Visualizzazione post con etichetta Guglielmo Ragozzino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guglielmo Ragozzino. Mostra tutti i post

domenica 17 dicembre 2023

COP 28, finite le comiche

Cop 28, grottesca o tragica? - Guido Viale 

Erano 97.372 – in rappresentanza di 198 nazioni – i “delegati”
ufficialmente registrati per partecipare, a Dubai, alla ventottesima COP
 (Conferenza delle Parti, in attuazione della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – UNFCCC – varata a Rio de Janeiro nel 1992): tanti quanti gli abitanti di una media città italiana. E tutti arrivati e ripartiti in aereo (i VIP su aerei privati: fanno bene al clima) e alloggiati e nutriti in alberghi che a Dubai non costano meno di 500 euro a notte: a spese, ovviamente dei rispettivi Stati e aziende di appartenenza. Si tratta di ministri, sottosegretari, diplomatici, funzionari governativi, esperti, tecnici, manager, quadri e consulenti aziendali, giornalisti, spie, amanti, rappresentanti di partiti e di associazioni “embedded” (cioè sostenute da Governi o aziende), lobbisti: 2.500 solo per il settore “oil and gas”, il triplo che all’ultima COP. Visti i costi e le prospettive nulle se non negative dei risultati attesi, molte associazioni non embedded si sono risparmiate il viaggio a Dubai, a differenza di quanto accadeva nelle COP precedenti, dove la loro presenza, per contestare la condotta dei rispettivi governi, era massiccia. A Dubai, d’altronde, le contestazioni non sono gradite.

Si è trattato della ventottesima conferenza convocata per affrontare la crisi climatica. In tutte le ventisette conferenze precedenti, con una mobilitazione di delegati da tutto il mondo di consistenza analoga, questi erano riusciti a discutere del clima per giorni e giorni (in media 10 e più per COP) senza mai nemmeno nominare – era un tabù – i combustibili fossili. Cioè, ciò che fin dagli anni ’50 del secolo scorso – ma anche prima – gli scienziati del clima avevano indicato come principale causa del progressivo riscaldamento del pianeta Terra, avvertendo che proseguire nel loro consumo rappresentava una minaccia mortale per il futuro della vita di tutto il genere umano. Detto in altre parole, tutto quel movimento di uomini, donne, denaro e proclami, per farli incontrare una volta all’anno a discutere di clima, era finalizzato a concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica – e non solo quella occidentale; nei paesi del Sud del mondo, i più colpiti dalla crisi climatica, l’attenzione per il problema è ben maggiore – sul dito (lo spettacolo delle COP) invece che sulla luna (i combustibili fossili). Evitando accuratamente di affrontare l’oggetto di cui avrebbero dovuto occuparsi. Adesso, al ventottesimo giro, i combustibili fossili sono stati finalmente nominati nel comunicato finale detto, non so perché, Stocktake: art. 28 D, “transition away from fossil fuels”, cioè abbandonare (?) i combustibili fossili, senza però indicare le tappe di questo abbandono, ma solo l’obiettivo finale dello zero net emissions al 2050, dove, come vedremo, net significa continuare a usarli se si riesce a compensarne o nasconderne – sottoterra – le emissioni. Tutto qui? Sì; ma la cosa è stata presentata come una svolta “storica”.

Sembra una barzelletta. Ma nella nostra epoca non c’è limite al grottesco. Infatti a ospitare COP 28 è stata designata la città di Dubai, capitale degli Emirati Arabi Uniti, uno dei principali produttori e fornitori mondiali di petrolio e gas; e a presiederla è stato nominato il principe Sultan Al Jaber, Ceo, cioè amministratore delegato, della Adnoc, la compagnia di Stato che gestisce le risorse fossili del paese. Come dire portare l’Avis in casa di Dracula. E per non farsi mancare niente, a ospitare la prossima COP (la 29) è già stato indicato l’Azerbaigian, un altro Stato che vive di gas e petrolio. Sono decisioni prese dagli Stati che controllano l’ONU e c’è da chiedersi se in queste scelte abbia prevalso il cinismo o l’insipienza delle loro classi di governo; in ogni caso, ha prevalso la loro miseria. Siamo tutti – noi, la popolazione mondiale – in brutte mani.

E infatti la COP 28 è stata aperta da un intervento di Al Jaber secondo cui la riduzione delle emissioni di gas di serra per contenere la crisi climatica non ha basi scientifiche ed è stata chiusa, prima di approvare per acclamazione lo Stocktake, da una lettera del presidente dell’Opec+ (il cartello dei principali produttori di petrolio del mondo) che  diffidava i convenuti dal metterei in discussione l’utilizzo dei combustibili fossili, posizioni poi solo in parte ammorbidite nello Stocktake. Ma già che erano là a parlare di clima, i grandi produttori e utilizzatori di fossili ne hanno approfittato, a latere della conferenza, per fare accordi e siglare contratti: insomma, a trasformare la COP in una fiera-mercato del fossile.

I risultati si vedono: a fronte del riferimento “storico” ai fossil fuels lo Stocktake ha piantato dei paletti per renderlo del tutto inefficace, promuovendo, accanto all’obiettivo di triplicare le rinnovabili entro il 2030 (ma a molti paesi mancano i mezzi per farlo e la conferenza è stata parecchio attenta a non metterne di sostanziali a disposizione dei paesi più poveri o più colpiti dalla crisi climatica), alcune soluzioni che procrastinano a azzerano l’uscita dai fossili: il gas naturale, rinominato “combustibile di transizione”, con tutto l’apparato di impianti (tubi, metaniere, gassificatori e degassificatori, impianti di termogenerazione, ecc.) che richiedono decenni per essere ammortizzati; il nucleare (solo il ministro italiano Tajani ha avuto il coraggio di nominare la fusione, come se l’avesse già in tasca), in un momento in cui tutti parlano di mini-nucleare (impianti “piccoli” e diffusi, che moltiplicano rischi, costi e militarizzazione del territorio). Ma l’unica impresa (Usa) arrivata a rendere operativa la loro costruzione è appena fallita. Altri impianti sono in costruzione da decenni, mentre quelli esistenti sono sempre più vecchi e insicuri, moltiplicandone rischi e costi. D’altronde tutti ormai sanno che il nucleare costa già ora più del gas e delle rinnovabili; costerà sempre di più e ha, e avrà sempre di più, bisogno di essere sostenuto, anche economicamente, dagli Stati. E, infine il CCS (Cattura e sequestro del carbonio), che consiste nel prelevare la CO2 all’uscita dagli impianti o direttamente in cielo per comprimerla e iniettarla sottoterra o sotto i mari, in giacimenti di petrolio e gas esauriti, da cui poi potrebbe fuoriuscire quando meno te lo aspetti. D’altronde anche questa tecnologia funziona poco, costa carissima: il più grande impianto di CCS del mondo, della Chevron in Australia, è appena fallito anche lui. Ma sono tutte proposte che hanno il solo scopo di rendere meno urgente il passaggio alle rinnovabili, legittimando la prosecuzione del ricorso ai fossili (carbone compreso, il più pestilenziale, ma anche il più utilizzato).

Così, se andiamo a guardare dietro le quinte delle risoluzioni storiche di questa COP, nei programmi di investimento dei principali produttori e utilizzatori di combustibili fossili, scopriamo che, come sostiene lo Stockolm Environment Institute: “I governi hanno ancora in programma di produrre più del doppio della quantità di combustibili fossili nel 2030 rispetto a quello che sarebbe compatibile con la limitazione del riscaldamento climatico a 1,5°C”. Il fatto è, come scrive Mario Tozzi su La Stampa del 13 dicembre, che “nessuno dei potenti del pianeta Terra riesce anche solo a immaginare un mondo senza combustibili fossili e se tu non lo immagini ora, quel mondo non sarà mai possibile”. Dunque, immaginarlo, anche nei suoi risvolti pratici, paese per paese, città per città, strada per strada, per poi imporlo ai nostri governanti, tocca a noi.

da qui



Emiri, nucleare e Istituto Luce - Angelo Tartaglia 

Un osservatore situato in una galassia lontana lontana, ma in grado di assistere in tempo reale alle vicende terrene troverebbe la situazione irresistibilmente comica.

