domenica 12 aprile 2026

La “guerra civile” degli scimpanzé che sfida le teorie sui conflitti. Lo studio su Science

 

Non servono ideologie, religioni o identità etniche per arrivare a una guerra civile. A volte basta che si spezzino i legami. È questa la conclusione più inquietante di uno studio pubblicato il 9 aprile 2026 sulla rivista Science, che documenta un caso senza precedenti tra gli scimpanzé: la più grande comunità mai osservata in natura si è divisa in due, dando origine a una sequenza di attacchi letali tra ex compagni.

Per oltre vent’anni, gli scimpanzé di Ngogo, in Uganda, hanno vissuto come un’unica comunità: una società complessa fatta di alleanze, gerarchie e cooperazione. Poi qualcosa cambia. Nel 2014 muoiono diversi individui chiave, quelli che tenevano insieme sottogruppi diversi, e l’anno successivo cambia la leadership maschile. Le relazioni iniziano a riorganizzarsi e due blocchi, occidentale e centrale, smettono progressivamente di interagire. Nel 2015 compare un segnale mai osservato prima: i due gruppi si evitavano. Non si separano ancora, ma smettono di riconoscersi come parte della stessa rete. Negli anni successivi la tensione cresce. Tra il 2016 e il 2017 compaiono i primi pattugliamenti territoriali interni e le prime aggressioni. Nel 2018 la rottura è definitiva: due gruppi distinti, territori separati, nessuna relazione sociale o riproduttiva. La comunità, di fatto, non esiste più.

A quel punto la divisione si trasforma in qualcosa di diverso, che somiglia sempre di più a una guerra civile. Tra il 2018 e il 2024 il gruppo occidentale conduce almeno 24 incursioni nel territorio del gruppo centrale. Gli attacchi sono collettivi, coordinati, ripetuti nel tempo. Non sono scontri occasionali, ma azioni organizzate che seguono uno schema preciso: pattugliamenti, ingresso nel territorio dell’altro gruppo, aggressione. Il bilancio è pesante: almeno sette maschi adulti uccisi e 17 cuccioli, in media un adulto e due piccoli all’anno. E potrebbe essere una stima al ribasso, perché altri maschi sono scomparsi senza cause note e potrebbero essere stati vittime di attacchi non osservati.

Il dato più sconvolgente è che le vittime non sono estranei, ma ex compagni: individui che per anni hanno condiviso territorio, alleanze e gerarchie. La nuova appartenenza cancella quella precedente, riscrive il confine tra “noi” e “loro” e rende possibile una violenza che fino a poco prima sarebbe stata impensabile.

È questo che rende il caso simile a una guerra civile: la violenza nasce dentro una comunità, non contro un nemico esterno. Gli scimpanzé non hanno linguaggio simbolico, né religioni o ideologie politiche, eppure sviluppano una dinamica che ricorda da vicino i conflitti umani più laceranti. Lo studio mette così in discussione una spiegazione diffusa, secondo cui sarebbero soprattutto le differenze culturali a generare le guerre civili: qui non ci sono, eppure la violenza emerge lo stesso. Secondo i ricercatori, basta la dinamica delle relazioni. Quando i legami si indeboliscono, quando la rete sociale si spezza e i gruppi si chiudono su se stessi, nascono nuove identità. E queste identità possono diventare ostili. Le ideologie, in questa prospettiva, arrivano dopo: non sempre sono la causa, ma spesso il modo in cui il conflitto viene giustificato e organizzato.

Nel caso di Ngogo diversi fattori si intrecciano: la dimensione molto grande del gruppo, la morte di individui che fungevano da ponte tra sottogruppi, i cambiamenti nella leadership e le tensioni legate alla competizione riproduttiva. Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, è sufficiente a spiegare la rottura. Ma insieme producono una trasformazione irreversibile. Quando le relazioni smettono di attraversare la comunità e si concentrano in blocchi separati, la divisione diventa strutturale e il conflitto diventa possibile.

Questo caso non spiega da solo le guerre civili umane, ma obbliga a guardarle in modo diverso. Forse non iniziano solo con grandi differenze — etniche, religiose o politiche — ma molto prima, nei rapporti che si deteriorano, nei gruppi che si isolano, nei legami che si spezzano. Gli scimpanzé non fanno politica, ma mostrano un meccanismo essenziale: una comunità può trasformarsi in un campo di battaglia senza bisogno di ideologie. Comincia quando i legami si rompono.

Lo studio su Science

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sabato 11 aprile 2026

La lettera degli esperti mondiali di commercio internazionale di armi a difesa di Francesca Albanese - Lara Tomasetta

Dal Sudafrica agli Stati Uniti, dall’Europa all’Italia: studiosi e attivisti contestano le sanzioni contro la relatrice ONU e puntano il dito contro governi e colossi militari

Quando il deputato Andrew Feinstein lasciò il parlamento sudafricano, dopo anni passati accanto a Nelson Mandela, decise che la sua battaglia non sarebbe più stata contro l’apartheid, ma contro un sistema altrettanto oscuro: il commercio internazionale di armi. Oggi, insieme a giornalisti, accademici e attivisti da Stati Uniti, Europa e Medio Oriente, ha firmato una lettera che difende Francesca Albanese, la relatrice speciale ONU finita nel mirino di governi potenti per il suo rapporto sul genocidio di Gaza. Non è solo un gesto di solidarietà personale: è l’accusa diretta a un’economia globale che trasforma i conflitti in affari e che, secondo questi esperti, rende complici i governi occidentali delle stragi palestinesi. Un sostegno che arriva in un momento delicato: Albanese è infatti finita sotto sanzioni del governo statunitense, che le ha congelato i beni e vietato i contatti istituzionali, chiedendone addirittura le dimissioni dall’incarico.

Il rapporto contestato
Nel suo studio “From Economy of Occupation to Economy of Genocide”, Albanese mette a nudo la rete di complicità che lega produttori di armi, aziende tecnologiche e governi occidentali all’offensiva militare israeliana. Secondo la relatrice ONU, non solo le grandi industrie belliche – come Lockheed Martin e Leonardo – ma anche colossi tecnologici come Palantir, Microsoft, Amazon e Alphabet hanno contribuito con servizi e tecnologie alla campagna di bombardamenti e sorveglianza che ha causato decine di migliaia di morti palestinesi.

