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domenica 1 febbraio 2026

Quando gli studenti ci danno una lezione - Marco Lodoli

A scuola tante parole volano via senza lasciare alcun segno: il professore parla e i ragazzi guardano le mosche, oppure prova a lanciare un argomento di discussione che deperisce dopo due o tre svogliati interventi. Ma a volte capita la giornata d'oro, quella in cui le parole pesano e lasciano un segno profondo negli studenti ma anche nel professore, al quale si rivelano intuizioni sbalorditive. E così l'altro giorno in classe si parlava di desideri, di consumismo, di intontimenti pericolosi, tema che torna spesso e che sembra non avere soluzione.


Ma stavolta Manolo, un ragazzetto scapigliato e nervoso, ha fatto in tre minuti un'analisi chiarissima, di quelle che aprono e chiudono ogni discorso. «Voi insegnanti ci dite che i desideri sono la nostra rovina, che ci costringono in una situazione di affanno perenne, di dipendenza, di mortificazione del pensiero. I desideri ci spingono nei centri commerciali dove siamo come pecore al pascolo, e noi sbaviamo dietro un telefonino, un paio di scarpe firmate, una maglia da cento euro, e intanto non ci accorgiamo che il lupo si sbrana la nostra vita. Ci parlate di Leopardi e di Schopenhauer, insistete perché noi ragazzi non perdiamo tempo ed energie a rincorrere false soddisfazioni, che in realtà ci impoveriscono sempre più. Ci leggete in classe articoli di scrittori, preti, filosofi che condannano il consumismo. Tutto vero, probabilmente, tutto fila senza una grinza. Però io mi domando: come mai queste sante parole non producono alcun effetto? È semplice. Non producono alcun effetto perché tutto il mondo occidentale si regge sull'eccitazione dei desideri, e se di colpo prevalesse San Francesco sarebbe lo sfacelo. Si ricorda professore quella pubblicità in cui si vedeva la gente per la strada che ringraziava un tipo con una busta in mano? Lo ringraziavano perché aveva comprato qualcosa, una cosa qualunque, forse una cosa inutile, ma che permetteva all'economia di girare, di creare ricchezza, di aumentare i posti di lavoro, o almeno di non perderli. Ecco dov'è l'ipocrisia. Tutti i sapientoni ripetono che bisogna accontentarsi, senza sciupare la propria esistenza dietro alle sciocchezze che ci vengono proposte a getto continuo, ma poi l'Occidente si regge solo sulla frenesia, sull'avidità, sul desiderio folle. Tutto il nostro immaginario è costruito ad arte per sedurre e farci sentire partecipi di una comunità che esiste finché può spendere. La ruota gira e non si può assolutamente fermare, e neppure rallentare. Gli adulti al comando gestiscono la fantasia nazionale, la spingono dove più conviene. Il Pil deve crescere, gli stipendi devono aumentare per rilanciare i consumi, le industrie devono incrementare i profitti per far guadagnare i padroni ma anche per non mandare a casa gli operai. Senza desideri assatanati l'Occidente precipita. Pubblicitari, creativi, uomini del marketing, belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti soffiano a pieni polmoni nelle vele del desiderio, perché è da lì che vengono i soldi e il benessere. Magari poi la gente impazzisce, si perde, si indebita, i giovani si confondono, si viziano, diventano sempre più deboli, ma non c'è niente da fare, se il desiderio non pompa l'acqua non sgorga. Se il desiderio si blocca, si blocca tutto. E poi arrivate voi professori, che siete tagliati fuori dal mondo, che contate sempre meno perché avete poco da spendere, e ci rifilate questi pistolotti inutili. Dite che il desiderio porta alla depressione o alla criminalità, che separa e contrappone gli esseri umani, che genera un arraffa arraffa individualista e degradante, predicate il rigore, lo studio, il sacrificio, ma nessuno vi sta a sentire. Noi no, perché siamo ragazzi e vogliamo divertirci, ma neanche gli adulti che valgono davvero vi prestano ascolto. Loro lo sanno cento volte meglio di voi come funziona la baracca. Funziona solo se i nostri desideri la sostengono minuto per minuto, altrimenti si sbraca. Fortunatamente oggi la cultura è inutile, ma se veramente fosse assorbita profondamente dalla gente comune sarebbe addirittura nociva, saboterebbe la macchina o l'autobus su cui viaggiamo, e questo non può accadere».

