venerdì 10 aprile 2026

Moby Prince, mistero lungo 35 anni. Le rivelazioni dell’ufficiale della Capitaneria: “Il comandante? Quando c’erano le emergenze usciva in mare e lasciava da soli i sottoposti in sala operativa” - Francesco Sanna

 


Ha atteso trentacinque anni prima di parlare liberamente Lorenzo Checcacci. All’epoca della strage del Moby Prince – nel 1991 – era ufficiale di ispezione della Capitaneria di Porto di Livorno, l’ente preposto al soccorso pubblico in mare, e fu imputato nell’unico processo celebrato a Livorno tra il 1995 e il 1997, finendo assolto perché “il fatto non sussiste” grazie al teorema della “morte breve” di tutte le 140 vittime, smentito poi nel 2018 dalla prima inchiesta parlamentare. Checcacci, oggi pensionato settantasettenne, è stato audito alcuni giorni fa nella nuova commissione parlamentare (la terza) impegnata a concludere la ricostruzione di quella che è passata alla storia come la più grande tragedia della marina mercantile italiana dal Dopoguerra. L’ex ufficiale ai parlamentari ha fornito due particolari inediti su quanto accaduto in Capitaneria durante le ore drammatiche della notte tra il 10 e l’11 aprile 1991, quando il traghetto della Navarma – appena partito dal porto di Livorno – centro la cisterna di una petroliera Agip all’ancora in rada. “C’è da aggiungere qualcosa che non ho detto quando fui sentito dalla Commissione d’inchiesta del Senato – ha esordito Lorenzo Checcacci, con la voce rotta dall’emozione -. Fino a quando la Perizia Bargagna (la consulenza medico legale architrave del teorema della morte di tutte le vittime in un breve tempo da qui l’inutilità di ogni operazione di soccorso, ndr) valeva ancora, quanto voglio dire non aveva valore. Adesso però è diverso. Voglio un minimo di giustizia per le vittime, per i familiari, per Loris Rispoli”. Il riferimento è allo storico presidente dell’Associazione 140 familiari delle vittime, scomparso il 22 novembre 2025 dopo una lunga malattia.

Per comprendere le due rivelazioni è necessario tornare alla sera del disastro e alla catena di comando della Capitaneria in caso di emergenza in mare indicata dalle normative dell’epoca. Checcacci, quale ufficiale di ispezione, aveva un ruolo secondario in questa catena e non era formato per gestire emergenze, come quella (peraltro smisurata) del Moby Prince. Dall’ascolto del canale di soccorso radio di quella notte, è però sua la voce principale che parla in nome e per conto della Capitaneria di Porto nelle ore cruciali del mancato soccorso. Il motivo lo ha spiegato alla Commissione d’inchiesta dopo 35 anni: “Il capo sezione operativa era Roberto Canacci. E’ reperibile h24 perché in caso di emergenza deve intervenire e guidare la centrale operativa – ha spiegato Checcacci – dopo aver allertato i vigili del fuoco, i rimorchiatori e il comandante in seconda, lo chiamo a casa […]. Alle 22.45 (venti minuti dopo il may day del Moby Prince, ndr) arriva, si affaccia: ‘Io sono qui, vado in ufficio a fare delle telefonate’. E io lì ho sbagliato. Avrei dovuto minacciarlo di denuncia all’autorità militare per violata consegna: ‘Tu stai qua o ti denuncio’, sei il capo della centrale operativa, le telefonate le puoi fare da qui. Ma ero talmente agitato che non gli ho risposto. Lui si è allontanato e io sono rimasto lì”. Checcacci da quel momento, da figura secondaria, senza alcuna formazione per gestire l’emergenza, proseguì via radio a fornire risposte e indicazioni generiche ai soccorritori in mare, alla cieca, senza neanche un radar a disposizione. “L’ufficiale tecnico capo sezione operativa fa esercitazioni semestrali in porto. Era addestrato. Conosceva la situazione. Lui (Canacci, ndr) sapeva che i piloti avevano un radar. Se io l’avessi saputo l’avrei fatto plottare (un termine che rimanda al disegno delle mappe, ndr), avrei chiesto di farmi sapere dov’era la nave investitrice”. Ovvero il Moby Prince, che invece sarà dimenticata e trovata per caso un’ora e un quarto dopo l’innesco dell’incendio.

E qui arriviamo alla seconda rivelazione. Poco dopo la prima defezione di Canacci, ha spiegato Lorenzo Checcacci alla Commissione, arrivò in porto il comandante della Capitaneria, Sergio Albanese, proveniente da un party a La Spezia. “Il comandante è rientrato con la macchina di servizio, è andato nella sua abitazione, si è cambiato il maglione ed è andato in mare. Con lui andò anche Canacci quindi la centrale operativa praticamente andò in mare. Pensai che avrebbe diretto le operazioni di soccorso – ha concluso Checcacci – E invece non andò così”. Da allora infatti né Albanese né Canacci dettero alcun ordine, come noto dagli atti processuali, quindi il coordinamento del soccorso pubblico fu omesso, lasciando l’ufficiale di ispezione a gestire le comunicazioni radio senza una guida. Ne conseguì che il fortuito ritrovamento del traghetto Moby Prince portò al recupero di un solo naufrago e le prime spontanee operazioni di spegnimento dell’incendio – che dal greggio innescato a pelo d’acqua aveva risalito le fiancate del traghetto entrando negli spazi interni dov’erano radunate le persone in attesa di soccorso – furono avviate da un rimorchiatore solo all’1 di notte, casualmente.

