Amare Produzioni Agricole
martedì 6 ottobre 2026
lunedì 5 ottobre 2026
L’ultima iniziativa di Mamdani è regalare 70 mila biglietti per l’opera ai newyorkesi che non si sono mai potuti permettere di andarci
Settantamila
biglietti gratuiti per chi al Metropolitan Opera non ha ancora mai messo piede.
Si chiama Opera for All, lo hanno annunciato il sindaco
Zohran Mamdani, la vicesindaca per la giustizia economica Julie Su e la
commissaria del Dipartimento degli Affari Culturali Diya Vij, ed è la punta di
una collaborazione di lungo periodo tra il Comune di New York e uno dei più
famosi teatri della città. Da questo mese il Met mette a disposizione 10
mila biglietti al mese per tutta la stagione 2026/2027 (circa il dieci per
cento di tutti quelli in vendita) sorteggiati volta per volta tra chi si
iscrive attraverso il sito del Comune o attraverso l’app del teatro. Vale ogni
settore della sala (tranne per i posti in piedi) e può partecipare qualsiasi
newyorkese che non abbia comprato un biglietto per il Met dal 2019 a oggi.
L’iniziativa
del sindaco parte dalla convinzione che l’opera sia una delle più grandi forme
d’arte e che proprio per questo non debba restare riservata soltanto a chi può
permettersi di pagare un biglietto: nell’idea di Mamdani, ogni newyorkese
dovrebbe potersi sedere su quelle poltrone a prescindere da quanto ci sia sul
suo conto in banca. Il precedente che cita per dimostrare la bontà della sua
tesi è quello Fiorello La Guardia, sindaco di New York dal 1934 al 1945,
e che nel 1943 contribuì a fondare il New York City Center e farne il centro di
quella che definiva «l’opera del popolo», un centro di arte e cultura in cui si
poteva entrare pagando un biglietto che costava al massimo due dollari (il
biglietto che costava di meno era invece quello da 75 centesimi).
Tornando al
presente e a Opera for All: a distribuire i biglietti ci penserà il Comune, che
promuove la lotteria attraverso i servizi sociali, le case popolari della
NYCHA (New York City House Authority), le scuole pubbliche, le biblioteche di
Brooklyn e Queens, la City University of New York, il Department for the Aging
e il Situation Project (un’organizzazioe non profit che, tra le altre cose,
fornisce agli studenti delle scuole pubbliche accesso gratuiti a eventi
artistici e culturali), con altri canali in arrivo nei prossimi mesi. È la
seconda mossa del genere dell’amministrazione: all’inizio dell’estate, con il
Theater Development Fund, Mamdani aveva messo a disposizione degli studenti
delle scuole superiori di New York migliaia di biglietti gratuiti o scontati
per spettacoli di Broadway e off Broadway, oltre ad abbonamenti gratuiti a più
di venti istituzioni culturali della città.
domenica 4 ottobre 2026
El Niño ha causato delle piogge così intense da far sbocciare migliaia e migliaia di fiori nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del mondo
Vaste
distese di terra che di solito sono aride si sono ricoperte di fiori viola e
bianchi nel nord del Cile, dopo le forti piogge che hanno cambiato l’aspetto
del deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi della Terra. È un fenomeno
chiamato “deserto fiorito”: sotto il suolo dell’Atacama i semi e i bulbi di
circa duecento specie diverse restano in letargo per lunghi periodi, in attesa
delle condizioni giuste per germogliare, e le forti piogge causate da El Niño
hanno permesso a molti di questi di semi di diventare fiori. In alcune zone
sono caduti più di 180 millimetri di pioggia, una quantità che «non era mai
stata registrata prima», ha detto all’AFP César Pizarro, responsabile della
biodiversità dell’Atacama alla Corporazione Forestale Nazionale (Conaf) del
Cile. L’acqua è penetrata nella sabbia più in profondità del solito e ha
fatto comparire la vegetazione nella riserva naturale, che si trova a circa 800
chilometri a nord di Santiago. La Conaf prevede che lo spettacolo
raggiungerà il suo apice a ottobre e stima che i fiori possano arrivare a
coprire un’area vasta 15 ettari. Intanto, la zona si è già riempita di curiosi,
giunti sul posto per fotografare uno degli eventi naturali più affascinanti del
mondo.
Come scrive Euronews,
alla base c’è El Niño, il fenomeno climatico
ciclico caratterizzato dal riscaldamento delle acque superficiali nel Pacifico
equatoriale centrale e orientale, che può alterare i regimi dei venti e delle
precipitazioni in diverse regioni del mondo e scatenare eventi meteorologici
estremi. L’episodio in corso potrebbe essere il più intenso da quando
esistono registrazioni comparabili, cioè da quarant’anni, e lunedì (21
settembre) ha superato la temperatura media più alta mai registrata durante un
El Niño, diversi mesi prima del picco (previsto intorno a novembre). Il caldo è
talmente superiore a quello degli episodi precedenti che gli scienziati lo
hanno ribattezzato con il sensazionalistico nomignolo Godzilla, a indicare la
portata potenzialmente catastrofica di questo evento. Gli El Niño sono fenomeni
naturali, ma il riscaldamento globale ne sta aumentando la portata e
l’intensità. In Cile lo stesso meccanismo che ha fatto fiorire l’Atacama ha già
fatto enormi danni: le piogge di luglio hanno ucciso almeno 13 persone e
distrutto o danneggiato gravemente circa 4 mila case.
