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giovedì 17 agosto 2023

Non può salvare il pianeta chi l’ha devastato - Paola Imperatore

 

La risposta alla crisi ecologica non può essere delegata alle Istituzioni che in questi anni l'hanno prodotta. Le comunità locali devono riprendersi il diritto di scrivere la propria storia

Di fronte alle devastanti conseguenze della crisi climatica, denunciata da anni da scienziati, scienziate e movimenti sociali, si è andata diffondendo una narrazione, squisitamente ideologica, che ritiene possibile sfidare l’attuale crisi solo attraverso la cooperazione di istituzioni nazionali/transnazionali, aziende e cittadini. Come argomentato dal sociologo Razmig Keucheyan in La natura è un campo di battaglia, questa narrazione appiattisce gli antagonismi esistenti e ignora che questa devastazione ambientale, per quanto di ampie dimensioni, ha dei responsabili ben definiti e delle vittime predestinate e si incrocia con altre dimensioni di oppressione (di classe, di razza, di genere e di specie) che ne rafforzano l’impatto.

Raccontare la sfida al cambiamento climatico come processo che può darsi tramite l’impegno congiunto di istituzioni, aziende e cittadini significa rimuovere una questione centrale: che la crisi ecologica è intrinsecamente legata al fallimento del modello della democrazia rappresentativa che, pur proponendosi come l’unico capace di mediare tra i diversi interessi presenti nella società, si è invece rivelato una stampella per chi ha l’interesse del profitto.

Il caso italiano ne è un esempio. Le mobilitazioni che da anni attraversano lo stivale per difendere i territori dalla costruzione di grandi opere inutili e dalla devastazione ambientale hanno svelato le contraddizioni dell’ambientalismo istituzionale che, da un lato, omaggia Greta Thunberg e, dall’altro, non perde occasione per rilanciare il Tav Torino-Lione come opportunità di crescita economica, misurata ancora una volta in termini di Pil e non di benessere delle comunità. 

La lotta a difesa della terra si è presto estesa a una lotta contro i governi che, pur cambiando nel corso degli anni, hanno mantenuto continuità nel rapporto col dissenso espresso dai territori proseguendo su due linee di azione: la militarizzazione e l’accentramento dei poteri decisionali. All’interno di questi conflitti, la tensione tra democrazia top down e democrazia bottom up, tra locale e nazionale, tra necessità dei territori e interessi speculativi di pochi, si è inasprita sino a divenire centrale nel dibattito dei movimenti contro le grandi opere.

Intorno ai conflitti ambientali si è plasmato in quest’ultimo decennio un modello di gestione del dissenso e si è ridefinita una visione alternativa di democrazia. Se la Valsusa in questo senso ha fatto scuola, mettendo in atto pratiche di resistenza capaci di porre al centro del dibattito la questione centrale del «chi decide sui territori», anche la controparte ha sperimentato proprio in questa valle dei modelli repressivi poi diventati un esempio da perseguire altrove. 

Sebbene inizialmente i tentativi di dialogo tra istituzioni e oppositori del Tav vi siano stati, si sono rivelati inutili nel momento in cui è emerso che si poteva discutere del tracciato ma non dell’opportunità di costruire l’opera. Ed è qui che si annida la questione centrale: ciò su cui non vi può essere confronto è sul rifiuto totale di un progetto. La macchina del progresso deve andare avanti. 

Per ovviare le tensioni che sempre più frequentemente si sono generate e continuano a generarsi intorno all’uso del territorio, mercificato e messo a profitto da un galoppante e insaziabile neoliberismo, si è costituito nel 2004 l’osservatorio Nimby Forum che, attraverso attività di «informazione» e coinvolgimento dei cittadini, ha l’obiettivo di rendere accettabili agli occhi delle comunità locali opere e attività estremamente discutibili puntando sul rilancio occupazionale ed economico di territori che il mercato ha depredato e ora vorrebbe salvare. Questo osservatorio, finanziato da istituzioni politiche e da aziende coinvolte nella costruzione stessa delle opere contestate, rappresenta in modo chiaro l’idea di coinvolgimento e partecipazione delle élites politiche ed economiche. Una partecipazione che non può mettere in discussione il dogma del progresso, non può esprimere il proprio radicale dissenso, ma deve essere ricondotta nell’alveo del buon cittadino, passivo e conciliante. 

Dati i numerosi attriti tra locale e nazionale in merito ai progetti infrastrutturali, il partito trasversale del cemento ha deciso di accentrare i poteri in poche mani. Si tratta di un processo inaugurato con la Legge Obiettivo del 2001 del governo Berlusconi e proseguito nel 2014 con lo Sblocca Italia del governo Renzi. Esautorando i livelli di governo locali delle loro competenze in materia si è cercato di velocizzare l’iter decisionale vanificando i tentativi delle comunità locali di fare pressioni sui livelli governativi a loro più vicini. Lo Sblocca Italia, in questo senso, ha rappresentato un ulteriore step nel processo di involuzione autoritaria nella gestione del dissenso proveniente dai territori, prevedendo procedure semplificate e in deroga al codice degli appalti che, tradotto, significa riportare competenze prima concorrenti tra Stato e Regioni nelle mani del primo e con maggiori rischi di corruzione nella costruzione di opere pubbliche. Inoltre, con lo Sblocca Italia, vengono dichiarate opere di «interesse strategico» nazionale tutte le infrastrutture legate all’uso di petrolio e di gas, come il Tap, con conseguenze in termini di potere decisionale riconosciuto allo Stato e di misure emergenziali a cui ricorrere a difesa dell’interesse strategico. È, ad esempio, appellandosi a quest’ultima ragione che nel 2017 ancora il governo a guida Pd decide l’istituzione di una zona rossa nei pressi del cantiere di Melendugno per difendere la multinazionale azero-svizzera Tap dalle contestazioni della popolazione che si stava opponendo all’eradicazione degli ulivi per far spazio al cantiere. 

