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domenica 18 ottobre 2026

Micro e nano plastiche, il nemico invisibile - Alessandra Sias


“Non bere mai acqua da una bottiglia di plastica che sia stata esposta a lungo al sole o si sia riscaldata in macchina”. Parla Dott. Domenico Scanu, Presidente dell’ISDE Sardegna

La plastica è un materiale sintetico entrato a far parte del nostro quotidiano in quanto  leggero, malleabile  durevole e a basso prezzo. Ma diventa un nemico  per gli ecosistemi e la nostra salute nel momento in cui si disperde  nell’ambiente, a seguito del suo deterioramento, sotto forma di invisibili  micro e nano plastiche. 

«Le microplastiche si dividono in primarie e secondarie. Le prime sono fabbricate appositamente per svolgere una funzione specifica e aggiunte volontariamente in comuni prodotti di consumo quali ad es. cosmetici (dentifrici, scrub etc.), paste abrasive, carta e derivati, packaging, fertilizzanti etc. Le secondarie sono frammenti derivanti dall’usura di frammenti più grandi soprattutto per l’esposizione ad agenti climatici e ambientali. Infatti, quando la plastica entra nell’ambiente è esposta a processi fisici (ades. foto-ossidazione, usura meccanica), chimici (idrolisi,ossidazione) e biologici (catalisi enzimatica) che la riducono in pezzi più piccoli, alterando le proprietà del materiale e formando micro e nano-plastiche».

La presenza di microplastiche, con ampiezza che varia 0,1 micron a 5mm,  fu sollevata per la prima volta nel 2004 dal biologo marino Richard Thompson dell’Università di Plimouth che pubblicò  sulla rivista Science il celebre lavoro Lost at Sea: where is all the plastic? Invece, l’esistenza sistemica delle nano plastiche, inferiori a 1 micrometro, è stata teorizzata  nel 2018 con lo studio di Current opinion: what is a nanoplastc di Julien Gigault.

«Gli studi che sono seguiti – spiega Dott. Scanu – hanno messo in luce il preoccupante problema delle micro e nano plastiche a livello globale. La diffusione della plastica in tutti gli ambienti è ampiamente dimostrata. Nell’ambiente acquatico rappresenta la frazione più grande, dannosa e persistente (85%) di tutti i rifiuti. Essa causa danni agli ecosistemi marini e ha effetti letali e sub-letali su tutti gli organismi acquatici, dai grandi mammiferi al plancton, mediante intrappolamento, fame, annegamento, lacerazione dei tessuti interni, soffocamento e ipossia, stress fisiologico ed esiti tossicologici. Nei suoli può alterare la struttura, l’idrologia, la stabilità e i cicli biogeochimici, compresa la produzione agroalimentare e il ciclo dei nutrienti».

Nell’atmosfera si possono trovare micro e nano plastiche (in particolare quelle da 50 m).La deposizione è elevata vicino a fonti urbane e industriali, ma la bassa densità rispetto alla polvere naturale ne facilita il trasporto a lungo raggio. È stato anche sottolineato il possibile ruolo delle microplastiche come vettori per la diffusione ambientale di ceppi batterici antibiotico-resistenti.

La stragrande maggioranza (circa il 70-80%) delle micro e nanoplastiche presenti nell’ambiente è di tipo secondario, ovvero deriva dalla frammentazione e dal lento degrado di rifiuti plastici più grandi (come bottiglie, sacchetti e imballaggi) a causa di agenti atmosferici, sole e onde. I prodotti per la cura personale come cosmetici, scrub ecc rappresentano circa il 2% del totale delle microplastiche.

Le microplastiche possono entrare nel corpo umano attraverso il consumo di alimenti, l’inalazione e l’assorbimento attraverso la pelle e accumularsi negli organi, inclusa la placenta. In generale la via alimentare (acqua, vegetali, sale, pesce, miele etc.) appare la via di esposizione più importante con possibili gravi conseguenze sulla salute.

«La principale via di assunzione – continua il medico – è quella orale. Uno studio dell’Università di Catania ha determinato la presenza di microplastiche in ortaggi (carote, patate, lattuga e broccoli) e frutta sia di filiera biologica sia industriale. Tra i vegetali più “inquinati” troviamo la frutta (mela, pera) in quanto il complesso reticolo vascolare immagazzina e concentra grandi quantità di microplastiche. Pur tuttavia, l’esposizione umana maggiore avviene mediante il consumo di acqua minerale imbottigliata in plastica PET». 

