Se guardate
i film americani in lingua originale vi sarete accorti che quando vogliono
evitare di usare parole “proibite”, come parolacce o insulti, usano la formula “the
F-word”, che sta per fuck (scusate), o — ancora più tabù —
“the N-word” che sta per nigger (ri-scusate).
Negli uffici
di ricerca del Dipartimento dell’Agricoltura americano tutti sanno che c’è una
nuova parola proibita.
“The
forbidden C-word”, spiega Ethan Roberts, a capo della sede di
Peoria, Illinois. La C
sta per Climate, clima. Non la usano più nei documenti
ufficiali e nelle richieste di finanziamento. Trump l’ha messa al bando,
chiedendo che venisse cancellata dagli atti pubblici, dai bandi e dai siti
internet federali, insieme a centinaia di altre parole legate alla scienza.
Parole giudicate, con disprezzo, troppo “woke”, troppo “politicamente corrette”
(qui una definizione completa di woke).
Sono bandite
anche surriscaldamento globale, cattura del carbonio, inquinamento
del suolo, microplastica, energia solare, per fare
qualche esempio. Il
memo non è un divieto a tutti gli effetti (non è una legge del Congresso o un
ordine esecutivo), bensì un invito molto rigido. Nel marzo 2025 ogni ufficio
federale ha ricevuto una lista di parole da cancellare: oltre a quelle
scientifiche, ce n’erano moltissime legate alla DEI, alla diversity,
equity and inclusion, tipo “genere”, “giustizia sociale”, “inclusione”,
“accessibilità”, “indigeno”, “trans”, e l’elenco va avanti fino a far venire i
brividi, se non vi sono già venuti.
Così chi studia
o lavora su questi temi ha a che fare con un silenziamento diffuso,
un misto tra censura e autocensura. Le aziende e le istituzioni evitano il tema per
non fare arrabbiare Trump — che continua a parlare di “truffa verde”, e crede
che il cambiamento climatico sia una bufala.
Nel campo
dell’ambiente, si parla di greenhushing, silenzio verde, da hush,
il verbo inglese onomatopeico di chi fa “shhh” (sempre nei film americani, i
genitori canticchiano ai figli “hush, little baby”, una ninnananna tipica). Avevo
parlato di greenhushing in una puntata del 2024:
Seguire i soldi
Purtroppo,
non è un problema solo di comunicazione, ma anche di soldi, a partire dai
finanziamenti alla ricerca. Negli Stati Uniti una fetta enorme dei fondi universitari passa dalla
National Science Foundation, l’agenzia federale che finanzia circa un quarto
della ricerca accademica. La testata Grist ha analizzato i progetti approvati:
quelli che citano esplicitamente “climate change” sono
crollati in un anno, passando da 889 nel 2023 a 148 nel 2025. Meno 77%.
Le
motivazioni sono due. Primo, tantissimi progetti vengono scartati perché
parlano di clima. Secondo, molti ricercatori hanno iniziato a evitare quella
formula già in fase di candidatura, per non compromettere le possibilità di
ottenere i fondi.
Lo si vede
bene da un altro dato: cresce l’uso di espressioni come “extreme
weather”, meteo estremo. Oppure innalzamento delle temperature,
o ancora salute del suolo.
Spiega
ancora Ethan Roberts del Dipartimento dell’Agricoltura:
“Cambiamo formula, ormai l’abbiamo
imparato. Invece di impostare una ricerca sul clima, viene ribaltata la
questione. Un esempio è con le malattie: si dice che ‘questa malattia si
comporta così in queste condizioni’, invece che ‘queste condizioni causano
questo comportamento della malattia’. In fondo, si tratta solo di spostare il
focus”.
Non tutti i
ricercatori sono così sereni, però. Un altro scienziato dell’Illinois
intervistato dice:
“È davvero una cosa strana. Stai
studiando il cambiamento climatico, ma non puoi dirlo, e non dirlo ti fa
sentire un po’… sporco. Siccome passano solo i finanziamenti ai progetti che
non lo menzionano, ci siamo adattati. Ormai io uso la parola solo quando è
troppo sospetto non usarla, e servirebbe un giro di parole troppo ovvio”.
Gli
scienziati stanno creando un nuovo linguaggio per far sopravvivere gli studi
climatici, in un’America che censura e combatte la scienza. Si stanno adattando come
insetti in mezzo all’apocalisse, e questo fenomeno racconta perfettamente che
cosa sono diventati gli Stati Uniti sotto la seconda presidenza Trump.
