martedì 1 settembre 2026

Una risposta a Il Post: davvero i sardi si sono stancati del turismo per ricchi? - Alessandra Saiu e Federica Marrocu

 

Un articolo pubblicato su Il Post qualche giorno fa, intitolato: “I sardi si sono stancati del turismo per ricchi”, è stato accolto sui social da commenti di continentali preoccupati dal fatto che “i sardi dicono di no a tutto, di cosa vogliono campare?” e che non capiscono le lamentele visto che il turismo “porta ricchezza e posti di lavoro”.

Chi parla e con chi? 

Un giornale italiano che partecipa all’organizzazione del sapere con una prospettiva focalizzata su un pubblico che si vorrebbe ampio, ma non si interroga prima di trattare quella che non si percepisce neanche come una realtà subalterna. Questa è la prima deviazione di uno sguardo portatore di privilegio e di potere. Parla della Sardegna al lettore italiano senza in realtà dare chiavi di lettura e reiterando dinamiche di oppressione. 

Il Post è un giornale ritenuto progressista, che adotta uno stile neutrale (apparentemente) nel suo essere analitico e quasi didascalico. In realtà qui si capisce bene che non basta lavorare sul linguaggio se il punto di vista non viene sottoposto a una doverosa verifica della presenza di eventuali bias. Questo articolo sembra (e magari negli intenti è così) voler dare spazio alla protesta sarda ma rivela una prospettiva distorta e superficiale sulla Sardegna data dalla scarsa conoscenza e dalla (molto grave visto che si posizionano come neutrali) inconsapevolezza di stare parlando di un contesto subalterno e marginalizzato.

La protesta sul resort viene ricondotta a una più ampia protesta senza definirla. Il soggetto implicito è un osservatore esterno che arriva in Sardegna e interpreta ciò che sta accadendo per spiegarlo ai continentali senza dare loro strumenti reali di comprensione del contesto. Da quando semplificare e banalizzare sono sinonimi?

L’articolo porta come esempio di questa presunta crociata sarda contro i ricchi la protesta a Lu Fenosu. Nell’articolo si legge: ”Cala Finanza, o Lu Fenosu, come viene chiamata in sardo, si trova nel comune di Loiri Porto San Paolo, in provincia di Gallura Nord-Est.” Sembra una frase neutra ma non lo è: le lingue e i nomi dei luoghi sono dispositivi di sguardo e di potere. Siamo di fronte al meccanismo dell’occupazione simbolica esercitata a danno della cultura sarda. Il toponimo italiano è presentato come “IL nome del luogo”, mentre quello locale viene presentato come una denominazione alternativa. Inoltre si cancella la specificità della lingua che si parla nell’area della Sardegna interessata, ovvero il gallurese.

Si parla poi della presenza di attivisti ambientalisti, ignorando il tessuto molteplice dei comitati sardi che non sono “semplicemente” dediti alla difesa ambientale, ma che da decenni si mobilitano per proteggere la Sardegna da investimenti esterni di dubbio valore economico e sociale, oltre che ambientale. Questi comitati, inoltre, non si riducono a Surra, che ha una sua linea ben distinta da quelle di altre associazioni. La realtà sarda è complessa e meriterebbe più attenzione nella sua descrizione

Dopo aver riassunto brevemente (e forse un po’ superficialmente) quanto accaduto a Lu Fenosu, l’articolo prosegue: “Le proteste contro il resort si sono sommate a rivendicazioni molto più radicate ed estreme: quelle per la tutela di tutto il territorio sardo dall’eccesso di turisti, yacht e alberghi di lusso […]”

In questa descrizione le lotte per l’emancipazione sono svuotate delle cause storiche e strutturali alla base delle rivendicazioni di una parte della società sarda. Nel definirle “estreme”, il discorso egemonico definisce ciò che è “ragionevole” (protestare contro l’iperturismo) e confina le istanze indipendentiste nell’alveo del radicalismo e dell’irrazionale

Nell’articolo, inoltre, le frasi in lingua sarda, slogan politicamente connotati come l’espressione “a foras”, che si lega ad esempio alla lotta antimilitarista e che farebbe emergere l’intersezione tra le rivendicazioni sarde, vengono virgolettati e isolati, atteggiamento rivelatorio del condizionamento orientalista della creazione dell’altro da sé. Barbaro, incivile nella misura in cui non si integra, si autoafferma secondo il principio della diversità linguistica, legittimata solo quando intrattiene.

Cosa scatena “l’estremismo e la radicalizzazione” di questi attivisti?

L’impatto antropico sull’isola si concretizza in consumo di suolo e trasformazione delle coste: hotel, seconde case, villaggi turistici, porti, strade e parcheggi aumentano l’urbanizzazione delle zone costiere. Questo frammenta e modifica habitat naturali e paesaggi; 

consumo di acqua: in una delle regioni a maggior rischio di desertificazione in Europa il problema è rilevante. La pressione turistica si concentra in estate, quando l’acqua già scarseggia. Piscine e strutture ricettive aumentano lo stress idrico; 

produzione di rifiuti e acque reflue: nei comuni turistici la popolazione può aumentare enormemente durante l’estate (ad Alghero nel 2023 si sono registrati 373.767 arrivi turistici e 1.594.558 presenze, a fronte di una popolazione di circa 40 mila abitanti). Questo contribuisce a produrre ingenti quantità di rifiuti e mette sotto pressione depuratori, reti fognarie e sistemi di raccolta pensati per una popolazione residente molto più piccola. Quest’estate circa venti comuni hanno interrotto la raccolta della plastica perché i centri sono saturi e la stagione particolarmente calda, col conseguente consumo di bottigliette d’acqua, probabilmente non ha aiutato. Senza contare l’attuale sistema di raccolta porta a porta dei rifiuti che può favorire l’abbandono degli stessi lungo le strade; 

emissioni di CO₂: una parte significativa dell’impronta climatica deriva dagli spostamenti. Per raggiungere un’isola sono normalmente necessari aereo o traghetto, ai quali si aggiunge spesso l’utilizzo dell’automobile durante il soggiorno. Cara RAS come va con i voli interni? 

