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lunedì 29 settembre 2025

Il colosso Fox Petroli chiede 2 milioni di euro a due attivisti di Pesaro che si battono contro l’impianto Gnl - Luisiana Gaita

 

Nelle prossime ore si terrà, presso il Tribunale della città marchigiana, il primo incontro della procedura di mediazione. Se non andrà a buon fine, partirà il processo per diffamazione. . Le ong: "Davide contro Golia. È una slapp"

Davide contro Golia. La Fox Petroli spa chiede 2 milioni di euro a due attivisti di Pesaro, accusati di diffamazione e di mettere in atto una “quotidiana campagna denigratoria e persecutoria” verso la società. Tutto nell’ambito di una battaglia contro il progetto per la riqualificazione del deposito di stoccaggio di prodotti petroliferi liquidi e la realizzazione di un impianto di liquefazione di gas metano in rete, nel quartiere della Torraccia. Ma la vicenda cattura l’attenzione di diverse organizzazioni internazionali che ritengono la causa civile intentata un caso di slapp (strategic lawsuit against public participation), le cause temerarie intentate per bloccare gli attivisti e contro cui esiste una direttiva Ue che l’Italia recepirà nel 2026. E la vicenda è all’esame anche dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Nell’atto di citazione, di fatto, la Fox Petroli riporta le dichiarazioni contenute in un comunicato diffuso dalla stampa, ma anche quelle riportate nell’esposto inviato dai due attivisti Roberto Malini, co-presidente di EveryOne Group e Lisetta Sperindei, ex consigliera comunale e dal comitato ‘Pesaro: no Gnl’ alla Procura, ai ministeri dell’Ambiente e della Salute e ad altre istituzioni competenti locali e nazioni.

Il tentativo di mediazione – L’esposto è solo una delle azioni intraprese per fermare il progetto e chiedere l’esecuzione di nuove analisi per verificare eventuali danni ambientali. Nelle prossime ore si terrà, presso il Tribunale di Pesaro, il primo incontro della procedura di mediazione avviata dalla società Fox Petroli, strumento previsto dalla legge come tentativo obbligatorio e preliminare rispetto all’apertura di un eventuale processo. Se questo dovesse fallire, una prima udienza si terrà il prossimo 22 dicembre.

Il ricorso presentato dagli attivisti – Nella loro denuncia, presentata a maggio 2025, gli attivisti hanno segnalato “una situazione di grave rischio ambientale e sanitario” presso il sito Fox Petroli di Pesaro, area da decenni sede di attività industriali legate alla lavorazione e allo stoccaggio di idrocarburi nonostante la vicinanza a una zona ad alta densità abitativa. Nel ricorso si parla di “uno stato di degrado”, concetto ribadito anche nel comunicato stampa ed “evidenti problematiche di contaminazione, sia del suolo che delle falde acquifere”, facendo riferimento a “studi preliminari e segnalazioni della cittadinanza” che “indicano la presenza di contaminanti nel terreno e nelle acque sotterranee”. Secondo i ricorrenti il progetto di impianto di liquefazione GNL, se realizzato, “aggraverà ulteriormente” la situazione. E si chiede si “avviare un’indagine ambientale urgente per analizzare il suolo e le falde acquifere del sito”.

La reazione della Fox Petroli – “Indagini, nel frattempo, sono state disposte dalla Procura, mentre il Comitato tecnico regionale dei vigili del fuoco ha espresso parere negativo vincolante sul progetto, determinando la decadenza automatica della Valutazione di impatto ambientale positiva precedentemente rilasciata alla società” racconta a ilfattoquotidiano.it lo stesso Malini. Così, il 14 maggio scorso, gli avvocati della società Fox Petrol S.p.A. hanno presentato al Comune di Pesaro una richiesta formale di accesso agli atti amministrativi, per ottenere copia dell’esposto trasmesso alla Procura dagli attivisti. “L’esposto era stato inviato anche per conoscenza all’Ufficio Ambiente del Comune di Pesaro, ma non era destinato alla diffusione, in quanto parte integrante di un procedimento d’indagine in corso” spiega Malini. E aggiunge: “Nonostante la nostra richiesta di non trasmettere tale documento, il Comune ha accolto l’istanza della Fox”. E così è arrivata la reazione della società che prevede un investimento nell’impianto di almeno cinquanta milioni di euro. “Si getta discredito su una società per azioni, che ha un fatturato di decine di milioni di euro” scrive nell’atto di citazione. I due attivisti sono accusati di procurare allarme nella popolazione “diffondendo notizie false e diffamatorie sulla società” e sui suoi impianti, attraverso “una quotidiana campagna denigratoria e persecutoria verso Fox Petroli”. I passaggi contestati? L’azienda respinge ogni riferimento al “degrado” nel sito e possibile “contaminazione di aria, suolo e falde acquifere”, oltre che ai “potenziali rischi per la salute”. Per Fox Petroli si tratta di accuse totalmente infondate.

Gli attivisti mantengono la loro posizione – Ma i due attivisti ribadiscono la loro posizione. “Le nostre dichiarazioni – racconta Malini – si basano su documenti ufficialirelazioni tecniche, analisi ambientali e atti pubblici, e rivendicano il diritto-dovere della società civile di esprimersi su questioni di salute pubblica, sicurezza e tutela dell’ambiente. Il sito di cui si parla è stato storicamente destinato ad attività petrolifere per oltre un secolo, ma è adiacente a un’area naturalistica tutelata, l’Oasi del fiume Foglia e a un centro urbano densamente popolato”. E ricorda la il parere negativo al nuovo progetto del Comitato tecnico regionale dei Vigili del fuoco. Tra le ragioni “l’esistenza di serbatoi interrati risalenti agli anni ’50, a fondo unico e privi di impermeabilizzazione – racconta Malini – l’elevato rischio di contaminazione per suolo e falde e l’inadeguatezza delle condizioni di sicurezza rispetto agli standard vigenti”. Per l’attivista, questi rilievi “non solo giustificano l’utilizzo del termine ‘degrado’, che è il passaggio più contestato dall’azienda nel nostro comunicato, ma lo rendono necessario in una comunicazione rivolta all’opinione pubblica, alle istituzioni e ai media”.

Il sostegno delle organizzazioni anti-slapps – Il caso ha catturato l’attenzione di diverse organizzazioni internazionali come FrontLine Defenders, realtà associata alla rete Coalition Against Slapps in Europe (Case) e Net4Defenders. “Anche con il loro supporto, abbiamo segnalato il caso allo Special rapporteur Onu sui difensori dei diritti umani e all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani” spiega Roberto Malini. Secondo la Coalition Against Slapps in Europe il caso presenta diverse caratteristiche tipiche delle Slapp, in primis la grande differenza sul piano economico tra le parti – l’azienda petrolifera da un lato e i due attivisti dall’altro – e poi “la sproporzione tra le dichiarazioni rese e la cifra richiesta” spiegano da Case, oltre che “l’indiscutibile interesse pubblico del progetto e delle possibili conseguenze che da esso potrebbero ricadere sulla comunità”. “Parte la mediazione – aggiunge Malini – ma noi no ritrattiamo su informazioni basate su documenti ufficiali e relazioni tecniche”.

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lunedì 6 maggio 2024

4 fondi “sostenibili” su 10 investono nelle società dei combustibili fossili - Maurizio Bongioanni

 

Aumentano le temperature globali, così come aumenta il numero di cittadini dell’Unione europea che vogliono assicurarsi che i propri investimenti non danneggino l’ambiente. Uno studio del 2023 condotto dall’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma) ha evidenziato come la domanda di fondi che pubblicizzano il proprio impatto positivo sulle questioni ambientali, sociali e di governance (ESG) abbia superato gli altri tipi di fondi negli ultimi sei anni.

Questo ha portato a un enorme cambiamento nei flussi finanziari. Alla fine dell’anno scorso, il 60% degli investimenti europei era detenuto in fondi “sostenibili”, secondo il fornitore di dati finanziari Morningstar. Ciò equivale a circa 5mila miliardi di euro, più del doppio del bilancio dell’Ue per l’azione sul clima dal 2021 al 2027.

Per Follow the Money, il 40% dei fondi sostenibili è a rischio greenwashing

Scegliere in quale fondo investire può essere molto complicato. Ci sono migliaia di opzioni che promettono di fornire rendimenti mentre salvaguardano l’ambiente. Per la precisione, sono più di 2.300 fondi in Europa, di cui 1.277 disponibili per essere analizzati. A offrirli, piccoli fornitori così come grandi nomi del calibro di UBS, HSBC e BlackRock. Di fronte a così tante opzioni, non sorprende che la maggior parte delle persone prenda le proprie decisioni semplicemente in base a come un fondo si presenta.

Un ragionamento logico ma anche pericoloso. La piattaforma Follow the Money, insieme al gruppo investigativo olandese Investico, ha scoperto che quattro fondi su dieci (quindi il 40%) che si pubblicizzano come sostenibili detengono invece investimenti in aziende che si occupano di combustibili fossili. E ciò succede in aperta violazione delle nuove regole che entreranno in vigore in tutta l’Unione europea quest’anno. 

I tentativo dell’Unione europea di fermare il greenwashing

A Bruxelles, si sta tentando di porre un freno al greenwashing. Ovvero alle pratiche con cui le aziende presentano le proprie operazioni o i propri prodotti come ambientalmente sostenibili quando non lo sono. 

