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mercoledì 13 marzo 2024

Direttiva Due Diligence: gli Stati scelgono il profitto - Campagna abiti puliti

Due Diligence di sostenibilità aziendale: gli Stati membri scelgono di anteporre i profitti delle imprese al rispetto dei diritti umani e del lavoro. L’Italia fra i paesi che hanno affossato il voto.

Il Consiglio dell’Unione europea ha fatto un altro regalo al mondo delle imprese, inclusa all’industria dell’abbigliamento e delle calzature, non approvando in sede Coreper l’accordo che aveva precedentemente concluso con il Parlamento europeo su una normativa per proteggere i diritti umani e l’ambiente dagli abusi delle imprese, tra cui salari da miseria, condizioni di lavoro pericolose e negazione di libertà di associazione sindacale. Un colpo basso inferto a lavoratori e lavoratrici di tutto il mondo e alla salute e stabilità del nostro pianeta.

Sebbene la proposta di direttiva sia stata oggetto di due anni di negoziati tra le tre istituzioni, una minoranza di Stati membri, guidata dalla Germania e sostenuta vigorosamente anche dall’Italia, ha deciso di fare marcia indietro rispetto all’accordo provvisorio raggiunto al termine di sei mesi di trilogo.

Le lavoratrici che producono gli abiti che indossiamo sono state ancora una volta deluse da un sistema che protegge le aziende a scapito dei loro diritti, dei loro salari e del loro benessere“, ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti. “La Germania e altri Stati membri che si sono opposti al voto, fra cui il nostro paese, hanno avanzato argomentazioni fuorvianti per far fallire un accordo che è stato il risultato di lunghi negoziati sotto due presidenze dell’UE, uno sviluppo preoccupante che in ultima analisi mantiene i più vulnerabili nell’economia globale bloccati in un ciclo di povertà e abusi“.

Presentata dal Commissario per la Giustizia Didier Reynders, la direttiva sulla dovuta diligenza in materia di sostenibilità delle imprese (CSDDD) è stata la risposta ad anni di campagne condotte da organizzazioni della società civile, sindacati e movimenti sociali per prevenire e porre fine a comportamenti irresponsabili da parte di aziende con sede e operanti nell’Unione, attraverso le loro attività nelle catene globali del valore. Peraltro, anche molte aziende e associazioni di impresa si sono espresse con favore nei confronti di questa normativa, a partire in Italia da CNA Federmoda, che in una lettera aperta dello scorso 22 febbraio indirizzata al Ministero delle Imprese e del made in Italy ha ricordato come la direttiva due diligence aiuterebbe le PMI italiane ad essere più competitive.

La direttiva avrebbe affrontato questioni quali la povertà e i salari non pagati, le condizioni di lavoro pericolose e la discriminazione di genere, tra le altre. Nel settore dell’abbigliamento e delle calzature, le aziende che si vantano di essere sostenibili e inclusive utilizzano complicate catene del valore e pratiche commerciali abusive e sleali per estrarre profitti da lavoratori scarsamente retribuiti e talvolta non pagati.  

Alla Presidenza belga dell’UE resta ora poco tempo ma soprattutto poco spazio di manovra per riaprire i negoziati sul testo e trovare un accordo che possa essere approvato dal Consiglio e dal Parlamento, a settimane dalla fine dell’attuale mandato e dalle prossime elezioni europee.

Non approvando questa direttiva, i governi europei mandano un messaggio molto chiaro: le aziende possono continuare a sfruttare i lavoratori e la politica le proteggerà. Il fatto che l’Italia si sia allineata alla posizione tedesca è molto grave: è evidente che anche il nostro paese preferisce continuare a tenere i lavoratori in povertà. Lo ha dimostrato facendo il funerale al salario minimo, lo dimostra ancora una volta con il voto di oggi“, ha aggiunto Priscilla Robledo, coordinatrice lobby e advocacy di Campagna Abiti Puliti. “Continueremo a stare al fianco di lavoratori e lavoratrici alla conquista di diritti umani, dei redditi da lavoro e di condizioni di lavoro dignitose e chiediamo alla Presidenza belga di riaprire prontamente i negoziati in modo da concordare un nuovo accordo che mantenga gli elementi chiave del precedente prima della fine di questo mandato“.

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mercoledì 7 giugno 2023

La lezione del Rana Plaza. Un bilancio a dieci anni dal crollo - Deborah Lucchetti

 

Nel 2023 ricorre il decimo anniversario del crollo del Rana Plaza, l’edificio di 8 piani che ospitava cinque fabbriche tessili fornitrici dei principali marchi internazionali della fast fashion. Il 24 aprile del 2013 vi persero la vita almeno 1.138 lavoratori, in maggioranza donne e più di 2mila rimasero ferite, in quello che è considerato come il più grave disastro industriale avvenuto in una fabbrica tessile nella storia. Si tratta di un anniversario tragico che vogliamo ricordare lontano dalla retorica e dalla sterile celebrazione, per cercare di tracciare cosa quella vicenda ha prodotto e cambiato in 10 anni. Rana Plaza Never Again, oltre al nome del blog creato dai sindacati e dagli attivisti della Clean Clothes Campaign per non dimenticare, è divenuto il monito che ha guidato l’attività di denuncia e pressione pubblica di Ong e sindacati per ottenere cambiamenti strutturali in uno dei settori industriali più a rischio per la violazione dei diritti umani e del lavoro, oltre che per gli impatti ambientali. La tragedia del Rana Plaza doveva e poteva essere evitata, se la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori fosse stata una priorità del governo e delle imprese, che tramite una accurata due diligence avrebbero potuto intercettare per tempo rischi evidenti ai lavoratori. Infatti le operaie del Rana Plaza avevano paura e non volevano entrare in fabbrica quel maledetto 24 aprile, perché avevano visto le crepe nei muri e presagivano il disastro. Ma non erano nelle condizioni di esercitare il loro diritto a rifiutare un lavoro insicuro, ricattate dai boss delle fabbriche che minacciavano di non pagarle, se non fossero entrate. Le lavoratrici e i lavoratori del Rana Plaza hanno barattato/perso la vita per paura di perdere un salario di povertà, perché quando si è poveri pur lavorando, si è sotto costante ricatto e non resta altra scelta che rischiare, per sopravvivere, mantenere i figli e provare a garantire loro un destino diverso e migliore.

La scala del disastro ha consentito di non spegnere rapidamente i riflettori sull’ennesimo incidente sul lavoro cui normalmente dedicare qualche rigo di circostanza nelle pagine di cronaca. Dalle macerie del Rana Plaza invece è nata una imponente campagna pubblica internazionale che la Clean Clothes Campaign insieme a numerose ong e sindacati hanno saputo promuovere per inaugurare una stagione contrattuale inedita e innovativa. I grandi marchi della moda internazionale, stretti nella morsa del danno reputazionale causato dall’enorme eco mediatica, non hanno potuto ignorare le richieste dei difensori dei diritti umani e pochi mesi dopo il crollo hanno accettato di firmare l’accordo sulla sicurezza e la prevenzione degli incendi nelle fabbriche tessili in Bangladesh.

Primo nel suo genere grazie alla natura vincolante, l’Accord for Fire and Building Safety in Bangladesh viene firmato da più di 200 marchi e distributori, i sindacati IndustriALL e UNI Global Union con le Ong Clean Clothes Campaign, Global Labor Justice, Maquila Solidarity Network e Worker Rights Consortium in veste di osservatrici. Nel nuovo programma di ispezione entrano più di 1.600 fabbriche che impiegano 2,5 milioni di lavoratori. L’Accordo fornisce meccanismi unici di responsabilità perché: (i) è legalmente vincolante per i marchi firmatari; (ii) dopo ispezioni accurate sulla sicurezza degli edifici, impone piani di ristrutturazione con scadenze precise per eliminare i rischi rilevati; (iii) garantisce che i fornitori abbiano le risorse per pagare i lavori di risanamento; (iv) fornisce ai lavoratori formazione, una via confidenziale per denunciare inadempienze in materia di sicurezza e salute e garantire una rapida azione correttiva; (vi) documenta le sue prestazioni attraverso una straordinaria trasparenza pubblica.