pressione sugli ecosistemi marini e costieri: l’elevata presenza sulle spiagge, il calpestio delle dune, gli ancoraggi e le attività ricreative possono danneggiare habitat sensibili come le praterie di Posidonia oceanica, le “schifosissime alghe” che sono in realtà una pianta fondamentale per la biodiversità e per la protezione delle coste dall’erosione: sono utili anche da secche, perché è la loro stratificazione con la sabbia che ci permette di avere delle spiagge, nonostante ogni anno si ripresenti la questione del “sono un cattivo biglietto da visita per i turisti, vanno ripulite”. La natura ha un suo equilibrio che non necessita alcuna pulizia, semmai di manutenzione, come accade(va) per la legna nei boschi o l’erba secca nei campi per ragioni di sicurezza. La questione Posidonia è meramente estetica.

perdita di biodiversità e disturbo della fauna: la presenza di grandi quantità di persone, imbarcazioni, traffico e rumore in aree naturali disturba specie terrestri e marine e contribuisce a degradare habitat vulnerabili. Quest’anno abbiamo visto parecchi video social di cinghiali e volpi che si avvicinavano alle spiagge e ai bagnanti, alcuni persino nutriti come animali domestici.

Infine, c’è  il problema dell’impatto concentrato maggiormente negli stessi luoghi e negli stessi periodi.

L’accanimento contro gli yacht è causato dall’invidia per i ricchi?

Nel periodo giugno-settembre 2025, il sistema Pelagus della Guardia Costiera ha rilevato 3.114 yacht unici, per un totale di 93.450 rilevazioni di navigazione nella sola Gallura, nell’area che comprende Costa Smeralda, Arcipelago di La Maddalena, Santa Teresa Gallura e San Teodoro. Rispetto all’estate del 2024 l’aumento è stato del 15,8%. Fra quelli sono stati identificati 347 superyacht, cioè yacht di almeno 24 metri. L’inquinamento acustico subacqueo prodotto da yacht e superyacht è una pressione ambientale importante: il suono sott’acqua si propaga molto efficacemente, perciò una barca non deve necessariamente passare a pochi metri da un animale per interferire con il suo ambiente acustico. 

Nel 2020, nell’Area Marina Protetta Capo Caccia–Isola Piana, dei ricercatori hanno installato registratori subacquei scoprendo che i livelli sonori erano significativamente superiori durante il giorno proprio a causa dell’elevato numero di imbarcazioni. Il rumore antropico arrivava a dominare il paesaggio sonoro subacqueo; il picco fu rilevato persino nella zona a protezione integrale. L’Unione Europea considera esplicitamente il rumore subacqueo una pressione sull’ambiente marino nel Descriptor 11 della Marine Strategy Framework Directive, riconoscendo possibili danni alla biodiversità, disturbi comportamentali e compromissione dell’udito della fauna. In parole povere, gli animali marini potrebbero non riuscire a comunicare con il proprio gruppo né a percepire i predatori; potrebbero inoltre abbandonare ripetutamente i loro habitat, avere problemi a nutrirsi, riposarsi e orientarsi. Con buona pace di chi sostiene che gli yacht “portano valore perché l’IVA è pagata in Italia”: l’IVA è un’imposta statale e il fatto che venga versata in Italia non significa che il corrispondente gettito rimanga sul territorio sardo, mentre una parte rilevante dei costi ambientali della presenza di queste imbarcazioni è necessariamente locale. Inoltre, non tutte le imbarcazioni che transitano nelle acque sarde sono italiane, né tutte le operazioni che le riguardano sono necessariamente soggette all’IVA italiana. Non dimentichiamo poi il rilascio di CO₂, NOx e particolato, lo scarico di reflui, acque grigie, acque di sentina e il rischio di sversamenti accidentali (come già avvenuto in passato) e l’attrito sui fondali delle catene e loro ancore che danneggia la Posidonia.

Vi immaginate migliaia di SUV fare avanti e indietro per i boschi e organizzare feste dove si pompa la musica nelle casse e si canta a squarciagola fra gli alberi? 

Siamo stati abituati a vedere il mare come divertimento e a pretendere di consumarlo come pare e piace a noi, ricchi e poveri. Chiaramente poi ognuno impatta proporzionalmente e mi dispiace dissentire rispetto alle parole dell’Assessore Cuccureddu che, come riporta l’articolo de Il Post, dichiara che l’obiettivo della Regione sarebbe attirare un certo tipo di turista con grandi capacità di spesa e rispettoso dell’ambiente. Dubito che questa accoppiata di virtù sia facilmente ottenibile, ma d’altronde “non tutti possono permettersi la Sardegna”, dice sempre Cuccureddu. Infatti ha ragione: gli stessi sardi residenti in Sardegna non se la possono più permettere, perché grazie a questa aspirazione sarda alla mono-economia, è sempre più difficile affittare o comprare casa: gli immobili sono per i turisti, per i nomadi digitali e per chi ha le tasche piene. Per non parlare degli aumenti dei prezzi di generi alimentari e dei ristoranti a fronte di stipendi mediamente normali o in zone depresse economicamente e con gravi problemi di disoccupazione. 