Checcacci fornisce così la notizia inedita alla Commissione: “Questa cosa non era nuova, successe altre volte. Conosco il comandante (Albanese, ndr) da quando era in servizio a Cagliari come vice comandante e poi è stato reggente per qualche mese. […] Era una sua prassi: ogni volta che c’era qualche emergenza, che c’era pericolo, puzza di bruciato, lui usciva in mare, per condividere i rischi dei suoi uomini assieme ai suoi uomini, però se andava male quelli che erano rimasti in Capitaneria erano affari loro”. Di questa prassi presunta del comandante Albanese ci sarebbe più di una traccia e ci sarebbero altri testimoni, ha chiarito Checcacci: “Era già successo ad esempio con la nave Klearchos ad Olbia. Lui era comandante – ha precisato in audizione -. Lasciò il comandante Mastrobuoni in Capitaneria che dovette decidere che questa nave affondasse nonostante avesse dei fusti tossici. Poi la Corte dei Conti se la prese con lui, comandante in seconda, per danno erariale dato che dovettero recuperare i fusti” ha concluso Checcacci.

Albanese non potrà difendersi in prima persona da queste accuse: è morto il 10 marzo 2023 all’età di 88 anni, da incensurato. Tuttavia aveva ricordato con soddisfazione proprio alla prima Commissione d’inchiesta sul Moby Prince (che lavorò in Senato dal 2015 al 2018) che rispetto al disastro della nave Klearchos, evocata da Checcacci, ricevette “un encomio solenne per aver coordinato il recupero delle merci pericolose che erano affondate”. Marina Militare e Corpo delle Capitanerie di Porto gli assicurarono anche la promozione a contrammiraglio il 25 maggio 1991, poco più di un mese dopo la strage di Livorno, quando ancora le famiglie di due vittime non erano riuscite a riconoscere i loro cari e si attendevano gli esiti della perizia medico legale che avrebbe determinato, con la stima dei tempi di sopravvivenza dei 140, se la responsabilità della loro morte dovesse ricadere anche sui soccorsi mancati.

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giovedì 9 aprile 2026

Lavoro povero, il governo pronto a un nuovo favore ai sindacati amici: via libera ai contratti al ribasso - Roberto Rotunno

 

Con l’avvicinarsi del Primo Maggio, il governo Meloni e in particolare la Lega sono pronti con un nuovo regalo ai sindacati “amici”, come l’Ugl e la Cisal. È in arrivo una norma che li aiuterà a far applicare i loro contratti collettivi, spesso con condizioni al ribasso, spezzando quello che il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon chiama “il monopolio di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil”. Il pretesto sarà la scadenza fissata dalla legge delega sul salario minimo, che casca pochi giorni prima della festa dei lavoratori. Con una serie di tecnicismi, arriverà il favore ai sindacati più allineati, quelli non “confederali”, tanto più ora che pure i rapporti con la Cisl sono più freddi.

Durigon lo ha confermato a Repubblica: il sottosegretario ha parlato di una norma per “la libertà sindacale”, che rompa l’attuale situazione in cui a farla da padrone sono i contratti firmati dalla Confindustria con le tre sigle principali. Già la legge delega approvata a settembre 2025 dal Parlamento pone le basi per un provvedimento che sorrida ai sindacati “minori”. Il testo, infatti, nega la volontà di introdurre un salario minimo per legge, e individua i contratti “maggiormente applicati” come riferimento per le retribuzioni. Quindi non si utilizza il criterio della rappresentanza, che premierebbe invece i contratti firmati dai sindacati con più iscritti e più delegati nelle aziende. Al contrario, assume il requisito della maggiore applicazione, che in alcuni settori può favorire anche i contrattini delle sigle minori, magari perché le aziende li trovano più convenienti. Un esempio è il contratto Cisal dei call center firmato a fine 2024: in pochi mesi diverse aziende lo hanno applicato, trovandolo più comodo di quello Tlc di Cgil, Cisl e Uil, tanto che i sindacati confederali hanno promosso e vinto cause in Tribunale.

Durigon ha pensato a un altro modo per aiutare i sindacati vicini al governo a diffondere i propri contratti. Un altro tecnicismo, preso in prestito dal Codice degli appalti: il concetto di equivalenza. Tradotto, i sindacati non rappresentativi potranno firmare contratti e farli applicare a patto che dimostrino che hanno tutele equivalenti a quelli delle sigle più rappresentative. Questo asseconda esattamente la strategia con cui Cisal e l’Ugl si stanno muovendo da tempo: approvano contratti e poi, se mai arrivano ricorsi in Tribunale contro chi li applica, tentano di dimostrare l’equivalenza. Il metodo è subdolo: spesso i loro contratti hanno paghe base simili a quelli più rappresentativi, ma penalizzano i lavoratori con altri strumenti. Esempio: meno permessi disponibili, indennità aggiuntive più difficili da ottenere poiché legate a condizioni più complicate da soddisfare (“Lavoro, quarant’anni di riforme a senso unico”, leggi il dossier di Millennium).

L’Ugl ha provato a far passare il suo contratto della vigilanza firmato nel 2024, ha trovato imprese che lo hanno applicato e, quando la Cgil ha portato la questione in Tribunale, il sindacato di destra ha sostenuto l’equivalenza. Il Tribunale di Milano non ha condiviso e ha dichiarato illegittima l’applicazione di quell’accordo poiché ha stabilito che ha condizioni al ribasso. Simile storia per il contratto Cisal dei call center: la sigla vale solo lo 0,46% dei lavoratori del settore, eppure diverse aziende hanno applicato il suo contratto. A marzo, il Tribunale di Trani ha rigettato il tentativo di far passare quell’accordo addirittura come migliorativo rispetto a quello delle telecomunicazioni. Anche in questo caso è andata male, ma si tratta solo dei casi finiti in Tribunale, e resta evidente la strategia dei due sindacati di ottenere la certificazione tramite l’equivalenza, anche forzando l’interpretazione. Quindi starà tutto nella definizione di equivalenza, che per ora Durigon promette non si fermerà alle condizioni economiche.