L’incapacità delle istituzioni di dialogare con gli oppositori, o forse l’interesse delle élites politiche a difendere gli interessi speculativi, ha inevitabilmente spostato lo scontro dalle istituzioni alle piazze o, per meglio dire, ai territori, e la repressione spesso è sembrata essere l’unica risposta. Dai Daspo alle zone rosse, dai processi alle manganellate, vi è stato un tentativo capillare di disincentivare ogni forma di protesta limitando, tra l’altro, la libertà di circolazione degli abitanti.

La risposta muscolare dello Stato tramite la militarizzazione, in Valsusa come a Chiaiano, a Melendugno come a Niscemi, mostra essenzialmente la volontà delle istituzioni di rifuggire da un confronto politico trattando la protesta come una questione meramente di ordine pubblico e criminalizzando il dissenso. In numerose occasioni il conflitto è stato spostato nelle aule dei tribunali, arrivando al punto di sventolare l’accusa di terrorismo contro gli attivisti, come si è tentato spesso di fare con il movimento No Tav e più recentemente con gli attivisti sardi di A Foras contro le basi militari nell’isola. I recenti decreti sicurezza emanati dal passato governo giallo-verde sono andati nella stessa direzione, reintroducendo il reato di blocco stradale, depenalizzato nel 1999, e così criminalizzando una delle pratiche di resistenza più comuni tra i movimenti a difesa della terra. 

Sarebbe fuorviante pensare questi casi come delle eccezioni. Queste lotte, piuttosto, hanno messo in evidenza il modo in cui ordinariamente il sistema interagisce col dissenso. 

Il merito dei numerosi movimenti che negli ultimi vent’anni hanno animato il paese, è quello di essere riusciti a intrecciare in modo indissolubile la dimensione ecologica e quella democratica svelando le dinamiche di potere in un conflitto evidentemente asimmetrico e sollevando con irruenza un interrogativo: chi ha diritto a decidere sulle nostre vite e sui nostri territori? Perché delegare la decisione a chi difende gli interessi privati di pochi a danno delle collettività?

Questo breve excursus di atti e decreti, più che restituire una cronistoria del rapporto tra governi e istanze ambientaliste nel contesto italiano, serve a ragionare sulla retorica dominante nell’attuale fase politica. Questa narrazione tende a indicare l’umanità tutta – indistintamente da classe, razza e genere – come responsabile dei catastrofici stravolgimenti del pianeta che hanno condotto a una nuova era geologica (antropocene) e come protagonista, oggi, di una sfida che ci vede tutti alleati. 

Questa alleanza tuttavia non è possibile nella misura in cui i politici italiani – e non solo – continuano a investire in opere anacronistiche ed energivore basate ancora sui combustili fossili, come Tap, Rete Adriatica o Galsi, pur riempiendosi la bocca di parole e promesse di un futuro ecologico. L’idea di «green» che mercati e Stati vorrebbero attuare l’abbiamo conosciuta alle numerose Conferenze per il Clima e ai vertici internazionali. Ma anche a Milano, nel 2015, con Expo, dove dietro allo slogan «Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita» si è consumato l’ennesimo mega-evento fatto di debito, cemento e precarietà ma anche di corruzione e di redditizie opportunità per i grandi brand come Nestlè, Coca Cola, Enel o McDonald di presentarsi con un nuovo volto e per altre, come Eataly o Slow Food, di accaparrarsi una fetta di mercato costruito sulla strumentalizzazione delle istanze green.

Tenendo conto dell’intersezione tra questi aspetti, è evidente che la risposta alla crisi ecologica non può essere delegata a chi l’ha prodotta imponendosi sulle comunità, quelle che per prime hanno pagato il conto di un mercato predatorio che considera la deturpazione dell’ambiente, con tutto ciò che ne consegue, come esternalità negative da mettere a valore. La ricerca di una soluzione non può essere consegnata nelle stesse mani che hanno avvelenato e saccheggiato il pianeta e che hanno represso fisicamente e giudiziariamente chi ha provato a smascherare questo sistema e a difendere il diritto, individuale e collettivo, a vivere sul proprio territorio.

Questa sfida è stata già colta da anni dai movimenti contro le grandi opere inutili e imposte e oggi assunta dai Fridays For Future che sono stati capaci di legare, con efficacia locale e globale, lotta sui territori e lotta al cambiamento climatico. La rotta può essere invertita solo accogliendo la proposta proveniente da questi soggetti di ripensare radicalmente modelli decisionali e organizzativi che partano dalle necessità delle comunità di poter decidere per il proprio futuro e per il proprio presente. Questo significa anche disinnescare il processo individualizzante e atomizzante che caratterizza il sistema capitalista e ripensarci come comunità, ricomponendo quella tensione individuo-collettivo, termini che appaiono nel nostro tempo antitetici a causa di una retorica incentrata sulla competizione e sul darwinismo sociale.

Le lotte di cui parliamo sono state e sono tutt’ora fondamentali laboratori politici dove queste riflessioni sono maturate e hanno messo radici, e dove le comunità, basate su una comunione di intenti piuttosto che su un senso identitario escludente, si sono ricostruite e hanno posto in modo incontrovertibile la rivendicazione dell’autodeterminazione. Del diritto, per dirla con le parole usate dal movimento No Tav, di scrivere la propria storia.

*Paola Imperatore è dottoranda presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, membro dell’Opi (Osservatorio su Politica e Istituzioni) e del PoliCom. Attivista di Non una di meno Pisa, ha scritto per GaiaCommonwareIl Ponte e altre riviste.

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domenica 7 agosto 2022

Cemento inarrestabile - Paolo Pileri

 

Come volevasi dimostrare, ora abbiamo tanto di numeri a dirci che durante la pandemia da Covid-19 (periodo 2020-2021) le betoniere non sono state ferme ma hanno girato all’impazzata, consumando suolo senza sosta. Se negli ultimi cinque anni eravamo “fermi” a circa 14 ettari al giorno ora siamo schizzati a 19: più 34% in un solo anno.