Nel 2021, l’Unione europea ha introdotto il regolamento sull’informativa di sostenibilità dei servizi finanziari (SFDR). L’obiettivo è quello di rendere il profilo di sostenibilità dei fondi più comparabile e di facile comprensione per gli investitori. Eppure, come hanno dimostrato le indagini di Follow the Money e dei suoi partner, queste regole si sono rivelate inefficaci. La Commissione europea, quindi, sta ora considerando un nuovo sistema per rendere più chiaro quali aziende appartengano a un fondo sostenibile e quali no.

In questa direzione sta lavorando l’Esma, che ha fatto leva sulle leggi sulla protezione dei consumatori per istruire gli enti regolatori nazionali su come affrontare il greenwashing. Per esempio, le nuove linee guida che entreranno in vigore quest’anno stabiliscono cosa significa sostenibile in termini più concreti, con tanto di parametri numerici. I fondi che si descrivono “sostenibili” non potranno investire in aziende che traggono più dell’1% del loro fatturato dal carbone, più del 10% dal petrolio o più del 50% dal gas.

L’indagine di Follow the Money sul greenwashing dei fondi ESG

Follow the Money e Investico hanno indagato su quanti fondi dovranno allinearsi a queste nuove regole. I giornalisti hanno raccolto dati su circa 1.300 fondi elencati nel database di Morningstar che usano termini legati alla sostenibilità ambientale. Hanno quindi analizzato quasi 300mila investimenti effettuati da questi fondi, per un totale di 525 miliardi di euro. E li hanno messi a confronto con le regole dell’Esma.

I risultati non sono stati positivi. Più del 40% di questi fondi sostenibili detiene investimenti in aziende che traggono ricavi significativi dai combustibili fossili. Nei Paesi Bassi, più della metà dei fondi destinati ai consumatori viola le nuove regole. In Danimarca, Svizzera, Spagna e Italia la percentuale sfiora il 50%.

I due maggiori “colpevoli” sono il gigante degli investimenti statunitense BlackRock e il gestore patrimoniale francese Amundi. Ciascuno di essi ha pubblicizzato circa 40 fondi utilizzando termini come “ESG” e “sostenibile”, nonostante detenessero azioni di aziende petrolifere. BlackRock ha investito più di due miliardi di euro in questi fondi spacciati per green. Gli investimenti di Amundi invece superano i 575 milioni di euro, comprese le azioni della compagnia petrolifera statale saudita Saudi Aramco.

Le compagnie fossili più popolari tra i fondi sostenibili

La compagnia petrolifera più popolare è TotalEnergies. Quasi un quarto dei fondi “verdi” che detengono azioni in aziende petrolifere, del carbone e del gas investono in Total, compreso il “sostenibile” fondo azionario europeo di BNP Paribas. In tutto, sono 143 fondi che investono complessivamente 1,1 miliardi di euro in una delle più grandi compagnie fossili al mondo.

Ma TotalEnergies è in buona compagnia. I fondi ESG della banca olandese ABN Amro investono in Shell, quelli di Swiss Life in ExxonMobil e quelli della statunitense Northern Trust in ConocoPhillips. La tedesca DWS offre fondi ESG che investono in Pembina Pipeline Corporation, società che costruisce oleodotti utilizzati per l’estrazione di sabbie bituminose negli Stati Uniti. Infine, i giganti bancari HSBC e UBS detengono azioni di Aker BP, una compagnia petrolifera norvegese che sta cercando nuovi giacimenti di petrolio e gas nelle zone incontaminate dell’Artico.

In Italia, la metà dei fondi sostenibili investe nelle fonti fossili

Il problema riguarda anche l’Italia. Come ripotato da IrpiMedia (che ha partecipato all’inchiesta), nel nostro Paese ci sono 493 fondi di investimento che si definiscono ESG. Di questi, circa la metà (240, per la precisione) mantiene nel proprio portafoglio investimenti in aziende fossili. Parliamo di circa 68 milioni di euro dedicati a investimenti fossili su un totale di 2 miliardi e 20 milioni. 

«Ma, per quanto la quota di investimento nei fossili sia bassa, il problema sta in quello che questa percentuale rivela. Le industrie in cui questi fondi investono sono infatti Chevron, TotalEnergies, Shell, OMV, Eni, Marathon Petroleum, Repsol, Engie: tutti colossi dell’energia fossile» scrive IrpiMedia.  

Cosa vuol dire davvero “sostenibile” nel mondo della finanza

«Molto deve ancora cambiare», ha dichiarato a Follow the money Joost Schmets, del gruppo di difesa European Investors-VEB, dopo aver esaminato i risultati dell’inchiesta. «Ci sono ancora troppi gestori di fondi che pensano: “Attirerò le persone con termini come ESG senza cambiare nulla del mio portafoglio”. Ma chi cerca un fondo ESG non vuole investire in società di combustibili fossili». 

Secondo gli esperti, gran parte del problema è dovuto alle ampie definizioni di “verde” o “sostenibile” e ai modi in cui le istituzioni finanziarie possono distorcerle per adattarle ai propri scopi. Gli investitori utilizzano il termine “sostenibile” in maniera troppo vaga e per indicare qualsiasi tipo di impegno. Le linee guida dell’Esma dovranno risolvere questo dilemma una volta per tutte. 

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mercoledì 17 aprile 2024

Lunga vita al fossile - Luca Manes

Il G20 assicura una pioggia di sussidi pubblici alle fonti fossili: 142 miliardi di dollari in tre anni. L’Italia ne eroga più degli Usa

Il nuovo rapporto di Oil Change International e Friends of the Earth Stati Uniti, a cui ReCommon ha contribuito, rivela come fra il 2020 e il 2022 le istituzioni finanziarie pubbliche dei paesi del G20 e le banche multilaterali di sviluppo hanno concesso al comparto fossile sussidi per 142 miliardi di dollari.

Il dato proviene da documenti accessibili su database pubblici, integrati da quelli presenti su portali specializzati. Tuttavia, si riscontrano diverse limitazioni dovute alla mancanza di trasparenza delle istituzioni finanziarie e dei governi. Ciò significa che la cifra è, purtroppo, sottostimata. L’impiego di questa ingente somma di denaro pubblico per le fonti fossili sta attivamente ostacolando qualsiasi progresso verso una giusta transizione energetica e, più in generale, ecologica.

La maggioranza dei finanziamenti pubblici per i combustibili fossili è destinata al gas (estrazione, produzione, trasporto e stoccaggio), con circa il 54% del totale, mentre il 32% va a progetti misti di petrolio e gas.

La classifica dei paesi del G20 per sostegno pubblico all’industria estrattiva vede l’Italia tristemente al comando tra quelli europei. Il nostro Paese si posiziona al 5° posto a livello globale, scavalcando addirittura gli Stati Uniti, la Federazione russa e l’Arabia Saudita.

Sono le agenzie di credito all’esportazione a tirare le fila di questo esorbitante flusso di denaro destinato all’energia fossile: da queste è passato il 65% di tutto il supporto finanziario pubblico a petrolio e gas tra il 2020 e il 2022.

È per l’operatività della sua agenzia di credito all’esportazione che l’Italia è così in alto nella classifica dei paesi finanziatori di petrolio e gas. Controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze, fra il 2016 e il 2023 SACE ha emesso garanzie (assicurazioni sui progetti o garanzie sui prestiti per la realizzazione dei progetti) per il settore degli idrocarburi pari a 20 miliardi di euro, che rappresentano una fetta importante dei cosiddetti “sussidi ambientalmente dannosi” italiani. Una cifra che equivale quasi a una manovra finanziaria.

Questo avviene perché l’Italia, insieme a Stati Uniti, Germania, Giappone e Svizzera, non ha messo in atto serie politiche per porre fine al sostegno pubblico internazionale ai combustibili fossili entro il 31 dicembre 2022, venendo così meno all’accordo sottoscritto nel 2021 con la “Dichiarazione di Glasgow”.

«La scarsa attuazione della Dichiarazione di Glasgow consente all’Italia di sostenere con soldi pubblici progetti fossili almeno fino al 2028 e, grazie a diverse scappatoie, praticamente per sempre. Al centro di questo sostegno incondizionato c’è SACE», commenta Simone Ogno di ReCommon. «Con il calo costante della domanda di gas in Italia, è ora che il governo smetta di utilizzare la scusa della sicurezza energetica e implementi seriamente la Dichiarazione di Glasgow con una politica adeguata, altrimenti è chiaro che ci troviamo dinanzi all’ennesimo regalo alle multinazionali energetiche», conclude il campaigner.

Una delle poche note positive riscontrate da Oil Change International e Friends of the Earth Stati Uniti riguarda le politiche di esclusione del carbone, che hanno contribuito a eliminare quasi del tutto i finanziamenti pubblici internazionali per il più inquinante dei combustibili fossili. Il sostegno al carbone è sceso da una media annuale di 10 miliardi di dollari nel periodo 2017-2019 a 2 miliardi di dollari nel triennio successivo.

Inoltre, fra il 2020 e il 2022 all’energia pulita sono andati circa 34 miliardi di dollari all’anno. Si tratta della media annuale più alta per i finanziamenti pubblici alle energie pulite dal 2013 – primo anno di pubblicazione del rapporto, una cifra però ancora molto al di sotto di quanto servirebbe per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C.


