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domenica 14 settembre 2025

A69: l’autostrada della discordia - Martina Micciché

 

La prima volta che ho notato il nome Pierre Fabre non è stato su un cartellone pubblicitario o su un titolo di giornale, ma sul bordo di un lavandino. Era nella casa dei miei zii di Lione, sul tubetto di un dentifricio. Stava lì, con una grossa impronta nel mezzo, e la scritta Laboratoire Pierre Fabre sbiadita dall’uso. Perciò, quando anni dopo mi sono ritrovata a leggere del coinvolgimento della Pierre Fabre nella costruzione di un’autostrada molto contestata nella regione di Castres, non ho potuto non provare un distratto senso di familiarità. Nelle case francesi, Pierre Fabre potrebbe essere ovunque e da nessuna parte, considerato appena eppure ben conosciuto.

L’imprenditore da cui prende il nome la casa farmaceutica è infatti un volto noto per la Francia, Pierre Jacques Louis Fabre ha aperto il suo primo laboratorio nel 1961 e ha un curriculum abbastanza tipico della grande imprenditoria di quegli anni: un impero in crescita, la proprietà temporanea di un club di Rugby e un’attività di beneficenza. Magnate, mecenate e filantropo. Nel 1999 l’imprenditore ha infatti prestato il proprio nome a un’altra entità, la Fondation Pierre Fabre il cui scopo è la diffusione di medicine di qualità nei Paesi del Sud del mondo. Non sembra perciò così assurdo immaginare in che modo il desiderio di Fabre di lasciare il proprio nome inciso nella storia possa essere stato solleticato dall’idea di estenderlo a un’opera infrastrutturale, qualcosa di monumentale e tangibile come quella di un’autostrada.

L’occasione si è presentata negli anni Novanta, quando la posizione dell’azienda era già più che salda nell’imprenditoria francese, con il completamento della A680. Fabre ha quindi proposto la costruzione di un altro tratto autostradale di circa 53 km che connettesse Tolosa e Castres, collegando direttamente la A680 alla A68, la A69. Un nuovo raccordo autostradale, quindi, che prevede la conversione di parte di una strada nazionale (la N126) in una a pedaggio e che avrebbe come beneficio stimato la capacità di ottimizzare di un quarto d’ora il percorso. Quindi, velocizzare l’arrivo agli stabilimenti Fabre della zona. Per trasformare l’idea in realtà, l’iter progettuale di Fabre si è concentrato sin dall’inizio su un’intensa campagna lobbistica, sfruttando le proprie conoscenze nell’alta politica francese. Così, quei 53 km di raccordo sono entrati nell’agenda politica della Francia, diventando oggetto di un dibattito che, più di tutto, sembra aver confermato il supporto all’imprenditoria in generale, e a Fabre in particolare, più che un reale interesse nella A69.

Tant’è che nel 2010, sotto la presidenza Sarkozy, è arrivata la concessione ufficiale a firma dell’allora ministro per l’Ecologia Jean-Louis Borloo, su intercessione dello stesso primo ministro François Fillon. Addirittura, dopo la morte di Fabre, nel 2013, il presidente François Hollande ha espresso rammarico per la mancata ultimazione dei lavori. A suo dire, la A69 avrebbe già dovuto essere inaugurata. Completata prima che il suo ideatore morisse. I lavori, infatti, hanno incontrato sin dall’inizio ostacoli difficilmente sormontabili e che, ancora oggi, non hanno permesso che la A69 superasse lo stadio di cantiere. Autorizzazione e delibere, infatti, sono state valutate e concesse senza tener conto di un elemento cruciale, ovvero la volontà degli abitanti della zona. Dalla loro prospettiva, ad esempio, anche il guadagno temporale ha un risvolto insostenibile proprio perché, oltre a prevedere un pedaggio pari a 17 euro, sembrerebbe riguardare non tanto le singole persone cittadine, né tantomeno quelle che lavorano negli stabilimenti, quanto piuttosto i trasporti industriali da e per gli stabilimenti.

Lo scontento locale non si limita alla singola spesa, ma all’impatto complessivo della costruzione: eppure, non ha trovato riverbero nelle autorità politiche che, anzi, nel 2018, già nel mandato presidenziale di Emmanuel Macron, hanno dichiarato l’autostrada un progetto di pubblica utilità per poi aprire la gara d’appalto. Il bando è stato aggiudicato a NGE group, che ha creato la società Atosca per portare a compimento questo specifico progetto, il cui costo complessivo è stato stimato in circa 450 milioni di euro, di cui 23 in fondi pubblici. Il piano di lavoro, però, per quanto apparecchiato, è ancora in stallo. Diverse associazioni, tra cui Les amis de la Terre, France nature environnement, Extinction rébellion France, sono intervenute e altre si sono formate, come il Collectif a69-Non à l’autoroute!, per denunciare l’impatto ambientale del progetto e difendere il territorio.

Uno degli effetti immediati della costruzione, infatti, prevede la deforestazione di circa 400 ettari di foresta che, oltre a essere una perdita immediata in termini di salute ambientale, costituiscono ‒ come tutto l’ambiente intorno al cantiere ‒ l’habitat di circa 157 specie di animali non umani, di cui 23 protette, che saranno, inevitabilmente, a rischio. L’abbattimento preventivato di circa 200-260 alberi e la distruzione di circa 22 zone umide comportano serie modificazioni idrogeologiche, tali per cui la compensazione promessa risulta poco credibile ed efficace, in quanto non in grado, in effetti, di restituire la complessità di un ecosistema che risulterebbe fisicamente rimosso.

Nel 2023 lo sciopero della fame ‒ e poi della sete ‒, durato complessivamente 39 giorni indetto da Thomas Brail del National Tree Surveillance Group e da altre persone attiviste che avevano occupato gli alberi per evitarne l’abbattimento, culminato con l’ospedalizzazione di Brail, ha portato a una sospensione effettiva dell’ordine di abbattimento. Ma non solo: la presenza massiccia di gruppi ambientalisti, come Soulèvements de la Terre, ha permesso un lavoro che, partendo dalle proteste è potuto intervenire a più livelli, compresi quelli istituzionali, con la presentazione di ricorsi e richieste formali di sospensione dei lavori. L’eco generata dal gesto di Brail e delle altre persone scioperanti aveva interessato i media nazionali, portando alla ribalta le proteste e i motivi per cui si sono rese necessarie. Al punto che, sempre nel 2023, le motivazioni delle autorità a favore della costruzione della A69 sono state addirittura soppesate da 1500 scienziati, tra cui alcuni membri dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), che con un articolo apparso su L’obs si sono schierati a favore dei gruppi in protesta definendo l’A69 “uno di quei progetti che devono essere abbandonati”.

