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giovedì 24 settembre 2026

l'esercito italiano senza vergogna

 

“Al comando centrale a Mogadiscio giravano queste tartarughe e qualcuno si era inventato il gioco di provare a vedere quanto tempo resisteva con il mezzo che era salito sulla corazza, come dire, perché passava qualche ora di una giornata noiosa niente di più.” E ancora: “Si faceva passare il furgone sopra l'animale per vedere quanto tempo resistevano. Resistevano un minuto; gli ufficiali non dicevano niente”.

Queste parole, tratte dal documentario “La linea sottile” e dagli atti parlamentari, sono di Michele Patruno, caporalmaggiore in congedo, che nel 1997 denunciò i crimini compiuti dai soldati italiani nel corso della missione UNITAF in Somalia, consegnando alla stampa e alle pubbliche autorità alcune fotografie che raccontavano stupri e torture.

Ne abbiamo parlato alcuni giorni fa dimenticandoci di menzionare anche le violenze compiute nei confronti di animali innocenti come questa tartaruga. Ovviamente abbiamo ricevuto centinaia di commenti negazionisti, oltre ai soliti insulti e minacce di questo variegato mondo composto da reduci di finte guerre e seguaci del generale Vannacci, uno degli ufficiali presenti in Somalia che avrebbero dovuto vigilare sulla truppa.

A questo proposito Patruno disse: “Spesso facevamo devastazioni e lasciavamo i somali senza casa. Le capanne sono di fango e canne e molto basse, così per non prenderci il fastidio di entrare e le scoperchiavamo. Distruggevamo anche le riserve d'acqua. Per procurarsi quell'acqua magari i somali avevano fatto chilometri a piedi”. Alla domanda : “Ma il comandante della sua squadra (capitano Giovanni Iannucci) era al corrente degli episodi di tortura?” Patruno risponde: “Sì, sicuramente”.

Animali e persone innocenti in Somalia non hanno avuto alcuna giustizia dopo aver subito violenze criminali. E a compierle non erano le milizie fasciste del 1936 ma soldati della Repubblica italiana nel 1993. Ma a quanto pare si somigliavano parecchio.

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lunedì 29 giugno 2026

Amore per le Forze Armate (italiane) e subalternità al potere - Omar Onnis

 

Il 17 giugno 2026 è stato presentato pubblicamente l’accordo tra l’ASPAL (Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro) e il Comando Militare Esercito Sardegna (CME Sardegna). A quale scopo? La comunicazione ufficiale nel sito della Regione Autonoma Sardegna recita così:

L’obiettivo principale della partnership è quello di sviluppare forti sinergie istituzionali per informare e orientare i cittadini sardi sulle diverse opportunità di carriera offerte dall’Esercito Italiano, rafforzando contestualmente la rete territoriale dei servizi per il lavoro. Le azioni previste si rivolgono in modo specifico ai giovani in uscita dai percorsi scolastici e formativi, ai disoccupati o a chiunque sia in cerca di una nuova occupazione, nonché ai volontari congedati senza demerito dalle Forze Armate, favorendo così l’occupabilità complessiva sul territorio regionale.

In una terra ad alta emigrazione, specie giovanile, con problemi irrisolti di trasporti interni ed esterni, spopolamento, crisi del settore primario, dispersione scolastica la politica di vertice favorisce una relazione privilegiata con le Forze Armate italiane, impegnandosi ad orientare le scelte proprio delle fasce giovanili verso impieghi militari.

Non c’è partita strategica in cui la politica sarda riesca mai a accennare una soluzione strutturale, a parte effetto annuncio e propaganda, o soluzioni tampone che perlopiù aggravano il problema. Le uniche cose in cui è attivissima sono gli affari delle varie lobby private, a cui sono legati i vari personaggi o le diverse consorterie clientelari, e la realizzazione dei desiderata delle rispettive case madri d’oltre Tirreno.

I casi concreti si sprecano: il mancato intervento in materia di dimensionamento scolastico (che ha di fatto spalancato le porte al commissariamento della Regione in materia, dunque alla realizzazione dei piani governativi); la mancata presa di posizione sull’ampliamento della RWM di Domusnovas (che ha di fatto accelerato la sua approvazione e in cui la RAS si costituisce nel procedimento *contro* i comitati e le associazioni); l’affare scandaloso di Cala Finanza a Loiri/Porto San Paolo; la privatizzazione degli aeroporti sardi. Ora questo accordo di partenship privilegiata con le Forze Armate.

Ricordiamo che la responsabilità della disastrosa occupazione militare della Sardegna, con decine di migliaia di ettari sottratti all’uso civile e in buona parte compromessi da sperimentazioni di ordigni ed esercitazioni a fuoco, è da attribuire precisamente al Ministero della Difesa. Abbiamo un bel chiamare in causa USA e NATO, nelle nostre analisi e nelle ricorrenti manifestazioni: la verità è che siamo una colonia militare *dello Stato italiano* (oltre al resto) ed è allo Stato che bisognerebbe chiederne conto. Invece, sia la politica sia, in diverse occasioni, le università sarde hanno da tempo dimostrato un vero e proprio amore verso l’apparato militar-industriale. Qualcuno ricorda la farsa delle “caserme verdi”? E il favore sperticato con cui vengono accolte tutte le decisioni ministeriali a proposito delle basi dell’isola (ampliamenti, estensione dei compiti, collegamento sempre più forte con la ricerca bellica), come fossero favori di cui essere grati?

La cosa grottesca è che nel frattempo i vertici politici sardi – nelle persone della presidente Todde e del presidente del Consiglio regionale Comandini – trovano il tempo per partecipare a Oliena a un convegno organizzato in memoria di Mario Melis e disquisire di autonomia, di statuto, di riforme. A leggere bene i resoconti dei loro interventi, a cominciare dai virgolettati, sotto il velo della retorica, si intravvede l’intenzione di normalizzare e neutralizzare la relazione con lo Stato italiano. Non è solo una questione di ignoranza storica e di mediocrità politica (che ci sono, beninteso).

Ricordiamo che la presidente Todde ha più volte stigmatizzato l’uso di concetti come “colonialismo” e come “resistenza”, riguardo al rapporto Italia-Sardegna. E ha dichiarato che l’autonomia speciale fu una sorta di concessione benevola dello Stato in quanto la Sardegna era una terra “arretrata”, povera, da tutelare e aiutare. Prese di posizione a dir poco discutibili su vari piani. Ma, al di là di questo, appare una volontà di “integrare” ancora di più la Sardegna dentro lo stato italiano, ovviamente come “area di sacrificio” (altra espressione usata dalla presidente Todde in altre circostanze). Per il suo bene, ovviamente, dato che “da soli non ce la possiamo fare”. Una nuova “Perfetta fusione”, come quella implicata dalla campagna per “l’insularità in costituzione”; ossia, il contrario di un percorso di conquista di responsabilità e competenze in senso autodeterminazionista. 

Il tutto attuato con una postura elitaria, anti-popolare, allergica a una democrazia reale, finalmente realizzata.

Il lavorio sostanzialmente clandestino su una nuova legge statutaria e sulla riforma dello stesso Statuto non lasciano ben sperare. Invocare, come ha fatto a Oliena la presidente Todde, una larga partecipazione “dal basso” su temi così rilevanti contrasta platealmente con le modalità di azione di questa giunta (“i legislatori siamo noi”) e con i suoi obiettivi non dichiarati ma palesi.

A parte la fanbase di Todde e soci, irrecuperabile (andate a guardarvi i loro commenti sui social), il resto della cittadinanza sarda dovrebbe restare molto vigile sulle decisioni concrete di questa compagine politica. Dovrebbe sempre distinguere lucidamente tra dichiarazioni pubbliche e fatti, tra comunicazione e decisioni pratiche.

È probabile che questa legislatura vada a finire al suo termine naturale. La presente amministrazione regionale ha dunque altri due anni e mezzo per combinare ulteriori disastri. Non servirà a nulla rivelarli, criticarli, prenderne le distanze se non emergerà una forte opposizione reale, popolare, che possa sostenere, sia a livello locale sia a livello apicale, candidature alternative all’oligarchia podataria che sta finendo per distruggere quanto resta del tessuto culturale, sociale e produttivo dell’isola.

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sabato 27 giugno 2026

La parata militare umilia il 2 giugno. E pure i cavalli - Tomaso Montanari


“Chissà che discorsi geniali / sanno fare i cavalli”. Affiorano alle labbra questi versi di Gianni Rodari leggendo che la notte di venerdì un gruppo di cavalli, quasi sperando di tornare branco libero, è scappato dai preparativi della parata militare del 2 giugno, galoppando via in mezzo al caos romano. Erano stati spaventati, pare, dai botti sparati da un vigile urbano: cioè, con rispetto parlando, da una versione caricaturale dei soldati che tirano le bombe. Così, spaventati dalla finzione della guerra hanno provato a fuggire dalla pomposa celebrazione della guerra in cui sarebbero stati mute comparse.

Chissà che discorsi davvero geniali saprebbero farci, quei cavalli pacifisti – o almeno pacifici. Certo più geniali di quelli della classe politica italiana, che in ottant’anni di Repubblica non è riuscita a trovare un modo di onorare il 2 giugno che non tradisse clamorosamente lo spirito della Costituzione.

La parata del 2 giugno, questa “mala parata”, è di fatto un’esibizione di armi. Tanto pervasa da spirito militarista che i volontari del servizio civile, che vi prendono parte, hanno dovuto scrivere una lettera ai vertici dello Stato per chiedere di non essere obbligati a marciare inquadrati e a passo cadenzato come se fossero militari: pratica alla quale venivano formati nelle caserme! La parte del Paese che ha a cuore la pace, e la Costituzione, guarda con sgomento a questa esibizione, che traduce in liturgia armata le infelici parole dell’inno nazionale (un altro pezzo di storia che andava serenamente pensionato dopo la Costituzione) per cui saremmo pronti non già alla vita, ma “alla morte”.

