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martedì 8 luglio 2025

Che ci fanno i soldati israeliani nelle scuole del Chiapas? - Témoris Grecko

  

Pubblichiamo in italiano un reportage del giornalista indipendente Témoris Grecko realizzato a partire da una denuncia del Comité Acción Palestina Chiapas di San Cristóbal de Las Casas riguardo la presenza di veterani di guerra israeliani nelle scuole elementari del Chiapas. Questi giovani (tutti ex soldati) entrano nelle scuole pubbliche locali attraverso una associazione di “volontari” chiamata in inglese “Heroes for life” e più esplicitamente in ebraico “Combattenti senza frontiere” con il fine dichiarato di “dare un’altra immagine al mondo delle IDF”. La loro presenza, intercettata, denunciata e respinta dai collettivi e dal sindacato dei maestri (CNTE) di San Cristóbal, è inquietante e apre a molte altre domande: “In quanti posti sono andati questi finti volontari a fare propaganda sionista prima di essere scoperti e denunciati in Chiapas?”; “Che ci fanno realmente in Messico (e in altre parti del mondo) questi soldati vincolati alle forze speciali?”; “Il governo messicano è informato e quindi complice delle infiltrazioni di quest’associazione?”

La traduzione di questo reportage di Témoris Grecko (con la collaborazione di Leonardo Toledo) è un contributo al lavoro di contro-inchiesta dei compagni e delle compagne dei collettivi locali in appoggio alla resistenza palestinese e una denuncia dei lunghi tentacoli del sionismo in tutto il mondo. [Nodo solidale]

 

Leggi l’articolo originale in spagnolo – artículo original en español

 

La storia è molto bella, dal punto di vista dei loro simpatizzanti. Dopo aver abbandonato la vita militare e fatto ritorno a quella civile, Gili Cohen, Yair Attias e Boaz Malkieli, tre amici poco più che ventenni, si rendono conto che i “poveri del Terzo Mondo” affrontano problemi molto gravi, e che migliaia di loro connazionali stanno viaggiando in quei paesi e potrebbero darsi da fare per aiutarli. Per questo motivo, nel 2013 decidono di creare un’associazione umanitaria, che chiamano in inglese “Heroes for Life” (“Eroi per la Vita”), la quale canalizza i vacanzieri come volontari verso scuole in una ventina di paesi, dalla Thailandia al Guatemala, per insegnare ai bambini a parlare inglese e istruirli in materie come scienze, musica, igiene personale e tecniche di combattimento Krav Magá.

In Messico, ad esempio, iniziano ad operare nel 2017, con il sostegno finanziario e logistico dell’impresa di sicurezza Maguén Group (il cui direttore esecutivo, Zvi Michaeli, è membro del consiglio di “Heroes for Life”) e del governo israeliano, in collaborazione con il municipio Miguel Hidalgo della capitale nazionale (il consigliere del PAN, Raúl Paredes, li ha descritti, in una delle loro attività del 2023, come “giovani molto entusiasti, con un grande cuore e un profondo desiderio di aiutare bambine e bambini nei quartieri vulnerabili”). Ora, nel maggio 2025, oltre che a Città del Messico, operano anche nelle scuole elementari della colonia 31 de Marzo, nella città di San Cristóbal de las Casas, nello stato meridionale del Chiapas (la prima denuncia è stata lanciata da Acción Palestina Chiapas).

«Questo è un progetto con il potenziale di trasformare Israele in un impero dell’aiuto umanitario, senza spendere neanche uno shekel (la moneta israeliana)», ha detto a Esti Pelet, del portale messicano Enlace Judío, il leader dei fondatori, il capitano (della riserva) Gili Cohen, il quale ha espresso il proprio fastidio per il fatto che Israele compaia, insieme a Iran e Pakistan, nella lista dei paesi con l’impatto più negativo al mondo, secondo la BBC. «Lottiamo per una buona reputazione del nostro paese», ha continuato. «Io ho servito nell’esercito israeliano per otto anni e ho visto che i nostri soldati sono i più morali del mondo. Voglio che questi giovani mostrino al mondo il loro vero volto. Quei ragazzi che lavorano come volontari in un orfanotrofio in India sono gli stessi combattenti che vengono condannati nel mondo».

Guerrieri Senza Confini

L’altra storia è quella che non viene raccontata. È probabile che buona parte di chi sta leggendo questo reportage abbia visto una o più stagioni della serie Fauda, che tratta di un’unità militare mista’arvim (in ebraico: מסתערבים, “arabizzati”) specializzata nell’infiltrarsi in aree urbane palestinesi, mascherando i propri soldati da civili palestinesi. Utilizzano veicoli civili modificati e padroneggiano la lingua araba per confondersi con la popolazione locale mentre svolgono missioni ad alto rischio in Cisgiordania, come sequestri e omicidi. La crudele strage di presunti “colpevoli” e di innocenti, come danni collaterali, è la costante sullo schermo.

I creatori di Fauda, Lior Raz e Avi Issacharoff, sono esperti in materia perché hanno fatto parte essi stessi della più famosa unità mista’arvim, la brigata Duvdevan. Anche i tre amici poco più che ventenni che vogliono aiutare i bambini poveri del Terzo Mondo hanno fatto parte di questa esperienza. Lì sono diventati commilitoni. Non solo per svolgere il servizio militare: il capitano Gili Cohen ha dedicato otto anni della sua giovinezza a travestirsi da palestinese per ucciderli.

Convinti che Israele stia facendo le cose nel modo migliore, perché il proprio esercito è, come dice il primo ministro Netanyahu, “l’esercito più morale del mondo”, arrivano al punto che le “delegazioni” dei loro “Eroi per la Vita” vengono battezzate con i nomi di soldati morti in combattimento mentre distruggevano Gaza, in diverse guerre.

Prima nell’operazione Margine Protettivo del 2014, in cui sono state uccise 2.251 persone, tra cui 551 bambini e 299 donne; e più di 11.000 feriti (dal lato israeliano, sono morti 66 soldati e cinque civili, incluso un bambino).

E ora, nell’operazione Spade di Ferro, che è in corso con un genocidio: la missione in Chiapas si chiama Yotam Ben Best, che ha fatto parte anch’egli della brigata Duvdevan e, quando è morto in combattimento con miliziani palestinesi il 7 ottobre 2023, era comandante dell’“unità fantasma” delle operazioni speciali.

Per questo hanno nominato presidente del consiglio della loro organizzazione il generale Elyezer Shkedi, noto per l’abbattimento di due aerei durante l’invasione israeliana del Libano.

Da qui deriva anche il vero nome del gruppo, in ebraico, לוחמים ללא גבולות, che significa “Guerrieri senza Confini”.

Quando si sono resi conto che in alcuni paesi non era ben visto l’arrivo di soldati israeliani che avevano ucciso palestinesi, presentandosi come guerrieri senza confini, hanno iniziato a cambiare nome nelle altre lingue. Nel 2016, Enlace Judío spiega che in inglese preferivano chiamarsi “Lottatori per la Vita”. Ma poiché nemmeno questo ha funzionato, hanno adottato il nome attuale, sempre in inglese: “Heroes for Life” ovvero eroi per la vita.

Un programma di hasbarà “molto redditizio”

A 18 anni, i giovani israeliani iniziano il servizio militare obbligatorio, durante il quale l’esercito prende il controllo delle loro vite per 36 mesi gli uomini, o 24 le donne. Questo include, in molti casi, operazioni di combattimento in cui maltrattano, feriscono o uccidono palestinesi, inclusi bambini e donne. Durante questo periodo, ricevono uno stipendio mensile di circa 200 dollari e benefici come sconti sui trasporti pubblici, spettacoli e altri servizi. Al termine, ricevono un’indennità economica nota come “sussidio di liberazione”, il cui ammontare varia in base alla durata del servizio, al tipo di ruolo svolto (per esempio, i combattenti ricevono un po’ di più) e ad altri fattori, ma solitamente è di diverse migliaia di shekel (equivalente a centinaia o migliaia di dollari).

Con questa somma, più i risparmi accumulati, possono intraprendere il tradizionale tiyul shelach (viaggio dopo il servizio militare). Ogni anno, circa 40.000 veterani di guerra israeliani partono per viaggiare in America Latina, Africa e Asia. Questa è la dimensione potenziale della forza di hasbarà (propaganda pro-Israele) individuata dal capitano Gili Cohen.

«L’idea era di utilizzare i backpackers come infrastruttura necessaria per svolgere lavoro umanitario “blu e bianco” mostrando al mondo il vero Israele», ha detto a Enlace Judío. «Volevamo creare un dibattito diverso su Israele. Volevamo fare una buona opera ebraica, e allo stesso tempo fare hasbarà per il paese, ma in modo diverso».

Attraverso i social media, annunciano i loro progetti, che possono svolgersi in popolazioni di Etiopia, India o Argentina, per formare un “gruppo che si offre come volontario in uno dei quartieri più degradati della città, generalmente nelle scuole dove insegnano di tutto”.

“Uno degli aspetti unici del programma è che è così redditizio”, sottolinea Enlace Judío. “Dato che fa parte del viaggio dei giovani all’estero, in nessun caso è necessario acquistare loro i biglietti aerei”. L’organizzazione “deve solo fornire loro alloggio e cibo per due settimane e mezza. Di conseguenza, con appena 11.000 dollari possono inviare una delegazione di circa 35 giovani israeliani altamente motivati a lavorare nei quartieri poveri di Mumbai”.

“La direzione della scuola, gli insegnanti, i genitori e i bambini sono molto consapevoli che i volontari sono israeliani, perché portano una bandiera israeliana sulla manica della camicia e, sulla schiena, il nome di un soldato caduto nell’operazione Margine Protettivo, che dà il nome alla loro delegazione”.

