giovedì 4 giugno 2026

Perché va frenata la fuga dei giovani - Chiara Saraceno

Ci sono più italiani che vivono stabilmente fuori dall’Italia che immigrati che vivono stabilmente nel nostro Paese. Nel 2025, anno in cui è avvenuto questo singolare sorpasso, erano iscritti all’Aire 6,4 milioni circa di italiani rispetto a 5,3 milioni circa di stranieri regolarmente residenti in Italia.

Più che preoccuparci di un’invasione da parte degli stranieri e vagheggiare qualche forma di remigrazione forzata, dovremmo preoccuparci di un esodo che negli ultimi anni non solo si è fatto più intenso, ma coinvolge sempre più giovani altamente qualificati, impoverendo il Paese dal punto di vista sia demografico sia delle risorse umane.

Tra il 2011 e il 2024, 486 mila giovani italiani (di prima o seconda cittadinanza) sotto i 34 anni sono emigrati verso Paesi, per lo più europei – Germania, Francia, Regno Unito Spagna, Svizzera – che offrivano loro condizioni migliori. Tenendo conto della stima dell’Istat secondo cui se ne vanno dall’Italia circa 21.000 giovani laureati ogni anno, più della metà, 294 mila, di tutti i giovani emigrati nel periodo sono, appunto, laureati, riducendo ulteriormente la già comparativamente ridotta quota di popolazione residente in possesso di questo titolo di studio. Gli altri sono per lo più diplomati.

Secondo le stime di Almalaurea, la percentuale di laureati che lascia l’Italia è “solo” il 5 per cento. Ma raddoppia in particolari settori, quelli delle lauree “più forti” sul mercato del lavoro, quali le Ict (11,3 per cento se ne va a 5 anni dal diploma), le materie scientifiche (10,3 per cento), gli ingegneri industriali e dell’informazione (8,2 per cento). Evidentemente, anche avere una laurea “forte” non è sempre sufficiente per trovare opportunità soddisfacenti in Italia, competitive con quelle di altri Paesi.

Per altro, le percentuali sono sopra la media anche tra i laureati in Scienze politiche, in Scienze della comunicazione e in Lingue. In altri termini, soprattutto per i giovani, l’emigrazione dall’Italia da tempo non riguarda più persone che provengono da contesti di povertà, a bassa istruzione, disponibili ad occupazioni a bassa o nessuna qualifica. Al contrario, riguarda persone spesso qualificate che non trovano in Italia condizioni, economiche, di qualità del lavoro e di riconoscimento sociale, adeguate alle proprie capacità e aspirazioni, sia nel settore privato sia in quello pubblico.

Per dire, come si racconta oggi in cronaca, il Comune di Torino sta cercando una persona laureata con le competenza necessarie per assumere il ruolo di amministratore delegato della società Turismo Torino e Provincia, stipendio massimo 1500 euro. Ovviamente non la trova.

Poco attrattiva per una parte, certo minoritaria, ma significativa, delle giovani generazioni italiane, l’Italia lo è anche per i loro coetanei di altri Paesi se si tratta, non di venirci in vacanza, ma per lavorare e vivere. I giovani stranieri qualificati che sono entrati in Italia tra il 2011 e il 2024 sono stati solo 55.000. Si aggiunga che mancano dal conteggio dei fuorusciti i giovani stranieri che magari sono nati, cresciuti e comunque hanno studiato in Italia, senza avere ottenuto la cittadinanza e se ne vanno perché, ancor più dei loro coetanei italiani, non trovano in Italia sufficienti opportunità di far valere le proprie competenze.

Come ha segnalato, infatti, l’ultimo Rapporto annuale Istat, neppure una laurea ottenuta in Italia basta a far superare l’“handicap” dell’origine straniera, specie se da un Paese povero. Sebbene tra i giovani stranieri il raggiungimento della laurea sia ancora più ridotto che tra i coetanei italiani, avere una laurea, a differenza di quanto avviene per questi ultimi, ha un effetto nullo sulle loro opportunità occupazionali rispetto all’avere solo il diploma. Vale quindi per i giovani stranieri in modo particolarmente acuto il circolo vizioso enunciato dal governatore della Banca d’Italia per i giovani in generale.

Da un lato, la scarsa valorizzazione delle competenze scoraggia troppi dall’acquisirle, specie tra chi sperimenta qualche forma di svantaggio sociale – origine straniera, basso reddito familiare. Ciò riduce, oltre che il pieno sviluppo delle loro capacità come esseri umani, cittadini, lavoratori, la disponibilità del capitale umano necessario perché il sistema economico e sociale italiano possa far fronte alle sfide in atto e future.

Dall’altro lato, una parte significativa di chi non si lascia scoraggiare, se può va, appunto, altrove. Lo ha documentato il Rapporto annuale Istat e ripetuto ora il Governatore: «Creare le condizioni perché le nuove generazioni possano realizzare le loro aspirazioni e concorrere al progresso del Paese non è solo una responsabilità economica: è il compito civile di questo tempo.

Solo così l’Italia potrà attraversare un mondo sempre più frammentato senza subirne le divisioni, e trasformare la transizione tecnologica in una stagione di libertà, lavoro e fiducia nel futuro». Aggiungo che, forse, solo così si potrà provare a convincere i giovani che vale la pena investire nel loro futuro in Italia, studiando, ma anche partecipando alla vita politica.

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mercoledì 3 giugno 2026

Difendiamo i medici cubani in Calabria dai diktat statunitensi! - Fabio Marcelli

 

Non è chiaro a che titolo l’incaricato d’affari statunitense a Cuba, Mike Hammer, abbia preteso dal governatore della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, l’immediato allontanamento dei 330 medici cubani che vi prestano da tempo servizio dando un importante contributo all’assistenza sanitaria in quei paraggi. Non pare infatti che né la Costituzione italiana, né le leggi nazionali, né lo Statuto della Regione Calabria e nemmeno i trattati internazionali attribuiscano ai diplomatici statunitensi, per giunta operanti altrove, la potestà di ingiungere a un’autorità pubblica italiana di attuare in un modo o nell’altro a tutela del pubblico interesse.

Per il momento il governatore Occhiuto ha respinto l’ingiunzione e occorre augurarsi che, precipuamente nell’interesse del popolo calabrese, continui a difendere l’essenziale presenza dei medici cubani, anche se il governo Meloni, infestato com’è da servi sciocchi di Washington, non sembra avergli dato alcun sostegno e in cuor loro Meloni, Tajani, Salvini & C. si augureranno certamente che ceda.

