In breve
- Un bambino
di 1-2 anni può superare il 143,7% della dose settimanale tollerabile di
cadmio mangiando solo pasta, secondo l’indagine di Valori e Il Salvagente
su cento prodotti alimentari italiani.
- Il cadmio
si accumula nei reni e nelle ossa per 10-30 anni; i bambini assorbono una
dose più alta perché pesano meno e mangiano di più in proporzione al peso.
- Gli esperti
interpellati non demonizzano pasta e cereali, ma chiedono di ridurre il
cadmio nei fertilizzanti fosfatici e di avviare biomonitoraggi nazionali
sull’esposizione reale della popolazione.
Un bambino tra 1 e 2 anni può arrivare a ingerire il 143,7%
della dose settimanale tollerabile (TWI) di cadmio solo attraverso il consumo
di pasta.
È il dato
più clamoroso che abbiamo rilevato nell’indagine che, insieme a Il Salvagente, abbiamo condotto
su prodotti alimentari alla base della dieta nel nostro Paese per misurare il
livello di esposizione reale della popolazione a questo metallo pesante e alle
conseguenze che, la sua assunzione, ha sui nostri organismi. L’inchiesta è nata
sulla scia dell’allarme scoppiato in Francia la scorsa primavera, quando
l’agenzia sanitaria Anses ha denunciato una grave contaminazione. Cittadine e
cittadini francesi sono esposti a una «bomba sanitaria»: metà degli adulti e un
quarto dei bambini superano la dose tollerabile nella loro alimentazione
quotidiana. Sotto accusa i fertilizzanti fosfatici utilizzati in agricoltura,
con limiti francesi fermi a 90 mg/kg contro i 60 europei e i 20 raccomandati
dalla stessa Anses. La minaccia ha spinto i deputati transalpini a esaminare
una legge per imporre una drastica riduzione dei contaminanti nei
concimi.
E in
Italia? Qual è la situazione? Abbiamo acquistato cento prodotti simbolo della
nostra spesa quotidiana nei supermercati e nei discount di molte città
italiane. Pasta, pane, riso, biscotti e cereali per la prima colazione sono poi
stati inviati a un laboratorio accreditato. Luana Izzo, ricercatrice del
Dipartimento di farmacia dell’Università Federico II di Napoli, ha incrociato i
dati analitici forniti dal laboratorio con quelli di consumo reale di italiane
e italiani e ha costruito un’analisi del rischio effettivo. Se per la
popolazione adulta il quadro finale è rassicurante, per le più piccole e i più
piccoli la nostra indagine svela un margine di sicurezza che si assottiglia.
Le esperte
e gli esperti che abbiamo intervistato, però, rassicurano: piccoli accorgimenti
nella dieta da un lato e un intervento politico e istituzionale sull’agricoltura
industriale dall’altro possono limitare l’esposizione.
Cos’è il cadmio e che effetti ha sugli
esseri umani
Il cadmio è un metallo pesante presente
nell’ambiente. Non ha alcuna funzione fisiologica o biologica per l’organismo
umano, ma è estremamente tossico anche a basse concentrazioni. Si lega a
specifiche proteine di trasporto, viene riassorbito e si accumula stabilmente
nei reni e nelle ossa per un periodo che va dai 10 ai 30 anni.
Come spiega la professoressa Chiara
Dall’Asta, docente di chimica degli alimenti all’Università di Parma e membro
della Società Italiana di Tossicologia (Sitox), il pericolo reale non è un
avvelenamento immediato, ma l’effetto di bioaccumulo. Superare regolarmente le
dosi tollerabili durante l’infanzia non genera una tossicità acuta istantanea,
ma compromette il “cuscinetto” di protezione biologica, aumentando
sensibilmente il rischio di sviluppare gravi patologie croniche, come
l’insufficienza renale o la demineralizzazione ossea, una volta diventati
adulti.