La risorsa meno rinnovabile e meno resiliente dalla quale tutto e tutti dipendiamo è stata asfaltata con allegria mentre noi eravamo chiusi in casa. Addio alle promesse di sostenibilità, addio slogan politici che fingono di preoccuparsi dell’ambiente, addio Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile: tutto torna a dieci anni fa, tutto da rifare e all’orizzonte non ci sono bagliori, né di sensibilità né di saggezza. Sui siti web e nei social a campeggiare non è l’agenda ecologica (e men che meno quella urbanistica) ma l’agenda Draghi che abbiamo più e più volte indicato come un problema e non una soluzione alla questione ecologica: eppure piace a molti e se la stanno contendendo.

A quando un’agenda che per aiutare il Paese a uscire dalla recessione-mangia-suolo si impegni a mettere in atto vere riforme ecologiche? L’aumento del consumo di suolo del 34% in un solo anno dimostra anche ai più sordi quanto fallimentari siano le leggi regionali che da anni affermano di averne limitato i consumi ma che invece non hanno sortito alcun risultato degno di nota. Semmai hanno contribuito a ottenere il risultato opposto.

E infatti la Lombardia è ancora la Regione capolista con più 883 ettari di suoli cementificati (ed è quella che più di altre sventola la sua legge urbanistica del 2014, con i suoi piani regionali che dice essere virtuosi), seguita dall’immancabile Veneto dove ormai si soffoca tanto è il cemento (più 684 ettari), poi è il turno dell’Emilia-Romagna, la Regione che si dice progressista ma poi ha in tasca una legge urbanistica che non ha fermato nessuna cementificazione (più 658 ettari); poi Piemonte (più 630) e Puglia (più 499) che dal modello lombardo ha copiato il peggior primato.

Come si vede destra e sinistra sono tutte rappresentate in questa folle corsa a cemento e asfalto. E potremmo andare avanti a raccontare dei consumi di suolo nei parchi, nelle aree a rischio frana, in quelle a rischio inondazione, nella riduzione della biodiversità, ricordando una litania che recitiamo da anni non si sa bene a chi, dal momento che nessuno dall’altra parte risponde.

Forse la questione non è considerata di interesse o l’interesse “va verificato” come è sfuggito in qualche chat tra urbanisti e amministratori nelle scorse settimane. Forse non si è ancora capita la gravità ed è anche per questo che lodo il lavoro rigoroso di Ispra-Snpa (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente) che tenacemente continua a pubblicare dati, indicatori, fatti e immagini. Non opinioni e “interessi da verificare”.

In un solo anno sulle spalle di ogni italiano sono piombati 3,46 metri quadrati di cemento in più che si aggiungono ai 359 dell’2020. E siccome 10mila metri quadrati non cementificati offrono benefici collettivi per circa 80mila euro all’anno, questo ci aiuta a dire che consumare suolo significa alimentare il debito pubblico o, se preferite, le tasse. Grazie al consumo di suolo del 2021 infatti ogni italiano dovrebbe sborsare altri 28 euro (da aggiungere ai 2.872 euro che versa ogni anno) che nessuno di noi effettivamente paga, ma non per questo non generano danni che poi ricadono sulle spalle (e sui conti) di altri.

Una spada di Damocle sulle nostre teste che la politica continua a ignorare quando invece dovrebbe correre ai ripari alla massima velocità e spiegare a cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche quanto sia urgente passare a usi e costumi nettamente più sostenibili nell’uso del suolo. E invece a dare una spinta sostanziosa ai consumi ci ha pensato la logistica che tanto plaudiamo per il lavoro di bassa qualità che ci dà e per i tanti piccoli negozi che fa chiudere: con i suoi capannoni si è mangiata ulteriori 329 ettari di terreno in un solo anno, pari a quanto hanno consumato Toscana e Liguria sommate tra loro.

Se ai consumi netti di suolo (pari a oltre 6.330 ettari) aggiungiamo i 28.558 ettari di territorio bruciato quest’anno (secondo i dati forniti dall’European forest fire information system al 23 luglio 2022) ovvero più 2,2% rispetto al valor medio degli ultimi 15 anni e il fatto che ogni 45 minuti abbiamo una frana con tanto di perdita di suolo, quale è il risultato? Non è difficile capirlo, eppure tra Piano nazionale di ripresa e resilienza, riforme mancate, commissariamenti che indeboliscono le valutazioni ambientali, leggi urbanistiche inadatte, corsa alla produzione di energia solare al posto della sostenibilità dei suoli, agricolture sempre più industriali e impattanti, siccità non per caso ma per nostra cecità, quel che ci attende è un inasprimento di consumi di suolo e di impatti ambientali che, inevitabilmente, confluiranno in varie tipologie di conflitti sociali. E sarà ancora più tardi del troppo tardi di oggi per poter rimediare.

Infine un ultimo dato riguarda il cosiddetto consumo marginale di suolo, ovvero la quota di suolo cementificato per ogni nuovo abitante. Questo indicatore di efficienza è in buona parte peggiorato nel periodo 2016-2021 rispetto al 2012-2016, soprattutto perché è aumentato il numero di Comuni che ha consumato suolo pur perdendo abitanti (più 17%), quindi senza una pur minima credibile ragione per cementificare e costruire. Ora il gruppo dei Comuni inefficienti è 3,3 volte più grande rispetto a quello di quanti hanno consumato suolo ma dove almeno si è registrato un aumento degli abitanti. Tutto ciò mostra anche ai miopi come questa istituzione locale, in quanto unità sovrana di governo del territorio, non riesca a essere protagonista dello stop al consumo di suolo. Sono ancora troppe le rendite e gli incassi, le attese e le ignoranze. Inoltre la frammentazione amministrativa e l’eccesso di deleghe urbanistiche, senza verifiche da parte di nessuno, ha generato una situazione sempre più fuori controllo: ai Comuni occorre ridurre le competenze ambientali; occorre verificare la capacità insediativa su aree più vaste; serve che la pianificazione urbanistica non sia più fatta per singole municipalità e che le previsioni urbanistiche inattuate si possano cancellare senza contraccolpi per sindaci e giunte. Serve capire che cosa è il suolo prima di permettersi di pensare a un suo uso.