Donald Trump, bastonato materialmente in Iran e moralmente in Cina, sta cincischiando e pronunciando cialtronescamente roboanti minacce. Ma è sicuro che con l’Iran gli andrà ancora peggio, per quanti gravi danni possa ancora fare, massacrando scolarette, bombardando ponti e oleodotti e minacciando vanamente il ricorso all’arma nucleare. Ecco allora che Cuba assume, nella mente non sempre lucida del presidente statunitense, il valore di una sorta di premio di consolazione ovvero la dimostrazione che, se non è più la principale potenza mondiale, almeno lo è nell’emisfero occidentale.

A questo serve la riesumazione della dottrina Monroe, che risale a duecentoquattordici anni fa circa. A questo serve l’infame bloqueo nello stile di un assedio medievale che vuole impedire al popolo cubano di vivere. A questo è servito il rapimento di Nicolas Maduro e Cilia Flores e il ricatto mafioso nei confronti del governo venezolano, minacciato di essere liquidato fisicamente in blocco se non avesse, come purtroppo ha fatto, interrotto ogni fornitura petrolifera a Cuba.

Il ragionamento di Trump, per quanto viziato dalle molteplici patologie psichiatriche che sembrano affliggerlo (ma a volte c’è del metodo in questa follia) dal narcisismo maligno alla megalomania alla bugia seriale e sistematica come instrumentum regni, alla totale mancanza di umanità e di empatia, è abbastanza chiaro. Egli vuole mascherare l’evidente e irrimediabile declino degli Stati Uniti (altro che MAGA, era più seria la Maga Magó di disneyana memoria) provando a cancellare l’anomalia cubana, questa ferita aperta da oltre 67 anni nel fianco del potere imperiale. I cubani vanno aboliti perché rappresentano, a pochi chilometri da Miami, un’alternativa socialista alla disumanità del capitalismo trumpiano ed epsteiniano.

Conoscendo i cubani dubito fortemente che questo piano infame di Trump e del suo braccio destro, il gusano Rubio, abbia qualche possibilità di riuscire. Cuba non imploderà mai anche perché sarà sostenuta dalla solidarietà dei giusti e degli onesti di tutto il mondo. E se Trump attacca frontalmente scatenerà una resistenza che finirà per mettere in discussione definitiva il potere malsano delle corporations, dei neocon e di tutto l’assurdo bestiario politico ed economico di fronte al quale amano genuflettersi gli smidollati e scellerati politici nostrani.

Forse alla fine la strategia di Occhiuto riuscirà a respingere le intromissioni di Hammer. Ma non è detto che ci riesca ed allora l’espulsione dei medici cubani segnerà il punto più basso e vergognoso di quello che resta della dignità nazionale di un’Italia che pure proprio dai cubani fu efficacemente soccorsa ai tempi del Covid. Occorre sperare che Occhiuto resista e non si prostri al proconsole imperiale. Speriamo quindi che non imiti tutta la congerie di valletti politici che rappresentano la quasi totalità del centrodestra e del cosiddetto centro e parte non trascurabile della compagine parlamentare del Partito democratico. Coloro che, per obbedire agli Stati Uniti stanno da tempo mandando a ramengo la società e l’economia italiana, oltre che la dignità nazionale e il sentimento stesso dell’umanità, concetti loro del tutto ignoti e che vorrebbero sradicare anche dal popolo.

Nell’attuale contesto internazionale in rapida trasformazione è invece necessario recuperare la dignità nazionale gravemente calpestata dal governo delle destre e dai suoi fiancheggiatori centristi, anche da quelli ancora opportunisticamente arroccati nel Pd.

Sarà questa la principale cartina di tornasole per verificare l’esistenza di una reale alternativa. Occorre un governo effettivamente autonomo sulla scena internazionale, in grado di fare la pace con Russia e Iran, di sviluppare proficuamente la cooperazione con la Cina, di affermare i diritti fondamentali della Palestina, sanzionando duramente il codardo governo israeliano che tortura e stupra da tempo impunemente il popolo palestinese e lo ha fatto anche coi volontari della Flotilla, tra i quali ventinove italiani, e di sostenere concretamente Cuba, il sogno che non muore di una società alternativa alle brutture dell’imperialismo e del neoliberismo. Altrimenti tanto vale tenersi il deprimente attuale governo di analfabeti forchettoni.

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martedì 2 giugno 2026

Se la zootecnia italiana è la migliore del mondo, perché ha paura delle telecamere?

Il 21 maggio, davanti alla presidente Meloni, Ettore Prandini ha evocato la chiusura delle trasmissioni di inchiesta sugli allevamenti e chiesto spazio sulla Rai per raccontare il settore in modo favorevole. Giulia Innocenzi e Sabrina Giannini hanno risposto. Anche noi vogliamo farlo.


Cosa è successo 

Il 21 maggio 2026, durante l’assemblea nazionale di Coldiretti intitolata “La forza amica del Paese”, al PalaLeonessa di Brescia, alla presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e di buona parte del governo (Lollobrigida, Tajani, Giorgetti), Ettore Prandini ha pronunciato parole che non lasciano spazio a interpretazioni.

 

Prima ha inquadrato il contesto in termini di “demonizzazione”:

“Io penso che sia arrivata Giorgia alla stagione dove tutti insieme dobbiamo lavorare per far sì che possano cessare tutte le forme di demonizzazione nei confronti di alcuni comparti produttivi. La nostra zootecnia è la più sostenibile nel mondo, ma non c’è nessun paese al mondo che ha delle trasmissioni dedicate che continuano a cercare il lavoro dei nostri allevatori demonizzandolo, attaccandolo, accusandolo, non si capisce bene di che cosa.”

Poi ha fatto la richiesta concreta, rivolta implicitamente alla presidente del Consiglio:

“Dobbiamo far chiudere queste trasmissioni? Sappiamo che non è possibile, però ci potremmo immaginare, ad esempio su Rai 1, su Rai 2, di avere una trasmissione che si faccia vedere quella che è la capacità, la professionalità, l’imprenditorialità degli agricoltori.”

Il messaggio è doppio e coerente: primo, togliere spazio al giornalismo critico. Secondo, spostare la risposta sul terreno di una narrazione favorevole al settore, veicolata dalle reti del servizio pubblico.

La risposta di Giulia Innocenzi

 

Giulia Innocenzi, giornalista investigativa che firma servizi sugli allevamenti per “Report” su Rai 3, ha risposto con precisione documentale. Ha ricordato i risultati concreti delle inchieste del suo programma: indagini della magistratura aperteindagini parlamentari avviatecarne potenzialmente pericolosa ritirata dal mercatoallevamenti e macelli chiusi, tra cui strutture che commercializzavano carne scaduta da anni e in cui animali e lavoratori venivano maltrattati.