Nello scorso aprile, su Avvenire, Luigino Bruni, Elena Granata e Tommaso Greco (insieme ad altre e altri) hanno proposto di “sostituire la parata militare del 2 giugno, con le sue liturgie che rimandano a un passato da ripudiare, con una sfilata civile, come gesto politico concreto per dare spazio a una riflessione comune sulle ragioni che ci tengono assieme davanti a sconvolgimenti epocali”. E in questo 2 giugno la Rete italiana Pace e Disarmo e “Sbilanciamoci!” promuovono in numerose città diverse iniziative popolari per festeggiare una Repubblica che “ripudia la guerra”: biciclettate, flash-mob per la pace, letture della Costituzione e presìdi nei territori.

E invece a Roma – sulla via fascista e colonialista dei Fori imperiali, e sotto lo sguardo annuente del garante supremo della Carta – sarà drammaticamente visibile, e pubblicamente onorata “la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche (che) genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche” (sono parole, profetiche, della prima enciclica di Leone XIV). La “nazione armata” al posto della “Repubblica che ripudia la guerra”: che colossale atto di diseducazione collettiva. Come si fa a celebrare il ripudio della guerra, questo principio rivoluzionario che spacca in due la nostra storia, continuando stancamente a sfilare in una parata militare che si pratica sostanzialmente identica dai tempi del militarismo imperiale dei romani antichi, e probabilmente anche da prima?

L’articolo 11 della Costituzione è una rivoluzione culturale sconvolgente, come capì don Milani: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Buttare tutto all’aria significa – ancora con don Milani – capire che “allora l’esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza”. Quell’articolo obbligava a rileggere la storia italiana, per costruire un futuro completamente diverso. Don Lorenzo l’aveva fatto, con i suoi ragazzi: “Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (utili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati a cento anni di storia italiana in cerca d’una ‘guerra giusta’. D’una guerra cioè che fosse in regola con l’articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l’abbiamo trovata”.

Ecco perché oggi, invece della della “nazione armata”, vorremmo vedere sfilare la Repubblica disarmata, e disarmante. Vedere sfilare donne e uomini che lavorano negli ospedali e nelle scuole, nei tribunali e nelle procure, nella cooperazione e nel terzo settore, nelle università e nei musei: e anche nelle caserme, sì, ma non in divisa e con le armi. Una parata buona, aperta dalla Flotilla per Gaza e da Emergency, e chiusa dai nostri diplomatici e da chi studia e insegna Diritto internazionale. Di questo abbiamo bisogno, in questo 2 giugno in tempo di guerra e genocidio. Bisogno di cittadine e cittadini pronti a disertare la guerra: a disertarla come quei cavalli in fuga, animali geniali.

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sabato 7 giugno 2025

Istituto superiore di Noventa Vicentina usa i soldi contro la dispersione scolastica per un corso paramilitare - Alex Corlazzoli

 

 

All’istituto di istruzione superiore “Masotto” di Noventa Vicentina, i soldi del Pnrr per “ridurre i divari territoriali” sono stati destinati ad una sorta di club sportivo paramilitare che organizza corsi di tiro e che ogni anno riunisce i veterani dei vari reparti, “per far rivivere loro le esperienze di quando erano operativi e per farsi conoscere da chi vorrebbe intraprendere la loro strada”.

Stiamo parlando di Alpha 22 Training Service al quale la dirigente della scuola Maria Paola De Agelis e il Consiglio d’istituto hanno affidato 15.868,80 euro per percorsi formativi di team building. Una spesa sostenuta grazie ai fondi europei per le azioni di prevenzione e contrasto alla dispersione scolastica. Un affidamento diretto “per effettiva assenza di alternative sul territorio”.

Aprendo il sito di Alpha 22 Training Service appare una scena di guerra e la fotografia del militare in congedo Luca Munaretto con tanto di armi e il motto: “Il guerriero non tenta di sembrare, egli è. Conosce il proprio valore e non lotta mai con chi non merita l’onore del combattimento”, dello scrittore Paulo Coelho. Due righe sotto spiegano gli obiettivi di Alpha 22 Training Center: “Mettere a disposizione la propria esperienza e le competenze acquisite, per far raggiungere una nuova dimensione dei corsi proposti. Il costante aggiornamento degli istruttori nelle varie tecniche, garantisce risultati immediati e personalizzati. Prendersi cura dei nostri associati e delle loro esigenze, è il nostro obiettivo primario”. Perlustrando il sito si trova, poi, cosa viene organizzato per le scuole: esercizi riconducibili al mondo del survival. Una volta arrivati in sede, i ragazzi vengono privati dei loro telefoni cellulari, viene fatto un inquadramento generale dell’area di interesse dedicata alla loro esperienza outdoor e degli istruttori che li guideranno in diverse attività.

Un progetto che un’altra volta non è piaciuto all’osservatorio contro la militarizzazione delle scuole che in un comunicato ufficiale scrive: “Senza entrare nella questione e nelle procedure riguardanti l’opportunità di utilizzare e di concedere esternamente fondi Pnrr destinati al contrasto della dispersione scolastica, troviamo assurdo e pericoloso che una scuola affidi più di 15mila euro ad una ditta paramilitare che istruisce alla guerra, che permette la familiarità e la normalizzazione di scenari di guerra, che maneggia strumenti di morte come armi corte e armi lunghe senza il minimo ritegno sulla sofferenza che l’ideologia di guerra sta causando sotto i nostri occhi in diverse zone del mondo. Ci chiediamo come sia possibile che una scuola pubblica, che dovrebbe educare alla pace, alla convivenza civile, al Team Building mediante l’educazione alla cooperazione, alla nonviolenza e alla solidarietà, possa avere legami così stretti, con strutture paramilitari private intrise di ideologia bellica, addestrativa, in cui vi è un continuo sfoggio iconografico di armi da guerra”.

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venerdì 23 maggio 2025

Sardegna tra propaganda di guerra e «dissenso debole» - Cristiano Sabino

 Sardegna tra propaganda di guerra e «dissenso debole» - Cristiano Sabino

La Sardegna, da sempre terreno di sperimentazione militare e cavia silenziosa delle politiche di guerra italiane e NATO, è oggi anche laboratorio di una nuova forma di ingegneria ideologica: la propaganda umanitaria militarizzata. Con la maxi-esercitazione Joint Stars 2025, le forze armate italiane – in sinergia con il Comune di Cagliari e la Regione Sardegna – hanno costruito un palinsesto propagandistico perfettamente allineato alle logiche del war-washing pianificato lo scorso 19 marzo dalla Commissione Europea con la pubblicazione del “Libro bianco per la difesa”, un documento di indirizzo politico che riunisce le proposte per rafforzare e rilanciare in grande stile l’industria bellica in Europa, nel contesto del noto piano guerrafondaio “ReArm Europe/Readiness 2030”.

È da leggersi sotto questo rispetto l’evento “Joint Stars for Charity” organizzato lo scorso 10 e 11 maggio dall’Esercito italiano e dalle principali istituzioni regionali a Cagliari: mascherare le operazioni belliche sotto la patina della beneficenza, dell’inclusione sociale, dello sport e dei diritti dell’infanzia.

Ma questa operazione, lungi dall’essere una semplice trovata mediatica, ha caratteristiche molto più profonde e pericolose: si tratta dell’attivazione di un laboratorio di propaganda coloniale e di guerra, con la Sardegna che fa un salto di qualità nel suo ruolo di area strategica all’interno della NATO, passando dall’essere una "vetrina pacificata" dell’impero utile come passivo campo di sperimentazione dei sistemi d’arma a vero e proprio laboratorio proattivo per la costruzione del consenso verso la nuova dottrina dell’economia e della cultura di guerra voluta dalle oligarchie europee e avviata a pieno regime con il piano di riarmo da 800 miliardi in funzione anti russa e anticinese. 

Parte I

Il salto di qualità

La Sardegna come avamposto della normalizzazione della guerra

La "Joint Stars" si svolge periodicamente nella terra più militarizzata d’Europa: la Sardegna. È stata definita come la "principale esercitazione nazionale della Difesa". Questa attività, pianificata e condotta dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI) si è concentrata sull'addestramento delle truppe in scenari complessi, comprendendo operazioni anfibie e controllo del territorio, come dimostrato dall'esercitazione di sbarco avvenuta a Capo Teulada.

Tutto ciò non rappresenta certo una novità, visto che gli abitanti dell’ultima colonia oltremare dello Stato italiano sono abituati da settant’anni a vedere periodicamente interdette gigantesche porzioni di territorio, interi litorali e perfino la maggior parte della volta celeste.

Ma l’edizione 2025 resterà nella storia per un salto di qualità nella militarizzazione coloniale dell’isola. Parallelamente alla solita invasione di scarponi, anfibi e bombardamenti per terra, cielo e mare, viene sviluppata l'iniziativa "Joint Stars for Charity", caratterizzata da screening sanitari pediatrici gratuiti offerti a bordo della nave Trieste della Marina Militare, ormeggiata nel porto di Cagliari, del resto già da tempo ampiamente militarizzato. Questa iniziativa ha suscitato un acceso dibattito pubblico, polarizzando l'opinione tra coloro che ne hanno lodato gli scopi benefici e chi, invece, l'ha criticata come forma di propaganda bellica.

Parafrasando il famoso motto latino “si vis pacem, para bellum”, potremmo dire che lo slogan della Joint Stars 2025 può essere così riassunto: “se vuoi preparare la guerra, presentala sotto le rassicurante spoglie della pace e dell’innocenza”.