Ricapitoliamo. Due anni fa, il governo Meloni ha respinto la proposta dell’opposizione di introdurre il salario minimo a 9 euro l’ora e prendere come riferimento i contratti firmati da sindacati più rappresentativi (cioè con più iscritti e delegati). La maggioranza ha poi approvato la legge delega adottando il concetto di contratti “maggiormente applicati”. Anche questa, però, è una circostanza non semplice da dimostrare per i sindacati che il centrodestra vuole favorire. Arriva quindi la mossa di passare al criterio dei contratti con tutele equivalenti, terreno su cui Cisal e Ugl si stanno muovendo da tempo. Lo stesso meccanismo è previsto dall’emendamento che il centrodestra tenta da mesi di inserire in ogni provvedimento: il salvacondotto per i datori che sottopagano i loro dipendenti con paghe sotto la soglia di povertà. Anche in quel caso, la moratoria sugli arretrati scatta se si applica un contratto rappresentativo o equivalente. La norma dovrebbe garantire a ogni lavoratore il giusto salario, il governo la sta sfruttando per rendere un po’ più facile l’applicazione di accordi al ribasso.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/08/lavoro-povero-contratti-ribasso-sindacati-amici-notizie/8348378/

mercoledì 8 aprile 2026

Il miraggio della tradizione - Michele Agagliate

Ogni anno, mentre la primavera si riaffaccia e le campane annunciano la Pasqua, l’Italia si prepara a celebrare uno dei suoi riti gastronomici più radicati, quasi immutabile nel tempo. L’agnello torna a occupare il centro della tavola come se la sua presenza fosse un elemento architettonico necessario della festa, una consuetudine che non richiede spiegazioni. La parola “tradizione” viene sollevata come uno scudo dorato, una barriera che blocca ogni tentativo di riflessione critica e che santifica una scelta alimentare che, se osservata con lenti diverse, rivela contorni decisamente meno celebrativi. Questa parola magica chiude il discorso prima ancora che possa nascere un interrogativo: si è sempre fatto così, dunque è giusto continuare a farlo.

Eppure, dietro questa facciata di convivialità e calore familiare, si nasconde una realtà fatta di numeri crudi e di una sofferenza programmata su scala industriale che troppo spesso scegliamo di non guardare. Se proviamo a squarciare il velo della narrazione bucolica, ci accorgiamo che la richiesta stabile e prevedibile di questo periodo alimenta una filiera del sacrificio che non ha nulla di spirituale. Parliamo di circa due milioni di creature che ogni anno, in Italia, vengono macellate per rispondere a una domanda che si impenna proprio nei giorni della “rinascita”. La maggior parte di questi animali sono in realtà neonati, piccoli che hanno trascorso sulla terra appena venti o trenta giorni, giusto il tempo di essere strappati alle madri per garantire al mercato quella carne bianca e tenera che la tradizione esige. È un paradosso atroce: celebriamo la vita e la risurrezione mettendo nel piatto il corpo di un individuo che non ha avuto nemmeno il tempo di conoscere il pascolo o la luce del sole in modo pieno.

Ma il problema non si esaurisce entro i confini nazionali. La macchina del consumo pasquale è così vorace da richiedere massicce importazioni dall’estero, specialmente dall’Europa centro-orientale, in particolare da nazioni come la Romania e l’Ungheria. È qui che la “zona grigia” del nostro consumo diventa ancora più opaca. Questi agnelli, esseri senzienti e spaventati, vengono stipati in tir a più piani per viaggi che possono durare trenta, quaranta ore. Immaginiamo per un momento la realtà di questi trasporti: chilometri di asfalto percorsi in condizioni di sovraffollamento, spesso senza accesso adeguato all’acqua, con i piccoli che chiamano madri che non risponderanno mai. È una parte del processo che raramente entra nel discorso comune, perché ammettere l’esistenza di questo calvario renderebbe il pranzo pasquale indigesto per chiunque conservi un briciolo di empatia. È un costo invisibile che viene pagato da creature nate con il solo scopo di essere consumate in un picco di mercato stagionale.

A questo scenario di sofferenza individuale si aggiunge un carico ambientale che non possiamo più permetterci di ignorare, specialmente in un’epoca di crisi climatica conclamata. Gli Ovis, in quanto ruminanti, partecipano a quel sistema di allevamento intensivo che è tra i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra. La produzione di metano, un gas che ha un potere riscaldante molto più incisivo dell’anidride carbonica nel breve termine, e l’enorme consumo di risorse idriche — si stima che servano circa novemila litri d’acqua per produrre un solo chilo di carne ovina — rendono questa tradizione un lusso insostenibile per il pianeta. Non è solo una questione di cosa mangiamo, ma di quanto quel cibo pesi sull’ecosistema che dovremmo proteggere. Eppure, nel dibattito pubblico, l’impatto ambientale delle nostre abitudini festive viene quasi sempre derubricato a dettaglio trascurabile, sommerso dal rumore delle ricette tipiche.