Le accuse degli esperti
La lettera parla di “genocidio perpetrato a Gaza con la partecipazione attiva dei governi occidentali e dei loro produttori di armi”, denunciando un meccanismo perverso: le armi testate sul campo nei Territori occupati diventano poi strumenti di marketing per le stesse aziende, che vedono aumentare profitti e quotazioni in borsa.
Gli esperti firmano la lettera anche come risposta alle misure punitive imposte da Washington contro Albanese: una decisione definita “straordinaria” e senza precedenti, che segna una frattura nella relazione tra gli Stati Uniti e i relatori speciali ONU. Per i firmatari si tratta di un tentativo di “sopprimere” il suo lavoro, giudicato invece “accurato, forense e cruciale”. Il sostegno mira quindi a rafforzare non solo la sua persona ma l’autonomia dell’intero sistema delle Nazioni Unite.

Italia sotto i riflettori
La presenza di Leonardo, colosso anglo-italiano della difesa, tra le aziende citate nel rapporto, porta il tema direttamente nel dibattito italiano. L’Italia, tra i principali esportatori europei di armi, è chiamata a confrontarsi con la contraddizione tra gli obblighi internazionali e i propri interessi economici. Gli esperti chiedono un’applicazione rigorosa dei controlli sulle esportazioni previsti dal Trattato internazionale sul commercio di armi e dalla Posizione comune dell’UE, che vieterebbero vendite a paesi coinvolti in violazioni sistematiche dei diritti umani.

Il peso politico della lettera
Il sostegno a Francesca Albanese non arriva da attivisti qualunque, ma da alcuni tra i più autorevoli esperti di commercio di armi e relazioni internazionali. La lista dei firmatari è infatti un mosaico che unisce accademici, ex funzionari governativi, giornalisti e attivisti di primo piano. C’è, come premesso, Andrew Feinstein, ex deputato sudafricano vicino a Nelson Mandela e oggi tra i massimi studiosi del commercio mondiale di armi, autore del saggio di riferimento The Shadow World. Ci sono nomi come William Hartung, ricercatore del Quincy Institute di Washington e per anni analista del Pentagono, e Daryl Kimball, direttore esecutivo dell’Arms Control Association, una delle organizzazioni più influenti sul disarmo negli Stati Uniti. Dall’Europa spiccano figure come Jürgen Grässlin, giornalista tedesco che ha documentato i profitti della Germania nelle guerre, e Laëtitia Sédou della rete europea contro il commercio di armi (ENAAT). A firmare ci sono anche esperti legati alle Nazioni Unite e al mondo accademico, come Paul Rogers, professore emerito di studi sulla pace a Bradford, e Anna Stavrianakis, docente di relazioni internazionali all’Università del Sussex.

La presenza di profili così diversificati – dall’attivismo pacifista al mondo accademico, passando per ex funzionari e analisti delle politiche militari – conferisce alla lettera un peso politico che va oltre il sostegno personale ad Albanese. È un atto che mette in discussione l’architettura stessa delle politiche occidentali in materia di difesa, facendo emergere una contraddizione evidente: i governi che si presentano come garanti della pace internazionale sono spesso anche i principali fornitori di armi nei conflitti ( e su The Post Internazionale abbiamo spesso illustrato le spese militari esorbitanti di alcuni Stati).

È questa la contraddizione più evidente che la lettera mette in luce: da un lato le dichiarazioni solenni nelle sedi diplomatiche, gli appelli alla de-escalation e al rispetto del diritto umanitario; dall’altro le autorizzazioni all’export di missili, droni e sistemi d’arma che finiscono direttamente nei teatri di guerra. Stati Uniti, Unione Europea e persino l’Italia, che in Costituzione ripudia la guerra, continuano a comparire nelle classifiche dei principali esportatori globali, garantendo forniture miliardarie a paesi coinvolti in conflitti e violazioni sistematiche dei diritti umani. Una doppiezza che non riguarda solo la politica estera ma anche l’economia interna, perché il settore bellico rappresenta per molti governi un motore industriale e occupazionale difficile da mettere in discussione.

La lettera, dunque, apre un fronte scomodo per i governi occidentali, Italia compresa: può una democrazia sostenere la pace e i diritti umani e al tempo stesso alimentare, con le proprie industrie, un conflitto che l’ONU definisce genocidario? La risposta, sostengono gli esperti, non può più essere rimandata.