Agli inizi di maggio infatti, sui social sardi, ha iniziato a rimbalzare la locandina dell’evento intitolato “Un gesto meraviglioso come il sorriso di un bambino”, iniziativa organizzata dal “Comando operativo di vertice interforze”, con partner principali del calibro di Leonardo SPA, RWM Italia,Terna e Unicredit.

L’evento si è svolto in due luoghi distinti, ma uniti da una sapiente e distopica strategie propagandistica: l’ospedale G. Brotzu di Cagliari e la nave da guerra “Trieste” ormeggiata appunto nel porto di Cagliari. Il tema dell’infanzia è il fil rouge che indora la supposta bellica somministrata all’opinione pubblica sarda. Così, mentre all’ospedale andava in scena lo spettacolo musicale della fiaba “Pierino e il lupo” dedicato ai bambini ospedalizzati e la contestuale consegna di doni ai medesimi bambini, sulla nave da guerra si esibiva la banda interforze e venivano effettuati gli “screening sanitari gratuiti per i bambini”.

Utilizzare la salute e i bambini per normalizzare la presenza militare direttamente nel contesto civile (ospedali, porti, scuole, ecc..) è già raccapricciante di per sé. Ma la cosa appare ancora più grave se si pensa a chi ha patrocinato l’evento. In calce alla locandina figuravano infatti i loghi del gratuito patrocinio concessi dal Comune di Cagliari e dalla Regione Autonoma di Sardegna, entrambe a guida “campo largo”.

Come si può leggere sul sito della RAS, il patrocinio gratuito (ma il discorso è analogo per il Comune) «si esprime con la concessione dell'utilizzo dello stemma istituzionale del Consiglio regionale della Sardegna, è una forma di adesione e manifestazione di apprezzamento per iniziative senza scopo di lucro ritenute meritevoli per le loro finalità sociali, culturali, artistiche, filantropiche, scientifiche, sportive che si svolgono di norma nel territorio sardo e che rientrano negli ambiti di competenza normativa della Regione Autonoma della Sardegna. È concesso in forma discrezionale dal Presidente del Consiglio regionale e non è da considerarsi un atto amministrativo ma una mera volontà».

Quindi vale la pena chiedersi, chi governa Regione e Comune di Cagliari? I fascisti? I guerrafondai del Governo Meloni? Una coalizione di “centro sinistra” a trazione calendiana? No, a Cagliari il sindaco (che deve dare l’ultima parola sul patrocinio) è Massimo Zedda, volto noto del “progressismo” sardo a sinistra del PD, eletto con il sostegno, fra gli altri, di Sinistra Futura, Progressisti, Alleanza Verdi-Sinistra, Movimento 5 Stelle e gli “indipendentisti” di A Innantis. In Regione governa Alessandra Todde, nota esponente del M5S, contiana di ferro e oratrice alla piazza contro il riarmo organizzata lo scorso aprile dai pentastellati.

Insomma, Houston, abbiamo un problema!

Un'altra locandina, sempre siglata dal “Comando Interforze”, con in primo piano l’immagine della nave da guerra Trieste, invitava la popolazione a visitare la nave stessa e ad “effettuare screening pediatrici gratuiti”, specificando che “i medici e i sanitari del DMML di Cagliari e della Croce Rossa Italiana saranno a tua disposizione negli ambulatori di bordo per screening”. La novità che emerge da questa nuova propaganda è la collaborazione con l’USR, cioè con l’Ufficio Scolastico Regionale della Sardegna, oltre che con la ASL.

Lo shock nell’opinione pubblica sarda è stato forte. Da una parte l’immagine del bambino sorridente, perché accudito dai medici della Trieste, dall’altra parte la realtà di una sanità pubblica sarda sempre più inefficiente, con liste d’attesa di anni per esami salvavita o addirittura senza alcuna possibilità di prenotazione tramite CUP. A fare da contrasto alla propaganda militarista patrocinata dai “progressisti”, “ambientalisti” e “indipendentisti” sardi anche le orride immagini dei bambini palestinesi e yemeniti fatti a pezzi con quegli stessi sistemi d’arma forniti da Leonardo SPA e RWM Italia a Israele e coalizione saudita. Quest’ultima multinazionale produce bombe proprio a Domusnovas, in Sardegna e da anni un movimento si batte per la sua riconversione ad uso civile.

Normalizzazione della guerra e normalizzazione del dissenso

L’essere laboratorio della propaganda di guerra della Sardegna non si risolve però soltanto nell’evento "Joint Stars for Charity" e nella sua architettura sofisticata e lungimirante dal punto di vista degli ideatori. La Sardegna diventa parallelamente anche un laboratorio egemonico del dissenso, nella misura in cui di fronte a questa operazione, una serie di soggetti organici alla Giunta hanno cercato di intestarsi la protesta.

In un comunicato congiunto i Consiglieri regionali di Sinistra Futura, Movimento 5 Stelle Sardegna e Alleanza Verdi Sinistra hanno infatti preso le distanze dalle medesime maggioranze che sostengono e quindi hanno di fatto sconfessato il patrocinio concesso dal Comune di Cagliari e dalla Regione Autonoma di Sardegna, auspicando che la “Sardegna sia costruttrice di pace”.

Nel documento si stigmatizza «ogni azione atta a giustificare e a rendere popolare e socialmente accettata la guerra è da bandire» e, dopo aver criticato alcune iniziative del Parlamento europeo e del Governo italiano, i firmatari attaccano quelle forze che “vorrebbero svuotare i granai per riempire gli arsenali» e si propongono come «una voce dissonante per essere costruttori di pace e un autentico presidio della nostra Costituzione repubblicana». [qui]

Stessa operazione da parte dell’associazione “indipendentista” filo governativa A Innantis che ha diffuso sui suoi social un articolo intitolato “Anche no. Con Joint Stars l’esercito italiano offre screening ai bambini sardi” firmato presumibilmente da un suo sodale, Francesco Ledda, dove si può leggere che l’intera operazione è «una vera e propria beffa da parte dello Stato italiano». Al contrario del documento dei “progressisti” però Ledda, critica anche il patrocinio: «una cosa in questo quadro non ci è chiara e proprio non capiamo: il patrocinio della Regione e del Comune di Cagliari. Non capiamo davvero come si possa pensare che associare la guerra alla salute, nel contesto di presa in giro dei sardi che è stato descritto finora, e non condividiamo pensare l’accettazione di questo “war-washing” da parte dell’esercito.

Non sappiamo chi ha deliberato questa decisione, ma dopo la presa di distanza da parte dei partiti della maggioranza, ci auguriamo che possa davvero seguire una seria risposta alle prese in giro dello Stato italiano» [qui] .

Insomma, nel documento dei partiti “progressisti” e “costituzionalisti” l’indignazione si ferma ad una mera dichiarazione di principi senza toccare la questione “patrocinio”, nella narrazione di A Innantis, il gran cattivone è lo Stato Italiano e poi c’è il gran mistero del folletto che ha «deliberato questa decisione».

A queste prese di posizione si è aggiunta “la nota stampa della Segreteria della Camera del lavoro CGIL di Cagliari con la richiesta di ritirare i patrocini istituzionali” , la stessa organizzazione sindacale che solo due mesi fa non trovava nulla di strano nell’aderire alla piazza guerrafondaia, pro riarmo e suprematista chiamata dal Gruppo Gedi.

L’operazione, in tutti questi casi, è raffinata e deve essere valutata con il dovuto criterio, anche alla luce del fatto che tutte queste prese di posizione, addirittura da parte del partito che esprime la governatrice Todde, non hanno determinato la rimozione del patrocinio. E il patrocinio – bisogna sottolinearlo - può essere ritirato senza problemi, vista la natura gratuita e valoriale del sostegno. Ciò è dimostrato anche dalla discussa revoca con cui la Regione Lazio ha tolto il sostegno al pride (qui).

Sarebbe dunque bastato motivare la scelta, anche in ragione del fatto che la governatrice è salita sul palco della manifestazione del 5 aprile a Roma contro il riarmo, sottolineando come quella della carità e della solidarietà rappresenta solo una patina per un’operazione di war-washing infiocchettata dall’Esercito e sostenuta finanziariamente da chi con il suo businnes ai bambini contribuisce a togliere per sempre il sorriso, insieme a tutti i diritti, incluso il diritto alla vita.

Evidentemente siamo dentro una splendida bolla di apparenze e anche queste prese di posizione fanno parte della bolla, costituendone la superficie più luminosa e colorata. Perché a questi comunicati non è seguito un serio dibattito in Consiglio Regionale e nel Consiglio Comunale di Cagliari e magari una mozione di sfiducia a Sindaco e Governatrice? Se alle prese di posizione morali e civili non segue nessun atto concreto che senso ha esibire la coda da pavone e tingerla con i colori arcobaleno della pace, con il verde speranza dell’albero deradicato d’Arborea e con il rosso delle rivendicazioni sindacali?

Ovviamente tutto ciò non è privo di valore, anzi tali prese di posizione assolvono alla funzione rituale dell’antagonismo conformista in cui oggi consiste il dispositivo per controllare e pilotare ogni forma – seppur blanda – di dissenso reale. È una strategia che viaggia tra il conscio e l’inconscio e che assomiglia tanto a quegli splendidi versi di Don Raffae’ di De André: “Si costerna, s'indigna, s'impegna. Poi getta la spugna con gran dignità”. Nel contesto della canzone, a costernarsi, indignarsi e a gettare la spugna dopo essersi lavato la coscienza era lo Stato, nel nostro tempo invece è la “sinistra progressista”, l’ “indipendentismo di governo”, il “movimento dei cittadini” e perfino tanti “antagonisti”. Ed è esattamente di questo raffinato e nuovo dispositivo egemonico che ci occuperemo nella seconda parte dell’articolo.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-sardegna_tra_propaganda_di_guerra_e_dissenso_debole/39130_60894/

 

 

 

Il panottico del dissento: il caso Sardegna – Cristiano Sabino

Inseriamo la seconda parte dell'editoriale pubblicato ieri, "Sardegna tra propaganda di guerra e 'dissenso debole'"

Il panottico del dissento

Che tutto questo non sia frutto del caso o di una diffusa mancanza di cultura politica ma obbedisca ad un dispositivo ben preciso di sgretolamento di ogni possibile reale opposizione all’economia e alla cultura della guerra, del riarmo e della colonizzazione è dimostrato da alcuni fatti emersi a ridosso dell’evento organizzato a Cagliari.