Ha poi sottolineato il punto politicamente più rilevante: se davvero si trattasse di casi isolati, di “mele marce” come le definisce Prandini, Coldiretti avrebbe tutto l’interesse a collaborare con chi le individua, a espellere i soggetti irregolari, a usare quelle immagini come prova della serietà del settore. Invece la reazione è opposta. Questo, secondo Innocenzi, significa una cosa precisa: Prandini sa che i casi non sono isolati, e sa che espellere chi non rispetta le regole non finirebbe mai.

Vale la pena ricordare che Innocenzi è anche l’autrice, insieme a Pablo D’Ambrosi, di “Food for Profit” (2024): un’inchiesta cinematografica che segue con riprese sotto copertura i legami tra la politica europea, le lobby dell’industria zootecnica e la distribuzione dei miliardi di fondi PAC destinati agli allevamenti intensivi. Il film è stato presentato in anteprima al Parlamento europeo, ha ottenuto risultati di pubblico eccezionali per un documentario d’inchiesta e ha innescato conseguenze politiche concrete: tra quelle documentate, la mancata ricandidatura dell’eurodeputata spagnola Clara Aguilera, le cui dichiarazioni registrate nel film avevano sollevato un caso politico nel suo partito, anche se lei ha sostenuto che la decisione fosse già stata presa in precedenza. Il giornalismo di inchiesta apre dibattiti, cambia posizioni, obbliga chi ha potere a rispondere. “Food for Profit” lo ha dimostrato.

 

Sabrina Giannini, conduttrice di “Indovina chi viene a cena?” su Rai 3, ha portato un argomento diverso ma altrettanto sostanziale. Ha ricordato che il suo programma si schiera dalla parte degli agricoltori contro un sistema che li penalizza: i piccoli produttori sono le prime vittime dei pesticidi che vengono loro imposti, di brevetti che appartengono alle multinazionali, di una Politica Agricola Comune che distribuisce risorse pubbliche soprattutto ai grandi proprietari terrieri.

Giannini ha anche posto una domanda che merita risposta: perché il giornalismo critico sull’agroalimentare esiste quasi esclusivamente su Rai 3? Sugli altri canali prevale la narrazione bucolica dell’allevamento. È un dato editoriale che merita una riflessione.

 

La posizione di VEGANOK

Osservatorio VEGANOK nasce per studiare il mercato plant-based italiano ed europeo. Il nostro lavoro richiede dati affidabili, fonti verificabili, informazioni sul sistema alimentare che siano il più possibile libere da condizionamenti di parte.

Per questo motivo, quanto dichiarato da Prandini ci riguarda direttamente.

Il giornalismo di inchiesta sull’agroalimentare serve a conoscere il sistema alimentare per quello che è. Report e “Indovina chi viene a cena?” hanno documentato nel tempo pratiche illegali, condizioni di lavoro irregolari, trattamenti degli animali in violazione delle normative vigenti, filiere opache che operano a danno dei consumatori. Fatti accertati dalle autorità competenti dopo che le inchieste li hanno portati alla luce.

“Food for Profit” aggiunge un elemento ulteriore a questa riflessione. L’inchiesta ha seguito i soldi fino a Bruxelles, ha filmato sotto copertura i meccanismi con cui le lobby condizionano le decisioni europee sulla PAC, e ha prodotto conseguenze politiche verificabili. Ha raggiunto un pubblico ampio, ben oltre la cerchia di chi già si occupa di questi temi, a dimostrazione che la domanda di informazione seria sul sistema alimentare esiste ed è diffusa.

 

Chiedere la chiusura di queste trasmissioni, o anche solo creare le condizioni politiche perché vengano marginalizzate, significa ridurre la capacità dei cittadini di conoscere il sistema che produce il cibo che mangiano.

 

Siamo anche consapevoli del contesto in cui questa richiesta è stata formulata: davanti alla presidente del Consiglio, durante un’assemblea di un’organizzazione con forte peso lobbistico, con un riferimento esplicito alla Rai come strumento per una contronarrazione finanziata con denaro pubblico. Si tratta di una pressione politica sul servizio pubblico radiotelevisivo, esercitata in modo diretto.

Riteniamo che la risposta corretta, da parte di chiunque lavori con serietà nell’informazione sul cibo e sulla sostenibilità, sia il sostegno esplicito al giornalismo di inchiesta. La possibilità di fare inchieste indipendenti sul settore agroalimentare è un bene pubblico che va difeso, indipendentemente da ogni singola trasmissione e da ogni singolo servizio.

Continueremo a monitorare questa vicenda e a segnalare ogni sviluppo rilevante per chi opera, studia e comunica nell’ambito dell’alimentazione sostenibile e dei diritti animali.

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lunedì 1 giugno 2026

Il calice dell’occupazione. L’industria dei vini nei territori dei coloni israeliani - Marta Vidal

 

La viticoltura in Cisgiordania e sulle alture del Golan genera profitti e toglie terre ai coltivatori palestinesi. I vini dell’occupazione sono venduti anche in Europa

 

Ziad Rida ha ereditato insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle circa dieci ettari di uliveti e terreni agricoli nel villaggio palestinese di Qusra, 15 chilometri a sud-est di Nablus. Per generazioni, la sua famiglia ha coltivato grano, lenticchie e ceci. Ma nel 2009, i coloni israeliani hanno occupato la cima della collina accanto. «Hanno iniziato a impedirci l’ingresso nell’area. Abbiamo cercato di rimuovere le barriere, ma sono tornati con la protezione dell’esercito – ricorda Rida –. Hanno piantato viti e hanno continuato a espandersi, prendendo sempre più terra».

Lungo le colline ondulate a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata, filari e filari di vigneti piantati dai coloni tracciano il paesaggio roccioso, riempiendo le colline terrazzate di viti disposte in modo uniforme. Questa regione nel nord della Cisgiordania è diventata una delle principali aree dove si produce vino. È anche una di quelle dove l’occupazione è più violenta: Qusra è stata ripetutamente presa di mira da attacchi dei coloni israeliani e dell’esercito. L’11 ottobre 2023, quattro palestinesi sono stati uccisi da colpi d’arma da fuoco durante un’incursione dei coloni e un successivo raid dell’esercito. Il giorno seguente, durante il corteo funebre per le vittime, i coloni israeliani hanno aperto il fuoco sui partecipanti uccidendo un padre e suo figlio.