La cosa più curiosa, e forse la più triste, è come tutto questo conviva senza attriti con il significato simbolico che l’agnello riveste nella nostra cultura. Lo riconosciamo universalmente come l’animale dell’innocenza, della mitezza assoluta, della purezza che si offre senza resistere. È l’icona del sacrificio divino, un’immagine che ispira tenerezza e devozione in milioni di persone. Ma nel passaggio dalla simbologia alla pratica, quel significato sembra evaporare, svuotarsi di ogni sostanza etica. L’agnello smette di essere il simbolo della vita innocente da proteggere e diventa merce, un ingrediente tra i tanti, un oggetto da smembrare e cucinare. Questa scissione cognitiva ci permette di commuoverci davanti a un’immagine sacra e, un istante dopo, di consumare il corpo reale di quell’innocenza senza avvertire alcuna contraddizione.

Non è una gara a chi è più coerente, né un tentativo di moralismo sterile. È una questione di onestà intellettuale. Oggi, a differenza dei secoli passati, non siamo spinti dalla necessità di sopravvivenza. La nostra non è una scelta obbligata dalla fame, ma una preferenza culturale che possiamo decidere di modificare in qualunque momento. Questa libertà cambia radicalmente il peso della nostra responsabilità. Continuare a seguire una tradizione che richiede il massacro sistematico di cuccioli e il logoramento delle risorse ambientali, quando abbiamo infinite alternative etiche a disposizione, non è più un gesto neutro. È una scelta politica e morale che compiamo ogni volta che facciamo la spesa.

In ultima analisi, il punto non è semplicemente convincere qualcuno a cambiare dieta per spirito di appartenenza a una fazione. Il vero obiettivo è capire se quel gesto, l’atto di consumare un agnello a Pasqua, venga fatto con una reale consapevolezza di ciò che sta dietro il piatto: il viaggio nel freddo, lo strappo dalla madre, la paura nel macello e l’impronta ecologica lasciata sul mondo. Perché tra un gesto compiuto per inerzia e uno compiuto con gli occhi aperti, anche se all’apparenza il risultato sembra lo stesso, passa una differenza abissale. Riconoscere l’agnello come individuo, e non come pietanza, è il primo passo per trasformare la Pasqua da una celebrazione del sacrificio a una reale festa della vita, dove la rinascita non sia solo una parola antica, ma una pratica quotidiana di rispetto per ogni essere vivente.

Tra il sacro e il macello, alla fine, cambia solo il racconto che ci facciamo per stare tranquilli.

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martedì 7 aprile 2026

Morti sul lavoro e per fame: le guerre feriali che troppo spesso passano inosservate - Mauro Armanino

Mamour Mbow Pape, operaio senegalese di 22 anni, è morto sul lavoro a Caselle di Selvazzano, nella cintura industriale di Padova. Studente lavoratore da circa due anni in una ditta specializzata nella lavorazione della lamiera metallica.

Moustafa è cresciuto assieme a lui a Rufisque, principale porto del Senegal prima che si creasse quello di Dakar. L’amico racconta che Mamour era un “ragazzo d’oro, tutto casa, lavoro e studio, Amava la lingua italiana e voleva impararla al meglio e il prima possibile così da conquistare una propria autonomia”. Invece sappiamo che non è andata così. La guerra del lavoro, una guerra feriale che uccide nel nostre Paese in media tre persone al giorno, scivola inosservata dopo qualche effimera parola di rammarico e di circostanza.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel suo rapporto, stima che quasi tre milioni di lavoratori muoiono ogni anno a causa di infortuni e malattie professionali. La maggior parte dei decessi, secondo l’analisi, deriva da malattie professionali e gli incidenti sul lavoro rappresentano 330.000 decessi.

Tornano nelle cronache quotidiane le stesse espressioni. Precipita dal tetto di un capannone nel Barese, muore operaio 30enne. Siamo nella zona industriale di Modugno dove la vittima stava lavorando sul terrazzo di un capannone industriale, prima di una caduta di 6 metri. Lascia la moglie e il figlio piccolo, commenta l’articolo del giornale.

Un operaio di 39 anni questa mattina è rimasto vittima di un incidente sul lavoro a San Francesco al Campo, nel Torinese, ricorda la nota. Stando a quanto ricostruito la vittima si trovava sul luogo di lavoro per opere di potatura insieme a un collega. Quest’ultimo si trovava sull’albero, imbragato, intento a compiere la potatura con motosega, quando un ramo si sarebbe spezzato colpendo alla testa il compagno di lavoro che si trovava ai piedi dell’albero.

Un operaio di 24 anni ha perso la vita in un incidente sul lavoro avvenuto nella tarda mattinata a Nocera Inferiore (Salerno), segnala un altro titolo. La vittima era originaria di Sarno e lavorava in un’officina che si occupa della riparazione di camion. Secondo una prima ricostruzione il giovane si trovava tra due mezzi che erano in riparazione quando una terza motrice avrebbe urtato uno dei due mezzi fermi, spingendolo sulla vittima. L’impatto non ha lasciato scampo all’operaio. Morti feriali la cui lista sparisce in fretta dai notiziari quotidiani per la vergogna.

C’è poi l’altra guerra feriale, implacabile, silenziosa, invisibile perché riguarda solo i poveri. Ogni giorno, secondo Action Aid International Italia, circa 24mila persone muoiono a causa della fame o per malattie collegate alla malnutrizione. Oltre 773 milioni di persone soffrono la fame. L’impatto sui bambini, i quali rappresentano i tre quarti delle vittime sotto i cinque anni, è incalcolabile. Per l’organizzazione Save the Children il 2025 è stato un anno devastante per milioni di bambini, intrappolati nelle guerre. Oltre 60 milioni di loro soffrono la fame, dichiara la direttrice generale dell’Ong, mentre 11 milioni sono al limite della sopravvivenza.