Era ancora caldo lo strascico delle polemiche dovute allo scandalo della concessione del patrocinio all’evento della Joint Stars for Charity, quando sui canali della lista governativa Sinistra Futura veniva pubblicata una nuova iniziativa: “Fermare il massacro della popolazione. Riconoscere lo Stato di Palestina”. Sorvolando sul fatto che il genocidio in atto venga derubricato come “massacro”, è interessante notare come gli organizzatori non abbiano trovato alcun problema nell’affidare l’intervento conclusivo allo stesso sindaco di Cagliari Massimo Zedda che ha concesso il patrocinio ad un evento finanziato da Leonardo SPA e da RWM Italia. Non stiamo parlando di un semplice saluto e di una presenza istituzionale, ma dell’acme politico di tutto l’evento: la sintesi finale che trae dall’evento le conclusioni politiche.

Tra gli interventi programmati anche quello di Piero Comandini, presidente del Consiglio Regionale Sardo ed esponente di spicco del PD sardo, di un partito cioè che neppure formalmente ha criticato la concessione del patrocinio, non figurando tra i firmatari del documento che abbiamo analizzato sopra. 

 

Riepilogando per punti e riassumendo per passaggi logici tutto ciò abbiamo che:

 

  1. Comune di Cagliari e Regione Autonoma di Sardegna, a maggioranza “Campo Largo” e guidati da figure di spicco del progressismo “a sinistra” del PD quali Zedda e Todde, concedono il patrocinio ad un evento di becera propaganda di guerra finanziato da multinazionali che vendono armi a Israele e alla coalizione saudita;
  2. una parte di questa stessa maggioranza protesta pubblicamente dissociandosi dall’evento ma non chiede la revoca del patrocinio, a parte A Innantis che però incolpa non le elites sarde ma lo “Stato italiano”;
  3. Il patrocinio non viene revocato nonostante ciò sia legalmente possibile;
  4. Gli stessi “dissociati” (Sinistra Futura) pochi giorni dopo organizzano un evento sulla Palestina invitando a parlare i medesimi esponenti politici protagonisti della concessione del patrocinio all’operazione di propaganda di guerra finanziata dalle multinazionali della guerra.

Che significato ha tutto ciò? Può essere ridotto a mera cialtroneria o si tratta piuttosto di una strategia ben precisa dotata di finalità precipue?

In realtà tracce di risposta a questa domanda si trovano nello stesso documento congiunto dei partiti “progressisti”.

Nel comunicato firmato da Sinistra Futura, M5S e AVS compare il riferimento alla Risoluzione del Parlamento europeo del 2 aprile 2025 sull'attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune e in particolare la critica all’articolo 165 che «invita l'UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l'importanza delle forze armate, e a rafforzare la resilienza e la preparazione delle società alle sfide in materia di sicurezza» e all’ articolo 167 che «chiede, inoltre, di mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell'UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili».

La “sinistra” del campo largo al governo del capoluogo di Regione e della medesima Regione Autonoma si dimostra  dunque consapevole del progetto egemonico per sgretolare la vocazione pacifista e contraria al riarmo dell’opinione pubblica.

La citata risoluzione accoglie con favore il piano "ReArm Europe" approvato dal Consiglio Europeo nel marzo 2025 il quale – è bene ricordarlo – contiene una clausola di salvaguardia che consente ai paesi membri di contrarre debito per spese militari senza violare il Patto di Stabilità e Crescita. Oltre al riarmo insomma la beffa. Dopo che per decenni i Governi e le tecnocrazie europee hanno ripetuto meccanicamente che non si deve fare debito per soddisfare la domanda di diritti e protezione sociale ora sdoganano il debito stesso per favorire la corsa agli armamenti e la preparazione delle ostilità con Russia e Cina.

Se c’è una cosa che dimostra la storia del movimento socialista e progressista variamente inteso è che davanti alla guerra non è possibile assumere posture ambigue. Chi sostiene con il voto politiche belliciste, favorevoli al riarmo, compatibili con il sostegno a stati terroristici come Israele e subalterne alle strategie di allargamento del blocco NATO, non può mai e in nessun caso essere un interlocutore politico.

Di fronte alla guerra, al riarmo, all’escalation e davanti al piano inclinato dell’economia e della cultura di guerra teorizzate a chiare lettere dalle oligarchie europee e messe nero su bianco nella risoluzione di Politica di Sicurezza e Difesa Comune approvata lo scorso 2 aprile 2025, non è possibile scendere a compromessi.

E invece, in questo caso, non solo i compromessi si fanno, ma si sta allegramente al banchetto insieme con chi «inneggia alla guerra» (da qui).

Se le parole hanno un senso, se veramente si crede che si stia preparando la guerra e se si prendono sul serio i medesimi documenti europei, come è possibile che non esistano conseguenze davanti ad un atto gravissimo come quello di concedere il patrocinio ad un laboratorio avanzato di indottrinamento guerrafondaio come quello a cui abbiamo assistito lo scorso 10 e 11 maggio a Cagliari?

Proprio in ragione del fatto che l’intera opinione pubblica deve cambiare di segno e abbandonare le sue posizioni ostili a guerra e riarmo, è necessario comunicare a tutte le oligarchie guerrafondaie che di fatto votano e deliberano a favore degli invii di armi, del riarmo e di tutti i vari provvedimenti che gettano oggettivamente le premesse per un nuovo conflitto globale, che non esistono conseguenze di alcun genere alle loro azioni e che chi esercita egemonia nel mondo del pacifismo rappresentando la “sinistra” e l’ “antagonismo” potrà abbaiare, ma non morderà.

Se i consiglieri, i deputati, gli europarlamentari, i sindaci, i presidenti di Regione deliberano a qualunque livello per la propaganda e l’economia di guerra o per la guerra vera e propria, il messaggio da dare è che ci sarà qualche comunicato, comparirà qualche dichiarazione, qualche bandierina di qualche cespuglio progressista o presunto tale comparirà qua e là, qualche leader colorerà di tonalità arcobaleno qualche orazione o posterà qualche presa di posizione critica, ma poi non accadrà assolutamente nulla. Nessun Governo cadrà. Le Giunte regionali e comunali resteranno al loro posto, le alleanze elettorali rimarranno salde in nome della sacra unione contro la “destra” e accadrà persino che i massimi dirigenti del Partito della Guerra verranno invitati a parlare di pace. Oppure, all’inverso, accadrà, come è avvenuto a Sassari lo scorso 14 maggio, che sarà il PD ad organizzare un convegno dal titolo “Tra conflitti e speranze. Il cammino dell’Europa per la pace” e nel parterre figureranno i vari esponenti della bandiera arcobaleno, che stanno sempre in prima fila ad ogni marcia o manifestazione per la pace.

Ma quale cammino per la pace dell’Europa? Quello di ripetuti invii di armi sempre più letali, sempre più offensive e sempre più inutili in Ucraina e di un milione di morti causato dall’assenza totale di strategie diplomatiche? Quella del kit di sopravvivenza in previsione del conflitto termonucleare da affrontare con un mazzo di carte e una power bank per il telefono? Quello delle auto sanzioni e dell'auto sabotaggio al gasdotto che consentiva al continente europeo un approvvigionamento energetico a basso impatto ambientale e a basso costo e che oggi ci obbliga a comprare il GLN americano al triplo del prezzo? Quello dell'appoggio al colpo di stato in Ucraina indotto dagli USA per installare basi missilistiche a un tiro di schioppo da Mosca? Quello degli 800 miliardi sottratti a scuola e sanità per comprare armi statunitensi? Quello della Germania che, dopo aver scatenato due guerre mondiali, annuncia con nonchalance che sta preparando «l’esercito più forte del Continente»? Quello del silenzio e della complicità di fronte al criminale genocidio a Gaza perpetuato sotto il gentile patrocinio dell’amministrazione democratica di Biden?

Domando: che ci faceva l'ANPI a questo convegno di war washing del PD? Non sono una associazione che ricorda i partigiani? I partigiani nel secondo dopo guerra lottavano per la pace e smascheravano i guerrafondai, non ci facevano fichi fichi insieme.

Cosa ci faceva Emergency? Non è una associazione schierata senza e se e senza ma contro il partito unico della guerra? Avete dimenticato le parole di Gino Strada:

“Mi invitano ai talk show per parlare di pace, poi sul divano a fianco c’è uno che fabbrica armi. È come chiamare un oncologo e un venditore di sigarette alla stessa tavola rotonda.”

Questa politica dell'ipocrisia insanabile, della facciata, del volemose bene, del tengo famiglia, questa fiera del circo del progressismo sassarese che mostra ad ogni occasione la faccia più conveniente, va denunciata e combattuta.

Tutto nella norma? Cos' è uno scherzo?

Si possono stimare anche alcuni percorsi individuali di politici e attivisti che si trovano in questa rete infernale di compromissione e sdoganamento del partito trasversale della guerra, ma come sosteneva Aristotele in riferimento al suo rapporto di dissenso con Platone “amicus Plato, sed magis amica veritas".