Accanto all’Accordo sulla sicurezza, nel 2013 viene stipulato anche il Rana Plaza Arrangement (https://ranaplaza-arrangement.org/) per il risarcimento delle famiglie delle vittime e dei lavoratori rimasti inabili al lavoro. L’Arrangement, stipulato diversi mesi dopo il crollo, incontrerà molte più difficoltà a fare aderire le imprese, richiedendo agli attivisti della società civile internazionale un intenso lavoro di pressione pubblica. La grande novità dell’Arrangement, che conclude il suo iter risarcitorio nel 2015, consiste di un meccanismo trasparente per la valutazione del danno economico occorso ad ogni lavoratore rimasto ucciso o ferito, parametrato sui salari persi per il ciclo di vita lavorativa atteso, secondo la Convenzione ILO 121 sugli infortuni sul lavoro, oltre alle spese mediche sostenute. Grazie ad un lavoro accurato presieduto dall’ILO, due anni dopo l’incidente le famiglie delle vittime e i lavoratori sopravvissuti hanno ricevuto un risarcimento, seppur imperfetto e parziale, per un valore complessivo di 30 milioni di dollari (www.theguardian.com/sustainable-business/2015/jun/10/rana-plaza-fund-reaches-target-compensate-victims). Due intensi anni di negoziati e di campagna internazionale sono stati necessari a raggiungere un risultato molto importante, la cui eredità è uno schema di risarcimento basato sulle convenzioni ILO con il coinvolgimento di tutti gli stakeholder, modello poi utilizzato per altri casi analoghi. I limiti del Rana Plaza Arrangement sono costituiti dalla inadeguata base salariale su cui è stato calcolato l’indennizzo, dato lo scarto tra i minimi salariali e il livello considerato dignitoso (secondo le stime dell’Asia Floor Wage Alliance, https://asia.floorwage.org/) secondo benchmark credibili e l’esclusione dei danni psicologici per dolore e sofferenza, non ricompresi nella convenzione ILO 121. Una aporia del sistema tuttora irrisolta e che costituisce una delle principali sfide dell’attuale dibattito sull’accesso alla giustizia nella imminente direttiva europea sulla Due Diligence Aziendale Sostenibile (https://commission.europa.eu/business-economy-euro/doing-business-eu/corporate-sustainability-due-diligence_en).

I due accordi siglati all’indomani del Rana Plaza hanno segnato un punto a favore del movimento dei lavoratori, riuscendo a tracciare la rotta per una modifica sistemica dei rapporti di forza nelle catene del valore del settore tessile mondiale. Attraverso la previsione di obblighi per le imprese committenti, chiamate ad assicurare anche finanziariamente la messa in sicurezza dei propri fornitori e la minaccia di espellere questi ultimi dal mercato internazionale in caso di inadempienza, si è dato vita ad un meccanismo virtuoso che ha finalmente riportato in auge il valore insostituibile di regole vincolanti per governare la catene di fornitura globali, per decenni offuscate dalla predominante e malriposta fiducia in approcci volontari accreditati dalle certificazioni sociali e da iniziative Multistakeholder di scarsa efficacia, come la stessa tragedia del Rana Plaza ha dimostrato (www.abitipuliti.org/news/2019-report-la-foglia-di-fico-della-moda-come-lauditing-sociale-protegge-i-marchi-a-danno-dei-lavoratori/).

Il rinnovo dell’Accordo sulla sicurezza nel 2018 e poi nel 2021 non è stato facile. Nonostante i successi indiscutibili riportarti in Bangladesh, dove migliaia di fabbriche sono state ispezionate e centinaia risanate, grazie ad un team di ispettori qualificato e indipendente, è stata nuovamente necessaria una campagna internazionale affinché i marchi confermassero il loro impegno per fabbriche sicure in Bangladesh. Sappiamo bene che garantire salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è un processo continuo, mai da considerarsi terminato. Come si può evincere dalla mole dei dati pubblici prodotti nel ciclo di vita dell’Accordo, riqualificare dal punto di vista impiantistico le fabbriche richiede non solo soluzioni tecniche la cui tenuta va verificata nel tempo ma anche un cambio di cultura aziendale, dei marchi committenti le cui pratiche commerciali sono alla base del deterioramento delle condizioni di lavoro lungo la catena di fornitura e dei loro fornitori. Con il rinnovo del 2018 arrivano due importanti novità: l’estensione delle ispezioni a tutti i fornitori dei marchi firmatari, quindi non soltanto a quelli del cosiddetto Ready Made Garment (ovvero ’industria manifatturiera del tessile orientata all’esportazione a favore di grandi marchi di moda, che conta più di 3 milioni di lavoratori e 7mila fabbriche) e l’inclusione della tutela della libertà di associazione sindacale, diritto fondamentale abilitante che rinforza la possibilità di denunciare in maniera protetta i rischi per la salute e la sicurezza sul lavoro e di risolverli tramite una procedura interna di gestione delle controversie. In 10 anni, oltre il 90% di tutti i rischi per la sicurezza riscontrati nelle fabbriche coinvolte nel programma sono stati risolti, rendendo gli edifici più sicuri per oltre 2 milioni di lavoratori e lavoratrici del settore. Inoltre 1,8 milioni di lavoratori hanno usufruito di corsi di formazione sulla sicurezza e oltre 1.700 reclami in materia di salute e sicurezza sono stati trattati tramite il meccanismo interno per la gestione delle controversie. Numeri importanti che testimoniano la validità del meccanismo, nonostante i diversi aspetti da migliorare nella sua implementazione nazionale.

L’Accordo sulla Sicurezza non ha avuto vita facile. Fin dall’inizio è stato mal digerito dalle associazioni datoriali e dalle imprese locali, poste sotto i riflettori internazionali e di fatto escluse dalla stipula dell’accordo.

Complesse vicende giudiziarie nate dalla denuncia di una azienda esclusa dalle forniture per avere falsificato i test di sicurezza, hanno determinato un difficile e anticipato avvicendamento dallo Steering Committee dell’accordo al nuovo organismo nazionale denominato RMG Sustainability Council (RSC), che dal maggio del 2019 ha ereditato tutte le funzioni operative dell’Accordo. Formato da rappresentati dei marchi, dell’associazione delle imprese locali BGMEA e dai sindacati, l’RSC ha da subito sollevato dubbi sulla effettiva capacità di mantenere lo stesso rigore operativo e trasparenza, data la governance non paritaria tra le parti sociali (https://cleanclothes.org/file-repository/accord_witness_signatory_response_to_bgmea.pdf/view). Dubbi che potranno essere fugati solo attraverso una attenta valutazione del lavoro svolto sul campo.

Con il rinnovo nel 2021 l’accordo cambia pelle e diventa internazionale. Il nuovo International Accord for Health and Safety in the Textile and Garment Industry include finalmente la possibilità di estendere il meccanismo ad altri paesi, tramite Country Specific Safety Programs. L’ultimo tassello di questo breve bilancio sul decennale del crollo del Rana Plaza riguarda la nascita del Pakistan Accord. Siglato il 14 dicembre 2022, ancora una volta grazie alla costante attività di sensibilizzazione pubblica svolta dalla Clean Clothes Campaign, è entrata nel vivo la fase di sottoscrizione da parte dei marchi, necessaria a rendere operativo il programma. Al 16 febbraio già 33 marchi hanno firmato il nuovo accordo; tra questi figurano H&M, Inditex (Zara), Primark, Asos, C&A, Next e PVH (Calvin Klein), i marchi che hanno i principali interessi commerciali in Pakistan. Una grande soddisfazione per i sindacati in Pakistan, che attendono questo accordo da dieci anni, e dove solo pochi mesi prima del Rana Plaza, l’11 settembre 2012, oltre 250 lavoratori morirono nell’incendio della Ali Enterprises, azienda certificata SA8000 dal RINA poche settimane prima della tragedia (hwww.abitipuliti.org/news/week-of-justice-le-vittime-dellali-enterprises-in-italia-per-chiedere-giustizia/). Le ultime vittime risalgono ad un anno fa, quando 4 operai sono morti in una fabbrica fornitrice di Levi’s, la quale non ha ancora sottoscritto nemmeno l’Accordo su Bangladesh, analogamente a colossi come Ikea e Amazon, che non hanno mai sottoscritto gli Accordi sulla sicurezza.

Qualche conclusione.