L’esposizione
reale in Italia
Per
tradurre i risultati di laboratorio in un’analisi del rischio concreto, la
ricercatrice Luana Izzo ha incrociato i dati analitici con l’indagine nazionale
sui consumi INRAN SCAI IV. La valutazione prodotta si basa su diversi
parametri. «Il rischio – spiega – non dipende soltanto dalla concentrazione di
cadmio presente negli alimenti, ma anche dalla quantità effettivamente
consumata, dalla frequenza di consumo, dall’età, dal sesso e dal peso
corporeo». Per questo un quadro piuttosto rassicurante per la popolazione
adulta non fornisce, però, le stesse garanzie per bambine e bambini. «Un
bambino riceve una dose proporzionalmente più elevata rispetto a un adulto. Per
esempio, nel nostro studio il peso corporeo medio considerato per i bambini di
1-2 anni è di circa 12,5-13,2 kg. Mentre negli adulti varia indicativamente tra
64 e 81 kg. La stessa quantità di cadmio viene pertanto distribuita su una
massa corporea molto più piccola».
È a
partire da questa specifica che vanno letti i dati. Il più clamoroso riguarda
la fascia d’età più bassa (1-2 anni). Nello scenario massimo, infatti, per il
consumo di pasta, i bambini superano la TWI fino al 143,7%; le bambine al
138,2%. Salendo con l’età, nella fascia tra i 3 e i 9 anni, i maschi superano
la soglia dell’116,8%; le femmine dell’84,7%. La differenza di genere, spiega,
dipende dal fatto che statisticamente i bambini mangiano più pasta delle
bambine (136,6 g contro 99 g al giorno).
I biscotti
comuni coprono da soli il 25,5% della dose settimanale tollerabile per i
bambini di 1-2 anni. Mentre sono molto più sicuri i biscotti specificamente
destinati alla prima infanzia, che si fermano al 7,6%. Anche senza contare lo
scenario peggiore, la pasta basta da sola a coprire una percentuale tra il
27,4% e il 44% della dose settimanale raccomandata per bambine e bambini tra 1
e 9 anni.
Ma c’è un
altro dato rilevante. Izzo fa notare che gli studi attuali analizzano i cibi
separatamente, ma nella vita reale i bambini mangiano pasta, pane e biscotti nello
stesso giorno:
«Nella
dieta reale il cadmio può provenire anche da pane, riso, biscotti, cereali per
la colazione… Il dato evidenzia comunque la necessità di passare, nei futuri
studi, dalla valutazione per singolo alimento a una valutazione cumulativa
dell’intera dieta».
I
bambini risultano più esposti per motivi fisiologici
Perché
l’organismo dei più piccoli si trova così indifeso di fronte a questo
contaminante? Il motivo è innanzitutto una sproporzione fisica ed energetica.
«Il bambino non è un piccolo adulto», chiarisce Ruggiero
Francavilla, professore ordinario di Clinica pediatrica all’Università di Bari.
«Nei primi anni di vita i bambini mangiano, in proporzione al loro peso, molto
più di un adulto. Di conseguenza raggiungono più facilmente livelli di
esposizione elevati».
A questa
asimmetria tra massa corporea e consumi alimentari si aggiunge una fragilità
biologica interna intrinseca. Come spiega Luana Izzo, «nelle prime fasi della
vita, i sistemi fisiologici coinvolti nella detossificazione e
nell’eliminazione delle sostanze estranee sono ancora in fase di maturazione.
Ciò rende l’organismo infantile potenzialmente più vulnerabile agli effetti dei
contaminanti». Vulnerabilità che rischia di trasformarsi in una minaccia a
lungo termine a causa delle dinamiche di assorbimento e accumulo del metallo.
«I bambini
tra 1 e 3 anni sono una popolazione sensibile», conferma la professoressa
Chiara Dall’Asta, illustrando la differenza radicale tra il cadmio e le
sostanze che il corpo sa gestire ed eliminare facilmente. «Prendiamo per
esempio la vitamina C: se ne assumo troppa, la elimino attraverso le urine. Per
il cadmio non funziona così. Si lega a proteine di trasporto, viene riassorbito
dal rene e si accumula in quell’organo e nelle ossa per un lungo periodo anche
fino a 30 anni. Fino ad arrivare a soglie che possono essere tossiche».
Questa
zavorra silenziosa va a colpire direttamente gli organi bersaglio nel pieno del
loro sviluppo. Il cadmio, specifica l’esperta, «colpisce in particolare il rene
e la funzionalità ossea. Interferisce con la vitamina D e la corretta
deposizione del calcio». Un aspetto su cui Francavilla lancia un monito
decisivo per la crescita dei bambini: «fino ai vent’anni circa si costruisce il
patrimonio osseo. Se in questa fase si riduce anche di poco la capacità di
fissare calcio nelle ossa, il problema può avere conseguenze nel lungo
periodo».