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domenica 17 dicembre 2023

COP 28, finite le comiche

Cop 28, grottesca o tragica? - Guido Viale 

Erano 97.372 – in rappresentanza di 198 nazioni – i “delegati”
ufficialmente registrati per partecipare, a Dubai, alla ventottesima COP
 (Conferenza delle Parti, in attuazione della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – UNFCCC – varata a Rio de Janeiro nel 1992): tanti quanti gli abitanti di una media città italiana. E tutti arrivati e ripartiti in aereo (i VIP su aerei privati: fanno bene al clima) e alloggiati e nutriti in alberghi che a Dubai non costano meno di 500 euro a notte: a spese, ovviamente dei rispettivi Stati e aziende di appartenenza. Si tratta di ministri, sottosegretari, diplomatici, funzionari governativi, esperti, tecnici, manager, quadri e consulenti aziendali, giornalisti, spie, amanti, rappresentanti di partiti e di associazioni “embedded” (cioè sostenute da Governi o aziende), lobbisti: 2.500 solo per il settore “oil and gas”, il triplo che all’ultima COP. Visti i costi e le prospettive nulle se non negative dei risultati attesi, molte associazioni non embedded si sono risparmiate il viaggio a Dubai, a differenza di quanto accadeva nelle COP precedenti, dove la loro presenza, per contestare la condotta dei rispettivi governi, era massiccia. A Dubai, d’altronde, le contestazioni non sono gradite.

Si è trattato della ventottesima conferenza convocata per affrontare la crisi climatica. In tutte le ventisette conferenze precedenti, con una mobilitazione di delegati da tutto il mondo di consistenza analoga, questi erano riusciti a discutere del clima per giorni e giorni (in media 10 e più per COP) senza mai nemmeno nominare – era un tabù – i combustibili fossili. Cioè, ciò che fin dagli anni ’50 del secolo scorso – ma anche prima – gli scienziati del clima avevano indicato come principale causa del progressivo riscaldamento del pianeta Terra, avvertendo che proseguire nel loro consumo rappresentava una minaccia mortale per il futuro della vita di tutto il genere umano. Detto in altre parole, tutto quel movimento di uomini, donne, denaro e proclami, per farli incontrare una volta all’anno a discutere di clima, era finalizzato a concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica – e non solo quella occidentale; nei paesi del Sud del mondo, i più colpiti dalla crisi climatica, l’attenzione per il problema è ben maggiore – sul dito (lo spettacolo delle COP) invece che sulla luna (i combustibili fossili). Evitando accuratamente di affrontare l’oggetto di cui avrebbero dovuto occuparsi. Adesso, al ventottesimo giro, i combustibili fossili sono stati finalmente nominati nel comunicato finale detto, non so perché, Stocktake: art. 28 D, “transition away from fossil fuels”, cioè abbandonare (?) i combustibili fossili, senza però indicare le tappe di questo abbandono, ma solo l’obiettivo finale dello zero net emissions al 2050, dove, come vedremo, net significa continuare a usarli se si riesce a compensarne o nasconderne – sottoterra – le emissioni. Tutto qui? Sì; ma la cosa è stata presentata come una svolta “storica”.

Sembra una barzelletta. Ma nella nostra epoca non c’è limite al grottesco. Infatti a ospitare COP 28 è stata designata la città di Dubai, capitale degli Emirati Arabi Uniti, uno dei principali produttori e fornitori mondiali di petrolio e gas; e a presiederla è stato nominato il principe Sultan Al Jaber, Ceo, cioè amministratore delegato, della Adnoc, la compagnia di Stato che gestisce le risorse fossili del paese. Come dire portare l’Avis in casa di Dracula. E per non farsi mancare niente, a ospitare la prossima COP (la 29) è già stato indicato l’Azerbaigian, un altro Stato che vive di gas e petrolio. Sono decisioni prese dagli Stati che controllano l’ONU e c’è da chiedersi se in queste scelte abbia prevalso il cinismo o l’insipienza delle loro classi di governo; in ogni caso, ha prevalso la loro miseria. Siamo tutti – noi, la popolazione mondiale – in brutte mani.

E infatti la COP 28 è stata aperta da un intervento di Al Jaber secondo cui la riduzione delle emissioni di gas di serra per contenere la crisi climatica non ha basi scientifiche ed è stata chiusa, prima di approvare per acclamazione lo Stocktake, da una lettera del presidente dell’Opec+ (il cartello dei principali produttori di petrolio del mondo) che  diffidava i convenuti dal metterei in discussione l’utilizzo dei combustibili fossili, posizioni poi solo in parte ammorbidite nello Stocktake. Ma già che erano là a parlare di clima, i grandi produttori e utilizzatori di fossili ne hanno approfittato, a latere della conferenza, per fare accordi e siglare contratti: insomma, a trasformare la COP in una fiera-mercato del fossile.

I risultati si vedono: a fronte del riferimento “storico” ai fossil fuels lo Stocktake ha piantato dei paletti per renderlo del tutto inefficace, promuovendo, accanto all’obiettivo di triplicare le rinnovabili entro il 2030 (ma a molti paesi mancano i mezzi per farlo e la conferenza è stata parecchio attenta a non metterne di sostanziali a disposizione dei paesi più poveri o più colpiti dalla crisi climatica), alcune soluzioni che procrastinano a azzerano l’uscita dai fossili: il gas naturale, rinominato “combustibile di transizione”, con tutto l’apparato di impianti (tubi, metaniere, gassificatori e degassificatori, impianti di termogenerazione, ecc.) che richiedono decenni per essere ammortizzati; il nucleare (solo il ministro italiano Tajani ha avuto il coraggio di nominare la fusione, come se l’avesse già in tasca), in un momento in cui tutti parlano di mini-nucleare (impianti “piccoli” e diffusi, che moltiplicano rischi, costi e militarizzazione del territorio). Ma l’unica impresa (Usa) arrivata a rendere operativa la loro costruzione è appena fallita. Altri impianti sono in costruzione da decenni, mentre quelli esistenti sono sempre più vecchi e insicuri, moltiplicandone rischi e costi. D’altronde tutti ormai sanno che il nucleare costa già ora più del gas e delle rinnovabili; costerà sempre di più e ha, e avrà sempre di più, bisogno di essere sostenuto, anche economicamente, dagli Stati. E, infine il CCS (Cattura e sequestro del carbonio), che consiste nel prelevare la CO2 all’uscita dagli impianti o direttamente in cielo per comprimerla e iniettarla sottoterra o sotto i mari, in giacimenti di petrolio e gas esauriti, da cui poi potrebbe fuoriuscire quando meno te lo aspetti. D’altronde anche questa tecnologia funziona poco, costa carissima: il più grande impianto di CCS del mondo, della Chevron in Australia, è appena fallito anche lui. Ma sono tutte proposte che hanno il solo scopo di rendere meno urgente il passaggio alle rinnovabili, legittimando la prosecuzione del ricorso ai fossili (carbone compreso, il più pestilenziale, ma anche il più utilizzato).

Così, se andiamo a guardare dietro le quinte delle risoluzioni storiche di questa COP, nei programmi di investimento dei principali produttori e utilizzatori di combustibili fossili, scopriamo che, come sostiene lo Stockolm Environment Institute: “I governi hanno ancora in programma di produrre più del doppio della quantità di combustibili fossili nel 2030 rispetto a quello che sarebbe compatibile con la limitazione del riscaldamento climatico a 1,5°C”. Il fatto è, come scrive Mario Tozzi su La Stampa del 13 dicembre, che “nessuno dei potenti del pianeta Terra riesce anche solo a immaginare un mondo senza combustibili fossili e se tu non lo immagini ora, quel mondo non sarà mai possibile”. Dunque, immaginarlo, anche nei suoi risvolti pratici, paese per paese, città per città, strada per strada, per poi imporlo ai nostri governanti, tocca a noi.

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Emiri, nucleare e Istituto Luce - Angelo Tartaglia 

Un osservatore situato in una galassia lontana lontana, ma in grado di assistere in tempo reale alle vicende terrene troverebbe la situazione irresistibilmente comica.

Riassumiamo: la comunità scientifica del nostro pianeta segnala in maniera inequivocabile (nel senso scientifico del termine, con misurazioni effettuate in molti modi diversi da gruppi diversi in luoghi diversi, con raffinatissimi sistemi di calcolo, con stime delle incertezze e così via) che il clima è ormai prossimo a un tracollo, ovvero a un brusco riassestarsi della circolazione atmosferica e marina, nonché del regime e della violenza delle precipitazioni; i prodromi di questo collasso sono peraltro già visibili attraverso il manifestarsi a ritmo accelerato dei cosiddetti “eventi estremi”; danni e sofferenze connessi con questi eventi estremi sono molto ingenti e si scaricano più drammaticamente sulle popolazioni più fragili (la stragrande maggioranza dell’umanità). Tutto questo è direttamente connesso col fatto che l’umanità sta modificando le proprietà fisiche dell’atmosfera con l’immissione a ritmo accelerato dei cosiddetti gas climalteranti, in particolare la CO2, che provengono, in grandissima misura, dall’uso dei combustibili fossili come carbone, petrolio e gas naturale: oggi come oggi essi coprono l’81% del fabbisogno energetico dell’umanità. Dopo decenni da che i primi razionalissimi allarmi sono stati lanciati, i governi – e, più in generale, coloro che hanno potestà di assumere decisioni relative alle politiche energetiche e all’economia della terra intera – hanno cominciato a prendere atto e a riunirsi per concordare il percorso da seguire per riprendere il controllo della situazione e porre fine in primo luogo all’uso di combustibili fossili e poi, comunque, alle devastazioni ambientali che comportano pesanti ricadute sull’umanità come tale e su tutta la biosfera. Sono così nate le Conferenze delle Parti (COP) che anno dopo anno hanno portato alla redazione di importanti dichiarazioni e liste di buoni propositi, cui non sono seguite per lo più azioni concrete, tanto è vero che la quantità di CO2 in atmosfera ha continuato a crescere in maniera accelerata e altrettanto ha fatto il riscaldamento globale.