Quasi la metà dei decessi infantili, circa 2,5 milioni l’anno, è riconducibile alla malnutrizione. La causa principale sono i conflitti armati, l’instabilità politica e il sistema economico in relazione anche alla gestione delle filiere alimentari. Le situazioni estreme si concentrano in Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. Sappiamo per esperienza che in ogni bambino si potrebbe nascondere un messia, un profeta, un re o una regina come quella di Saba con le sue ricchezze.

Ousmene Diene, presidente dell’associazione dei senegalesi di Padova, dopo un breve incontro col padre di Mamour Mbow Pape, afferma: “Ci siamo solo abbracciati piangendo a vicenda perché il dolore che si prova in questi momenti è devastante. Lui ha lavorato col figlio per sei mesi e per questo non riesce a darsi pace. Io sono arrivato con il padre in Italia e non è possibile morire così”. Quanto a Mor Mbow, padre dell’unico figlio morto in fabbrica, commenta il suo decesso così: “Allah mi ha dato la fortuna di poterlo vivere, ma ora se l’è ripreso”. Antiche parole di una saggezza, anch’essa, feriale.

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lunedì 6 aprile 2026

Sorpresa Aree di Accelerazione, la regione espande le aree previste dal GSE - Maria Grazia Demontis

 

Lo avevamo già appreso in tempo reale da un post compiaciuto di 𝐄𝐦𝐚𝐧𝐮𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐧𝐢: mentre noi eravamo in audizione per la Pratobello 24 a difendere ogni palmo di terra e di dignità democratica, nelle stanze accanto la Giunta firmava la delibera sulle 𝐀𝐫𝐞𝐞 𝐝𝐢 𝐀𝐜𝐜𝐞𝐥𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞.

Due giorni fa la pubblicazione delle mappe ha confermato i nostri peggiori sospetti: non è una pianificazione, è la mappa di un saccheggio.

Se la scadenza del 21 febbraio era un atto dovuto, 𝐥’𝐞𝐬𝐭𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐦𝐢𝐬𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐚𝐫𝐞𝐞 𝐠𝐢à 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐝𝐮𝐚𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐥 𝐆𝐒𝐄 è 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐭𝐚: un tappeto rosso steso alla speculazione, come se non avessimo già svenduto abbastanza.

I conti non tornano, o meglio, tornano fin troppo bene per gli speculatori:

  • Il GSE aveva già individuato 𝟏𝟏.𝟑𝟖𝟏,𝟕 𝐞𝐭𝐭𝐚𝐫𝐢, un’estensione abnorme, se si considera che si tratta di zone soggette a procedure autorizzative blindate praticamente inattaccabili, che garantiscono di fatto il via libera assicurato ai progetti.
  • Quella superficie, infatti, equivarrebbe a circa 𝟏𝟎 𝐆𝐖𝐩
  • Il nostro target al 2030 (già altissimo e calato dall’alto) è di
    𝟔,𝟐 𝐆𝐖𝐩.

𝐀 𝐜𝐡𝐞 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐨 𝐬𝐭𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐑𝐀𝐒? Se l’obiettivo si raggiunge con molte meno superfici di quelle già “pre-individuate” dai tecnici romani, 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡é 𝐥𝐚 𝐒𝐚𝐫𝐝𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐡𝐚 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐚𝐫𝐠𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐢ù 𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐧𝐢?
A vantaggio di chi dobbiamo produrre tutta questa energia in eccesso e a quale prezzo?
E che ne sarà degli altri progetti in iter autorizzativo localizzati in zone non idonee o esterne alle aree di accelerazione?

Parliamo di territori di altissimo valore agricolo, paesaggistico, identitario e archeologico che, allora, devono essere immediatamente bloccati. La diffusione delle energie rinnovabili, a maggior ragione se il raggiungimento del target è già ampiamente garantito dalle sole aree di accelerazione, non può e non deve violare spazi presidiati da princìpi costituzionali inviolabili. O no?

𝐌𝐚 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐞𝐬𝐞𝐦𝐩𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐢. 𝐎𝐙𝐈𝐄𝐑𝐈! 𝐓𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐫𝐞 …

Un territorio unico, dal pregio agricolo senza pari, conosciuto come la perla del Logudoro. Un luogo dalla fertilità aurea che, secondo i piani della RAS, sarà 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 “𝐎𝐭𝐭𝐚𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐍𝐨𝐫𝐝 𝐒𝐚𝐫𝐝𝐞𝐠𝐧𝐚” (guardate la mappa).

 

Peccato che l’intera area individuata (𝐩𝐞𝐫𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐢𝐝𝐨𝐧𝐞𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐨) sia totalmente soggetta a regimi di protezione, rientrando in quella deroga della 190/2024 che esclude dalle aree idonee – e dunque da quelle di accelerazione – “le aree a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni dell’Unione europea e internazionali”.

Dalle immagini potrete vedere che anche l’area scelta dalla Regione nella sua massima estensione – quella che risulterebbe (ma che bravi) non coinvolta da IBA, SIC, ZPS e dai 150 metri di fascia di rispetto dei fiumi Mannu e Rizzolu (e con un buffer ridicolo) – è 𝐢𝐧 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐭à 𝐜𝐨𝐩𝐞𝐫𝐭𝐚 𝐝𝐚 𝐮𝐧 𝐯𝐢𝐧𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐡𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐚𝐭𝐨, 𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐮𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐨𝐯𝐫à 𝐟𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐟𝐢𝐧𝐢𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐢𝐬𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 “𝐚𝐫𝐞𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐞 𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚𝐥𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐞𝐥𝐚𝐭𝐞 𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢”.

Di conseguenza, le uniche aree di accelerazione possibili in quel perimetro sono esclusivamente tetti e superfici impermeabilizzate.