Tra le motivazioni dei volontari — ha aggiunto il portale di notizie — c’è il fatto che sono “soldati appena congedati che hanno visto la natura etica delle FDI (l’esercito israeliano), a differenza di quanto spesso viene presentato dai media internazionali, e vogliono mostrare al mondo un altro volto dei soldati delle FDI”.

Con questo modello così redditizio sia dal punto di vista economico che politico, aspirano a crescere: attualmente inviano 16 delegazioni all’anno, ma “entro la fine del 2030 l’organizzazione invierà 30 missioni umanitarie a 30 paesi in via di sviluppo ogni anno”, perciò, dicono sul loro sito web, “sarà conosciuta da tutti i veterani delle Forze di Difesa Israeliane (FDI) e posizionerà Israele come leader mondiale nell’aiuto umanitario. Come parte dell’organizzazione degli ex membri dell’associazione, migliaia di laureati saranno reclutati”.

da qui

mercoledì 19 marzo 2025

400 paia di scarpe – Nodo Solidale

 

Il collettivo messicano di familiari di “desaparecidos” “Guerreros Buscadores de Jalisco” ha scoperto un campo moderno di sterminio del Cartel Jalisco Nueva Generación: in un ranch di Teuchitlán, a mezz’ora da una caserma militare, sono stati trovati tre forni crematori con ammucchiati frammenti umani e circa 400 paia di scarpe. Eppure quel luogo era stato perquisito dalle forze dell’ordine in settembre. In Messico c’è la più grande guerra negata del capitalismo, romanticizzata dalle serie televisive dedicate ai capi del Narco, una guerra che ha provocato la morte di mezzo milione persone, la metà durante gli ultimi sei anni (con i governi di centro-sinistra). Si tratta di persone comuni. Un prezioso articolo di Nodo solidale racconta il contesto di questa guerra. Quando la fonte della violenza è un gruppo di imprenditori feroci, senza divisa, senza un’et


l 5 marzo il collettivo “Guerreros Buscadores de Jalisco” scopre qualcosa che innalza il livello della crudeltà del potere in Messico: un campo di sterminio del Cartel Jalisco Nueva Generación, uno dei cartelli più feroci del Paese. In un ranch di Teuchitlán, nella campagna a un’ora dalla metropoli di Guadalajara (e a mezz’ora da una caserma militare), dietro un portone come altri milioni in Messico, vengono scovati – da un collettivo di familiari di “desaparecidos” e non dalle autorità competenti, come nella maggioranza schiacciante dei casi – tre forni crematori con ammucchiati frammenti umani e circa 400 paia di scarpe, centinaia di altri oggetti personali come braccialetti, orecchini, cappellini, zaini, quaderni con lunghissime liste di nomi, che proiettano la dimensione dell’orrore su centinaia, forse migliaia, di persone uccise con rigore scientifico in questo campo di sterminio contemporaneo. La vista della montagna di scarpe delle persone scomparse è un pugno al cuore per tutti coloro che, per associazione fotografica, volano con la mente ai peggiori massacri realizzati dalle dittature nazi-fasciste.

Ma Jalisco conta 186 siti di sepoltura clandestina processati dalle autorità, sebbene il ranch Izaguirre non figuri in questa mappa. Tlajomulco de Zúñiga è il comune con il maggior numero di fosse clandestine, per un totale di 75. Guadalajara la ricca, bella, ripulita e turistica capitale dello Stato è costellata di storie di desaparecidos e violenza, alcuni monumenti sono stati deturpati e trasformati in memoria viva con centinaia di foto e striscioni con i volti di persone sparite. Una realtà agghiacciante che va avanti da anni.

Sono più di quindici anni infatti che, come collettivo, ci siamo uniti a quella parte della società civile organizzata messicana che denuncia questa guerra negata, sporca, manipolata o romanticizzata nelle serie televise dedicate ai grandi capi del Narco. Una guerra del tutto capitalista, volta ad accumulare quantità assurde di denaro trafficando merci e corpi. Corpi picchiati, violentati, sfruttati fino all’ultima goccia, torturati e poi fatti a pezzi, sciolti nell’acido, bruciati, evaporati e dispersi nel nulla dell’oblio. Sono giovani uomini attratti da offerte di lavoro ingannevoli, bambini spariti in un angolo qualsiasi di una città, ragazzi reclutati con l’inganno. Sono moltissime donne: bambine, giovani, adulte, intrappolate in circuiti di tratta, abusi e torture inimmaginabili. È la fabbrica del terrore, la necro-produttività capitalista. Parliamo di 123.808 persone “desaparecidas”, dati del Registro Nacional de Personas Desaparecidas y No localizadas (RNPDN) aggiornati al 13 marzo 2025. Numeri che, addirittura, superano di gran lunga le cifre già spaventose dello sterminio e della sparizione forzata realizzati durante le dittature in Cile e Argentina.

Ma in Messico la maggioranza delle vittime non è militante politica, è gente comune e questo riduce di molto la risonanza di questo terrificante crimine. Più di 50.000 persone sono scomparse negli ultimi sei anni, sotto il governo di centro-sinistra della pomposamente sedicente “4^ Trasformazione”, indicando matematicamente le responsabilità istituzionali di questa drammatica piaga sociale. A questi dati sommiamo gli omicidi realizzati nel paese dall’inizio della cosiddetta guerra al narco, ovvero da dicembre 2006: 532.609, dato aggiornato al 29 gennaio di quest’anno, secondo fonti ufficiali. Più di mezzo milione di vite stroncate, di cui almeno 250.000 durante gli ultimi sei anni, con i governi di centro-sinistra.

Sopravvivere alla “guerra di frammentazione territoriale”

Com’è possibile che tutto ciò passi in (quasi) completo silenzio? L’elemento fondamentale dell’anomalia della guerra in Messico non risiede solo nell’alto indice di normalizzazione e negazione della stessa, ma soprattutto nella sua comprensione sociale, perché relegata ai margini della politica e delle definizioni classiche di guerra. “Ancora non piovono le bombe dal cielo”, ci diciamo a volte ironicamente, “non stiamo messi male” come in Palestina, in Siria, in Kurdistan, Sudan, in Ucrania. Eppure il numero dei morti è lo stesso o, in certi casi, superiore.

Questa infatti non è una guerra simmetrica, fra eserciti schierati o un’invasione dichiarata da una forza armata nemica; e neanche la tipica guerra contemporanea asimmetrica, che si combatte un po’ ovunque, con forze speciali dello Stato impegnate contro cellule del “nemico interno”. Il fronte messicano è caratterizzato invece da una moltiplicazione indiscriminata di attori armati e da un altissima intensità di fuoco, che frammentano il campo di battaglia in micro-conflitti molto violenti, sparsi e poco visibili che elevano brutalmente il tasso di mortalità fra la popolazione civile mentre l’attività economica, politica e sociale grosso modo va avanti, con black-out e intermittenze nelle gestione della vita pubblica locale. Definiamo quindi questa anomalia bellica come “guerra di frammentazione territoriale”. Del resto le aree più assiduamente colpite dalle offensive e contro-offensive dei vari gruppi armati (illegali o istituzionali), dai rastrellamenti, dalle sparizioni, dai reclutamenti forzati, sono i territori rurali o le periferie semi-rurali, come per esempio Teuchitlan, dove è “apparso” il centro di stermino e addestramento forzato nel ranch Izaguirre. In mezzo alle lande industriali, nei territori di frontiera, nel deserto, sulla costa, sulle montagne la gestione delle rotte, dei campi di coltivazione, del traffico di esseri umani è da decenni in mano a differenti gruppi di potere che si scannano su popolazioni di periferia, spesso indigeni e contadini, che non fanno notizia e, a volte, neanche fanno numero nelle statistiche. Quando la guerra fra i vari attori armati arriva nelle città si rende visibile, “registrabile”, fa scalpore ma spesso l’indignazione evapora nella paura per le rappresaglie e quando la violenza scema localmente in una geografia per intensificarsi in un altra.

Con lo sgretolamento dei grandi cartelli, più o meno stabili fino alla fine degli anni Novanta, e l’intromissione militare attiva dello Stato messicano come socio del Cartello di Sinaloa (2006) contro tutte le altre organizzazioni criminali, si è arrivati all’esplosiva creazione di centinaia di gruppi armati – 240 secondo un’informativa della Secretaria de Gobernación – che a loro volta si diramano in cellule e sotto-gruppi locali, che gestiscono fisicamente in quartieri e villaggi la gestione delle attività illecite come il racket, la prostituzione, i sequestri, la fabbricazione e lo smistamento di armi e droga. La moltiplicazione degli attori armati ha aumentato considerabilmente la frammentazione del territorio, generando una balcanizzazione violenta del Paese, attraversato ampie aree “off limits” o con circolazione ristretta per coprifuoco.

Queste numerose strutture/imprese criminali sono affiancate nel lavoro logistico e di controllo del flusso di merci/persone da tutte le forze armate e di sicurezza dello Stato, definite “corrotte” ma in realtà strutturalmente legate all’economia illegale, coinvolte a differenti livelli e divisi in differenti gruppi anche rivali e, quindi, anche in conflitto tra loro. Basta citare che nell’ultima “pulizia” ordinata quest’anno dall’attuale governatore del Chiapas Eduardo Ramirez, nell’affanno di recuperare un’immagine pubblica di decenza e con la necessità di riordinare il flusso di cocaina e migranti nella zona strategica della frontiera sud seguendo interessi di altri gruppi di potere, sono stati arrestati per mafia 270 poliziotti (e almeno tre sindaci) in cinque città differenti della regione, dimostrando implicitamente il livello di cooperazione fatto sistema tra Stato e crimine organizzato. Stato e Crimine che però non bisogna immaginare come due blocchi monolitici contrapposti, ma piuttosto dobbiamo abituarci a vedere e comprendere il panorama messicano come un grandissimo mercato, dove numerose agenzie, punti vendita e succursali, gruppi di pressione, giudici, politici e burocrati insieme a molti attori armati, in divisa o meno, partecipano, si alleano e lottano a ritmi vertiginosi per assicurarsi una ghiotta percentuale nel controllo delle risorse del Paese (e, solo in parte, del fiume di cocaina che lo attraversa, su richiesta degli Stati Uniti d’America).