Sono rimasto a bocca aperta. L'immaginario che la scuola prova a costruire è una gondoletta di fronte a una portaerei. È un ostacolo da travolgere, o meglio ancora da ignorare. La diffusa pedagogia sociale ha un solo chiaro argomento: se spendi ci sei, se spendiamo tutti il paese va avanti, il resto sono solo chiacchiere inconsistenti, inconsapevolmente sovversive. Gli altri ragazzi hanno guardato in silenzio il compagno filosofo, poi uno ha preso la parola: «Non ho capito quasi niente di quello che hai detto, ma mi sembra giustissimo».

da qui

mercoledì 7 gennaio 2026

Basta col ‘prendi, consuma e butta’! La responsabilità del produttore nella moda può dare la svolta - Francesca Rulli

Abbiamo visto tutti le immagini del deserto di Atacama, in Cile, sommerso da montagne di capi d’abbigliamento dismessi, rotti, inservibili. Impossibile restare indifferenti di fronte allo spettacolo di tonnellate di rifiuti a perdita d’occhio. Tanto più perché, seppure a migliaia di chilometri di distanza, quelle discariche a cielo aperto sono la logica conseguenza dei nostri modelli di produzione – o meglio, sovrapproduzione – e consumo. Il settore della moda deve cambiare, e farlo nella direzione dell’economia circolare: ciò significa abbandonare il paradigma lineare del “prendi, consuma e butta” e trarre valore il più a lungo possibile dalle risorse che la natura ci offre, evitando che diventino rifiuti.

Varie normative, europee e nazionali, vanno in questa direzione. Il 16 ottobre, infatti, è entrata in vigore la revisione della direttiva quadro sui rifiuti che allarga al settore tessile il regime di responsabilità estesa del produttore (EPR). I 27 Stati membri dell’Unione europea hanno quindi trenta mesi di tempo per adeguarsi. Ma di cosa si tratta? L’EPR è un principio secondo cui chi immette un prodotto sul mercato deve farsi carico anche della sua gestione a fine vita, cioè di raccolta, selezione, riuso, riciclo o smaltimento. In pratica, il costo ambientale dei prodotti non ricade più solo sulla collettività, ma su chi li produce o li vende. Progettare capi più più durevoli, riparabili e riciclabili diventa quindi economicamente conveniente, perché riduce la quantità di rifiuti e dunque i costi da affrontare successivamente.

Il meccanismo di responsabilità estesa del produttore nasce a livello europeo già negli anni Novanta e oggi in Italia si applica a imballaggi, pneumatici fuori uso, oli esausti, pile e apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee). Per il settore tessile la sua genesi è stata piuttosto complicata. I primi consorzi infatti sono nati già a partire dal 2022 ma a lungo è mancato il decreto attuativo: stando agli ultimi aggiornamenti diffusi dal ministero dell’Ambiente e della transizione ecologica, dovrebbe essere concluso entro il primo trimestre 2026.

 

Cosa cambierà a quel punto? I produttori e i venditori di abiti, scarpe e tessili per la casa (e-commerce compresi) dovranno farsi carico della raccolta dei capi usati o dismessi, del trasporto al centro di smaltimento o riciclo, della selezione, riciclo e preparazione per il riuso. Dovranno inoltre pagare il cosiddetto “contributo ambientale”, proporzionato ai volumi immessi sul mercato, e iscriversi a un registro nazionale, pubblicando i dati e tenendoli aggiornati ogni anno.

Sarà anche uno sprone per dare reale attuazione all’obbligo di raccolta differenziata dei rifiuti tessili, che formalmente è in vigore (anzi, l’Italia ha anticipato di ben tre anni gli obblighi europei, introducendolo il 1° gennaio 2022) ma funziona ancora a macchia di leopardo nel territorio. L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) riferisce che nel 2023 la raccolta differenziata tessile si è attestata sui 2,9 kg per abitante all’anno; ma, sottolinea il consorzio Erion, in un anno i kg di prodotti tessili e calzature immessi sul mercato sono ben 23 pro capite. Considerato il velocissimo ciclo di vita soprattutto dei capi a basso costo, è evidente che i conti non tornano.