Ozieri è solo un esempio, per quanto eclatante, di un approccio che sta stringendo l’intera Sardegna in una morsa mortale. Non è un caso isolato, ma il simbolo di un metodo che calpesta la nostra terra, trattandola come un deserto disabitato o, peggio, un luogo ormai rassegnato alla propria fine.

Se il target al 2030 si copre con meno ettari di quelli proposti dal GSE, 𝐥𝐚 𝐑𝐀𝐒 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨 𝐞 𝐫𝐢𝐝𝐮𝐫𝐫𝐞 𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐭𝐫𝐢 𝐚𝐥 𝐦𝐢𝐧𝐢𝐦𝐨 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐬𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐞, 𝐬𝐞 𝐥𝐞 𝐚𝐫𝐞𝐞 𝐝𝐢 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐥𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐨𝐯𝐫𝐚𝐬𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐭𝐚𝐫𝐠𝐞𝐭 – 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐜𝐞𝐫𝐭𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐢𝐞𝐫𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐫𝐚𝐩𝐢𝐝𝐚 𝐞 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢𝐭𝐚, 𝐜𝐨𝐧 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐚 𝐚𝐝 𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐝𝐞𝐭𝐮𝐫𝐩𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐬𝐨𝐥𝐚?

I sindaci che si professano anti speculazione impugnino quella delibera, dimostrino con i fatti di essere dalla parte della Sardegna!

La transizione energetica non può essere trasformata in un dogma assoluto, né in una divinità dinanzi alla quale sacrificare ogni altro diritto o valore fondamentale. Dalla Regione non accettiamo più zone d’ombra: pretendiamo trasparenza, coerenza e, soprattutto, 𝐝𝐢𝐠𝐧𝐢𝐭à 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞… 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐚!

https://www.sindipendente.com/2026/03/16/sorpresa-aree-di-accelerazione-la-regione-espande-le-aree-previste-dal-gse/

domenica 5 aprile 2026

La parola proibita con la C - Nicolas Lozito

 

Se guardate i film americani in lingua originale vi sarete accorti che quando vogliono evitare di usare parole “proibite”, come parolacce o insulti, usano la formula “the F-word”, che sta per fuck (scusate), o — ancora più tabù — “the N-word” che sta per nigger (ri-scusate).

Negli uffici di ricerca del Dipartimento dell’Agricoltura americano tutti sanno che c’è una nuova parola proibita.

“The forbidden C-word”, spiega Ethan Roberts, a capo della sede di Peoria, Illinois. La C sta per Climate, clima. Non la usano più nei documenti ufficiali e nelle richieste di finanziamento. Trump l’ha messa al bando, chiedendo che venisse cancellata dagli atti pubblici, dai bandi e dai siti internet federali, insieme a centinaia di altre parole legate alla scienza. Parole giudicate, con disprezzo, troppo “woke”, troppo “politicamente corrette” (qui una definizione completa di woke).

Sono bandite anche surriscaldamento globalecattura del carbonioinquinamento del suolomicroplasticaenergia solare, per fare qualche esempio. Il memo non è un divieto a tutti gli effetti (non è una legge del Congresso o un ordine esecutivo), bensì un invito molto rigido. Nel marzo 2025 ogni ufficio federale ha ricevuto una lista di parole da cancellare: oltre a quelle scientifiche, ce n’erano moltissime legate alla DEI, alla diversity, equity and inclusion, tipo “genere”, “giustizia sociale”, “inclusione”, “accessibilità”, “indigeno”, “trans”, e l’elenco va avanti fino a far venire i brividi, se non vi sono già venuti.

Così chi studia o lavora su questi temi ha a che fare con un silenziamento diffuso, un misto tra censura e autocensura. Le aziende e le istituzioni evitano il tema per non fare arrabbiare Trump — che continua a parlare di “truffa verde”, e crede che il cambiamento climatico sia una bufala.

Nel campo dell’ambiente, si parla di greenhushing, silenzio verde, da hush, il verbo inglese onomatopeico di chi fa “shhh” (sempre nei film americani, i genitori canticchiano ai figli “hush, little baby”, una ninnananna tipica). Avevo parlato di greenhushing in una puntata del 2024:

Seguire i soldi

Purtroppo, non è un problema solo di comunicazione, ma anche di soldi, a partire dai finanziamenti alla ricerca. Negli Stati Uniti una fetta enorme dei fondi universitari passa dalla National Science Foundation, l’agenzia federale che finanzia circa un quarto della ricerca accademica. La testata Grist ha analizzato i progetti approvati: quelli che citano esplicitamente “climate change” sono crollati in un anno, passando da 889 nel 2023 a 148 nel 2025. Meno 77%.

Le motivazioni sono due. Primo, tantissimi progetti vengono scartati perché parlano di clima. Secondo, molti ricercatori hanno iniziato a evitare quella formula già in fase di candidatura, per non compromettere le possibilità di ottenere i fondi.

Lo si vede bene da un altro dato: cresce l’uso di espressioni come “extreme weather”, meteo estremo. Oppure innalzamento delle temperature, o ancora salute del suolo.

Spiega ancora Ethan Roberts del Dipartimento dell’Agricoltura:

“Cambiamo formula, ormai l’abbiamo imparato. Invece di impostare una ricerca sul clima, viene ribaltata la questione. Un esempio è con le malattie: si dice che ‘questa malattia si comporta così in queste condizioni’, invece che ‘queste condizioni causano questo comportamento della malattia’. In fondo, si tratta solo di spostare il focus”.

Non tutti i ricercatori sono così sereni, però. Un altro scienziato dell’Illinois intervistato dice:

“È davvero una cosa strana. Stai studiando il cambiamento climatico, ma non puoi dirlo, e non dirlo ti fa sentire un po’… sporco. Siccome passano solo i finanziamenti ai progetti che non lo menzionano, ci siamo adattati. Ormai io uso la parola solo quando è troppo sospetto non usarla, e servirebbe un giro di parole troppo ovvio”.

