lunedì 19 ottobre 2026

Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Fàula? - Omar Onnis

 

Antonio Gramsci credeva molto nel sapere come strumento di crescita personale e di emancipazione collettiva. Il suo celebre invito a istruirci, rivolto ovviamente prima di tutto alle persone giovani, ma non solo, risuona di tanto in tanto negli slogan delle manifestazioni studentesche. Insieme a un altro motto, tratto da un graffito murario (non so se reale o ricostruito), che recita: “fotti il sistema… studia!”.

In questi giorni di vivaci proteste studentesche in Francia, che sembra comincino a riverberarsi anche nell’anestetizzato spazio pubblico italiano (e sardo), è doveroso tornare a rifletterci su. Specialmente in un luogo come la Sardegna, margine coloniale di uno stato scalcinato ma arrogante come l’Italia.

Sono gli stessi giorni in cui il ministro della Difesa Crosetto ci informa che le esercitazioni militari nella nostra isola “sono necessarie”, dunque dobbiamo ingoiare il rospo e rendere questo servigio alla Patria. Ma sono anche gli stessi giorni in cui l’amministrazione regionale con a capo Alessandra Todde deve difendersi da diversi scricchiolii interni e dal montante scandalo detto giornalisticamente “poltronificio”, ossia la straripante pletora di consulenti esterni della Presidenza e dell’intera Giunta regionale, lautamente retribuiti, ma con risultati concreti a dir poco evanescenti. Ciò non ha impedito all’assessora alla cultura, Ilaria Portas, di celebrare un suo occasionale incontro con un noto conduttore televisivo italiano con tanto di selfie sui social.

Chiamo in causa l’assessora Portas proprio in quanto titolare della competenza regionale sulla scuola. Un comparto che nell’isola è da tempo sottoposto a uno stress sistematico, quanto a infrastrutture e a risultati negativi del corpo discente. Quest’ultimo, nelle rilevazioni a carattere statale, risulta da molti anni agli ultimi posti nelle classifiche di rendimento e ai primi in quelle di dispersione e abbandono.

La scuola sarda, in tutte le sue componenti, avrebbe moltissimi motivi per manifestare disagio e persino, direi, franca ribellione a un sistema che da decenni debilita scientemente l’istituzione scolastica pubblica, con conseguente lesione di un diritto pure formalmente garantito dalla costituzione “più bella del mondo”. Diritto che ha implicazioni evidenti nella qualità della vita delle persone e nell’esercizio di altri diritti civili.

In Sardegna questa deriva ha un peso ancora maggiore. L’invito gramsciano a istruirci trova un suo limite oggettivo nel fatto che la scuola sarda non è propriamente sarda, ma è una scuola del tutto dipendente dal Ministero competente a Roma. Una condizione di sudditanza e subalternità che ha risvolti sia nelle scelte concrete (vedi la drammatica questione del dimensionamento scolastico), sia nelle forme e nei contenuti dell’insegnamento impartito alle giovani generazioni sarde. 

Si dirà: è inevitabile, la competenza sull’istruzione è dello Stato. Be’, sì e no. Intanto esiste un margine statutario, pur nella nostra debolissima autonomia, che consentirebbe un intervento legislativo regionale in materia. Tale potestà è sempre stata elusa dalla nostra politica. Ma poi, come dimostrano altre realtà locali molto più forti dal punto di vista della negoziazione con lo Stato centrale, sarebbe anche possibile ridiscutere i termini dalla questione e pretendere competenze maggiori. 

La Sardegna non solo ha sue precise caratteristiche geografiche e orografiche che dovrebbero invitare a riconsiderare il problema infrastrutturale sotto un’ottica completamente diversa, situata, ma ha anche una sua storia e un suo patrimonio culturale e linguistico che suggerirebbero di rivedere l’intera organizzazione dell’insegnamento alla luce di questi dati oggettivi. 

Sotto il primo aspetto, la forza di interposizione della politica sarda, anche di quella paracadutata a Roma, è minima. In una recentissima audizione in Commissione parlamentare della sindaca di Fonni nonché presidente di ANCI Sardegna Daniela Falconi è stata segnalata l’ingiusta declassificazione di 102 comuni sardi, non più considerati “montani”, dunque disagiati, nell’ultima normativa statale in materia. Falconi ne dà conto su FB, rimarcando l’interesse dimostrato dalla rappresentanza sarda nel Parlamento italiano (bontà loro; evidentemente fin qui non si erano accorti di nulla), ma argomentando le richieste dei comuni sardi in modo fallace. Fa infatti appello all’insularità, connettendola con la marginalità. Ma l’insularità della Sardegna è un problema solo perché la Sardegna è un’isola italiana, ossia dipendente da uno Stato lontano di cui rappresenta una periferia buona solo come “area di sacrificio”. La marginalità dei comuni è tale solo perché le decisioni che li riguardano sono prese molto lontano dal territorio su cui ricadono, secondo criteri completamente estranei alla realtà geografica, sociale e demografica locale. 

Quanto al secondo aspetto, va detto che le forme e i contenuti della didattica in Sardegna sono a loro volta una sorta di fattore esterno che cala dall’alto sulle nostre comunità, contribuendo all’alienazione delle persone rispetto ai propri luoghi, alla propria storia, alle proprie forme di relazione, alla lingua, alla comprensione dei fatti sociali e politici. Basti pensare che non è mai stata fatta valere la condizione di minoranza linguistica, pure riconosciuta da una legge statale, nemmeno nelle vertenze sindacali riguardanti i posti di ruolo nell’isola e la costrizione al trasferimento oltre mare di molte docenti sarde. 

Purtroppo, nel corpo docente sardo manca una consapevolezza diffusa e maggioritaria su questi aspetti. Come in generale l’intero ceto medio istruito sardo, la sua componente impiegata nell’insegnamento è largamente segnata da un distacco patologico dal contesto culturale di appartenenza. Con poche eccezioni. Non per mala fede o cattive intenzioni. È semplicemente il portato di una carriera scolastica e universitaria che allontana progressivamente la formazione personale dalla propria realtà. 

La scuola italiana in Sardegna ha molti tratti di una scuola coloniale. Uno strumento di indottrinamento, più che un mezzo di crescita culturale, dunque di libertà. Basta provare a immergersi in una realtà scolastica locale, magari di una comunità in cui prevale ancora l’uso quotidiano e “normale” della lingua sarda (o di un’altra lingua di Sardegna): la sensazione di straniamento è forte. Quello che scriveva Cicitu Masala della sua generazione, ossia che da bambini vispi e intelligenti che erano la scuola li trasformava presto in individui tristi e instupiditi, non ha mai smesso di essere vero, pur con tutti i cambiamenti intercorsi in questi decenni. 

I risultati disastrosi del corpo studentesco sardo, alla fine del ciclo scolastico ordinario, non sono causati da carenze intellettive congenite e diffuse, ma da un insieme di fattori alienanti ed escludenti che alla politica italiana non interessa affatto risolvere e che la politica sarda non ha il coraggio, la consapevolezza e probabilmente nemmeno la voglia di affrontare.