Riassumiamo: la comunità scientifica del nostro pianeta segnala in maniera inequivocabile (nel senso scientifico del termine, con misurazioni effettuate in molti modi diversi da gruppi diversi in luoghi diversi, con raffinatissimi sistemi di calcolo, con stime delle incertezze e così via) che il clima è ormai prossimo a un tracollo, ovvero a un brusco riassestarsi della circolazione atmosferica e marina, nonché del regime e della violenza delle precipitazioni; i prodromi di questo collasso sono peraltro già visibili attraverso il manifestarsi a ritmo accelerato dei cosiddetti “eventi estremi”; danni e sofferenze connessi con questi eventi estremi sono molto ingenti e si scaricano più drammaticamente sulle popolazioni più fragili (la stragrande maggioranza dell’umanità). Tutto questo è direttamente connesso col fatto che l’umanità sta modificando le proprietà fisiche dell’atmosfera con l’immissione a ritmo accelerato dei cosiddetti gas climalteranti, in particolare la CO2, che provengono, in grandissima misura, dall’uso dei combustibili fossili come carbone, petrolio e gas naturale: oggi come oggi essi coprono l’81% del fabbisogno energetico dell’umanità. Dopo decenni da che i primi razionalissimi allarmi sono stati lanciati, i governi – e, più in generale, coloro che hanno potestà di assumere decisioni relative alle politiche energetiche e all’economia della terra intera – hanno cominciato a prendere atto e a riunirsi per concordare il percorso da seguire per riprendere il controllo della situazione e porre fine in primo luogo all’uso di combustibili fossili e poi, comunque, alle devastazioni ambientali che comportano pesanti ricadute sull’umanità come tale e su tutta la biosfera. Sono così nate le Conferenze delle Parti (COP) che anno dopo anno hanno portato alla redazione di importanti dichiarazioni e liste di buoni propositi, cui non sono seguite per lo più azioni concrete, tanto è vero che la quantità di CO2 in atmosfera ha continuato a crescere in maniera accelerata e altrettanto ha fatto il riscaldamento globale.

Bene. Siamo così arrivati alla COP28, ospitata negli Emirati Arabi Uniti, a Dubai, uno fra i paesi col più alto consumo di energia pro capite che deve l’oceano di denaro in cui nuota proprio ai combustibili fossili. A presiedere la conferenza viene chiamato un signore (Sultan Ahmed Al Jaber) che è anche a capo della compagnia petrolifera nazionale di Abu Dabi e che in un’intervista dichiara che non ci sono evidenze scientifiche che il mutamento climatico in atto si fermerebbe abbandonando i combustibili fossili e che facendo a meno del petrolio torneremmo all’epoca delle caverne. Per altro la città di Dubai (come altre tra Arabia Saudita ed Emirati) è uno splendido esempio dell’opposto di quel che bisognerebbe fare per gestire in modo concreto ed equo la situazione: l’esaltazione dello spreco, del lusso e delle differenze è in ogni angolo. Chissà se l’importanza di questa conferenza è confermata dalla straordinaria partecipazione da tutto il mondo. Qualche decina di migliaia di persone (!): tutti competenti ed esperti di questioni climatiche e di economia, naturalmente. Qualche migliaio sono i tipici lobbisti retribuiti dalle grandi imprese dei fossili: chissà cosa saranno lì a difendere? Naturalmente nessuno ha fatto il bilancio del carbonio di questa gigantesca scampagnata planetaria.

Già così il nostro remoto osservatore della galassia menzionata all’inizio avrebbe abbondantemente di che sollazzarsi, ma, per noi che ci siamo dentro, la situazione ha decisamente molto più del tragico che del comico. Tuttavia bisogna riconoscere che già dal secondo giorno la COP28 un risultato lo ha ottenuto: 22 paesi si sono impegnati a triplicare la produzione di energia nucleare entro il 2050, perché questo sarebbe il modo più veloce per liberarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili. Il nostro osservatore galattico sgrana gli occhi: per realizzare una nuova centrale a partire da oggi ci vogliono, dicono le statistiche ed esempi recenti, una quindicina di anni e un sacco di soldi (da 10 a 15 miliardi di euro o, se preferite, dollari a centrale); moltiplicando per tre la produzione mondiale di energia nucleare si arriverebbe a un 12% dell’attuale consumo dell’umanità. Insomma l’energia nucleare in sé non sarebbe risolutiva; non solo, ma gli ingentissimi investimenti (tutti pubblici) richiesti sarebbero in competizione con lo sviluppo delle cosiddette rinnovabili, che, tra l’altro, se consideriamo il sole, hanno una potenzialità pari ad alcune migliaia di volte il fabbisogno umano. Consideriamo anche che le tecnologie richieste dalle rinnovabili (sole, vento e idroelettricità in primis) sono ben note e in generale l’installazione di impianti di produzione è estremamente più rapida della costruzione delle centrali nucleari; anche il problema dell’accumulo dell’energia per trasferirla dalle fasi di sovrapproduzione a quelle di penuria o assenza di produzione ha svariate soluzioni concrete ed è un tema in rapida e positiva evoluzione tecnologica.

Ovviamente i 22 dell’accordo di Dubai sono tutti paesi che hanno già in casa delle centrali nucleari. Per lo più (sicuramente nel caso della Francia, degli Stati Uniti e del Regno Unito) una buona parte delle loro centrali sono “vecchie” ossia prossime alla data della dismissione (la vita utile di una centrale a fissione è dell’ordine dei 40 anni anche se in qualche caso la si prolunga di un’altra decina d’anni a scapito della sicurezza), con la prospettiva di costi elevatissimi legati allo smantellamento o decommissioning che dir si voglia. Ecco che qui, come accade a un tossicodipendente, questi governanti si danno da fare per illudersi di superare le difficoltà lanciando una nuova dose che gli permetta, secondo loro, di gestire economicamente i costi indotti della vecchia. È ormai risaputo che, dal punto di vista dell’economia tradizionale, il nucleare non è competitivo e nemmeno conveniente: lo si può mantenere in vita solo con grandissime iniezioni di denaro pubblico erogato a debito delle generazioni future (sempre che le future generazioni non vengano prima travolte dall’imminente collasso climatico).

Sul nucleare in sé non starò qui a ripetere cose già scritte in questa o in altra sede (cfr. A. Tartaglia, Spaccare l’atomo in quattro. Contro la favola del nucleare, Edizioni Gruppo Abele, 2022) e su cui c’è ormai una vasta letteratura. Mi limito a ricordare che la fissione nucleare lascia necessariamente in eredità le scorie che comprendono i prodotti della fissione, sono radioattive e costituiscono un problema per migliaia di anni. Nella propaganda lanciata alla grande in tutte le sedi questo aspetto come tutti quelli connessi con la sicurezza, la connessione con le applicazioni militari e le diseconomie viene minimizzato o liquidato con favole prive di consistenza scientifica prospettando meravigliose soluzioni che “è vero che non ci sono ancora ma che di certo arriveranno”. L’offensiva mediatica dei nuclearisti internazionali è realmente a tutto campo con articoli di giornale, interviste, dichiarazioni, “consigli” discretamente forniti a coloro che contano, e chi più ne ha più ne metta. Sono arrivati anche ad arruolare un noto regista come Oliver Stone con il suo Nuclear now, lungo documentario propagandistico che sarebbe interessante comparare a quelli prodotti ai tempi di Stalin per esaltare le conquiste del socialismo reale. Nuclear now, presentato al Turin Film Festival e già rilanciato da circuiti televisivi come La7, illustra le magnifiche sorti e progressive del nucleare, vera energia pulita e unico antidoto agli incombenti mutamenti climatici; naturalmente non viene riportata nessuna analisi, tecnicamente fondata, sui problemi e sulla insostenibilità a breve e lungo termine dell’energia da fissione e si riproducono solo roboanti elogi da Istituto Luce: quanto ai problemi, be’ la radioattività non è poi così pericolosa (?!); le scorie sono poche e sono ben custodite (?!); a Chernobyl non è poi che ci siano stati così tanti morti (sic!), certo di meno di quelli dovuti ai combustibili fossili; in futuro prolifereranno i piccoli reattori da condominio (proprio così!). In complesso poi si adombra elegantemente l’idea che dietro l’opposizione popolare alle centrali ci siano i grandi operatori del fossile.