L’economia criminale come modo di produzione capitalista

La diffusione dell’economia criminale e della sua organizzazione è una ristrutturazione capitalista del dominio e saccheggio dei territori, un forma di accumulazione che in Messico si mostra con questa specificità che definiamo “guerra di frammentazione territoriale”. In America Latina lo Stato ha costantemente contribuito all’accumulazione (originaria e successiva) di capitale attraverso le forze armate, con l’aggressione diretta contro chi impediva il saccheggio, spesso i popoli indigeni, gli operai e i contadini. Le classi subalterne nei secoli hanno sviluppato numerose e svariate forme di resistenza, anche armate, aprendo fino a pochi decenni fa un periodo feroce, ma anche formidabile, di lotta guerrigliera contro il potere statale, l’oligarchia e le grandi imprese. In Messico sono numerosissimi i casi di organizzazione della lotta armata, eredi dell’Indipendenza prima e della Rivoluzione poi, entrambe iniziate e portate a termine soprattutto dai contadini, dagli indigeni e successivamente dagli operai.

Dopo l’insurrezione zapatista del 1994 e l’ampio consenso globale ottenuto da essa, per il governo messicano reprimere la resistenza popolare con le forze armate ha avuto, e continua ad avere, un costo politico molto alto (ricordiamo per esempio il caso di Ayotzinapa), ragion per cui l’uso delle forze dei sicari come outsorcing della repressione è diventato negli anni un vero e proprio dispositivo per raggiungere dei territori strategici, spopolarli attraverso la politica del terrore implementata dai gruppi criminali, riordinarli secondo la logica economica specifica (impiantare una miniera, un consorzio turistico, un porto, una diga o semplicemente ri-organizzare la forza lavoro e le risorse a favore del gruppo “vincente”). Si è passati dall’uso storico e secolare di mercenari al soldo dello Stato alla creazione di numerose imprese criminali regionali e locali che, indipendenti ma socie dello Stato, gestiscono, controllano e terrorizzano la popolazione per profitto proprio e con finalità condivise con chi governano le istituzioni: l’arricchimento illimitato. La repressione quindi non è più solo contro i guerriglieri e gli attivisti, ma è una forma di governance – flessibile, elastica ma spietata – su tutta la popolazione e sui territori su cui questa vive, lavora e sogna.

Questo dispositivo infernale, oltre a perpetuare la necessità capitalista di cosificazione e valorizazzione di ogni elemento, di ogni territorio e di ogni essere umano, ricopre un ruolo strategico importante nella guerra ideologica: quello di spoliticizzare la lotta di classe, la resistenza contro il saccheggio di ogni spazio vivibile.

L’uso del crimine organizzato, comunemente detto “narco”, come braccio armato del capitalismo permette collocare le vittime nel terreno fangoso del dubbio: l’hanno ammazzato perché lottava o perché magari aveva qualche intrallazzo che non si sapeva? Chi è stato realmente? Non ha la stessa ripercussione nell’opinione pubblica un omicidio realizzato dalla polizia o dall’esercito in uno scontro politico (una manifestazione o in combattimento guerrigliero) che un omicidio, con gli stessi fini, realizzato da sicari legati a un gruppo criminale, durante la “normalità” della vita quotidiana. O a volte neanche la “dignità” terribile dell’omicidio ma la sparizione forzata nel nulla, dove la vittima è inghiottita nel buio da un carnefice invisibile. In questa maniera si perdono più facilmente i connotati di un delitto politico, si “normalizza” l’aggressione facendola scivolare nell’oceano anonimo dei “delitti comuni”, non degni d’attenzione. Allo stesso tempo un omicidio chiaramente politico – così drammaticamente ricorrente nella lunga storia della lotta di classe – scatena effetti e reazioni con responsabilità politiche dirette: “è stato lo Stato!” E la gestione dello Stato, per quanto feroce, può essere messa in discussione, diviene “naturalmente” l’obbiettivo della rabbia popolare, così come storicamente i movimenti sociali hanno denunciato e combattuto la violenza dell’esercito e della polizia, come bracci armati del potere e in qualche modo “traditori”, come lo Stato, del patto sociale con il popolo, che li mantiene. Quando però la fonte della violenza è un gruppo di imprenditori feroci, senza divisa, senza regole d’ingaggio, senza un’etica e un patto sociale a cui sottostare: come ci si ribella? Contro chi e come si dirige la rabbia sociale? È difficile, nonostante alcune eroiche eccezioni, manifestare, organizzarsi e difendersi contro un nemico senza regole, penetrato nel tessuto sociale e camaleontico, come la mafia.

Domande scomode

Spesso in Italia, tra un’iniziativa di contro-informazione e l’altra, abbiamo ascoltato domande dubbiose: “Ma c’è davvero la guerra in Chiapas? Ma è così proprio in tutto in Messico?” aggiunto magari da un “È che io ci sono andato in vacanza e mi sembrava abbastanza tranquillo…”

C’è una tendenza diffusa a minimizzare la portata dell’orrore, della gestione metodica (da campo di sterminio, appunto), istituzionale, sociale e politica del “fenomeno narco”. Da un lato la superficialità dell’analisi del potere, riprodotta dai media mainstream, che al massimo sottolinea solo gli aspetti “folckoristici”, aneddotici e incluso “brillanti” (tipo il Chapo Guzman che apparve nella lista di milionari di Forbes) di molteplici “casi isolati”; e questa è quella che più diffusamente giunge in Europa, una scelta narrativa del potere per distrarre l’attenzione sulle specificità sistemiche del “problema”. Dall’altro lato c’è la normalizzazione che la stessa società fa (che facciamo anche noi che ne denunciamo la barbarie) per sopravvivere: si esce di casa, si va al lavoro o al supermercato, d’un tratto degli spari e… si aspetta, in un riparo improvvisato, che finisca la sparatoria e si riprende poi il tran-tran. O arriva un messaggio della figlia del vicino “scomparsa”, lo si legge con un sospiro, si diffonde nelle chat e si torna alle occupazioni quotidiane, magari sussurrando una preghiera e sperando sommessamente che non tocchi mai a una figlia propria, a un parente, a un amico del cuore. In Messico apparentemente la vita scorre regolare, i bambini vanno a scuola, ogni tanto le chiudono per qualche sparatoria, ma i bambini sanno – come in caso di terremoto – che si devono accovacciare sotto i tavoli o sdraiarsi al suolo, appunto, perché la balacera è vissuta come un’altra catastrofe naturale qualsiasi, interiorizzata e affrontata come tale. Tra la banalizzazione dei media e l’assuefazione alla violenza come istinto di massa di sopravvivenza si getta la polvere (dei corpi carbonizzati) sotto il tappeto della normalità. E così, nonostante certi momenti di indignazione, ribellione e forte protesta popolare (come le mobilitazioni del 2011 del Movimento per la Giustizia con Dignità, quelle del 2014/2015 per i 43 di Ayotzinapa, la creazione di gruppi di “autodifesa” soprattutto nei territori indigeni), siamo giunti a mezzo milione di persone assassinate, oltre 120.000 desaparecidos e alla scoperta dei centri di sterminio in questa grande fossa comune chiamata Messico.

La gravità dei crimini riscontrabili nel ranch di Teuchitlán, perquisito dalle forze dell’ordine nel 2017 e poi nel settembre del 2024 che “non avevano notato la presenza di forni e altri dettagli”, mette a nudo nuovamente la rete di complicità fitte fra il crimine e lo Stato messicano. La gestione di un centro di addestramento ed eliminazione fisica dei corpi a questo livello può funzionare solo d’accordo con il silenzio – e possibilmente l’appoggio diretto – delle istituzioni politiche e di procurazione della giustizia. Un genocidio, un crimine di lesa umanità veniva perpetrato alle porte dalla seconda città più importante del Messico, dove la gente veniva adescata nelle stazioni dei pullman, portata lì, vessata fisicamente e sessualmente, istigata a uccidere e – chi sopravviveva all’inferno – obbligata a farsi sicario, trasformarsi in macchina di morte per la produzione e l’accumulazione di ricchezza del CJNG. Tutte le altre persone torturate atrocemente e poi bruciate, spazzate via come immondizia. Fumo.

Le domande che ne seguono sono terribili: quanti altri centri di sterminio simili stanno funzionando e sono tollerati in altri posti del Messico? Fino a quando volteremo lo sguardo altrove, permettendo alle imprese, ai governi e al loro braccio armato di disporre così atrocemente dei nostri corpi, del nostro futuro? Fino a quando accetteremo di vivere con la paura e il terrore nell’anima?

E per chi vive dall’altra parte dell’oceano: fino a quando le serie sul narco e il turismo inconsapevole frivolizzeranno le nostre conversazioni sul Messico? Fino a quando penseremo che quelle “due strisce” date il sabato sera non ci fanno complici del lato più feroce del capitalismo? Fino a quando resteremo indifferenti? Fino a quando ci assolveremo?