Gli scienziati stanno creando un nuovo linguaggio per far sopravvivere gli studi climatici, in un’America che censura e combatte la scienza. Si stanno adattando come insetti in mezzo all’apocalisse, e questo fenomeno racconta perfettamente che cosa sono diventati gli Stati Uniti sotto la seconda presidenza Trump.

 

Un sistema che si restringe

Ampliamo ancora il raggio della nostra analisi. L’associazione Union of Concerned Scientists ha contato oltre 560 interventi dell’amministrazione Trump che hanno tagliato o bloccato la ricerca scientifica.

Nel frattempo, 94.999 persone hanno lasciato le agenzie scientifiche federali (-12% sul totale). Tra loro, circa 10.000 ricercatori con anni di esperienza (-14% sul totale tra gli scienziati con dottorato). Sono stati fatti fuori dal Doge, il dipartimento (ora chiuso) che è stato diretto da Elon Musk e aveva l’obiettivo di rendere più efficiente il governo federale americano.

L’amministrazione Trump ha ridotto di decine di miliardi di dollari i finanziamenti destinati a progetti legati all’ambiente e ai territori pubblici. Meno ricerca significa potersi porre meno domande e certamente trovare meno risposte, e quindi, nel tempo, perdere quella leadership scientifica che per decenni è stata in mano agli States.

 

L’addio di Kate Marvel

Non tutti, anzi, non tutte, rimangono a guardare mentre il sistema collassa. La settimana scorsa Kate Marvel ha lasciato la Nasa dopo mesi in cui i suoi progetti venivano respinti o restavano senza finanziamento. Marvel è una delle climatologhe più importanti del Paese, divulgatrice e scrittrice (il suo ultimo libro è arrivato anche in Italia, Nove emozioni). Il centro in cui lavorava, il Goddard Institute for Space Studies, è stato progressivamente svuotato.

“Ti logora”, ha detto Marvel in un’intervista a Green&Blue:

“Questo è un attacco politico a ciò che facciamo. Il resto del mondo dovrebbe preoccuparsi per quello che sta succedendo qui. Gli interessi che vogliono ostacolare le azioni per il clima non si fermano ai nostri confini, sono di natura internazionale, e ovunque si può essere vulnerabili agli attacchi alla libertà scientifica e alla realtà oggettiva”.

 

Pagare per non costruire

Anche in piena crisi energetica globale, l’amministrazione Trump prosegue la sua crociata contro le rinnovabili. Due settimane fa ha deciso di offrire quasi un miliardo di dollari a TotalEnergies per rinunciare alla costruzione di due parchi eolici offshore (ovvero in mare aperto) tra lo Stato di New York e il North Carolina. In cambio, l’azienda investirà in petrolio e gas negli Stati Uniti. Perché Trump ce l’ha a morte con l’eolico? Lo leggiamo in un articolo di Rolling Stone:

“Sembra che tutto sia iniziato nel 2006, quando Trump acquistò una tenuta sul mare in Aberdeenshire, in Scozia, con l’idea di costruire un campo da golf, e si oppose duramente a un progetto eolico offshore previsto nella zona. Quella battaglia la perse, ma da allora non ha mai smesso di combattere l’energia del vento”.

 

Anticorpi e cinture di sicurezza

Oggi gli scienziati provano a resistere all’ondata, sperando che in qualche modo torneranno tempi migliori. Sono anticorpi dentro un corpo malato.


Parlano in codice, scappano all’estero, si riorganizzano. C’è chi fa collette per proseguire gli studi abbandonati dalle agenzie federali. Il Noaa, uno dei più importanti enti pubblici che studia il clima, per mancanza di fondi aveva dovuto chiudere il database sull’impatto economico dei disastri naturali: a ottobre la non-profit Climate Central ha clonato i dati e ricominciato a mappare le informazioni, ripristinando il sito internet.

Ben Santer, un altro tra i climatologi più autorevoli degli ultimi decenni, ha riassunto così la situazione:

“Negli Stati Uniti ormai siamo parte del problema, non della soluzione al cambiamento climatico. La seconda amministrazione Trump ha avviato un tentativo sistematico di smantellare tutto ciò che ha a che fare con il cambiamento climatico. La differenza, rispetto al passato, è che si tratta di un’intera amministrazione. È ignoranza volontaria istituzionalizzata”.

Come andare in automobile e iniziare a togliersi la cintura di sicurezza, spingere forte sull’acceleratore e poi spruzzarsi il peperoncino negli occhi, sperando che con l’istinto e la fortuna tutto possa andare bene. Trump si fida molto del suo istinto, noi molto meno.

da qui

sabato 4 aprile 2026

17 marzo: io non festeggio - Francesco Casula


Oggi 17 marzo ricorre il 165^ Anniversario dell’Unità d’Italia. Ma io non festeggio. Lungi dall’essere l’inizio delle magnifiche sorti e progressive, come mistificando e falsificando scrivono ancora oggi i libri della scuola ufficiale, fu per la Sardegna e il Meridione una sciagura. L’Unità d’Italia si risolverà sostanzialmente nella piemontesizzazione della Penisola e fu realizzata dal Regno del Piemonte, dalla Casa Savoia, dai suoi Ministri – da Cavour in primis – dal suo esercito in combutta con gli interessi degli industriali del Nord e degli agrari del Sud – il blocco storico gramsciano – contro gli interessi del Meridione e delle Isole e a favore del Nord; contro gli interessi del popolo, segnatamente del popolo-contadino del Sud; contro i paesi e a vantaggio delle città, contro l’agricoltura e a favore dell’industria.