Nessuno vuole fermare l’edilizia e l’urbanistica ma solo quelle non sostenibili. Se poi queste rappresentano la maggioranza o se si nascondono dietro leggi ambigue e proposte altamente imperfette sono loro a doversi vergognare di questa situazione, non gli attivisti ambientali che sollevano le questioni ecologiche con tanto di numeri. Questi numeri, che ogni anno Ispra presenta in modo “patriottico”, sono la prova provata dell’incapacità strutturale delle nostre classi politiche e tecniche ad arginare una situazione che nuoce gravemente all’ambiente e alla salute del Paese. L’unica urbanistica e l’unica edilizia possibili, in un’Italia sempre meno credibile per i suoi non tentativi di arginare il consumo di suolo, è quella del recupero di quanto abbiamo già (un dato che nessuno ha e predispone: altra vergogna). Questa indicazione si fa ogni ora più pressante e diviene un filtro discriminatorio attraverso il quale riconosceremo chi è dalla parte del futuro e chi no. Ci vediamo il prossimo anno: stesso rapporto, peggior consumo?

Fonte: Altreconomia. L’informazione per agire ogni settimana

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

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mercoledì 21 luglio 2021

La pubblicità e la natura, ovvero mostrare solo quel che serve - Fabio Balocco

  

Ci avrete senz’altro fatto caso: quando qualche impresa deve tirare su un palazzo accompagna il rendering con un po’ di verde intorno. Così come capita che addirittura il verde lo azzera proprio e poi richiama nel nuovo progetto il termine “parco” o similare. Insomma, il verde deve esserci, in qualche modo attenua le stronzate che fanno.

Mi è venuto alla mente questo concetto quando ho visto senza volerlo le pubblicità che inondano le televisioni e che mostrano la bellezza delle nostre regioni. Fateci caso: tutte, senza eccezione, fanno riferimento alla natura in primis, alla storia, alla cultura. La Sicilia, la Sardegna, il Trentino, le Marche. E sicuramente me ne sono persa qualcuna. Insomma, il verde fa marketing, attira, è l’asso nella manica: non ti faranno mai vedere una nuova lottizzazione o gli scassi di una nuova inutile opera pubblica. Peccato che questo verde, questa natura vengano buoni solo per attirare i gonzi, mentre le politiche che vengono attuate dalle regioni vadano in senso diametralmente opposto. C’è un contrasto stridente fra ciò che i politici fanno apparire e ciò che fanno (o non fanno) nella realtà. Prendiamo come esempio le nostre due isole maggiori: Sicilia e Sardegna, riportando due esempi della loro sensibilità ambientale.

Sicilia, esempio del non fare. In Sicilia ogni benedetto giorno estivo e non, che soffia lo scirocco, si mettono in azione i piromani. Cosa ci sia dietro le devastazioni dolose si può solo intuire, e qui non lo dico, resta il fatto che il governo regionale non fa nulla per prevenirli e per individuare i piromani, al di là delle battute a effetto di Musumeci («Per i piromani ci vorrebbe il carcere a vita»: https://www.palermotoday.it/cronaca/incendi-sicilia-piromani-musumeci.html). Siamo all’inizio di luglio e già decine di incendi si sono sviluppati. Nella sola estate del 2020 sono andati letteralmente in fumo qualcosa come 35.900 ettari di natura. Neppure le aree più pregiate si sono salvate e anche la Riserva dello Zingaro – che attira decine di migliaia di turisti ogni anno – nel mese di agosto 2020 è andata quasi interamente in fumo. Rafforzare la prevenzione, utilizzare droni e telecamere, fissare ricompense per le informazioni utili a identificare i delinquenti sono tutte azioni che potrebbero essere utili per fronteggiare un disastro che, tra l’altro, alimenta la desertificazione dell’isola già in atto per via del riscaldamento globale. Invece si aspetta passivamente che arrivino l’ennesimo scirocco e gli ennesimi incendi.

Sardegna, esempio del fare. Le pubblicità ci mostrano coste integre. Peccato che la giunta attuale abbia varato un Piano casa che consente notevoli ampliamenti dell’esistente anche in barba al Piano Paesaggistico varato a suo tempo da Soru. Il Piano è stato impugnato a marzo dal Governo, ma medio tempore fa già danni (https://www.lanuovasardegna.it/regione/2021/06/05/news/piano-casa-braccio-di-ferro-tra-regione-e-soprintendenze-di-sassari-e-cagliari-1.40355484).

Sono solo due esempi dei tanti che si potrebbero fare dell’uso solo strumentale di quel che resta – sempre meno ogni anno che passa – della natura integra. Della serie: «Mostriamo solo ciò che ci fa comodo».

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sabato 25 luglio 2020

Il consumo del suolo in Italia



Una fotografia piuttosto preoccupante, perché non si avverte ancora quella necessaria inversione di tendenza in senso positivo nella gestione del territorio del Bel Paese.  
Che cosa aspettiamo?
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

Consumo di suolo 2020: persi altri 57 km2 di territorio nazionale al ritmo, confermato, di 2 m2 al secondo.