È un bel paradosso che l’incitamento di un grande sardo come Nino Gramsci proprio nella sua terra suoni come una fàula, una bugia. Gli sarebbe dispiaciuto. Ma, da par suo, non si sarebbe limitato alla delusione. L’ottimismo della volontà, come diceva lui, andrebbe esercitato proprio in questi casi. Aspettarselo dall’attuale giunta regionale è illusorio, come lo sarebbe per qualsiasi altra compagine che emerga dall’oligarchia podataria che ha preso il potere nell’isola (e non intende mollarlo). Chissà se le giovani generazioni sarde, anche solo per spirito di emulazione, pur ridotte a una minoranza demografica, riusciranno a imporre il problema della scuola sarda a chi non se lo vuole porre. Sarebbe bello se la stessa compagine docente si schierasse una volta tanto in rottura con il potere costituito e spalleggiasse la gioventù in protesta. Non ho grandi aspettative in proposito (qui parla il pessimismo della ragione). Ma deve essere chiaro che la possibilità di salvare la Sardegna dal suo destino di colonia sottomessa, segnata dal crollo demografico e dall’impoverimento materiale, passa anche, e non in piccola misura, dalla scuola.

https://www.sindipendente.com/2026/10/08/istruitevi-perche-avremo-bisogno-di-tutta-la-nostra-intelligenza-faula/

domenica 18 ottobre 2026

Micro e nano plastiche, il nemico invisibile - Alessandra Sias


“Non bere mai acqua da una bottiglia di plastica che sia stata esposta a lungo al sole o si sia riscaldata in macchina”. Parla Dott. Domenico Scanu, Presidente dell’ISDE Sardegna

La plastica è un materiale sintetico entrato a far parte del nostro quotidiano in quanto  leggero, malleabile  durevole e a basso prezzo. Ma diventa un nemico  per gli ecosistemi e la nostra salute nel momento in cui si disperde  nell’ambiente, a seguito del suo deterioramento, sotto forma di invisibili  micro e nano plastiche. 

«Le microplastiche si dividono in primarie e secondarie. Le prime sono fabbricate appositamente per svolgere una funzione specifica e aggiunte volontariamente in comuni prodotti di consumo quali ad es. cosmetici (dentifrici, scrub etc.), paste abrasive, carta e derivati, packaging, fertilizzanti etc. Le secondarie sono frammenti derivanti dall’usura di frammenti più grandi soprattutto per l’esposizione ad agenti climatici e ambientali. Infatti, quando la plastica entra nell’ambiente è esposta a processi fisici (ades. foto-ossidazione, usura meccanica), chimici (idrolisi,ossidazione) e biologici (catalisi enzimatica) che la riducono in pezzi più piccoli, alterando le proprietà del materiale e formando micro e nano-plastiche».

La presenza di microplastiche, con ampiezza che varia 0,1 micron a 5mm,  fu sollevata per la prima volta nel 2004 dal biologo marino Richard Thompson dell’Università di Plimouth che pubblicò  sulla rivista Science il celebre lavoro Lost at Sea: where is all the plastic? Invece, l’esistenza sistemica delle nano plastiche, inferiori a 1 micrometro, è stata teorizzata  nel 2018 con lo studio di Current opinion: what is a nanoplastc di Julien Gigault.

«Gli studi che sono seguiti – spiega Dott. Scanu – hanno messo in luce il preoccupante problema delle micro e nano plastiche a livello globale. La diffusione della plastica in tutti gli ambienti è ampiamente dimostrata. Nell’ambiente acquatico rappresenta la frazione più grande, dannosa e persistente (85%) di tutti i rifiuti. Essa causa danni agli ecosistemi marini e ha effetti letali e sub-letali su tutti gli organismi acquatici, dai grandi mammiferi al plancton, mediante intrappolamento, fame, annegamento, lacerazione dei tessuti interni, soffocamento e ipossia, stress fisiologico ed esiti tossicologici. Nei suoli può alterare la struttura, l’idrologia, la stabilità e i cicli biogeochimici, compresa la produzione agroalimentare e il ciclo dei nutrienti».

Nell’atmosfera si possono trovare micro e nano plastiche (in particolare quelle da 50 m).La deposizione è elevata vicino a fonti urbane e industriali, ma la bassa densità rispetto alla polvere naturale ne facilita il trasporto a lungo raggio. È stato anche sottolineato il possibile ruolo delle microplastiche come vettori per la diffusione ambientale di ceppi batterici antibiotico-resistenti.

La stragrande maggioranza (circa il 70-80%) delle micro e nanoplastiche presenti nell’ambiente è di tipo secondario, ovvero deriva dalla frammentazione e dal lento degrado di rifiuti plastici più grandi (come bottiglie, sacchetti e imballaggi) a causa di agenti atmosferici, sole e onde. I prodotti per la cura personale come cosmetici, scrub ecc rappresentano circa il 2% del totale delle microplastiche.

Le microplastiche possono entrare nel corpo umano attraverso il consumo di alimenti, l’inalazione e l’assorbimento attraverso la pelle e accumularsi negli organi, inclusa la placenta. In generale la via alimentare (acqua, vegetali, sale, pesce, miele etc.) appare la via di esposizione più importante con possibili gravi conseguenze sulla salute.

«La principale via di assunzione – continua il medico – è quella orale. Uno studio dell’Università di Catania ha determinato la presenza di microplastiche in ortaggi (carote, patate, lattuga e broccoli) e frutta sia di filiera biologica sia industriale. Tra i vegetali più “inquinati” troviamo la frutta (mela, pera) in quanto il complesso reticolo vascolare immagazzina e concentra grandi quantità di microplastiche. Pur tuttavia, l’esposizione umana maggiore avviene mediante il consumo di acqua minerale imbottigliata in plastica PET». 

Per la prima volta, l’Università di Catania, ha stimato la reale EDI (assunzione giornaliera stimata) da consumo di acqua minerale imbottigliata in PET, sia effervescente che naturale, con dosi giornaliere di esposizione che arrivano rispettivamente a equivalenti 40,1 g/Kg/peso corporeo/giorno per gli adulti  e 87,8 g/Kg/peso corporeo/giorno per i bambini che sono dunque quelli più esposti. 

«Sono consigliabili – raccomanda il Presidente – quali strumenti di prevenzione all’esposizione, una dieta molto varia e il consumo di acque di rubinetto rispetto a quelle minerali. Mai bere l’acqua di una bottiglia di plastica che sia stata esposta a lungo al sole.  Altri vettori sono i frutti di mare e i sali da cucina».

«I potenziali effetti negativi di queste micro particelle – dice Dott. Scano –  riguardano molti organi, con effetto tossico per molti monomeri mentre alcuni sono cancerogeni certi come il cloruro divinile e l’1,3 butadiene, o cancerogeni possibili, come lo stirene.Nei polimeri vengono poi incorporate migliaia di sostanze chimiche (additivi) e molte di queste sostanze sono altamente tossiche, cancerogene, neurotossiche e interferenti endocrine come ftalati, bisfenoli, sostanze per- e poli-fluoroalchiliche (PFAS), ritardanti di fiamma bromurati e ritardanti di fiamma organofosfati».

«La ricerca scientifica e tossicologica evidenzia diverse aree di potenziale rischio per l’organismo come per esempio, uno studio pubblicato sul The New England Journal of Medicine ha rilevato la presenza di microplastiche all’interno delle placche aterosclerotiche delle arterie carotidi. I dati indicano che i pazienti con placche contaminate presentano un rischio più elevato di infarto, ictus o mortalità rispetto a chi non ne ha, probabilmente a causa di una maggiore instabilità della placca e di fenomeni infiammatori locali. Essendo l’ingestione una delle vie principali di ingresso, le microplastiche possono provocare un’irritazione fisica del tratto gastrointestinale. Gli studi evidenziano una correlazione con alterazioni del microbiota intestinale (disbiosi), un aumento della permeabilità epiteliale e potenziali legami con malattie infiammatorie croniche intestinali. A livello cellulare, l’accumulo di frammenti plastici attiva la produzione di citochine pro-infiammatorie e genera stress ossidativo, inducendo infiammazione cronica nei tessuti colpiti come fegato, reni e polmoni».