 

L’inchiesta in breve

·         In Cisgiordania e nelle alture del Golan l’industria vitivinicola è uno strumento della violenta occupazione israeliana. I coloni aggrediscono i palestinesi con il sostegno anche dell’esercito. Le cantine e le aziende agricole si ingrandiscono con il sostegno dello Stato

·         Il complesso di insediamenti di Shiloh, tra Ramallah e Nablus, è stato fondato negli anni Settanta ed è diventato un punto nevralgico per favorire l’occupazione di terreni agricoli palestinesi. La cantina Shiloh, la più grande della zona, ha ricevuto più di 1 milione di aiuti pubblici nell’ultimo decennio, nonostante il furto dei terreni sia contro la legge internazionale. Ai palestinesi sono state sottratte le risorse idriche per destinare l’acqua alle coltivazioni dei coloni

·         Nelle alture del Golan, i vigneti dei coloni sono (almeno) 1.320 ettari. Più difficile stimare l’estensione delle coltivazioni nei territori occupati della Cisgiordania. L’ong Kerem Navot ne ha identificati 1.300 ettari e segnala un aumento delle espropriazioni di terreni 

·         I vini dell’occupazioni finiscono anche nei Paesi dell’Unione europea, principale partner commerciale di Israele. L’Italia nel 2022 ha importato bottiglie per un valore di circa 950mila euro; nel 2024 per circa 600mila euro. Rispondendo alle nostre domande, il rivenditore italiano Vinum Vini ha precisato che l’importazione di vini della cantina dei coloni israeliani Shiloh «è avvenuta solo nel 2021» e che la decisione di intraprendere quella collaborazione commerciale «è stata presa sulla base di informazioni incomplete»

·         Un rapporto del 2020 dell’European Middle East Project (EuMep) ha rilevato che solo il 10% dei vini prodotti nella Cisgiordania occupata e nelle alture del Golan sono stati venduti nell’Ue con etichette corrette. Durante la nostra indagine, non abbiamo trovato un solo caso di etichettatura corretta tra le centinaia di bottiglie esaminate nei negozi europei

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Terra occupata, risorse sottratte ai palestinesi 

Negli ultimi due anni, oltre mille palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania, tra cui almeno 213 bambini. Migliaia di altri palestinesi sono rimasti feriti in attacchi, spesso coordinati, compiuti dall’esercito israeliano o dai coloni. La zona di Nablus è tra quelle che ne registrano il numero più alto. Con l’escalation della violenza dei coloni, la terra palestinese viene confiscata e assorbita dagli insediamenti in espansione. La coltivazione della vite per l’industria vinicola israeliana è diventata uno strumento efficace di espropriazione che fornisce opportunità economiche ai coloni e impedisce ai palestinesi di tornare alle loro terre.

Il complesso di insediamenti di Shiloh, situato in posizione strategica tra Ramallah e Nablus, ha svolto un ruolo centrale nell’appropriazione delle terre. Da quando è stato fondato alla fine degli anni Settanta su terreni sottratti ai villaggi palestinesi di Qaryut eTurmus Ayya, Shiloh è diventato unpunto nevralgico per la creazione di nuovi avamposti – insediamenti che sebbene ufficialmente illegali secondo la legge israeliana, spesso sono di fatto sostenuti dallo Stato, che ne fornisce infrastrutture, protezione militare e strumenti per la retroattiva legalizzazione – che hanno favorito l’avanzata dei coloni nei terreni agricoli circostanti.

In primo luogo, i coloni occupano le cime delle colline. Poi, i loro avamposti vengono collegati a insediamenti più grandi, creando corridoi che isolano le comunità palestinesi e aprono la strada all’annessione della Cisgiordania.

A Qaryut, Shaher Musa ricorda la prima volta che i terreni del suo villaggio – compresi quelli intestati a suo nonno, durante il periodo ottomano – furono confiscati per piantare un vigneto. Era il 1996, poco dopo l’inizio del primo dei sei mandati di Benjamin Netanyahu alla guida del governo israeliano.

C’è stata una manifestazione, ma è stata repressa violentemente dall’esercito e attaccata dai coloni. «Tutte le proteste e i documenti ufficiali che abbiamo presentato non sono serviti a nulla – dice Musa –. Le ambizioni dei coloni erano sostenute dal governo e dall’esercito. L’intera area è stata rasa al suolo con i bulldozer. È stata livellata e piantata a vigneto».

Durante la seconda Intifada, nei primi anni 2000, i coloni e l’esercito israeliano hanno impedito ai palestinesi di accedere ai loro terreni agricoli, che sono stati poi occupati dagli stessi coloni. L’espropriazione dei contadini palestinesi risale a decenni fa. Dal 1967, Israele ha sequestrato più di 200mila ettari della Cisgiordania – oltre un terzo del territorio – privando i palestinesi della loro terra e dei loro mezzi di sussistenza. Ma anche prima, durante la Nakba del 1948, i palestinesi hanno perso circa il 78% della Palestina storica. Circa 750mila palestinesi sono stati espulsi o sono fuggiti, la maggior parte dei quali erano agricoltori.

 

Il peso del settore vitivinicolo nell’economia dell’occupazione

In tutta la Cisgiordania, l’appropriazione delle terre ha subito un’accelerazione negli ultimi due anni. A Qaryut, secondo il consiglio del villaggio, gli abitanti sono stati privati di quasi il 90% delle loro terre. I coloni hanno anche preso il controllo delle sorgenti del villaggio, una delle quali è stata trasformata in una piscina. Mentre gli agricoltori palestinesi sono privati delle loro risorse, gli avamposti vengono rapidamente collegati alle reti idriche ed elettriche. A est di Shiloh, la compagnia idrica nazionale israeliana ha installato un grande serbatoio d’acqua in mezzo a vasti vigneti.

La regione di Nablus ospita attualmente quattro aziende vinicole che esportano in tutto il mondo: Shiloh, Gva’ot, Har Bracha e Tura. Anche una grande azienda agricola, Meshek Achiya, coltiva olive e uva da vino su terreni confiscati ai palestinesi.

L’Amministrazione civile della Cisgiordania – l’unità militare responsabile dell’attuazione della politica civile di Israele nella regione occupata – dal 2008 in avanti ha emesso diversi ordini di sfratto, mai eseguiti, affinché liberasse i terreni palestinesi che l’azienda aveva confiscato illegalmente. Tra il 2014 e il 2022, l’azienda ha comunque ricevuto circa 100mila metri cubi di acqua all’anno dall’Autorità idrica israeliana, diventando uno dei maggiori consumatori di acqua per l’agricoltura degli insediamenti in Cisgiordania.