IN ITALIA SI NASCE GIÀ CON LA PROPRIA PORZIONE DI CEMENTO: 135 MQ PER OGNI NEONATO.
La Valle D’Aosta è la prima regione italiana vicina all’obiettivo “Consumo di suolo 0”.
L’aumento del consumo di suolo non va di pari passo con la crescita demografica e in Italia cresce più il cemento che la popolazione: nel 2019 nascono 420 mila bambini e il suolo ormai sigillato avanza di altri 57 km2 (57 milioni di metri quadrati) al ritmo, confermato, di 2 metri quadrati al secondo. È come se ogni nuovo nato italiano portasse nella culla ben 135 mq di cemento.
Lo spreco di suolo continua ad avanzare nelle aree a rischio idrogeologico e sismico e tra, le città italiane, la Sicilia è la regione con la crescita percentuale più alta nelle aree a pericolosità idraulica media. Non mancano segnali positivi: la Valle d’Aosta, con solo 3 ettari di territorio impermeabilizzato nell’ultimo anno, è la prima regione italiana vicina all’obiettivo “Consumo di suolo 0” e si dimezza la quantità di suolo perso in un anno all’interno delle aree protette.
A confermarlo i dati del Rapporto ISPRA SNPA “Il consumo di suolo in Italia 2020” presentati il 22 luglio 2020 in diretta live dalla Residenza di Ripetta a Roma. Il lavoro, che analizza le trasformazioni del suolo negli anni, in questa edizione si arricchisce di contributi provenienti da 12 Osservatori delle Regioni e Province autonome, anche grazie al progetto Soil4Life.
Consumo di suolo e crescita demografica. Non c’è un legame quindi tra popolazione e nuovo cemento e si continua ad assistere alla crescita delle superfici artificiali anche in presenza di stabilizzazione, in molti casi addirittura di decrescita, della popolazione. Nel 2019 i 57 milioni di metri quadrati di nuovi cantieri e costruzioni si registrano in un Paese che vede un calo di oltre 120mila abitanti nello stesso periodo. Ognuno di questi ha oggi a “disposizione” 355 m2 di superfici costruite (erano 351 nel 2017 e 353 nel 2018).
Aree a rischio idrogeologico e sismico. La copertura artificiale avanza anche nelle zone più a rischio del Paese: nel 2019 risulta ormai sigillato il 10% delle aree a pericolosità idraulica media P2 (con tempo di ritorno tra 100 e 200 anni) e quasi il 7% di quelle classificate a pericolosità elevata P3 (con tempo di ritorno tra 20 e 50 anni). La Liguria è la regione con il valore più alto di suolo impermeabilizzato in aree a pericolosità idraulica (quasi il 30%). Il cemento ricopre anche il 4% delle zone a rischio frana, il 7% di quelle a pericolosità sismica alta e oltre il 4% di quelle a pericolosità molto alta.
Regioni e Comuni: Il Veneto, con +785 ettari, è la regione che nel 2019 consuma più suolo (anche se meno del 2017 e del 2018), seguita da Lombardia (+642 ettari), Puglia (+625), Sicilia (+611) ed Emilia-Romagna (+404). A livello comunale, Roma, con un incremento di suolo artificiale di 108 ettari, si conferma il comune italiano con la maggiore quantità di territorio trasformato in un anno (arrivando a 500 ettari dal 2012 ad oggi), seguito da Uta (Cagliari; +58 ettari in un anno) e Catania (+48 ettari). Va meglio a Milano, Firenze e Napoli, con un consumo inferiore all’ettaro negli ultimi 12 mesi (+125 ettari negli ultimi 7 anni a Milano, +16 a Firenze e +24 a Napoli nello stesso periodo). Torino, dopo la decrescita del 2018, non riesce a confermare il trend positivo e nell’anno di riferimento, riprende a costruire, perdendo 5 ettari di suolo naturale.
Buone le notizie provenienti dalle aree protette: nel 2019 sono 61,5 gli ettari di suolo compromesso, valore dimezzato rispetto all’anno precedente, dei quali 14,7 concentrati nel Lazio e 10,3 in Abruzzo. Pur non arrestandosi nel complesso, il consumo di suolo all’interno di queste aree, risulta decisamente inferiore alla media nazionale. Al contrario, lungo le coste, già cementificate per quasi un quarto della loro superficie, il consumo di suolo cresce con un’intensità 2-3 volte maggiore rispetto a quello che avviene nel resto del territorio.
Perdita di produzione agricola e danni economici: in soli 7 anni, tra il 2012 e il 2019, la perdita dovuta al consumo di suolo in termini di produzione agricola complessiva, stimata insieme al CREA, raggiunge i 3.700.000 quintali; nel dettaglio 2 milioni e mezzo di quintali di prodotti da seminativi, seguiti dalle foraggere (-710.000 quintali), dai frutteti (-266.000), dai vigneti (-200.000) e dagli oliveti (-90.000). Il danno economico stimato è di quasi 7 miliardi di euro, che salirebbe a 7 miliardi e 800 milioni se tutte le aree agricole fossero coltivate ad agricoltura biologica.
Non solo consumo di suolo: su quasi un terzo del Paese aumenta dal 2012 ad oggi anche il degrado del territorio dovuto anche ad altri cambiamenti di uso del suolo, alla perdita di produttività e di carbonio organico, all’erosione, alla frammentazione e al deterioramento degli habitat, con la conseguente perdita di servizi ecosistemici.
Il Rapporto e le cartografie delle Regioni, Province e Comuni sono disponibili online sul sito dell’Ispra www.isprambiente.gov.it
 Roma, 22 luglio 2020. Per informazioni: UFFICIO STAMPA ISPRA – Cristina Pacciani, Alessandra Lasco Tel. 3290054756 -3204306683 stampa@isprambiente.it