Il testo della lettera
Il commercio di armi è descritto come un business che conteggia i propri profitti in miliardi, mentre le sue perdite si misurano in vite umane. In nessun altro luogo ciò è stato più evidente che durante il genocidio perpetrato a Gaza con la partecipazione attiva dei governi occidentali e dei loro produttori di armi, delle aziende tecnologiche e di varie altre società private. Questi produttori hanno registrato un aumento significativo dei profitti e dei prezzi delle proprie azioni, mentre decine di migliaia di palestinesi sono stati massacrati utilizzando i loro prodotti. La Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, ha pubblicato un rapporto sul ruolo delle aziende nel genocidio. Il lavoro dal titolo “From Economy of Occupation to Economy of Genocide” (Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio) è un documento approfondito, dettagliato, accurato ed estremamente importante che mette a nudo la complicità delle aziende nel genocidio in corso.
Il rapporto identifica i produttori di armi tradizionali complici, nonché le aziende tecnologiche il cui coinvolgimento nella guerra in generale, e in particolare nella sorveglianza e nell’individuazione degli obiettivi, è cresciuto in modo esponenziale: mentre le aziende israeliane Elbit Systems e Israel Aerospace Industries (IAI) occupano un posto di rilievo, lo stesso vale per i colossi occidentali dell’industria degli armamenti, Lockheed Martin e l’azienda anglo-italiana Leonardo, insieme a molte altre che forniscono il materiale militare che ha causato i massacri di Gaza. Inoltre, come chiarisce il rapporto, queste aziende consentono che i loro prodotti siano “testati in battaglia” nei territori palestinesi occupati (OPT) e basano le loro successive strategie di marketing sui danni devastanti causati. Il Rapporto sottolinea anche la rete di intermediari che rendono possibile questo commercio di armi, dalle società legali, di revisione contabile e di consulenza, ai commercianti di armi, agli agenti e ai broker, ai fornitori di robotica come la giapponese FANUC Corporation e ai fornitori di servizi logistici come A.P. Moller – Maersk A/S.
Le aziende tecnologiche, in particolare, sono diventate protagoniste del conflitto. Nel contesto di Gaza, Palantir ha svolto un ruolo centrale nell’individuazione mirata di individui, famiglie e gruppi. Molte altre aziende, tra cui IBM, Microsoft, Amazon e Alphabet, forniscono una serie di servizi all’esercito israeliano che contribuiscono alla perpetrazione del genocidio. Il Rapporto suggerisce che oltre 1.650 aziende private siano complici nella sola produzione di un unico sistema d’arma: il jet da combattimento F-35. Ciò indica una rete di complicità aziendale di dimensioni molto più vaste. Questa include istituzioni finanziarie, società di consulenza globali, aziende energetiche, logistiche e di attrezzature, tra cui entità ben note come Caterpillar, BNP Paribas, Barclays, Allianz, Chevron, BP, Petrobras e A.P. Moller-Maersk A/S.
A seguito della straordinaria decisione del Governo statunitense di sanzionare la signora Albanese e di chiedere le sue dimissioni, nonché dei tentativi di sopprimere il suo eccellente Rapporto, noi, in qualità di esperti leader nel commercio di armi a livello globale, desideriamo esprimere il nostro forte sostegno alla signora Albanese e la nostra assoluta fiducia in quello che consideriamo un Rapporto accurato dal punto di vista forense e di cruciale importanza, e chiediamo alle Nazioni Unite di respingere le richieste irrazionali e sconsiderate dei governi statunitense e israeliano, i partecipanti più attivi al genocidio in corso a Gaza.
È inaccettabile per noi che i produttori di armi, con il sostegno dei loro governi, violino i propri controlli interni sulle esportazioni di armi, gli accordi regionali e internazionali come la posizione comune dell’UE sulle esportazioni di armi e il Trattato internazionale sul commercio delle armi, nonché le loro responsabilità ai sensi dei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, che implicano le più gravi norme giuridiche internazionali. Chiediamo che i controlli sulle esportazioni di armi siano applicati a livello nazionale, regionale e internazionale, il che deve portare alla cessazione immediata delle vendite di armi a Israele fintanto che il genocidio continua. Appoggiamo quindi l’appello del Gruppo dell’Aia a impedire la fornitura o il trasferimento di armi, munizioni, carburante militare, attrezzature militari correlate e beni a duplice uso a Israele, compreso il transito, l’attracco e la manutenzione delle navi, ed esortiamo tutti gli altri Stati a fare lo stesso.

FIRMATARI DELLA LETTERA
Jeff Abramson Senior Non-Resident Fellow, Center for International Policy, US
Ray Acheson Director, Reaching Critical Will programme at Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF), US
Charles O. Blaha Senior Advisor, DAWN; Former State Department Official, US
Tariq Dana Associate Professor of Conflict Studies, Doha Institute for Graduate Studies, Qatar
Wendela de Vries Co-founder, Stop Wapenhandel, Netherlands
Andrew Feinstein Author ‘The Shadow World: Inside the Global Arms Trade’, Executive Director, Shadow World Investigations. UK/South Africa
Jürgen Grässlin Author, ‘Black Book Arms Trade: How Germany Profits from War’, Germany
Jeff Halper Author: “War Against the People: Israel, the Palestinians and Global Pacification”; Director, The Israeli Committee Against House Demolitions (ICAHD), Israel
William Hartung Senior Research Fellow, Quincy Institute for Responsible Statecraft, US
Shir Hever Scholar of Israel’s Political Economy, Germany
Roy Isbister Chief, Arms Unit, Saferworld, New Zealand/UK
Daryl G. Kimball Executive Director, Arms Control Association, US
Hans Lammerant Arms Trade & Business & Human Rights Expert, Belgium
Antony Loewenstein Author ‘The Palestine Laboratory’, independent journalist and filmmaker, Australia
Shana Marshall Assistant Research Professor, Elliott School of International Affairs at the George Washington University, US
Nancy Okail President and CEO, Center for international Policy, US
Sam Perlo-Freeman Research Coordinator, Campaign Against Arms Trade, UK
Paul Rogers Emeritus Professor, Peace Studies, Bradford University, UK
Laëtitia Sédou Project Officer, European Network Against Arms Trade, Belgium/France
Frank Slijper Arms Trade expert at PAX, Netherland
Emma Soubrier Director, Pathways to Renewed & Inclusive Security in the Middle East (PRISME), France
Anna Stavrianakis Professor of International Relations, Sussex University, UK
Francesco Vignarca Campaigns Coordinator, Italian Peace and Disarmament Network, Italy
Sarah Leah Whitson Executive Director, DAWN, US

I volti dietro la lettera
Non è una lista qualsiasi quella che ha scelto di sostenere Francesca Albanese. C’è Andrew Feinstein, ex deputato sudafricano vicino a Nelson Mandela, che dopo aver lasciato la politica ha dedicato la vita a svelare i segreti del commercio d’armi in libri e documentari. C’è William Hartung, uno dei massimi esperti americani di spesa militare, spesso ascoltato nei comitati del Congresso. Insieme a loro Daryl Kimball, alla guida dell’Arms Control Association, organizzazione che da Washington influenza da decenni i dibattiti su disarmo e non proliferazione. Dall’Europa arrivano firme storiche come Jürgen Grässlin, giornalista tedesco che negli anni Novanta fece tremare i colossi industriali con le sue inchieste, e Paul Rogers, professore di Peace Studies a Bradford, definito “l’enciclopedia vivente” dei conflitti contemporanei. Per l’Italia, infine, spicca Francesco Vignarca, volto noto delle campagne per la pace e coordinatore della Rete Italiana Pace e Disarmo, capace di portare il tema delle esportazioni belliche perfino nelle aule parlamentari.