Per la prima volta, l’Università di Catania, ha stimato la reale EDI (assunzione giornaliera stimata) da consumo di acqua minerale imbottigliata in PET, sia effervescente che naturale, con dosi giornaliere di esposizione che arrivano rispettivamente a equivalenti 40,1 g/Kg/peso corporeo/giorno per gli adulti  e 87,8 g/Kg/peso corporeo/giorno per i bambini che sono dunque quelli più esposti. 

«Sono consigliabili – raccomanda il Presidente – quali strumenti di prevenzione all’esposizione, una dieta molto varia e il consumo di acque di rubinetto rispetto a quelle minerali. Mai bere l’acqua di una bottiglia di plastica che sia stata esposta a lungo al sole.  Altri vettori sono i frutti di mare e i sali da cucina».

«I potenziali effetti negativi di queste micro particelle – dice Dott. Scano –  riguardano molti organi, con effetto tossico per molti monomeri mentre alcuni sono cancerogeni certi come il cloruro divinile e l’1,3 butadiene, o cancerogeni possibili, come lo stirene.Nei polimeri vengono poi incorporate migliaia di sostanze chimiche (additivi) e molte di queste sostanze sono altamente tossiche, cancerogene, neurotossiche e interferenti endocrine come ftalati, bisfenoli, sostanze per- e poli-fluoroalchiliche (PFAS), ritardanti di fiamma bromurati e ritardanti di fiamma organofosfati».

«La ricerca scientifica e tossicologica evidenzia diverse aree di potenziale rischio per l’organismo come per esempio, uno studio pubblicato sul The New England Journal of Medicine ha rilevato la presenza di microplastiche all’interno delle placche aterosclerotiche delle arterie carotidi. I dati indicano che i pazienti con placche contaminate presentano un rischio più elevato di infarto, ictus o mortalità rispetto a chi non ne ha, probabilmente a causa di una maggiore instabilità della placca e di fenomeni infiammatori locali. Essendo l’ingestione una delle vie principali di ingresso, le microplastiche possono provocare un’irritazione fisica del tratto gastrointestinale. Gli studi evidenziano una correlazione con alterazioni del microbiota intestinale (disbiosi), un aumento della permeabilità epiteliale e potenziali legami con malattie infiammatorie croniche intestinali. A livello cellulare, l’accumulo di frammenti plastici attiva la produzione di citochine pro-infiammatorie e genera stress ossidativo, inducendo infiammazione cronica nei tessuti colpiti come fegato, reni e polmoni».

«Infine,- conclude il medico  – come ISDE lanciamo un forte allarme sulla protezione dei più piccoli: il periodo più critico è rappresentato dalla gravidanza e dai primi 1.000 giorni di vita del bambino. Le microplastiche sono in grado di superare le barriere biologiche e sono già state individuate nella placenta, nel liquido spermatico e persino nel latte materno. L’esposizione in utero o in età pediatrica può compromettere lo sviluppo degli organi genito-urinari. L’esposizione alle microplastiche è un rischio grave, crescente e sottovalutato per la salute umana e planetaria  e l’ISDE promuove  da anni campagne nazionali contro questo nemico invisibile».

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martedì 21 luglio 2026

La plastica che ci ostruisce il cuore: nei pazienti con infarto acuto l’84% ha frammenti nelle arterie

 

La ricerca pubblicata sull'European Heart Journal individua nel fumo e nello smog un "cavallo di Troia": danneggiano le barriere polmonari e facilitano l'ingresso dei frammenti plastici nelle arterie del cuore.

 

Chi subisce un grave infarto ha livelli nettamente più alti di micro e nanoplastiche nel sangue coronarico, e i fumatori rischiano sei volte di più di avere queste particelle in circolo. Lo rivela uno studio italiano pubblicato sull’European Heart Journal, che dimostra come il fumo agisca da “apripista” nei polmoni, facilitando l’ingresso della plastica nel flusso sanguigno fino ad ostruire le arterie del cuore.