Bene. Siamo così arrivati alla COP28, ospitata negli Emirati Arabi Uniti, a Dubai, uno fra i paesi col più alto consumo di energia pro capite che deve l’oceano di denaro in cui nuota proprio ai combustibili fossili. A presiedere la conferenza viene chiamato un signore (Sultan Ahmed Al Jaber) che è anche a capo della compagnia petrolifera nazionale di Abu Dabi e che in un’intervista dichiara che non ci sono evidenze scientifiche che il mutamento climatico in atto si fermerebbe abbandonando i combustibili fossili e che facendo a meno del petrolio torneremmo all’epoca delle caverne. Per altro la città di Dubai (come altre tra Arabia Saudita ed Emirati) è uno splendido esempio dell’opposto di quel che bisognerebbe fare per gestire in modo concreto ed equo la situazione: l’esaltazione dello spreco, del lusso e delle differenze è in ogni angolo. Chissà se l’importanza di questa conferenza è confermata dalla straordinaria partecipazione da tutto il mondo. Qualche decina di migliaia di persone (!): tutti competenti ed esperti di questioni climatiche e di economia, naturalmente. Qualche migliaio sono i tipici lobbisti retribuiti dalle grandi imprese dei fossili: chissà cosa saranno lì a difendere? Naturalmente nessuno ha fatto il bilancio del carbonio di questa gigantesca scampagnata planetaria.

Già così il nostro remoto osservatore della galassia menzionata all’inizio avrebbe abbondantemente di che sollazzarsi, ma, per noi che ci siamo dentro, la situazione ha decisamente molto più del tragico che del comico. Tuttavia bisogna riconoscere che già dal secondo giorno la COP28 un risultato lo ha ottenuto: 22 paesi si sono impegnati a triplicare la produzione di energia nucleare entro il 2050, perché questo sarebbe il modo più veloce per liberarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili. Il nostro osservatore galattico sgrana gli occhi: per realizzare una nuova centrale a partire da oggi ci vogliono, dicono le statistiche ed esempi recenti, una quindicina di anni e un sacco di soldi (da 10 a 15 miliardi di euro o, se preferite, dollari a centrale); moltiplicando per tre la produzione mondiale di energia nucleare si arriverebbe a un 12% dell’attuale consumo dell’umanità. Insomma l’energia nucleare in sé non sarebbe risolutiva; non solo, ma gli ingentissimi investimenti (tutti pubblici) richiesti sarebbero in competizione con lo sviluppo delle cosiddette rinnovabili, che, tra l’altro, se consideriamo il sole, hanno una potenzialità pari ad alcune migliaia di volte il fabbisogno umano. Consideriamo anche che le tecnologie richieste dalle rinnovabili (sole, vento e idroelettricità in primis) sono ben note e in generale l’installazione di impianti di produzione è estremamente più rapida della costruzione delle centrali nucleari; anche il problema dell’accumulo dell’energia per trasferirla dalle fasi di sovrapproduzione a quelle di penuria o assenza di produzione ha svariate soluzioni concrete ed è un tema in rapida e positiva evoluzione tecnologica.

Ovviamente i 22 dell’accordo di Dubai sono tutti paesi che hanno già in casa delle centrali nucleari. Per lo più (sicuramente nel caso della Francia, degli Stati Uniti e del Regno Unito) una buona parte delle loro centrali sono “vecchie” ossia prossime alla data della dismissione (la vita utile di una centrale a fissione è dell’ordine dei 40 anni anche se in qualche caso la si prolunga di un’altra decina d’anni a scapito della sicurezza), con la prospettiva di costi elevatissimi legati allo smantellamento o decommissioning che dir si voglia. Ecco che qui, come accade a un tossicodipendente, questi governanti si danno da fare per illudersi di superare le difficoltà lanciando una nuova dose che gli permetta, secondo loro, di gestire economicamente i costi indotti della vecchia. È ormai risaputo che, dal punto di vista dell’economia tradizionale, il nucleare non è competitivo e nemmeno conveniente: lo si può mantenere in vita solo con grandissime iniezioni di denaro pubblico erogato a debito delle generazioni future (sempre che le future generazioni non vengano prima travolte dall’imminente collasso climatico).

Sul nucleare in sé non starò qui a ripetere cose già scritte in questa o in altra sede (cfr. A. Tartaglia, Spaccare l’atomo in quattro. Contro la favola del nucleare, Edizioni Gruppo Abele, 2022) e su cui c’è ormai una vasta letteratura. Mi limito a ricordare che la fissione nucleare lascia necessariamente in eredità le scorie che comprendono i prodotti della fissione, sono radioattive e costituiscono un problema per migliaia di anni. Nella propaganda lanciata alla grande in tutte le sedi questo aspetto come tutti quelli connessi con la sicurezza, la connessione con le applicazioni militari e le diseconomie viene minimizzato o liquidato con favole prive di consistenza scientifica prospettando meravigliose soluzioni che “è vero che non ci sono ancora ma che di certo arriveranno”. L’offensiva mediatica dei nuclearisti internazionali è realmente a tutto campo con articoli di giornale, interviste, dichiarazioni, “consigli” discretamente forniti a coloro che contano, e chi più ne ha più ne metta. Sono arrivati anche ad arruolare un noto regista come Oliver Stone con il suo Nuclear now, lungo documentario propagandistico che sarebbe interessante comparare a quelli prodotti ai tempi di Stalin per esaltare le conquiste del socialismo reale. Nuclear now, presentato al Turin Film Festival e già rilanciato da circuiti televisivi come La7, illustra le magnifiche sorti e progressive del nucleare, vera energia pulita e unico antidoto agli incombenti mutamenti climatici; naturalmente non viene riportata nessuna analisi, tecnicamente fondata, sui problemi e sulla insostenibilità a breve e lungo termine dell’energia da fissione e si riproducono solo roboanti elogi da Istituto Luce: quanto ai problemi, be’ la radioattività non è poi così pericolosa (?!); le scorie sono poche e sono ben custodite (?!); a Chernobyl non è poi che ci siano stati così tanti morti (sic!), certo di meno di quelli dovuti ai combustibili fossili; in futuro prolifereranno i piccoli reattori da condominio (proprio così!). In complesso poi si adombra elegantemente l’idea che dietro l’opposizione popolare alle centrali ci siano i grandi operatori del fossile.

In realtà è facile verificare che le lobby internazionali del nucleare includono proprio i potentati del fossile: tra i 22 paesi dell’accordo intercorso alla COP28 ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti (quelli del già citato Sultan Ahmed Al Jaber); tra i fautori a spada tratta del nucleare, qui da noi, c’è ENI, che intanto trivella mezzo mondo per ricavare sempre più petrolio e gas da vendere (e da bruciare). La logica è abbastanza semplice: l’economia globale non si tocca, la crescita materiale è ineludibile e sacrosanta, per l’intanto si va avanti a bruciare più fossili possibile facendo affari alla grande; siccome però si sa che le fonti fossili, continuando al ritmo di sfruttamento attuale, avranno i giorni contati (la durata delle riserve economicamente sfruttabili è stimata essere di qualche decennio) ci si muove per promuovere a larga scala una fonte che possa permettere di continuare in primis a fare affari con l’energia e le opere correlate (sia pure a carico delle finanze degli Stati) e poi di alimentare uno stile di vita fisicamente insostenibile che però assicura condizioni di assoluto privilegio a chi controlla flussi e investimenti. Ciò che dà estremamente fastidio, per lo meno a me, è utilizzare come ostaggi per le argomentazioni pro nucleare i poveri di questo mondo: “non vorremo mica impedir loro di diventare come noi”. Eppure le statistiche (e la fisica) dicono che l’economia della crescita competitiva, del consumismo irrazionale, dell’usa e getta fanno dovunque crescere le disuguaglianze. Se si vuole recuperare l’equilibrio occorre porre mano al paradigma economico dominante: questo però in primo luogo mette in discussione la posizione di coloro che hanno i massimi vantaggi diretti e immediati e questi, che dispongono di enormi risorse monetarie, investono alla grande nella disinformazione di massa e nelle azioni di lobbying nei confronti dei decisori istituzionali a vario titolo piuttosto sensibili anch’essi al qui e ora (domani si vedrà…). La società ideale prospettata da Mr. Stone è quella americana (senza far caso al fatto che tocca rilevanti record di iniquità interna e di sistematico spreco di risorse) intesa come modello universale per altro ineludibile e necessario.

Fra l’altro il nucleare (pulito, s’intende) che dovrebbe alimentare quel modello, ahimè, avrebbe a sua volta una durata misurabile in decenni, più o meno come il petrolio, ma, decennio dopo decennio, con un po’ di gas-petrolio-carbone e di pulitissimo nucleare un po’ avanti si va. Finito questo tempo senza cambiar nulla, be’, qualcos’altro si troverà (la “scienza” magica farà qualche miracolo) e si potrà continuare imperterriti sulla strada del “sempre di più soprattutto per me”. Insomma: cambiare tutto perché nulla cambi.

C’è da dire che questa offensiva generalizzata, a tutto campo, per la promozione e il rilancio del nucleare ha anche un po’ una connotazione vagamente isterica. Sembra che chi è ai vertici del vero potere, quello del denaro, cominci a sentirsi un po’ inquieto di fronte alle minacce di tracollo climatico e a una sia pur lenta e a volte non del tutto razionale presa di coscienza della natura del problema dell’insostenibilità del nostro paradigma sociale ed economico globalizzato. Nell’aria si annusa l’odore di cambiamenti necessari che, fuori dagli aspetti tecnologici, rischiano di risultare ineludibili. Se la transizione di cui tanto si parla viene gestita con saggezza l’intera umanità ne trae vantaggio, ma se la logica del “qui e ora” e del “prima io” prevale, allora ci si può aspettare che, in parallelo e ancor prima del tracollo climatico, si arrivi a forme di collasso politico sociale oltreché materiale (tradotto: conflitti e guerre più o meno devastanti) che possono trasformare l’evoluzione in una catastrofe.

Ormai la COP28 è divenuta un’enorme tragedia buffa che funge o vorrebbe fungere da oppio dei popoli ed è del tutto in mano a chi, avendo moltissimo, non intende rinunciare a nulla e anzi vorrebbe avere sempre di più. E poi, come diceva Luigi XV di Francia: “après moi le déluge” o meglio “dopo di me il collasso climatico”. Una progressiva presa di coscienza potrà aiutarci ad evitare i guai peggiori e a mitigare l’impatto di quelli che sono ormai ineludibili o già in corso.

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Emergenza climatica: banchieri contromano - Guglielmo Ragozzino

La Cop 28 di Dubai, a cominciare dal principe Al Jaber che la presiede, è la conferenza del fossile più che del clima. Un rapporto di 504 associazioni ambientaliste di 54 paesi denuncia la rete di banche che regge l’architettura del sistema carbonio.

L’”Arabia esaudita” è il titolo scelto da il manifesto mercoledì 29 novembre per spiegare l’esito della gara tra Riad, Busan e Roma per la conquista della sede dell’esposizione universale del 2030. Le cifre sono deludenti per gli appassionati di “Forza Roma, Forza Lupi” e quel che segue; Riad (capitale dell’Arabia) vince con 119 voti su 182 paesi votanti, la coreana Busan ne riceve 29 e, ultima, Roma solo 17 voti; neppure gli amici fidati l’hanno sostenuta. Da notare ancora l’intelligente articolo di Alberto Negri: Smacco Italia La trappola dell’“amico” bin-Salman e la segnalazione che ne fa, brillantemente, Beda Romano responsabile per la settimana di Prima pagina, la rubrica giornalistica delle 7,15 di ogni mattina – da tempo immemorabile – di Rai radio tre.

1.Il voto per la capitale saudita (e il consenso generale che esprime) è la prova, per quasi tutti, di un vero e proprio ridisegno della carta mondiale delle rotte e dei traffici (e delle alleanze). Sparisce – al primo livello di riflessione – il fascino del famoso Bel Paese, con tanto di ineguagliabili bellezze rinascimentali, da mettere alla base dell’Esposizione universale, al punto che, sembra acclarato, perfino l’amica Albania abbia scelto diversamente. Se però il destino di Roma, negli spazi mondiali, è poco significativo, o per così dire secondario, molto più importante è un altro segnale che il gran voto per Riad lascia intendere: quali conseguenze ci saranno per il clima per il tanto temuto e tanto combattuto – anche se per lo più a parole – aumento di temperatura di un grado e mezzo, o due e più gradi centigradi, rispetto al passato preindustriale? I famosi giuramenti del Cop 21 di Parigi del 2015 sono ancora coerenti? E l’avvento di nuove energie, considerate poco o punto inquinanti, è ancora attendibile?

2.Si è aperta in effetti il giorno seguente, il 30 novembre, in un’altra città mediorientale, anzi degli Emirati Arabi Uniti, Dubai, la riunione, decisiva, del Cop 28. Durerà fino al 12 dicembre. I giornali notano che il principotto locale, Sultan Al Jaber, presidente e ospite di Cop28, è capo in testa, o Ceo sia dell’azienda statale del petrolio sia di quella statale per le rinnovabili. Per dirla tutta, in una sua intervista a Luigi Ippolito, corrispondente da Londra del Corriere della Sera, (29 /11) risulta che ci tenga a farsi chiamare dottor Sultan e che l’implacabile Greta Thunberg abbia detto, con qualche ragione, che “la sua nomina era assolutamente ridicola”. Essendo lui a guidare Cop 28, ciò significa, a prima vista, che in Cop 28 il fossile non verrà condannato, anzi farà buoni nuovi affari, mentre le rinnovabili saranno oggetto di vasti apprezzamenti: magnifici progetti, per il duemilaottanta; insomma, la guerra per l’ambiente rinnovato e il clima sicuro non è ancora cominciata; semmai sta per fare, nella stagione dicembrina di Dubai, qualche passo indietro. 

3.Per rimanere ancora un attimo – per meglio dire: un barile – su Dubai e gli Emirati, risulta alla stampa specializzata che l’Adnoc, (Abu Dhabi National Oil Company) società del governo di laggiù, ha 55 mila dipendenti con entrate di 60 miliardi di dollari. Abu Dhabi è la capitale degli Emirati. Il dottor Sultan obietta di essere anche il capo di Masdar, impresa specializzata in energia rinnovabile. Di quest’ultima società non sono noti i numeri ufficiali, ma nella stessa stampa competente, prima chiamata in causa, circola la cifra di entrate pari a 172 milioni di dollari con 650 lavoratori. Come è facile capire, nella penisola arabica c’è di meglio, qualora ci sia voglia di puntare sul sicuro, e ci sia denaro per farlo. Al primo posto c’è Saudi Aramco, grande impresa del governo saudita, che con 161 miliardi di introiti nel 2022 per 11,5 mbg, (milioni di barili al giorno) estratti, lavorati, venduti, ha sbaragliato tutti: esperti, lobbisti, ricercatori, sultani secondari, petrolieri dei tempi di Rockefeller. Non però i banchieri. 

INTERMEZZO

Ma prima di toccare il tasto, quello finale di questo breve excursus sul fossile e il nostro futuro altrettanto sicuro altrettanto oscuro, aggiungiamo – gratis – un’informazione sulle 7 sorelle. Erano, quando sono state inventate, quelle che seguono:

·         Anglo-Iranian Oil Company

·         Royal Dutch Shell

·         Standard Oil Company of California

·         Gulf Oil

·         Texaco

·         Standard Oil Company of New Jersey

·         Standard Oil Company of New York.

Tra alti e bassi, finanziari o politici di varia natura, guerre e rivoluzioni, solo Shell, ha mantenuto il nome, una parte almeno; le altre sorelle si sono fuse tra loro o sono state afferrate da poteri più forti. Le Standard Oil, erano tutte di Rockefeller. Le ultime due dell’elenco, riunite, hanno dato luogo a Exxon e poi a Exxon Mobil; l’Anglo Iranian è divenuta Bp. Standard California è all’origine di Chevron; e così via. Aramco, per esempio, significa Arabian American Oil Company, essendo il risultato della nazionalizzazione della compagnia che oggi è di proprietà dei reali sauditi. Mattei non ha forse inventato l’espressione Sette Sorelle, l’ha utilizzata in tono non reverente, ma, per così dire, realistico per spiegare che nel campo dei petroli c’erano odiose streghe, tutte sorelle, e tutte in perenne lite tra loro, come nelle fiabe; ma che in verità ciascuna di esse operava anche al di fuori dal mondo fiabesco. Oltretutto esse erano tutte d’accordo contro di lui, convinto com’era che il mondo fosse diverso da una fiaba per bambini piccoli. Così esse lo odiavano perché bambino credulone non era più, anzi non lo era mai stato; e voleva fare da sé e diventare grande altrimenti; per esempio comprando, senza il loro permesso, petrolio dall’allora Urss.

Quando la storia/finisce in gloria

4.Beati i tempi delle sette sorelle! Oggi le streghe sono molte di più. Se si guarda soltanto alle dieci compagnie che hanno ricevuto più finanziamenti dalle banche, ben cinque sono estranee al mondo dell’energia, almeno a quello generalmente noto nel secolo scorso. Queste dieci compagnie energetiche indipendenti hanno ottenuto ciascuna finanziamenti tra 91 miliardi di dollari e 61miliardi. (Attenzione! Qui si tratta di miliardi, indicati con la B di billion. T che significa Trillion è il nostro bilione, cioè mille miliardi di quel che sia, di dollari, per esempio) Si noti che gli anni considerati dagli interventi bancari a favore dei “fossili” sono 2016-2021, sei anni in tutto. Il conto è di 4.586 T (quanto a dire quattromila miliardi più gli spiccioli di 586 miliardi di dollari). Le banche, perché è di esse che si tratta, hanno conferito al sistema “fossile” 723 miliardi nel 2016, l’anno successivo al Cop 21 di Parigi; e poi, via via, 738 miliardi nel 2017, 799 nel 2018, 830 nel 2019, 750 nel 2020, 742 nel 2021.  Ecco l’elenco dei dieci maggiori clienti “fossili delle 80 maggiori banche del mondo: 

Enbridge,98 B; Exxon, 87 B; Aramco, 78 B; TC Energy, 77 B; Occidental Petroleum, 66 B; Shell,66 B; China National Petroleum Corp., 64 B; Shanxi, 61 B; Sempra Energy,61 B. 