Infatti, i guadagni promessi sono piuttosto aleatori. In primo luogo; la A69 non rappresenta un valido modello per ridurre il traffico e quindi le emissioni, proprio perché incentiva il trasporto privato a discapito di quello pubblico. Secondariamente, sempre secondo le analisi presentate nell’articolo, la strada viene definita come “un progetto socialmente ingiusto”, in quanto andrebbe a costituire la seconda autostrada più costosa di Francia. Infine, gli scienziati hanno fatto presente che il disboscamento con successiva compensazione non può essere considerato un modello valido. La piantumazione di alberi giovani in un altro ambiente non è materialmente in grado di compensare per l’equilibrio ambientale generato da una foresta di alberi adulti, ma soprattutto, per la capacità degli ambienti selvatici di preservare la biodiversità di un territorio. Ma non solo: l’autorità ambientale e il CNPN (Conseil National de Protection de la Nature) hanno dichiarato il progetto ampiamente incompatibile con gli obiettivi della Francia in materia di emissioni e neutralità climatica. Nonostante le obiezioni scientifiche e l’opposizione crescente, la repressione non è arretrata, anzi.

Lo scorso anno, ad esempio, gli scontri sono stati prolungati e mal incassati dalla polizia antisommossa francese, il CRS (Compagnies Républicaines de Sécurité), che si è trovato con qualche camionetta in fiamme, nonostante l’impiego ingente della forza bruta. Quest’anno, per evitare lo scontro ravvicinato e diretto con le persone manifestanti, oltre allo schieramento massiccio di agenti, con annessi controlli e perquisizioni costanti in tutta la zona limitrofa al campeggio, le forze dell’ordine francesi hanno utilizzato metodi di repressione della folla a lungo raggio con un’assiduità che ha trasformato la marcia, la turbo teuf, in una resistenza a un assedio. La manifestazione è stata dapprima circondata su tre lati, per poi essere colpita da una pioggia di dissuasori urticanti, irritanti e da shock, e infine attaccata alle spalle, passando proprio dal bosco che costituiva l’unico spazio non occupato dalle forze dell’ordine. L’impiego di lacrimogeni e granate stordenti si è protratto per diverse ore, rendendo l’aria più che irrespirabile persino nei giorni successivi e lasciando uno strascico che avrà, inevitabilmente, effetti sulla fauna che abita i boschi limitrofi agli scontri.

Un aumento della tensione e del tentativo di reprimere le proteste, resosi necessario per l’efficacia delle proteste stesse e per la validità delle rivendicazioni supportate dalle autorità scientifiche. Eppure, nemmeno il parere degli esperti sembra poter essere decisivo. Il via libera ai lavori era rimasto in essere fino alle proteste del 2024, dopo le quali era stato preso in esame. In particolare, il 27 febbraio di quest’anno, il Tribunale amministrativo di Tolosa ne ha annullato l’autorizzazione esprimendosi in merito al ricorso presentato dalle associazioni ambientaliste e ritenendo che i benefici del progetto fossero insufficienti rispetto ai danni ambientali prospettati. Il governo francese si è quindi trovato a rilanciare un appello sostenendo con forza la presenza di un interesse nazionale di forza maggiore ‒ lo stesso contestato dai 1500 scienziati su L’obs ‒ e sostenendo che l’annullamento definitivo dei lavori avrebbe potuto compromettere future implementazioni della rete infrastrutturale francese. Quindi, il 28 maggio, lo stesso tribunale amministrativo ha concesso una “sursis à exécution”, cioè una sospensione dell’esecuzione della sentenza. Il Tribunale ha convenuto sul fatto che l’interesse di forza maggiore sia sufficiente a ripristinare le concessioni ambientali annullate, permettendo, di fatto, la ripresa dei lavori. Le pressioni governative hanno quindi avuto la meglio, al momento, sulle valutazioni territoriali. L’opposizione, però rimane forte.

La zona contesa, infatti, è una ZAD (Zone Á Défendre), e cioè una zona in cui agiscono persone contrarie alla devastazione ambientale provocata dai grandi progetti infrastrutturali e dai loro cantieri. Il nome deriva dall’acronimo usato in campo edile per designare un cantiere: Zone d’aménagement différée, letteralmente zona di sfruttamento differita. Il termine è stato quindi ripreso e rivendicato da gruppi di persone attiviste ‒ dette zadiste ‒ il cui obiettivo è reclamare territori e spazi sottraendoli alla speculazione economica e risparmiando loro il danno ambientale, sociale e politico. Le ZAD non hanno come unico scopo la preservazione dell’ambiente, ma anche la rivendicazione dell’umanità come parte integrante di questa natura. La tradizione delle Zone difese in Francia è molto lunga, sintomo di una lotta ecologista profondamente radicata nel territorio, ma anche nel futuro. La ZAD più celebre è quella che, nel 2018, ha impedito la costruzione dell’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes nei pressi di Nantes, riuscendo a preservare circa 1650 ettari di foresta.

Lo slogan che nel 2018 ha accompagnato manifestazioni e azioni rimane tuttora presente nelle varie zone di mobilitazione, dai megabassines all’A69, arrivando fino alla resistenza No TAV in Valsusa: “Siamo la natura che si difende”. La ZAD di Nantes, è stata molto più che un luogo di resistenza alla devastazione. Sin dall’inizio si è caratterizzata per la sua volontà trasformativa. La ZAD, infatti è più di tutto un luogo di comunità. A Nantes, l’occupazione ha permesso di creare coesistenze alternative, inframmezzate e aggredite dagli sgomberi della gendarmerie. In particolare, nel 2012 è stata colpita dall’operazione Cesar, la più grande mobilitazione poliziesca dal 1968, a cui la comunità ha risposto con una presenza di 40.000 volontari impegnati per ricostruire le abitazioni e i luoghi condivisi. La tradizione della ZAD guarda molto più avanti rispetto alla singola emergenza, per quanto drammatica, cercando di renderla uno spazio per costruire un’alternativa.

E infatti, quale che sia la mobilitazione, negli spazi condivisi ‒ temporanei o meno ‒ si respira un’aria totalmente diversa. Prima di tutto, la volontà di essere spazi di convivenza sicuri per chi li attraversa. Il che avviene sì con appositi servizi dedicati e una continua opera di informazione ‒ non è insolito trovare cartelli che spiegano cosa sia il consenso, e, soprattutto cosa significa estorcerlo ‒ ma più di tutto con una cultura interna estremamente ricettiva che unisce l’ascolto di chi attraversa la ZAD alla necessità che sia consapevole che comportamenti coerenti con il modello oppressivo esterno non sono benaccetti. Un esempio banale ma non troppo: durante le grandi mobilitazioni estive, chi organizza si premura di fornire un servizio pasto che garantisca alle persone la possibilità di mangiare ed essere in forze prima delle lunghe manifestazioni. I pasti serviti sono semplici, poveri, a offerta libera. Negli ultimi due anni, poi, le cucine hanno sempre proposto cibo vegano e senza glutine rendendo più facile per le persone che prendevano parte alle manifestazioni accedervi e avere la certezza che non sarebbero rimaste per ore sotto il sole a stomaco vuoto. Elementi di cura collettiva, questi, che si sommano creando una dimensione antitetica rispetto a quella esterna, informata dall’attuale stadio del capitalismo in cui tutto è merce e consumo, dissenso compreso.


Quindi, oltre a essere una zona occupata per evitare che grandi opere infrastrutturali devastino l’ambiente, è anche il punto di partenza per la costruzione di una comunità. La ZAD A69 si inserisce in questa cornice. Infatti, la rivendicazione sul territorio non riguarda solo qualcosa di misurabile, come la metratura di foresta che verrebbe irrimediabilmente distrutta, ma anche qualcosa di più inafferrabile: l’idea per un modo diverso di vivere e convivere. Nelle ZAD si propone qualcosa di diverso, di nuovo e antico insieme, che parte dalla collettività. Essere parte della natura, significa anche questo: inserirsi in un ambiente come parte dello stesso e non come proprietari occupanti. Una prospettiva ben diversa da quella che, normalmente, disciplina i rapporti tra umanità e ambiente solitamente incentrati sull’utile e l’uso. Disporre di ciò su cui si può imporre un diritto di proprietà, ad esempio acquistando un terreno, in maniera arbitraria e individualistica genera inevitabilmente un incremento del danno ambientale proprio perché, in prima istanza, l’ambiente diventa un oggetto inerte, un bene.

Una volta depauperato della sua identità, svuotato della sua complessità e rimosse tutte le soggettività, umane e non, che vi entrano in relazione per vivere ‒ e, magari, vivervi bene ‒, questo territorio viene plasmato dalla tendenza alloplastica delle relazioni economiche che intervengono strutturalmente su tutto ciò in cui vengono intessute per metterlo a reddito. E quindi, una ZAD ne costituisce il contrappunto. Un rigetto del dogma produttivo e dell’interesse speculativo dei singoli a favore di un approccio alla terra più ampio, comunitario e non solo. Perché non si tratta solo di preservare un territorio e di costruirci benessere per chi vi è immediatamente prossimo, ma anche di creare delle reali alternative che diano garanzie a chi è lontano e a chi verrà dopo.

Una ZAD potrebbe sorgere ovunque, contro il progetto di un traforo, di un’autostrada o di un allevamento intensivo. Ciò che la caratterizza e la rende possibile è la presenza di una comunità attiva, interna ed esterna al territorio: cooperativa ed attenta alle reali esigenze di chi abita e attraversa quei luoghi. Ecco perché non è raro che anche chi non partecipa direttamente alle mobilitazioni si renda in qualche modo utile. Lo scorso anno, a La Rochelle, gli abitanti della città che avevano case al pianterreno hanno aperto i cancelli alle oltre 20.000 persone manifestanti, per garantire loro la possibilità di riempire le borracce, sciacquare le ferite o ripulirsi dalle sostanze urticanti. La ZAD si propaga anche così, di casa in casa. Diventando memoria organica del fatto che la terra è vita, comunità e memoria. E forse, è proprio questo che spaventa di più.

Il passaggio dagli scaffali alla casa è ciò che traghetta la produzione nella normalità, i grandi nomi nelle dispense e nei cassetti, appesi negli armadi o dimenticati in giro. Etichette. Familiari in modo sinistro, amichevoli in modo impensato. I nomi del consumo sono ovunque, ciò che vi si nasconde dietro, per qualche motivo invece no. Rimane impigliato alle pieghe della routine, esterno. Appeso ai luoghi della devastazione, incernierato nella terra divelta, inciso sui tronchi degli alberi morti, passa sopra i cadaveri degli animali intossicati dai miasmi, disidratati dalla siccità, scardinati dalle tane dalle benne delle ruspe. Inciso nella memoria di chi ricorda che lì, proprio lì, stava un bosco. La traccia indelebile lasciata da certi nomi, la devastazione, su quel lavandino, non arriva. Là dove Pierre Fabre sembra semplicemente una firma, non certo la presa di un’industria e di un industriale su un territorio.

da qui

mercoledì 3 aprile 2024

Un anno dopo Sainte-Soline: solidarietà, rabbia e gioia per le strade di Nantes



Un anno fa, decine di migliaia di noi hanno marciato in mezzo ai campi delle Deux-Sèvres contro i megabacini, e siamo rimasti intrappolati dalla repressione militare, intrappolati sotto il rombo delle granate sparate a migliaia.

da Contre Attaque

 

Mentre la rabbia si impadroniva del Paese dopo l’uso del 49.3, nel bel mezzo di un movimento sociale, il governo aveva scelto questo 25 marzo 2023 per colpire i corpi e terrorizzare le menti.

Su un terreno perfettamente controllato, e nonostante l’immenso coraggio dei manifestanti, i gendarmi pesantemente armati e supportati da droni ed elicotteri erano stati incaricati di spezzare le forze vitali del movimento sociale ed ecologista.

Questa ondata di violenza ha causato più di 200 feriti, tra cui diverse decine di mutilati, due persone in coma e un intero movimento traumatizzato. I malfattori che ci guidano pensavano di aver seminato paura, ma hanno fallito in più di un modo. Non solo le azioni ambientali continuano in molte forme, nei cortei e nel contesto delle azioni di disarmo, ma la data del 25 marzo è diventata un simbolo. Quella di una rabbia che è rimasta intatta.

Un anno dopo, a Nantes come in tutta la Francia, è stato organizzato un “mega-boom” in memoria di questa giornata e per le vittime della violenza di stato. Non era una dimostrazione di tristezza, ma piuttosto di potere.

Al calar della notte, davanti alla prefettura, risuonavano canti, slogan erano appesi agli alberi, un giovanissimo rapper dava fuoco alla strada. Dopo alcuni discorsi, le repliche dei camion dei gendarmi hanno preso fuoco tra gli applausi. Un piccolo corteo danzante e musicale è stato messo in moto dietro bellissimi striscioni e fumogeni colorati. La presenza minacciosa dei poliziotti, che puntavano il corteo con potenti lampade, non ha smorzato l’allegria e la serata è proseguita in Place du Bouffay.


Come recita lo slogan degli insorti in Cile: “Ci hanno rubato tutto, anche la paura”.


Foto: @olimouazan @desordreglobal

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mercoledì 2 agosto 2023

È iniziata la guerra dell’acqua (anche in Europa) - Alessia Capasso

 

I mega-bacini sono reputati necessari per le grandi imprese agricole. Contadini, ecologisti ed esperti delle Nazioni Unite li contestano perché consumano troppa acqua per colture necessarie ai mangimi

Con l’acqua che scarseggia e la siccità che avanza, in Europa si assiste a scontri sempre più marcati per assicurarsi l’utilizzo dell’acqua. Un esempio chiave è quello offerto dalla Francia dove i contrasti si sono progressivamente acuiti fino a dare vita a violenti scontri nei mesi scorsi. La crisi è tale che in alcune zone gli agricoltori pattugliano i terreni e i bacini idrici stanno diventando simili a siti militari, al fine di evitare sabotaggi e contestazioni. La gestione dell’acqua in agricoltura è un tema ormai dirompente. Da un lato ci sono i governi, che anche in Spagna e in Italia puntano sui mega-impianti, destinati ad irrigare principalmente i grandi appezzamenti che riforniscono l’industria agroalimentare. Dall’altro ecologisti e scienziati premono affinché cambi il modello agricolo, che insiste ad investire in colture come il mais, che consuma troppa acqua e serve soprattutto ai mangimi. Si tratta di uno scontro destinato ad acuirsi.

Piscine militarizzate

Come racconta il giornale Politico in un reportage, il bacino idrico di Mauzé-sur-le-Mignon, nel dipartimento delle Deux-Sèvres, sembra un complesso militare: cancelli d’acciaio e recinzioni di filo spinato sono posti all’ingresso. Al controllo si aggiungono riflettori e telecamere. Gli stessi agricoltori della zona si alternano per pattugliare il sito, perché temono attacchi e sabotaggi da parte di attivisti. Questi ultimi contestano l’utilizzo degli invasi per irrigare centinaia di ettari di terreni destinati principalmente a sementi come il mais, una coltura che necessita di una grandissima quantità di acqua per garantire una produzione di buona qualità ed abbondante. Il bacino, situato in una zona della Francia occidentale, è profondo 10 metri e arriva a contenere circa 240mila metri cubi d’acqua. Come in altre regioni afflitte dalla siccità, l’utilizzo dell’acqua è diventato terreno di scontro tra agricoltori e ambientalisti.

Cambiamenti in corso

Gli agricoltori insistono: senza bacini idrici è impossibile continuare a coltivare, specie durante le aride estati. “Sì, è vero che usiamo più acqua della gente comune, ma la stiamo anche pagando. Non è gratis”, ha dichiarato a Politico l’agricoltore Philippe Robion. L’uomo ha un’azienda agricola di 470 ettari a Tillou, una cittadina a circa 20 chilometri da Sainte-Soline, dove la gestione di un bacino idrico ha provocato a marzo gravi scontri tra attivisti e polizia. Le aziende sono alla ricerca di colture che si adattino meglio ai cambiamenti climatici e allo stress idrico, ma l’acqua continua ad essere una risorsa indispensabile. Robion ad esempio ha deciso di sostituire gran parte del mais con girasoli, dato che consumano meno acqua, abbinandoli a barbabietole, segale e fagioli. Si tratta comunque di semi che richiedono un’irrigazione costante.Valentin Michel, un altro agricoltore più giovane, riconosce che le aziende agricole devono ridurre il consumo di acqua, ma reputa i bacini indispensabili per evitare di perdere i contratti con le aziende di trasformazione e della grande distribuzione. La presenza degli invasi d’acqua fungerebbe da “assicurazione” per i raccolti.

Proteste e repressione

A marzo la manifestazione promossa dal movimento Soulèvements del Terre (Rivolte della Terra) per contestare il bacino di Saint-Soline, nel dipartimento di Deux-Sèvres, è stata repressa in modo violento dalle forze dell’ordine: due persone in coma e centinaia di feriti. In seguito la Lega per i diritti umani ha stigmatizzato la reazione della polizia, qualificandola come “sproporzionata” e accusando i responsabili del governo di aver ritardato di proposito i soccorsi per gli attivisti feriti. Nel dipartimento di Deux-Sèvres sono previsti 16 bacini idrici per un costo totale di 76 milioni di euro, di cui circa il 70% finanziato con fondi pubblici. In totale gli impianti dovrebbero immagazzinare circa 6,2 milioni di metri cubi di acqua all’anno. Dopo gli scontri il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato una nuova strategia nazionale di gestione dell’acqua per ridurne il consumo del 10% entro la fine del decennio, chiedendo anche all’agricoltura di contribuire a questo risultato. Ha promesso inoltre di autorizzare nuovi bacini solo col supporto di prove scientifiche che dimostrino che non danneggiano l’ambiente. A queste promesse vaghe, il governo francese ha abbinato concretezza immediata nel punire la battaglia ecologista, dichiarando fuorilegge il movimento Soulèvements de la Terre e provando a decapitarlo con 18 arresti tra i suoi membri. Ciò nonostante gli attivisti non si arrendono.

Modello agricolo contestato

Jean-Jacques Guillet è un falegname di 72 anni che da anni combatte contro i mega-bacini nel dipartimento di Deux-Sèvres supportando l’associazione Bassines Non Merci (Serbatoi d’acqua, no grazie). Secondo gli oppositori gli invasi finiscono col far consumare alle aziende agricole una mole eccessiva di acqua, con danni alle zone umide limitrofe e alla falda freatica sotterranea. I bacini idrici, sostengono inoltre, avvantaggiano solo quegli agricoltori che forniscono poche grandi imprese agroalimentari. L’invaso di Mauzé-sur-le-Mignon, ad esempio, irriga solo i terreni di cinque grandi latifondisti. Le fattorie più piccole e i comuni cittadini restano invece a corto di risorse idriche. Per questo motivo anche il sindacato dei piccoli agricoltori (Confédération Paysanne) definisce i bacini idrici “una soluzione del passato” e si oppone alla loro creazione. Le ragioni del movimento trovano riscontro scientifico anche in una relazione speciale delle Nazioni Unite, che a maggio hanno inviato una lettera di condanna al governo francese. I sei relatori speciali, autori dello studio, hanno avvertito che i bacini idrici sono “un esempio di scarso adattamento ai cambiamenti climatici”, incapaci di dare sostegno alla produzione alimentare locale. Nel documento si afferma che “gran parte di queste colture verrebbe esportata sui mercati internazionali”, la qual cosa determinerebbe “costi ambientali aggiuntivi”, a discapito degli agricoltori e consumatori locali.