Ma non importa, perché abbiamo delle bellissime notizie! Intanto l’insularità ci protegge naturalmente dal sovraffollamento turistico, perché, come ci ricorda l’Assessore nell’articolo, essendo la Sardegna un’isola, gli arrivi sono “naturalmente contingentati”. Allo stesso tempo, per fortuna, l’insularità non ha impedito l’aumento del numero degli ospiti: nel 2025 la Sardegna ha registrato oltre 5 milioni di arrivi. In percentuale, l’aumento di presenze rispetto al 2024 è stato del 15,9% e rispetto al 2023 di ben il 34,2%. Inoltre la Sardegna è sempre più meta del turismo internazionale. Se l’aumento delle presenze degli italiani è stato di circa il 10% sul 2024 e del 19% sul 2023, quello degli stranieri è stato del 21,5% rispetto all’anno precedente e di circa il 50% rispetto al 2023 .

 La Regione Sardegna, il 23 luglio 2026, ha comunicato che tra gennaio e giugno 2026 le presenze turistiche sono aumentate dell’8,24% rispetto allo stesso periodo del 2025. La crescita è trainata soprattutto dagli stranieri: +11,44%, contro +4,04% degli italiani. Dice bene Cuccureddu: i nostri competitors ora sono la Polinesia francese, la Thailandia, le Maldive e Mykonos. Tutti posti nei quali, si sa, gli indigeni si sono arricchiti grazie ai turisti. La Sardegna, essendo una terra magica, vive in un limbo nel quale è allo stesso tempo periferica rispetto alla continuità territoriale italiana e collegata a New York con volo diretto: ciò le permette sia la naturale contenzione che il prezioso incremento di peso antropico.

Di cosa vogliono vivere i sardi e perché sono ingrati verso chi porta loro denaro e lavoro?

Nel 2024, la filiera turistica ha generato circa 6,8 miliardi di euro di valore aggiunto diretto e indiretto, pari, secondo la ricerca, a circa il 19% del valore aggiunto complessivo della Sardegna. Per avere un termine di paragone, questi 6,8 miliardi equivalgono numericamente a circa il 16% dei 43,4 miliardi di euro del PIL regionale nello stesso anno. Il turismo è attualmente un settore importante, ma non costituisce affatto la maggioranza dell’economia sarda.

Il fatto che il turismo generi una quota rilevante del valore aggiunto regionale non dice come tale ricchezza venga distribuita, né consente di ignorarne i costi sociali, ambientali e infrastrutturali. Il punto non è negare che il turismo produca ricchezza, ma chiedersi chi ne giovi e a fronte di quali costi per il territorio. Sono pochi gli economisti importanti che sostengono che un territorio debba basarsi quasi esclusivamente sul turismo. Più comune è la tesi secondo cui una forte specializzazione turistica può essere una strategia razionale di crescita, soprattutto per piccole economie ricche di risorse naturali. Anche la letteratura favorevole alla tourism-led growth dimostra essenzialmente che il turismo può trainare la crescita, non che massimizzare indefinitamente la quota di turismo nell’economia sia ottimale. E alcuni risultati successivi indicano esattamente il contrario: oltre un certo grado di specializzazione i benefici marginali diminuiscono e aumenta l’importanza della diversificazione.

In parole semplici: il turismo sardo specializzato nel patrimonio marittimo, costiero, paesaggistico e naturalistico è stato trainante per un periodo, ma arriverà (o è già arrivato) un momento in cui i benefici non saranno maggiori dei costi che si concretizzano in nuovi parcheggi, strade, depuratori, maggiore raccolta dei rifiuti, cementificazione delle coste, case più costose, maggiore costo della vita, più traffico, più consumo d’acqua, più inquinamento. 

Resta poi da sfatare il mito dei sardi arricchiti dal turismo. Una parte rilevante delle proprietà e dei capitali è esterna all’isola; ai sardi resta spesso invece il ruolo di forza lavoro stagionale, in un settore caratterizzato da precarietà, bassi salari e limitate prospettive di carriera. Il punto non è quindi soltanto quanta ricchezza produce il turismo, ma chi possieda gli strumenti che la producono e quale parte di quella ricchezza rimanga effettivamente sul territorio. Inoltre, non tutte le persone sarde aspirano a lavorare nel settore turistico, ma se il turismo continua a espandersi, diventando sempre più importante, aumenta la domanda di camerieri, cuochi, receptionist, personale delle pulizie, manutentori, addetti agli stabilimenti, autisti ecc. Perciò per i giovani diventa facile trovare lavoro (povero) nel turismo, mentre gli altri settori crescerebbero sempre meno e quelli che aspirano a un altro tipo di carriera dovrebbero andare via, come già fanno.

Il territorio mette a disposizione paesaggio, coste, acqua, infrastrutture e lavoro, mentre le rendite finiscono nelle tasche altrui: questo permette di capire perché PIL e benessere della popolazione residente non siano la stessa cosa. Il turismo è un’azienda che obbliga tutto un territorio a sobbarcarsi dei costi sociali ed economici, senza dare quasi nulla in cambio. Abitare in un posto di vacanze significa rinunciare a vivere il centro storico, rinunciare ad accedere a posti naturali del proprio territorio, essere ospiti a casa propria, dover adeguarsi alle tasche dei viaggiatori, gestire (o subire) inquinamento di cui non si è responsabili, non trovare casa, accettare la progressiva folklorizzazione delle proprie identità e cultura. Non è vero che la filiera del turismo si basi esclusivamente su stabilimenti, alberghi, parcheggi, bar, ristoranti, artigianato: principalmente si basa su persone che, pur non lavorando nell’ambito, vengono vendute assieme alla terra.