Nodo Solidale è più di un collettivo che lega – attraverso iniziative di solidarietà e informazione – persone che vivono in Messico e Italia, abbracciando i principi della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, lanciata dall’EZLN, come la condivisione dei saperi di CIDECI Unitierra. “Quella che viviamo è una guerra contro l’umanità – scrivono – E oggi quanto c’è di più umano è proprio lottare contro questa guerra”

da qui

martedì 31 maggio 2022

Paramilitari scatenati in Chiapas - Elio Henriquez

 

 

Il Centro per i diritti umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) ha riferito di aver documentato a marzo 437 attacchi contro comunità nel municipio di Aldama, perpetrati da gruppi armati della città di Santa Martha, situata a Chenalhó.

In una dichiarazione, il Frayba afferma che questi attacchi hanno portato “allo sfollamento intermittente di 3.499 persone, che stanno subendo l’impatto di violenze permanenti”. Aggiunge che i residenti di Santa Martha hanno sparato e ferito un musicista del vicino comune di Santiago El Pinar, durante una festa tenutasi nella città di San Pedro Cotzilnam, e una bambina di 9 anni nella comunità di Tabac, situata ad Aldama.

Il Frayba assicura che lo Stato messicano “non rispetta le raccomandazioni della Commissione interamericana per i diritti umani (IACHR) per garantire la sicurezza e la vita della popolazione di Aldama”. Ricorda che “di fronte agli attacchi armati e alle violenze che sono peggiorate dall’inizio del 2018”, una commissione di 115 membri nominati in rappresentanza delle comunità colpite e il Frayba hanno chiesto misure precauzionali alla IACHR.

Questa commissione ha ritenuto che sussista una “situazione di gravità, urgenza e possibile generazione di danni irreparabili”, per la quale ha “aggiornato il seguito delle misure MC-882-17, MC-284-18” a favore delle famiglie Tzotzil da 22 città dei comuni di Chalchihuitán, Chenalhó e Aldama “ai sensi della risoluzione 102/21 (monitoraggio) del 15 dicembre 2021”.

Allo stesso modo, ha aggiunto che “le azioni che le autorità dello Stato messicano hanno compiuto per garantire la vita e l’incolumità della popolazione sono state inefficaci, come abbiamo costantemente evidenziato”.

Ha inoltre affermato che la Federazione “ha concentrato la sua attenzione sul conflitto territoriale, per il quale, il 3 marzo precedente, ha consegnato ai membri della comunità di Aldama la proprietà Cerro Bola situata nel comune di Ixtapa, un sito che è quasi 100 chilometri dal loro luogo di nascita. Lo stesso giorno della cerimonia di consegna della proprietà, la popolazione è stata costantemente attaccata.

“Tuttavia, i governi statale e federale continuano a ignorare le indagini, il disarmo e lo smantellamento del gruppo aggressore, le sue fonti di finanziamento e il legame con le autorità statali e locali“, ha concluso il Frayba.e

Fonte: La Jornada

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lunedì 14 febbraio 2022

In Chiapas di fronte all’abisso - Gustavo Esteva

 

Il Chiapas non è sull’orlo dell’abisso. È già caduto in un abisso che sembra imperscrutabile. Una tale caduta provoca immense sofferenze a coloro che vivono lì. Il loro dolore e la loro rabbia spesso esprimono disperazione. Non trovano via d’uscita da una situazione che ci sta cadendo addosso dappertutto. È cinico asserire che dobbiamo imparare a spese degli altri. Ma la solidarietà con coloro che sono lì può servire da autoprotezione.


Lì c’è una storia antica, fatta di secoli di scandalosa oppressione. Nel 1994 alcuni chiapanechi dissero che lo spirito rivoluzionario era finalmente apparso in Chiapas: con 200 anni di ritardo rispetto alla rivoluzione francese e quasi un secolo dopo quella messicana. Affinché lo zapatismo non si diffondesse, il governo, ad esempio, distribuì terra a vanvera, riempiendo i proprietari delle fincas di denaro e rancore. [Il governo pagò prezzi esorbitanti per le terre espropriate, spesso lasciate incolte – ndt]. La riforma agraria cominciò finalmente ad essere attuata nello Stato.

 

Decenni di campagna anti-zapatista del governo federale hanno lasciato profonde scie di corruzione e violenza, consolidando nel potere politico ed economico dello Stato un gruppo irresponsabile e criminale, tanto razzista quanto illegittimo. Il peggio è arrivato negli ultimi tre anni, quando sono cadute sul Chiapas tutte le espressioni delle fobie e delle manie che caratterizzano l’attuale amministrazione, con una grave disgregazione delle basi di convivenza per l’arrivo di forze esterne: la Guardia Nazionale e i cartelli [della droga, ndt]. Sono strumenti per gestire l’oscena e permeabile barriera alla migrazione di massa dall’America Centrale e per altri scopi.


Il Chiapas è una chiara prova della scomparsa dello Stato di diritto, che travolge il mondo intero. La legge è usata come garanzia dell’impunità. Le norme sono applicate in modo casuale e appellarsi ad esse è inutile. Crimini efferati vengono continuamente commessi di fronte all’indifferenza o alla complicità delle autorità, della polizia e della Guardia Nazionale, mentre il sistema giudiziario è al servizio del miglior offerente.

In Chiapas, abbondano le prove dell’associazione di gruppi criminali con funzionari di tutti e tre i livelli di governo [federale, statale, municipale – ndt], con società private e con cacique locali. Non è possibile distinguere il mondo della criminalità da quello delle istituzioni. Il narco-stato ha un altro significato. I cartelli occupano territori e sfere dei governi e questi, da parte loro, usano i gruppi criminali come strumento di controllo sociale. Entrambi lacerano il tessuto sociale che permetteva la convivenza o almeno la sopravvivenza.


Per organizzare il pensiero e l’azione non è più possibile fare generalizzazioni. I giudizi morali e le conclusioni analitiche diventano confusi se espressi in categorie o classi. Il caso dei Motonetos, gruppi di giovani in scooter che attraversano San Cristóbal commettendo abusi, è un buon esempio. Alcuni sono nati per proteggere i loro quartieri dal crimine: arrestavano i ladri e li consegnavano alla polizia. Una volta motorizzati, hanno iniziato ad essere assunti da autorità e organizzazioni per altri scopi. Sono costituiti da indigeni urbani, il che implica che sono stati sottoposti a umiliazioni e disprezzo da quando sono nati.
Di fronte alla violenza scatenata, suona bene predicare la nonviolenza, ricordare che l’“occhio per occhio” ci lascia tutti ciechi. I gruppi di autodifesa, armati per affrontare i criminali, dovrebbero essere condannati? O al contrario, dovrebbero essere osannati tutti quanti, come un’opzione autonoma di quartieri e comunità, anche se non è ben noto chi c’è dietro ogni gruppo, chi li arma, al servizio di chi agiscono?


In tutto il mondo si sta approfondendo la trasformazione di un modo di produzione in un modo di espropriazione, che ha bisogno di usare il controllo e la paura. Piuttosto che organizzare la produzione e il consumo per il profitto di alcuni, si cerca un saccheggio continuo e generale, che richiede inevitabilmente l’uso della forza. In mezzo alla confusione, al disordine e allo smarrimento, diventa chiaro che non ci si può aspettare nulla dall’alto. Il colore ideologico di coloro che presiedono i governi e le grandi imprese è irrilevante. E in basso? Cosa fare qui in basso, quando i quartieri e le comunità sono già contaminati da ogni tipo di forze e intimidazioni?


Non ci sono risposte chiare. Una di esse consiste nella costruzione di catene di fiducia, quelle che si creano da persona a persona, che si basano sull’esperienza e sull’impegno reciproco, quelle che si intessono a partire dall’amicizia e dall’interazione diretta e personale. Riparano il tessuto sociale lacerato giorno dopo giorno. Contano anche, e in modo decisivo, i legami e gli spazi di comunità e di quartiere che sono riusciti a mantenersi e prosperare, nonostante l’orrore, e oggi costituiscono solide organizzazioni per intraprendere la ricostruzione dal basso. Spesso riflettono anni di impegno da parte di organizzazioni ecclesiali di base o gruppi di altra natura.

Il Viaggio in Europa degli zapatisti, La Travesía, assume un nuovo significato in queste circostanze. Le notizie che ci arrivano da lì cominciano ad essere fonte di speranza. Le zapatiste e gli zapatisti hanno ascoltato con attenzione l’Europa ribelle, quella che sta in basso, e imparano da essa cosa si può fare anche nelle condizioni più difficili. Inoltre, tessono con gruppi agguerriti ed esperti legami di solidarietà e mutuo aiuto che saranno decisivi se le cose, per quanto già terribili, peggioreranno ancora.


gustavoesteva@gmail.com

Fonte: “Ante el abismo”, in La Jornada
Traduzione a cura di Camminardomandando.

 

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mercoledì 12 maggio 2021

¡Que Viva Lupita!

 

In un paese dove i nativi vengono perseguitati e cacciati dalle loro terre, è emersa una nuova leader coraggiosa: Lupita, una giovane donna della comunità tzotzil, in prima linea nella resistenza dei popoli indigeni messicani.

Lupita ha perso nove familiari, tra cui entrambi i genitori, nel massacro di Acteal del 1997, quando un pacifico villaggio nello stato del Chiapas fu attaccato dai paramilitari che uccisero 45 persone mentre pregavano all’interno di una chiesa. Dopo più di vent’anni l’attivista lotta per i diritti dei nativi e per ottenere giustizia sulla strage, i cui mandanti non sono stati ancora processati.

Lupita è da poco partita con la delegazione zapatista che arriverà a metà giugno in Europa, anche in Italia, facendo a ritroso il viaggio compiuto dai conquistatori spagnoli cinquecento anni fa.