Oltre all’irrigazione fornita dallo Stato, i viticoltori coloni ricevono generosi sussidi, sovvenzioni e agevolazioni fiscali nella Cisgiordania occupata. Secondo i dati del ministero dell’Economia e dell’industria israeliano condivisi dall’organizzazione Peace Now, solo la cantina Shiloh, la più grande azienda vinicola della zona di Nablus, ha ricevuto più di un milione di euro di finanziamenti governativi nell’ultimo decennio. Una nota del 2018 dello stesso ministero riporta la notizia di un piano autorizzato dall’Autorità israeliana per gli investimenti dal valore complessivo di 19 milioni di shekel (circa 5 milioni di euro) per la cantina Shiloh e altre due aziende vinicole. 

I dati del ministero dell’Agricoltura israeliano mostrano che i territori occupati nel 1967 sono diventati importanti regioni vinicole. Nelle alture del Golan siriano si stima che ci siano 1.320 ettari di vigneti. Tuttavia, secondo Noa Maoz, viticoltore del Consiglio israeliano delle uve e del vino (che vive nelle alture occupate del Golan), questi dati non riflettono ancora l’estesa piantumazione avvenuta negli ultimi tre anni.

In Cisgiordania, determinare l’estensione totale dei vigneti dei coloni è molto più difficile. Le regioni vinicole israeliane si estendono oltre la Linea Verde – la linea di confine tracciata nel 1949 tra Israele e i Paesi arabi confinanti (Egitto, Giordania, Siria, Libano) – e non fanno distinzione tra i confini internazionali riconosciuti di Israele e le sue colonie. Tuttavia, secondo un rapporto commissionato dal Consiglio delle uve e del vino – associazione di categoria che rappresenta i viticoltori e le cantine israeliane fondata nel 1963 – dopo le alture del Golan, la seconda regione vinicola più grande di Israele sono le colline della Giudea, che si estendono anche sui territori occupati della Cisgiordania.

Dror Etkes, ricercatore israeliano che da oltre vent’anni monitora l’attività degli insediamenti e ha fondato l’ong Kerem Navot, avverte che i dati ufficiali sottostimano la reale portata della viticoltura dei coloni in Cisgiordania. «Ci sono molti casi di appropriazione di terreni che non vengono segnalati. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’espansione», afferma indicando il suo database, che mappa circa 1.300 ettari di vigneti dei coloni in Cisgiordania. Le sue immagini aeree documentano la graduale espropriazione subita dai contadini palestinesi nel corso dei decenni, le cui terre sono state confiscate dai coloni, rase al suolo e ripiantate con viti.

La cantina Shiloh, situata all’ingresso dell’omonimo insediamento, è stata fondata nel 2005 dall’avvocato e uomo d’affari messicano Mayer Chomer. Amministratore delegato e capo enologo è Amichai Lourie, originario di Boston. Secondo il sito web dell’azienda vinicola, «la produzione aumenta ogni anno». Attualmente produce circa 500mila bottiglie all’anno, di cui circa la metà viene esportata.

Un centro visitatori inaugurato di recente ospita matrimoni ed eventi, offrendo visite guidate e degustazioni di vini in quello che viene descritto come «un ambiente sofisticato e sereno». Una mappa del mondo appesa alla parete del centro evidenzia le esportazioni verso più di una dozzina di Paesi in Europa, Nord e Sud America e Asia orientale. I vini della cantina Shiloh sono disponibili in vendita in Italia. Uno dei rivenditori di questo prodotto, Vinum Vini, rispondendo alle domande di IrpiMedia, ha precisato che «l’importazione di vini è avvenuta solo nel 2021» e che la decisione di intraprendere quella collaborazione commerciale «è stata presa sulla base di informazioni incomplete». «Riconosciamo la nostra responsabilità per questo errore e ce ne rammarichiamo sinceramente», conclude l’azienda.

 

Trarre profitto dalle terre occupate illegalmente

Oggi esistono più di 300 aziende vinicole israeliane che producono circa 45 milioni di bottiglie di vino all’anno. Secondo l’Istituto israeliano per l’esportazione, quelle di vino sono raddoppiate nell’ultimo decennio. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il mercato più grande, assorbendo circa idue terzi delle esportazioni di vino israeliano, seguiti dall’Unione europea. Sebbene l’Italia non sia tra i principali importatori, secondo il portale dell’Unione europea nel 2022 le importazioni hanno raggiunto un valore di quasi 950mila euro.

È difficile determinare quale percentuale dei vini esportati provenga dalla Cisgiordania occupata e dalle alture del Golan siriano, poiché né Israele né l’Ue raccolgono questi dati. Francesca Albanese, relatrice speciale della Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Palestina e nei territori arabi occupati, nel rapporto di luglio 2025 Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, scrive: «I prodotti israeliani, inclusi quelli provenienti dalle colonie, invadono i mercati globali attraverso i grandi rivenditori, spesso senza alcun controllo». Albanese aggiunge che per evitare il boicottaggio o reazioni negative dei consumatori, «le aziende mascherano l’origine dei prodotti» con varie strategie.

Nel 2011 il centro di ricerca sull’occupazione israeliana Who Profits scriveva nella conclusione di un rapporto che «tutte le principali aziende vinicole israeliane utilizzano uve provenienti dai territori occupati nei loro vini». Mentre le uve provenienti dalle alture del Golan vengono utilizzate apertamente, il rapporto ha rilevato che le aziende vinicole che si rifornivano di uve dai vigneti della Cisgiordania utilizzavano vari metodi per nasconderne l’origine.

Nel luglio 2024, il Parere consultivo della Corte internazionale di giustizia (Cig) ha delineato gli obblighi degli Stati di «astenersi dall’intrattenere rapporti economici o commerciali con Israele in relazione al territorio palestinese occupato» e di «adottare misure per impedire relazioni commerciali o di investimento che contribuiscano al mantenimento» degli insediamenti illegali. Nonostante questi chiari obblighi, il commercio che sostiene l’espansione coloniale dei coloni è continuato senza sosta e quello del settore del vino è solo uno dei campi nei quali questi obblighi non vengono rispettati.

La guerra contro Gaza – che gruppi per i diritti umani, esperti delle Nazioni Unite e le principali autorità del diritto internazionale hanno definito un genocidio – e le crescenti richieste di boicottaggio dei prodotti israeliani, non hanno avuto un impatto significativo sull’industria vinicola. Nel 2024, le importazioni di vino italiano si sono avvicinate al valore commerciale di 600mila euro.

«Le esportazioni verso l’Europa non hanno risentito in modo significativo delle tensioni degli ultimi anni», ha affermato Mark Gershman, responsabile del settore vinicolo presso l’Istituto israeliano per l’esportazione. Ha aggiunto che «mentre alcuni mercati specifici hanno registrato una stagnazione o un leggero calo negli ultimi tempi, altri mercati nuovi sono in crescita».