I ricercatori hanno scoperto una correlazione chiarissima: chi subisce un grave infarto ha livelli molto più alti di micro e nanoplastiche nel sangue rispetto a chi soffre di altri disturbi cardiaci o ha coronarie sane. E in questo scenario, c’è un fattore che amplifica drasticamente il pericolo, agendo da vero e proprio “cavallo di Troia”: il fumo. Lo studio – frutto della collaborazione tra l’Università Sapienza di Roma, l’Università di Verona e il Centro di Ricerca sull’Inquinamento Ambientale e le Malattie Cardiovascolari dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” di Napoli – ha analizzato il sangue prelevato direttamente dai vasi coronarici di 61 pazienti. I risultati non lasciano spazio a molti dubbi sulla diffusione di questi materiali.

Ebbene, la plastica è stata rilevata in ben l’84% dei pazienti colpiti da infarto acuto. Inoltre, in questo gruppo è stata riscontrata una varietà di tipi di plastica decisamente maggiore, tra cui il polietilene (il materiale più comune per imballaggi e contenitori monouso). Mentre nei pazienti con cardiopatia ischemica cronica, la presenza di plastica è scesa al 40%. È crollata al 32% nei pazienti con coronarie sane (gruppo di controllo).

A guidare questa complessa e delicatissima fase di analisi clinica sul campo è stato Pasquale Paolisso, cardiologo presso l’Ospedale Sant’Andrea – Università Sapienza di Roma e primo autore dello studio. È stata proprio l’intuizione di Paolisso e del seu team a permettere di mappare per la prima volta la presenza di questi contaminanti direttamente all’interno della circolazione coronarica. “Le micro e nanoplastiche sono ormai ovunque nell’ambiente, ma fino ad oggi sapevamo pochissimo sulla loro reale capacità di penetrare nel cuore”, spiega Paolisso. “La nostra ricerca dimostra non solo che queste particelle raggiungono la circolazione coronarica, ma che esiste un legame diretto tra l’esposizione ambientale, lo stile di vita e l’accumulo di plastica nel sangue. Averle identificate in percentuali così elevate nei pazienti con infarto acuto rappresenta un punto di svolta per comprendere i nuovi fattori di rischio cardiovascolare legati all’antropocene”.

Se la presenza di plastica nel sangue è già di per sé preoccupante, i dati su come queste particelle riescano a penetrare così facilmente nel nostro sistema circolatorio lo sono ancora di più. È qui che il ruolo del fumo e dell’inquinamento atmosferico diventa centrale. Secondo lo studio, infatti, i fumatori hanno una probabilità sei volte maggiore di avere microplastiche nel sangue rispetto ai non fumatori. Chi è esposto a lungo termine a livelli elevati di polveri sottili (PM2.5) mostra una presenza di plastica significativamente più alta. Il dato record è che il 100% dei pazienti fumatori esposti ad alto inquinamento atmosferico presentava plastica nel sangue coronarico.

Tra chi non fumava e viveva in aree meno inquinate, la percentuale scendeva ad appena il 12,5%. “La storia clinica dei fumatori è strettamente legata alla presenza di microplastiche nel sangue”, spiega Emanuele Barbato, ordinario di Cardiologia alla Sapienza e direttore dell’Unità di Cardiologia dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma, che ha guidato la ricerca spiegando il legame biologico. “I nostri risultati suggeriscono che il fumo potrebbe danneggiare le barriere protettive dei polmoni, rendendo molto più facile per le micro e nanoplastiche penetrare nel flusso sanguigno attraverso le vie respiratorie”. In altre parole, il fumo di sigaretta non solo introduce sostanze tossiche di per sé, ma agisce come un ‘apripista’ che rende i polmoni permeabili a queste piccolissime particelle plastiche disperse nell’ambiente.