Il video del Guardian (con sottotitoli in italiano)…

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martedì 29 settembre 2020

Una Lucha. Con le donne zapatiste

L’autunno è il momento che segna il passaggio morte/rinascita. Sembra contro-intuitivo, ma è così. È il momento in cui tutto, o quasi, in questo emisfero, ha finito di sbocciare e fruttificare; in cui si concludono i raccolti e si prepara la terra; in cui vengono abbandonate le strutture organiche che hanno finito il loro ciclo e la nuova vita si riorganizza e si predispone ai prossimi germogli. Nulla subisce battute di arresto, tutto prepara le nuove stagioni. Così le lotte e l’impegno della molta umanità organizzata a protezione della Terra, dei flussi della vita, del patto sacro con le forze che ci sostengono come specie, del buen vivir.

Le donne zapatiste ci hanno consegnato una piccola luce per ricordarci che la lotta è unica, in qualunque modo si manifesti, in qualunque tempo e geografia. Quella luce ci lega da sempre, è una eredità degli sforzi delle nostre antenate che vivono in noi, è il motivo per cui siamo qui ora, è ciò che abbiamo l’impegno di tenere acceso e consegnare al futuro. Ed è importante mantenerci intessute e vicine le une alle altre, specie nei momenti difficili, come quello che stanno vivendo le comunità zapatiste.

Per questo il gruppo Mujeres Resistencias – Mujeres adherentes a la Sexta en Chiapas hanno invitato le donne del mondo a sottoscrivere una lettera di sorellanza con le donne, le bambine, le anziane che dal Chiapas ci chiamano e ci parlano, mantenendo viva quella fiamma, e a cui auguriamo la forza della rinascita.

 

Questo è il testo, firmato già da 118 collettivi e da 239 donne da tutto il mondo.


Alle donne zapatiste
Alle donne che abitano i diversi angoli del mondo
A chiunque ritiene di avere il cuore di una donna

Quelle di noi che aderiscono a questa Carta sono donne del Chiapas, del Messico e del Mondo, convocate dalla forza della “piccola luce” che ci hanno affidato le donne zapatiste al Primo Incontro Internazionale, Politico, Artistico, Sportivo e Culturale delle Donne che Lottano nel 2018, e anche dal messaggio di speranza e impegno per difendere la vita, che ci hanno dato al Secondo Incontro Internazionale Orme del Cammino della Comandanta Ramona nel 2019.

In questi momenti di Guerra verso di noi e Madre Terra, questi piccoli fuochi-luce si sono moltiplicati assieme con altre donne, ci siamo incontrate lungo la strada e ora siamo parte di un cuore collettivo. Da qui cerchiamo di illuminare in modo da non sentirci sole, in modo da non avere paura. E anche se questa lotta per la vita sembra molto dura in questa disgregazione che questo sistema criminale genera, abbiamo deciso di accendere le nostre lotte per la vita, la verità e la giustizia che merita il dolore di ogni donna in ogni mondo.

Compagne, ora, in questo contesto di pandemia, abbiamo ricevuto informazioni sulla riattivazione della Guerra nei confronti dei vostri corpi, famiglie, comunità e popoli zapatisti in diverse aree della Selva e degli Altos delle montagne del Chiapas, in Messico. Sappiamo che vengono attaccati da persone e gruppi che alimentano il sistema patriarcale per continuare a violentarci con il fuoco e privarci della nostra terra. Soffriamo nel vedere come è stato incendiato il Comedor Compañera Lucha, ubicato nel Centro de Comercio Nuevo Amanecer del Arco Iris. Per ciò che rappresenta come memoria viva per il nostro cuore.

Sorelle del mondo, nello scorrere del 2020, vediamo con rabbia e dolore come le nostre sorelle zapatiste continuano ad essere violate e attaccate da leader armati che agiscono con forme e modi appresi dal paramilitarismo, grano marcio incorporato da anni in questa Guerra Integrale di Logoramento in Chiapas, per educare e contaminare le persone che maltrattano i popoli e avvelenano la terra, le montagne, le foreste e i campi coltivati, ottenendo così accesso al potere e al denaro. E sentiamo il dolore della nostra Madre Terra che continua crudelmente ad essere sfruttata e avvelenata da tutta questa trama capitalista-patriarcale-coloniale attraverso i suoi Stati-narco-imprenditori, i suoi mega-progetti di morte, i suoi partiti politici e i suoi programmi canaglia.

Siamo con voi nel prenderci cura e nel camminare la speranza e la libertà che come donne meritiamo e necessitiamo per proteggere e difendere la vita. Continuiamo, come possiamo, ravvivando le nostre piccole luci e, dai nostri cuori e geografie, le portiamo fin dove siete, ricordandovi che non siete sole. Siamo convinte di “Lottare affinché mai più una donna al mondo, di qualunque colore, di qualunque taglia, di qualunque origine, si senta sola o abbia paura”. Pertanto, ci assumiamo la responsabilità di continuare; denunciare, diffondere, difendere e riprodurre la vita affinché i bambini e le bambine che verranno possono vivere con tranquillità, libertà e giustizia.

Care sorelle del mondo e compagne zapatiste, con un affetto solidale e impegnato, ora vi diciamo: “che non siete sole, che abbiamo bisogno di voi, che ci mancate, che non vi dimentichiamo, che ci siete necessarie’”.


Traduzione di Rebecca Rovoletto

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lunedì 24 settembre 2018

Ricostruire comunità - Rebecca Rovoletto


“Noi interveniamo dopo la primissima fase dell’emergenza – dice Virginia, giovane geologa di origini spagnole – dopo il momento degli aiuti di prima necessità. Dopo che è passata l’ubriacatura delle donazioni, del paternalismo, della propaganda governativa. Dopo. Quando si comincia a dimenticare che oltre 80 mila abitazioni sono state danneggiate, di cui 22 mila in modo irreparabile, che migliaia di persone e famiglie sono rimaste senza casa, sussistenza, piegate dagli eventi, impaurite”.
A sei mesi dal drammatico sisma del 7-8 settembre 2017 che ha investito il Chiapas (e gli stati di Oaxaca e Tabasco), un gruppo eterogeneo di saperi professionali, quasi esclusivamente al femminile, si autoconvoca, sparge la voce, raccoglie adesioni e si costituisce in collettivo. Si chiama Bioreconstruye México Chiapas e, assieme ad altre associazioni, fa parte di un’ampia piattaforma di mobilitazione civile impegnata nella ricostruzione post-terremoto.

Professioniste e professionisti di varie discipline, spogliati del sussiego accademico, decidono di prendersi cura delle zone di San Cristóbal De Las Casas, di Pijijiapan e Tonalà sulla costa del Chiapas, tra le località più colpite. Lo scopo è andare oltre le necessità dell’emergenza e dell’assistenzialismo, per sostenere l’auto-ricostruzione e rafforzare la resilienza delle comunità, in modo che sviluppino una propria risposta immunitaria agli eventi che possono minacciarle, stimolando modi di vita sostenibili nel rispetto e tutela della natura.
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Coordinato da Mariana, architetta permaculturale, il gruppo chiapaneco ha accolto paure, desideri, conoscenze tradizionali. “Prima di tutto bisogna ascoltare: le persone sanno di cosa hanno bisogno, hanno competenze e sapienza, conoscono il loro territorio e il suo particolare linguaggio”. Da questo ascolto si avvia una ricostruzione partecipata assieme alle comunità. Una ricostruzione fisica, ma soprattutto psico-sociale, delle economie, della fiducia. Ci si cura “della casa e del cuore”.

La prima preoccupazione è naturalmente quella di assicurare un “rifugio” permanente. La chiamano casa semilla, la casa-seme, la cellula della ripresa della normalità della vita. Si tratta di un modulo abitativo base, la cui composizione varia a seconda delle esigenze specifiche e delle abitudini locali. Di rapida costruzione, usa materiali del luogo e tecniche bioedilizie: predilige l’argilla al cemento, mattoni crudi, intelaiature in legno piuttosto che armature di ferro, garantendo un alto grado di antisismicità e salubrità alle strutture. Il gruppo accompagna leconsulte comunitarie, la pianificazione e la progettazione con le proprie competenze professionali, scientifiche e umane, assicurando accesso a informazioni e soluzioni integrate a basso impatto. Quando si parla di biocostruzione “È la Pacha Mama il fornitore”, dice Polette, responsabile del Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa che sostiene il progetto.
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“Il principio base è coinvolgere le persone in processi partecipati inclusivi non solo sulle scelte, ma anche negli interventi operativi. Tutti i membri delle famiglie contribuiscono. Le scelte rispettano i desideri e le usanze degli abitanti, gli interventi rispettano le tradizioni, le tecnologie, i materiali locali e biologici – continua Virginia – Noi accompagniamo, coordiniamo e facilitiamo questi processi”. Le protagoniste sono le famiglie: il gruppo Bioreconstruye aiuta l’autoformazione che darà loro le competenze necessarie per riprendersi in mano vita e futuro.
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Questo è anche il momento dell’appoggio psicoemotivo, un passaggio delicato e indispensabile, perché è necessario sanar el miedo. Lo si fa con il contributo diartisti, mettendo in scena opere teatrali, dipingendo murales, esorcizzando la paura e l’incertezza raccontandosi con creatività. Assemblee comunitarie fanno emergere le vulnerabilità condividendo le esperienze nei disastri e che cosa significa abitare in territori a rischio.

Ma un rifugio dalle calamità non basta, è fondamentale la ricomposizione delle relazioni sociali. E le molte culture del Messico e dell’America Latina ci insegnano che la strada maestra è attraverso i lavori collettivi che, in questi casi, riguardano la sicurezza, la salute, l’istruzione. Si inizia, ad esempio, dal fogòn comunitario: un laboratorio partecipato da donne dove si insegna loro a costruire una cucina a basso consumo. Una cucina ecologica, che ottimizza e riduce l’uso di legna per cuocere, asciugare e scaldare. Se prima le donne accendevano semplicemente un fuoco di legna, ora imparano come funziona una camera di combustione, come rendere efficiente quel fuoco costruendo un nuovo tipo di cucina, riproducibile poi ad uso privato nelle rispettive abitazioni.