«Infine,- conclude il medico  – come ISDE lanciamo un forte allarme sulla protezione dei più piccoli: il periodo più critico è rappresentato dalla gravidanza e dai primi 1.000 giorni di vita del bambino. Le microplastiche sono in grado di superare le barriere biologiche e sono già state individuate nella placenta, nel liquido spermatico e persino nel latte materno. L’esposizione in utero o in età pediatrica può compromettere lo sviluppo degli organi genito-urinari. L’esposizione alle microplastiche è un rischio grave, crescente e sottovalutato per la salute umana e planetaria  e l’ISDE promuove  da anni campagne nazionali contro questo nemico invisibile».

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sabato 17 ottobre 2026

Ari: «Nuovi OGM, a rischio i distretti italiani delle sementi: Emilia-Romagna e Marche le regioni più penalizzate»

La decisione europea di deregolamentare i nuovi OGM, eliminando tracciabilità ed etichettatura, mette a rischio la conservazione delle sementi ed espone gli agricoltori ai ricatti delle multinazionali: è l’allarme lanciato dall’Associazione Rurale Italiana.


La decisione europea di deregolamentare i nuovi OGM, eliminando tracciabilità ed etichettatura, mette a rischio la conservazione delle sementi ed espone gli agricoltori ai ricatti delle multinazionali: è l’allarme lanciato dall’Associazione Rurale Italiana.

«Le nuove norme europee, che entreranno in vigore nel 2028, consentiranno di moltiplicare senza tracciabilità le piante cosiddette NGT (cioè ottenute con le nuove tecniche genomiche), che non saranno più distinguibili dal seme convenzionale e biologico di cui l'Italia è grande produttore» spiega Antonio Onorati del direttivo di Ari.
Nel nostro paese sono circa 275.000 gli ettari su cui si riproducono i semi, con un export che vale 559 milioni di euro (dati 2025) e circa 30.000 aziende agricole coinvolte. «Il rischio maggiore si concentra in Emilia-Romagna e Marche, ma riguarda anche Toscana, Puglia, Molise, Basilicata, Umbria e Abruzzo» spiega Onorati.
 
Emilia-Romagna
In questa regione si ha il 22% di tutta la moltiplicazione nazionale, in particolare nelle province di Ravenna, Ferrara, Bologna e Forlì-Cesena, con una preponderanza di colture come bietola, mais, erba medica e orticole.
 
Marche
È la prima regione per riproduzione di semi di erba medica (39%, oltre 15.000 ettari) e seconda per trifoglio alessandrino; seguono le orticole. Le provincie maggiormente interessate sono quelle di Pesaro e Urbino, Ancona e Macerata.
 
Toscana            
È la prima regione per la riproduzione di semi di trifoglio alessandrino e le provincie più a rischio sono quelle di Siena e Pisa.
 
Puglia e Molise            
Sono la seconda e quarta regione per sementi orticole e aromatiche (rispettivamente 10.300 e 4500 ettari); i semi di trifoglio rappresentano un mercato consistente nelle provincie di Foggia e Campobasso.
 
Basilicata, Umbria e Abruzzo
In queste regioni si ha soprattutto riproduzione di semi di erba medica e trifoglio alessandrino, nelle provincie di Matera, Potenza, Perugia, Teramo e Chieti.
 
Nelle regioni menzionate «si moltiplicano soprattutto specie a impollinazione incrociata  (erba medica, trifogli, bietola, mais, cipolla, cavoli, ravanello), che scambiano polline anche a grande distanza e quindi sono estremamente esposte al rischio di contaminazione da nuovi OGM – sottolinea Onorati - Per le NGT di categoria 1 il regolamento non prevede metodi di rilevamento né etichettatura su prodotti e raccolti; solo il sacco delle sementi porta la dicitura “cat. 1 NGT” al momento dell’acquisto, ma viene escluso l'obbligo di notifica preventiva all'esportazione, tipicamente previsto per gli OGM transgenici. Peraltro le nuove norme stabiliscono che la presenza accidentale nel biologico di questi semi modificati geneticamente “non costituisce una non conformità”; dunque, nemmeno per il biologico ci saranno più garanzie. E il danno commerciale resta tutto sulle spalle degli agricoltori».
 
Ci giochiamo l’export e il biologico
Il 38,5% dell'export extra-UE italiano di sementi «va a paesi che vietano o controllano gli OGM, come Turchia, Algeria, Marocco, Serbia, Cina e Iran – spiega ancora Onorati – Per esempio, l'Italia realizza da sola il 52% dell'export extra-UE di seme di erba medica, il primo cliente è la Turchia, che prevede tolleranza zero per OGM vecchi e nuovi. Quindi, con la contaminazione che arriverà, ci giocheremo una grande fetta di mercato delle esportazioni. Enorme poi il danno che si causa al biologico, per il quale la moltiplicazione dei semi è quadruplicata in dieci anni».
 
Le richieste di Ari alle Regioni
L’Associazione Rurale Italiana avanza una serie di richieste alle Regioni italiane affinché si contenga l’enorme rischio a cui l’agricoltura italiana è esposta:
- azioni per una moratoria nell’applicazione del Regolamento NGT;
- divieto di vendita di sementi NGT di categoria 1 nella regione;
- obbligo per le ditte esportatrici di notifica per l’export secondo il protocollo di Cartagena.

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venerdì 16 ottobre 2026

La scrittrice Sally Rooney costretta a ritirare i suoi libri dal Regno Unito per il suo sostegno a Palestine Action

 

I romanzi dell'autrice irlandese non saranno più disponibili nelle librerie britanniche, perché la casa editrice non potrebbe corrisponderle il compenso per la normativa contro il terrorismo

I libri della scrittrice irlandese pluripremiata Sally Rooney verranno ritirati dalla vendita nel Regno Unito. La scrittrice irlandese pluripremiata e tra le più celebrate a livello internazionale paga il suo supporto alla causa palestinese e in particolare a Palestine Action, un gruppo di protesta a sostegno che il governo britannico ha bollato e messo al bando come organizzazione terroristica.

La società editrice Faber ha spiegato che non sarà “in grado di trasferire i proventi derivanti dalle vendite nel Regno Unito” alla sua autrice più importante. In accordo con Rooney, la casa editrice ha deciso di cessare le vendite in tutti i formati nel Paese perché “vendere le opere di una scrittrice senza poterle corrispondere i guadagni è una situazione inaccettabile“. Mercoledì pomeriggio i volumi erano ancora disponibili in alcune librerie del centro di Londra. La catena Waterstones ha chiarito che le copie già presenti nei negozi potranno essere vendute fino a esaurimento delle scorte e molti librai hanno fatto rifornimento dei Rooney prima del divieto.

Rooney ha 35 anni e ha raggiunto una fama internazionale grazie a romanzi di enorme successo come Persone normali, Parlarne tra amici e Intermezzo. Un successo raro per una scrittrice della sua età. Da tempo è anche una nota sostenitrice della causa palestinese. “Ho fatto tutto il possibile per essere onesta con il pubblico riguardo alle mie convinzioni e intenzioni, e sono pienamente pronta ad accettarne le conseguenze” ha affermato. Nell’agosto 2025, in un intervento sull’Irish Times, Rooney aveva annunciato che avrebbe usato i proventi delle sue opere e la sua piattaforma pubblica per “continuare a sostenere Palestine Action“, nonostante il gruppo pro-pal fosse stato dichiarato fuorilegge dal governo laburista quando era premier Keir Starmer.