In realtà è facile verificare che le lobby internazionali del nucleare includono proprio i potentati del fossile: tra i 22 paesi dell’accordo intercorso alla COP28 ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti (quelli del già citato Sultan Ahmed Al Jaber); tra i fautori a spada tratta del nucleare, qui da noi, c’è ENI, che intanto trivella mezzo mondo per ricavare sempre più petrolio e gas da vendere (e da bruciare). La logica è abbastanza semplice: l’economia globale non si tocca, la crescita materiale è ineludibile e sacrosanta, per l’intanto si va avanti a bruciare più fossili possibile facendo affari alla grande; siccome però si sa che le fonti fossili, continuando al ritmo di sfruttamento attuale, avranno i giorni contati (la durata delle riserve economicamente sfruttabili è stimata essere di qualche decennio) ci si muove per promuovere a larga scala una fonte che possa permettere di continuare in primis a fare affari con l’energia e le opere correlate (sia pure a carico delle finanze degli Stati) e poi di alimentare uno stile di vita fisicamente insostenibile che però assicura condizioni di assoluto privilegio a chi controlla flussi e investimenti. Ciò che dà estremamente fastidio, per lo meno a me, è utilizzare come ostaggi per le argomentazioni pro nucleare i poveri di questo mondo: “non vorremo mica impedir loro di diventare come noi”. Eppure le statistiche (e la fisica) dicono che l’economia della crescita competitiva, del consumismo irrazionale, dell’usa e getta fanno dovunque crescere le disuguaglianze. Se si vuole recuperare l’equilibrio occorre porre mano al paradigma economico dominante: questo però in primo luogo mette in discussione la posizione di coloro che hanno i massimi vantaggi diretti e immediati e questi, che dispongono di enormi risorse monetarie, investono alla grande nella disinformazione di massa e nelle azioni di lobbying nei confronti dei decisori istituzionali a vario titolo piuttosto sensibili anch’essi al qui e ora (domani si vedrà…). La società ideale prospettata da Mr. Stone è quella americana (senza far caso al fatto che tocca rilevanti record di iniquità interna e di sistematico spreco di risorse) intesa come modello universale per altro ineludibile e necessario.

Fra l’altro il nucleare (pulito, s’intende) che dovrebbe alimentare quel modello, ahimè, avrebbe a sua volta una durata misurabile in decenni, più o meno come il petrolio, ma, decennio dopo decennio, con un po’ di gas-petrolio-carbone e di pulitissimo nucleare un po’ avanti si va. Finito questo tempo senza cambiar nulla, be’, qualcos’altro si troverà (la “scienza” magica farà qualche miracolo) e si potrà continuare imperterriti sulla strada del “sempre di più soprattutto per me”. Insomma: cambiare tutto perché nulla cambi.

C’è da dire che questa offensiva generalizzata, a tutto campo, per la promozione e il rilancio del nucleare ha anche un po’ una connotazione vagamente isterica. Sembra che chi è ai vertici del vero potere, quello del denaro, cominci a sentirsi un po’ inquieto di fronte alle minacce di tracollo climatico e a una sia pur lenta e a volte non del tutto razionale presa di coscienza della natura del problema dell’insostenibilità del nostro paradigma sociale ed economico globalizzato. Nell’aria si annusa l’odore di cambiamenti necessari che, fuori dagli aspetti tecnologici, rischiano di risultare ineludibili. Se la transizione di cui tanto si parla viene gestita con saggezza l’intera umanità ne trae vantaggio, ma se la logica del “qui e ora” e del “prima io” prevale, allora ci si può aspettare che, in parallelo e ancor prima del tracollo climatico, si arrivi a forme di collasso politico sociale oltreché materiale (tradotto: conflitti e guerre più o meno devastanti) che possono trasformare l’evoluzione in una catastrofe.

Ormai la COP28 è divenuta un’enorme tragedia buffa che funge o vorrebbe fungere da oppio dei popoli ed è del tutto in mano a chi, avendo moltissimo, non intende rinunciare a nulla e anzi vorrebbe avere sempre di più. E poi, come diceva Luigi XV di Francia: “après moi le déluge” o meglio “dopo di me il collasso climatico”. Una progressiva presa di coscienza potrà aiutarci ad evitare i guai peggiori e a mitigare l’impatto di quelli che sono ormai ineludibili o già in corso.

da qui


Emergenza climatica: banchieri contromano - Guglielmo Ragozzino

La Cop 28 di Dubai, a cominciare dal principe Al Jaber che la presiede, è la conferenza del fossile più che del clima. Un rapporto di 504 associazioni ambientaliste di 54 paesi denuncia la rete di banche che regge l’architettura del sistema carbonio.

L’”Arabia esaudita” è il titolo scelto da il manifesto mercoledì 29 novembre per spiegare l’esito della gara tra Riad, Busan e Roma per la conquista della sede dell’esposizione universale del 2030. Le cifre sono deludenti per gli appassionati di “Forza Roma, Forza Lupi” e quel che segue; Riad (capitale dell’Arabia) vince con 119 voti su 182 paesi votanti, la coreana Busan ne riceve 29 e, ultima, Roma solo 17 voti; neppure gli amici fidati l’hanno sostenuta. Da notare ancora l’intelligente articolo di Alberto Negri: Smacco Italia La trappola dell’“amico” bin-Salman e la segnalazione che ne fa, brillantemente, Beda Romano responsabile per la settimana di Prima pagina, la rubrica giornalistica delle 7,15 di ogni mattina – da tempo immemorabile – di Rai radio tre.

1.Il voto per la capitale saudita (e il consenso generale che esprime) è la prova, per quasi tutti, di un vero e proprio ridisegno della carta mondiale delle rotte e dei traffici (e delle alleanze). Sparisce – al primo livello di riflessione – il fascino del famoso Bel Paese, con tanto di ineguagliabili bellezze rinascimentali, da mettere alla base dell’Esposizione universale, al punto che, sembra acclarato, perfino l’amica Albania abbia scelto diversamente. Se però il destino di Roma, negli spazi mondiali, è poco significativo, o per così dire secondario, molto più importante è un altro segnale che il gran voto per Riad lascia intendere: quali conseguenze ci saranno per il clima per il tanto temuto e tanto combattuto – anche se per lo più a parole – aumento di temperatura di un grado e mezzo, o due e più gradi centigradi, rispetto al passato preindustriale? I famosi giuramenti del Cop 21 di Parigi del 2015 sono ancora coerenti? E l’avvento di nuove energie, considerate poco o punto inquinanti, è ancora attendibile?

2.Si è aperta in effetti il giorno seguente, il 30 novembre, in un’altra città mediorientale, anzi degli Emirati Arabi Uniti, Dubai, la riunione, decisiva, del Cop 28. Durerà fino al 12 dicembre. I giornali notano che il principotto locale, Sultan Al Jaber, presidente e ospite di Cop28, è capo in testa, o Ceo sia dell’azienda statale del petrolio sia di quella statale per le rinnovabili. Per dirla tutta, in una sua intervista a Luigi Ippolito, corrispondente da Londra del Corriere della Sera, (29 /11) risulta che ci tenga a farsi chiamare dottor Sultan e che l’implacabile Greta Thunberg abbia detto, con qualche ragione, che “la sua nomina era assolutamente ridicola”. Essendo lui a guidare Cop 28, ciò significa, a prima vista, che in Cop 28 il fossile non verrà condannato, anzi farà buoni nuovi affari, mentre le rinnovabili saranno oggetto di vasti apprezzamenti: magnifici progetti, per il duemilaottanta; insomma, la guerra per l’ambiente rinnovato e il clima sicuro non è ancora cominciata; semmai sta per fare, nella stagione dicembrina di Dubai, qualche passo indietro. 

3.Per rimanere ancora un attimo – per meglio dire: un barile – su Dubai e gli Emirati, risulta alla stampa specializzata che l’Adnoc, (Abu Dhabi National Oil Company) società del governo di laggiù, ha 55 mila dipendenti con entrate di 60 miliardi di dollari. Abu Dhabi è la capitale degli Emirati. Il dottor Sultan obietta di essere anche il capo di Masdar, impresa specializzata in energia rinnovabile. Di quest’ultima società non sono noti i numeri ufficiali, ma nella stessa stampa competente, prima chiamata in causa, circola la cifra di entrate pari a 172 milioni di dollari con 650 lavoratori. Come è facile capire, nella penisola arabica c’è di meglio, qualora ci sia voglia di puntare sul sicuro, e ci sia denaro per farlo. Al primo posto c’è Saudi Aramco, grande impresa del governo saudita, che con 161 miliardi di introiti nel 2022 per 11,5 mbg, (milioni di barili al giorno) estratti, lavorati, venduti, ha sbaragliato tutti: esperti, lobbisti, ricercatori, sultani secondari, petrolieri dei tempi di Rockefeller. Non però i banchieri. 

INTERMEZZO

Ma prima di toccare il tasto, quello finale di questo breve excursus sul fossile e il nostro futuro altrettanto sicuro altrettanto oscuro, aggiungiamo – gratis – un’informazione sulle 7 sorelle. Erano, quando sono state inventate, quelle che seguono:

·         Anglo-Iranian Oil Company

·         Royal Dutch Shell

·         Standard Oil Company of California

·         Gulf Oil

·         Texaco

·         Standard Oil Company of New Jersey

·         Standard Oil Company of New York.