Di cosa vogliono vivere, quindi, i sardi che “ultimamente dicono no a tutto” come afferma un commentatore de Il Post su Facebook? Forse della possibilità di investire in prima persona nelle proprie risorse, non solo paesaggistiche, ma anche umane, in modo sostenibile, senza essere sfruttati. Potendo scegliere tra diverse opzioni e curando una propria agenda di interessi. Questo può essere concretizzato solo col coinvolgimento della popolazione dal basso, tramite i comitati locali e con politiche mirate a investire in una seria e variegata formazione per i giovani sardi.

Fonti:

https://www.regione.sardegna.it/notizie/turismo-in-sardegna-flussi-record-l-istat-certifica-che-la-sardegna

https://www.regione.sardegna.it/notizie/turismo-in-sardegna-flussi-record-con-un-15-assessore-cuccureddu-crescita-esponenziale-mai-riscontrata-prima-che-conferma-la-validita-delle-politiche-messe-in-campo-dalla-regione

https://osservatorio.sardegnaturismo.it/it/report

https://www.cipnes.eu/news/nautica-/studio-arrivi-superyacht-in-gallura-2025

https://pressmare.it/it/comunicazione/press-mare/2025-12-13/superyacht-gallura-2025-3114-unita-tracciate-16-su-2024-87466

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35003918

https://group.bper.it/documents/d/bper-istituzionale/economia_del_turismo_indagine_campionaria_bper_completa

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/economie-regionali/2026/2026-0020/2620-sardegna.pdf?language_id=1

NDR: nel documento BPER il dato 6,8 miliardi / 18,6%, arrotondato al 19% nell’articolo, si trova a pagina 14; nel rapporto Banca d’Italia il dato PIL 2024 = 43,438 miliardi di euro è nella tabella a pagina 57 del PDF.

da qui

lunedì 31 agosto 2026

Sardegna 2026: come il turismo cafone ruba (definitivamente) l'anima ai nostri luoghi più belli - Angela Fais

 

Appena trascorso Ferragosto, possiamo tirare le somme della stagione turistica che ormai volge al termine. Nell’estate 2026, secondo i dati del Ministero del Turismo, si registra un 4,4% di presenze in più rispetto al luglio dello scorso anno e ad agosto e ferragosto un tasso di occupazione superiore a Spagna e Francia. Dunque grande entusiasmo, che porta il Ministro Gianmarco Mazzi a definire quella del 2026 “ un'estate da record”. «Questi risultati -dichiara- ci rendono orgogliosi e sono frutto del lavoro di squadra del Governo Meloni con Regioni, operatori e associazioni. Abbiamo puntato su digitalizzazione, destagionalizzazione, accessibilità e promozione. Oggi l’Italia è percepita dai turisti come la destinazione europea più sicura e questo ci rende ancora più competitivi».

Ma va tutto così bene? Davvero il turismo è questa manna dal cielo?

In questi giorni girano sui social diversi filmati del mare della Sardegna che, da La Maddalena a Cala Luna, è invasa da motoscafi, gommoni e megayatch. Meravigliose baie colonizzate da cafoni, spesso ormeggiati senza neppure rispettare i limiti prudenziali previsti dalle ordinanze emanate dalle Capitanerie di Porto, costituendo un pericolo non solo per la sicurezza dei bagnanti ma anche per il delicato ecosistema del Parco. Il presidente del Parco Nazionale della Maddalena, Rosanna Giudice, dichiara allarmata che il Parco è stato preso d’assalto dai turisti ma “il carico antropico che il Parco può sopportare è stimato in circa 2500 presenze al giorno. Attraverso un controllo aereo invece ne abbiamo rilevato 6500”.

Purtroppo la situazione non riguarda solo la Costa Smeralda né la sola Sardegna. Estremamente significativo, tuttavia, quanto accade proprio a Ussassai, piccolissimo paese di 430 anime nella Barbagia di Seulo, all’interno del Parco naturale del Gennargentu; quasi a dimostrare che, come già detto,  l’undertourism non fornisce nessuna soluzione. Qui infatti frotte di escursionisti hanno preso d’assalto quella che è oramai divenuta l’attrattiva del luogo, a causa delle “liste dei desideri di viaggio”, opera dei troppi autori digitali ciarlanti sui social. Stiamo parlando delle piscine naturali scavate nella roccia da torrenti e sorgenti boschive. Spazi molto piccoli e raccolti, un ecosistema dal delicato equilibrio che potrebbe subire un danno rilevante ad accogliere un numero di visitatori spropositato. Oltre al rischio ambientale si pone anche un problema di sicurezza dato che le auto dei turisti creano anche una pericolosa congestione stradale. Questa situazione ha costretto il sindaco Francesco Usai a emettere un’ordinanza che, coraggiosa e necessaria, introduce il divieto assoluto di balneazione ed escursionismo.

A ragion veduta il sindaco mette anche in rilievo le criticità di un sistema che a oggi non avrebbe portato affatto i soldi promessi alla comunità, ma soltanto disagi. “Questo tipo di turismo non porta soldi a Ussassai, anzi ha portato 0,0 centesimi! In paese non li si vede neppure di striscio questi personaggi, neppure ci passano dal paese e stanno solo distruggendo il nostro territorio”.