Un sistema che si restringe
Ampliamo
ancora il raggio della nostra analisi. L’associazione Union of Concerned Scientists ha
contato oltre 560 interventi dell’amministrazione Trump che hanno tagliato o
bloccato la ricerca scientifica.
Nel
frattempo, 94.999 persone hanno lasciato le agenzie scientifiche federali (-12%
sul totale). Tra
loro, circa 10.000 ricercatori con anni di esperienza (-14% sul totale tra gli
scienziati con dottorato). Sono stati fatti fuori dal Doge, il dipartimento
(ora chiuso) che è stato diretto da Elon Musk e aveva l’obiettivo di rendere
più efficiente il governo federale americano.
L’amministrazione
Trump ha ridotto di decine di miliardi di dollari i finanziamenti destinati a
progetti legati all’ambiente e ai territori pubblici. Meno ricerca significa potersi
porre meno domande e certamente trovare meno risposte, e quindi, nel tempo,
perdere quella leadership scientifica che per decenni è stata in mano agli
States.
L’addio di Kate Marvel
Non tutti,
anzi, non tutte, rimangono a guardare mentre il sistema collassa. La settimana scorsa Kate
Marvel ha lasciato la Nasa dopo mesi in cui i
suoi progetti venivano respinti o restavano senza finanziamento. Marvel è una
delle climatologhe più importanti del Paese, divulgatrice e scrittrice (il suo
ultimo libro è arrivato anche in Italia, Nove emozioni). Il centro in cui
lavorava, il Goddard Institute for Space Studies, è stato progressivamente
svuotato.
“Ti logora”,
ha detto Marvel in un’intervista a Green&Blue:
“Questo è un attacco politico a ciò
che facciamo. Il resto del mondo dovrebbe preoccuparsi per quello che sta
succedendo qui. Gli interessi che vogliono ostacolare le azioni per il clima
non si fermano ai nostri confini, sono di natura internazionale, e ovunque si
può essere vulnerabili agli attacchi alla libertà scientifica e alla realtà
oggettiva”.
Pagare per non costruire
Anche in
piena crisi energetica globale, l’amministrazione Trump prosegue la sua
crociata contro le rinnovabili. Due settimane fa ha deciso di offrire quasi un miliardo di dollari a
TotalEnergies per rinunciare alla costruzione di due parchi eolici offshore
(ovvero in mare aperto) tra lo Stato di New York e il North Carolina. In
cambio, l’azienda investirà in petrolio e gas negli Stati Uniti. Perché Trump
ce l’ha a morte con l’eolico? Lo leggiamo in un articolo di Rolling Stone:
“Sembra che tutto sia iniziato nel
2006, quando Trump acquistò una tenuta sul mare in Aberdeenshire, in Scozia,
con l’idea di costruire un campo da golf, e si oppose duramente a un progetto
eolico offshore previsto nella zona. Quella battaglia la perse, ma da allora
non ha mai smesso di combattere l’energia del vento”.
Anticorpi e cinture di sicurezza
Oggi gli
scienziati provano a resistere all’ondata, sperando che in qualche modo
torneranno tempi migliori. Sono anticorpi dentro un corpo malato.
Parlano in
codice, scappano all’estero, si riorganizzano. C’è chi fa collette per
proseguire gli studi abbandonati dalle agenzie federali. Il Noaa, uno dei più
importanti enti pubblici che studia il clima, per mancanza di fondi aveva
dovuto chiudere il database sull’impatto economico dei disastri naturali: a
ottobre la non-profit Climate Central ha clonato i dati e ricominciato a
mappare le informazioni, ripristinando il sito internet.
Ben Santer,
un altro tra i climatologi più autorevoli degli ultimi decenni, ha riassunto
così la situazione:
“Negli Stati Uniti ormai siamo parte
del problema, non della soluzione al cambiamento climatico. La seconda amministrazione
Trump ha avviato un tentativo sistematico di smantellare tutto ciò che ha a che
fare con il cambiamento climatico. La differenza, rispetto al passato, è che si
tratta di un’intera amministrazione. È ignoranza volontaria
istituzionalizzata”.
Come andare
in automobile e iniziare a togliersi la cintura di sicurezza, spingere forte
sull’acceleratore e poi spruzzarsi il peperoncino negli occhi, sperando che con
l’istinto e la fortuna tutto possa andare bene. Trump si fida molto del suo
istinto, noi molto meno.
