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domenica 9 agosto 2020

Vallermosa, basilico e silenzio - Elisabetta Pau

“A Vallermosa si è sempre detto: Biddaramosa, arrica de figu morisca e pobera de onnia atra cosa” raccontò mia madre un giorno, e quando le chiesi il significato nascosto di questo detto, lei rispose con schiettezza: “A Vallermosa non c’è nulla, soltanto fichi d’India”. Ci rimasi male e ripensai più volte a quelle parole. Quel “non c’è nulla” io non lo capivo perché a me, che vivevo a Cagliari e qui venivo a trascorrere l’estate, pareva tutto bellissimo: il cortile, le galline e il pozzo con il mazzetto di prezzemolo calato giù con uno spago per tenerlo fresco, i giri con la bici, i giochi per strada, e le notti d’estate seduti con i vicini fuori dalle abitazioni a raccontare storie e pettegolezzi.

Da casa di nonna si sentivano le canzoni del juke-box del bar di ziu Tanu. Alcune botteghe, il mulino, un consorzio, nessun supermercato. Il latte lo andavamo a prendere con il pentolino nelle case dei pastori a fine giornata, la mattina invece bisognava stare attenti a sentire il richiamo dei venditori ambulanti di casalinghi, abbigliamento, verdura, galline e pulcini. Le persone in strada mi salutavano pur senza conoscermi e tutti gli adulti erano zii anche senza essere miei parenti. Avevo molta libertà perché non c’erano grandi pericoli. La notte si dormiva con i cancelli aperti e le biciclette potevano essere scordate in strada poggiate ad un palo; tanto l’indomani erano ancora lì, con un po’ di brina sul sellino. Cosa mi poteva mancare, l’Upim? Era più divertente quando arrivava “su cidresu” a vendere varechina e tanto altro. Oppure Il mare? Mi divertivo di più ad andarci la domenica in corriera, con la corsa solo estiva per Porto Pino, dove si cantava per tutto il viaggio. Certo, con quel nulla si intendeva mancanza di lavoro, di opportunità, ma, a quei tempi, chi non studiava, si arrangiava lavorando nell’edilizia, in campagna o facendo lavori stagionali.

Non so il perché di questo nome, perché hermosa, ma so che Vallermosa ha sempre avuto una bell’aria e una popolazione amabile. Tra gli anni anni ‘70 e ‘80 un gran viavai, i primi viaggi in India e la curiosità del nuovo, avevano creato un contatto con il movimento hippie, alcuni di loro si stabilirono qui, persone stravaganti, come Fiore o Mario il tedesco che andava in giro con l’asino. Stupirono, ma non suscitarono grave indignazione tra gli abitanti bel paese.

Erano anni in cui si usciva a passeggiare nello “stradone”, la statale che collega il Sulcis Iglesiente con la 131 e che attraversa il paese, una strada importante dove è passato di tutto: dalle pecore della transumanza, ai camion puzzolenti con gli scarti di barbabietola che partivano dallo zuccherificio di Villasor. Dopo la cena di nuovo al bar o in piazza a discutere. La monotonia delle giornate, nella bella stagione, veniva interrotta dalle grandi feste per onorare i santi, che ancora oggi in qualche modo resistono; o dalla festa de l’Unità, che invece è scomparsa per sempre. Erano giorni di grande fervore, ci si preparava, ci si faceva belli, era un’occasione per indossare un vestito nuovo. Tornavano gli emigrati, attesi da tutti, arrivavano con le loro famiglie, raccontavano le novità e il paese si riempiva di gente. Nascevano nuovi amori. Corrado stupiva ognuno di noi con il lancio del boomerang nell’anfiteatro.

