Visualizzazione post con etichetta polli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta polli. Mostra tutti i post

sabato 16 maggio 2026

Polli che mangiano polli negli allevamenti da riproduzione - Luisiana Gaita

Polli lasciati accanto a carcasse di altri polli in decomposizione, galline ovaiole mangiate vive da altre galline, prese per il collo, lanciate con violenza e colpite ripetutamente con una pala. Per la prima volta in Italia (e la seconda in Europa) si mostrano le immagini di cosa accade all’interno di un allevamento di polli riproduttori, ovvero gli animali che danno vita ai polli da carne venduti nei supermercati. Sono le immagini esclusive ottenute da Essere Animali, che saranno trasmesse nella video inchiesta della giornalista Giulia Innocenzi, nel corso della prossima puntata di Report, in onda il 12 aprile su Rai 3. Raccolte nel giro di un mese, tra dicembre 2025 e gennaio 2026 e consegnate all’associazione animalista da un ex dipendente mostrano scene di galline ovaiole con veri e propri buchi nel corpo. ilfattoquotidiano.it pubblica in anteprima una clip tratta dal servizio e che riguarda un allevamento di polli all’ingrasso. Mostrano la crudeltà di un sistema basato su razze selezionate per una crescita rapida di petto e cosce, più richieste dal mercato. Quindi polli broiler (razza a cui appartiene oltre il 90% dei polli allevati in Italia) già condannati geneticamente a soffrire (Leggi l’approfondimento) e pronti ad essere macellati dopo appena 40 giorni di vita. Con conseguenze enormi sulla loro salute e anche sulla qualità della carne, come mostrato dall’inchiesta di Essere Animali – i cui contenuti sono stati anticipati da ilfattoquotidiano.it – sull’incidenza di casi gravi di white striping nei polli venduti nei supermercati italiani (Leggi l’approfondimento).

Dagli allevamenti ai supermercati

Gli allevamenti in questione si trovano in provincia di Verona. “Fanno parte della filiera di Aia (hanno contratti di fornitura, ndr), parte del Gruppo Veronesi – spiega Esseri Animali – che è il principale produttore italiano di pollo con un fatturato annuale di 4 miliardi (2023) e rifornisce praticamente tutti i principali supermercati italiani per i loro prodotti di pollo a marchio, come Coop, Conad ed Esselunga”. Quello di polli riproduttori alleva circa 40mila animali. In questa fase del ciclo gli animali vengono fatti accoppiare per produrre quelle uova da cui nasceranno i polli destinati alla macellazione per il consumo umano. Quella dei polli a rapida crescita è una genetica che porta una serie di gravissime problematiche di benessere, anche nella fase dei riproduttori. Diversi polli non riescono neppure a reggersi sulle proprie zampe e, quindi, a mangiare e bere, altri sono malati. Ma in un allevamento di polli riproduttori, gli animali possono rimanere anche diversi mesi, portando all’estremo malattie e problemi vari. Per Simone Montuschi, presidente di Essere Animali “è inaccettabile che in una filiera con un grande volume d’affari e importante come quella dei polli da carne vi sia questa trascuratezza, con rischi sanitari gravissimi, animali malati abbandonati ad agonizzare senza cure e con chiari disturbi tra cui il cosiddetto wry neck (torcicollo), che provocano seria difficoltà agli animali nel soddisfare bisogni primari come mangiare e bere”.

Le violenze e le carenze negli allevamenti

Ma non ci sono solo i problemi legati alla selezione genetica di queste razze. I video mostrano violenze da parte degli operatori nei confronti dei polli, ma anche problemi dovuti alla cattiva gestione dell’allevamento, a iniziare da quelli di igiene e alla carenza di cure nei casi degli animali malati. Gli animali vengono scaraventati contro le strutture, afferrati per un’ala, presi per il collo e fatti roteare durante gli abbattimenti che, invece, richiederebbero una morte rapida, mentre alcuni polli maschi hanno le zampe mutilate, in violazione delle linee guida dell’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare. Aia replica che il gruppo Veronesi effettua circa 40mila visite all’anno e che ogni comportamento non in linea con gli standard del gruppo è da ritenere contrario agli accordi presi tra l’azienda e i fornitori. Nel frattempo, negli allevamenti le immagini sono esplicite. Nella clip che pubblica il Fatto, si vedono animali incastrati tra i divisori delle varie aree e lasciati morire, ma anche polli con segni sul corpo, perché sono stati cannibalizzati da altri polli. Per legge, gli operatori dovrebbero passare due volte al giorno per rimuovere eventuali carcasse. Quello del cannibalismo è un aspetto legato a un altro problema riscontrato nell’allevamento del Veronese, ossia la fame cronica.

La restrizione alimentare e le linee guida dell’Efsa

L’inchiesta affronterà anche il tema della restrizione alimentare a cui sono stati sottoposti alcuni polli. Perché se negli allevamenti all’ingrasso i polli a rapido accrescimento sono pronti per essere macellati nel giro di 40 giorni, nelle strutture di questo tipo, quelle dove si riproducono, queste stesse razze a rapido accrescimento possono rimanere diversi mesi, anche un anno. E rischiano di arrivare a casi di obesità estrema. Da qui, le restrizioni alimentari. “Un recente parere scientifico dell’Efsa sul benessere dei broiler – spiega Esseri Animali – afferma che la restrizione dei polli riproduttori nella fase di accrescimento può raggiungere addirittura il 20-25% della quantità di cibo che assumerebbero se potessero nutrirsi a volontà”. Questo causa uno stato di fame cronica e prolungata che porta i polli a becchettare ripetutamente qualsiasi cosa abbia un aspetto riconducibile al cibo, incluse penne e parti arrossate o ferite sul corpo di altri animali. Sol pochi mesi fa, Esseri Animali ha pubblicato un report proprio sui problemi legati alla qualità dei prodotti a base di carne di pollo venduti nei supermercati più amati dagli italiani secondo Altroconsumo, analizzando l’incidenza di casi gravi di white striping, una malattia che si presenta sotto forma di strisce bianche, costituite da grasso e tessuto cicatriziale, sui petti di pollo e che è indice di scarsa qualità della carne e condizioni di allevamento assolutamente inadeguate.

da qui

mercoledì 12 novembre 2025

Strisce bianche su più del 90% del pollo con i marchi Esselunga, Coop e Conad - Luisiana Gaita


L'indagine su 619 confezioni in 43 supermercati. Il presidente dell'associazione Esseri Animali, Montuschi: "Segno di scarsa qualità, maggiore contenuto di grassi e standard inadeguati di benessere animale". Cosa possono fare le catene? "Partire dall’adozione di razze a crescita più lenta". La risposta di Coop: "Rigorosi standard di sicurezza, i nostri controlli dicono altro"

“Su circa 600 confezioni di petti di pollo a marchio Conad, Coop ed Esselunga, analizzate in 48 supermercati italiani, il 90% presenta segni evidenti di white striping. Si tratta di una patologia muscolare legata alla rapida crescita dei polli e che si presenta sotto forma di strisce bianche, costituite da grasso e tessuto cicatriziale”. Sono i risultati di un’indagine condotta tra aprile e maggio 2025 dall’associazione Essere Animali e pubblicata il 10 novembre, secondo cui la presenza di questa malattia “è indice di scarsa qualità della carne, maggiore contenuto di grassi e minore quantità di proteine, oltre che di standard inadeguati di benessere animale”. Su 619 confezioni di petto di pollo prese in esame, è stata riscontrata la presenza di white striping rispettivamente nel 92% dei prodotti a marchio Conad (su 215), nel 90,6% a marchio Coop (su 181) e nel 96,4% di Esselunga (su 223). L’indagine fa seguito a quella condotta, tra dicembre 2023 e gennaio 2024, su oltre 600 campioni di petto di pollo da allevamento convenzionale a marchio Lidl venduti nei punti vendita di 11 città italiane, da Bari a Torino. Dopo la diffusione dell’indagine di Essere Animali, ilfattoquotidiano.it ha contattato Conad, Coop ed Esselunga, chiedendo informazioni e commenti rispetto ai risultati della ricerca: in coda a questo pezzo trovate le risposte pervenute.