Fare un bilancio di quanto il Rana Plaza abbia cambiato l’industria della moda non è una operazione facile. Se circoscriviamo la questione alla salute e sicurezza per i lavoratori e le lavoratrici tessili del Bangladesh, sicuramente il bilancio è positivo, senza sottovalutare i limiti e le domande sollevate dagli accordi raggiunti dopo quella immane tragedia, per esempio: i. il delicato rapporto tra accordi internazionali e la loro applicazione nei contesti nazionali, rischiando i primi di calare dall’alto senza che sia stata raggiunta un’effettiva maturazione e appropriazione del processo da parte degli attori locali, ii. la effettiva capacità dell’RSC di garantire lo stesso rigore e livello trasparenza, data la nuova governance tra imprese e sindacato, iii. l’ambito di applicazione ristretto, che non incorpora la vigilanza su altri aspetti altrettanto cruciali come i salari, la violenza di genere, la precarietà contrattuale, iv. i bassi livelli salariali causati in primis dalle pratiche commerciali sleali dei marchi alla base del calcolo del danno per mancato reddito, che non hanno assicurato un risarcimento adeguato, oltre alla esclusione dal computo dei danni per dolore e sofferenza psicologica, vii. il ritardo nell’adozione di un sistema nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro.

Nonostante i limiti e le domande tuttora aperte, la stagione contrattuale inaugurata dopo il Rana Plaza rappresenta un elemento di rottura con il business-as-usual che per decenni ha protetto l’impunità delle imprese attraverso la negazione di qualunque responsabilità dei marchi nei confronti dei fornitori. L’Accordo sulla sicurezza, con le sue evoluzioni e i diversi attori coinvolti, è un processo vivente che rinnova la sua materialità giorno dopo giorno, attraverso il radicamento dei meccanismi e delle procedure nella cultura giuridica e politica nazionale. Nel decennale del Rana Plaza, fatto forse non del tutto casuale, vedrà la luce la direttiva europea sulla Corporate Sustainability Due Diligence, ormai al termine del lungo processo negoziale. Senza cedere a sin troppo facili valutazioni, non può sfuggire il fatto che la natura vincolante dell’Accordo sulla sicurezza, nella sua originale articolazione tra obblighi per le imprese, meccanismi rimediali, apparato sanzionatorio e trasparenza, rappresenti il più efficace esempio di due diligence applicata ante-litteram.

In tal senso non appare eccessivo sostenere che tragedia del Rana Plaza, oltre a produrre soluzioni inedite ed efficaci per affrontare il problema strutturale della salute e della sicurezza delle fabbriche in Bangladesh, abbia funzionato da acceleratore a favore della produzione di norme vincolanti per regolare le catene globali del valore per l’intero settore. Gli effetti di questa nuova stagione regolatoria, a lungo attesa dai difensori dei diritti umani e da sempre osteggiata dalle imprese, dovranno essere valutati nel tempo ma è certo che, se questo percorso normativo potrà evolvere e dispiegare le sue potenzialità trasformative, la tragedia del Rana Plaza non sarà accaduta invano.

 

[Questo articolo è ripreso dalla rivista Lavoro@Confronto n. 55, gennaio-febbraio 2023 (https://fondazionedantona.it/il-numero-55-di-lavoroconfronto-e-online/), che ringraziamo]

 

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venerdì 9 luglio 2021

I panni sporchi della pandemia - Deborah Lucchetti

Oltre la metà di loro segnalano di aver subito pesanti tagli salariali durante la pandemia. Quasi il 70% è stato costretto a sopportare periodi in cui non ha ricevuto paghe equivalenti al periodo pre-pandemia.

Considerando che si trattava già prima di salari di povertà, ora per loro è diventato quasi impossibile sbarcare il lunario.

Il rapporto si concentra su tre marchi – H&M, Nike e Primark – che hanno realizzato profitti notevoli nell’ultimo anno e che sono apparsi spesso sul liveblog della Clean Clothes Campaign, il racconto quotidiano che da inizio pandemia tiene traccia delle violazioni segnalate nelle fabbriche di abbigliamento e nei paesi produttori di indumenti.

Quando i rapporti forniscono una panoramica generalizzata dell’industria, i marchi spesso negano che le violazioni segnalate si verifichino all’interno delle loro catene di fornitura, difendendo i loro modelli di business con affermazioni non comprovate“, ha spiegato Meg Lewis, autrice di Breaking Point. “Questo rapporto si concentra sulle catene di fornitura di tre marchi specifici, ma sono molte le aziende che hanno commesso violazioni simili“.

Il reddito medio mensile dei lavoratori intervistati è diminuito, mentre gli obiettivi di produzione sono diventati più alti, le condizioni di lavoro sono peggiorate e le molestie da parte della direzione sono aumentate.

Undici lavoratori di Primark stimano di avere un credito complessivo di 2.890 dollari, diciotto lavoratori di H&M stimano che la somma loro dovuta sia di 2.368 dollari e tredici lavoratori di Nike stimano di avere un credito di 1.527 dollari. Si tratta di mesi di salari arretrati, secondo i livelli medi salariali percepiti nei diversi paesi oggetto di questa indagine prima della pandemia, già livelli di povertà.

È evidente che questi marchi non stiano facendo abbastanza per proteggere le lavoratrici dall’impatto finanziario della crisi del COVID-19, in gran parte causato dalle loro decisioni di cancellare o ridurre gli ordini e abbassare i prezzi di acquisto dei prodotti commissionati ai fornitori.

Si tratta di un settore particolarmente fragile, in cui lo sfruttamento è endemico. Poiché i marchi a capo delle filiere globali non si assumono autonomamente le proprie responsabilità, risulta sempre più evidente quanto sia urgente che ci siano degli obblighi legislativi che glielo impongano

 

“Le storie che i lavoratori hanno condiviso con noi sono piene di disperazione e paura: “avrò un reddito questo mese e sarò in grado di sfamare la mia famiglia oggi?” In parole povere, i marchi e i fornitori stanno spingendo i lavoratori e le lavoratrici oltre il punto di non ritorno

“In nome della pandemia, ci hanno sfruttato alla grande. La pandemia di COVID-19 non è stata colpa nostra, ma siamo stati noi a ricevere meno della metà del nostro salario normale. All’inizio abbiamo protestato, ma la direzione della fabbrica ha detto: ‘Se protestate o formate un sindacato, non avrete un centesimo da noi e non solo perderete il lavoro, ma sarete anche sfrattati da questa zona e non avrete più un lavoro in nessun’altra fabbrica’. Così, nessuno di noi ha potuto costituire un sindacato”. le parole di unalavoratrice di una fabbrica che produce per H&M in Bangladesh

Ogni mese devo pagare i debiti e le bollette, ma il mio stipendio non basta. I nostri obiettivi di produzione aumentano, ma il numero di lavoratrici diminuisce. E non ci pagano abbastanza per pagare le nostre spese di base.” ha raccontato una lavoratrice di una fabbrica che produce per Primark in Cambogia

I dati raccolti nel rapporto provano come i marchi non siano riusciti a tutelare i lavoratori delle loro filiere per tutta la durata della crisi. All’inizio della pandemia, brand e distributori si sono rifiutati di pagare le merci, compresi i capi di abbigliamento già in produzione o addirittura completati, per un valore stimato di 40 miliardi di dollari.

Cancellazioni di massa, pagamenti ritardati e sconti imposti ai fornitori hanno scosso l’industria, con un impatto devastante sui lavoratori: a livello globale sono ormai creditori per miliardi di dollari in salari non pagati, bonus e indennità di licenziamento.

E anche quando molti grandi marchi hanno accettato di pagare per intero gli ordini che erano già in produzione (come evidenziato sul Worker Rights Consortium brand tracker), non si sono però assicurati che i lavoratori e le lavoratrici fossero pagati per quanto dovuto.

Dall’inizio della pandemia la Clean Clothes Campaign chiede ai brand di assumersi le proprie responsabilità nei confronti delle filiere. Da marzo 2021, una coalizione di oltre 200 sindacati e organizzazioni per i diritti dei lavoratori, attraverso la campagna #PayYourWorkers, fa pressione sui marchi perché negozino direttamente con i sindacati del settore un accordo esecutivo che garantisca salari, liquidazione e diritti fondamentali del lavoro per colmare il divario salariale dell’era pandemica, garantire che i lavoratori licenziati ricevano la liquidazione per intero, sostenere protezioni sociali più forti per tutti i lavoratori e garantire il rispetto dei diritti fondamentali del lavoro.

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giovedì 8 aprile 2021

Cosa nasconde la fast-fashion? - Deborah Lucchetti

 

Il docu-film Le ali non sono in vendita, viaggio nel labirinto della fast fashion interseca arte e attivismo: al documentario con interviste su temi complessi, si affianca infatti il viaggio onirico ed estetico degli studenti e il loro percorso di riappropriazione dei propri vestiti

 

Da tempo la Campagna Abiti Puliti denuncia l’insostenibilità di questo modello di sviluppo: la produzione continua di nuove collezioni e la vendita a basso costo impone alle lavoratrici tessili ritmi di lavoro disumani per paghe da fame.

Turni estenuanti, violenze fisiche e psicologiche, straordinari non retribuiti, libertà di associazione violata sono alcune delle caratteristiche alla base del ciclo della fast fashion.

Inoltre, come ultimo anello di una catena di potere fortemente sbilanciata a favore dei marchi committenti, le lavoratrici stanno pagando in larga parte il conto della crisi.

Consapevoli che il cambiamento passi anche attraverso l’educazione alla cittadinanza attiva al consumo critico delle nuove generazioni, FAIR in collaborazione con hòferlabproject ha promosso una serie di workshop di approfondimento in quattro Istituti di Milano, Genova, Foggia e Torino seguiti da due masterclass a Genova e Torino, coinvolgendo i giovani studenti attraverso un approccio sperimentale che unisse la pratica artistica e l’attivismo.

Il docufilm, arricchito da interviste ad esperti, infografiche e approfondimenti, racconta questo percorso dando voce ai ragazzi e alle ragazze che lo hanno vissuto. Attraverso una metafora onirica, che passa da Dedalo e dal filo di Arianna, i giovani aprono al mondo la loro riflessione sul presente e sul futuro della moda, lanciano una chiamata all’azione che si fa appello corale al cambiamento.

 

Un percorso corale che ha coinvolto anche l’artista e rapper AME 2.0 con la canzone Cambiare ispirata alle dichiarazioni raccolte dai giovani durante i workshop e ai principi della Campagna Abiti Puliti.

Un viaggio emozionante che ci ha permesso di osservare da vicino il punto di vista dei ragazzi e delle ragazze che acquistano i capi della fast fashion e ne frequentano i luoghi.

Attraverso un viaggio a cavallo fra l’arte e l’attivismo, siamo riusciti a costruire con loro uno spazio di confronto al contempo intimo e politico sugli impatti multidimensionali della moda, sulle persone e sul tema del consumo critico. Sono loro i veri protagonisti di questo film, sono loro che domandano un cambiamento radicale del modello di produzione e consumo

Il docufilm è stato realizzato con i contributi dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e dell’Unione Europea e grazie ai contributi derivanti dalla campagna 5 per mille 2017 e 2018.

 

Grazie alla collaborazione di Streeen! – piattaforma streaming VOD dedicata al cinema indipendente e d’autore con base a Torino – il docufilm è disponibile in visione gratuita in tutta Italia, inserita nel canale FREEE! di streeen.org che offre al pubblico contenuti ricercati e free.

 

QUI si può vedere il film

 

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martedì 23 marzo 2021

Dieci centesimi per sopravvivere - Deborah Lucchetti

 

Una coalizione di oltre 200 organizzazioni per chiedere ai marchi e ai distributori della moda di pagare alle lavoratrici e ai lavoratori tessili quanto dovuto: rinunciando soltanto a 10 centesimi di profitto su ciascuna t-shirt venduta, aziende come Amazon, Nike e Next potrebbero permettere a queste persone di sopravvivere alla pandemia.

Sul nuovo sito della coalizione, pubblicato oggi, tutte le informazioni e le richieste ai marchi.

Milioni di lavoratori hanno lottato per sfamare le proprie famiglie da quando i marchi li hanno abbandonati lo scorso marzo.

Le aziende hanno risposto alla crisi rifiutandosi di pagare gli ordini e utilizzando la diminuzione della domanda di abbigliamento per ottenere prezzi ancora più bassi dai fornitori.

Questo ha comportato una diffusa perdita di posti di lavoro e di reddito, spingendo tante persone sempre più a fondo nella povertà e nella fame.

A un anno dall’inizio della crisi, molti marchi sono tornati a fare profitti, raggiungendo persino traguardi record, mentre i lavoratori nelle loro catene di fornitura lottavano per sopravvivere.

Next e Nike sono dei cosiddetti “Super Winners” essendosi ripresi rapidamente dalle perdite della pandemia e iniziando a realizzare nuovamente profitti. Amazon ha fatto ancora meglio e ha registrato un aumento di quasi il 200% dei profitti, salendo a ben 6,3 miliardi di dollari nel primo anno della pandemia. Queste aziende possono e devono garantire che i lavoratori non paghino il prezzo della pandemia con i loro salari di povertà.

Abbiamo calcolato che se i marchi rinunciassero a intascare solo dieci centesimi per t-shirt potrebbero garantire ai lavoratori il reddito di cui hanno bisogno per sopravvivere alla pandemia e rafforzare le protezioni contro la disoccupazione per il futuro. Si tratta del minimo che i marchi dovrebbero assicurare subito mentre salari dignitosi dovranno essere lo standard per un’industria davvero sostenibile post-pandemica. I marchi e distributori che affermano il contrario, stanno anteponendo i profitti al benessere dei loro lavoratori.

 

La campagna #PayYourWorkers, che riunisce 200 sindacati e organizzazioni della società civile di 35 diversi Paesi, chiede ai marchi di fornire immediato sollievo ai lavoratori dell’abbigliamento e di sottoscrivere impegni vincolanti per riformare il loro settore in rovina.

In particolare chiediamo che aziende come Amazon, Nike e Next paghino quanto dovuto ai lavoratori durante la pandemia, rispettino il diritto di organizzarsi e i contratti collettivi, si assicurino che i lavoratori non vengano mai più lasciati senza un soldo se la loro fabbrica fallisce aderendo alla proposta di fondo negoziato di garanzia per le indennità di fine rapporto e disoccupazione.

I lavoratori in Cambogia, ad esempio, hanno perso milioni di dollari di salari durante la pandemia a causa delle azioni dei marchi. È tempo che le aziende riconoscano la posizione di potere che occupano nelle catene di fornitura di abbigliamento e calzature e si assumano la responsabilità dei salari dei lavoratori che gli garantiscono miliardi di dollari di profitti ogni anno

Tra i 200 aderenti troviamo Filcams-CGIL, che rappresenta i lavoratori del Commercio, Turismo e Servizi, e le organizzazioni FAIR, Altraqualità, Fondazione Finanza Etica, Guardavanti onlus, Movimento Consumatori, Manitese, Fairwatch, FOCSIV, IFE Italia, Lungotavolo45, Attac Italia, Corodinamento Nord Sud del mondo. Durante tutta questa settimana i sindacati e gli attivisti saranno impegnati in azioni di piazza e online per far sentire la voce dei lavoratori.