Lo stesso meccanismo di vulnerabilità polmonare viene innescato dall’esposizione costante allo smog e al particolato fine. Fino ad oggi, la plastica nel corpo umano era considerata un problema principalmente teorico o limitato all’apparato digerente. Questa ricerca, unita ad altre recenti evidenze (come il ritrovamento di microplastiche nelle placche aterosclerotiche carotidee), dimostra che la contaminazione da plastica è un fattore di rischio cardiovascolare concreto. Le particelle di plastica non si limitano a “galleggiare” nel sangue: studi collaterali indicano che la loro presenza è associata a un forte aumento dei marcatori infiammatori (come il TNF-alfa e l’interleuchina-6), che possono destabilizzare le placche nelle arterie e favorire la formazione di trombi, scatenando l’infarto. La lotta alle malattie cardiache, dunque, non passa più soltanto dal controllo del colesterolo, della pressione o della sedentarietà. Ridurre l’uso della plastica, bonificare l’ambiente, ripulire l’aria delle nostre città e, soprattutto, dire addio al fumo di sigaretta sono oggi più che mai passi fondamentali per proteggere letteralmente il nostro cuore.

Lo studio

da qui

venerdì 30 gennaio 2026

Trovate microplastiche anche nei pesci delle acque incontaminate del Pacifico


Altro che atolli incontaminati e acque cristalline. Un nuovo studio dell’Università del Pacifico del Sud rivela che l’invulnerabilità dei mari del Sud è un mito: nei piatti delle comunità del Pacifico, la plastica è diventata un ospite fisso. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista PLOS One, circa un pesce su tre catturato nelle acque costiere delle isole del Pacifico ha ingerito microplastiche. In alcune zone, come le isole Fiji, la percentuale di pesci contaminati schizza al 75% contro una media globale che si attesta intorno al 49%. Le microplastiche sono ormai riconosciute come una minaccia ambientale globale, che colpisce gli ecosistemi marini e solleva preoccupazioni per la salute umana. Sebbene i Paesi e Territori insulari del Pacifico (PICT) siano spesso considerati isolati, i ricercatori affermano che queste regioni potrebbero essere maggiormente esposte a causa della rapida crescita urbana e delle limitate infrastrutture per il trattamento dei rifiuti e delle acque.

Analizzando 878 pesci di 138 specie diverse tra Fiji, Tonga, Tuvalu e Vanuatu, i ricercatori hanno scoperto che le microplastiche sono arrivate ovunque. Il motivo per cui le Fiji sono così colpite rispetto alla vicina Vanuatu, dove solo il 5% dei pesci presenta tracce di plastica, sta nell’impatto umano. Lo studio non si è limitato a contare i frammenti, ma ha cercato di capire l’identikit del pesce “a rischio”. I pesci di barriera e quelli di fondo, i cosiddetti “benthonici“, sono molto più esposti rispetto a chi nuota in mare aperto. Chi caccia tendendo imboscate o chi setaccia il fondale in cerca di invertebrati — come il Lethrinus harak (imperatore macchiato) — finisce per ingerire accidentalmente le fibre sintetiche che si depositano sul fondo. Queste fibre, derivate principalmente da tessuti e attrezzature da pesca, agiscono come agenti infiltrati nella catena alimentare.

“I dati infrangono l’illusione che la nostra lontananza offra protezione”, avverte Rufino Varea, co-autore dello studio. “I pesci più accessibili per i pescatori di sussistenza sono diventati serbatoi di inquinamento sintetico”, aggiunge. Se per un europeo o un americano la microplastica nel pesce è una preoccupazione ambientale, per gli abitanti delle isole del Pacifico è una minaccia diretta alla sicurezza alimentare. Qui il pesce non è una scelta gourmet, ma la principale fonte di proteine e il cuore della cultura locale. Questo studio è il canarino nella miniera di carbone del nostro oceano globale. Se anche le acque teoricamente più pure del pianeta mostrano segni di sofferenza, è chiaro che le soluzioni “a valle”, come la pulizia delle spiagge, non bastano più. “Questi dati ci obbligano a chiedere un Trattato Globale sulla Plastica che imponga limiti rigorosi alla produzione primaria di plastica e agli additivi tossici, poiché questo è l’unico modo praticabile per salvaguardare la salute e la sicurezza alimentare delle popolazioni del Pacifico”, concludono i ricercatori.

Leggi qui lo studio


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sabato 3 agosto 2024

Microplastiche: la grande onda deve ancora arrivare - Daniela Gschweng

 

Gli scienziati chiedono di limitare la produzione globale di plastica. La polvere di plastica è già nel nostro corpo.