Per le confezioni Coop, in particolare, Esseri Animali segnala che l’azienda “oltre a prediligere l’utilizzo di etichette di notevoli dimensioni nel packaging” destina al confezionamento “prevalentemente petti di pollo con superficie traslucida”, rendendo più difficile valutare la presenza e la consistenza delle strisce bianche. “Limitando l’analisi alle sole confezioni non traslucide a marchio Coop – si spiega nel report – i prodotti dell’insegna sono tra quelli con maggiore presenza di white striping”. Si parla del 96,1%, una percentuale molto vicina a quella di Esselunga.

I risultati dell’indagine di Essere Animali

L’indagine ha riguardato 48 punti vendita di dieci città italiane, da Torino a Roma: 20 di Conad, 15 di Coop e 13 di Esselunga, che sono tre delle catene di supermercati più amate dagli italiani secondo Altroconsumo. In ciascuno è stato valutato un campione casuale di confezioni di petto di pollo a marchio delle insegne proveniente da allevamento convenzionale. Tra i petti di pollo caratterizzati dalla presenza di strisce bianche analizzati, poi, percentuali significative sono affetti da livelli gravi della malattia (livello 2 e 3): 52,4% per Conad, 42,6% per Coop e nel 50,9% per Esselunga. “La presenza del white striping è visibile a occhio nudo al momento dell’acquisto, ne altera aspetto e consistenza – spiega il report – comportando un aumento del contenuto di grassi (secondo alcun studi fino al 224 per cento) e una riduzione della quantità di proteine (fino al 9% in meno)”. In questo caso, limitando l’analisi alle sole confezioni non traslucide a marchio Coop, i prodotti in questione registrano la più alta percentuale di casi con gravità elevata di white striping tra le insegne analizzate (55,41% dei prodotti affetti da white striping con punteggio 2 e 3).

Che cos’è il white striping e quanto è diffuso

“Il white striping è una malattia tipica dei polli a rapido accrescimento utilizzati negli allevamenti intensivi – spiega Simone Montuschi, presidente di Essere Animali – che costituiscono larga parte della filiera italiana del pollo”. Solo in Italia, ogni anno vengono macellati oltre 500 milioni di polli, più del 90% allevati in sistemi intensivi e, secondo le evidenze scientifiche, il white striping interessa tra il 50% e il 90% dei polli provenienti da razze a rapido accrescimento. Ma che significa a rapido accrescimento? Rispetto a cinquant’anni fa, i polli crescono a un ritmo quattro volte più veloce e, nell’arco di circa 35-42 giorni verranno mandati al macello, puntando quindi su quantità e rapidità. L’aumento della domanda di carne di petto, inoltre, ha portato a selezionare polli con muscoli pettorali sempre più grandi: le attuali razze a rapido accrescimento hanno un petto di circa due terzi più grande rispetto a quello di un pollo tradizionale. Tutto questo a danno della loro salute. I muscoli, soprattutto quelli del petto, si sviluppano così velocemente da superare la capacità del sistema circolatorio di fornire sangue e ossigeno sufficienti (Leggi l’approfondimento). “Di conseguenza, molte fibre muscolari si danneggiano o degenerano – aggiunge Montuschi – venendo gradualmente sostituite da tessuto fibroso e grasso, che si manifesta visivamente sotto forma di striature bianche da cui deriva il nome della malattia.

Una questione di trasparenza

Essere Animali spiega che l’analisi si concentra su Conad, Coop ed Esselunga per la loro rilevanza strategica: “Sono tra le prime dieci insegne italiane per quota di mercato e presenza sul territorio. Una posizione che, grazie ai grandi volumi di prodotti a marchio venduti, conferisce alle loro scelte il potere di influire positivamente sulle condizioni di vita di milioni di animali. Inoltre, hanno manifestato una particolare sensibilità al tema”. Nelle sue comunicazioni pubbliche, anche Coop (come le altre aziende) dichiara che il benessere animale è un elemento fondante della sua politica aziendale, e che l’attenzione a questo tema è massima per i prodotti a marchio proprio. “Nel caso di Coop, però – commenta Montuschi – oltre alla percentuale più elevata di casi gravi di white striping tra le insegne analizzate, si riscontra una presenza più alta della malattia anche “rispetto a quella che abbiamo riscontrato nei prodotti in vendita nei discount di Lidl Italia nel 2024 – aggiunge – e che mostrano condizioni preoccupanti per i polli da carne allevati nella filiera a marchio Coop. Come giustifica l’azienda i risultati delle nostre osservazioni?”

L’appello a sottoscrivere lo European Chicken Commitment

“I polli da razze a rapido accrescimento sono particolarmente inclini a sviluppare miopatie come il white striping. Adottando i criteri dello European Chicken Commitment – sottolinea Montuschi – Coop, e le altre catene di supermercati italiani come Conad ed Esselunga, potrebbero affrontare in modo efficace il tema del benessere dei polli negli allevamenti che riforniscono le loro filiere a marchio, a partire dall’adozione di razze a crescita più lenta”. Lo European Chicken Commitment rappresenta oggi lo standard minimo di riferimento per l’allevamento dei polli in Europa, adottato da oltre 300 aziende e numerosi gruppi europei.

Alcuni supermercati italiani, come Carrefour, Eataly e Cortilia, lo hanno già fatto. “Grazie ai grandi volumi che gestiscono, un impegno concreto di Conad, Coop ed Esselunga sull’Ecc – spiega Montuschi – comporterebbe un miglioramento significativo della qualità della vita per milioni di polli e renderebbe finalmente disponibili per i consumatori italiani prodotti realmente sostenibili a prezzi accessibili”.