Dunque non possiamo più considerare ancora il turismo come la principale leva dell’economia nazionale. Iniziamo invece a valutare gli enormi problemi che un turismo del genere, dato in pasto alla speculazione di un mercato senza regole, porta a cittadini e territori. Impossibile, infatti, reggere pressioni antropiche della portata di quelle che il turismo di massa sta generando negli ultimi anni e che portano i luoghi a una vera e propria erosione dal punto di vista materiale, ma non solo. L’erosione è anche simbolica, relativa alla dimensione semantica. Un luogo che subisce un processo di mercificazione e di omologazione infatti, si riduce a scenografia da visitare a migliaia e in fila, scattando selfie. Così, scatto dopo scatto, si costruisce una nuova dimensione, privata di qualsiasi autenticità. Al luogo si strappa l’anima. La ricchezza simbolica di un territorio, infatti, rimanda a una stratificazione culturale e antropologica, storica e sociale di cui la comunità normalmente è consapevole. Molto difficile, invece, che questi elementi possano essere colti dal turista che, sempre più spesso, di un luogo si limita a cogliere il paesaggio, nella sua dimensione di carattere meramente estetico. Tuttavia, per cogliere una dimensione ulteriore, di ordine simbolico, è necessario vivere in quel luogo, o quantomeno rimanerci a lungo. Con visite ‘mordi e fuggi’ il turista resta avulso da questo universo semantico.

Allora quando nel “Ramo d’oro” di J. G. Frazer si discute di come molte popolazioni tradizionali considerassero la fotografia, il ritratto in generale, non come semplice copia, ma una sorta di doppio che trattiene una quota dell’energia vitale del soggetto e sottrae una parte dell’anima, dobbiamo ammettere come in effetti in quella credenza risuoni legittimo un fondo di verità incontestabile.

da qui

domenica 30 agosto 2026

Quanto costa ammalarsi? Quella fattura incredibile dell’ospedale - Antonello Caporale


A casa di Giuseppe la fattura della clinica di Sion, in Svizzera, recava la cifra esatta della sua permanenza per circa 15 ore nel reparto di terapia intensiva. Quindici ore, non quindici giorni. Dunque: 67 mila franchi, che al cambio fanno 70mila euro, per quel ricoverò dì emergenza nella notte di Capodanno. Il papà di Giuseppe ricorda che in quelle ore suo figlio fu posto in attesa di essere trasportato altrove. Andò a Milano, all’ospedale di Niguarda. E Niguarda, per i successivi quattro mesi di cure, non ha chiesto un solo euro.

Giuseppe, al pari di tanti altri ragazzi, fu coinvolto nel rogo di Crans Montana, la discoteca dove persero la vita tanti giovanissimi e tanti altri stanno ancora lottando per le ferite causate dalle fiamme che avvolsero il locale, un buco senza uscita di sicurezza, nella notte di festa che si sarebbe poi trasformata in un incubo.

Fermiamoci però a quella fattura. Quanti di noi dovrebbero chiedere aiuto in banca, quanti avrebbero necessità di indebitarsi, e quanti nemmeno riuscirebbero a saldare il conto?

Quella fattura è il documento ufficiale che ci porta a considerare la sanità pubblica come un bene insopprimibile, le cure aperte a tutti, gratuite per tutti, in ogni momento della nostra esistenza, come una necessità più che un bisogno.

Quella fattura ci dice della giustezza di una condizione in cui la vita non sia segnata dal censo e dunque la giustezza del principio sul quale fonda l’idea progressista che la società non va divisa, non va separata non va retrocessa tra ricchi e poveri, ma resta uguale, paritaria, indiscutibilmente indistinta di fronte alle necessità della vita.

La sanità come l’istruzione sono i capitoli speciali di ciò che noi pensiamo che un governo debba fare, sono le tutele minime, i bisogni essenziali, i livelli di assistenza irrinunciabili.

Questo grumo di bisogni collettivi si chiama bene comune perchè è un valore che accomuna, identifica, misura la dignità e la consistenza civile di un popolo.

Ma davanti alla riflessione, che più di un economista ci pone, e che cioè la sanità pubblica e gratuita, non può essere tale per tutti e per sempre noi cosa rispondiamo?

Se esiste un costo che non riusciamo più a compensare, che le entrate non sono più tali da poter essere garantite le migliori cure per tutti, allora viene da chiedersi: non è che stiamo già perdendo quel che ci sembrava fosse per tutti e per sempre?

Non è che gli ospedali pubblici, la medicina territoriale, l’assistenza sociale abbia già il volto di una misura minima per gente che è in basso nella scala sociale? E che le assicurazioni private garantiscano a chi può un livello più elevato di assistenza? Non è già così?

La sinistra secondo me dovrebbe chiederselo, anzi dovrebbe anticipare la domanda e dire: sì, è già così. E vale poco denunciare la riduzione della qualità dell’assistenza se non si affronta il nodo centrale: i soldi che servono per retribuire le competenze che servono.

Naturalmente parlare di soldi senza dire degli sprechi, delle catene familistiche, dei manager incapaci è come voler illustrare il paesaggio in un disegno senza fornirsi di matita.

Curare gli sprechi, agevolare il contrasto a quella che viene chiamata la malasanità è però solo una parte di ciò che serve.

Esiste una definizione per risolvere questo dilemma. Si chiama contributo di solidarietà. Chi ha le capacità economiche accetti – per salvare la gratuità del processo sanitario – di contribuire minimamente a un extra. Faccio un esempio: a me sembra che sia ingiusto aprire le porte del pronto soccorso gratuitamente a tutti, senza distinzione di portafoglio. Pagare un ticket per il pronto soccorso, quando si chiede una prestazione d’urgenza, per chi ha un reddito alto è un costo che può essere affrontato. Sono poche decine di euro e solo nel caso che…

Tanti di noi hanno usufruiito delle cure in urgenza, magari per qualche ora e magari anche decisive piuttosto che banali. Avremmo potuto far fronte a un ticket e anzi, secondo me, saremmo stati felici di averlo pur di ottenere un servizio efficiente e non, com’è adesso, entrare spesso in un circuito infernale dove la permanenza è senza tempo.