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lunedì 29 giugno 2020

Facciamo luce sullo sfruttamento - Deborah Lucchetti




A fronte di un forte aumento di richiesta di eticità e sostenibilità nel mondo della moda, i marchi hanno risposto con grandi campagne di marketing e corposi report di sostenibilità. Nel frattempo però, hanno continuato a cercare in maniera spietata prezzi sempre più bassi per la produzione dei propri beni, costringendo i fornitori a lavorare con margini di profitto ridotti e comprimendo i salari dei lavoratori già costretti a vivere sulla soglia di povertà.
I salari da fame sono spesso nascosti in complesse e segrete catene di fornitura. Per decenni, marchi e distributori hanno realizzato profitti attraverso un modello a basso costo e ad alta intensità di manodopera. La mancanza di trasparenza ha permesso ai marchi di prendere le distanze dai lavoratori lungo la filiera ed eludere le proprie responsabilità di garantire salari dignitosi e porre fine allo sfruttamento nelle catene di fornitura. Inoltre ha impedito ai lavoratori di organizzarsi e chiedere una retribuzione equa per il loro lavoro.
Le aziende spesso non pubblicano informazioni sulla loro catena di fornitura perché ciò significherebbe associare il proprio brand ai salari di povertà che ricevono i lavoratori e le lavoratrici. Questo comportamento è irresponsabile e non può continuare: per questo motivo la necessità di avere dati precisi e aggiornati sui fornitori e sui salari effettivamente pagati lungo la filiera è ormai diventata urgente
“Non abbiamo mai visto dati sui pagamenti dei marchi, sui prezzi che pagano davvero. Il nostro direttore dice sempre che siamo in perdita. Secondo lui dovremmo lavorare ancora di più” ci ha raccontato una lavoratrice dalla Croazia.
La pandemia di COVID-19 ha messo ulteriormente a nudo le disuguaglianze nel settore della moda: i marchi annullano gli ordini e unilateralmente impongono sconti ai fornitori, costringendo i lavoratori alla miseria. La crisi ha di fatto frantumato l’immagine illusoria di una moda sostenibile ed etica creata ad arte dai marchi negli ultimi anni. I consumatori si informano sempre di più sugli squilibri di potere nelle catene di fornitura che mantengono i lavoratori in condizioni di povertà. I lavoratori e le lavoratrici, senza risparmi accumulati, sono vittime delle chiusure delle fabbriche e dei licenziamenti di massa: la rivendicazione di un salario dignitoso non è mai stata più urgente.
Il sito Fashion Checker aumenterà la trasparenza nell’industria tessile, facendo luce sui bassi salari, sugli straordinari eccessivi e sullo sfruttamento endemico del settore. Il portale contiene informazioni dettagliate sui salari, sulle condizioni delle donne e dei migranti e in generale sulla situazione di tutti i lavoratori.

Si stima che l’industria tessile impieghi circa 60 milioni di lavoratori, di cui l’80% donne. I bassi salari hanno pesantemente condizionato le loro capacità di lottare per migliori condizioni di lavoro e salari più equi, mantenendo lo status quo.
Accanto alla pubblicazione dei dati, la Clean Clothes Campaign ha elaborato anche una serie di richieste per i brand e i decisori pubblici. Le richieste principali riguardano la necessità di utilizzare parametri trasparenti e affidabili per il calcolo dei salari e la promozione della dovuta diligenza obbligatoria in materia di diritti umani lungo tutta la filiera.
Nonostante un aumento della trasparenza negli ultimi anni, gli attivisti chiedono ai brand e ai decisori pubblici di pubblicare più dati e velocizzare i processi di trasparenza nelle filiere internazionali.
· Secondo i Principi Guida delle Nazioni Unite sulle imprese e i diritti umani i marchi sono obbligati ad assumersi le proprie responsabilità: e ciò nonostante, nel 2020 i lavoratori e le lavoratrici tessili stanno ancora lottando per diritti umani di base.
·     Nel 2019, su 200 brand intervistati dal Fashion Transparency Index solo il 35% ha pubblicato informazioni sulle fabbriche e i laboratori di primo livello delle loro filiere. 
La piattaforma contiene informazioni su 108 brand e centinaia di interviste alle lavoratrici e ai lavoratori in cinque Paesi produttori. Il sito verrà aggiornato costantemente con informazioni fornite da lavoratori e attivisti. Ciò consentirà ai consumatori, ai decisori pubblici e a tutti gli stakeholders di verificare se effettivamente le promesse e le iniziative che i marchi dichiarano di assumere contribuiscano al raggiungimento dei salari dignitosi per tutti e tutte.


giovedì 16 aprile 2020

Abiti puliti?




Chi salverà i lavoratori che producono i nostri vestiti?
di Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti

Un documento del Worker Rights Consortium, redatto in collaborazione con la Clean Clothes Campaign, propone un primo ragionamento sugli impatti che l’attuale pandemia da coronavirus avrà sui lavoratori del settore moda. I Paesi ricchi metteranno a disposizione misure economiche mai viste per fronteggiare la crisi, proteggere le loro imprese e i lavoratori. Ma cosa succederà agli operai del tessile-abbigliamento, addensati in Paesi a basso reddito dove le infrastrutture sociali per tutelare i lavoratori dalle crisi spesso non esistono o sono fragili?
Parliamo di 150 milioni di persone che producono beni per l’America del Nord, l’Europa e il Giappone e altre decine di milioni impiegati nei servizi. Nel solo settore tessile-abbigliamento sono almeno 50 milioni di operaiquasi tutte donne, con stipendi di povertà senza alcuna possibilità di accumulare risparmio.
Il documento prova a identificare i fattori che stanno esacerbando la crisi per quei settori, come la moda, basati su un modello produttivo insostenibile (la fast fashion) e su filiere globali che hanno deliberatamente prodotto una limitazione delle responsabilità dei marchi committenti verso i fornitori, terminali ultimi delle conseguenze della crisi. Il rischio, che in alcuni casi è già una realtà, è che i grandi player del mercato utilizzino la pandemia per giustificare pratiche commerciali piratesche (cancellazione degli ordini in corso o addirittura già in consegna, rifiuto di pagare per merce già prodotta, etc..). Le imprese fornitrici, prive della forza economica necessaria, non potranno difendersi legalmente e, operando con margini bassissimi, non avranno le riserve finanziarie, né l’accesso al credito, per resistere allo shock prodotto dal blocco globale delle vendite.
In molti Paesi produttori i governi non finanziano direttamente le misure legali di protezione sociale per chi perde il lavoro: impongono di farlo ai datori di lavoro. Il problema è, come sempre, l’applicazione di tali obblighi: le imprese, in assenza di continuità produttiva per la cessazione degli ordini per il mercato estero, potranno sottrarsi con facilità alle loro responsabilità. Milioni di lavoratori informali o precari saranno comunque esclusi dai benefit. Inoltre, per i lavoratori che saranno costretti a recarsi in fabbrica si fa scottante il tema della sicurezza: è molto improbabile che siano messe in atto misure e protezioni individuali adeguate a garantire il distanziamento sociale in strutture normalmente sovraffollate.
E’ chiaro che sarà necessario un massiccio intervento pubblico per prevenire la catastrofe economica e sociale. Ed è altrettanto chiaro che i Paesi a basso reddito, con finanze scarse e infrastrutture di protezione sociale deboli o inesistenti, non saranno in grado di fronteggiare le conseguenze strutturali della crisi a medio e lungo termine. Ma i pacchetti finanziari messi in campo dai governi a capitalismo maturo non paiono mettere in conto misure di sostegno a favore di coloro che hanno prodotto in larga parte la ricchezza delle loro multinazionali: i milioni di lavoratori del Sud e dell’Est globale sono i grandi esclusi dai salvataggi in epoca di pandemia.
Per affrontare questa drammatica crisi e dare risposte ai lavoratori più vulnerabili delle catene di fornitura globali, occorre uno sforzo congiunto che veda da una parte i grandi marchi assumere condotte responsabili nella gestione dei rapporti commerciali con i fornitori per consentire loro di onorare gli obblighi verso i dipendenti; dall’altra la necessità di una risposta collettiva da parte di tutti i governi, delle istituzioni finanziarie e degli organismi internazionali affinché sia possibile mantenere un reddito a tutti lavoratori nel mondo oggi sull’orlo del baratro. I marchi, invece di spostare tutto il peso sulla filiera, devono condividere la responsabilità e i costi finanziari della crisi, mettendo al centro delle loro priorità il rispetto degli obblighi verso i fornitori e verso tutti i lavoratori. Queste risorse non saranno comunque sufficienti: perciò è necessario che i piani di salvataggio multimilionari predisposti dalle istituzioni internazionali e dai governi ricchi guardino anche ai destini dei soggetti più vulnerabili dispersi nelle catene globali di fornitura.
Gli aiuti futuri destinati ai Paesi produttori per far fronte alla crisi Covid-19 dovranno essere condizionati da una parte all’impegno dei loro governi a creare, nel medio periodo, robusti sistemi nazionali di protezione sociale; dall’altra all’impegno delle imprese multinazionali a siglare accordi vincolanti di filiera che riflettano prezzi di acquisto sufficienti a garantire il finanziamento ordinario di tali sistemi di protezione.
L’attuale pandemia svela definitivamente l’estrema insostenibilità di un modello di business basato sullo sfruttamento endemico di milioni di lavoratori che ricevono salari di povertà, su una forte asimmetria di potere tra marchi e fornitori che permette ai primi di addossare tutte le responsabilità alle parti deboli della filiera, su una totale assenza di accountability da parte delle imprese committenti che dovrebbero invece essere obbligate per legge alla dovuta diligenza sui diritti umani per identificare, prevenire, mitigare e riparare i danni derivanti dagli impatti delle loro attività economiche sulle comunità e sui lavoratori.
Una cosa è certa. Questa crisi offre l’opportunità di ripensare il modello di produzione e consumo patologico che ha inasprito l’attuale catastrofe economica perché non si torni al passato. E’ imperativo usare questo tempo drammatico e fecondo per gettare le basi per una industria più equa, sostenibile e resiliente nei fatti, non solo nelle pagine patinate dei rapporti di sostenibilità o dei codici di condotta unilaterali che popolano i siti delle imprese.