LA REPLICA DI COOP

Il fenomeno del “white striping” è da tempo conosciuto e non comporta rischi di sicurezza del prodotto, come dimostrato da autorevoli studi scientifici. Si tratta di una caratteristica visiva della carne di pollo per la quale Coop chiede una particolare attenzione nei contratti di fornitura per quanto concerne i propri prodotti a marchio. Coop definisce, infatti, rigorosi standard di sicurezza e qualità per tutti i prodotti a proprio marchio e chiede ai propri fornitori un controllo puntuale durante la lavorazione, oltre ad effettuare altri controlli direttamente nelle diverse fasi di produzione e vendita. Relativamente al caso segnalato, i nostri controlli sistematici, effettuati con metodologie che prevedono l’apertura delle confezioni e la verifica di tutti i tagli presenti all’interno, non confermano le percentuali riportate nell’articolo: nel 2024 (ultimo dato annuale), sono state analizzate da personale esperto oltre 1500 confezioni rilevando la presenza del fenomeno ad una percentuale inferiore al 5%. Esprimiamo inoltre dubbi sul metodo di verifica utilizzato e sul campionamento effettuato: una delle foto presenti nel Report non è un prodotto a marchio Coop, per questo non è possibile stabilire con certezza se i dati dichiarati sono effettivamente riconducibili al nostro prodotto a marchio. Non è inoltre chiaro nell’articolo a cosa faccia riferimento la dicitura confezione traslucida’: se è riferita alla confezione trasparente in RPET, ancora una volta Coop, a tutela della qualità e sicurezza dei propri prodotti, ha scelto un sistema di confezionamento per garantire una maggiore protezione del prodotto attraverso l’uso della tecnologia ATP (atmosfera protettiva). Per quanto riguarda le etichette, da sempre la scelta di Coop è quella della trasparenza. Infatti, le etichette hanno le dimensioni necessarie per consentire di veicolare al consumatore tutte le informazioni necessarie per una scelta consapevole. I capitolati siglati da Coop con i suoi fornitori di prodotto relativamente all’approvvigionamento dell’intera filiera di pollo a marchio, contemplano una serie di vincoli che includono una presenza minima accettabile del white striping. I disciplinari di filiera redatti da Coop, infatti, stabiliscono regole sulle condizioni di benessere in più rispetto a quelle previste dalla legge come, in primo luogo, il maggiore spazio richiesto negli allevamenti, condizione che migliora la vita degli animali, ne favorisce la mobilità e diminuisce quell’eccesso di stazionamento sulle lettiere. Oltre allo spazio maggiore, i capitolati richiedono la presenza di luce naturale, l’uso di balle di paglia/fieno o altri materiali becchettabili ed il non utilizzo di antibiotici durante le fasi di allevamento. Nel chiedere simili garanzie, Coop riconosce ai produttori di pollo a marchio Coop un premio economico aggiuntivo.

da qui

venerdì 6 dicembre 2024

Maltrattamento maiali: noi di Essere Animali abbiamo denunciato un allevamento di un fornitore di Lidl - di Simone Montuschi, presidente di Essere Animali

 

A inizio ottobre vi abbiamo parlato di un allevamento appartenente a un’azienda fornitrice della catena di supermercati Lidl, situato in Emilia-Romagna, in cui i polli venivano maltrattati durante tutto il loro ciclo di vita: dallo scarico in allevamento fino al carico sul camion diretto al macello.

Questa volta siamo in grado di raccontarvi il caso di un altro allevamento della stessa azienda, che fornisce al colosso dei discount anche prodotti a base di maiale: anche in questo caso le immagini mostrano maltrattamenti e crudeltà. I video che abbiamo ricevuto rivelano gravi violenze e irregolarità sia da parte degli operatori che dal medico veterinario, una persona, quest’ultima, che dovrebbe invece garantire proprio il benessere degli animali.

Nei filmati si vedono atteggiamenti aggressivi e punitivi: gli animali vengono inseguiti, sollevati di peso dalle orecchie, picchiati con bastoni, presi a calci o pungolati con scariche elettriche. Ci sono poi animali malati o ormai in fin di vita che non vengono curati ma abbandonati a morire di stenti. Alcuni hanno gravi lesioni su fianchi e testa, ernie e ascessi.

In un caso il medico veterinario incide l’ascesso di un maiale mentre questo è ancora nel recinto con gli altri, invece di isolarlo in una zona adibita ad infermeria e immobilizzarlo. L’operazione avviene con un coltello con una lama di fatto troppo lunga e che apparentemente non viene sterilizzata, e dopo il taglio la ferita non viene disinfettata, con il rischio che l’ascesso si riformi nei giorni seguenti e provochi ancora dolore al maiale.

Sono ancora più gravi però le immagini che mostrano lo stesso veterinario operare un maiale con un grave prolasso rettale. Il professionista immobilizza l’animale legandolo per il muso (una parte del corpo particolarmente sensibile), e poi applica un tubo di plastica all’interno del retto e lega una corda intorno al prolasso, il tutto senza somministrargli né anestesia né analgesia. La sofferenza del maiale è evidente e quando il veterinario stringe la corda attorno al prolasso le urla dell’animale si fanno ancora più intense. A causa della gravità dei fatti documentati, abbiamo deciso di denunciare sia l’allevamento che il medico veterinario per maltrattamento e abbandono di animali.

Queste sono immagini che non avremmo mai voluto vedere e che abbiamo deciso di diffondere per mostrare quanto le politiche di benessere animale di Lidl siano estremamente scadenti in maniera trasversale, non solo per i polli ma anche per le altre specie. Dopo oltre due anni di campagna e richieste di adesione agli standard dello European Chicken Commitment, sollecitiamo ancora una volta Lidl a impegnarsi a fare di più iniziando proprio dai polli, gli animali terrestri numericamente più allevati. Recentemente, oltre che in Francia, anche Lidl Germania ha sottoscritto una politica allineata all’ECC, il che dimostra la fattibilità delle nostre richieste.

È ora che anche in Italia Lidl prenda una posizione e un impegno per i polli. Firma la nostra petizione.

da qui

sabato 10 dicembre 2022

Su Rai News 24 la nostra indagine in allevamenti di un fornitore di Lidl Italia - Simone Montuschi

 


La nostra indagine uscita a supporto della campagna internazionale #LidlChickenScandal è apparsa in un servizio di Spotlight, su Rai News 24, intitolato “La mattanza” sulle problematiche legate alla produzione di carne di pollo.

Ieri abbiamo diffuso in tutta Europa un’investigazione realizzata in due grandi allevamenti intensivi capaci di contenere 1 milione di polli da carne per ogni ciclo produttivo. Entrambi gli allevamenti situati nel nord Italia, appartengono a un fornitore della catena di supermercati Lidl. Le riprese, filmate negli scorsi mesi, mostrano violenze su pulcini e polli da parte di alcuni lavoratori, per questo abbiamo denunciato l’allevamento per i reati di maltrattamento e uccisione di animali.

Nella puntata del 23 novembre di Spotlight, un programma di inchiesta di Rai News 24, la giornalista Giulia Bosetti ha mostrato le terribili immagini che abbiamo documentato durante l’indagine. Il servizio ha dato spazio alla campagna europea #LidlChickenScandal e alle indagini che diverse associazioni europee, inclusa Essere Animali, hanno realizzato per mostrare che cosa si nasconde dietro la carne di pollo venduta nei supermercati della famosa catena leader nella grande distribuzione organizzata.

AIUTACI A FERMARE QUESTE SOFFERENZE

FIRMA LA PETIZIONE

Dopo aver mostrato le immagini girate in Germania e Spagna da Equalia, il servizio si sposta sugli allevamenti fornitori di Lidl Italia, arricchito dalla testimonianza del nostro responsabile del team investigazioni, Francesco Ceccarelli, e di un nostro investigatore che raccontano la loro esperienza sotto copertura negli allevamenti di polli. La giornalista si è poi concentrata su altre problematiche relative alla produzione di carne di pollo, come la diffusione di batteri e virus, incluso quello dell’aviaria.

Che cosa abbiamo documentato

Le nostre immagini — alcune delle quali riprese nel servizio — mostrano le problematiche cruciali del benessere dei polli negli allevamenti, tra cui l’utilizzo di razze selezionate geneticamente per raggiungere il peso di macellazione in sole sei settimane — nel 1950 ne impiegavano circa sedici. Un tasso di crescita che, se fosse applicato agli esseri umani, porterebbe un neonato a raggiungere un peso di 300 kg all’età di due mesi. Questo, evidentemente, causa agli animali un’elevata incidenza di problemi muscolari, scheletrici e cardiovascolari.

Pulcini morti, malati e bruciati

Animali costretti a vivere con polli morti o incapaci di muoversi a causa del corpo deformato. Polli con bruciature sul petto conseguenza del contatto prolungato con la lettiera, carica di ammoniaca rilasciata dalle deiezioni.

La densità di allevamento può arrivare anche a 20 animali per metro quadrato, una situazione che determina nei polli la riduzione dell’attività locomotoria e dell’espressione di diversi comportamenti tipici della specie, oltre a contribuire a un peggioramento generale delle condizioni ambientali come la qualità dell’aria che respirano gli animali. Un insieme di fattori che, insieme all’estrema selezione genetica, rende gli animali più vulnerabili a infezioni e malattie.

Pulcini scaraventati a terra

I pulcini di uno o due giorni di vita, provenienti dall’incubatoio, vengono gettati con forza da un’altezza considerevole, con il rischio di provocare loro lesioni se non addirittura la morte.

L’abbattimento d’emergenza di pulcini e polli malati viene eseguito con modalità cruente e illegali: gli animali sono colpiti con sbarre di ferro e spinti con forza contro gli abbeveratoi per provocarne lo schiacciamento e, quindi, la morte, che però non sempre avviene. Nelle immagini ottenute con una telecamera nascosta si osserva che i lavoratori, invece di ripetere la procedura per porre fine alle loro sofferenze, come previsto dalla legge, gettano gli animali in un secchio, condannandoli molto probabilmente a una lunga agonia.

Abbattimenti violenti e irregolari

I polli continuano a dimenarsi e a sbattere le ali, cosa che induce a pensare che l’abbattimento non sia stato effettuato in maniera appropriata e che gli animali siano ancora coscienti.

Cosa chiediamo a Lidl?

Di fronte a queste gravi problematiche, le principali organizzazioni europee per la protezione degli animali hanno lanciato la campagna #LidlChickenScandal per chiedere a Lidl di aderire allo European Chicken Commitment, impegno che propone alle aziende di adottare una serie di criteri minimi di benessere animale, formulati per ridurre la sofferenza dei polli attraverso l’adozione di politiche aziendali che affrontano le principali criticità di allevamento.

Le immagini mostrano che, a dispetto degli slogan pubblicitari, Lidl dovrebbe impegnarsi con urgenza a implementare standard più elevati per i polli allevati dai loro fornitori.

Brenda Ferretti – Campaigns Manager di Essere Animali

Oltre 300 aziende in tutta Europa hanno già aderito all’ECC, tra queste anche Lidl Francia, ma nel resto d’Europa Lidl, leader della grande distribuzione presente in 31 Paesi nel mondo con oltre 11.550 punti vendita, non ha ancora preso nessuna decisione in merito.

Agiamo ora

Ad oggi la nostra petizione ha raccolto oltre 18 mila firme, un successo, ma abbiamo bisogno di continuare a fare pressione per sollecitare Lidl a impegnarsi per i polli da carne. Grazie al nostro Action Center, il team di web attivisti e attiviste che agiscono in supporto alle campagne, abbiamo realizzato diverse azioni online dirette a Lidl, con le quali abbiamo informato le consumatrici e i consumatori sui problemi di sofferenza animale legati ai prodotti a base di pollo presenti nei punti vendita di Lidl.

https://www.essereanimali.org/2022/11/indagine-fornitore-lidl-rai-news/

domenica 9 ottobre 2022

Aviaria, gli allevamenti intensivi sono ‘bombe ecologiche’ a orologeria – Essere animali

 

L’epidemia di influenza aviaria ad alta patogenicità che ha colpito l’Europa tra l’aprile del 2021 e quello del 2022 è la più grande mai registrata. Lo afferma un report congiunto di EFSA – European Food Safety Authority – ECDC – European Centre for Disease Prevention and Control e Laboratorio di referenza europeo (EURL) per l’influenza aviaria dell’IZSVe – Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.

Secondo i loro dati, in dodici mesi ci sono stati quasi 2500 focolai nel pollame domestico, con 48 milioni di uccelli abbattuti negli stabilimenti colpiti. Anche l’estensione geografica dell’epidemia, spiegano in una nota stampa, è senza precedenti: dalle isole Svalbard in Norvegia fino al sud del Portogallo, ad est fino all’Ucraina, colpendo 37 paesi europei. Recentemente in Italia si è registrato un nuovo caso, sottotipo H5N1, in un allevamento di polli broiler in provincia di Treviso, e come da prassi si è proceduto all’abbattimento degli animali. Nella stagione 2021-2022, i focolai nel nostro Paese sono stati 317, registrati principalmente in Veneto.

A questo proposito abbiamo intervistato Ernesto Burgio, medico pediatra ed esperto in epigenetica e biologia molecolare, già presidente del comitato scientifico della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) e membro del consiglio scientifico di ECERI (European Cancer and Environment Research Institute) di Bruxelles.

Dottor Burgio, può spiegarci perché il fatto che l’influenza aviaria continui a diffondersi negli allevamenti intensivi italiani dovrebbe preoccuparci?

Tra l’autunno 2021 e la primavera del 2022 i focolai nei domestici sono stati oltre 300, nello stesso periodo 2020-2021 soltanto 3. I virus aviari sono da decenni il problema più temuto da virologi ed epidemiologi esperti di zoonosi e malattie infettive in genere. Nel 1997 la morte di un bambino a Hong Kong a causa di una polmonite drammaticamente grave e rapida e il successivo isolamento di H5N1 da parte dei CDC di Atlanta determinò una prima allerta planetaria, confermando che un sottotipo di virus aviario che non aveva mai infettato l’uomo era ormai in grado di fare il temuto spillover o salto di specie.

L’allarme era motivato visto che, con ogni probabilità, qualcosa di simile era successo nel 1918, allorché un virus aviario passato nell’uomo aveva causato la più drammatica pandemia moderna: la cosiddetta Spagnola, che aveva ucciso 30-50 milioni di esseri umani (circa 4 volte più della Prima Guerra Mondiale, appena terminata). Questi dati sono significativi, anche perché attestano che il tanto temuto spillover avviene raramente. Al contrario, dagli anni ’90 a questa parte, in moltissimi allevamenti avicoli emergono sempre nuovi sottotipi che hanno la capacità di infettare l’uomo e che, evolvendo molto rapidamente, potrebbero acquisire le mutazioni in grado di renderli oltre che virulenti, altamente contagiosi. In Italia ci sono numerosi allevamenti, soprattutto in Veneto e Emilia Romagna, in cui vengono segnalati da anni gli H5N1 e altri ceppi pericolosi.

Per questo motivo si procede a frequenti, brutali esecuzioni di migliaia di animali. Ma non è certamente questa la soluzione. Il fatto che un nuovo ceppo virulento e al contempo contagioso emerga in un allevamento intensivo in Italia, o in Danimarca o in Francia cambia poco. Lo abbiamo visto col SARS-CoV-2: in pochi mesi il nuovo virus ha fatto il giro del pianeta. C’è la leggenda che i Paesi asiatici siano messi peggio, ma non è più così. I virus aviari ad alta patogenicità sono ormai in tutto il mondo. Il problema si risolverebbe semplicemente eliminando gli allevamenti intensivi, ma si tratta di una soluzione impraticabile in tempi brevi.

Lei si è espresso apertamente contro gli allevamenti intensivi in diverse occasioni. Ci sono altri suoi colleghi o istituti che lo fanno?