Carburante a base di rabbia

Guillet ha preso parte alla protesta di marzo ed è rimasto scioccato dalla risposta violenta della polizia. “Mi fa star male, sono sempre arrabbiato”, ha dichiarato l’attivista a Politco, frustrato per come la sua lotta decennale contro i bacini idrici venga ignorata e repressa. “Ma la rabbia è il mio carburante”, ha detto. In Francia questo sentimento è condiviso da decine di migliaia di altre persone. Trentamila avevano partecipato alla marcia del 25 marzo. Nonostante le accuse di “ecoterrorismo” e l’ondata di arresti, il movimento Soulèvements de la Terre ha annunciato un’estate densa di attività e proteste. Dal 18 al 27 agosto ha chiamato all’appello la popolazione per aderire al Convoglio per l’acqua, una marcia che da Sainte-Soline, passerà per Orléans e terminerà a Parigi. Lungo il percorso, in bicicletta, con trattori e a piedi, attiviste e attivisti si recheranno presso la sede della Loire-Bretagne Water Agency, l’organismo che decide il finanziamento di questi bacini, finanziati prevalentemente con denaro pubblico, per dire ai suoi amministratori di smetterla di spendere soldi per questi progetti. Il 16 luglio, a causa della procedura di scioglimento imposta dal governo francese, il movimento ha comunicato la rinuncia al suo impegno nell’organizzazione del convoglio dell’acqua, ma altre 100 realtà, come Bassins non merci, associazioni, sindacati e collettivi, assicurano che la marcia verrà comunque organizzata e realizzata.

da qui

mercoledì 12 luglio 2023

Come lottare per altri mondi - Jérôme Baschet


(intervista di Barnabé Binctin)

 

“L’urgenza che investe la vita stessa di fronte al disastro riaccende una necessità imperiosa: quella di lottare per altri mondi”. Così i quaranta autori del libro collettivo On ne dissout pas un soulèvement, (Non si dissolve mai una sollevazione), riassumono nell’introduzione l’approccio alla realtà di Les Soulèvements de la Terre. Mentre si profila una nuova mobilitazione questo fine settimana (era quuella del 17 e 18 giugno), nella valle della Maurienne, in opposizione al progetto ferroviario Lione-Torino, il movimento rimane più che mai nel mirino della repressione governativa. Senza che ciò intacchi la determinazione delle centinaia di migliaia di sostenitori che hanno firmato l’appello solidale contro la minaccia di scioglimento brandita da Gérald Darmanin, in primavera. Abbiamo voluto discutere di tutto questo con Jérôme Baschet, una delle voci di questo libro collettivo.

Come reagisce all’ondata di arresti che ha colpito il 5 giugno diversi attivisti ambientalisti, sospettati di aver partecipato a un’azione contro il colosso delle costruzioni Lafarge (quello che lo scorso anno si è dichiarato colpevole di sostegno all’Isis patteggiando con il tribunale di New York una multa di 778 miliono di dollari, ndt)? Abbiamo fatto un ulteriore passo avanti nella criminalizzazione dei movimenti ambientalisti?

Diciamo che i fatti si sommano. La manifestazione del 25 marzo a Sainte-Soline ha affrontato un’estrema violenza poliziesca: 5.000 granate sparate in due ore, con persone mutilate e gravemente ferite , tutto questo per difendere un semplice “buco” nella terra, dove non c’era nulla che potesse essere danneggiato, nemmeno teli di plastica. Poi c’era la minaccia di scioglimento de Les Soulèvements de la Terre, brandita da Gérald Darmanin. Stiamo assistendo anche a un utilizzo del tutto inappropriato e irresponsabile del termine “ecoterrorismo”, di cui le autorità abusano come di un’etichetta infame nel tentativo di screditare il movimento.

Ciò deriva chiaramente da una propensione a criminalizzare la protesta sociale, come vediamo anche con l’ondata di arresti coordinati, a livello nazionale, questo lunedì 5 giugno, o contro i militanti antifascisti italiani venuti per partecipare a un omaggio a Clément Méric . Quindi, sì, l’attuale governo sembra pronto a varcare nuove soglie.

 

Dobbiamo aspettarci un inasprimento del confronto tra lotte ambientaliste e potere?

“Le difficoltà dell’attuale sistema economico aumenteranno, così come la necessità vitale di un cambiamento profondo”

Questo mi sembra chiaro, e per un semplice motivo: gli effetti del cambiamento climatico sono già drammatici, eppure siamo solo all’inizio. Nel 2040, in tutti gli scenari IPCC, la temperatura media globale sarà aumentata di 1,5° o 1,6° rispetto all’era preindustriale, a fronte di un aumento di 1,2° odierno. Questo significa più di 2° di aumento in un Paese come la Francia, per non parlare del +4° entro il 2100 che oggi prevede lo stesso governo. Può sembrare astratto, ma ormai conosciamo tutte le dimensioni eminentemente concrete implicite in tali cifre: tra 15 anni tempeste e alluvioni, come siccità e megaincendi, già insopportabili, si saranno moltiplicate rispetto a quanto già sappiamo, con conseguenze di ogni tipo e conflitti via via più virulenti sull’utilizzo dell’acqua.

Per molte ragioni aumenteranno anche le difficoltà dell’attuale sistema economico, le critiche nei suoi confronti e la vitale necessità di un cambiamento profondo. Non si tratta solo della crisi climatica ed ecologica. Se si vuole misurare la preoccupazione degli ambienti dirigenti mondiali, basta leggere i tanti report preparati da diverse istituzioni sistemiche, come “The Age of Disorder” (Deutsche Bank) del settembre 2020 o il rapporto sui rischi globali di Davos 2023 .

Prevedono difficoltà nel mantenere la crescita globale, nel garantire un rendimento del capitale favorevole come durante l’età d’oro della globalizzazione neoliberista, nel far fronte alla perdita di legittimità dei regimi rappresentativi e nel controllare una crescente rabbia sociale più ampia e imprevedibile. Di fronte a un sistema i cui fattori di crisi si stanno accumulando, è comprensibile che gli ambienti dirigenti mondiali contino sul rafforzamento massiccio delle tecniche di controllo e si preparino metodicamente a un ricorso sempre più brutale alla repressione per garantire la difesa dei propri interessi.

Nel caso de Los Soulèvements de la Terre, questo non riflette anche una certa preoccupazione per quanto riguarda la portata della pericolosità del movimento? Una nota riservata dell’intelligence lo ha presentato come “uno dei principali protagonisti della protesta ecologica radicale” …

Quella nota fa un paradossale elogio de Les Soulèvements de la Terre, riconoscendone anche la grande “inventiva”, una “forte influenza” e una notevole capacità organizzativa. Nonostante questo fine sforzo di lucidità, la visione poliziesca del mondo incontra ancora limiti evidenti. In particolare, proietta sul movimento una struttura gerarchica, incapace di fare a meno di fantasticare su pochi leader e una cellula centrale che arruola una frangia di giovani al servizio dei suoi intenti occulti e malevoli. Secondo l’autore della nota, le questioni ecologiche possono essere solo un pretesto per azioni la cui vera ragion d’essere è la violenza e la distruzione. Questo porta a non capire nulla della logica del movimento, perché è al contrario è da lì che bisogna partire, da queste rivolte contro la devastazione del mondo.