C’è di più: si realizzerà un’unità biecamente centralista e accentrata, tutta giocata contro gli interessi delle periferie e delle mille città e paesi che storicamente avevano fatto la storia e la civiltà italiana. A dispetto del pensiero della gran parte degli intellettuali che durante il “Risorgimento” e dopo furono federalisti e non unitaristi. La “Conquista militare” da parte del Piemonte del Sud Italia (la Sardegna era già stata “conquistata“ con la Fusione perfetta), comporterà gravi conseguenze sulle condizioni di vita dei lavoratori, in primis di quelli delle campagne, sarde e meridionali.

Da quella scelta, da quella costosissima e sanguinosa operazione militare, deriveranno tutti i mali che affliggeranno nei secoli successivi l’Italia: il sottosviluppo del Meridione (con l’invasione piemontese e la riduzione del Sud a colonia interna e con il brigantaggio), il gravissimo deficit di democrazia (votava poco più dell’1% della popolazione) che condurrà a politiche sciagurate, come la partecipazione alla tragedia della Grande Guerra prima e al Fascismo poi.

La politica del nuovo stato unitario, centralista e statalista produrrà la devastazione dell’economia. Con il crollo della produzione agricola, quello delle esportazioni, un’industria (e solo al Nord!) che nasce assistita e fuori dai principi del libero mercato. Cui occorre aggiungere un colossale debito pubblico dovuto alle guerre e alle spese militari, oltre che al malgoverno.

Nel 1862, anno in cui fu presentato al Parlamento il primo bilancio del regno d’Italia, il debito nazionale era di tre miliardi di lire, all’inizio del 1891, il solo debito consolidato era di 13 miliardi di lire. Questo immenso debito era prodotto dalle guerre e dalla politica militarista Le cose per la nostra Isola non solo non cambiano ma peggiorano. Scrive Giuseppe Dessì nel suo bel romanzo Paese d’ombre: “La Sardegna era entrata nell’unità nazionale moralmente ed economicamente fiaccata.

I Savoia, che ne erano venuti in possesso col Trattato di Londra, avevano continuato e se mai accentuato lo sfruttamento e il fiscalismo tanto che i sardi, per due volte, cercarono di liberarsene. La prima fu nel 1794 quando, a furor di popolo, costrinsero i piemontesi a lasciare l’isola; la seconda nel 1796 quando Sassari proclamò la repubblica, soffocata poi nel sangue. Il governo regio e i fanatici dell’unificazione non avevano tenuto conto delle differenze geografiche e culturali, e avevano applicato sbrigativamente a tutta l’Italia un uniforme indirizzo politico e amministrativo”.

Anzi, in campo fiscale ad essere più danneggiati e discriminati sono proprio i sardi. Scrive a questo proposito lo storico Natale Sanna: ”La pesante contribuzione di guerra imposta dal Radestzky dopo le sfortunate campagna del 1848/49 e, soprattutto, la politica economica e militare del Cavour nel decennio di preparazione costrinsero il governo a un inasprimento della pressione fiscale. Mentre il Piemonte si avvantaggiava della politica di libero mercato e di rinnovamento, propugnata dai liberali, con l’incremento dei traffici, con la costruzione di strade e di linee ferroviarie, col progresso dell’agricoltura e col sorgere di industrie, la Sardegna, provincia periferica e priva di capitali, fu chiamata unicamente a contribuire con il suo danaro…

Quando poi si decise di far pagare sul reddito fondiario si commise un’ingiustizia ancora più grave. Per le province piemontesi più povere (Valsesia, Domodossola) l’imposta fu fissata nell’1,32% del reddito, per le più ricche (Torino, Lomellina) nel 10% e per le medie del 6%. Tutta la Sardegna fu equiparata alle più ricche e la sua aliquota fu fissata nel 10%”. Le tasse che la Sardegna paga sono dunque superiori alla media delle tasse che pagano le altre regioni italiane, talvolta persino superiori a quelle delle regioni più ricche.

Scrive a questo proposito Giuseppe Dessì sempre nel romanzo Paese d’ombre “La legge del 14 luglio 1864 aveva aumentato le imposte di cinque milioni per tutta la penisola, e di questi oltre la metà furono caricati sulla sola Sardegna, per cui l’isola si vide triplicare di colpo le tasse. In molti paesi del Centro, quando gli esattori apparivano all’orizzonte, venivano presi a fucilate e se ne tornavano, a mani vuote, ma più spesso l’esattore, spalleggiato dai Carabinieri, metteva all’asta casette e campicelli e tutto questo senza che nessuno tentasse di difendere gli isolani. I politici legati agli interessi del governo, predicavano la rassegnazione.

I sardi si convincevano di essere sudditi e non concittadini degli italiani e sempre più si abbandonavano alla loro secolare apatia e alla totale sfiducia nello stato…”. Dopo l’Unità nel 1868 fu istituita anche la tassa sul macinato, l’imposta più odiosa di tutte, perché – scrive ancora Dessì – gravava sulle classi più povere, consumatrici di pane e di pasta e particolarmente dura in Sardegna, dove il grano veniva di solito macinato nelle macine casalinghe fatte girare dall’asinello”.

Con l’Unità d’Italia inoltre continua il tentativo di dessardizzazione e di snazionalizzazione dei Sardi, cercando di viepiù deprivarli della loro identità etno-nazionale. Il tentativo di sradicamento e di omologazione passa soprattutto attraverso la negazione e proibizione della nostra storia e, in specie della nostra lingua, ad iniziare dalla scuola.
Cosa c’è da festeggiare?

da qui