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giovedì 2 marzo 2023

Essə sono il futuro - Paul B. Preciado

 

“La normalità non tornerà più”, dice lo scrittore di Harlem Darryl Pinckney, innanzitutto perché la realtà non è mai stata normale. Eravamo neri e oggi siamo più neri che mai. Eravamo queer e oggi siamo più queer di prima. Forse è una buona notizia. La verità vale più della pubblicità. Il futuro non è una pagina bianca, ma un manoscritto respinto e non pubblicato, gettato in fondo alla spazzatura digitale planetaria. Si dice che la materia oscura, anche se invisibile e impossibile da misurare con strumenti ordinari, rappresenti almeno l’85 per cento di tutto l’universo. Siamo come la materia oscura della storia, che ingloba ogni cosa eppure è ancora inesplorata. Ed è la materia oscura a riemergere. La spazzatura è troppo piena. E i versi, vivi, si arrampicano verso l’alto.

Ovunque vada, camminando per strada o vagando nel metaverso, vedo solo giovani trans e non-binari. Sul petto portano due linee rosse disegnate, una accanto all’altra, o germogli nutriti da battaglioni chimici. I loro nomi non sono assegnati, ma scelti. I loro piaceri non sono prevedibili, ma inventati. Ovunque mi portino le mie peregrinazioni, attraversando gli stretti o navigando online, noto solo corpi di migranti in fuga dalla mancanza di senso, dalla povertà, dalla guerra, dal patriarcato. La mancanza di senso. Non ho mai praticato la riproduzione sessuale. Di conseguenza essə non possono essere miə figliə. Nessuno pensava che la creatura di Frankenstein potesse riprodursi o creare una discendenza. Il mostro deve morire, dicevano.

Il futuro non è un’affermazione di vittoria
Ma gli eventi meravigliosi e soprannaturali non sono così rari. Al massimo sono irregolari nella loro incidenza. Lontano dalla copia genetica, al di fuori di qualsiasi eredità possibile, essə sono il meglio che io abbia mai potuto sognare. Un cut-up straordinario delle uniche parti ancora vive della vecchia cultura. Sono miracolate dell’abisso necropolitico. Non sono esattamente uno di loro, perché sono vecchio e ho già vissuto per lo meno metà della mia vita nera da larva. Ma divento uno di loro in un’enunciazione collettiva del desiderio.

Per questo dico che “noi” siamo il futuro. Se qualcosa è ancora possibile, accadrà oltre lo stato nazione, oltre la catena produzione-consumo, oltre il mercato. Al di là della famiglia normativa. Al di là delle tassonomie razziali. Al di là del binarismo di genere. Ma ancora non è stato fatto nulla. Il futuro non è tanto un’affermazione di vittoria, quanto il bilancio di una battaglia persa. Chi può dire di aver vinto questa cazzo di battaglia, se la vita l’ha persa?

Anche se tutte le battaglie dell’umanità contro se stessa sono perdute in partenza, la guerra in Europa e altrove non si ferma. È più letale che mai, con nuove modalità e pratiche che pensavamo ormai superate. Sì, noi siamo il futuro, ma il futuro è ferito a morte, malato. Il futuro ha sete, è illegale. È quasi morto.

E sì, siamo centinaia di migliaia, siamo ovunque, siamo il futuro. Ma il futuro è anche analfabeta. Trascorsero più di due secoli tra la data del 1454 in cui Gutenberg stampò le prime bibbie in lingua volgare a 42 linee e il momento in cui almeno metà della popolazione di un paese sapeva non solo leggere ma anche scrivere. Durante quegli anni di transizione, la stampa era diventata progressivamente la prima tecnica di promozione della spinta coloniale e il supporto pubblicitario delle dittature più bislacche. Solimano il Magnifico ordinò la distribuzione del suo ritratto imperiale su fogli stampati. Le leggi di proprietà sul territorio americano, scritte in spagnolo e in portoghese, furono diffuse facilmente grazie alla stampa.

Allo stesso modo, ora che le tecnologie digitali hanno sostituito il libro, noi analfabeti digitali pensiamo di esistere all’interno dei social network, anche se non ne siamo nemmeno utenti. Non ne siamo nemmeno semplici consumatori. Siamo diventati prodotti. Fino a quando non impareremo a programmare, non sarà possibile alcuna riappropriazione delle nuove macchine digitali che inventano la realtà. Nel frattempo il futuro scappa e il potere esegue il proprio programma.

Sì, siamo il futuro, ma il capitalismo sembra più giovane e in condizioni di salute migliori di quelle di noi tuttə. Le nuove miniere digitali sono ormai a portata di mano. Non saliamo mai in superficie perché non abbiamo bisogno di scendere. Viviamo lì dentro. Lo sfruttamento assume la forma della vita stessa, la forma dei nostri corpi, i mezzi della nostra coscienza. Chi si preoccupa della pensione quando il lavoro non esiste più? Poteva essere una buona notizia. Si potrebbe creare valore condividendo la superabbondanza d’immaginazione collettiva anziché espropriare e privatizzare il mondo. Come nel 1492, all’inizio della transizione verso il capitalismo coloniale, oggi non esiste più alcuna separazione tra l’economia, la religione e la politica. Se alla fine del medioevo il principio teologico dominava sugli altri, oggi il principio economico dell’aumento degli introiti per gli azionisti ha scalzato dio, lo stato, la chiesa, la famiglia, l’esercito… e perfino il popolo. Solo la mafia (all’interno o all’esterno dello stato, della chiesa, della famiglia o dell’esercito) sopravvive ancora. Le nuove cattedrali sono fatte di informazioni e lo schermo è l’unica fede rivelata. Allora certo, noi siamo il futuro, ma il futuro è disoccupato.

E malgrado tutto, questo è il nostro tempo. Non abbiamo avuto fortuna, ragazzi miei. È il tempo dei resti, delle rovine, degli scarti e dei sopravvissuti del produttivismo, del patriarcato, del binarismo eterosessuale, del razzismo gerarchico, del complesso carcerario, dell’industria farmaceutica, dell’impero digitale pornografico, della sorveglianza internazionale, del viaggio coloniale, in America come nello spazio…. Questo è il nostro tempo, un tempo che è malato, assetato, bruciato, analfabeta, smarrito e quasi morto. Ma è comunque il nostro.

 

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Libération.

 

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mercoledì 11 agosto 2021

Lettera a un extraterrestre - Paul B. Preciado

 

Caro extraterrestre,

mi rivolgo a te dal pianeta Terra attraverso la scrittura, una tecnologia di comunicazione semiotico-linguistica inventata dalla mia specie circa seimila anni fa. Utilizzo questa tecnologia nella lingua francese, una variante dialettale con cui circa 280 milioni di esseri umani possono comunicare e che, immagino, ti è estranea. Spero tuttavia che le basi cosmologiche, biochimiche e fisiche che condividiamo ti permetteranno di effettuare una traduzione, un trasferimento, una traslazione del grafo capace di produrre un altro segno decodificabile dal tuo apparato sensibile. Spero che, se non potrai leggere questa lettera, potrai quantomeno respirarla, iniettarla, scaricarla, assorbirla o captarla.

Perdona la mia mancanza di sottigliezza: sono soltanto un piccolo essere multicellulare a sangue caldo la cui aspettativa di vita è tra i 75 e i 95 giri del pianeta terra attorno al Sole, e ho una capacità cognitiva che per quanto sia il risultato di milioni di anni di evoluzione su questo pianeta, è anche la conseguenza (curiosa fatalità) della violenza operata dalla mia specie su se stessa. Ciò che posso percepire, di conseguenza, non è molto. Ho cinque sensi (alcuni dicono che siano sei) ma la maggior parte ha subìto una tale specializzazione nel corso degli ultimi millenni che ci vedo a mala pena, ci sento a mala pena e percepisco a mala pena. Non faccio altro che favoleggiare. Questo perché, forse, inventare storie è il mezzo migliore e più preveggente di entrare in contatto con te.

Con la certezza che mi dà il senso dell’invenzione, mi rivolgo a te sapendo che sei già tra noi. Sento la tua presenza. Lontana. Intensa. Radiosa. Vicina. Silenziosa. Nonostante l’impenetrabilità della mia coscienza, so che tu esisti. Tutto il mio corpo lo percepisce, come essere vivente sensibile e grazie alla raccolta di dati che mi permette la specializzazione del mio apparato cognitivo di filosofo. Per darti un’idea ti dirò che i filosofi, esseri situati molto in basso nella piramide sociale terrestre contemporanea, sono come idraulici del concetto o sarti del codice: inventano nuovi apparati di rappresentazione con cui smontano e riparano gli apparecchi di produzione di verità che non funzionano più, o il cui funzionamento consuma un’energia eccessiva o distrugge quelli che li utilizzano o quelli su cui vengono utilizzati. Come la sarta sa da tempo che altri fili vengono tessuti nel cosmo, così l’idraulico sa che tutti i tubi si collegano in un dato momento.

Ti parlo come se tu fossi una coscienza individuale incarnata in un corpo binario, perché la tecnologia sociale della lingua francese non ammette ancora sintassi disindividualizzanti e non binarie, ma immagino che tu non sia né individuale né binario, che tu sia regolato da un’altra logica, da un’altra musica, da un’altra vibrazione. Vorrei rivolgermi a te senza dover utilizzare, per immaginarti, il rumore prodotto dalle categorie di animalità, di classe, di razza, di sesso, di sessualità. Non vorrei utilizzare nemmeno la categoria di estraneità. Queste categorie sono il frutto della storia della supremazia energetica e semiotico-tecnica che la mia specie ha costruito nel corso degli ultimi secoli. E le conseguenze di questa supremazia sono precisamente ciò di cui voglio parlarti.

Perdonami, non ti scrivo per motivi altruisti o per costruire un’amicizia (anche se questo regalo sarebbe splendido) ma perché le tecnologie di estrazione, distribuzione e divisione dell’energia inventate dalla mia specie nel corso della storia degli esseri umani (e soprattutto nel corso degli ultimi cinquecento anni) rimettono in discussione la continuità della vita della maggior parte delle specie terrestri, compresa (curiosa fatalità) la nostra.

Queste tecnologie di governo letali comprendono, tra le altre cose:

1.      Un sistema di produzione basato sulla distruzione, la depredazione, la privatizzazione e l’accumulazione di risorse vitali, insieme alla produzione e al consumo di materiali tossici. Questo sistema produttivo è stato storicamente chiamato “capitalismo”, ma oggi si estende a quasi tutto il pianeta in un mondo-mercato digitale senza limite.

2.      La marchiatura di una parte della specie umana attraverso tecnologie di sfruttamento, razzializzazione o sessualizzaizone che assicurano la sovranità energetica e semiotica di alcuni a scapito di altri.

3.      La gestione della riproduzione da parte di un sistema di classificazione binaria e gerarchica in cui i corpi che possiedono una cavità uterina potenzialmente riproduttiva sono sottomessi ai corpi che producono un liquido altamente ricco di materiale genetico che chiamiamo sperma. In questo regime qualsiasi corpo che vada oltre il binario o che minacci questo ordine semiotico o riproduttivo è oggetto di violenza e sterminio.

4.      L’incapacità della nostra specie di stabilire relazioni simbiotiche con le altre, preferendo sempre l’oggettivazione, il consumo e la morte alla relazione.

Probabilmente ti starai chiedendo perché ti invito a questo festival necropolitico. Se questa fosse la nostra unica realtà non ti avrei scritto. Invece ti scrivo, perché noi esseri umani, per quanto assediati dalle nostre stesse tecniche di morte, viviamo una rivoluzione. Cominciamo a capire che dovremo operare profondi cambiamenti. Abbiamo cominciato a mutare. Per questo motivo, e perché abbiamo bisogno di uno sguardo nuovo, se per caso avessi mai ipotizzato di venire sulla Terra, questo sarebbe un buon momento per farlo.

Se puoi capirmi, ti chiedo di comunicare urgentemente con lo spazio umano.

A te,
un terrestre.

 

Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Libération.

 

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domenica 21 giugno 2020

Inno al corpo - Paul B. Preciado




Amiamo il corpo malato. Amiamo le cicatrici e i morsi lasciati sulla pelle dalle ferite. Amiamo il corpo anziano, segnato dal tempo, raggrinzito dal sole, pieno di ricordi. Amiamo il corpo lento. Amiamo l’imperfezione e lo squilibrio, il labbro screpolato, l’occhio che vede a malapena, la mano che fatica ad afferrare l’oggetto, il pene moscio, la gamba più corta dell’altra, la colonna vertebrale che non può raddrizzarsi.
Amiamo il vero corpo, fragile e vulnerabile, e non il corpo ideale e tirannico della norma. Amiamo il corpo poetico, perché il linguaggio è solo uno degli organi astratti del corpo vivo. E amiamo il corpo in tutte le sue dimensioni organiche e inorganiche.
Il linguaggio e la tecnologia sono organi collettivi e politicizzati. Come tutti gli altri organi del corpo, ci sono stati rubati. Non sappiamo quasi niente del corpo vivo. Occorre quindi amarlo là dove esso si esprime: nella sua tremula fragilità.

Senza virtù coloniali e patriarcali
Amiamo sia il corpo che nasce sia quello che si avvicina alla morte, questo corpo considerato già obsoleto, inutile, improduttivo, un corpo che ci viene presentato in termini di spesa pubblica, corpo-debito, cifra nelle statistiche su infettati e morti.
Amiamo questo corpo che, pure se sull’orlo della morte, è ancora sensibile a un raggio di luce sulla pelle, a una parola, a un suono. Il corpo vivo in tutte le sue dimensioni è la nostra unica religione. Di conseguenza più un corpo si fa corpo, quando non presenta alcuna delle virtù patriarcali e coloniali – forza, produzione, giovinezza, lusso – più lo amiamo.
E questo anche perché le istituzioni della sanità pubblica, gli ospedali e le case di riposo, le prigioni, le scuole e le aziende sono i nostri primi nemici: perché cercano di ridurre il corpo vivo all’anatomia, all’indicatore di pubblica sanità, alla redditività dei pensionati, alle cifre sulla prevenzione della criminalità, al livello d’istruzione, al profitto.
I governi hanno parlato della guerra al virus, ma in realtà hanno fatto la guerra ai nostri corpi poetici. La nostra pelle è stata strappata, siamo stati privati di qualsiasi contatto o cura, siamo stati separati da amici e amanti, e i corpi preziosi dei nostri cari malati di covid-19 sono stati gettati in una fossa senza nome, privati del rituale che collega la memoria dei morti ai corpi dei vivi. Lo stato farmacopornografico si è comportato come un Creonte neoliberista, che c’impedisce di seppellire i nostri morti perché sarebbero diventati dannosi per una comunità che sogna di essere immunizzata. Noi, i figli bastardi di Antigone, esigiamo cure e celebrazione dei corpi dei nostri amati ammalati di covid, sia vivi sia morti.

Gioiosamente virali
Perché non siamo la comunità immunizzata, siamo la comunità malata. Siamo intossicati e tossici. Il mondo al quale abbiamo appartenuto, questo mondo che non parla d’altro che di sanità pubblica, di prevenzione e d’igiene, non ha fatto altro, dal colonialismo a Hiroshima, passando dall’Olocausto e da Chernobyl, che distruggere il corpo vivo. La religione ha fatto del corpo la prigione dell’anima e il nemico di dio. L’ha fustigato, legato, ha cercato di purificarlo con il tormento e il fuoco. Ha voluto negarlo, dominarlo, sublimarlo. La scienza ha trasformato il corpo in un oggetto anatomico, l’ha sezionato, l’ha diviso in organi e in funzioni, ha voluto conoscerlo e controllarlo.
Lo stato liberista moderno ha fatto del corpo un bene e una merce, una responsabilità e una proprietà privata dell’individuo. L’ha disciplinato, normalizzato, uniformato. Il capitalismo coloniale ha fatto del corpo una forza lavoro, l’ha schiacciato, gli ha preso non solo tutta la sua energia vitale, ma anche tutto il suo potere creativo. Ha voluto catturarlo, comprarlo, venderlo, trarne profitto. Il patriarcato ha trasformato il corpo in forza di riproduzione. L’ha violentato, lo ha ingravidato. Nel neoliberismo questo corpo distrutto, devastato, espropriato, catturato… dal quale è stata estratta ogni forza vitale, è ancora negato. Al suo posto, un avatar edulcorato viene presentato come un’immagine elettronica condivisa. Ma il corpo resiste.
La distanza sociale che ci viene imposta riguarda le pratiche politiche e poetiche. Non possiamo né manifestare né riunirci per amare, per dibattere o per creare. Ma possiamo incontrarci per produrre e procreare. La società è morta: restano solo la tele-fabbrica e la famiglia, due sfere nelle quali il corpo vivo è ancora negato e sfruttato.
Ma noi, contro ogni legge, amiamo il corpo sieropositivo, tumorale, obeso, tubercolotico, sterile, claudicante, lebbroso, ansioso, depressivo, nevrastenico, psicotico, il corpo consumato dalla cirrosi, il corpo sconvolto dalle crisi cardiache, il corpo in attesa del trapianto di un qualsiasi organo, vivo o immaginario. Amiamo il corpo malato di covid-19. Vogliamo, come fanno ogni giorno infermieri e operatori sanitari, accompagnarlo. Siamo anti-igienici, gioiosamente virali, e contagiosamente vivi.

(Traduzione di Federico Ferrone)


domenica 10 marzo 2019

Perché continuiamo a mangiare carne? - Paul B. Preciado




Attenzione: questo articolo può urtare la sensibilità di chi legge.

Qualche mese fa ho letto una storia che continuo a sognare tutte le notti. Su cento mucche portate al mattatoio due sono incinte e sono uccise in stato di gravidanza avanzata. La trasformazione immediata della mucca in capitale (carne, pelle, ossa, sangue) è più vantaggiosa del costo che comporterebbe aspettare che la mucca metta la mondo il vitellino e lo alimenti.
Nel momento del suo sacrificio il vitello è vivo nel suo ventre e spesso muore solo quando la mucca è smembrata. L’articolo scientifico faceva notare che è impossibile impedire le sofferenze del vitellino. Mentre la mucca, se è sacrificata con un rituale non halal, riceve una scossa elettrica destinata a stordirla durante il dissanguamento e l’uccisione (si badi bene, non parliamo di una morte indolore), il vitello rimane pienamente consapevole della morte e assiste quindi all’omicidio industriale della madre. La sua breve nascita è, per così dire, provocata dalla morte della genitrice. Il figlio veglia su di lei, contempla la sua morte ed è ucciso solo in seguito. La mucca è trasformata in carne e prodotti derivati, il vitello invece è gettato nella spazzatura.
Nel mio cervello mentre dormo la storia si trasforma in incubo: in un mattatoio, in locali che ricordano il cortile della scuola dove ho studiato, viene sacrificata una mucca. E quando la carcassa è aperta, i macellai ritrovano un vitello vivo che li osserva mentre lavorano. Sono testimone della scena e voglio correre, per raccogliere il piccolo e non farlo cadere. Ma ne sono incapace. Da sveglio questa immagine mi è tornata in mente diverse volte. Questa mucca, mi dico quando mi alzo, potrebbe essere mia madre e questo vitello potrei essere io.
Nascite
Dopo tutto l’essere umano e il bovino sono dei mammiferi placentati dotati di un sistema cognitivo complesso: sentiamo, vediamo, annusiamo, amiamo. Ho passato lunghi periodi della mia infanzia in un villaggio della Cantabria circondato da mucche che chiamavamo con il loro nome. Ho visto nascere diversi vitelli, caduti per terra dalla vagina della mucca come un pacco o uscire a poco a poco dal corpo della madre accovacciata, come degli speleologi che scoprono con meraviglia un altro mondo alla fine del tunnel.
Ho visto la placenta attaccata al corpo della vacca come un impermeabile rosa e umido dal quale il vitello esce per nascere. E ho visto vitelli rimanere impigliati nella placenta come drag queen che inciampano sui loro boa rosa, sulle loro zampe troppo lunghe e fragili come dei tacchi ai quali non sono ancora abituati. Ogni sera quando mia zia mungeva una mucca le tenevo la coda. Ognuna aveva il suo carattere, alcune erano gentili, altre aspettavano di averti a distanza ravvicinata per colpirti con il collo. Talvolta mia zia girava un capezzolo durante la mungitura e io aprivo la bocca per ricevere da lontano uno schizzo di latte caldo che colava sulla mia lingua. Le gocce schizzavano sul mio viso. Per giorni rimaneva sulla mia pelle l’odore acre del latte mescolato al fieno del pascolo e ai peli di mucca.
Mi piaceva pulirgli gli occhi dalle mosche. Ero impressionato dalle loro ciglia ricciolute e dalla loro lingua lunga come una mano che accarezza un’altra mano. Ogni notte mia nonna e io scendevamo il viale della torre con una caraffa piena di latte ancora caldo. Quando arrivavamo a casa, mia nonna raccoglieva la crema rimasta sulla superficie del latte, la piegava come se arrotolasse un guanto di lattice bianco e ne faceva un piccolo panetto di burro a forma di mezzaluna.
Mi chiedo come e perché continuo a mangiare carne. Dopo essere stato vegetariano per anni, ho ricominciato a mangiare carne di mammifero nel 2014 quando sono passato a una dose superiore di testosterone. Con una precisione incredibile, quasi matematica, 18 ore dopo un’iniezione di 250 milligrammi di testosterone cipionato il mio corpo vegetariano diventava un lupo per i mei simili quadrupedi.
Io, che avevo sempre detestato la consistenza dei muscoli sotto i denti, mi risvegliavo ossessionato dall’idea di divorare una bistecca. Il metabolismo del testosterone nel corpo produce un litro di sangue in più con i suoi globuli rossi e richiede quindi un supplemento di proteine. Ma in realtà non ho scuse, perché esistono delle proteine vegetali.
Mangiare carne esige da me di ignorare tutto quello che so. Il black out della mia memoria. L’oblio di quello che ho provato e imparato, in cambio di una piccola comodità per il carnivoro al testosterone. La facilità di un gesto commerciale. Questa distanza, questo antagonismo tra il sapere e l’agire, tra la memoria e la proiezione del futuro, tra il sentimento e il desiderio, è la condizione stessa della necropolitica. Non possiamo dire di non sapere. In realtà sappiamo, conosciamo la realtà dei mattatoi. Conosciamo la realtà delle frontiere. Vediamo ogni giorno quello che succede nel Mediterraneo. Vediamo davanti a noi il verificarsi di questa ecatombe ecologica e politica. E scegliamo di continuare a mangiare, di continuare a votare. Non ci sono scuse, non ci può essere alcuna scusa.
Impariamo dal condor e dall’avvoltoio, da questi uccelli che culturalmente abbiamo tanto disprezzato, probabilmente a causa del sentimento di colpevolezza di fronte alla nostra capacità di sterminare e di distruggere. Impariamo a collocarci al vertice della catena alimentare, non più come grandi predatori ma come spazzini ecologici. Impariamo dalla pianta la sua capacità a rompere le molecole di clorofilla con i raggi luminosi e a trasformare la materia inorganica in organica. Impariamo dalle colonie di alberi che condividono e distribuiscono l’acqua attraverso le loro radici. Impariamo dal verme che si nutre di terra. Impariamo dalla macchina e dal suo modo di alimentare i suoi circuiti attraverso l’energia solare. Cerchiamo di essere condor, avvoltoio, pianta, albero, verme, macchina.

(Traduzione Andrea De Ritis
Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Libération)