In tanti avremmo la forza di pagare un ticket di poche decine di euro pur di godere di una assistenza migliore e ponendo in essere la continuità dell’assistenza sanitaria universale e gratuita ai bisognosi, a chi non può permettersi nemmeno il ticket oppure può giungere a una soglia di esenzione più modesta ma certamente significativa.

Questa è la solidarietà, lo sforzo di tenere aperte le porte a chi ha di meno e di sostenere chi ha la ventura di trovarsi in basso nella scala sociale.

La solidarietà contro l’individualismo che non significa contrastare il merito, il talento che ciascuno possiede e la fatica, l’impegno con i quali tanti modulano la propria vita.

Ma per selezionare chi può e chi non può pagare questo extra bisogna che si ritorni al punto centrale: avere cura che i redditi siano dichiarati senza furbizie in modo che il povero sia veramente tale e il furbo sia scovato e perseguito.

La vera sfida è nelle parole, scrive George Lakoff nel suo più noto bestseller (“Non poensare all’Elefante. La tecnica per battere la destra e reinventare la sinistra, a partire dalle parole che usiamo ogni giorno”).

Se ci iscriviamo a un club o a un circolo qualsiasi paghiamo una quota di iscrizione. Perché? Perché non siamo stati noi a costruire la piscina. E dobbiamo pagare la manutenzione. Non abbiamo costruito noi il campo da baseball. E qualcuno deve pulirlo.

Chi non paga le tasse e manda in rovina il suo Paese è un traditore.

Ecco, torniamo al punto che dice Latoff: la vera sfida è nelle parole.

“Non usare le stesse parole dell’avversario o si finirà per veicolare le stesse idee”.

Allora, e qui cade il discorso: ogni cambiamento che immaginiamo si scontra con due pre-condizioni. La bonifica del terreno dalle cattive pratiche (sprechi, ingiustizie, ruberie) e l’anticipo delle risposte prima che ci vengano inflitte le soluzioni da altri.

Spiegarlo, rispiegarlo e rispiegarlo ancora è l’unico modo per destinare alla vita di chiunque, e soprattutto dei più sfortunati, la possibilità di godere di una rete di protezione quando se ne ha bisogno, e dunque la sanità per l’appunto, e una rete di offerta formativa, l’istruzione appunto, per dare al proprio talento, senza esclusione di razza, di sesso e di condizione economica, la gratificazione che merita.

https://www.ilfattoquotidiano.it/fq-newsletter/a-sinistra-del-24-aprile-2026/

sabato 29 agosto 2026

Finalmente in Italia il registro dei titolari effettivi! Non un’arma letale ma utile contro il riciclaggio - David Gentili

 

L’antiriciclaggio sconfigge ai tempi supplementari la tutela della privacy! Il registro dei titolari effettivi, finalmente, vedrà la luce anche in Italia. Tutto ciò è accaduto il 21 maggio 2026, grazie a una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. La Across Fiduciaria SpA, la Galvani Fiduciaria Srl, la Sfo Fiduciaria Srl l’Unione Fiduciaria SpA, l’Assoservizi Fiduciari, la Torino Fiduciaria – Fiditor Srl e la Ser-Fid Italiana Fiduciaria e di Revisione SpA, hanno perso. Avevano impugnato dinanzi al Tar le norme di recepimento italiane della direttiva europea che istituiva il registro in tutta l’Unione. Il Consiglio di Stato ha sospeso il giudizio e ha deciso di interpellare la Corte europea. Qualche giorno fa la sentenza. Finalmente!

La IV Direttiva europea 2015/849 che istituiva il registro è del 25 giugno 2015 ed è stata recepita tramite il Dlgs del 25 maggio 2017, n. 90, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 140 del 19 giugno 2017. Il registro, quindi, lo aspettavamo da ben 9 anni.

Non vorrei però sopravvalutarlo. Non è un’arma letale come potrebbero essere le interdittive antimafia o le misure di prevenzione personali e patrimoniali, ma uno strumento utile a individuare operazioni sospette a rischio riciclaggio. Se uno vuole capire chi siano i reali proprietari di una società accederà al Registro dei Titolari effettivi sul sito della Camera di Commercio.

Proprio in queste settimane si conclude l’iter parlamentare di un altro decreto legislativo, quello che ci dice chi può accedere al registro e chi no. Chi ha diritto a capire chi si cela (nome e cognome data e luogo di nascita) dietro a strutture societarie artatamente complesse e opache che vengono anch’esse rese note sul sito. Purtroppo non tutti i cittadini come era stato deciso nel 2015 potranno accedere. Una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) questa volta del 22 novembre 2022 aveva dichiarato invalida la disposizione imponeva agli Stati membri di garantire l’accesso ai dati sulla titolarità effettiva “in ogni caso al pubblico”.

Allora avevo fatto accesso autonomamente al registro del Lussemburgo, nel settembre del 2020 per scoprire che Salvatore Cerchione e Gianluca Davanzo erano titolari effettivi dell’AC Milan spa. Ora possono accedere, con accesso immediato, non filtrato, diretto e libero, senza che il titolare effettivo venga informato della consultazione: le autorità competenti (MEF, UIF, Banca d’Italia, CONSOB, DIA, DNA, Guardia di Finanza). Gli organismi internazionali e dell’Unione Europea (AMLA, EPPO, OLAF, Europol ed Eurojust). I soggetti obbligati come banche, avvocati, commercialisti notai e intermediari finanziari, esclusivamente se l’accesso è utile per svolgere l’adeguata verifica della clientela proprio per ottemperare alla normativa antiriciclaggio italiana, la 231/2007.