Le grandi firme usano il Covid per licenziare i lavoratori del tessile - Emanuele Giordana
In Myanmar quattro fabbriche si stanno rapidamente riconvertendo nella produzione di mascherine. Inutile dire che alcune sono della filiera del tessile, una delle industrie chiave nel Paese. E’ uno dei nuovi affari connessi al coronavirus.
Affari sacrosanti (se i prezzi delle mascherine non lievitassero come la pasta del pane) ma che hanno puntato i riflettori sugli effetti che il virus ha su uno dei grandi settori dell’economia globale – il tessile/calzaturiero – che ha in Asia, dal Bangladesh al Vietnam, da Sri Lanka all’India la fucina dove le grandi firme fabbricano a prezzi super convenienti camice e scarpe, pret a porter e magliette della salute. In certi casi l’apparente disastro (la mancanza di materia prima, il crollo della domanda, i divieti sulla logistica) si trasforma persino in manna dal cielo.
Molte aziende in Myanmar hanno approfittato della crisi per chiudere temporaneamente e licenziare sollevando scioperi e proteste in sordina a causa del virus. Ma altre han pensato bene di fallire per riaprire sotto altra forma. In questo modo, denunciano i sindacalisti locali, si licenza senza problemi e si riapre usufruendo dei vantaggi per le start-up. Cosa c’è di meglio di una crisi per ristrutturare il profitto?
L’ondata peggiore della crisi passa dunque soprattutto nei Paesi dove si produce su commissione. Dove la relazione tra aziende e sindacato è fragile e dove le garanzie per chi perde il lavoro sono minime o non ci sono. Due rapporti usciti in marzo han cercato di fare il punto: «Abandoned?» del Center for Global Workers’ Rights e «Who will bail out the Workers that make our clothes?» del Worker Rights Consortium. Mettono in luce gli effetti del Covid-19 sulle catene di fornitura. Lontane da casa.
Marchi e distributori scaricano infatti le conseguenze del calo della domanda sui fornitori. «Le imprese di abbigliamento pagano solo alla consegna, con le fabbriche che sostengono i costi generali e di manodopera. E hanno il potere di decidere di non pagare gli ordini, anche se ciò significa di fatto una violazione contrattuale» spiegano alla Campagna abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign.
Al di là dei furbi e di chi si approfitta della situazione, ciò significa che i proprietari delle fabbriche esecutrici non hanno più liquidità per pagare i salari e che in futuro il quadro potrà solo peggiorare.
Secondo l’associazione dei produttori del tessile (Bgmea) del Bangladesh, ordini per oltre tre miliardi di dollari sono finora stati cancellati. In Thailandia, le fabbriche di abbigliamento continuano invece a funzionare ma gli ordini stanno rallentando. Si teme – preoccupazione diffusa – che alcune fabbriche possano utilizzare il Covid-19 come scusa per chiudere. E con lo stato di emergenza scioperare è impossibile.
Le due ricerche ricordano infine che in buona parte dei Paesi produttori di abbigliamento, i meccanismi di protezione sociale, come l’assicurazione sanitaria o l’indennità di disoccupazione, non esistono o sono insufficienti. Lo stesso vale per i fondi di garanzia in caso di insolvenza.
Non di meno, dicono ad Abiti Puliti, i due dossier sembrano aver sortito un effetto: dopo la loro pubblicazione un certo numero di marchi ha accettato di adempiere ai propri obblighi contrattuali e di pagare gli ordini che le fabbriche avevano già in produzione: H&M, PVH Corp (che possiede Van Heusen, Tommy Hilfiger, Calvin Klein e altre), Inditex (proprietario di Zara) e Target.
Stiamo parlando di un settore – tra tessile, abbigliamento e calzature – che impiega milioni di persone, l’80% donne secondo l’Ufficio internazionale del lavoro: si va dagli oltre 100 milioni dell’India ai 3,6 del Bangladesh dove il tessile è l’industria trainante dell’export. Per saperne di più c’è un blog (cleanclothes.org/news/2020/live-blog) che aggiorna quotidianamente sugli effetti globali del virus nella filiera del tessile/calzature.