“Il peggio delle microplastiche deve ancora venire”, ha dichiarato il Guardian il 9 luglio. La plastica è ovunque, anche nel nostro corpo. E continuava: “Quest’anno, diversi ricercatori hanno trovato microplastiche in tutti i campioni di tessuto placentare analizzati, nelle arterie umane, dove la plastica è correlata a un aumento del rischio di infarto e ictus, in tutti i 27 testicoli umani esaminati e nello sperma di 40 pazienti altrimenti sani”.

Ciò rafforza il timore che le materie plastiche – molte delle quali contengono sostanze chimiche che alterano gli ormoni – possano contribuire a un deterioramento globale della salute dello sperma. La plastica entra negli organi umani attraverso l’aria che respiriamo, l’acqua e il cibo. È sempre più evidente che i piccoli frammenti di plastica causano danni.

La grande ondata di piccole particelle di plastica deve ancora arrivare

In uno studio cinese di febbraio, gli autori scrivono: “I livelli attualmente rilevabili di inquinamento da microplastica sono probabilmente solo l’inizio”. Molti prodotti in plastica degli anni ’80 e ’90 si stanno scomponendo solo ora in microplastiche e nanoplastiche.

Tuttavia, i volumi di produzione sono cresciuti in modo significativo dagli anni ‘70. La produzione globale di plastica è raddoppiata tra il 2000 e il 2019. Le previsioni indicano che lo farà di nuovo entro il 2040. La grande ondata di piccole particelle di plastica deve quindi ancora arrivare.

Prove sempre più evidenti di nocività

Se le microplastiche e le nanoplastiche siano più dannose di altre piccole particelle è oggetto di ricerca da anni. Gli esperti hanno opinioni diverse in merito e gli studi sull’argomento sono generalmente cauti. I motivi sono molteplici: Dimostrare i danni a lungo termine è difficile non solo con le microplastiche e le nanoplastiche.

Ci sono sempre più prove che le minuscole particelle di plastica hanno effetti nocivi sull’organismo. Tre esempi:

·         Un recente studio dell’Università di Birmingham, riportato dal Guardian, suggerisce che le micro e nanoplastiche favoriscono molte malattie innescando e intensificando i processi infiammatori.

·         Alcuni ricercatori italiani hanno scoperto che le piccole particelle di plastica presenti nei depositi vascolari potrebbero aumentare le probabilità di ictus. Hanno analizzato i depositi vascolari (placche) di circa 300 persone dopo averli rimossi chirurgicamente e hanno seguito la loro storia medica.

·         Tre anni fa, ricercatori inglesi hanno dimostrato in esperimenti che le microplastiche in colture cellulari danneggiano le cellule umane (articolo su Infosperber).

Questo per quanto riguarda le particelle di plastica in sé. A queste si aggiungono le sostanze chimiche che si trovano nella plastica o che vengono rilasciate da essa.

La “salsa” degli additivi di plastica

Secondo le stime della Commissione Minderoo-Monaco sulle materie plastiche e la salute umana dello scorso anno, gli additivi presenti nella plastica hanno causato costi sanitari per 675 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti nel 2015. Si tratta di una stima minima che comprendeva i danni noti alla salute causati dall’uso del plastificante DEHP (dietilesil ftalato) e del gruppo chimico degli eteri dietilici polibromurati (PBDE). A ciò si aggiungono i costi di ictus e malattie coronariche causati dalla sostanza chimica bisfenolo A (BPA).

Questo elenco non comprende eventuali danni causati da altre sostanze chimiche, come coloranti o ritardanti di fiamma, presenti nelle o sulle plastiche e microplastiche. Sono migliaia le sostanze chimiche utilizzate nella produzione di plastica. La scienziata Heather Leslie ha recentemente paragonato la situazione a un piatto di pasta sul Washington Post: ovunque si trovino gli spaghetti (polimeri in microplastiche e nanoplastiche), c’è una salsa fatta di numerosi additivi.

Gli scienziati chiedono un limite massimo per la plastica

Dovremo continuare a convivere con entrambe. La richiesta di un tetto globale alla produzione di plastica non ha prevalso alla quarta Conferenza mondiale sulla plastica tenutasi a Ottawa in aprile. Greenpeace ha parlato di un “compromesso debole”, l’organizzazione “Exit Plastic” più esplicitamente di una “lobby invece di una soluzione”. In particolare, gli Stati petroliferi e le industrie fossili e chimiche si oppongono alle limitazioni della plastica. Sono invece favorevoli all’ottimizzazione dei sistemi di smaltimento e riciclaggio.