 

A questo squilibrio si aggiunge un ulteriore fattore critico: l’aumento dei quantitativi di capi a bassissimo costo e di qualità molto ridotta che entrano nel mercato europeo attraverso piattaforme di ultra fast fashion come Shein e Temu. Prodotti pensati per cicli di vita brevissimi, difficilmente riutilizzabili e spesso complessi da riciclare, che finiscono rapidamente nel flusso dei rifiuti, aumentando il carico sui sistemi di raccolta e trattamento. In questo senso, il collegamento tra EPR e regolamento Ecodesign (ESPR) sarà decisivo: l’auspicio è che il contributo ambientale venga applicato in modo pieno anche a questi prodotti, evitando che i costi della loro gestione ricadano ancora una volta sulla collettività.

In questo quadro, l’EPR non sarà una bacchetta magica, ma un passaggio strutturale: costringerà la filiera a misurarsi con ciò che oggi resta fuori dallo sguardo, cioè la gestione dei rifiuti che la moda genera ogni giorno. Sarà un banco di prova per capire se imprese, consorzi e istituzioni sapranno costruire un sistema capace di intercettare e valorizzare materiali che oggi finiscono dispersi. I consumatori, da parte loro, non avranno più scuse: avranno da un lato gli strumenti per comprendere l’impatto sociale e ambientale di ciò che indossano, col digital product passport, e dall’altro lato una rete più capillare di infrastrutture per il recupero e il riciclo.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/03/saldi-responsabilita-estesa-produttore-moda-tessile-notizie/8236871/

mercoledì 26 novembre 2025

Black Friday, uno studio del Journal of Macromarketing rivela: “L’acquisto compulsivo è un comportamento patologico” - Elisabetta Ambrosi

Ansia, stress, "devianza" sociale e inquinamento: le ricerche della Cornell University e dello Yale Center for Customer Insight dimostrano gli impatti negativi della corsa sfrenata al consumismo

Spinge le persone ad acquistare ciò che non avevano programmato, intensificando il desiderio di avere prodotti in sconto e a tempo limitato e così intaccando i loro risparmi. Può provocare emozioni intense e negative come rabbia e frustrazione, sia per la paura di perdere una presunta opportunità, sia per la realizzazione di aver comprato una cosa inutile e sbagliata. Infine, rischia di impattare sulle persone psicologicamente fragili e con meno autocontrollo e al tempo stesso può persino indurre le persone a mettere in atto comportamenti socialmente “devianti” pur di raggiungere lo sconto.

Per gli studiosi di psicologia sociale e del consumo, insomma, il Black Friday – divenuto ormai una Black Week – rischia di produrre una serie di effetti psicologici nefasti. Ai quali si aggiungono quelli più etici ed ecologici sottolineati dal mondo del consumo sostenibile e dell’ambientalismo, dalla svalutazione del lavoro al greenwashing.

La paura di perdere opportunità

La letteratura scientifica degli ultimi dieci anni è puntellata di analisi del Black Friday come uno dei fenomeni che più mette in atto meccanismi di pressione sui consumatori. Pressione addirittura fisica, oltre che psicologica. In un interessante studio della Cornell University, “Social Force Model parameter testing and optimization using a high stress real-life situation”, viene analizzato un video reale di una folla all’apertura di un negozio durante il Black Friday, modellandola con il “Social Force Model”, un modello usato per simulare comportamenti di folla in situazioni di stress o panico. Lo studio mostra che il comportamento dei consumatori in certe situazioni di Black Friday può assomigliare ad una “evacuazione”: molti entrano rapidamente, alta densità di persone, forte “pressione fisica” oltre che psicologica.

Nell’articolo Decoding Black Friday Shopping Behavior, dello Yale Center for Customer Insight, che fa parte dello Yale School of Management, si afferma che solo il 38% dei consumatori compra, durante il Black Friday, secondo i propri piani. Inoltre, un fenomeno che si verifica proprio durante il Black Friday è quello dello “shopping momentum”, per cui un acquisto iniziale innesca una sequenza di decisioni d’acquisto, non correlate alle scelta iniziale. In pratica, una persona che entra per comprare un televisore finisce per essere un acquirente multiprodotto.

Tra gli altri fattori psicologici che inducono stress ci sono la paura di perdere l’occasione (FOMO, Fear of Missing Opportunity), la mentalità della scarsità del bene in vendita e la pressione sociale comparativa. Ne parla in dettaglio lo studio A Review on the Cause of Black Friday Consumerism, pubblicato nel 2024 nel Journal of Education Humanities and Social Sciences. Secondo lo studio, una delle spinte principali è la mentalità della scarsità, un bias cognitivo che aumenta il valore percepito di un bene raro o di un’opportunità limitata. Le offerte a tempo limitato e le promozioni restrittive generano urgenza e intensificando il desiderio di ottenere prodotti prima che scompaiano, ma possono evocare emozioni intense come eccitazione e rabbia.