Oggi a Vallermosa ci vivo, ormai ci vivo da vent’anni. Ora è più difficile, il paese si spopola, molte case sono in vendita o abbandonate, non c’è più il grande albero di more di gelso. Le passeggiate nello stradone non si fanno più. Non tornano gli emigrati, non c’è più il mulino, né il forno. È chiuso persino il bar di Bona, un bar vecchia maniera, dove non c’è mai stato il televisore o le macchinette mangiasoldi e dove si entrava anche vestiti con gli abiti da lavoro. Fino allo scorso anno in alcune ore c’era chi suonava la chitarra. Appesa al muro una grande cartina della Sardegna. Mi piaceva quel bar, ci si poteva sedere e stare anche zitti, oppure dire qualcosa e diventava argomento partecipato.

Forse adesso a Vallermosa non c’è davvero nulla, i cancelli chiusi servono a tenere appesi i cartelli con scritto “vendesi” però c’è sempre una bella campagna, c’è silenzio, nei cortili il basilico, i morti si accompagnano a piedi in cimitero, ci si saluta, ci si incontra guardandosi con odio o amore o quello che è, ma è tutto vero di fronte ai miei occhi, quel nulla è realtà spietata, senza finzione come piace a me.


da qui


lunedì 10 aprile 2017

ricordo di Vincenzo Migaleddu (nelle parole di chi l'ha conosciuto)

"Il diritto alla salute è il diritto di vivere sani, non quello di curarsi"
Vincenzo Migaleddu


Conoscevo Vincenzo dal tempo del liceo - lui al classico, io all'istituto d'arte - e di certo non era uno che passava inosservato: era acuto, intelligente, informatissimo. Con lui rischiavi sempre che ne sapesse una più di te. Aveva una capacità di approfondimento che spesso stupiva. Se una cosa gli interessava andava a fondo: segnava, sottolineava, era attento ai rimandi bibliografici. Personalmente, quando poi sono partito a Bologna per l'università e lui invece è rimasto a Sassari a medicina, pensavo sarebbe diventato un prof dell'università. Ma era ancora giovane e non conoscevo i risvolti del termine "nepotismo", un male non solo sardo, sia ben chiaro. 
Però meglio così: le cattedre universitarie spesso rovinano le migliori intelligenze.
Sta di fatto che fu tra i primi in Sardegna a interessarsi del male oscuro dell'industrialismo selvaggio che già dagli anni sessanta stava pesantemente colpendo le nostre zone: quel petrolchimico che sembrava aver portato in Sardegna un benessere da società industriale era un bluff e Vincenzo non si vergognava a sottolinearlo. E Vincenzo, quando affermava qualcosa, aveva il dannato vizio di documentarsi fino a scoprire il codicillo più nascosto. Era fastidiosamente informato. Lui sapeva ed era cosciente del fatto che per vincere bisognava sapere una parola in più del suo avversario! 
 Un vero rompimento di scatole per molti di noi che imbevuti come eravamo di operaismo lo guardavano con sospetto. Lui diceva che quelle torri maledette che buttavano ceneri e rifiuti tossici in mare ci avrebbero fatto pentire di averle volute. 
Ma la sinistra, in quegli anni, in quel periodo, guardava l'ecologismo, la difesa dell'ambiente e tutti gli argomenti che vi stavano intorno con sospetto e con un evidente fastidio. 
Questo medico, che parlava del fatto che solo difendendo la terra che ci ospita come razza umana avremmo avuto un futuro, era veramente una spina nel fianco per molti verbosi politici di destra come di sinistra che sull'immagine dell'operaio e della supposta modernità di cui erano portatori, avevano creato la loro fortuna polica e il loro immeritato potere, 
Questo medico secchione che tirava di Judo, parlava correntemente francese e inglese, suonava la chitarra, componeva canzoni in sardo e italiano, che di certo non gli mancavano le buone letture era un vero rompimento. Un fastidioso critico delle loro fesserie e tostu che balla. Le castagne le sapeva tirare senza alzare la
voce ed erano castagne pesanti.
Beh, il discorso su Vincenzo sarebbe ora troppo lungo. Spero che un giorno lo si faccia. 
Io so che oltre che un dolore personale, sono dispiaciuto perché una intelligenza come la sua è venuta a mancare.
Sembra retorico dirlo, ma la Sardegna di lui aveva ancora molto bisogno.
A menzus bidere Vincé.
Nello Rubattu