Il lavoro prosegue sostenendo l’autoformazione, di adulti e bambini, con laboratori di agroecologia, di potabilizzazione e monitoraggio della qualità dell’acqua per evitare contaminazioni, di ripristino delle infrastrutture di base, di gestione dei rifiuti. È un approccio olistico e integrale quello che si vuole operare, che tenga insieme tutti gli aspetti della riproduzione della vita e dei luoghi dove questa avviene. Percorsi e processi complessi, ma alla complessità non si può rinunciare.

Bioreconstruye México Chiapas fa parte della rete Bioreconstruye México, che sta operando in varie zone disastrate, oltre al Chiapas: Oaxaca, Morelos, Città del Messico, stato del Messico e Puebla.
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La rete e i gruppi che la compongono sono impegnati anche sul fronte della comunicazione e sul reperimento di risorse. E qui viene la parte davvero difficile. Assicurare che i fondi raggiungano le vittime in regioni in cui i diritti umani sono continuamente violati è un’impresa titanica. Diffusamente in queste zone vengono sottratti gli aiuti alla popolazione da parte dei militari, i quali li ridistribuiscono a loro piacimento. I camion vengono assaltati quasi quotidianamente sia da parte dell’esercito messicano che dal suo volto informale, ovvero da gruppi di narcos e affini.
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La strategia segue il copione che vuole le popolazioni sloggiate dai territori interessati dai grandi appetiti speculativi, come il parco eolico dello stato di Oaxaca o le miniere di Puebla o le mire immobiliari del Distretto Federale e molti altri. Quindi, ben venga un terremoto se contribuisce a spopolare quelle terre.

È in questo scenario di terribile saccheggio che l’auto-ricostruzione, la riappropriazione del territorio, il continuare a presidiarlo vivendolo è fondamentale per preservare corpi, natura, biodiversità, cultura, identità. Il lavoro di Bioreconstruye México Chiapas e della rete Bioreconstruye México è pienamente in corso. Ad un anno di distanza molte casas semmillas sono state realizzate, altre sono in costruzione, i percorsi collettivi comunitari continuano a co-creare prospettive a medio e lungo raggio. Speranza e fiducia rifioriscono dalle macerie e dall’abbandono; donne e uomini, bambine e bambini scoprono e riscoprono conoscenze e capacità che fugheranno per sempre paura, senso di impotenza e rassegnazione.

lunedì 21 maggio 2018

L’università della terra - Claudio Orrù, Irene Ragazzini





In Messico attualmente convivono nello stesso territorio situazioni sociali estremamente opposte. Da un lato troviamo l’orrore della guerra civile, una spirale di violenza che ha lasciato più di 80.000 morti negli ultimi sei anni: la mal chiamata “guerra contro il narcotraffico” del governo, che in realtà è una guerra contro la popolazione, in cui le fazioni non sono chiare e dipendono dalle relazioni di potere locale di ogni territorio. Troviamo un’emigrazione forzata verso gli Stati Uniti che distrugge il tessuto sociale; una situazione di sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, soprattutto minerarie, che avvelena e impoverisce popolazioni e territori interi. Troviamo un governo mafioso e dittatoriale che ha comprato palesemente le elezioni, facendo sì che il Pri (Partido Revolucionario Institucional) che ha governato per 70 anni fino al 2000, tornasse al potere per ridare ancora più forza alla struttura essenzialmente corrotta delle istituzioni messicane.
Tuttavia, e forse anche a causa di tutto questo orrore, il popolo messicano ha saputo reagire da molti anni a questa parte, in maniera estremamente radicale. Sul territorio messicano troviamo le esperienze di costruzione di alternative più avanzate e consolidate, tra cui non possiamo non menzionare la lotta degli zapatisti, che da alcuni anni hanno dato vita ai municipi autonomi, costruendo una forma di buon-governo basato sul servizio e sull’annullamento delle relazioni di potere, oltre a un sistema di educazione ed un sistema di salute autonomi. Oltre all’esperienza zapatista, esistono moltissime altre esperienze in molte comunità indigene e nelle città, di costruzione di autonomia dal basso, difesa del territorio e auto-organizzazione.
In questo contesto va intesa l’esperienza della Unitierra, come parte di un movimento amplio, quotidianamente impegnato nella costruzione di alternative sociali e politiche di vita, attraverso lo sforzo di “recuperare i verbi”: non più quindi esigere dall’alto che vengano coperte necessità concepite come scarse: come educazione, sanità, alloggio, alimentazione etc., ma recuperare la nostra capacità autonoma di imparare, sanare, abitare, mangiare, etc., ricostruendo il tessuto sociale e comunitario, ricostruendo il “noi” in grado di decidere e di agire autonomamente per le nostre vite. La Unitierra, in particolare, si propone di recuperare quindi la capacità autonoma di apprendere insieme .
Partendo dalla volontà di apprendere insieme, la Unitierra non vuole essere una scuola popolare né un centro o un modello di educazione alternativa, vuole piuttosto costituire una alternativa all’educazione e andare oltre l’educazione.
Questa riflessione trova molta della sua ispirazione nel pensiero di Ivan Illich, nella sua critica alle istituzioni educative e nella critica all’idea stessa di educazione. Quello che ci insegnano, prima di tutto, le istituzioni educative con il curricolo occulto, è che il sapere acquisisce valore solo se convalidato dalla loro certificazione: al di fuori da esse ciò che si sa, ciò che si impara, nella società dominante è privo di valore.
La scuola funziona come rituale d’iniziazione alla società dello sviluppoproprio quando porta ad assimilare questa logica, ovvero quando la persona è alienata dalla propria capacità di imparare, quando la nostra porta principale d’accesso alla conoscenza, non è più il mondo, ma qualcuno o qualcosa che ci da informazioni su di esso: quando l’apprendimento, da attività, diventa prodotto, ecco che una nostra relazione sociale primaria si trasforma in atto di consumo. Ma per Illich questa trasformazione non soggiace solo alle istituzioni educative tradizionali, svolgeranno la funzione di rituali d’iniziazione anche le esperienze più radicali e alternative, sino a che saranno fondate sullo stesso mito, quello dell’educazione e della sua affermazione implicita: che l’uomo nasca incompetente per la società, e che solo il passaggio attraverso un ventre istituzionale lo possa rendere pronto ad essa, che solo attraverso un processo di naturalizzazione al mondo si possa imparare ciò che è importante per poter vivere.
Solo attraverso l’educazione, il sapere può essere concepito come un bene scarso, come un prodotto che deve essere confezionato e successivamente assegnato, dallo stato o dal mercato, che di conseguenza non può che essere richiesto. La rottura della dipendenza e della scarsità, si riflette come già menzionato attraverso la riappropriazione del linguaggio: se al posto di chiedere educazione, affermiamo di voler apprendere, ciò che cerchiamo non può esserci fornito da qualcuno o qualcosa, nessuno può imparare al posto nostro.
Alla Unitierra, riappropriarsi del sapere significa riconsiderare la sua natura: il sapere non è un oggetto da ottenere, un prodotto da consumare, un pacchetto di informazioni da processare, quanto piuttosto una relazione col mondo e con le persone. La vita reale e la conoscenza non sono due mondi separati e distanti, al contrario, apprendiamo soprattutto quando stiamo facendo ciò che abbiamo scelto di fare, quando ci caliamo nell’esperienza e nella riflessione su ciò che ci circonda e ci coinvolge direttamente, impariamo dal mondo e non acquisendo informazioni su di esso.
Alla Unitierra, riprendendo tra le nostre mani la responsabilità di apprendere, imparando dal mondo, vogliamo esercitare una libertà, invece di esigere il riconoscimento di un diritto, impariamo insieme, in gruppo attraverso le riflessioni collettive così come in laboratori pratici, apprendiamo il fare non sui libri, ma nell’esperienza e da coloro che fanno quotidianamente ciò che ci interessa imparare, approfondiamo le nostre riflessioni attraverso letture e la discussione collettiva e condivisa, in seminari, gruppi di studio, circoli. Apprendiamo, mantenendo un determinato sguardo sulla realtà: la costruzione dell’autonomia, la continua ricerca di quello che insieme, dal basso, dal nostro territorio e dal suo tessuto sociale, possiamo fare per costruire alternative allo stato attuale delle cose, impariamo anche osservando e riflettendo sulle esperienze che altre e altri, a livello locale, nazionale o internazionale mettono in pratica in maniera simile, e su ciò che al contrario sta avvenendo nella politica dell’alto, nelle istituzioni, nel mercato.
Andare oltre l’educazione significa così dar vita costantemente ad una rete, uno spazio, un’organizzazione, che sia da supporto alla comunità di apprendisti decisa ad imparare verso questa direzione, in maniera libera e gozosa1. La metafora che meglio rappresenta questa flessibilità della Unitierra è quella dell’amaca: la sua forma si adatta al corpo di chi la usa, a prescindere che si sia alti, bassi, magri o grassi, se necessario può essere facilmente smontata, ripiegata e spostata da un posto all’altro.
Se nelle istituzioni e organizzazioni classiche, fatte di obiettivi, regole e requisiti la persona deve adeguarsi ad una struttura rigida per potervici fare accesso, l’amaca-Unitierra non vuole avere una forma predeterminata, ma invece adattarsi alle esigenze della comunità che la compone: non c’è un programma precostituitoche definisca ciò che deve essere appreso o il percorso su cui camminare, si tratta piuttosto di adattare lo spazio e l’organizzazione alle esigenze di coloro che la vivono, “i suoi studenti” e a quello che decidono di fare e imparare.
Non vi sono requisiti per potervici entrare, non c’è un costo per le attività a cui si sceglie di partecipare, così come non viene richiesto alcun tipo di titolo di studio, allo stesso tempo non si assegnano diplomi, se non in maniera scherzosa, scrivendoli e stampandoli al computer di fronte alla persona che li richiedesse per ricordo.