Tra alti e bassi, finanziari o politici di varia natura, guerre e rivoluzioni, solo Shell, ha mantenuto il nome, una parte almeno; le altre sorelle si sono fuse tra loro o sono state afferrate da poteri più forti. Le Standard Oil, erano tutte di Rockefeller. Le ultime due dell’elenco, riunite, hanno dato luogo a Exxon e poi a Exxon Mobil; l’Anglo Iranian è divenuta Bp. Standard California è all’origine di Chevron; e così via. Aramco, per esempio, significa Arabian American Oil Company, essendo il risultato della nazionalizzazione della compagnia che oggi è di proprietà dei reali sauditi. Mattei non ha forse inventato l’espressione Sette Sorelle, l’ha utilizzata in tono non reverente, ma, per così dire, realistico per spiegare che nel campo dei petroli c’erano odiose streghe, tutte sorelle, e tutte in perenne lite tra loro, come nelle fiabe; ma che in verità ciascuna di esse operava anche al di fuori dal mondo fiabesco. Oltretutto esse erano tutte d’accordo contro di lui, convinto com’era che il mondo fosse diverso da una fiaba per bambini piccoli. Così esse lo odiavano perché bambino credulone non era più, anzi non lo era mai stato; e voleva fare da sé e diventare grande altrimenti; per esempio comprando, senza il loro permesso, petrolio dall’allora Urss.

Quando la storia/finisce in gloria

4.Beati i tempi delle sette sorelle! Oggi le streghe sono molte di più. Se si guarda soltanto alle dieci compagnie che hanno ricevuto più finanziamenti dalle banche, ben cinque sono estranee al mondo dell’energia, almeno a quello generalmente noto nel secolo scorso. Queste dieci compagnie energetiche indipendenti hanno ottenuto ciascuna finanziamenti tra 91 miliardi di dollari e 61miliardi. (Attenzione! Qui si tratta di miliardi, indicati con la B di billion. T che significa Trillion è il nostro bilione, cioè mille miliardi di quel che sia, di dollari, per esempio) Si noti che gli anni considerati dagli interventi bancari a favore dei “fossili” sono 2016-2021, sei anni in tutto. Il conto è di 4.586 T (quanto a dire quattromila miliardi più gli spiccioli di 586 miliardi di dollari). Le banche, perché è di esse che si tratta, hanno conferito al sistema “fossile” 723 miliardi nel 2016, l’anno successivo al Cop 21 di Parigi; e poi, via via, 738 miliardi nel 2017, 799 nel 2018, 830 nel 2019, 750 nel 2020, 742 nel 2021.  Ecco l’elenco dei dieci maggiori clienti “fossili delle 80 maggiori banche del mondo: 

Enbridge,98 B; Exxon, 87 B; Aramco, 78 B; TC Energy, 77 B; Occidental Petroleum, 66 B; Shell,66 B; China National Petroleum Corp., 64 B; Shanxi, 61 B; Sempra Energy,61 B. 

Enbridge è un’impresa canadese per origine e attività di distribuzione; TC Energy più o meno lo stesso; Occidental Petroleum è una società indipendente, assai forte in California e Texas. Questa impresa ha avuto un breve storia con l’Eni, unendo per qualche mese nel 1982, le attività chimiche e formando Enoxi, per separarsi subito dopo; China e Shanxi sono imprese cinesi; Sempra è una società statunitense emergente; essa ha però abbandonato una parte del suo nome, Energy, dichiarando così pubblicamente che di energie soprattutto nuove non sa che farsene e tenderà a non venderne più. Le “nuove” sono tutte imprese con migliaia di addetti e progetti potenti; rimane probabile la scarsa disponibilità, come nel caso di Sempra, a sostenere l’energia rinnovabile, in qualunque forma rappresentata. 

5.Per entrare nel dettaglio (viene da ridere, se non da piangere, a parlare di “dettaglio”) Exxon è finanziata per 15 miliardi di dollari da ciascuna di tre banche Usa: Bank of America, Morgan Chase e Citi: in tutto 45 miliardi di dollari circa. Il resto è un affare delle altre 77 banche della comitiva. 

6.La questione è però assai seria. Il caso di Exxon e delle banche degli Usa è solo un esempio, notevole fin che si vuole, di una associazione di affari tra le imprese mondiali che agiscono nel “sistema carbonio” – che in altre parole creano anidride carbonica producendo carbone, petrolio, gas – e le maggiori banche mondiali. La ricerca che stiamo saccheggiando è il risultato di un’altra associazione, contraria alla prima, cresciuta tra 504 organizzazioni ambientaliste di 54 diversi paesi. Sono decine di attività ambientaliste, che vanno da Extinction Rebellion San Francisco Bay a Catholic Network Area, da American Jewish World Service a 1000 Grandmother for Future Generations, da 350 Humboldt a Veterans for Climate Justice, da Stamps our Poverty a Greenpeace, da No Fracked Gas in Mass a Stop the Money Pipelin. Quest’ultima organizzazione, quale che sia – non ci è dato di saperlo – rappresenta il pensiero comune delle altre cinquecentotre e delle altre non collegate. Tutte insieme, hanno messo in movimento decine di ricercatori per raccontare al mondo il caos climatico dovuto alle banche. (BankingonClimateChaos.org) Il risultato è uno studio di un’ottantina di pagine, fatto con poche frasi, moltissime tabelle e figure: da leggere, guardare e provare a capire. “La pubblicazione di questo rapporto segna un altro anno in cui molte tra le maggiori banche mondiali non hanno saputo assumere la scelta necessaria di ridurre la propria partecipazione al caos climatico. Il tempo fugge e l’espansione del combustibile fossile deve cessare subito. Ogni dollaro che le banche usano per nuovi progetti di combustibile fossile e le imprese collegate, è incompatibile con la stabilità climatica e l’impegno per emissioni nette pari a zero. Finirla con l’appoggio all’espansione del combustibile fossile è il prossimo urgente passo per annullare il sostegno bancario al combustibile fossile in un termine compatibile con 1,5°”.

7.Il Rapporto esamina le principali banche del globo nel loro rapporto con le imprese che operano nei combustibili fossili. Tutte le specie di fossili, indicate una per una: gli scavi e l’attività che ne deriva. Sono indicate le banche finanziatrici, le imprese che ottengono i fondi, le attività che esse svolgono; il tutto viene spiegato scientificamente, nel senso che non c’è quasi mai un tono di rimprovero. C’è solo una scheda nella quale si coglie un po’ di dissenso se non di disprezzo per banchieri corrivi e per imprese arraffone. Il rapporto tocca infatti il tema delle popolazioni indigene che vengono spogliate dei loro beni e costrette a diventare nemiche di madre natura. Durante Cop26 a Glasgow in Scozia si è parlato lungamente di tutto questo. Con grandissime promesse, ma senza particolari conseguenze. Nel rapporto in esame è scritto che “La resistenza degli indigeni al colonialismo è basato sulla responsabilità della difesa del loro spazio e della loro sovranità e sul fatto che facendo così essi difendono la Terra stessa”.

da qui


sabato 24 luglio 2021

Con il Covid cresce il popolo degli affamati in fuga - Guglielmo Ragozzino (*)

 

Le Nazioni Unite hanno pubblicato dati sulla fame nel mondo nel tempo della pandemia. Hanno lavorato all’unisono cinque istituzioni: Fao, Ifad, Unicef, Wfp, Oms. Un decimo della popolazione mondiale vive con la fame o muore di fame. A spanne, nell’ultimo anno preso in considerazione vi è stato un aumento presunto di un altro affamato ogni dieci persone, e si tratta come è facile capire, in misura rilevante, delle conseguenze – dirette e indirette – della pandemia del Covid 19 che ha tolto lavoro e spazi a tutti, ma a qualcuno di più. A soffrire la fame, all’inizio dell’anno in corso, sono poco meno di 800 milioni di persone di cui 418 milioni in Asia, 282 milioni in Africa, 60 milioni nell’area che comprende l’ America centrale e i Caraibi.

Mentre dall’inizio del secolo la lotta contro la fame aveva avuto effetto, e i risultati lasciavano aperta la speranza di “sradicare” la fame per il fatidico 2030, la curva ha cambiato indirizzo nel 2014. L’aumento della pandemia-fame decorre dagli ultimi cinque anni, ma è stato nell’anno della malattia globale, il Covid 19, con tutte le conseguenze, che la situazione è peggiorata in modo che sembra inarrestabile: il dato ufficiale del 2019 era di 650 milioni , cresciuti a una cifra ancora incerta tra un minimo di 720 milioni a un massimo di 812, vale a dire dall’8,4% del 2019 al 9,9% del 2020 scegliendo, con i metodi degli statistici dell’Onu, con i grafici e le previsioni scientifiche, un tasso intermedio, collocato tra il minimo del 9,2% e il massimo del 10,4%.

Una delle agenzie dell’Onu sopra citate, WFP, ha organizzato con la casa madre e l’Unione europea uno speciale sistema di attenzione alla fame e al cibo, “Global Network against Food Crises” che fornisce uno speciale rapporto: il “Global Report”, con quel che segue. Il presidente dell’Onu, il portoghese Antonio Guterres, si è dato coraggio con un buon grado di ottimismo: “Non c’è posto per carestia e inedia nel ventunesimo secolo. Insieme possiamo farla finita con la fame”.

Il rapporto è interessante per la ricognizione di tutti i paesi e i territori a fame prevalente e per la proposta di classificare la fame in cinque livelli. Minimal: famiglia in grado di procurarsi il cibo essenziale; stress: famiglia che ha il minimo di cibo per sopravvivere ma non può affrontare alcun’altra spesa; crisis: famiglia con buchi nei consumi di cibi essenziali; emergency: grandi buchi frequenti, cattivo nutrimento, ricerca di espedienti; catastrophe: estrema mancanza di cibo, la famiglia rischia l’inedia e la morte. Per la fase 3 vengono indicate 155 milioni di persone distribuite in 55 paesi, sempre gli stessi; quello che cambia è l’aumento di 20 milioni dal 2019; mentre sono 133.000 quelle che tra Burkina Faso, Sud Sudan e Yemen che erano nella fase 5, alla catastrofe, alla morte per fame.

Prima di andare avanti vorremmo essere sicuri di avere scritto bene. Solo nel caso dell’ultima cifra citata si tratta di migliaia persone. Gente a perdere, in Yemen, Sud Sudan, Burkina Faso: catastrofi, d’accordo, ma il mondo va avanti lo stesso. Negli altri casi a rischio sono milioni di persone, bambini, madri, vecchi; lavoratori che guadagnano troppo poco o perdono il lavoro: tutti soffrono per fame, vivono male, muoiono per fame. Quelli che lavorano, spesso guadagnano anche un dollaro al giorno e il costo minimo in cibo per sopravvivere a persona al giorno è stato calcolato, sempre dalle organizzazioni dell’Onu e da altri specialisti internazionali in dollari 1,90. Qualche economista smaliziato farà notare che un potere d’acquisto di un dollaro cambia, e molto, dagli Usa al Bangladesh per via del diverso costo della vita. Un dollaro di medicine vale però circa lo stesso qui e là. Non ci sono ancora vaccini che si pagano con dollari scontati per via del diverso e ridottissimo costo della vita. Per questo l’effetto dell’ultima apdemia del Covid 19 si somma a tutto il resto. Si muore per inedia e per carenza di farmaci indispensabili e troppo cari.

BUONE letture. La situazione della fame è stata descritta in modo scientifico e appassionato, storico-cronistico dallo scrittore argentino Martin Caparros con un libro “La Fame” pubblicato da Einaudi, premiato più volte, ma preso poco sul serio. Il libro è uscito in Italia nel 2015 e c’era modo di imparare qualcosa: racconta della stessa fame in parti diverse del mondo; fa la storia di padri e soprattutto madri che non hanno niente da offrire ai bambini. Tutto questo mentre erano in corso gigantesche speculazioni internazionali sui cibi e sulla terra, per garantire il guadagno ai pochi, ai padroni del mondo, dovunque fossero annidati, e togliere la terra e il cibo, il minimo cibo indispensabile e costringere i molti ad andarsene; o crepare. Invece di mettere sull’avviso, il libro è sembrato esagerato o sensazionalistico. Abbiamo però una recensione, gratuita, disponibile che si trova “chiamando” fame, caparros. Chiunque può almeno leggere quella, che è ancora in rete (Francesca Lazzarato, “Una violenta metafora della disuguaglianza che noi tutti accettiamo”, il manifesto 31-5-2015). Si descriveva la nostra avidità di ricchi sazi di tutto e la disperazione del mondo giovane, fuori di noi, senza niente. Cose del passato. Oggi per esempio, come si sa, gli immigrati, i famosi, invadentissimi clandestini, quelli radunati dagli odiosi trafficanti di schiavi, vengono qui per curiosità, per fare la bella vita, al limite per rubare; non per fame.

L’opposto della fame è lo spreco. La stupidità della gente ricca e ben pasciuta (non noi, è chiaro!) si trova anche anche nella descrizione degli sprechi di cibo. Un testo di Saverio Pipitone “Cibo: più pregi, meno sprechi” (Saverio Pipitone blogspot.com) – rilanciato dalla “Bottega del Barbieri, il ben noto blog – esamina il piccolo “Atlante di disuguaglianze” e i dati Fao e Unep. Lo spreco alimentare, il buon cibo buttato, vale 2.500 miliardi di dollari; per l’Italia si parla di 300 euro per famiglia. Un miliardo di tonnellate finisce ogni anno nella spazzatura e si tratta di cibo commestibile per l’80%. La metà dello spreco è spreco casalingo di cibo acquistato e non consumato; l’altra metà si perde e va in discarica passando nel variopinto sistema di distribuzione, senza arrivare alla bocca di qualcuno. Allo spreco è anche imputabile un mare di 250 chilometri cubi di acqua potabile, nonché una nuvola di 3,3 miliardi di tonnellate di CO2. E possiamo continuare nella rassegna di Pipitone: 1,4 miliardi di ettari occupati per produrre cibi da buttare; 4 chili/persona di fertilizzanti spruzzati; 25% della deforestazione complessiva, 20% di tutti i danni alla biodiversità e per finire un apporto del 21% di tutti i rifiuti in discarica. C’è infine una sommessa lode di gruppi come il Gas (Gruppo acquisti solidali), ben noto in Italia, o il Csa (Comunità di sostegno all’agricoltura) che intendono connettere produttori e consumatori: due minuscole forme di contrasto allo spreco. Tali forme sono anche un invito alla riflessione pubblica sulla questione materiale del cibo: quelli che ne hanno poco o niente del tutto e quelli che ne hanno troppo e sanno solo sprecarlo. Sono aspetti slegati, nella storia del mondo, nella geografia di questi anni, oppure sono connessi tra loro, con un elemento di dipendenza reciproca? Difficile rispondere in modo non ideologico, difficile suggerire soluzioni che non siano forme di assistenza, in grande, ai poveri della terra; oppure una severa educazione alimentare all’Occidente, obeso e malato di troppo cibo?

Per spiegare meglio quello che avviene e avviene e avviene, l’Onu propone una distinzione tra coloro che rischiano ogni giorno di morire di fame e coloro che sono sempre affamati, non mangiano mai abbastanza e sopravvivono così, tentando a volte di fuggire e conquistare qualche dollaro in più altrove, con l’intento sia di ridurre il peso in cibo per la famiglia, sia di inviare qualche cibo a casa sotto forma di moneta spendibile dalla famiglia stessa. Gli affamati, disperati o quasi disperati, gli uni e gli altri, contati assieme, rappresentano un terzo degli umani, una persona su tre. Con i dati delle cinque agenzie dell’Onu abbiamo semplificato una tabella sulle percentuali relative agli affamati gravi e agli altri, quelli con fame continua ma non mortale e con disturbi di alimentazione, dovuti soprattutto alla indisponibilità di cibo sano, distinguendo le diverse fami, in tre anni diversi che mostrino l’andamento e tre diverse zone del mondo particolarmente soggette alla fame. Ci sarà una fame totale (tot), una fame, si fa per dire, modesta (mod) una fame grave (gra); tre anni 2014, 2019, 2020; quattro diversi mondi: il mondo intero, l’Asia del Sud, l’Africa, l’America centrale completata dalle isole dei Caraibi.

 



Con i dati che precedono come base di discussione è prevista per settembre a New York una due giorni dedicata a una grande iniziativa mondiale sul cibo (e la fame) e le prospettive al 2030 alla presenza di capi di stato e di governo. Occasioni del genere portano difficilmente a risultati eccezionali, escludendo il caso di un’eventuale dichiarazione impegnativa che un grande governante si è lasciata scappare; tutto il resto è propaganda o affari sotterranei. Forse avrà esiti più significativi, almeno dal punto di vista dell’infomazione e delle conoscenze, il pre-convegno del 26-28 luglio che si terrà a Roma, in sede Fao, alla presenza di operatori e studiosi indipendenti o legati alle Ong, cioè non necessariamente ispirati o diretti dai governi. Ci saranno rappresentanti degli agricoltori, dei popoli indigeni: una possibile discussione aperta e concreta, per indicare il da farsi ai grandi della terra. Meglio, una possibile via di uscita, un programma, un obiettivo, un rinvio. Intanto a Cuba, isola dei Caraibi, o in Sudafrica, terra africana meno misera di altre terre a sud del Sahara, gli affamati cominciano a protestare.