Quello che è certo è che in due anni e mezzo di esistenza, i Soulèvements de la Terre sono riusciti a creare una dinamica notevole, di cui la lotta contro i megabacini è stata uno dei principali punti di cristallizzazione. Vedo almeno tre caratteristiche del movimento che possono contribuire al suo successo: in primo luogo, fa parte della continuità delle lotte territoriali contro i grandi progetti distruttivi, ad esempio con le mobilitazioni contro l’autostrada Toulouse-Castres, contro la circonvallazione di Rouen, o contro l’Alta Velocità Lione-Torino. Ma les Soulèvements de la Terre aggiungono una maglia in più a tutte queste lotte su scala nazionale, il che permette di rafforzarne l’eco e di fornire a ciascuna un sostegno più ampio.

Storico, co-presidente dell’Association pour la défense des terres, che sostiene anche finanziariamente il movimento Los Soulèvements de la Terre è uno degli autori del libro collettivo On ne dissolu pas un Uprising (Seuil, giugno 2023).

La preoccupazione per un ancoraggio territoriale delle lotte è forte già di diversi decenni di esperienza, les Soulèvements testimoniano una nuova fase che intende superare un’eccessiva frammentazione delle forze. Il movimento comporta un’esigenza di organizzazione e coordinamento a scala più ampia, senza perdere nulla della singolarità delle esperienze locali. Trasforma inoltre la temporalità di queste lotte, strutturando le azioni in stagioni successive, annunciate ogni sei mesi, il che consente di contrastare le tendenze “immediatiste” dell’epoca per adattarsi meglio al lungo termine, con effetti cumulativi rilevanti.

Quindi, les Soulèvements dispiegano un lavoro di composizione che permette di collegare diversi ambienti e forme di lotta differenti, risultanti ad esempio dall’attivismo del movimento per il clima, lotte contro i grandi progetti, il sindacalismo contadino o anche correnti autonome. Particolarmente importante è il collegamento con la Confédération paysanne, e uno dei punti di forza dei Soulèvements è quello di legare le lotte territoriali alla questione fondiaria, con la preoccupazione di un movimento concreto di recupero della terra per strapparla alle grandi aziende agroindustriali e promuovere, al contrario, un vero sviluppo dell’agricoltura contadina.

Infine, il terzo elemento riguarda il fatto di assumere modalità di azione più “offensive”. Dopo l’ondata delle grandi marce per il clima, e mentre il ricorso ad azioni puramente simboliche mostra i suoi limiti agli occhi di una parte dei giovani, les Soulèvements offrono un’opzione più radicale, proponendo di agire direttamente per bloccare quanto più possibile l’espansione di infrastrutture e attività “ecocide”.

 

Non è proprio questo registro più “offensivo” che si presta alla recrudescenza della repressione poliziesca?

Va innanzitutto sottolineato che les Soulèvements dispiegano molteplici modalità di azione, e non solo una. Si stanno moltiplicando azioni insieme decise e festose, come abbiamo visto, ad esempio, durante la manifestazione sul percorso dell’autostrada contestata tra Tolosa e Castres, con una gara parodia di “bolidi da corsa”, una più lenta dell’altra. O ancora durante la mobilitazione contro la circonvallazione autostradale di Rouen, nella foresta di Bord, con l’inchiodatura degli alberi per impedirne l’abbattimento, nonché con la creazione di stagni per la riproduzione di specie protette, quella che il filosofo Antoine Chopot descrisse come “la prima azione naturalista di massa” .

Resta il fatto che si ipotizza il ricorso ad atti più offensivi. È stata poi sviluppata la nozione di “disarmo”, per designare un’azione volta a rendere inoperante un’“arma di distruzione di massa” come il cemento, che contribuisce in larga misura alle emissioni di CO2 e al processi di rendere artificiali i suoli. Questo termine, più che quello di “sabotaggio”, ha il pregio di evidenziare la giustificazione di tale azione, che non è distruggere, ma impedire la distruzione.

Così facendo, si contribuisce anche a disfare la categoria della “violenza”, che il governo e la maggior parte dei media contribuiscono a rendere un insieme omogeneo che permette fastidiose amalgami. La nozione di disarmo permette di significare che la prima violenza è quella di un sistema produttivo che espone miliardi di esseri viventi all’inquinamento mortale e alle molteplici conseguenze del caos climatico.

La pratica del disarmo non può essere dissociata da una battaglia di senso, che implica fondare sempre la legittimità delle azioni compiute e farla comprendere. Questi atti di disarmo rimangono largamente proporzionati e vengono eseguiti a bassa intensità, utilizzando strumenti semplici come taglierini o chiavi inglesi – e non, ad esempio, gli esplosivi che sono più direttamente associati all’immaginario del sabotaggio.

E poi, la presunta “violenza” che il governo cerca di imputare a les Soulèvements non prende mai di mira le persone, il che non è il caso degli “attivisti” del complesso agroindustriale che non esitano ad agire fisicamente contro i difensori di l’ambiente, per minacciare di sequestro un particolare sindaco o per bloccare le ruote delle auto dei giornalisti che ne mettono in discussione le pratiche.

 

Qual è la vera posta in gioco in questa lotta oggi?

Bisogna ripartire, ancora una volta, dall’emergenza climatica ed ecologica. La climatologa Valérie Masson-Delmotte, co-presidente dell’IPCC – che non risulta affatto essere un’attivista di estrema sinistra – ha sottolineato l’estrema gravità della situazione, durante una serata a sostegno de les Soulèvements de la Terre il 12 aprile scorso. “Dov’è il vero pericolo?”, ha chiesto. “È in un’inquietante protesta radicale che disturba, o nell’inerzia climatica” di quella che ha definito “l’inadeguatezza delle risposte istituzionali e politiche?”.

È chiaro che l’azione degli Stati, pur non essendo del tutto inesistente, è completamente insufficiente, se non altro per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi (2015). In tale situazione di emergenza vitale, quando i poteri costituiti non riescono a dissociarsi dagli interessi privati ​​all’origine della catastrofe, diventa legittimo, e persino imperativo, invocare uno stato di necessità superiore per agire.

C’è un dovere di non accettazione e di insubordinazione. Comporta di assumere la prospettiva di un confronto più offensivo nelle sue modalità operative e più generale nella sua stessa natura. Va da sé che il nemico non è questo o quel governante o questo o quell’ultra-ricco, ma piuttosto la rete di poche centinaia di imprese transnazionali, banche e fondi di investimento che dominano l’economia mondiale. Non è difficile neppure individuare nel produttivismo compulsivo del sistema capitalista, mosso da un imperativo di accumulazione illimitata e vincolato da un obbligo di crescita esponenziale, la causa fondamentale della catastrofe ecologica e climatica.

