lunedì 14 febbraio 2022

In Chiapas di fronte all’abisso - Gustavo Esteva

 

Il Chiapas non è sull’orlo dell’abisso. È già caduto in un abisso che sembra imperscrutabile. Una tale caduta provoca immense sofferenze a coloro che vivono lì. Il loro dolore e la loro rabbia spesso esprimono disperazione. Non trovano via d’uscita da una situazione che ci sta cadendo addosso dappertutto. È cinico asserire che dobbiamo imparare a spese degli altri. Ma la solidarietà con coloro che sono lì può servire da autoprotezione.


Lì c’è una storia antica, fatta di secoli di scandalosa oppressione. Nel 1994 alcuni chiapanechi dissero che lo spirito rivoluzionario era finalmente apparso in Chiapas: con 200 anni di ritardo rispetto alla rivoluzione francese e quasi un secolo dopo quella messicana. Affinché lo zapatismo non si diffondesse, il governo, ad esempio, distribuì terra a vanvera, riempiendo i proprietari delle fincas di denaro e rancore. [Il governo pagò prezzi esorbitanti per le terre espropriate, spesso lasciate incolte – ndt]. La riforma agraria cominciò finalmente ad essere attuata nello Stato.

 

Decenni di campagna anti-zapatista del governo federale hanno lasciato profonde scie di corruzione e violenza, consolidando nel potere politico ed economico dello Stato un gruppo irresponsabile e criminale, tanto razzista quanto illegittimo. Il peggio è arrivato negli ultimi tre anni, quando sono cadute sul Chiapas tutte le espressioni delle fobie e delle manie che caratterizzano l’attuale amministrazione, con una grave disgregazione delle basi di convivenza per l’arrivo di forze esterne: la Guardia Nazionale e i cartelli [della droga, ndt]. Sono strumenti per gestire l’oscena e permeabile barriera alla migrazione di massa dall’America Centrale e per altri scopi.


Il Chiapas è una chiara prova della scomparsa dello Stato di diritto, che travolge il mondo intero. La legge è usata come garanzia dell’impunità. Le norme sono applicate in modo casuale e appellarsi ad esse è inutile. Crimini efferati vengono continuamente commessi di fronte all’indifferenza o alla complicità delle autorità, della polizia e della Guardia Nazionale, mentre il sistema giudiziario è al servizio del miglior offerente.

In Chiapas, abbondano le prove dell’associazione di gruppi criminali con funzionari di tutti e tre i livelli di governo [federale, statale, municipale – ndt], con società private e con cacique locali. Non è possibile distinguere il mondo della criminalità da quello delle istituzioni. Il narco-stato ha un altro significato. I cartelli occupano territori e sfere dei governi e questi, da parte loro, usano i gruppi criminali come strumento di controllo sociale. Entrambi lacerano il tessuto sociale che permetteva la convivenza o almeno la sopravvivenza.


Per organizzare il pensiero e l’azione non è più possibile fare generalizzazioni. I giudizi morali e le conclusioni analitiche diventano confusi se espressi in categorie o classi. Il caso dei Motonetos, gruppi di giovani in scooter che attraversano San Cristóbal commettendo abusi, è un buon esempio. Alcuni sono nati per proteggere i loro quartieri dal crimine: arrestavano i ladri e li consegnavano alla polizia. Una volta motorizzati, hanno iniziato ad essere assunti da autorità e organizzazioni per altri scopi. Sono costituiti da indigeni urbani, il che implica che sono stati sottoposti a umiliazioni e disprezzo da quando sono nati.
Di fronte alla violenza scatenata, suona bene predicare la nonviolenza, ricordare che l’“occhio per occhio” ci lascia tutti ciechiI gruppi di autodifesa, armati per affrontare i criminali, dovrebbero essere condannati? O al contrario, dovrebbero essere osannati tutti quanti, come un’opzione autonoma di quartieri e comunità, anche se non è ben noto chi c’è dietro ogni gruppo, chi li arma, al servizio di chi agiscono?


In tutto il mondo si sta approfondendo la trasformazione di un modo di produzione in un modo di espropriazione, che ha bisogno di usare il controllo e la paura. Piuttosto che organizzare la produzione e il consumo per il profitto di alcuni, si cerca un saccheggio continuo e generale, che richiede inevitabilmente l’uso della forza. In mezzo alla confusione, al disordine e allo smarrimento, diventa chiaro che non ci si può aspettare nulla dall’alto. Il colore ideologico di coloro che presiedono i governi e le grandi imprese è irrilevante. E in basso? Cosa fare qui in basso, quando i quartieri e le comunità sono già contaminati da ogni tipo di forze e intimidazioni?


Non ci sono risposte chiare. Una di esse consiste nella costruzione di catene di fiducia, quelle che si creano da persona a persona, che si basano sull’esperienza e sull’impegno reciproco, quelle che si intessono a partire dall’amicizia e dall’interazione diretta e personale. Riparano il tessuto sociale lacerato giorno dopo giorno. Contano anche, e in modo decisivo, i legami e gli spazi di comunità e di quartiere che sono riusciti a mantenersi e prosperare, nonostante l’orrore, e oggi costituiscono solide organizzazioni per intraprendere la ricostruzione dal basso. Spesso riflettono anni di impegno da parte di organizzazioni ecclesiali di base o gruppi di altra natura.

Il Viaggio in Europa degli zapatisti, La Travesía, assume un nuovo significato in queste circostanze. Le notizie che ci arrivano da lì cominciano ad essere fonte di speranza. Le zapatiste e gli zapatisti hanno ascoltato con attenzione l’Europa ribelle, quella che sta in basso, e imparano da essa cosa si può fare anche nelle condizioni più difficili. Inoltre, tessono con gruppi agguerriti ed esperti legami di solidarietà e mutuo aiuto che saranno decisivi se le cose, per quanto già terribili, peggioreranno ancora.


gustavoesteva@gmail.com

Fonte: “Ante el abismo”, in La Jornada
Traduzione a cura di Camminardomandando.

 

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