Cos’è e come funzione il «dissenso debole»

Dobbiamo essere chiari, tutto questo non accade per caso, ma fa parte di una medesima partita di giro. È finito il tempo in cui nei movimenti venivano infiltrati agenti provocatori con lo scopo di praticare la strategia della tensione e liquidare le formazioni del dissenso con la criminalizzazione. Dobbiamo capire che la strategia è cambiata. Sebbene restino molte tessere da piazzare, sembra chiaro che oggi la strategia più efficace per fare piazza pulita di ogni potenziale opposizione, è disinnescare l’opposizione stessa, utilizzando argomenti e temi di distrazione di massa come la retorica antifascista e la sensibilità diffusa sui diritti civili. Il gioco è semplice: si individuano dei temi di identità culturale forte, si sceglie di radicalizzarli e contemporaneamente di isolarli dal resto dell’agenda politica, così si avrà la sensazione del conflitto, dell’opposizione, della dialettica quando in realtà tutto si gioca sul piano di ombre cinesi. Sui temi strutturali – strutturali in senso sia marxista che geopolitico e geostrategico – si pratica poi la massima ecumenicità e il massimo laissez faire. È questo il cuore della strategia che traghetta dalla “strategie della tensione” per sbaragliare i movimenti sociali potenzialmente ostili al piano del “dissenso debole” per riassorbire e assoldare i movimenti sociali stessi.

Dopotutto è molto meglio rendere debole e dunque innocuo il dissenso che combatterlo.

Il dissenso è “debole” non per sua natura, ma per effetto di una strategia ben precisa e ben studiata. Per rendersene conto basta porsi una domanda. Cosa accadrebbe se la Regione governata da forze che partecipano al Gay Pride avesse offerto il suo patrocinio ad un evento di associazioni “pro-life”? La risposta la sappiamo tutti: sarebbe accaduto il finimondo, e direi giustamente. Cosa sarebbe accaduto al sindaco di Cagliari se avesse sbarrato le porte del Municipio il 25 aprile? Come minimo sarebbe arrivata in Consiglio una mozione di sfiducia da parte della sua stessa maggioranza. E cosa sarebbe accaduto se la Giunte Todde avesse dato sponda ad un convegno che nega il riscaldamento climatico? Ovviamente una crisi di maggioranza.

Perché la stessa cosa non accade davanti alla guerra e al riarmo? Perché l’utilizzo bellico della Sardegna, la propaganda di guerra, la produzione di sistemi d’armi che finiscono direttamente nelle mani dei criminali di guerra israeliani sono temi meno importante dei diritti civili o della “giustizia climatica” o del totem del 25 aprile? È come se la vecchia logica del movimento operaio e contadino che distingueva tra contraddizioni «maggiori» e contraddizioni «minori» (maggiori e minori da leggersi sempre in relazione ai concetti di «struttura» e «sovrastruttura» di stampo marxiano e non in termini di gradi importanza reale o presunta) fosse stata non solo azzerata ma proprio ribaltata.

Lo sfruttamento sul lavoro, la guerra, la colonizzazione di interi popoli passano sullo sfondo e diventano temi deboli, tiepidi, su cui si sbuffa o si finge indignazione. I veri temi forti diventano quelli sovrastrutturali, legati ai diritti individuali, alla sessualità o certe curvature legate ad un certo modo di leggere le questioni ambientali. E tutto questo – che sia consapevole oppure no – rappresenta qualcosa di più di una posa personale, diventa una nuova strategia egemonica per controllare dissenso e opposizione e realizzare i fini di un progetto politico e sociale ben definito. Perché combattere i movimenti di protesta, perché sfiancarsi in un corpo a corpo con le mobilitazioni sociali, perché inimicarsi settori di popolazione giovanile quando si può passare all’incasso concedendo loro l’apparenza della rivolta e l’estetica del dissenso?

Ecco perché non è affatto vero che il patrocinio alla propaganda pro accettazione sociale del riarmo, così come diverse altre manovre egemoniche del trasversale e sempre più forte partito della guerra e dell’occupazione coloniale, non sono affatto frutto di «un errore», di «distrazione», di «automatismi istituzionali» così come è stato sostenuto in più sedi. Si tratta di una strategia ben precisa che punta a consolidare il nucleo forte e consapevole dell’asse guerrafondaio guidato da Ursula von der Leyen e a creare un sotto livello di finta protesta di partiti, movimenti e associazioni che a parole hanno segno opposto ma che nei fatti svolgono un ruolo funzionale agli obiettivi del partito trasversale della guerra.

L’obiettivo latente è sfiancare e disperdere in mille proteste deboli e inefficaci quella vasta platea che invece teoricamente è orientata in senso pacifista, multipolare, anticoloniale. Quando leggiamo sui manuali scolastici che al tempo della prima guerra mondiale la maggioranza delle forze parlamentari e dell’opinione pubblica della società era contraria all’entrata in guerra del Regio Esercito, ciò dovrà pur insegnarci qualcosa. Perché allora fu una minoranza agguerrita ad organizzare le piazze del “maggio radioso”, vale a dire quella strategia egemonica strumentale ad entrare in guerra che poi, non a caso, divenne base ideologica del fascismo. Allora i dispositivi egemonici pro guerra utilizzavano la retorica del compimento del Risorgimento, dell’ostilità alle potenze militariste degli imperi centrali e facevano leva su un nazionalismo fanatico che costituiva la base ideologica di una borghesia in cerca di collocamento.

Oggi si invocano i diritti individuali dell’occidente, le libertà di costume, il luccichio dei “valori occidentali” od europei, presentati come gangli strutturali di una identità progressista e democratica che fa l’occhiolino alle multinazionali della guerra così come ai movimenti antagonisti. Sono queste le tessere principali del mosaico guerrafondaio in corso di messa in posa. E la cosiddetta sinistra, parlamentare o no, di palazzo o di piazza, sta cadendo nel tranello o – in diversi casi – non rappresenta altro che la longa manus del partito della guerra nei movimenti.

Prima lo capiamo più possibilità avremo di costruire un’alternativa capace di sottrarsi al luccichio degli specchietti per le allodole, alla strategia del dissenso debole e al posticcio antagonismo di questi accessori dell’economia e della propaganda di guerra.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_funzione_del_dissenso_debole/39130_60913/

venerdì 17 maggio 2024

Gite scolastiche nelle basi militari: 200 docenti firmano una lettera contro il ministro - Stefano Baudino

  

L’Aeronautica militare e il ministero dell’Istruzione e del Merito hanno invitato le scuole “di ogni ordine e grado” a partecipare il prossimo 16 aprile a una gita d’istruzione presso la base militare di Ghedi (Brescia), al fine di “scoprire i valori che ispirano il servizio al Paese” e di fornire ai giovani “uno spunto per l’orientamento della scelta professionale ed occupazionale”. L’iniziativa, dal titolo “Mettiamo le ali ai nostri sogni”, ha provocato la rivolta dei docenti, con 200 tra maestri e professori che hanno sottoscritto una lettera di protesta, redatta dalla docente Patrizia Londero dell’Istituto Bazoli-Polo di Desenzano e indirizzata al ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara. Chiara la denuncia della missiva: “Mentre assistiamo impotenti allo sgretolarsi del diritto umanitario in numerose zone del mondo (…) vediamo un fiorire di iniziative che esortano le scuole a far partecipare gli alunni a mostre d’armi, basi militari, parate, addestramenti, alza-bandiera e incontri con l’esercito”, in una logica che nulla a che fare con valori come la “convivenza pacifica, democratica, centrata sul confronto e sul dialogo” che dovrebbero essere al centro dell’istruzione scolastica. Gli insegnanti chiedono quindi l’annullamento della gita a Ghedi, così come di ogni intrusione dell’immaginario bellico nella formazione dei bambini e dei ragazzi.

La finalità “ufficiale” dell’iniziativa, come viene messo nero su bianco dalla circolare firmata dal direttore Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia, Giuseppe Bonelli, e dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, è quella di “far conoscere e promuovere sul territorio, insieme alla cittadinanza, alle Scuole, alle Istituzioni, i valori che ispirano il servizio al Paese, le tradizioni e la cultura dell’eccellenza italiana nel Mondo ed il patrimonio di storia, cultura aeronautica con le professionalità espresse dall’Aeronautica Militare”. Netta la presa di posizione dell’autrice della lettera di protesta, che ha ottenuto l’appoggio formale di duecento colleghi: “La comunicazione che nella mia scuola è stata inoltrata a tutti i docenti, dà conto di una capillare diramazione informativa che per i contenuti e l’ufficialità suona come un’ingiunzione dall’alto che non può non stridere con quanto per anni ho cercato di costruire nei percorsi di Educazione Civica a scuola con i ragazzi, quando l’attenzione in primis era posta all’art.11 della Costituzione, che stimolava discussioni su culture di sopraffazione, di violenza che portano direttamente a quella delle armi”, si legge nella lettera, in cui si ricorda come la base di Ghedi, meta della gita in programma, non sia “un posto qualunque”, bensì una “base militare da cui più volte si sono alzati in volo aerei supersofisticati con il loro carico di morte da riversare su Paesi cosiddetti ‘canaglia’ (Iraq 1991, Serbia 1999)” e “dove sono notoriamente custodite armi a testata nucleare, che gli F35 dislocati nella base sono abilitati a trasportare ed utilizzare”.

I firmatari attaccano poi direttamente il ministro Valditara: “Di che emozioni e sogni parla il ministro? Sono forse i brividi adrenalinici dell’incolumità a rischio che dovrebbero suscitare emozioni? Ma per la gloriosa pattuglia acrobatica non sta bene parlare di rischio. Sono troppo bravi. Fanno sognare. Stupefacente se non fosse inaccettabile la chiosa metaforica finale: ‘Mettere ali al proprio futuro’. Non solo si dovrebbero prelevare i ragazzi da scuola per trasferirli a Ghedi, ma il ministro vorrebbe che da questa visita traessero ispirazione per la loro futura professione. Verso quali orizzonti di gloria li vorrebbe spingere?”. “Non resta che solidarizzare unendosi a tutti coloro che condannano questa pericolosa proliferazione di proposte formative a sfondo militare, per dichiarare con forza l’urgenza della costruzione di scuole di Pace, coltivando con i ragazzi occasioni di solidarietà con chi vive in zone di guerra, di conoscenza del dramma della guerra e delle sue vittime, di progettazione di aiuti concreti per coloro a cui la guerra ha distrutto tutto – si legge nella parte conclusiva della missiva -. Curare le ferite, aiutare a ricostruire. Ci sarebbe bisogno di leggere circolari che parlino di questo”.

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martedì 10 ottobre 2023

Una via giuridica contro la tracotanza delle armi - Carlo Bellisai

  

La lotta per la dismissione dei poligoni militari in terra sarda, che da decenni caratterizza le attività dei movimenti antimilitaristi, disarmisti e ambientalisti presenti sul territorio, si svolge sempre di più anche nelle aule di giustizia. Aule penali, come quella del tribunale di Cagliari, dove il giudice Giuseppe Pintori ha in carico il processo che vede imputati i vertici militari dello Stato, nientemeno che per disastro ambientale, causato dalle ricorrenti e perduranti esercitazioni a fuoco nel poligono di Capo Teulada. Aule amministrative, come quella del TAR Sardegna, dove il prossimo 8 novembre verrà discusso il ricorso sull’illegittimità del decreto del Ministero della difesa che autorizza le esercitazioni belliche, nonostante la totale assenza di una valutazione di impatto ambientale.

Il ricorso, presentato materialmente dall’avvocato Carlo Augusto Melis Costa, per conto dell’associazione ambientalista Gruppo d’Iniziativa Giuridica, è stato fortemente voluto dall’organizzazione assembleare di “A FORAS”, attiva nell’ultimo decennio, assieme ad altri gruppi e movimenti contrari alle basi di guerra sull’isola. A Foras, in un suo comunicato ci informa che “l’avvocato ha ritenuto fondate le nostre motivazioni e ha scritto un ricorso che è stato depositato al TAR di Cagliari, con richiesta di sospensiva immediata delle attività addestrative (ricorso n. 692/2023). Il ricorso è stato firmato dal Gruppo di Intervento Giuridico, per ragioni di legittimità”.

All’interno dei territori concessi alle installazioni militari, nonché nei territori immediatamente adiacenti, sono situate diverse zone SIC (Siti di Importanza Comunitaria) che per legge dovrebbero essere salvaguardati da qualunque forma di inquinamento. Ad esempio l’Isola Rossa a Capo Teulada (riserva dell’avifauna) o la spiaggia di Murtas, nel poligono di Quirra, solo per citarne alcune. La tutela di questi siti è compatibile con le esplosioni che rilasciano torio, cesio, uranio impoverito, sostanze altamente inquinanti e cancerogene?

L’impressione è che il mondo militare e quello delle armi siano protetti non solo dai reticolati, ma anche da un muro invisibile che li rende in qualche modo ingiudicabili. Come se le leggi della Repubblica non valessero anche per loro, casta privilegiata, al di fuori del popolo. Dietro il mito della difesa della patria prosperano gli intricati legami fra generali ed amministratori delegati delle industrie di armamenti, in rapidi giri di poltrone.

Ne è riprova la decisione del ministro Crosetto di festeggiare il 4 novembre la “festa delle forze armate” in Sardegna. Forse gli farà da spalla il presidente della repubblica Mattarella. Il tutto solo quattro giorni prima dell’udienza del TAR che dovrà pronunciarsi sulla legittimità o meno delle esercitazioni. Indebita influenza? Abuso di potere?

“Storie d’ordinaria follia”, direbbe Charles Bukowsky. Se non fosse che in questo conflitto tra istituzioni e cittadini sono questi ultimi a soffrirne le conseguenze. Perché la distruzione sistematica dell’ambiente naturale (vedi Penisola Delta a Capo Teulada, giudicata “non bonificabile” dagli stessi militari) incide inevitabilmente sulla salute di tutti gli esseri viventi. Ma di questo chi si occupa di preparare la guerra e la morte, certo non può curarsi.

Il compito della cura del territorio, della salute, del benessere collettivo, in assenza spesso delle istituzioni delegate, spetta ai cittadini attivi, ai movimenti, alla società civile. Diventa inutile parlare ancora di pace, senza venire qui a capire cosa significhi la devastazione del preparare la guerra. Ma non so se il ministro Crosetto abbia i lineamenti ideali per capirlo.

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domenica 4 giugno 2023

Lettera a un Paese senza qualità - Mauro Armanino

 

 

Esserne rimasto a lungo lontano avrebbe potuto trasformare la mia lontananza in nostalgia. Forse è accaduto all’inizio, dopo il primo soggiorno in Costa d’Avorio e, gradualmente meno, negli altri. C’è qualcosa che ci ha cambiati entrambi, il Paese e chi scrive la presente lettera a chi ha voglia e tempo di ‘aprirsi’ a sua volta. Ad ogni ritorno dall’Africa Occidentale al Paese e ora, da questa riva chiamata Sahel, si fa strada un indefinibile malessere che rende i miei soggiorni quasi ‘clandestini’. Dev’esserci accaduto qualcosa che ha forse radici lontane ma che, con l’accelerazione del tempo, delle parole e dello spazio ha profondamente inciso sul nostro modo di abitare il mondo. L’uomo senza qualità, romanzo incompiuto dello scrittore austriaco Robert Musil negli anni Trenta del ‘secolo breve’, ha ispirato il titolo del presente scritto. Una sorta di meditazione che vorrebbe in realtà interrogare chi, nella società italiana assume, per scelta o per statuto, un ruolo qualsiasi di ‘autorità’, ossia di responsabilità, nel pensiero e nella prassi quotidiana.

Un’amica scriveva che noi non siamo altro che ‘date ambulanti’ e, detto in modo quasi brutale, non si può non riconoscere nell’affermazione una parte cospicua di verità. Date, certo, gli anniversari, le feste nazionali che caratterizzano l’identità di popolo e poi quelle di famiglia, più personali. Date e avvenimenti camminano assieme a storie cha mai sono lineari e univoche. Per rimanere nel citato secolo breve, così definito dallo storico inglese Eric J. Hobsbawn, il nostro Paese ha conosciuto, ancora nella monarchia, le conquiste coloniali, il fascismo e le resistenze a quest’ultimo. La Costituzione della Repubblica, frutto delle variegate ‘anime’ delle resistenze, il ritorno del movimento operaio e sindacale, gli ‘anni di piombo ’, il ‘riflusso’ e poi la straordinaria mutazione ‘antropologica’ che, tra gli altri, Pier Paolo Pasolini aveva lucidamente intravisto. Il Paese si trova in questo processo, da molti analizzato con maggiore acutezza di quanto non fa il sottoscritto, presente e assente da anni dal quotidiano cammino di costruzione della società che mi appare, appunto, senza qualità.

Il centenario della nascita di don Lorenzo Milani, giustamente ricordato come uno dei ‘maestri’ alternativi del nostro tempo, permette di rimettere a nuovo alcune idee, concetti e scelte. Assieme a Giorgio la Pira, Giuseppe Dossetti, Danilo Dolci, don Tonino Bello, e molti altri, avrebbero potuto dettare cammini diversi e più fedeli allo spirito e alla lettera della Costituzione della Repubblica. Un Paese, tra l’altro, marcato dalla presenza capillare della Chiesa Cattolica e da un patrimonio di matrice contadina e operaia ricco e mistificato dal potere. Una Presenza che avrebbe potuto e dovuto illuminare e operare ben altre scelte che non fossero il matrimonio con il capitalismo, la subalternità imposta e accettata alle politiche degli Stati Uniti e l’opzione guerrafondaia che continua a imperversare sotto tutti i regimi e governi. L’Italia continua a produrre e vendere armi, ad ospitare basi militari (alcune con testate nucleari rinnovate), si impegna a sostenere una guerra che non potrà non coinvolgere direttamente e dolorosamente l’Europa e, ciliegina sulla torta, si impegna in varie ‘operazioni di pace’ all’estero. Come ben ricordava (già nel 2015, ndr) l’amico Manlio Dinucci e altri con lui, il nostro Paese, alla faccia dei ‘migranti’, spende per gli armamenti circa 80 milioni di euro al giorno.

Le nuove missioni per l’anno 2023, riporta il sito Analisi Difesa, riguardano la partecipazione di personale militare alle seguenti missioni di supporto, consulenza e addestramento alle forze locali:

§  European Union Military Assistance Mission in Ucraina (EUMAM Ucraina) – supporto al riequipaggiamento ed addestramento delle forze ucraine

§  European Union Border Assistance in Libya (EUBAM Libia) – supporto al controllo dei confini libici contro i traffici illeciti

§  European Union Military Partnership Mission in Niger (EUMPM Niger) – supporto alle forze nigerine impegnate contro le milizie jihadiste

§  missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Burkina Faso – supporto alle forze del Burkina Faso impegnate contro le milizie jihadiste

Dunque, è proprio l’Africa del Nord e l’Africa Occidentale, dove chi scrive ha passato trent’anni della sua vita, e avendo scelto, tra l’altro, il volontariato internazionale alternativo al servizio militare. Al nostro Paese senza qualità non è l’Africa dei popoli che interessa quanto le geo strategie sottese a interessi, profitti e manipolazioni armate. Nei Paesi interessati alle missioni i militari stranieri sono, lo posso affermare, appena sopportati dalle società civili. Nessuna di queste missioni, ricorderebbe il citato don Milani, sarebbe in accordo con lo spirito e la lettera della Costituzione italiana che, all’articolo 11 ribadisce che …

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

In tutti questi anni il silenzio, complice nella quasi totalità delle autorità ecclesiastiche, dei politici di matrice cristiana, socialista e comunista, hanno reso possibile il disfacimento del tessuto costituzionale, in realtà mai applicato in tutti questi anni. La frammentazione, l’isolamento e la gestione politica di governo grazie al ‘caos’, come ricorda il filosofo francese Lucien Cerise in un libro recente, evidenzia come il Paese ha interpretato tutti questi anni (terrorismo, emergenza economica, totalitarismo sanitario e la guerra in Ucraina…). In realtà, quanto ci è accaduto, non è che la conseguenza di una duplice dimissione, quella dello spirito e quella della sovranità. Lo spirito o anima, anzitutto perché come singoli e come società abbiamo accettato di rimuovere la bellezza, la verità e il bene dal nostro quotidiano ‘abitare’ il mondo. Ci si è lasciati comprare dalla merce come orizzonte, la società di mercato per il consumo come stile e la vita ad una sola dimensione come patria. Ci siamo venduti a vil prezzo come se, tutti, non fossimo, in questa terra, come ‘stranieri di passaggio’ e dunque compagni di viaggio e cioè di utopia. Questa è la prima dimissione che ha liquidato la dimensione simbolica e poetica della dignità umana.