La caratteristica del nuovo periodo geologico in cui stiamo oscillando, che la si chiami “Antropocene” o “Capitalocene”, è il degrado accelerato dell’abitabilità della Terra, che mette a rischio molte specie viventi, compresa quella umana. Emerge allora una nuova linea del fronte: si oppone, da un lato, al mondo dell’Economia che, per perpetuarsi, distrugge questa abitabilità, e dall’altro, sostiene le forze che lottano affinché la conservazione di questa abitabilità abbia la precedenza sugli imperativi economici. Questo non fa affatto scomparire i rapporti di classe che si instaurano all’interno del regime di produzione, ma mette in evidenza un altro maggiore antagonismo, che incide sul rapporto stesso con la produzione.

 

Hai elencato diversi territori in lotta, classificati sotto la nozione di “spazi liberati”. La lotta contro i mega-bacini è una di queste?

Questi “spazi liberati” designano la moltitudine di luoghi e territori collettivi dove si sperimentano altre forme di vita, che tentano di sottrarsi alle logiche di mercato e di Stato. Non pretendono di esserne completamente liberi; ma almeno stanno lottando per strapparsi dai loro vincoli mortali e per delineare ora altri mondi più gioiosi e desiderabili. Devono essere concepiti meno come isolotti conservati in mezzo alla tempesta ma come spazi di combattimento. La loro portata può essere modesta, ad esempio nel caso di luoghi associativi che praticano il mutuo soccorso e delineano pratiche comuni, come nel caso delle mense di quartiere.

Anche la scelta coraggiosa di disertare brillanti carriere, fatta da agronomi, informatici o altri, può essere considerata come l’inizio di uno spazio liberato. Tutto ciò che ci permette di “decapitalizzare”, vale a dire di sciogliere dentro di noi la presa dei modi di vivere e delle soggettività plasmate dal mondo dell’economia, va bene. Questi spazi liberati possono anche assumere dimensioni più sostanziose, come allo Zad di Notre-Dame-des-Landes, nel libero quartiere di Lentillères, a Dijon, con esperienze cooperative come quella di Longo Maï o, ancora più chiaramente, con l’autonomia zapatista.

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Tuttavia, nel caso della lotta contro i mega-bacini , non sono sicuro che si tratti di creare nuovi spazi liberati – anche se ogni mobilitazione collettiva crea anche nuove relazioni tra le persone, come è avvenuto sulle rotatorie dei Gilet Gialli. Non si è mai parlato di creare uno Zad a Sainte-Soline, contrariamente alle affermazioni di Gérald Darmanin, che ha solo brandito questa presunta “minaccia” per vantarsi di averne impedito la realizzazione. Direi piuttosto che la lotta contro i megabacini, come le altre mobilitazioni di Soulèvements, è una strategia di blocco, perché si tratta di ostacolare materialmente l’espansione delle infrastrutture e la crescita continua della produzione.

La proposta strategica che ho sviluppato in Basculements presuppone la combinazione di questi due registri di azione, con da un lato una dinamica continua di affermazione degli spazi liberati, e dall’altro l’intensificarsi della conflittualità tendente a un blocco generale dell’economia.

Le forme di blocco gioverebbero inoltre ad essere considerate in tutte le loro possibili modalità: blocco della produzione per sciopero, interruzione dei flussi di traffico, ostacolo ai grandi progetti infrastrutturali e disarmo degli impianti produttivi, ma anche blocco della riproduzione – con lo sciopero delle scuole o con gli ingegneri che non vogliono più collaborare – del mondo della distruzione. Non si tratta certo di contrapporre i due registri di azione. Al contrario, più spazi liberati si hanno, più può crescere la capacità di bloccare; e più i blocchi si estendono, più promuovono l’emergere di spazi liberati.

 

Diresti che lles Soulèvements de la Terre partecipano, in un certo modo, a riconfigurare la grande ambizione rivoluzionaria?

L’utilizzo del termine “rivoluzione” è in parte intrappolato ma è ancora oggetto di dibattito. In ogni caso si tratta di dare corpo alla possibilità di un mondo post-capitalista, liberato dal dominio patriarcale e coloniale. Questa prospettiva di emancipazione non può più essere pensata nella sua forma classica, elaborata sulla base di vecchie concezioni della modernità: la credenza nel progresso e nell’inevitabile ascesa delle forze produttive; l’idea di un unico percorso storico di cui il mondo occidentale sarebbe il modello e l’avanguardia; o ancora l’ontologia naturalista che dissocia l’uomo dalla natura e lo erige a padrone e possessore delle sue risorse.

Ripensare oggi una prospettiva credibile di emancipazione – allo stesso tempo non produttivista, non naturalista, non eurocentrica e probabilmente non statalista – implica il fatto che ci sia una critica profonda delle esperienze storiche, una rivoluzione antropologica e l’emergere di regimi di storicità inediti. Comporta anche il fatto di accettare che non esiste un’unica via d’uscita dal capitalismo, ma che si tratta di costruire “un mondo dove ci sia spazio per molti mondi”, come dicono gli zapatisti.

Les Soulèvements de la Terre mi sembra possano stare dentro in questa prospettiva, come molti altri movimenti nel mondo. Il nome stesso del movimento propone un attore non umano e, di conseguenza, 100mila persone hanno così gridato insieme: “Noi siamo la Terra che si solleva!”. La lotta non può più essere concepita come unicamente umana. In un contesto inedito di devastazione delle condizioni di vita su questo pianeta, è la comunità terrestre che è chiamata ad insorgere per impedirne la distruzione, sotto le gelide acque del calcolo egoistico o, com’è meglio forse dire oggi, sotto l’effetto del soffio ardente quantificazione mercantile.


fonte: Basta! Versione in lingua originale

Traduzione per Comune-info: marco calabria

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lunedì 26 giugno 2023

Soulèvements de la terre non si può mettere in prigione


Les Soulevements de la Terre: “Non si può sopprimere ciò che rispunta ovunque”

 

La minaccia di scioglimento del movimento ambientalista francese Les Soulevements de la Terre era nell’aria da giorni, e già era stata avanzata dal Ministro degli Interni francese Gerald Dermanin dopo i pesanti scontri di Sainte-Soline, nella regione Deux-Sèvres, a fine marzo scorso. 

Ma a differenza di allora, il decreto di dissoluzione stamattina è stato approvato dal Consiglio dei Ministri ed è teoricamente ‘in vigore’, non si sa bene in che termini. Perché come si possa sopprimere un movimento che è ormai una realtà forte e diffusa, presente e attiva in ben 170 Soulevements in tutta la Francia e decisamente in crescita sarà da vedere. Senz’altro non mancheremo di seguire su Pressenza gli sviluppi di questa situazione ‘in movimento’ da tempo, e decisamente importante: non solo numericamente, ma per le pratiche di intervento, aggregazione e difesa dei territori messe in campo.