Per la normativa antiterrorismo britannica, chi fornisce denaro o altri beni sapendo o avendo ragionevoli motivi per sospettare, che possano essere utilizzati per finalità terroristiche viene punito, e la pena massima è di 14 anni di reclusione. Secondo i dati citati dal Guardian, nel Regno Unito più di 3.700 persone sono state arrestate dall’entrata in vigore del divieto. Circa 2.500 sono state incriminate e molti arresti riguardano persone che esponevano cartelli con la scritta “Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action”.

La direttrice esecutiva di Amnesty International UK, Kerry Moscogiuri, ha sottolineato che, indipendentemente dalle opinioni sul gruppo, è necessario interrogarsi sulle conseguenze di norme antiterrorismo che possono incidere sulla libertà artistica e sul diritto di esprimere dissenso politico pacifico, avvertendo che il caso potrebbe indurre altre persone a rinunciare a esprimersi pubblicamente per timore delle conseguenze economiche e professionali.

La controversia è destinata a essere esaminata dalla Corte suprema britannica il mese prossimo. Rooney non potrà ricevere alcun pagamento neanche per gli adattamenti televisivi dei suoi romanzi, trasmessi dalla Bbc prima del divieto. Per “Dove sei, mondo bello”, nel 2021, e “Intermezzo”, nel 2024, Rooney si era già rifiutata di vendere i diritti alle case editrici israeliane per boicottare le attività culturali del paese che rendeva la popolazione palestinese oppressa. La cofondatrice di Palestine Action, Huda Ammori, ha definito la decisione “un nuovo punto minimo nell’escalation dell’attacco alla libertà di espressione”. Secondo Ammori, la scrittrice ha mantenuto una posizione di principio nonostante i costi personali e professionali e non dovrebbe essere costretta a scegliere tra le proprie convinzioni e la possibilità di pubblicare i suoi libri.

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giovedì 15 ottobre 2026

Molise, in vendita il reparto di radioterapia: il privato fa affari d’oro e la sanità pubblica sparisce. Ai pazienti resta un’assistenza tra le peggiori d’Italia - Ferruccio Sansa


Il Responsible Research Hospital di Campobasso, alle prese con 72 milioni di debiti, vuole cedere un ramo d'azienda a un altro soggetto privato, separandone la gestione da quella dell’oncologia. A rischio la continuità delle cure. Intanto neurochirurgia e cardiochirurgia sono già in mano ai privati. E 31mila molisani rinunciano a curarsi


Il reparto di oncologia affidato a un privato. Quello di radioterapia a un altro. Insomma, la diagnosi e la cura divise. È l’ultimo capitolo della parabola della sanità in Molise: le classifiche dell’assistenza agli ultimi posti in Italia, reparti essenziali ormai completamente in mano ai privati, la politica che si intreccia con la sanità in un modo inestricabile. “Il Molise esiste davvero?”, chiedeva a mo’ di battuta anni fa un comico. Certo che esiste, è una regione stupenda, con una storia antica che risale ai sanniti e ai romani. Ma l’Italia spesso si dimentica di questa terra, di quello che vi succede. La vicenda del Responsible Research Hospital racchiude in sé tutto questo. Come racconta il consigliere regionale Massimo Romano (Costruire Democrazia): “Eravamo negli anni Novanta quando a Campobasso – in città già esiste lo storico e fatiscente Cardarelli – venne costruita una nuova struttura ospedaliera. Un progetto realizzato con soldi pubblici”. E non pochi, parliamo di circa cento miliardi di lire dell’epoca, l’equivalente di altrettanti milioni di euro di oggi. Doveva essere l’inizio di una rinascita. È stato esattamente il contrario. La struttura è affidata ai privati: venne chiamato Cattolica e Gemelli Molise. Con un nodo da sciogliere di fondo, come Romano domanda da tanti anni: la proprietà dell’immobile adesso di chi è? E, se fosse passata ai privati, che fine avrebbero fatto i denari pubblici utilizzati per realizzarla?

“È della Cattolica”, è la risposta dei gestori che si succedono. La gestione oggi è affidata al Responsible Research Hospital. E qui il filo un poco si perde, perché la società a sua volta fa capo al fondo svizzero Responsible Capital che ha visto alla sua guida il finanziere Stefano Petracca, quello che già era stato protagonista della travagliata parabola calcistica del Rimini. Ma restiamo al Molise. Il nuovo ospedale di Campobasso affidato alla Responsible aveva mosso i primi passi con grandi promesse: investimenti, ricerca e compagnia bella. Come stia andando è su siti e tv – Informamolise e al Tgr – che riportano anche le denunce di due consiglieri regionali M5S, Roberto Gravina e Angelo Primiani: la società che gestisce la struttura ha accumulato 72 milioni di debiti soprattutto per i fornitori e le attrezzature mediche. Ed ecco, appunto, l’ultima pagina di cui si discute in queste ore: il gruppo in mano al fondo svizzero ha lasciato trapelare la possibilità, per tappare le falle, di cedere un ramo d’azienda. La radioterapia, appunto. Parliamo di un’attività redditizia che in diverse città d’Italia – vedi Genova – è nel mirino dei privati che hanno lanciato l’abbordaggio al settore.

Da privato a privato, dirà qualcuno, poco dovrebbe cambiare. Romano, però, non è per niente convinto: “Così si divide in due la struttura. E si rischia di lasciare nel disagio persone che sono malate e hanno bisogno di serenità, oltre che di cure di prim’ordine. Dividendo proprio oncologia da radioterapia e affidandole a due gestori diversi, è a rischio la continuità clinica di una struttura punto di riferimento per tutti i pazienti del Molise e anche delle regioni vicine. Per non dire – aggiunge il consigliere – della situazione lavorativa dei 400 dipendenti”. Ma qui la questione si aggancia a un’altra: il monopolio del privato nella sanità molisana con interi settori essenziali dove il pubblico ormai è praticamente assente. “Non c’è soltanto la radioterapia, per cui ci si può rivolgere solo al privato, ma ci sono anche la neurochirurgia e la cardiochirurgia”, spiega Romano. La cardiochirurgia pubblica di fatto non è mai esistita in Molise. Intorno al Duemila nasce il reparto che viene, però, affidato immediatamente proprio alla Cattolica e quindi al Gemelli e infine a Responsible. Ancora più sorprendente la vicenda di neurochirurgia che invece esisteva all’ospedale Cardarelli di Campobasso. Ma nel 2017 il servizio passa – non senza polemiche – a Neuromed, colosso della sanità privata locale per decisione dell’allora presidente della Regione Paolo di Laura Frattura (un passato nel centrodestra, ma poi passato al centrosinistra).

E qui la vicenda della sanità molisana incrocia quella della politica locale. Fino quasi a diventare la stessa cosa. L’Istituto Neurologico Mediterraneo è infatti centro di eccellenza della sanità molisana e non solo. Si tratta, come dice il sito della società, “di un Irccs, cioè Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico. È un centro di rilevanza nazionale e di altissima specializzazione per patologie afferenti alla Neurochirurgia, Neurologia, Neuroriabilitazione e tutte le applicazioni relative alle Neuroscienze in cui sono utilizzabili la Neuroradiologia, l’Angiocardioneurologia e la Chirurgia Vascolare”. Dell’Istituto Neurologico Mediterraneo, tuttavia, non si è parlato soltanto per i suoi meriti scientifici, ma anche per la sua vicinanza con la politica. L’Irccs è stato ed è ancora controllato da Neuromed, che fa capo alla famiglia Patriciello, quella dell’europarlamentare Aldo. In Molise non c’è una persona che non lo conosca: un politico che nel suo lungo percorso ha cambiato, così dicono le cronache, quasi dieci bandiere. L’ultima, l’attuale, è quella della Lega Nord: l’inossidabile Aldo Patriciello è risultato secondo alle elezioni europee del 2024, proprio dietro al generale Roberto Vannacci. Ma è tornato ancora una volta a Bruxelles, dove siede da vent’anni in Parlamento, grazie alla rinuncia del generale al seggio ottenuto in questa circoscrizione. Ma è nel passato che Patriciello ha costruito la sua fortuna, dove politica, mattone, sanità, editoria vanno a braccetto. Aldo infatti negli anni Novanta è stato assessore di Michele Iorio, l’uomo che ha guidato il Molise per lustri. Iorio che fu scalzato infine proprio da Paolo di Laura Frattura. Una vera dinastia quella dei Patriciello con due cognati che hanno guidato il Consiglio regionale. E magari erano anche amministratori di Neuromed. Pubblico e privato nella stessa persona.