LEGENDA

WFP = World Food Programme, Programma Alimentare Mondiale

IFAD = International Fund for Agricultural Development, Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo

UNICEF = Fondo Nazioni Unite per l’infanzia

OMS = Organizzazione Mondiale per la Sanità

FAO = Organizzazione mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura

UNEP = Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente

 

(*) ripreso da sbilanciamoci.info


da qui

domenica 4 aprile 2021

L’ottagono di Big Pharma - Guglielmo Ragozzino

 

AstraZeneca ha radici anche in Italia, dove ha tratto linfa dalla svendita dell’industria farmaceutica alla ricerca di rapidi guadagni. Ricostruendo quella storia si capiscono i lati dell’ottagono che costituisce Big Pharma oggi.

 

Il potere di chi ha sotto mano la tastiera è assurdo. In un mondo in cui tutti sanno tutto del Covid 19, con annessi e connessi, uno s’immagina di poter contribuire alle cognizioni generali, aggiungendo qualcosa a proposito di Big Pharma, come fosse oggetto di molta attenzione. Big Pharma è un’espressione colorita, diventata abituale nei tribunali americani, soprattutto nelle cause di class action dei cittadini contro i farmaci o i trattamenti colpevoli di morti o di gravi alterazioni per i pazienti. Nella memoria collettiva c’è ancora il caso verificatosi nella seconda metà del secolo scorso di bambini nati con gravi malformazioni agli arti per un sedativo “sicuro” assunto dalle madri nei primi mesi di gravidanza. Si può dire che il pubblico non riesce a liberarsi dalla paura di conseguenze inattese dei farmaci. Ne discutono, ne fanno propaganda soprattutto alcune persone convinte del potere delle imprese farmaceutiche, della loro segreta connivenza, dell’imbroglio finale che esse condividono, speculando, approfittando della vacuità, della pochezza, della corruzione dei governi. Questa precauzione va utilizzata con buon senso. Imputare colpe infami a un complotto segreto – una delle dicerie intorno a Big Pharma – attribuendolo magari alle mene sconosciute di qualche sconosciuto monarca, qualche Grande Fratello, deciso a utilizzare un’arma proibita di distruzione di massa per conquistare altro potere nell’ingenuo mondo della gente perbene – è un’interpretazione dei fatti che esiste ma serve poco.  In buona misura è una scorciatoia che non aiuta a capire, ma allontana dall’obiettivo del buon giudizio, ammesso che la scelta migliore sia comprendere i fatti per quel che sono e agire in conseguenza. Colpiti dunque dalla ambiziosa presunzione di saperne più degli altri, abbiamo così provato a dire la nostra su Big Pharma, esercitandoci con alcune domande e alcuni tentativi di risposte.

1.      Perché non c’è un vaccino italiano?

2.      Esiste, o esisteva, un sistema farmaceutico nazionale italiano? 

3.      Si trova qualche dritta in un libro: “Il bagnino e i samurai”? 

4.      Che ci fanno i cinesi a Nerviano?

5.      Che cos’è davvero Big Pharma?

6.      Quali sono le imprese farmaceutiche che fanno parte di Big Pharma, ammesso che esista?

7.      Cosa c’entra Zeynep Tufekci?

 

1. Perché non c’è un vaccino italiano?

La domanda sembra provocatoria, soprattutto adesso, nel momento in cui si diffonde la leggenda di un’imminente soluzione italica. Ammesso che esista, sarebbe un laboratorio dislocato qui o là nello Stivale per non sprecare gli ultimi spiccioli della domanda di vaccini. Al contrario, tutti sanno perché non c’è un vaccino italiano. Perché non siamo stati capaci di farlo. O perché, a farlo, non si guadagnava abbastanza. Chissà poi che non sia stato effettivamente fatto, ma poi se ne sia dimenticato il principio ispiratore in un ripostiglio, o perso in qualche trasloco. Inoltre si riflette, forse malignamente, che è meglio così. Come fidarsi di un farmaco tanto importante, vitale e probabilmente complicato, senza avere alle spalle una ricerca scientifica, una coerente fase di sperimentazione, una sensata convinzione nelle proprie capacità? Tutto vero, ma questo non ci esime dal cercare di capire i motivi. Questa incapacità è un fatto recente o è sempre stato così? Un’industria farmaceutica italiana è mai esistita?

 

2. Esiste, o esisteva, un sistema farmaceutico nazionale italiano? 

Il sistema farmaceutico italiano esiste, esiste da un paio di secoli, analogamente a quello quasi coevo in Germania e in Francia. Anche in Italia sono decine i farmacisti che hanno studiato e cominciato a fornire medicine “scientifiche”ai loro pazienti a partire dai primi decenni dell’Ottocento. Erano perlopiù capaci di manipolare le sostanze, provando e riprovando, tanto coraggiosi da tentare; inoltre sapevano leggere e imparare quello che avveniva altrove. Rare le esclusive, ma diffuse le capacità di cercare, studiare e provare farmaci e rimedi. Il nome più importante è Carlo Erba. Nato nel 1811 a Vigevano, laureato a Pavia. Farmacista del milanese, grandi vedute, spirito imprenditoriale schumpeteriano, finanziatore del Politecnico. Uno dei suoi 6 fratelli, Luigi, pianista di vaglia, ne continua il lavoro, si lega all’aristocrazia milanese – Castelbarco, Visconti. Sarà un nipote Visconti arrivato alla testa della società Carlo Erba a venderla alla potente Montedison, appena nata da una fusione, dando la colpa al sindacato che pretende troppo con un suo contratto di lavoro nazionale. Un altro Visconti, parente del precedente, quindi pronipote di Carlo Erba il fondatore, ha da sempre opinioni politiche diverse dalla famiglia e dopo aver diretto La Terra trema e Ossessione, dirige anche Rocco e i suoi fratelli; si chiama Luchino, Luchino Visconti.
Di mano in mano, Carlo Erba finisce prima a Montedison, poi a Kabi Pharmacia poi ad Astra Zeneca e poi a Johnson & Johnson. Non è la sola; c’è un altro ramo della maggiore industria farmaceutica nazionale da non dimenticare.
La potente nuovissima Montedison nasce nel 1965 ed è la fusione della chimica nazionale, Montecatini e della maggiore compagnia elettrica italiana, Edison, piena di denaro contante per aver venduto centrali e linee elettriche e contatori allo Stato e cioè a Enel per la legge sulla nazionalizzazione elettrica del 1962. Piena di contante e senza idee. Montecatini possiede da decenni metà Farmitalia, seconda grande impresa farmaceutica nazionale che dalla famiglia Schiapparelli era passata nel lontano 1936 in proprietà a una società paritetica tra la stessa Montecatini e i francesi di Rhône Poulenç. Il destino è scritto. Acquisita l’intera società, data la disponibilità di capitale fresco ex elettrico, avendo liquidato il socio francese, Montedison si trova in mano due società farmaceutiche, le maggiori in un paese in cui gli altri pezzi forti si appoggiano a imprese straniere. Solo nel 1978 si realizza la fusione Farmitalia – Carlo Erba. Se c’è voluto tanto, la causa apparente è qualche pasticcio di Borsa. Sotto è probabilmente l’insofferenza di direttori e ricercatori a riallinearsi nel nuovo gruppo, rinunciando a ricerche e sviluppi in corso. Dopo tutto è la storia di tutte le fusioni dell’epopea capitalistica, ma è particolarmente difficile in un ambiente impegnativo come quello dei farmaci per la vita delle persone. Nel 1987 delisting, cioè uscita dalla Borsa, tanto per evitare che qualcuno possa chiedere conti o ricchi dividendi e acquisto del 41% di Antibioticos, impresa spagnola; i responsabili montedisini hanno compreso che è necessario allargarsi e crescere di peso per fronteggiare le malattie e le cure, nel mondo globalizzato o almeno nell’occidente ricco, per non rimanere in seconda fila; se c’è un momento per un Big Pharma nazionale, è proprio questo. Solo che, dopo un tira-e-molla (compro io o compri tu?) con gli svedesi di Kabi Pharmacia, sono questi ultimi a comperare tutto. In Montedison è però cambiato molto, per la terza o la quarta volta in dieci anni. Ora si chiama Enimont. A vendere, adesso, è il nuovo leader di Montedison, che come si vedrà al prossimo capitolo faceva da giovane il bagnino. Da bagnino a capo di Montedison ed Enimont? Una carriera favolosa.