                    Covid-19: cresce l'insicurezza per i lavoratori e le lavoratrici tessili

La pandemia globale di COVID-19 continua a crescere e diffondersi. In questo momento, oltre un terzo della popolazione mondiale è interessato da una qualche forma di lock down o restrizione dei movimenti per controllare l’espansione del virus.  I lavoratori tessili nelle filiere globali, già costretti in situazioni di vita precarie, affrontano una crescente insicurezza man mano che le fabbriche chiudono per il calo degli ordini e le misure governative restrittive per proteggere la salute pubblica.
In particolare i lavoratori sono stati colpiti da ciascuna delle tre ondate di questa pandemia. La prima si è verificata quando la Cina ha identificato il COVID-19 nella sua popolazione: smettendo di esportare le materie prime necessarie per la produzione di abbigliamento, ha costretto molte fabbriche nel sud e nel sud-est asiatico a chiudere temporaneamente e rimandare a casa i lavoratori, spesso senza preavviso e salari. La seconda quando il virus è arrivato in Europa e negli Stati Uniti: le aziende della moda hanno annullato gli ordini in corso senza pagarli e molte hanno smesso di effettuarne altri; le fabbriche di fornitori, che operano con margini ridotti a causa dei prezzi troppo bassi, sono state costrette ancora una volta a chiudere e mandare i lavoratori a casa senza paga. L’ultima ondata riguarda la diffusione del virus proprio nei Paesi produttori: alcuni di essi hanno chiuso gli impianti come misura precauzionale, ancora una volta lasciando a casa gli operai senza stipendio; altri hanno deciso di lasciarli aperti, nonostante il significativo rischio per la salute dei lavoratori nelle fabbriche affollate. Ciò accade anche nel segmento a valle della filiera, dove si addensano situazioni di rischio e vulnerabilità per quei lavoratori che nei magazzini processano gli ordini tuttora in corso per i grandi gruppi multinazionali. Come per esempio gli oltre 500 lavoratori e lavoratrici del polo logistico di Stradella, dove ancora sono smistati gli ordini H&M acquistati online, i quali hanno denunciato le gravi inadempienze in materia di sicurezza ai tempi del coronavirus.
Anton Marcus, Sottosegretario del Free Trade Zones & General Services Employees Union, ha dichiarato: “L’impatto del COVID-19 sui lavoratori dell’abbigliamento in Sri Lanka è stato immenso. I lavoratori, tornati nei loro villaggi senza avere percepito i salari di marzo, stanno attraversando un momento molto difficile non riuscendo a sostenere le loro famiglie. I datori di lavoro stanno sfruttando questa situazione per licenziare e ridurre benefici e stipendi dei dipendenti, dando la responsabilità al ritiro o alla riduzione degli ordini dei loro clienti. In questa situazione i lavoratori a contratto saranno i più colpiti”.
In alcuni casi questi effetti sono stati esacerbati dalla cattiva gestione della crisi da parte dei governi nazionali. L’India ha improvvisamente annunciato un blocco nazionale, lasciando i lavoratori migranti domestici senza mezzi di sussistenza o accesso ai trasporti per tornare a casa. Alcuni di essi sono stati costretti a camminare per centinaia di chilometri verso le loro città e i loro villaggi. In altri paesi, come la Cambogia e le Filippine, le misure per combattere il virus stanno limitando ulteriormente lo spazio civico, compresa la libertà dei lavoratori di organizzarsi. In Myanmar gli imprenditori hanno usato la pandemia come pretesto per reprimere il sindacato, assicurandosi che i lavoratori sindacalizzati fossero i primi ad essere licenziati dalle imprese in difficoltà finanziaria.
Due recenti report del Worker Rights Consortium, del Penn State Center for Global Workers’ Rights e della Clean Clothes Campaign “ Who will bail out the worker s that make our clothes?” and “Abandoned? The Impact of Covid-19 on Workers and Businesses at the Bottom of Global Supply Chains” mettono in luce le cause all’origine dei catastrofici effetti del Covid-19 nelle catene di fornitura. L’estrema interconnessione e l’asimmetria di potere tipica delle catene di approvvigionamento ha permesso ai marchi e ai distributori di scaricare le conseguenze del calo della domanda sui fornitori. Le imprese di abbigliamento pagano solo alla consegna – con le fabbriche che sostengono i costi generali e di manodopera – e hanno il potere di decidere di non pagare gli ordini, anche se ciò significa, di fatto, una violazionecontrattuale. Ciò significa che i proprietari delle fabbriche di tutto il mondo sono lasciati senza liquidità per pagare i salari dei lavoratori di marzo e ancora peggio sarà per i mesi a venire, quando nessun ordine probabilmente arriverà. Nella stragrande maggioranza dei paesi produttori di abbigliamento, meccanismi di protezione sociale come l’assicurazione sanitaria, l’indennità di disoccupazione o i fondi di garanzia in caso di insolvenza sono assenti o insufficienti, in parte a causa di decenni di pressione al ribasso sui prezzi pagati dalle imprese committenti. Anni di incapacità di intraprendere azioni significative sui salari hanno lasciato i lavoratori senza risparmi e senza rete.
Dalla pubblicazione di questi due documenti, un piccolo numero di marchi ha accettato di adempiere ai propri obblighi contrattuali e di pagare gli ordini che le fabbriche stavano già producendo: H&M, PVH Corp., che possiede Tommy Hilfiger e Calvin Klein, Inditex, proprietario di Zara, e Target.
Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti afferma: “E’ fondamentale che i marchi in questo momento assolvano i loro obblighi contrattuali e paghino gli ordini effettuati e in molti casi già prodotti. In questa drammatica situazione, è urgente garantire a tutti i lavoratori nelle filiere globali risorse sufficienti a soddisfare i bisogni delle loro famiglie e a sopravvivere alla crisi, a partire dalla corresponsione dei salari e dei benefit dovuti per i mesi in corso. Le imprese multinazionali hanno costruito la loro ricchezza sull’utilizzo di milioni di lavoratori sottopagati in paesi dove non sono presenti le infrastrutture di protezione sociale necessarie a tutelare i lavoratori nei momenti di crisi. Questa crisi deve produrre un cambio strutturale del modello di business, a partire dalla introduzione di meccanismi di regolazione delle filiere global e di norme vincolanti per le imprese, a tutti i livelli
Le istituzioni finanziarie internazionali si stanno già impegnando a mobilitare miliardi di dollari per sostenere le economie dei Paesi produttori. È fondamentale che tale sforzo includa l’impegno di mettere al primo posto le esigenze dei lavoratori, unitamente a meccanismi che garantiscano che tale sostegno li raggiunga direttamente. I sindacati globali hanno formulato raccomandazioni su come queste istituzioni possano garantire una risposta urgente ed equa alla crisi. È della massima importanza che i lavoratori, nelle fabbriche di produzione, nella logistica e fino alla distribuzione, siano al centro delle soluzioni economiche per superare questa crisi e per garantire che le misure per salvaguardare la salute delle persone non acuiscano invece loro miseria e fragilità


Il Coronavirus e l’industria tessile: cosa succede ora ai lavoratori della grande filiera nei Paesi a basso reddito - Giada Ferraglioni
Savar, periferia di Dacca, Bangladesh. Nell’aprile del 2013 un edificio commerciale di otto piani viene giù. Il crollo passa alla storia come la tragedia del Rana Plaza: 1.129 operai perdono la vita e 2.515 restano feriti, molti dei quali gravemente. La struttura ospitava gli stabilimenti tessili di grandi marchi commerciali occidentali. A sette anni dalla catastrofe che portò alla luce le condizioni di miseria e sfruttamento su cui si basano le produzioni multinazionali, un’altra emergenza torna a colpire i lavoratori della grande filiera tessile. Come salvare dalla crisi da Coronavirus milioni di persone in tutto il mondo?
Se lo chiedono le Ong. «Quello che successe in Bangladesh fu un caso enorme su cui intervenire», racconta Deborah Lucchetti, coordinatrice della campagna italiana Abiti Puliti (Clean Clothes), che nel maggio del 2013 convinse 220 aziende tessili bengalesi a sottoscrivere l’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici. «Ma era uno. Adesso sta per arrivare un’ondata di richieste di aiuto da ogni parte del mondo. E capire come affrontarla non sarà facile».
La campagna Abiti Puliti è in contatto con tutte le imprese multinazionali (come il marchio H&M) per convincerle a rispettare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici nei vari stabilimenti di produzione, sia nel sud-est asiatico (vero e proprio polmone della produzione), che nel resto del mondo. Ma ora che l’emergenza ha di fatto bloccato gran parte della produzione – o l’ha resa ancora meno sicura e sostenibile di quanto già non fosse -, la campagna è in contatto diretto anche con i lavoratori della filiera attraverso un live blog sul sito internazionale.
Parliamo di 150 milioni di persone che producono beni per l’America del Nord, per l’Europa e per il Giappone, e di altre decine di milioni impiegati nei servizi. Le testimonianze non arrivano solo dal Bangladesh. Arrivano dalla Cambogia, dall’India, dalle Filippine, dal Myanmar, dallo Sri Lanka, dal Pakistan, dalla Malesia, dall’Indonesia. Ma anche da El Salvador in America Latina, o dall’Italia stessa, che, oltre a essere un paese di consumo, è anche attiva sulla produzione: «Ci sono filiere – spiega Deborah – che fanno parte di reti globali di produzione e i quali lavoratori hanno problemi anche nel nostro Paese».
I tre grandi problemi della filiera
Accanto all’emergenza sanitaria alle porte e dei dispositivi di protezione individuale che non esistono (dal distanziamento al rifornimento di mascherine), c’è il problema dei licenziamenti e dell’assistenza sociale. «Ci sono tre questioni enormi – spiega Deborah – La prima, da risolvere nel breve periodo, è quella di non lasciare i lavoratori per strada. Mentre i negozi chiudono e le filiere si congelano, gli accordi presi con i fornitori non vengono onorati. «Se non si pagano gli ordini ai fornitori, immediatamente questi lavoratori rimangono senza stipendi e coperture. Nei Paesi a Basso reddito quasi nessuno ha architetture che prevedono ammortizzatori sociali per imprese e le coperture per i lavoratori. Le imprese chiudono e gli operai si ritrovano a essere mandati casa».
Anche se la pandemia dovesse finire a breve, la certezza che queste fabbriche riaprano non esiste. «Questo è il secondo grande problema: cosa succederà ai lavoratori se gli stabilimenti non riapriranno?», dice Deborah. «La pandemia ha messo a nudo la fragilità di un modello economico basato sulla strozzatura dei costi e sulla non sostenibilità. Ma in questa strozzatura ci sono le persone e le loro vite galleggiano nell’incertezza». Il terzo problema, molto banalmente, sarà capire come si finanzieranno le misure di assistenza richieste dalle Ong, «per fare in modo che non finiscano solo nelle imprese».
La logistica
Il caso del magazzino H&M di Stradella, in provincia di Pavia, dove si sono registrati i primi due casi di contagio da Coronavirus, è un esempio della complessità del fenomeno nell’industria dell’abbigliamento. Lì i lavoratori e le lavoratrici della logistica (altra faccia della filiera tessile) sono impegnate nello smistamento degli ordini dallo store online. «Anche nei magazzini di smistamento dei capi H&M, che potremmo definire prodotti non essenziali, ci sono situazioni di grave rischio», dice ancora Deborah Lucchetti.
Dividere lo sguardo su un problema comune, quindi, sembra essere una strategia sbagliata. «Nel mondo globalizzato siamo tutti connessi», sottolinea. «Non possiamo pensare che l’economia europea sia slegata a quella del Sud e dell’Est del mondo. Se va a bagno quella, noi la seguiamo. Dopo questa pandemia niente sarà come prima – conclude Deborah – potrà andare o molto peggio o molto meglio. Sta a noi agire per il meglio».

