domenica 9 agosto 2020

Vallermosa, basilico e silenzio - Elisabetta Pau

“A Vallermosa si è sempre detto: Biddaramosa, arrica de figu morisca e pobera de onnia atra cosa” raccontò mia madre un giorno, e quando le chiesi il significato nascosto di questo detto, lei rispose con schiettezza: “A Vallermosa non c’è nulla, soltanto fichi d’India”. Ci rimasi male e ripensai più volte a quelle parole. Quel “non c’è nulla” io non lo capivo perché a me, che vivevo a Cagliari e qui venivo a trascorrere l’estate, pareva tutto bellissimo: il cortile, le galline e il pozzo con il mazzetto di prezzemolo calato giù con uno spago per tenerlo fresco, i giri con la bici, i giochi per strada, e le notti d’estate seduti con i vicini fuori dalle abitazioni a raccontare storie e pettegolezzi.

Da casa di nonna si sentivano le canzoni del juke-box del bar di ziu Tanu. Alcune botteghe, il mulino, un consorzio, nessun supermercato. Il latte lo andavamo a prendere con il pentolino nelle case dei pastori a fine giornata, la mattina invece bisognava stare attenti a sentire il richiamo dei venditori ambulanti di casalinghi, abbigliamento, verdura, galline e pulcini. Le persone in strada mi salutavano pur senza conoscermi e tutti gli adulti erano zii anche senza essere miei parenti. Avevo molta libertà perché non c’erano grandi pericoli. La notte si dormiva con i cancelli aperti e le biciclette potevano essere scordate in strada poggiate ad un palo; tanto l’indomani erano ancora lì, con un po’ di brina sul sellino. Cosa mi poteva mancare, l’Upim? Era più divertente quando arrivava “su cidresu” a vendere varechina e tanto altro. Oppure Il mare? Mi divertivo di più ad andarci la domenica in corriera, con la corsa solo estiva per Porto Pino, dove si cantava per tutto il viaggio. Certo, con quel nulla si intendeva mancanza di lavoro, di opportunità, ma, a quei tempi, chi non studiava, si arrangiava lavorando nell’edilizia, in campagna o facendo lavori stagionali.

Non so il perché di questo nome, perché hermosa, ma so che Vallermosa ha sempre avuto una bell’aria e una popolazione amabile. Tra gli anni anni ‘70 e ‘80 un gran viavai, i primi viaggi in India e la curiosità del nuovo, avevano creato un contatto con il movimento hippie, alcuni di loro si stabilirono qui, persone stravaganti, come Fiore o Mario il tedesco che andava in giro con l’asino. Stupirono, ma non suscitarono grave indignazione tra gli abitanti bel paese.

Erano anni in cui si usciva a passeggiare nello “stradone”, la statale che collega il Sulcis Iglesiente con la 131 e che attraversa il paese, una strada importante dove è passato di tutto: dalle pecore della transumanza, ai camion puzzolenti con gli scarti di barbabietola che partivano dallo zuccherificio di Villasor. Dopo la cena di nuovo al bar o in piazza a discutere. La monotonia delle giornate, nella bella stagione, veniva interrotta dalle grandi feste per onorare i santi, che ancora oggi in qualche modo resistono; o dalla festa de l’Unità, che invece è scomparsa per sempre. Erano giorni di grande fervore, ci si preparava, ci si faceva belli, era un’occasione per indossare un vestito nuovo. Tornavano gli emigrati, attesi da tutti, arrivavano con le loro famiglie, raccontavano le novità e il paese si riempiva di gente. Nascevano nuovi amori. Corrado stupiva ognuno di noi con il lancio del boomerang nell’anfiteatro.

Oggi a Vallermosa ci vivo, ormai ci vivo da vent’anni. Ora è più difficile, il paese si spopola, molte case sono in vendita o abbandonate, non c’è più il grande albero di more di gelso. Le passeggiate nello stradone non si fanno più. Non tornano gli emigrati, non c’è più il mulino, né il forno. È chiuso persino il bar di Bona, un bar vecchia maniera, dove non c’è mai stato il televisore o le macchinette mangiasoldi e dove si entrava anche vestiti con gli abiti da lavoro. Fino allo scorso anno in alcune ore c’era chi suonava la chitarra. Appesa al muro una grande cartina della Sardegna. Mi piaceva quel bar, ci si poteva sedere e stare anche zitti, oppure dire qualcosa e diventava argomento partecipato.

Forse adesso a Vallermosa non c’è davvero nulla, i cancelli chiusi servono a tenere appesi i cartelli con scritto “vendesi” però c’è sempre una bella campagna, c’è silenzio, nei cortili il basilico, i morti si accompagnano a piedi in cimitero, ci si saluta, ci si incontra guardandosi con odio o amore o quello che è, ma è tutto vero di fronte ai miei occhi, quel nulla è realtà spietata, senza finzione come piace a me.


da qui


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