Intanto per 17 anni la sanità molisana è stata commissariata dal 2007, un record nazionale. Si registra un disavanzo sanitario di 160 milioni, mentre gli operatori privati fatturano circa 50 milioni oltre il limite previsto dalla Regione. I risultati della gestione sanitaria in Molise si vedono dai dati. La fondazione Gimbe in un suo studio ha segnalato un paradosso: nonostante il Molise con 2.319 euro per abitante sia al primo posto in Italia nel riparto del Fondo sanitario indistinto, il livello di assistenza è spesso agli ultimi posti in Italia. Questo avviene anche perché circa un terzo della spesa pubblica regionale viene assorbito dal privato convenzionato, svuotando le strutture pubbliche. Indicativi sono anche i numeri relativi ai Lea (Livelli essenziali di assistenza), dove la regione si pone al penultimo posto in Italia con 192 punti, davanti soltanto alla Calabria (189). Non basta. Il Molise vanta, si fa per dire, il più basso numero in Italia di medici dipendenti per persona: appena 1,35 ogni mille abitanti. Un fenomeno descritto dal dottor Massimo Peccianti, segretario Anaao Assomed Molise, in una recente intervista proprio al Fatto: “La carenza di personale è veramente estrema. L’Azienda sanitaria regionale del Molise bandisce concorsi in continuazione, ma vanno puntualmente deserti: se un bando è per dieci posti, si presentano in cinque e forse solo uno accetta l’assunzione. In passato sono arrivati medici cubani, alcuni dei quali sono ancora in servizio, e poi ci sono i ‘gettonisti’ che coprono i turni in Pediatria al Cardarelli di Campobasso e a Isernia”. Intanto i medici molisani attendono ancora parte della retribuzione del 2022.

Con un risultato drammatico: secondo le statistiche, in Molise circa 31mila persone – su 284mila abitanti, quindi il 10,9% – hanno ormai rinunciato a curarsi. L’ultimo episodio che testimonia lo sfascio è la storia del Ferdinando Veneziale di Isernia. Un ospedale che offre assistenza a un bacino di oltre 80mila abitanti, soprattutto provenienti dai piccoli paesi di montagna. Eppure su una pianta organica che richiedeva 13/14 medici strutturati al pronto soccorso, ne sono rimasti in servizio 4/5. Non solo: i reparti di emodinamica (essenziale per curare gli infarti) e il punto nascita rischiano da anni la chiusura. Così a dicembre del 2025 il sindaco Pietro Castrataro ha cominciato una lotta che è finita su tutti i giornali d’Italia: per 167 notti ha dormito in tenda davanti all’ospedale per difendere il presidio sanitario. A gennaio 7mila persone hanno sfilato per una fiaccolata. Ma non è bastato nemmeno questo. La sorte dell’ospedale di Isernia è ancora incerta, così come quella della radioterapia di Campobasso.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/11/sanita-pubblica-molise-radioterapia-oncologia-privati-notizie/8534482/

mercoledì 14 ottobre 2026

Il PIL mondiale cresce del 3%. Avvisate i poveri! - Gianluca Cicinelli


È sera. Una famiglia italiana è seduta a tavola. Padre, madre e due figli. La cena è quasi finita. La televisione è accesa, come ogni sera, sul telegiornale.

Il padre ha un lavoro precario. Quando lavora tutto il mese riesce a portare a casa mille euro. Ma non lavora tutti i mesi. La madre fa qualche ora di pulizie nelle case, qualche lavoretto saltuario. Quattrocento, cinquecento euro quando va bene.

Hanno imparato a fare i conti. Non quelli dell’economia nazionale, quelli di casa. La bolletta della luce, 250 euro ogni due mesi. Il gas, altri 120 euro al mese, quando non fa troppo freddo. La spesa al supermercato, la benzina per la macchina che comincia ad avere troppi anni, le scarpe dei ragazzi, la scuola, il dentista che si rimanda.

Non vanno in vacanza da tempo. Non perché non amino il mare, ma perché non possono permetterselo. In inverno tengono basso il riscaldamento. Al supermercato controllano il prezzo al chilo, non soltanto quello scritto in grande sull’etichetta.

Ma quella sera succede qualcosa di straordinario.

Il giornalista del telegiornale assume un’espressione soddisfatta. Alle sue spalle compare un grafico con una freccia che sale.

«Buone notizie per l’economia italiana. Il prodotto interno lordo è cresciuto del 3%. Superate le previsioni. L’economia nazionale mostra segnali di grande vitalità».

Il padre posa la forchetta.

«Avete sentito?».

La madre si gira verso la televisione.

«Tre per cento!».

Si guardano. Sorridono. Finalmente una buona notizia. Finalmente qualcosa che va bene.

Lui si alza, apre la credenza e prende una bottiglia di vino che conservano da mesi per un’occasione speciale. Non è un vino costoso, ma per loro è una festa.

«Questa bisogna festeggiarla! L’economia italiana è cresciuta del 3%!».

La madre è quasi commossa. I sacrifici, le rinunce, tutte quelle notizie sulle difficoltà del Paese. E adesso, finalmente, la crescita.

Chiamano i ragazzi.

«Venite qui! Avete sentito? L’Italia sta crescendo! Del tre per cento!».

I figli si guardano con una certa diffidenza. Conoscono i genitori, sanno che qualche volta si entusiasmano per cose che loro non capiscono. Ma vedendoli così felici cominciano a sorridere.

Il più grande fa una domanda.

«Allora quest’estate possiamo andare al mare?».

Il padre smette di versare il vino.

«Be’, veramente no. Quest’anno dobbiamo ancora stare attenti. La macchina ha bisogno di una riparazione e non sappiamo quanto lavoro ci sarà nei prossimi mesi».

Il più piccolo interviene.

«Però adesso possiamo tenere il riscaldamento acceso anche la sera?».

«No, amore. Il gas costa sempre tanto».

«E possiamo comprare la bicicletta nuova?».

«Non adesso».

«Ma almeno possiamo andare qualche volta in pizzeria?».

La madre abbassa gli occhi.

«Vedremo. Magari per un compleanno».

Cala il silenzio.

Il maggiore guarda la bottiglia aperta sul tavolo, poi il padre.

«Scusa, papà. Ma se non possiamo andare in vacanza, dobbiamo ancora risparmiare sulla luce, sul gas, sulla spesa, e tu non sai nemmeno se lavorerai il mese prossimo…».

Si ferma un momento.

«Ma allora che ce ne frega a noi che l’economia è cresciuta del 3%?»

Il padre non sa cosa rispondere.

La bottiglia resta aperta. In televisione stanno già parlando di un altro argomento.

E forse quella del ragazzo è la domanda economica più importante della serata.

Il 3% di chi?

Proviamo a ragionare senza essere economisti, senza conoscere le formule del prodotto interno lordo, senza sapere come funziona la Borsa. Proviamo a fare quello che ha fatto quel ragazzo: porre una domanda semplice.

Se l’economia è cresciuta del 3%, chi è diventato più ricco?

Perché qualcosa deve essere successo. Se un anno fa il Paese produceva beni e servizi per un valore di 100 e quest’anno, al netto dell’inflazione, ne produce per 103, vuol dire che l’attività economica è aumentata.

Quel 3% non è una bugia. Il PIL misura effettivamente il valore dei beni e dei servizi prodotti. Ma non misura come il reddito generato venga distribuito tra le persone. Lo riconosce anche l’OCSE, che distingue espressamente la crescita economica dal benessere della popolazione.

Immaginiamo che una parte importante di quella crescita sia arrivata dalle grandi imprese. Hanno prodotto di più, venduto di più, magari esportato più merci. Alcune hanno realizzato profitti superiori all’anno precedente.

Quei profitti possono essere reinvestiti, accantonati oppure distribuiti, in tutto o in parte, agli azionisti sotto forma di dividendi.

Chi possiede azioni di quelle società può ricevere un reddito aggiuntivo. Chi possiede un’impresa può vedere aumentare i propri guadagni. Chi ha investito il proprio patrimonio può beneficiare dei risultati economici.

Naturalmente, una crescita del PIL del 3% non significa automaticamente che profitti e dividendi aumentino della stessa percentuale: sono grandezze diverse. Ma è perfettamente possibile che una parte consistente dei benefici della crescita si concentri tra chi già dispone di redditi e patrimoni elevati.

Torniamo alla nostra famiglia.

Il padre non possiede azioni. La madre neppure. Non hanno investimenti finanziari, non possiedono quote di aziende. Non hanno risparmi da investire, perché spesso arrivano alla fine del mese senza essere riusciti a mettere da parte nulla.

Il loro reddito dipende esclusivamente dal lavoro, ed è un lavoro discontinuo e poco pagato.

Se aumentano i dividendi delle grandi società, a loro non arriva niente direttamente. Se crescono i profitti delle imprese, il loro stipendio non aumenta per questo. Se migliora il fatturato delle aziende che esportano, non necessariamente il padre ottiene un contratto stabile.

L’economia può crescere e la loro vita restare esattamente com’era.

Può persino peggiorare, se i prezzi dei beni indispensabili aumentano più dei loro redditi.

Facciamo i conti con la stessa precisione del PIL

Nei mesi favorevoli la famiglia dispone di 1.450 euro provenienti dal lavoro.

La luce costa mediamente 125 euro al mese. Il gas altri 120.

Restano 1.205 euro.

Da questa somma devono uscire l’eventuale affitto, il cibo per quattro persone, i trasporti, l’abbigliamento, le spese scolastiche e quelle sanitarie.

Naturalmente possono esserci anche l’Assegno unico e altri sostegni pubblici, qui non quantificati. Ma resta il problema di fondo: quando il lavoro è precario, il bilancio familiare è costretto ad adattarsi continuamente a entrate incerte.

Facciamo adesso un’ipotesi persino più favorevole di quella raccontata.

Immaginiamo che il 3% di crescita economica si trasformi, per un caso fortunato, in un aumento del 3% del loro reddito mensile da lavoro.

Quanto guadagnerebbero?

43 euro e 50 centesimi in più al mese.

Passerebbero da 1.450 a 1.493,50 euro.

Non sarebbe una cifra inutile. Per chi conta ogni euro, anche 43 euro possono fare la differenza. Ma difficilmente consentirebbero una vacanza a quattro persone o metterebbero la famiglia al riparo da un mese senza lavoro.

E soprattutto questa è soltanto un’ipotesi.

Nessuna legge economica stabilisce che, se il PIL aumenta del 3%, anche il reddito di ciascuna famiglia debba aumentare del 3%.

Il 3% annunciato dal telegiornale riguarda l’intera economia. Non contiene alcuna garanzia sullo stipendio di quell’uomo, sulle ore di lavoro di quella donna o sulle possibilità di vacanza dei loro figli.

La produzione cresce. Ma non cresce necessariamente la disponibilità economica di tutti.

Il Paese cresce, la povertà può restare

Non stiamo parlando di una contraddizione puramente teorica.

Secondo l’ISTAT, nel 2024 in Italia vivevano in povertà assoluta oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7 milioni di persone.

E secondo i dati sulle condizioni di vita riferiti al 2025, il 22,6% della popolazione italiana, circa 13,3 milioni di persone, era a rischio di povertà o esclusione sociale.

Tra le persone che vivono in coppie con due figli, questa percentuale raggiungeva il 20,6%, in aumento rispetto al 19,1% del 2024.

Sono indicatori differenti: essere a rischio di povertà o esclusione sociale non equivale necessariamente a vivere in povertà assoluta. Ma entrambi documentano quanto estesa sia la vulnerabilità economica.

Milioni di persone, dunque, vivono in un Paese nel quale vengono prodotti beni, realizzati investimenti, distribuiti utili e accumulati patrimoni, senza disporre delle risorse necessarie per una vita economicamente sicura.

Questo non significa che la crescita sia inutile.

Una maggiore produzione può creare occupazione. Le imprese possono investire in nuovi stabilimenti e assumere personale. Gli aumenti della produttività possono consentire salari migliori. Un’economia più grande può generare maggiori entrate fiscali con cui finanziare scuola, sanità, trasporti e protezione sociale.

Sono possibilità concrete e importanti.

Ma sono, appunto, possibilità.

Tra l’aumento della ricchezza prodotta e il miglioramento della vita delle famiglie esiste un passaggio decisivo: la distribuzione dei benefici della crescita.

Non è sufficiente sapere quanto si produce in più. Bisogna anche sapere chi ne trae vantaggio, attraverso quali meccanismi e in quali tempi.

Ed è questo il passaggio che spesso scompare dai titoli dei telegiornali.

La buona notizia per chi?

Se cresce il PIL, il giornalista annuncia che l’economia va bene.

Ma potremmo immaginare un modo diverso di raccontare la stessa notizia.

«L’economia italiana è cresciuta del 3%. Vediamo ora quanto di questa crescita si è trasformato in salari, quanti nuovi posti di lavoro stabili sono stati creati, come sono cambiati i redditi delle famiglie più povere e quanta parte della maggiore ricchezza prodotta è andata ai profitti delle imprese».

Sarebbe sempre informazione economica.

Anzi, sarebbe un’informazione più completa, perché consentirebbe di capire non soltanto quanto è cresciuto il Paese, ma anche come quella crescita ha cambiato, o non ha cambiato, le condizioni di vita dei suoi abitanti.

Non si tratterebbe di nascondere il dato del PIL o di negarne l’importanza.

Si tratterebbe di smettere di presentarlo, da solo, come una misura del benessere collettivo.

Del resto, questa esigenza è riconosciuta anche dalla ricerca economica internazionale. Le raccomandazioni della Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, richiamate dall’OCSE, invitano a considerare redditi, consumi e patrimoni delle famiglie, prestando particolare attenzione alla loro distribuzione, invece di utilizzare soltanto la produzione nazionale per valutare il benessere materiale.

Perché c’è una differenza enorme tra un Paese che diventa complessivamente più ricco e un Paese nel quale migliorano le condizioni di vita della maggioranza delle persone.

Le due cose possono coincidere, ma non sono sinonimi.

E certamente non sono sinonimi per chi continua a vivere con uno stipendio insufficiente.

E allora, a noi che ce ne frega?

Torniamo per un momento a quella cucina.

La televisione è ancora accesa. Il padre ha rimesso il tappo alla bottiglia. La madre sta sparecchiando. I ragazzi sono tornati alle loro cose.