Il conto più
grande arriverà entro i prossimi sei mesi. Come scrive il Guardian, secondo le
stime dei climatologi, entro febbraio più di 450 mila persone potrebbero morire
per il caldo portato dal Super El Niño, e il bilancio si somma alle morti in
eccesso già causate dalle ondate di caldo degli scorsi mesi. I Paesi più
colpiti nei prossimi sei mesi saranno quelli tropicali, su tutti Nigeria,
Indonesia, Sudan, India e Brasile, con il Sahel e il Sud est asiatico tra le
regioni che pagheranno il conto più pesante. Gli Stati Uniti figurano tra i
primi venti Paesi di questa inquietante classifica, con una previsione di
tremilacinquecento decessi in più dovuti a eventi climatici estremi. Altri
morti sono attesi per le siccità, gli incendi boschivi e le inondazioni che El
Niño porta con sé, direttamente e indirettamente. Le proiezioni sono state
calcolate su base regionale proprio per individuare le zone in cui è più
urgente intervenire, costruendo nuovi centri di refrigerazione in cui
ripararsi, dare più personale agli ospedali nei periodi più caldi e fornire
maggiori protezioni a chi lavora all’aperto. I ricercatori chiamano lo scenario
che questo Super El Niño sta portando una “cartolina dal futuro”, perché porta
le temperature al livello che, secondo le previsioni, la crisi climatica ci
faarà raggiungere tra vent’anni.
sabato 3 ottobre 2026
Ma niente è come stare nella macchina - Paolo Pileri
Da mesi e mesi il governo, e pure l’opposizione, ci parlano di arginare il costo del carburante facendo leva sulla riduzione delle accise. È un tormentone che ha finito per far atterrare un tema enormemente importante solo e soltanto sulla pista delle accise, del price cap della benzina e del bollo auto. Solo accise, benzina e bollo auto, null’altro. Sembra che per entrambi queste siano le uniche cose da fare: continuare a tenere gli italiani nelle auto. Ed è proprio questo retro-messaggio che mi preoccupa. Siete così sicuri che dobbiamo continuare a usare l’auto così tanto e ovunque? Oppure avete solo paura di affrontare l’argomento? Pensate ai vostri consensi? È la loro perdita che vi spaventa? I voti come i soldi: sporchi, maledetti e subito? Siete così sicuri che non esistano alternative? Beh, sappiate che ne esistono. E potreste almeno provarci.
Ci sono
precedenti politici illustri che magari vi sono sfuggiti: ricordiamoli. Nel
1973, in una situazione similmente drammatica tra guerre e gravi rincari del petrolio,
l’allora primo ministro olandese, Joop den Uyl tenne un famoso discorso,
sofferto, ai suoi cittadini dove spiegò la grave situazione per l’economia, la
dignità, le libertà dei cittadini olandesi per via della contrazione della
disponibilità delle fonti fossili. Anche sollecitato da parlamentari (tra
tutti, Maartje van Putten) propose loro una ricetta visionaria per ridurre i
consumi energetici che conteneva le premesse per un intenso programma di
ridisegno della mobilità privata potenziando in modo
vigorosissimo la ciclabilità e la pedonalità.
Ne fece una
questione di orgoglio nazionale,
di innovazione, di sostenibilità ante litteram. Con tempismo e astuzia politica,
colse al balzo le varie manifestazioni popolari che in quegli anni avevano
portato all’attenzione l’aggravamento della vivibilità urbana a causa della
crescita incontrollata del traffico urbano, con tanto di aumento della
incidentalità e riduzione degli spazi urbani usati liberamente da adulti e
soprattutto bambini. Non si sognò di parlare di accise o di incentivi o di
bonus per il bollo auto ma propose un coraggioso cambio di abitudini urbane.
Una scelta difficile, certamente avversata da una parte ampia di quegli
olandesi che nel frattempo si erano velocemente abituati all’auto e quelle
imprese commerciali che avevano subito investito nella mobilità su gomma per i
loro affari.
Eppure ebbe
il coraggio di cogliere nella crisi la lungimiranza di imprimere un programma
politico, sociale e urbanistico epocale per portare i cittadini a vivere la
propria mobilità quotidiana in bici e a piedi, associandolo a un profondo
progetto urbano per far cambiare pelle alle città, con un programma di lungo
termine. In un decennio i Paesi Bassi cambiarono faccia e si trasformarono in
quel Paese pieno di biciclette che noi oggi invidiamo.