Scienziati e attivisti continuano a chiedere di limitare la produzione di plastica in modo che la quantità di plastica rilasciata rimanga gestibile. Soprattutto, chiedono di limitare gli articoli monouso. Il Guardian ha intervistato tre di loro.

Regolamenti come per i CFC o i gas serra

Secondo l’epidemiologo e medico Philip Landrigan, l’opinione pubblica mondiale si preoccupa delle microplastiche molto meno di quanto dovrebbe. Landrigan, che si è fatto un nome nella lotta contro il piombo e l’amianto, ha partecipato ai negoziati a Ottawa. Egli ritiene che un limite agli articoli di plastica non sostituibili sia l’unico modo per fermare la crisi della plastica. È necessario un tetto massimo per la plastica, simile al Protocollo di Montreal, che limita l’uso di sostanze che danneggiano lo strato di ozono, o all’Accordo di Parigi sul clima.

Lo scienziato norvegese Martin Wagner sottolinea che 3.600 delle oltre 16.000 sostanze chimiche note presenti nella plastica sono “sostanze chimiche plastiche preoccupanti” non regolamentate. Quasi 400 di queste sono utilizzate nelle plastiche che entrano in contatto con gli alimenti. È stato accertato che 97 di esse migrano negli alimenti.

Il pubblico ha il diritto di sapere a quali sostanze chimiche è esposto. O, preferibilmente, di non essere esposto affatto: Wagner è favorevole alla regolamentazione di 15 gruppi di sostanze chimiche utilizzate nella produzione di materie plastiche. Questi includono i bisfenoli come il BPA, gli ftalati (plastificanti) e i PFAS. I produttori dovrebbero inoltre essere obbligati a rendere trasparenti tutte le sostanze chimiche presenti nei loro prodotti.

Tiza Mafira, avvocatessa e direttrice dell’organizzazione indonesiana Diet Plastic, parla del lungo e faticoso processo di sostituzione degli imballaggi di plastica monouso con imballaggi riutilizzabili in plastica, vetro o alluminio. “Sarebbe più facile se la plastica monouso a basso costo fosse vietata”, afferma.

Daniela Gschweng per il giornale online INFOsperber

Traduzione dal tedesco di Thomas Schmid

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giovedì 25 aprile 2024

Ecco come proteggere la salute dalle microplastiche

 

Non passa giorno senza che venga pubblicato uno studio scientifico sui danni che le microplastiche provocano a diversi organi e tessuti, oltre che all’ambiente

“In un’epoca in cui la coscienza ambientale e i temi di One Health sono al centro del dibattito globale quello delle microplastiche resta un problema ancora largamente sottovalutato e misconosciuto, anche se profondamente impattante – Queste minuscole particelle di plastica (le microplastiche hanno un diametro inferiore a 5 mm e le nanoplastiche inferiore a 1 micron), in genere invisibili a occhio nudo, hanno invaso ogni angolo del nostro pianeta, comprese le acque di fiumi e oceani e rappresentano una minaccia significativa per la salute dell’uomo, degli animali e di tutto l’ambiente. È dunque urgente mettere in campo azioni di consapevolezza e prevenzione”. Le microplastiche sono particolarmente insidiose anche per la loro capacità di accumulare sostanze tossiche come pesticidi, metalli pesanti e altri inquinanti. Queste tossine inquinano l’ambiente e trovano la loro strada nella catena alimentare, venendo in questo modo a rappresentare una minaccia diretta per la salute. Studi recenti hanno confermato l’allarmante grado di contaminazione da microplastiche del cibo e dell’acqua che consumiamo ogni giorno. L’ingestione di microplastiche provoca danni a tutti gli organi e apparati, determinando disturbi gastrointestinali e del microbiota, problemi riproduttivi, effetti cancerogeni, problemi neurologici (è dimostrato che compromettono l’integrità della barriera emato-encefalica) e cardio-vascolari. Microplastiche sono state isolate persino nei vasi, all’interno delle placche di aterosclerosi e possono aumentare il rischio di infarti e di ictus. Presenti anche nell’aria che respiriamo, possono essere inalate e arrivare profondamente nei polmoni, causando problemi respiratori e aggravando condizioni come asma e bronchite. Dovremmo cercare di adottare una serie di azioni individuali volte a limitare l’esposizione alle microplastiche, anche se è chiaro che servirebbero iniziative politiche di ampio respiro, coordinate a livello internazionale. Le azioni auspicate dalla comunità scientifica internazionale vanno da regolamentazioni rigorose per limitare la produzione e l’uso di plastica monouso, a investimenti in tecnologie avanzate di filtrazione per rimuovere le microplastiche dalle acque reflue, alla promozione di pratiche sostenibili di gestione dei rifiuti. “La consapevolezza del pubblico e l’educazione giocano un ruolo cruciale nel combattere l’inquinamento da microplastica. Migliorando la cultura di tutela ambientale e la consapevolezza dei rischi, si possono prendere decisioni informate mirate a ridurre il contributo delle singole persone all’inquinamento da plastica, adottando una serie di azioni volte a mitigare l’impatto delle microplastiche sulla loro stessa salute. Mancare l’appuntamento con azioni di prevenzione e mitigazione del rischio afferma il professor Sesti – potrebbe avere conseguenze terribili per le generazioni presenti e per quelle future”. 