 

3. Si trova forse qualche risposta in un libro: “Il bagnino e i samurai”? 

Un bagnino di bell’aspetto, a Cesenatico, fa innamorare una signora di buona famiglia, anzi buonissima: è una Ferruzzi. Il bagnino se la sposa e abbandona le spiagge cambiando mestiere. Diventa allievo e collaboratore di Raul Gardini oltre che suo cognato. Si chiama Carlo Sama. La famiglia dopo un po’ liquida Gardini, per le sue mani bucate e l’ego esagerato che lo ha portato a uno scontro frontale con i poteri costituiti del capitalismo italiano – banca e industria – e affida quel che rimane dell’impero Ferruzzi dilapidato proprio a Sama. Il compito di Sama è complicato. Gardini, subito prima di essere estromesso dalla famiglia, in un’insolita partita a pari e dispari ha appena vinto Enimont, cioè l’acquisto dell’intero impero Montedison + Eni: la chimica, la finanza e il resto. La mano ora tocca a Sama. Questi chiama Garofano, un manager qualsiasi, come responsabile operativo e trattiene per sé le scelte finanziarie. Trascurando il resto, che sarebbe poi Tangentopoli dove, uno dopo l’altro, incappano tutti i personaggi rilevanti della storia, anche tragicamente – spesso la farsa si trasforma in tragedia, come tutti già sapevano, ben prima di Carlo Marx – qui occorre ricordare solo la vendita agli svedesi di Farmitalia, Carlo Erba compresa, per duemila duecento miliardi di lire. L’indebitamento bancario di Enimont, alla cui copertura era destinato, superava quell’entità da dieci a quindici volte. Così dopo aver svenduto il gruppo farmaceutico, la famiglia Ferruzzi è costretta a cedere tutto il resto consegnando le chiavi, cominciando da quelle della grande chimica appena conquistata. Trascurando altri dettagli, per divertenti (o tragici) che siano ed evitando di perdere tempo sui disastri industriali, sociali, sindacali, scientifici, umani, processuali legati molto spesso alla caduta di Enimont, torniamo a bomba.
Pharmacia Kabi, il compratore svedese che fa parte del gruppo Precordia, ha presunto troppo del suo appetito: non è in grado di smaltire da solo Farmitalia e Carlo Erba. Quindi, gli svedesi che ormai, cambiato nome e modello, si chiamano Astra, si associano, seguendo la moda del tempo, agli inglesi di Zeneca che a loro volta sono un risultato dello spacchettamento in tre parti dell’inglese, di antichi natali, Imperial Chemical Industries, ICI. Il gruppo farmaceutico italiano, ormai filiale anglo-svedese è ben presto smantellato nei fatti nonostante tutte le promesse; vengono così dispersi i samurai, cioè i ricercatori, ricordati nel titolo, “Il bagnino e i samurai” dello studio di Daniela Minerva e Silvio Monfardini, edito da Codice, dedicato alla  precocissima fine della ricerca biomedica in Italia. Insieme ai samurai è disperso il loro lavoro generoso, la ricerca, che si sforzava di conoscere, imparare, insegnare. Tutto per aria, tutto sprecato, perché la ricerca non offriva un guadagno immediato che è quello di cui gli azionisti hanno spesso un bisogno disperato. Nei consueti stravolgimenti dell’industria farmaceutica talvolta qualche pezzo viene dimenticato; è il caso di Nerviano e dei cinesi. Che fanno i cinesi nella farmacopea lombarda? E perché proprio Nerviano?  

 

4. Che ci fanno i cinesi a Nerviano?

Al disastro generale sfugge solo Nerviano, forse troppo piccolo o scomodo, o troppo marginale per far gola a Big Pharma che intanto si sta costituendo anche in Europa. La storia è troppo nota per raccontarla di nuovo, anche se può servire di ammonimento. A difendere l’impianto di ricerca di Nerviano, (un paese sperduto nel milanese) non certo uno dei maggiori punti di ricerca del complesso intero ceduto da Enimont agli anglo-svedesi, si muovono generosi esponenti dei Corpi Intermedi. Costoro (sindacati, associazioni volontarie, università, partiti,  organizzazioni di culto) si preoccupano – pensate un po’ – per gli 800 dipendenti, molti dei quali ricercatori. Nerviano (chiamiamolo così; in realtà il nome professionale è NMS group, Nerviano Medical Sciences): Nerviano è rilevato dalla Congregazione dei figli dell’Immacolata Concezione, un ente vaticano che copre gli interessi di Medical Sciences, Fondazione Regionale di Ricerca Biomedicale (in sigla FRRB) che compete alla Regione lombarda – siamo ai tempi del Celeste, notissimo presidente di quest’ultima. Vi sono dunque interessi dagli incerti confini ma orientati al mondo cattolico. Interessi di altro tipo riguardano i creditori: in particolare – sembra – Unicredit che è fuori per centottanta milioni di euro, Banca Popolare di Sondrio che soffre per venti e Finanziaria Finlombarda esposta per trentacinque. Il tira-e-molla si perpetua per una ventina d’anni, finché la mossa risolutiva è compiuta dal Chengdu Bonded Logistic Investment, una apprezzata filiale del Chengdu High Tech Investment che fa capo allo Shangai Advanced Research Institute, un caposaldo dell’accademia delle scienze cinese, emanazione dello stato cinese. Costoro, a partire dalla locale free zone non lontano da Shangai, avrebbero configurato il collegamento tra un forte nucleo di imprese farmaceutiche cinesi, posto a un capo della via della farmaseta, gettando l’altro capo presso Milano, prendendo il controllo del centro di ricerca di Nerviano, in modo di essere presenti agli sviluppi del farmaco in Europa con un punto di attenzione di qualità. Così avrebbero acquistato il novanta per cento delle azioni di Nerviano, con una spesa di trecento milioni, lasciando il resto a FRRB e quindi alla regione lombarda. Che alla fin fine sia lo stato cinese che sceglie di entrare da una porticina posteriore nel Big Pharma d’Europa?
Storie di tutti i giorni.

 

5. Chi è, cos’è quel Big Pharma di cui tanto si discute?

Eccoci al punto. Non dobbiamo pensare a Big Pharma come un circolo degli scacchi al quale gli interessati, con titoli appropriati, possano iscriversi. È piuttosto una comodità che ci prendiamo noi estranei per parlare in modo comprensibile delle principali imprese del settore, con interessi multinazionali e forza d’intervento. Le imprese multinazionali che fanno parte di Big Pharma sono attualmente (a occhio) non meno di dieci e non più di venti. Chiedono l’iscrizione altre grandi imprese indipendenti che attendono solo l’occasione per debuttare in società. Grandi agglomerati cinesi, russi, indiani, talvolta giganteschi, non sono ancora ammessi, anche perché di essi – dei loro numeri – si sa troppo poco. Difficile essere più precisi perché il quadro mondiale della Grande Farmacia è fluttuante. Le imprese del club si sfiorano, si alleano, si litigano, si pigliano. Soprattutto si copiano, cercando il farmaco che può consentire agli azionisti di guadagnare parecchio. Nell’ultimo numero di Fortune 500 global 2020 le società prese in considerazione sono tredici. Un’indicazione tra le altre, considerata per molto tempo la più affidabile.
Importante è conoscere l’apertura spaziale del Big Pharma. Di solito si guarda alle maggiori  imprese del settore, con l’accortezza di scorporare le parti, sempre o quasi presenti, che riguardano attività diverse dalla farmacopea propriamente intesa. Per esempio Johnson & Johnson che passa per la maggiore deve essere depurata dei profitti dipendenti da prodotti come gli oli solari o la cera per pavimenti. I conti più accurati sono di riviste specializzate che a loro volta rientrano apertamente in blocchi d’interessi finanziari a tutto campo. Il conto di Forbes, che bada al contante, riguarda trentacinque società del settore farmaceutico con un livello di vendite superiore ai dieci miliardi di dollari. La distribuzione per nazionalità – ammesso che nel caso di multinazionali la distinzione significhi qualcosa – è che ventidue imprese sono americane, quattro sono tedesche, due britanniche, due svizzere, due giapponesi, una francese, una norvegese, una cinese. La presenza di una sola impresa cinese lascia qualche sospetto: conviene ritenere che siano censite solo le vendite di Big Pharma in Occidente, senza tener conto del resto. Come si è detto, il nome Big Pharma implica disprezzo oltre che ammirazione. Nasce dalla pubblicistica degli Usa che se ne serve per polemizzare con le grandi imprese farmaceutiche del paese, spesso sotto accusa nei tribunali.
Può essere istruttivo mettere a confronto due diverse classifiche: le venti imprese maggiori del settore, nel 2020, tenendo conto delle osservazioni che precedono e la classifica, e le dieci imprese, dieci soltanto, le maggiori del ramo, del 2017. Dal confronto si può cogliere l’andamento generale e la tendenza a crescere e superarsi. 