Il Seminario “Caminos de la Autonomía”
La “colonna vertebrale” dell’Unitierra è il Seminario settimanale “Caminos de la Autonomía” (Cammini dell’Autonomia). Si tratta di uno spazio d’incontro e di riflessione su quello che sta succedendo nel mondo, in Messico e a Oaxaca, con una domanda centrale ¿Cosa possiamo fare qui ora noi? L’idea non è arrivare a soluzioni pratiche ma approfondire la riflessione e l’analisi. Per fare questo ci chiediamo sempre: cosa sta succedendo in alto (arriba), ovvero negli ambiti del potere, le istituzioni e il capitale? Come questo che sta succedendo in alto ha impatti sulla gente (in basso)? ¿Cosa sta succedendo in basso? Ovvero quali sono le reazioni e le alternative costruite dalla gente e all’interno dei movimenti sociali? Alla luce di questo, qual è il ruolo che vogliamo assumere?
Grazie a queste riflessioni, sono molte le iniziative concrete che sono state prese da diversi gruppi che partecipano al Seminario. Una delle più rilevanti in questo momento è il processo “Rigenerare le nostre comunità”.

Rigenerare le nostre comunità
Questo processo (non ci piace chiamarlo progetto, perchè non c’è un piano prestabilito che determini dove condurrà), nasce proprio cercando di dare una risposta concreta alla costante domanda posta nel seminario “il cosa possiamo fare noi, qui, ora, dal basso?”, nella ricerca da parte di un gruppo di comunità (attualmente 20) della regione circostante alla città di Oaxaca, (Valles centrales), di soluzioni ai sempre più grandi problemi che stanno affrontando: le condizioni di vita materiale in costante peggioramento, la devastazione dell’ambiente che le circonda, la crescente preoccupazione per le prospettive dei giovani (moltissimi abbandonano presto le scuole e non hanno un lavoro), la violenza dilagante con cui sempre più devono fare i conti.
Con la convinzione che un cambiamento sostanziale a tali condizioni non possa arrivare dall’alto, si cerca quindi di trovare insieme risposte che partano dal loro tessuto sociale, imparando come rigenerare le loro capacità autonome.
Si è cominciato dai problemi materiali di base, tutt’altro che marginali, individuati dai gruppi delle comunità: principalmente acqua, alimentazione, rifiuti. In base all’interesse delle famiglie, spesso nelle loro stesse case, ci si riunisce in gruppo per imparare, mettendole direttamente in pratica, alcune tecniche ecologiche realizzabili con costi nulli o per lo più molto bassi e accessibili (p.es con materiali di scarto o facilmente reperibili sul territorio locale), per trovare soluzioni alle esigenze quotidiane più immediate e allo stesso tempo alla devastazione dell’ambiente.
L’acqua è per molte comunità, un problema costante, i fiumi, che sino a 15 anni fa erano fonte di vita così come di lavoro, sono stati devastati dall’inquinamento degli scarichi fognari e di tutto quello che i centri popolati producono, i pozzi hanno sempre meno acqua o quella che hanno è sempre più spesso inquinata già dalla falda da cui attingono, l’acqua intubata per uso domestico in alcuni casi non arriva ai centri abitati o arriva in misure molto scarsa, e non è mai potabile. Nei laboratori si impara quindi a costruire strumenti come: filtri per potabilizzare l’acqua (fatti con sabbia, pietre di fiume e carbone), per smettere di comprare la costosa acqua imbottigliata; bagni secchi, che permettono di far diventare nel giro di 6 mesi concime ciò che invece si sarebbe scaricato nei fiumi, autonomizzando così dalla necessità di connessione alla rete fognaria; scaldabagni solari (fatti con il vecchio copertone di bus, un vetro che lo ricopra e 50 m di pompa per l’acqua); sistemi di raccolta delle acque piovane dai tetti e cisterne per il loro immagazzinamento; filtri vegetali per il riutilizzo delle acque saponose.
La questione dei rifiuti è un emergenza sempre più rilevante: senza contare tutto ciò che è abbandonato nella natura, smaltire la spazzatura è un pesante costo economico e anche una costante minaccia per la salute : si paga il camion dei rifiuti, sia esso privato o pubblico, ogni volta che porta via il proprio sacco di spazzatura, le discariche sono sempre più piene, vengono costruite vicino a centri abitati, e portano sempre più costantemente malattie e inquinamento dell’aria, dell’acqua e della terra. Si impara dunque come affrontare il problema su due livelli: un primo dando ai materiali di scarto nuovo valore d’uso attraverso il riciclo diretto, con la costruzione di oggetti e strumenti che possano servire alla vita quotidiana, un secondo di più vasta portata, basato sulla condivisione della conoscenza necessaria all’organizzazione a livello comunitario di un sistema di raccolta e differenziazione dei rifiuti, in modo che siano le stesse comunità a rivendere ciò che si è differenziato ai centri di riciclo: una comunità che è stata di ispirazione su questo percorso, è riuscita in questo modo a far diventare lo smaltimento, da costo privato dei suoi abitanti, un guadagno diretto da reinvestire in strutture e attività comunitarie.
La terza area di attività pratiche è relativa al cibo: la preoccupazione sulle malattie derivate dagli alimenti di produzione industriale, così come le difficoltà derivanti dal loro crescente costo, ha portato alla costituzione di laboratori di agricoltura ecologica in cui si apprende a coltivare direttamente le proprie verdure e piante medicinali. Senza l’uso di prodotti chimici e anche con ridotti spazi a disposizione, ci si occupa quindi di tutto il relativo processo: dalla ricerca dei semi, all’uso di pesticidi e concimi naturali, alla raccolta di ciò che si è seminato, si compiono piccoli passi per il recupero della sovranità alimentare familiare e comunitaria.
In questo processo, il fine ultimo non è la semplice realizzazione del laboratorio e della tecnica ecologica, il percorso che si intraprende vuole arrivare ad una più ampia portata: riunirsi per imparare assieme come affrontare la situazione attuale, implica prima di tutto la volontà di rigenerare il tessuto sociale comunitario e rinvigorire, attraverso la condivisione, le relazioni e i legami che lo compongono: è solo da qui che può partire la ripresa in mano delle proprie vite, la costruzione dell’autonomia. Questo significa cercare che le comunità diventino in breve tempo autonome dalla Unitierra stessa: il principio di gratuità dei laboratori comporta un impegno morale, quello di condividere la conoscenza appresa con le altre famiglie della comunità, l’idea è che dopo alcune sessioni dello stesso laboratorio, le tecniche ecologiche vengano fatte proprie e non abbiano più bisogno di alcun esterno per continuare ad essere implementate. In alcuni casi inoltre, sono stati gli stessi partecipanti a diventare “promotori locali” dei laboratori stessi, ovvero attivi nel condividere la conoscenza delle tecniche ecologiche nella propria o in altre comunità.
Nella fase attuale è emersa la spinta verso tipi di attività che vadano oltre l’immediatezza delle tre appena descritte, la Unitierra sta dando per esempio supporto alla costituzione di cooperative di giovani delle comunità che gli permettano di ottenere un’entrata economica dignitosa attraverso la realizzazione di attività integrate alla rete dei processi di autonomia comunitaria: la costruzione delle strutture per i bagni secchi, il riciclo di determinati materiali etc.

Le comunità di Oaxaca
È interessante soffermarci un poco su come sono le comunità in cui mettiamo in pratica queste alternative. Si tratta di comunità indigene, o di origine indigena, rurali e urbane, ovvero paesi e quartieri nella regione delle Valli Centrali di Oaxaca. Questi paesi e quartieri mantengono, alcuni più ed altri meno, forme organizzative comunitarie, ed è per questo che si concepiscono come comunità e si reggono costituzionalmente per “usos y costumbres” (usi e costumi). Questo significa che hanno un sistema di governo comunitario (che molto spesso coincide con il livello di amministrazione pubblica municipale) diverso da quello rappresentativo ed elettorale. Le comunità che si reggono sugli usi e costumi, infatti si governano attraverso un’assemblea di tutta la comunità che prende le decisioni attraverso il consenso. Le autorità municipali o comunitarie sono nominate in questo modo e offrono un servizio gratuito da uno a tre anni, oltre alle autorità (presidente municipale, segretario/a, tesoriere/a, etc.) le comunità si organizzano attraverso comitati e incarichi. I comitati sono gruppi di persone che si occupano di temi specifici della comunità, i comitati più comuni sono quelli della scuola, dell’acqua e i canali d’irrigazione, delle terre comunali, delle feste del paese etc. In molte comunità anche il servizio di sicurezza e di giustizia è gestito a livello comunitario, per cui gli abitanti della comunità fanno dei turni di servizio gratuito come “poliziotti” o meglio guardiani della comunità. Un pilastro importante delle comunità è il cosiddetto tequio, ovvero il lavoro collettivo gratuito di tutta la comunità per il beneficio comune (esempio: costruzione di un’opera pubblica, o pulizia dei canali d’irrigazione o del cimitero, etc.). Gli ambiti di lavoro in comune sono quelli che contribuiscono al rafforzamento del tessuto sociale.
È chiaro che questi sistemi comunitari non si trovano isolati e pertanto non sono quasi da nessuna parte “puri” ma si ibridano con il sistema statale e dei partiti e con l’economia di mercato, che nella maggior parte dei casi ha una funzione di disgregazione del tessuto comunitario. Quindi esiste una tensione costante tra le pratiche comunitarie e le logiche di potere e di risoluzione individualista della vita. Le pratiche promosse all’interno dell’Unitierra, in questo contesto, puntano percfiò a rafforzare le pratiche comunitarie già esistenti e a recuperarle dove si sono perse.
Oltre agli incontri nelle comunità, un’altra delle iniziative in corso, nata a partire dalle riflessioni del Seminario, è quella di Radio Unitierra, un progetto che sta nascendo sulla base dell’esperienza delle radio comunitarie che si sono diffuse molto a Oaxaca e in altre parti del Messico negli ultimi anni, come mezzi di comunicazione autonomi e alternativi ai media di massa. A Oaxaca le radio comunitarie e del movimento sociale hanno svolto una funzione importantissima, specialmente durante il 2006 con il movimento della Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca (APPO) quando per mesi interi la popolazione ha occupato le radio e le televisioni commerciali locali per diffondere la parola della APPO e della gente. Da quel momento si è riscoperta l’immenso potenziale dei mezzi di comunicazione autonomi e molte comunità hanno istallato le proprie radio comunitarie dove possono trasmettere nella propria lingua e parlare delle cose che realmente riguardano la comunità. In questo senso Radio Unitierra si concepisce come un progetto di radio urbana che possa diventare un punto d’incontro anche per le radio comunitarie circostanti.

