(da Osservatorio Repressione)
Il 51enne
era stato fermato mentre la polizia cercava una fatbike rubata, ma non era
quella su cui viaggiava. Nei video chiede aiuto e dice agli agenti di essere
diabetico mentre viene immobilizzato a terra. La famiglia denuncia i
poliziotti, aperta un’inchiesta indipendente. Dopo la fiaccolata, scontri
davanti al commissariato di Zuidplein
Una
bicicletta che non era quella ricercata, un controllo di polizia,
l’impossibilità di mostrare un documento. Poi la fuga, secondo la versione
fornita dalla procura, l’inseguimento, l’immobilizzazione a terra e le
richieste di aiuto. Pochi minuti dopo Alfredo José Goeloe, 51 anni, è
morto. È accaduto sabato 12 settembre a Rotterdam-Zuid e da allora una domanda
attraversa la città: che cosa è successo durante quell’arresto?
Goeloe si
trovava sulla Vaarnerkamp quando è stato fermato dagli agenti. La polizia era
intervenuta nella zona dopo la segnalazione del furto di una fatbike. Il
particolare decisivo è emerso successivamente ed è stato confermato dalla
stessa polizia: la bicicletta sulla quale viaggiava Alfredo non era quella che
gli agenti stavano cercando. La famiglia sostiene che fosse la fatbike della
compagna Charnelle Babel, incinta di sette mesi, e che Alfredo fosse uscito dalla
festa organizzata per l’arrivo del loro bambino per andare a prendere i farmaci
di cui aveva bisogno. Secondo Controle Alt Delete, l’organizzazione che assiste
i familiari, Goeloe soffriva di diabete.
La
ricostruzione fornita dal pubblico ministero sostiene che Alfredo non fosse in
grado di mostrare un documento d’identità. Quando uno degli agenti avrebbe
cercato di procedere a una perquisizione finalizzata alla sua identificazione,
Goeloe sarebbe fuggito. Raggiunto dai poliziotti, sarebbe stato quindi arrestato
e avrebbe opposto resistenza. Poco dopo, secondo la versione ufficiale, si
sarebbe sentito male. Gli agenti hanno tentato di rianimarlo, senza riuscire a
salvarlo.
Ma esistono
delle immagini, e sono quelle immagini ad aver trasformato la morte di Alfredo
in un caso nazionale. NOS ha verificato un filmato di circa 45 secondi girato
durante l’arresto. Si vedono diversi agenti immobilizzare Goeloe a terra mentre
l’uomo cerca di divincolarsi e ripetutamente chiede aiuto. Lo si sente dire
anche di avere il diabete. Il filmato si interrompe prima del momento in cui
perde conoscenza e non permette quindi di ricostruire l’intera sequenza né di
stabilire la causa della morte. Ma documenta una parte essenziale dell’arresto
e le richieste di aiuto dell’uomo mentre viene trattenuto dagli agenti.
Una
testimone, Sylvana Elbers, ha raccontato a NOS di avere assistito alla scena
dal proprio balcone. Ricorda di avere sentito Alfredo chiedere aiuto
ripetutamente e sostiene che, in un determinato momento, fossero numerosi gli
agenti impegnati nell’immobilizzazione. Sono testimonianze che dovranno essere
confrontate con i filmati, gli esami medico-legali e le dichiarazioni degli
agenti, ma spiegano perché nel quartiere la versione iniziale di un uomo
semplicemente “sentitosi male” durante un arresto abbia provocato incredulità e
rabbia.
La
Rijksrecherche, il servizio investigativo olandese incaricato anche delle
indagini sui casi più gravi che coinvolgono funzionari pubblici e forze
dell’ordine, ha aperto un’inchiesta sotto la direzione del pubblico ministero.
L’accertamento dovrà stabilire non soltanto la causa medica della morte, ma
anche se le modalità e la forza impiegate dagli agenti per immobilizzare Goeloe
siano state proporzionate e abbiano avuto un ruolo nel decesso. Allo stato
attuale delle indagini non esiste ancora una conclusione giudiziaria su questi
punti.
La famiglia,
però, non intende aspettare passivamente. L’avvocato Gerald Roethof ha
annunciato durante la trasmissione televisiva Pauw en De Wit che la
figlia maggiore di Alfredo presenterà una denuncia contro gli agenti coinvolti.
Il legale ha indicato diverse possibili ipotesi che, a suo giudizio, devono
essere verificate dagli investigatori, tra cui omicidio, lesioni con
conseguenze mortali o morte provocata da condotta imprudente. Non si tratta
naturalmente di accuse già accertate, ma delle qualificazioni giuridiche che la
difesa della famiglia chiede siano prese in considerazione nell’indagine.
Dalla fiaccolata alla rabbia davanti al commissariato
Lunedì sera
circa duecento persone si sono ritrovate a Slingeplein, a Rotterdam-Zuid, per
ricordare Alfredo. In testa alla fiaccolata c’erano i suoi familiari. Charnelle
Babel, incinta di sette mesi, portava un cartello contro la violenza della
polizia. A NOS ha raccontato la propria rabbia e la perdita di fiducia nella
polizia: il bambino che aspetta nascerà senza suo padre. La marcia ha
attraversato il quartiere, è passata dal luogo dove Alfredo è morto e ha quindi
raggiunto il commissariato di Zuidplein.