martedì 7 luglio 2020

Perché è importante bloccare la legge scempia-coste - Stefano Deliperi



L’1 luglio 2020 presso il Consiglio regionale della Sardegna inizia l’esame della proposta di legge regionale n. 153 del 28 maggio 2020, con cui gli Onorevoli proponenti intendono giungere a una pretesa interpretazione autentica che svuoti di contenuti la disciplina di tutela delle coste contenuta nel piano paesaggistico regionale (P.P.R.).
Ben 28.060 (al 30 giugno 2020, ore 13.00) cittadini hanno finora sottoscritto la petizione per il mantenimento dei vincoli di inedificabilità costieri, i vincoli di inedificabilità nella fascia dei 300 metri dalla battigia marina, stabiliti dalle normative vigenti e dalla disciplina del piano paesaggistico regionale (P.P.R.).
Fra le decine di migliaia di cittadini, per esempio, Anna Maria Bianchi, Maria Paola Morittu, Sandro Roggio, Ella Baffoni, Mauro Baioni, Paolo Berdini, Paola Bonora, Massimo Bray, Carlo Cellamare, Vezio De Lucia, Lidia Decandia, Vittorio Emiliani, Domenico Finiguerra, Paolo Flores, Ebe Giacometti, Maria Pia Guermandi, Maria  Cristina Lattanzi, Paolo Maddalena, Anna Marson, Fausto Martino, Tomaso Montanari, Giuseppe Morganti, Pancho Pardi, Rita Paris,  Enzo Scandurra, Giancarlo Storto, Walter TocciMario PerantoniGiancarlo GhirraEnrico PauFabio BaloccoSimonetta AngiolilloFabrizio CarboneFrancesco MezzatestaCarlo SechiFrancesco GuillotGraziano BullegasCarmelo SpadaMarco CadinuIgino PanzinoMarco ZurruPatrizia GentiliniClaudia ZunchedduAndrea Padalino MorichiniPiero MannironiPier Giorgio PinnaMargherita EichbergMassimo DadeaStefano Deliperi (primo firmatario).
E le associazioni Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus,  Carteinregola,  Associazione Bianchi Bandinelli, CILD (Centro d’Iniziativa per la Legalità Democratica) Cittadinanzattiva onlus, Cittadinanzattiva Sardegna onlus, Comitato per la Bellezza, Coordinamento Nazionale Mare Libero, Eddyburg, Emergenza cultura,   F.A.I. Sardegna, Forum Salviamo il paesaggio, Italia Nostra onlus, Italia Nostra onlus Sardegna, VAS (Verdi Ambiente Società), WWF Sardegna.
Il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus, associazione ecologista promotrice, ha provveduto nei giorni scorsi a trasmettere la petizione con le adesioni finora pervenute al Ministro per i Beni e Attività Culturali e il Turismo Dario Franceschini, al Presidente della Regione autonoma della Sardegna Christian Solinas, al Presidente del Consiglio regionale Michele Pais e a tutti i Consiglieri regionali..
Già più di 28 mila cittadini italiani e stranieri, persone che ritengono fondamentale tutelare quel patrimonio naturalistico, ambientale, identitario rappresentato dai litorali isolani, prima risorsa anche in chiave turistica.
Ora si avvia la discussione nell’Assemblea elettiva regionale della proposta di legge regionale n. 153 del 28 maggio 2020, finalizzata ad “interpretare autenticamente” il piano paesaggistico regionale (P.P.R.)[1].
La motivazione dichiarata, legata al voler così consentire il completamento della nuova strada statale n. 291 “Sassari – Alghero”, non è minimamente condivisibile, perché esso è esplicitamente previsto dall’art. 20, comma 1°, lettera b,  delle norme tecniche di attuazione (N.T.A.) del P.P.R.
Tale intendimento normativo si rivela ben al di fuori degli stretti limiti nei quali la giurisprudenza costituzionale (vds. Corte cost. n. 78/2012Corte cost. n. 308/2013 relativa proprio a disposizioni del P.P.R.) e della Corte europea dei diritti dell’uomo (sentenza 23 ottobre 1997, National & Provincial Building Society e altri contro Regno Unito; sentenza 27 maggio 2004, Ogis-Institu Stanislas e altri contro Francia) consente la c.d. interpretazione autentica di discipline vigenti da tempo: qui non siamo in presenza di “situazioni di oggettiva incertezza del dato normativo”, a causa di “un dibattito giurisprudenziale irrisolto”, ovvero nella necessità di “ristabilire un’interpretazione più aderente alla originaria volontà del legislatore … a tutela della certezza del diritto e dell’eguaglianza dei cittadini, cioè di principi di preminente interesse costituzionale”.
Migliaia e migliaia di cittadini chiedono a gran voce una scelta di salvaguardia ambientale, una scelta per preservare il futuro, una scelta di civiltà.
Altro cemento sulle coste non vuol dire turismo, significa solo degrado ambientale e perdita di attrattiva.
Naturalmente le adesioni alla petizione continueranno a giungere, in attesa del prossimo esame di un’altra proposta legislativa foriera di fortissime preoccupazioni per la tutela efficace delle coste sarde, il disegno di legge della Giunta Solinas (deliberazione Giunta regionale n. 52/40 del 23 dicembre 2019relazione illustrativatesto della proposta) per consentire aumenti volumetrici anche a due passi dal mare.
Naturalmente sarà cura dell’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus, promotrice della petizione, dar corpo alle richieste di un così rilevante numero di cittadini in ogni sede necessaria per la salvaguardia delle coste della Sardegna.