L’Ue, il principale partner commerciale di Israele, ha adottato diverse politiche volte a distinguere tra i confini internazionali riconosciuti di Israele e i territori occupati dal 1967. Il primo passo è stato compiuto nel 2004, quando agli esportatori israeliani è stato richiesto di fornire i codici postali indicanti il luogo di produzione, in modo che i prodotti provenienti dagli insediamenti non ricevessero un trattamento preferenziale nell’ambito dell’accordo commerciale Ue-Israele.

Questo approccio è stato rafforzato nel 2012, quando l’Ue ha cercato di garantire che gli accordi tra i due Paesi non si applicassero alla Cisgiordania occupata o alle alture del Golan. Nel 2015, l’Ue ha richiesto con una nota un’etichettatura chiara dei prodotti provenienti dagli insediamenti. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha rafforzato questo approccio nel 2019, stabilendo che gli Stati membri devono garantire un’etichettatura distinta per i prodotti provenienti dagli insediamenti, che non possono essere commercializzati come “Made in Israel”.

 

Il ruolo del boicottaggio commerciale in Sudafrica nella fine dell’apartheid

 

Per molti esperti di diritto internazionale, tuttavia, le misure di etichettatura non sono sufficienti a costituire la risposta giuridica necessaria quando il commercio è legato a insediamenti illegali. «È come se si scrivesse “realizzato con lavoro minorile” su un prodotto e poi si spiegasse che spetta al consumatore decidere se acquistarlo o meno – afferma François Dubuisson, professore di diritto internazionale all’Université Libre de Bruxelles (Ulb) –. Si tratta fondamentalmente di una sorta di politica simbolica volta a salvare le apparenze».

Data l’illegalità degli insediamenti, Dubuisson sostiene che questi prodotti dovrebbero essere vietati tout court. Non sarebbe una novità: dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, l’Ue ha agito rapidamente per vietare le importazioni dai territori occupati dalla Russia.

Eppure Israele continua a beneficiare di una politica di eccezione che gli consente di violare sistematicamente il diritto internazionale nell’impunità più totale. «Anche quando la legge impone l’etichettatura dei prodotti, questa non viene applicata – afferma Nazeh Brik, ricercatore dell’organizzazione per i diritti umani Marsad, che ha pubblicato un rapporto sull’industria vinicola dei coloni nelle alture del Golan siriano –. La posizione dei Paesi europei e occidentali non è sorprendente. La questione dell’occultamento dei prodotti e delle loro fonti è molto marginale rispetto al loro sostegno allo sterminio del popolo palestinese».

Un rapporto del 2020 dell’European Middle East Project (EuMep) ha rilevato che solo il 10% dei vini prodotti nella Cisgiordania occupata e nelle alture del Golan sono stati venduti nell’Ue con etichette corrette. Durante la nostra indagine non abbiamo trovato un solo caso di etichettatura corretta tra le centinaia di bottiglie esaminate nei negozi europei. Molti rivenditori e importatori non hanno risposto alle richieste di commento o di intervista, come alcune fonti istituzionali, tra cui l’Osservatorio del mercato vitivinicolo dell’Ue e i portavoce delle direzioni generali della Commissione per il commercio e l’agricoltura.

Le bottiglie della cantina Jerusalem vendute come “Made in Israel” riportano indirizzi che non corrispondono al loro effettivo sito di produzione nell’insediamento di Kiryat Arba, vicino a Hebron, nel sud della Cisgiordania. I documenti del registro delle imprese israeliano suggeriscono che l’azienda potrebbe utilizzare l’indirizzo di un impianto di imbottigliamento e la sua registrazione amministrativa per nascondere la vera origine dei suoi vini e potrebbe beneficiare ingiustamente di un trattamento preferenziale.

L’Ue e le autorità doganali, i rivenditori, gli importatori e la cantina Jerusalem non hanno risposto alle richieste di commento.

Un rapporto pubblicato nel 2025 da Oxfam, in collaborazione con oltre 80 organizzazioni della società civile, ha documentato come gli esportatori israeliani eludano deliberatamente le normative mescolando i prodotti provenienti dagli insediamenti con merci prodotte all’interno dei confini riconosciuti di Israele, oppure indicando indirizzi fittizi all’interno di Israele per ottenere un trattamento commerciale preferenziale. Nel frattempo, le aziende che etichettano chiaramente i propri prodotti come provenienti dagli insediamenti possono ricevere un risarcimento dal ministero delle Finanze israeliano per la perdita delle esenzioni doganali.

Nel settembre 2025, dopo due anni di massacri a Gaza, la Commissione europea ha annunciato una proposta per sospendere l’accesso preferenziale di Israele al mercato dell’Ue, una mossa che comporterebbe circa 227 milioni di euro di dazi doganali aggiuntivi all’anno.

La proposta, ad oggi, non è mai andata avanti.

 

Tra politica, messianesimo e business

L’importanza dell’industria vinicola israeliana va ben oltre il suo valore economico. Secondo un rapporto dell’agenzia di consulenza Herzog Strategic commissionato dal Consiglio delle uve e del vino, il settore offre un «contributo sostanziale al rafforzamento degli insediamenti e del patrimonio agricolo ebraico», svolge un ruolo chiave nello sviluppo del «turismo rurale» e promuove le relazioni con l’estero, in particolare attraverso la partecipazione di Israele a concorsi enologici internazionali.

In un episodio di settembre 2024 di Kosher Terroir – un podcast che racconta della «crescita globale incredibile del vino kosher» a cui stiamo assistendo, si legge in descrizione – Vered Ben-Sa’adon, cofondatrice della cantina Tura, nata nei Paesi Bassi, ha descritto come alla fine degli anni Novanta lei e suo marito abbiano piantato dei vigneti vicino a Nablus con l’obiettivo esplicito di colonizzare la terra.

«Se hai l’agricoltura, puoi avere centinaia di ettari di terra», ha spiegato. Ha poi raccontato al conduttore Simon Jacob (che promuove l’acquisto di vino israeliano come «uno dei modi migliori per sostenere Israele») che uno dei suoi figli, recentemente tornato dai combattimenti a Gaza, ora aiuta nella cantina. Secondo Ben-Sa’adon, circa la metà della produzione di Tura viene esportata, e ci sono piani per aprire un nuovo centro visitatori nell’insediamento di Rehelim, a sud di Nablus, costruito su un terreno confiscato al villaggio palestinese di As-Sawiya.