Enbridge è un’impresa canadese per origine e attività di distribuzione; TC Energy più o meno lo stesso; Occidental Petroleum è una società indipendente, assai forte in California e Texas. Questa impresa ha avuto un breve storia con l’Eni, unendo per qualche mese nel 1982, le attività chimiche e formando Enoxi, per separarsi subito dopo; China e Shanxi sono imprese cinesi; Sempra è una società statunitense emergente; essa ha però abbandonato una parte del suo nome, Energy, dichiarando così pubblicamente che di energie soprattutto nuove non sa che farsene e tenderà a non venderne più. Le “nuove” sono tutte imprese con migliaia di addetti e progetti potenti; rimane probabile la scarsa disponibilità, come nel caso di Sempra, a sostenere l’energia rinnovabile, in qualunque forma rappresentata. 

5.Per entrare nel dettaglio (viene da ridere, se non da piangere, a parlare di “dettaglio”) Exxon è finanziata per 15 miliardi di dollari da ciascuna di tre banche Usa: Bank of America, Morgan Chase e Citi: in tutto 45 miliardi di dollari circa. Il resto è un affare delle altre 77 banche della comitiva. 

6.La questione è però assai seria. Il caso di Exxon e delle banche degli Usa è solo un esempio, notevole fin che si vuole, di una associazione di affari tra le imprese mondiali che agiscono nel “sistema carbonio” – che in altre parole creano anidride carbonica producendo carbone, petrolio, gas – e le maggiori banche mondiali. La ricerca che stiamo saccheggiando è il risultato di un’altra associazione, contraria alla prima, cresciuta tra 504 organizzazioni ambientaliste di 54 diversi paesi. Sono decine di attività ambientaliste, che vanno da Extinction Rebellion San Francisco Bay a Catholic Network Area, da American Jewish World Service a 1000 Grandmother for Future Generations, da 350 Humboldt a Veterans for Climate Justice, da Stamps our Poverty a Greenpeace, da No Fracked Gas in Mass a Stop the Money Pipelin. Quest’ultima organizzazione, quale che sia – non ci è dato di saperlo – rappresenta il pensiero comune delle altre cinquecentotre e delle altre non collegate. Tutte insieme, hanno messo in movimento decine di ricercatori per raccontare al mondo il caos climatico dovuto alle banche. (BankingonClimateChaos.org) Il risultato è uno studio di un’ottantina di pagine, fatto con poche frasi, moltissime tabelle e figure: da leggere, guardare e provare a capire. “La pubblicazione di questo rapporto segna un altro anno in cui molte tra le maggiori banche mondiali non hanno saputo assumere la scelta necessaria di ridurre la propria partecipazione al caos climatico. Il tempo fugge e l’espansione del combustibile fossile deve cessare subito. Ogni dollaro che le banche usano per nuovi progetti di combustibile fossile e le imprese collegate, è incompatibile con la stabilità climatica e l’impegno per emissioni nette pari a zero. Finirla con l’appoggio all’espansione del combustibile fossile è il prossimo urgente passo per annullare il sostegno bancario al combustibile fossile in un termine compatibile con 1,5°”.

7.Il Rapporto esamina le principali banche del globo nel loro rapporto con le imprese che operano nei combustibili fossili. Tutte le specie di fossili, indicate una per una: gli scavi e l’attività che ne deriva. Sono indicate le banche finanziatrici, le imprese che ottengono i fondi, le attività che esse svolgono; il tutto viene spiegato scientificamente, nel senso che non c’è quasi mai un tono di rimprovero. C’è solo una scheda nella quale si coglie un po’ di dissenso se non di disprezzo per banchieri corrivi e per imprese arraffone. Il rapporto tocca infatti il tema delle popolazioni indigene che vengono spogliate dei loro beni e costrette a diventare nemiche di madre natura. Durante Cop26 a Glasgow in Scozia si è parlato lungamente di tutto questo. Con grandissime promesse, ma senza particolari conseguenze. Nel rapporto in esame è scritto che “La resistenza degli indigeni al colonialismo è basato sulla responsabilità della difesa del loro spazio e della loro sovranità e sul fatto che facendo così essi difendono la Terra stessa”.

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domenica 10 aprile 2022

La pace, il condizionatore e le nostre dipendenze - Antonio Tricarico

 

Dopo 40 giorni di guerra e un dibattito senza fine sulle sanzioni alla Russia, anche in Italia è arrivato con forza il dilemma sull’imporre o meno un embargo energetico totale, inclusi carbone, petrolio e gas, per tagliare il principale meccanismo di finanziamento della macchina bellica guidata da Vladimir Putin. Un dibattito che ha spaccato la Germania e alla fine l’Unione europea.

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi, piccato dalle domande poste in conferenza stampa, ha messo l’uditorio davanti a un aut aut: la pace fermando anche l’import di petrolio e gas dalla Russia o il nostro benessere impersonificato dagli energivori condizionatori. Di emergenza in emergenza, i condizionatori diventano così i “nuovi runner”. Insomma, se fossimo coerenti e fermassimo subito il flusso energetico dalla Russia, pagheremmo un prezzo tutti noi provando ad ottenere una pace il prima possibile.

 

Si succedono le analisi su quale sarebbe il vero impatto economico se avessimo subito meno petrolio e gas, chiudendo i rubinetti con la Russia. Il documento di programmazione economica parla di fino a 3 punti di PIL persi . Stime paragonabili a quelle menzionate in Germania e altrove, comunque inferiori al tonfo del 9 per cento del 2020 in Italia a causa della pandemia.

Forse la risposta alla domanda di Draghi non va trovata nei numeri economici, quanto ponendosi invece un’altro quesito, ancora più serio. Molti di noi hanno avuto in famiglia persone con delle dipendenze o è stato vicino a chi ne ha sofferto: alcool, droghe, gioco d’azzardo o altro. Sappiamo quindi quanto sia difficile uscire dalle dipendenze gravi. È una lotta durissima e bisogna pagare un prezzo, soprattutto nel breve termine. Se fossimo onesti, dovremmo dirci senza giri di parole che la nostra società ha una dipendenza cronica dall’import di combustibili fossili e in particolare da dittatori o regimi ben poco democratici. Lo abbiamo fatto per decenni chiudendo gli occhi e accampando scuse, proprio come fa chi ha una dipendenza che non vuole ammettere.

Non sono serviti 30 anni di negoziati internazionali contro il cambiamento climatico o le grida di dolore dei popoli devastati, che soffrono la maledizione della presenza di combustibili fossili nel loro sottosuolo. Ma proprio come quando si inizia a realizzare la propria dipendenza, ci si illude subito che si ppossa uscirne piano piano. Riduciamo un po’, ancora qualche dose o giocata, un ultimo bicchiere. Dai smettiamo con il carbone, proprio la roba più inquinante, e poi un domani anche il resto. E poi ci sono subito le ricadute: andiamo dal dittatore dietro l’angolo, in Algeria o in Egitto, e prendiamocene un altro po’. Che sarà mai, poi smettiamo. Tutto si fa, pur di non accettare che per uscirne davvero va pagato un prezzo e non ci sono sconti che reggano.

Se volessimo davvero farla finita e cambiare, dovremmo avere il coraggio di accettare la sofferenza ed il prezzo da pagare smettendo da subito di avere l’energia russa come inizio vero della nostra uscita dal fossile, russo e non russo. Basta ascoltare il petulante monito di Confindustria, degli economisti saputelli o di chi di brama affari fossili con la Russia e i dittatori, pur di continuare a fare lauti profitti. Perciò la vera domanda è se vogliamo farla davvero finita, per la pace, ma anche per il clima e soprattutto per guarire una volta per tutte noi e la nostra economia.

Qualcuno obietterà che i governanti ci hanno spinto in questa dipendenza dal fossile, che non ci è stata data scelta. Sì, però l’obiezione ricorda molto le scuse di chi ha dipendenza da qualcosa, che da sempre la colpa a qualcun altro. Certo, che le élite hanno una responsabilità decennale, e l’accumulazione di profitti e potere è spesso avvenuta grazie ai combustibili fossili e alla combutta con i dittatori che li fornivano. Ma non c’è scusa che tenga per noi cittadini che abbiamo una dipendenza grave. Ogni cambiamento richiede uno sforzo e un prezzo da pagare. I veri statisti lo direbbero chiaramente alla popolazione, ma incoraggerebbero questa anche ad accettare il prezzo da pagare nel breve termine, a partire dalle forze sociali. La transizione fuori dal fossile richiede sacrifici, ma chi ha beneficiato di più del bengodi fossile deve pagare il prezzo più alto in nome dell’equità sociale a livello nazionale ed internazionale. Per questo, il paragone di Draghi del condizionatore è fuorviante, poiché mette tutti sullo stesso piano sociale, chi il condizionatore non ce l’ha e chi ne ha troppi. Maschera anche, e ancora una volta, che il caro prezzo che stiamo già pagando per l’energia è così caro proprio perché il governo ha scelto di favorire – con fior fiore di sussidi nascosti – un sistema energetico incardinato nelle fossili, che premia silenziosamente le conversioni dal carbone al gas per la produzione di energia, e gli investimenti in nuovi gasdotti e terminal GNL, ma ci fa pesare ogni euro che potrebbe essere destinato alle rinnovabili.