Ecco cosa
vuol dire essere politici: imprimere veri cambiamenti, verso la sostenibilità
ambientale, aiutando i cittadini a collaborare nonostante il pericolo di non
essere capiti. Non so, e francamente non mi interessa sapere, se Joop den Uyl o
il suo partito abbia poi vinto le successive elezioni. Potrebbe anche averle
perse, ma quel che ha vinto è sicuramente l’idea che la politica è visione e
non gretta contabilità, è offrire crescite culturali e non appiattimenti
sterili crogiolandosi nei vizi insostenibili di sempre, è il coraggio di un
progetto di lungo periodo e non la misura del tutto-subito.
Noi invece
scontiamo il bollo auto e togliamo accise che è un modo per dire ai nostri
cittadini di continuare a essere viziosamente accaniti consumatori di benzina e
gasolio, saldamente seduti sui sedili delle loro auto. Ma è normale tutto
questo? È normale che nessuna e nessuno politico abbia detto una sola parola?
Che non ci sia quella minima dose di buon senso per parlare di risparmio
energetico? Nessuno e nessuna che prova a dire che in molti casi si può andare
a piedi o in bicicletta per tanti spostamenti quotidiani.
Certamente
non tutti possono rinunciare all’auto. Non sempre. Non ovunque. Ma per una
enormità di casi, si può ed è inaccettabile e perfino colpevole non stimolare i
cittadini a lasciare l’auto e andare a piedi, in bici o con i mezzi pubblici.
Nessuna e nessuno che a reti unificate dica questa cosa. Neppure il nostro
presidente della Repubblica. Per favore: qualcuno, che non siano le compagnie
dell’energia, ci spieghi perché non rispondere a questa terribile crisi
investendo massicciamente anche in ciclovie e in un programma di realizzazione
di marciapiedi delle nostre città (perché spesso non esistono nemmeno)? Andare
in bici e a piedi aiuterebbe anche a stoppare le guerre. Perché non avviare
programmi scolastici per incentivare la mobilità a piedi e in bici dei nostri
studenti? Approfittare delle crisi per avviare cambiamenti radicali nelle
pratiche quotidiane della mobilità è un’opzione difficile ma possibile e in
grado di scatenare correzioni di abitudini che diversamente non riusciamo ad
avviare.
Continuiamo
a perdere occasioni per innescare cambiamenti culturali. Gli eletti nei ruoli
politici continuano ad abdicare a ogni funzione culturale. È sempre più freddo
calcolo di ragioneria elettorale, gara, slogan, rincorsa al consenso di pancia
e non di testa, selfie e video per i social. Se non siete buoni a
fare un mezzo discorso visionario che tenta di cambiare in meglio gli stili di
vita responsabili delle crisi climatiche ed ecologiche, lasciate perdere. E per
favore risparmiateci le ipocrite cartoline dove vi vedremo in bicicletta per le
prossime elezioni. Almeno questo, per quel che rimane del rispetto, evitatelo.
venerdì 2 ottobre 2026
Burkina Faso: l’oro non parte più, Traoré spezza le catene coloniali
Il Capitano inaugura la raffineria di Stato e lancia
la sfida all'Occidente: "Vogliamo l'intera filiera sul posto". Un
passo decisivo verso la sovranità economica sognata da Thomas Sankara
Ouagadougou,
29 settembre 2026. La data in cui la terra di Thomas Sankara ha smesso di
regalare il proprio futuro. Per decenni l’oro del Burkina Faso è partito sotto
forma di lingotti grezzi, lasciando dietro di sé solo polvere, miseria e
promesse mai mantenute. Il sottosuolo veniva svuotato, ma la ricchezza vera
finiva altrove. In un classico schema neocolonialista. Oggi, quel meccanismo di
spoliazione coloniale si è spezzato.
Il
Presidente del Burkina Faso, il capitano Ibrahim Traoré, ha tagliato il nastro di RAFFINOR-BF, la prima raffineria d’oro
del Paese. Non è un semplice impianto industriale. È una dichiarazione di guerra
economica al vecchio ordine mondiale, la materializzazione di quella sovranità
che Sankara sognava e che Traoré sta imponendo nonostante le manovre ostili
delle vecchie potrenze colonialiste, Francia in testa.
L’opera, voluta dallo Stato attraverso la Società nazionale delle sostanze
preziose (SONASP) e sostenuta da investimenti privati, è costata oltre 11
miliardi di franchi CFA. I numeri parlano di una capacità iniziale di 164
tonnellate l’anno, che salirà a 515 nella seconda fase. Ma i numeri, da soli,
non raccontano la rivoluzione. A contare sono le oltre cento assunzioni
dirette, i cinquemila posti di lavoro indiretti e, soprattutto, la purezza al
99,99% dell’oro in uscita, certificato con lo standard internazionale
"Good Delivery". L'oro prodotto in Burkina, d'ora in poi, viene
raffinato in Burkina. Quella che fino a pochi anni fa sembrava un'utopia, ieri
è diventata crealtà. Il ministro delle Miniere, Yacouba Zabré Gouba, leggendo
il pensiero del Capo dello Stato, ha usato parole che decisamente eloquenti:
«Per troppo tempo il sudore dei nostri lavoratori e le ricchezze del nostro
sottosuolo hanno alimentato catene del valore costruite altrove. Ci dicevano
che non avevamo la tecnologia, né la capacità, né il diritto di trasformare le
nostre ricchezze. Oggi spezziamo questo anello di dipendenza. Il nostro oro non
servirà più a costruire la fortuna degli altri mentre il nostro popolo resta
nel bisogno».
È la
quintessenza della Rivoluzione Popolare e Progressista. Ogni grammo estratto
deve servire a costruire scuole, ospedali, strade e competenze. Ma Traoré non
si limita a nazionalizzare le risorse, le mette al servizio di una visione
geopolitica chiara. La nuova raffineria permetterà di tracciare l'oro, chiudere
i rubinetti del contrabbando e del riciclaggio di capitali, togliendo il
controllo delle risorse dalle mani delle multinazionali e dei trafficanti.
Il Capitano,
durante la cerimonia, non ha usato giri di parole. Il suo discorso è un
manifesto di autodeterminazione africana: «L’inaugurazione di questa fabbrica è
un simbolo forte. Che si tratti di oro, manganese, rame o zinco, la nostra
ambizione non è più essere un Paese che estrae e porta la materia prima
all'estero. Vogliamo raffinare tutti i nostri metalli sul posto».
E guardando
dritto negli occhi chi, in questi anni, ha cercato di ostacolare la sua marcia,
Traoré ha lanciato un messaggio che sa di sfida aperta: «Tutto ciò che è
industria estrattiva, vogliamo averne l'intera catena del valore qui. Iniziamo
con l'oro, ma c'è molto altro nel nostro sottosuolo. Vogliamo padroneggiare
tutto, fino all'ultimo dettaglio. È l'occasione per invitare anche la gioventù
a mettersi in gioco, a imparare, a padroneggiare l'intera filiera mineraria».
La strada
della sovranità è sempre costellata di detrattori e ostacoli. Ma il leader
burkinabè ha mostrato di non curarsi delle critiche provenienti da chi vorrebbe
il Paese ancora fermo al ruolo di cava a cielo aperto. Con il tono ruvido e
deciso che lo contraddistingue, ha liquidato gli scettici: «Non molto tempo fa
dicevo che ci sono persone che qualifico come scarti della società.
Continueranno a parlare. Lasciateli fare e continuiamo ad andare avanti. Questa
è la cosa più importante. Non ascoltateli, avanziamo! La fabbrica è concreto.
Questo è ciò che conta. Rimanete concentrati, rimanete focalizzati».
RAFFINOR-BF
non è solo un hub industriale per l'Africa occidentale. È la prova che un'altra
Africa è possibile. Un'Africa che non chiede il permesso per essere padrona a
casa propria. Thomas Sankara diceva che l'imperialismo si nutre delle nostre
materie prime. Ieri, a Ouagadougou, Ibrahim Traoré gli ha tolto il nutrimento.
L'oro ora resta in patria. E con esso, la dignità di un popolo che ha deciso di
non essere più la miniera di nessuno.
giovedì 1 ottobre 2026
L’isola dei tesori - Mauro Armanino
Da Socrate,
il cane nato in fabbrica, al mendicante di Piazza dell’Annunziata, fino alla
piccola Natasha morta di fame: un viaggio tra le vite a cui attribuiamo valore
e quelle che il nostro mondo ha imparato a non vedere.
L’avevo
chiamato Socrate ed era nato in fabbrica. Sua madre, una cagna aperta
all’ecumenismo, aveva partorito nell’officina meccanica della fabbrica nella
quale lavoravo. In quei tempi non c’era la video- sorveglianza, i cronometri
per misurare le pause per il caffé e si esercitava perfino lo sciopero
del rendimento. In alcuni fine settimana, nel turno di notte, in certi reparti
si poteva anche arrostire la carne e bersi un bicchier di vino in compagnia. I
guardiani e i padroni sapevano tutto ma c’erano le lotte sindacali e anche
spazi di umana convivenza. Quello che sarebbe stato chiamato Socrate era
l’unico cucciolo nero della nidiata multicolore custodita, con affezione, dagli
operai e capi dell’officina meccanica dello stabilimento. Socrate, malgrado un
nome altisonante è rimasto sempre piccolo e nero. Non si dava arie e stava al
suo posto accanto al pollaio sulla riva del torrente. Qualche volta correva con
me quando andavo in collina a zappare le fascie di terra per la semina.
Proprio
accanto alla nota Piazza dell’Annunziata a Genova, a destra sulla strada che
sale verso l’Albergo dei Poveri, non passa inosservata la scritta di una
vetrina. Vi si legge ‘ L’isola dei tesori’. Appetibile titolo che gioca sulla
prossimità col titolo del famoso romanzo per ragazzi di Robert Louis Stevenson,
‘L’isola del tesoro’, pubblicato nel 1881 o 1882. Solo che, avvicinandosi, si
nota il disegno di alcuni cani e la minuscola scritta ‘dove gli animali sono
preziosi’. A Gaza, nel Sudan, in Ukraina, nella Republica Democratica del
Congo, in vaste porzioni della Nigeria e nel Sahel questa scritta non sarebbe
stata neppure concepibile. Sono tornato l’anno scorso dal Niger dove, secondo
il recente rapporto del Programma Mondiale dell’Alimentazione, nel 2026 quasi
due milioni e mezzo di persone si trovano in grave insicurezza alimentare. Di
queste un milione e 600mila bambini in stato di malnutrizione acuta. Nè il
negozio nè la scritta sarebbe stata pensabile nell’altro mondo citato.
Mentre mi
trovavo in missione fuori dal Paese Socrate è morto. E’ stato sepolto nel greto
del fiume dove ha trascorso, con filosofia, la sua vita canina senza attese e
pretese. Vivrà forse coi suoi simili in un paradiso riservato a queste creature
forse senza padroni o guinzagli, giocando a fare i cani normali. A Genova se ne
possono contare circa 181. 000, registrati all’anagrafe canina mentre stime
locali e regionali recenti suggeriscono all’incirca 90.000 esemplari. In Italia
si spende in media tra i 1.200 e i 1.300 euro all’anno per il mantenimento del
cane. La cifra cambia in base alla taglia dell’animale e alla cura della
salute. Il cibo è la spesa più alta e le visite di base, i vaccini e altri
prodotti hanno un costo importante che può naturalmente variare a seconda del
cane e le possibilità finanziarie del padrone. Mantenere un gatto, invece,
risulta meno oneroso perchè costa in media 767 euro all’anno, fatti salvi gli
imprevisti. Non sono naturalmente contabilizzati i circa 6.000 gatti randagi
recensiti in città.
Nell’isola
dei tesori del negozio di Piazza dell’Annunziata sono preziosi gli animali
mentre, se salite la scalinata che porta alla basilica omonima, accanto alla
porta d’ingresso, noterete una statua di bronzo. Dal 2023, donata dallo
scultore Timothy Schmalz alla comunità di sant’Egidio, essa rapprenta un
mendicante sotto il quale si nasconde il Cristo, nell’atto di chiedere
l’elemosina. Nella propria vita, in fondo, non si tratta altro che di scegliere
tra ciò è prezioso e ciò che è forse utile ma futile. Soprattutto si tratta di
rieducare il nostro sguardo e di intercettare, nei propri simili, quanto di
prezioso si trova nascosto dietro i pregiudizi e le esclusioni. Il mendicante
con la ciotola e la mano tesa è l’altra isola del tesoro che, raggiunta, può
rendere preziosa la nostra vita. Natasha, bimba della Sierra Leone giunta a
Niamey con la madre durante il mio soggiorno, aveva un anno quando è morta di
fame sulla strada. Nulla di più prezioso che la sua breve vita rapita dal
vento.
mercoledì 30 settembre 2026
Siamo tutte Maricarmen! La lotta per la casa in Spagna e la acampada della Puerta del Sol - Stefano Portelli
Sono le quattro di mattina quando lascio l’accampamento di Puerta del Sol a Madrid. La mobilitazione è iniziata nove ore prima nella stessa piazza, ma la gente non accenna a diminuire. Al contrario, decine e decine di persone accorrono a portare viveri, tende, materassini e sacchi a pelo, e verso l’una di notte appare un secondo gazebo, accanto a quello arancione del Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Si prepara da mangiare con il cibo ricevuto in donazione; ce n’è in abbondanza, e gratis. Ci saranno almeno mille persone in piazza, forse duemila, più di cento tende, e l’organizzazione è impressionante. Verso l’una si monta un impianto, e un’organizzatrice del sindacato parla al microfono: «Siamo tutte molto più vicine a essere Maricarmen, sfrattata con la forza dalla polizia, che a poterci comprare una casa! – dice – Quando abbiamo permesso che succedesse tutto questo?».
Parte l’ennesimo coro: Hace falta
ya / una huelga de alquileres / hace falta ya / una huelga general (c’è
bisogno di uno sciopero degli affitti, c’è bisogno di uno sciopero generale).
Poi arriva un gruppo a cappella, che fa i canti della guerra di Spagna,
riadattati alla battaglia contro la grande proprietà immobiliare, e alla
solidarietà con Maricarmen. Questo continuo riferimento alla difesa dal
fascismo – una costante nelle proteste dello stato spagnolo – conferisce profondità
storica a tutte le mobilitazioni, dalle acampadas contro la
guerra del 2003, a quelle del 15-M, i cosiddetti Indignados,
fino ai tre anni di lotte per l’indipendenza in Catalogna. Il nemico è
sempre quello. Oggi, che la grande acampada è
sulla questione della casa e degli affitti, molti forse ricordano che una delle
campagne che negli anni Trenta del Novecento aiutò a consolidare il movimento
antifascista fu proprio un grande sciopero degli affitti. Proprio come quello
di cui si sta parlando qui: una grande azione collettiva contro la classe che
estrae la sua rendita dallo sfruttamento. Qué viva / la lucha /
de la clase obrera! si scandisce.
Sono a Madrid per l’incontro della Coalizione
europea per il diritto alla casa e alla città – la European Action Coalition o EAC – che riunisce i sindacati per l’abitare da tutta Europa
e oltre. Alla due giorni di incontri, conferenze e tavole rotonde partecipano
gli organizzatori del referendum per l’esproprio di Berlino; ci sono i
sindacati degli inquilini e delle inquiline dalla Scozia e dall’Irlanda, che hanno lottato e in parte ottenuto il controllo degli
affitti; ci sono Droit au Logement e Locataires Ensemble dalla Francia; c’è la Greater Manchester Tenant Union, c’è la London Renters Union, c’è Căși Sociale ACUM dalla Romania, e così la Grecia, il Portogallo,
l’Albania, la Polonia, e anche alcuni argentini e statunitensi.
Si parla inglese, ma il Sindicato de Inquilinas di Madrid fa un grande lavoro di traduzione simultanea.
Intervengono molti militanti di base di Madrid e Barcellona,
anche diverse donne diventate attiviste dopo aver subito uno sfratto. Molte
sono di origine migrante.
L’incontro dell’EAC era programmato
per questi giorni in corrispondenza con The District, una fiera degli investitori immobiliari che si è tenuta qui a Madrid tra il 22 e il 24 settembre,
mentre intorno si moltiplicano sfratti, sgomberi e le tragedie connesse. Il
nome di questo contro-vertice era El Barrio, il quartiere,
che si oppone al District gentrificato: una rivendicazione di
autonomia anche culturale, oltre che economica, rispetto all’invasione dei
grandi speculatori, dei fondi avvoltoio e della grande finanza internazionale.
Già da martedì scorso c’erano state azioni di disturbo alla quiete neoliberale
degli affaristi che divorano le città e ne sputano fuori gli abitanti. Appena
poche settimane prima a Barcellona c’era stato il suicidio di Olga, un’inquilina e militante del
sindacato catalano, sfrattata poche settimane prima dal Banc Sabadell.
Le azioni contro il District hanno avuto una certa eco
mediatica, in una sfera pubblica in cui comunque la questione degli sfratti è
molto presente – grazie al lavoro continuo dei sindacati inquilini di tutto lo
stato. A quel punto è arrivato lo sfratto di Maricarmen Abascal –
ottantasettenne disabile – che ha fatto esplodere la situazione.
Non era ancora finito il District quando
giornali e televisioni hanno trasmesso le immagini di Maricarmen
trascinata fuori casa in barella, con la polizia che manganellava le persone
accorse a difenderla. Maricarmen è una sindacalista che ha deciso di portare la
situazione alle estreme conseguenze, arrivando a farsi sfrattare con la forza
perché il suo caso avesse la massima risonanza possibile. Nelle interviste che
ha concesso prima e dopo lo sfratto, Maricarmen insisteva sul fatto che la sua
resistenza non sarebbe servita per salvare casa propria, ma perché altra gente
imparasse a lottare. La sua battaglia non era solo per lei, ma parte del
percorso del sindacato per acabar con el rentismo, farla finita con
la rendita. E quindi il problema non era solo il “fondo avvoltoio” che era
riuscito a far annullare il suo contratto d’affitto, per raddoppiarle e quasi
triplicarle i canoni, ma tutti gli sciami di rentistas atterrati
sulle città della Spagna per cacciarne gli abitanti. La lucidità del suo
discorso, il coraggio tanto suo come di chi l’ha difesa, la brutalità della
polizia, hanno “bucato”: a differenza di tutte le sfrattate e gli sfrattati di
questi anni, la storia di Maricarmen è entrata nella sfera pubblica. Neanche la
destra xenofoba – che da mesi martella il suo odio ipocrita ai migranti, con
l’idea della “priorità nazionale” – è riuscita a reagire all’enorme ondata di
indignazione contro questo sfratto. Il campo mediatico è stato occupato
dall’abuso della rendita immobiliare.
La presidentessa della comunità autonoma
di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, poche ore dopo lo sfratto ha
dichiarato: “Ho avuto una giornata meravigliosa, sono molto fortunata”. La
destra al potere nella città e nella comunità autonoma continua a minimizzare
la questione immobiliare, anche perché Ayuso è stata al centro di una serie di
scandali legati agli acquisti e affitti di appartamenti di lusso, tra cui un
attico da cinquecento metri quadrati acquistato per lei dall’amministrazione
che dirige. Nei talk show televisivi i commentatori dicevano: “Quando abbiamo
permesso che tutto questo fosse normale? Che poche Ayuso vivano nel lusso,
mentre migliaia di Maricarmen vengono sfrattate?”. Alcuni giornalisti
sono andati all’uscita del District a chiedere agli
speculatori cosa pensano dello sfratto di Maricarmen, incalzandoli in diretta.
Altri sindacati in altre parti dello stato hanno manifestato in solidarietà. A Barcellona
migliaia di persone si sono radunate vicino alla Sagrada Familia al grido
di todas somos Maricarmen. L’obiettivo è che non ci sia nessuna
altra Maricarmen. Che questo sfratto sia l’ultimo.
Così, quando è partito il corteo di sabato
26 a Puerta del Sol, nel resto dello stato spagnolo si stavano svolgendo
almeno altre sedici manifestazioni. Le reti di contatto tra i diversi
sindacati, nonostante le affiliazioni politiche divergenti – anarchici,
comunisti, socialisti – avevano creato un fronte di protesta comune. Nel
frattempo, il primo ministro socialista Sánchez si dichiarava rattristato dalla
situazione, incolpando l’amministrazione comunale e regionale di Madrid,
entrambe di destra. Eppure il suo governo avrebbe potuto approvare un decreto
per evitarlo, e non lo ha fatto. Sarà difficile per il Psoe di Sánchez
strumentalizzare questa situazione, di cui il fondo immobiliare non è certo
l’unico responsabile. Lo sfratto di Maricarmen è avvenuto perché il fondo che
ha acquistato l’appartamento ha trovato il modo di annullare il suo contratto
indefinito – rinnovato automaticamente – di cui la sua famiglia godeva fin
dagli anni Sessanta. Ma è stato proprio il Psoe a eliminare questi contratti
indefiniti, quando negli anni Novanta ha liberalizzato gli affitti e il mercato
della casa. Come al tempo degli Indignados, mentre destra e sinistra si rimpallano
le colpe, il popolo sa bene che la responsabilità è di entrambi.
Alla manifestazione di sabato si calcolano
almeno duecentomila persone. In una città da tre milioni di abitanti, questo
vuol dire una persona su dieci, e con appena due giorni di preparazione. Il
corteo dura tre ore e arriva alla sede del Parlamento. La polizia si tiene ai
margini, sovrastata dalla marea umana. La città è in strada, tira fuori le
chiavi di casa, le agita gridando: Tenemos las llaves / de toda Madrid! Si
gridano slogan antichi, come Ser policía / vergüenza me daría! (mi
vergognerei a essere poliziotto), e il grande classico: Qué pasa, qué
pasa / que no tenemos casa! Ma ci sono anche slogan nuovi, che
emergono dall’elaborazione politica di questi ultimi anni, quando si è capito
che il nuovo fascismo oggi non è solo l’estrema destra di Vox (che la
stessa mattina aveva manifestato per Ceuta, in un migliaio, per le vie
del centro di Madrid), ma soprattutto l’accumulazione sfrenata di
rendita estratta dalle vite, dai territori e dalle case della popolazione:
il rentismo. Così, se durante la guerra civile si gridava Madrid
será la tumba del fascismo, oggi si dice anche Madrid será la tumba
del rentismo.
Percorriamo il corteo cantando gli slogan
con gli altri militanti dell’EAC. Una compagna romena mi spiega le
grandi rimozioni di gitani intorno a Cluj Napoca, con lo stato
che promette mutui a famiglie incapaci di pagarli, per disgregare le comunità,
espellerle dal centro e indebitare le famiglie per decenni. Con un militante
del sindacato irlandese parliamo di un possibile incontro sul rent
control a Roma, ora che la proposta è stata avanzata anche in Italia; la mobilitazione storica per
il controllo degli affitti è nata proprio in Irlanda, oltre un secolo
fa. Una sindacalista di Atene ci aggiorna su Prosfygika ad Atene, e sullo stato di
salute di Aristotelis Chantzis dopo tre mesi di sciopero della fame. E con le mie compagne
dell’Assemblea di autodifesa abitativa di Roma ragioniamo sulle differenze tra
i movimenti romani e quelli di Madrid, sul rapporto tra lotta per la
casa e partiti politici, ma anche sulla difficoltà di far crescere la battaglia
sugli affitti, in mancanza quasi assoluta di dati sul rentismo in
Italia. Proprio in questo periodo a Roma Nord c’è una donna sotto
sfratto, della stessa età di Maricarmen; un fondo immobiliare ha
comprato la casa che le era stata assegnata dal Comune, alzandole l’affitto
arbitrariamente. All’ultimo picchetto per difenderla eravamo in tre.
L’accampamento a Puerta del Sol
richiama direttamente il 15-M, il mese di acampada che
era iniziato nel 2011 proprio nella stessa piazza, e che da lì si estese a
tutte le città dello stato. Ma se il primo giorno del movimento degli Indignados c’erano
solo una quarantina di tende, ora ce ne sono centinaia fin dalla prima sera; la
notte la parte centrale della piazza è già quasi piena. La nuova mobilitazione
sembra aver imparato molte lezioni da quella di quindici anni fa: il sindacato
ha organizzato gli spazi e i tempi, e anche se c’è un enorme margine per la
spontaneità – ognuno mette la tenda dove vuole, monta un gazebo, organizza le
attività che vuole – il Sindi mantiene una zona centrale con
il cibo, i materassini, l’acqua, le informazioni, l’infermeria. C’è un po’ di
musica, continuano i cori, e soprattutto c’è pochissimo alcool. I membri del
sindacato, con le magliette arancioni, non hanno dormito quasi per niente
nell’ultima settimana, tra la preparazione del picchetto e quella della
manifestazione. Anche loro sono stupiti della risposta. Sapevano che
l’attenzione cresceva, ma non si aspettavano migliaia di persone, centinaia di
migliaia in manifestazione.
Il giorno dopo, domenica, il numero di
persone e di tende è incalcolabile; solo il drone che volteggia sopra i palazzi
di Puerta del Sol sa quanti siamo – ma non ce lo dirà. Una sindacalista
mi spiega che la capienza della piazza è di ottantamila persone; la zona
coinvolta dalla mobilitazione è poco più piccola dell’intera superficie. A
mezzogiorno, poi, c’è la manifestazione per la scuola pubblica, che di nuovo
vede sfilare decine di migliaia di persone, forse centomila. Le magliette verdi
dei docenti e delle docenti si spargono per il centro città, alcune raggiungono
l’accampamento, che continua a crescere. Cinque furgoni di polizia antisommossa
entrano nella piazza, si schierano davanti al Comune, poi se ne vanno come sono
arrivati. Forse temono che la pressione della polizia potrebbe portare ancora
più gente in piazza.
Ma ormai il tappo è saltato, e alla sera
l’accampamento è una città autogestita, completamente illegale, in cui si
aprono strade e piazze, sotto i gazebo e i teli di plastica, percorse da
migliaia di curiosi, militanti, inquiline, turisti. C’è cibo per tutti, gratis;
sono arrivate così tante donazioni che hanno dovuto chiedere di non portare più
niente. Un paio di ragazze, con le magliette verdi dello sciopero per la
scuola, si aprono un quadrato di spazio e montano una nuova tenda. Mi vedono
scrivere questo articolo al computer su una sedia lì accanto, e mi preparano la
loro tenda, con i cuscini e il tappetino, per farmi scrivere più comodo. Passa
una volontaria offrendo acqua. Una bandiera palestinese sventola
sopra la distesa di tende. Intorno, migliaia di persone continuano a gridare,
al megafono, in coro, in continuazione: Hace falta ya / una huelga una
huelga / hace falta ya, una huelga general! O ser
rentista / no es un trabajo! Oppure ¿Dónde está / el gobierno
progresista?
Dal canto suo, il governo progressista è
in seria difficoltà. Martedì dovrà votare sul decreto che avrebbe potuto
fermare lo sfratto di Maricarmen. Il consiglio dei ministri potrebbe
accettare o rifiutare la proposta del sindacato, che prevede di restaurare i
contratti indefiniti, aboliti nel 1998; di rendere obbligatoria un’alternativa
dignitosa prima di autorizzare uno sfratto; e, naturalmente, di congelare il
prezzo degli affitti. L’accampamento rimarrà sicuramente fino a martedì, e
anche a Barcellona – e sicuramente anche altrove – si sta organizzando
una protesta per martedì mattina, per aumentare la pressione sull’esecutivo di Sánchez.
Se si votasse, questo “decreto Maricarmen” rappresenterebbe la prima svolta
davvero radicale nelle politiche abitative in Europa, dopo quarant’anni
di liberalizzazione selvaggia degli affitti e della casa. Sarebbe un precedente
colossale, che toglierebbe ogni appoggio della classe rentista al
governo Sánchez, e possiamo solo immaginare la quantità di voti e finanziamenti
che garantisce questa lobby. Il governo voterà sicuramente un
provvedimento-truffa per salvare la faccia; ma si continuerà a lottare, e se si
arrivasse a uno sciopero generale ci potrebbe essere davvero una conseguenza,
soprattutto se al movimento per la casa si sommasse quello per la scuola, che
ha organizzato uno sciopero poco tempo fa, o le tante altre rivendicazioni
connesse, come quelle ambientali o climatiche. Anche a Madrid il caldo
quest’estate è stato apocalittico, e decine di migliaia di persone hanno visto
le loro case trasformarsi in forni, in serre, mentre continuavano a pagare
affitti insostenibili.
Qualunque cosa succeda, le conseguenze
saranno importanti. Ma anche le ripercussioni nel resto d’Europa potrebbero
essere grandi, a seconda di come ogni paese, ogni città, saprà reinterpretare
questo momento di mobilitazione, verso la fin del rentismo. Come
dice la European Action Coalition, la sfida adesso è internazionalizzare
la lotta inquilina. Siccome il capitale finanziario, i fondi immobiliari, le
agenzie immobiliari, sono internazionali, deve diventare internazionale anche
il lavoro che dobbiamo fare per liberarci del loro parassitismo. Saremo
all’altezza di questa sfida?