Da vent’anni parliamo dell’aviaria come di un pericolosissimo “spettro” che si aggira per il mondo. Ma anche in questo caso ci sono i “pompieri” che sostengono che è difficile che il virus muti e si trasformi in pandemico. Ma molti di noi sono molto preoccupati. Sono ormai vent’anni che diciamo che gli allevamenti intensivi sono il vero problema, che si tratta di vere e proprie “bombe ecologiche” a orologeria, ma come vede non abbiamo ottenuto nessuna risposta. Spesso in questi casi l’allarme viene recepito troppo tardi: e in questo senso la pandemia in atto dovrebbe essere un campanello d’allarme.

Il fatto che il 65% dei mammiferi sulla Terra viva in questi veri e propri “purgatori” è un dato di fatto allucinante. Se poi ci mettiamo anche i volatili, ci rendiamo conto che quasi tutti gli animali sul pianeta Terra sono nostri prigionieri e non hanno una vita loro. Bisognerebbe dire basta agli allevamenti intensivi, che sono crudeli per gli altri animali, dannosi per l’ambiente, pericolosi per la salute umana. Ma gli interessi sono anche in questo campo enormi. Dobbiamo cercare di informare e formare i giovani e sperare in loro.

Sappiamo che si sta lavorando a un vaccino contro l’influenza aviaria destinato agli animali. Può servire?

Anche questa è una soluzione estremamente aleatoria. I virus aviari ad alta patogenicità sono ormai numerosissimi e l’efficacia di un ipotetico vaccino, lo abbiamo visto con il SARS-CoV-2, è legata all’estrema specificità della reazione tra antigeni virali e anticorpi. Un vaccino per essere efficace ha bisogno di essere praticamente identico, nella sua componente antigenica, al virus. E non è prevedibile, in questo momento, quale sarà il sottotipo con potenziale pandemico che finirà con l’emergere. Inoltre, al ritmo di mutazione dei virus influenzali (che è molto superiore a quello dei Coronavirus), passerebbe troppo tempo prima di poter trovare la soluzione. Bisogna chiuderli. Gli allevamenti intensivi sono crudeli per gli animali, dannosi per l’ambiente e pericolosi per la salute globale. L’unica soluzione è chiuderli al più presto.

da qui

mercoledì 15 luglio 2020

I polli preferiscono le gabbie - Armand Farrachi


Ogni volta che il cuore o la ragione ci spingono ad indignarci per le crudeltà inflitte ad esseri senzienti per motivi che non hanno nulla a che fare con loro, economici, scientifici o politici, per fortuna c’è uno specialista, da qualche parte, che si alza in piedi per ristabilire la verità contro i pregiudizi. In mancanza di lavori approfonditi o di studi specialistici, gli ignoranti, gli stupidi o gli ingenui, per esempio, tendono a credere spontaneamente che un pollo, un semplice pollo, preferisca scorrazzare al sole, razzolare, sbattere le ali, appollaiarsi, piuttosto che muovere appena le zampe in una gabbia di ferro in cui mai s’avventura la luce del giorno. Per fortuna, però, gli scienziati, o meglio, «i membri della comunità scientifica», come amano definirsi, che hanno riflettuto sul problema con strumenti adeguati e metodi certi, sono qui per dire loro la verità.
Dopo «lunghi anni» di studi «relativamente sofisticati» (secondo l’espressione della rivista professionale La France agricole) sul comportamento «di diversi gruppi di polli», alcuni membri della comunità scientifica hanno constatato che quelli in semi-libertà manifestavano una tendenza all’aggressività e talvolta al cannibalismo, mentre quelli in gabbia si accontentavano di strapparsi le penne da soli.
I ricercatori, non avendo dunque mai trovato polli che non fossero in stato di conflitto o di stress, hanno rapidamente dedotto che il fattore libertà poteva essere eliminato d’ufficio, e hanno incominciato a chiedersi se i polli non provassero un maggior «benessere» in cattività. Bisogna sapere che, tradotto nella loro lingua, «il benessere di un animale è giudicato soddisfacente se si sente in sicurezza, se non prova dolore, se non presenta sintomi di fastidio o frustrazione».
Dal paragone emerge, lampante, la constatazione che i polli preferiscono le gabbie.
Senza timore di esagerare, si può dire che l’interrogativo non sia neppure come può un pollo riuscire a sopravvivere ad una prigionia tanto dura, bensì provare scientificamente che fra l’aia e la batteria industriale il pollo preferisce la gabbia. Non ci sarà dunque da stupirsi se all’alba del ventunesimo secolo, in una società "progredita", di elevato livello culturale, scientifico e tecnico, ci si proporrà di provare e di scrivere nero su bianco, in pubblicazioni ufficiali destinate a informare e a convincere, che un essere vivente al quale la natura ha dato zampe per correre, ali per volare e un becco per beccare in terra, quando è posto davanti alla scelta fra la libertà e la detenzione, preferisce essere incarcerato.
Risultati di questo genere, nella loro ambizione di diventare autorevoli, sono innanzitutto la prova di una fiducia pressoché illimitata in un processo di istupidimento collettivo, sul quale ritorneremo in seguito. Provano che lo scopo (malamente dissimulato) dell’economia su scala mondiale è di sottoporre ciò che vive alle condizioni dettate dall’industria. Provano anche che la scienza è sempre più spesso chiamata alla riscossa per ridefinire la facoltà d’adattamento ottimale ai peggiori vincoli del produttivismo. E certo non sarà la prima volta né, indubbiamente, l’ultima, che gli zelanti membri della comunità scientifica vorranno sapere fino a che punto si possono spingere con precisione i limiti del tollerabile, in una prospettiva di applicazioni razionali, sistematiche e normative a proposito delle quali si comincia a suggerire che potrebbero essere assimilate al «benessere».
In questo senso la sorte dei polli, che non vivono più in nessun luogo allo stato brado, che non hanno più un ambiente naturale che li accolga, è di buon auspicio per la nostra, se non altro a titolo simbolico: infatti l’infelice volatile figura qui, per poche pagine ancora, solo come metafora. Agli occhi dell’economia fanatica, l’essere vivente in generale e l’umano in particolare, sono stati, sono o saranno relegati (e mai termine fu più adeguato) sotto la stessa etichetta, come ben presto, e anche troppo spesso, avremo occasione di verificare.
Giacché è dunque possibile provare che i polli preferiscono le gabbie, e anche, va precisato, che i vitelli preferiscono essere incatenati da soli nel buio (altrimenti si calpestano a vicenda), che i maiali preferiscono starsene con un cappio al collo nella sporcizia (altrimenti si mangiano tra di loro), vi è luogo di credere che, con un po’ di applicazione, si potrebbe provare altrettanto facilmente che le otarie preferiscono i circhi, le orche le piscine, i pesci gli acquari, i conigli selvatici o i lupi i recinti. Ma, procedendo su questa linea, forse che con studi adeguatamente condotti e «relativamente sofisticati», non si troverebbe qualcuno pronto a sostenere che gli indiani preferiscono vivere nelle riserve, che gli ebrei o gli zingari preferiscono i campi di concentramento, che i neri preferiscono viaggiare nella stiva delle navi, con i ferri alle caviglie e la palla al collo, come peraltro si ostinano a provarci ancora oggi, preferendo ammucchiarsi a decine nelle carrette del mare per scappare da paesi dove, se lasciati in libertà e affidati a loro stessi, tendono a dilaniarsi reciprocamente? Questa era, guarda caso, l’argomentazione degli schiavisti del diciannovesimo secolo: lo schiavismo «proteggeva i negri» dalle guerre tribali, dalle mutilazioni rituali e dal cannibalismo, e questo lo promuoveva al rango di missione «umanitaria», tanto per riprendere una delle espressioni più in voga oggi.
Poveri cannibali, così ansiosi di venire protetti dai loro simili! Nel tempo in cui bastava chiamarli così per sentirsi autorizzati a sterminarli, Montaigne scriveva che gli indiani «cannibali», deportati e portati a spasso per le strade di Rouen, «avevano notato che c’erano fra noi uomini colmi d’ogni sorta di comodità, e che le loro metà (hanno nel loro idioma codesto modo di chiamar gli uomini «metà» gli uni degli altri) mendicavano alla loro porta, rese scarne dalla fame e dalla povertà, e trovavano strano come queste metà bisognose potessero patire una tale ingiustizia senza saltare alla gola degli altri o appiccare il fuoco alle loro case». In quei tempi di oscurantismo scientifico, i selvaggi, nell’ignoranza propria dello stato di natura, non sapevano ancora che un giorno si sarebbe potuto provare che quelle «metà» preferivano la loro miseria all’opulenza altrui, e che al cannibalismo e alle lotte tribali si sarebbe opposta la panacea dei lavori forzati nelle miniere d’argento, assolutamente preferibile ai rischi e alle tensioni della vita comunitaria.
Se i polli preferiscono le gabbie (non lo ripeteremo mai abbastanza), non si vede infatti perché gli umani non dovrebbero preferire le condizioni, per quanto penose e oltraggiose possano essere, che limitano una libertà di cui non saprebbero far buon uso e che si ritorcerebbe contro loro stessi. Basterebbe dunque spiegar loro (magari provare loro) che non c’è nulla di meglio delle regole imposte dagli altri, e che sarebbe molto più penoso volerle cambiare o addirittura tentare di liberarsene.

L’arruolamento della scienza
La vocazione della scienza moderna non è dunque (o perlomeno non solo) comprendere il mondo fisico o padroneggiarne il funzionamento, ma anche cercare di giustificare, e in modo obiettivo, la cattività , la violenza o l’oppressione. Insomma, provare, sempre e ancora, su un piano pressoché totemico, che i polli preferiscono le gabbie. […]
Che si creda o no nella solidarietà di tutto ciò che vive, non si tarderà a comprendere che nell’era industriale la condizione dei polli, come quella degli altri animali, prefigura o rivela in una luce sempre più cruda la nuova condizione umana. Fin d’ora, alla «clientela prigioniera» viene ingiunto di preferire l’inquinamento e i prodotti nocivi piuttosto che essere privata di certi beni che il fanatismo consumistico ha reso obbligatori. Le indagini demoscopiche, i sondaggi di opinione, gli studi di mercato provano statisticamente che un cittadino normale preferisce respirare l’anidride carbonica, bersi soluzioni di nitrati, ingoiare alimenti sintetici piuttosto che essere privato di una segreteria telefonica, di un detersivo con gli agenti sbiancanti o di un’automobile con la climatizzazione, e che preferisce rimbambire con i giochi televisivi e i parchi dei divertimenti per «sentirsi al sicuro, non provare dolore, non presentare sintomi di fastidio o frustrazione».
Secondo la scienza economica, non dobbiamo più definire il nostro benessere in funzione dei nostri bisogni o dei nostri sogni, ma in funzione delle necessità dell’industria e delle leggi di mercato. Poco importa sapere come il pollame umano potrebbe svilupparsi all’aria aperta e alla luce del giorno, ma a quale prezzo preferirebbe una gabbia in cui sentirsi al sicuro, senza dolore, «senza sintomi di fastidio e frustrazione».
Là dove la tirannia impone una costrizione, la democrazia mercantile esige un consenso. E sa come ottenerlo. […]

I polli umani
Ogni volta che una foresta è rasa al suolo, un fiume canalizzato, gli animali selvatici scacciati o abbattuti, i prati resi sterili o trasformati in autostrade, in terreni edificabili e in edifici, si sostituisce alla natura libera un costrutto artificiale, arbitrario e autoritario; a mano a mano che veniamo privati di alberi, sorgenti e uccelli, veniamo spinti verso parcheggi, strade, parchimetri, pedaggi, «città-satellite», «spazi verdi» e «spazi-gioco», vasche di sabbia e programmi televisivi. Tutto ciò che ci tolgono sul piano della natura, ci viene reso sotto forma di costrizioni. Non siamo più indotti a trovare il nostro posto nel ciclo stagionale, nel succedersi degli orizzonti o nel concatenamento delle generazioni, bensì rinviati alla nostra individualità, al «ciascuno a casa propria» e al «ciascuno per sé», a spazi ristretti, all’immediato, al breve termine. Già ora sono in vendita cuffie che coprono le orecchie ma anche gli occhi, limitando la portata sensoriale alla superficie degli organi ricettivi, e capaci di dare del mondo situato al di là della cornea o del timpano soltanto un’idea illusoria. Non veniamo più invitati a trovare il nostro posto nell’ordine della natura, ma forzati a guadagnarcelo nei simboli della società, in una cuccia da prendere o lasciare, assegnataci dai funzionari del grande canile sociale. In quest’universo tautologico che ci rimanda soltanto ai propri segnali, tutto ciò che va oltre l’individuo tende a diventare ansiogeno. La minima presenza è percepita come fastidiosa o minacciosa, la città come un ambiente oppressivo e malsano, la strada come uno spazio pericoloso, saturo di frecce, segnaletica, direzioni obbligatorie e sensi vietati. Privato di ogni rapporto con i ritmi del giorno e delle stagioni, con il ritorno dei migratori o il movimento della linfa, il tempo, ormai solo cronometrico, esercita una pressione ininterrotta. Smarriti in un’infinita suddivisione dei compiti, separati dal proprio risultato, i gesti del lavoro assomigliano a rituali astratti, e le immagini tridimensionali offrono ormai, dell’esterno, soltanto una realtà di sintesi. Passare dal lavoro al tempo libero significa passare dallo schermo del computer allo schermo della televisione. E così, a poco a poco, si costituisce un universo di schermi, un universo-schermo, frapposto tra ciò che resta del mondo e ciò che resta di noi. In questo sistema di segni, senza alberi, senza stelle e senza sole, l’informatizzazione del mondo continua ad operare sui suoi sudditi un’eseresi della realtà, una codificazione, una virtualizzazione del reale come se qualsiasi dimensione spazio-temporale si fosse all’improvviso trasformata in una rete materiale di griglie, codici, connessioni e interdipendenze.
Proprio come gli industriali hanno tutto l’interesse ad inquinare l’acqua per poi disinquinarla, vendercela e distribuirla come un prodotto, o a «sporcare di nafta» o «imbottire di amianto» per poi «ripulire dalla nafta» e «ripulire dall’amianto», ad avvelenare l’aria per venderci le maschere, a distruggere la natura per venderci le sue rappresentazioni, allo stesso modo hanno tutto l’interesse a rendere cannibalesca la società, selvaggia la concorrenza, aggressiva la città, favorendo così una preferenza per i gusci e i mini-universi abitabili, ossia equipaggiati di tutti quei beni funzionali che ci permetteranno di sopravvivere in essi «senza sintomi di fastidio e frustrazione», grazie alle immagini che essi avranno appositamente fabbricato per riversarle in quei mini-universi, e grazie agli ansiolitici che ce li renderanno sopportabili. Grazie, cioè, alla «convivialità« delle città moderne, i sistemi di sorveglianza, di allarme e di sicurezza permetteranno di portare a compimento la fortificazione di quei rifugi, trasformandoli in bunker.
Dopo aver sottratto i cittadini alla natura per acclimatarli in gabbie di cemento, rimane ancora da sottrarli ai propri ritmi biologici per sottoporli al ritmo industriale. Non manca certo la coerenza ai pianificatori dello spazio e del tempo: è già da un pezzo che il ritmo della macchina lotta vittoriosamente contro quello del pianeta e dei suoi abitanti; intere popolazioni si vedono ormai trascinate ad ottemperare ciò che la tecnica comanda. Grazie all’energia nucleare, è la società intera a doversi tener pronta a reagire al funzionamento buono o cattivo di un macchinario, e grazie alla televisione sappiamo riconoscere con un solo colpo d’occhio ciò che non ha né realtà né esistenza: non lo si vede in televisione. L’individuo ha già sviluppato comportamenti riflessi analoghi: costretto ad affidarsi alle necessità della produzione invece che al cosmico alternarsi del giorno e della notte, dell’inverno e dell’estate, e invece che al proprio metabolismo, l’operaio del settore edile è diventato un nomade che si sposta di cantiere in cantiere, da una roulotte all’altra. Il custode di un’industria a fuoco continuo, di una produzione a flusso teso o di una catena di montaggio preferisce invertire i propri periodi di attività e riposo, accettare che il suo sonno sia contrariato dal ritmo della città in cui gli tocca abitare, e che la vita sentimentale, familiare e sociale sia compromessa o rovinata da un orario di lavoro che va controcorrente. Il bisogno che lo spinge ad accettare un tale sconvolgimento lo induce a chiedere, in cambio della propria autodistruzione, solo un compenso finanziario, generalmente modesto. A questa perturbazione endogena risponde un’angoscia esogena: adattatosi all’ambiente artificiale e perverso che, alla fin fine, gli offre solo una sicurezza illusoria, il soggetto industriale rischia di sentirsi vulnerabile appena si azzarda ad uscire dalla gabbia virtuale che si è allestito da sé, dalla quale, tuttavia, sogna soltanto di poter evadere.
Un po’ come i bambini che il campanello della scuola fa correre a rotta di collo e gridando nel cortile per la ricreazione, ogni vacanza rovescia sulle strade milioni di automobilisti ebbri di gas di scarico, molti dei quali, poco più tardi, saranno raccolti col cucchiaino dopo essere stati «liberati» dall’abitacolo della loro macchina dai pompieri. La maggior parte di quelli che sopravvivono non faranno altro che andare ad ammucchiarsi altrove, in luoghi meno inquinati e più aperti, fintantoché ce ne saranno. Questa frenesia, che certamente tradisce un’«acclimatazione» ancora imperfetta, assume ovviamente fra i volatili una dimensione estrema, che ancora risparmia gli umani: un pollo allevato in un ambiente da campo di concentramento, e poi reso improvvisamente alla libertà, subisce l’aria, la luce e lo spazio come un’aggressione. L’animale, disorientato, si mette a correre a perdifiato, senza una meta, senza un punto di riferimento. Abbagliato, confuso, spaventato, cade stecchito dopo poche decine di metri, vittima dell’iperventilazione o di un attacco di cuore. Insomma, fuori dalla gabbia non c’è salvezza! [...]

Rimbambimento collettivo
L’esperienza mostra che un individuo investito di autorità, dotato di una funzione ufficiale e di titolo universitario elevato, può affermare ad alta voce, con sguardo diretto e sorriso sulle labbra, che è meno pericoloso vivere vicino a una centrale nucleare piuttosto che su un terreno granitico, che la crescita demografica crea posti di lavoro, che l’AIDS colpisce soltanto omosessuali, che le nubi radioattive si fermano alla frontiera, che i bombardamenti sono effettuati nell’interesse dei bombardati, che radere al suolo una foresta la rigenera, che la «libera concorrenza» fra i contadini del Sahel e quelli del Midwest «ottimizza la produzione mondiale», che abbattere gli uccelli migratori che si riproducono non influisce sul loro numero, che la preservazione dello strato di ozono indispensabile alla vita della terra costa troppo cara per essere presa in considerazione, che la clonazione permetterà di salvare le specie minacciate, che la deportazione delle popolazioni viene fatta per uno scopo umanitario, che la distruzione del mondo è inerente al cammino del progresso oppure, ricordiamo ancora un volta, che i polli preferiscono le gabbie.
[…]
Queste manipolazioni che offendono gravemente l’intelligenza hanno senso soltanto se si rivolgono a una popolazione non soltanto ignorante o incerta, ma anche rimbambita, intellettualmente incapace di negoziare la fiducia cieca dovuta ai suoi mentori, truffatori e falsari. Tutti fanno del loro meglio per rendere fittizio il reale oppure autentica la finzione, per confondere il falso e il vero, per dare rappresentazioni di un mondo naturale al quale non abbiamo più accesso se non per errore o per effrazione. La valutazione non si fonda sui fatti, bensì sulle statistiche; non sulla realtà, ma su ciò che la misura o la rappresenta, in base a criteri facilmente arbitrari o parziali. La simbologia non è più portatrice del reale; sta al reale adeguarvisi, e materializzare la dimensione simbolica. Tutto sta nel rendere la sofferenza tollerabile, eventualmente nel persuaderci che  essa non esiste, oppure nel chiamarla «benessere». Il consenso che la società industriale esige dalle sue vittime per trasformarle in sue complici implica che esse aderiscano a un discorso, a un’ideologia, o per meglio dire: a una verità scientifica. Una volta private dell’accesso alla realtà, le vittime si trovano spossessate dei mezzi per analizzarla; la sofferenza, che nessuno vorrebbe, è resa necessaria, e quindi più tollerabile, quand’è giustificata da ragioni scientifiche indiscutibili come la legge di gravità, il teorema di Pitagora o il principio di Archimede. La sperimentazione scientifica, che non può essere seriamente contestata se non per mezzo di una contro-sperimentazione, sfugge al controllo e al giudizio dei profani oltre che alla responsabilità degli iniziati. Lo stesso sperimentatore, libero dal pensiero e dall’emozione per dovere professionale, contribuisce a rendere tollerabile, se non addirittura necessaria, la sofferenza che egli studia, infligge o raccomanda.
Per far ammettere il carattere inoffensivo o legittimo dell’oppressione, è essenziale occultare il dolore che l’oppressione provoca, rendere tale dolore indifferente o necessario per coloro che vi assistono e che, lasciati a se stessi, alla propria ignoranza o alla propria incertezza, potrebbero, per «antromorfismo», sentirsene profondamente toccati. È rendendosi insensibili alla sofferenza altrui che riusciamo al meglio a dissociarci da essi, e a farne, più che estranei o nemici, semplici oggetti. E certo non è l’economia che ci dissuaderà dal reificare il mondo e gli esseri viventi, dal considerare la Terra come un immenso negozio pieno di mercanzie, soprattutto quando la minaccia che queste si esauriscono permette di aumentarne i prezzi.
Il semplice fatto di guardare la natura come un oggetto invece che come un socio impone un rapporto di forze, una dominazione che non prevede scambi, come in particolare ci mostra, nel campo del genio genetico, il rifiuto di correggere con un principio precauzionale il principio dell’obiettività esente da responsabilità. L’obiettività scientifica tanto evocata dai soldati in camice bianco del disastro planetario, l’oggettivizzazione senz’anima e senza morale, presenta tutte le apparenze di un principio di irresponsabilità o di una irresponsabilità di principio, tanto a priori quanto a posteriori.
Senza parlare delle frodi deliberate: plagi, dati mozzi o incompleti, a cui si dedicano alcuni poco scrupolosi membri della comunità scientifica in modo che la loro carriera e la loro smania di pubblicare passi prima della verità. […]
Il reale non è più soltanto arbitrario, è ormai falsificato anche nelle sue più infime manifestazioni: a Parigi, la piazza Saint-André-des-Arts è stata ristrutturata per assomigliare all’immagine che di essa offre il cinema americano, dal momento che altrimenti i turisti rimarrebbero delusi. I dipinti e gli affreschi del Rinascimento italiano sono sistematicamente «restaurati» in modo che possano finalmente assumere i colori a cui ci hanno abituati i cartoni animati e le scatole di caramelle. Come i doccioni di Notre-Dame, le statue dell’Eretteo, rose dall’inquinamento, sono state a poco a poco sostituite da stampi in resina sintetica; tutto ciò che è vero progressivamente verrà sostituito dal falso, oppure dall’illusione del vero, affinché il falso ci sia somministrato per vero, e la costrizione per benessere.
Per negare ciò che è stato stabilito o anche soltanto suggerito degli specialisti, bisogna abbandonarsi all’ignoranza, a una sensibilità subito definita leziosa, oppure all’«antropomorfismo». Se gli «zoofili», nel loro «oltranzismo», si commuovono di fronte alle condizioni inflitte alle galline, ci spiega il cronista di Filières avicoles, è solo per analogia: «Non vorrei vivere così!».
«Per fortuna un comportamento di questo genere, privilegio dei paesi ricchi, non ha ancora toccato i paesi in via di sviluppo. Perché allora davvero ci sarebbe da temere per la loro autosufficienza alimentare», aggiunge, con un cinismo che meritava questa citazione. Chiamata alla riscossa per fare causa comune, la comunità scientifica si è così ben allontanata dall’analogia antropomorfica, che la natura, affidata a una penna esperta, appare ormai come una semplice metafora ricalcata sulle ultimissime tecnologie dell’uomo, ovunque disseminata di codici, griglie, marcatori, grammatiche o alfabeti. Se si è riusciti a pensare che l’inconscio sia strutturato come un linguaggio, il mondo fisico sembra ormai strutturato come un software, «il software della vita», per riprendere la felice immagine di Guy Paillotin, membro della comunità scientifica e direttore dell’Istituto Nazionale della Ricerca Agronomica. Nell’attesa che questo avvenga, si farà il possibile per piegare il mondo fisico a questo confortevole modello, che così diventerà effettivamente reale. Il sapere da laboratorio elimina a poco a poco il sapere sperimentale, derivato dal rapporto diretto con la materia, con una data realtà, e lascia campo libero e carta bianca ad una scienza sempre più lontana, sempre più astratta, oscura e astrusa, a sua volta così frammentata in saperi specifici che i membri della comunità scientifica specializzati in un campo della loro disciplina si dichiarano incompetenti su tutto quello che riguarda i campi immediatamente contigui. I loro lavori sono d’altronde così orientati, o spesso eseguiti per incarico di enti commerciali, e per fini così eminentemente pragmatici, che la ricerca è sempre più partecipe di una scienza arruolata, e talvolta mercenaria.