La risposta congiunta della società civile allo studio della Commissione Europea sul dovere di vigilanza nella catena di fornitura
Nove organizzazioni e reti della società civile – inclusa la Clean Clothes Campaign – accolgono molto positivamente i risultati dello studio della Commissione Europea sui requisiti di due diligence per la catena di fornitura pubblicato a Febbraio 2020.



REPORT: Impegno per la trasparenza: scopri come si comportano i marchi della moda
Nel 2016, una coalizione di sindacati e organizzazioni della società civile impegnate nella difesa dei diritti umani e dei lavoratori ha dato vita all’Impegno per la Trasparenza (Transparency Pledge), un insieme di requisiti minimi per rendere trasparenti le catene di fornitura dei brand e permettere ad attivisti, lavoratori e consumatori di ricostruire la provenienza dei beni prodotti.
Il rapporto “La prossima tendenza della moda: accelerare la trasparenza di filiera nell’industria dell’abbigliamento e calzature mostra come, da allora, decine di marchi della moda abbiano deciso di aderire a questa iniziativa, divulgando un numero sempre maggiore di informazioni sulle loro filiere.
La trasparenza è ormai largamente riconosciuta come un passo importante per favorire l’identificazione e la gestione degli abusi sui lavoratori nelle catene di approvvigionamento del settore tessile.
Non è una panacea, ma è fondamentale per un’azienda che si definisce etica e sostenibile“, ha affermato Aruna Kashyap, consulente senior per i diritti delle donne di Human Rights Watch. “Tutti i marchi dovrebbero essere trasparenti: per questo sono necessarie leggi che impongano la trasparenza insieme a pratiche che garantiscano il rispetto dei diritti umani
La coalizione ha finora contattato 74 aziende1chiedendogli di pubblicare le informazioni richieste dal Transparency Pledge: di queste 22 hanno aderito pienamente231 solo in parte21 quasi per nulla3. Alle 22 virtuose, se ne sono aggiunte altre 17 di loro spontanea iniziativa4.
La trasparenza è importante per costringere le aziende ad assumersi le proprie responsabilità. È la garanzia che il marchio è a conoscenza di tutte le fasi di produzione dei suoi beni, consentendo ai lavoratori e agli attivisti da una parte di allertarlo in caso di violazioni, dall’altro di accedere rapidamente a tutti gli strumenti di rivalsa per gli abusi subiti.
Non possiamo però affidarci solo alla buona volontà delle imprese. Più efficaci sarebbero norme nazionali specifiche per imporre alle aziende la due diligence in tema di diritti umani lungo le loro catene di fornitura, obbligandole innanzitutto alla pubblicazione delle informazioni relative alle fabbriche in cui si riforniscono.
Dalla metà del 2018, la stessa coalizione è impegnata con sette Iniziative per il business responsabile (Responsible Business Initiatives – RBIs), per cercare di indirizzare le loro pratiche di business verso modelli etici e promuovere la trasparenza delle filiere tra i loro membri. Ma non essendoci obbligatorietà nella pubblicazione delle fabbriche fornitrici, i comportamenti degli aderenti a questi gruppi variano molto: per questo la coalizione ha chiesto a queste Iniziative di giocare un ruolo determinante, imponendo a chi volesse diventare loro membro, come condizione vincolante per l’adesione, almeno la pubblicazione delle informazioni richieste dall’Impegno per la trasparenza.
Non è più accettabile che iniziative volte a promuovere un business responsabile e pratiche aziendali più etiche non impongano la trasparenza alle aziende quale requisito minimo di affiliazione” ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice delle Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “L’accesso pubblico alle informazioni minime sulle catene di fornitura previste dall’Impegno per la Trasparenza è vitale per consentire ai lavoratori e agli attivisti di identificare e contrastare gli abusi nelle fabbriche”.
Così ad esempio ha fatto l’iniziativa americana Fair Labor Association. A novembre ha annunciato l’obbligo per tutti i suoi aderenti di pubblicare le informazioni sulle loro catene di fornitura in linea con lo standard del Transparency Pledge e renderle disponibili in un formato aperto e accessibile entro il 31 marzo 2020. L’organizzazione ha stimato che più di 50 marchi e distributori dovranno adeguarsi a questo obbligo e che da aprile 2020 potrebbero essere soggetti a una speciale revisione in caso di inadempienza.
Il Dutch Agreement on Sustainable Garments and Textiles (AGT) non ha reso l’obbligo di trasparenza un requisito di adesione ma ha chiesto ai suoi membri di fornire le informazioni al suo segretariato che a sua volta le pubblicherà attraverso l’Open Apparel Registry, un database facilmente accessibile che fornisce informazioni sull’affiliazione delle fabbriche ai marchi e alle Iniziative per il business responsabile.
La United Kingdom Ethical Trading Initiative e la Fair Wear Foundation hanno adottato misure incrementali per migliorare la trasparenza dei loro membri.  La Sustainable Apparel Coalition, amfori, e la German Partnership on Sustainable Textiles non hanno invece fatto nulla per legare la trasparenza ai requisiti di affiliazione.
I governi possono giocare un ruolo fondamentale emanando la legislazione necessaria ad imporre alle aziende la due diligence in materia di diritti umani lungo le loro catene globali di fornitura e la trasparenza su dove vengono realizzati i loro prodotti“, ha affermato Bob Jeffcott, analista politico presso il Maquila Solidarity Network. “Tali norme sono fondamentali per creare condizioni di parità tra le imprese e per proteggere i diritti dei lavoratori“.
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Per maggiori informazioni sulle 74 aziende contattate dalla coalizione e le altre aziende che hanno aderito al Pledge o si sono impegnata a farlo:
adidas, ASICS, ASOS, Benetton, C&A, Clarks, Cotton On, Esprit, G-Star RAW, H&M, Hanesbrands, Levi Strauss, Lindex, Mountain Equipment Co-op, New Balance, New Look, Next, Nike, Patagonia, Pentland Brands, PVH Corporation, and VF Corporation.
31 imprese si sono impegnate a pubblicare almeno la lista e l’indirizzo dei loro fornitori ma sono ancora lontane dallo standard previsto dall’Iniziativa per la Trasparenza. Si tratta di: ALDI North, ALDI South, Amazon, Arcadia Group, Bestseller, Coles, Columbia, Debenhams, Disney, Fast Retailing, Gap, Hudson’s Bay Company, Hugo Boss, John Lewis, Kmart Australia, Lidl, Marks and Spencer, Matalan, Mizuno, Morrisons, Primark, Puma, Rip Curl, Sainsbury, Shop Direct, Target Australia, Target USA, Tchibo, Tesco, Under Armour, Woolworths, e Zalando.
Di queste:
  • 18 aziende non hanno ancora pubblicato alcuna informazione
    American Eagle Outfitters, Armani, Canadian Tire, Carrefour, Carter’s, Decathlon, Dicks’ Sporting Goods, Foot Locker, Forever 21, Inditex, KiK, Mango, Ralph Lauren, River Island, Sports Direct, The Children’s Place, Urban Outfitters, e Walmart.
  • 2 aziende hanno pubblicato solo i nomi delle aziende e i Paesi in cui operano:
    Abercrombie & Fitch e Loblaws
  • 1 azienda si è impegnata a pubblicare i nomi e i Paesi nel 2020:Desigual
4Alchemist, Dare to Be, Eileen Fisher, Fanatics, Fruit of the Loom, HEMA, KappAhl, Kings of Indigo, Kontoor Brands, Kuyichi, Lacoste, Lululemon Athletica, Okimono, Schijvens, Toms, We Fashion e Zeeman. Gildan ha cominciato a pubblicare dei dati ma è ancora lontana dallo standard previsto dall’Iniziativa per la Trasparenza