Quel che segue è il comunicato tratto dalla pagina Facebook de Les Soulèvements de la Terre

Questa mattina, 21 giugno 2023, in occasione di una riunione del Consiglio dei Ministri, il governo ha avviato la procedura di scioglimento di Les Soulèvements de la Terre. Dopo averci lanciato in faccia le sue granate mutilanti, sostiene che non abbiamo più il diritto di esistere insieme, né di organizzarci. Pretende ora di sciogliere un sollevamento sempre più diffuso e di reprimere chi lotta per la difesa della terra con ogni mezzo, anche arrestando gli attivisti nelle loro case, come ha fatto di nuovo ieri:

La battaglia legale sta dunque iniziando, perché questo scioglimento rappresenta già una violazione particolarmente grave delle libertà civili. Senz’altro andremo in tribunale per ribaltare questa iniqua decisione.

Ma se questo decreto di scioglimento fosse in realtà un invito ministeriale a unirsi a un grande movimento di resistenza? Una rete che vanta già 113.000 membri dichiarati, 170 comitati locali e altrettante persone impegnate nella vita pubblica in gruppi di agricoltori, collettivi e sindacati. Il governo ha dichiarato di volerci eliminare, ma in realtà diventiamo ogni giorno più visibili. Un gioco che non potrebbe essere più serio, un gioco che forma una rete di resistenza.

Nei prossimi giorni e settimane lavoreremo insieme perché Les Soulevements de la Terre possano continuare ad essere visibili in mille modi diversi sulla scena pubblica: davanti ai pub e ai centri sociali, nei cantieri o nel cuore dei siti industriali, attraverso incontri aperti, antenne internazionali, scritte sui muri, stendardi e feste, disarmo e dita nel naso.

Renderemo evidente che ciò che rispunta ovunque non può essere soppresso.

Questa serie di eventi inizierà da questa sera stessa con manifestazioni di sostegno organizzate in più di 100 città in tutta la Francia alle 19.00, davanti alle prefetture. Qui la mappa:

Vi chiediamo di unirvi agli oltre 180 comitati locali che si sono formati negli ultimi mesi, alle centinaia di gruppi di resistenza e di lotta locali e alle sezioni sindacali esistenti che hanno pubblicamente dichiarato la loro appartenenza al movimento. La parola dei Soulevements de la Terre appartiene a loro, appartiene a voi e insieme continueremo a sostenere chiunque tra noi sia stato colpito. Continueremo le lotte sul campo ovunque e convergeremo in numero ancora maggiore.

Per i prossimi mesi sono già stati fissati due appuntamenti, entrambi fondamentali per condividere la battaglia sull’acqua in piena estate e in una siccità storica:

– Il convoglio dell’acqua da Poitiers a Parigi dal 18 al 27 agosto.

– La campagna “100 giorni per prosciugare”.

Al di là di questi pochi e immediati punti di riferimento, creeremo le alleanze necessari per fermare davvero l’avanzata del cemento, l’inaridimento dei suoli, l’avvelenamento delle acque e la dissoluzione dei legami. Ci incontreremo di nuovo. Voi siete, noi siamo, Les Soulevements de la Terre

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Francia: Les Soulevements de la Terre dichiarato fuorilegge

La minaccia di scioglimento del movimento ambientalista francese Les Soulevements de la Terre era nell’aria da giorni, e già era stata avanzata dal Ministro degli Interni francese Gerald Dermanin dopo i pesanti scontri di Sainte-Soline, nella regione Deux-Sèvres, a fine marzo scorso. 

Ma a differenza di allora, il decreto di dissoluzione stamattina è stato approvato dal Consiglio dei Ministri ed è teoricamente ‘in vigore’, non si sa bene in che termini. Perché come si possa sopprimere un movimento che è ormai una realtà forte e diffusa, presente e attiva in ben 170 Soulevements in tutta la Francia e decisamente in crescita sarà da vedere. Senz’altro non mancheremo di seguire su Pressenza gli sviluppi di questa situazione ‘in movimento’ da tempo, e decisamente importante: non solo numericamente, ma per le pratiche di intervento, aggregazione e difesa dei territori messe in campo.

La coalizione ambientalista francese Les Soulèvements de la Terre sarà sciolta dal governo per “rischi per la sicurezza pubblica”: così il Consiglio dei ministri di Parigi con una decisione che la rete per la giustizia climatica bolla come come “politica e preoccupante. Inizia quindi la battaglia legale: andremo in tribunale per ribaltare questa decisione iniqua”.

Dopo l’ondata di arresti di ieri mattina (18 persone sono state arrestate e prese in custodia in una dozzina di luoghi diversi in tutta la Francia, tra cui Notre-Dame-des-Landes, con il supporto di agenti dell’ antiterrorismo) oggi, mercoledi 21 giugno, sono state convocate oltre 60 manifestazioni davanti alle Prefetture in tutta la Francia , in solidarieta’ agli arrestati e contro lo scioglimento del movimento dei “Soulèvements de la terre” che sara’ proposto oggi in Consiglio dei Ministri con un decreto voluto da Macron. Una giornata di azione popolare è stata lanciata per mercoledi 28 giugno.

L’intervista a Cesare Piccolo, giornalista e collaboratore di Radio Onda d’Urto dalla FranciaAscolta o Scarica.

Il movimento ha intanto incassato il sostegno di oltre 108.000 cittadini e cittadine e anche quello di organizzazioni politiche e di base come la Confédération paysanne, sindacato contadino nato nel 1987, da allora una componente essenziale e imprescindibile del sindacalismo francese.

Vi proponiamo la lettura del loro comunicato tradotto da Rosangela della Redazione di Radio Onda d’Urto Ascolta o scarica

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Marion Cotillard apporte son «soutien absolu» aux Soulèvements de la terre

Marion Cotillard a apporté dimanche 25 juin son «soutien absolu» au mouvement écologiste des Soulèvements de la terre, dissous par le gouvernement, très critiqué par l’actrice.

 «Ce qui se passe dans notre pays est extrêmement grave.» Marion Cotillard, ne mâche pas ses mots sur son compte Instagram, dimanche 25 juin. «Celles et ceux qui alertent sur la dérive éminemment dangereuse de notre monde et de notre humanité, les activistes qui demandent une action du gouvernement à la hauteur de l’urgence, sont aujourd’hui qualifiés de criminels ou d’écoterroristes», s’alarme la lauréate d’un oscar pour la Môme en 2008, dans une référence à la dissolution des Soulèvements de la terre par le gouvernement mercredi dernier.

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QUI il sito di les Soulèvements de la terre