Stefano Deliperi è il portavoce del Gruppo d’Intervento Giuridico onlus
[1] L’interpretazione autentica andrebbe a riguardare, secondo la suddetta proposta di legge regionale:
a) la fascia costiera di cui all’articolo 17, comma 3, lettera a) delle NTA al PPR, come definita dall’articolo 19, disciplinata dall’articolo 20;
1.      b) i beni identitari di cui all’articolo 2, comma 1, lettera e), delle NTA al PPR, come definiti dall’articolo 6, comma 5, disciplinati dall’articolo 9;
2.      c) le zone agricole, l’edificato in zona agricola come definito dall’articolo 79 delle NTA al PPR e l’edificato urbano diffuso come definito dall’articolo 76 delle NTA al PPR”.

domenica 7 giugno 2020

Consiglio regionale sardo: interpretazione autentica dei propri inconfessabili desideri mattonari - Stefano Deliperi



Nulla è cambiato, sempre i soliti metri cubi di desideri.
I capogruppo consiliari della maggioranza di centro-destra al governo della Regione autonoma della Sardegna hanno recentemente presentato la proposta di legge regionale n. 153 del 28 maggio 2020, con la quale – nel pieno perdurante dell’emergenza sanitaria ed economico-sociale determinata dal coronavirus COVID 19 – vorrebbero “interpretare autenticamente” il piano paesaggistico regionale (P.P.R.) e addomesticarlo ai propri voleri mattonari.
Gli illustri componenti del Consiglio regionale vorrebbero – a ben quattordici anni di distanza – non già interpretare ciò che non sanno minimamente, visto che non facevano parte del Consiglio regionale  né della Giunta regionale in carica nel 2006 (anno di adozione e approvazione definitiva del P.P.R.), ma inventare quel significato delle norme del P.P.R. che più fa comodo ai loro attuali interessi politici.
Altro che dar via libera al primo lotto della nuova strada Sassari – Alghero (il 2°, il 3° e il 4° sono già stati realizzati), quello è un banale specchietto per le Allodole. Il vero obiettivo è un altro. Un’operazione ai danni della salvaguardia delle coste e delle zone agricole della Sardegna, visto che vorrebbero cambiare le carte in tavola riguardo
a) la fascia costiera di cui all’articolo 17, comma 3, lettera a) delle NTA al PPR, come definita dall’articolo 19, disciplinata dall’articolo 20;
1.      b) i beni identitari di cui all’articolo 2, comma 1, lettera e), delle NTA al PPR, come definiti dall’articolo 6, comma 5, disciplinati dall’articolo 9;
2.      c) le zone agricole, l’edificato in zona agricola come definito dall’articolo 79 delle NTA al PPR e l’edificato urbano diffuso come definito dall’articolo 76 delle NTA al PPR”.
L’obiettivo è quello di far materializzare betoniere e mattoni a due passi dal mare e nelle campagne, da trasformare in periferie a buon mercato. E’ bene che tutti lo sappiano ed è bene che si sappia che tali proposte normative esulano dalla competenza statutaria della Regione autonoma della Sardegna.
Così come recentemente accaduto riguardo la  legge regionale Sardegna n. 3 del 21 febbraio 2020, che vorrebbe privatizzare in modo strisciante le spiagge sarde consentendone l’occupazione permanente da chioschi e servizi balneari, finita davanti alla Corte costituzionale a causa delle pesanti illegittimità, anche una norma regionale simile avrebbe alte probabilità di finire davanti al Tribunale delle Leggi per violazione delle competenze statali in materia di tutela dell’ambiente (artt. 9 e 117, comma 2°, lettera s, cost.).
E nemmeno la spinta popolare potrebbe essere evocata a base della proposta degli onorevoli del centro-destra, visto che ormai sono molto più di 25 mila le adesioni alla petizione promossa dal Gruppo d’Intervento Giuridico onlus (GrIG) e rivolta al Ministro per i beni e attività culturali e turismo, al Presidente della Regione autonoma della Sardegna e al Presidente del Consiglio regionale sardo, che chiede il mantenimento dei vincoli di inedificabilità nella fascia dei 300 metri dalla battigia marina, stabiliti dalle normative vigenti e dalla disciplina del piano paesaggistico regionale (P.P.R.).
La spinta popolare chiede la salvaguardia delle coste e del territorio dell’Isola, quale unica vera ricchezza e garanzia economico-sociale in periodi difficili e oscuri come quelli attuali.
Gli interessi mattonari, speculativi e propri sempre dei soliti noti, possono e devono essere rispediti al mittente. Siamo tanti, oltre 25 mila, e saremo ancora di più. Abbiamo difeso, difendiamo e difenderemo la nostra Terra, millimetro per millimetro.
Ne stiano certi.

La petizione per la salvaguardia delle coste sarde si firma qui http://chng.it/M4Kmxy7LtJ.


