707 tonnellate, 41% del totale europeo), spesso raffinato a Dubai e in Svizzera, dove la tracciabilità si interrompe.

A partire dal 2021 le aziende che importano oro, stagno, tantalio e tungsteno nell’Unione europea devono accertarsi che questi metalli non provengano da zone di conflitto o ad alto rischio. Lo dice a chiare lettere un regolamento europeo. Gli Stati membri sono tenuti a vigilare, ma l’Italia non lo fa. In questi cinque anni non c’è traccia di ispezioni e sanzioni.

È il duro atto d’accusa lanciato dall’organizzazione ambientalista Greenpeace attraverso un’inchiesta pubblicata il 19 giugno 2026. La posta in gioco è alta, visto che la domanda di oro è in crescita e proprio dall’Italia passa quasi la metà delle importazioni dai Paesi extra-europei.

Il regolamento europeo sulla tracciabilità dell’oro è rimasto sulla carta

Secondo il regolamento, ogni azienda che importa almeno 100 kg di oro l’anno deve individuare i rischi di violazioni dei diritti umani nella propria catena di fornitura e intervenire per limitarli. Il che significa, per esempio, interrompere gli acquisti da fornitori sospettati di trattare oro di provenienza illegale. Agli Stati membri spetta il compito di vigilare. L’Italia, come previsto, ha scelto l’autorità competente: si tratta del ministero delle Imprese e del made in Italy. Ma lì si è fermata. A gennaio di quest’anno Greenpeace Italia ha inviato una richiesta di accesso agli atti per conoscere il numero di ispezioni e sanzioni in questi cinque anni. La risposta? Zero. «A causa di impedimenti meramente amministrativi», ci tiene a chiarire il ministero. 

A rendere ancora più debole il regolamento c’è il fatto che anche la Commissione europea è in ritardo. Il testo le chiede infatti di istituire una Eu Whitelist, una lista degli impianti di fusione e raffinazione in tutto il mondo che rispettano gli standard richiesti. Uno strumento che per le imprese sarebbe prezioso, perché permetterebbe loro di acquistare da operatori già verificati senza dover ricostruire ogni volta l’intera filiera. Ma la Eu Whitelist, ha accertato Greenpace, ancora non esiste. Eppure, dall’entrata in applicazione del regolamento sono passati cinque anni.

Passa dall’Italia quasi la metà delle importazioni di oro extra-europeo

Ci si aspetterebbe maggiore attenzione da un Paese che è il principale punto d’accesso per l’oro extra-europeo. L’Italia, infatti, tra il 2021 e il 2025 ha importato quasi mille tonnellate d’oro, per un valore complessivo di 39 miliardi di euro. L’assoluta maggioranza, 707 tonnellate, proviene da Paesi al di fuori dell’Unione europea: si tratta del 41% del totale europeo. La Germania segue con 557 tonnellate, il 31% del totale. Nel 2025 addirittura il 49% dell’oro entrato nei confini dell’Unione da Paesi terzi è transitato nel nostro Paese, per un volume di 148 tonnellate.

Ma quali sono questi Paesi terzi? Le importazioni dal Brasile sono crollate a seguito delle inchieste internazionali sulla deforestazione e sulle violazioni dei diritti umani dei popoli indigeni. L’Italia ha comprato 14,3 tonnellate di oro brasiliano nel periodo considerato, passando però dalle 8,6 tonnellate del 2021 ai 194 kg del 2025. Nell’ultimo anno il principale partner commerciale del nostro Paese sono gli Stati Uniti, da cui proviene un terzo dell’oro extra-europeo (48 tonnellate). Sugli altri due gradini del podio si trovano Svizzera (31 tonnellate) ed Emirati Arabi Uniti (25 tonnellate).

I punti di domanda sulla provenienza dell’oro raffinato a Dubai e in Svizzera

Non sono due Paesi qualsiasi. Le raffinerie di Dubai – ha rivelato la fondazione umanitaria Swissaid – lavorano quasi la metà dell’oro estratto dalle miniere africane. Compreso quello di contrabbando. Nel solo 2022 gli Emirati Arabi Uniti hanno importato 405 tonnellate di oro che non risultava dichiarato all’esportazione nei Paesi africani di origine. Da lì viene esportato anche in Svizzera, che ospita alcune delle maggiori raffinerie del mondo e rappresenta uno dei principali hub del commercio aurifero. È in questi passaggi di fusione, lavorazione e certificazione che la tracciabilità rischia di interrompersi.

Seguendo questi passaggi, avverte Swissaid, anche oro estratto illegalmente o proveniente da aree di conflitto finisce per essere commercializzato come “oro riciclato“, un’etichetta che in teoria dovrebbe indicare il metallo recuperato da gioielli usati, scarti industriali o componenti elettronici. E l’Italia rischia di importarlo senza saperlo, perché non ha ancora messo in campo gli strumenti di controllo che sarebbero obbligatori per legge.

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