Una pressione che grava sui più fragili

Mette in luce i rischi per i consumatori più vulnerabili l’articolo Situational Factors of Compulsive Buying and the Well-Being Outcomes: What We Know and What We Need to Know, pubblicato sul Journal of Macromarketing. Eventi come il Black Friday rappresentano un rischio per coloro che hanno scarsa auto-regolazione o tendenza agli acquisti impulsivi. Il comportamento d’acquisto compulsivo (CBC) è un comportamento patologico, ma in pochi lo prendono in considerazione come tale. Infine, nell’articolo, meno recente, What’s Deviance got to do with it? Black Friday Sales, Violence and Hyperconformity, pubblicato dal The British Journal of Criminology, si analizza come alcuni comportamenti durante il Black Friday possano essere visti come “devianza” sociale: combattere per sconti, calpestare le regole di convivenza, rompere le norme sociali.

Il Black Friday viene messo sotto accusa anche dai teorici del consumo responsabile e dal mondo ambientalista. “Noi riteniamo che il Black Friday sia l’apice simbolico di una economia che incentiva l’acquisto compulsivo piuttosto che il bisogno reale, trasformando il risparmio in illusione e generando spreco, per non parlare delle dinamiche di iperproduzione e sfruttamento sottese alla giornata”, afferma Nicholas Bawtree, direttore delle Edizioni Terranuova, da sempre sui temi della sostenibilità. “Inoltre”, continua, “il Black Friday produce una perdita di percezione del valore della produzione di oggetti così come della cultura. Non vogliamo colpevolizzare i singoli e il consumo, vogliamo ridare valore alle cose”.

Sottolinea un aspetto più drammatico Angelo Miotto, giornalista, saggista e autore di Produci, consuma crepa. Manuale di resistenza e cambiamento (Altreconomia): “Purtroppo siamo dentro un vero e proprio ricatto etico, perché anche se non si decide di comprare per il Black Friday siamo comunque schiavi dello stesso sistema fatto di salari bassi, situazioni abitative precarie e difficoltà ad arrivare a fine mese”.

Lavorare su informazione e consapevolezza

Si dice d’accordo nel non colpevolizzare i singoli anche Bruno Mazzara, docente di Psicologia dei consumi all’Università La Sapienza di Roma. “Il problema è il sistema che presenta l’acquisto come una promessa di felicità, costringendo le persone a una corsa e una competizione continue. Tuttavia, siccome le persone sono il terminale operativo, è fondamentale che sia loro chiaro il meccanismo economico alla base della crescita e dell’accumulo”. Consapevolezza e coerenza sono aspetti fondamentali anche per Angelo Miotto. “Posso anche andare a comprare la mia lavatrice al Black Friday non essendo d’accordo con il Black Friday e sapendo l’impatto che genera, ma appunto devo esserne consapevole e cercare un orizzonte che permetta di cambiare”. “In definitiva, il Black Friday ci allontana dalla vera domanda: ho davvero bisogno di questa cosa? Io proporrei, allora, un Green Friday, o un Giving Friday, un giorno per donare, o uno Slow Friday: prendersi tempo per esperienze e relazioni”, conclude Nicholas Bawtree.

C’è poi, ultimo ma non per importanza, l’aspetto dell’impatto ambientale. Secondo uno studio di Transport Environment, l’inquinamento da camion, principale mezzo di trasporto in Europa, aumenta del 94% nella settimana del Black Friday, con un aumento di emissioni pari a quelle di 3500 voli da Parigi a New York. Anche il WWF sottolinea l’impennata di emissioni legate alle consegna da Black Friday, e al tempo stesso mette in luce anche un altro problema: l’impatto generato dai resi. “Ogni reso aumenta del 30% le emissioni legate alla logistica, e oltre il 25% dei prodotti viene scartato dai rivenditori, aggravando il problema dei rifiuti”. Ma, proprio a causa della pressione ad comprare, i resi degli acquisti on line sfiorano il 40%, contro il 10% dell’acquisto a negozio. Comprare fisicamente potrebbe essere, intanto, una scelta di sostenibilità.

da qui

martedì 15 luglio 2025

Manipolazione dei bisogni: il potere della pubblicità sul consumismo - Giulia Ortaggio


La pubblicità è un fenomeno complesso che rientra nelle componenti fondamentali del mondo del marketing che, grazie alla sua comunicazione persuasiva riguardante idee o servizi diffusi tramite i media da uno sponsor ufficiale, influenza profondamente la società. Ma al centro di tutto c’è un meccanismo potente:la manipolazione dei bisogni.