Nell’ottobre 2023, Bilal Saleh, un contadino palestinese, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco davanti alla moglie e ai figli mentre raccoglieva olive nella sua terra ad as-Sawiya. L’assassino è stato identificato come Shuvael Ben-Natan, un colono di Rehelim, poi ucciso mentre combatteva in Libano. I discorsi funebri al suo funerale hanno raccontato che aveva attaccato i palestinesi, bruciato case a Gaza e cercato vendetta contro «le donne e i bambini palestinesi».

Nonostante si trovi in un insediamento noto per la sua violenza e considerato illegale dal diritto internazionale, Tura ha ricevuto premi da prestigiosi concorsi come il Decanter World Wine Awards. Decanter ha anche assegnato medaglie ad altre cantine con sede in alcune delle zone più violente della Cisgiordania, tra cui Shiloh e Gva’ot nella regione di Nablus, e La Forêt Blanche nelle colline a sud di Hebron, fondata da un colono israeliano condannato per l’omicidio di tre palestinesi.

In un articolo sulla cantina Shiloh pubblicato sul sito web di Decanter, la zona è descritta come un «paradiso della vinificazione» senza mai menzionare che si trova su un territorio occupato dove i palestinesi subiscono aggressioni sistematiche, espropriazioni, sfollamenti e cancellazioni.

Contattato per un commento, Decanter ha dichiarato che «sta attualmente rivedendo le sue politiche e procedure interne relative ai vini prodotti in territori con uno status giuridico controverso o delicato. Poiché tale revisione è ancora in corso, non siamo in grado di rispondere alle domande specifiche sollevate». La cantina Shiloh ha affermato di «operare nel pieno rispetto della legge israeliana, in modo trasparente e responsabile».

In risposta a una richiesta di commento, le aziende vinicole Tura, Har Bracha e La Forêt Blanche non hanno risposto, mentre il cofondatore dell’azienda vinicola Gva’ot, Elyashiv Drori, ha respinto le accuse secondo cui la sua azienda vinicola sarebbe stata fondata su terreni occupati. «Gli arabi sono arrivati in questa terra come nomadi e in seguito come conquistatori», ha scritto, aggiungendo che la terra «era stata promessa da Dio al popolo ebraico». Una risposta che si colloca nella tradizione delle giustificazioni religiose e nazionaliste per l’insediamento, tipiche di alcune correnti della destra radicale israeliana.

 

Il vino israeliano: una storia coloniale

Le radici coloniali dell’industria vinicola israeliana non risalgono al 1967, ma possono essere fatte risalire agli albori del sionismo. Alla fine del XIX secolo, il barone Edmond de Rothschild, membro francese della famiglia di banchieri Rothschild e forte sostenitore del sionismo, acquistò dei terreni in Palestina e importò viti francesi, nella speranza di creare opportunità economiche per i coloni ebrei.

I ricercatori israeliani Ariel Handel e Daniel Monterescu osservano che questo sforzo di modernizzare la viticoltura nelle colonie ebraiche si basava sull’idea del vino come agente di cultura e progresso. Nonostante i notevoli investimenti, il progetto fallì, poiché i vitigni francesi si adattavano male al clima e al suolo locali e i vini non riuscirono a conquistare i mercati esteri.

«Israele non era noto per il vino fino all’inizio degli anni Novanta, con la fondazione della cantina Alture del Golan», afferma Handel. Il vino, spiega, è diventato uno strumento per ridefinire l’immagine del Golan «non come territorio occupato, luogo di guerre, luogo di sangue, ma piuttosto come “l’Europa in Israele”… È diventato un luogo di turismo e di buon gusto».

Il vino ha svolto un ruolo così importante nella normalizzazione dell’occupazione delle alture del Golan che il modello viene ora riprodotto dai coloni in Cisgiordania. «Hanno iniziato a promuovere la Cisgiordania come la Toscana: vino e formaggio, bed and breakfast», osserva Handel.

 

Una storia secolare

I viticoltori coloni si presentano come pionieri che stanno «riportando in auge la produzione vinicola dopo 2.000 anni» e «rivitalizzando» le tradizioni vinicole bibliche. Molti di loro sono allineati con l’estrema destra messianica, combinando l’ultranazionalismo con la convinzione che la terra sia stata loro donata da Dio, negando i diritti dei palestinesi e presentando la supremazia ebraica come un disegno divino.

La produzione vinicola, afferma Monterescu a IrpiMedia, «ha una risonanza culturale e religiosa molto profonda. Quindi è sia un mezzo di espansione e di appropriazione della terra, ma ha anche un indice di radicamento religioso», diventando parte di una narrativa nazionalista di redenzione della terra volta a colmare il percepito «divario di 2.000 anni tra l’esilio e il ritorno sionista».

Gli agricoltori palestinesi che hanno mantenuto in vita i vitigni endemici erano diventati i «custodi» dell’antica conoscenza viticola, spiega Monterescu. Ma una volta che le cantine israeliane si sono assicurate l’accesso all’uva, gli agricoltori palestinesi «sono diventati superflui. Non hanno più bisogno di loro, perché hanno già preso l’uva», dice. «Ora ci sono decine di aziende vinicole locali che commercializzano varietà autoctone come «antiche uve bibliche di Israele».

Mentre i vini degli insediamenti circolano liberamente, i prodotti palestinesi sono sottoposti a rigorosi controlli. «Non possiamo importare o esportare nulla liberamente – racconta Canaan Khoury, produttore di vino del villaggio palestinese di Taybeh, nella Cisgiordania occupata –. Ci costa di più portare il vino dalla cantina al porto che dal porto a Tokyo, a causa dei controlli di sicurezza aggiuntivi e delle restrizioni. Per ogni spedizione ci sono nuove regole che gli israeliani ci impongono».

Le difficoltà vanno ben oltre la spedizione: «Abbiamo subito confische di terreni da parte dell’esercito e continui attacchi dei coloni – continua Khoury –. Attaccano i vigneti. Troverete filari di viti di età diverse perché ogni volta che i coloni arrivano, tagliano alcune viti e noi dobbiamo reimpiantarle. Non ci è nemmeno permesso accedere alla nostra fonte d’acqua. Gli israeliani rubano la nostra acqua e ce la vendono in quantità limitate».

Nonostante queste difficoltà e l’incertezza per il futuro, Khoury continua a curare i suoi vigneti, raccogliere l’uva con la famiglia e produrre vino. «Continuiamo a produrre di più e a costruire nuove strutture – dice con un sorriso amaro –. Scherziamo dicendo che li stiamo facendo per i coloni, affinché vengano a prenderli da noi».