E infine possono accedere anche i soggetti con legittimo interesse presunto (giornalisti iscritti all’albo e gli enti del terzo settore). I professori e ricercatori universitari e di enti pubblici di ricerca. Per tutti gli altri soggetti (accesso “caso per caso”) il richiedente dovrà dimostrare un legame (nesso funzionale) concreto con lo specifico soggetto giuridico o trust di cui chiede le informazioni. Poi dopo 12 giorni scatta il silenzio-dissenso.

E le pubbliche amministrazioni? Hanno accesso gratuito ma solo per gli appalti. Assurdo. Se si vuole capire chi ci sia dietro una fiduciaria, un trust, un fondo immobiliare che firma una convenzione urbanistica e investe nel nostro territorio non si può. Se si vuole capire se segnalare una attività commerciale come attività sospetta a rischio riciclaggio? Neanche.

E infine, l’ultima “chicca”. Quella che lascia un retrogusto amaro in bocca: la Camera di commercio registra i dati di chi accede. Se il titolare esercita il proprio diritto di accesso, la Camera di commercio gli comunicherà l’identità specifica della pubblica amministrazione che ha consultato i suoi dati. Mi sembra un errore come quello di limitare l’accesso di comuni, regioni, aziende partecipate e sanitarie ai soli appalti.

da qui

venerdì 28 agosto 2026

Sulla sovranità alimentare la sinistra ha perso - Riccardo Bocci

Tratto da Altreconomia 288 — Gennaio 2026

 

A novembre 2026 saranno passati trent’anni dalla Conferenza mondiale sull’alimentazione tenutasi a novembre 1996 presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) a Roma, voluta dall’allora neo direttore generale, il senegalese Jacques Diouf, primo africano a presiedere l’Agenzia. Dopo più di due decenni dall’ultima Conferenza del 1974, Diouf riteneva inaccettabile “la tragedia umana di 800 milioni di persone senza un adeguato accesso al cibo” e per questo chiedeva un cambio di passo alla sua organizzazione. Purtroppo, come abbiamo visto anche nell’ultima rubrica del 2025 dedicata alla Fao, da allora la situazione non ha registrato molti progressi.

Di quel momento vorrei però ricordare non tanto l’evento ufficiale ma quello parallelo organizzato dalla società civile, con il coordinamento della Via Campesina, presso la stazione Ostiense. Infatti è in questa occasione che viene coniato il concetto di “sovranità alimentare” che dal 1996 ha animato un fecondo dibattito tra organizzazioni del Nord e del Sud globale e marcato la sua presenza nei vari consessi in cui le istituzioni internazionali si incontravano: dai vari G8 o G20 passando dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) fino alle famose Conferenze delle parti (Cop) delle Convenzioni su ambiente e cambiamenti climatici.

Il percorso nazionale, europeo e globale dei movimenti sociali espresso nei social forum di inizio anni Duemila non può essere raccontato senza considerare l’importanza che la sovranità alimentare e i movimenti a essa associati hanno giocato nel muovere le coscienze e mobilitare le persone.

La questione agricola era tornata prepotentemente nell’agenda politica dei movimenti sociali e, con più fatica, si faceva strada anche nella politica. Allora era ancora attivo un canale di comunicazione e reciproco ascolto con una parte della sinistra parlamentare che sosteneva anche economicamente i processi in corso. L’edizione del social forum a Firenze nel 2002 può essere vista come il momento di massimo splendore di questo percorso.

Le persone senza adeguato accesso al cibo nel 1996 erano 800 milioni. Una tragedia umana che dopo trent’anni non si è ancora conclusa

Che cosa resta di quegli anni? Via Campesina ha dedicato tre Forum mondiali alla sovranità alimentare (in Mali, a Nyéléni, nel 2007 e nel 2015 e in Sri Lanka nel 2025) ma questi eventi sono diventati quasi per “addetti ai lavori”, un bel castello arroccato a cui mancano le connessioni vitali con il territorio circostante. I movimenti sociali che la alimentavano e di cui si nutriva sono invecchiati, appassiti nel frattempo.

La sovranità alimentare invece di essere capita, tradotta e praticata dalla sinistra politica, inebriata dalla sbornia neoliberista, è stata sdoganata a destra dando il nome al nuovo ministero dell’Agricoltura coniugata come difesa ideologica, sterile e commerciale di un fantasioso “Made in Italy”.

L’agricoltura è così scomparsa dal dibattito pubblico come tema sociale, animato, vissuto e praticato da chi la crisi agricola, frutto della tensione irrisolta tra tradizione e modernità, la vive tutti i giorni. Non sono scomparsi i conflitti, sono semplicemente diventati invisibili. Le nuove tecnologie, dai droni ai nuovi Ogm, sono diventate l’orizzonte salvifico e mediatico dentro cui è stato incanalato il futuro dell’agricoltura con una saldatura tra mondo sindacale, politico e scientifico. E, ironia della sorte, quasi come una vendetta del capitalismo che tutto mangia e digerisce, la stazione Ostiense che ha dato i natali alla sovranità alimentare oggi è diventata la sede di Eataly, il negozio emblema del “Made in Italy buonista”.

https://altreconomia.it/sulla-sovranita-alimentare-la-sinistra-ha-perso/

mercoledì 26 agosto 2026

Cosa ci insegnano i black out sull’energia (e perché non possiamo andare verso il modello Dubai) - Elisabetta Ambrosi

Sono stata in vacanza in un villaggio turistico per alcuni giorni. Ad un certo punto, era il giorno di Ferragosto, probabilmente il picco dei consumi energetici dell’anno, c’è stato un black out lungo alcune ore. Il villaggio aveva ovviamente grandi generatori, ma consumando una quantità enorme di energia, 20.000 kilowatt, così mi è stato detto, non riuscivano a riattivare la luce in tutte le casette e in tutti i camper.