un decalogo UN Le raccomandazioniLe raccomandazioni della SIMI per proteggerci dalle microplastiche

Ecco dieci azioni pratiche, proposte dagli esperti della Società Italiana di Medicina Interna, che tutti possono adottare per proteggere sé stessi e l’ambiente dalle microplastiche, facendo guadagnare in salute chi vive oggi e le generazioni future.

1.       

o    Riduci il consumo di plastica monouso e optare per alternative riutilizzabili come bottiglie/borracce termiche in acciaio inossidabile, contenitori di vetro, borse della spesa (shopping) in tessuto.

o    Scegliere per l’abbigliamento le fibre naturali. Nella scelta dei vestiti e dei tessuti, preferire sempre quelli in fibre naturali come cotone, lana, viscosa e canapa, rispetto a materiali sintetici come poliestere, poliammide, polipropilene e nylon (molto diffusi soprattutto nella fast fashion perché economici), che rilasciano microplastiche durante la produzione e il lavaggio.

o    Installa filtri contro le microplastiche nelle lavatrici per catturare le microplastiche rilasciate dai tessuti durante i cicli di lavaggio, impedendo loro di entrare nel sistema idrico; così si rispetta di più l’ambiente ad ogni lavaggio.

o    Evita prodotti cosmetici contenenti microplastiche. I microgranuli in polietilene (presenti in esfolianti, dentifrici, creme da barba e scrub a risciacquo) sono vietati dal 2020, ma i cosmetici possono contenere altri polimeri insolubili. Controlla dunque sempre l’elenco degli ingredienti in etichetta per assicurarti che non contengano PE (polietilene), PMMA (polimetil metacrilato), PET (polietilene tereftalato) e PP (polipropilene).

o    Consuma acqua filtrata. Investi in un sistema di filtrazione dell’acqua di alta qualità per rimuovere le microplastiche e altri contaminanti dall’acqua di rubinetto, o scegli acqua minerale e bibite in bottiglia di vetro. Evita invece quelle in bottiglie di plastica.

o    Previeni la contaminazione dei cibi con la plastica. Riduci al minimo l’acquisto di cibi confezionati in imballaggi e contenitori di plastica, optando per alternative in vetro, acciaio inossidabile, silicone o sacchetti di carta per ridurre il rischio di ingerire microplastiche. Anche in frigorifero, ridurre o eliminare l’uso di contenitori di plastica e pellicole.

o    Mangia alimenti freschi e integrali. Scegli alimenti freschi e integrali anzichè prodotti processati e confezionati; questi ultimi, oltre ad esser meno salutari, potrebbero contenere livelli più alti di contaminazione da microplastica (per imballaggi di plastica e modalità di lavorazione).

o    Sostieni pratiche di pesca sostenibili. Acquistando prodotti ittici provenienti da fonti sostenibili, riducendo la probabilità di consumare pesce e frutti di mare contaminati da microplastiche.

o    Smaltisci correttamente i rifiuti. Pratica lo smaltimento responsabile dei rifiuti, separando la plastica quando possibile e gettandola nei bidoni designati; è un altro modo per evitare che la plastica inquini l’ambiente e contamini cibo e acqua.

o    Sii ‘ambasciatore’ del cambiamento, dando il buon esempio e sensibilizzando familiari, amici e colleghi di lavoro sugli effetti dannosi delle microplastiche per la salute dell’uomo e dell’ambiente.