venerdì 29 maggio 2020

Ripartire all’insegna del cemento? - Tomaso Montanari



C come coronavirus: o come cemento? Vuoi vedere che – dopo aver toccato con mano cosa potrebbero essere le nostre città, il nostro Paese, il nostro pianeta se solo allentassimo un poco la morsa del dominio (dis)umano – la nostra prima reazione sarà rovesciare su quella povera natura appena risvegliata una colata di cemento? Sembra questa la strada annunciata in Senato dal presidente del Consiglio evocando «un iter semplificato su un elenco di opere strategiche con poteri derogatori» che fa il paio con la richiesta ultimativa di Renzi di «un piano shock per grandi infrastrutture e cantieri».
Una delle pessime conseguenze della pessima metafora del «siamo in guerra» è che immaginiamo una ripartenza come quella dei Trenta Gloriosi: i tre decenni che andarono dal 1945 al 1973, splendidi per l’economia e letali per l’ambiente.
Possibile non essere capaci di immaginare una ricostruzione che non sia all’insegna del mattone? Perché nessuna forza politica, in queste settimane, ha proposto di ritirare su l’economia nazionale con un mega-piano neokeynesiano di messa in sicurezza del suolo italiano? Sanare il dissesto idrogeologico, sradicare il cemento abusivo, manutenere corsi d’acqua, litorali e boschi. E poi l’enorme capitolo della prevenzione antisismica. Tutti capitoli di spesa per i quali non c’erano mai soldi. Come per la ricerca: oggi tutti si chiedono perché non riusciamo ad avere pronto un vaccino, ma pochissimi ricordano che solo pochi mesi fa si è dimesso il ministro della ricerca, Lorenzo Fioramonti, proprio perché i soldi per la ricerca non c’erano.
E invece niente: cemento, cemento e ancora cemento. In Sardegna, in piena emergenza, la giunta regionale approva (e dieci giorni dopo ritira, travolta dalle critiche) la costruzione di un resort di 8340 metri cubi sul mare, accanto a un nuraghe. «Dovevamo aspettarcelo – ha commentato Sandro Roggio –. Il sentimento della destra sarda (più edilizia = più turisti) era esibito in campagna elettorale. E incoraggiato dallo smarrimento del centrosinistra isolano a guida PD, in gran parte ostile alle norme di tutela paesaggistica del 2006, e fautore di norme (un po’ meno peggio?) che hanno aperto la strada al sempre peggio». Questo è il punto: di fronte alla speculazione edilizia non c’è destra e non c’è sinistra, c’è il partito unico del cemento.
Anche la Toscana un tempo rossa appare oggi color grigio cemento. Il 23 marzo, già in piena pandemia, la Regione pubblica il progetto per un mega-impianto eolico sul crinale dell’Appennino, tra Vicchio e Dicomano, in Mugello: inizia quindi il conto alla rovescia di 60 giorni in cui cittadini e associazioni ambientaliste, tutti reclusi in quarantena, dovrebbero presentare le osservazioni. Di fronte all’indisponibilità del Governo regionale a incontrarli, i comitati dei cittadini hanno scritto: «Possiamo solo sperare che abbiate preso visione dei tanti documenti che dimostrano, dati alla mano, che questo tipo di impianti non risolvono nemmeno in minima parte la difficoltà energetica del paese, e anzi, sottraggono risorse e finanze pubbliche che potrebbero essere investite per migliorare la qualità di vita di un territorio già provato e disagiato come il nostro». Destino vuole che proprio a Dicomano sia la RSA su cui la Procura di Firenze ha aperto un’inchiesta per i quindici anziani morti per coronavirus: quasi ci volesse ricordare che ben altra è la cura di cui abbiamo bisogno. Non nuovo cemento sui crinali, ma nuova umanità nell’accudimento dei più fragili.
Gli esempi si potrebbero moltiplicare, perché non solo il virus non ferma le betoniere, ma rischia appunto di farle girare più veloci. Di fronte al crollo del ponte di Aulla, Matteo Renzi non invoca la manutenzione, o la ricerca delle responsabilità, ma il suo chiodo fisso, lo Sblocca Italia: «Se non ci mettiamo SUBITO a lavorare sui cantieri con il piano shock ‒ presentato ormai da molti mesi ‒ ogni anno andrà peggio. E se non lo facciamo in questa fase di crisi vuol dire che ci vogliamo del male. Apriamo questi benedetti cantieri, subito». Le bozze che girano di quel piano sono davvero da shock: ambientale. Vi si legge, per esempio: «In ogni caso tutti i commissari di cui al presente decreto possono anche esercitare, qualora ne ricorrano le condizioni di urgenza e necessità, i seguenti poteri: in caso di motivato dissenso espresso da un’amministrazione preposta alla tutela ambientale paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico o alla tutela della salute e della pubblica incolumità, la decisione […] è rimessa alla decisione del Commissario che si pronuncia entro 15 giorni, previa intesa con la Regione o le Regioni interessate». È il sogno proibito condiviso dai due Mattei (Renzi e Salvini), e da loro più volte esplicitamente ammesso: ridurre al silenzio le soprintendenze, cioè l’esausta magistratura del nostro territorio. Potrebbe mai passare una legge del genere in questo Parlamento? L’intervista concessa, qualche settimana fa, al Fatto Quotidiano dal viceministro alle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri non lascia molti dubbi. All’obiezione: «Voi del M5S siete sempre stati contrari alle grandi opere, e ora volete facilitarle», lo sventurato risponde: «Di fronte a un contesto politico e a un quadro economico totalmente diverso da qualche anno fa, è necessario cambiare l’agenda politica. La priorità adesso è creare lavoro, usando soldi pronti ma fermi». Come dire che ora non possiamo permetterci il lusso di mantenere gli impegni, di rispettare gli ideali, grazie ai quali si è arrivati al potere.
Viene da pensare che ci sia una maledetta linea d’ombra, nella vita pubblica italiana. Quella linea è l’elezione a una carica pubblica: quando la varca, il cittadino subisce una mutazione radicale nel linguaggio, nell’etica, nella scala delle priorità. Perfino nella logica. Non è più un cittadino, ormai: diventa il pezzo di un Potere immutabilmente uguale a se stesso, chiunque lo incarni. E a quel punto, niente: non c’è più modo nemmeno di intendersi con chi è rimasto di là, tra i cittadini comuni. E così, dopo tanti chiari segnali (si pensi alla ferita sanguinante dello Stadio della Roma, e all’incredibile testacoda sul TAV) anche i Cinque Stelle al potere hanno varcato la linea d’ombra. E si sono trovati così in compagnia di destra e sinistra. Un simbolo di questa continuità perfetta è stata la figura di Maurizio Lupi: assessore allo Sviluppo del territorio, edilizia privata e arredo urbano del Comune di Milano nella giunta di Gabriele Albertini e poi ministro delle Infrastrutture dei governi Letta e Renzi. La linea Lupi è quella della Legge Obiettivo di Berlusconi del 2001 che resuscita, peggiorata, nello Sblocca Italia di Renzi (e Lupi, appunto) nel 2014. Il motto delle due leggi era lo stesso: «padroni in casa propria». Parole che volevano solleticare i cittadini, ma che di fatto descrivevano perfettamente le figure di amministratori che si sentono padroni del territorio solo per svenderlo a interessi particolari. Insomma, pare proprio che nemmeno la pandemia abbia la forza di cancellare quella linea d’ombra.
Dobbiamo continuare a seppellirci vivi nel degrado «che qualcuno, neanche a dirlo, / vorrebbe ulteriormente perpetrare con la solita / accoppiata di cemento e asfalto: / con quel grigio da modernariato, / unico colore che il potere / riesce a immaginare». Sono versi di Franco Marcoaldi: drammaticamente più lucidi di ogni analisi politica.