La manifestazione
fino a quel momento era rimasta sostanzialmente pacifica. Davanti alla stazione
di polizia, però, la tensione è salita. Sono comparsi graffiti sulla facciata,
sono stati lanciati oggetti e fuochi d’artificio e acceso un piccolo fuoco. La
Mobiele Eenheid, il reparto antisommossa olandese, è uscita dal commissariato
schierandosi davanti ai manifestanti ed è stata a sua volta bersagliata da
oggetti. Gli agenti hanno quindi effettuato cariche per liberare la strada. Una
persona è stata arrestata.
È importante
una precisazione che diverse cronache iniziali hanno trascurato. La famiglia
aveva chiesto esplicitamente che la commemorazione rimanesse pacifica e,
secondo la stessa polizia, non è stato immediatamente possibile stabilire se
tutte le persone coinvolte negli incidenti avessero partecipato alla
fiaccolata. La maggior parte dei manifestanti e i familiari si erano già
allontanati quando è avvenuta la fase più dura degli scontri.
La rabbia,
tuttavia, non nasce nel vuoto. Nasce davanti alle immagini di un uomo
immobilizzato a terra che chiede aiuto e segnala agli agenti la propria
condizione medica; nasce dalla scoperta che la bicicletta sulla quale viaggiava
non era quella che la polizia stava cercando; nasce soprattutto dalla distanza
ancora enorme tra la formulazione burocratica di una persona che “si è sentita
male” durante l’arresto e ciò che una parte della scena documentata mostra
effettivamente.
Le morti durante gli interventi di polizia
Il caso
Goeloe riapre nei Paesi Bassi una questione che precede di molto la notte di
Rotterdam. Controle Alt Delete, organizzazione impegnata contro la profilazione
etnica e l’uso sproporzionato della forza, monitora da anni le morti avvenute
durante o dopo interventi della polizia. Secondo i dati dell’organizzazione
riportati da NOS, mediamente circa sette persone all’anno muoiono dopo episodi
nei quali gli agenti hanno utilizzato la forza. Alcune vengono uccise da colpi
d’arma da fuoco, altre muoiono durante un arresto o poco dopo essere state
condotte in custodia. Secondo Controle Alt Delete, Alfredo sarebbe il secondo
caso mortale del 2026 collegato all’uso della forza da parte della polizia.
La memoria
olandese conserva soprattutto il nome di Mitch Henriquez. Il 42enne originario
di Aruba morì nel giugno 2015 dopo essere stato violentemente arrestato dalla
polizia durante un festival all’Aia. La sua morte provocò giorni di proteste
nella Schilderswijk e una mobilitazione più ampia contro il razzismo e la
violenza delle forze dell’ordine. Uno degli agenti coinvolti nell’arresto venne
successivamente condannato a sei mesi di carcere con pena sospesa.
Non
significa che i due casi siano identici, né che quanto stabilito
giudiziariamente per Henriquez possa essere trasferito automaticamente alla
morte di Alfredo. Significa però che la reazione di Rotterdam ha una storia
alle spalle. Ogni morte durante un fermo pone la stessa questione fondamentale:
quali sono i limiti della forza che lo Stato può utilizzare contro una persona
che si trova già sotto il controllo dei suoi agenti, e quali meccanismi
garantiscono che, quando quei limiti vengono eventualmente oltrepassati,
l’accertamento delle responsabilità sia realmente indipendente?
La sindaca
di Rotterdam, Carola Schouten, ha dichiarato di essere profondamente colpita dalla
morte e di comprendere le numerose domande sorte sulla dinamica dell’arresto.
Ha definito fondamentale che venga condotta un’indagine accurata e
indipendente. In una comunicazione al consiglio comunale ha inoltre confermato
che nell’inchiesta saranno presi in esame anche i video circolati
pubblicamente.
È
esattamente da quelle immagini che bisogna partire, senza trasformarle in ciò
che ancora non possono dimostrare ma neppure ridimensionando ciò che mostrano.
Alfredo Goeloe era stato fermato nell’ambito della ricerca di una bicicletta
rubata che, come la polizia ha successivamente ammesso, non era quella sulla
quale viaggiava. Era senza documento. È stato inseguito e immobilizzato.
Durante l’arresto ha chiesto aiuto e ha detto agli agenti di avere il diabete.
Poco dopo era morto.
Saranno
l’autopsia e l’indagine della Rijksrecherche a dover stabilire perché sia morto
e quale ruolo abbiano avuto le modalità dell’arresto. Ma la domanda che lunedì
sera centinaia di persone hanno portato nelle strade di Rotterdam non ha
bisogno di anticipare una sentenza per essere legittima: come è possibile che
un uomo fermato per un controllo dal quale sarebbe dovuto uscire vivo non sia
più tornato dalla propria famiglia?
È la stessa
domanda che Charnelle Babel dovrà portare con sé mentre aspetta la nascita del
loro bambino. Ed è una domanda alla quale non può bastare la formula “si è
sentito male durante l’arresto”. Servono fatti, responsabilità accertate e una
ricostruzione completa di quei minuti. È questo, prima ancora delle immagini
degli scontri davanti al commissariato di Zuidplein, ciò che Rotterdam sta
chiedendo.