La gestione della crisi pandemica ci dimostra che nelle economie avanzate abbiamo tutte le risorse, dalle banche centrali alla spesa pubblica, alle amministrazioni, alla solidarietà per poter pensare e realizzare l’impossibile, se vogliamo. La domanda è quindi se vogliamo pagarlo subito questo prezzo, per emanciparci dalle dipendenze, per davvero, e riprenderci un futuro diverso, più giusto, più sostenibile, più democratico e finalmente senza i poteri fossili, russi, esteri e nostrani, e se vogliamo che questo prezzo sia distribuito con equità invece di farlo ricadere sulle spalle di chi non ha voce.

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sabato 3 luglio 2021

L’assalto alla diligenza - Luca Manes

 

Il Fondo da 750 miliardi istituito dall’Unione Europea a luglio del 2020 rappresenta un’occasione unica per gettare le fondamenta della transizione ecologica del Vecchio Continente e dell’Italia in particolare. Proprio al nostro Paese spetta la fetta più cospicua delle risorse, ben 191,5 miliardi, a cui si aggiungono i 13 del ReactEU.

Da quando è stato annunciato il Recovery Plan, nel luglio del 2020, fino ad oggi, l’industria fossile è riuscita a ottenere almeno 102 incontri con i ministeri incaricati di redigere il piano: una media di oltre 2 incontri a settimana. ReCommon ha ottenuto questi dati tramite richieste di accesso agli atti e analizzando le agende dei ministeri.

Eni, la principale multinazionale fossile italiana, ha dominato l’azione lobbistica con almeno 20 incontri ufficiali, che gli hanno consentito di promuovere le sue false soluzioni tra i decisori politici, come l’idrogeno (che attualmente è prodotto per il 99% da gas), il biometano e la cattura dell’anidride carbonica (CCS).

Stesso numero di incontri anche per Snam, la società che controlla la rete di gasdotti in Italia e nel resto del continente europeo. Se per Eni l’idrogeno è l’espediente per stimolare la produzione di gas, nel caso di Snam si tratta di uno stratagemma finalizzato a prolungare la vita delle sue infrastrutture fossili e svilupparne di nuove, come le decine di stazioni di rifornimento a idrogeno per treni e camion incluse nel PNRR, utili solamente a rallentare un reale cambio di modello nei trasporti.

Il ministero dello Sviluppo economico ha giocato un ruolo chiave nell’orientare il Recovery Plan, ma decisiva è stata poi la costituzione del ministero della Transizione ecologica, guidato da Roberto Cingolani, sempre pronto ad ascoltare le istanze dei vertici del settore dei combustibili fossili.

 

Dalla sua nascita lo scorso febbraio, il ministero ha avuto oltre tre incontri a settimana con il comparto fossile, di cui 18 con la presenza del ministro in persona.  In poco più di un mese, Cingolani ha ricevuto l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, e quello di Snam, Marco Alverà, ben quattro volte, per discutere dei progetti da inserire all’interno del Recovery Plan.

L’azione lobbistica, infatti, ha raggiunto il suo apice nei mesi successivi all’insediamento del governo Draghi. L’industria fossile ha partecipato a dozzine di audizioni parlamentari.

Tra febbraio e aprile 2021, il comparto energetico ha preso letteralmente d’assalto i centri di potere istituzionali, organizzando 49 incontri con il ministero per la Transizione Ecologica e quello per lo Sviluppo Economico.

Così nell’arco di pochi mesi per l’idrogeno erano stati stanziati 4,2 miliardi di euro. Un incremento notevole rispetto al solo miliardo previsto dalla prima versione del Piano, e che infatti è stato sonoramente bocciato dalla Commissione europea, che ha infine costretto l’esecutivo italiano ha modificare in maniera sostanziale la componente del PNRR relativa alla transizione energetica, chiudendo le scappatoie che erano state lasciate aperte al gas.

“E’ disarmante la facilità con la quale le lobby del fossile sono riuscite a influenzare le scelte dei governi rispetto a un Piano di investimenti che condizionerà non poco il future del Paese.

Ci fa comprendere la necessità di riconquistare dal baso spazi di democraticità, senza i quali sarà impossibile vincere battaglie epocali come quella per la giustizia climatica” ha dichiarato Alessandro Runci, di ReCommon, autore del rapporto.

Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common

https://comune-info.net/lassalto-alla-diligenza/

giovedì 4 marzo 2021

Una linea rossa contro il capitalismo fossile - Francesco Martone

“Una linea rossa contro il capitalismo fossile”, questa la scritta lasciata su un pilone di una infrastruttura del terminal del carbone del porto di Amsterdam, immortalata in una opera dell’artista austriaco Oliver Resssler. Nei suoi lavori, in particolare quelli della rassegna “Everybody’s getting together before everyting’s falling apart” (“ognuno si riunisca prima che tutto crolli) Ressler documenta varie mobilitazioni per la giustizia climatica e contro l’estrattivismo, dal Climate Camp di Venezia, alla Code Rood di Amsterdam, alla ZAD in Francia ad Ende Gelaende in Germania. O i presidi permanenti costruiti sugli alberi secolari della foresta di Hambach per bloccarne la distruzione che deriverebbe dall’allargamento di una mega-miniera di carbone. O le mobilitazioni dei movimenti per a giustizia climatica e indigeni in occasione della Conferenza delle Parti ONU sui Cambiamenti Climatici di Parigi, che nel 2015 lanciarono una campagna globale per bloccare l’estrazione di combustibili fossili, tenerli sottoterra, e decolonizzare l’approccio alla crisi climatica. Proprio da Parigi è partita una linea rossa che attraversa il pianeta, una linea invalicabile tracciata da movimenti e comunità in resistenza. E’stata ribattezzata “Blockadia”, ovvero una miriade di presidi, iniziative, campi, azioni dirette che in ogni parte del mondo rappresentano la linea di trincea per la difesa della Madre Terra.  

Dall’Amazzonia ecuadoriana, a Standing Rock, dalle tundre scandinave alle miniere di carbone in Australia o Germania, alle foreste africane o del Borneo, agli uliveti del Salento. Di recente gli autori dell’Atlante dei Confitti Ambientali hanno prodotto uno studio su “Blockadia”, che fornisce un quadro di insieme delle iniziative che a livello globale provano a contrastare l’espansione dell’estrazione dei combustibili fossili e reagire alle conseguenze socio-ambientali di progetti di energia rinnovabile, che spesso, secondo i dati analizzati, presentano rischi eguali a quelli di estrazione dei combustibili fossili per quanto riguarda ambiente e diritti umani. Per non parlare dei biocombustibili quali olio di palma, che hanno un grave impatto non solo sull’ambiente ma sui diritti umani delle comunità locali e indigene e sono tra i settori maggiormente a “rischio” per gli attivisti e le attiviste.  Cifre che sono un monito a chi è convinto fideisticamente nelle virtù salvifiche di possibili Green New Deal.

Ad oggi sono stati registrati 649 casi di movimenti o attività di resistenza e protesta che, soprattutto nei casi di iniziative di resistenza comunitarie e collettive, hanno portato alla cancellazione di 1/4 dei progetti programmati. In generale l’estensione dei conflitti ambientali registrati va letta in parallelo con la capacità di resistenza e reazione di movimenti e comunità.  Il totale di conflitti ambientali al settembre dello scorso anno ammontava a 901 se si includono 272 casi relativi all’estrazione di petrolio, 252 all’estrazione di oro, 210 a quella di carbone, 155 di rame, 150 di gas naturale, 119 di legname, 115 di argento, 93 per la produzione di olio di palma, 45 di soia. La linea rossa è rossa del sangue di decine di attivisti e leader, uomini e donne, indigeni e rurali, uccisi per essersi schierati a difesa dei loro territori e della Madre Terra. Secondo l’ONG inglese Global Witness nel 2019 sono stati registrati 212 casi di omicidi di difensori dell’ambiente con una media di 4 difensori uccisi ogni settimana dal 2015. Oltre la metà degli omicidi sono avvenuti in Colombia (64) e nelle Filippine, (da 30 nel 2018 a 43 nel 2019) seguiti da Brasile, Messico, Honduras e Guatemala. 50 gli attivisti ed attiviste che hanno perso la vita nel 2019 per resistere alle attività minerarie. 34 omicidi erano connessi a iniziative di resistenza all’agribusiness con un aumento del 60% dal 2018.

E poi estrazione di legname, infrastrutture. I più recenti dati prodotti da FrontLine Defenders nella sua analisi globale della situazione dei difensori dei diritti umani nel mondo nel 2020 confermano questa tendenza, anzi registrano un aggravamento: del 331 difensori e difensore uccise nello scorso anno, il 69% erano attivi nella protezione dell’ambiente, la difesa della terra e dei diritti dei popoli indigeni.

Paradossalmente, sono proprio i popoli indigeni che con le loro conoscenze ancestrali e modelli di gestione delle risorse naturali e dei loro territori offrono un contributo fondamentale alla tutela degli ecosistemi, della biodiversità ed alla mitigazione o adattamento ai cambiamenti climatici. Si calcola ad esempio che popoli indigeni assicurano la tutela dell’80% della biodiversità nel pianeta. Tutelando il patrimonio forestale dei loro territori attraverso la resistenza alla loro distruzione e applicando i propri modelli tradizionali di gestione olistica delle risorse, i popoli indigeni e le comunità locali contribuiscono alla mitigazione dei cambiamenti climatici in maniera considerevole. Si calcola che nelle terre indigene o abitate da comunità locali nei Tropici sia immagazzinato un totale di circa 300 miliardi di tonnellate di carbonio pari a 33 volte le emissioni di carbonio nel settore energetico nel 2017. Ciononostante, oggi a soffrire principalmente dell’intreccio tra “ecofagia” e “necrocapitalismo” sono proprio loro.