Un altro tema ricorrente nel Seminario Caminos de la Autonomia è quello del modo di resistere delle comunità zapatiste. Quest’anno dopo alcune forti aggressioni paramilitari a alcune comunità, alcuni partecipanti del seminario hanno sentito la necessità di dimostrare più attivamente la loro solidarietà sulla base dell’idea che difendere lo zapatismo oggi, significa difendere anche noi stessi, per la speranza e il cammino che rappresentano. Per cui si è dato vita al Circolo di Informazione e Sostegno “Veredas Autonomas” (Sentieri Autonomi) che sta iniziando a fare attività di diffusione e solidarietà con gli zapatisti e con altre lotte sul cammino dell’autonomia come per esempio “Las Abejas”, organizzazione indigena pacifista del Chiapas.
In generale, si può dire che la Unitierra è un contenitore che funge da laboratorio per iniziative autonome. Gli esempi sono innumerevoli e si trovano anche nel passato, tra questi vale la pena citare il Centro Autonomo di Creazione Interculturale di Tecnolgie Appropiate (CACITA), un’idea nata all’interno dell’Unitierra e ora con vita propria, grazie alla quale si è dato vita a uno spazio di generazione di innovazioni tecnologiche a servizio delle persone o strumenti conviviali (in termini di Illich) come per esempio le bici-macchine. Altre come la campagna “Sin maíz no hay país ” (Senza mais non c’è paese) o la cooperativa di produzione interculturale di cioccolata Chocosol anch’esse generate col supporto di Unitierra e ora autonome: la prima è impegnata a livello nazionale nella difesa delle innumerevoli varietà di mais nativo (l’elemento millenario a cui è legata la nascita della vita e delle molteplici culture mesomericane, nonché tuttora alimento base del paese) dai forti tentativi di imposizione delle sementi ogm brevettate delle multinazionali, sempre più sostenute dai governi nazionali e statali; la seconda, mettendo in relazione luoghi distanti come Oaxaca, Chiapas e Toronto, ha portato alla produzione di cioccolata attraverso l’utilizzo di strumenti conviviali come forni solari e bici-macchine, generando un meccanismo di scambio basato sul commercio orizzontale, permettendo così di creare attività autonome basate su un lavoro dignitoso e ben remunerato per tutti gli attori coinvolti nel circuito.
Oltre alle iniziative pratiche, la Unitierra ha sempre favorito l’esistenza di gruppi di studio, ricerca e riflessione su temi specifici (per esempio qualche anno fa si è portato avanti un seminario sulle culture orali). In questo momento si sta realizzando un seminario sia presenziale sia in linea, sul pensiero di Marx e Illich coordinato da Gustavo Esteva e un gruppo di ricerca sul lavoro non salariato a Oaxaca.

Conclusione
In conclusione, suonerà forse banale dire che non è semplice poter descrivere a parole quello che sta succedendo e che ogni giorno si vive, attraverso la Universidad de la Tierra. La costruzione dell’autonomia, è un cammino, non un piano di tappe prestabilite, il suo cuore è il noi, fatto di vite e le relazioni, persone in carne e ossa, è solo questo noi a compiere passi nel mondo reale, nel qui che ci circonda, nell’ora in cui siamo immersi, riscrivendo la sua storia ogni giorno. Senza di esso, tutto ciò che abbiamo appena descritto in questo testo, semplicemente non sarebbe stato possibile. Al contrario vediamo con sorpresa come, nella sua persistenza, la riaffermazione del noi si stia giorno per giorno allargando, in maniera radicalmente plurale, senza controllo e tentativi di indottrinamento: per contagio. Amici vicini e lontani, comunità così come quartieri urbani, dentro e fuori dal Messico e da Oaxaca, accogliendo questo messaggio, fanno propria la volontà di riprendere in mano le proprie vite. Così come la Universidad de la Tierra è sorta in California, in Chiapas e a Puebla, altri, partendo da ambiti diversi, camminano verso l’autonomia a volte senza neanche necessità di darsi un nome, in maniera simile però, si riappropriano del linguaggio quotidiano e del fare come perni dell’inversione politica.
Per questo si può forse dire che non è solo la critica di Illich ad ispirare la Unitierra, non solo si è fatto tesoro della sua cassetta degli attrezzi, grazie a cui interpretare quello che sta succedendo attorno a noi, nel mondo.
In maniera esplicita o meno, si mantiene vivo e si rinnova anche il suo invito, tutt’altro che obsoleto: guardare in faccia la realtà e vivere un reale cambiamento. Con parole semplici e chiare, quasi cinquant’anni fa, insieme ad alcuni amici, lo definì una chiamata alla celebrazione.
Veniva descritta così:
“Noi dobbiamo viverli, questi cambiamenti; non possiamo soltanto pensare al cammino da fare verso una nuova umanità. Ciascuno di noi e ciascuno gruppo col quale viviamo e lavoriamo deve diventare il modello della nuova età che vogliamo creare. Tutti questi modelli che si verranno sviluppando potranno fornire a ciascuno di noi la condizione reale in cui è possibile celebrare ogni nostra potenzialità e scoprire il cammino verso un mondo più umano. […]
Noi possiamo uscire da questi sistemi disumanizzanti. La via per andare avanti sarà trovata da quanti non accettano l’apparente totale determinismo delle forze e delle strutture dell’epoca industriale. La nostra libertà e il nostro potere di agire, dipendono dalla volontà di assumerci la responsabilità del futuro. […]
La celebrazione di questa umanità dell’uomo mediante l’unione di tutti, mediante la guarigione delle ferite esistenti nelle relazioni reciproche, dove ciascuno accetta sempre più la natura dell’altro e sopperisce alle sue necessità, creerà indubbiamente nuove occasioni di confronto per mettere in discussione i valori ed i sistemi esistenti. Una più ampia dignità di ogni uomo e delle sue relazione con gli altri uomini, non può che essere una sfida per il sistema esistente.
Questo è un appello a vivere il futuro. Uniamoci tutti insieme nella gioia per celebrare la nostra consapevolezza di questo grande fatto: noi possiamo costruire la nostra vita oggi sull’immagine di quella di domani.”2

Questo testo presenta e racconta l’esperienza diretta di Irene Ragazzini e Claudio Orrù nella Unitierra di Oaxaca. È stato preparato per il convegno su Ivan Illich, tenuto a Lucca nei primi giorni di dicembre del 2012.

*Gustavo Esteva ama dichiararsi un intellettuale deprofessionalizzato ed è il fondatore dell’Universidad de la Tierra, a Oaxaca, Messico. La sua vita è fatta di molte rotture: nei primi anni ’60 è giovane dirigente della Ibm e poi della Banca pubblica del commercio, mentre comincia il suo impegno in gruppi di ispirazione marxista che poi abbandona per le loro posizioni sulle lotte contadine. Dal 1970 al 1976 è un funzionario del governo del presidente Echeverría. Economia e alienazione è il titolo del suo primo libro, scritto per mettere in discussione lo sviluppo statalista. Poco dopo comincia il suo lavoro per organizzazioni non profit e diventa amico e collaboratore di Ivan Illich, ma anche consulente per l’Esercito zapatista di liberazione nazionale in Chiapas ai negoziati con il governo.
«Ho il sospetto che la rottura più importante della mia vita – ha raccontato – si è verificata quando ho cominciato a ricordare le esperienze con mia nonna da bambino. Non poteva venire a casa nostra a Città del Messico perché era indigena. Mia madre non le permetteva di parlare con noi in zapoteco o raccontarci storie della sua comunità. Ma io adoravo mia nonna e durante le vacanze riuscivo a stare con lei molto tempo…». Dalla fine degli anni ’80, Esteva vive nello stato di Oaxaca e ha dedicato il suo lavoro di ricerca alla critica profonda dell’idea di modernità occidentale, partendo dal punto di vista e dall’idea di cambiamento di alcune comunità indigene.
Esteva è autore di numerosi saggi per riviste e di diversi libri, tra quelli tradotti in italiano, Elogio dello zapatismo per Karma edizioni e La comune di Oaxaca per Carta. L’ultimo è Antistasis. L’insurrezione in corso, edito da Asterios.
Video realizzato nei primi giorni del 2013 al Cideci Centro Indigena De Capacitación Integral nel seminario sul pianeta e i movimenti anti-sistemici: