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venerdì 4 aprile 2025

Sulle Ande un mondo intero rischia di scomparire con i ghiacciai - Amanda Chaparro

 

Nel villaggio di Phinaya, nella regione peruviana meridionale di Cusco, l’orizzonte è dominato dal Quelccaya, enorme e maestoso: arriva a 5.500 metri di altitudine. Il paesaggio, però, non è composto da cime montuose, ma da vasti altopiani di ghiaccio e crepacci che formano una delle calotte di ghiaccio più estese del mondo, con una superficie di 42 chilometri quadrati.

Gli scienziati osservano con particolare attenzione il gigante bianco, noto anche come Quyllur puñuna (là dove riposano le stelle, in lingua quechua). Sui suoi pendii l’acqua scorre creando zone umide chiamate bofedales, dove pascolano diverse specie di camelidi andini. Lo scioglimento del ghiaccio crea vari corsi d’acqua: alcuni affluiscono nel fiume Vilcanota, le cui rapide precipitano fino a Machu Picchu e alimentano la centrale idroelettrica di Santa Teresa, che fornisce energia a una parte degli 1,2 milioni di abitanti del dipartimento di Cusco.

Ai piedi del ghiacciaio la famiglia di Yolanda Quispe, un’allevatrice di alpaca di 44 anni, è preoccupata perché il Quelccaya sta morendo lentamente. Secondo alcune stime, negli ultimi quarant’anni avrebbe perso il 46 per cento della sua massa e uno studio della Nasa ha rivelato che il ghiacciaio potrebbe scomparire del tutto prima della fine del secolo.

Per anni Quispe ha lavorato come guardia del parco naturale dell’Ausangate, dove si trova il Quelccaya. Ogni giorno ha visto la natura cambiare davanti ai suoi occhi. “Le bofedales si prosciugano e ci sono sempre meno puquiales, pozzi naturali. Questo ci preoccupa molto, perché noi consumiamo quest’acqua, e anche gli animali”, spiega. La donna racconta con tristezza che, insieme al ghiacciaio, si sta perdendo anche una parte della cultura e dell’identità degli abitanti della zona.

Le montagne di ghiaccio hanno un ruolo fondamentale per le comunità quechua, che le considerano entità sacre, oggetto di miti e leggende. “Il Quelccaya per noi è vitale. Facciamo offerte, lo ringraziamo e ce ne prendiamo cura. Lo proteggiamo e in cambio il ghiacciaio protegge noi”, spiega Quispe.

Questa comunità, che sopravvive in condizioni climatiche estreme, deve affrontare periodi di siccità sempre più frequenti a causa dell’arretramento del ghiaccio e del calo delle precipitazioni. Nel 2022 la famiglia di Quispe ha perso decine di alpaca, su cui si fonda l’economia locale. Quispe, per esempio, vende la lana di questi animali e consuma la loro carne.

Il cambiamento climatico ha colpito centinaia di famiglie quechua che vivono nella zona e dipendono quasi interamente dalle risorse naturali, ma anche varie specie di animali selvatici, sia uccelli sia mammiferi.

Questi cambiamenti, conseguenza della crisi climatica e della deforestazione (che altera il ciclo delle precipitazioni), ricordano che l’Amazzonia non è lontana, meno di cento chilometri in linea d’aria: “Quando ci sono incendi nella foresta gli effetti si sentono anche qui. Sul ghiaccio si depositano macchie scure”, dice Quispe.

Thomas Condom, dell’Istituto di ricerca per lo sviluppo di Grenoble, in Francia, ha studiato queste particelle. Sono una causa ulteriore dell’arretramento dei ghiacciai. “Le polveri scure accelerano lo scioglimento del ghiaccio assorbendo i raggi del sole. Possono provenire da incendi boschivi ma anche dalle attività di estrazione mineraria, diffuse nella regione di Cusco, o ancora dall’attività vulcanica naturale, come in altre regioni del Perù”, spiega il ricercatore.

Il rischio di un disastro naturale provocato dallo scioglimento dei ghiacciai e dallo straripamento dei laghi glaciali è preso molto sul serio nelle 18 catene montuose del paese. Nel 1970 la piccola città di Yungay, ai piedi della cordigliera Blanca, fu spazzata via in pochi minuti a causa di una scossa sismica che provocò il distacco di un enorme blocco di ghiaccio e l’esondazione di un lago glaciale, riversando sulle case una valanga di ghiaccio, roccia e acqua, e uccidendo più di settantamila persone. È stata la peggiore catastrofe naturale nella storia del paese.

Nel 1941 una valanga seguita da una colata di fango distrusse parte della città di Huaraz. Con il peggioramento della crisi climatica episodi di questo tipo potrebbero diventare sempre più frequenti, perché il Perù si trova su numerose faglie sismiche. “A causa dell’aumento della temperatura i massicci sono più fragili e le pareti rocciose meno stabili”, dice Condom. Per questo le autorità peruviane sorvegliano in maniera costante i massicci. “Il Perù è un precursore nella gestione di questo tipo di rischi. Esistono sistemi di allerta avanzati, piani di prevenzione e percorsi di evacuazione. Sono state eseguite grandi opere, come i tunnel di cemento in grado di assorbire un’enorme quantità d’acqua in caso di esondazione dei laghi”, conclude il ricercatore.

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sabato 18 novembre 2023

“I ghiacciai della Groenlandia settentrionale si stanno disintegrando”. Lo studio su Nature

 

I ghiacciai della Groenlandia settentrionale si stanno ritirando rapidamente, disintegrando, e stanno perdendo più del 30% del loro volume totale dal 1978. A lanciare l’allarme, un team di ricercatori dell’Università di Grenoble Alpes in Francia in un articolo appena pubblicato su Nature Communications. Già nei mesi scorsi, un altro studio aveva posto l’attenzione su questa emergenza. Lo studio condotto dal Centro Helmholtz per la ricerca polare e marina in Germania aveva osservato una perdita annuale di 38 metri di spessore di uno dei più grandi ghiacciai della Groenlandia, il Nioghalvfjerdsbrae, che si è assottigliato del 42% dal 1998.

Questi ghiacciai sono stati a lungo considerati stabili, ma tre di essi si sono già completamente sciolti dagli anni 2000. Dei cinque che rimangono, le perdite di massa di ghiaccio stanno destabilizzando i ghiacciai vicini, che continueranno a ritirarsi mentre l’oceano si riscalda, dicono gli esperti, con gravi conseguenze per l’innalzamento del livello del mare. Secondo gli autori, la riduzione dei ghiacciai della Groenlandia ha contribuito al 17,3% dell’innalzamento osservato del livello del mare tra il 2006 e il 2018. Le ultime piattaforme di ghiaccio rimaste in Groenlandia si trovano sul bordo settentrionale e contribuiscono a stabilizzarlo regolando il flusso di ghiaccio che si riversa nell’oceano.I ghiacciai settentrionali della Groenlandia hanno iniziato a destabilizzarsi negli ultimi 20 anni, il che significa che è stato perso più ghiaccio di quanto ne sia stato guadagnato, a causa dell’indebolimento e del collasso di alcune estensioni galleggianti dei ghiacciai. Per prevedere meglio il loro contributo all’innalzamento del livello del mare, è importante definire il momento e i fattori che influenzano i cambiamenti delle piattaforme di ghiaccio rimanenti, così come le risposte dei ghiacciai. Tuttavia, finora non era stata prodotta una panoramica completa dell’evoluzione di queste piattaforme di ghiaccio e dei complessi processi che le influenzano.

Per colmare questa lacuna, Romain Millan e il suo team dell’Università di Grenoble Alpes in Francia hanno utilizzato migliaia di immagini satellitari insieme a modelli climatici per analizzare le interazioni tra ghiacciai, clima e oceano nella Groenlandia settentrionale. Quel che i ricercatori hanno osservato è stato un aumento sostanziale e diffuso delle perdite di massa delle piattaforme di ghiaccio. Dal 2000, hanno scoperto che le piattaforme stanno principalmente perdendo ghiaccio nella parte inferiore a causa del riscaldamento dell’oceano. Inoltre, gli autori hanno scoperto che i ghiacciai si sono ritirati e il deflusso di ghiaccio nell’oceano è aumentato, coincidendo con le perdite delle piattaforme di ghiaccio. Questi risultati suggeriscono che, nelle proiezioni future del riscaldamento dell’oceano, i livelli di fusione alla base dei ghiacciai continueranno ad aumentare o rimarranno a un livello elevato, il che potrebbe avere conseguenze per la stabilità stessa dei ghiacciai groenlandesi. Se le piattaforme di ghiaccio dovessero collassare completamente, i ghiacciai settentrionali della Groenlandia potrebbero aumentare notevolmente l’innalzamento del livello del mare, con conseguenze devastanti per l’intero ecosistema, suggeriscono gli autori.

 

Lo studio

 

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domenica 31 luglio 2022

7 milioni di piscine olimpiche - Kenny Stancil

 

Diversi giorni di temperature superiori alla media nel nord della Groenlandia hanno causato nella scorsa settimana un’accelerazione del rapido scioglimento della precaria calotta glaciale del Paese. Una ragione in più per comprendere perché scienziati e attivisti del clima chiedono politiche più ambiziose per abbandonare rapidamente i combustibili fossili, la principale fonte di emissioni che distruggono il pianeta.

“La quantità di ghiaccio che si è sciolta in Groenlandia tra il 15 e il 17 luglio – 6 miliardi di tonnellate di acqua al giorno – sarebbe sufficiente per riempire 7,2 milioni di piscine olimpioniche”, ha riferito la CNN mercoledì, citando i risultati del National Snow and Ice Data Center (NSIDC) presso l’Università del Colorado. Quella quantità sarebbe sufficiente a coprire tutto il West Virginia con 12 pollici (circa 30 cm, ndt) di acqua.

“Lo scioglimento del ghiaccio nel nord la scorsa settimana non è normale, considerando le medie climatiche di 30-40 anni“, ha affermato Ted Scambos, ricercatore dell’NSIDC. “Ma il disgelo è aumentato e questo evento ha fatto segnare un picco inedito“. Le temperature nel nord della Groenlandia hanno raggiunto circa 60 gradi Fahrenheit (15 gradi Celsius), o 10 gradi Fahrenheit più alte del solito, negli ultimi giorni, allarmando gli scienziati che hanno raccolto dati sulla calotta glaciale. “Sono decisamente preoccupato“, ha affermato Kutalmis Saylam, uno scienziato dell’Università del Texas che attualmente sta conducendo ricerche in Groenlandia. “Ieri siamo stati in grado di andare in giro con una maglietta, cosa che proprio non ci si aspettava”.

L’Artico, che si sta riscaldando da più di un secolo a causa dell’aumento crescente dell’inquinamento da gas serra, è una delle regioni con il riscaldamento più rapido al mondo. I circuiti di feedback pericolosi sono particolarmente preoccupanti. La sostituzione del ghiaccio marino riflettente con l’acqua scura dell’oceano porta a un maggiore assorbimento dell’energia solare e lo scongelamento del permafrost annuncia il rilascio di più anidride carbonica e metano, cosa che causa un rapido aumento della temperatura che innesca ancora maggir disgelo e destabilizzazione.

A dicembre, i ricercatori hanno stimato che l’Artico si è riscaldato quattro volte più velocemente rispetto al resto del pianeta negli ultimi tre decenni. Un altro studio recente ha rilevato che il 2021 è stato il 25° anno consecutivo in cui la calotta glaciale della Groenlandia ha perso più massa durante la stagione del disgelo di quella acquisita durante l’inverno. Con decenni prima di quel che si poteva pensare, si prevede ora che nell’Artico le piogge saranno più frequenti delle nevicate.

“Ogni estate, gli scienziati temono una ripetizione del disgelo record verificatosi nel 2019, quando 532 miliardi di tonnellate di ghiaccio sono finite nel mare”, ha riferito la CNN. “Una primavera inaspettatamente calda e un’ondata di caldo nel luglio di quell’anno hanno causato lo scioglimento di quasi tutta la superficie della calotta glaciale. Di conseguenza, il livello globale del mare è aumentato in modo permanente di 1,5 millimetri”.

Secondo gli esperti, il disgelo nella regione sarà probabilmente equivalente a più di due metri di innalzamento del livello del mare in tutto il mondo. Ma ogni frazione di grado di riscaldamento fa la differenza, quindi è in gioco un’azione per il clima appropriata, anche se è stato raggiunto un punto critico. Se la calotta glaciale della Groenlandia si disintegrasse completamente, il livello del mare aumenterebbe di oltre 6 metri, cioè “abbastanza da raddoppiare la frequenza delle inondazioni con tempeste in molte delle più grandi città costiere del mondo” entro la fine del secolo, sostengono gli scienziati.

Secondo alcune stime, entro il 2050, 150 milioni di persone in tutto il mondo potrebbero essere costrette a lasciare le loro case a causa dell’innalzamento del livello del mare. Senza un grande sforzo internazionale per ridurre le emissioni di gas serra, quella cifra potrebbe anche essere molto più alta.

Articolo originale:  Water From Major Groenlandia Ice Melt Could Fill 7,2 Million Olympic Swimming Pools  pubblicato da Common Dreams e tradotto per Comune-info

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lunedì 7 giugno 2021

si scioglie la Groenlandia

di Marco Tedesco


Negli ultimi 20 anni l’isola ha perso 270 miliardi di tonnellate di ghiaccio ogni 12 mesi: la fusione equivale a 11 miliardi di volte il peso del Colosseo

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Sono passati circa vent’anni dalla prima volta che misi piede su un ghiacciaio sulle Dolomiti e più di dieci da quando visitai la Groenlandia e l’Antartide. Allora, molti mi chiedevano se, spedizione dopo spedizione, notavo differenze di alcun genere nel ghiaccio o in altri fattori che studiavamo. La mia risposta, era sempre la stessa: è improbabile riuscire a distinguere cambiamenti anche in un lasso di tempo di dieci o venti anni, visto il passo “glaciale” al quale le cose avvenivano lassù. Oggi, purtroppo, questo non è vero e mi trovo spesso a realizzare quanto sbagliata fosse la mia deduzione e quanto le cose siano cambiate. In peggio.

Il ghiaccio che vela il nostro pianeta è fondamentale per il suo funzionamento: il potere delle superfici gelate di riflettere la radiazione solare limita il riscaldamento del pianeta; molte risorse idriche sono immagazzinate sotto forma di neve o ghiaccio; la fusione dei ghiacciai può portare enormi scompensi sulla nostra vita come la conosciamo oggi e sul futuro della nostra società, attraverso, per esempio, l’innalzamento del livello dei mari e l’alterazione delle correnti oceaniche.

Il livello dei mari, in particolare, è andato accelerando negli ultimi decenni. Tale accelerazione è andata di pari passo con quella tecnologica e scientifica e fondata sull’ottimizzazione di modelli climatici, il lancio di nuovi satelliti (specialmente da parte dell’agenzia spaziale europea, ESA) e la raccolta di nuovi dati a terra che hanno caratterizzato il decennio passato.
Ciò ha reso possibile misurare come, per esempio, negli ultimi vent’anni la fusione della Groenlandia abbia rilasciato in media 270 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno – l’equivalente di più di 11 miliardi di volte il peso del Colosseo – contribuendo a circa il 30% dell’innalzamento totale del livello dei mari ogni anno.

Oltre all’aumento delle temperature, il motivo dell’accelerazione della perdita del ghiaccio groenlandese è anche legato al cambiamento della circolazione atmosferica avvenuto nell’Artico di recente e che ha favorito una diminuzione della nuvolosità e la persistenza di condizioni anticicloniche (cieli limpidi). Ciò ha di fatto aumentato il numero di giorni totali durante i quali il ghiaccio fonde, facendo cominciare la fusione sempre più presto.

Anche in Antartide, la fusione dei ghiacciai Twaithes e altre aree occidentali del continente è andata non solo crescendo ma accelerando negli ultimi decenni. Il risveglio del gigante dormiente dell’Antartide potrebbe, in un futuro non lontano, eclissare il contributo della Groenlandia, raddoppiando le stime del livello dei mari per la fine del secolo.

A differenza della Groenlandia, dunque, in Antartide è l’oceano che, ricordiamolo, assorbe circa il 90% del calore accumulato dalla Terra. Qui la fusione coinvolge prevalentemente le piattaforme galleggianti di ghiaccio (ice shelves) che non contribuiscono all’innalzamento del livello dei mari, poiché sono già in acqua (pensate, per esempio, ad un bicchiere di acqua con un cubo di ghiaccio: il livello dell’acqua nel bicchiere non sale una volta che il cubetto fonde). Tuttavia, la presenza delle piattaforme in Antartide funge da “tappo” per i ghiacciai a monte che, una volta liberati, cominciano la loro corsa verso il mare, facendolo innalzare.
 

Anche la scomparsa del ghiaccio marino, che si forma dal congelamento del mare, non contribuisce direttamente all’innalzamento dei mari ma favorisce il riscaldamento del pianeta, sostituendo la chiara superficie ghiacciata con lo scuro oceano. La superficie del ghiaccio marino è andata scomparendo ad un ritmo pari a circa il 13% per decennio, con il ghiaccio “vecchio” – quello meno sottile e più resistente alle estati che cercano di scalfirlo – che è diventato una rarità.


Lo stato dei ghiacciai minori è anche andato peggiorando negli anni passati. Recentemente, i progetti Randolph Glacier Inventory (RGI) e il Global Land Ice Measurements from Space (GLIMS) sono riusciti finalmente a creare una mappa esaustiva, catalogando i 198mila ghiacciai nel mondo che coprono circa 720mila chilometri quadrati, pari a circa la metà della superficie dell’Italia. Non meraviglia il fatto che, anche in questo caso, i progetti RGI e GLIMS abbiano rilevato come i ghiacciai stiano scomparendo ad un passo sempre più rapido, con poche speranze di recupero per il futuro: stime per la fine del secolo prevedono che il contributo relativo da parte di questi ultimi all’innalzamento del livello dei mari andrà sempre più diminuendo, non perché ci sarà meno fusione ma perché non vi saranno più ghiacciai.

Nel passato, durante quei i periodi in cui le temperature globali e le concentrazioni di anidride carbonica erano simili a quelle d’oggi, il livello dei mari era più alto di diversi metri. Molti esperti ritengono che se ciò non è ancora avvenuto è perché lo shock al quale il pianeta è sottoposto è più violento e rapido di quello subito centinaia di migliaia di anni fa, quando i cambiamenti avvennero in un lunghissimo arco di tempo invece che in meno di due secoli. Allora, le correnti oceaniche erano diverse da quelle moderne, proprio a causa della fusione dell’Antartide e della Groenlandia.


A tale proposito, i dati da satellite mostrano alcuni segnali che puntano in questa preoccupante direzione. Per cambiare il destino dei ghiacci – e con il loro il nostro – è necessario invertire la rotta generale del pianeta così da rallentare gli effetti del cambiamento climatico. Per raggiungere l’obiettivo, come già accennato diverse volte, non bisogna solo ridurre la smodata emissione di CO2 nell’atmosfera, ma anche catturare ciò che è già stato emesso. E questo richiede uno sforzo che deve avvenire ad un passo da record olimpico, altro che glaciale.

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mercoledì 16 dicembre 2020

Cambiamento climatico, il 92% dei ghiacciai delle Alpi è destinato a sciogliersi entro la fine del secolo

Secondo uno studio condotto dai ricercatori dell'Università di Aberystwyth, in Galles, il 92% dei 4.000 ghiacciai delle Alpi potrebbe sciogliersi entro la fine del secolo a causa dei cambiamenti climatici, riporta un articolo dalla BBC. Sarebbero destinate a scomparire destinazioni sciistiche famose come il Piccolo Cervino a Zermatt, in Svizzera, il ghiacciaio dell'Hintertux in Austria e il ghiacciaio La Grand-Motte a Tignes, in Francia.

I risultati del progetto di ricerca internazionale "Change", finanziato dall'Unione Europea e portato avanti appunto dall'Università di Aberystwyth, suggeriscono che entro il 2050 quasi tutti i ghiacciai alpini al di sotto dei 3.500 metri si saranno sciolti. E per la fine del secolo la situazione peggiorerà.

La ricerca dell'università, intitolata “200 years of equilibrium-line altitude variability across the European Alps (1901−2100)” e pubblicata su Climate Dynamics, copre l'intera regione delle Alpi europee e si basa su 200 anni di record e previsioni climatiche dal 1901 al 2100. I ricercatori hanno sviluppato un nuovo approccio per simulare i cambiamenti futuri nei ghiacciai alpini, partendo dall'altitudine della linea di equilibrio ambientale ("Equilibrium Line Altitude" o ELA), ossia l'altitudine in cui la quantità di neve e ghiaccio che si accumula è uguale alla quantità che si scioglie o evapora in un anno.

Questo modello ha permesso ai ricercatori di prevedere la risposta dei ghiacciai al cambiamento climatico. E si teme che sarà rapida. Il professor Neil Glasser, coordinatore del progetto "Change" , mette in guardia sul significato di questi dati: "I ghiacciai sono il nostro campanello d'allarme per il cambiamento climatico. La loro scomparsa è sempre più rapida".

"Il ritiro dei ghiacciai di montagna avrà implicazioni significative per l'innalzamento del livello del mare. I cambiamenti climatici causeranno anche cambiamenti più grandi, ma la drammatica scomparsa dei ghiacciai dalle Alpi è uno degli effetti più immediati e visibili", spiega Glasser. "L'impatto maggiore sulla popolazione locale riguarderà le risorse idriche e la variazione nella velocità di scioglimento e quindi nel deflusso. Ciò avrà implicazioni per l'acqua potabile, i raccolti, l'irrigazione, i servizi igienico-sanitari e l'energia idroelettrica".

Renato Colucci del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), che ha guidato il team italiano del progetto, aggiunge: "Si prevede che la linea di equilibrio (ELA) supererà la quota massima del 69% di tutti i ghiacciai alpini anche nello scenario più ottimistico di riduzione delle emissioni di gas serra. Ed entro il 2050 quasi se non tutti i ghiacciai al di sotto dei 3.500 metri delle Alpi molto probabilmente saranno già sciolti. Questo è il primo studio che indaga l'altitudine della linea di equilibrio ambientale dell'intero arco alpino per un periodo così lungo e fornisce una buona base per comprendere meglio le differenze regionali nella risposta dei ghiacciai ai cambiamenti climatici ".

I risultati del progetto di ricerca forniscono informazioni rilevanti a livello globale per altri ghiacciai di montagna simili e contribuiscono a una migliore comprensione delle conseguenze del cambiamento climatico e dei suoi effetti sul deflusso dei fiumi, sugli ecosistemi, sulla popolazione locale e sul turismo.

La principale autrice dello studio, Manja Žebre del Department of geography and Earth sciences dell’Università di Aberystwyth, evidenzia che "sono in fase di elaborazione dei piani per applicare l’approccio di modellazione utilizzato in questo progetto di ricerca ad altri ghiacciai montani in tutto il mondo come le Ande, l’Himalaya e le Montagne Rocciose. Estendere la ricerca a questi areali più ampi fornirà un quadro più completo del probabile impatto del cambiamento climatico sui ghiacciai di montagna a livello globale".

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