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venerdì 10 aprile 2026

Moby Prince, mistero lungo 35 anni. Le rivelazioni dell’ufficiale della Capitaneria: “Il comandante? Quando c’erano le emergenze usciva in mare e lasciava da soli i sottoposti in sala operativa” - Francesco Sanna

 


Ha atteso trentacinque anni prima di parlare liberamente Lorenzo Checcacci. All’epoca della strage del Moby Prince – nel 1991 – era ufficiale di ispezione della Capitaneria di Porto di Livorno, l’ente preposto al soccorso pubblico in mare, e fu imputato nell’unico processo celebrato a Livorno tra il 1995 e il 1997, finendo assolto perché “il fatto non sussiste” grazie al teorema della “morte breve” di tutte le 140 vittime, smentito poi nel 2018 dalla prima inchiesta parlamentare. Checcacci, oggi pensionato settantasettenne, è stato audito alcuni giorni fa nella nuova commissione parlamentare (la terza) impegnata a concludere la ricostruzione di quella che è passata alla storia come la più grande tragedia della marina mercantile italiana dal Dopoguerra. L’ex ufficiale ai parlamentari ha fornito due particolari inediti su quanto accaduto in Capitaneria durante le ore drammatiche della notte tra il 10 e l’11 aprile 1991, quando il traghetto della Navarma – appena partito dal porto di Livorno – centro la cisterna di una petroliera Agip all’ancora in rada. “C’è da aggiungere qualcosa che non ho detto quando fui sentito dalla Commissione d’inchiesta del Senato – ha esordito Lorenzo Checcacci, con la voce rotta dall’emozione -. Fino a quando la Perizia Bargagna (la consulenza medico legale architrave del teorema della morte di tutte le vittime in un breve tempo da qui l’inutilità di ogni operazione di soccorso, ndr) valeva ancora, quanto voglio dire non aveva valore. Adesso però è diverso. Voglio un minimo di giustizia per le vittime, per i familiari, per Loris Rispoli”. Il riferimento è allo storico presidente dell’Associazione 140 familiari delle vittime, scomparso il 22 novembre 2025 dopo una lunga malattia.

Per comprendere le due rivelazioni è necessario tornare alla sera del disastro e alla catena di comando della Capitaneria in caso di emergenza in mare indicata dalle normative dell’epoca. Checcacci, quale ufficiale di ispezione, aveva un ruolo secondario in questa catena e non era formato per gestire emergenze, come quella (peraltro smisurata) del Moby Prince. Dall’ascolto del canale di soccorso radio di quella notte, è però sua la voce principale che parla in nome e per conto della Capitaneria di Porto nelle ore cruciali del mancato soccorso. Il motivo lo ha spiegato alla Commissione d’inchiesta dopo 35 anni: “Il capo sezione operativa era Roberto Canacci. E’ reperibile h24 perché in caso di emergenza deve intervenire e guidare la centrale operativa – ha spiegato Checcacci – dopo aver allertato i vigili del fuoco, i rimorchiatori e il comandante in seconda, lo chiamo a casa […]. Alle 22.45 (venti minuti dopo il may day del Moby Prince, ndr) arriva, si affaccia: ‘Io sono qui, vado in ufficio a fare delle telefonate’. E io lì ho sbagliato. Avrei dovuto minacciarlo di denuncia all’autorità militare per violata consegna: ‘Tu stai qua o ti denuncio’, sei il capo della centrale operativa, le telefonate le puoi fare da qui. Ma ero talmente agitato che non gli ho risposto. Lui si è allontanato e io sono rimasto lì”. Checcacci da quel momento, da figura secondaria, senza alcuna formazione per gestire l’emergenza, proseguì via radio a fornire risposte e indicazioni generiche ai soccorritori in mare, alla cieca, senza neanche un radar a disposizione. “L’ufficiale tecnico capo sezione operativa fa esercitazioni semestrali in porto. Era addestrato. Conosceva la situazione. Lui (Canacci, ndr) sapeva che i piloti avevano un radar. Se io l’avessi saputo l’avrei fatto plottare (un termine che rimanda al disegno delle mappe, ndr), avrei chiesto di farmi sapere dov’era la nave investitrice”. Ovvero il Moby Prince, che invece sarà dimenticata e trovata per caso un’ora e un quarto dopo l’innesco dell’incendio.

E qui arriviamo alla seconda rivelazione. Poco dopo la prima defezione di Canacci, ha spiegato Lorenzo Checcacci alla Commissione, arrivò in porto il comandante della Capitaneria, Sergio Albanese, proveniente da un party a La Spezia. “Il comandante è rientrato con la macchina di servizio, è andato nella sua abitazione, si è cambiato il maglione ed è andato in mare. Con lui andò anche Canacci quindi la centrale operativa praticamente andò in mare. Pensai che avrebbe diretto le operazioni di soccorso – ha concluso Checcacci – E invece non andò così”. Da allora infatti né Albanese né Canacci dettero alcun ordine, come noto dagli atti processuali, quindi il coordinamento del soccorso pubblico fu omesso, lasciando l’ufficiale di ispezione a gestire le comunicazioni radio senza una guida. Ne conseguì che il fortuito ritrovamento del traghetto Moby Prince portò al recupero di un solo naufrago e le prime spontanee operazioni di spegnimento dell’incendio – che dal greggio innescato a pelo d’acqua aveva risalito le fiancate del traghetto entrando negli spazi interni dov’erano radunate le persone in attesa di soccorso – furono avviate da un rimorchiatore solo all’1 di notte, casualmente.

Checcacci fornisce così la notizia inedita alla Commissione: “Questa cosa non era nuova, successe altre volte. Conosco il comandante (Albanese, ndr) da quando era in servizio a Cagliari come vice comandante e poi è stato reggente per qualche mese. […] Era una sua prassi: ogni volta che c’era qualche emergenza, che c’era pericolo, puzza di bruciato, lui usciva in mare, per condividere i rischi dei suoi uomini assieme ai suoi uomini, però se andava male quelli che erano rimasti in Capitaneria erano affari loro”. Di questa prassi presunta del comandante Albanese ci sarebbe più di una traccia e ci sarebbero altri testimoni, ha chiarito Checcacci: “Era già successo ad esempio con la nave Klearchos ad Olbia. Lui era comandante – ha precisato in audizione -. Lasciò il comandante Mastrobuoni in Capitaneria che dovette decidere che questa nave affondasse nonostante avesse dei fusti tossici. Poi la Corte dei Conti se la prese con lui, comandante in seconda, per danno erariale dato che dovettero recuperare i fusti” ha concluso Checcacci.

Albanese non potrà difendersi in prima persona da queste accuse: è morto il 10 marzo 2023 all’età di 88 anni, da incensurato. Tuttavia aveva ricordato con soddisfazione proprio alla prima Commissione d’inchiesta sul Moby Prince (che lavorò in Senato dal 2015 al 2018) che rispetto al disastro della nave Klearchos, evocata da Checcacci, ricevette “un encomio solenne per aver coordinato il recupero delle merci pericolose che erano affondate”. Marina Militare e Corpo delle Capitanerie di Porto gli assicurarono anche la promozione a contrammiraglio il 25 maggio 1991, poco più di un mese dopo la strage di Livorno, quando ancora le famiglie di due vittime non erano riuscite a riconoscere i loro cari e si attendevano gli esiti della perizia medico legale che avrebbe determinato, con la stima dei tempi di sopravvivenza dei 140, se la responsabilità della loro morte dovesse ricadere anche sui soccorsi mancati.

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giovedì 9 aprile 2026

Lavoro povero, il governo pronto a un nuovo favore ai sindacati amici: via libera ai contratti al ribasso - Roberto Rotunno

 

Con l’avvicinarsi del Primo Maggio, il governo Meloni e in particolare la Lega sono pronti con un nuovo regalo ai sindacati “amici”, come l’Ugl e la Cisal. È in arrivo una norma che li aiuterà a far applicare i loro contratti collettivi, spesso con condizioni al ribasso, spezzando quello che il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon chiama “il monopolio di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil”. Il pretesto sarà la scadenza fissata dalla legge delega sul salario minimo, che casca pochi giorni prima della festa dei lavoratori. Con una serie di tecnicismi, arriverà il favore ai sindacati più allineati, quelli non “confederali”, tanto più ora che pure i rapporti con la Cisl sono più freddi.

Durigon lo ha confermato a Repubblica: il sottosegretario ha parlato di una norma per “la libertà sindacale”, che rompa l’attuale situazione in cui a farla da padrone sono i contratti firmati dalla Confindustria con le tre sigle principali. Già la legge delega approvata a settembre 2025 dal Parlamento pone le basi per un provvedimento che sorrida ai sindacati “minori”. Il testo, infatti, nega la volontà di introdurre un salario minimo per legge, e individua i contratti “maggiormente applicati” come riferimento per le retribuzioni. Quindi non si utilizza il criterio della rappresentanza, che premierebbe invece i contratti firmati dai sindacati con più iscritti e più delegati nelle aziende. Al contrario, assume il requisito della maggiore applicazione, che in alcuni settori può favorire anche i contrattini delle sigle minori, magari perché le aziende li trovano più convenienti. Un esempio è il contratto Cisal dei call center firmato a fine 2024: in pochi mesi diverse aziende lo hanno applicato, trovandolo più comodo di quello Tlc di Cgil, Cisl e Uil, tanto che i sindacati confederali hanno promosso e vinto cause in Tribunale.

Durigon ha pensato a un altro modo per aiutare i sindacati vicini al governo a diffondere i propri contratti. Un altro tecnicismo, preso in prestito dal Codice degli appalti: il concetto di equivalenza. Tradotto, i sindacati non rappresentativi potranno firmare contratti e farli applicare a patto che dimostrino che hanno tutele equivalenti a quelli delle sigle più rappresentative. Questo asseconda esattamente la strategia con cui Cisal e l’Ugl si stanno muovendo da tempo: approvano contratti e poi, se mai arrivano ricorsi in Tribunale contro chi li applica, tentano di dimostrare l’equivalenza. Il metodo è subdolo: spesso i loro contratti hanno paghe base simili a quelli più rappresentativi, ma penalizzano i lavoratori con altri strumenti. Esempio: meno permessi disponibili, indennità aggiuntive più difficili da ottenere poiché legate a condizioni più complicate da soddisfare (“Lavoro, quarant’anni di riforme a senso unico”, leggi il dossier di Millennium).

L’Ugl ha provato a far passare il suo contratto della vigilanza firmato nel 2024, ha trovato imprese che lo hanno applicato e, quando la Cgil ha portato la questione in Tribunale, il sindacato di destra ha sostenuto l’equivalenza. Il Tribunale di Milano non ha condiviso e ha dichiarato illegittima l’applicazione di quell’accordo poiché ha stabilito che ha condizioni al ribasso. Simile storia per il contratto Cisal dei call center: la sigla vale solo lo 0,46% dei lavoratori del settore, eppure diverse aziende hanno applicato il suo contratto. A marzo, il Tribunale di Trani ha rigettato il tentativo di far passare quell’accordo addirittura come migliorativo rispetto a quello delle telecomunicazioni. Anche in questo caso è andata male, ma si tratta solo dei casi finiti in Tribunale, e resta evidente la strategia dei due sindacati di ottenere la certificazione tramite l’equivalenza, anche forzando l’interpretazione. Quindi starà tutto nella definizione di equivalenza, che per ora Durigon promette non si fermerà alle condizioni economiche.

Ricapitoliamo. Due anni fa, il governo Meloni ha respinto la proposta dell’opposizione di introdurre il salario minimo a 9 euro l’ora e prendere come riferimento i contratti firmati da sindacati più rappresentativi (cioè con più iscritti e delegati). La maggioranza ha poi approvato la legge delega adottando il concetto di contratti “maggiormente applicati”. Anche questa, però, è una circostanza non semplice da dimostrare per i sindacati che il centrodestra vuole favorire. Arriva quindi la mossa di passare al criterio dei contratti con tutele equivalenti, terreno su cui Cisal e Ugl si stanno muovendo da tempo. Lo stesso meccanismo è previsto dall’emendamento che il centrodestra tenta da mesi di inserire in ogni provvedimento: il salvacondotto per i datori che sottopagano i loro dipendenti con paghe sotto la soglia di povertà. Anche in quel caso, la moratoria sugli arretrati scatta se si applica un contratto rappresentativo o equivalente. La norma dovrebbe garantire a ogni lavoratore il giusto salario, il governo la sta sfruttando per rendere un po’ più facile l’applicazione di accordi al ribasso.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/08/lavoro-povero-contratti-ribasso-sindacati-amici-notizie/8348378/

mercoledì 8 aprile 2026

Il miraggio della tradizione - Michele Agagliate

Ogni anno, mentre la primavera si riaffaccia e le campane annunciano la Pasqua, l’Italia si prepara a celebrare uno dei suoi riti gastronomici più radicati, quasi immutabile nel tempo. L’agnello torna a occupare il centro della tavola come se la sua presenza fosse un elemento architettonico necessario della festa, una consuetudine che non richiede spiegazioni. La parola “tradizione” viene sollevata come uno scudo dorato, una barriera che blocca ogni tentativo di riflessione critica e che santifica una scelta alimentare che, se osservata con lenti diverse, rivela contorni decisamente meno celebrativi. Questa parola magica chiude il discorso prima ancora che possa nascere un interrogativo: si è sempre fatto così, dunque è giusto continuare a farlo.

Eppure, dietro questa facciata di convivialità e calore familiare, si nasconde una realtà fatta di numeri crudi e di una sofferenza programmata su scala industriale che troppo spesso scegliamo di non guardare. Se proviamo a squarciare il velo della narrazione bucolica, ci accorgiamo che la richiesta stabile e prevedibile di questo periodo alimenta una filiera del sacrificio che non ha nulla di spirituale. Parliamo di circa due milioni di creature che ogni anno, in Italia, vengono macellate per rispondere a una domanda che si impenna proprio nei giorni della “rinascita”. La maggior parte di questi animali sono in realtà neonati, piccoli che hanno trascorso sulla terra appena venti o trenta giorni, giusto il tempo di essere strappati alle madri per garantire al mercato quella carne bianca e tenera che la tradizione esige. È un paradosso atroce: celebriamo la vita e la risurrezione mettendo nel piatto il corpo di un individuo che non ha avuto nemmeno il tempo di conoscere il pascolo o la luce del sole in modo pieno.

Ma il problema non si esaurisce entro i confini nazionali. La macchina del consumo pasquale è così vorace da richiedere massicce importazioni dall’estero, specialmente dall’Europa centro-orientale, in particolare da nazioni come la Romania e l’Ungheria. È qui che la “zona grigia” del nostro consumo diventa ancora più opaca. Questi agnelli, esseri senzienti e spaventati, vengono stipati in tir a più piani per viaggi che possono durare trenta, quaranta ore. Immaginiamo per un momento la realtà di questi trasporti: chilometri di asfalto percorsi in condizioni di sovraffollamento, spesso senza accesso adeguato all’acqua, con i piccoli che chiamano madri che non risponderanno mai. È una parte del processo che raramente entra nel discorso comune, perché ammettere l’esistenza di questo calvario renderebbe il pranzo pasquale indigesto per chiunque conservi un briciolo di empatia. È un costo invisibile che viene pagato da creature nate con il solo scopo di essere consumate in un picco di mercato stagionale.

A questo scenario di sofferenza individuale si aggiunge un carico ambientale che non possiamo più permetterci di ignorare, specialmente in un’epoca di crisi climatica conclamata. Gli Ovis, in quanto ruminanti, partecipano a quel sistema di allevamento intensivo che è tra i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra. La produzione di metano, un gas che ha un potere riscaldante molto più incisivo dell’anidride carbonica nel breve termine, e l’enorme consumo di risorse idriche — si stima che servano circa novemila litri d’acqua per produrre un solo chilo di carne ovina — rendono questa tradizione un lusso insostenibile per il pianeta. Non è solo una questione di cosa mangiamo, ma di quanto quel cibo pesi sull’ecosistema che dovremmo proteggere. Eppure, nel dibattito pubblico, l’impatto ambientale delle nostre abitudini festive viene quasi sempre derubricato a dettaglio trascurabile, sommerso dal rumore delle ricette tipiche.

La cosa più curiosa, e forse la più triste, è come tutto questo conviva senza attriti con il significato simbolico che l’agnello riveste nella nostra cultura. Lo riconosciamo universalmente come l’animale dell’innocenza, della mitezza assoluta, della purezza che si offre senza resistere. È l’icona del sacrificio divino, un’immagine che ispira tenerezza e devozione in milioni di persone. Ma nel passaggio dalla simbologia alla pratica, quel significato sembra evaporare, svuotarsi di ogni sostanza etica. L’agnello smette di essere il simbolo della vita innocente da proteggere e diventa merce, un ingrediente tra i tanti, un oggetto da smembrare e cucinare. Questa scissione cognitiva ci permette di commuoverci davanti a un’immagine sacra e, un istante dopo, di consumare il corpo reale di quell’innocenza senza avvertire alcuna contraddizione.

Non è una gara a chi è più coerente, né un tentativo di moralismo sterile. È una questione di onestà intellettuale. Oggi, a differenza dei secoli passati, non siamo spinti dalla necessità di sopravvivenza. La nostra non è una scelta obbligata dalla fame, ma una preferenza culturale che possiamo decidere di modificare in qualunque momento. Questa libertà cambia radicalmente il peso della nostra responsabilità. Continuare a seguire una tradizione che richiede il massacro sistematico di cuccioli e il logoramento delle risorse ambientali, quando abbiamo infinite alternative etiche a disposizione, non è più un gesto neutro. È una scelta politica e morale che compiamo ogni volta che facciamo la spesa.

In ultima analisi, il punto non è semplicemente convincere qualcuno a cambiare dieta per spirito di appartenenza a una fazione. Il vero obiettivo è capire se quel gesto, l’atto di consumare un agnello a Pasqua, venga fatto con una reale consapevolezza di ciò che sta dietro il piatto: il viaggio nel freddo, lo strappo dalla madre, la paura nel macello e l’impronta ecologica lasciata sul mondo. Perché tra un gesto compiuto per inerzia e uno compiuto con gli occhi aperti, anche se all’apparenza il risultato sembra lo stesso, passa una differenza abissale. Riconoscere l’agnello come individuo, e non come pietanza, è il primo passo per trasformare la Pasqua da una celebrazione del sacrificio a una reale festa della vita, dove la rinascita non sia solo una parola antica, ma una pratica quotidiana di rispetto per ogni essere vivente.

Tra il sacro e il macello, alla fine, cambia solo il racconto che ci facciamo per stare tranquilli.

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martedì 7 aprile 2026

Morti sul lavoro e per fame: le guerre feriali che troppo spesso passano inosservate - Mauro Armanino

Mamour Mbow Pape, operaio senegalese di 22 anni, è morto sul lavoro a Caselle di Selvazzano, nella cintura industriale di Padova. Studente lavoratore da circa due anni in una ditta specializzata nella lavorazione della lamiera metallica.

Moustafa è cresciuto assieme a lui a Rufisque, principale porto del Senegal prima che si creasse quello di Dakar. L’amico racconta che Mamour era un “ragazzo d’oro, tutto casa, lavoro e studio, Amava la lingua italiana e voleva impararla al meglio e il prima possibile così da conquistare una propria autonomia”. Invece sappiamo che non è andata così. La guerra del lavoro, una guerra feriale che uccide nel nostre Paese in media tre persone al giorno, scivola inosservata dopo qualche effimera parola di rammarico e di circostanza.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel suo rapporto, stima che quasi tre milioni di lavoratori muoiono ogni anno a causa di infortuni e malattie professionali. La maggior parte dei decessi, secondo l’analisi, deriva da malattie professionali e gli incidenti sul lavoro rappresentano 330.000 decessi.

Tornano nelle cronache quotidiane le stesse espressioni. Precipita dal tetto di un capannone nel Barese, muore operaio 30enne. Siamo nella zona industriale di Modugno dove la vittima stava lavorando sul terrazzo di un capannone industriale, prima di una caduta di 6 metri. Lascia la moglie e il figlio piccolo, commenta l’articolo del giornale.

Un operaio di 39 anni questa mattina è rimasto vittima di un incidente sul lavoro a San Francesco al Campo, nel Torinese, ricorda la nota. Stando a quanto ricostruito la vittima si trovava sul luogo di lavoro per opere di potatura insieme a un collega. Quest’ultimo si trovava sull’albero, imbragato, intento a compiere la potatura con motosega, quando un ramo si sarebbe spezzato colpendo alla testa il compagno di lavoro che si trovava ai piedi dell’albero.

Un operaio di 24 anni ha perso la vita in un incidente sul lavoro avvenuto nella tarda mattinata a Nocera Inferiore (Salerno), segnala un altro titolo. La vittima era originaria di Sarno e lavorava in un’officina che si occupa della riparazione di camion. Secondo una prima ricostruzione il giovane si trovava tra due mezzi che erano in riparazione quando una terza motrice avrebbe urtato uno dei due mezzi fermi, spingendolo sulla vittima. L’impatto non ha lasciato scampo all’operaio. Morti feriali la cui lista sparisce in fretta dai notiziari quotidiani per la vergogna.

C’è poi l’altra guerra feriale, implacabile, silenziosa, invisibile perché riguarda solo i poveri. Ogni giorno, secondo Action Aid International Italia, circa 24mila persone muoiono a causa della fame o per malattie collegate alla malnutrizione. Oltre 773 milioni di persone soffrono la fame. L’impatto sui bambini, i quali rappresentano i tre quarti delle vittime sotto i cinque anni, è incalcolabile. Per l’organizzazione Save the Children il 2025 è stato un anno devastante per milioni di bambini, intrappolati nelle guerre. Oltre 60 milioni di loro soffrono la fame, dichiara la direttrice generale dell’Ong, mentre 11 milioni sono al limite della sopravvivenza.

Quasi la metà dei decessi infantili, circa 2,5 milioni l’anno, è riconducibile alla malnutrizione. La causa principale sono i conflitti armati, l’instabilità politica e il sistema economico in relazione anche alla gestione delle filiere alimentari. Le situazioni estreme si concentrano in Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. Sappiamo per esperienza che in ogni bambino si potrebbe nascondere un messia, un profeta, un re o una regina come quella di Saba con le sue ricchezze.

Ousmene Diene, presidente dell’associazione dei senegalesi di Padova, dopo un breve incontro col padre di Mamour Mbow Pape, afferma: “Ci siamo solo abbracciati piangendo a vicenda perché il dolore che si prova in questi momenti è devastante. Lui ha lavorato col figlio per sei mesi e per questo non riesce a darsi pace. Io sono arrivato con il padre in Italia e non è possibile morire così”. Quanto a Mor Mbow, padre dell’unico figlio morto in fabbrica, commenta il suo decesso così: “Allah mi ha dato la fortuna di poterlo vivere, ma ora se l’è ripreso”. Antiche parole di una saggezza, anch’essa, feriale.

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lunedì 6 aprile 2026

Sorpresa Aree di Accelerazione, la regione espande le aree previste dal GSE - Maria Grazia Demontis

 

Lo avevamo già appreso in tempo reale da un post compiaciuto di 𝐄𝐦𝐚𝐧𝐮𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐧𝐢: mentre noi eravamo in audizione per la Pratobello 24 a difendere ogni palmo di terra e di dignità democratica, nelle stanze accanto la Giunta firmava la delibera sulle 𝐀𝐫𝐞𝐞 𝐝𝐢 𝐀𝐜𝐜𝐞𝐥𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞.

Due giorni fa la pubblicazione delle mappe ha confermato i nostri peggiori sospetti: non è una pianificazione, è la mappa di un saccheggio.

Se la scadenza del 21 febbraio era un atto dovuto, 𝐥’𝐞𝐬𝐭𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐦𝐢𝐬𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐚𝐫𝐞𝐞 𝐠𝐢à 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐝𝐮𝐚𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐥 𝐆𝐒𝐄 è 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐭𝐚: un tappeto rosso steso alla speculazione, come se non avessimo già svenduto abbastanza.

I conti non tornano, o meglio, tornano fin troppo bene per gli speculatori:

  • Il GSE aveva già individuato 𝟏𝟏.𝟑𝟖𝟏,𝟕 𝐞𝐭𝐭𝐚𝐫𝐢, un’estensione abnorme, se si considera che si tratta di zone soggette a procedure autorizzative blindate praticamente inattaccabili, che garantiscono di fatto il via libera assicurato ai progetti.
  • Quella superficie, infatti, equivarrebbe a circa 𝟏𝟎 𝐆𝐖𝐩
  • Il nostro target al 2030 (già altissimo e calato dall’alto) è di
    𝟔,𝟐 𝐆𝐖𝐩.

𝐀 𝐜𝐡𝐞 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐨 𝐬𝐭𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐑𝐀𝐒? Se l’obiettivo si raggiunge con molte meno superfici di quelle già “pre-individuate” dai tecnici romani, 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡é 𝐥𝐚 𝐒𝐚𝐫𝐝𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐡𝐚 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐚𝐫𝐠𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐢ù 𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐧𝐢?
A vantaggio di chi dobbiamo produrre tutta questa energia in eccesso e a quale prezzo?
E che ne sarà degli altri progetti in iter autorizzativo localizzati in zone non idonee o esterne alle aree di accelerazione?

Parliamo di territori di altissimo valore agricolo, paesaggistico, identitario e archeologico che, allora, devono essere immediatamente bloccati. La diffusione delle energie rinnovabili, a maggior ragione se il raggiungimento del target è già ampiamente garantito dalle sole aree di accelerazione, non può e non deve violare spazi presidiati da princìpi costituzionali inviolabili. O no?

𝐌𝐚 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐞𝐬𝐞𝐦𝐩𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐢. 𝐎𝐙𝐈𝐄𝐑𝐈! 𝐓𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐫𝐞 …

Un territorio unico, dal pregio agricolo senza pari, conosciuto come la perla del Logudoro. Un luogo dalla fertilità aurea che, secondo i piani della RAS, sarà 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 “𝐎𝐭𝐭𝐚𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐍𝐨𝐫𝐝 𝐒𝐚𝐫𝐝𝐞𝐠𝐧𝐚” (guardate la mappa).

 

Peccato che l’intera area individuata (𝐩𝐞𝐫𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐢𝐝𝐨𝐧𝐞𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐨) sia totalmente soggetta a regimi di protezione, rientrando in quella deroga della 190/2024 che esclude dalle aree idonee – e dunque da quelle di accelerazione – “le aree a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni dell’Unione europea e internazionali”.

Dalle immagini potrete vedere che anche l’area scelta dalla Regione nella sua massima estensione – quella che risulterebbe (ma che bravi) non coinvolta da IBA, SIC, ZPS e dai 150 metri di fascia di rispetto dei fiumi Mannu e Rizzolu (e con un buffer ridicolo) – è 𝐢𝐧 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐭à 𝐜𝐨𝐩𝐞𝐫𝐭𝐚 𝐝𝐚 𝐮𝐧 𝐯𝐢𝐧𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐡𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐚𝐭𝐨, 𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐮𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐨𝐯𝐫à 𝐟𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐟𝐢𝐧𝐢𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐢𝐬𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 “𝐚𝐫𝐞𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐞 𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚𝐥𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐞𝐥𝐚𝐭𝐞 𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢”.

Di conseguenza, le uniche aree di accelerazione possibili in quel perimetro sono esclusivamente tetti e superfici impermeabilizzate.

Ozieri è solo un esempio, per quanto eclatante, di un approccio che sta stringendo l’intera Sardegna in una morsa mortale. Non è un caso isolato, ma il simbolo di un metodo che calpesta la nostra terra, trattandola come un deserto disabitato o, peggio, un luogo ormai rassegnato alla propria fine.

Se il target al 2030 si copre con meno ettari di quelli proposti dal GSE, 𝐥𝐚 𝐑𝐀𝐒 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨 𝐞 𝐫𝐢𝐝𝐮𝐫𝐫𝐞 𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐭𝐫𝐢 𝐚𝐥 𝐦𝐢𝐧𝐢𝐦𝐨 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐬𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐞, 𝐬𝐞 𝐥𝐞 𝐚𝐫𝐞𝐞 𝐝𝐢 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐥𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐨𝐯𝐫𝐚𝐬𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐭𝐚𝐫𝐠𝐞𝐭 – 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐜𝐞𝐫𝐭𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐢𝐞𝐫𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐫𝐚𝐩𝐢𝐝𝐚 𝐞 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢𝐭𝐚, 𝐜𝐨𝐧 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐚 𝐚𝐝 𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐝𝐞𝐭𝐮𝐫𝐩𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐬𝐨𝐥𝐚?

I sindaci che si professano anti speculazione impugnino quella delibera, dimostrino con i fatti di essere dalla parte della Sardegna!

La transizione energetica non può essere trasformata in un dogma assoluto, né in una divinità dinanzi alla quale sacrificare ogni altro diritto o valore fondamentale. Dalla Regione non accettiamo più zone d’ombra: pretendiamo trasparenza, coerenza e, soprattutto, 𝐝𝐢𝐠𝐧𝐢𝐭à 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞… 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐚!

https://www.sindipendente.com/2026/03/16/sorpresa-aree-di-accelerazione-la-regione-espande-le-aree-previste-dal-gse/