Il sindaco e l'Amministrazione Comunale di Bortigiadas ricordano con stima e riconoscenza la figura di persona e di uomo di scienza del Dottor Vincenzo Migaleddu scomparso ieri. 
Dal 2013 Vincenzo Migaleddu è sempre stato a fianco di questa amministrazione - in maniera gratuita e disinteressata - per comprendere i meccanismi tecnico-burocratici, i rischi per la salute umana, l'esproprio di competenze per le amministrazioni e le comunità locali su due progetti di trivellazione denominati "Sedini" e "Martis". 
La Sardegna, con la sua morte, perde non solo un illustre uomo di scienza, ma soprattutto un militante pacifista della difesa dell'ambiente e della salute umana. Alla Sardegna mancheranno la sua umanità, la sua competenza e il suo coraggio. 
La Sardegna oggi è più debole e più sola. 
[Il sindaco - Emiliano Deiana]


Anche chi non l' ha conosciuto, deve sapere che oggi ci ha lasciato un grande uomo, gentile di modi e grande di cuore, che si è speso senza risparmiare la fatica per aprire gli occhi a tanti di noi, per spiegarci gli effetti di questa terra malata, gli abusi che questa terra ha subito, l' inquinamento grande che c'è. È stato lui l'artefice del mio disincanto riguardo "l'isola incontaminata e felice" e gli saró per sempre grata per avermi spiegato tante cose. Amava la Sardegna, più di tanti, Martis il suo paese che mi ha mostrato con orgoglio. I comitati tutti sono in lutto, con una profonda tristezza consapevoli di aver perso un grande punto di riferimento, una grande spalla, una persona franca, una guida che sarà impossibile continuare ad avere. 
Il cuore stretto stretto dalla tristezza infinita per te caro, carissimo Vincenzo Migaleddu. E le parole che trovo non sono abbastanza per descrivere questo immenso dispiacere.