La seconda e non meno importante dimissione è stata quella della sovranità. Piero Calamandrei sosteneva che ‘la scuola è il luogo dove si compie il miracolo di trasformare i sudditi in cittadini’…Don Milani con la sua ‘Lettera ad una professoressa’ scritta con gli alunni di Barbiana, ne è una delle testimonianze più inequivocabili. In tutti questi anni abbiamo vissuto da sudditi, schiavi sottomessi ai burattinai di turno che, tra menzogne, paura e ricatti hanno ridotto la sovranità ad un vuoto contenitore da gettare al macero. Poche, in questi decenni, sono state le voci capaci di aggregare forme di resistenza reale al sistema di dominazione che tutto fagocita e riduce la democrazia, intesa come partecipazione, in un simulacro di politica. La scuola, espressione della politica, sforna solerti funzionari per il sistema dominante. Smarrito il popolo sovrano rimane l’opinione, la politica dei sondaggi e gli interessi di parte. La perdita della sovranità va di pari passo con la perdita del senso del bene comune. La legge della giungla torna riverniciata di fresco e si pavoneggia di inutili diritti individuali atomizzati a servizio del potere del ‘Grande Reset’ di Davos.

Per riprendersi l’anima e la sovranità occorre ripartire dalla verità e cioè dai poveri che di essa sono gli umili testimoni storici. Metterli, con loro, al cuore della politica, dell’economia e della prassi religiosa. Dichiarare apertamente che l’Italia, per fedeltà alla propria Costituzione, disattende gli accordi sulle basi militari statunitensi sul proprio territorio, rinuncia a continuare il vassallaggio agli Stati Uniti, esce puramente e semplicemente dalla Nato, riconverte le industrie belliche in altro utile per la pace, spinge i vescovi e le alte sfere vaticane a liberarsi dal fardello del compromesso che ha ridotto il fattore religioso a puntello del sistema dominante e smette di prodigare armi alla guerra in Ucraina. L’anima e la sovranità sono state confiscate e poi vendute al mercato di chi concepisce la vita e la storia come proprietà privata da mercanteggiare. Sono tenute in cattività per inerzia, dimenticanza e l’effimero della società dello spettacolo epperò, come tutte le catene, possono essere spezzate da un semplice e inatteso No. Ed è proprio da un No alla strategia della morte dell’umano, operata dal sistema di dominazione, che si apre, con un vagito, la speranza perduta e ritrovata.       Niamey, 21 maggio 2023

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lunedì 4 novembre 2019

…“The Elephant in the Living Room” - Rossana De Simone (*)



Il settore militare non solo inquina, ma contamina, trasfigura e rade al suolo
“E’ stato stimato che Il 20% di tutto il degrado ambientale nel mondo è dovuto agli eserciti e alle relative attività militari”

“The Elephant in the Living Room” è un’espressione tipica della lingua inglese che sta a indicare una verità ovvia e appariscente ma che si vuole ignorata o minimizzata. Nella conferenza “Salva la terra, abolisci la guerra” che si è tenuta a giugno nel centro di Londra, l’organizzazione Movement for the Abolition of War (MAW), l’ha riformulata in “The elephant in the kitchen when it comes to Climate Change is clearly the world’s military” per dire che l’elefante nella stanza, quando si tratta di cambiamenti climatici, è chiaramente l’esercito mondiale. Il mondo spende qualcosa come 2 trilioni di dollari all’anno per i suoi militari. Almeno la metà di quella gigantesca somma va alla produzione militare con una enorme produzione di CO2. 
La conferenza ha esaminato il tema del militarismo e dell’ambiente, come le attività militari contribuiscono ai cambiamenti climatici e in che modo questi cambiamenti causano conflitti. In particolare il dr. Stuart Parkinson, direttore esecutivo dell’organizzazione SGR (Scientists for Global Responsibility) affiliata alla rete International Network of Engineers and Scientists for Global Responsibility , ha illustrato i dati più recenti riguardanti le emissioni di carbonio prodotte dalle attività militari (spesso omessi nei documenti nazionali) esaminati e raccolti in “The carbon boot-print of the military”, che sta per impronta climatica degli scarponi militari, ovvero l’impatto sul clima causato dagli energivori sistemi d’arma, basi e apparti, aerei, navi, carri armati, eserciti e interventi bellici. Nelle “slides” sono elencati i principali risultati sulle emissioni militari di carbonio, i confronti tra le risorse utilizzate per le attività militari e quelle utilizzate per affrontare i cambiamenti climatici, e infine, i legami tra cambiamento climatico e conflitti 
Alcuni esempi: Stime dell’impronta militare: Gran Bretagna 13 million tonnes CO2e (3% national) – USA: 339 million tonnes CO2e (6% national) Emissioni veicoli militari: HUMVEE military transporter: – 6 mpg (consumo di carburante in miglia/gallone )• F-35 cacciabombardiere: – 0.6 mpg; – 28 tonnes CO2e per missione• B-2 bombardiere strategico: – 0.3 mpg; – 251 tonnes CO2e per missione Dipartimento della Difesa USA: emissions for 2017: 59 million tonnes CO2e (Installations: 40%/ Operations: 60%) Industria militare: US arms industry emissions for 2017: 280 million tonnes CO2e Totale emissioni della guerra al terrore dal 2001-2017: 3,000 million tonnes CO2e
Fra i progetti portati avanti dagli scienziati di SGR si possono apprezzare ricerche sulla minaccia delle armi nucleari, sulla possibilità che il cambiamento climatico possa portare a una guerra nucleare e numerose lettere che riguardano nello specifico il nucleare militare britannico.
Il cambiamento climatico può portare alla Guerra nucleare? Could climate change lead to a nuclear war? 
https://www.sgr.org.uk/sites/default/files/SGR_Climate+nuclearwar_London_Oct17.pdf Il ruolo della scienza: Scienza irresponsabile? In che modo le società produttrici di combustibili fossili e di armi finanziano organizzazioni professionali di ingegneria e scienza . I collegamenti rivelati includono il finanziamento di programmi di istruzione scolastica, la sponsorizzazione di conferenze, investimenti e donazioni importanti. Le organizzazioni professionali che hanno ricevuto i finanziamenti più significativi sono state la Royal Academy of Engineering, Engineering UK e l’Energy Institute 
“Abbiamo bisogno di un New Deal verde per le armi nucleari”. Matt Korda, ricercatore associato del Nuclear Information Project presso la Federation of American Scientists, sfida con una proposta i rappresentanti democratici in corsa per la Casa Bianca che dimostrano di avere poca attenzione nei confronti delle armi nucleari. Un punto del New Deal verde è: “Impegnarsi con obiettivi ambiziosi in materia di cambiamenti climatici (emissioni di carbonio nette pari a zero entro il 2050) è un elemento fondamentale del New Deal verde, ma deve includere anche una soluzione per le armi nucleari. I progressisti devono prendere provvedimenti per ridurre fisicamente le cause e i fattori scatenanti la crisi di entrambe le minacce: per il cambiamento climatico si tratta delle emissioni di carbonio, per le armi nucleari si tratta delle armi stesse. Nel prossimo decennio gli Stati Uniti spenderanno quasi 100.000 dollari al minuto per le proprie forze nucleari: si tratta di una enorme quantità di denaro che altrimenti potrebbe essere speso per priorità come infrastrutture, assistenza sanitaria, istruzione e lotta ai cambiamenti climatici”. 
Un nuovo studio pubblicato su Science Advances dal titolo “Gli arsenali nucleari in rapida espansione in Pakistan e India presagiscono una catastrofe regionale e globale”, spiega che un conflitto nucleare tra questi due paesi avrebbe un impatto ancora più devastante su atmosfera, clima, salute e sicurezza alimentare di quanto si pensasse in precedenza 
Fra i preziosi contributi di esperti, enti e associazioni che studiano come il settore militare non solo inquina, ma contamina, trasfigura e rade al suolo, si inserisce il progetto portato avanti da un team di 35 studiosi, esperti legali, professionisti dei diritti umani e medici del Watson Institute for International and Public Affairs della Brown University 
https://watson.brown.edu/costsofwar/about
Secondo il loro studio “Pentagon Fuel Use, Climate Change,and the Costs of War”, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti è il più grande consumatore istituzionale di combustibili fossili. Più di 400 milioni di tonnellate di gas serra sono direttamente dovuti alla guerra e al consumo di carburante correlato. La maggior parte del consumo di carburante del Pentagono è per i caccia militari.