  


Le imprese prima elencate sono di fatto multinazionali: per multinazionale s’intende la società che agisce in molte parti del pianeta, per vendere i suoi prodotti e per comprare semilavorati da assemblare. Le cronache di marzo hanno attribuito alla chiacchieratissima AstraZeneca una decina di impianti in diverse sedi, capaci di sfornare il famoso vaccino. Ogni multinazionale a conti fatti accetta di scegliersi una bandiera, o più bandiere per garantirsi una maggiore capacità di movimento, coperture internazionali, libertà nel pagare le tasse; o non pagarne. Questo aspetto del capitalismo attuale è in pratica acquisito universalmente, anche se ogni tanto uno Stato s’inalbera e multa la multinazionale in questione per aver evaso le tasse. Nel particolare settore delle medicine e della sanità è forse più difficile accettare le regole valide per altri settori: gli elettrodomestici, la produzione alimentare, l’abbigliamento, e così via. Nelle ultime settimane si è assistito, per esempio, a un rovesciamento dell’abituale favore di questo o quello Stato per l’impresa “nazionale” che vende all’estero i suoi prodotti; in presenza di un embargo per alcuni prodotti farmaceutici, in particolare i vaccini contro il Covid 19, nella preoccupazione di privarne i propri concittadini, si crea una condivisa avversione (da parte di tutte le parti politiche, liberali compresi) nei confronti dell’impresa così birichina. 

 

6. Big Pharma, quali problemi? Quali soluzioni?

Tutte le multinazionali hanno problemi per produrre, vendere, fare i propri comodi. Possiamo immaginare che un’impresa del club Big Pharma ne abbia più di un’altra che agisce fuori, che vende oggetti meno vitali, per esempio automobili. Un’impresa Big Pharma si potrebbe rappresentare, in modo schematico, come un ottagono. Nella realtà, le frecce/direzioni di un Big Pharma sono a volte molte di più e sono certamente diverse, se si mettono a confronto. Con una figura geometrica e un profluvio di parole sarà possibile farsi capire, almeno un po’. Possiamo intendere che ogni lato dell’ottagono rappresenti una direzione dell’impresa; le frecce sono di diversa entità, per descrivere in modo approssimativo gli aspetti più importanti, i flussi di potere di un Big Pharma. 

Al primo punto sono gli azionisti. Chi siano gli azionisti non è facile da dire. Ve ne sono di importanti, con rilevanti pacchetti azionari, che decidono sulle nomine e le revoche dei capi al comando: Ceo e  President della società Big Pharma. Questi tali azionisti sono di solito fondi azionari con migliaia di partecipanti al Fondo. Per fare un solo nome, ben conosciuto, BlackRock, un Fondo che è presente con importanti partecipazioni in ogni impresa industriale, in ogni banca che conti, nel pianeta occidentale. I Fondi e in genere gli azionisti non vogliono sapere niente se non l’entità del dividendo (e il valore della loro quota all’entrata e all’uscita). L’attività aziendale non li riguarda, si tratti di medicine o di armi. 

Al secondo lato del poligono c’è lo Stato o più genericamente il sistema politico che ha una funzione di semaforo. Il semaforo può segnare il rosso, il verde e il giallo, autorizzando o bloccando o rallentando (o accelerando) l’attività del Big Pharma. La direzione/freccia che si occupa di questo sistema di permessi e divieti, che tiene i contatti con lo Stato, ha, come è facile capire, il suo daffare. 

Poi, al terzo, ecco i finanziatori, banche o altri creatori di denaro cui si deve garantire un compenso che riduce quello che rimane per gli azionisti. 

Quarti e quinti, altri due lati dell’ottagono, operai e ricercatori, pur necessari all’attività, incidono sui profitti e il Ceo, con il President e gli altri collaboratori devono riuscire a risparmiare salari e compensi senza perdere o scontentare gli addetti alla ricerca o trascinare alla vertenza o allo sciopero gli operai (che rappresentano nel nostro ottagono tutti i dipendenti – spesso migliaia di persone – che lavorano nel fare, impacchettare, vendere, traportare, i farmaci dappertutto). Tornando alla ricerca, in parte la si può copiare, ma non è possibile del tutto. Occorrono cacciatori di talenti che dovranno fare il giro delle università (e delle cantine-laboratorio) brulicanti di geniali sconosciuti, per scoprire le novità e assicurarsele prima che arrivi un altro cacciatore di tartufi, con più fortuna. In genere occorrono laboratori e sottoscala sparsi per il mondo, alla ricerca del migliore rapporto spese/profitti ritrovabile nel pianeta. Qui entra in gioco il semaforo, forse più semafori, con permessi, indugi, divieti. 

Al sesto posto i concorrenti. Big Pharma detesta e vorrebbe scagliare maledizioni sui concorrenti, ma non può. Allora elabora patti spartitori con loro, si associa, fa compravendite di farmaci e di territori e tra sgambetti e abbracci con amici e nemici, fingendo e occultando, tira avanti. Per vedere come funziona davvero un Big Pharma nel mondo conviene osservare la voce Pfizer in wikipedia. Oppure seguire in un altro wikipedia la storica storia di Zeneca, dalla nascita nell’Ici, Imperial Chemical Industrie, fino all’inglorioso assorbimento da parte degli svedesi di Akzo, passando per i casi dei pesticidi mortali come il Paraquat, decisivo per alcuni lustri, portatore di enormi profitti. 

Settimo arriva l’OMS con il seguito di tutte le altre agenzie del farmaco, come l’Ema. Sono burocrazie insopportabili per Big Pharma; gente che non sa niente, non ha mai visto da vicino neppure un alambicco e si vanta e crede di poter decidere della vita e del successo di tutti gli altri, persone e valide imprese. In realtà OMS e consorti non fanno che rallentare il traffico dei brevetti o dei non brevetti sui farmaci e di conseguenza l’andamento delle cure e i profitti. Aveva tutte le ragioni il mai abbastanza lodato Donald Trump quando ha cercato di abolire l’OMS e il resto, senza però arrivare al risultato finale. 

Ottavo, ultimo lato dell’ottagono è quello dei malati. Costoro sono – siamo – veramente fastidiosi per Big Pharma: se potesse abolirci del tutto, una volta per tutte, lo farebbe volentieri. Ma non si può. Le religioni, l’etica dei non religiosi – tutti quei comunisti! – lo impedisce. Ma chi paga se non ci sono più i malati? Chi comprerà i farmaci? Basterà lo Stato, basterebbero gli Stati per tutti i cittadini? Chi s’inventerà qualche male? 

Per finire con un controcanto: 

7. Che dire degli errori che hanno aiutato il virus?

In un lungo articolo con questo titolo, pubblicato da The Atlantic e ripreso da Internazionale 13-18 marzo, Zeynep Tufekci ci mostra alcuni di quegli errori. I suggerimenti sono semplici; semplici e assai poco ascoltati. Il più importante di tutti è quello di stare all’aperto il più possibile, ma è poco seguito e molto temuto, come si vede con la drastica chiusura degli spazi aperti in molte città. Dal testo della sociologa abbiamo ricavato qualche altro principio che serva come antidoto per tutte le cattiverie su Big Pharma che precedono. Un primo consiglio è quello di “rafforzare le nostre difese” contro tutto quello che può indebolirle, “sia contro future pandemie sia contro le numerose sfide politiche, ambientali, sociali e tecnologiche che abbiamo davanti, nessuno di questi problemi è irrisolvibile, ma prima dobbiamo conoscerli”. Poi ci viene suggerito un principio essenziale: la riduzione del danno. “Se c’è un bisogno umano insoddisfatto, non possiamo semplicemente augurarci che sparisca, dobbiamo semplicemente consigliare alle persone come fare quello che vogliono in modo più sicuro”. Infine c’è un’esortazione: mettercela tutta per sperare in un futuro diverso. “Dopo un anno così faticoso è difficile per tutti – compresi gli scienziati, i giornalisti e le autorità sanitarie – immaginare questa fine, sperare…. Miliardi di persone ….. hanno sopportato le scuole chiuse, l’impossibilità di vedere i propri cari, la perdita del posto di lavoro, l’assenza di attività comuni, la minaccia e la realtà della malattia e della morte”. Sperare è possibile?


da qui