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venerdì 29 maggio 2026

Il negozio fisico non è morto ma deve cambiare mestiere - Vincenzo Imperatore

 

Per anni ci hanno spiegato che il negozio fisico fosse destinato a sparire, travolto dall’e-commerce, dai modelli direct-to-consumer, dalle piattaforme digitali e da quella religione contemporanea secondo cui tutto ciò che passa da uno schermo sarebbe automaticamente più moderno, più efficiente e più intelligente. Poi, come spesso accade, la realtà si è permessa di disturbare la teoria.

Nel 2024 il tasso di sfitto dei centri commerciali era pari al 5,4%, il livello più basso degli ultimi vent’anni. Ancora più interessante è un altro dato: la frequentazione dei centri commerciali risulta più alta tra i giovani della Generazione Z, cioè proprio tra quei consumatori cresciuti con lo smartphone in mano, che secondo molte previsioni avrebbero dovuto seppellire definitivamente il commercio fisico sotto una montagna di carrelli digitali. Evidentemente la storia era un po’ più complicata.

Anche la crescita dell’e-commerce racconta una realtà meno lineare di quella immaginata. Nel 2025 le vendite online rappresentavano il 16,4% delle vendite retail complessive, appena sopra il 16,3% raggiunto nel secondo trimestre del 2020, cioè nel pieno delle condizioni eccezionali create dai lockdown. Inoltre, gli incrementi annuali registrati negli ultimi quattro anni sono stati tra i più bassi dalla Grande Recessione del 2008-2009. Tradotto: l’e-commerce resta fondamentale, ma non ha divorato il negozio fisico. Ha costretto il negozio fisico a cambiare mestiere.

Questa è la lezione che molte PMI italiane dovrebbero imparare in fretta. Il problema non è scegliere tra fisico e digitale. Il problema è costruire un modello commerciale nel quale negozio, sito, social, magazzino, consegna, assistenza e relazione con il cliente funzionino come parti dello stesso sistema.

Il punto vendita, oggi, non è più soltanto il luogo in cui si espone merce e si aspetta che qualcuno entri. Quella non è strategia: è meteorologia applicata al commercio. Si apre la porta e si spera nel passaggio. Ma il cliente contemporaneo non compra più così. Si informa online, confronta prezzi, guarda recensioni, visita il negozio, chiede conferme, pretende servizio, valuta l’esperienza e poi decide se comprare lì, altrove o da nessuna parte.

Per questo il negozio fisico deve assumere almeno tre nuove funzioni.

La prima è logistica. Il punto vendita può diventare luogo di ritiro, reso, consegna rapida, gestione dello stock e supporto operativo all’online. Non è un dettaglio. In molti settori, il vero vantaggio competitivo non è solo vendere, ma consegnare meglio, assistere prima, risolvere problemi, ridurre tempi morti e trasformare la prossimità in efficienza. Alcune catene hanno già introdotto nei negozi strumenti digitali che permettono al cliente di accedere a cataloghi molto più ampi rispetto allo spazio fisicamente disponibile, anche oltre centomila articoli. Il messaggio per le PMI è chiaro: il negozio non deve contenere tutto, deve collegare tutto.

La seconda funzione è esperienziale. Il cliente torna nel punto vendita se trova qualcosa che online non può avere: competenza, consiglio, fiducia, prova del prodotto, relazione, sicurezza nella scelta. Questo vale ancora di più per le piccole imprese italiane, che non possono competere con le piattaforme sul prezzo, sulla scala o sulla velocità pura. Possono però competere sulla qualità dell’interazione. Ma attenzione: relazione non significa improvvisazione simpatica. Significa personale formato, procedure chiare, capacità di ascolto, coerenza dell’offerta, cura dello spazio e promessa commerciale riconoscibile.

La terza funzione è comunicativa. Il negozio è un media. La vetrina comunica, l’allestimento comunica, il comportamento degli addetti comunica, il packaging comunica, perfino il modo in cui viene gestita una lamentela comunica. Una PMI che cura Instagram ma lascia il punto vendita disordinato somiglia a chi si mette il profumo sulla camicia sporca: l’intenzione è lodevole, il risultato meno.

Dentro questa trasformazione, il dato diventa decisivo. Troppe PMI continuano a gestire il negozio “a sensazione”: oggi è andata bene, ieri male, il sabato si lavora, il lunedì è morto, quel prodotto “secondo me tira”. È il folklore della gestione commerciale. Ma un’impresa dovrebbe sapere quanti clienti entrano, quanti comprano, quanto spendono, quali prodotti generano margine, quali occupano spazio senza redditività, quanti clienti ritornano, quanti sono identificati in un CRM, quante vendite nascono da un contatto digitale e quante si chiudono fisicamente.

Senza questi numeri, il negozio non è gestito: è raccontato. E il racconto, nei bilanci, purtroppo non si incassa.

Il punto centrale, per le PMI italiane, è smettere di considerare il digitale come nemico del negozio fisico. Il digitale deve portare persone nel negozio, il negozio deve alimentare dati per il digitale, l’assistenza deve rafforzare la fidelizzazione, la fidelizzazione deve migliorare la marginalità. Questa è omnicanalità. Non avere una pagina Facebook abbandonata dal 2021 con gli auguri di Natale ancora fissati in alto, testimonianza archeologica di un entusiasmo finito male.

Il ritorno del negozio fisico, dunque, non premia la nostalgia. Premia chi ha capito che la presenza territoriale è un vantaggio solo se viene organizzata. Il piccolo commerciante, l’artigiano evoluto, il retail locale, il laboratorio con punto vendita, la piccola azienda familiare possono ancora avere un ruolo enorme nei centri urbani e nei quartieri, ma devono trasformare la prossimità in valore misurabile: servizio più rapido, relazione più forte, esperienza più curata, informazioni migliori, offerte più pertinenti.

La serranda alzata non basta più. È solo ferro che si muove. Il negozio fisico sopravvive se diventa piattaforma commerciale, presidio relazionale, centro logistico leggero e laboratorio di ascolto del cliente.

Il futuro del retail non sarà tutto online e non sarà nemmeno il ritorno romantico alla bottega di una volta. Sarà ibrido, selettivo, spietato con chi improvvisa e generoso con chi misura, organizza e innova.

Il negozio fisico non è morto. È morto il negozio passivo, quello che aspetta il cliente come si aspetta la pioggia. E nelle PMI italiane, dove spesso si confonde la fatica quotidiana con la strategia, questa è forse la verità più scomoda: non basta lavorare tanto. Bisogna lavorare dentro un modello.

Altrimenti il cliente entrerà una volta, sorriderà per educazione e poi comprerà altrove. Con la serenità crudele di chi non deve spiegare nulla a nessuno.

da qui