La manipolazione dei bisogni nella quotidianità

È logico, guardando al ruolo che la pubblicità ha assunto nella nostra quotidianità, pensare che questa si intrecci con i vari aspetti sociali, culturali ed economici. Inoltre ad oggi la logica pubblicitaria ha preso piede in ogni aspetto delle nostre vite influenzando non solo i nostri consumi ma anche la percezione individuale che abbiamo dei nostri bisogni, plasmando ciò che riteniamo desiderabile. La manipolazione dei bisogni diventa allora la base su cui si fonda l’intera sistema pubblicitario.

Ci viene promesso che se compriamo quel determinato prodotto allora ci sentiremo sicuramente meglio e perché no, anche felici; siamo attratti da una felicità facile che soddisfi i nostri bisogni. Ma quali sono i nostri reali bisogni?

Pubblicità e costruzione culturale dei bisogni

Con la pubblicità la percezione che ne abbiamo adesso è stata falsata in quanto certe pubblicità ti inducono a pensare che hai bisogno di qualcosa e così nascono nuovi “falsi bisogni”. Se ci sono spot che creano nuovi bisogni ci sono anche altri che ti spingono a scegliere una marca particolare di dentifricio rispetto a quella che compri da oltre cinque anni. In questo senso qualsiasi idea un spot pubblicitario faccia sorgere nella tua testa rimane pericolosa, il meccanismo alla base è sempre lo stesso così come lo è l’idea di farti espandere i bisogni.

In qualche modo si tratta di una perdita di tempo

Non solo la pubblicità ci toglie tempo che potremmo dedicare di base ad altre attività ma, noi non ci guadagnamo niente anzi, ci viene tolta la capacità di riflettere per quei minuti a causa dell’immediatezza del messaggio che spesso non permette neanche di approfondire.

La pubblicità è colonna portante dell’intera struttura del sistema capitalista. Di conseguenza non si tratta più solamente della singola promozione di un prodotto ma è diventato uno dei linguaggi primari attraverso cui oggi organizziamo la nostra piccola realtà. Infatti plasma i nostri ritmi, la nostra percezione del tempo, dello spazio, le nostre relazioni e persino la relazione con noi stessi e il nostro corpo.

È possibile quindi immaginare un mondo senza pubblicità?

Se immaginassimo un mondo senza pubblicità allora metteremmo in discussione l’architettura del capitalismo stesso, le basi su cui esso si fonda. Ma cosa ci accumunerebbe se potessimo scegliere cosa guardare o come vestirci senza venire costantemente influenzati? La pubblicità ti rende libero ma solo all’interno del costume. È una delle colonne portanti del capitalismo che porta al consumismo e alla distruzione della soggettività e senza di essa il capitalismo non riuscirebbe ad ottenere il consenso di cui ad oggi gode poiché verrebbe percepito come un ciclo di consumazione e produzione.

Il circolo vizioso della manipolazione dei bisogni

La pubblicità però non solo sostiene direttamente il sistema capitalista ma lo alimenta instaurando un circolo vizioso in quanto più consumi, più vieni influenzato dalla pubblicità, più i tuoi bisogni ti vengono indotti e quindi più consumi.

Non ci accorge della manipolazione dei bisogni nell’immediato

Il linguaggio pubblicitario di base non è sbagliato ma è sbagliato il modo in cui ce ne siamo appropriati per indurre una manipolazione in chi guarda. Non è solo uno strumento di vendita ma è un mezzo che se usato in modo realmente responsabile può essere un ottimo promotore di un cambiamento che sia sociale che ambientale.

La pubblicità non dovrebbe essere manipolazione dei bisogni

Piuttosto dovrebbe essere un nuovo modo di comunicare con il pubblico incentivando un nuovo uso della pubblicità fondato sull’identità e sulla creatività in modo da diffondere e costruire più cultura. Il primo passo per rendere attuabile questo cambiamento è quello di riappropriarci del nostro rapporto con i media e i messaggi che riceviamo ogni giorno e così fare riemergere il nostro senso critico che ci permetta di distinguere i bisogni reali da quelli indotti e solo così possiamo acquisire una nuova consapevolezza che come società ci renderà meno manipolabili.

da qui