Elisabetta Pau

giovedì 6 agosto 2015

L’antico mestiere del maestro del rame - Elisabetta Pau

La prima cosa che mi colpisce è la sua faccia, quel sorriso appena abbozzato e decorato da un pizzetto sotto il labbro e il sigaro toscano. Gli voglio bene da subito e non potrebbe essere che così, quando una persona ti spalanca la porta del suo laboratorio, che è anche quella del suo sapere, della vita e della passione per l’antico mestiere del ramaio. Quell’uomo dichiara così, in modo inconsapevole, una grande generosità.
Non so decidere cosa hanno lasciato maggiormente dentro di me i due giorni in cui ho frequentato, insieme a una ventina di altre persone, un corso sulla lavorazione del rame. Forse la generosità dell’artigiano Luigi Pitzalis, forse la bellezza del laboratorio, forse la lezione di resistenza nel continuare con cura a tener viva quest’arte. Davvero non so decidere.
Con la testa ancora piena di immagini – martelli di ogni peso e misura, attrezzi, incudini, piccoli sgabelli di legno da usare nelle diverse postazioni di lavoro – ripenso al maestro, una persona forte, sicura, che non tentenna davanti al metallo rosso, il rame, perché sa come piegarlo, ammorbidirlo, indurirlo, e decorarlo. Ne conosce alla perfezione il carattere e lo sa governare.
Veder lavorare il rame da Luigi Pitzalis è una cosa che ne fa capire tante altre. Mentre si ascolta la voce, semplice e precisa, che spiega le varie fasi e i metodi della lavorazione, vengono alla mente pensieri filosofici, ragionamenti sulla vita e sul perchè a 60 anni, quanti ne ha lui, ancora ci si appassiona, si combatte, si lavora tanto. E si ha persino voglia di dire un sacco di cose a chi s’incuriosisce al mestiere.
Dentro il lavoro del maestro, poi, io ci ho visto tutto. Persino l’anima più intima e vera della Sardegna, forse aiutata dal suono del martello battuto sul rame a un ritmo che ricorda un ballo della nostra terra, o forse per l’utilizzo di elementi primordiali e forti, come il fuoco e l’acqua. O forse ancora per il batter e piegare con forza, con consapevolezza e infinita pazienza, la stessa che ci vuole a vivere nei piccoli centri di quest’isola.
Mentre va avanti col lavoro, guardo le mani che diventano sempre più nere. Non usa i guanti, il maestro, forse perché vuol sentire con il tatto, con le carezze che fa ogni tanto sull’oggetto che crea. Le orecchie devono essere abituate al suono forte del martello, perché guardo la faccia e non appare nessuna smorfia. È come se tra lui e il rame ci fosse un rapporto di conoscenza di vecchia data, d’amicizia schietta. Ciascuno conosce i limiti dell’altro.
La lavorazione del metallo sembra facile ma quando vedi cosa ci vuole per ottenere un oggetto, quanti passaggi, quanti strumenti, quella superficiale convinzione svanisce in fretta. Ancor più quando, tenendo in mano un pezzo di metallo, provi di persona la difficoltà che c’è anche a fare solo un semplice chiodo. Una delle cose elementari che si fanno fare agli apprendisti per cominciare a imparare.
Luigi Pitzalis è l’ultimo ramaio in attività a Isili, un bel paese in provincia di Cagliari con una grande tradizione di artigiani del rame. Purtroppo i ragazzi di oggi, dice, vogliono avere subito il risultato del lavoro. Questo invece è un mestiere di grande pazienza, non so dire se avrà un futuro, un seguito. Penso che per ora “il seguito” siamo noi che – ascoltando, guardando e provando – arriviamo alla fine del corso orgogliosi. Anche perché, al momento dei saluti, il maestro ci confessa che è la prima volta che apre il laboratorio a un gruppo di persone che niente hanno a che fare con quel mestiere e che in questi due giorni ci ha detto tutto quello che sapeva e poteva al riguardo ma è stato contento di averlo fatto.
Non sa quanto sono stata contenta io di aver visto, sentito, toccato, vissuto il rame con lui. E con me credo anche gli altri compagni, assetati come siamo, di cose concrete, vere, di vivere in comune i segreti di quel mestiere, di capire il materiale e come lavorarlo o sceglierlo per alcuni manufatti. E non sa neanche, Luigi Pitzalis, che il chiodo che ho fatto, che a me pare bellissimo, è già una metafora per ricordarmi che ormai il rame è piantato dentro di me e sarà difficile strapparlo via.
da qui

lunedì 22 giugno 2015

a proposito di energia e natura - Elisabetta Pau

Faccio parte del comitato sa nuxedda free, nato per opposizione ad una centrale solare termodinamica di 135 ha in terreno agricolo di Vallermosa. Il progetto  della centrale adesso è fermo perchè la ditta proponente non ha voluto sottoporlo alla V.I.A e rimbalza tra un ricorso al Tar, (ricorso giudicato recentemente inammissibile) e ora pare al consiglio di stato.. staremo a vedere, nel frattempo noi non abbiamo mai finito di riunirci, di informarci, di capire.
Io vivo per scelta nelle campagne di Vallermosa quasi di fronte a "sa nuxedda" la zona dove era previsto l'impianto, con mio marito coltivo e curo il terreno intorno alla mia casa. La mattina prendo il treno per arrivare a lavoro e spesso intorno alle 8 e mezzo mi capita di incontrarlo...
Lui è elegante, profumato, ieri aveva degli occhiali a specchio, i pantaloni dell'abito grigio con la piega perfetta, belle scarpe lucide con la punta squadrata e la suola in cuoio, la camicia bianca perfettamente stirata , cammina con passo sicuro... in una mano tiene la borsa, nell'altra quasi sempre il telefono all'orecchio. Tipico di un uomo d'affari. Lui è un imprenditore, è Alberto Scanu che presiede la società Sardinia Green Island ed è il proponente del progetto che noi combattiamo.
Camminiamo nel verso opposto venendoci incontro, a volte per un attimo da soli, io e lui, sembra  di vivere  una scena da film western, immagino di fare con lui un duello, senza armi, solo a parole e questo duello, sono sicura di vincerlo io. Perchè ho tante motivazioni per il mio no al progetto e la più forte di tutte è che la terra agricola deve rimanere tale perchè serve a produrre cibo.
Lui non sa che io faccio parte del comitato che ha decifrato, almeno ai nostri occhi e di chi ci segue, il moderno progetto capace di portare sviluppo, così dice, lui non sa che io ho ben capito che lui è un imprenditore e che il suo scopo è guadagnare quattrini, niente altro.
Mi chiedo, quando ci sfioriamo passandoci accanto quanto lui creda a questo sviluppo per la Sardegna, visto che ci vive, se crede davvero almeno un pò che questo porterà benessere alla comunità di Vallermosa. Veniamo da due mondi diversi, lui porta  con sè la borsa, io, oltre la borsa arrivo a Cagliari la mattina dalle campagne in cui vivo con le immagini che questa campagna mi regala e me le sento addosso, Questo è un periodo di grandi lavori nei campi, si taglia il foraggio, si ranghina, si imballa, si trasportano le balle di fieno sui trattori, c è un via vai continuo, un lavoro continuo, chissà cosa sa lui di tutto questo lavoro, mi chiedo, cosa sa lui di quanto sono belle le colline tosate come le pecore in questo periodo, di quanto è faticoso lavorare nei campi, di quante persone  hanno  investito lì, in questi luoghi, una vita in soldi e fatica. Troppo facile pensare di cancellare tutto per una sviluppo che non ci corrisponde e una crescita per andare dove non si sa, dove noi sacrifichiamo un bene prezioso la terra e lo sacrifichiamo  per sempre, sia chiaro, perchè  non si può tornare indietro " a sicut erat non torrat mai ".

Ma l 'imprenditore fa il suo lavoro, per quanto trovi sbagliato il modo di procedere:  promesse, poca chiarezza sul progetto, totale ambiguità sui posti di lavoro, cose di cui non ci sarebbe la necessità se il progetto fosse valido come dice. Dice anche che valorizzerebbe la zona "sa nuxedda" che confina con un insediamento nuragico e come, mi chiedo io, devastando prima la zona con la deviazione dei corsi d acqua, fondazioni in cemento, livellamento dei terreni che non sono piani, per poi regalarci una torre alta 200 metri trasformando la zona in zona industriale?
Ma il mio sdegno non va tanto a lui, il mio sdegno va a chi ci governa ai vari livelli comuni e regione, per la mancanza di informazioni che danno alla cittadinanza, perchè abbiamo dovuto organizzare noi comitati le assemblee informative, per la superficialità con cui hanno accolto questi progetti fortemente impattanti, come se si trattasse di cosucce da niente, senza capirli, forse nemmeno loro, mi arrabbio per la mancanza di coraggio che hanno dimostrato a rifiutarli, a dire no, noi per il nostro territorio abbiamo altri progetti altre idee che ben si sposano con la storia e con quello che su questi territori c è, sia agricoltura sia pastorizia, eppure non sono soli ci sono i comitati dalla loro parte...i comitati, la voce libera dei territori, che si oppongono a questo sbagliato utilizzo delle terre agricole che si oppongono ad un ulteriore consumo di suolo troppo spesso inutile, sbagliato, dannoso e gli esempi li abbiamo, basta vedere cosa è successo a Cossoine, a  Narbolia, a Villasor, solo per citarne alcuni.
Ma il mio rimprovero più grande va alla popolazione, ai cittadini di questi luoghi, abbagliati dal luccichio promesso, che non vogliono capire quanto sia importante questo momento in Sardegna quanto sia importante impegnarsi per difendere il territorio, non vogliono capire nonostante vivano in quest'isola che ha già i segni evidenti di ferite ancora sanguinanti parlo di siti minerari, militari, industriali o folli lottizzazioni immobiliari . Quanto terreno ancora la gente di Sardegna dovrebbe sacrificare? perché non capiamo che è ora di dire basta, perché non vogliamo percorrere il futuro con la dignità di aver rifiutato l'ennesima servitù, l ennesima speculazione, in questo caso energetica? l'ennesimo progetto calato dall'alto? Eppure per noi sardi è un dejavù dovremo averlo imparato perché l'abbiamo già vissuto anche se adesso è tinto di verde, green economy la chiamano, energie rinnovabili giustissime ma non in questi luoghi e a queste condizioni. È tempo che rivolgiamo lo sguardo altrove, non in alto aspettando che arrivi la manna dal cielo ma in basso alle nostre terre, non con arrendevolezza, ma con coscienza e stima.
 Come dicono saggiamente gli africani a proposito del land grabbing ...se l' uomo bianco per avere le nostre terre ci propone tanti soldi vuol dire che esse valgono molto di più.  Ecco forse non abbiamo capito il valore della terra...la terra è un bene prezioso, che dobbiamo imparare a difendere, perchè la sua salute è fragile la sua capacità di rigenerarsi è lentissima, per produrre uno strato di suolo fertile alto 2,5 cm servono 500 anni, eppure ogni anno ne consumiamo più di quanto ne produciamo. Un ettaro di suolo contiene 15 tonnellate di organismi viventi: 1,5 chili per metro quadro. E’ un dato che non andrebbe sottovalutato perché nel suo insieme il suolo conserva una quantità di carbonio molto superiore rispetto all’atmosfera e indebolire la sua vitalità significa minacciare la stabilità climatica.
Dobbiamo porci il problema dell'utilizzo dei suoli, dobbiamo combattere insieme per salvare ciò che è rimasto, la terra, il paesaggio, la nostra ricchezza, la fortuna che abbiamo, una terra  bellissima , preziosa, con la sua varietà di paesaggi che raccontano la nostra storia, che sono la nostra storia e che sarà il nostro futuro se sapremo gestirlo con consapevolezza e intelligenza.  Questo dobbiamo chiedere e pretendere dai nostri politici, altrimenti siamo anche noi complici del disastro che si compirà. E  quando parlo del paesaggio, lo faccio dando un senso ampio al termine, il paesaggio vero, non quello da cartolina e mi aiuta a definirlo un pensiero dello scrittore ormai scomparso Giovanni Arpino:

...Condizionato dall’uomo, il paesaggio è l’unica cornice che ci rimane di ciò che fummo e siamo. Il paesaggio è la nostra memoria palpabile, non un fondale, non un copione già recitato, non una quinta di teatro.
Pacifico e demoniaco, tormentato e sonnacchioso, figlio di grandi vuoti, di rocce immense, di colori mai fermi, di fuochi e di ghiacci, sotto cieli che si dilatano e lo mutano continuamente, il paesaggio [...] ha la sacralità che solo un barbaro, un imbecille non notano. Si disvela e nasconde mille volte, offre pecore e ville, corvi e torri, lapidi e vulcani, erbe e polvere, solitudine e grumi di vitalità eccessiva, mercati e portici, sa di zolfo e di menta, ha la forma affaticata d’una mano contadina e il profilo d’un sapiente antico. E’ questo paesaggio[...] ad incantare. Ancora ed ancora. Malgrado tutto. A dispetto di tutti.

                                                                                           Elisabetta Pau comitato Sa Nuxedda free

martedì 14 aprile 2015

L’arte di aiutare la natura in Sardegna - Elisabetta Pau

A Masainas, nella piazza, c è un olivastro secolare gigantesco, bellissimo. In questo piccolo paese della provincia di Carbonia-Iglesias, sabato 21 e domenica 22 marzo c è stata la quarta edizione della Festa degli innesti. Il primo giorno si è parlato di biodiversità, ambiente, catena alimentare e salute. Il secondo era tutto incentrato sulla pratica dell’innesto (1). Grazie ad alcuni professionisti, che hanno messo a disposizione la loro arte scegliendo delle marze (1) di vecchie cultivar da innestare sui portainnesti – peri, meli e susini, perlopiù -, si è potuto assistere dal vivo a questa tecnica. Volendo, si poteva anche portar via la pianta.
Mi sono ritrovata così ad ammirare le mani esperte al lavoro, a discutere di vecchie varietà di cui ricordavo appena il colore e la forma del frutto e ho carpito anche consigli su come meglio coltivare. C’erano i banchetti dei prodotti locali: il miele, le uova, le spugne di luffa, i carciofi coltivati con metodo biodinamico, il pane di grano biologico. È stata una bella mattinata, terminata con un pranzo collettivo a base di prodotti locali organizzato per bene dalla Pro Loco.
L’intera manifestazione, invece, insieme all’amministrazione comunale l’aveva organizzata il Centro di sperimentazione autosviluppo Domus Amigas di Bindua, frazione di Iglesias. La presidente è Teresa Piras, con entusiasmo, convinzione e una gentilezza fuori dal comune, mi racconta che tutto nasce da un gruppo di donne che hanno reagito alla chiusura delle miniere, sulle quali era basata l’economia di diversi paesi della zona. Si sono riunite e hanno portato nel tavolo di discussione l’esigenza di capire cosa si potesse fare insieme.
“Abbiamo esplorato forme di economia alternativa e di auto-organizzazione capaci di dare una risposta concreta, credibile e realizzabile a una crisi economica che crea disoccupazione e costringe i Sardi ad emigrare. Con questa consapevolezza, abbiamo provato a immaginare uno sviluppo che potesse migliorare da subito la vita di ognuno e cominciato a lavorare su alcuni progetti. Abbiamo cercato di tessere reti di mutuo aiuto e solidarietà verso le realtà esistenti, facendone nascere altre con iniziative rivolte in questa direzione”, spiega Teresa. Una di queste è la Festa degli innesti, nata con lo spirito di evidenziare le risorse locali e le biodiversità: “Ci siamo avvicinati a quello che la Sardegna produceva un tempo e abbiamo sentito l’esigenza di capire perché certe colture erano scomparse e in quale contesto. A partire dal cibo, ci si è resi conto che non si trovava più ciò che ci occorreva per una corretta alimentazione: legumi, grano e frutta. Nel 2010, si è così creato un comitato per la biodiversità, la prima iniziativa è stata proprio quella di innestare antiche varietà. L’ha resa possibile soprattutto Giorgio Deiana, un grande appassionato che innestava per conto suo delle piante selvatiche lungo una linea ferroviaria abbandonata”.
Le ore sono passate veloci, in questa mattinata di scambi e intarsi agricoli. Il clima era sereno e rilassato e chi ha partecipato si è sentito accolto. “La vita si è realizzata sul pianeta grazie alle cooperazione e non con la competizione. Questo è già un cambiamento, una delle cose più importanti sono le relazioni che poi si stringono grazie a questi incontri. Ognuno contribuisce con le proprie caratteristiche e allora si parla di biodiversità sociale, ma è la stessa cosa. La vita influisce attraverso la complessità e la cooperazione e non si può separare il lavoro di conversione della natura, dal sociale. Ecco perché abbiamo lavorato per l’innesto sociale con comunità che hanno differenti origini. Ogni passo è un progetto politico, perché ormai sappiamo che la politica è quella fatta dal basso”. Resto incantata ad ascoltare le parole di Teresa, una donna con una figura esile quanto solide e grandi sono la sua energia, la voglia di fare, di spendersi per quello in cui crede, di guardare al futuro: “Innestare è collaborare con la natura ma dobbiamo stare attenti ai suoi limiti. Siamo diventati consapevoli anche dell’atto simbolico e sappiamo che se l’uomo non rispetta i limiti della natura non c è alcun futuro possibile“.


(1) L’innesto consiste nel saldare, sul portainnesto, una parte di pianta del nesto, detta marza, rappresentata da una porzione di ramo o da una gemma, in quest’ultimo caso detta occhio o scudetto. Si ottiene, in questo modo, un’unica pianta formata da due porzioni diverse. La fusione istologica avviene grazie al callo che si forma fra le due superfici tagliate, precisamente dove combaciano i meristemi cambiali.