Tabella 1 “Esempi di consumo di carburante ed emissioni di CO2 di aerei militari statunitensi” .
Da sinistra a destra sono riportati i seguenti parametri: nome del velivolo, tipo di missione, capacità del serbatoio in libbre e galloni (1 libra equivale a 0.45 kg ; 1 gallone equivale a 3.79 litri), autonomia in miglia nautiche (1 miglio nautico equivale a 1,852 Km), consumo carburante galloni per miglia nautiche ed emissioni in tonnellate di CO2 senza rifornimento in volo (1 pieno).
Gli autori ci tengono a precisare che il Pentagono non segnala pubblicamente e regolarmente il proprio consumo di carburante o di emissioni di gas a effetto serra, e non esiste una fonte DOD disponibile al pubblico per tutte le emissioni di gas a effetto serra militari. Tuttavia possibile stimare il gas serra globale delle forze armate statunitensi utilizzando i dati delle emissioni resi al pubblico dal Dipartimento dell’Energia degli anni FY2008 e FY 2010-2017 e quelli del consumo carburante per il periodo dal 1975 al 2017 (si stima che in gran parte sono attribuibili alla guerra)
https://watson.brown.edu/costsofwar/files/cow/imce/papers/2019/Pentagon%20Fuel%20Use,%20Climate%20Change%20and%20the%20Costs%20of%20War%20Final.pdf
I miliardi spesi per la difesa, secondo il Sipri di Stoccolma le spese militari nel mondo sono arrivate a 1.822 miliardi di dollari nel 2018, sono miliardi traducibili in tonnellate di gas serra. Eppure nell’accordo di Parigi del 2015 non si è reso obbligatorio, per i paesi firmatari, tracciare e ridurre le emissioni di carbonio militari. Il Dipartimento della Difesa USA non ignora gli effetti del cambiamento climatici, ma il cinico opportunismo dei militari si misura su due piani. Il primo sostiene la necessità di un “esercito sostenibile” , se l’esercito americano è il più grande consumatore di energia e petrolio al mondo è anche quello che sta investendo maggiormente in mezzi ed energie alternative. Nicholas Newman racconta la grande transizione in corso dentro e fuori le basi Usa, sul suolo americano e in giro per il mondo per motivi strategici, ambientali e anche di sicurezza 
https://www.eniday.com/it/sparks_it/riduzione-costi-energetici-esercito-usa/ Il secondo piano si palesa in “Una storia di due politiche: i cambiamenti climatici, Trump e le forze armate statunitensi” dove si sostiene che i militari USA si preparano ai cambiamenti climatici non certo per proteggere l’ambiente della terra, ma bensì per mantenere l’efficienza operativa, la capacità di combattere: 
Infatti il rapporto del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DoD) “Report on the Effects of a Changing Climate to the Department of Defense” fornisce una valutazione sulle vulnerabilità significative derivanti da eventi legati al clima al fine di identificare i rischi che potrebbero compromettere l’efficacia della missione degli Stati Uniti delle installazioni e operazioni. La strategia di difesa nazionale del 2018 dà la priorità alla competizione strategica a lungo termine con concorrenti di grande potenza concentrando gli sforzi e le risorse del Dipartimento per: 1) costruire una forza più letale, 2) rafforzare le alleanze e attrarre nuovi partner e 3) riformare i processi del Dipartimento. Per raggiungere questi obiettivi il DoD deve essere in grado di adattare le operazioni attuali e future per far fronte agli impatti di una varietà di minacce e condizioni, comprese quelle derivanti da eventi meteorologici e naturali. A tal fine, il DoD tiene conto degli effetti dell’ambiente nella sua pianificazione ed esecuzione delle missioni per costruire la resilienza. 
“E’ stato stimato che Il 20% di tutto il degrado ambientale nel mondo è dovuto agli eserciti e alle relative attività militari” perché “tutto è interconnesso: conflitti armati – violazioni dei diritti umani – inquinamento ambientale – cambiamenti climatici – ingiustizia sociale. I cambiamenti climatici e l’inquinamento ambientale fanno inevitabilmente parte della guerra moderna. Il ruolo dei militari nel cambiamento climatico è enorme. Il petrolio è indispensabile per la guerra. Il militarismo è l’attività più esaustiva del petrolio sul pianeta. Qualsiasi discorso sul cambiamento climatico che non includa l’esercito non è altro che l’aria calda”. 
L’ articolo di Ria Verjauw, attivista pacifista e ambientalista del movimento World BEYOND War, continua denunciando che il danno ambientale causato dalla guerra non è limitato ai cambiamenti climatici. Gli effetti del bombardamento nucleare e dei test nucleari, l’uso dell’Agent Orange, dell’uranio impoverito e di altre sostanze chimiche tossiche, così come le mine antiuomo, si protraggono nelle zone di conflitto molto dopo la guerra.
Sul sito di PeaceLink si trovano vari articoli e documenti che riportano gli effetti dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, attualmente è in atto una campagna affinché l’Italia aderisca al Trattato delle Nazioni Unite relativo al divieto delle armi nucleari, i rischi nucleari presenti nelle basi e porti oppure dovuti a test, uso di armi, ecc. 
https://www.peacelink.it/disarmo/i/1.html ma anche traduzioni di studi importanti come “Le basi militari statunitensi sono le maggiori responsabili dell’inquinamento mondiale. La Stazione Navale di Virginia Beach ha riversato circa 350 metri cubi di carburante per jet in un vicino corso d’acqua, a meno di un chilometro e mezzo dall’Oceano Atlantico: questo è solo un esempio” 
Non si può non riconoscere che le guerre non portano solo catastrofi umane ed economiche ma anche ecologiche perché distruggono interi ecosistemi. Nel Vietnam furono utilizzati defolianti come l’agente arancio contro interi campi coltivati con l’intento di affamare i vietgong e contro interi settori di giungla per sgomberarli dalla vegetazione soprattutto ai lati delle vie principali di collegamento. Alla fine del conflitto furono cancellati circa 325000 ettari di superficie bruciando ecosistemi che ospitavano una grande biodiversità. Nel 1991, durante la prima guerra nel Golfo, oltre 700 milioni di litri di petrolio si riversarono nel Golfo Persico danneggiando circa 300 km di costa del Kuwait e Arabia Saudita con conseguenze dirette e indirette come la morte di 15000 e 30000 uccelli del luogo più quelli migratori. Uno studio importante è quello redatto durante le guerre nella ex-Jugoslavia. Tutti abbiamo potuto vedere le immagini delle raffinerie di petrolio Panc˘evo e Novi Sad in fiamme, le sostanze chimiche tossiche colate nel Danubio e i crateri provocati dalle bombe in aree protette e le decine di migliaia di rifugiati che fuggivano dalle loro case.“The Kosovo Conflict: Consequences for the Environment and Human Settlements” https://www.unenvironment.org/resources/assessment/kosovo-conflict-consequences-environment-and-human-settlements
Dal 2003 al 2007 la guerra in Iraq ha provocato l’emissione di oltre 140 milioni di tonnellate di gas serra (CO2 equivalente) , più delle emissioni annuali di 139 paesi. In “Reclutamento terroristico, conflitti idrici e cambiamenti climatici in Iraq” Hassan Al-Janabi, ministro iracheno delle risorse idriche e delle risorse, afferma che “Questa combinazione di controllo umano e modi insostenibili con gravi conseguenze dei cambiamenti climatici rende la vita molto difficile. A ciò si aggiungono gli attacchi terroristici, la serie di guerre che abbiamo subito nel nostro Paese, puoi immaginare quanto sia tragica la situazione. Ecco perché abbiamo bisogno di un’attenzione davvero globale a questo problema per la stabilità nella regione” 
Altro esempio di disastro ambientale è quello provocato dall’esercito israeliano in Libano con i raids aerei durante la guerra del 2006 (distruzione dei serbatoi di stoccaggio del petrolio che ha interessato l’intera costa libanese) 
e nella Striscia di Gaza come ampiamente descritto in “La ‘crisi ambientale’ di Israele è colpa sua” 
Il documento “Costi nascosti del carbonio della ‘guerra ovunque’: logistica, ecologia geopolitica e impronta climatica dell’esercito americano” pubblicato a cura di Belcher, O. e Bigger, P. e Neimark, B. e Kennelly, C. (2019) dell’Institute of British Geographers, esamina l’impatto dell’esercito americano sul clima attraverso una analisi geopolitica dell’ambiente partendo dalle catene logistiche globali. L’analisi, che si interroga sui flussi materiali-ecologici (carburanti a base di idrocarburi, acqua, sabbia, cemento) che modellano le relazioni di potere geopolitico e geoeconomico, ricostruisce la catena logistica che rende possibile l’acquisizione e il consumo di carburanti. Descrive i paradigmi del combattimento bellico, i sistemi di arma, i requisiti burocratici e rifiuti che vengono messi in circolo dalle catene di approvvigionamento militare. Il documento, basato su documenti esaurienti riguardanti gli acquisti di carburanti raccolti da DLA-E 
attraverso le richieste del Freedom of Information Act, rappresenta un quadro parziale ma solido dell’ecologia geopolitica dell’imperialismo americano. 
E’ importante il messaggio finale che gli autori hanno voluto trasmettere dichiarando che il denaro speso per il rifornimento e il consumo del carburante (rimanendo al solo presidio territoriale gli USA hanno 686 basi in 74 paesi) potrebbe essere speso come dividendo di pace. Finanziare cioè un New Deal verde perché ognuna delle possibili priorità è sempre meglio che alimentare una delle più grandi forze militari della storia. “L’esercito americano è abbastanza grande?” Michael C. Horowitz, professore dell’Università della Pennsylvania che studia la leadership militare, ha affermato Trump finanzia e finanzierà sempre tutto ciò che esprime e simboleggia l’idea di forza. 

(*) ripreso da peacelink.it