Altri dati autoprodotti da organizzazioni indigene danno un quadro ancor più completo ed allarmante rispetto alle cifre prodotte dalle ONG. Secondo la “Global Initiative to Address and Prevent the Criminalisation and Impunity against indigenous peoples” nel periodo 2017-2019 sono stati uccisi 472 leader indigeni (uomini e donne), 423 soggetti a detenzione arbitraria, 237 a arresti illegali, e 1630 hanno sofferto minacce ed intimidazioni in 19 paesi.  Sono dati che confermano come la lettura delle crisi ambientale in chiave di “Antropocene” non regge all’evidenza dei fatti. Non è tutta l’umanità indistintamente a contribuire alla trasformazione predatoria degli ecosistemi, anzi una gran parte di essa ne soffre direttamente le conseguenze o proprio per provare a resistere proteggerli viene uccisa, perseguitata, criminalizzata. Ora come nel corso della storia. Ci troviamo forse allora nell’era del Capitalocene come descritta da Jason Moore? In gran parte i dati sui volumi di estrazione di materie prime attuali e futuri sembrano confermarlo: dal 1970 la velocità di estrazione di risorse naturali dal pianeta è triplicata. Oggi si estraggono 92 miliardi di tonnellate di materiali l’anno con una crescita del 3,2% annuo. Dal 1970 l’estrazione di combustibili fossili è passata da 6 a 15 miliardi di tonnellate, quella di altri minerali da 9 a 44 miliardi, la rimozione di biomassa da 9 a 24 miliardi di tonnellate. UN Environment stima che entro il 2050 il volume di risorse estratte sul pianeta potrebbe raddoppiare entro il 2050.    

E’ evidente che l’estrattivismo - o forse meglio la fase attuale di capitalismo estrattivo - è tra le cause principali della distruzione degli ecosistemi, ossia della “ecofagia”, ed anche di conseguenza della repressione e dell’attacco violento a chi li difende, ossia del “necrocapitalismo”. Allo stesso tempo però il concetto di Capitalocene, pur identificando la causa centrale della crisi ambientale, rischia di invisibilizzare le vittime del modello di sviluppo, e  chi ad esso resiste. Ed i crimini di “pace” (per dirla con Franco Basaglia) o di sistema ai quali essi sono sottoposti. Perché di crimini di sistema si tratta quando tale sistema da una parte è tale da proteggersi da ogni assunzione di responsabilità, e dall’altra implica la distruzione del vivente, sia esso umano o non umano, come condizione necessaria ed essenziale alla propria riproducibilità. Sono crimini di sistema quelli che permettono l’uso indiscriminato del diritto penale per reprimere dissenso e resistenza, o che avallano la delegittimazione di chi difende diritti umani e la terra, gli arresti arbitrari, le minacce, gli omicidi in un crescendo spesso inarrestabile.  Sono crimini di sistema quelli che permettono di ridisegnare geografie di sfruttamento ed esclusione, zone e vite di scarto, trasformando territori ricchi di risorse scarse e strategiche in nuove zone di sacrificio, dove i buchi neri dell’estrazione di materiali sono accompagnati alle zone rosse di sospensione o violazione dei diritti contro chi non è più disposto al sacrificio. Ad oggi sono decine e decine le iniziative ufficiali, governative, del settore privato e delle organizzazioni della società civile e dei movimenti volte a riconoscere – proteggendoli - il ruolo dei difensori dei diritti umani e della terra nella protezione dell’ambiente.

Prese di posizione, manifesti, linee guida, protocolli regionali quali il Protocollo di Escazù su accesso all’informazione, partecipazione accesso ala giustizia ambientale e protezione dei difensori dell’ambiente in America Latina. O iniziative quali quelle lanciate dal Consiglio ONU sui Diritti Umani o dall’Agenzia ONU per l’Ambiente, Il ruolo dei difensori dell’ambiente e della terra è ormai riconosciuto a livello formale, ma alle parole non seguono i fatti, ed i dati sono lì a dimostrarlo. Come sarà possibile confidare in governi che sono in prima linea nella repressione? O imprese che prosperano sullo sfruttamento a basso costo di materie prime? Come uscirne?  Certamente chiedere giustizia e riparazioni per le violenze subite da attivisti, leader comunitari, movimenti e comunità indigene è passo essenziale, come la richiesta pressante di obblighi verificabili per le attività delle imprese e delle multinazionali, quali il Trattato Vincolante per le Imprese e i Diritti Umani in discussione alle Nazioni Unite.  Assolutamente andranno sostenute le rivendicazioni per il diritto alla terra, ed all’autodeterminazione dei popoli indigeni che possano così finalmente avere il diritto loro riconosciuto dal diritto internazionale di consenso previo libero ed informato, decisamente andrà chiesto che i governi vincolino ogni attività d’ impresa nei settori impattanti su ambiente e diritti umani a norme stringenti volte a minimizzare o prevenire effetti negativi su ambiente, diritti umani e sui difensori dell’ambiente ed i conflitti che da essi possano derivare. Importante sarà aggredire le cause che sono alla radice del problema: relazioni commerciali e di investimento improntate sull’esportazione di materie prime e sull’accaparramento di acqua e terra, impunità, ineguaglianze nell’accesso ai diritti fondamentali, da quelli politici a quelli economici e sociali, collusione tra poteri pubblici e privati, la cosiddetta “cattura corporativa dello stato”.

Fondamentale sarà però rafforzare alleanze e patti tra comunità e movimenti in resistenza, le capacità di protezione collettiva e prevenzione degli attacchi e delle violazioni, di monitoraggio attivo dei territori, la capacità di denuncia (così fortemente pregiudicata dall’inizio dell’emergenza COVID). Ed accanto alla resistenza praticare e sostenere modalità radicalmente alternative di autogoverno e gestione delle risorse e dei territori da parte di chi li vive e li abita. Insomma, ampliando “Blockadia” e reti di zone da difendere (le ZAD - Zones à Defendre) dove la difesa è accompagnata a pratiche radicali di democrazia e gestione delle risorse e del territorio. Centrale sarà poi riconoscere il carattere intersezionale della sfida. Giacché spesso sono le donne ad essere in prima linea per proteggere il vivente ed a soffrire maggiormente le ricadute del modello estrattivista, già dovendo fare i conti con gli effetti nefasti del patriarcato. Andranno riconosciute e contrastate nuove forme di “colonialità del potere” che da tempo immemorabile considerano i popoli indigeni e le loro terre come vite e territori di scarto. E che se dapprima usavano manodopera schiava per estrarre risorse, da decenni usano e sfruttano non solo “combustibile umano”, ossia soggetti razzializzati come manodopera a basso costo, ma anche “combustibile fossile” per assicurare la sopravvivenza del modello capitalista dominante. Non a caso come ci ricorda Malcom Ferdinand nel suo splendido “Pour une ecologie decoloniale” gli schiavisti spesso associavano il colore della pelle degli schiavi al carbone.
Tuttavia, decriminalizzare e rendere possibili e praticabili dissenso e difesa della Madre Terra e di produzione di alternative, pur essendo elementi determinanti non potranno essere decisivi. Il vero elefante nella stanza riguarda il superamento del modello, la crisi civilizzatoria nella quale l’attacco ai difensori ed alle difensore della terra si verifica. Una crisi che è tutta nelle proiezioni relative all’aumento dell’estrazione di materie prime, nel peggioramento degli indicatori di salute del pianeta, nell’allargamento della forbice delle diseguaglianze, e nella restrizione progressiva degli spazi di agibilità civica e democratica a livello globale. Una sfida senza precedenti che richiede un radicale cambiamento di paradigma, e riconosca i diritti della natura accanto ai diritti delle comunità e dei difensori della terra. Che coltivi il “pluriverso” di zapatista memoria, ossia la miriade di alternative possibili, e che accanto alle violazioni dei diritti umani persegua anche le “co-violazioni” dei diritti della natura. Giacché in ultima istanza il primo difensore della terra è la terra stessa, con i suoi cicli naturali, di generazione e rigenerazione.  

Sarà necessario, nelle parole con le quali Achille Mbembe chiude il suo recente “Brutalisme”: …negoziare e risolvere i conflitti che suscitano modalità differenti ed antagoniste di abitare il mondo, verso una ristrutturazione ampia delle relazioni. La riparazione esige di rinunciare a forme di appropriazione esclusiva, di riconoscere l’esistenza dell’incalcolabile e dell’inappropriabile, e che di conseguenza non ci dovranno essere possesso o occupazione esclusiva della Terra. Istanza sovrana lei non appartiene se non a sé stessa, e la sua riserva di materia germinale non potrà essere oggetto di appropriazione né ora né per l’eternità” (T.d.A).  Riconoscere ed applicare i diritti della natura oggi rappresenta non solo una sfida culturale e politica ma anche una strategia di contrasto all’avanzata del modello estrattivista, che soprattutto in America Latina inizia a dare importanti risultati.

E’ da un nuovo patto con il vivente e tra forme del vivente, (“making kin” come lo descrive Donna Haraway) innervato nelle iniziative di resistenza locale e globale, ed in pratiche radicali di cura e riparazione dei danni arrecati alla Madre Terra, ed alle popolazioni vittime del modello estrattivo, che potrà essere possibile proteggerla e proteggerci creando le premesse per la fine della guerra sporca contro i suoi difensori. 

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