Domani mattina lui si alzerà presto, sperando che lo chiamino per lavorare.

Lei andrà a pulire un appartamento in una zona della città dove le case costano quanto loro non riuscirebbero a guadagnare in molti anni.

I figli torneranno a scuola. Continueranno a chiedere una vacanza, una bicicletta, una serata in pizzeria. Continueranno a sentirsi rispondere che bisogna aspettare.

E intanto, da qualche parte, ci saranno aziende che hanno venduto di più, investitori che hanno incassato dividendi, persone che hanno visto crescere i propri redditi.

Non c’è niente di sbagliato, in sé, nel fatto che un’impresa prosperi o che un investimento produca un guadagno.

Il problema nasce quando il successo dell’economia viene raccontato come se fosse automaticamente il successo di tutti.

Quando una percentuale nazionale cancella le differenze tra chi può permettersi tutto e chi deve scegliere se cambiare le scarpe al figlio o riparare la macchina.

Quando la parola crescita viene pronunciata senza chiedersi chi stia effettivamente crescendo.

Forse quel ragazzo, senza aver mai studiato economia, ha posto una domanda che meriterebbe di accompagnare ogni notizia sul prodotto interno lordo.

«Va bene, l’economia è cresciuta del 3%. Ma noi siamo diventati meno poveri?»

Se la risposta è no, il 3% resta un dato economico importante. Può rappresentare opportunità, investimenti e nuove risorse.

Ma non è ancora una buona notizia per quella famiglia.

E forse il compito del giornalismo dovrebbe essere proprio questo: raccontare non soltanto quanto cresce la ricchezza di un Paese, ma quante persone continuano a esserne escluse, anche quando il Paese cresce.

Perché un’economia che cresce non è necessariamente un’economia nella quale tutti vivono meglio.

E la differenza, per milioni di famiglie, non è una questione di statistiche.

È la differenza tra poter andare in vacanza con i propri figli, potersi addormentare sapendo che domani si può vivere senza affanni e senza dover spiegare, ancora una volta, perché quest’anno non sarà possibile godersi qualche momento di pace.

In ogni caso, per completezza d’informazione, l’economia italiana non crescerà del 3% il prossimo anno, a differenza di quella mondiale. Propio oggi Fmi fa sapere che il Pil italiano, forse, toccherà lo 0,8% in più. La crescita economica nell’area dell’euro rallenterà all’1,1% quest’anno, per poi registrare una lieve accelerazione nel 2027. Escludendo sempre la nostra famiglia ottimista.

da qui

martedì 13 ottobre 2026

Strada sempre più spianata ai cementifici che diventano inceneritori di rifiuti. La denuncia: “Danno al riciclo e falle nei controlli sui rischi” - Luisiana Gaita

 

Il dossier nel quale Isde-Medici per l'Ambiente e comitati locali segnalano le distorsioni del fenomeno è stato trasmesso alla Commissione parlamentare di inchiesta. Tre i casi analizzati: Galatina (Lecce), Gubbio (Perugia) e Monselice (Padova).

 

Da cementifici a inceneritori di rifiuti, con iter autorizzativi sempre più semplificati che, però, creano distorsioni riguardo a trasparenza, controlli, valutazioni di impatto ambientale e mercato del riciclo. Negli ultimi anni, i produttori del cemento stanno sostituendo materie prime e combustibili fossili, come carbone e pet-coke, con rifiuti ad alto potere calorifico (per esempio in plastica) o altri materiali derivati da rifiuti industriali. E si sono trasformati in grandi impianti di co-incenerimento, con i favori di una legislazione che tende a semplificare sempre più gli iter autorizzativi. Lo fa anche il decreto legge Ambiente-bis, approvato dal Consiglio dei Ministri il 2 ottobre scorso. Uno dei risultati? Per quanto riguarda la plastica già venduta a pochi spiccioli, si rende ancora più conveniente bruciare quella proveniente dalla differenziata, piuttosto che riciclarla. Il nuovo decreto introduce altre semplificazioni per l’utilizzo del Css (Combustibile solido secondario) nei cementifici e riprova, stavolta con un decreto legge, a definire queste attività come opere di “pubblica utilità, indifferibili e urgenti”. La chiamano economia circolare, ma alcuni dei territori dove questi impianti operano non ci stanno. Isde (Medici per l’Ambiente) Italia, Comitato popolare ‘Lasciateci respirare?’, ‘E Noi?’ – Comitato di cittadini, No Css Gubbio e Coordinamento civico Ambiente e Salute hanno curato un report dal titolo ‘Dossier sull’impiego di rifiuti e materiali derivati nella produzione del cemento: criticità ambientali, regolamentari e sanitarie’. Tre i casi analizzati: quello di Galatina (Lecce), di Gubbio (Perugia) e di Monselice (Padova). Da quanto appreso da ilfattoquotidiano.it, in attesa che il decreto – dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – passi in Parlamento per la conversione in legge, il presidente della Provincia di Lecce, Fabio Tarantino e i comuni di Melpignano e Monselice hanno già trasmesso il dossier alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

Dal decreto Clini all’ultima mossa del Governo Meloni

La storia di questi territori è legata a una serie di decreti. Tredici anni fa, l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini sdoganò l’utilizzo dei combustibili da rifiuti nei cementifici per sostituire i combustibili fossili tradizionali. Nel 2021, con il Decreto semplificazioni, l’ex ministro Roberto Cingolani ha introdotto la disciplina del silenzio-assenso, permettendo – in assenza di un intervento delle autorità locali – il co-incenerimento senza la Valutazione di impatto Ambientale. Nel 2025, ancora un Ddl sulle semplificazioni ha inserito diverse agevolazioni per l’utilizzo del Css nei cementifici, facilitando il trasporto via mare di rifiuti e consentendo trasferimento e utilizzo in Italia di rifiuti che prima venivano esportati nel Nord Africa, in Asia o nei Balcani. Il nuovo decreto punta a snellire ancora di più l’iter burocratico. Il testo specifica le condizioni affinché l’impiego di Css non costituisca una modifica sostanziale dell’Autorizzazione integrata ambientale, estendendo fino al 31 dicembre 2030 la disciplina speciale relativa ai limiti di emissione per i cementifici che lo utilizzano per il recupero energetico.

I danni all’industria del riciclo

La strada spianata a un settore, sta diventando un problema enorme per un altro, quello del riciclo. La plastica vergine sul mercato in quantità abnormi e a prezzi crollati, costa già meno di quella riciclata. Per questo, una grande quantità di rifiuti in plastica finisce proprio nei cementifici per essere bruciata invece di diventare un nuovo prodotto. I produttori di cemento abbattono così i costi per il combustibile e spesso vengono pagati per ricevere questi rifiuti, ma il circolo vizioso finisce con il rendere ancora più conveniente il co-incenerimento rispetto al riciclo. “Invece di mettere in atto misure per risolvere questa contraddizione, il governo sceglie deliberatamente di favorire i cementifici” spiegano i comitati. A denunciare i rischi, dopo il decreto del 2025, anche Claudia Salvestrini, direttrice del Consorzio nazionale per il riciclaggio dei rifiuti di beni in polietilene: “Non escludo che la liberalizzazione del CSS-combustibile possa ripercuotersi negativamente sulla filiera del riciclo”. E ancora: “Inviare gli scarti ai cementifici non è la strada giusta se si vuole puntare sull’economia circolare”.