Ecco come le microplastiche danneggiano la nostra salute

L’inquinamento da plastica è una delle sfide ambientali e sanitarie più urgenti e impattanti del nostro tempo. La presenza pervasiva della plastica minaccia l’integrità dei nostri ecosistemi e la salute delle generazioni attuali e future. L’impatto delle microplastiche sulla salute umana è molteplice e richiede immediata attenzione. Queste sono alcune delle principali conseguenze per la salute, associate alle microplastiche, a seconda della via di penetrazione nell’organismo.

1.       

o    Ingestione: le microplastiche possono essere ingerite attraverso cibi e fonti d’acqua contaminate. Una volta ingerite si possono accumulare nel tratto gastrointestinale, dove e causare irritazione, infiammazione e disturbi gastrointestinali.

o    Disfunzione del microbiota intestinale: le microplastiche ingerite, giunte nel tratto gastrointestinale possono alterare l’equilibrio del microbiota intestinale, essenziale per mantenere la salute digestiva e del sistema immunitario, contribuendo a causare malattie infiammatorie intestinali, obesità e disturbi metabolici.

o    Effetti sull’apparato respiratorio: le microplastiche in sospensione nell’aria, possono essere inalate e causare dunque irritazione delle vie respiratorie e infiammazione, portando ad un peggioramento di condizioni come l’asma e la bronchite. L’esposizione cronica alle microplastiche nell’aria può anche compromettere la funzionalità respiratoria e aumentare la suscettibilità alle infezioni.

o    Assorbimento di sostanze chimiche tossiche: le microplastiche possono assorbire e concentrare sostanze chimiche tossiche come pesticidi, metalli pesanti e inquinanti organici persistenti (POP) presenti nell’ambiente. Queste tossine assorbite con le microplastiche una volta ingerite possono comportare un rischio di tossicità sistemica e provocare effetti a lungo termine sulla salute.

o    Effetti sul sistema immunitario: l’esposizione alle microplastiche e alle sostanze chimiche tossiche associate può compromettere la funzione del sistema immunitario, portando ad una maggior suscettibilità alle infezioni, alle allergie e alle malattie autoimmuni.

o    Effetti neurologici: recenti ricerche suggeriscono che le microplastiche possano attraversare la barriera emato-encefalica e andare ad accumularsi nei tessuti cerebrali, dove potrebbero causare effetti neurotossici. L’esposizione prolungata alle sostanze neurotossiche rilasciate dalle microplastiche potrebbe dunque contribuire allo sviluppo di patologie neuro-degenerative quali la malattia di Alzheimer e di Parkinson e contribuire al decadimento cognitivo.

o    Effetti sull’apparato cardiovascolare: un recente studio pubblicato su The New England Journal of Medicine, a firma di ricercatori italiani, ha dimostrato la presenza di microplastiche e nanoplastiche all’interno delle placche aterosclerotiche di alcuni pazienti. I soggetti con queste caratteristiche presentavano un rischio maggiorato del 450% di incorrere in un infarto, ictus o mortalità per tutte le cause, nell’arco dei successivi 2-3 anni, rispetto alle persone che non presentano microplastiche nelle placche.

o    Interferenza endocrina (endocrine disruption): alcune sostanze chimiche presenti nelle microplastiche, come ftalati e bisfenolo A (BPA), sono degli interferenti endocrini, possono cioè interferire con i sistemi ormonali nel corpo. L’esposizione prolungata a queste sostanze può contribuire a problemi dell’apparato riproduttivo, disturbi dello sviluppo e squilibri ormonali.

o    Genotossicità: le microplastiche in esperimenti di laboratorio hanno prodotto effetti genotossici, cioè danni al DNA e mutazioni. La genotossicità può aumentare il rischio di cancro e comportare altre gravi conseguenze per la salute.

https://smips.org/2024/04/22/ecco-come-proteggere-la-salute-dalle-microplastiche/