Lobotomia
Più il reale è inaridito alla fonte, più è trasformato durante il suo corso, più è importante che non lo si possa giudicare all’arrivo. Per farci inghiottire le «farine» ideologiche, piuttosto che per farci andar giù la spuntatura del becco, si impone un’asportazione del cervello, ma su grande scala, e con metodi tanto intensivi quanto quelli che si applicano all’industria, all’agricoltura, all’allevamento e al resto. Mentre le nazioni «sviluppate» sembrano sul punto di rinunciare a trasmettere il loro sapere o la loro cultura grazie al fatto di trasformare le scuole in «luoghi di vita», una propaganda forsennata si incarica di ridurre le coscienze a livello zero, quello massimamente propizio alla libera circolazione delle merci inutili e dei concetti monchi. Mentre ha corso questa moneta falsa, il piacere, l’estetica o la morale non valgono più del dolore, della dignità o dell’emozione, parametri non significativi, valori non commerciabili che quindi non appariranno in nessun bilancio.
La tirannia, come abbiamo detto, non ha bisogno di convincere: si è dotata dei mezzi per costringere. La democrazia invece si è condannata a persuadere e si dà da fare in tal senso. La comunicazione, diventata la forma moderna della propaganda intensiva, si insegna all’università, come una tecnica. Tutto ciò che si rivolge alla stampa e al pubblico passa dal filtro della comunicazione e, in primo luogo, la propaganda industriale, destinata a una popolazione clientelizzata per la quale tutto deve essere ricondotto all’immagine. La qualità, l’eccellenza, l’adeguatezza, la competitività hanno tutte eguale risalto, ma nulla risalta più della menzogna.
Ogni processo che tenda a valutare la produzione in risultati senza alludere a ciò che li rende possibili, è menzogna. Qualsiasi produzione che si astenga dal quantificare il costo di ciò che ha inizialmente distrutto per far bella mostra dei suoi profitti, e il costo di ciò che in seguito andrà pagato per controbilanciarne gli effetti, è una contabilità truccata, fraudolenta, e dunque ancora menzogna. Tutto ciò che tende a cancellare le tracce, a confondere le piste, a impedire il paragone, a cancellare la memoria, è dissimulazione, e quindi, ancora, menzogna. Tutto ciò che tende a valorizzare, a ottimizzare, a rendere positiva una realtà necessariamente complessa, a dare un’interpretazione o una distorsione di tale realtà al posto della realtà stessa, sa di falsificazione, e quindi di menzogna. E non è altro che un mezzo per lobotomizzare la gente.
Deformare i fatti, nasconderli, inventarseli o contraffarli, gonfiarli o sgonfiarli in una prospettiva ideologica, annegarli sotto una marea di informazione indifferenziata è, anche questo, diventato una tecnica che ha un nome adeguato: la disinformazione. Un altro modo per lobotomizzare la gente.
Come la carne da cannone un tempo esposta alle mitragliatrici delle rivalità nazionali, il soggetto delle democrazie commerciali è diventato il bersaglio dell’economia su scala mondiale e dello spettacolo universale. Confinato al domicilio coatto in casa sua, direttamente connesso agli schermi del potere, immerso nell’universo degli show, delle news, dei jingle, degli scoop, e delle star, con la totale libertà di passare da un canale all’altro, esposto inerme al fuoco di fila delle canzonette, dei melodrammi, degli imbonimenti ed ai funambolismi dei dibattiti, monitorato nella scelta dei programmi da istituti di statistica e da misurazioni di audience che ad ogni istante ravvivano la fiamma del telespettatore ignoto, tutto ci persuade che la realtà esista soltanto alla televisione, che il focolare domestico o la donna che rimane a casa possano essere assimilati, come dice la pubblicità, a un altro programma, tanto che il mondo esterno ben presto assomiglierà a un canale criptato. Un altro mezzo per lobotomizzare la gente.