I dubbi sulla riduzione delle emissioni e i rischi nel contesto dell’Ets

Il riciclo sacrificato sull’altare della decarbonizzazione nella produzione del clinker? Non sembra affatto. “Non sono disponibili studi di enti indipendenti, basati su dati effettivi e non teorici, che dimostrino l’effettiva sostanziale riduzione delle emissioni di Co2 attribuibile all’introduzione del Css nei cementifici” si spiega nel dossier. Il suo impiego permette di rimpiazzare una quota di combustibili fossili tradizionali, ma alcuni studi mostrano “un abbassamento del rendimento energetico e un aumento dell’energia termica specifica necessaria a produrre una tonnellata di clinker, dei flussi di massa dei fumi a parità di clinker prodotto e del ciclo complessivo di Co2 (dovuta alla maggiore plastica prodotta da materia prima, dato che il riciclo è poco conveniente)”. Una parte significativa del Css deriva, poi, proprio da plastiche e derivati del petrolio. Come si traduce tutto questo nel contesto dell’Emission Trading System (Ets) europeo? “L’introduzione dei rifiuti o di materiale prodotto da rifiuto consente alle aziende di compensare parzialmente l’acquisto delle quote Ets – spiega il dossier – senza che ciò implichi necessariamente una diminuzione significativa delle emissioni per unità di clinker prodotta”.

Le esenzioni dagli obblighi di registrazione

I cementifici, inoltre, non devono registrare cemento e clinker ai fini del regolamento europeo Reach. Vanno registrate solo le singole sostanze, ma il cemento è una miscela e la sostanza base (il clinker) gode di una specifica esenzione, se non modificata chimicamente durante o dopo la produzione. “L’affermazione che clinker e cemento derivante da processi che utilizzano grandi quantità di rifiuto o di materiali provenienti da rifiuti ‘non modifichi chimicamente’ il prodotto immesso sul mercato appare del tutto irrealistica” spiegano i comitati. Nell’analisi tecnica redatta dall’ingegnere Antonio De Giorgi, allegata al dossier, si parla del rischio che rifiuti dichiarati ufficialmente ‘non pericolosi’ si rivelino in realtà “nella carenza delle procedure di tracciabilità, di analisi e di controllo, come ‘pericolosi’ e impiegati nel cemento”. Emblematica l’inchiesta della Procura di Venezia sul cemento impiegato nell’Autostrada A31 Valdastico Sud e altre strade di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Indagine che ha rivelato “come metalli pesanti come fluoruro, bario, piombo, arsenico, mercurio, diossine e altre sostanze altamente cancerogene come il cromo esavalente siano state impiegate nel cemento”.

Le lacune istruttorie: il caso di Galatina

Un altro problema riguarda il Piano regionale di gestione dei rifiuti che deve essere definito e approvato dalle Regioni, stabilendo quali impianti e attività rientrino nella programmazione. Un esempio è quello del cementificio Colacem di Galatina (nella foto) che, come raccontato da ilfattoquotidiano.it (Leggi l’inchiesta), è da tempo al centro della battaglia di associazioni e comitati locali. Nel suo parere tecnico, De Giorgi contesta l’impostazione secondo cui il Piano regionale di gestione dei rifiuti speciali non troverebbe applicazione al cementificio perché l’attività di recupero dei rifiuti sarebbe marginale. “Il quantitativo complessivo autorizzato di rifiuti da trattare, ossia 408.800 tonnellate all’anno, non può essere definito ‘marginale’” spiega De Giorgi. E sottolinea come, nell’ambito dell’Aia, non risultino resi pubblici i risultati delle analisi chimiche dei lotti di produzione del clinker e del cemento ottenuti con l’impiego dei rifiuti autorizzati, né risulti disponibile un quadro sistematico delle analisi effettuate sui materiali introdotti nel ciclo produttivo.

L’effetto dell’utilizzo di Css sugli impatti ambientali e sanitari

Nel frattempo, però, nell’ambito della Valutazione dell’impatto sanitario necessaria al rinnovo dell’Aia, Arpa e Asl sostengono che, nello scenario di emissioni autorizzate (quindi potenziali), c’è un rischio cancerogeno superiore alla soglia di accettabilità, per arsenico e cromo esavalente (Leggi l’approfondimento). Questo aspetto, legato all’introduzione del Css nei cementifici, è affrontato del contributo di Agostino Di Ciaula, presidente del Comitato scientifico di Isde Italia, allegato al dossier. “L’impiego nei cementifici di combustibile derivato da rifiuti, come il Css, in sostituzione di percentuali variabili di combustibili fossili – spiega Di Ciaula – causa produzione ed emissione di metalli pesanti in misura significativamente superiore a quella rilevabile in seguito all’utilizzo degli stessi combustibili alternativi in impianti progettati per questo scopo (gli inceneritori ‘classici’)”. Non solo: “E anche, negli stessi cementifici, in misura maggiore rispetto al solo utilizzo di combustibili fossili”. Ma la dissonanza tra la carenza di valutazioni ambientali e il rischio ambientale e sanitario è al centro anche della storia di Monselice, dove oggi è rimasto attivo un solo cementificio, lo stabilimento di Buzzi Unicem, mentre lo storico impianto dell’Italcementi è chiuso da anni ed è attualmente in fase di demolizione. Qui i comitati contestano, tra le altre cose, l’assenza nell’Autorizzazione integrata ambientale, la mancata attuazione del Piano ambientale del Parco Regionale dei Colli Euganei, ma anche “la presenza di elevati livelli di contaminazione rilevati nelle matrici ambientali vicine l’impianto”.

Le assenze di valutazione ambientale e il caso di Gubbio

La città di Gubbio, invece, convive con la presenza di due cementifici (Barbetti e Colacem Ghigiano) costruiti più di mezzo secolo fa e oggi autorizzati anche al co-incenerimento del Css, senza mai essere stati sottoposti a nuova Via. Per produrre il clinker, il cementificio Barbetti è stato autorizzato a introdurre diversi rifiuti industriali, come fanghi di depurazione, scorie e ceneri da forni e da fonderie. Inoltre, è possibile addizionare alla marna, l’End of Waste (il matrix) derivato dal trattamento delle scorie di incenerimento dei rifiuti urbani. “Materiali che possono presentare rischi di contaminazione da sostanze potenzialmente tossiche, tra cui microinquinanti organici e Pfas” denunciano i comitati. Nell’istruttoria relativa all’Aia che ha portato all’autorizzazione, non vi è alcun riferimento a questi rischi. Secondo i comitati i cementifici sono stati autorizzati “a bruciare rifiuti via via più tossici e meno controllati. Ad ogni passo le autorità locali, sindaco, amministrazioni regionali, Asp Umbria hanno richiesto una revisione delle autorizzazioni e, contestualmente, a Roma venivano emanati decreti di “semplificazione”, anche sulle autorizzazioni per il trasporto via mare di rifiuti. “A Gubbio sono autorizzati a bruciare fino a 100mila tonnellate di rifiuti ogni anno – denunciano i comitati – per un totale di 3500 tir, 16 per ogni giorno feriale”. E Arpa Umbria non può verificare cosa contengono i camion di rifiuti che entrano nei cementifici. Non ha competenza. Ciliegina sulla torta è stata, ad aprile, la Legge 50: le industrie insalubri di prima e seconda classe che già posseggono Aia, Autorizzazione unica ambientale o autorizzazioni ambientali per emissioni e scarichi, non sono più classificate come tali. “Sono stati così estromessi dalla procedura di valutazione dei rischi ambientali e sanitari di origine industriale i sindaci” che pure sono responsabili della tutela della salute dei cittadini. Amministrazioni locali e comitati civici hanno via via presentato ricorsi contro le ‘semplificazioni’, ma il Tar Umbria li ha rigettati. I comitati si sono appellati al Consiglio di Stato.

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