Nei giorni successivi, la luce andava e veniva e insieme anche a lei l’acqua, visto che le pompe per diffonderla non funzionavano allo stesso tempo. Le persone cominciavano ad essere nervose, avevano pagato per stare lì, l’intermittenza continua era irritante e non permetteva alcun programma – “Noi quando andiamo via lasciamo il cane nel camper con l’aria condizionata, se va via l’elettricità muore”, diceva una coppia irritata. D’altronde, la richiesta di energia era ai massimi livelli, quindi i guasti erano possibili.

Visto che il clima continuerà a peggiorare, e la richiesta di energia continuerà ad aumentare d’estate, soprattutto per la domanda di raffrescamento, non possiamo che cominciare a fare i conti con questi black out. In due modi: anzitutto, bisognerebbe imparare ad attrezzarsi. Anche partendo da cose piccole. Ad esempio io viaggio ovunque con almeno un paio di torce grandi con batteria, utilissime molto più dei cellulari se è buio, perché fanno un fascio di luce.

Poi, bisognerebbe sempre avere con sé dell’acqua, in tanica e in bottiglia perché a volte, anche se non sempre, se non c’è luce non c’è anche l’acqua. Se possibile, inoltre, utilissimo sarebbe un generatore a benzina oppure caricabile con dei pannelli solari, per attaccarci appunto computer, cellulare oppure, se di numerosi kilowatt, anche forno, frigorifero, dove il cibo rischia di marcire.

Ma soprattutto dovremmo fare un cambiamento a 360 gradi sull’energia, cominciando a ragionare sulla difficoltà di produrla e sui legame tra quantità di energia e ciò che quella quantità ci consente di fare. Per “accendere” un villaggio con centinaia di piazzole e case, piscina, area ristorante, teatro, giochi etc servirebbero almeno decine di ettari di spazio e decine di migliaia di pannelli solari. Questo solo per alimentare, appunto, un resort/campeggio tra i tanti ormai nel nostro paese.

 

In altre parole, per ogni nostro “lusso” vacanziero, dalla piscina pulita all’aria condizionata nelle case in affitto agli asciugamani puliti lavati in enormi lavatrici, serve una enorme quantità di energia fossile o rinnovabile. Che va faticosamente prodotta. Non siamo abituati a fare questo calcolo mentale. Aiuta molto avere un mezzo di trasporto elettrico, perché allora bisogna premurarsi di caricare la batteria e calcolare con esattezza i chilometri che possiamo fare con tot di batteria. Ed è un esercizio utile per capire che la sostenibilità non è compatibile con il lusso estremo.

In questo senso, non possiamo andare verso il modello energetico “Dubai”. Ho molti amici che sostengono che sì, la crisi climatica è tremenda, ma se a Dubai vivono e anche bene con oltre 40 gradi alla fine possiamo sperare almeno di finire in quel modo. Ma non è esattamente così. Ci attrae il lusso e l’ipertecnologia di Dubai, ma per vivere in quel modo servono tonnellate di petrolio che non solo non abbiamo, ma che contribuiscono ad alimentare ancora di più la crisi climatica in un circolo senza fine.

E non abbiamo neanche, a dire la verità, l’energia rinnovabile necessaria per cascate d’acqua ovunque e parchi tematici al chiuso. Il modello Dubai è inarrivabile e al tempo stesso assolutamente deprecabile, perché distrugge il clima e il pianeta.

E’ ovvio che chi fa qualche giorno di vacanza all’anno dopo un mese di ondata di calore in città e prima di tornare al lavoro vuole un po’ di lusso, dalla piscina con gli scivoli dove portare il bambino e rilassarsi un po’ all’aria condizionata in casa. Va anche bene, non dobbiamo per forza tutti mangiare panini vegetariani in una casetta spartana sull’Appennino, però almeno dovremmo:

1) sopportare i black out sapendo che purtroppo sono fisiologici e attrezzarci noi per vivere bene durante l’assenza di luce;

2) cominciare a pensare che l’energia non è infinita, proprio per nulla, anzi è finita e limitata e produrne in quantità infinita è impossibile. Ecco perché dovremmo quanto meno sempre più sapere quanta energia consumano i nostri comportamenti e le nostre scelte.

Cominciare a conoscere il lessico dell’energia, materia che andrebbe assolutamente studiata a scuola (ma non a fisica, come materia obbligatoria per tutti), a maneggiare le quantità, a conoscere il rapporto tra quantità e cosa ci permette di fare quella quantità di energia/elettricità, a imparare come si produce l’energia e quali i costi per averla. Avremmo così delle competenze utilissime per capire cosa fare, dove andare in vacanza, come attrezzarci, cosa aspettarci, anche. Per non essere, insomma impreparati.

Capiremmo molto bene anche le ragioni della crisi climatica, che risiedono, quasi banalmente, in uno squilibrio tra energia prodotta in maniera pulita e azioni necessarie con quell’energia (e dunque nel conseguente ricorso alle energie inquinanti fossili). Capiremmo molto meglio, infine, chi e come votare. E non per andare per forza verso una decrescita infelice, ma verso vacanze un po’ più sostenibili e magari persino con meno black out.

da qui